The Project Gutenberg eBook of La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

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Title: La battaglia di Benevento: Storia del secolo XIII

Author: Francesco Domenico Guerrazzi

Release date: August 10, 2006 [eBook #19024]

Language: Italian

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA BATTAGLIA DI BENEVENTO: STORIA DEL SECOLO XIII ***

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LA

BATTAGLIA DI BENEVENTO

Storia del secolo XIII

SCRITTA
DA F.-D. GUERRAZZI.

Edizione nuovamente rivista e corretta dall'Autore

                ……. Io son Manfredi
                Nepote di Gostanza imperatrice

DANTE

FIRENZE

FELICE LE MONNIER

1852

L'Editore intende valersi dei diritti accordati dalle Leggi sulla Proprietà letteraria.

Non avrei tanto tardato a dar luogo nella Biblioteca nazionale a questa opera di F.-D. Guerrazzi, s'egli avesse avuto prima d'oggi facoltà di cedermene il diritto. L'indugio però fu largamente compensato dalle cure poste ora dall'Autore intorno a questa Opera della sua giovinezza, che nell'angustie del carcere (com'egli stesso dicevami) rilesse con inesprimibile amore, volgendo omai il trentanovesimo mese della sua prigionia.

F. LE MONNIER.

Giugno 1852.

AL BENEVOLO LETTORE.

Quando Omobuono Martini milanese riprodusse co' suoi tipi la Battaglia di Benevento, a me piacque preporle un Discorso intorno alle ragioni della Letteratura moderna in Italia, e il Libro e il Discorso dedicai alla egregia donna Signora Angelica Bartolomei nata Palli. Comparendo adesso questa opera nuovamente alla luce per le stampe di Felice Le Monnier senza Discorso e senza Dedica, parmi cosa dicevole manifestarne la causa, onde uom non creda, che per sopraggiunto pentimento io gli abbia voluti omettere. Per certo, come la fama della illustre donna per la mia Dedica non aumentò, così nemmeno, per sopprimerla ch'io mi facessi, punto diminuirebbe: tuttavolta, tôrre quello che una volta si diè, e sia pure povera cosa, non sembra onesto; ed a me poi recherebbe gravezza grandissima, ove altri pensasse alterata verso Lei la mente, che un dì mi persuase a renderle, giusta le forze mie, quel tributo di onore. Anzi, poichè per questa guisa mi viene schiusa la via di favellare delle Dediche preposte alle altre opere mie, mi par bene valermi del destro per tenere proposito di tutte con brevissime parole.

A Niccolò Puccini io dedicava la Veronica Cybo in pegno di antica amicizia, ed ebbi sempre in pensiero intitolare al suo nome opera di maggiore momento, ch'Egli lo meritava pur troppo; ma mi mancò il tempo, e forse me ne sarebbe mancato anche lo ingegno. Di questo mio difetto mi consola ampiamente conoscere come Egli abbia saputo, troppo meglio che non saprebbero fare opere d'inchiostro, raccomandare la propria fama ai posteri, dando, se non unico, radissimo esempio del modo col quale hassi ad amare il Popolo di vero amore: avvegnadiochè di due cose abbisogni principalmente il Popolo, di esempii buoni, e d'insegnamento, che di parole ormai che cosa farsi non sa, tante ne furono sprecate, quasi tutte invano; talune poi, peggio che invano. Di questa verità udii sovente porgere testimonianza allo stesso Puccini, il quale con quel suo vispo linguaggio soleva dire, che i fatti erano maschi, e le parole femmine. Intitolando a lui il mio Libro, io volli pertanto rendere omaggio al savio cultore della carità verso il prossimo, ed allo amatore della Patria zelantissimo; onde fra le amarezze, di cui non è penuria nel turpe carcere, acerba mi percosse quella di non potere, come avrei voluto, dettare del morto amico sincerissima qual Ei non temeva, e quale a me non sarebbe riuscito concepire diversa, la Orazione funeraria. Ma poichè farlo liberamente mi era conteso, mi parve degno tacere; e così, ne vado persuaso, sembrerà anche allo spirito di Lui, se pure lo toccano le miserie alle quali noi siamo, infelicissimi, rimasti.

E tanto più duolmene, in quanto che a veruno poteva per avventura riuscire quanto a me di palesare al mondo il cuore ch'Egli ebbe, e certo poi a nessuno più che a me ne correva obbligo religiosissimo. Talora vagando insieme con Lui pei silenzi della notte nelle sue sale solitarie, a parte a parte mi apriva gli affanni che contristarono la sua infanzia, e le angoscie pungenti che gli derivarono dalla infermità miserabile di cui pure la Natura non lo aveva percosso…. e spettacolo veramente portentoso era e lacrimevole a un punto contemplare come tanta copia di amaritudine non fosse bastata a corrompere le acque dolcissime della sua esistenza, nè il rigido alito della tristezza a spegnere la sua fede;—le lotte, le cadute, il rilevarsi più gagliardo, e il proponimento osservato fino al termine della vita di adottare per figliuolo il Popolo intero, dacchè le gioie di marito e di padre Ei si vietava; contemplare insomma quello affannarsi indefesso a mescere intera la sua grande anima nell'anima del Popolo, onde ei se ne avvantaggiasse. E se ne avvantaggerà, però che il Popolo abbia viscere di gratitudine, e se mai avvenga che traviato o corrotto da consigli pessimi prorompa in offese a danno dei suoi benefattori, presto si pente, e piange, e adora mutate in oggetto di culto le vittime del suo furore:—altri non si pente mai, nè piange.

La morte, che immatura colpì quel caro capo, se non prodotta, fu per lo meno assai accelerata dalla sventura sopraggiuntagli per cagione mia, e fu questa. Apprendendo quel gentile con inestimabile fastidio, come gli Accusatori miei si fossero prevalsi a danno mio di certe sue lettere a me dirette nella festosa giocondità del suo spirito, non mise tempo fra mezzo a scendere giù dal Castello della Cavinana dov'erasi ridotto a circondarsi di ombre e di memorie, per cercare fra le sue carte le lettere che io con gravità di consiglio gli era venuto rispondendo, e quante gliene capitarono a mano tante me ne mandò: compito l'ufficio, nel tornarsene alla stanza del Castello infelice, i cavalli aombrando su di una erta diruparono con la carrozza a precipizio dentro un burrone: comecchè Ei restasse semivivo sul colpo, pure si rilevò, porgendogli anche cotesto infortunio argomento per manifestare lo amore suo verso il Popolo, il quale con ogni maniera di pietoso aiuto lo sovvenne; ma da quel giorno in poi Egli non ebbe più bene, e conobbe soprastargli il fato supremo, nè punto gliene dolse, anzi desiderò essere morto quattro anni avanti…. E adesso siamo pochi, chi per un verso, chi per un altro, che come Lui non desideriamo; e dei superstiti, beati quelli cui verrà concesso morire senza rimorso, e senza vergogna….

L'antivigilia della sua morte, rinvenuto da lungo svenimento, quel gentile spirito ricordò di me, e commise al Medico, che in nome di Lui mi scrivesse, e mi offerisse quelle consolazioni le quali tornano grate sempre, da chiunque si muovano; se poi da amico, gratissime. Ricevuta appena la lettera, non mi trattenni un momento per rispondere come la stupenda cortesia dell'atto persuadeva… e non pertanto, ahimè! egli era tardi, imperciocchè io scrivessi ad un cadavere….

A Giovambatista Niccolini io dedicai il volume degli Scritti varii, e nel dedicarglielo lo salutai la migliore coscienza d'Italia; e tale fu, e tale si rimase, e si manterrà certamente, avvegnadio se da un lato quotidiani esempii c'insegnino come uom non possa celebrarsi incontaminato prima dei suoi funerali, dall'altro piaccia e giovi credere quanto sentenziò Sofocle nel Filottete,—che i cuori grandi non può fare a meno, che non sieno anche buoni;—e di vero, se lo inclito concittadino nostro sia più grande o più buono tu pendi incerto, comecchè grandissimo e buonissimo il mondo lo veneri meritamente. Cotesto suo intelletto pacato, senza ira come senza sdegno, dalla sapienza dei tempi ricavò la dottrina che tenace professa, onde non è da dirsi quanto rimanesse sbigottito sì, non iscosso, dal fragore di eventi che parvero prima, e poi sperimentammo mostruosi: molti ancora dei suoi amici vecchi a Lui oggimai declinante nella bene adoperata vita andavano susurrando dentro le orecchie: «Tu hai sbagliato….» Allora l'austero vecchio tacque crollando il capo, e tenne per fermo, e tenne bene, che co' morti di Santa Croce non si sbaglia, e lasciò dire i vivi.

Amareggiato nella mente quando i casi parevano dargli torto, Egli si sentì ferito nel cuore allorchè tornarono a dargli ragione; però non pose giù sul pavimento l'animo invitto, e, richiamate le ispirazioni antiche, diè opera a tale impresa (se la fama porge il vero) che gli uomini vedranno maravigliando, conciossiachè vivano, ma rari, intelletti nel mondo, che non conoscono tramonto; e Niccolini è tra questi.

Non senza supremo consiglio la Provvidenza ordinò, che in questi luoghi vivesse Vittorio Alfieri, ed ora viva Giovambatista Niccolini, ponendo in certa guisa più gagliardi i puntelli là dove è minacciata la mina maggiore; e se costoro non erano, chi sa fin dove il Popolo nostro si sarebbe sprofondato nell'abiezione, che il tempo vile appella civiltà!

Dura pertanto questa Dedica, e la ragione della Dedica; e con essa dura il rammarico di avere presentato così povera offerta al genio tutelare della dignità toscana.

Ad Angelica Bartolomei nata Palli intitolai la Battaglia di Benevento. Nacque Ella in Livorno di greca stirpe, e giovanissima ancora, tanto le vennero a grado le greche e le italiane lettere, che potè leggere l'originale greco di Omero in quella età in cui, troppo più che non vorremmo, fanciulle italiane appena appena sanno compitare un libro nel paterno idioma. Di forti sensi dotata, la giovanetta fu udita improvvisare tragedie, di cui talune vanno attorno stampate, onde per giudicio universale Lei reputarono piuttosto maravigliosa, che rara. Posato alquanto quel ribollimento dello spirito, Ella ebbe in pregio più riposati studii, ed in questi perseverò con tale costanza, che io stesso ve la vidi versare quotidianamente per parecchie ore, sia in città, sia in campagna, nè mai le uscì dal labbro detto, o dalla penna scritto, che non promovesse il culto di quanto veneriamo quaggiù per decoro, per gentile, per buono, e per bello.

Delle opere di Lei piacemi rammentarne sol due: l'Alessio, ch'ella dettò per sovvenire alla Grecia pericolante nelle fiere fortune della guerra turchesca, e il Libro non ha guari stampato a Torino per sovvenire alle fortune pencolate della Italia, non senza speranza però di possibile riscossa; conciossiachè come Patria Ella amasse Italia e Grecia; questa, perchè vi nacquero i suoi; quella, perchè a Lei diede vita: e certo Ella non poteva sortire dai cieli Patrie che più fossero degne di amore, nè più sventurate.

Consiglio non solamente buono, ma caritatevole altresì io per me non dubito dichiarare quello, che indusse la onoranda Signora a comporre l'ultimo Libro intorno ai costumi delle donne; avvegnadio far pressa che leggi mutinsi e stato, è nulla, se prima il costume non mutisi; e grande cosa paia questa, che mentre tutti si affannano a tutto mutare per di fuori, nessuno attenda a mutar niente in sè stesso; e pure bisogna o cominciare di qui, o rassegnarci a restar come stiamo.

Però, quantunque appaiano degnissimi di lode i meriti letterarii della illustre donna, io mi trovai disposto a farle onore non tanto per questi, quanto assai più per le doti morali, che la rendono spettabile: di vero in Lei conobbi strette con fraterno abbracciamento la pietà profonda pei parenti, la indole buona con tutti, voglie pronte a soccorrere i travagliati dalla fortuna, e sensi virili, e amor di Patria antico.

Non è mio istituto raccontare partitamente le virtù di Lei, molto più che la sua modestia potrebbe richiamarsene; nondimeno parlerò di alcune, perchè più che di lode a Lei tornano di esempio o rimproccio alla viltà che ci affoga. Quando prima arrise speranza di fati men tristi alle fortune afflitte della Patria, Ella non distolse già il marito dal proposito di accorrere su le pianure lombarde a combattere quella guerra, che allora senza eccezione da tutti celebravasi santa, e più da quelli, che, valicato ormai il confine ultimo della umana turpitudine, più la vilipendono adesso. Infamia di secolo, che vince in abbiettezza il paragone di ogni più vile metallo!—Certo a Giovampaolo Bartolomei non faceva punto mestieri incitamenti: tuttavolta glieli diè la consorte, diversa in questo dall'antica Andromaca e più animosa di lei; nè si ristette qui, che tolto seco l'unico e dilettissimo figlio, lasciando le morbidezze di vivere opulento, si condusse a perigliare su le orme del marito, affinchè il figliuol suo si educasse di vista nei paterni esempii ad operare fortemente per la Patria. E quando per disposizione dei cieli, o come credo piuttosto per punta virtù nostra, le italiane sorti di liete mutaronsi in lacrimevoli, la egregia donna non disperò, bensì cheta cheta, senza iattanza, condusse il figlio in Piemonte, e quivi lo arruolò semplice soldato nello esercito che unico drappella adesso la insegna italiana. Stanziata a Torino, Ella si mostra cortese di consiglio e di aiuto a quanti giovani toscani, e non sono pochi, si avviarono colà pel medesimo scopo; onde a molti di loro lontani dalle paterne case non sembra avere lontana la madre, che lo affetto in Lei per espandersi che faccia non menoma di calore e di luce. Quindi invece di scemare crebbero le ragioni di usarle ogni debito ossequio, e se qui non occorrono riprodotti il Discorso e la Dedica al suo nome, ciò vuolsi attribuire al trovarsi già stampati nel volume degli Scritti varii, ch'è parte della collezione della Biblioteca nazionale del Le Monnier; per la quale cosa parve superfluo ristamparli, molto più, che la esperienza dimostra, come coloro che acquistarono qualche volume separato di questa Biblioteca, di rado avviene che non si studino completarne la collezione, invaghiti dalla eleganza dei tipi, dalla correzione diligente, e dal pregio non grave.

Èmmi confessarlo amaro, tuttavia non negherò essere rimasta per alcun tempo offuscata l'amicizia che mi stringeva con la onorevole famiglia Bartolomei; la mutua stima non già, e di questo io mi ebbi nobilissime prove, fra le quali ricorderò perpetuamente con animo commosso quella di tutelare con paterna cura il sangue mio in tempi calamitosi, e nell'ospizio cortese con tanto solenne diligenza custodirlo, che, se fosse stato proprio, eguale avrebbe potuto essere, difficilmente maggiore. Narra Plutarco nella vita di Demostene, come trovandosi questo oratore costretto ad esulare di Patria, arrivato che fu non molte miglia discosto dalla città, sentisse alcuni cittadini dei suoi avversarii, che lo inseguivano, dai quali egli s'ingegnava a tutta possa cansarsi; ma essi il chiamarono, e profferendogli i sussidii che seco loro portavano, lo confortarono a starsi di buono animo, e a sopportare pazientemente la presente disavventura. Per la qual cosa Demostene si mise a piangere: «E come potrò» egli disse «allontanarmi pazientemente da una città dove i miei nemici sono tali, quali in un'altra si troverebbero appena gli amici?» Onde io, che sento la fortuna apparecchiarsi a darmi colpo uguale, nel presagio mi attristo, e vado meco stesso ripetendo le parole di Demostene. Una gente crudele ha preso a versare vituperio su la mia terra, e a torto. Dio la perdoni! Per ora a me non si addice pronunziare che una sola sentenza, ed è questa, che se vivo non potrò, morto almeno mi fie grato trovarvi la pace che desidero. Ordinariamente cessano gli odii sopra la sacra soglia della morte, e spesso convertonsi in fervidi amori ed in cocenti rimpianti: che anche di me abbia a succedere questo io spero, ed in tale speranza mi acquieto.

Lo Assedio di Firenze dedicai a persona anonima, e così rimanga: questo è un segreto fra un sepolcro e me, nè a me giova levare il sigillo della morte.

La Isabella Orsini dedicai a Gino Capponi.

La Battaglia di Benevento incontrò fortuna oltre il merito: di questa può dirsi, che fu quasi il Beniamino della critica, e fino ad oggi essa ebbe l'onore di ben quattordici edizioni: però in siffatta specie di trionfo letterario, nei tempi novissimi si levarono parole acerbe, come anche in Roma accadeva in ogni trionfo. Non avendo mai speso inchiostro a difendere il pregio degli scritti miei, non mi prende vaghezza d'incominciare a farlo adesso: dello ingegno giudichi ognuno come gli piace, dell'onor mio come deve. Tuttavolta se m'interdico dir bene dei miei scritti, prego licenza per dirne alcun poco di male. Rileggendo adesso la Battaglia di Benevento, parmi libro ardentissimo e non di bella fiamma: vi traspira dentro certo sgomento per nulla naturale alla età in cui lo dettai, che fu il mio ventunesimo anno, e un alito di dubbio, che appena si perdona agli uomini i quali sviati dalle decezioni si sentono sazii di vita: fra tutti i tristi peccati, pessimo. Di ciò ne incolpo tre cose principalmente: i molti guai, che me fino dai primi anni inasprirono, e la pazienza corta a sopportarli; la condizione dei tempi, che parve agli inesperti irrimediabile; e il culto che professavo e professo ancora a Giorgio Byron. Ma se questo basta alla scusa, non giova alla lode, conciossiachè l'uomo deva tenere in sè la sua tristezza, e non ispanderla a sgomentare l'anima altrui; abbia virtù di adoperare egli vivo la carità della quale io rinvenni cortese un morto. Nel Cimiterio inglese dentro le mura di Livorno, occorre una lapide dove si legge incisa la iscrizione che parla così. «Morii di tristezza¹ sul fiore degli anni: passeggiero, leggi il mio nome, e affrettati ad allontanarti, per sospetto che il vento ti soffii addosso parte della mia polvere, e ti attacchi il male crudele che mi condusse a morte.»

¹ Umor nero.

Rispetto alle condizioni dei tempi, la esperienza dimostra unicamente vero il consiglio che dava Focione al suo giovane amico: «Non è lecito, o Nicocle, disperare giammai della salute della Patria.» Ma la esperienza, anche per coloro a cui frutta, è pianta tarda. Rispetto al Byron poi, giova rammentare che nè sconforti, nè dubbii, lo trattennero di dare vita e sostanze per la causa di Cristo e della Libertà.

Certo, lo scopo della Battaglia di Benevento fu quello, che altrove annunciai, compreso nel detto dello Alfieri:

    «…… oh! ben provvide il cielo,
    Che uom per delitti mai lieto non sia.»

Tuttavolta di leggieri confesso, che il modo col quale apparisce dettato il Libro, toglie non poco alla efficacia del fine proposto.

Questa edizione comparisce notabilmente emendata, e nello stile corretta, non però mutata: avvegnachè per volgere degli anni o in meglio o in peggio lo stile muti, e i rattoppi stridano con la stoffa, come i ritocchi a secco sopra gli affreschi: nonostante questo, per varianti, emende e correzioni, la edizione Le Monnier è l'unica che io ritenga normale della Battaglia di Benevento.

Vivi felice.

Dal Carcere delle Murate, questo dì 4 giugno 1852.

F.-D. GUERRAZZI.

LA BATTAGLIA DI BENEVENTO.

CAPITOLO PRIMO.

FURORE.

                Gli occhi infiammati, e pregni
                Di lagrimevol riso;
                Roca sonar la voce, e le parole
                Con subiti sospiri;
                Stare inquïeto, andare
                Frettoloso, e voltarsi
                Spesso, quasi altri il chiami.
                Son certissimo segno
                Di un antico furore.
                                CANACE, tragedia antica

È mai vissuta creatura umana, che sollevando le pupille al cielo d'Italia abbia negato esser questo il più puro sereno che mai rallegrasse il sorriso di Dio?—È mai vissuta creatura umana, che sollevando le pupille al cielo d'Italia allorchè il figlio primogenito della Natura lo veste della pompa dei suoi raggi non abbia sentito suscitarsi la mente pei grandi che non sono più, di cui il nome è rimasto nell'anima come armonia di arpa che cessò di esser tocca?—Quali braccia non si prostesero a quell'astro di vita, mentre abbandonando alla notte il dominio del cielo, dai confini dell'oceano lo saluta con gli ultimi raggi, e non implorarono che rimanesse nella sua celeste dimora?—Ma s'egli partì con la sera tornò col mattino, e vide i secoli dileguarsi nella eternità, le generazioni incalzarsi nella tomba, e la vicenda infinita delle virtù e dei delitti. Breve fu la sua luce sopra l'onore d'Italia; lunga sul dolore, e su l'onta. Ahimè! io non avrei creduto giammai che i popoli potessero morire della morte degl'individui.—E su quale occhio non ispunta la lacrima, allorchè la mesta luco della luna e delle stelle sogguarda dall'alto i campi silenziosi della terra? Voce di celeste armonia suona dal rotearsi delle stelle pel cielo, voce di sempiterno canto: e quantunque per troppa distanza non percuota l'orecchio del figlio della terra, pure gl'ispira un senso secreto, una invincibile pietà, che destandogli nell'anima le rimembranze tristamente soavi lo sforza al pianto.¹ Bello sei, o cielo d'Italia, sia che la notte od il giorno ti allegri, e veramente opera divina. Quando la Italia sedeva regina del mondo, tu l'eri convenevole padiglione; ma ora….. i valorosi sono morti, i monumenti dispersi, la fama stessa dileguata….. e perchè, o cielo, a tua posta non muti?—Il manto funerale della bellezza non è oscuro; la gente lo sceglie di lieto colore, l'orna co' fiori della gioia, e tenta ingannarsi sopra una vita che non è più: onde i sospiri, e gli addii, che le si fanno al suo discendere nella fossa, non sono come a persona morta, ma come a tale che deve lungo tempo starsi lontana da noi. L'eterna sapienza che governa il creato concesse questo bel cielo alla Italia, onde le fosse splendido testimonio nei suoi giorni di gloria, e conforto in quelli più lunghi della sventura. Egli solo è rimasto, perchè l'ira degli uomini non ce lo ha potuto rapire….

¹ Questa è opinione di Pitagora

E la terra!—Ogni zolla contiene la cenere del cuore di un eroe. I nostri passi sono su la polvere dei grandi… i passi di noi più meritevoli di andare sepolti sotto la polvere! Solo lo straniero conosce le nostre storie, e pieno di reverenza teme ad ogni orma che muove si sollevi dalla terra una voce che gridi: codardo, perchè calpesti un valoroso? Va pur franco, straniero, chè ogni avanzo di vita sia bene spento sul limitare della morte, nè questi tramonti conoscano crepuscolo; nè dai sepolcri esca grido di trapassato, dove non ve lo ponga il valore, o la pietà dei viventi. Agli avviliti le tombe offrono la stanza del cadavere sformato, piuttosto che l'altare dei magnanimi sensi; la mente trascorre al lezzo, piuttostochè alla gloria: e noi siamo da gran tempo tali, che non osiamo popolare gli avelli co' sublimi fantasmi della grandezza. A che mai sorgerebbero le forme venerate dei padri? Forse a vedere di qual condanna vada fulminata la loro schiatta infelice? Forse a conoscere che non vive cuore italiano che palpiti per le glorie italiane? Risparmiatevi, o padri, questo amaro cordoglio: risparmiateci, o padri, la rampogna delle vostre sembianze: la morte stia convenevole spazio tra noi.—Possano questi secoli non essere rammentati nella Storia! Possano i posteri lasciarci il retaggio che solo aneliamo…. l'oblio!

Per cui sono quei frutti? La terra non cura saperlo: ella li presenta liberale a chiunque stende la mano per raccoglierli. Una spada di fuoco fu posta a guardia dell'Eden, e i padri peccatori ed i figli innocenti ne perderono la speranza della vista…. Se in voi non rugge ardimento di battaglia…. maledetto colui che manderà il gemito della viltà…. abbiatevi almeno quello che può avere di grande il vituperio…. soffrite muti.

Io racconto una storia di delitti, delitti atroci e crudeli, quali uomini scellerati, che hanno in odio il Creatore e la creatura, possono commettere: quali appena si stimerebbe che vi fosse orecchio da intenderli, non che anima da divisarli, e braccio da eseguirli. Nè alcuno mi accusi ch'io mi proponga atterrire anzichè ammaestrare la gente. Lieve cosa è il detto, ma la parola della sapienza non vola sovente dal labbro degli uomini. Mediti prima chi tale avvisa accusarmi su le vicende dei secoli; mediti sopra il cuore degli uomini, e veda la storia dei generosi esser fatta pei generosi. Di niun sorriso va lieto l'aspetto della virtù; suo solo compenso la gloria:—altissimo e primo veramente tra i conforti concessi alla decaduta schiatta di Adamo! ma altissimo e primo pei cuori gentili che sanno amarla, vivere per essa, e per essa morire. Laddove il vizio abbia inaridito le menti, e le anime languiscano appassite dalla costumanza del male, che sono essi mai i fantasmi della gloria? Nomi di scherno, soggetti di riso. Più veemente forza si vuole che non è la voce della virtù. Lo aspetto delle rovine del misfatto può commuovere quegli spiriti, o nessuna altra cosa lo può. La sola voce tremenda dell'Arcangelo spezza le lapide, e suscita i trapassati dal letargo della morte….

È l'ultimo grado del crepuscolo; un raggio mestissimo si diffonde lungo i lidi fiorenti di Napoli. Le vette dei monti Tifata, Vesuvio, e degli Appennini che lo ricingono da un lato, ardono di luce vermiglia, che a mano a mano degradando nelle montagne più lontane si smarrisce nel buio della notte sorvegnente, come il tempo si confonde nella eternità. Soave spira il venticello della sera, che ora sommuove a fior di ala la marina, ora lambisce l'alito odoroso del melarancio, dell'aloè, e di ogni più doviziosa pianta dell'orientale vegetazione, che allegra le coste di Posilipo e di Mergellina, e quasi per vaghezza ne circonda il passeggero, e lo sospinge al cielo come un tributo che offre la terra al suo Creatore. Dolce suona il canto della sera col quale il vassallo si annunzia da lontano alla sua famiglia. Dolce s'inalza l'inno del saluto che il pescatore volge alla luna sorgente dai monti opposti, mentre co' remi percuote a misura le onde del golfo di Napoli. Bella è la tua terra, o infelice contrada, bella quanto il paradiso terrestre nei primi giorni della creazione!

Ma sotto una volta del castello capuano, splendida dimora del Re Manfredi, che mena ai giardini reali, un giovane insensibile a tanta magnificenza della Natura traccia sopra la sabbia disordinati segni con la punta della spada. Bello e maestoso si presenta allo aspetto: i biondissimi capelli divisi in mezzo alla fronte gli pendono giù per le spalle; il volto per ogni parte leggiadro; ma i suoi grandi occhi azzurri spesso si avvolgono ferocemente sotto le ciglia abbassate, spesso si fissano immobili, e in diversa direzione, per la intensità del pensiero, come se osservassero alcuna cosa al di là di questo mondo. Sopra la sua fronte sta un segno che non vide mai la fronte della giovinezza. Qual cosa può avere impresso questo marchio inamabile degli anni su la testa di colui che ne vide trascorrere venti soltanto? L'amarezza dell'anima numera gli anni nel volto del travagliato, e quel segno sta sopra il suo capo come la corona del dolore.

Sciagurato! Non carezza materna acquietò mai il suo pianto; non bacio di padre lo rallegrò nei giorni della infanzia; egli non conobbe padre, nè madre. Sta nella vita come pianta nel deserto.—Ricerca la sua memoria, e trova in quella la solitudine dell'intelletto: solo lontano lontano alcune rimembranze di sangue…. ma confuse, ma oscure per modo, che invano si sforza richiamarle più specialmente al pensiero. La sua anima arde quanto il sole sotto il quale egli nacque; la sua nascita lo affanna: un senso segreto di grandezza lo travaglia; anela una cosa che neppure egli conosce; vorrebbe con uno sguardo penetrare nei misteri della creazione, vorrebbe con un moto dominare i popoli della terra, vorrebbe essere un Dio con gli attributi dell'uomo, o un uomo con la scienza e la folgore di Dio. Ma l'alta fantasia, considerando il suo misero stato, sviene nello ardore della immagine; il suo cuore allora geme straziato dall'angoscia, sente tutto il tormento del delirio dell'ambizione. Forse questo fuoco avrebbe da gran tempo consumato la sorgente della vita, dove una forma di celesti sembianze non gli sorgesse nell'anima, e ne acquietasse alcuna volta le tempeste. Certo, quello è un amore disperato; e ben degno di lui. Il solo pensiero, se gli uomini potessero conoscere il pensiero, sarebbe punito. Uno scudiero osa sollevare lo sguardo alla figlia de' Re? Quali sono le sue speranze? Confida che la vergine del sangue svevo piegherà il cuore fino a lui? Conosce i pericoli, pensa ai tormenti che sono per occorrergli? Egli ama, e disperatamente ama.

Ma i suoi sguardi da lungo tempo insensibili a quanto di più solenne gli profferiva la Natura, si affissano a un tratto su la magione del figlio di Federigo. Il castello capuano sembrava veramente dimora da Re: ma se per la mole appariva quale la creatura memore esser parte del Creatore può immaginare, per la sua fortezza era pur quale il tiranno nell'agonia della paura può eleggere: conciossiachè Guglielmo il Tristo della stirpe normanna a difesa della propria vita lo fabbricasse. Mura grossissime, frequenti torrioni, cavalieri, baloardi, e tutti gli accorgimenti che l'arte nel dodicesimo secolo consigliava, erano stati adoperati per sicurare il tiranno tremante: ma invano!—dove la vendetta degli uomini manchi, veglia il giudizio di Dio: egli moriva, e non di ferro: ma la sua stirpe fu spenta; il trono fondato dal valore di Roberto Guiscardo, e dal Conte Ruggiero, cadde sotto la eterna giustizia, che i delitti di Guglielmo I fece scontare allo sventurato Guglielmo figlio di Tancredi Conte di Lecce.

Federigo II volle rendere più lieto il castello, allorchè, condusse, a Napoli Niccola Pisano, il più grande artefice del suo secolo, e gli commise la cura di adornarlo. Ma il genio dell'architetto piegò suo malgrado alla vista dello edifizio che migliorava, e i suoi trovati non fecero che aumentarne l'orrore.—Così l'armonico Trovatore se nel silenzio della notte si avvisa cantare la canzone giocosa, gli sfuggono suo malgrado mestissime note, e finisce con la ballata del dolore.

La luna, che tutta lieta di trascorrere i cieli, non cura se in terra sia maladetto o benedetto il suo raggio, e lo diffonde sul volto dell'amante che accelera col desio l'ora del colloquio di amore, e sul volto del sicario che si slancia dalla tenebra, stende il colpo, e ritorna nella tenebra, manda la sua luce sul castello capuano. Le parti illuminate di questo edifizio sembrano anche più grandi pel contrasto delle ombre in cui le altre parti sono sepolte. Alcuni torrioni paiono non aver fondamento sulla terra, e starsi così sospesi per l'aria; altri mezzo rovinati; e presentano alla fantasia uno di quei castelli che i romanzieri descrivono nelle loro leggende: dove gli spiriti maligni si ragunano a celebrare il nefando sabbato e a inebbriarsi di sangue. La calda immaginazione dell'osservatore può vedere avvolgersi per quelle rovine lo spettro di Guglielmo il Malvagio condannato a visitare la casa da lui eretta, abitata da stirpe non sua; e può sentire il singulto dell'ira, o della coscienza, ch'ei manda nella disperazione dell'anima.

Tale era lo edifizio che il giovane considerava. Poichè l'ebbe con lentissimi sguardi e più volte misurato, scosse la testa, e parlò: «L'opera della tirannide è grande quanto l'opera della generosità…. La paura ha dato il suo sublime, come lo ha dato la pompa…. il buono e il tristo produssero parimente le maraviglie del volgo, che sono la compassione della debolezza umana per coloro che han cuore.—Santa Maria! Che cosa egli è mai questo castello? Che i tesori che trovò Manfredi in Luceria? Che la potenza di Federigo Barbarossa, e di Federigo II? Essi non poterono conquistare la Italia: quegli fu arrestato da mura di creta e di paglia; questi disfatto da gente, dalla quale si allontanava per non vedere la morte.¹ E poi che sarebbe l'impero d'Italia, quello del mondo? Potresti essere il più grande di tutti i mortali, ma pur sempre mortale; il più forte tra gli uomini:—ma chi vanta nel braccio la forza del turbine? Il più sapiente dei figli della terra:—ma chi ha lo intelleto dei figli del cielo? Pure l'anima mia potrebbe questo sentimento che mi travaglia la vita obliare o almeno lenire, dove potessi posare la testa sul seno…. di cui? Non l'ho io nominata? Non sono i passi di uomo questi che si allontanano?—No… tutto è tranquillo. Fino tremare di nominarla! O capuano! io sarei contento delle tue mura; o soglio del mio Re, comunque angusto, mi giungeresti ben grato, dove io mi vi potessi sedere con quella che ho fatto donna dei miei pensieri? Io ho amato sempre il trono perchè mi sento nato per quello: ora poi questo desiderio è diventato furore, perchè in altro modo che sul trono non si può vivere con lei…. nè, se si potesse, il vorrei…. Ma io sono un oscuro…. nudrito per pietà in casa non mia, costretto a servire con mente da dominare…. non conosco padre nè madre…. e devo tremare di conoscerli, perchè forse il mio nascimento va macchiato con nota d'infamia.»

¹ Il Barbarossa nel 1175 fu costretto a levare l'assedio d'Alessandria detta della Paglia per la ragione esposta. L'esercito di Federigo fu disfatto nel 1248 dai Parmigiani, mentre egli sicuro del conquisto di Parma si allontanava dal campo per sollazzarsi alla caccia del falcone.—Vedremo in seguito questi fatti.

E qui tacque: un pallore mortale gli si diffuse pel volto: stette immobile con intentissimi sguardi, e con la bocca mezza aperta, come il tormentato dalla sete; giù per le guancie gli trascorrevano grosse stille di sudore che gli scaturivano frequenti dalla fronte, quasi spremute dal cervello compresso dall'angustia. Dopo alcun poco il sangue tornò impetuoso per modo a infiammargli la faccia, che le vene inturgidite e i muscoli dilatati pareano doversi spezzare alla violenza del moto: allora tutto il suo corpo si agitò convulso, e si pose ambe le mani sul capo quasi per impedire che si rompesse. Stato tanto miserabile non poteva prolungarsi più oltre, ed egli cadde gemendo sopra un sedile di pietra.

«Oh questo non può durare,» dopo lunga ora riprendeva in fievole accento «non può durare, nè durerà.—Poichè la morte è certa, proviamo morire con ardimento, e sveliamoci.—Con ardimento! Ma questo potrebbe fruttare l'onta del rifiuto; e mentre stimava morire da generoso, sarò sprezzato dall'orgoglio, e forse vilipeso come stolto. Santa Maria! Che vita è questa dove la pratica di una virtù partorisce il frutto del delitto, e la pratica del delitto la mercede della virtù? Chi è il sapiente che ne ammaestra a distinguere l'uno dall'altra? Chi quegli che ne insegna in che cosa consistano? Il delitto di questo secolo stimarono e stimeranno il delitto dei secoli futuri? Virtù che mi nuoce è sempre virtù? Devo praticarla a mio danno? Dove ha scritto la natura le sue leggi?—Nel cuore? Io sovrappongo la mano al cuore, ma egli palpita al sussulto delle passioni.—Che serve meditare su la ragione della necessità? Meglio vale subirla con le mani incrociate sul petto, e starci a vedere che cosa ne viene. Così farò.

—Dunque sono io tanto sventurato? La mia memoria non può ricordare nulla che giovi a blandire con le illusioni un'anima lacerata da tante angoscie reali?—Oh! bello lusinga il regno delle immagini, ma il loro fascino è come quello del serpente; questo finì col peccato, quelle finiscono coll'inaridire la mente che a loro si abbandona.—Pure il giorno che il suo genitore assunse la corona de' Re, ella lasciava cadere ai miei piedi la grimpa che le cingeva la persona: io la raccolsi…. e meco trionfò nel torneo…. ed ora mi posa sul cuore, e sarà la compagna della mia vita, e mi coprirà la faccia nella fossa.—E il giorno del torneo? O sola luce dei miei anni passati! Oscuro donzello, ricoperto di maglia, coi colori della figlia di Manfredi, mi confusi tra i superbi Baroni e capitani famosi, ed osai giovinetto giostrare di lancia co' maestri dell'arte, con cavalieri incliti per mille prove, e vinsi. Rimaneva il prode Conte Giordano di Angalone: ci affrontammo; ei cadde rovesciato sopra la polvere. Egli ne dette la colpa alla cinghia della sella, e sarà, ma cadde.—Io mi nascosi, egli ebbe il premio della giostra, dacchè il vero vincitore non si presentava; nè io lo invidiai, chè mi parea avere più alto premio conseguito che il suo non era,—l'amore della figlia del Re.—E il giorno veniente? Oh! non dimenticherò mai il giorno dodicesimo di agosto. Io le guidai il bianco palafreno:—ella in salendo pose la sua nella mia mano…. e tremò…. ed io pure tremai, ed arrossii.—Ma ed ella arrossì? Io non osai sollevare gli sguardi. Oh! quella fu gioia, e…. forse fallace. Chi sa che il velo non cadesse per caso? Chi mi assicura che il suo tremore non venisse da pericolo di caduta? o piuttosto da sdegno del mio tanto ardimento? Il sangue svevo ribolle superbo: ma se orgoglio facesse lignaggio, io pure mi sentirei sangue di Federigo.—E quando ella inchinandosi dalla sua altezza m'interrogasse: chi sei?—Chi sono?—Uno ignoto a me stesso, e ad altrui; un respinto per la colpa materna dal seno dello stesso genitore, un monumento vivente del peccato, una onta a me, una vergogna ai miei. O chiunque voi siate che mi donaste una vita che non avrei accettata giammai, dove si potesse rifiutare di nascere, grandi devono essere stati i vostri peccati, perchè atroce è la pena che ne porto!»

Così parlava il travagliato, alternando la vicenda del dolore e della gioia, allorchè la natura lo sovvenne con la stanchezza, e il bisogno del riposo lo costrinse a sedersi. Le sue labbra presero ad articolare le note di una mesta ballata, e la mente seguace dell'armonia si deliziò nei concenti divini, nati e custoditi sotto il cielo d'Italia.—All'anima confortata si affacciò quindi il suono delle imprese guerresche: egli lo cominciava leggero leggero: a mano a mano cresceva; finalmente si sollevò al punto, in che si ode quando il nemico si riversa sull'inimico. Allora trascorse nei giorni della gloria, sentì l'alito della fama, sorse, tolse la spada, e nobilmente avvolto nel mantello camminò nell'orgoglio della mente sollevata fino al pensiero dell'Onnipotente Distruggitore.

CAPITOLO SECONDO

AMORE.

                                 Pargoletta ella era
                Tutta sorriso, tutta gioia: ai fiori
                Parea in mezzo volar nel più felice
                Sentiero della vita.—Ecco ad un tratto
                Di tanta gioia estinto il raggio, estinto
                Al primo assalto del dolor.
                               FRANCESCA DA RIMINI, tragedia.

Perchè una tomba prodigio di marmi peregrini e dell'arte copre le ceneri di tale, che non si conosce essere stato vivo, tranne pel monumento della sua morte?—Perchè forme celesti, dilicati contorni, leggerezza di leggiadrissimo corpo, vestono l'anima della femmina? Perchè ci dierono un cuore che balza a quelle sembianze, una fibra che si raccapriccia a questo bellissimo spettacolo della creazione? Nessuno animale ha potuto contribuire a formare il corpo della femmina. I colori dell'uccello di paradiso, della farfalla di Casimira, non possono paragonarsi ai divini che imporporano le guancie della bellezza. La gazzella non ha l'occhio della donna: le pietre preziose non brillano di quella luce; e i poeti, per assomigliarli a qualche cosa di convenevole, hanno dovuto ricorrere al firmamento. Ma nessun rettile, quantunque schifoso, fu eccettuato dal somministrare parte nella composizione dell'anima che agita i moti delle sue membra; nessuno, meno lo scorpione, che circondato dal fuoco volge in sè stesso il dardo velenoso, e generosamente si uccide. Tu sei bella, o creatura, ma la tua bellezza porta una impronta tenebrosa; tu nasci figlia di un sublime pensiero, ma come Lucifero decadesti; i tuoi raggi come quelli del sole che tramonta feriscono, non consolano la vista; la tua bellezza è il nostro tormento. Ma andiamo affannosi in traccia di quella innocenza che Eva lasciava nell'Eden, e questo è il più fiero travaglio del cuor nostro. Ma il tuo cuore ugualmente fu condannato a spezzarsi per la nostra incostanza. Forse tu dovresti essere maladetta, perchè la prima a peccare; ma il serpente abita nelle tue fibre dilicate: la curiosità genera la sapienza, in te partoriva la colpa.—Tu schiudesti la via dei delitti, noi vi ti abbiamo superato…. Oh, figli della polvere, non vi maladite, ma abbiate misericordia tra voi!

Nelle sale del castello capuano vive una creatura divina nelle forme, divina nell'anima. Ella teneva la faccia adagiata sopra un origliere, e gli sguardi dimessi: una bellezza maestosa compariva per tutto il suo aspetto. Molte damigelle le stavano attorno, e tacite tacite facevano voto che sollevasse gli sguardi, i quali, sollevati, non potevano sostenere; perchè siffatta luce ne usciva, che svelava un'anima, la quale non si sarebbe mai creduto avessero potuto reggere quelle sue membra dilicate. Ella era leggiadra quanto la madre degli uomini, che il divino Ghiberti effigiava sorgente dalla carne di Adamo, e sorretta dagli Angioli a riporre in pegno di amore la sua mano nella mano di Dio. Certo ella non pareva figlia di nozze mortali: forse i connubii dei figli di Dio, allorchè sentirono amore per le belle figlio di Caino, l'avrebbero potuta generare, ma lo spirito dell'Eterno non benedisse quei maritaggi, perchè esse nacquero nel peccato, onde ne vennero i Giganti e Nembrod il feroce cacciatore al cospetto di Dio.

Invano cercheremmo voci nelle favelle della terra che valessero a ritrarre quella immagine di beltà: e sarebbe più facile suscitare la luce dalle tenebre, e dare anima ai figli d'Italia……

Dopo lungo tempo si levò dal suo seggio, e si fece verso il balcone: era il suo passo leggero, come vento che folleggi tra le rose, o come incenso che s'innalzi alla Divinità: l'onda delle vesti ventilando spargeva odorosa fragranza: non mesta, nè lieta; ma nella calma solenne della considerazione, allorchè il lampo del pensiero balena su gli avvenimenti dei secoli, allorchè l'orecchio del divino intelletto intende l'arcana armonia del creato, e il suo occhio finge nel cielo i figli della sublime immaginazione.

Fattasi al balcone, soprastette a considerare il firmamento, e sospirò; quindi rivolta alla damigella che le stava al fianco fece suonare una voce, quale certamente si diffonde quella di Eloa, l'angiolo che canta lo inno dei cieli innanzi al trono di Jehova.¹

¹ Klopstock, Messiade

«Vedi, Gismonda, come esulta il firmamento! Anche quando la religione non ce lo avesse insegnato, la mente nostra lo terrebbe per la dimora di Dio.—Oh! piacesse a lui chiamarmi presto alla sua pace!»

«Nobile Yole, il Signore è sapiente in ogni opera sua; egli solo conosce il bene e il male; noi dobbiamo aspettare adorando i decreti della sua giustizia.»

«Guardimi il cielo dal mormorare contro il mio Creatore, ma i voti dell'afflitta non possono giungere disgrati innanzi al suo trono.»

«Mia dolce donna, sta a voi innalzare a Dio i voti degli afflitti? A voi figlia del Re Manfredi, sorella della Regina di Arragona, nepote dei Federighi? A voi sangue della casa di Svevia, posta dalla fortuna nel più alto grado che mente mortale possa desiderare? La vostra vita si sprolunga innanzi a voi come sentiero di fiori; i vostri giorni numera il piacere: voi desio di ogni prode cavaliere; voi sospiro di ogni Trovatore, voi amore di tutti, non avete a temere le sciagure che travagliano la più parte della schiatta di Adamo.»

«Pure io sono tale che ormai più nulla mi resta a temere fuorchè l'ira di Dio.»

«E l'ira sua non verrà; ch'ei tempra i rigori del freddo all'agnello tosato, e versa il balsamo su le piaghe del doloroso.»

«Gismonda, la nostra casa venne respinta dalla comunione dei fedeli fin dal Concilio di Lione, dove, malgrado la difesa di Taddeo da Suessa, Innocenzo scomunicò Federigo. Certo, noi non patiamo difetto degli ufficii della Chiesa, ma Papa Clemente ha tolto appunto motivo da questo per confermare l'anatema contro di noi. Egli ha sciolto i vassalli dal sacramento di fedeltà, e senza questo già troppi ne circondavano traditori: egli cerca pel mondo un nemico del sangue nostro, e senza questo erano assai coloro che anelano un trono. La fortuna non ha concesso che Riccardo di Cornovaglia accettasse la nostra corona offertagli da tale che non sa acquistarla per sè e la dona altrui; nè che Edmondo d'Inghilterra abbia potuto muovere le armi contro di noi; ma al nemico vigilante di rado il tempo non porge la occasione, e Clemente è tale uomo da non lasciarla fuggire.»

«Figlia di Manfredi, il nemico non ha mai vedute le spalle del vostro genitore: se non avremo la pace, avremo la vittoria.»

«Amen, Gismonda, amen. Ma vedi quella cometa lassù nell'orizzonte, che sorgendo da oriente percorre il cielo verso occidente, e si ferma sopra di noi?¹ Hai tu inteso quello che ne dicono gli astrologhi? Ella è certo segno di morte di Re, e di tramutamento d'Imperii. Io stimo non vivere persona al mondo che sappia sostenere la sciagura senza gemere, quanto la figlia di Manfredi:—ma la sciagura, comunque tu la sopporti, è pur sempre sciagura.»

¹ Questa cometa apparve nell'agosto del 1264 e si fece vedere fino a novembre. Al momento in cui poniamo questa scena ella era scomparsa, perchè cessò di farsi vedere la notte appunto nella quale morì Urbano IV; ma farla rimanere sull'orizzonte qualche mese di più non è cosa che meriti osservazione.

«Nè io vo' porre in dubbio la influenza delle stelle: ma per gli effetti comparsi fino ad ora sopra la terra, parmi che ne possiate andare piuttosto lieta che mesta. La cometa apparve di agosto, e Urbano IV moriva di novembre.»

«Ma la cometa non per anche scomparve. Credilo, Gismonda; un gran
Re deve morire, e Carlo d'Angiò è Conte di Provenza soltanto.»

«Ed egli sarà Re prima di entrare nel Regno. La sua strada non dove essere per Roma? Quivi riceverà certamente la corona, e la benedizione; e possa questa giovare alla sua anima, come quella non fregerà mai la sua fronte.»

«Oh!—se i Baroni del Regno fossero fedeli come sono potenti, la corona di Manfredi non circonderebbe mai le tempie di Carlo:—ma qui i traditori vivono infiniti, e più che di altrove sembrano pianta naturale a questa terra, e a questo cielo. Molti i nemici di mio padre, che egli nel percorrere la via del trono vinse, e perdonò: ma il perdono non sana la piaga dell'orgoglio ferito, nè toglie l'odio, perocchè non v'abbia cosa al mondo che tanto avvilisca quanto il perdono del nemico; e questi al primo grido di ribellione vedrai riparare allo stendardo dei gigli, e combattere con quel furore che solo possono dare i rimorsi del tradimento. Pure non questi soli si scuopriranno nemici: vi sono uomini pei quali l'altrui felicità è una spina: sempre tristi per la invidia che li tribola, guai se osi manifestare il sorriso della tua gioia innanzi il cospetto loro! essi ti notano, t'inseguono, nè ti lasciano mai, finchè con molti anni di ambascia tu non abbia scontata la gioia di un momento.—Il pianto è la loro armonia, l'urlo della disperazione il diletto; e il cuor loro non sussulta tranne alla vista delle rovine. E gli amici?… Essi son molti nel tempo felice: nè in ciò io accuso gli uomini, no; la natura ha posto nel nostro cuore una voce che grida: sii felice solo: nè io già gli maledico come spietati; poichè sia bello salvare l'amico, ma dove non tel concedano i casi tu non devi amare l'amico più di quello che ami te stesso. E tu, mia diletta Gismonda, che meco fosti nutrita e cresciuta, e che un vincolo di scambievole amore unisce meco in fraterna corrispondenza, tu stessa a cui adesso sembrano nulla il disagio, il vituperio, e la morte, rispetto al dovermi abbandonare per sempre, tu pure un giorno mi dimenticherai.»

Gismonda vinta dal dolore non rispose; chinò la testa, e grosse lacrime le ricorsero agli occhi: gli socchiuse l'affettuosa per nasconderle alla vista di Yole, ma la passione nol sofferse: tornò a sollevarli verso la sua donna; e non vedendola commossa, la piena del cuore gittato ogni freno proruppe. Un singhiozzare frequente dimostrava quanto grande fosse stata la offesa per la gentil damigella.

Yole la sogguardò, e soggiunse: «Ella è così…. l'uomo s'offende al detto di quello che deve praticare col fatto. Un senso arcano e generoso, cui non sappiamo da qual parte ci venga, ne ammaestra che partecipare lo infortunio con l'amico è bene, ma la natura nol consente, chè non ne ha conformati in guisa, che il nostro più fiero nemico sia il patimento, e più possano in noi gli strazii dell'angoscia, che non le lusinghe dell'amore…. Ella è così; nè io voglio accusartene, o mia dolce Gismonda; il fallo proviene da più alta cosa che non sei tu. Chi è che osi contrastare al grido della natura? Noi non siamo da tanto, nè io vorrei da te più di quello che puoi darmi. Gismonda, mia cara Gismonda! se alcuna cosa ti ho mai fatto di grato; se la mia memoria sarà tale che possa dilettare la tua mente, io ti prego, che quando in questo stesso castello la voce del nuovo signore ti chiamerà a stare appresso alla sua consorte, od alla figlia (poichè tu sei il più nobil sangue del Regno), se mai avvenga che acciecate dalla vittoria rigettino le preghiere degl'infelici, e dall'altezza in che le pose la fortuna schivino chinarsi al gemito che si solleva dalla polvere, rammenti a costoro ch'esse pure sono di polvere.—mutabile cosa essere la fortuna:—e poi soggiungi: era il sangue di Svevia quanto quello di Francia famoso: era la figlia di Manfredi anch'essa illustre, e pure il Trovatore e il Menestrello non avevano canzoni che tanto la dilettassero, quanto le parole interrotte e le lagrime dell'infelice confortato. E se il mio nome varrà a vincere l'orgoglio dei cuori, e dalla via della superbia dirizzare le avventurose sul sentiero del paradiso, sarà questo il gaudio più profondo che giunga all'anima mia, dovunque piaccia al mio Creatore collocarla. E dove mai la nobile consorte o la figlia del Conte avessero cuore che palpita alle miserie dell'umanità, e sorridessero del mio sorriso, allora amale, Gismonda, amale come mi amasti: non turbarle giammai col racconto delle mie triste vicende, nè col mio nome sminuire una gioia che il Signore non mi ha voluto concedere, e che a loro, siccome più meritevoli, ha compartita. Ma quando lontana da tutti, ridotta nella tua segreta cameretta, potrai liberamente trattenerti nella memoria degli anni che furono, oh! allora, mia cara Gismonda, allora donami un sospiro…. un pensiero…. una lagrima…. Certo io conoscerò quella lagrima, e con una lagrima ti risponderò.»

Qui si rimase la bella addolorata: e mestamente volgendo gli sguardi, vide tutte le suo damigelle confuse di vergogna, e la gentile Gismonda in tale stato da non potere più intendere tanto disperate parole. Tacque: un lungo silenzio si sparse per la sala: i doppieri mandarono una pallida luce su quelle donzelle atteggiate in sembianza di pianto.—Pareano statue d'illustre artefice destinate ad ornare le tombe dei potenti.

Yole, poichè lungamente stette pensosa, si scosse a un tratto, corse, si recò in braccio Gismonda, e con amore materno la confortava, o col suo proprio lino le sue lagrime asciugava: quindi con piacevole voce riprese:

«Oh! non piangere, Gismonda, non piangere. Malaugurata colei che sforza al pianto la faccia della bellezza!—Santa Vergine! la mia miseria soverchia l'anima mia, e mi conviene trasfonderla in altrui.—Madre degli afflitti! già troppe mi trafiggono amarezze,—bastino. Io sono innocente; ma s'è destinato ch'io beva il calice delle pene, non consumi meco i giorni della sua gioventù questa cara donzella.—Sia la mia causa separata dalla sua: io sola soffrirò per lei, pei miei parenti, per tutti.»

Gismonda si rimase dal piangere, e chiamando su i labbri il sorriso, comunque una lagrima le tremolasse tuttavia tra le lunghe palpebre, corrispose allo abbracciamento della nobile Yole, e in atto soave le disse:

«Voi non mi affliggete, nè potete affliggere nessuno, voi solo mia gioia, unica e diletta amica mia, quando anche la sorte avesse posto tra noi lo spazio che passa tra vassallo e il barone, le anime nostre avrebbero sentito lo scambievole desiderio. Comunque pensiate di me, io vi amo, Yole, vi amo, quanto si può amare cosa terrena dopo Dio, e i suoi Santi. Ma per quanto amore portate alla gran Donna del cielo, calmate quel vostro disperato dolore…. Oh! se sapeste quale affanno mi travaglia qui dentro» ed accennava il seno «nel vedere a poco a poco inaridire la fonte della vostra vita, il fiore della vostra giovanezza appassire, e le floride guancie impallidire, e quei begli occhi oscurarsi…. certo, benigna come siete, vi provereste a non apportarmi tanto sconforto. Oh! il vostro dolore, concedete che ve lo dica Gismonda, non muove cosa che si tema, bensì cosa da lungo tempo avvenuta. Il Conte di Provenza non si partiva ancora da Marsilia; nè egli parmi persona da temersi poi tanto, sebbene il Vaticano lo benedica, e lo armi contro di noi: e dove fosse da temersi, il pericolo non successo vuole fermezza di cuore, non pianto, che questo torna inutile prima che la sventura accada; dopo, ridicolo e codardo. La figlia del Re Manfredi non si sente tale…. Da più alta cagione che questa non è, traggono origine cotesti furori: una cosa che ormai non istà più in potere della ragione e del tempo,… un sentimento profondo invano represso, forse….»

«Gismonda!» riprese Yole, fattasi pel volto e pel seno tutta vermiglia, «si danno arcani che l'amico non può dire all'amico; che ricercarli in ogni nome è indiscretezza e crudeltà, nei Sovrani delitto. Hanno i Regnanti segreti che non possono svelare a persona, perchè a noi più che al rimanente degli uomini dette il cielo un senso squisito di dignità. Al Conte Ruggiero e alla sua nobile consorte, assediati sul monte Etna, rimase un solo mantello reale; essi non pertanto non mostrarono la loro nudità, ma ora l'uno, ora l'altro si fecero vedere in pubblico sempre vestiti del manto che non può onestamente tralasciare l'altezza del sangue.—Se il mio segreto fosse stato da svelarsi, a te più che altrui avrei voluto manifestarlo; ma da che mi piacque non dirtelo, guardati bene dal cercare di saperlo. Ti basti questo, che dove la mia destra lo rivelasse alla mia sinistra, io vorrei subito mozzarla.»

La damigella le stette dinanzi sbigottita, come quella che non aveva mai inteso tanto acerbo rimprovero. Yole gravemente aggiungeva:

«Porgimi il velo, Gismonda; sento il bisogno di aere più puro.—Voi tutte restate, Gismonda sola mi accompagni nel giardino.»

Gismonda corse ad eseguire il comando; ma confusa, mal sapendo che si facesse, tolse quel velo stesso che assunse Yole allorchè si seppe in corte la morte di Corrado, e glielo porse senza sollevare gli sguardi.

Lo vide Yole, e mesta sorrise: poi premendo leggermente il braccio a Gismonda: «Accetto l'augurio» le disse «che mi viene dalla eletta del cuore.»—E tolto il velo se lo avvolge alla persona, e s'incammina ai giardini reali.

Gismonda, sollevati gli occhi, si accorge dell'errore, prorompe in un grido sommesso, e segue la sua donna asciugandosi col dosso delle mani le pupille lacrimose.

Potevano avere di appena venti passi trapassata la porta, allorchè le damigelle, gittando via quella mentita sembianza di afflizione, si mossero festose qua e là per la sala, alternando mille lieti ragionamenti. Adelasia di Ansalone, damigella di forme leggiadre, e di cuore vano, sopponendo al suo braccio quello d'Isolda Cavella, sorridendo le disse: «In verità, Isolda, io non ho mai in mia vita pianto siccome oggi; neppure allorchè la mia zia Contessa Serena, di gloriosa memoria, nelle lunghe sere d'inverno, mi poneva nella sala del castello di Campobasso presso il focolare dei suoi maggiori.»

«Oh! per me poi» soggiunse Isolda «sento che il pianto ristora; non l'onoriamo noi come segno di cuore tenero? Quello che adorna l'anima, deve ornare anche il corpo.» E così dicendo si sciolse dal braccio di Adelasia, e presa una tersissima lastra di argento si pose tutta leziosa a mirarvi dentro la propria immagine.

«Domine, falla trista!» guardandola dietro, e scuotendo il capo disse Matelda d'Arena antica damigella. «Da che il più scioperato Menestrello che mai venisse in corte le cantava i suoi occhi lagrimosi non avere paragone in cielo o in terra, io credo che per cavarne una lagrima gli esporrebbe, non che ad altro, al fumo di zolfo.»

«E dovete sapere,» soggiunse spedita spedita una magra, lunga, di brutte sembianze, chiamata Andolina Benincasa, «e dovete sapere, che in que' tempi Isolda piangeva, quando anche la prendeva vaghezza di ridere, e la cagione la sa il medico saracino Sidi Abdallah che la guarì dalla fistola.»

«Andolina, paionvi cose queste da tenersi lungamente celate ad amiche quali noi siamo? Per poco sta ch'io non mi corrucci con voi,» riprese sorridendo Adelasia; «ma di grazia rammentate, Matelda, la canzone del Menestrello: il caso merita bene di sapersi intero.»

«Non so,» rispose Matelda «perchè non soglio faticarmi la mente col ritenere tanto tristi versi quanto furono quelli del Menestrello; pure proviamo.» E qui poneva l'indice alla fronte, e chinava la testa in atto di riunire tutta l'anima in una sola facoltà, finalmente dopo aver cominciato, desistito, e ripreso da cinque e più volte: «Ecco!» soggiunse ella «diceva così:

    «Brillano silenziose in ciel le stelle
      Di benigno splendor,
      «Ma le tue luci ancor
      Brillan più belle;
    E se suffuse di pietose stille
      Rimira il Trovator
      Le gaie del tuo amor
      Belle pupille,
    Brillin pur luminose in ciel le stelle
      Di benigno splendor,
      Che le tue luci ancor
      Brillan più belle….»

Isolda, che intenta a vagheggiarsi il volto non aveva fin qui posto orecchio a queste parole che si mormoravano a breve distanza da lei, appena ricovrati i sensi dalla vanità che la occupava, udì quegli ultimi versi, e subito dubitò della beffa: onde fattasi presso Matelda con un suo riso di dispetto le domandò: «Madonna, se Dio vi aiuti, poichè per vostra ventura avete udito i Trovatori del secolo passato, vorrestemi dire, la mercè vostra, se valorosi quanto i moderni essi fossero?»

«Tengo per fermo, rispose tutta stizzosa Matelda quantunque per la età non gli abbia potuti udire io, che i moderni Trovatori sieno tanto al di sotto agli antichi nella gaia scienza, quanto le moderne gentildonne sono al di sopra delle antiche in iscortesia.»

«E voi ci offrite prova vivente della differenza, Matelda.» riprendeva Isolda, e stava per aggiungere, allorchè Adelasia, temendo non venissero a brutte parole, troncò quel ragionamento dicendo:

«E la povera Gismonda!» e sospirò. «Davvero che ricava la bella mercede del suo grande affetto!»

«Non andò mai così bene a sposa gioiello, siccome a lei il rimprovero di Yole,» soggiunse Matelda, cui forse fu grato trovare altro soggetto che dilungasse l'attenzione delle circostanti dal proposito dei suoi anni.

«Ella ha voluto regnare sola nel cuore della nostra signora» disse Andolina; «ella ha voluto vincerne tutte per soverchiarci, perchè sebbene in volto modesta, credetemelo, è superba quanto l'Angiolo delle tenebre. Ha scosso l'albero, ora mangi il frutto che n'è caduto.»

«Santa Nimfa! S'ella è superba!» disse Isolda. «lo per me credo la sua superbia uguale alla sua vanità. Se le proponete fare alcuna cosa, ella vi risponde: ne terrò motto a Yole; se la ricercate perchè si affligga, ed ella perchè Yole è afflitta; e Yole sempre, e sempre Yole, ostentando così tenere proposito di lei, siccome di sorella o di amica, anzichè di sovrana o padrona.»

«Il mal vien dalla radice,» rispose Adelasia, «nè posso darmi pace come costei abbia scelta per favorita la nostra signora. Guardimi Dio da sparlare di tale amica quale mi si professa Gismonda; ma per me la reputo la più insipida gentildonna del Regno. Pel sangue poi credo che il nostro valga bene il suo, Matelda.»

«Sant'Agata benedetta! che dite mai, Adelasia? Io ho inteso le mille volte narrare dal Marchese Pier Corrado mio nonno, di buona memoria, la famiglia di Gismonda discendere da linea bastarda della casa normanna, cioè, se non erro, da Clemenzia Contessa di Catanzaro, figlia illegittima del Re Ruggiero; e valga il vero, comunque ella vanti la impresa normanna, voi potrete osservare le fasce rosse e bianche in campo d'oro tramezzate dalla sbarra della bastardigia; ma il nostro, Adelasia, ma il mio, Adelasia…. ah! il mio mi scorre purissimo nelle vene quanto quello del Re. I miei antenati di Sicilia hanno trasmesso ai loro nepoti la impresa del monte di argento, e del lion d'oro in campo azzurro, gloriosa, com'essi la riceverono dai loro antenati di Arragona; poichè importa che sappiate, Adelasia, la famiglia Arena derivare dall'Arragona.» Tutto questo discorso velocemente parlava Matelda, alla quale la gran voglia di mordere altrui ed esaltare sè stessa fece obliare, che il Marchese Pier Corrado suo nonno, di buona memoria, era da ben trent'anni defunto, come ne faceva fede il suo fastoso sepolcro nella cattedrale di Palermo.

Ed ecco che queste frivole, abbandonato affatto il soggetto di Gismonda, si lanciarono impetuose a favellare di fasce nere in campo di argento, e di sbarre di argento in campo nero, e di Lioni rampanti, e di Pantere passanti, e scudi, e cimieri, e corone. Matelda poi, siccome quella che sentiva assai addentro nella scienza del Blasone, fece maravigliare le compagne col dare la spiegazione dell'arme Bonaccolta che fa fascia rossa, e testa di porco nera, tenente sul grifo croce rossa in campo di argento.¹

¹ Per la verità di queste armi vedi il Teatro delle famiglie sicule (3 vol. in fol.) di Mungos commendatore dell'ordine di Cristo.

Appena ebbe finita Matelda la sua dimostrazione, che tutte le compagne le si strinsero attorno, tanto ella piacque, onde narrasse loro qualche bel fatto antico. Madida fece lungamente sembiante di ricusare; alla fine, mostrandosi vinta dalle istanze loro, parlava:

«Ma che credete voi, che io abbia per le vene storie in vece di sangue? Io faccio conto di avervene fino adesso contate ben mille, e la vostra sete cresce a proporzione che vi porgo da bere. Che faro adunque? Ripeter le antiche tornerebbe in vostro fastidio, e mio; narrarne di nuove non mi riesce agevolo, poichè tante ne furono dette da me: pure,» e qui sollevò la persona in atto contegnoso, «pure fidata alla cortesia vostra, mie leggiadre e belle ascoltatrici, non dubiterò pormi in pelago, sicura che la benignanza delle vostre stelle mi dimostrerà il porto dove possa ricovrare la debole navicella del mio ingegno.» Dopo questo proemio, tenuto per un capo di opera di eloquenza, Matelda soprastette alquanto pensosa, e dopo breve ora volgendo gli occhi attorno così prese a favellare:

«E' dovete sapore, donne mie care, che nei tempi nei quali l'Amira Aureliano regnava su Roma, donde aspramente perseguitava i fedeli di Cristo, un certo Solino Prefetto dei soldati reggeva a suo nome la Sicilia, ed aveva tolto a dimorare nella Conca d'oro, la bella Palermo, sopra tutte le altre città della Isola felicissima e bella. Ora questo Prefetto non diverso dal suo feroce signore, anzi, siccome nei servi suole tuttogiorno accadere, affatto a lui somiglievole, con frequenti rapine, e feroci martirii, affrettò il punto della vendetta di Dio; il quale, quantunque paia venire tardi, piacendo alla sua misericordia dar tempo al peccatore affinchè si ravveda, nondimeno giunge inaspettato, e tremendo. Stavasi dunque certa sera il crudele Solino seduto sur una loggia del suo palazzo a rimirare il sole cadente. Una turba di uomini e di donne gli dimorava attorno cantando, suonando, e a mano a mano copiosamente bevendo preziosissimi vini, che quivi aveva fatto imbandire, allorchè di repente rizzatosi in piedi tutto smorto nel viso, tolto pel braccio un suo paggio che gli stava vicino:—Vedi, Lampridio, gli disse, l'ultimo raggio del sole? Questa sera apparisce sanguigno; che Allah e il suo Profeta ci guardino, ma questo raggio, piuttostochè addio, sembra maledizione…. guarda fisso…. fisso…. egli sparì…. egli non ha parlato…. ma una voce che non è entrata per gli orecchi ha detto al mio cuore ch'io non vedrò più i raggi del sole.—Mentre quel tristo, compunto dalla coscienza, in questo modo parlava, e susurrava bassamente scellerate preghiere, nel mezzo della città franò con orribile rumore gran parte del terreno, e da quella rovina ecco s'innalza un densissimo e fetidissimo fumo, il quale gradatamente diradandosi lasciò vedere un Mostro che la gente ha poi chiamato il Gran Diavolo di Sicilia, le sembianze del quale furono queste: sei palmi era alto, ed aveva la testa tutta calva, se non che su la nuca un po' di pelame ispido: dalla fronte gli scappavano due corna, a somiglianza di quelle dei capri ritorte: delle due braccia uno stendeva lunghissimo oltre il ginocchio, l'altro cortissimo sopra il fianco; le mani aveva come orso, la testa larga quanto le spalle, e queste lucide come specchio: la faccia pendeva all'umano, meno che per un solo occhio vedeva, e per una sola narice fiutava: dalla cintola in giù andava coperto, stando seduto sopra un carro di quattro ruote guidato da due fieri lioni davanti, e sospinto da due orsi dietro. Or questo spaventevole animale si mosse pianamente per la città, scintillando dagli occhi faville di fuoco: e tanta ne fu la paura, che molte donne si sconciarono, altre tramortirono, e tutti insieme uomini e donne rifuggivano al tempio degl'Idoli implorando perdono con preghiere maladette. Ma queste cose il Mostro non vedendo, o non curando, dappoi che ebbe ricerca tutta la città, giunse alle porte del palazzo di Solino, dove tagliata un'orecchia a un lione, scrisse con quel sangue su pel muro M. N. M. P. V. D.—Le quali lettere non sapendosi da nessun savio interpretare, certa donna non mai più vista comparve, e affermò poterlo fare, dove Solino mostrasse cuore di udire. Solino, sebbene non avesse membro che gli stesse fermo, pregò anzi, che volesse dimostrargli lo scritto: al quale ella parlò:—Solino, _Azzael_¹ ti sta sopra, perocchè le lettere significhino: la tua morte non sarà morte, ma principio di vita di dolore. Ora poi, che il cielo ti è chiuso, ti conforto a disperarti e a morire.—Così favellando, proruppe in altissime risa, e disparve. Solino cadde tramortito per terra, e insanguinandosi la bocca e la fronte rimase oscenamente deturpato nel volto. Sorse il mattino, ma il raggio del sole non rallegrò la terra: il fumo si era diffuso per l'orizzonte e vi stava immobile come tenda. Il mostro però non si vedeva: solo si udiva il ruggito dei lioni, e il bramire degli orsi. In quel giorno d'ira e di vendetta non un uccello fu visto pel cielo, ma tutti paurosi si rimasero nel nido a tutelare sotto l'ale i figliuoletti loro: non una fiera percorse la foresta: chè il senso del terrore strinse più forte di quello della fame; i cani a testa bassi, a coda dimessa, vagavano incerti qua e là in traccia dei soliti abituri, e se quelli trovavano chiusi, mandavano tanto lamentosi ululati, che veruno uomo, per quanto crudele, gli ascoltava senza pietà. Rinnuovavano i cittadini le preghiere; ai loro Idoli le più care preziosità profferivano: e si trovarono di tali che per placarli le vene delle mani e dei piedi si segavano, e quel sangue scorrente presentavano in oblazione. Venuta la fine di quel terribile giorno, la nuvola nera cominciò a tuonare per modo che toglieva l'udire, l'atmosfera apparve tutta infiammata e offendeva il vedere, un fetore intensissimo tolse l'odorato; poi la terra mise vento rombando, e un terremoto scosse la città, sì che la più parte delle case ruinò, e meglio di centomila cittadini perirono. Il Mostro adesso apparve su la piazza di contro al palazzo di Solino. Il suo sguardo dapprima spento si accese, a proporzione che quel flagello della natura cresceva, e allora quando vide le sparse viscere dei tanti miseramente schiacciati, e l'orrore delle rovine, divenuto affatto di fuoco, mandò scintille, le quali appresesi di subito al palazzo di Solino suscitarono in un momento tale incendio che i legni e i ferri non solo, ma le pietre stesse infiammate si liquefacevano.

¹ Azzael angelo della morte presso i Maomettani. È inutile avvertire lo strano miscuglio di cose di questo racconto, il quale dimostra la poca notizia delle storie che in quel tempo si aveva.

Il Mostro si precipitò tra le fiamme, e di lì a poco, rovinando tutte le pareti del palazzo, rimase in piede una sola stanza dove Solino steso sopra un letto si dibatteva disperatamente contro il Mostro, che appuntellategli le ginocchia sul petto con atroce compiacenza lo strangolava.» ¹

¹ Questa superstizione del Gran Diavolo si mantiene anche oggi in Sicilia. Vedi Inveges, Palermo Sacra. Tomo 2.

A queste parole era giunta la novella di Matelda; le damigelle disposte in circolo stavano tutte intente al suo volto, mostrando per gli occhi smarriti e per la pallida faccia la paura che occupa va le anime loro, allorchè le porte della sala si schiusero fragorose; l'aria ventando con impeto spense ogni lume; un'alta voce si fece udire, e il mutare de' passi pesanti, e lo strisciare di vesti sul pavimento.

Un súbito terrore percorse veloce le vene di tutte le damigelle, e l'una afferrando strettamente l'altra pel braccio o per la veste, sospinte dalla medesima paura si volsero al luogo donde usciva il romore, gittando altissimo grido.

E qui, infastidito di avvolgermi in tanta bruttezza d'invidia, di vanità, e di errore, abbandono volenteroso il soggetto. Turpi o frivole sono ordinariamente le passioni di femmina, ma altri sia il Cam delle loro vergogne,¹ siccome altri l'adulatore. Vago di manifestare quello che occorre di bene nello spirito loro, ne lascio la sozzura all'ira, al disprezzo, od alla compassione degli uomini.

¹ Cham pater Chanaan cum vidisset verenda patris sui esse nudata, nuntiavit duobus fratribus suis foras. (Gen., c. 10.)

CAPITOLO TERZO.

IL PRIMO BACIO.

                Il mattin lucido lei sospirosa,
                  Lei sospirosa vede dal tacito
                  Suo cocchio d'ebano la notte ombrosa;
                Di tutta l'anima divien signore
                  Amor, se sola, se inerme trovala;
                  Donzelle tenere, temete Amore.
                                    ARMINIO, tragedia.

Che cosa è mai il tremito dilettoso che sorprende il corpo e la mente all'aspetto della bellezza?—Forse l'anima fu destinata a sentirsi commuovere per tutto quello che è bello? Forse il principio divino dell'uomo gode vagheggiare quaggiù tutto quello che sembra di Dio? Ma perchè dunque il pensiero non si esalta alla vista dei cieli? Perchè scorgiamo tranquilli il torrente della luce? Perchè se pietà di consorte o di amico non ci compunge, non mandiamo sospiro allo aspetto del pianeta della notte?—Che ha mai la terra da agguagliare alla grandezza dei cieli? Ahi! non l'anima si sublima alle forme della beltà: non il pensiero divino si esalta alla emanazione del Padre delle cose perfette; bensì il furore di turpe voluttà ci turba nel profondo, è l'idea di sozzo piacere quella che ci stringe il cuore, e ci rapisce la voce. Uomo, tu puoi essere solo convenientemente paragonato al fango dal quale nascesti! O amaro frutto della scienza del bene e del male, tu ci bai tolto perfino le illusioni che potessero essere magnanime, i palpiti del cuore!

La gioia dello intelletto suscitata da un istante di esaltazione, dove non trovi cosa reale che la mantenga, poco dura. Colui che travaglia le anime immortali troppo profondamente conosce tutti i modi della pena per non lasciarle lungo tempo in una medesima angoscia; perocchè allora o questa angoscia diverrebbe natura per forza di prepotente abitudine, o, se tale da non potersi durare, la morte correrebbe veloce su le tracce di quella; onde il Tormentatore che allontana quanto più può la morte dalla sua vittima, conoscendo il travaglio consistere meno nella intensità che nella durata, si mostra sollecito a variarle il modo di supplizio, onde non si abitui o non soccomba. Arimane,¹ allorchè si avvisa perdere lo sventurato viandante, non lo aggrava di subito con tutta la forza della sua potenza, ma a quando a quando gli manda tra le frasche della foresta una luce, o suscita una voce di gente vicina, affinchè il suo cuore si apra alla speranza, che poi gli faccia più amaro lo sconforto della tenebra, e della quiete spaventosa che precede la tempesta. Stanco finalmente il mal Genio di questo giuoco spietato, appresta l'ultimo danno, e lo scherno più feroce.—L'abituro degli uomini dista pochi passi dal viandante; già il suo spirito si rallegra nel piacere del calore che renderà il moto alle sue membra irrigidite, e nel ristoro del cibo; ma tra lui e l'abituro è aperta una voragine…. egli dirizza il guardo alla luce, nè bada alla via…. la terra gli manca sotto i piedi…. precipita alzando urla disperate; alle quali fanno eco le risa di Arimane, che, sporgendo la testa dall'orlo del precipizio, gode vedere su quante rocce percotendo lascerà viscere e sangue, prima che giaccia lacerato nel fondo.

¹ Arimane genio del male presso i Persiani, siccome Oromaze il principio del bene.

I fantasmi della gloria aveano abbandonato il giovane scudiero posto a guardia dei giardini reali: ad ora ad ora cupamente gemeva, ed esclamava: «O ambizione! o amore!»

Al pronunziare che fece questa sentenza, un leggerissimo moto lo trasse a sollevare gli occhi da terra, e…. non sarebbe questa una illusione della sua mente di fuoco?… No…. una forma leggiadra più che fantasia può immaginare, e poesia descrivere, gli stava dinanzi. La sua persona era tutta avvolta in lungo velo nero chiamato grimpa, che a quei giorni le belle Siciliane adoperavano per cingersi collo e seno, e parte del corpo, facendo più lieta la bellezza col suo migliore ornamento,—il pudore. Mortale la dimostravano il ventilare delle vesti, che svelava tutti i cari contorni di quel corpo delicato; ma il passo leggero, che appena piegava le foglie calpestate, poneva il risguardante in forse, se più che alle terrene appartenesse alle spirituali sostanze.—Il fantastico poeta l'avrebbe detta il Genio della Malinconia, che scende tacitamente nella notte a mormorare in basse voci un lamento, per non isvegliare i figli della terra ora solo felici:—ora, perchè oppressi dal sonno fratello della morte.

La vergine del sangue svevo, ignara da cui movesse quel sospiro, si volse al luogo donde era uscito per consolare l'afflitto;—perchè in qual cosa mai consisterebbe gentilezza del cuore, se il grido della miseria fosse invano ascoltato?

«Santa Maria dello Spasimo!» diss'ella, entrando sotto la volta che i raggi della luna non rischiaravano; «i tuoi devoti sono più di quelli che vorrebbono, e dovrebbero essere.—Chi è che geme qui dentro? Parla…. se sei sventurato, sappi che nessuno si dipartì senza conforto dal cospetto della figlia del Re Manfredi.»

La risposta fu indarno lungamente aspettata; i labbri dello scudiero non si prestarono all'usato officio, ma tremarono, e il soffio della morte parve estinguere in lui la fiamma della vita.

«Parla,» riprendeva Yole «non mi muove già vano desio a conoscere le tue sventure. Se in me non fosse potere da consolarti, non avrei la crudeltà di domandare i tuoi patimenti; perchè sebbene la curiosità ostenti la favella della compassione, io per me aborro colui, che pretende conoscere il cuore dell'uomo per lo indolente piacere di conoscerlo. Io ti sollecito a parlare; se i tuoi mali possono consolarsi, tu avrai conforto da Yole; dove io non basti, aspettalo dal tempo; se neppure questo giova, aspettalo….»

«Dalla morte!» gridò lo scudiero.

Qual fu il senso segreto di Yole a questa voce, e a questa sentenza? E' fu tal senso, che favella umana non può riferire; la quale cosa crederemmo pietà, se mancando i modi di significarlo non ci fosse stato compartito cuore da sentirlo. E il volto? Ah! le tenebre le coprivano il volto, ma certo fu quello della creatura che dal tempo precipita nell'infinito.

Un lungo silenzio seguiva: alfine Yole con voci interrotte continuava:

«Dalla Religione,—Rogiero,—dall'esempio della pazienza del
Signore.»

«Pazienza!—E sempre pazienza! S'eravamo nati a soffrire, perchè non ci fu data un'anima più forte a sostenere, o perchè fummo tolti dal fango, che non sente di essere calpestato, alla forma che freme per la gravezza dell'oppressione?»

«Profondi sono i misteri del Creatore…. sperate…. I cieli annunziano la gloria di Dio, ed egli non può fare a meno che reggere giusto;… mantenete la vita, non perchè ella sia bene, ma perchè la morte è ineffabile dolore.»

«Ma solo…. Spenta la vita dell'anima, che è la speranza, la distruzione del corpo segue necessariamente, e con ambascia infinita. Or tutto sta nella scelta di sopportarla sparsa per lungo spazio di vita, o concentrarla in un punto, e morire. Guardimi il cielo da vituperare colui al quale la natura non ha dato la forza di vedersi brillare la punta del pugnale sul cuore, con lo stesso sorriso che altri accoglie l'aspetto della bellezza;—ma neppure chi lo può, sia biasimato. La via di colui che sta in cima al monte va alla pianura; altri stende il corpo sul pendio, e trasvola al termine del sentiero; altri vi perviene movendo il piede in brevi passi, tentando prima il luogo, ritraendosi, e nuovamente provando. Chi di costoro vuolsi lodare, chi riprendere? Nessuno: quegli fu ardito, questi cauto;—ma la via di ambedue tendeva alla pianura, ed ambedue la fornirono.»

«Rogiero, le vostre parole suonano come quelle del serpente.»

«Principessa, non so se fosse scellerata la favella del serpente, ma per certo fu vera.»

«No…. scellerata, e fallace. Non promise egli di farci uguali a Dio? Infelici traditi! noi abbiamo imparato il duro mistero, che la nostra mente non è capace a comprendere. Atrocissima scienza! E dalla nudità della mente oseremo sollevare la fronte ribelle fino al Creatore? Ma di ciò basti, chè al cuore indurato riesce ributtare ogni argomento di salute, e lo spirito del male ragiona più sottile di quello del bene, il quale è piuttosto lieto della sua gioia che valente a dimostrarla. Poniamo che la morte deve soccorrere il disperato; ditemi,—sapete voi quale sia il momento in che la speranza vien meno?»

«Allorchè le cose presenti appaiono passate, e le passate presenti; allorchè divisando la tua via a oriente ti trovi a settentrione; allorchè gli occhi vedono senza lagrime le rovine del vulcano, e la gioia dei prati in primavera; allorchè la mano di tutti si alza contro di te, e la tua mano si solleva contro di tutti,¹ e il saluto di tuo padre ti suona come maledizione, e quello dei figli come rampogna; e il labbro volendo profferire la preghiera, mormora bestemmie, e i cieli nessuna altra cosa presentano fuorchè una volta della terra che il caso ha fabbricato e che il caso può distruggere…. ovvero l'eterna dimora del forte Signore del fulmine….»

¹ …. Ferus homo: minus ejus contra omnes, et minus omnium contra eum. (Gen., c. 16.)

«Santa Vergine! voi bestemmiate….»

«Io dico che allora la speranza è morta.»

«Cotesta è la vita del dannato; nè in così miser stato siete caduto, Rogiero. Le vostre parole scesero nell'anima mia, voi sarete consolato.»

«Che! Avreste voi intese tutte le mie parole? Oh! non vi badate, le profferii nel delirio…. La ragion in quel punto era ebbra di dolore…. Ma vivaddio! si addice a cortese donzella porgere orecchio alle parole del delirante?»

«Io trapassando nient'altro ho inteso proferire che amore….»

«Amore! sì…. poichè lo intendeste…. ma disperato amore…. e non solo…. e pure di per sè stesso potente a consumare ogni anima che ardisca nudrirlo. Un amore, di cui il pensiero è fremito, la conoscenza delitto, la rivelazione pena….»

«Ma questi sono gli attributi del misfatto!»

«Gli uomini lo direbbero tale, perocchè il delitto non compaia delitto, se non per essere perseguitato con le pene; egli però in sè stesso non è colpevole, ma alto…»

«Rogiero, il Trovatore canta spesso su l'arpa, che amore può molto più che noi non possiamo; non è la prima volta che la bellezza e il potere hanno coronato il valore; nè vi ha spazio sì ampio tra due amanti, che il buon cavaliere non possa percorrerlo con la spada.»

«Sia: ma nessuna dama mi ha cinto la spada: niun Barone mi ha stretto gli sproni; il ferro del mio Re non ha toccato la mia fronte; nè la sua voce mi ha ammesso all'ordine della cavalleria.—Io sono oscuro donzello che porto spada per ornamento, non per arnese di guerra: e la mia mano, usa a tenere la briglia del palafreno di femmina, non sa come si tratti la lancia.»

«Voi dite il falso, Rogiero;… pensate che non vi riconoscesse Yole nel torneamento della _Sala verde_¹ il giorno della incoronazione di mio padre? Non portavate i miei colori, la grimpa celeste che smarrii il giorno innanzi? Volenterosa vi avrei posto sul capo il premio della vittoria, ma vostri furono soltanto gli applausi delle dame del torneo.»

¹ Sala verde, luogo destinato ai tornei in Palermo. Vedi Inveges. Palermo Sacra. Tomo 1.

«Fui…. sì, fui; ma qual forza mortale poteva vincere l'uomo che portava la divisa della figlia di Manfredi? Ecco: ella mi posa sul cuore, ed ella sentirà i suoi palpiti, finchè palpiti saranno in lui. Io la porto meno per vincere le battaglie terrene, che quelle del nemico infernale: perdonimi Dio! ma io non la cambierei, con la grimpa miracolosa di Sant'Agata.¹ Io combattei, e la idea di combattere per voi mi era sufficiente guiderdone; nè io avrei sperato giammai che a voi si manifestasse. Ora tanta mi recano esultanza le parole vostre, che ogni sconforto della passata mia vita mi fanno interamente obliare.—Perchè mai non mi degnaste di uno sguardo? Perchè tenevate sempre dimessa la fronte?—Il giorno appresso io toccai la vostra mano… ella tremava… Vi offendeste forse del mio ardimento di correre lancia ornato dei vostri colori co' più prestanti Baroni del Regno?»

¹ Grimpa miracolosa di Sant'Agata, di cui la vista sola fece fermare la lava infuocata dell'Etna che minacciava Palermo. Vedi Inveges

«A dama di alto sangue non tornò mai disgrato il trionfo della propria divisa. Ma se quivi convenne la vostra donna, e vi conobbe, il suo cuore certamente diè sangue in vedervi combattere per altra….»

«Oh! ella v'era presente; nè le spiacque….»

«V'era dunque!» gridò Yole ponendosi una mano alla fronte. «Oh! s'ella v'era e non le spiacque, voi siete amante mal corrisposto. Manifestate chi sia. Voi già foste mio cavaliere, e il dovere più prezioso di dama cortese sta nel prendersi cura dei giorni di colui che gli ha esposti per onorarla.—Parlate, Rogiero: io vi giuro sopra la fede del sangue di Svevia, per quanto sta in me, di farvi andare contento.»

«Spirito del male, oh! come tentano feroci le tue lusinghe su la terra!…»

«Che mormorate, Rogiero? Forse vi riesco importuna? Sprezzate le mie promesse? V'infastidisce la mia voce? Ah! vogliate perdonarmi, e attribuirlo al forte amore e soverchio, che porto per…. tutti gl'infelici.»

Così parlava Yole, e queste ultime parole le uscivano appena distinte dalle labbra: mesta, abbattuta, già moveva il piede per abbandonare quel luogo, allorchè Rogiero, come uomo al quale il destino abbia rapito il senno, le andò incontro, e senza nessuno rispetto afferratala violentemente pel braccio, la trasse fuori dell'arco al raggio della luna; quivi, gettando per terra la celata, si scoperse la fronte, appose sopra quella per forza la mano di Yole; e poichè alquanto ve l'ebbe tenuta ferma, in tronche parole le disse: «Che parvi, Yole, della fronte mia?»

«Che tutti i Santi del Paradiso vi guardino!» rispose esitando la figlia di Manfredi; «ella è fredda come il marmo di un sepolcro.»

«Deve esserlo.—Odimi, divina fanciulla, odi la parola di tale che saprà punirsi di avere parlato.—Io spesso nel fervore delle mie preghiere, nella rabbia delle mie maladizioni, ho sollevato un voto, inesaudito fin qui. Dammi, gridai, nè sapeva a cui, dammi un momento di gioia, e poi lascerò la vita.—Ora, sia ventura, sia destino, questo momento è venuto; questo momento è passato; nè in me dura costanza da aspettarlo lungamente, e forse indarno, nel supplizio della vita.—Concedi uno sfogo di parole e di lagrime al moribondo; esse non ti offenderanno; e quando anche ti offendessero, la mia morte non basterà alla espiazione?…»

«Rogiero!…»

«Yole, sai tu da quanto tempo io porto la tua immagine nel cuore?—Ella vi stava prima del palpito…. prima del nascimento; imperciocchè prima di vederti ti amassi. Nel cammino della vita ho mirato le belle figlie degli uomini, ed ho vôlto l'occhio alla terra accorgendomi che venivano da essa. Ho veduto l'altera nell'orgoglio delle sue forme, e non ho desiato. Ho veduto il rossore della timida amorosa, e non ho sospirato…. e diceva a me stesso: cuore di bronzo, non v'è grazia di amore che possa commuoverti?—Ma una immagine di bellezza turbava pur troppo il mio spirito, nè io l'aveva tolta da sembianze mortali…. forse mi si affacciò alla mente, allorchè l'anima ristorata dal riposo torna agli ufficii della vita, e i suoi sogni sono ridenti come le rose dell'aurora. Io anelava angoscioso dietro la figlia della mia fantasia, e sovente nel delirio della passione le indirizzava parole, e: forma divina,—io le diceva,—esisti tu veramente? Oh! non sparirmi sul primo raggio del sole che sorge. Io per te rinunzierei alla sua luce. Vieni, celeste pellegrina, o silfide, o gnomo,¹ o angiolo, o demone, a fare lieti i giorni della mia vita, e allora Rogiero sospirerà di amore.—Yole…. un giorno ti vidi…. Troni del cielo! le tue sembianze erano quelle della immagine della mia fantasia.»

¹ Silfidi spiriti dell'aria, Gnomi della terra, come le Ondine dell'acqua, e le Salamandre del fuoco. Mitologia cabalistica. Vedi Dizionario Infernale.

«Rogiero,» disse Yole sollevando maestosamente il suo corpo, «sono parole queste, che un servo fedele possa favellare alla figlia del suo signore? Può la nepote della Imperatrice Gostanza convenientemente ascoltarle?»

«Non so, Principessa, se a voi stia bene ascoltarle, ma sapeva bene che in me era delitto profferirle.»

«Abbiatevi il mio perdono…. vivete…. ponete l'amore vostro in più avventurosa donzella, e che possa corrispondervi; me obliate.» E questo disse con voce soffocata; poi soggiunse con maggiore amarezza: «Rogiero, tanta corre la distanza in questo mondo tra noi, che non potete sperare di essermi unito in nessuno altro luogo che in cielo, dove, tolta ogni molesta distinzione, siamo tutti uguali nell'amore di un Solo

«Questo non ignorava, e però senza speranza vi amava, senza speranza i miei interni tormenti vi apriva. È vero che amore può molto più che noi non possiamo; ma è vero ben anco, che occorrono distanze a percorrere impossibili; e voi, orgogliosi, balzati dalla ingiustizia o dal caso sui troni della terra, stimate avere onnipotente impero sopra le anime immortali. Miserabili! e non sapete che l'anima ha tali ferite, che nessuna potenza al mondo vale a sanare!—Dovrei forse accusarti di presunzione, per avere voluto conoscere un male che non istava in tuo potere di volgere a bene, e farti sentire che sei polvere…. coronata sì, ma polvere? No: valgati l'animo cortese, e la lusinga del potere che troppo ti fa baldanzosa, e più valgati trovarmi io disposto da gran tempo alla morte, e disperato affatto. Pareami morire con un peso sull'anima tenendo celato il mio amore; ora, poichè l'ho potuto svelare, parmi che poserà su di me più leggera la terra del sepolcro.—Yole, la religione e il cuore ammaestrano di una seconda vita, e più durevole: la mente abbandonata a temerarii pensieri la nega. Comunque ciò sia, quello che ora ti domando, con la preghiera più profonda della mia anima lacerata, o farà lieto lo spirito se sopravvive alla mia morte, o il solo istante della mia partenza dalle cose viventi:—un sospiro ti chiedo, un solo sospiro. Il tempo non ha velocità da misurarne la durata, ma egli è una eternità di contento per colui al quale s'invia; e quando, sposa felice di un potente della terra, vedrai le spoglie delle vinte nazioni al piè del tuo trono, e te sollevata a tanta grandezza che dopo Dio l'uomo volga a te le sue preghiere e i suoi voti, e udrai il tuo sposo chiamarti l'eletta del cuore, e dirti per te avere ornate le sue tempie di alloro, per te acquistato il premio maggiore che la gloria può concedere all'uomo, e nel tuo nome avere combattuto, e nel tuo nome aver vinto…. oh! allora ti ricorra alla mente il pensiero del povero Rogiero che ti amò tanto…. e ricorda sospirando: egli mi amava così;—e tu piangerai, e alla storia della mia feroce sventura forse piangerà anche il tuo magnanimo consorte,—piangeranno tutti.—Nessuna altra gioia occorre in questa vita, tranne la speranza di un sepolcro lagrimato…. Yole, l'ora della mia dipartenza è arrivata; prega per un'anima che passa, i di cui ultimi pensieri non possono essere di Dio….»

Pallido come quello che viene strascinato al patibolo, ma fermo nel suo fiero talento, Rogiero cavò il pugnale, e fece atto di rompersi il seno.

Forse non aveva Yole sopportato fin qui la più grave battaglia, che femmina al mondo voglia e possa sostenere? Doveva ella resistere anche a questa ultima prova, e, dovendolo, lo poteva? La passione repressa proruppe impetuosa, imperciocchè le passioni tengano della natura del fuoco; e la bella addolorata, a guisa di furente, mal sapendo che si facesse, si gittò al collo di Rogiero, ponendo il suo corpo tra il pugnale e il seno di quello. Pure così veloce fu l'atto, nè egli seppe di tanto trattenere il colpo, che a lei non iscendesse su la destra spalla, stracciasse le vesti, e la pelle lievemente sfiorasse. Ma il pugnale cadde, e rimasero abbracciati; il cuore dell'uno palpitò sul cuore dell'altro…. le lagrime loro scesero confuse…. le guancie, i labbri, si toccarono,—e il primo bacio di amore fu dato.

Io per me quando considero le sorti umane, credo che la gioia sia tremendo delitto davvero, perocchè la veda tanto gravemente punita; onde per quell'amore che porto ai miei compagni di maledizione, se alcuno ne incontro che adesso per anima, o per cosa acquistata, si dica felice, io mando una preghiera dalle interne mie viscere al Creatore del fulmine, e lo supplico che si degni nella sua pietà d'incenerirlo, e spargerne la polvere ai quattro venti della terra, onde l'uomo conosca, che può morire felice….

Ma perchè si rimangono tuttavia abbracciati? Oh! v'è una gioia in questa terra, che due amanti credano possa, non che superare, uguagliare gli abbracciamenti loro? Dov'è l'orgoglio del sangue? dove la paura della pena? Essi non hanno più da temere o da desiderare. Questo diletto trascorse, nè tornerà mai più. Il tempo, che essi hanno obliato, non si rimane dal percorrere la sua durata, e confondendo con le ore passate quella breve dolcezza mena velocissimo le sventure che devono intenebrare la rimanente lor vita.

La regina Elena, sposa di Manfredi, benchè per la nobiltà del suo sangue (chè discendeva dai Comneni di Epiro) alquanto orgogliosa, fu nondimeno affettuosissima madre. Una figlia ed un figlio avevano rallegrato il suo matrimonio. Gostanza, sua figliastra nata a Manfredi dalla sua prima moglie Beatrice di Savoia, portava di già corona reale, essendosi unita con Piero figlio di Giamo, potente Re di Arragona; rimaneanle però in casa Yole e Manfredino, vezzosissimo fanciullo, speranza del padre, di appena dieci anni nato; ma la sua tenerezza era per Yole, che considerava infelice; nè mai, per quanto s'ingegnasse, poteva trarla da quell'ostinato abbattimento. Le sue sembianze adesso erano maestose, una volta furono leggiadre quanto quelle della sua figlia Yole; se non che un tenue velo di malinconia, come dice il buon Pellico, diffuso per tutta la persona di questa, facea sì, che la gente piuttosto oggetto di reverenza, che di desiderio, la riputasse. Ora dunque in questa stessa sera la Regina seduta accanto il letticciuolo di Manfredino, poichè ebbe scôrto che il sonno era disceso su gli occhi della innocenza, si alzò diligentemente, e soffermatasi a considerare la pace che spirava dal volto di quel caro angioletto sentì spuntarsi una lagrima su le palpebre; allora curvò leggiera leggiera la persona, e datogli un bacio nella fronte gli susurrò sopra queste parole:—Dio sa, se pure te amo, o dolce figliuol mio; ma i tuoi sonni sono quelli del felice. Possa la pietà dell'Eterno concederti lungamente questi sonni!—Quindi lasciatolo in custodia di alcune damigelle, volse alla camera della sua diletta Yole.

Giunta che fu, aperse l'usciale; il vento, che soffiava nel corridore, glielo svelse di mano, e lo percosse con impeto alla parete. I doppieri della stanza tutti ad un punto si spensero: ella nondimeno avanzò; e sebbene acute strida la percotessero, avvisandosi di quello che era, senza turbarsi disse alle circostanti: «È qui la mia figlia Yole?»—Matelda, riconosciuta la voce, rispose tutta affannosa: «Santa Oliva di Palermo! siete voi, Regina? Voi ci avete fatto la più grande paura che mai sia stata al mondo.»

«Matelda,» soggiunse gravemente la Regina Elena «non su la vostra paura, ma di mia figlia io vi ho fatto domanda.»

«Regina, è nel giardino.»

«Rimanetevi con Dio, damigelle, e mostratevi in avvenire di più forte spirito, perchè sappiate la paura essere presentissimo segno di animo non retto.»

Così Elena, senz'altra compagnia, lasciando quelle codarde a rassicurarsi del terrore, e a dolersi del conseguito rimprovero, mosse al giardino reale, dove, poichè alquanto si fu aggirata, occorse in Gismonda, la quale, assorta nel pensiero degli ultimi casi, non le badò, se non dopo che l'ebbe per ben tre volte chiamata. A lei domandava di Yole; e vedutala mesta, volle saperne la causa, e conosciutala confortò la gentile damigella. Quindi unite si mossero a ricercare Yole.

Avvicinandosi alla gran porta che conduceva fuori del giardino, si offerse alla vista loro una donna distesa sull'erba; accorrevano affannose.—Dio eterno! Yole in quella abbandonata riconoscevano. Elena, vedendole la veste stracciata, e intrisa di sangue, riputandola morta, con orrenda ansietà le si gettò addosso cercando la parte del cuore per sentire se batteva… egli debolmente sì, ma pure batteva: allora guardò la ferita, conobbe essere leggiera, e sospirò.

«Gismonda, corri alla fontana, e porta un po' d'acqua.»

Gismonda partiva.—Elena, postasi a sedere su l'erba, si recò in grembo la figlia, la scinse, e le soprappose una mano alla fronte, pietosamente riguardandola. Ella aveva gli occhi chiusi, e non di meno era bella. La luna la vestiva di una luce modesta, e parea godere d'illuminare quel volto, gentile quanto il suo raggio medesimo.—«Povera figlia!» ad ora ad ora diceva singhiozzando: ma allorchè il pianto le ingombrò gli occhi per modo, che più non potesse contemplare quel volto, gli volse al cielo e parlò:

«Accettate, Signore, questo sacrificio di lagrime: egli deriva da un'anima profondamente addolorata. Oh! dalla nascita di questa infelice figliuola non ho avuto più un'ora di bene.—Povera Yole! pur troppo tu fosti generata nella sventura,… ma… Dio onnipotente! se voi sapeste che sia per una madre vedere queste guance, su le quali non erano per anco sbocciate le rose della giovanezza, ora a un tratto impallidirsi: che queste membra, non ancora arrivate all'incremento loro, a poco a poco disfarsi, non mi affannereste così.—Povera innocente! La sua anima non conosce il peccato, e pure una pena orribile la turba, le avvelena la vita un secreto tormento, cui ella non può nè allontanare, nè conoscere, perchè Dio si mostra misterioso nei suoi stessi tormenti. Chiamasi pietà questa di ragunare tutte le procelle dell'inverno per atterrare un fioretto, testè apparso sul prato?¹ Tua è questa carne,—quest'anima, tua: ma creasti tu forse per godere l'atroce diritto di distruggere?—Toglitela se ti piace, ma deh! non provarla con tanto dura battaglia… Elena! sciagurata Regina! tu hai ardito mormorare dell'Eterno…—Io?—Signore, le mie pene sono ben grandi… perdonatemi. L'angoscia accieca la mente: perdonate ad una madre, che lietamente darebbe in questo punto la vita, anzichè piangere sul sepolcro dei proprii figliuoli.»

¹ Dicam Deo……. Numquid bonum tibi videtur si calumnieris me, et opprimas me opus manuum tuarum? (Job, c. 40)

In questo Gismonda a mani curve, a guisa di tazza, giungeva dalla fontana; ma la fretta fece sì, che appena poche stille di acqua vi si conservassero: queste nondimeno, spruzzate sul volto di Yole, ebbero virtù di ritornarla alla vita. Apriva la vergine languidamente gli sguardi, e tratto un gemito domandò: «Dove sono?»

«Nel grembo di tua madre.»

«Oh! non ne fossi mai uscita.»

«Che? Respingi il grembo che ti ha portato… il seno che ti diè il latte? Santa Maria! anche a questo era riserbata la Regina Elena?… Ah! le mie ambasce si fanno maggiori della mia pazienza.»—Così dicendo lasciava di sostenere la figlia, e, lacrimando disperatamente, cadeva.

«Gismonda!» disse allora Yole a questa damigella, che sola era rimasta a sorreggerla, «perchè mi ha lasciato mia madre? Le sono forse divenute troppo gravoso incarico le membra di sua figlia? Ah! io incresco a tutti, e a me stessa….—Chi è che piange? Gismonda, dimmi, chi piange?»

«La madre vostra.»

«Perchè?»

«Voi avete desiderato di non averla avuta per madre.»

«Io ho detto questo?… Io!» esclamò Yole: e il rimorso dell'anima gentile le ricondusse su le guance i colori del pudore. «Sciagurata! Oh! l'ottima delle madri, non vogliate piangere a quelle cose che ho detto, ma piangete piuttosto per quello spirito che mi costringe a dirle.—Certo, il mio cuore non vi assente…. ma una forza feroce mi agita l'ossa, e il sangue. Io vi amo, madre mia, vi amo di quell'amore stesso che voi amate me:—prescrivete; ogni qualunque prova, e sia pure quanto si voglia dolorosa, incontrerò lieta per amore vostro. Io non vi offro la vita, che il togliermela sarebbe il più grande benefizio, che il cielo e gli uomini mi potessero fare; ma cessate di piangere per cagion mia…. cessate, od io muoio di affanno ai vostri piedi.»

«Io sono lieta, Yole,» disse la Regina, abbracciando la figlia, ed amorosa baciandola; «ma tu, via, cessa di darmi tanta afflizione. Parla…. dimmi: qual cosa mai tanto duramente ti molesta?—Qui nel mio cuore deponi il tuo segreto…. nel cuore di tua madre, che darebbe la vita per vederti felice. La tua sorella lo è già: e quando te pure io vedrò così, il giorno della mia morte sarà il più avventuroso di tutta la mia vita.»

«Gostanza» rispose Yole con accento solenne «è, e si manterrà lungamente felice. Al cielo piacque separare la causa della figlia di Beatrice di Savoia dalla causa della figlia di Elena di Epiro. Su me…. su noi pesa un atroce destino. Noi morremo illagrimati, giaceremo insepolti, monumento di pietà, d'invidia, e di ferocia. A che vi arrancate, madre mia, per ricercare nel mio spirito la cagione del dolore? Sollevate gli sguardi;—la causa della nostra disperazione scintilla nel cielo….»

Elena sollevò gli sguardi all'orizzonte, e vide, o le, parve vedere, la cometa scuotere minacciosa i suoi raggi. Non ne sostenne l'aspetto, ma riabbassata la faccia passò il suo braccio in quello di Yole, e mestamente silenziosa prese a incamminarsi verso il castello. Le seguitava Gismonda, mormorando a bassa voce una preghiera per la pace allo spirito travagliato delle sue dilette signore.

CAPITOLO QUARTO.

OFFESA.

                Che temi, animo mio, che pur paventi?
                Accogli ogni tua forza alla vendetta,
                E cosa fa sì inusitata, e nuova,
                Che questa etade l'abborrisca, e l'altra
                Che venir dee creder la possa appena…
                Sono innocenti i figli? Sieno,—sono
                Figli di traditore.
                          ORBECCHE, tragedia antica.

Nella parte occidentale del castello del Conte di Caserta era una cameretta remota nella quale nessuno, per quanto fosse ardito, osava di penetrare. I servi, allorchè nella notte faceva bisogno per alcuna faccenda passarvi vicino, commettevano alla sorte la scelta di quello che doveva andare; nè questi apprendeva mai il suo nome senza impallidire; e sebbene si raccomandasse al suo Santo protettore, e si munisse col segno santissimo della fede, pur tuttavia s'incamminava sempre tutto pauroso, senza volgere la testa, a passi accelerati, mormorando un esorcismo. Ciò non accadeva senza forte motivo, imperciocchè la tradizione portasse che quivi fosse stato commesso un molto terribile delitto; e sovente vi udivano pianti, gemiti, ed urla disperate. V'era perfino qualcheduno della famiglia che giurava su l'Evangelo aver veduto uno spettro di donna con un pugnale nel seno, dal quale sgorgava un vivissimo sangue, farglisi incontro, e dimandarla con voce lamentevole: «Il mio figlio? Il mio figlio?» Insomma, al naturale orrore del luogo si aggiungevano le fantastiche paure di menti superstiziose e ignoranti.

Questa camera appariva internamente poco più lunga di dieci passi, altrettanti alta, e larga; perfettamente cubica. Le pareti, il soffitto, il solaio, tutti coperti di nero. In essa non occorrevano suppellettili di sorta alcuna, nè sedie, nè tavola, o che altro; solo una lampada involta dentro velo nero, appesa al soffitto, tristamente la illuminava. Traccia di balcone nessuna. Nella parete volta a mezzogiorno si vedeva un tabernacolo simile in tutto a quelli che, con troppo generale denominazione, soglionsi oggi giorno chiamare gotici, e questo pur nero, quantunque se di marmo o di legno non abbia conservato la cronaca. Ma se di tabernacolo gotico aveva la tavola, sporgente dal muro, sostenuta da beccatelli traforati a fogliami, le colonne a spirale contro ogni regola di architettura soverchiamente sottili, e frontone protratto in angolo acuto, frastagliato di ornati, senz'altro sodo o cornice posato sui capitelli delle colonne, non aveva però in sè Santo, o Madonna, siccome nei tabernacoli gotici anche oggidì osserviamo. L'aspetto di questa camera faceva supporla destinata ad uffizio di Oratorio, benchè non si discernesse a cui fosse consacrata.

Lì presso al tabernacolo stava immobile un uomo di persona più alta della comune; vestiva cappa di panno oscuro, cinta strettamente alla vita. Il suo sembiante…… oh! il suo sembiante era tale, che chi lo mirava per nessuna altra cosa sapeva più supplicare l'Eterno, se non per ottenere dalla sua pietà la dimenticanza di cotesto volto. La sensazione che agitava la gente alla sua vista non può ridirsi che per via di paragone, assomigliandola a quella che suscita nel cuor dell'uomo sospeso sopra lo abisso delle acque l'urlo salvatico del mostro marino. I colori della malattia e della paura gli stavano su la fronte: le guance aveva emaciate, il labbro tumido, e acceso. Nessuna scintilla, che accennasse la vita, balenava nei suoi occhi incavati, coperti di un velo, intenti, ghiacciati. Angeli del Paradiso! Parevano quelli di un Vampiro.¹ La sua immobilità, e le membra abbandonate a sè stesse, facevano riputarlo un morto, così fissato in piedi lungo la parete per indurre a penitenza con tanto spaventoso spettacolo chiunque si fosse vôlto a pregare là dentro;² ma facendosegli assai da vicino, vivo lo manifestavano il grave respiro, e il tremolare del labbro superiore in brivido affannoso.

¹ Errore che anche oggi regna in Ungheria, in Moldavia ec. ec., e specialmente in Grecia: credono che il corpo di uno scomunicato esca dalla fossa a succhiare il sangue dei vivi. Il Dottor Polidori descrivendo gli occhi di un Vampiro dice: «che cadeano su la pelle come un raggio di piombo che gravitàsse senza penetrare.»

² Costume siciliano. Vedi Pindemonte.

Poichè lungamente stette così senza dare quasi segno di vita, prese a camminare per la stanza; ma l'anima, assorta in ben altri pensieri, non dirigeva quei moti. Il suo corpo era lo stesso che abbiamo descritto qui sopra, se non che si moveva; ma i suoi passi non avevano oggetto nessuno. Ora andava direttamente fino alla parete, dove percotendo si ritraeva; ora giunto alla metà della camera piegava a destra, o a sinistra; spesso anche in circolo si aggirava. Io ho veduto il sonnambulo, ho veduto il maniaco, ma non vive cosa nel mondo che possa uguagliare l'orrore che ispirava costui.

Con gli occhi sempre fissi al soffitto, si volse a un tratto verso il tabernacolo: brancolando per lo interno, pervenne a trovare un bottone appena visibile, lo spinse, e si manifestò certa apertura dalla quale trasse una cassetta nera sottilmente ornata di lavori di argento. Ricercandosi poi sotto le vesti, rinvenne la chiave: la sua mano, adesso divenuta fuori di misura paralitica, errò assai tempo prima di trovare il serrame: trovatolo, applicò la chiave, lo schiuse, e la cassetta aperta lasciò vedere un teschio umano politissimo, con estrema diligenza conservato. Lo prese costui con ambedue le mani, e, postolo sulla tavola del tabernacolo, lasciò con dura percossa cadersi prostrato innanzi di quello, tenendo la faccia sempre vôlta al soffitto, e le braccia incrociate in atto di preghiera.

Era certamente trapassata un'ora ch'ei stava in questa posizione, quando, abbassato il capo, si mise a riguardare fissamente il teschio. I suoi occhi prima velati ardevano adesso di terribile luce; bentosto si fecero rossi, scintillanti, ma non versarono lagrima; forse la sua disperazione aveva esaurito anche questo ultimo conforto della sciagura. Le sue labbra anelavano proferire parola, ma non potevano mandar fuori che urla indistinte. Mi sia permesso il detto, questa era l'ora dell'uracano dell'anima. Commozioni tanto profonde, come ogni altra cosa fuor di natura, lungamente non durano; simili però all'uracano, lasciano dove passano traccie indelebili, e le sembianze affatto tramutate. Quest'uomo, che dapprima poteva paragonarsi ad un morto richiamato per forza di negromanzia ad alcuno ufficio della vita, adesso il vedevi divenuto tutto moto, e tutto velocità. Il volto già così pallido avvampava acceso di colore febbrile: le membra, d'immobili fatte convulse, in diversi atti del continuo agitavansi, benchè non ardisse alzarsi davanti quel teschio che sembrava adorare.

Nè passò molto che quei suoi urli indistinti si accostarono a qualche cosa che parve favella umana: allora se alcuno avesse avuto coraggio di porgere orecchio, ne avrebbe ricavato queste parole:

«Ecco!—Qui stavano quelle labbra che tanto soavemente sorridevano…. ora le nude mascelle par che ridano tuttavia…. sì…. ma del riso del serpente, allorchè delusa la madre degli uomini la intese condannata con tutte le future generazioni alla morte.—Qui i mesti occhi…. e pur belli…. Qui la bianca fronte, e le floride guance….—Or che rimane di tanta bellezza? Nude ossa…. la parte più vaga del corpo in celere dissoluzione si consumò…. l'ossa rimangono…. l'ossa, come spaventoso testimonio di morte… Oh! per pietà di me…. per pietà di te, perchè non fingesti?… L'anima mia geme orrendamente travagliata. Giaccio sopra letto di fuoco, dal quale non posso levarmi, e sul quale, malgrado ogni tormento di questa vita, e la eterna dannazione, tornerei a giacermi…. O frutto amaro di vendetta non per anche compíta!—Io non posso più offerire il cielo, che da gran tempo sta chiuso per me; non lo intelletto ormai più che a mezzo perduto…. ma io consentirei a sentirmi eternamente trasportato dai venti della terra, percosso dall'onda procellosa contro le roccie del mare, trabalzato per secoli e secoli negli abissi del caos, arso ad ogni istante dal fuoco del cielo, tormentato con tutte le angosce, che mente umana, o infernale, può immaginare, purchè potessi conseguire la intera vendetta…. Allo spirito che albergava in questa testa giungeranno funeste tali novelle…. Oh! questa è nuova pena, ed a un punto nuovo incitamento per me.»

Mentr'egli così tra sè fantasticava, fu aperto pianamente l'uscio della camera, ed entrò un uomo vestito doviziosamente, il quale, postosi inosservato al fianco del genuflesso, stette senza profferire parola ad ascoltare il discorso che abbiamo esposto qui innanzi.

Dicono i maestri dell'arte, che la esatta descrizione del sembiante e degli abbigliamenti di un personaggio, la qual cosa chiamano prosopografia, valga maravigliosamente a procacciare attenzione al racconto. Noi non sappiamo quanto questo possa esser vero; ma siccome i maestri meritano sempre rispetto, così non esitiamo un momento a descrivere il nuovo personaggio, protestando, che se ad alcuno non andasse a' versi, voglia attribuirne la colpa ai maestri, che m'insegnarono cotesta figura rettorica.

Il nuovo personaggio dunque, che, come io diceva, entrò tacito, e, per così dire, furtivo, nella stanza dove l'altro si lamentava, poteva essere tre braccia alto; forse meno, che più: di corpo gracile per natura, e fatto maggiormente tale dalla abitudine del vizio. Forse egli non annoverava molti anni, tuttavolta appariva da buon tempo arrivato a quel punto nel quale l'uomo non potendo più sorgere è forza che declini. La sua testa, su la fronte un po' calva, andava non so se ornata, o deturpata, da radi capelli rossi e distesi, ognuno dei quali pareva sorgere a bello studio in diversa direzione dal suo vicino, offrendo in tutto la immagine di quel capo che un moderno poeta con tanta evidenza di espressione assomigliava

    «Ad un campo di biada già matura
      Nel cui mezzo passata è la tempesta.»

Nè mai teneva il volto levato quando si trovava al cospetto di altro uomo; solo di tanto in tanto alla sfuggita lo guardava per traverso; e di subito, quasi timoroso che i suoi piccoli occhi grigi non disvelassero i pensieri della sua mente, gli riabbassava. I labbri strettamente chiusi avrebbero detto a chiunque si fosse alcun poco dilettato a considerare le umane sembianze, lui essere uomo tremante che non gli sfuggisse suo malgrado tal parola che potesse condurlo direttamente al capestro. Vero è però che una passione, che egli non sapeva frenare, glieli costringeva talvolta ad allungarsi verso lo orecchie, e le guance a piegarsi in molte minutissime rughe; allora egli sembrava sorridere. Che tutti i Santi del cielo ci salvino da cotesto sorriso! Parlava tardo, ed amaro; e poichè la tranquillità della sua anima era da gran tempo distrutta, godeva d'immenso piacere a distruggere l'altrui. Se in quel punto l'angiolo delle tenebre avesse amato comparire nel mondo con forme a lui convenevoli, certamente non poteva immaginarne più triste di quelle del Conte di Cerra.

Il suo abbigliamento consisteva in sopravvesta di velluto verde doviziosamente ricamata di argento, e foderata di vaio, lunga fino al ginocchio, e dalle parti sotto in fianco divisa; preziosa cintura, in mezzo alla quale stava effigiata l'aquila del Re Manfredi tutta di argento sopra smalto celeste, gliela stringeva alla vita; sul petto era nuovamente aperta, e le maniche non oltrepassavano la piegatura del braccio. La sottovesta poi tessuta di seta, varia di molti colori, e ornata d'infiniti bottoni di argento, aveva le maniche strette, e lunghe fino al polso. Opera di ricamo maravigliosa a vedersi era la tela che gl'ingombrava gran parte del petto e delle spalle. Una roba di panno cremisino gli fasciava strettamente le coscie, e le gambe sottili. Le scarpe erano pur rosse, appuntatissime, cinte sul grosso con un bottone di argento. Questo era a un dipresso il suo abbigliamento, quantunque molte cose per amore di brevità tralasciamo; come la berretta, a foggia di corona imperiale, ornata di belle piume; la catenella di oro che gli teneva appeso sul petto un ricco medaglione, e la spada lunghissima con l'elsa a modo di croce, secondo il costume di coloro che a quei tempi passavano in Terra Santa; i quali la usavano in questo modo, affinchè nell'ora della preghiera, la spada confitta su la sabbia presentando il segno della fede, gl'incitasse alla conquista della patria del Redentore, che volle per la salute nostra morire su cotesto istrumento di pena.

Il genuflesso, volgendo la testa, vide sopra di sè questo uomo, che lieto del suo misero stato non aveva potuto frenare il riso schifoso di cui qui sopra abbiamo fatto menzione; gli corse involontariamente la mano alla fronte, e cominciò il segno della salute, che poi invano si sforzò di compire: allora dimise la fronte, e mormorò…. forse una preghiera;—ma certo ella fu detta con l'amarezza della bestemmia. Di lì a poco rialzando il volto, s'incontrava di nuovo in colui, che la sua compassione in nessuno altro modo sapeva manifestare fuorchè col sorriso, ed egli di nuovo si volse e guardò il teschio…. poi lui…. e poi il teschio, e da capo lui; nè quel riso cessava…. All'improvviso balzato in piedi, lo afferrò per la gola; e bestialmente feroce lo atterrò, gli pose le ginocchia sul petto, e fece atto di strangolarlo. Ora la vita del Conte di Cerra era giunta al suo fine, dove non lo avesse sovvenuto il caso. Il teschio, smosso dalla sua caduta, balzava a terra mandando un rumore che parve un grido lamentoso, e rotolava fino su gli occhi dell'uomo che lo teneva per la gola: questi, dimentico di ogni altra cosa, lasciava la presa, correva anelo a raccoglierlo, lo guardava attentamente per vedere se si fosse in alcuna parte guastato, e veloce come lampo nella cassetta, e quindi nel tabernacolo, lo riponeva. Intanto il Conte di Cerra rilevatosi si aggiustava le vesti scomposte, mostrando nella faccia livida la paura del passato pericolo.

«Conte di Caserta,» dopo alcun tempo disse il Conte di Cerra accostandosi all'uscio della camera; «ditemi di grazia: che cosa farete ai vostri nemici, se tale vi comportate con gli amici e fedeli servitori vostri?»

«Anselmo,» rispose il Conte di Caserta, «vi ho detto io forse che dileggiate la mia miseria, e scherniate il mio dolore, e mi suscitiate nell'anima un'ira più profonda dei miei rimorsi? Doletevi con voi stesso, perocchè conoscete quali passioni imperversino qua dentro:… Da lungo tempo ardono…. ma il cuore; non è peranco tutto cenere….»

«Prendetevela con la natura, Conte di Caserta, che mi ordinò in modo da ridere, dove altri piange. Ma parvi questa cosa da piangere, vedervi tutte le notti tormentarvi innanzi un teschio inanimato, che non può sentire le vostre bestemmie, o le vostre preghiere: nè può maledirvi, nè perdonarvi? Io ve lo ho già detto le mille volte, e vel ripeto adesso: voi ne perderete l'intelletto.»

«E conservarlo giova? E perderlo nuoce? Il rimorso vive con lui; e perduto, gli sopravvive. Un giorno l'aveva intero, capace di tutto comprendere, nè fui meno sventurato; ora io l'ho più che a mezzo perduto, nè mi sento più felice per questo.»

«Ma via, concedete una volta che io vi tolga dagli occhi quell'ossame, che di giorno in giorno vi diminuisce la ragione.—Pensate alfine, che fu capo di donna che tradì il letto maritale, e portò nel suo seno….»

«Taci per l'amore che hai per la vita…. taci…. Il tuo ufficio contro questa creatura terminò col colpo che le tolse la vita. Io ti ho comandato essere il suo assassino, non già il suo detrattore.—Basta. Io l'ho punita come colpevole, ora amo fingermela innocente.»

«Allorchè da giovanetto studiava le leggi nella Università di Federigo, intesi, Conte, che chi vuole il più deve necessariamente volere anche il meno. Mi deste il diritto di ricercare nelle sue viscere,—e vorrete negarmi adesso quello di ricercare nella sua fama?»

Il Conte di Caserta si accostò alla parete accennando cadere; lo sostenne subito il Conte di Cerra che aggiunse:

«Oh! di ciò dunque non si faccia più parola. Messere, se alcuna cosa può in voi la preghiera di un fedele servitore vostro, abbandonate questi luoghi spaventosi, date alla terra quello che appartiene alla terra,—le reliquie dei morti. Voi sapete se adesso sia più che mai necessario star vigilanti, e avere il senno ben retto…. In questo modo operando, i vostri disegni di vendetta contro colui, temo forte non vadano a finire col diventare voi stesso folle.»

«Ah!—Molto vi preme la mia vendetta? Molto la conservazione del mio intelletto? Gran mercè!… Gran mercè! Cerra, io ve l'ho detto più volte, siete sottile, e frodolento, quanto lo spirito del male; pure gli accorgimenti vostri tornano inutili con me: io da gran tempo vi conosco; deponete la lusinga d'ingannarmi; non vi date studio di parlare con tant'arte. Voi temete che io perda il senno,—e lo temete per me? Lo splendore di vostra casa era decaduto, e i tempi presenti non concedevano sollevarsi con pubbliche o con private virtù.—-Voi non pertanto la riponeste nell'antico splendore.—Io vi ho fatto Gran Camerlingo del Regno, e ricco, e potente;—tristo eravate già troppo per non osare incolparmi sfacciatamente delle vostre scelleraggini. Voi temete ch'io perda il senno,—e lo temete per me?—E nessuna cura vi stringe, che io nella piena dell'affanno sveli con un solo detto tal cosa, per la quale le nostre teste cadrebbero sotto la scure del carnefice? E nessuna, ch'io, divenuto soggetto di compassione e di riso, non abbia più facoltà di disporre in favor vostro di quei beni, che adesso non posso più lasciare al mio figlio, perchè voi gli avete portato la morte fin colà dentro dove la natura ha posto il luogo acconcio all'opera della vita?

«Conte, che vi giova affannarvi a conoscere il cuore dell'uomo? Forse i vostri dubbii sono veri, forse anche falsi.—È prudenza questa, logorare la ragione e il tempo in tale arte, della quale il dubbio è il frutto meno amaro? Dio non volle darsi a conoscere agli uomini, e si avvolse col mantello dei cieli profondi. Volete voi penetrare i cieli, e investigare i pensieri di Dio? e, volendolo, lo potrete?¹ La natura non ha voluto che il cuore nostro fosse manifesto, e lo ha avvolto dentro un viluppo di ossa e di carne. Qualunque più temerario pensiero della vostra anima immortale potrà mai, Conte di Caserta, trapassare questo riparo di creta? Contentatevi dunque delle opere, e non vi curate dei sentimenti. Tutto questo discorso io ho voluto tenervi, onde non già abbiate di me migliore opinione, ma perchè voi l'abbiate minore di voi quando saprete che il vostro figliuolo vive.»

¹ Forsitan vestigia Dei comprehendes?…. Excelsior est coelo: et quid facies profundior inferno; et unde agnosces?

Il Conte di Caserta divenne pallido come la morte, vacillò, e stette lungo tempo pensoso; poi si fece a lenti passi verso il Cerra, lo prese pel braccio con la sinistra, e con la destra gli fece tale atto, che la favella, quel nobile attributo che distingue l'uomo da ogni altro animale, sembrò quasi sdegnosa di profferire. Il Conte di Cerra, per quanto visibilmente si sforzasse, non potè di tanto reprimere quel suo riso, che due o tre volte non gl'increspasse la faccia; nondimeno si contenne, e parlò:

«E che, Caserta?—Tremate voi così presto essere ridivenuto padre? Non avete voi detto ch'egli è figlio vostro? Or dite, via, che io l'ho spento nelle viscere materne, e che la ingordigia di acquistare conduce i moti dell'anima mia! Presuntuoso che siete, rinunciate alla conoscenza del cuore umano!»

«Egli vive! Tu lo hai detto…. dunque tu mi hai tradito? Va, Anselmo, va per l'amore di Dio, uccidilo avanti che la notte sparisca…. prevaliti di queste ore di notte che avanzano…. egli…. egli è un monumento di peccato…. egli non è mio figlio…. non è mio figlio…. bisogna che muora.»

«Bisogna che viva, Conte di Caserta.»

«Da quando in qua ricusa Anselmo di fare il sicario? Lo conoscerò, lo ucciderò io stesso in questa medesima notte.»—E così dicendo si precipitava verso la porta: gli si parò davanti il Conte di Cerra, e gli disse ad alta voce: «Importa che voi mi ascoltiate.»

Qui cominciava tra loro un velocissimo conversare in tanto basse parole, che appena gli avrebbono potuti sentire alla distanza di quattro o sei passi; ma frequenti e feroci erano i gesti, terribili i volti, romorosi i giuramenti. Alfine parve tutto convenuto tra loro; allora il Conte di Cerra, giubbilando, con quella sua orribile contorsione di volto, domandò: «Messere, che parvene di questo mio ritrovato?»

«E' parmi cosa» rispose il Caserta «che l'età presenti e le future malediranno,—cosa che il narratore dei casi antichi schiverà riporre nella sua cronaca come troppo favolosa;—cosa in somma che lo stesso Lucifero non avrebbe potuto immaginare maggiore nella sua stessa potenza del male. Il tradimento, e il parricidio, commesso per amore di vendicare il padre, era un pensiero degno di meditarlo il Cerra.»

«E di ascoltarlo il Caserta.»

Dopo queste parole il Conte di Caserta accennò ad Anselmo di andare.

Questi, curvata la persona in atto ossequioso, partiva.

CAPITOLO QUINTO.

INGANNO.

                Ne diè Natura, è vero,
                La lingua perchè serva
                A palesar del cuor gli occulti sensi;
                Ma l'artificio uman così l'adopra,
                Che non gli manifesta, anzi gli asconde;
                E ben io so ch'è folle
                Chi mirar crede entro la voce l'alma.
                            CLEOPATRA, tragedia del Cardinale
                                  Delfino Patriarca d'Aquileia
.

E se la vita fu bene, perchè mai ci vien tolta?—E se la vita fu male, perchè mai n'è stata concessa?—Oh! l'ora della morte travaglia d'ineffabile angoscia. Io, che, per felice disposizione della natura, posso senza dolore e senza gioia guardare la contesa della distruzione e della esistenza, ho considerato l'uomo spento col ferro: egli aveva i capelli ritti…. le pupille terribili…. la bocca in atto di profferire una minaccia…. tutte le membra disposte a disperata difesa. Ho considerato l'uomo spento coll'arme da fuoco: i suoi occhi erano languidi…. il volto abbattuto, come quello dello estenuato da lungo patire. Finalmente ho considerato la forza della malattia mortale sul giovane, e sul provetto: in quello la vita lottò con vigore proporzionato alle sue forze, e gli ultimi suoi istanti furono atrocemente dolorosi; in questo, di cui l'alito avrebbe a mala pena potuto muovere una piuma, e appannare il cristallo accostatogli alla bocca, la morte parve imperversare meno furiosa, anzi calare lieve lieve la mano ghiacciata a stringergli il cuore.—Ma e nello spento per ferro, e nello spento per fuoco, nel giovane, e nel vecchio…. in tutti ho osservato il gravoso affannarsi dell'agonia…. il ravvolgersi degli occhi desiderosi della luce…. il brivido celerissimo a fiore di pelle precursore della cessazione del moto…. la grossa lagrima distillata dal cervello gocciare giù per la pallida guancia…. tutte le membra contrarsi…. raccogliere coll'ultimo anelito in un sul punto la vita, e…. con un sospiro il cuore ha cessato di battere: l'eterna immobilità inceppa le fibre:—l'uomo diventò tutto materia?—Oh! è amaro, è amaro il punto della distruzione della vita.

E pure più amaro parve a Rogiero quello in cui, ascoltando i passi di persona che si dirigeva alla sua volta, e la voce che di mano in mano si approssimava, fu costretto di sciogliersi dalle braccia di colei che tanto aveva amato senza speranza…. Dio eterno! Era la di lei fronte ghiacciata…. le membra irrigidite; nè di per sè stessa poteva reggersi in piedi:—e la bocca? Un alito leggerissimo annunziava la vita.—Le voci e i passi si fanno ad ogni momento più vicini.—L'adagerà Rogiero su l'erba del prato, o la sosterrà sempre stringendosela al seno? Veramente sarebbe la forte prova di amore abbandonarla così fuori di sè a persona sconosciuta! Ma l'averla tra le braccia è misfatto.—Nè la infamia del misfatto, nè il dolore della pena ricuserebbe Rogiero, purchè gli fosse concesso riporla nelle mani delle sue damigelle, o di sua madre.—All'improvviso la sua mente, più che dai molti anni, ammaestrata dalle molte scelleratezze degli uomini, ricorre al pensiero, che invidiato si solleva il bel giglio; vede il rettile schifoso anelante di contaminare quella intemerata candidezza; ode il malignare della razza del fango; un senso generoso lo esalta; vince la presente passione, adagia Yole sul terreno, china verso di lei i suoi sguardi, giunge le mani, si volge al cielo, e fugge senza mandare un sospiro.

Certo, non si vuole dubitare, che in ogni caso quell'addio sarebbe stato muto, perchè la passione loro non era da esprimersi con parole; pure se Yole fosse stata in sè, avrebbe veduto un tale sguardo, che poi invano avrebbe tentato di cancellare dalla memoria; uno sguardo che svelava il desiderio di cose che l'uomo non può conseguire, l'irremovibile giuramento di non declinare per casi o per tempi dalla stabilita proposta, e la coscienza di vivere senza speranza, e senza speranza morire. Fu senza dubbio nasconderle quel guardo profonda pietà: egli avrebbe accelerata la perdita della ragione, alla quale la misera era condannata fino dal suo nascimento.

Intanto Rogiero, ripostosi a guardia sotto la volta, non poteva condurre lo intelletto a meditare sopra i casi avvenuti, però che il cuore avvolgendosi per le memorie di quelli amava commettersi allo impeto delle sensazioni.

In questo modo dimorando, intese il romore di un passo che pareva avvicinarsegli; porse l'orecchio, e allorchè fu tempo domandò ad alta voce: «Chi è che passa?»

«Che San Germano vi aiuti!» rispose un uomo di sembianze piuttosto dure, di aspetto vigoroso, tutto coperto di piastre e maglie di ferro, come usavano portare gli uomini d'arme del Re Manfredi; «buona guardia, Rogiero.»

«Oh! siete voi, Roberto?» disse Rogiero riconoscendo la voce; «qual diavolo vi porta in questi luoghi a questa ora?»

«Voi stesso.»

«Gran mercè alla cortesia vostra, Roberto; un amico qual siete voi giunge opportuno a tutte le ore, specialmente poi a quelle della guardia.»

«Rogiero, io ho le molte cose a dirvi.»

«Ed io, come vedete, luogo e pazienza da ascoltarle; parlate,»—disse Rogiero, facendo aspetto di non volere porgere grande attenzione a quello che stava per dirgli l'uomo di arme, e continuando a passeggiare.

«Giovane!» parlò cupamente Roberto, ponendosi a sedere, «io posso con una sola parola rendervi immobile per più lungo tempo che voi non vorreste: però accostatevi, sedetemi qui a canto, e sopra tutto parliamo basso, che nessuno ci senta.»

Rogiero non sapendo il perchè, senza alcuna cosa rispondere, obbediva; l'uomo di arme continuava così: «Rogiero, avete voi ripensato a quello, che nel mese scorso vi predisse l'astrologo saracino Ben Hussein?»

«Santa Rosalia! Codeste sono vanità; io le ho affatto dimenticate.»

«Se voi le credevate vanità, perchè le avete ascoltate? Voi avete interrogato le stelle, ed esse vi hanno risposto la verità; voi l'avete dimenticata, ma vi è tale che la rammenta per voi.»

«Manco male: parmi che parlasse del Sagittario….»

«Appunto: voi nasceste sotto questa costellazione, e il vostro oroscopo porta, che dovrete travagliarvi in lunghi viaggi. Furono ancora consultate le vostre mani; infatti, che cosa dice il sapiente Re Salomone? la lunghezza della vita è nella sua destra, le ricchezze e la gloria nella sua sinistra.¹ L'arte manifestò la ruga della grandezza vermiglia e profonda; ma la ruga della vita comparve a un tratto interrotta, e fece andar pensoso l'astrologo, che una morte violenta innanzi tempo….»

¹ Longitudo dierum in dextera ejus, et in sinistra ejus divitiæ et gloria.

«Roberto,» disse Rogiero, alzandosi con impazienza, «è egli forse vostro pensiero atterrirmi? Che serve che mi tentiate l'anima? Oggimai dovreste sapere, che il mio volto non impallidisce al pericolo.»

«Giovane! è vero quello che dite, ma voi siete troppo impetuoso; «—rispose Roberto costringendolo a sedersi di nuovo, e quindi riabbassando la voce lo domandò:

«Conoscete voi il padre vostro?»

«Io?—no.»

«Sapete voi chi vi ha salvata la vita?»

«Io ignoro quando mai sia stata in pericolo.»

«Lo fu.»

«E voi lo sapete forse? E perchè non me ne avete fatta parola prima d'ora?»

«Perche la notte viene a cacciare la luce dal firmamento?»

«Voi invece di risposta mi fate nuova domanda, Roberto.»

«Perchè la notte viene a cacciare la luce dal firmamento?»

«Perchè?… Perchè la legge della natura ve la costringe.»

«E me costrinse la forza degli uomini potenti quanto Lucifero.»

«Ma ora, se vi viene concesso, ditemi: qual'è mio padre? che fa? quale il suo stato? Fu per suo volere, o per altrui, che mi lasciò fino a questo momento languire nella oscurità?»—Roberto non rispondeva parola. Allora Rogiero, quasi supplichevole, riprendeva: «Parlate, Roberto, parlate; il vostro silenzio mi lacera il cuore.»

«Voi mi fate tante domande, alle quali risponderò due sole cose. Vostro padre vive, ma sta presso al morire. La vostra condizione vi sarà manifesta in questa notte.»

«Dove? In qual luogo? Ecco, io mi chiamo pronto a seguirvi.»

«Andiamo,» disse Roberto; e Rogiero levandosi moveva già il passo per andare, quando a un tratto ristette, e parlò:

«No…. adesso è impossibile; fermatevi qui, Roberto, finchè la mia guardia sia finita…. poco più manca a finirla,… altrimenti non potrei senza mancare al mio Re, e dare sospetto di tradimento.»

«Sospetto!»—In verità voi dovrete tradirlo: innanzi che passi questa notte, desideroso di vendetta, vi porrete a capo dei traditori di colui che ora custodite dai tradimenti, ed il fine di ogni operazione di vostra vita sarà la morte di Manfredi.»

«Ribaldo! allontanati, o la mia lancia farà conoscenza col tuo sangue: tu vuoi ingannarmi, e tradirmi,—codardo!—Ed io che era già presso a darmi per vinto!… Allontanati.»

«Tradirvi io? ingannarvi io?» senza punto commuoversi soggiunse l'uomo d'arme. «Il bel suggello che siete, per ingannarvi! Giovane, non presumete tanto di voi stesso. L'oscurità, la miseria, il nulla in che giacete, più che l'ingegno vostro vi salvano dall'essere argomento d'inganno. Io ho fornita la mia commissione presso di voi; solo mi piace rammentarvi, che quando si diffida di un uomo, non conviene dirglielo così palese in faccia; poichè i momenti della vita di vostro padre sono numerati…. e in questo punto medesimo è ormai troppo tardi il muoverci.—Buona notte….»

«Fermatevi: in nome del Santo Sepolcro, concedete un momento…. Io non ho da conservare l'onore dei miei maggiori, perchè non appartengo a nessuna famiglia…. non ho che il mio; ma questo mi è caro, come se mi fosse stato trasmesso da Roberto Guiscardo, o da Enrico l'Uccellatore:—ma mio padre muore, dite voi; e se non lo vedo adesso, nol rivedrò mai più, e rimarrò nelle tenebre dentro le quali sono nato…. Ma il mio onore, il mio onore! Roberto, deh! per pietà, non vogliate ingannarmi.»

«Povera anima, sai tu veramente che cosa sia onore, che, cosa infamia?» proruppe Roberto. «Getta uno sguardo su i Baroni della corte di Manfredi; essi sono grandi, perchè i loro padri tradirono Guglielmo il Normanno: i loro figli si manterranno in grandezza nella corte dell'Angioino, perchè tradiranno Manfredi lo Svevo.»

«Ah! questa è dura verità.»

«Ne apprenderete ben altre, Rogiero, nel cammino della vita. Ma or via venite, se volete: affrettandoci, potrete tornare se volete, e, se vi parrà, essere piuttosto schiavo di un tiranno che vendicatore del padre.» E tale dicendo, Roberto camminava.

Rogiero stava tuttavia esitante, ed ora portava i suoi sguardi su l'asta che doveva abbandonare, ora su l'uomo di arme che si allontanava. «E v'è un destino!» finalmente proruppe; «noi tutti governa il destino. Invano ti adopererai tenerti a sinistra, tu ti troverai a destra, se così fu scritto nei cieli; e da che la resistenza non giova, il meglio è lasciarmi ire ciecamente nelle braccia della sorte che governa i miei giorni.» E gittava l'asta, e risoluto come colui ch'era ormai disposto ad affrontare ogni più dura occasione, si pose dietro alla sua scorta, e la raggiunse alla uscita della volta.

«Roberto,» disse Rogiero in andando «avete mai ascoltato la parola di Dio?»

«Certamente.»

«Avete mai pensato al premio di colui che vendè il sangue di
Cristo per pochi agostari?»¹

¹ Moneta d'oro coniata ai tempi di Federigo II: aveva da un lato l'aquila imperiale, dall'altro l'immagine dell'Imperatore: costava circa un zecchino e un quarto.

«Certamente:—il capestro in questa vita, e la eterna dannazione nell'altra…. Ma, se io non m'inganno, voi dubitate della mia fede pur sempre, Rogiero; ed io vi dico, che nessuno scopo mi stringe a far sì che voi mi seguiate; che la mia commissione finisce con l'ambasciata che vi ho riportato; che voi siete signore di rimanervi, perchè non ho, nè voglio impiegare, i mezzi da costringervi.»

«Oh! sì, ponete innanzi alla fantasia accesa un oggetto che valga a concitare potentemente la principale passione dell'anima, e poi dite in noi essere libero arbitrio di non seguitarlo, in noi forza da ributtare ogni lusinga! Questa sentenza parmi uno scherno feroce, che voi facciate alla nostra natura.»

«Dunque abbiatemi maggiore fiducia, scudiero: forse al mondo non v'è più lealtà?»

Mentre così tra loro favellavano, si erano di alcuni passi scostati dalla volta, di sotto alla quale, sul finire delle parole di Roberto, parve uscire, ed uscì certo, una voce che disse: non v'è più lealtà.»

«Croce di Dio!» gridò Roberto indietreggiando per lo spavento, e facendosi il segno della salute; «avete sentito, Rogiero? Queste sono illusioni del demonio; che Santa Rosalia ci aiuti!»—E poi continuava in debole suono: «Mi maraviglio, come cento altre volte, nelle quali a ragione mi sarebbe stata diretta una parola di rimprovero, non abbia sentito mai nulla, ed ora si faccia sentire, ora» e qui alzava la voce «che nessuno può dirmi: sei un traditore.»

E la voce rispondeva: «sei un traditore.»

«Questo è più di quello che io possa sopportare! O uomo, o demonio, tu te ne menti per la gola.»

E la voce: «menti per la gola.»

L'uomo d'arme calò la visiera, trasse la spada, e avvoltosi il mantello intorno al braccio sinistro fece atto di avventarsi sotto la volta. Rogiero, che ragionevolmente non avea per anche deposto ogni dubbio sopra la fede di quell'uomo, stette ad osservarlo con diligenza: vide il subito terrore, figlio della trista coscienza, e vie più sempre esitò; ma quando poi si accôrse che il sentimento dell'onore, vinta la superstiziosa paura, gli poneva in mano la spada, e lo concitava a degna vendetta, deposto ogni altro sospetto, stabilì affidarglisi intero: onde, sapendo per uso da che quella voce derivasse, fattosi incontro a Roberto con viso ridente gli disse:

«Rimanetevi, buona lancia; ogni vostra impresa contro l'ente dal quale uscì quella voce sarebbe affatto impossibile.»

«Questo adesso vedremo,»—rispondeva Roberto, duramente respingendo Rogiero, e sempre in atto di avventarsi.

«Rimanetevi, rimanetevi; non vi siete accorto ch'è l'eco? Non ha egli ripetuto il fine dei vostri discorsi? Con cui vorreste combattere, se la voce è uscita da voi?»

«San Giorgio! Io credo che abbiate ragione, Rogiero,» disse Roberto; e in questa, fatto bocca da ridere, si asciugava la fronte sudante per la paura. «Ma come dice il proverbio? La natura non si vince; cacciala dalla porta, ti tornerà dalla finestra.» Dopo queste parole fatto silenzio, quasi temesse non giungere a tempo, si dette a riacquistare con passi veloci il tempo che aveva consumato in discorsi. Rogiero osservò ch'egli nondimeno curava di prendere la via più remota, piuttosto che la più corta; e sovente, come timoroso di smarrirsi, si soffermava; ed esaminato il luogo faceva un segnale, che, ripetuto subito di distanza in distanza, si propagava fino a tal punto, che l'orecchio a mala pena lo udisse. Così camminarono lungamente, allorchè Roberto soffermatosi si volse a Rogiero, e parlò:

«Scudiero, vi fidate di me?»

«Roberto mio, concedete che ve lo dica col cuore su le labbra; la vostra domanda è fatta in tal tempo e in tal luogo, da dare piuttosto sospetto, che sicurezza. E poi, voi dovreste vedere bene, che qualunque fossero i miei sentimenti, adesso mi conviene dire che mi fido.»

«Credo che voi abbiate ragione.—Se così è, mi permetterete che io vi bendi gli occhi.»

«Fatelo. Io non ho motivo di temere di voi. Non vi ho fatto mai male; e per me, comunque sia grande la scelleraggine umana, non crederò mai che giunga a porre le mani nel sangue innocente.»

«Il vostro cuore vale meglio della vostra lingua. Non siete voi che avete promosso poc'anzi l'esempio di Giuda? Povero giovane!» continuava con voce commossa, «voglia Dio mantenervi in tali sentimenti, come a me perdonare di essere stato una prova in contrario.»—Questa ultima parte del suo discorso fu appena mormorata, e parve come strappata di bocca per quell'arcano potere che ha la buona coscienza su la scellerata. Vero è però che l'opera che adesso l'occupava non pareva di sangue, imperciocchè il suo volto fosse sicuro, la voce ferma, nè le membra gli tremassero, come suole avvenire tra la gente della sua fatta, allorchè si apparecchiano a commettere un delitto.

Intanto Rogiero, bendati gli occhi, pose il suo braccio sotto quello di Roberto, il quale con amorosa diligenza lo condusse per cammino tortuoso e diverso. Percorsi circa cinquecento passi, fu fatto fermare. La guida dette un segno, battendo le mani; allora fu abbassato un ponte, che, per quant'arte avessero adoperata a nasconderne il rumore, Rogiero intese nondimeno calare. La guida lo invitava a proseguire il cammino, ed egli, passando sul ponte, lo sentì lastricato di pietre come la strada che aveva fino a quel punto percorsa, e questo certamente a bella posta, onde la gente bendata che vi passava sopra non se ne accorgesse. Rogiero poi, sia che fosse dalla natura di più squisiti sensi dotato, sia che qualche trascuranza fosse avvenuta nel calarlo, si accôrse benissimo del ponte, ma non ne fece sembianza, e tirò innanzi.

Così dopo ch'egli ebbe con infinite precauzioni trapassato un numero maraviglioso di corridori e di camere, intese una voce diversa da quella del suo conduttore, che in suono assoluto gli disse: «Potete togliervi la benda.»

Obbediva, e lo sguardo tornato al suo ufficio si volse curiosamente d'attorno per conoscere il luogo. Questo però non era singolare in nulla: presentava vastissima stanza fabbricata a volta; in parte illuminata da una lampada, che gettando tutta la luce sopra Rogiero, teneva quasi all'oscuro due uomini sedutisi ad una tavola posta a qualche intervallo da lui. Rogiero guardando se la sua scorta lo avesse abbandonato, si accôrse che su l'entrare di quella stanza se n'era partita. Pose pertanto ogni sua attenzione ai due personaggi rimasti. Le vesti loro apparivano semplicissime; nulla accennava in essi altezza di sangue, ed opulenza di stato; nè altra cosa era osservabile in loro, se non che il volto quasi tutto coperto di un drappo nero.

Quegli, che, per quanto, si poteva conoscere, aveva maggiore autorità, si levò da sedere, e stese la mano verso Rogiero in atto di favellare; ma si adoperò invano a profferire parola, chè un subito tremito gl'invase la persona, e ricadde su la sedia dalla quale si era levato. Allora il secondo, quasi volesse prevalersi del suo turbamento, di subito cominciò:

«Le molte cautele adoperate nella vostra venuta, o Rogiero, devono servire meno a dimostrarvi la nostra diffidanza per voi, che l'altezza del pericolo in cui noi tutti adesso versiamo. Non vi prenda poi nessuna maraviglia di questo mio ragionamento; fra poco vi apparirà chiaro di per sè stesso. Intanto persuadetevi bene di ciò, che dove il fatto, il quale siamo per isvelarvi, fosse manifesto a chi ha il potere della spada, le nostre teste certamente cadrebbero, ma la vostra non andrebbe salva. Nè ciò diciamo per atterrirvi: se voi foste stato capace di passioni codarde, non vi avremmo chiamato a intendere un segreto che nessuno ci costringe a farvi sapere. È lungo tempo che noi vi osserviamo. I misteri più riposti del vostro cuore sono stati da noi conosciuti. Noi sappiamo tutto….. nè alcuna cosa ci occorse di scorgere in voi, che magnanima e generosa non fosse. Vero è però che noi avremmo desiderato tenervi all'oscuro di tutto, finchè, cessato ogni pericolo, aveste potuto raccogliere lietissimo frutto. E questo non già per poca stima, bensì pel grande amore che abbiamo per voi. Ma ora, siccome osserviamo tutto giorno avvenire, la prudenza ordisce e la fortuna tesse, secondo l'antico proverbio: non piacque ai cieli disporre quello che l'uomo aveva proposto. La morte vicina, ed ahimè! troppo certa, di personaggio principalissimo, impegnato in questo negozio, rende vano ogni nostro disegno, e ci costringe a quello che aborrivamo fare.»

«Non sarebbe forse mio padre questo moribondo?» domandò tutto agitato Rogiero.

«Calmatevi….. i vostri casi domandano un cuore che senta, una mano che operi, un volto che dissimuli. Ditemi, conoscete voi le vicende della casa di Svevia?»

«La casa di Svevia! La storia di questa famiglia mi riuscì sempre sopra le altre piacevole e grata; ma quantunque non siasi accumulato sul mio capo un molto avvolgersi di anni, pure non vive casa in Italia di cui non conosca l'origine e la storia…..»

«Voi dunque rammenterete, Rogiero, che numerosi furono un giorno i figli dello imperatore Federigo II, e rammenterete pure suo primogenito essere stato Enrico, eletto Re di Lamagna, vivente il padre, ora volgarmente conosciuto col nome di Enrico lo sciancato, però che la malignità degli uomini non sia soddisfatta della sventura degli oppressi, ma li desideri ancora o ridicoli, o infami. Questo infelice principe, di non troppo fermo volere fornito, e della nostra religione amatore caldissimo, concitato dalle istanze di Gregorio IX, e da quelle dei molti nemici di suo padre, stimò fare cosa grata all'Eterno, sottraendo l'Impero di Lamagna al dominio di un respinto dalla comunione dei fedeli, qual era Federigo II. Ahi! che, guasto da malvagi consigli, non conobbe aborrire Dio le guerre parricide, e la sua maladizione abitare nella casa dell'empio, che osò nella scelleraggine del cuore sollevare la mano contro l'autore dei suoi giorni. Appena conobbe Federigo l'amara novella, abbandonata la Italia, valica celerissimo l'Adriatico e perviene a Vormazia. La gente stava adesso spaventata a vedere chi primo dei due, il padre o il figlio, avrebbe osato trarre la spada. L'eterna pietà non consentiva, che anco questo vituperio si registrasse nella voluminosa storia degli umani misfatti. A Dio non piacque indurare il cuore del figlio:—pallido, sbigottito, meno pauroso della pena che sconfortato dal rimorso, co' piè nudi, la testa rasa, vestito di sacco, col capestro al collo, tenendo nelle mani la croce, venne a Vormazia; traversò, non curante gli scherni, la folla della gente che aveva atterrita con la sua colpa, e disperatamente piangendo si gettò a misericordia ai piedi del suo genitore, e lui scongiurò, non a risparmiargli il castigo, chè troppo sentiva averlo meritato la sua scelleranza, ma sì a volerlo benedire, e avanti la sua morte richiamare col dolce nome di figlio. Invano l'orgoglio offeso procurava sdegnarsi, invano la tradita autorità paterna mantenersi severa; le lagrime sgorgavano dagli occhi di Federigo, ed il suo cuore sentiva tutta la verità di quella sentenza, che la gioia è figlia del dolore. Scendeva dal trono, al collo del figlio le braccia amorosamente gettava, e lui per gli occhi, per la fronte, e su la bocca baciando, col nome di suo figlio diletto a chiamare ritornava. Oh! vera pace sarebbe stata quella; e perdono durevole. Ma tra le bestie feroci, che la natura ha formato, vivono, o Rogiero, e sventuratamente troppi, tali uomini, ai quali l'aspetto del cielo sereno par gemito; che si nudrono di veleno e di fiele, e renunzierebbero volentieri agli agi, alla vita, e a Dio stesso, per deliziarsi nello spettacolo di un uomo che sospira dal profondo della miseria, e sorridere a cotesti singulti: e mentre furono concesse così strette facoltà per giovare più di quella che non si vorrebbe abbiamo potenza per nuocere. Visse, e vive, o Rogiero, quel figlio del peccato, che suscitando ad ogni momento sospetti nel cuore di Federigo, ed ogni più incolpabile azione di Enrico volgendo in delitto, di mille insidie, e d'infiniti delatori circondandolo, ora con la calunnia, ora con la compassione…. Ma che mi trattengo io più a svolgere ad uno ad uno tutti gli accorgimenti della infamia? Essi sono più di quelli che si possono numerare, e che l'onestà può intendere. La sua perfidia fu insomma tanto avventurosa, che Federigo, fieramente infellonito contro il suo sangue, quel male arrivato figliuolo decaduto dal trono di Lamagna chiarisse, e a lui stesso lo consegnasse, onde in qualche carcere della Puglia col pane del dolore e con l'acqua dell'angoscia gli facesse consumare la rimanente sua vita. Nè stette molto che fu annunziata a Federigo la morte di Enrico, il quale riaprendo il cuore alla pietà paterna sentì tanto amaro cordoglio del suo soverchio rigore, che chiusosi in una stanza si dispose a lasciarsi morire di fame; se non che i suoi più fedeli cortigiani a gran pena, favellandogli attraverso la porta, poterono indurlo a por giù quel fiero proposito, e a ristorarsi di cibo. Il rammarico di Federigo non era tale però da rimanersi celato: una epistola imperiale dettata dall'illustre Segretario Piero delle Vigne, e spedita al clero siciliano diceva: Per quanto grande possa essere la colpa dei figli, non diminuisce in nulla l'amarezza che la natura fa sentire ai genitori nel punto della loro morte;¹ e però ordinava, che di magnifiche esequie si onorasse, stimando così compensare con la vanità della pompa un'anima che aveva condannata a inaridirsi nell'onta. Ma Enrico viveva: Federigo e il suo feroce consigliere erano stati delusi…»

¹ Petri de Vineis. Epist. liber 1.

«Viv'egli Enrico lo Sciancato?» gridò Rogiero, che ascoltando attentamente questo racconto non potè reprimere un moto di meraviglia.

«Troppo duro sarebbe, o figliuol mio, lo stato nostro quaggiù, se la pietà profonda che ne regge non ci fosse stata cortese di alcuno di quegli spiriti compassionevoli nati a temprare i misfatti, pei quali di giorno in giorno la nostra stirpe scellerata aumenta il tesoro della vendetta di Dio. Uno di questi bennati pose la Provvidenza a lato del consigliere di Federigo, e volle che in lui ogni sua fede riponesse: a questo furono gli atroci misteri svelati: a questo fu dal consigliere imposto che si trasferisse in Puglia; quivi col laccio, col ferro, o in qualunque altro modo, s'ingegnasse di spegnere Enrico, e poi in tutta fretta ne recasse in corte la nuova. Partiva il messo; con la nuova della morte di Enrico tornava, ma Enrico era stato salvato.»

«Oh! che possa essere io il primo ad annunziarlo a Manfredi; certo grande gioia sarà quella del Re a tanto grata novella!» interruppe Rogiero.

«E il figlio pure dell'infelice Enrico,» continuava senza badargli l'uomo misterioso «da crudele ambizione perseguitato, fu sottratto alla morte, surrogando in sua vece il cadavere di altro fanciullo defunto per naturale malattia.»

«E vive egli?» domandò Rogiero.

«Vive.»

«Perchè dunque non palesarlo a Manfredi?»

«Perchè il tradire la innocenza frutta il disprezzo degli uomini, e l'ira di Dio.»

«Manfredi lo restituirebbe in reale condizione.»

«Manfredi lo ucciderebbe prima che se ne sapesse parola, per risparmiarsi anche la spesa dei funerali.»

«A chiunque voi siate.» rispose con terribil voce Rogiero «che così meno che onesto favellate del mio Re, faccio solenne protesta, che non ne tolgo vendetta in questo luogo perchè non siete vestito di armi convenienti. Nondimeno fino da questo punto dichiaro voi mentitore, e cavaliere sleale, e me pronto a sostenere con lancia, spada, e pugnale, o a piedi o a cavallo, a primo transito, o a tutta oltranza,¹ il Re Manfredi di Svevia, il più virtuoso signore di tutta la Cristianità.»

¹ Modi cavallereschi antichi, equivalenti ai moderni primo sangue, ultimo sangue. Vedi Fausto, del Duello.

«Accetto la sfida, e sostituisco un campione

«Si avanzi il campione,» disse Rogiero, traendo la spada; «chi sarà mai costui?»

«Quantunque in cavalleria non sia lecito domandare il nome del cavaliere, voglio non pertanto soddisfarvi: egli è il figlio di Enrico, il nepote di Manfredi.»

«Dov'è egli?»

«In questa stanza.»

«Io non lo vedo…. Sarebbe forse quel vostro compagno silenzioso, che si vanta figliuolo di Enrico?»

«Non egli nasce da tanto illustre lignaggio.»

«Dunque?» disse Rogiero guardandosi intorno.

«Dunque, siete voi stesso.»

«Io nepote dell'Imperatore Federigo!» gridò tutto stupefatto Rogiero, e la spada gli cadeva dalla mano tremante. «Ma perchè….» dopo riprendeva a fatica quasi anelando «ma perchè non palesarmelo innanzi? Perchè, invece di sospettare tanto vilmente del Re Manfredi, non manifestargli l'esser mio? Il tempo ha forse calmato l'odio, se pure il Re lo ha mai sentito pel suo fratello Enrico, ed egli mi avrebbe accolto con quello amore col quale si accolgono i più cari parenti….»

«Il tempo consuma il cuore che odia, ma l'odio…. oh! l'odio non cessa neppure col palpito del cuore.—Egli scende nei sepolcri, ed agita perfino la polvere dei morti. Egli è la sola passione immortale concessa all'anima costretta dentro spoglie mortali. Ma ora non è proposito di odio; si tratta di cruda, fredda, calcolata ambizione.»

Benchè la mente di Rogiero fosse da gran tempo assuefatta a veementi commozioni, pure non potè di tanto sopportare quelle che referimmo senza che la sua testa si smarrisse. Gli si affacciarono agli occhi globi di luce: gli oggetti circostanti parvero volgerglisi attorno; uno indefinibile spossamento gl'invase la persona, e suo malgrado lo costrinse ad abbandonarsi.

L'uomo che gli aveva fin qui favellato stava immobile a riguardarlo, come se dal suo stato angoscioso ricavasse argomento di piacere; ma quegli che era rimasto taciturno, balzò premuroso dalla sedia, lo sostenne cadente, gli fu cortese di ogni soccorso, e quando lo conobbe tornato in sè con voce soffocata gli domandò: «Vi sentite confortato?»

«Oh! non è nulla,» rispose Rogiero «assolutamente nulla:» ed ostentando sicurezza allontanava le braccia di lui; «un breve disordine qui nella mente…. ma ora è tutto passato.»

«Ei mi rifiuta!» Disse, con suono che più che a voce umana rassomigliava al bramito di una fiera, quel silenzioso, e a passi lenti ritornava al suo luogo.

«Rogiero, nostro pensiero, prima di favellarvi, era condurvi presso vostro padre. Veramente sarebbe compassione celarvelo: egli è miserabile avanzo di tal vita, che l'ira e la follia hanno lacerato a vicenda; e questo avanzo adesso sta nel dominio della morte. Pensate dunque qual fiero spettacolo voi dovrete sostenere.—Lo stato di debolezza in che adesso vi scorgo, mi fa grandemente temere per la prova alla quale siete chiamato.—Se non volete subirla, sta in voi. La vista del padre moribondo è più angosciosa di quello che cuore umano possa soffrire.» Tutto questo discorso fu fatto dal primo favellatore, il quale ad ogni periodo si soffermava, quasi per godere della impressione dolorosa che faceva nell'anima di Rogiero.

«Tacete, uomo spietato,» riprese questi: «se le vostre parole sono profferite da voi per gioire del mio affanno, la vostra perfidia non è cosa mortale; se per consolazione dell'anima afflitta, siete il meno destro confortatore di quanti vissero al mondo. Tacete, ve ne prego. Pur troppo io conosco quanto questa amarezza contristi! Io era nato per amare, e per quanto si fossero moltiplicate al mio sguardo le cose che si amano, esse non avrebbero potuto esaurire giammai quell'immenso affetto che nascendo sortii. E pure io non conobbi padre, nè madre, nè consorte, nè amico, cui indirizzare il desio dell'anima mia. Questo fuoco, non trovando modo a svilupparsi, ha consumato il principio che doveva alimentarlo. Era rimasta una sola scintilla, e questa deve brillare un momento, come la meteora della notte, e morire…. Muora, ma brilli. Sento che in questa notte io devo affatto mutarmi, sento avvicinarsi un tormento inudito finquì; già mi si abbrividiscono le carni, le viscere mi si dirompono, e questi travagli derivano dalla immaginazione soltanto!… Proviamo fin dove l'uomo può patire, e il destino perseguitare: proviamo, che sia la voce di un padre su l'anima del figlio, comunque voce di padre moribondo.»

Agitato da profonda passione, mosse contro cotesti uomini, che gli stavano davanti; e benchè tacesse, parve minacciarli, dove non lo avessero celermente condotto all'oggetto del suo desiderio. Quei due si levarono tosto, ed avendogli fatto cenno di rimanere un poco, s'incamminarono alla estremità della stanza opposta all'uscio pel quale era entrato Rogiero. Per via uno di loro parlava all'orecchio dell'altro: «Io da qui innanzi, Conte di Caserta, amo avere la vostra approvazione. Che parvi dunque del mio operato?»

«Guarda se la misericordia di Dio è grande…. pure tu mi appari più scellerato assai che egli non sia misericordioso.»

«E sì che le mie parole suonarono religione, e virtù.»

«Tanto è vero, che non si dà momento in cui Satana si mostra così terribile, come quello in cui si veste da Santo.»

«Troppa grazia,» rispose sorridendo il Conte della Cerra; e cavata una chiave, schiuse una porticella assicurata da forti sbarre di ferro. Ciò fatto, vi sporse il capo e chiamò: «Gisfredo! Gisfredo!»—Dopo poco tempo comparve una testa, poi le spalle, e il petto di un uomo, come quando ascendiamo una scala. Il Conte della Cerra gli si fece all'orecchio; lo domandò di alcuna cosa, alla quale avendo egli risposto col cenno del capo affermativamente, si volse a Rogiero, e disse: «Potete avanzarvi.»

Accorse Rogiero, e senza esitare si cacciò giù per la scaletta strettissima. I due Conti gli tenevano dietro: Gisfredo lo precedeva facendogli lume con la lanterna che aveva recata. Egli poi, per quanto studio vi ponesse, non potè conoscere nè anche chi fosse questo Gisfredo, perchè il suo volto andava come quello degli altri ricoperto di drappo; ma dall'afferrarlo ch'ei fece alcuna volta all'improvviso, come fingendo di cadere, dal suo volgersi rattissimo e sospettoso, dallo smarrimento delle pupille, ch'egli osservò attraverso i fori del drappo, allorchè gli prese la mano, e quasi per caso gliela pose su la guardia del suo pugnale, si accôrse essere costui un uomo di frode, anzichè di aperta violenza.

CAPITOLO SESTO.

LEGA LOMBARDA.

                …………. Una feroce
                Forza il mondo possiede, e fa nomarsi
                Dritto. La man degli avi insanguinata
                Seminò la ingiustizia: i padri l'hanno
                Coltivata col sangue, e omai la terra
                Altro frutto non dà.
                                     ADELCHI, tragedia.

L'ordine di questa nostra narrazione vuole, che per noi si esponga un prospetto dei casi della famiglia di Svevia, nei secoli decimosecondo e decimoterzo. La nostra mano si accosta tremando a vergare queste carte, imperciocchè i fatti dei feroci che vissero in cotesti tempi infelici appaiano scritti col sangue; nè occorra pagina di storia, che non gridi delitto. Chiunque ricusasse prestare fede a quanto andremo narrando, sappia che non seguirebbe sano consiglio, avendolo noi raccolto da antichi e da moderni Storiografi. Per questo sarà manifesto come l'uomo posto solo dal caso in quel consorzio, ai patti del quale non si trovò presente, nè avrebbe, trovandovisi, consentito giammai, qualora si avvisi scostarsene, rivendicando parte dei diritti pei quali fu conformato, si tiri addosso la guerra di tutti i suoi simili; i quali, non perchè la sua azione sia essenzialmente colpa, ma perchè apporta loro nocumento, lo condannano all'onta e alla morte, a nome di una legge che hanno costituita i più forti soltanto. Al punto stesso vedremo le nazioni di proporzionata forza, tra loro da nessuna altra legge costrette, tranne la giustizia di Dio, la quale o non temono, o irridono, muoversi intere l'una alla rovina dell'altra; la debole innocente additarsi ai posteri con nomi di scherno, le virtù sue convertirsi in argomento di vituperio, che la calunnia, compiacendo all'oro dei potenti, o per naturale propensione al male, vomiterà dalle sue mille bocche di rettile; l'avventurosa colpevole strascinare il mondo a fare omaggio al suo splendido delitto, e l'uomo, o nato o piuttosto educato per essere iniquo o stolto, nulla curando il sangue fraterno che gli bagna le piante, nulla le ossa insepolte, nulla il grido delle vittime che prorompe dai sepolcri invendicati, applaudirla nella ebbrezza del cuore con le stesse voci che innalza alla Divinità; onde la mente del lettore sarà percossa da quella sentenza, che sembra assurda, e suona pur troppo orribilmente vera: lo stesso delitto che manda l'uomo al patibolo, rendere illustri le nazioni nella memoria dei posteri. Vedremo nel girare dei tempi quanto si prolunghi perenne la sventura tra noi, e la gioia fugga veloce, e quindi ricaveremo un'altra dura sentenza: essere il male nostro proprio retaggio, e stoltamente affidarsi colui, che ogni speranza di contento ripone in altro luogo che in cielo. Si vedrà dal seno della tirannide nascere la licenza, e dal seno della licenza nascere la tirannide; e i popoli del continuo travagliarsi in traccia di una libertà, che conseguita non hanno saputo poi mantenere, come quella che richiede l'esercizio di tali virtù che essi non conobbero mai, o se pure praticarono una volta, sì il fecero non già per libera elezione, ma per paura d'imminente pericolo; onde trarremo motivo di tenere per vero il detto di quel filosofo: nessuno ente vivere al mondo più codardo di lui, che opera il bene per la sola paura del male. Finalmente vedremo lo schifoso spettacolo di una Nazione vinta, e pasciuta di obbrobrio, che solo si dimostra viva per le vili querele contro i suoi oppressori, e per le più vili invidie contro chiunque tra lei tenta con opera di mano, o di consiglio, sorgere dalla melma dell'anima sua; nazione nuda di virtù proprie, e di altrui, doviziosa dei vizii di tutta la terra; gonfia di orgoglio per una gloria antica che forma la satira più sanguinosa del vituperio moderno; superba di tali geste, che chi le imprese avrebbe voluto non farle, qualora avesse saputo che dovevano essere argomento di petulanza, anzichè di rampogna, a tanti miserabili, ridicoli, e scellerati nepoti: Popolo insomma già signore,—oggi locandiere di tutte le nazioni del mondo.—Oh! dall'alto delle rupi, inutile schermo ai fiacchi che non sanno contendere co' petti, dal profondo dei mari che ti circondano, dalle foreste, dai campi… da tutto il creato, maladizione e sventura su te, vilissima schiatta, che non sai vivere nè ardisci morire! Possa consumarti il fuoco del cielo, e teco i padri, i figli, e i figli dei figli, poichè la goccia nera del cuore¹ distilla di generazione in generazione, nè si diminuisce per tempo. La pianta della infamia si abbarbicò intorno l'albero della vita, e ne ha guaste le più profonde radici. Gli anni si portano la vita, che è il sepolcro dell'anima, e allora rimane dei trapassati la fama;—qual fama! Chi più vive è più scellerato o più vile, e le colpe che si portano alla fossa sono in proporzione degli anni che abbiamo vissuto. E Dio volesse, che per molti ogni anno della loro vita potesse essere contato da una bassezza soltanto!

¹ «Era la notte, ed io giaceva a cielo scoperto tra due colline, allorchè vidi venirmi innanzi Gabriele in compagnia di un altro spirito celeste. I due immortali si curvarono sopra di me; l'uno mi aprì il petto, l'altro mi svelse il cuore, lo premè tra le mani, e fece uscire la GOCCIA NERA, ossia il peccato originale, e lo ripose al suo luogo. Questa operazione non mi dette dolore.» Così Maometto.

Di qua dal Reno, tra la Franconia, la Baviera, e la valle dell'Eno giace un paese nominato Svevia. Corre fama che negli antichi tempi fosse Regno, nei successivi fu Ducato; finalmente nel secolo scorso perde anche questa prerogativa. La casa di Austria, e di Vittemberga, se ne divisero il suolo; nè ora incontriamo più principe in Germania che assuma il titolo di Duca di Svevia.

Nei secoli di cui abbiamo impreso a trattare durava una feroce guerra civile, cagionata dalle fazioni guelfa e ghibellina. Si riunivano i Guelfi sotto le bandiere dei Duchi di Baviera, stipite delle case di Hannover, di Brunswich, e di Modena: i Ghibellini si erano posti a capo i Duchi di Svevia, e così si chiamavano dal castello di Gibeling, che questi Duchi possedevano nella diocesi di Augusburgo.

Corrado III di Hohenstauffen, succeduto a Lotario III dopo gloriosissimo regno di quattordici anni, sentendosi nel 1152 sopraggiunto dal male di morte a Bamberga, chiamati a sè i principali Baroni dell'Impero, consigliava, lui morto, eleggessero Re il suo nepote Federigo; e diceva loro:—l'amore della patria doversi ad ogni affetto privato anteporre, principalmente da coloro che la Provvidenza chiama al reggimento dei popoli, e però egli, sebbene fornito di figli, amare meglio, che fossero con la pace dei fedeli Tedeschi privati baroni, che con la guerra regnanti: il suo nepote Federigo, come quello, che, pel matrimonio di Federigo il Guercio di Svevia con Giuditta figlia di Enrico di Baviera, riuniva il sangue delle due famiglie inimiche, affidargli di pace, non meno che di vigoroso governo, perocch'egli guerreggiando in Palestina¹ lo aveva sempre veduto al suo fianco fare prove di prode e valente cavaliere.—Questa orazione di Corrado troviamo presso molti Storici celebrata come uno dei pochi fatti che onorano la nostra specie. Guardimi Dio da calunniare la memoria di tanto Imperatore; ma potè ben anche essere previdenza di uomo accorto, che volle fare sembiante di donare quello che non istava in sua potestà impedire: imperciocchè lo Impero fosse elettivo, nè il suo figliuolo presentasse quei vantaggi che sembravano derivare dalla elezione di Federigo.

¹ Corrado combattè in Palestina ad istigazione di San Bernardo con Luigi VII di Francia.

Gli elettori dell'Impero convenuti a Francforte in generale assemblea, trovando i voti del defunto Corrado conformi ai desiderii loro, elessero Re dei Romani Federigo, dal bel colore d'oro dei suoi capelli denominato Barbarossa.

Quanto poi s'ingannassero intorno alla indole mite di Federigo, lo videro nel giorno della sua incoronazione a Ratisbona, dove supplicato a graziare certo Barone, superbamente rispose: «per rendere severa giustizia secondo le leggi, non già per perdonare i colpevoli, sono stato eletto sovrano.» Al punto stesso per non isfiduciare gli elettori, che tanta speranza di pace in lui avevano riposta, dichiarava volersi rimettere alla decisione della Dieta di Gostanza intorno la lite del Ducato di Baviera, attualmente pendente tra lui ed Enrico il Lione, Duca di Sassonia. La Dieta gli rese sentenza contraria, ed egli parve acquietarsi, finchè nei successivi tempi capitatogli il destro spogliò Enrico di ogni suo possesso, e dichiaratolo traditore, lo pose al bando dello Impero.

Nessuno Imperatore fu più vaso di guerra, più cupido, o più presuntuoso di lui. Egli voleva l'impero Romano qual era sotto Augusto restituire; egli l'Armenia, la Siria, l'Etiopia, l'Egitto, non che Italia, Francia, e Inghilterra sottomettere. Vero è però che tanto grandiosi concetti finirono in una lunga guerra, all'ultimo per lui sventurata, in Italia; ed in alcune scorrerie piuttosto da ladrone, che da Imperatore, in Armenia.

Mentre che Federigo dimorava a Gostanza, Albernardo Alamano, e maestro Omobuono, cittadini lodigiani, trovandosi colà, a caso od a consiglio, tolte in mano due croci, siccome correva costume dei supplicanti, si fecero a visitare Federigo, e pietosamente gli esposero i danni della patria loro, cagionati dalla orgogliosa Milano, la quale, per le concessioni degli Imperatori Ottoni reggendosi fino dal 960 a libero reggimento, era salita in tanta grandezza, che di ogni costituzione imperiale non curante o sprezzante, a null'altro intendeva che ad ingrandirsi, sottomettendo le prossimane città.

Queste cose, sebbene per nulla contribuissero sopra le determinazioni di Federigo, ormai disposto a calare in Italia dal punto del suo incoronamento, valsero nondimeno a sempre più concitarlo, vedendo di poter trarre profitto dalla divisione delle città italiche. Quindi è che, quasi per tentare gli animi, mandò Sicherio suo Segretario a Milano per intimare che i Lodigiani negli antichi diritti si ristorassero, e per raccogliere il Fodero, il Mansionatico, e la Parata, contribuzioni usuali pel passo degl'Imperatori: consistenti, la prima nelle derrate necessarie al suo mantenimento, e a quello del suo seguito: la seconda nella provvisione degli alberghi; nel riattamento di ponti e strade la terza.

Sicherio presentatosi al Consiglio di Milano espose la sua commissione, e mostrò le lettere. I Milanesi in risposta gliele strapparono di mano, e in sua presenza ingiuriosamente le calpestarono. Sicherio, fuggendo a precipizio, scampava mala pena la vita. I Lodigiani adesso, considerando lo aiuto lontano, e i Milanesi vicini, spedirono una chiave d'oro a Federigo, perchè si affrettasse. I Milanesi, parimente, conoscendo avere mal fatto, mandarono all'Imperatore una coppa d'oro piena di danaro, la quale non fu accettata.

Volgeva l'ottobre del 1154, allorchè Federigo con numeroso séguito di Baroni, tra i quali era notabile il suo stesso emulo Enrico il Lione, tutti vestiti di bellissime armature, e di magnifiche stoffe, mosse per la valle di Trento in Italia. Questa compagnia, poichè ebbe fatta alcuna dimora su le rive del lago di Garda, si condusse direttamente nei prati di Roncaglia, dove per antica consuetudine si tenevano le Diete nazionali. Qui Federigo ascoltava con piacere infinito le scambievoli accuse delle città italiche, in ispecie quelle contro Milano; imperciocchè partendosi di Germania non avesse ben risoluto se Milano, o Pavia, avrebbe distrutto: e solo in Roncaglia si decideva contro Milano, come quella che sembrava dovergli più lungamente resistere. Poneva fine al congresso, e comandava ai Consoli milanesi Oberto dell'Orto, e Gerardo Nigro, che lui e il suo esercito guidassero a Novara. I Consoli, da buoni cittadini, tenevano questi insolenti più che potevano lontani dalla patria loro, e per sentieri piuttosto malagevoli li conducevano, reputando nonostante questo accorgimento potere in ispazio convenevole di tempo il cammino per a Novara fornire. Attraversava la fortuna i generosi disegni: le piogge dirotte guastarono tanto le strade, che la vettovaglia cominciò a mancare. Federigo, che aveva dato quella incombenza ai Milanesi, onde far nascere un appicco per romperla, non è da dirsi se si mostrasse crucciato per questo accidente. Cacciava dal suo campo i Milanesi, le Campagne loro mandava a sacco, i ponti sul Ticino ardeva, Rosate, Trecate, Galliate, e Mummia, nobilissimi castelli, sovvertiva. Tentarono i Milanesi placarlo con preghiere, e con doni, ma furono sempre rigidamente ributtati; dalle quali cose inaspriti, attribuendo a colpa dei Consoli quello che si dipartiva da mal talento di Federigo, insorsero pieni d'ira contro di loro, e ad Oberto dell'Orto fino dalle fondamenta rovinarono la casa. La qual cosa dimostra come fare del bene ai tuoi simili, specialmente poi alle turbe mutabili e matte, il più delle volte venga considerato delitto, il quale non può andare immune di pene condegne.

Federigo, per adempire i desiderii di Guglielmo Marchese di Monferrato, muove contro Asti e Chieri. Trovatele vuote di abitatori, la prima abbatte, la seconda incendia; poi contro Tortona. Pretesto della guerra erano le ingiurie commesse dai Tortonesi a danno di Pavia; cagione vera l'essere collegati a Milano. Troppo lunga sarebbe la narrazione, quantunque piena di lagrime, della guerra di esterminio da loro preposta al mancare di fede verso Milano. Da levante, ponente, e tramontana, duramente assediati si difesero; alla vista dei proprii concittadini prigionieri, dal barbaro nemico impiccati, non piegarono; per sessantadue giorni dalle mura i nemici respinsero; le mine fatte alla Rôcca Rubea, per via di contrammine resero vane: finalmente consumati i cibi,—le acque, che andavano ad attingere fuori della città, con pece, zolfo, ed altre immondezze dall'assediatore guastate, si arresero. Prometteva Federigo lasciare la città intatta; avutala, comandava ai Pavesi la distruggessero. I cittadini sotto rigido cielo, in rigida stagione, andavano pietosamente tapinando. Il loro venerabile Abate di Bagnolo, mediatore del trattato, afflitto per tanto tradimento, si lasciava morire di affanno.

Federigo, ricevuta la corona reale a Pavia, s'indirizza a Roma. Adriano IV, in quel tempo surrogato ad Anastasio IV, cominciava il suo Pontificato con atto di rigore: trovando apertamente contraria ad ogni suo comando o consiglio la città di Roma per le prediche di Arnaldo da Brescia, la scomunicava. I Romani, per liberarsi dallo interdetto, pregarono Arnaldo volesse in qualche parte allontanarsi. Questi, cedendo ai tempi, si riparava in Otricoli, castello dei Conti di Campania. Adriano lo voleva morto, e di vero egli non era uomo da lasciarsi vivo: di anima ardente, di maschia eloquenza; nel sembiante, e più nei costumi, severo; innamorato dell'antica libertà, che i suoi contemporanei non sapevano nè volevano conoscere; dopo avere ascoltato a Parigi le lezioni del famoso Pietro Abelardo, si dette prima in Brescia, poi in Roma, a declamare contro i costumi dei chierici, in quei tempi infelici pur troppo, e con gemito degli stessi romani Pontefici, tralignati: predicava gli ecclesiastici non dovessero possedere beni terreni, non temporale dominio; non averlo ritenuto San Piero, e San Lino, anzi proibito espressamente Gesù Cristo; le citazioni di Tito Livio mesceva con quelle dell'Evangelo; Camillo e Scipione con San Pietro e San Paolo; sacro e profano, ogni cosa a rifascio. Di questo, poco, o nulla, si curavano i popoli; ma quando, rapito alla considerazione delle cose future, profetava Arnaldo risorgerebbe dalle rovine il Campidoglio; risorgerebbero il senno e il valore romano l'augusto Senato, terrore o riverenza delle nazioni, risorgerebbe.—si sollevavano a maraviglioso concitamento e già sembrava loro vedere innalzarsi pel cielo l'aquila temuta al vittorioso suo volo: di Papa, di Cardinali, di Chiesa, non si teneva più conto; Consoli, Tribuni, e Senato, occupavano le menti di tutti. A queste cose, di per sè sole sufficienti a condannare Arnaldo, si aggiunsero alcune massime, meno che rette, sul mistero della Trinità, forse attinte dal suo maestro Abelardo, che fu nel 1110 condannato nel Concilio di Soissons ad abbruciare di propria mano il libro da lui composto intorno questa divina materia. Il Concilio lateranense secondo, tenuto sotto Innocenzio II, lo dichiarava eretico, e come scomunicato lo condannava. Arnaldo ripara a Gostanza; perseguitato da San Bernardo fugge a Zurigo, dov'ebbe per alcun tempo stanza e vita sicure.—Ma per lo esilio di Arnaldo non cessavano le turbolenze romane. Innocenzio II, dopo essersi invano adoperato a quietarle, ne moriva di affanno. Lucio II, vestito degli abiti pontificali, mentre vuole salire al Campidoglio, côlto alla tempia da un sasso cade miseramente ammazzato. Eugenio III è costretto a fuggire, e lascia alla Provvidenza prendersi cura della Chiesa, poichè vede tornare invano ogni mezzo terreno. Nel Pontificato di Eugenio fu richiamato Arnaldo a Roma, dove stette fino al 1133 sempre vegliando alla grandezza di un popolo, che parve destinato dai cieli a non essere più grande. Adriano adesso lo chiedeva a Federigo: questi, che desiderava essere coronato dal Papa, arresta il Barone presso cui riparava Arnaldo, e lo costringe a consegnargli quel male arrivato. Cinto da numerosa milizia s'incamminava Arnaldo a Roma per ricevere, come malfattore, la pena sul luogo del delitto. S'innalza il rogo, si sottopone la fiamma…. cresce…. gli avvampa le vesti…. gli abbrucia le piante…. E dove è il popolo, che Arnaldo voleva far grande?—Il fuoco gli consuma il corpo: i suoi occhi, disperati di umano soccorso, si affissano ai firmamento: il firmamento non si muove: egli è fatto cadavere…. polvere…. E dove è il popolo, che Arnaldo voleva far grande?—Si raguna la cenere; si disperde al vento: il popolo accorre, urla, schiamazza, e vuole salvarlo.—Oh! come burlevole saresti, umana razza, se tu non facessi così sovente piangere!

Federigo, andando a Viterbo, incontra il Pontefice Adriano nei campi di Sutri. Era costume che i Regnanti Incontrando il Pontefice gli si prostrassero, gli baciassero il piede, gli tenessero la staffa, e la Ghinea per lo spazio di nove passi romani gli conducessero. Lo Svevo, sdegnando coteste cerimonie, si fa arditamente incontro ad Adriano, che lo respinge, e gli nega il bacio della pace. I Cardinali spaventati fuggono a Civita-Castellana: una aperta rottura sembrava imminente, allorchè Federigo, mosso dall'esempio di Lotario II, si dispone fare a Nepi quello che aveva ricusato a Sutri, e così pacificato col Papa s'incamminano insieme alla volta di Roma. È fama, che Federigo, nello eseguire queste cerimonie, sbagliasse staffa; la qual cosa essendogli fatta osservare da certo famigliare del Papa, rispondesse: ch'egli non aveva mai fatto lo staffiere, volendo con questo mordere la bassa nascita di Papa Adriano; come se non fosse maggior gloria di piccolo farsi potente; che nato grande mantenersi in grandezza.

Mentre così si avvicinavano a Roma, ecco occorrere a Federigo una magnifica ambasciata del Senato e del popolo romano, che ammessa alla sua presenza così cominciava: «Gran Re, noi, di straniero che eravate, vi abbiamo sollevato all'onore di essere cittadino, e Principe nostro;» e così continuavano, fino ad esporre per patti della sua incoronazione il pagamento di cinquemila libbre di oro, e la concessione al Senato di reggersi come meglio gli piacesse. Federigo, a mala pena contenendosi, tutto infiammato nel volto rispondeva: «Roma o omai gran tempo che è convertita in nudo nome; voi mentite, se osate affermare me essere vostro Principe per elezione della vostra volontà: Carlomagno e Ottone vi hanno vinto con le armi, ed io sono vostro Sovrano per legittima possessione…. partite.»

Giunto innanzi Roma si attendò fuori delle mura: dipoi, per consiglio del Pontefice, mandati innanzi mille cavalieri ad occupare la città leonina, e il ponte sotto il castello di Sant'Angiolo, andò a San Pietro, dove dalle mani del Papa ricevè scettro, spada, e corona, applaudente lo esercito. Compiuta la cerimonia, tornava al campo. I Romani ragunatisi al Campidoglio risolvono non soffrire tanto manifesto disprezzo; assaltano la città leonina, e quanti Tedeschi vi trovano uccidono. S'ingaggia una molto terribile battaglia davanti Sant'Angiolo. I Romani combattono francamente fino a notte; allora con la perdita di mille duecento uomini sono respinti. I Tedeschi però, non estimandosi sicuri, si ritirano a Tivoli, dove Alessandro assolve i soldati, dichiarando: non essere delitto versare il sangue dei popoli per mantenere i Principi, ma vendetta dei diritti dell'Impero. E sempre così! Federigo lascia il Pontefice a Tivoli, e volte le armi contro Spoleti, divenutagli nemica per la prigionia di Guido Guerra, e pel rifiuto di certo Fodero, la vince, la saccheggia, e la incendia. Ormai in questa impresa le cose gli andavano a seconda, e di certo gli sarebbe venuto fatto di conquistare il Regno di Napoli, dove i suoi Baroni, obbligati a seguitarlo per due soli anni, volendo tornarsene a casa, non lo avessero costretto a congedarli in Ancona. Egli poi traversata Romagna con modesta compagnia, alquanto tempo dopo teneva lor dietro. Giunto a Verona, poichè questa città godeva il privilegio di non dare il passo alle milizie imperiali, gli apprestavano un ponte su l'Adige. Il ponte fu dai Veronesi costruito con questo intendimento, che quando gli Imperiali fossero in parte passati, col gettare zattere cariche di terra nella corrente superiore del fiume, si rompesse, e così divisi, potessero agevolmente trucidarli. Ma l'inganno tornò in capo agli ingannatori; perchè i Tedeschi, duramente incalzati dalla gente del contado, passando a precipizio scamparono; gl'inseguenti rimasero rotti, ed una parte di questi, senza poterli soccorrere. stette sopra una riva, dolente spettatrice dello scempio che si faceva su l'altra dei suoi infelici compagni.

Questa è la prima spedizione di Federigo in Italia, narrata diligentemente da Ottone Frisingen, figlio di Leopoldo di Austria. Ben altre sei, sebbene con maggiore brevità, ne verremo esponendo, tutte piene di casi scellerati. Ora l'ordine della narrazione ci porta a contare le vicende del Reame di Napoli.

I Normanni,¹ divenuti cristiani, dopo il conquisto della Neustria grandemente si dilettarono di sante pellegrinazioni; e visitata da prima Gerusalemme, passavano in Puglia, dove adorati i santuarii del monte Gargano e del monte Cassino, se ne tornavano in patria. Nel 1016 cento di questi Normanni trapassando per Salerno, allora governato dal Duca Guaimaro III, videro con maraviglia una masnada di Saracini sbarcare di nave, mettere a contribuzione la città, e aspettando il tributo darsi a banchettare trascuratamente sul lido: molto e più stupirono poi, allorchè i Salernitani, invece di apparecchiarsi a combattere, prepararono le cose richieste: onde sentendosi punti di vergogna per loro, sortirono dalla città, si gittarono addosso ai Saracini, e, molti uccidendone, costrinsero i rimanenti alla fuga. Pensisi quali accoglienze facesse loro Guaimaro. Voleva ad ogni costo ritenerli, ma rifiutarono; promettevano che gli avrebbero mandato alcuni compagni, e riccamente regalati si congedavano. Giunti in patria, la bellezza di questo nostro suolo esaltando, gli ori e le sete ricevute in dono mostrando, e sopra ogni altra cosa facendo gustare le frutta, che seco avevano recato, invogliarono gran parte² dei concittadini loro a passare in Puglia. Di qui la conquista normanna del Regno di Napoli: vennevi primo Drengotto con poca fortuna: vennevi con migliore nel 1035 Tancredi di Altavilla coi suoi dodici figliuoli. Ponendosi ora sotto il comando di un Duca, ora sotto quello di un altro, vendendo il proprio braccio, per lo indebolimento di tutti giunsero a tale grado di potenza, che Papa Lione IX, timoroso pei suoi Stati Romani, predicò la Crociata contro di loro. Il Pontefice, quantunque sovvenuto da Tedeschi, Greci, Campani e Pugliesi, disfatto alla battaglia di Civitella, combattuta il 18 giugno 1053, cadde nelle mani di Unfrido braccio di ferro, Conte di Puglia, primogenito di Tancredi di Altavilla. Le molte cortesie adoperate dal Conte Unfrido al Pontefice, di nemico ch'egli era, glielo resero tanto benevolo e amico, che potè indurlo a investirlo, a nome di San Pietro, delle presenti e delle future conquiste, promettendogli in cambio un censo annuale di ottomila once d'oro. Morto Unfrido, succedeva Roberto il Guiscardo. Le conquiste di questo eroe furono tante, e tanto maravigliose, che gli antichi cronisti vollero, piuttosto che al suo valore, attribuirle a miracolo.³ La morte lo colse a Cefalonia nel luglio del 1085, allorchè si apprestava ad occupare la Grecia. Lasciò due figli, Rogiero Gran Conte di Puglia, o Boemondo: questi contesero del Principato, finchè la guerra delle Crociate aprendo vastissimo campo all'ambizione di Boemondo, passò in Soria, dove sottomise e tenne Antiochia. Rogiero, rimasto tranquillo possessore del retaggio paterno, muore a Melito nel luglio del 1101: gli succede Guglielmo, che, defunto anch'egli a Salerno nel 1127 senza prole, lascia tutti i suoi Stati a Rogiero II, suo cugino, figlio di Rogiero I, il quale, vivendo il Guiscardo, aveva conquistato Sicilia. Questo Rogiero II fu di mano, e più di consiglio, valoroso; per concessione dell'antipapa Anacleto II assunse corona reale; perdè, e ricuperò il Regno di qua dal Faro sotto Lotario II; fece prigioniero Papa Innocenzio II, e lo costrinse a confermargli la investitura del Regno di Sicilia; finalmente, dopo lunga e gloriosa vita, morì a Palermo nel febbraio del 1153. lasciando Guglielmo I detto il Malvagio regnante ai tempi del Barbarossa.

¹ North-men, uomini settentrionali, o scandinavi.

² I settentrionali sono avidissimi dei frutti del mezzogiorno. Si narra, che traessero dal fondo della Scandinavia i Varageni a Costantinopoli, vantando loro il sapore dei fichi: e nella lingua islandese si dice tuttavia fagiakasta (desiderare fichi) per agognare ardentemente una cosa.

³ Dicono che Cristo se gli presentasse dentro una foresta sotto le forme di un povero lebbroso; ed essendo stato caritatevolmente raccolto da quel Principe, gli desse per ricompensa la grazia di essere felice in ogni sua impresa.

Fu il Regno di Guglielmo, non tanto per le forze degli esterni nemici, quanto por le interne rivoluzioni, tutto sconvolto. Maione, uomo oscuro di Bari, salì a tanta altezza di potere su l'animo del Re, che nessuna cosa, per quanto grande ella fosse, da altri fuorchè da lui si amministrava. La petulanza di questo Ministro si manifesta dalla domanda ch'ei fece ai Frati di Monte Cassino, affinchè registrassero sopra il loro libro dei Defunti (dove solamente si segnavano Papi, Imperatori, Re ec.) la morte dei suoi genitori: e i Monaci, però che l'adulazione sia stato male di tutti i tempi e di tutti, scrivevano sul libro:—Curazza mater Madii Magni Admirati Admiratorum obiit VII. K. Augus. Et Leo pater Admirati Admiratorum obiit VI. I. Sept.—Ora non rimanendogli più nulla da desiderare, come Ministro, e Grande Ammiraglio degli Ammiragli, sollevò la mente a più alti disegni. Tentò e vinse l'onestà della Regina. I primi gradi della milizia al suo fratello, e al suo figlio, concesse. Simone suo nepote creò Gran Siniscalco; mediante il matrimonio di sua figlia sperò farsi partigiano Mario Bonello cavaliere di moltissimo seguito nel Regno. Istruì eziandio pratiche con Alessandro, perchè ad esempio di Papa Zaccheria, che rimosse Childerico dal trono di Francia, deponesse Guglielmo, e lui in sua vece costituisse. Alessandro, conoscendo la malvagità di Maione, ributtò il trattato. Non per questo si rimase l'Ammiraglio, che anzi, considerando come fossero di grave impedimento ai suoi disegni Roberto Conte di Loritello, Simone Conte di Policastro, e Roberto Principe di Capua, signori riputatissimi, e parenti del Re, si accostò ad Ugone Arcivescovo di Palermo, uomo anche egli avido di dominio, e abbindolatolo con infinite promesse, gli scoperse i suoi segreti pensieri, e lo indusse a giurare, che in ogni fortuna, per quanto fosse stato in lui, lo avrebbe sostenuto. Intanto il Re Guglielmo stavasi chiuso nel suo palazzo di Palermo, sospettoso della lega che correva voce avessero stretto a suo danno gl'Imperatori Federigo Barbarossa, ed Emanuelle Comneno: dubitava della fede dei suoi Baroni; dubitava dei parenti, di sè medesimo dubitava. Maione conobbe essere giunto il tempo di rovinare gli odiati nemici, che con altrettanto odio lo ricambiavano. Cominciò da Roberto di Capila, che in quel torno dimorava a Sorrento; da prima lo mostra quale uomo pericoloso alla pace del Regno; vedendo che le parole trovavano tenero nell'animo di Guglielmo, lo accusa di ambiziose macchinazioni, finalmente di segrete intelligenze col nemico. Si spediscono genti ad arrestarlo. Roberto, avvertito in buon punto, si parte di Puglia, e con molti seguaci ripara negli Abruzzi. Rimanevano i Conti Simone e Roberto. Maione fece insorgere una rissa tra le milizie comandate dal Cancelliere Asclettino, e quelle del Conte Simone; descrisse quel tumulto come gli parve; aggiunse essere il Conte cagione di cotesti disturbi, congiurare insieme col Conte Roberto in pro del Principe di Capua; suppose lettere e messi, per modo che il Re, fatto arrestare Simone, senza pure ascoltarlo, lo condannava a perpetua prigionia.

Gravissima fu la indignazione dei popoli per così grave attentato; oggimai non potendo più sopportare la tirannide di Maione e di Guglielmo, proruppero in manifesta rivolta. Si videro a un punto la Calabria, la Puglia e la Terra di Lavoro, ardere di crudelissima guerra. Il Conte Roberto vinse Taranto; sovvenuto da Emanuele Comneno superò Bari, poi Brindisi;—tutta la Puglia sossopra. Nè meglio andavano le cose in Terra di Lavoro, chè quivi infuriava il Principe di Capua. Nel Picentino, meno Amalfi, Napoli e Palermo, ogni altra città venuta in mano di Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi. Il Conte di Rupe Canina aveva sottomesso tutto il contado di Alife.

Guglielmo, logorando neghittosamente la vita nel suo palazzo, tutte queste cose ignorava, chè con molta avvedutezza gliele nascondeva Maione. Si manifesta finalmente la rivolta in Palermo: allora Guglielmo, conosciuto il pericolo, si mostrò al popolo, ed acquietò il tumulto: Butera occupata dai ribelli ricupera, Simone sprigiona, appresta milizie, e valica il Faro. Maione fu ad un punto maravigliato e atterrito da così repentino mutamento; e da che non gli fu possibile sopire quel subito ardore, stimò meglio seguirlo. Guglielmo continuando il suo cammino campeggia, ed espugna Brindisi, fuga il Principe di Capua, distrugge Bari, prende Taranto, e duramente assediando Benevento, costringe Papa Adriano IV, principale fautore di quelle sommosse, a concedere vantaggiosissime condizioni di pace. I Baroni ribelli, disperati di potere resistere, cercano salute. I Conti Roberto, di Rupe Canina, ed altri, riparano in Lombardia. Roberto Principe di Capua, mentre vuol passare il Garigliano, tradito dal Conte Riccardo dell'Aquila, che col secondo tradimento fugge la pena del primo, e consegue la infamia di ambedue, è condotto a Palermo, dove crudelmente abbacinato perde la vita.

Ma il terrore, dove non sia da milizie permanenti conservato, non vale nè anche per poco a frenare i popoli ribellanti. Tornato appena Guglielmo agli ozii del suo castello di Palermo, la Puglia imprende a tumultuare di nuovo. Maione stimò bene spedire Mario Bonello a comporre que' moti. Questi, parte per l'odio segreto che portava all'Ammiraglio, il quale, volendolo ad ogni costo per genero, gli attraversava le nozze con Clemenza Contessa di Catanzaro, da lui ardentemente amata; parte pei discorsi di Rogiero da Martorano cavaliere di molta reputazione, congiurò co' suoi nemici, ed anzi promise loro di ucciderlo. Intanto Maione, stimando giunto il tempo di mandare ad esecuzione le cose concepite, si consigliava con l'Arcivescovo; si accordarono su la morte del Re, su la tutela dei figli dissentirono. La pretendeva l'Ammiraglio: Ugone, conoscendo la sua perfidia, non voleva concederla: cominciarono scambievolmente a dolersi; poi vennero ad acerbe parole, alla fine partirono nemici. L'Arcivescovo è avvelenato. Tornava il Bonello, e assicurava Maione essere le cose di Puglia affatto quietate: saputa la contesa dell'Arcivescovo con l'Ammiraglio, si fa a trovare l'Arcivescovo giacente in letto, dal quale intesa la trama di Maione, sempre più si conferma nel proponimento di ucciderlo. Ora l'Ammiraglio, vedendo che il tossico amministrato ad Ugone non faceva gran frutto, timoroso dell'esito, presone seco uno più violento, andò con lieta faccia a trovarlo: gli favella dolcemente, protesta volergli ritornare amico, scapitare ambedue in quella contesa; pensasse a sanare; a lui più che ad altri stare a cuore la sua salute; avergli perciò recato un suo medicamento, che per certo lo avrebbe tornato da morte a vita. L'Arcivescovo, conosciuta la perfidia, si scusò con arte, e chiamato il Vescovo di Messina, mandò ad avvisare il Bonello come l'Ammiraglio si trovasse in casa sua. Maione, ricambiate molte parole di amore con Ugone, partiva; la notte era oscura, nè alcuno del séguito dell'Ammiraglio temeva insidie; giunto che fu alla chiesa di Sant'Agata, il Bonello, fattoglisi addosso, gridava: «Sei morto, traditore e adultero del mio Re.» Parava l'assalito il primo colpo; ma dal secondo mortalmente trafitto cadeva. Mentre però l'Ammiraglio di morte sanguinosa sopra la pubblica strada finiva la vita, quasi fosse consiglio della Provvidenza, l'Arcivescovo, da fiere convulsioni travagliato, in mezzo ad atroci dolori di viscere spirava l'anima.

Il Bonello fugge da Palermo. Il Re, udito il caso, sentì gravissimo sdegno per la morte del suo favorito; molto maggiore la Regina. Alla fine Guglielmo, conosciuta la perfidia di Maione, tra i tesori del quale fu trovata una corona reale, chiama in Corte il Bonello, e lo ritorna in grazia. Ma l'odio della Regina vegliava contro di lui, e ad un Re sospettoso riesce facile cosa persuadere ch'è traditore un potente ed ardito Cortigiano. Il Bonello, accortosi del temporale, macchina nuova congiura, e vi trae il Conte Simone, e Tancredi di Lecce, parenti del Re, tenuti per suo comando a guisa di prigionieri con molti altri principali Baroni dell'Isola. Ciò fatto, accorre a Mistretto suo castello, per provvederlo di arme e di vittovaglie, onde in caso di fortuna contraria gli fosse aperta una via di salute. Mentre che qui dimorava, un discorso imprudente, da certo soldato, partecipe del negozio, tenuto al suo compagno, costrinse i congiurati a precipitare gl'indugi. Il Gavarretto custode del Conte Simone e di Tancredi, secondo il convenuto, li toglie di prigione, e questi seguiti da molti s'incamminano alle stanze del Re. Sedeva tranquillamente Guglielmo ragionando con Enrico Aristippo: alla vista di Simone e di Tancredi, sdegnato perchè senza suo ordine gli comparissero innanzi, prese a minacciare, poi a fuggire; ma presto raggiunto con le spade nude dal Conte di Lesina e da Roberto Bovense, uomini feroci, questi dissero di levargli la vita, e lo facevano; ma Riccardo Mandra gli rattenne, e provvide alla salvezza del Re trasportandolo prontamente in prigione. Allora, secondo l'ordine della congiura, cavato fuori del palazzo Rogiero, primogenito di Guglielmo, lo fecero cavalcare per la città, e lo salutarono Re. In questa Gualtieri Arcidiacono di Ceffalù andava esponendo i delitti di Guglielmo, e confortava con la speranza delle virtù di Rogiero: il popolo applaudiva! Ma il Bonello non si vedeva. Senza un conveniente sussidio di armati non si ricava frutto dalle congiure: partiva Tancredi ad affrettarlo. Ormai erano trapassati tre giorni, nè il Bonello nè Tancredi comparivano. Romualdo Arcivescovo di Salerno, Roberto Arcivescovo di Messina, l'eletto di Siracusa, e il Vescovo di Mezzara, sia perchè in questa mutazione avessero perduto, sia che in una nuova sperassero acquistare, si dettero a persuadere ai Palermitani sprigionassero il Re: lo sprigionarono. I congiurati, dalla velocità dei moti smarriti e confusi, abbandonano Palermo. Guglielmo, trascorrendo armato le vie della città, vide farglisi incontro Rogiero, amabile ed avvenente giovanetto, sua gioia nel tempo passato, ora tutto giubbilante per la ricuperata libertà del padre; preso da profondo dispetto non ravvisa in lui il figlio, ma il nemico che volle strappargli la corona e la vita: lo percote nel petto: il giovane spira l'anima senza mandare un gemito: il popolo applaudiva! Guglielmo, avvedutosi del misfatto, deposta la veste reale, mettendo dolorosi guai, come se avesse perduto l'intelletto, schiuse le porte del palazzo, chiunque passava traeva dentro, e amaramente piangendo gli raccontava la sua disavventura. Tra tanto dolore domestico fu posta in oblio ogni pubblica vicenda. Il Bonello, un'altra volta perdonato, congiurava un'altra volta. Richiesto dal Re di una spiegazione intorno alla sua condotta, rispondeva superbo. Il Re si armava; vinti i ribelli, parte uccideva, parte bandiva: il Bonello rinchiuso in oscurissima prigione, poichè ebbe gli occhi abbacinati e i nervi sopra i talloni recisi, piangendo il duro destino, di vilissima morte terminava la vita. I rimanenti giorni del Re Guglielmo furono uno alternare di ribellioni, di ferro e di veleno. Le dure estorsioni, con le quali angustiava i sudditi, appaiono più spaventose che credibili. La sua crudeltà fu tale, che non si sbramasse neppure sopra i nemici fatti cadaveri; a brani a brani, su per la pubblica piazza, a vista di popolo, gli facea mettere dai morsi di affamati mastini: e il popolo applaudiva!—Nel 1166 la morte pose fine alla sua esistenza, che, e per lui, e per gli altri, era stata flagello.

Molti dei fatti siciliani fin qui raccontati succedevano contemporanei a quelli di Lombardia che ora siamo per raccontare; ma a noi piacque separarneli, sì perchè possono stare divisi, sì perchè ordinati disgiuntamente fra loro rappresentano un quadro molto meglio importante. Torniamo adesso a parlare di Federigo. Andava questi forte cruccioso contro Papa Adriano per la pace conclusa con Guglielmo I; era il Papa adirato contro Federigo per l'arresto dell'Arcivescovo di London. Questi semi di mala intelligenza proruppero in manifesta discordia, allorchè Adriano mandategli sue lettere, dopo averlo gravemente ammonito, scriveva: «rammentasse bene, ch'egli teneva lo impero come beneficio della Chiesa;» la qual parola significava feudo. A questo motivo, sebbene di per sè stesso sufficiente, si aggiunse la notizia che Adriano aveva fatto dipingere sopra le pareti del palazzo di Laterano Lotario II genuflesso innanzi Alessandro II, tenendo le mani sopra quelle del Pontefice con sotto l'iscrizione:

_«Rex venit ante fores—jurans prius urbis honores, Post homo fit Papæ—sumit quo dante coronam:»_¹

¹ Giunge il Re innanzi le porte giurando dapprima gli onori di Roma, quindi diviene vassallo del Papa per concessione del quale assume la corona.

la qual cosa stava a dimostrare vassallaggio. Federigo, insofferente di tante ingiurie, cala pel Friuli un'altra volta in Italia, passa su quel di Brescia, dove pubblica una disciplina per l'esercito,¹ e cita i Milanesi. Comparsi, gl'interroga, perchè abbiano riposta Tortona, sottomessa Lomellina, i ponti su l'Adda e sul Ticino rifabbricati. I Milanesi, non potendo con le armi, si difendevano con le parole; non si ascoltavano, e si ponevano al bando dell'Impero. Federigo avanzandosi è respinto al ponte di Cassano. Ladislao Re di Boemia valica l'Adda a Cornaliano; i Milanesi ritirandosi abbandonano il ponte; i Tedeschi incalzando superano i castelli di Trezzo e Melagnano, e pervengono sul contado di Lodi. Qui fu che Eberto da Butena, stimando con un súbito assalto superare Milano, partiva con mille cavalieri alla volta di questa città.—Non uno di loro sopravvisse a recare la novella della strage degli altri. Federigo muove con tutto l'esercito contro Milano; considerando difficile l'assedio, stabilisce il blocco. Divide in sette corpi l'esercito, e li pone a guardia delle sette porte della città. I Milanesi sortono e rompono il corpo di Corrado Conte Palatino; ma sovvenuto a tempo da Ladislao di Boemia gli ributta con perdita. Invano con eroico valore quaranta Milanesi contro esercito di centomila uomini difesero un arco antico posto in mezzo del campo; invano tentarono i cittadini nuove sortite e alcune ne trassero ad avventuroso fine. Milano è costretto a piegare. Guido Conte di Biandrate, mediatore per la pace, conclude il 7 settembre 1158 un trattato nel quale si conveniva, che i Milanesi cedessero le Regalie; novemila marchi di argento, e trecento ostaggi consegnassero: Federigo all'incontro la facoltà di governarsi a modo loro concedeva, del solo giuramento di fedeltà si contentava. Ciò fatto, fu nuovamente convocata per San Martino la Dieta a Roncaglia. V'intervenivano Bulgaro e Martino scolari d'Irnerio, reputatissimi giureconsulti invitati da Federigo. Disputarono se l'Imperatore fosse padrone del mondo. Negò Bulgaro, affermò Martino. Si racconta che l'orazione di Martino piacesse tanto a Federigo, che sceso da cavallo glielo offrisse in dono, per lo che Bulgaro con un bisticcio latino dicesse—Amisi equum, propter æquum (perdei il cavallo per difendere il giusto). Bartolo, quell'aquila dei giureconsulti antichi e moderni, giunse nei tempi posteriori a qualificare eretico chiunque si fosse avvisato sostenere diversa sentenza. La qual cosa sta a dimostrare, nel dizionario dei legisti eresia suonare generosità: tanto è vero che ogni arte ha i suoi termini proprii, o come oggi diciamo tecnici! Conseguenza di questa Dieta fu, che Federigo rivendicasse le Regalie,² e si attribuisse il diritto di mandare Vicarii nelle città lombarde per governarle a piacer suo. Malgrado i patti poco tempo innanzi conclusi con Milano, non volle eccettuarla dalla decisione della Dieta; mandava un Vicario a reggerla; questi tutto rotto di battiture gli tornava in breve, cacciato a vituperio dalla città. Federigo, convocata una Dieta ad Antimaco, mette i Milanesi al bando dell'Impero. I Milanesi si uniscono ai Cremaschi, ed apparecchiano le difese. L'Imperatore assedia Crema. Diremo noi la nefanda strage commessa da Federigo di quanti prigioni gli venivano in mano? Diremo come facesse appendere vivi moltissimi ostaggi cremaschi intorno ad una torre per muoverla sicura contro la città, e come i padri di cotesti infelici, fermi di salvare la patria, urlando disperatamente, lanciassero sassi ed armi, per respingerla con la morte della propria prole? La torre fu bene costretta a indietreggiare, ma lurida di sparse cervella e di sangue,—ma maladetta per generosi parricidii…. Diremo come tanti sforzi tornassero vani, e come la città fosse tradita, arsa, distrutta? No, esponiamo, se non più glorioso, meno lagrimevole fatto alle armi italiane. Correva il 9 agosto 1160, allorchè Federigo sapendo che i Milanesi si erano messi in campagna, accorse a guerreggiarli con Novaresi, Pavesi, Comaschi ed altri infiniti. La fortuna gli fu di tanto cortese che gli venne fatto di circondarli: ormai pareva non potessero sfuggire l'universale esterminio. I Milanesi, nulla per questo caso sbigottiti, divise in due le milizie, attendono battaglia. Federigo comincia un furiosissimo assalto; le masnade romana e orientale, duramente percosse, piegano e fuggono; egli le incalza, giunge al Carroccio, ne uccide di propria mano i bovi, e rapisce il gonfalone. Intanto per altra parte la seconda ala milanese, vinti i nemici, tornavasi al campo. Udita la nuova del Carroccio, tutta baldanzosa per la fresca vittoria, si precipita sul vincente Federigo; questi lunga pezza tien fermo; alfine, sopraffatto da irresistibile impeto, si volge in vergognosa fuga, lasciando arme e prigioni.

¹ La disciplina dell'esercito detta la Pace del Principe è divisa in ventiquattro articoli; si legge in Radevico Frisingen, che séguita il racconto di Ottone Frisingen. Fra le altre disposizioni è notabile la quarta nella quale si ordina: Che un soldato trovando vino possa beverselo liberamente, ma gli è proibito di spezzare il vaso.

² Se ad alcuno piacesse sapere che sono queste Regalie può vederlo nel Libro V dei Feudi, dove si dice che consistono nelle Armandie, Angurie, Parangarie, Compendi, Telonj, ec. Che sieno poi queste Armandie glielo diranno chiaramente i Giureconsulti. Rosentball (Tract. Feud.) afferma essere una certa gabella di armenti; subito dopo aggiunge, che si potrebbero intendere anche per fabbriche d'armi Cuiacio (de Feud.) con la stessa sicurezza giura, per Armandie. intendersi gli ufficii degli apparitori, o sieno sbirri. L'armento dei legali posteriori si è messo dietro a questo od a quello, secondo la sua coscienza. Qui si che è caso davvero di esclamare: Discite JUSTITIAM moniti!….

Se un pari numero di soldati avesse per ambedue le parti combattuto anche in séguito, e solo fosse stata contesa di valore, la prodezza italiana avrebbe certamente prevalso; ma nel successivo anno, centomila Tedeschi scesi dall'Alpi in soccorso dello Imperatore, lo riposero in grado di scorrere il Milanese. Orribile fu il guasto che cagionava; a quanti poteva far prigionieri le mani recideva; finalmente dopo infinite crudeltà tornava ad assediare Milano. Di lì a poco le provvisioni, sia che non se ne potessero, o non se ne volessero raccogliere, mancarono in questa città. Chiesero i Milanesi di venire ai patti; rispondeva Federigo, non volerli ricevere che a discrezione. I nobili si disponevano piuttosto a morire; la plebe si ammotinò, e li costrinse a cedere. Qui comincia la pietosa rovina di Milano, di cui la descrizione volentieri esporremmo, se molte gravissime cose non ci rimanessero a raccontare. Fu il diroccamento di Milano operato da mani italiane; nè più crudelmente avrebbero fatto gli stessi nemici. Questa era la carità della patria nei nostri padri! Nè ciò dico per dimostrare che noi siamo migliori: ma essi non furono meno scellerati di noi:—iniqui tutti! Ormai il governo di Federigo era divenuto increscioso alla più parte delle città lombarde; nessuna poteva sperare di resistere sola: unite, sarebbe stata cosa da tentarsi, e la tentarono. Prima Verona ne fece proposta: Padova. Vicenza, Treviso, acconsentirono seconde; poco dopo Venezia. Federigo, ch'era tornato in Lamagna a cagione di una sommossa, scende nuovamente in Italia, ma adesso per Valle Camonica onde evitare i Veronesi. Seguiva un congresso nel Monastero di Santo Jacopo in Pontida, tra Milano e Bergamo, dove gli abitanti della Marca di Verona convengono con Mantovani, Cremonesi, Bresciani, Bergamaschi, Ferraresi, e Milanesi, e giurano di non posare le armi finchè non abbiano i perduti diritti ricuperato. Federigo evitando questa improvvisa tempesta va a Roma, in parte la incendia, poi muove per Napoli. La peste gli distrugge l'esercito; a guisa di fuggiasco passa per Lucca, e s'incammina a Pontremoli, di cui gli abitatori gli si oppongono, e minacciano arrestarlo: sovvenuto dal Marchese Malaspina giunge a salvarsi in Lamagna. La Lega, divenuta di giorno in giorno più formidabile, fabbrica tra il contado di Pavia e quello del Conte di Monforte, nel confluente del Tanaro e della Bormida, sopra un terreno limaccioso e arrendevole, una città che in onore di Alessandro Pontefice chiamano Alessandria. Federigo oltremodo sdegnoso per questi avvenimenti, non potendo venire in persona, mandò per reprimere la ribellione il suo Vicario Cristiano Arcivescovo di Magonza: questi dopo alcuni fatti, che si vorrebbero raccontare se mostrassero almeno quella specie di coraggio che mostra il ladrone su la pubblica via, stringeva d'assedio Ancona. I Veneziani, separatisi dalla Lega Lombarda, si uniscono a Cristiano, e l'assaltano dal lato del mare. Gli Anconitani adesso si chiariscono veri eredi delle glorie passate, e degni figli di sangue latino: assaliti, tennero fermo; assalitori, respinsero. In una sortita ruppero il nemico con sì fatto impeto, che, fuggendo alla dirotta, lasciò in potere loro una torre: era questa macchina, quantunque di legno, fortissima, e tutta piena di armati, che facevano sembianza di volerla difendere fino all'ultimo sangue. Ognuno dubitava; quel pericolo certo atterriva tutti; la più parte diceva lasciarla stare. Stumara, valorosa gentildonna, vergognando della viltà loro, senza mettere tempo tramezzo, preso un tizzone, si scaglia a tutta corsa verso la torre: vi giunge, vi appicca il fuoco, nè prima si diparte, che, suscitato un altissimo incendio, conosce, di lì a poco sarà ridotta in cenere. Tanto valore fu per essere indarno, a cagione del difetto di vettovaglie: mancate le cose convenienti a cibarsi, mangiarono cuoio, schifosi animali, e sozzure: finalmente finirono anche queste. I buoni, che sono sempre i pochi, dimessa la faccia aspettano l'ultimo momento; i tristi, tenaci della vita quanto più meritano la morte, si sollevano, schiamazzano, e testa a cui si oppone: di súbito sorge un vecchio cieco, che, ringraziando il cielo per averlo privato della luce, onde non vedere questo giorno di avvilimento, e d'infamia, rimprovera chi parla di resa, li dispera del perdono nemico, dimostra loro potersi salvare la città; resistessero: a questo non avergli riserbati il Signore, conforto dei miseri, riparatore della sciagura; in lui confidassero, in lui che infrange i denti al lione,¹ e toglie il veleno al serpente. La plebe taceva; i più prudenti prevalendosi del tempo ragunano quanto più possono danaro, ne caricano una barca, che, guidata da gente esperta ed ardita, passa a salvamento per le galere veneziane, giunge a Guglielmo Marchesella, capo dei Guelfi di Ferrara, e lo sollecita di affrettarsi al soccorso. Intanto la fame diventava incomportabile in Ancona. Usciva una nobile donna dalla casa di certa vicina, dove l'aveva condotta il bisogno a ricercare un po' di pane per sostentarsi, e nudrire col latte un bambinello che si recava in braccio,—e non lo aveva trovato;—egli era rigoglioso e bello; stava assopito col capo mollemente appoggiato alla spalla della madre, che con pietà lo sogguardava. Si sveglierà quell'innocente, nè troverà nel suo seno alimento che valga a nudrirlo!—I passi della madre sono tardi e mal sicuri; all'improvviso inciampa in qualche cosa, che le si pone tra i piedi:… era un soldato che giaceva sfinito dalla fame; ella lo scuote, e gli dice: «Da molti giorni io mangio cuoio bollito, e il latte è presso a mancare al mio fantolino; àlzati nonpertanto, e se nelle mie poppe trovi di che sollevarti, confortati per la difesa della patria.» Innalza i pesanti occhi il soldato, vede la gentildonna, la vergogna gli riconduce il vermiglio sul volto, e sostiene quel corpo estenuato; sorge, si lancia contro i nemici, alquanti ne uccide, e cade trafitto sul campo.

¹ Flante Deo… dentes catulorum leonum contriti sunt. (Job. 4.)

Guglielmo Marchesella, co' danari di Ancona ragunate genti e vettovaglie, arriva a Falcognara, quattro miglia distante dalla città assediata. Si ferma, e sopraggiunta la notte, ordina ai soldati sospendano uno o più lumi alle lance, e si fa oltre gridando; gli Anconitani rispondono: Cristiano atterrito fugge su le montagne picene, poi pel Ducato di Spoleti. I Veneziani a lor posta si ritirano. Ancona è liberata.

Federigo nell'ottobre del 1174, abbandonata Lamagna, per la parte del monte Cenisio raggiunge il suo Vicario Cristiano; in passando arde Susa, occupa Asti, e viene ad assediare Alessandria. La difesa di questa città meriterebbe descrizione ben lunga: e' fu un fatto di arme da celebrarsi quanto qualunque altro antico, o moderno; perchè, a dire vero, sebbene gl'Italiani di que' tempi apparissero scellerati, pure era loro più facile mostrarsi magnanimi, che a quei di oggi mostrarsi non vili. Alessandria, difesa da un argine di terra male assodata, ributtando l'Imperatore, chiarì nuovamente che il petto di cittadini disposti a morire sia il miglior baluardo per la tutela di un popolo. Federigo ricorse al tradimento, ma non ne ricavò altro che infamia. Sempre ributtato, scioglie dopo quattro mesi l'assedio, e si ritira a Pavia. Nel nuovo anno 1176 Wiemanno Arcivescovo di Maddeburgo, Filippo Arcivescovo di Colonia, e molti altri prelati vengono con numerosissimi eserciti pei Grigioni e per Chiavenna in soccorso dell'Imperatore. Nel 29 maggio si combatte la battaglia di Legnano. Questa terra, posta tra l'Olona e il Ticino, lungo la via che mena al Lago Maggiore, occuparono i Milanesi, come quella che offre ottime situazioni per la difesa, e per offendere ha non lontane vastissime pianure dove si possono spiegare numerose milizie. Federigo si attendò a Cariate, piccolo borgo, lontano circa mezzo miglio da Fagnano, nel quale sorgeva un antico monastero, fabbricato dalla Regina Teodolinda di santa memoria. Combattevano co' Milanesi. Bresciani, Piacentini, Novaresi, Lodigiani e Vercellesi: coi Tedeschi i Comaschi, i Pavesi e il Marchese di Monferrato. Sul far del giorno settecento cavalieri lombardi mossero contro Federigo: questi manda a incontrarli cinquecento dei suoi; si comincia la battaglia: combattevasi francamente per ambedue le parti, chè i Tedeschi erano in quel tempo i migliori cavalieri del mondo, e gl'Italiani pieni di ardire per la causa difesa. Nondimeno i Tedeschi, per nuovi rinforzi, sempre crescenti, rompono gl'Italiani, e gli mettono in fuga. Ora i vittoriosi, invece di starsi rannodati ad aspettare le rimanenti forze nemiche, si danno ad inseguire i vinti, ed incontrate per via alcune schiere bresciane, quelle parimente percuotono e disperdono. L'Imperatore sebbene biasimasse cotesto intempestivo inseguire, volendosi nondimeno prevalere dello sgomento che le prime mosse avevano gettato nelle file lombarde, carica col grosso dei fanti la compagnia del Carroccio; questa al primo impeto scompigliata si piega, quasi fuggendo; Federigo incalza, e già sta presso ad impadronirsi del gonfalone. Allora la compagnia della Morte, composta di novecento giovani e nobili cavalieri, tutti legati col giuramento di vincere o morire, che formava la schiera di riscossa, visto quell'estremo caso, si getta da cavallo, si prostra, invoca il nome di Dio, dei Santi Pietro ed Ambrogio, ripete ad alta voce il giuramento, e si precipita nella zuffa. Federigo, respinto da quella dura carica, torna all'assalto; nuovamente ributtato, si volge ai suoi per inanimirli: ma questi scorati, esitano, e si perdono; la furia dei rovinanti nemici gli sfonda; Federigo stesso rovesciato da cavallo viene con pericolo di vita travolto nella fuga. La battaglia è convertita in miserabile strage di gente sbandata. Molti furono i morti sul campo, moltissimi i sommersi nel Ticino. Ai Comaschi, siccome traditori, non si dettero i quartieri, e mala pena ai Tedeschi. Venne in potere dei Lombardi il tesoro imperiale, lo scudo, il vessillo, la croce e la lancia di Federigo medesimo; per più giorni non si ebbe nuova di lui. La Imperatrice rimasta a Como lo pianse per morto, e si vestì a lutto.

Federigo non pertanto viveva: fatto prigioniero dai Bresciani, si traveste da mendico, e ricompare a Pavia con l'onta di una disfatta sul volto. Fremeva il superbo nel doversi dir vinto: ma i casi più potenti di lui lo costringevano a mandare a Roma ambasciatori per la pace, tanto adesso da lui lealmente domandata, quanto poc'anzi perfidamente conclusa con Ezzelino padre del feroce Ezzelino da Romano, ed Anselmo padre di Buoso da Doara, a nome della Lega Lombarda. Convennero di un Congresso in Bologna; poi mutarono in Venezia, a patto che non c'intervenisse lo Imperatore se non a pace fermata. I Ministri non si accordavano; invece di pace proponevano tregua di quindici anni pel Papa e pel Re di Sicilia, di sei per la Lega Lombarda. Federigo domanda avvicinarsi al luogo del Congresso, e al punto stesso, senza nessuna risposta aspettare, lasciata Pomposa, villa nel contado di Ravenna, giunge a Chiozza. Parte dei Veneziani tumultuando chiede che sia ammesso in città; il Papa, e i Legati Siciliani sostengono doversi stare ai patti: accetti la tregua, e la ratifichi, altrimenti si allontani; se ai cittadini piacesse riceverlo, lo ricevessero, ma essi partirebbero nel punto stesso, protestando contro la manifesta infrazione del diritto delle genti. Alla fine Federigo per mezzo del Conte Enrico Dessau accetta la tregua il 6 luglio 1177. Allora mandato a prendere a Chiozza dal Senato veneziano, fu dal Doge Sebastiano Ziani condotto a grande onoranza sopra la piazza di San Marco, dove incontrato il Pontefice, secondo quello che narrano gli antichi cronisti, toltasi la porpora imperiale dalle spalle la stese per terra, e quindi prostratosi si curvò in atto di baciare il piede al Papa Alessandro, che ponendoglielo in vece sul collo esclamò: Super aspidem et basiliscum ambulavi etc. Alle quali parole Federigo rispose: Non tibi, sed Petro:—e il Papa di nuovo: Ego sum vicarius Petri. Questa istoria, comunque si veda tuttora con bellissime pitture effigiata su le pareti della Sala grande del Consiglio di Venezia, reputasi dai moderni storiografi una favola, senza però che ne abbiano esposto le cagioni, almeno per quanto mi riuscisse di poter ricercare. Passarono gli anni della tregua senza che accadesse azione degna di memoria; e già si avvicinava il tempo di riassumere le offese, allorchè Federigo, ormai disperato di fare buon frutto in Italia, e indotto dalle istanze del figlio Enrico VII a convertire la tregua in pace durevole, mandò al Congresso di Piacenza Guglielmo Vescovo di Asti, Enrico, Teodorico e Rodolfo, per trattare l'accordo. Questi convennero dei preliminari, e invitarono i deputati delle Repubbliche lombarde alla Dieta di Gostanza. Conservasi il libro della Pace di Gostanza su la fine del Codice dell'Imperatore Giustiniano, come monumento importantissimo, non pure per avere lungo tempo regolato i diritti delle genti in Italia, quanto per dimostrare la indole del Barbarossa. Costretto a cedere, vuol far sembianza di donare; e con orgoglio, che disdirebbe alla vittoria, concede cose, che appena si ricercano dai vinti. La prudenza dei Lombardi chiaramente si manifesta in questa occasione, imperciocchè, poco curando la petulanza dello stile ampolloso, guardarono ai loro interessi, e lasciarono ch'ei si sfogasse. Il proemio della Pace di Gostanza litteralmente volgarizzato dice: «La benigna ed infinita serenità della imperiale clemenza ebbe sempre in costume di reggere i popoli con larghezza di favore e di grazia, per modo, che sebbene debba, e possa con rigida severità punire i delitti, pure ama piuttosto governare l'Impero Romano con la propizia tranquillità della pace, e con pietosi affetti di misericordia chiamare la insolenza dei ribelli alla dovuta fede, ed all'ossequio di debita lealtà ec.» Dopo tanto pomposo cominciamento l'Imperatore cede tutte le Regalie, i contadi, i diritti acquistati per prescrizione, quelli di levare eserciti, afforzare le mura, rendere giustizia; annulla le confische dei beni, e le Infeudazioni in danno delle città; approva che sollevandosi qualche disputa tra lui e un popolo, il Vescovo decida; promette non dimorare tanto lungamente in una città da farle guasto. I Lombardi convengono di ricorrere ad un suo Vicario, o Podestà, per l'appello delle cause maggiori di venticinque lire;¹ si obbligano a corrispondere del Fodero, del Mansionatico, e della Parata; patteggiano rinnuovare ogni dieci anni il giuramento di fedeltà.

¹ La lira milanese ragguagliava a poco più di lire settanta toscane.

Così, dopo il sagrifizio di oltre un milione di uomini in sette diverse imprese, finivano i disegni ambiziosi di Federigo in Italia. Ma quel suo spirito non poteva durare in riposo: nulla curando gli anni, ormai divenuti molti, nulla i disagi e i pericoli, appena giunse novella in Occidente che Saladino aveva preso Gerusalemme, tolta la croce, con novantamila combattenti traversò l'Ungheria, la Bulgaria, la Grecia, e giunto in Soria, mentre intende a conquistare le terre soggette al Saladino, bagnandosi nel fiume Salef ossivvero Cidno, dove anche Alessandro stette per perder la vita, miseramente annegava. Altri scrisse, che fu fatto annegare: ma la prova del delitto sta in mano di colui che può sempre punirlo. Questa è la Crociata, ch'espugnò Tolemaide, nella quale intervennero Filippo il Bornio Re di Francia, e Riccardo Plantageneto Re d'Inghilterra, insieme a moltissimi Baroni di tutta Cristianità, ed esposta con tanta sapienza di storia dal chiarissimo Gualtiero Scoti.

CAPITOLO SETTIMO.

LA CASA DI SVEVIA.

                Ponga il cor di Blacasso alle sue labbia
                L'Imperator di Roma Federigo,
                Finchè conquisi n'abbia
                I Milanesi, che per ogni parte
                Assedio posto gli hanno,
                E vive senza suo retaggio, e i suoi
                Tedeschi dentro al cor sentono affanno.
                           SERVENTESE del Trovatore Sordella
                                    in morte di Ser Blacasso
.

Sono l'uracano, il fulmine, e il terremoto, terribilissimi segni dello sdegno di Dio; ma più del terremoto, del fulmine, e dell'uracano, flagella terribile la umanità un Re scellerato. Qualora l'eterno Moderatore non lo condannasse a brevissima vita, parrebbe non voler tenere più il patto che strinse con Noè, quando promise, d'ora in avanti non avrebbe più distrutta la terra, _perchè la schiatta umana cresce nella perfidia, e il pensiero della sua fanciullezza è vôlto al male._¹

¹ Sensus, et cogitatio humani cordis, in malum prona sunt ab adolescentia: non igitur percutiam animam viventem (Gen, c. 8)

Ma se la vita è breve, la infamia dura lunga: e noi nepoti contenderemo la memoria dei potenti colpevoli alla dimenticanza; e scenderemo nei sepolcri, e ne turberemo le ceneri. La corona che cinge quei teschii schifosi è un insulto per loro, uno scherno per noi. La spada logorata dagli anni giace al fianco di quelli senza taglio, e senza punta:—quel braccio tanto terribile non può più percuoterci…. il verme lo ha vinto! e noi strappiamo impunemente ai tempi, e alla terra, quei nomi: e gli nudriamo di obbrobrio, e li tramandiamo agli anni futuri. Allorchè la mia voce sarà dimenticata, sorga una mente più calda, che ravvivi col disprezzo questa memoria di delitto; e possa il secolo che trascorre consegnarla al secolo che giunge, come un deposito che lo amico affida all'amico, onde la disperazione arda lenta lenta, a goccie infuocate, lo spirito del malvagio; e conosca, la morte essergli stata battesimo di maladizione per la vita interminabile dell'anima.

Se in alcuno dei nostri lettori si fosse suscitato un pensiero di amore per Enrico VII, che poc'anzi abbiamo veduto sollecitare il padre alla pace, sappia, queste considerazioni essere state fatte per lui. Nessuno sia così stolto da credere che un atto gentile derivi necessariamente da animo gentile. La più parte di noi pratica la virtù, perchè non fa frutto con la colpa, e commette la colpa, perchè non gli giova la virtù: nè lo spirito per questo si cambia in nulla, ch'egli rimane pur sempre tristo, o maligno, come la natura, o la educazione, ce lo ha dato. Se Enrico VII amò la pace, fu perchè il padre gli aveva promesso farselo compagno del potere, nè questo sperava conseguire, dove non avesse fine la guerra. Federigo considerando che non avrebbe mai ottenuto con le armi un dominio in Italia, tentò acquistarlo per via di pratiche, e fece tenere proposito a Guglielmo II di Napoli, santissimo Re, detto il Buono, se volesse concedere la sua zia Gostanza, figlia postuma del Re Rogiero, ad Enrico suo figlio. Guglielmo non avendo prole consente al trattato. Nel 1184 è fama che seguissero in Milano questi sponsali,¹ sedendo su la cattedra di San Pietro Urbano III. ed è pur fama, che Enrico oltre i diritti sul Regno di Napoli ricevesse in dote centocinquanta somari carichi d'oro, di vasellame di argento, vesti, sciamiti, grisi (forse vaj), ed altre preziose masserizie. Di lì a qualche anno morto Guglielmo il Buono, sebbene il Regno cadesse a Gostanza, i Siciliani, comportando gravemente la straniera dominazione, chiamarono Re Tancredi, Conte di Lecce, e Principe di Taranto, figlio illegittimo di Rogiero Duca di Puglia. Enrico VII disposto a volere ricuperare i suoi diritti implora il soccorso dei Pisani e dei Genovesi, promettendo loro amplissimi privilegii, si avanza dal lato di Cepperano, ed occupa tutta Terra di Lavoro fino a Napoli, il quale tien fermo per Tancredi. Una terribile epidemia distrugge l'esercito tedesco, che, costretto ad abbandonare il Regno, fugge a Genova. Riccardo Conte di Acerra ricupera Terra di Lavoro. La Imperatrice Gostanza, che posando su la fede dei Salernitani soprastava a Salerno, è dai cittadini consegnata a Tancredi. Questi, come uomo di cuore magnanimo, la rimanda ad Enrico senza riscatto; della quale cortesia come fosse in séguito ricompensato, vedremo tra poco. Rogiero primogenito di Tancredi, sua consolazione e conforto, dopo avere condotto a moglie Irene, figlia d'Isacco Angelo Imperatore di Costantinopoli, moriva. Tancredi soprappreso di acerbissima doglia lo seguitava nel sepolcro, lasciando Sibilia moglie, Guglielmo, Albinia e Mandonia, figli suoi. Enrico VII, saputa la morte del valoroso Principe, cammina celerissimo contro il Regno, e per questa volta gli viene fatto di conquistarlo. La Regina Sibilia ripara co' figli nel castello di Calatabellota, in que' tempi stimato insuperabile. Enrico le fa proporre di uscire, e nella Contea di Lecce, prima signoria del suo marito, restituirla. Accetta la sventurata: di lì a poco, ecco come Enrico adempiva i patti promessi: Guglielmo fece abbacinare, e privare dei genitali, sì che presto se ne moriva; Sibilia, Albina e Mandonia, mandò in carcere nei Grigioni. Ora si manifesta il suo feroce talento: fatti prendere tutti coloro che avevano parteggiato per Tancredi, ordinò che sul capo loro si ponessero corone di ferro infuocate, e con chiodi roventi vi si conficcassero. Riccardo Conte di Acerra, caduto in suo potere, fu strascinato a coda di cavallo, poi appiccato pei piedi; nè mai, finchè visse quel crudele, consentì che si rimovesse dallo infame patibolo. Margarito Grande Ammiraglio ebbe gli occhi divelti, i genitali recisi. I Genovesi e i Pisani non solo delle cose promesse non soddisfece, ma ben anche della buona fede loro schernì. Poi, come se infierire contro i vivi fosse poco, volse il suo furore contro i morti. Fatti disseppellire i cadaveri di Tancredi e di Rogiero, strappò loro con rabbia la corona reale dal capo. Le sue crudeltà e rapine di tanto si aumentarono, che il Papa gli spedì un Legato per farle cessare; egli poi non pure non le cessò, ma anzi le accrebbe, e, con infinito dolore dei Palermitani, tutti i tesori dei defunti Re, i vasi di oro e di argento, le tavole, le lettiere dello stesso metallo, i panni tessuti di seta, di porpora e di oro, con infinite altre preziosità mandò in Germania. In questo lo arrivava la mano della morte: fatto odioso ai sudditi, ed alla sua stessa moglie Gostanza, si narra, che, per veleno da lei medesima propinatogli, morisse in Messina il 28 settembre 1197. Rimasta Gostanza assoluta Regina, inviava deputati al Pontefice, affinchè consentisse che il cadavere dell'Imperatore si sotterrasse in sacrato, e la investitura del Regno al suo figliuolo Federigo concedesse. Rispose Celestino, la sepoltura in sacrato ad Enrico non concederebbe, se prima non si ristorasse Riccardo Plantageneto del danaro estorto, allorchè ramingo pei suoi dominii lo aveva tanto vilmente imprigionato: la investitura a Federigo non ricuserebbe, dove pagasse mille marchi di argento² ai Cardinali. Volendo Gostanza adempire la prima condizione, e riputando che sarebbe stato un fare ingiuria alla memoria del defunto marito restituire direttamente il danaro a Riccardo, come cosa rubata, si avvisò, che col dare all'Abbate Cistercense trecento marchi di argento, l'affare sarebbe composto; ma l'Abbate ricusò, dicendo, non potere offrire su l'altare di Cristo altre oblazioni che quelle monde di ogni nequizia umana. Finalmente si trovò modo di far seppellire Enrico dentro un'arca di porfido nel Duomo di Palermo, dove attualmente aspetta il giudizio di Dio. Per la seconda condizione tutto fu in breve accomodato, e Federigo ricevè la investitura del Regno. Così ridotte in buono stato le cose, moriva Gostanza il 25 novembre 1198 lasciando con poco retto consiglio Innocenzio III, creato Pontefice in quell'anno medesimo, tutore del figlio Federigo, e assegnandogli, perchè non ricusasse, l'annuale pensione di trentamila tarì.³

¹ Gli antichi Cronisti espongono la storia diversamente, e narrano come Enrico reduce di Soria andando a Roma nel 1195, sotto il Pontificato di Celestino III, trovò la Chiesa in discordia con Tancredi Conte di Lecce, fatto Re di Puglia e di Sicilia dal volere dei Baroni; onde per torgli il Regno convenisse col Papa di rapire Gostanza, figlia del Re Rogiero, dal convento di San Salvatore a Palermo, dov'era monaca consacrata, e prendersela in moglie. Gostanza, aggiungono, quando sposò l'Imperatore aveva circa 50 anni, ed essendo di lì a poco ingravidata, siccome nessuno lo credeva, allorchè si sentì vicina a partorire. fece tendere un padiglione su la piazza di Jesi, nella quale città presentemente si ritrovava, e mandare un bando, che quale donna volesse, andasse a vederla; come pure in Palermo si mostrò sempre col seno scoperto, onde la gente ne vedesse distillare il latte. Nell'arca di porfido posta nel Duomo di Palermo, dentro la quale riposano le sue ceneri, si legge una iscrizione conforme a tutte quelle cose che abbiamo fin qui riferite. Il Mungos nel Teatro delle famiglie siciliane narra il modo tenuto per rapirla, e rammenta i nomi di coloro che condussero questa impresa; nondimeno ai moderni Scrittori è piaciuto narrare diversamente l'avventura, come abbiamo esposto.

² Il marco secondo il Davanzati valeva scudi 65 di argento.

³ Il tarì amalfitano valeva grana 12.

Noi non istaremo a narrare come adoperasse Innocenzio la sua qualità di padre del pupillo Federigo, per togliergli gran parte dei feudi donati da Enrico VII ai suoi cavalieri, protestando esser parte delle donazioni di Carlomagno, e della Contessa Matelda: non come dopo una rotta di Marcovaldo tedesco, che pretendeva sottomettere la Sicilia, supponesse un testamento di Enrico VII, nel quale, tra le altre disposizioni, si ordinava al figlio Federigo riconoscesse il Reame della Chiesa, ed alla Chiesa, lui morto senza figli, ricadesse; non come, incapace a difendere il Regno dai Tedeschi, chiamasse con poca prudenza Gualtieri di Brienna, marito di Albinia, figlia di Tancredi liberata dalla prigione di Enrico, il quale avrebbe certamente spogliato del Regno il giovanetto Federigo, se per irrimediabile piaga, ricevuta in un fatto d'arme sotto Samo contro il Conte Diopoldo, non avesse perduto la vita; nè pure narreremo come Filippo, zio di Federigo, invece di sostenere le parti del nipote in Germania, se ne facesse incoronare Imperatore a Magonza, mentre un altro partito coronava Ottone, Duca di Aquitania, in Aquisgrana; non come Filippo, aiutato da Filippo Re di Francia, fugasse Ottone da Colonia, sovvenuto da Riccardo Re d'Inghilterra, e come indi a poco assassinato dal Signore di Witellaspach, al quale tradiva la promessa di dargli in moglie sua figlia, lasciasse Ottone pacifico possessore dell'Impero: solo racconteremo, che il Papa, di cui continuo disegno era impedire la riunione del Regno di Napoli agli Stati degl'Imperatori Germanici, consentì, in danno di Federigo, col trattato di Spira, coronare Ottone in Roma. Scendeva questi per la valle di Trento in Italia, assumeva la corona reale a Milano, la imperiale a Roma; ma giunto al sommo della sua dignità, scoprendosi avverso al Pontefice, negò cedere il patrimonio della Contessa Matelda, e si volse alla conquista della Sicilia. Innocenzio, non avendo armi, adoperò le scomuniche; e tanto erano tali mezzi potenti a quei tempi, che gli Arcivescovi di Magonza, di Treveri e Turingia, il Re di Boemia, il Duca di Baviera, con molti altri Baroni dell'Impero, di súbito ribellatisi, strinsero lega con Filippo Augusto contro Ottone, e riuniti a Bamberga lo dichiararono decaduto dall'Impero, e Federigo in suo luogo surrogarono. Ottone, abbandonato ogni disegno in Italia, torna velocissimo in Lamagna. Veramente Innocenzio non avrebbe voluto che Federigo si mescolasse nelle cose dell'Impero, ma adesso non gli si presentava persona migliore per opporla ad Ottone, e nelle cose di questo mondo bene spesso non si fa come si vuole, ma come si può: certo è poi che questo fu caso unico di vedere i Ghibellini prendere le parti della Chiesa, e muoverle contro i Guelfi.

Intanto Federigo lasciato Napoli si porta a Genova, poi ad Aquisgrana, dove Re dei Romani lo confermarono. In questa, Ottone muovendo contro Filippo Augusto di Francia pervenne al ponte di Bouvine, tra Lilla e Tournay, dove il 27 luglio 1214 toccò la memorabile rotta, per la quale disperando di più risorgere si ritirò al castello di Harburgo a piangere le sue colpe, e logorare tra le penitenze la vita. Innocenzio percosso da gravissima malattia si moriva: fu egli uomo di molta dottrina, delle cose legali intendentissimo profondo, cupido di regno. Il suo Pontificato va famoso pel fondamento che dette alla Inquisizione; imperciocchè sebbene il Tribunale del Santo Officio, propriamente detto, cominci sotto Innocenzio IV, pure fu Innocenzio III, che commise a San Domenico di Guzmano predicasse contro gli Albigesi, e con ogni sforzo s'ingegnasse a distruggerli.

Erano gli Albigesi una setta di Manichei fuggiti dall'Asia per le persecuzioni degl'Imperatori Greci, e ricovrati in Linguadoca presso il Conte Raimondo di Tolosa: si chiamarono anche con diversa denominazione Paterini, da Puti (soffrire), per distinguersi dai Martiri della Chiesa cattolica. Consisteva la eresia loro nel credere la esistenza di due principii, l'uno buono, l'altro tristo. Attribuivano al primo il Testamento Nuovo, al secondo il Vecchio: negavano la discesa corporale del Salvatore su la terra; credevano gli uomini angioli decaduti, che dovevano tornare un giorno alla gloria antica; rigettavano le indulgenze, il purgatorio, e i miracoli, non meno che la transustanzazione , il culto della Vergine, la dannazione dei fanciulli morti senza battesimo. San Domenico, per consiglio del Pontefice, recatosi nella Gallia Narbonese, suscitò contro essi una Crociata, concedendo quelle medesime indulgenze, che solevano darsi a coloro i quali passavano a combattere in Terra Santa.

Ora San Domenico, sovvenuto dal Conte Simone da Monforte, scorre i contadi di Tolosa, Albi, Carcassona ed incendia Beziers; finalmente, seguendo il suo cammino, cade in potere degli Albigesi, i quali gli domandano se tema la morte: «Io temere la morte!» rispondeva il Santo «io temere la morte per la fede, per la gloria di Cristo, e della Santa Chiesa romana? Non mi uccidete a un tratto, vi prego, ma a poco a poco mutilate ciascheduno dei miei membri, e mostrateli ai miei occhi; poi strappate anche questi, e lasciate così il mio corpo, in mille parti piagato, rotolarsi dentro il suo sangue, finchè giunga il punto della morte.» Gli Albigesi lo lasciarono in libertà.

Innocenzio non potè mai ottenere da Federigo, che decretasse la pena di morte contro questi, ed altri eretici, siccome Arnaldisti, Gazari etc.—Onorio III suo successore valse però ad ottenerla, come si rileva dalla costituzione Hac edictali conservata nel Codice Giustinianeo. A noi duole non potere più a lungo seguitare la storia degli Albigesi, chè il nostro soggetto ci preme; onde null'altro possiamo fare di meglio che rimandare il lettore all'opera che l'irlandese Mathurin con tanta forza d'immaginazione ha composto intorno le loro vicende.

Onorio III, conformandosi in tutto alla politica d'Innocenzio, esitava a concedere la corona Imperiale a Federigo; nondimeno costretto poneva per condizioni, che il Regno delle Sicilie al suo figliuolo Enrico cedesse, la Contea di Fondi alla Chiesa restituisse, egli a militare in Palestina trapassasse. Federigo prometteva tutto, perchè a promettere non iscapitava nulla; ma ricevuta la corona imperiale, se ne andò in Puglia: dove, vinti i Conti di Aquila, di Caserta, Tricarico, e Sanseverino, acquietò il Regno, vi promosse le arti e le lettere, instituì Università; e molte altre cose così per la pace, come per la guerra lodevoli, condusse a buon fine. Il Papa, che non voleva venire ad un'aperta rottura con Federigo, e d'altronde lo temeva vicino, si avvisò, per mandarlo in Palestina, di dargli in isposa Yole figlia di Giovanni di Brienna erede del Regno di Gerusalemme. Lo Imperatore, che poco tempo innanzi aveva perduta la prima moglie Gostanza di Arragona, tolse ben volentieri Yole, che fanciulla leggiadrissima era; ed apprestata una flotta s'incamminò col Langravio di Turingia alla conquista di Gerusalemme l'otto settembre 1227.—Qualunque però ne fosse la causa, di lì a pochi giorni vôlte le prue, tornasi in Calabria, prorogando la impresa all'anno venturo.

Era morto il prudente Onorio, ed in suo luogo sedeva Gregorio IX dei Conti di Signa, siccome Innocenzio III, il quale forte sdegnato del ritorno di Federigo, senza nè pure citarlo, lo scomunicò nel settembre di quell'anno medesimo 1227. Federigo per niente sbigottito appella da questa sentenza al Concilio, ordina continuarsi nei suoi Stati gli uffici divini, lascia al governo del Regno il suo suocero Giovanni di Brienna, e si reca a Tolemaide. Quinci mandava Legati al Papa, affinchè si placasse; questi rispose, instigando il Brienna a ribellargli il Regno. Federigo, fatta pace col Soldano, torna in Italia, vince il Brienna e il suo esercito, distinto col nome di chiavesignato da quello di Federigo, che si chiamava crocesignato. Il Papa è costretto a ricomunicarlo.

Le città lombarde erano già decadute da quelle virtù, che le avevano unite nella gloriosa Lega contro il Barbarossa. Cominciarono le contese cittadine tra nobili e popolo, aprendo così la via al primo ambizioso che volle dominarlo. Già fino d'ora molti cittadini reggevano la patria loro a modo tirannico, siccome i Signori da Romano, da Cammino, da Este, da Doara, e Pelavicino: in breve la stessa Milano vedremo cadere sotto il dominio dei Signori della Torre. Imprevidenti però del pericolo vicino, temevano il lontano, onde i deputati di Bologna, Piacenza, Milano, e di altre ragguardevoli città, si ragunarono nella chiesa di Santo Zenone di Mosio su quel di Mantova, e quivi stabilirono la seconda Lega Lombarda per quindici anni. Intanto Enrico, sollecitato, secondo che porge la fama, dal Papa, e dai Lombardi, si ribellava a suo padre. Come questa vicenda avesse fine vedemmo al Capitolo quinto. Ormai Federigo, non potendo più comportare il manifesto disprezzo che i Milanesi facevano della sua autorità, dichiarò loro la guerra. La minuta descrizione delle cose particolari di questa impresa vorrebbe altra estensione di quella propostami nel presente Capitolo: narrerò i fatti principali soltanto, e da prima la battaglia di Cortenuova, nella quale ebbero i Milanesi dolorosa sconfitta. Tornava nell'agosto 1237 Federigo di Lamagna, conducendo seco duemila cavalieri tedeschi: giunto che fu a Verona, occorse in diecimila Saraceni, ed aggiuntili al suo esercito entrò sul contado di Brescia. I Milanesi con la gente della Lega si posero subito in cammino, e andarono ad incontrarlo sull'Oglio. Bellissima era la situazione presa, per modo che Federigo, non volendo assaltarli con tanto suo manifesto svantaggio, s'ingegnò di trarneli fuori, valicando il fiume a Montecorvo, e spargendo la fama di andarsene a svernare a Cremona. Rimasero all'inganno gli avversarii, che stimando poterlo leggermente danneggiare per quella confusione che mena sempre seco la ritirata, si dettero ad inseguirlo. Pervenuti a Cortenuova, invece di fuggente, trovarono lo esercito imperiale schierato in ordine di battaglia: di tornare indietro non era più tempo; e' fu mestieri combattere. Ma disordinati, siccome avviene a cui insegue troppo fidente della vittoria, e stanchi dal travaglioso cammino, furono abbattuti, e dispersi. Solo la compagnia della morte tenne fermo all'urto della cavalleria tedesca, e con valore inudito resse fino a notte, difendendo il Carroccio, nè si ritrasse prima di averlo spogliato di ogni suo ornamento. Più del giorno fu sanguinosa la notte, imperciocchè i fuggiaschi non potendo salvarsi pel contado cremasco rimontarono l'Oglio, e si dispersero per quello di Bergamo molti rifiniti dal disagio caddero morti per via; molti per quei sentieri paludosi, o tentando tragettare il fiume, si sommersero; moltissimi dai Bergamaschi sollevati contro di loro furono uccisi. Tra per la battaglia, tra per la fuga, meglio di cinquemila uomini perirono; sarebbero morti tutti, se Pagano della Torre Signore di Valsassina non gli avesse raccolti, e questo fu il principio dei Della Torre in Milano. Pietro Tiepolo, figlio del Doge di Venezia, Podestà, imprigionato da Federigo, è da lui indegnamente fatto decapitare in Puglia, su la torre di Trani posta lungo la riva del mare, affinchè la flotta veneziana, che per quelle spiaggie veleggiava, lo potesse vedere. Seguiva l'assedio di Brescia, nel quale si rinnuovarono tutte le barbarie adoperate dal Barbarossa nello assedio di Crema: ma Federigo non potè superarla, e gli convenne ritirarsi a Cremona senza avere nulla acquistato. I Veneziani, tutti sdegnosi della morte del Tiepolo, presero parte alla Lega; il Papa Gregorio non solo si univa contro Federigo, ma ben anche lo scomunicava. Allora non si conobbe più freno: intese l'Imperatore a sollevare gli Stati del Papa; il Papa, a sollevare quelli dell'Imperatore. Federigo però più potente in armi, meglio istruito nell'arte di lusingare le passioni, superati gli ostacoli, va a Roma. I Romani gli si dimostrano favorevoli, il Pontefice parve ormai disperato. Mentr'egli tutto dolente stava ad aspettare gli ultimi danni, gli sorge in mente un pensiero, donde nacque la sua salvezza: si volge al Vaticano, toglie le teste di San Pietro e di San Paolo; le porta in processione per tutta la città, rimettendo a quei Santi la cura di difenderla: se ne commossero i Romani; di nemici che gli erano, si convertirono subito in caldi difensori, e presa la croce, si dettero a combattere Federigo; il quale sebbene facesse tra crudelissimi tormenti morire quanti crocesignati gli capitavano in mano, pure non potè superare Roma, e sdegnoso e avvilito si ridusse nei suoi dominii di Puglia.

Gregorio Papa, rimesso della presente paura, volgeva la mente a cose maggiori; convoca per l'anno seguente un Concilio a San Giovanni Laterano, e manda lettere circolari a tutti i Vescovi della Cristianità, affinchè intervenissero. Federigo adesso temendo che il suo credito non diminuisse in Lombardia, vi torna con buono esercito, e dopo di avere ad avventuroso fine condotte alcune imprese, assedia Faenza. Qui fu che mancatigli i danari mise in corso monete di cuoio, le quali in séguito, con raro esempio di fede, riscosse pel prezzo di un agostaro l'una, senza apportare il minimo scapito ai possessori. Guglielmo Ubbriachi Ammiraglio dei Genovesi imbarcava i prelati francesi riunitisi in Nizza all'oggetto di portarsi al Concilio. Federigo manda tosto il figlio Enzo o Giovanni colla flotta siciliana per collegarsi a quella dei Pisani, capitanata da Ugolino Buzzaccherini dei Sismondi, e muoversi contro la genovese. S'incontravano il 3 maggio 1241 le due armate nemiche tra il Giglio e la Meloria, e ne seguiva una fiera battaglia, nella quale i Genovesi furono disfatti, ed ebbero diciannove galere prese, e tre cacciate a fondo. I prelati si mandarono nelle prigioni di Puglia, dove si racconta che fossero legati con catene di argento. Ricchissima raccolsero la preda: la fama riporta che i Pisani e i Siciliani si dividessero a moggia il danaro. Come se poi questa ingiuria fosse poca, tanto si adoperò Federigo, che fece ribellare alla Chiesa Giovanni Colonna Cardinale di Santa Prassede, il quale condusse seco nella rivolta i castelli di Colonna, Lagosta, Palestina, Monticello, e più altri. Gregorio IX profondamente angustiato nell'animo, non potendo più comportare tanto acerbo dolore, moriva. Ora non è da dirsi a qual punto si sollevasse la superbia dello Imperatore. Il collegio dei Cardinali di sei soli individui si componeva. Celestino IV nominato Pontefice visse diciotto giorni: dopo lui la Chiesa stette per ben due anni vacante. Insoffribili erano ed obbrobriose le minacce e le villanie, che adoperava Federigo contro il consesso dei Porporati. Odasi un po' con quali parole gli salutasse: «A voi figli di Belial, a voi figli di Efrem, a voi gregge di perdizione indirizzo la parola, a voi colpevoli di ogni umano sconvolgimento, pietra di scandalo di tutto l'Universo.» Nè andò molto, che lo percosse il gastigo: nel 24 giugno del 1243 fu eletto Papa Sinibaldo del Fiesco, Cardinale di San Lorenzo in Lucina, col nome d'Innocenzio IV. Appena Federigo lo seppe, che vôlto ai suoi cortigiani disse loro: «Di questa elezione noi abbiamo disavanzato assai, imperciocchè costui, che ci fu amico Cardinale, ci sarà nemico Pontefice.» Volendo però se fosse stato possibile nell'antica amicizia continuare, mandò suoi Legati ad Innocenzio per proporgli il matrimonio di una sua nipote con Corrado figlio dello Imperatore, purchè dal proteggere i Lombardi desistesse, ed il Legato che contro di lui predicava la Crociata richiamasse. Si condussero queste pratiche, ora più, ora meno lentamente, fino al 1244, nel qual anno, quando sembrava che fossero vicini a concludere, Innocenzio, avvertito che i Frangipani trattavano di rendere a Federigo le fortezze che tenevano al Colosseo, si traveste da soldato, fugge da Roma, s'imbarca a Sutri, e ripara in Genova sua patria. Se Federigo congiurava contro il Papa, questi dal canto suo non se ne stava. Dicesi, che fosse scoperta in quell'anno stesso una cospirazione ordita dai Frati Minori contro la vita dello Imperatore, e che la più parte di loro ne avessero le mani tagliate, e la testa recisa.

Il Papa, disposto di procedere affatto nemico contro di Federigo, convoca un Concilio a Lione per la festa di San Giovanni. Nel 28 giugno del 1245 ne fu tenuta la prima sessione nel Convento di San Giusto, assistendovi centoquaranta Vescovi. Cominciò Innocenzio esponendo i mali della Chiesa; la Russia, la Polonia, e parte della Ungheria, dai Tartari devastate; Gerusalemme presa dai Carismieni. Costantinopoli dai Vataci minacciata: tutti questi mali attribuisce a Federigo; di spergiuro, di empietà, e di eresia lo accusa. Taddeo da Suessa Legato imperiale, vedendo il Cancelliere Piero delle Vigne non levarsi a difendere il suo signore, sorge arditamente, scusa Federigo, e lo dimostra prontissimo a combattere contro gl'Infedeli. Innocenzio chiede sicurtà; Taddeo nomina i Re di Francia, e d'Inghilterra; il Papa gli ricusa. Nella seconda sessione Taddeo con apprestata orazione difende Federigo; qualifica per parte del suo signore, menzognero il Vescovo di Catania, che ripeteva le accuse del Pontefice, ed annunzia che lo Imperatore sta per comparire di per sè stesso al Concilio. Il Papa vuol pronunziare la sentenza; gli Ambasciatori inglese e francese lo costringono a concedere le proroghe per dodici giorni. Taddeo, tentati gli animi dei Cardinali, e trovatili tutti prevenuti in favore d'Innocenzio, avvisa Federigo, che si era avanzato fino a Torino, che non si affatichi di andare più oltre; essere la causa sua oggimai terminata. Sorgeva il giorno 17 di luglio, e col giorno si apriva la terza sessione. Si presentava Taddeo protestando incompleto il numero dei Vescovi, e perciò, dove fosse pronunziata sentenza, fino di allora frapponeva appello a più completo Concilio. Ciò nondimeno ributtate Innocenzio le proteste, pronunzia la sentenza contro Federigo come misleale vassallo della Chiesa, violatore dei patti giurati, sacrilego, eretico, e finalmente, secondo lo usato costume, chiudeva così: «Noi dunque che sebbene indegni teniamo luogo del nostro Signore Gesù Cristo; Noi, cui furono volte le parole di San Pietro Apostolo, tutto quello che avrete legato su la terra sarà legato in cielo; Noi, co' Cardinali nostri fratelli, e il sacro Sinodo, deliberammo, essersi questo Principe reso indegno dello Impero, degli onori, e delle dignità. Dio pei suoi misfatti lo respinge, nè soffre ch'ei sia più Imperatore. Noi manifestiamo alla gente, siccome è legato dai suoi peccati, respinto da Dio, privato dal Signore di ogni dignità, e di queste cose anche con la presente sentenza lo priviamo; quelli che gli sono tenuti per giuramento sciogliamo; anzi per nostra autorità di più oltre obbedirgli vietiamo, non pure come ad Imperatore, ma benanche in qualunque modo pretendesse obbedienza, e lo anatema nostro fino di adesso decretiamo contro loro, che in qualunque modo, e sotto qualunque pretesto, lo sovvenissero ec.»

Pronunziata la sentenza, i Cardinali rovesciarono le candele, che tenevano accese, in atto di esecrazione; Taddeo da Suessa fuggì dal Concilio, percuotendosi il petto, ed esclamando «Giorno d'ira è questo! giorno di sventura e di sangue!» Giunge le novella a Federigo, che furiosamente levatosi in piè grida: «Chi è questo Papa che mi ha ributtato dal suo Sinodo? Chi è colui, che vuole toccar la mia corona su la mia testa? Chi è colui che lo può? Dove sono i miei gioielli? Presto, recatemi i miei gioielli.» Glieli recavano: aperta una cassetta, dove teneva diverse corone, ne tolse una, e se la pose in capo dicendo: «Oh! ella non è per anche perduta; nè Papa, nè Sinodo, me l'hanno tolta, nè me la torranno senza che sangue ne costi.»

Dopo questa sentenza Federigo non ebbe più un'ora di bene. Innocenzio spedì lettere circolari per ribellargli la Sicilia; tentò farlo morire per opera di congiura ordita dai figli del Gran Giustiziere Mora, dai San Severino, e dai Fasanella: andato a vuoto il tentativo, non cessò dalle insidie, anzi viepiù accendendosi in quelle istigò Piero delle Vigne, rimasto trascurato in corte dopo il Concilio, a ministrargli il veleno. Giaceva Federigo leggermente ammalato, allorchè Piero si dispose all'opera di perfidia: fattosi alla camera dove era l'Imperatore, lo confortò a bere certo liquore composto da un suo medico, e gli affermava che ne sarebbe tosto guarito. Federigo di tutto già consapevole assentiva; giunto che vide il medico, si volse a Piero e gli disse: «Piero, è questa la bevanda che l'amico porge allo amico ammalato?» Poi con aspetto feroce ordinava al medico gli desse la tazza; questi pauroso della vita finge sdrucciolare, cade, e la rovescia per terra: poco gli giovava il consiglio; lo sparso liquore fu verificato per veleno, ond'egli n'ebbe la testa mozza. Piero poi, privato degli occhi, e rinchiuso dentro un monastero, dà del capo nel muro, e miseramente finisce i suoi giorni.

Federigo, considerando sollevarglisi attorno tanti odii, timoroso di sè, chiedeva pace. San Luigi e la Regina Bianca intercedevano. Innocenzio per questa volta non ricusò; ma per condizioni di pace ordinava, che lo Impero di Germania concedesse a Corrado, il Regno di Napoli ad Enrico, entrambi suoi figli; ed egli si recasse a Gerusalemme. Mentre che questi accordi si trattavano, giunse la novella in corte della ribellione di Parma. Federigo, messa ogni altra cura da parte, intese con tutto l'animo a ricuperarla. Ell'era città importantissima per lui, perchè apriva comunicazione con Verona, Germania, e gli Stati di Ezzelino da Romano, potente capo dei Ghibellini in Lombardia. Accorso con ogni suo sforzo, la cinge di soldati, ordina guardarsi diligentemente le vie onde nessuna cosa potesse entrare, od uscire; poi innalzato un ceppo sopra un monticello poco distante dalla città, quivi ordina che giornalmente a vista degli assediati recidansi le teste di quattro cittadini parmigiani.

Sebbene tessendo la storia dei figli di Eva, veniamo necessariamente, e con infinito nostro dolore, a raccontare una serie di delitti, a Dio non piaccia, che per noi sieno celate le poche azioni che possono ridondare in onore di quelli. I Pavesi, che noi vedemmo costanti, ostinati odiatori dei Guelfi, non sostennero tanto scempio, e notificarono allo Imperatore che cessasse, altramente si partirebbero, imperciocchè essi erano venuti a fare da soldati, non già da carnefici.

L'Imperatore, quasi per anticipare quello che aveva in mente eseguire, ordinò si fabbricasse una città, alla quale pose nome Vittoria, per trasportarvi, quando che fosse, la gente di Parma espugnata, ed intanto disegnava di prendervi i quartieri da inverno. Correva il giorno diciottesimo di febbraio 1248, allorchè i Parmigiani, avendo saputo che Federigo si era allontanato con assai gente per cacciare col falcone, si disposero tentare disperata sortita. Non fu per questa volta la fortuna contraria ai generosi. Gl'Imperiali, assaltati allo improvviso, dopo leggera resistenza si danno alla fuga; ne segue strage infinita. Taddeo da Suessa, e il Marchese Lancia, caddero morti sul campo, tentando ritenere i fuggitivi: inestimabile tesoro venne in potere dei vincitori, e la stessa corona imperiale. Federigo ritornava adesso tutto umile ad implorare la pace con Innocenzio, offrendo passare in Terra Santa; non si ascoltava. Allora vide quello che doveva considerare innanzi, cioè, che fino a tanto che ei fosse stato perdente, il Papa non si sarebbe piegato a meno severi consigli. Si volse dunque in Toscana, ed inasprito pei recenti disastri, ne uscì tutto sanguinoso di nefandi omicidii. Superato il castello di Capraia, dov'erano riparati gran parte di Guelfi, tutti fece annegare: al solo Zingane Buondelmonti per odioso privilegio (e stimò fargli favore) ordinò che si strappassero gli occhi, e si gittasse nelle prigioni di Puglia. Ma quasi che di ogni misfatto dovesse immediatamente pagare la pena, poco tempo dopo, il suo figlio Enzo combattendo a Fossalta contro i Bolognesi fu vinto e fatto prigioniero; nè mai in séguito per prego, o per minaccia, dal Comune di Bologna lasciato partire, e realmente trattato, visse ventidue anni in quella città. Federigo, tentato nuovo motivo per la pace, e nuovamente respinto, se ne andò in Puglia a macchinare nuove imprese, ed a prepararvisi, allorchè la morte lo giunse a Ferentino il 13 decembre 1230. Innocenzio così annunziava al mondo la sua morte: «Si rallegrino i cieli, esulti la terra, che il fulmine, di cui Dio da gran tempo ci minacciava, si è convertito con la morte di un uomo in freschi zeffiri, ed in limpide rugiade.»

CAPITOLO OTTAVO.

MANFREDI.

                Lasciate questo canto, chè senz'esso
                Può star la Storia, e non sarà men chiara:
                Mettendolo Turpino, anch'io l'ho messo.
                                          ORLANDO FURIOSO.

Se il fastidio di colui che ha percorso queste Storie giungesse alla metà di quello che ho avuto io nel compilarle, non dubito punto, che la soprascritta epigrafe dovesse essere con maggiore convenienza collocata innanzi il Capitolo settimo. Però, se il caso sta come ho detto, faccio qui solenne protesta, affinchè i versi citati si abbiano ad ogni effetto di ragione (per dirla co' Legali) come anteposti al luogo menzionato. Se questa epigrafe poi sia, o no, valevole a scusarmi, io per vero dire non vedo ragione del contrario; perchè, se giovò all'Ariosto, come non dovrebbe giovare anche a me? Alcuno forse opporrà, ch'egli si trovò costretto a questo dalla cronaca di Turpino, e probabilmente avrebbe rigettati que' racconti, laddove fosse dipeso dalla sua volontà. Ma ogni uomo, per quanto siasi ostinato a leggere poco, conosce, che la buon'anima dell'Arcivescovo Turpino aveva altro in testa, che contare novelle, e che quell'umore bizzarro dello Ariosto gli attribuiva di giorno ciò ch'ei sognava di notte. E di vero se così non fosse stato, come la Eminenza del Cardinale Ippolito da Este dopo avere letto il divino Poema lo avrebbe interrogato dicendo:—Messer Lodovico, da dove avete cavate tante frascherie?—Domanda, che svelò a un punto il bell'ingegno del Cardinale, e fu la sola ricompensa che Messere Lodovico ricevesse dalla manificentissima e liberalissima Casa d'Este, come dicevano allora i Cortigiani, perchè le Gazzette ufficiali e semi-ufficiali non erano state peranche inventate. Ma quand'anche queste ragioni non mi giovassero, non si creda mica, ch'io non ne abbia in pronto molte altre, e gravissime tutte. Potrei allegare per la prima quella che parmi, ed è la principale di ogni altra,—il piacere mio; poi per seconda, che la presente generazione ha l'anima assetata di tutti que' libri che si distinguono col nome di Vite, e di Storie. Non ho detto subito Storie, perchè in oggi non è il libro che fa il titolo, ma il titolo il libro; e storia ormai non sappiamo più che cosa ella sia, in grazia di que' tanti volumi di fatti ricavati all'impazzata da opere oltramontane, e oltramarine, male connessi, male esposti, e peggio narrati: volumi che nulla hanno d'italiano, nè il senno, nè la civiltà, nè la lingua; volumi che la stessa ignoranza guastano, facendola incapace di mai più istruirsi, o, quello ch'è peggio assai, dal proprio mal talento, dalla invidiosa mediocrità, e dalla implacabile presunzione, seminano odio, mietono ignominia, eterno riso dei nemici stranieri. Benedetta sia sempre quella nudità della mente che cerca, e può acconciamente imparare; maladetta la ignoranza presuntuosa e maligna, e cui la fomenta.—Ai tempi di Elisabetta Regina d'Inghilterra costumavano le dame aggirarsi per le vie con un lungo strascico di seta; oggigiorno le anime vanno a processione pel mondo con uno strascico sperticato d'ignoranza ribalda: ogni tempo ha le sue usanze! Elisabetta con una legge suntuaria ridusse gli strascichi di seta a due sole braccia; ma la ignoranza si ride delle leggi, e dei legislatori, e salta quanto vuole saltare, e urla quanto vuole urlare, chè non v'è prigione che la tenga, nè birro che la leghi; e ti misura a passetto quattro tomi o sei di Memorie storiche, o libri altri cotali. Confortiamoci dunque con la speranza che questa sia l'ultima piaga con la quale a Dio piace di toccare l'Italia; confortiamoci, dico, che anche quaggiù un Mare Rosso¹ aspetti il brulichío delle cavallette storiografe, che si avventano alla buona messe, e fanno duro governo dei nostri campi fortunati; confortiamoci, che l'aere di questo cielo benigno un tempo alle imprese gentili, torni mortifero alle piante parasite che ci minacciano. Ai vecchi, che per esser fondo del secolo passato vanno tutti schifosi di posatura, e camminano curvi sotto le stoltezze del nuovo, le ignoranze dell'antico, e le presunzioni di ambedue i secoli, ormai minaccia la malattia, o più giovevole la morte. Ma non tutti tra i vecchi così, e dei giovani quasi nessuno: castissimi nell'anima, di quel senso che si sublima alle immagini del bello dotati, amano istituire gara di grandezza e di gloria, amano esercitarsi nelle lodevoli imprese, e mantenere intatto il sacro deposito del sapere, che i nostri grandi avi ci hanno tramandato. Onore! Onore ai magnanimi, che vivono nelle visioni della immortalità! Il fuoco della scienza, come quello di Vesta, arde scarso, ma eterno, e conservato da mani pudiche.

¹ Fecit flare ventum ab Occidente vehementissimum, et arreptam locustam projecit in mare rubrum. (Exod., C. 10.)

«Ordiniamo, che Corrado eletto Re dei Romani, erede del Regno di Gerusalemme, dilettissimo figliuolo nostro, ci succeda nell'Impero, ed in qualunque altro dominio in qualsivoglia modo acquistato, particolarmente nel Regno di Sicilia. A lui morto senza figli vogliamo succeda Enrico figliuolo nostro, ed a questo morto pure senza figli succeda Manfredi nostro figliuolo. Dimorando il mentovato Corrado in Lamagna, od in altro luogo fuori del Regno, Manfredi faccia le sue veci in Italia, e specialmente in Sicilia, dandogli pienissima potestà di fare tutti quei provvedimenti che potremmo far noi, come concedere terre, castelli, feudi, dignità, parentele ec. ec.. meno gli antichi demanii del Regno; ed abbiano Corrado ed Ennrico, o eredi loro, le cose che avrà fatte per rate e confermate. Item concediamo, e confermiamo al sopra detto Manfredi il Principato di Taranto, di Porto Rosito fino alla sorgente del fiume Brandano, non meno che le Contee di Montescaglioso, Tricarico e Gravina, le quali da Bari si estendono fino a Palinuro, e da Palinuro fino a Porto Rosito. Gli concediamo inoltre la Contea di Monte Sant'Angiolo con ogni titolo, onore, diritto, borghi, terre, castelli, villate, e pertinenze. In ogni altra possessione dalla Maestà Nostra concessagli nello Impero lo confermiamo, purchè di queste riconosca Corrado per suo sovrano signore ec.»¹

¹ Testamentum Friderici etc., p. 2 et passim.

Questa era la volontà dello Imperatore, come si rileva dalle sue tavole testamentarie riferite da alcuni diligenti Storici, ma tale non era quella di Papa Innocenzio. Abbiamo veduto come la politica dei suoi antecessori consistesse tutta nell'impedire che l'Imperatore di Lamagna avesse dominio in Italia, e poichè non potè attraversare, che per mezzo del matrimonio di Gostanza con Enrico la casa di Svevia ottenesse il Regno di Napoli, ogni pensiero della Corte Romana fu vôlto ad impedire che si consolidasse in mano dell'Imperatore. Innocenzio non aveva altro sentiero a seguire. Quel potente amico vicino che volendo ti distrugge, riesce più pericoloso del nemico che puoi combattere con incerta fortuna. Innocenzio come uomo avveduto, e delle cose del mondo intendentissimo, accese le cupidigie dei Baroni napoletani. Ognuno di questi, sperando farsi signore assoluto, con l'antica lusinga della libertà andava sollevando i popoli, e diceva doversi trucidare il tiranno, e purgare il Regno dai Barbari. Manfredi dal canto suo sollecitava i popoli a rimanersi fedeli, gli onori e le gioie della lealtà esponeva, i suoi nemici ribelli appellava. Sono i nomi di ribelle e di tiranno nelle rivolte di per sè stessi senza significato, e senza rappresentanza morale nella mente dei popoli, ed aspettano la loro spiegazione dall'esito delle battaglie. Allora vedendo gl'imprigionamenti, gli esilii, le teste tagliate e confitte su pei pali, per quell'antica fratellanza, che corre nei loro cervelli tra pena e delitto, senza cercare più oltre danno il torto a chi è vinto. Il nome di riprovazione rimane a colui che ha dovuto cedere, l'altro ha purificato la sua infamia nella vittoria…. poi la vittoria muta, chè il chiodo alla ruota della Fortuna nessuno pose fin qui, nè mai porrà, e con la vittoria mutano i giudizii degli uomini. Vinse Manfredi, e fu giusto; i Baroni vinti, e però scellerati. Alla morte dello Imperatore il Regno da un lato all'altro si ribellò, e Manfredi in meno di un anno lo ricompose in pace, ed eccettuate le città di Napoli e di Capua, tutte le sottomise. Fu quest'eroe figlio naturale di Federigo, e di una Marchesa Lancia di Lombardia, ma come si ricava dal suo testamento, avanti di morire legittimato. Bellissimo di corpo, di biondi capelli, ed occhi azzurri, come tutti gli altri della famiglia di Svevia; era la sua persona maestosa, il portamento gentile; di costumi liberale e cortese: sortì dalla natura ingegno maraviglioso, conciossiachè egli sapesse poetare a modo dei Trovatori, suonare, e nessuno degli adornamenti cavallereschi ignorò: del pari che suo padre Federigo parlò speditamente diverse lingue, e fu intendente di cose naturali, come si rileva dai libri su la Caccia, che di lui ci rimangono: cupamente ambizioso, stimò ogni mezzo, purchè conducente al suo scopo, lodevole: capace di calcolare ogni delitto e commetterlo, e celarne il rimorso: simulatore e dissimulatore destrissimo, sprezzatore degli uomini e di Dio, nel mentre che con istrano contrasto si mostrò sempre umano, magnanimo, e perdonatore generoso. La sua anima fu grande, ma tenebrosa; nessuno uomo al mondo ha mai tanto somigliato a Lucifero, allorchè ribellando parte del cielo al suo Signore ne portò la fronte in sempiterno solcata dal fulmine divino.

Corrado si apparecchiava a visitare il Regno di Sicilia, che il suo augusto genitore soleva chiamare prezioso retaggio: imbarcatosi a Porto Navone, alla estremità del Golfo Adriatico, su le flotte pisana e siciliana, giunse felicemente sul principiare dell'anno 1252 a Siponto in Capitanata. Gli occorse Manfredi con magnifica comitiva, e fattegli le dimostrazioni del più sviscerato amor fraterno gli narrò le imprese eseguite, i pericoli superati, e con diligenza gli espose le presenti condizioni del Regno. Corrado rispose, dovergli grazie infinite: lo pregò a volerlo sovvenire co' suoi consigli, ed a non partirsi giammai dal suo fianco. Così in buona concordia andarono dapprima le cose. Si cominciava intanto ad imprendere la guerra. Corrado, aiutato da Manfredi e dai Saracini, occupava in breve Aquino, Suessa e San Germano; non dissimile da Federigo suo padre, rigidamente si conduceva co' vinti, gli rifiniva con gravose imposizioni, e con atroci tormenti li trucidava. Manfredi poi mostrava compassionarli, spesso intercedeva per loro, più spesso li trafugava, tutti dei suoi danari sovveniva; già per lo innanzi que' suoi modi cortesi toccarono i cuori dei Siciliani, nè poco contribuirono a sedarne i tumulti; ora poi, posti a contrasto con quelli di Corrado, tutti lo imploravano come loro protettore, e santissimo Principe lo dicevano, e che fosse divenuto il loro Re desideravano. Corrado, ch'era di natura sospettoso, s'ingelosì ben tosto di Manfredi, e cominciò a temerlo troppo potente, onde prese a spogliarlo dei feudi, limitarlo nei suoi attributi, e così in ogni modo umiliarlo e avvilirlo. Manfredi sopportava tutto con lieto volto, nè se ne mostrava punto crucciato; anzi in proporzione dei torti ricevuti pareva raddoppiare di ardore per sovvenirlo. Capua stretta di assedio cedeva adesso a Corrado, che levato subito il campo mosse contro di Napoli. Questa città tenne lungamente; alla fine, soverchiata da troppo maggior numero di forze nemiche, si arrese. Corrado vi esercitò atti di rabbia, atterrò le mura, condannò gran parte di cittadini alla morte, la Università instituita da Federigo rimosse e trasportò a Salerno: Manfredi era sempre lì a spargere balsamo su le ferite cagionate da Corrado, e a prodigare consolazione e sussidii: sembravano il genio del bene, e il genio del male, che si fossero uniti a percorrere la faccia della terra.

Il grido degli offesi Napolitani giunse fino ad Innocenzio IV, che considerando se un potente esercito sì fosse presentato alle frontiere del Regno avrebbe potuto agevolmente sottometterlo, tirando partito da quegli umori, spedì il suo Segretario Maestro Alberto da Parma in Inghilterra per farne proposta a Riccardo Conte di Cornovaglia, fratello di Enrico III. Riccardo ricusò il partito, scusandosi col dire, lui essere fratello d'Isabella ultima moglie di Federigo, ma infatti perchè nudriva ambiziosi disegni sopra l'Impero. Enrico III allora sollecitò Innocenzio a concederlo al suo figlio Edmondo, e di breve rimase concluso il partito, quantunque, come vedremo in appresso, non fosse mandato mai ad esecuzione.

Giungevano intanto novelle dello Impero a Corrado, per le quali sentendo come Guglielmo di Olanda si fosse ribellato, conobbe essergli di mestieri confermare con la propria presenza la fede vacillante dei Baroni tedeschi. Abbandonando la Sicilia temeva di Manfredi, molto e più temeva di Enrico, giovanotto di belle speranze, lasciato dal padre ricco d'infinito tesoro, preposto al governo delle Isole, al quale egli doveva cedere il Regno di Gerusalemme, o l'Arelatense. Troppi, come ognun vede, erano i vantaggi che resultavano dalla sua morte, perchè Corrado lo lasciasse vivere. Enrico chiamato a Melfi periva: Corrado finse sentirne immenso dolore, e Manfredi finse di crederlo.

Ormai pronto a partirsi per Lamagna, Corrado la maggior parte dei Baroni aveva raccolto a Lavello col pretesto di magnifiche feste, ma in sostanza per ispiarne i sentimenti, e spengerli tutti alla occasione. Trapassarono le feste, e fu imbandito l'ultimo banchetto: sedeva Manfredi in faccia a Corrado, e con molte parole ora cortesi, ora amorose, lo lusingava; all'improvviso si levò in piedi, e vôltosi verso un donzello saracino gli disse: «Alì Haggì, pel Profeta che ha visitato, porgimi di quel buon vino col quale Federigo soleva propinare alla salute di sua casa.» Il Saracino gli porse un fiasco di argento, Manfredi n'empì una tazza (la sua era già piena), e la offrì a Corrado esclamando: «Alla salvezza di Svevia, all'Aquila nera in campo d'oro!»—«E all'Aquila di argento in campo azzurro!» rispose Corrado, e presa la tazza, vi accostò le labbra, e speditamente la vuotò. Manfredi era rimasto con la sua alla mano, e gli occhi senza sua volontà stavano fitti sul volto di Corrado; quando questi ebbe posato la tazza, egli accostò precipitosamente alla bocca la sua, quasi per nascondervi il volto, e la bevve ad un tratto. Poi ostentando una gioia smoderata chiese un liuto, ma nell'accordarlo spezzò le corde:—gettò lo istrumento e si pose a cantare: la sua voce era angelica,—ma confondeva i suoni, disordinava la musica; l'anima in somma era lontana da prestarsi a quegli ufficii. Finiva la festa, ed ognuno si ritirava al riposo. Manfredi pure andò a trovare il suo letto, ma s'egli vi trovasse riposo io non lo posso accertare. Non erano molte ore ch'ei vi giaceva, allorchè una voce traverso la porta gridò: «Messere il Principe, svegliatevi, accorrete, l'Imperatore si muore!» Manfredi balzato da letto si pone una maglia di ferro sotto le vesti, ed esce precipitoso. Giungeva al letto del moribondo…. Il volto di questo, livido per la presente malattia, più livido per la ricordanza dei suoi misfatti, appariva veramente terribile. Sporgeva le labbra tutte annerite come lo assetato; i capelli avea ritti, grondava sudore. Manfredi si abbandonò sul letto percotendosi il seno, piangendo dirotto, e ad ora ad ora esclamando: «Oh! signor mio, ch'è questo mai?»—«Manfredi,» rispose a gran fatica il giacente «io muoio, e Dio sa come! abbi…. almeno…. pietà di mio figlio, Manfredi!…» Trasse un anelito, cadde riverso sul guanciale, e spirò.

Un uomo che non aveva mostrato dolore nè gioia, ma si era rimasto sempre allato dell'Imperatore, immobile come la statua di un Santo, trasse da parte Manfredi, e con parole tranquille gli disse: «Messere il Principe, fa mestieri provvedere: volete voi assumere il baliato del Regno?»—«Io dominare, Marchese Bertoldo?» rispondeva Manfredi: «oh! sono sazio, ma sazio assai delle cose della terra…. Io vo' passare la rimanente mia vita a piangere il mio fratello.»—«Ben pensato, Principe: io co' miei Tedeschi sosterrò in Sicilia le ragioni di Corradino,» soggiunse Bertoldo. «Vi aiuti Dio nella impresa.»—«Amen,»—riprese l'Hochenberg, e si allontanò.

Si sospettò súbito di veleno, ma ora a nessuno tornava dirlo. Il paggio saracino, che solo non aveva interesse a celarlo, non fu più visto in corte; e così Dio gli abbia salvato l'anima nell'altro mondo, com'egli certamente in questo perdè la vita. Tentò il Marchese Bertoldo di Hochenberg con quella improvvisa domanda penetrare la mente di Manfredi, ma questi era più destro a celare che non il Marchese a conoscere. Aveva Bertoldo un senso sicuro di giudicare gli uomini pensando sempre alla peggio; Manfredi poi possedeva il genio della malignità. Il Marchese poteva essere appena inalzato all'onore di primo istrumento dei misteriosi disegni del Principe di Taranto.

L'Hochenberg siccome balio di Corradino spedì ambasciatori al Pontefice per implorare perdono. Rispondeva Innocenzio, volere prima di tutto essere messo in possesso del Regno, giudicherebbe dipoi qual dritto potesse avere Corradino su quello. Non si accettavano cotesti patti, le pratiche per la pace nuovamente si rompevano, la guerra ricominciava. Innocenzio, messo da parte le profferte fatte pel tempo passato ad Enrico d'Inghilterra, si consigliò di conquistare per sè il Regno di Sicilia. A tale intento raccolse in Anagni le milizie delle Repubbliche lombarde e toscane, quelle della Marca di Ancona, e più altre. Al punto stesso istigava i Baroni del Regno alla ribellione; ed in questo faceva buon frutto, perchè Manfredi o lo aiutava, o non lo impediva. Bertoldo travolto dalla necessità dei casi, considerando non essere omai in suo potere sedare quelle sommosse, propose da senno a Manfredi di cedergli il baliato. Il Principe finse da prima ricusare, ed ora con questa, ora con quella scusa, andava schermendosi: alla fine accettò, a condizione che il Marchese gli cedesse i tesori di Corrado, e andasse in Puglia a ragunare nuovo esercito. Bertoldo, toltosi da dosso quel grave carico di difendere il Regno, e di mostrarsi la prima persona contraria agl'interessi del Papa, non pure non tenne i patti, ma si manifestò avverso a Manfredi. Conobbe il Principe la disperata sua condizione, e lo errore commesso dell'essersi affidato a quegl'incostanti spiriti de' Napoletani: ma opponendo la frode alla frode, prevenne Bertoldo; finse fare volontariamente quello a che tra poco sarebbe stato costretto, e andò a Cepperano ad umiliarsi al Pontefice. Narrasi che giungesse perfino a tenergli il palafreno per la briglia, quando valicò il Garigliano.

Gli accorgimenti di Manfredi non dovevano gran pezza durare; egli li aveva operati per sospendere i casi presenti, sapendo che da cosa nasce cosa, e il tempo la governa, e per dare a divedere all'Hochenberg che penetrava i disegni suoi, e poteva renderli vani. Infatti il Marchese pensando che il sottomettersi adesso dopo Manfredi non gli avrebbe fruttato molto utile, stimò meglio mantenersi nemico, ed aspettare occasione di vendere a caro prezzo la sua resa. L'occasione non tardò molto a venire. Vedeva Manfredi la petulanza dei fuorusciti napoletani, Morra d'Aquino, San Severino, che seco lui abitavano in corte del Papa; e con destrezza maravigliosa dissimulava, e gli oltraggi ricevuti altamente nell'animo imprimeva, divisando bene vendicarsene un giorno. Intanto Bonello di Anglone, suo capitale nemico, ottenuta dal Papa la investitura di parte del Principato di Taranto, per la strada di Alesina s'incamminava a prenderne possesso. Manfredi in quel giorno medesimo, avendo saputo che l'Hochenberg con lo esercito si avvicinava, mosse da Teano per andare ad abboccarsi con lui. Volle la fortuna, che per via s'imbattesse in Bonello, il quale tutto orgoglioso si avanzava tenendo la mano dritta del cammino. Manfredi scongiurava i compagni, affinchè adesso lo lasciassero stare,—non sarebbe mancato tempo a trarne vendetta; ma essi risposero, che non avrebbero consentito giammai che si facesse un tanto spregio al figliuolo dello Imperatore Federigo. Le due compagnie si accostavano, nè quella di Bonello sembrava volesse cedere; allora Marino Capece, uomo di natura avventata ed amicissimo di Manfredi, trascorse col suo destriero, e percotendo con la mazza ferrata le spalle di Bonello: «Scendi, schiavo,» gli disse «e fa omaggio al figlio del tuo Re.» Questo fu il segnale della battaglia; posero mano alle spade, e cominciarono a menare. Il Principe, da che non aveva potuto impedire che accadesse quel fatto, si studiò che riuscisse felice; e da franco cavaliere spintosi con incredibile furia addosso al Bonello, lo afferra al cimiero, gli scioglie la barbuta che gli difendeva la testa, e col pugnale gli sega la gola: i compagni di Bonello, visto quel caso, fuggono a precipizio. La nuova giunse tosto in corte del Papa, il quale, infellonito per la morte d'Anglone, spedì gente a perseguitare l'uccisore. Manfredi, stimandosi male sicuro all'aperto co' suoi fedeli, si rifugiò nel castello dell'Acerra, dove rimase alquanti giorni. Bertoldo, visto Manfredi in disgrazia del Papa, gli si fece subito nemico, o con tutto il suo esercito ad Innocenzio si vendè. Il Marchese Lancia avvertì il suo nepote Manfredi, affinchè si partisse dall'Acerra. Manfredi adesso ramingo e profugo era venuto in parte che non aveva più terreno che lo sostenesse. Sperava ripararsi in Lucera, ma anche questa città era in poter dei nemici: nondimeno nessuno altro rifugio si presentava, e in ogni caso era forza tentare: ma torrenti, montagne e nemici, prima di pervenirvi si frapponevano. Chi avrebbe voluto correre tanto manifesto pericolo, e partecipare seco lui la presente sventura? Corrado e Marino Capece, singolare esempio di amore fraterno e di lealtà, risposero, stesse pure di buon animo, ch'essi come pratichi di que' dirupi speravano in Dio di condurlo a buon salvamento.—Si posero in via.—Le cose andarono sul principio a seconda: fino a Magliano non incontrarono anima vivente. Giunti in questo borgo, trovarono una colonna dell'esercito di Bertoldo, quivi fermata con ordine di chiudere le vie di salute a Manfredi. Si accôrsero i fuggitivi dello imminente pericolo, e si dettero a traversare il borgo con molta accortezza. Già stavano presso ad uscirne con avventuroso successo, allorchè intopparono in doppio filaro di carri posto a capo del cammino: i soldati lasciativi a guardia domandarono chi fosse; la più parte del séguito di Manfredi stimandosi perduta, trasse le spade gridando: «Svevia! Svevia! Siamo qui per punirvi, traditori.» Si venne a un duro affronto, nel quale il caso, più che la prodezza, dispensò i colpi. Manfredi, i Capece, ed alcuni altri rimasti addietro, affrettando i cavalli giunsero sul luogo, e videro che i loro compagni, fieramente assalendo, ed i nemici ritirandosi, avevano reso libero il passo: al punto stesso sentirono un mormorio lontano di gente, che si affaccendava per venire in soccorso della guardia dei carri; quantità di fuochi errava qua e là pel borgo; poco più che tardassero, erano irrimediabilmente chiusi nel mezzo. Manfredi, quantunque conoscesse la morte imminente, spinse il destriero per soccorrere i suoi, ma Corrado Capece lo rattenne, e gli disse: «Voi perdete, Principe, e quelli non salvate; essi furono valorosi, ma imprudenti…. spargiamo una lagrima sul destino loro, e partiamo.» Toccarono allora di sproni, e quanto più poterono veloci si allontanarono. Traversarono nei giorni seguenti per Bisacca, per Bimio e per Guardia dei Lombardi, e tenendo il sentiero più alpestro giunsero sul fare della notte a vista di Atropalda, castello dei Capece.

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«Baiardo!» gridò Marino: che precorse Manfredi sotto il castello. Fu sentito un cigolío di chiavacci, un aprire d'imposte, un montare di balestra, e una voce tuonante, che domandò: «Chi viva?»—«Viva Svevia, e San Gennaro: cala il ponte, Baiardo; son Marino.»

Fu calato il ponte; e quando Manfredi ebbe posto il piè su la soglia, i due fratelli Capece scesero da cavallo, gli si prostrarono alle staffe, e dissero: «Messere il Principe, siete in casa vostra.»—«Se la fortuna non mi corre sempre nemica, spero potervi dire le stesse parole a Napoli nel castello capuano.»

Le mogli dei Capece con donnesca leggiadria fecero al profugo Manfredi tutte quelle accoglienze che seppero maggiori; egli volle che sedessero alla sua mensa insieme ai loro mariti, e qui dimenticando le passate e le presenti sventure si mostrò tanto gaio e scherzoso, che quelle gentildonne, vedendolo in séguito spessissimo volte a corte, affermarono, ch'ei non fu mai tanto giulio, quanto in quella notte di pericolo. Alla mattina, Manfredi, salutate le dame, ed ingrossata la scorta di alcuni cavalieri della gente dei Capece, si dipartiva. Giunse a Melfi, che gli chiuse le porte; Ascoli seguì l'esempio, ed uccise per giunta il Governatore, che gli si manifestava devoto. Un uomo meno magnanimo si sarebbe dato per vinto; Manfredi, più che mai fermo contro la fortuna, si volse a Venosa, che rispettosamente lo raccolse.

Era Lucera dei Saracini in podestà del Marchese di Hochenberg, il quale vi aveva lasciato a governarla Marchiso con ordine di tenerne sempre chiuse le porte. Marchisio eseguiva i comandi del suo signore, ma non gli valse il consiglio.

Manfredi, lasciata a Venosa la scorta, tolse seco i due fedeli Capece e il maestro di caccia di Federigo, e si dispose a partire per Lucera; scansò Ascoli e Foggia. La notte lo sopraggiunse su l'entrare di quella sterminata pianura, che anche oggigiorno chiamano Tavoliere della Puglia; il cielo minacciava burrasca, ma il Principe di Taranto non era uomo da arrestarsi per la paura di un cielo turbato:—si avanzavano; le tenebre aumentano, il vento cresce impetuoso;—di tanto in tanto grosse goccie di pioggia gli bagnano il volto. Allo improvviso cessò il vento; tutto fu un profondo silenzio: per quella solitudine nessuna altra cosa si ascoltava, meno l'alternare dei passi dei cavalli.—Venne un lampo, poi un tuono, e dietro uno scroscio terribile di grandine: il vento che aveva cessato, quasi mostrando di non volere essere il primo ad attaccare la battaglia con gli altri elementi, tornò ad imperversare pel cielo. I baleni si succedevano con tanta rapidità da sembrare un incendio continuato. Spesso i cavalli balzarono indietro spaventati; i cavalieri, comunque usi a vedere la morte, si facevano il segno di salute, e si raccomandavano a Dio, perocchè lo spettacolo della natura sconvolta spaurisca assai più dell'aspetto della morte. Qual fu in quell'ora l'anima di Manfredi? Se i suoi compagni avessero potuto fissarlo in volto, avrebbero conosciuto dalla penosa contrazione dei muscoli, dagli occhi smarriti, dal sembiante disfatto, che nel suo cuore passava una tempesta più fiera di quella che sovvertiva in quel punto e cielo e terra. Ma essi stavano troppo preoccupati per la propria vita, onde fare coteste osservazioni; e la voce di Manfredi non tremava, anzi ora gl'incoraggiva, ora con qualche bel motto gli rallegrava. Disse un antico filosofo, non so con quanta convenienza di senno, che l'uomo onesto in fondo della miseria è cosa degna degli Dei: io per me penso, che un grande scellerato, il quale senta tutto lo inferno del rimorso, e sollevi la fronte baldanzosa e serena, sia non il più bello, certo bensì il più maraviglioso spettacolo della umana natura.—Così camminarono una lunga via: si squarciò l'orizzonte rovesciando sopra la terra torrenti di fuoco; le case più lontane ne furono illuminate; Riccardo maestro di caccia esclamò: «Coraggio, coraggio, cavalieri, ecco qui presso il ricovero.»

«Quale?» domandarono tutti.

«Non avete veduto la casetta che vi sta dal manco lato a breve distanza? Venitemi dietro, chè ne conosco la via; la fece fabbricare per comodo della caccia la Maestà dello Imperator Federigo nostro signore.»

«Riccardo!» urlò involontariamente Manfredi «per amore del tuo Dio, non mi condurre a quella casa.»

«E dove volete passare la notte, messere il Principe? Che San Gennaro vi aiuti, sentite che grandine è questa? Venite, venite.»

Manfredi senza aggiungere parola gli tenne dietro: allorchè fu per passare la porta della casa prese pel braccio Corrado Capece per evitare di cadere.

«Principe, male v'incolse?»

«Nulla, Corrado, ho posto il piede in fallo.» E si avanzò.

Riccardo frugando così al buio rinvenne alcuni fasci di legna, li dispose sul focolare, trasse dalle tasche il focile, e suscitò un bel fuoco.

«Questa è fiamma veramente reale,» disse sorridendo
Manfredi.

«Oh! ne abbiamo fatti di belli di questi fuochi, messere il Principe…. quelli sì che erano tempi!… figuratevi, l'ultima volta ch'ebbi l'onore di servire la Maestà dello Imperatore vostro padre, lo vidi in questa medesima stanza…. mi sembra proprio di averlo innanzi gli occhi…. lì a canto a voi….»

«E' parvi da durare questo tempo?» interruppe Manfredi.

«Messer sì,» rispondeva Riccardo. «Sicchè, com'io vi diceva, stava in questa stanza, e vi potrebbe essere anche adesso…. e perchè no? Egli morì giovane, mi ricordo, giungeva appena a cinquantasei anni…. e vivo io grazie al cielo, che ne ho sessanta, e sono un vassallo, poteva bene viver egli che ne aveva cinquantasei, ed era il più potente signore di tutta Cristianità; ma la fama mormorò allora che fosse avvelenato…. Oh! quando poi c'entra il veleno, si muore anche dell'età del Re Corrado….»

«Santa Vergine! questo è un fulmine,» disse Manfredi segnandosi.

«Messer sì….» soggiunse Riccardo. «Raccontano molti, e l'ho inteso sovente dalla propria bocca di mio padre, buona memoria, che rammentando i morti dopo la mezza notte sogliono talvolta apparire…. ma io non ho paura…. io…. E perchè dovrei averne?… per quanto mi venne dato, l'ho servito fedelmente sempre, in vita o in morte. Quantunque comprendessi benissimo, che la preghiera di un pover'uomo come sono io possa poco o nulla giovare alla grande anima di uno Imperatore, pure per quello che può valere le ho detto, e le dico la mia orazioncella. Insemina, se ora comparisse in mezzo di noi, io non avrei paura…. no, non avrei paura….» e tutto timoroso si guardava d'intorno. «E voi, messere il Principe?»

Manfredi non potendo più sopportare quelle parole, si fece alla porta, guardò il cielo, poi chiamò i compagni e disse: «Mi pare che si metta al buono.»

«Certamente si mette al buono;» rispose Riccardo «tra mezz'ora non cade più pioggia…. ma vedete come è mutato il vento!… come tirano di lungo que' nuvoloni neri neri!—La tempesta va verso Napoli…. Pazienza! là si trovano tanti buoni Santi, che ne avranno cura; ma qui non c'è prete che valga a esorcizzarla. Guardate in là, messere il Principe, come fa chiaro. Oh! ne abbiamo avute ben altre di queste nottate con l'augusta Serenità di vostro….»

«E sarebbe bene, Riccardo, che voi andaste con un po' di strame, se ne trovate, altrimenti col mio mantello, ad asciugare i cavalli.»

«Parvi, messere il Principe? il vostro mantello del più bel verde cambraio, che io abbia visto al mondo! il mio fa più al caso di quelle povere bestie…. eh! hanno fatto un bel fare…. e poi il mio mantello è più asciutto del vostro, farò con questo.» E così dicendo Riccardo andò per quello che gli aveva comandato il suo signore.

Manfredi facendosi presso ai Capece, che se ne stavano ristretti intorno al fuoco: «Prodi cavalieri, e dilettissimi amici miei,» disse loro «io vengo a togliervi fino il piccolo conforto di asciugarvi le vesti: vedete che si guadagna a seguitare la fortuna del profugo! Tra poco torneremo a cavallo.»

«Principe, noi ci professiamo pronti a lasciare la vita per voi…. le spose e i figli abbiamo di già lasciati.»

«Io per me spero che il Cielo mi sarà secondo, se non altro, per potere ristorare dei sofferti danni voi, generosi e fedeli amici miei.»

«Servire un cavaliere cortese come voi siete è di per sè solo una grande ricompensa. I nostri nomi, Principe, passeranno ormai nella memoria dei posteri uniti con indissolubile alleanza; saranno le vostre azioni le lodi nostre, e le nostre opere le vostre lodi: una gloria perenne ricadrà su noi tutti, nè i Trovatori canteranno di Manfredi senza che il nome dei Capece si trovi in qualche stanza della loro ballata.»

Manfredi gli abbracciò, e continuò seco loro a conversare, finchè udirono venire Riccardo che cantava:

    «In sella, in sella, cavalieri armati,
      Che l'araldo dell'arme ha dato il segno;
      Stanno le vostre dame agli steccati,
      Un scudo d'oro di vittoria è il pegno.»

Allora si levarono tutti: il cielo appariva in parte sereno; salirono i destrieri, e si riposero in via.

Sorgeva un bel giorno: gran parte dei Saracini stava raccolta sopra le mura di Lucera a cantare il Salè della Nuba matutina, allorquando videro di lontano venire per la pianura quattro cavalieri armati di tutte arme. Giunti che furono a tiro di balestra, tre si rimasero, ed uno si avanzò a testa scoperta in segno di sicurezza, alzando la mano senza guanto per denotare la pace.

«Pel capo di mio padre, parmi Manfredi!» gridò un Saracino.

«È la morte che ti percuota!» rispose un altro. «Chi sa in qual parte si trova adesso il nostro dolce signore!»

«Possano dirmi sette volte cane, e maladetta la mia generazione, se quegli non è il figlio di Federigo!» rispose un terzo.

«Perchè hai bevuto il sangue della vite, Hussein? Non lo aveva detto il Profeta, che il vino ammala il cuore, e ci fa simili allo stolto?»

«Baba Musah, perchè mi dici ebbro? E perchè accusi dei danni della tua vecchiezza il compagno che vede meglio di te? Questo t'insegna la sapienza degli anni? Guarda bene: non distingui l'aquila d'argento sul cimiero appeso all'arcione?»

«Arsullah! Sì certo, è un'aquila quella…. Arsullah! È Manfredi davvero.»

«Manfredi, Manfredi,» suonarono a un tratto le mura: «Manfredi, Manfredi,» risposero i Saracini rimasti nei quartieri, e prendevano l'arme, e accorrevano, «Ecco il diletto signore, ecco il nostro Principe, che viene a soddisfare i nostri desiderii, e a riposarsi su la nostra lealtà: ch'egli entri, ch'egli entri prima che il Governatore se ne accorga.» gridavano tutti.

Manfredi era giunto sotto le mura: un Saracino gli accennò un canale pel quale scolava un rigagnolo dalla città; il Principe si getta da cavallo, e si appresta a cacciarsi giù pel condotto:—nol soffrono gli spettatori, si fanno alle porte, le scuotono, le percuotono;—gli arpioni agli urti continuati lasciano la presa, e le imposte traendosi dietro una spaventosa rovina cadono a terra. Marchisio, che già armato muoveva per contrastare Manfredi, vedendolo avanzarsi tutto minaccioso, mutato consiglio, gli s'inginocchia, e gli fa omaggio come a suo signore sovrano.

L'acquisto di Lucera mutò i destini di Manfredi; vi trovava infiniti tesori, i quali, diffusi con accortezza, gli produssero in breve un forte partito, perocchè in ogni tempo il danaro sia stato la prima provvisione per la guerra, e in ogni tempo si trovassero uomini i quali posero l'anima allo incanto pel maggiore e migliore offerente. Ora il Pontefice spediva a tutta fretta un esercito sotto i comandi del Cardinale di Santo Eustachio per opprimere Manfredi sul principio di quelle grandezze; gli teneva dietro Bertoldo. Manfredi si mostrava apparecchiato a combatterli. Il Marchese di Hochenberg, seguendo sempre quella sua doppia e finta natura, mandò un messo fidato a tenere segrete pratiche d'accordo col Principe di Taranto. Rispose questi che volentieri lo raccoglierebbe nella sua alleanza; averlo sempre tenuto per caro fratello, ed amico; conoscere egli di troppo la prepotenza dei casi per volere far carico a Bertoldo della sua passata condotta. Il Marchese non andò più oltre, e stimò avere con molta accortezza provveduto alle cose sue, perchè, se vinceva Manfredi, ei gli era amico segreto: se Innocenzio, ei gli era amico manifesto. Intanto supponendo il nemico fidente di quelle dimostrazioni, mandò molte colonne del suo esercito sotto il comando del suo fratello Oddo a prendere posizione sul contado di Lucera; il nemico però stava all'erta, e avuta notizia del fatto si pone arditamente in campagna, rompe Oddo, e lo incalza fino a Canosa; poi lasciatolo così malconcio in parte che non più possa riunirsi al grosso dell'armata, si fa contro Bertoldo, il quale, dopo due ore di ostinato combattimento costretto a cedere, fugge più che di passo verso Napoli col Cardinale Legato.

Questo Capitolo ormai troppo voluminoso ci costringe a tralasciare il racconto di una serie di piccole perfidie, e di piccoli fatti d'arme, quasi tutti tra loro somiglievoli, pei quali Manfredi, sotto il Pontificato di Alessandro IV, vinti gli esterni e gl'interni nemici, riconquistò tutto il Regno di Napoli. Più grave caso, e degno di memoria è quello pel quale Manfredi di Vicario giunse a farsi nominare Sovrano del Regno di Napoli; e qui lasciato Niccolò Iamsilla scrittore ghibellino, mi fa mestieri appigliarmi a Giovanni Villani di fazione guelfa. Narra dunque costui, «che Manfredi, vedendosi in istato ed in gloria, si pensò essere Re di Sicilia e di Puglia; e perchè ciò gli venisse fatto, si recò ad amici con doni e promesse i maggiori Baroni del Regno; e sapendo come del Re Corrado suo fratello era rimasto un figliuolo chiamato Corradino, il quale per diritta ragione doveva essere erede del Reame di Sicilia e di Puglia, pensò una frodolenta malizia per esser Re. Adunati tutti i Baroni, propose loro cosa si dovesse fare della signoria, perocchè egli avesse novelle come il suo nipote Corradino fosse gravemente ammalato, e da non potere mai reggere il peso di un Regno. I Baroni consigliarono che mandasse suoi ambasciatori in Lamagna per sapere dello stato di Corradino; e se fosse morto, od infermo, fino d'allora protestavano volere Manfredi per Re loro. A ciò si accordò Manfredi come colui che aveva tutto fintamente ordinato, e mandò ambasciatori a Corradino e alla madre con ricchi presenti e grandi profferte; i quali giunti che furono in Isvevia trovarono che la madre del garzone, Elisabetta di Baviera, come donna di gran cuore ed avveduta, gli facea buona guardia, tenendolo confuso con diversi fanciulli di sua età vestiti tutti ad un modo; e detti ambasciatori domandando di Corradino, Elisabetta, temendo di Manfredi, mostrò loro in iscambio un altro di detti fanciulli dicendo: questi è desso. Gli Ambasciatori gli fecero grande riverenza, e presentandogli doni, tra i quali confetti avvelenati, il garzone ne prese, e incontanente morì; onde credendo aver morto Corradino si partirono subito di Lamagna, e giunti a Vinegia fecero fare alla loro galera vele di panno nero, e tutti gli arredi neri, ed eglino medesimi si vestirono a bruno; ed arrivati in Puglia, come gli aveva ammaestrati Manfredi, fecero sembiante di gran dolore, e riferirono la morte di Corradino. Manfredi finse gran pianto, e a grido dei suoi amici, e di tutto il popolo, fu eletto Re di Sicilia, e a Monreale si fece coronare, gli anni di Cristo 1238.» Elisabetta di queste cose informata, mandò ambasciatori a Manfredi per fargli sapere che Corradino viveva, e che il suo retaggio era stato usurpato: rispondeva questi dicendo: «dal trono non potersi scendere se non che morti: stesse sicura, ch'ei lo conserverebbe per Corradino, ed anzi gli mandasse il fanciullo, ch'ei lo avrebbe nelle paterne virtù ammaestrato.»

Gl'istrumenti eletti dal Cielo per operare la rovina di Manfredi furono Urbano IV, nativo di Troyes, Patriarca di Gerusalemme, successo nel Pontificato ad Alessandro, e Clemente IV Cardinale di Narbona eletto Papa nel mese di febbraio 1261. Il primo di questi Pontefici avendo mandato in Francia Maestro Aliberto suo Notaro per offerire la corona a San Luigi, n'ebbe in risposta che alla conclusione del trattato si opponeva la investitura per lo addietro fatta a Edmondo d'Inghilterra; ond'egli spedì a Londra Bartolommeo Pignattelli Arcivescovo di Cosenza per farla renunziare ad Enrico III. Il Re, impegnato in guerra pericolosa contro i suoi Baroni, lusingato dall'Arcivescovo con la speranza di soccorsi, che non ebbe mai, cesse alla sua volontà. Allora il Pignattelli tornò in Francia, e col beneplacito di San Luigi propose la investitura del Regno di Napoli a Carlo di Angiò, meno la Terra di Lavoro, le Isole adiacenti, e la vallata di Gaudo, che la Santa Sede voleva ritenersi. Carlo rifiutando la proposta dichiara che non sarebbe per accettare giammai il Regno così smozzicato: darebbe alla Chiesa, come aveano fatto i Normanni, la città e il contado di Benevento, non meno che ottomila once d'oro per anno. Clemente IV assunto nuovamente alla Cattedra di San Pietro, mostrandosi dapprima esitante, piega alle pretensioni di Carlo, e rimanda in Francia l'Arcivescovo di Cosenza con lettere pontificali a Simone Cardinale di Santa Cecilia perchè congiuntamente sollecitino la esecuzione della impresa, e confortino San Luigi a sovvenirla co' suoi sussidii. I fatti che avvennero dopo appartengono all'epoca che deve percorrere quest'opera.

CAPITOLO NONO.

IL PRIGIONIERO.

                               Oh! perchè almeno
                Lungi da lui non muoio! Orrendo, è vero
                Gli giungeria l'annunzio; ma varcata
                L'ora solenne del dolor saria;
                E adesso innanzi ella ci sta: bisogna
                Gustarla a sorsi, e insieme.
                                 CONTE DI CARMAGNOLA.

Erano giunti a piè della scala. Il corridore appariva in parte illuminato da luce lontana. Si appressavano: giunsero ad un vestibolo separato dalla prigione con ispessi cancelli. L'anima e gli occhi di Rogiero percorsero in un baleno la scena che si offeriva. Vide un uomo quasi sepolto in una sedia: le sue membra non erano del tutto manifeste, imperciocchè fosse vôlto altrove il raggio della lampada; pure sembrava pallido e vecchio; i capelli aveva tutti bianchi, teneva gli occhi chiusi, pareva volesse assuefarli a morire.—Lì davanti stava un tavolino; sovr'esso una tazza e un Crocifisso. A canto della sedia per terra giaceva una lunga bacchetta tutta intaccata, e le tacche, benchè la più parte regolari, ad ora ad ora più profonde. Cotesta fu opera di dolore.—Allorchè quell'infelice chiusero là dentro, lo prese vaghezza di annoverare i giorni della sua prigionia, onde conoscere la durata di un tempo destinato a soffrire, e deliziarsi nella speranza che questo tempo andava a decrescere: forse ancora fidente di giorni felici, stimò doverne ricavare argomento di gioia, qualora le future condizioni potesse paragonare con le presenti. Adesso cotesta opera giaceva in terra negletta.—La speranza, che siede ultima al capezzale del moribondo, e si mostra ai suoi occhi, quando anche velati dalla nebbia della morte non giungono più a discernere le care sembianze dei parenti e degli amici…. la stessa speranza aveva abbandonato quel cuore. Quando gli anni accumulandosegli sopra la testa mutarono in bianchi i suoi biondi capelli, non più l'anima e le carni gli tremarono al suono che faceva la porta volgendosi sopra i cardini, nè ad ogni tocco sul serrame che la sbarrava stimò giunta la mano pietosa che doveva ricondurlo a godere della faccia del cielo.—Disperato gittò via cotesto istrumento, che insegnandogli a distinguere lo affanno glielo rendeva più insopportabile e più lungo;—amò considerarlo come una gran giornata di travaglio, di cui la notte doveva trovare nella morte.—E di vero la luce non iscompartiva i suoi giorni. Dal punto in ch'ei fu posto in carcere non aveva più veduto l'aspetto dell'orizzonte, nè pure dalle inferriate;—e poichè il suo giorno era tenebra, doveva immaginarsi la sua morte nel nulla.—Divenuto affatto insensibile, stette come cosa inanimata ad aspettare il momento dall'ordine delle cose destinato alla sua estinzione. Almeno gli fosse rimasto il coraggio di porre fine a tanto compassionevole esistenza! Questo pensiero, che vuole per la sua esecuzione tutte le potenze dell'anima, gli sorse in mente, allorchè avvilito dalla sventura ricercò invano nelle passioni dei tempi trascorsi un avanzo, che valesse a restituire le membra agli elementi, variando forma alla sua materia. Non sospiro, non voce lamentosa gli usciva dai labbri…. quello che dal profondo dell'amarezza, o dal furore dell'ira potea dirsi, aveva detto miliardi di volte;—gli rimaneva il silenzio, ed egli era muto come un sepolcro. Gli anni lo avevano affatto cancellato dalla rimembranza degli uomini.—Per lui niun gemito, nessuna parola di amore; e se talora il nome si affacciava al pensiero dell'antico servitore, che seduto a canto al fuoco narrava le glorie della casa di Svevia ai valletti e all'altra gente della famiglia, si guardava bene di chiamarlo sul labbro, perchè ricordava un colpevole di tal delitto, che atterrisce lo stesso Lucifero; o se pure ve lo chiamava, lo profferiva in basso sussurro…. alla sfuggita…. come quello di un dannato. Per lui vivo non si aveva nè pure quello scarso affetto che si conserva pei morti.

Distese a gran fatica la destra;—ella tremava paralitica: già era presso a sovrapporla al tavolino, quando tornò a penzolargli:—soprastava alquanto tempo…. poi la rimuoveva…. brancolando strinse il Crocifisso, e se lo recò alla bocca in atto di bere; non sentendo il refrigerio dell'umore, aperse spaventato gli occhi, e vista la immagine del Redentore la rimise con impazienza su la tavola mormorando tra i denti: «O Cristo, io ardo di sete!» Ghermiva la tazza, e bevendo bramoso lasciava gocciare giù pel mento e pel petto l'acqua, nè se ne mostrava infastidito:—estinta la sete, dette un gemito, e ricadde immobile nel primiero torpore.—Di uomo ormai non gli rimaneva che la parte schifosa dei bisogni!

Vide Rogiero questo spettacolo di avvilimento e di miseria, e soprappose mano a mano su gli occhi, stimando insufficiente a sfuggirlo la sola pelle destinata a velarli.—Si appoggiò ad una colonna; e quando volle ordinare che schiudessero il cancello, la sua bocca non potè esprimere nessuna parola: l'atto della mano gli valse per dimostrare la sua volontà.

Si schiudeva il cancello.—Il vecchio sentì percuotersi le ginocchia, stese la mano per conoscere che fosse; le sue dita s'incontrarono in una lunga capellatura. «Parmi la testa di un uomo,» disse, e tornò nella consueta sua inerzia…. Ma la sua mano non cadde a penzolare di nuovo, e la sentì costretta a rimanersi in un luogo, scaldare,—bagnare:—fossero lagrime? Porse l'orecchio, e parvegli sentire cosa che da anni e anni non aveva udito più mai,—il singulto del pianto.

La fiamma dello spirito era spenta, pure egli non era divenuto affatto ghiacciato; un leggerissimo colore di rosa pallida gli ricorse su per le guance, e le pupille apparvero per un momento meno appannate di prima.

«Sono lagrime queste?» diceva affannoso. «Io ho consumato da gran tempo le mie. Le ho sparse d'ira, di amore, di tenerezza, di rabbia.—Ora se il Cielo mi ridonasse le lagrime, vorrei spargerle sempre di pietà, perchè il pianto più accetto al Confortatore degli sventurati è quello della pietà, e soave….»

«Non ritirate la mano dal mio capo…. non vogliate lasciarmi sul cammino della vita senza la vostra benedizione!» soffocato dai singulti diceva Rogiero.

Enrico non rispose nulla. Rogiero alzò il volto, e lo vide immobile, come se non avesse inteso le sue parole; gli scosse leggermente la mano, e replicò: «Benedizione! benedizione!»

«Benedizione! benedizione!» rispose Enrico come se fosse stato l'eco; e dopo: «questa è una parola di amore. Gli uomini lassù» ed alzava la mano «l'adoperano piangendo. Il passato trascorre senza séguito per la mia memoria; un alternare di caligine e di luce mi occupa l'intelletto…. ma parmi…. e certo anch'io fui benedetto tra gli uomini.—Io non posso ricordarmelo adesso…. ma fu uno sfinimento d'immensa passione…. Ah! benedisse mio padre questa testa, che aveva macchinato il disegno di levargli la vita!» E qui si dava dei pugni nella fronte, e pregava, e bestemmiava tutto doloroso.

Lo rattenne Rogiero, e gli ripeteva all'orecchio: «E questa benedizione parla per voi; sta il suo perdono al cospetto di Dio, ed ogni peccato vi è stato rimesso.»

«Valcherio! Valcherio! è una spada questa che mi cacciate tra mano?—Forse con la spada alla mano il figlio deve incontrare il seno del suo genitore?—Si addicono coleste parole ad un arcidiacono di Santa Madre Chiesa? Sono parole del demonio…. via…. via, in nome di Dio, non tentarmi.—Il Papa? Sei un mentitore; il Padre dei Fedeli non può volere il parricidio.—Oh! come splende bella quella corona reale…. come superba…. L'ami?—Se l'amo!—Ebbene, ella si conserva per te in Monza dai tuoi leali Milanesi…. ma bada, fra te e quella corona si trammette una vita… si spenga.—Misericordia… misericordia, io sono contrito qui nel profondo…. Che giova? un pensiero cancellerà una colpa? Ma e il suo perdono?—Che giova? L'opera del malvagio può esser mai tolta dalla generosità di un buono? Ma io ho sofferto tanto! Quanto è che soffro?» Qui si frugava d'intorno, e non potendo trovare quello che cercava, soggiunse: «Il tempo ha consumato l'arnese che mi serviva a distinguerlo, ed io vivo ancora! Pure ho detto di perdonare tutto a tutti, anche a Manfredi….»

«Manfredi!…»

«Chi ha nominato Manfredi? Tacete il suo nome per pietà…. piuttosto ponetemi alla tortura…. abbruciatemi gli occhi…. ma non chiamate Manfredi…. egli è un nome che stette lungamente nel mio cuore unito con desiderii di sangue:—ora il giorno della vendetta passò, perciò sopraggiunse quello della morte.—Chi lo avrebbe detto? Il suo sorriso era il sorriso della innocenza, la gioia pura gli scintillava dagli occhi…. le parole soavi…. Lo dicevano tutti il più gentile damigello d'Italia: egli sospiro delle vergini, egli invidia di Trovatori e cavalieri, la gemma più bella del diadema di Federigo.—Il suo volto pareva di angiolo; il suo cuore…. Ah! il suo cuore non ha paragone… il vincolo di cotesta anima a quel corpo fu colpa od errore.—Sete feroce di dominio! Manfredi, hai cinto il serto bramato? Senti, via, come pesa sopra la testa, allorchè invece di gioielli ha la maladizione di un'anima disperata, e la condanna della giustizia di Dio….»

«Oh! padre mio….» interruppe Rogiero.

«E' fu un tempo,» continuò il carcerato ponendosi la destra sul petto «fu un tempo, che a questa voce sentiva uno sgomento indefinito qui dentro, che avrei anteposto a tutte le gioie della terra. Ora non sento più nulla, nulla….—sono morto,—non ho passione, tranne per l'acqua, che spenge la sete che mi consuma la gola.»

E qui brancolava in traccia della tazza.—Rogiero balzò in piedi, la prese, gliela accostò alle labbra, e sollevatogli il capo l'aiutava a bere. Il vecchio non ripugnante, nè consenziente, seguitava l'impulso; ma quando, aperti gli sguardi, potè fissare Rogiero, gittò un debole strido, fece atto di allontanarlo da sè, e tra stupito e maravigliato esclamò: «Manfredi!»

Questa esclamazione non fu di tanto bassamente pronunziata, che non percotesse gli orecchi di coloro che erano rimasti ai cancelli: uno tra essi contorse la persona, come a cosa molesta, e mandò un cupo sospiro.

Il vecchio riprendeva a stento: «Ma lo vedi, Manfredi, dove mi ha condotto cotesta tua ambizione?… vedi lo abbisso della miseria in cui può cadere un'anima immortale; e se hai viscere di pietà, gemi…. Ah! tu non puoi essere Manfredi…. no…. egli era di questa tua età quando cessai di vederlo. Gli anni e l'angoscia hanno prostrato il mio corpo più di quello che si doveva, ma anche i soli anni non iscorrono invano su la creatura destinata a morire. Sei forse suo figlio? Che vuoi? In te non è delitto, per te non ho mai nudrito odio, ma non posso nudrire amore; levati, e confortati: è molto tempo che ho perdonato a tuo padre, e nell'ora stessa del mio furore io non ho maledetto giammai i figli e i nipoti di coloro che mi hanno angustiato. Levati… e digli, che sia felice, e tu pure lo sii…. Se la voce dell'uomo che parla dai confini della vita può ottenere grazia al vostro cospetto,—in mercede dei tanti mali patiti vi prego ad adempire questa mia volontà…. seppellite le mie ossa accanto a quelle di Federigo…. del padre mio…. senza ornamento, se vi piace, senza corona, quantunque concederla ad un cadavere non possa tornarvi in danno…. mi basta di dormirgli al fianco.»

«Ascoltatemi per amore di Cristo! queste lagrime che vi bagnano la mano sono del vostro figlio Rogiero.»

La mente di Enrico, come se avesse fatto uno sforzo a favellare da senno, ricadde sul vaneggiare, ed immaginando di tenere discorso con la sua sposa figlia di Leopoldo Arciduca di Austria detto il Glorioso, riprendeva così: «Agnesa, che ha che piange il figliuolo nostro? Consolalo, ch'egli forma la delizia della mia vita…. è tanto bello quel suo riso! Com'hai tu cuore di farlo piangere? Consolalo, Agnesa, consolalo. Di qual piacere godrà Federigo, quando gli porrai su le braccia questo caro pargoletto!… E perchè non ne godrà egli? non è suo nepote?—Di chi è quel sepolcro di porfido? Veggo l'arme di Svevia…. fatti in là, che Dio ti aiuti, tu mi pari la luce…. Federigo I…. gloria all'anima sua, gloria a colui, che morì combattendo in Terra Santa…. No…. no…. è Federigo II… egli moriva dunque, nè al capezzale del letto si ricordò di me! Non ho più padre, e il figlio? Agnesa…. dove sei ita? Agnesa…. il figlio…?»

«Egli muore di affanno ai vostri piedi!»

«Egli?—Chi?….»

«Il vostro figlio.»

Enrico prese con ambedue le mani il volto di Rogiero, e lo guardò fisso fisso, e lungo tempo, poi disse:

«Certo, quel tuo parmi sembiante di un nepote di Federigo: ma se veramente tu sei il figliuol mio, a che venisti sì tardi?—Ti ho chiamato anni e anni, come in un deserto di tempo.—Io non posso lasciarti tranne un retaggio di sventura.—Ogni affetto di padre è morto nel mio cuore…. il nome stesso suona per me una rimembranza di cosa lontana, obbliata, come la faccia del compagno della miseria nel giorno dell'orgoglio. Se venisti a vedere quanto sia schifoso il fine di una creatura avvilita, allontanati, te lo comando.—Se ti condusse la pietà, adoprati di uccidermi…. non tremare…. di uccidermi: abbi misericordia di me…. Io soffro patimenti atroci in questa ora, nella quale erro sospeso tra la morte e la vita… patimenti, pei quali diventa un parricidio il rifiuto di troncare i giorni di un padre. Tu poi assicurati, nè temere che Dio ti chieda ragione della mia anima.—La prima preghiera che farò innanzi al suo trono sarà per te, che mi liberasti da tanto dolore, e gli dirò che non ti punisca, perchè fu l'amore che ti condusse la mano; che perdoni com'io ho perdonato: che se poi la Sapienza divina vuole le sue giustizie, non sopra di te si aggravi, ma sopra colui che costrinse un figlio a dare la più alta prova di affetto al suo genitore—trucidandolo.»

E abbandonato il capo sopra la spalla manca di Rogiero, singhiozzava senza pianto. Rogiero pietosamente esclamava: «Oh! questa sì ch'è ineffabile angoscia!»

«Ma se veramente sei carne della carne mia,» riprese il travagliato Enrico con impeto «se quello di cui le infantili carezze calmavano le tempeste del mio spirito feroce, salvati…. i tuoi nemici sono numerosi e potenti. Non sai che ogni loro gioia sta nella tua morte, ogni loro paura nella tua vita?—Sálvati…. chè essi t'inseguono con la foga dei segugi sopra la pesta del cervo.

—Ahimè! Io credeva non avere altri affanni a durare; ma essi si prolungano interminabili quanto l'eternità: non darmi amplesso, nè bacio;—il tempo che consumeresti potrebbe riuscirti esiziale;—più di questi mi giungerà caro il sapere che tu sei salvo. Là in Palestina pel sepolcro del Redentore potrai morire della morte dei valorosi. Prendi…. questa reliquia; essa valga a rammentarmi qualche volta nelle tue orazioni; prega per l'uomo che soffrì tutte le amarezze che si possono sopportare in questa terra, prega per un padre colpevole e sventurato, ma allontanati, per l'amore che hai per la vita, allontanati.—Chi sa che la tua venuta qui dentro non sia tradimento? Chi sa che non vogliano farci morire insieme? Hai tu inteso muovere i ferri del cancello? È finita…. è finita…. hanno chiusa la porta, e per sempre…. oh! gli scellerati, gl'iniqui!…»

Sorgeva in piedi; la forza che doveva mantenergli anche per qualche ora la vita parve riunirsi per consumarsi in un punto: le sue guancie si fecero vermiglie di rossore febbrile, afferrò il braccio di Rogiero, e lo spinse violentemente verso la porta;—mosse spedito il primo passo,—mutò il secondo,… al terzo Rogiero sentì abbandonarsi: il misero Enrico stramazzò bocconi sul pavimento. Il giovane si affrettava a soccorrerlo; dai cancelli le tre persone misteriose accorsero al medesimo ufficio;—lo sollevarono:—aveva la bocca e le mascelle rigate di sangue, il naso pesto,—la fronte livida,—gli occhi fuori dell'orbita;—gli posero la mano su i polsi…. Lo sforzo della immaginazione in quelle membra prossime al disfacimento, e la percossa, lo avevano tolto dal numero dei viventi.

Immenso furore occupò l'anima di Rogiero: si dette per la stanza a ricercare chiamando pietosamente suo padre, e lui scongiurava a rispondergli, e a non abbandonarlo sì tosto tra le mani dei suoi nemici. Sovente prorompeva in terribili minaccie, e l'atto del corpo si univa così violento a quell'impeto, che i circostanti a mala pena lo ritenessero;—gli strascinava qua e là duramente percuotendoli tra loro. Ora la esasperazione di Rogiero giunge al sommo; lo invade irresistibile il desiderio di morte; tenta spacciarsi da coloro che lo tengono, correre contro la parete, e darvi dentro col capo: il disegno non gli viene fatto che a metà, giunge al muro, ma non può uscire dalle mani dei circostanti che fanno ogni sforzo per allontanarnelo;—l'urto della testa, benchè non sia tanto da levargli la vita, vale però a farlo cadere privo di sentimento nelle braccia di chi lo sorreggeva dintorno.

Il tempo che Rogiero doveva vegliare a guardia dei giardini del Re Manfredi era trascorso. Il maestro degli scudieri seguitato da quattro di questi s'incamminava alla gran porta del giardino per rilevare Rogiero dalla guardia, e sostituirgliene un altro:—non lo vedevano:— lo chiamavano:—nessuno rispondeva. Avesse disertato il suo Re? «Impossibile, impossibile!» disse il maestro degli scudieri, ed in questa inciampava nell'alabarda, che Rogiero in partendo aveva gittato a terra.

Benchè l'urto del piede gli apportasse un cocente dolore, pure il maestro lo sollevò soffiando senza mandare una voce, timoroso che gli scudieri guardando per quella parte vedessero nell'alabarda abbandonata una troppo presta mentita a quanto egli aveva affermato; ma poco gli valse, che al volgere della lanterna la punta forbita mandò un raggio, e tutti ad un punto gridarono: «L'alabarda, l'alabarda!»

«Certo,» rispose crollando la testa il maestro «è l'alabarda, non ho cosa da opporre; ella non è un racconto, al quale si possa dire—non ci credo…. è l'alabarda.—Santi Magi di Colonia! siamo giunti a tal tempo, in che l'avere fede in altrui è cosa tanto stolta, quanto l'ingannare è scellerata.»

Così dicendo, parte stizzoso, parte confuso, raddoppiò le guardie, s'incamminò alle scuderie, nè quivi gli occorse vedere il cavallo di Rogiero; quindi scelti alcuni scudieri, commise loro di andarne in traccia a tutta fretta, o di non comparirgli dinanzi, finchè non ne avessero avuta novella.

Rogiero ricuperava i sensi: un acerbo dolore gli fasciava la fronte; i suoi occhi s'incontrarono in un lume che gli ardeva davanti,—gli richiuse prestamente, come se gli fossero stati feriti, domandava lo nascondessero; allora si riprovò a tenerli aperti, e si accorse di non essere più nella stanza di prima, ma adagiato sur un letto magnifico; e quel misterioso, che sì poco aveva favellato, soccorrerlo con tanto affettuosa premura, che maggiore non ne avrebbe dimostrata una madre; onde appena tornato in sè gli udì profferire queste parole: «Benedetto sia Dio, che finalmente s'è rinvenuto!»

Rogiero, presa baldanza, si gettò giù dal letto, e sforzandosi parlare disse: «Or dunque?»

«Or dunque» replicò il Conte della Cerra «il pianto spetta alle femmine…. Domani provvederemo a imbalsamare il corpo del padre vostro;—confortatevi di questo, ch'egli sarà suffragato di messe da non portare invidia a nessun'altra anima cristiana che mai uscisse od uscirà fuori di questo mondo; e che le sue ossa, più presto che per noi si potrà, saranno trasportate a Monreale, affinchè riposino accanto a quelle di Federigo.—In quanto a voi, se volete fare il sacrificio del vostro Regno, e della vostra vendetta, all'uomo che vi ha ucciso il genitore….»

«Un di noi due avanti che sia molto deve morire di ferro!» gridò concitato Rogiero.

«Forse ambedue,» disse tra sè il parlante, e poi soggiunse a voce alta: «Avvertite bene, Rogiero; le signorie nuove si distruggono più agevolmente delle antiche, imperciocchè a queste la consuetudine, quando anche manca l'amore, dia una tal consistenza d'inerzia difficile ad abbattersi; nelle nuove, sia per non aver tempo di metter radici, sia per riuscire sempre minori dell'aspettativa di cui le desidera, questa difficoltà non è tanta.—Carlo Conte di Provenza si apparecchia a muovere ostilmente contro questo Regno.—S'inviti a venire,—si aiuti a consumarsi con Manfredi;—facciamo che lo superi, e quando lo abbia vinto, gettiamoci addosso del Conte indebolito dalla sua stessa vittoria.»

«Ebbene?» disse Rogiero.

«Ebbene; si spedisca un messo fedele a manifestare a Carlo quanto ho fino adesso esposto:—queste sono credenziali sottoscritte dai maggiori Baroni del Regno; ormai faccio conto, che Carlo sia entrato in Monferrato: un nostro messo che si affrettasse potrebbe incontrarlo in Lombardia. Dove s'imbattesse in qualche cavallata di Ghibellini, queste altre sono lettere per Buoso da Doara, che il lascerebbe passare.—Ma questo è gelosissimo negozio; dipende dalla lealtà del messo la vita di migliaia di fedeli servitori vostri.»

«Al Cielo non piaccia che dove gli altri affrontano i pericoli per me, io risparmi la fatica,… Porgete…. io stesso le recherò…»

«A Carlo d'Angiò? voi stesso, così ammalato?»

«Non monta…. porgete. In queste lettere si dà contezza dell'esser mio?»

«Credemmo ben fatto nasconderlo.—Sareste troppo prezioso ostaggio nelle mani del Conte.»

«Sta bene.—Voi, ditemi, chi siete?»

«Io?»

«Voi. Pagate fiducia per fiducia.»

«Principe, che importa a voi sapere chi sono?»

«Sentite: un cumulo di vicende mi trasporta a tal fine ch'è stato sempre il mio abborrimento; forse potrei resistergli:—non voglio, mi affido a voi, mi abbandono intieramente nelle vostre braccia; e ciò non già perchè voi non possiate essere traditori, ma perchè, qualora dal vostro tradimento me ne derivi la morte, io la desidero. Tutto questo sta a dimostrarvi, che in qualunque caso possano gettarmi i vostri disegni, non dirò mai nulla contro di voi, perchè voi non mi potete fare danno. Ora poi vi domando un solo atto di fiducia, e mi chiedete—che m'importa conoscervi?—certo nulla; ma a voi che cosa importa celarvi?»

«Se stesse a me, io di già vi avrei svelato il mio nome,—ma noi siamo molti legati da comune giuramento a non manifestarci a persona;—voi vedete che senza il consenso di tutti io non potrei… la sicurezza loro…»

«Ma e non potrei rompere la cera e la seta che sigilla questo foglio, e leggerne…?»

«Voi nol fareste; e poi…»

«In questo non troverei il nome vostro; v'intendo. Sia come volete. Ordinate che mi conducano fuori; ho bisogno di confortarmi coll'aria fresca.»

«Dove ci rivedremo?»

«A San Germano.»

«A San Germano.»

Ciò detto il Conte della Cerra, fatto un segnale, chiamò l'uomo d'arme Roberto, che lo condusse fuori con quelle stesse cautele che aveva adoperate per introdurlo.

Uscito della stanza, il Cerra scosse pel braccio il Conte di Caserta assorto in cupi pensieri, e gli disse: «A che pensate, Messere?»

«Penso a quanto lo avrei amato, se mi fosse stato concesso per figlio.»

«Egli è senza dubbio un gentil damigello; rammenta i bei giorni della giovanezza di Manfredi.»

«Pur troppo, pur troppo si assomiglia a Manfredi!» gridò il Caserta, e levatosi impetuoso gettò lontana la sedia, e per una delle porte si allontanò.

«Ah» giubbilando nella pienezza del suo feroce sorriso, disse il Conte della Cerra: «l'ho punto su la piaga.» E dopo stette lungamente a considerare il luogo pel quale si era dileguato; alla fine riprese:—«Imbecille! le menti come questa» e si toccava la fronte «non sono nate a soffrire;—se i tuoi disegni, comecchè stolti, gioveranno ai miei, ti aiuterò; altrimenti con un bel prostrarmi, ed un migliore domandare perdono, te pongo sotto la protezione di una forca, me sotto quella del trono—E, gettando per terra il drappo che gli copriva il volto, uscì per una porta diversa da quella per la quale era uscito il Caserta.

Rogiero intanto in compagnia di Roberto camminava con la benda su gli occhi:—gli parve adesso percorrere un sentiero diverso, nè s'ingannò: arrivato a capo di una strada, gli fu tolta la benda, e con immenso piacere vide il suo destriero legato al battente di una porta mezzo in rovina. Questa fu l'unica gioia che avesse in quella notte memorabile; gli si accostava, e amorosamente palpeggiandolo diceva: «Allah, Allah, tu dunque non hai derelitto il tuo signore! Io mi appresto a ramingare per la faccia della terra; vuoi tu essere il mio compagno, e il mio amico?—Bada ch'io sono infelice.»—Il nobile animale, quasi volesse corrispondere alla fede che in lui riponeva il cavaliere, spiccò un lancio, e sollevando tutto brioso la testa dimostrò la sua passione con un sonoro nitrito. Rogiero riprese: «Ciò non t'importa, Allah! e nella lieta e nell'avversa fortuna non sono meno il tuo diletto padrone.—Oh! gli uomini…. gli uomini hanno la facoltà di calcolare dove vada a rovesciarsi la tempesta, e cansarsi: dove sta per piegare la fortuna, e tradirti; e questa lor facoltà si chiama ragione!»

Proferite queste parole, pose una mano su l'arcione, e senza toccare staffa saltò leggerissimo in sella; quindi voltosi a Roberto, che s'era rimasto immobile a considerarlo, gli stese la destra dicendo: «Roberto, io temo forte che noi non ci rivedremo se non che nella valle di Giosafatte; ma se mai alcuna altra volta ci riscontrassimo su questa terra, sovvengavi, ed io pure lo ricorderò, che vi ho stretto la mano, come ad amico, nell'ora della mia dipartenza.»

Roberto si stava cupamente mesto; alzò la destra per istringere quella di Rogiero; e quando sentì toccarsela, un subito tremore gl'invase la persona, abbandonò il capo in atto angoscioso sopra la mano che gli aveva offerto Rogiero,—v'impresse un bacio, e lasciò cadervi una lagrima.

«Ch'è questo, Roberto? voi mi avete bagnato la mano.»

«Possa quel Dio,» replicava Roberto levando gli occhi al cielo, e di subito riponendoli a terra «possa quel Dio, che dovrebbe vegliare su la innocenza, accompagnarvi per la via!»—Così favellando si allontanava, ma di tratto in tratto volgeva la testa e il passo,—stava,—proseguiva il cammino:—erano i suoi occhi pieni di lagrime e di sangue;—respirava affannoso.—Certo in cotesto momento si agitava nella sua anima una molto feroce battaglia. Qual poi delle due, o la buona o la trista passione, vincesse non diremo per ora: ciò che possiamo dire si è, che la vittoria si fece manifesta con una orribile imprecazione unita ad un gesto di rabbia, e ad un fuggire alla dirotta verso il castello.

Il pensiero dei casi avvenuti non permetteva a Rogiero di porre gran mente a quanto gli passava sott'occhio;—si partiva anch'egli sospirando; si trovava all'aperta campagna, perchè, dopo l'assedio di Corrado lo Svevo, Napoli non aveva più mura;—lasciò le redini sul collo del cavallo, e chinata la testa si abbandonò a dolorose meditazioni, senza punto badare dove lo trasportasse.

Il destriero in balía di sè stesso seguiva l'istinto che in questi animali comunemente osserviamo, di tornarsene al luogo della loro dimora, e di certo vi avrebbe trasportato Rogiero, se, a caso aombrando per una pietra che gli si parò su la via, non avesse dato uno sbalzo all'indietro, per lo che questi si riscosse, e vide con maraviglia e spavento essere presso al castello capuano:—fu il primo moto quello di allontanarsi quanto più potesse veloce,—ma si fermò. La luna non era per anche tramontata, i suoi ultimi raggi percuotevano languidamente su le invetriate del castello varie d'infiniti colori; i suoi occhi le percorsero tutte, e si fermarono sopra una. Si levò ritto sopra le staffe, stese ambedue le braccia, e «Addio» disse con ineffabile sforzo, e ricadde: allora con ambedue gli sproni ferì i fianchi del suo buon destriero, che, conosciuta la impazienza del suo signore, si dette con incredibile impeto a divorare la via; di lì a poco si nascose nelle tenebre, e nella polvere sollevata:—ora le sole pedate si ascoltano da lontano, sono divenute lievissime,—confuse,—non s'intendono più:—tutte le cose ricadono nel primitivo silenzio.

Chi è che vorrebbe manifestare i pensieri di quell'anima di fuoco espressi con la sola parola dell'addio, o chi volendolo lo potrebbe? Non fu al bel cielo che gli svelava dinanzi tutti i tesori della creazione che s'indirizzò quel tenero sentimento: l'addolorato non bada se si mostri più dolce o più rigido il cielo, perchè le sue interne angoscie lo travagliano maggiori di quelle che possono derivargli dalle stagioni e dai climi. Non fu al torrente che spesso, affacciato dalla rupe, considerò balzare di roccia in roccia, frangersi in candidissima spuma,—diffondersi in minutissimi spruzzi,—nascondersi giù per la bruna vallata,—ricomparire come striscia di argento su la pianura,—e finalmente confondersi lontano lontano; onde alla sua mente ricorsero le idee solenni della morte, della eternità, di Dio. Non fu ai campi dove tolto il cappello al generoso falcone lo vide con gioia infinita affaccendarsi per l'orizzonte in larghissime ruote, desioso di preda; non alla foresta, di cui il frastuono, quando i cavalli, i cani, e i cavalieri perseguitavano il rabbioso cignale, gli suonava gradito all'orecchio, quanto il saluto dell'amico;—non alla patria, chè egli non aveva più patria….—non alle dolci case paterne, chè le amorose rimembranze di queste stanno unite al sorriso e alle carezze che si diffusero sopra la nostra culla, sia che chiudessimo gli occhi al sonno, sia che gli riaprissimo alla luce. Quell'addio fu alla bella addolorata, che gli dette il primo pegno di amore, ponendo il proprio corpo tra il suo cuore e il suo pugnale. L'armonia della voce, e della persona,—quel suo sguardo divino,—l'ambrosia del bacio,—il brivido di tutte le membra al tatto misterioso, gli passarono per la mente come immagini di fuoco. La speranza gli balenò su l'anima, non già come un ragionamento, ma per via d'immaginazione. Parvegli vedere un gran corteggio di cavalieri abbigliati da giorno solenne,—udire un suono incessante di squille, e di trombe;—gli si affacciarono all'accesa fantasia la Cappella della Santa Vergine Incoronata, i sacerdoti, e il rito nuziale; Yole aveva la corona di sposa, l'accompagnava Manfredo;—si accostarono all'altare;—si cominciavano le cerimonie;—ell'erano presso che compite:—un Crocifisso illuminato da mille ceri stava in mezzo del sacrario…. Rogiero alzò gli occhi al suo volto…. Dio eterno! aveva la fronte livida,—la bocca insanguinata,—gli occhi fuori dell'orbita:—era il volto del tradito suo padre. Cadde la speranza, insorse lo sconforto, e lo trasportò dentro una tenebra profonda:—intese gli sguardi, e vide un corpo lucido di fioco chiarore;—a mano a mano si approssimava; aveva la fronte livida, la bocca insanguinata…. sentì il tocco di una mano, poi il ferro di un pugnale;—il ferro e la mano erano freddi ugualmente.—Una forza rovinosa lo strascinò verso una parte; gli alzò la destra già armata di coltello, e gliela spinse a basso:—un gemito sommerso si fece sentire;—la stanza fu a un tratto illuminata…. dal seno aperto di Manfredi sgorgavano rivi di sangue; attraverso il corpo giaceva abbandonata una cara creatura,—il fianco di quella giacente era pure sanguinoso, e il volto, più che di assonnata, pareva di morta. Rogiero non potè sostenere più oltre le forme della sua immaginazione, e ricadde sopra la sella; allora fu che, quasi per fuggire sè stesso, spronò duramente il destriero. Il destriero fugge e non si arresta,—il suo corpo gronda sudore, ma egli morirà di fatica prima di non corrispondere al volere del suo padrone. Rogiero, Rogiero, a che giova la fuga? Sia che tu corra, sia che tu posi, la disperazione ti sta confitta nell'anima.

CAPITOLO DECIMO.

IL PROPAGGINATO.

                                    Almen dovria,
                Se iniquo è nel suo cuor, serbar l'esterna
                Religion degli avi nostri.
                                 GIOVANNI DI GISCALA, tragedia.

La landa era lunga; la notte era buia. Il cavallo correva a precipizio; chè comunque avvezzo a conoscere i pensieri del suo signore, ed eseguirli, pure questi gli teneva sempre gli sproni fitti nei fianchi, nè se ne avvedeva: trascorse quella landa,—poi un'altra, e un'altra ancora; saltò macchie e fossati, valicò riviere, immergendovisi dentro fino alla testa: grondava il suo corpo sudore, e sangue, nè per anche si rimaneva. Quel corso imperversato avrebbe a certa rovina condotto cavallo e cavaliere, se la ventura non gli avesse sovvenuti di pronto soccorso. Un uomo montato sopra un ronzino, che se ne andava anche egli così fuori di mano a quell'ora, vista quella furia, si mise a tutta briglia dietro Rogiero gridando: «Signor cavaliere, signor cavaliere, per amore di Dio, fermatevi: al confine di questa pianura scorre la riviera profonda;—signor cavaliere, fermatevi,—v'annegherete di certo.»

Rogiero non udiva cotesti gridi, e spronando, e spronando, si avvicinava alla morte. Quell'uomo, benchè cavalcasse un ronzino di trista apparenza, ora animandolo con la voce, ora stimolandolo con le percosse, potè, sebbene a fatica, raggiungerlo, e dirgli di nuovo: «Signor cavaliere, voi volete morire ad ogni costo, per quello ch'io vedo: al fine della pianura corre il torrente…. sentite il fracasso che mena da lontano: deh! non vogliate perdere così l'anima, e il corpo; o uccidetevi almeno in parte, dove un prete possa farvi l'esequie…. Intendete, ehi! dico, signor cavaliere?» E qui preso per la briglia il cavallo di Rogiero, lo fermò. Questi, trapassando allo improvviso dal moto alla quiete, si rinvenne, guardò attorno, mise una mano alla fronte, e disse: «Dove sono?—Chi sei?»

«Sono un povero cristianello, che vado di uscio in uscio accattando la vita per l'amore di Dio; mi sono trovato sul vostro cammino, ho veduto al barlume il vostro pericolo, e mi sono affrettato ad avvertirvi che qui presso corre il torrente. Voi mi sembrate agitato, signor cavaliere: se non siete di quelli che rinnegano Cristo per un agostaro, perchè così corre il costume, ed amate fare un po' di bene in questa vita per averne molto in quell'altra, io pregherò San Filippello, e San Gennaro, per la pace dell'anima vostra, e per quella dei vostri morti.»

«Allontánati, e ringrazia i tuoi Santi ch'io non ti tolga la vita in ricompensa di avere salvato la mia.»

«Signor cavaliere, non mi cacciate con tanta villania: se la vostra legge v'insegna ad amare il nemico, come potrete odiare chi vi ha dato soccorso?»

«Te l'ho chiesto io quel tuo soccorso? Se non mi hai lasciato morire, è segno che ti tornava più ch'io vivessi: e se il tuo cervello non ha fatto questo pensiero, lo ha fatto il tuo cuore. Io, così al buio, non posso vedere le tue sembianze, ma tu devi certamente essere uno scellerato:—non sei uomo?»

«Voi aggiungete alla mia miseria l'oppressione del vostro avvilimento. Oh! non così i cavalieri del tempo passato!»

«Uomo!—io non ti disprezzo perchè ti vedo miserabile, ma perchè appartieni alla famiglia degli uomini, e vo' che tu sappi, il mio disprezzo per essi cominciare da me.»

«Ma dagli uomini non avete avuto la vita?»

«La vita!—Parti forse dono la vita? Sia:—ma io non l'ho chiesta, e non ne devo esser grato. Una vita destinata a finire con la morte, a travagliarsi con le malattie del corpo, con le afflizioni dello spirito, sempre assalita dai bisogni, sempre minacciata dagli elementi…. è egli un dono questa vita?»

«Ma l'amore della madre, la carità dei parenti….»

«Non li conosco, non ho obbligo con nessuno:—posso odiare senza rimorso, e vivo odiando. Vattene dunque nella tua mal'ora, e possa incontrarti una morte cento volte peggiore di quella dalla quale tu mi hai liberato!»

«O signor cavaliere, non parlate così, vi scongiuro pel Santo Sepolcro. Da che voi non volete darmi neppure una _burba_¹ di elemosina, sovvenitemi almeno della vostra compagnia, finchè saremo usciti da questa contrada: sappiate ch'ella va per le guerre della Santa Sede col Re Manfredi tutta piena all'intorno di ladri, e di gente di malo affare; non mi negate questa cortesia, che vi possano guardare sempre benigni gli occhi della vostra dama!»

¹ Moneta saracina di prezzo assai vile.

«Io non vo' compagnia: se ti senti debole, perchè ti metti in pericolo? La vita deve nudrirsi col dolore: perchè vuoi sfuggire la tua parte, o perchè pretendi che un altro la consumi con te? Io penso a me. Qualora la tua salvezza dipendesse da un moto della mia mano, da un cenno dei miei occhi,—non lo sperare: i tuoi tormenti faranno le mie gioie, perchè conoscerò che non sono maledetto solo.—Non sai che il pianto della disperazione scende rugiada di conforto all'anima disperata? Or via, allontánati: se insisti a voler essere mio compagno, il mio pugnale mi farà solo.—L'uomo non è compagnia conveniente all'uomo:—più tosto il serpente del deserto.» Profferite queste parole, si allontanò. Giunse alla riviera, nè trovando barca da passarla, si dette lungo la riva a seguitarne la corrente, sperando rinvenire un ponte.

Venne il mattino. Spuntava il pianeta nella maestà dei suoi raggi, e spargeva il calore e la luce sopra tutte le cose: le acque del fiume parevano rallegrarsi di rivedere il sole, e il sole le acque del fiume: tremolavano queste agitate dal vento matutino, quello vi diffondeva i suoi raggi: e quindi ne usciva un brillare lucido, spesso, incessante, veloce, che gli occhi non potevano sostenere, ed era pur vago a vedersi:—pareva la gioia di due amici che si abbracciano dopo molti anni di trascorsi pericoli, e di lontananza. La campagna suonava tutta armonia di tinte variate, di canto, e di odori,—il giubbilo della natura! Forse vi ha un'ora del giorno nella quale la terra ci si mostra quale apparve nei primi tempi della creazione avanti che i nostri padri peccassero, e questa è certamente quella in cui il sole ritorna ad illuminarla. Iddio nella sua sapienza la dette in premio al rassegnato, il quale sorge coll'alba per eseguire la condanna del travaglio, che percuote la discendenza di Adamo; o più tosto in ricompensa del suo stato, perchè l'operoso sia povero, e il suo vegliare col sorger del sole è per colui che non lo vide giammai, se non quando comincia a declinare. Venne il mezzogiorno,—il bel mezzogiorno nei sereni di estate. Che mai incontriamo quaggiù che valga l'azzurro dei cieli? L'occhio della bellezza, ci ha detto un gentile poeta, addita la via che al ciel conduce,¹ ma non può assomigliarlo.—La maestà del cielo sta sola come la onnipotenza del suo Creatore. La stella della vita, tutta rigogliosa di giovanezza, gode illuminare quella vôlta divina, e quella vôlta offre un campo sterminato alla pompa dei suoi raggi:—belle ambedue, amano parteciparsi la loro beltà. O figlio della terra! in cotesta ora di conforto non abbassare il guardo a tua madre, che ti sostiene: gli uomini hanno spogliato i campi dei frutti del sudore per mantenere una vita di stento, e di miseria:—non volgere lo sguardo a tua madre, che ti sostiene, o la illusione svanisce:—tienlo fisso nel firmamento; il Creatore ti ha conformato per questo.

  ¹ Gentil mia donna, i' veggio
      Nel muover dei vostri occhi un dolce lume,
      Che mi mostra la via che al ciel conduce.
                       PETRARCA, canz. 9.

Salute, salute, o sole, che susciti, e circoscrivi le vite; salute, o fonte di generazione, e di morte! Tu hai veduto con questi stessi raggi il luogo del nascimento, e la tomba dei nostri primi parenti; tu vedrai quella degli ultimi nepoti: le nazioni scomparvero dinanzi a te come le acque del torrente, come l'arena del deserto. Gli uomini ti hanno maledetto, e tu non hai cessato di spargere le benedizioni della luce sopra di loro; ti hanno offerto incensi, e preghiere, come a un Dio, e tu non hai aumentato i tuoi fuochi;—sempre grande, sempre immutabile nella tua bontà. Spesso una nuvoletta, figlia di vapore terreno, ingombrò quelle vôlte destinate a te solo, e tu la vestisti di tal candidezza, che parve la fronte della innocenza: ma ella si annerò come l'ingrato, e mosse guerra ai tuoi raggi;—il sereno fu spento, ma per noi;—la procella fremè, ma sopra le nostre teste;—il fulmine era sotto di te, e la tua luce, sempre bella e pacata, rise della sua tenebrosa vita di un'ora.

Saranno dunque eterni i tuoi raggi? Donde traesti le tue fiamme? Come le mantieni? Sopravviverai all'ultimo dei viventi? Sei per te, od una forza ti costringe ad essere? No:—adoriamo:—egli è lucido, e caloroso.

Venne il crepuscolo della sera, il quale, tuttochè screziato con più gran numero di colori di quello della mattina, nonpertanto scende tristamente mesto. Un raggio di oro e di porpora infiamma que' confini, dove pare che il cielo inchinandosi si unisca all'oceano; ma quel raggio è di cosa trapassata, ed ha la impronta della sua decadenza:—sembra la fama di un potente, che, comunque scomparso dalla faccia del mondo, abbia depositata la sua memoria nella istoria, e come può meglio si rinnuovi con essa nei secoli futuri. Questa agonia tra la luce e le tenebre dura solenne quanto quella tra la vita e la morte; ella si unisce a tutto ciò che si agita di affettuoso nel nostro cuore: abbandona l'operaio il travaglio, il filosofo la meditazione, per lasciare l'anima in balía dei suoi malinconici sentimenti. Questa ora è la prova dei teneri cuori: se un nemico trovasse il suo nemico, e lo domandasse di perdono, questi quantunque capace di ritornare nella notte ai proponimenti di vendetta, e ad eseguirli, non potrebbe ricusarlo adesso.—Infelice colui, che vede il giorno che muore senza sentirne pietà!—mille volte più infelice di quello, che può vedere il giorno che nasce senza sentirne allegrezza!

Tutta questa maravigliosa vicenda della Natura si era operata innanzi gli occhi di Rogiero, il quale comecchè non le ponesse mente, ne sentiva gl'influssi: furono i suoi pensieri la mattina feroci, erano adesso pieni di mestizia. Già il suo cavallo da qualche tempo camminava a stento nell'interno d'una foresta; Rogiero si guardò attorno per vedere alcuno abituro di cristiani, ma il suo occhio si smarrì inutilmente tra le fronde: tese l'orecchio:—da per tutto silenzio, meno il susurro misterioso, che fanno gli alberi, quantunque agitati da poco vento. Scese; si sentiva il corpo indebolito; tolse il morso al cavallo, che tutto lieto nitrì, come se durare ogni travaglio pel suo signore fosse dovere, e la cessazione di questo travaglio meritasse la sua riconoscenza. Rogiero lo palpò con affetto, e quando, ponendogli una mano sul fianco, lo sentì grommoso di sangue rappreso, e dare una scossa leggiera per la puntura della piaga inasprita, dimenticando ogni altro suo affanno, proruppe in voce lamentevole: «Allah! mio buon destriero! vedi che cosa si ricava dall'uomo scempio per la sciagura! Ahimè! comportarci con l'amico, come si farebbe co' più crudeli nemici, è segno manifesto di mente ammalata.»—E sollevò gli sguardi al firmamento, e mormorò. Dipoi, tutto armato come era, si stese sul terreno, facendosi guanciale della rotella. Molta l'opprimeva la stanchezza; da prima la sua mente si fissò in un pensiero solo; di lì a poco una serie infinita di pensieri gli si avvolse per la testa; essi erano in principio distinti, ma spesso interrotti; e succeduti da altri disordinati, e senza séguito, diventarono finalmente confusi: gli occhi aggravati, lento lento si chiusero, e Rogiero sì addormentò.

Rimase alquanto tempo in quello stato, allorchè uno schiamazzo di risa, di bestemmie, e di male parole, come usa fare la gente della plebe, tutto ad un tratto lo risvegliò. A breve distanza da lui, tra le frasche della boscaglia, vide un gran fuoco, e innanzi a quello uomini di fiero aspetto, tutti coperti di arme, che tripudiavano in orribile maniera: sentì pure, allorchè quei loro stridi infernali diminuivano, una voce piangente lamentarsi, e a quella voce rispondere con risa smoderate, ed ingiurie. La più parte degli uomini di quel tempo si sarebbe fatto il segno della salute, e fuggendo, come se mille diavoli la cacciassero, avrebbe giurato di avere veduto il Sabbato,—le oscene tresche delle streghe al lume della luna;—il demonio in forma di caprone nero accogliere le adorazioni della congrega,—scannare un bambino,—offerire il suo cuore sanguinoso su l'altare nella messa di esecrazione, celebrata con l'ostia nera; e simili altri errori, di che la buona gente d'oggidì schernisce l'antica, come se fosse sicura, che la veniente non riderà di lei per le stoltezze delle quali a sua posta va ingombra. Rogiero, sguainata la spada, studiando il passo, si accostò al luogo dello spettacolo; di lieve conobbe com'essi fossero masnadieri, ma non così súbito si accôrse della cagione della loro gioia. Osservando meglio, gli venne fatto vedere un uomo, che dalla voce, sebbene alterata per la presente paura, e pel pianto, gli parve quel desso, che la mattina lo aveva richiesto della sua compagnia. Le sue vesti erano veramente da povero: portava gonnella grigia con sarrocchino ornato di conchiglie, come correva l'usanza di coloro che tornavano di Terra Santa; poteva avere cinquanta anni; di corpo sottile; e sembrava dover essere destrissimo; il volto pallido, tutto increspato di rughe; gli occhi infossati, all'intorno lividi; mala pupilla nerissima.

«Nota bene, perchè io non vo' che tu creda che noi ti usiamo villania, e devi persuaderti tu stesso, che è bene che tu muoia. Ti abbiamo frugato da capo ai piedi, e non ti abbiamo trovato nè immagine di Santo, nè corona di Madonna, ma sì questa borsa piena di agostari lucidi e nuovi, che fa piacere a vederli: questo già, come pensi, è meglio per noi; ma tu vedi bene come non paia merce da pellegrini cotesta: e poniamo anche che fosse, come hai potuto, tapinando pel mondo, raccoglierli tutti nuovi, e di uno stesso anno? Dunque non sei un pellegrino. Rimarrebbe a vedere se sei ladro, o spione; ma risparmierò questa ricerca, perchè in ogni caso bisogna che tu muoia: se sei ladro, come pare, la gelosia di mestiere, il timore di vedere l'arte in mano di troppi, adesso che gli affari si fanno scarsissimi, ci consigliano ammazzarti: se spia, il piacere della vendetta, la certezza che tu non ci nuocerai più in avvenire, ci consigliano parimente ammazzarti. La carità, fratel mio, è pure la grande virtù, ma ho inteso sovente, che, per dirsi perfetta, deva cominciare da sè stesso: ora la tua carità procede affatto opposta alla mia; tu sei debole, ed io sono forte; tu fuggivi, ed io ti ho raggiunto, dunque ti uccido. Che parti, so di logica io?»

Questo discorso fu tenuto da un masnadiere, che sembrava avere una certa preminenza su gli altri: egli compariva di bel sembiante, giovane, e grande; il suo viso, dal mezzo in su, pel sopracciglio nero quasi sempre aggrottato, la fronte rugosa, gli occhi minaccevoli, veramente spauriva terribile; dal mezzo in giù, la bocca vermiglia, sempre ridente, lieta di candidissimi denti, lo dinotava amante dello scherzo e della gioia; era in somma il suo volto una contradizione, e la sua anima ancora più: indole unica tra noi, ch'io non posso con sommo mio rammarico svolgere a lungo in questa storia, però che quegli che la possedè ebbe a piegare ad immaturo destino. Al fine delle sue parole, i circostanti urlarono a coro: «Ha ragione Drengotto, ha ragione!»

Il mal capitato pellegrino, quando conobbe di potere essere inteso, si gettò ai piedi del masnadiere, e: «Bel cavaliere,» gli disse «non vogliate porre le mani nel sangue innocente, che so che commettereste troppo grande peccato. Io vi giuro alla croce di Dio, che non sono ladro, nè spia. Quegli agostari ho avuti da un Barone di Chieti, che mi albergò una notte per carità nel suo castello, e mi ordinò recarli all'Abbate di Montecassino, affinchè ne fosse detto tanto bene secondo la sua intenzione. Intesi dire pel vicinato ch'egli in sua gioventù s'era fatto reo di molti omicidii, e di altre male opere; ed ora che sentiva con la vecchiezza avvicinarsi la morte, il pentimento gli aveva toccato il cuore, e gli si era cacciato addosso una súbita paura del demonio…. e voi, signor cavaliere, non temete il demonio?»

«Si temono esse le vecchie amicizie?»

«Deh via! non offendete il povero, ch'egli è il protetto del Signore; lasciatemi pel mio cammino; io pregherò quanto più posso per voi…. non siete un'anima cristiana? perchè volete perder la mia che vi è sorella in Cristo?»

«Nego minorem» rispose il masnadiere. «Prima di tutto, perchè il tuo argomento camminasse, si vorrebbe dimostrare che tu ne abbi una. Ma via, poniamolo come provato: o tu l'hai buona, o tu l'hai trista; se buona, che cosa ha questa vita che ti piaccia? ella è una trama di angoscie, il mondo una fossa di fiere; nè a te solo sarebbe concesso mutare la tua specie; questa è opera divina; non ti rimane che piangerla. Godi dunque di accostarti al Principio di tutte le perfezioni, godi di andare quanto più puoi veloce a godere il retaggio della gioia che il tuo Signore ti ha promesso. Se ella è trista, lo scellerato ha stretto un contratto con la innocenza; questa gli ha venduto il delitto, quello le ha promesso il prezzo della pena, ed io me ne faccio il suo esattore.»

«E chi vi ha dato questo diritto su la mia vita?»

«La forza, fratello, la forza. E pensi tu, che quando mi avranno preso, e, secondo i costumi del paese, arso, o impiccato, o sotterrato vivo a nome delle leggi, per volere di un potente Dei gratia, con una sentenza fatta per filo e per segno in nome di Dio, amen, piena di citazioni d'Irnerio, di Bulgaro, e simili baccalari, che ci avranno proprio che fare come Pilato nel Credo, avranno in sostanza migliore diritto che questo?—La forza, fratello, è la gran madre Eva di tutti i diritti.»

E qui i masnadieri, fino a quel punto intentissimi alla disputa, gridarono a gola spiegata: «Bravo il nostro dottore! egli è un valente uomo Drengotto!»

«Oh! signore mio, voi siete troppo savio maestro di argomentazioni, perchè un povero accattone possa venire in contesa con voi, io vi scongiuro per l'anima di vostro padre, s'è morto….»

«Questo è quello che non so neppure io. Pover'uomo! E mi ricordo, che mi voleva bene, ma bene assai; gli dicevano tutti che io era il ritratto vivente di madonna Ermellina, ed egli aveva coralmente amato madonna mia madre. Fecemi apprendere gramatica, ed il maestro, che ne traeva grosso salario, gli andava susurrando alle orecchie:—il bello ingegno di quel vostro garzone, messere! E' mi pare di vederlo Giudice della ragione civile, e chi sa? anche Governatore, e, se la fortuna lo porta, forse Gran Giustiziere, o Protonotario della corona.—Il buon uomo, pieno di questi pensieri, datimi libri, danari e palafreno, con molte lagrime, e raccomandazioni di farmi valoroso in jure, mi accomodò con certo mercadante suo amico, che partiva per Bologna, e mi mandò allo studio. Di lì a due mesi, venduti libri e palafreno, mi tornai a casa in farsetto; composi una mia novella; messere la credè, e aspettava il nuovo anno per rimandarmi a Bologna. Intanto io, se non aveva imparato lo jus, aveva imparato tra gli scolari tutti i vizii, che furono, sono, e potranno essere, e più. Aveva bisogno di danari, e questi mi forniva assai sottilmente mio padre, perchè con la vecchiezza suole venire l'avarizia: mi cadde in mente di rubarglieli; osservai dove tenesse il forziere; mi accorsi che stava riposto in una cameretta in capo della scala; mi provvidi di arnesi, ed una bella notte mi apprestai all'opera; apersi agevolmente l'uscio, e la cassa; tutto era andato a dovere, e già toccava il danaro, e già lo prendeva, e…. ma ciò facendo con poco senno, e manco precauzione, lasciai andarne un pugno per terra; le monete cadute mandarono un suono, che mi abbrividì di spavento: alcune di queste ruzzolando ruzzolando trovarono l'uscio aperto, e si cacciarono giù per le scale; ogni balzo che facevano su i gradini, era per me una stoccata per mezzo del cuore: rimasi un momento incerto, come colui che si sente sconfortato dalla paura e dalla vergogna, e questo momento fu che mi perdè. Mio padre, udito il romore, amando più della vita il danaro, che egli chiamava suo secondo sangue, venne a precipizio alla mia volta: quando io volli fuggire, me lo trovai innanzi al cammino, egli mi afferrò alla gola, e stringeva di buona mano. Intanto la fante strepitava: «Aiuto! misericordia! al ladro, al ladro!» Ormai parevami vedere giungere tutto il vicinato co' lumi, sentire i loro rimproveri, quelli del padre; un peso insopportabile di avvilimento mi si aggravava sul capo; detti in questo pensiero una scossa violenta; mio padre cadde riverso, la scala gli stava alle spalle, vi precipitò, io dietro; egli percosse su la pietra, io sopra lui; mi alzai, gli passai sopra il petto, fuggii…. le mani ed il viso aveva imbrattato di sangue: sicchè vedi che amore pel padre sia stato il mio! Ma io non credei che ne dovesse uscire un tanto danno; vi giuro ch'io noi credei. Voi tutti avreste fatto lo stesso, compagni, non è egli vero? ditemi, in nome di Dio, non avreste fatto lo stesso? Qual vita, o quale affetto può avere prezzo agli occhi del ladro in paragone della cosa rapita? E poi c'entrava l'onore, perchè, se mi ricordo bene, trattandosi di cosa lontana, mi pare che io fossi in cotesti tempi onorato.»

E sì parlando rise, ma di un cotale riso sfumato che gli morì a fiore di labbro: nè i compagni applaudirono, perchè tra loro convennero che il detto non era arguto; ma in sostanza, perchè fu troppo scellerato per chiunque ha viscere di umanità. Drengotto passò due o tre volte la mano su la fronte, quasi per cacciarne, quella immagine, e quindi riprese a favellare: «Or via, pellegrino. perchè sei ostinato a non volerti persuadere che la tua morte è un bene, cosa per la quale soltanto meriteresti morire, vediamo se potrò rendertene desideroso col modo con cui intendo apprestartela. Vo' dunque che tu sappi, che, essendo io stato a studio, amo darti una morte latina. La gloriosa Serenità dell'Imperatore Federigo, che il demonio faccia pace alle sue ossa, tra gli altri suoi ritrovati inventò la pena del propagginare, da propago propaginis, che vuol dire germoglio: questa, come vedrai, è morte curiosa, perchè si fa un buco per terra profondo quanto tu sei alto, e più; poi ti ci adattiamo capovolto, poi terra sopra: che partene? non si ha da chiamare ella questa immaginazione veramente imperiale?»

«Sì, propagginiamolo, propagginiamolo!» urlarono quei feroci, e si posero tutti di concerto a cavar terra.

«Oh! Santa Vergine, assistetemi voi!» esclamò il pellegrino smarrito dalla paura.

«Vergognati, via,» gli disse Drengotto «apparecchiati a morire di buona grazia; anzi ti godi nel piacere della vendetta: tu così propagginato germoglierai; dal seme della spia deve nascere di certo il legno della forca; e tu lusinga queste ultime ore nella speranza, che un giorno o l'altro saremo frutti del tuo albero.»

«Non mi uccidete, magnifico cavaliere, non mi uccidete, pel vostro battesimo, per la benedizione di Dio e dei Santi; tenetemi per vostro fante; io so come si governa un cavallo, avrò amore ai vostri, e a voi; vi servirò fedelmente. Oh! liberatemi, signore, da questo affanno; la morte è troppo grave dolore.» E intanto piangeva e singhiozzava interrotto.

«Chi ti ha detto che sia un dolore? Tu non sei mai morto per saperlo; un'altra volta potrò crederti, ma per questa non posso darti fede.»

«Oh! sì, ch'ella è dolorosa; vedete come tremo al solo sentire nominarla? e voi pure tremereste se vi foste vicino: perchè avremmo noi questo istinto di vita, se la morte non fosse angosciosa?» E qui tornava a singhiozzare e a pregare con disperate parole.

«Deh! non piangere, fratello; tu mi muovi proprio a compassione: vedi, anche Federigo il glorioso Imperatore, ch'era molto maggiore uomo che non sei tu, è morto; anche Innocenzio, il sapiente Pontefice; ed io, io pure, nato di messer Tafo di Andreuccio, che teneva banco di cambio nella città di Napoli, e di madonna Ermellina di maestro Gentile; io pure, che ho appreso lo jus civile, e la ragione canonica, nello Studio di Bologna, bello, giovane e forte, sono destinato a morire.¹ Nasciamo tutti con questo patto; ella è condizione sine qua non: l'eternità ci concede alcuni anni di vita: non piangere sopra la tua sventura; o piangi, e piangerò teco, su la nostra schiatta infelice.—Avete lesta la fossa?»

¹ Questo discorso è affatto simile a quello che tiene Achille a Licaone nel 21 Libro dell'Iliade. Io per me credo che non vi sia persona, la quale piuttosto che epico, non voglia riputarlo comico.

Il pellegrino, che dal suono pietoso col quale il masnadiere aveva proferito il precedente discorso, si era alquanto rassicurato, non è da dirsi qual rimanesse quando ne intese la chiusa; e molto meno è da dirsi, quando sentì ripetere attorno: «È lesta, è lesta!»

I masnadieri gli si fecero addosso; egli provò di schermirsi, menava calci, mordeva chiunque gli si accostava: preso, più di una volta, uscì loro di mano; i muscoli del suo volto si agitavano convulsi; urlava da spiritato, volgeva qua e là velocemente gli sguardi atterriti, faceva gli sforzi della disperazione: alfine giunsero a tenerlo, lo capivoltarono; i suoi stridi divennero, se non più forti, più feroci: lo accostarono alla fossa.

«O gran madre di Dio, aiutatemi voi!» diceva per via con ammirabile celerità. «San Germano! Santo Ermo! San Filippello d'Argiro! Angeli ed Arcangeli, abbiate pietà dell'anima mia! Santi martiri e confessori….»

«Manco male, via,» interruppe Drengotto «se non va a morte persuaso, almeno ci va pentito: sentite come canta le litanie dei Santi!»

«Ben detto! ben detto!» con un tumulto di risa esclamarono quegli empii, e già erano giunti alla fossa, il male arrivato faceva invano incredibili sforzi: ormai vi avevano introdotto il capo, ogni speranza sembrava perduta. Allo improvviso si fanno sentire tre suoni di corno; i masnadieri tutti spaventati lo lasciano cadere, e, senza punto badare a ciò che fosse per succedere di lui, tolte ognuno le sue armi, sotto gli ordini di Drengotto si dispongono in atto di ricevere qualche gran personaggio.

Si volgevano tutti ora qua ora là, incerti da dove sarebbe per comparire costui; imperciocchè la selva sorgesse folta dintorno, e il ronzío delle fronde ne celasse il suono delle pedate. Di súbito vide Rogiero scaturire dalla tenebra, e svelare innanzi al chiarore tutta la maestà delle sue forme un uomo di membra gigantesche, era vestito come gli rimanenti masnadieri, se non che aveva di più il corsaletto di piastra di ferro, diligentemente forbito, il corno al fianco, e una piuma al berretto. La fiamma rifletteva sopra il suo sembiante una luce vermiglia; e quei suoi lineamenti gagliardi, il sopracciglio irsuto, l'occhio sanguigno, lo dimostravano sottoposto al dominio di feroci passioni, mentre che la testa elevata, la fronte ampia, acuta negli angoli delle tempie, il mento un po' ritorto all'insù, le labbra strettamente compresse, lo dicevano d'irremovibile volontà, e nato a dominare. Quel suo volto, sebbene severo, non aveva nulla di spaventevole, anzi ispirava a chi lo avesse fissato un senso di fiducia, cosa che sempre si osserva nelle sembianze di quegli uomini che sono di anima e di corpo sicuri. Lo seguitavano quattro masnadieri che conducevano quantità di muli, a quel che pareva, carichi di derrate. Allorquando si furono avanzati, il condottiere guardò tutti i compagni, e con modo signorile cortesemente disse loro: «Salute.»

«Addio, condottiero!» risposero i masnadieri.

«Ecco che Dio non vuole la distruzione di cui l'offende: noi abbiamo conquistato di che provvedere assai tempo al bisogno,—al bisogno che ci mette l'arme alla mano contro i nostri fratelli.»

«Conquistato!» esclamò uno dei quattro armati che avevano seguíto il condottiero «conquistato! Potevamo in vero, e di leggieri, conquistarlo, ma voi l'avete voluto comprare in tante buone monete d'oro di Federigo II.»

«E non parti ella una conquista, Beltramo?—Con l'oro, più che col ferro, in oggi si vince il mondo, e per lungo tempo, del quale non vedo la fine, ancora si vincerà.»

«Non so che dire su questo,» rispose Beltramo «ma potevano certamente essere tutti risparmiati.»

«Gli avete spesi voi? Ve ne ho io chiesto la vostra parte? Oh! non aggraviamo di grazia la nostra mano su l'infelice, oppresso dal caso e dagli uomini: insegniamo a questi uomini, che ci hanno ributtato dal seno, che siamo migliori di loro.—Di vero io poteva levare a quei poveri vassalli le robe che portavano al mercato, e lasciare loro il danno per prezzo: ma potresti, Beltramo, cibarti di coteste vettovaglie, senza pensare al pianto che susciterebbe il duro esattore del Barone, allorchè andasse in giro a raccogliere il livello, ed essi non avessero da pagarlo per cagione nostra? No, no; il pane rubato al povero non conforta l'anima nè il corpo. E stasera, tornati tutti festosi alle loro famiglie, racconteranno:—Cinque cavalieri ci occorsero per via; noi fuggimmo, lasciando le robe per salvare la vita; essi potevano toglierle, ma ci richiamarono; e le vollero pagare con più profitto, che se fossimo andati fino al mercato.—E quando pregheranno, vado sicuro che ci rammenteranno nelle loro orazioni, e i nostri nomi saliranno al cielo con quelli dei Santi…. sì con quelli dei Santi; e Dio, sentendoci esaltati nella bocca dei suoi eletti, ci guarderà nella sua misericordia, ci vedrà infelici, e forse ci torrà da questa vita, angoscia per noi, spavento per gli altri: Iddio è pietoso nelle opere sue.»

«Amen» disse sotto voce Drengotto.

«Perchè dici amen, Drengotto?» lo interrogò un masnadiero che gli stava più prossimo.

«Perchè la predica è finita: già la sua fine deve essere un cordone, o alla vita o alla gola

«Drengotto!» chiamò il condottiero.

Il chiamato uscì di fila, e presentatosi baldanzoso innanzi di lui rispose: «Adsum, messere.»

«Rendetemi conto della giornata.»

«Ella è cosa di poco momento, messere Ghino: abbiamo corso e ricorso tutto il giorno dal bosco alla riviera, ma non si presentò Saracino nè Cristiano: tornavamo dunque verso sera a mani vuote a casa, allorchè i cani fiutando e abbaiando si sono lanciati entro un macchione, e noi dietro di loro; quivi abbiamo veduto che avevano addentato una bestia di pellegrino che giace là in terra: siamo subito accorsi a liberarlo; perchè, un poco più che tardassimo, lo spartivano da buoni fratelli in uguali porzioni tra loro.»

«Ben fatto.»

«Alcuni di nostra compagnia volevano che lo lasciassimo andare; ma noi per la pienezza del potere che ci avete delegato, ci siamo opposti, ed abbiamo detto: vediamo se il buon pellegrino porta in dosso reliquie e corone; peccatori come siamo non ardiremo porre le mani sopra le sante ossa, questo va bene; ma se ha argento, oro, o pietruzze dattorno, noi le prenderemo, perchè elleno sono vanità, e noi siamo in questo censori solenni di costumi. Dopo questo ci siamo messi a frugarlo, e mirabile visu! niun Santo si annidava sopra costui, ma questa borsa piena di agostari d'oro.»

«O gloriosissimo Barone, per l'onore della vostra famiglia, per la pace dei vostri defunti, salvatemi da quel feroce, che, e nei detti e nelle opere, sembra essere il primogenito del demonio: vedete che mi ha preparato la buca per propagginarmi.» Così interruppe il pellegrino, che, ascoltato il parlare soave del condottiero, si era levato su le ginocchia, e a questo modo, strascinandosi, recato fino ai piedi di lui. I masnadieri nel vederlo comparire in quell'atto, con la paura della morte sul viso, imbrattato di fango e di polvere, proruppero in alte risa, le quali furono tosto represse dal sembiante del rigido condottiero.

«Alzati,» disse Ghino «l'uomo non dee prostrarsi che innanzi alla Divinità;» e scioltegli le mani soggiunse: «sei libero.» Poi, quasi per evitare le solite formule di ringraziamento, sempre inutili per l'uomo sapiente che conosce la gratitudine del beneficato dalla espressione del volto, si volse a Drengotto, e domandò: «È egli ben vero ciò che sento dire di voi?»

«Messer sì.»

«Perchè volevate far questo?»

«Oh! non era nulla: amavamo così avere un per esempio del come Federigo Imperatore faceva morire i nostri colleghi, quando gli capitavano tra mano.»

«Avete trasgredito una legge della nostra compagnia voi meritate una pena.»

«Chi ha fatto codeste leggi, messere?»

«La nostra libera volontà.»

«E chi ha fatto il carro lo può disfare. Tutto varia in questo mondo, riti, lingue, costumi, cielo e terra, e non dovrà mutare un codice di masnadieri, fatto dopo cena col bicchiere alla mano?»

«Chi è quegli che vuol mutarlo qui?» gridò Ghino con tale una voce che strinse i cuori dei suoi compagni, girando certi occhi all'intorno, che fecero abbassare tutti quelli nei quali s'incontrarono: «chi è che vuol mutarlo qui? La nostra piccola società procede diversa dalla grande, che comprende la vasta famiglia degli uomini: qui non sono patti ai quali non siate intervenuti, non promesse che voi non abbiate fatto, o giurato; non leggi, se non prima da voi lungamente discusse, e con pienezza di consenso votate. Voi tutti vi dipartiste dalla gran società, perchè odiaste, o sivvero offendeste, i suoi statuti; ma intervenendo in un'altra, gli statuti e le costituzioni non erano niente meno necessarii: nessuna rettitudine d'ordine senza legge, nessuna durata di scambievole fratellanza. Le leggi discusse e giurate non si vogliono toccare così di leggieri, e mai, se fosse possibile; altramente operando, daremmo trista opinione della umana sapienza, e della eterna giustizia, accennando, con tanta mutabilità di provvedimenti, che non si dà bene in questo mondo, o che è cosa disperata conseguirlo. Stiamo lontani dagli uomini con tali pensieri, e con tali atti, che un giorno, richiamati tra loro, non adontiamo di alzare la testa, e dire:—voi foste gli scellerati, quando perseguitaste la innocenza. Nessuno vive tra noi che nel secreto del suo cuore non palpiti alle care ricordanze di padre, di figlio, di parente, di amico; nessuno che non sospiri le case paterne, e i dolci castelli: forse i nostri occhi non vedranno il giorno del perdono, ma noi non cessiamo di sospirare quel giorno. Tutto è legge nel creato, ed ordine stabilito: lo stesso Onnipotente si sottopose alle leggi, senza le quali nè egli sarebbe, nè noi saremmo; la bontà, la misericordia, ed altri assai sono i suoi attributi, nè egli può allontanarsi da questo sentiero, che la sua sapienza ha stabilito percorrere fin dal principio dei secoli.»

«Non mi parlate di leggi,» urlò schernendo Drengotto «nessuno può meglio persuadervi, che non sono leggi, quanto colui che ne ha fatto lo studio. Se la nostra natura le avesse volute, ce le avrebbe date; e senza scritto tra mezzo saremmo buoni, compassionevoli, e giusti: ma noi siamo al contrario naturalmente tristi, ingiusti, e crudeli. Rugge qui dentro il nostro cuore una rabbia amorosa di noi, la quale ci grida incessantemente—Primo mihi: la gioia altrui è un attentato alla tua, perchè ti toglie porzione del retaggio al quale tu aneli: ognuno si fa centro del creato; il mondo è il suo circolo; gl'interessi di tutti i viventi formano i raggi che si devono concentrare in lui, e questo è certo: non parlo arguto io? Occorrono nelle società degli uomini persone che traggono tutto il vantaggio da tali condizioni, che o non furono mai convenute, o furono, ma con principii diversi, o pure in un momento di ebbrezza, come noi abbiamo fatto le nostre: ch'esse si studino di conservarle, sta bene; ci va del proprio vantaggio, e anche io farei lo stesso in quel caso. L'uomo, che trova alla sua azione, resa manifesta, lo intoppo di una forca, non muta sentimento, nasconde l'azione; e quindi ne nasce quella guerra perpetua di furti, d'inganni, e di frodi, che non pure non si punisce, ma si loda dicendo:—costui provvede accortamente alle cose sue. Chi più nemico alla società di un uomo che toglie moglie? e pure il matrimonio dicesi essere un principio essenziale di questa società: vedete contradizione! ogni figlio che gli nasce gli dà un motivo di guerra di più contro i suoi simili; vorrebbe ch'essi soli fossero felici; lo cerca a prezzo della felicità universale: e poichè pare che non sia stata concessa somma di bene capace a soddisfare tutti, od anche volontà da soddisfarsi, per ogni avventuroso devono vivere cento nel fondo della miseria: quegli ori, quei vasi preziosi, quei cibi apprestati per pompa, non per bisogno, su la mensa del ricco, non vi starebbero, se negli infiniti ricoveri del povero fosse pane da sfamarsi, mezzina da bere, letto da riposare. Io per me vorrei, che allorquando celebrano un matrimonio, la chiesa fosse parata a lutto, e le campane suonassero a morto, come si usa nelle pubbliche calamità:—un matrimonio nuoce agli uomini più di due delitti….»

«Distruggi dunque, scellerato, distruggi; cotesta facultà appartiene al demonio: nella sua eternità di dolore egli ama le rovine, e i mucchi di cadaveri; essi sono il suo trono, dove regna tormentando, e schernendo le anime che si sono affidate a lui; ma egli è immortale, e vive per propria entità: tu, atomo, miscuglio d'imbecillità e di creta, più fragile in mano dell'Eterno, che paglia sotto il piede dell'elefante, come giungerai a questa potenza di male? Come schiverai la guerra di tutti contro di te? Ti sarà data la caccia come alla fiera del bosco, e tu morrai coll'angoscia di essere una memoria di esecrazione e di stoltezza per quelli che verranno. Ma poniamo che tu vi giunga: che cosa avrai fatto, quando avrai distrutto? come sopporterai la tua esistenza? come l'aspide del rimorso che ti roderà le viscere? Non udrai più voce nel mondo: ma come sfuggirai quelle della tua coscienza? Sarai come l'uracano nel deserto; vivrai solo, morirai solo.—Oh stolto! tu non conosci tutte le amarezze della solitudine, e possa Dio non fartele conoscere mai!»

«E v'è un proverbio, messere, che dice: meglio soli che male accompagnati; ed i proverbii sono cose da tenersi in conto, perchè, siccome ho udito nello Studio a Bologna, significano probatum verbum, parola approvata dalla esperienza dei secoli e dal consenso degli uomini: ma, e poi, quello che avete detto riguarda il séguito; allora provvederemo ai casi nostri; intanto ci giova vivere come viviamo.»

«Ahi scellerato! E come puoi giovarti del sangue del fiacco che piange? qual diletto o quale utile puoi ritrovare a spengere barbaramente chi ti stringe le ginocchia, e implora la tua pietà?—Pensa, che un giorno dovrai a tua volta essere giudicato.»

«Che volete? ogni uomo ha le sue opinioni, ed io ho questa. E' visse un popolo nell'antichità, come mi dicevano i miei maestri, che faceva morire per compassione i mal fatti di corpo, e si trova chi lo loda; or come, uccidendo io i male disposti di cuore, che è molto peggiore cosa, potrebbero biasimarmi? L'antichità si reputa madre solenne di utili ammaestramenti, messere.»

«E chi sei tu, che pretendi scrutinare i pensieri dell'uomo, e vuoi assumere la più portentosa qualità del Signore? Se veramente cotesti sono i tuoi sentimenti, tu meriti, piuttosto che ragioni, pugnalate. Questo ti basti, che il debole non fu mai trucidato che dal vile: la storia del lione San Marco, che pochi anni fa salvò a Fiorenza il bambino Orlanduccio, t'insegni, che il forte è magnanimo.»¹

¹ «Intorno al 1760 fu presentato al Comune di Firenze un bel lione, al quale avevano posto nome San Marco, e lo facevano guardare in piazza di San Giovanni; uscito per mala guardia di gabbia, e vagando per la città, azzannò in Or San Michele un fanciullo postumo di un tale ucciso a tradimento: la madre, cacciando acutissimi stridi, si prostrò innanzi al lione, che severamente guardatala, le restituì il figlio: questi cresciuto vendicò l'anima del padre, e fu chiamato Orlanduccio del lione.» (Villani, Lib. 6, c. 79.)

«Con questo mi pare che vogliate tacciarmi di vile, e voi mi dite cosa senza significato; io vi dirò onesto, e avremo detto una menzogna od una stoltezza per uno.»

«Drengotto!»

«Eh via! gettiamo questa sopravvesta di virtù che non conviene a noi altri che facciamo mestiere di rubare le strade: non vedete che sembriamo il demonio in abito da cappuccino? guardiamoci nella nostra nudità; ella è schifosa, ma noi abbiamo cuore da sostenerla: diciamoci apertamente scellerati; che cosa giova celarlo? tanto, nessuno ci crede. Ecco qui,—sia onore, sia pena, ognuno di noi porta il segno di Caino sopra la fronte; avrete un bel tirarvi il berretto su gli occhi; il segno sfonderà il panno e si farà vedere; ovvero accadrà di voi come di quella donna, che per celarsi lo sfregio del volto si pose la gonnella in capo e mostrò nudo il di sotto. Siamo almeno sinceri, poichè col fingere non possiamo ingannarci; renunziamo all'apparenza d'una virtù, dalla quale non ricaviamo altro frutto, che lo scherno del diavolo.—L'essere così pienamente ribaldi senza legge, deve tornare più che farla da onesti con la legge: nel primo stato sei sempre sicuro, perchè ti guardi; nel secondo ti affidi, e sei ingannato: ed allora che ti rimane? il pianto!—il conforto dell'imbecille. Io scommetterei, messer Ghino, questa mia spada di Damasco, che voi, voi stesso, con tutta la vostra generosità, se il Papa o Manfredi vi promettesse un feudo a condizione di tradirci, senza un baleno di esitanza ci vendereste tutti, come manzi al beccaio, anima e corpo.»

«Drengotto!» gridò Ghino, e la sua mano ricorse al pugnale. Ma quello sciagurato, seguendo la sua trista loquacità, aggiungeva: «Ma noi vi guardiamo, perchè non abbiamo in voi migliore opinione di quella che, se voi siete savio, dovete avere di noi: per ciò ognuno faccia quello che gli aggrada; stiamo uniti finchè possiamo; quando non potremo più, o ci lasceremo, o ci distruggeremo, come meglio ci tornerà. Intanto lasciateci propagginare il nostro pellegrino. Libertà di azioni! viva la libertà!»

«Libertà di azioni!» gridarono alcuni ferocemente. E si muovevano per prendere il pellegrino; ma questi avendo veduto i masnadieri intenti nella contesa, côlto il tempo, curvato la persona, strisciato cautamente dietro di loro, se l'era data a gambe, così che adesso poteva avere fatto assai cammino. Rimasti delusi, volevano sciogliere i cani, frugare la foresta, rinvenirlo ad ogni costo, e propagginarlo. Ghino, seguitato dalla più parte dei suoi, cavò la spada, e gridò: «Io lo impedisco.»

«Lasciateci fare, o che vi uccideremo!» urlarono i compagni di
Drengotto.

«Me uccidere? vili ribaldi!» girandosi attorno mirabilmente la spada esclamò Ghino «alla prova!»

«Alla prova!» e già venivano al sangue. Allora Drengotto si fece innanzi gridando:

«Pace! pace! Messeri, udite un poco me prima. Ghino, come vedete, noi abbiamo due diverse opinioni: colle parole non ci possiamo comporre; che potremmo dire e dire fino al giorno del giudizio, ognuno persisterebbe nella sua; e posto ancora che uno giungesse a svolgere l'altro, ciò andrebbe troppo per le lunghe: finiamola dunque col pugnale, ch'è più breve. Non facciamo come i potenti della terra, i quali, quando hanno alcuno affare da strigare tra loro, costringono il gregge degli uomini ad ammazzarsi allegramente a nome della gloria, senza saperne il perchè; riteniamo anzi questi, che ci sosterrebbero volenterosi, nè rendiamo vane le speranze del carnefice, che farebbe gran pianto, se si uccidessero tra loro: tra noi sorse la rissa, si finisca tra noi; affidiamoci al giudizio di Dio.»

«E Dio ti ha condannato: la mia spada non ha mai dato colpo in fallo.»

«Questo so ancora io; nè crediate, messere, ch'io voglia un duello con voi; altra forza è la vostra, altra arte nelle armi, che non è la mia: voi avete trattato fino dai primi anni spada e lancia, io codice e comenti: facciamo in modo che niuno di noi abbia vantaggio; poniamo in terra i nostri pugnali, allontaniamoci cento passi, voi da una parte, io da un'altra; dato il segno, ognuno corra a raccogliere il suo; chi prima giunge, ferisca; che parvene?»

I masnadieri si tacquero. Ghino, riposta la spada, trasse il pugnale, e mostrandolo luccicante a Drengotto, gli disse: «Lo vuoi? Pensa che ho raggiunto il capriolo al corso, e Dio mi porrà l'ale ai piedi, perchè è causa sua.»

«Tanto meglio per voi. Che volete? i nostri compagni aspettavano di vedere propagginato il pellegrino, egli fuggì per cagion vostra; una festa bisogna pur farla.»

«Sia fatta la tua volontà, e il tuo sangue ricada su la tua testa.»

Dopo questo, Ghino si raccolse un momento; poi scuotendo la fronte, gittò il pugnale con tanta forza, che più di mezzo l'internò nel terreno; quindi volte le spalle fece sembiante d'incamminarsi al suo luogo. Drengotto spiava questo momento; si avventa rattissimo, e già ficca con orribile perfidia il suo pugnale nel fianco di Ghino, allorquando una lama di spada si vede comparire di dietro ad un albero, e percuotere con tanta furia il braccio dello assassino, che la sua mano cade a terra recisa. La mano guizzò saltellando, e lasciò andare il pugnale; poi si aperse, e si richiuse celermente, come se tentasse afferrarlo di nuovo, e stette assai tempo innanzi di quietare quel moto. Il ferito gittò acutissimo strido, rimase un momento in piedi, finalmente cadde svenuto. Ghino volge la testa; conosce con un solo sguardo il caso, ed esclama: «Vive un Dio che punisce il tradimento!»

I masnadieri, maravigliati e atterriti, piegarono la faccia a terra, e dissero tra i denti quasi per forza: «Vive Dio?»

Come poi Rogiero si fosse rimasto immobile all'avventura del povero pellegrino, e di così giovevole aiuto sovvenisse il capo dei masnadieri, non riuscirà difficile a spiegarsi, qualora si voglia por mente a quello che ammaestra il buon Lavater, su gli effetti delle fisionomie. Occorrono di que' sembianti, dice egli, che al primo aspetto diventano il piacere dei tuoi occhi, la gioia del tuo cuore, nè punto ti persuadi che da te non sieno stati più visti; anzi ti senti suscitare nell'anima un affetto confuso, che si assomiglia a qualche lontana memoria di amore, e ti diletti ingannare te stesso, e credere che sieno gli amici della tua infanzia, i quali, sebbene scomparsi da anni ed anni, ti lasciarono nondimeno un lungo desiderio di loro; quindi il moto irresistibile di congiungerti a quelli, e chiamarli a parte delle tue gioie o dei tuoi affanni, ch'è così bello sfogare nel cuore di un amico: mentre all'opposto ne occorrono tali altri il cui aspetto t'inspira un senso di allontanamento, e se i tuoi occhi s'incontrano con gli occhi loro, tu sei costretto ad abbassarli; e se la tua bocca vuole indirizzare loro un discorso, le parole non ti escono intere, ma smozzicate; a stento, per modo che è un fastidio a sentirsi; per quanto ti studii, non giungerai a vincere questo naturale sgomento; forse la tua ragione potrà persuaderti a non odiarli,—ma amore non è passione che possa comandarsi all'anima nostra. Ed oltre a questa cagione, per sè stessa potentissima e naturale, ne concorsero alcune altre, alle quali forse non pensò il medesimo Rogiero, ma che tuttavolta poterono contribuire al suo atto senza ch'ei vi ponesse mente; e sono, che il caso del pellegrino si operò a qualche distanza dal luogo ove egli stava appiattato, e i masnadieri erano tutti concordi a propagginarlo, per lo che muoversi alla sua difesa era lo stesso che non salvare lui, e perdere sè stesso: il fatto di Ghino accadeva forse due passi discosto, e la più parte dei masnadieri risoluti a proteggere il capo lo affidarono, che il colpo non pure andrebbe impunito, ma anzi lodato. Comunque ciò fosse, Rogiero considerando adesso la impossibilità di celarsi, trasse fuori dal nascondiglio, e si avanzò verso Ghino. Quel, suo comparire improvviso, la ricca armatura di che egli andava coperto, e il bel sembiante, gli davano aria di San Giorgio che ha abbattuto il dragone; e per San Giorgio, e per l'Arcangiolo Michele, lo avrebbero adorato quelle menti superstiziose dei masnadieri, se Ghino facendoglisi innanzi con lieta accoglienza, non gli avesse stretta la mano, dicendo: «Io vi devo la vita, bel Cavaliere.»

Nè aggiunse parola, ma il modo col quale queste poche furono espresse dimostrò a Rogiero, che aveva trovato uno amico, uno che avrebbe dato i suoi averi, la sua vita, e il suo onore, per vederlo felice; gli dimostrò in somma tutti quei sentimenti, che favella al mondo non si vanta potere proferire, e, quando anco potesse, il cuore sdegnerebbe adoprare, perchè la profonda passione sta muta, ed un ringraziamento loquace nella testa di cui lo pronunzia serve a sdebitarlo della metà dell'obbligo.

Queste vicende accadevano in brevissimi istanti; però Ghino, salutato Rogiero, si volse subito a Drengotto, ed aiutò i compagni ad allacciargli alla meglio le arterie tronche, ed impedire la effusione del sangue, che ormai troppo aveva perduto quell'empio. Lo tolsero in appresso quattro masnadieri sopra le braccia, e s'incamminarono soavemente alla capanna; Ghino gli sorreggeva la testa. Per via il ferito si rinvenne, e alzando gli occhi aggravati vide il condottiero, al quale con voce mezzo spenta parlò: «L'uomo curioso che siete voi, messere! Or che credete voi fare con questa apparente pietà? voi non dovete, nè potete sentirne per me: non ho io tentato di uccidervi?—e a tradimento, direbbero gli stolti. Che cosa significa tradimento? voi mi offendeste, io dovea vendicarmi; apertamente non avrei potuto; e' sarebbe stato aggiungere il danno all'oltraggio;—lo tentai come meglio poteva; non sono riuscito;—-pazienza! Ell'era una lite tra noi; il caso l'ha decisa contro di me, nè io me ne affanno più del medico che vede morto l'ammalato, o del giureconsulto perduta la causa: andate, via, cotesta vostra compassione m'insulta. A che monta una mano di meno? la natura ne ha preveduto il caso, perchè, altramente, a qual fine ce ne avrebbe ella date due? Poichè siamo nati per morire, meglio giova andarcene a poco a poco, che tutto a un tratto; così ci avvezziamo:—intanto mi è morta una mano;—poi un piede…. qualcheduno doveva fare le spese della festa; sono toccate a me:—pazienza! Già le scommesse mi sono state sempre dannose.»

Ghino si apprestava a consolarlo, ma egli era ricaduto in isvenimento. Giunti alla soglia della capanna, il condottiero, chiamato Beltramo, gli comandò averne cura, e lo pregò che per suo amore lo vegliasse; lo avrebbe ricompensato in appresso; intanto se l'ammalato si aggravava andasse a San Quirico, e dicesse all'Abbate, che messere Ghino mandava per lui, ch'egli sarebbe certamente venuto; finalmente rivoltosi alla masnada che lo aveva seguitato, parlò con voce solenne brevissimo discorso: «Siavi di esempio Drengotto; io perdono i colpevoli.»

Ciò detto, ricusata ogni altra compagnia, camminò verso la sua dimora, pregando gentilmente Rogiero a volervi accettare l'ospizio per quella notte. Rogiero, non che accettare il prego, avrebbe pregato egli stesso, tanto era il diletto che ricavava dalla presenza di Ghino, e più il bisogno che sentiva di ristorarsi. Andò pertanto volenteroso con lui; e si misero dentro a certi intricati viottoli della foresta, pei quali ogni uomo che non ne fosse stato ben pratico sarebbesi certamente smarrito. Lasciamoli andare, chè Ghino ne conosce la via, e menerà diritto il suo compagno allo albergo: noi andremo a dar fine al capitolo e alla vita di Drengotto.

I masnadieri, licenziati da Ghino, si dispersero, chi qua, chi là, con diversi sentimenti, ma tutti profondi; nè noi li diremo.

I quattro che sostenevano Drengotto l'adagiarono sul letto; Beltramo in atto di dispiacenza disse ai compagni: «Avrete voi cuore di lasciarlo solo?»

«Non ci stai tu?» uno di loro rispose «e che faremmo noi per tutta la notte?»

«Giocheremo a zara» soggiunse Beltramo.

«Se così è, rimango.»

«Così io,—ed io» risposero gli altri.

Ma Beltramo, che aveva un atomo di umanità più di loro, osservò che Drengotto era svenuto, alla qual cosa essi risposero che dormiva; ed allora non che egli fosse internamente persuaso che Drengotto dormisse, ma facendosi inganno con cotesta affermazione dei compagni, pose un po' d'accordo tra la sua anima e quello che stava per fare, e trasse i tre dadi di tasca.

«Manca il vino!»

Uno dei compagni, che aveva infinita impazienza di cominciare il giuoco, rispose: «Guardate su questa tavola; non vedete come Drengotto se ne trovi molto ben provveduto? Andando a pigliarlo nelle nostre capanne, logoreremmo troppo gran tempo: togliamo di questo; se Drengotto vivrà, glielo pagheremo, o rimetteremo, come voglia; se morrà, lo avremo bevuto senza pagare l'ostiero; il che tramuta in greco¹ anche l'aceto, come disse il poeta.»

¹ Ottimo vino che fa in Italia, e così si chiama perchè nasce da magliuoli primieramente venuti di Grecia.

I masnadieri risero al motto, e tolto i fiaschi del vino ed alcune candele, si disposero in circolo sul pavimento dando principio alla partita. Avevano fatto da sei giri di giuoco, e bevuto altrettanti fiaschi di vino, allorchè una voce, che pareva uscisse di sotto terra, chiamò: «Beltramo!»

«Ti sei svegliato, Drengotto? Sono da te;—dopo questo tiro mi viene la mano,—getto i dadi, e son da te.»

«Beltramo!»

«Eccomi—son lesto—dammi i dadi—bel tiro! sei e quattro dieci, e tre tredici:—segna, Cagnazzo—la partita non è ancora perduta.» Poi levatosi in piedi andò al letto del ferito, il quale gli disse:

«Beltramo, mentre io stava svenuto….»

«Come! non eri addormentato?» esclamò Beltramo facendo le maraviglie.

«Mentre stava svenuto,» continuò, senza badargli, Drengotto «sia ch'io facessi alcun moto, sia che la fascia….»

«Tre, tre! sto per uno!» urlò un masnadiero.

«Tocca a te a gittare, Beltramo; stanno per uno.»

«Per uno! E come è andata questa?—Un momento, Drengotto, gitto i dadi, e torno.»

«La fascia era male messa, e il sangue….»

Beltramo che avea fatto un passo tornò indietro: «il sangue?» ripetè sbadatamente, e soggiunse: «Cagnazzo, tira per me, che ora non posso.»

«Il sangue del mio corpo quasi che tutto fuggì dalle vene lacerate, ed io mi muoio:—vedi!» E si scoperse:—miserabile spettacolo!—diguazzava dentro un lago di sangue.

«Tredici!—Ho vinto!—abbiamo vinto, Beltramo;—cinque ne perdono.»

«Segna al muro, a scanso di liti…. O Vergine gloriosa! Perchè non m'hai chiamato prima, Drengotto?» disse Beltramo, e si affaccendò a rifasciargli la ferita.

«Sta bene!» rispose Drengotto sorridendo «ma fermati, che oggimai tu faresti opera vana.—Io ti ho chiamato per rogare il mio testamento nuncupativo; e voi pure, compagni, accostatevi ed ascoltate le mie ultime disposizioni.»

I masnadieri, che avevano finito il giuoco, e senza il quarto andavano malamente innanzi, sorsero, e ognuno col bicchiere alla mano s'incamminò verso il letto del ferito. Questi, vedutili pronti ad ascoltarlo, incominciò:

«Invocato, etc. etc. Considerando essermi vicina la morte, che forma la conclusione della vita, di mente sanissimo, cioè, come sono stato sempre, lascio da prima l'anima a cui di ragione, e il corpo, poichè non ha pelle che possa giovarvi, tutto intero alla pianura. Item lascio le mie armi e le mie vesti a cui primo le piglierà.—Item il mio danaro a voi altri quattro, onde facciate dirne, o ne diciate voi stessi…. tante partite a zara.—Item a voi, il vino che tengo in serbo nella capanna, perchè possiate passare allegramente questa notte, e la seguente se ve ne avanza….»

«Oh! l'abbiamo già preso» esclamarono tutti.

«Dunque cassi il notaro questo legato,» disse il moribondo ridendo. «Quindi instituisco erede nella università dei miei debiti Beltramo di Tafo, che mi ha fatto tanto amorosa guardia in questa ultima malattia.»

«Oh! niente, niente, Drengotto; tu in questo caso avresti fatto lo stesso.»

«Credo che sì, Beltramo; solo ti prego di una grazia, e ti scongiuro a non rifiutarla alla nostra antica amicizia:—quando porteranno a seppellire il mio cadavere, cercherai la mia mano che deve essere rimasta là in mezzo al bosco, e ti adoprerai di pormela accanto, in modo, che súbito la possa trovare; però che quando l'Arcangelo ci chiamerà a quel giudizio—ch'io non ho mai avuto—possa presentarmi dei primi, e sapere súbito il mio bene o il mio male; altramente, come vedi, chi sa ove diavolo me la caccerebbero, e quanto tempo dovrei frugare per rinvenirla!» E qui rise, ma quel suo riso fu l'ultimo, chè l'agonia lo sorprese. Le sue labbra tremolavano increspate, i suoi denti battevano fragorosi,—ell'era una espressione infernale: le palpebre parimente si aprivano e si richiudevano con quella velocità, con cui vediamo scuotere l'ale alla farfalla nuovamente presa: il periodo della convulsione fu di pochissima durata, a mano a mano divenne più debole, cessò,—e della creatura rimase la creta.

I masnadieri che circondavano il letto col bicchiere alla mano, vedutolo spirare, se lo accostarono alla bocca dicendo: «Anche questa è finita,—alla salute dell'anima sua!» e lo vuotarono: poi coperto il cadavere, tornarono a giocarsi a zara i danari del morto.

CAPITOLO DECIMOPRIMO.

IL PELLEGRINO.

                 …. la luce di Romeo, di cui
                  Fu l'opra grande e bella mal gradita.
                Ma i Provenzali, che fer contra lui,
                  Non hanno riso: e però mal cammina
                  Qual si fa danno del ben fare altrui.
                Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
                  Ramondo Berlinghieri, e ciò gli fece
                  Romeo, persona umile e peregrina;
                E poi il mosser le parole biece
                  A dimandar ragione a questo giusto,
                  Che gli assegnò sette e cinque per diece.
                Indi partissi povero e vetusto;
                  E se 'l mondo sapesse il cuor ch'egli ebbe
                  Mendicando sua vita a frusto a frusto,
                Assai lo loda e più lo loderebbe.
                                        PARADISO, canto 6.

Tornato da Santo Jacopo di Galizia, un buon romeo¹ traeva verso sera l'infermo fianco per le vie di Marsiglia, come colui che sembrava attenuato dagli anni e dal lungo cammino, in cerca di un Senodochio,² dove potere riposare per quella notte le membra. Poichè ebbe percorso molte contrade della città, si fermò innanzi uno splendido palazzo, dal quale partiva una gran luce, ed un armonioso concerto di suoni e di canti: vedeva entrare ed uscire dame e cavalieri, doviziosamente abbigliati; vedeva scudieri affaccendarsi, maggiordomi scorrere qua e là con le mazze di argento perchè tutto procedesse in buon ordine, e siniscalchi, e fanti, di su, di giù, per le scale, portare in preziosissimi vasi squisiti rinfreschi: tutto in somma accennava, che una gran festa si faceva là dentro. Il romeo si accostò ad un uomo del popolo, ragunato avanti la porta, e mossagli graziosa dimanda, seppe come il palazzo appartenesse a Monsignore Raimondo Berlinghiero Conte di Provenza. Correva in quel tempo altissima rinomanza per tutta Cristianità di questo Conte Raimondo, sì perchè egli era nato di gentile lignaggio, avendo comune l'origine con la Casa di Arragona e con quella del Conte di Tolosa, sì perchè fu signore discreto molto, valoroso, cortese, grande operatore di cose onorate. Si riparavano alla sua corte tutti i prodi cavalieri di Provenza, di Francia, e di Catalogna, non meno che i più valenti Trovatori che avessero fama a quei tempi; ed egli stesso assai dilettavasi di correre lancia nel torneo, e cantare la canzone di amore in mezzo ad un bel cerchio di giovani dame.

¹ Romei erano propriamente i pellegrini che andavano a Roma.

² Senodochj (quando ve n'erano) erano luoghi particolarmente destinati ad albergare i pellegrini.

Il romeo disegnò di far prova della cortesia del Conte: e senza altro pensare si cacciò arditamente nella corte. Maravigliaronsi i cavalieri, che un mendico avesse tanto di audacia da penetrare in mezzo a loro; ed ognuno di essi schifavalo, e sì come pauroso che le sue vesti di seta non s'imbrattassero toccando quelle del povero pellegrino, da parte si ritraeva: ne seguì quindi, che, invece di farlo obbrobrioso, come era il pensiero, lo esaltassero, imperciocchè egli camminava tutto solo in mezzo a due ale di dame e cavalieri, i quali, quantunque si fossero così disposti per disprezzo, pure il concetto mal talento non manifestavano al di fuori, e quella posizione era rispettosa.

Il Conte Raimondo, che, per godere di un solo sguardo la festa, s'era messo a sedere sopra un luogo elevato a guisa di trono apprestatogli nella parte principale della sala, appena vide il romeo che si avanzava, scese, e andatogli incontro gli fece grata accoglienza, dicendo: «Bel pellegrino, voi siete il molto ben venuto in nostra corte; disponete a modo vostro di tutto quello che vi aggrada, perchè intendiamo che ne siate come signore, e padrone.»

«Monsignor Conte, ora vedo che la fama, per quanto dica della vostra alta cortesia, non può tanto dire, che le voci al paragone non vengano meno. Io m'era qui recato per farne esperimento, e vedere se nell'ora della pompa avreste sdegnato volgere il guardo al servo di Dio, stanco dagli anni, e travagliato dal cammino: ma voi, Conte, avete lasciato l'orgoglio ai cuori codardi, che se lo hanno tolto signore; i quali, per quanto sieno circondati di ossa e di carne, nol potranno mai celare all'occhio dell'Eterno.» E qui girò severamente la faccia ai circostanti cavalieri, che troppo erano cortigiani per abbassare la loro, e che gliela mostrarono da un punto all'altro tutta ridente. Il buon romeo, disdegnando le lusinghe, sì come innanzi il disprezzo, continuò favellando al Conte Raimondo: «Voi non vergognaste adempire le speranze del povero, che aveva posto in voi fede; voi gli profferiste quello di che abbisognava, senza ch'ei ve lo chiedesse, però che colui, che vede il bisogno, e aspetta la richiesta, quasi si apparecchia a negare; e voi sarete rimunerato in questa vita, e in quell'altra; con voi saranno le benedizioni del Signore; ei vi magnificherà su i vostri emuli, vi glorificherà sopra i vostri nemici, e il vostro nome si conserverò nei nepoti, come l'odore della mirra si conserva, dopo che il fuoco ne ha consumato il granello.»

Stupirono i cavalieri e le dame a sentire il pellegrino favellare tanto discretamente, e lo tennero per uomo valoroso. Il Conte Raimondo, tutto lieto, con benigne parole gli rispondeva: «Noi vi abbiamo obbligo infinito, bel pellegrino, per la fede che avete posta nella nostra cortesia, sebbene per cosa che non valga rammentare: chè troppo gran torto noi faremmo, non diciamo ai nostri fratelli di cavalleria, ma ai nostri meno agiati vassalli, sospettando che avrebbero chiuse le porte al buon romeo.»

«Non l'atto, ma il modo, Monsignor Conte, guadagna lo spirito; e v'è tale che nega in sì benigna maniera, che tu l'ami più di tale altro che villanamente ti dona.»

Allora il Conte Raimondo, tolto per mano il pellegrino, lo condusse nei più riposti appartamenti; e fattolo ristorare di cibo e di bevanda, vedendolo stanco, non volle per quella sera trattenerlo in più lunghi discorsi, ma comandato che gli si preparasse una fresca cameretta, quivi lo lasciò a riposare, e ritornò alla festa.

Alla mattina sorgendo il Conte per tempissimo si recò in un suo giardino non solo per meditare a mente quieta sugli affari della signoria in quel tempo minacciata di guerra dal Conte di Tolosa, quanto per raccogliere alcune immagini su l'aurora, onde abbellire certa _cobola_¹ che disegnava mandare alla dama dei suoi pensieri. Vagando così tutto internato nelle sue idee, occorse nel pellegrino, il quale, levatosi anch'egli di buon'ora, s'era portato colà per salutare il Signore col primo raggio del sole nascente: questi dopo i debiti ossequii, domandò al Conte per qual ragione fosse in vista turbato. Raimondo, sebbene per natura assai circospetto, pure fu tanta la fiducia che su quel súbito ripose nel pellegrino, che punto non dubitò di aprirgli l'animo suo; e il pellegrino lo sovvenne di tali savi consigli, che a Raimondo parve dovere non che non evitare la impresa col Conte di Tolosa, desiderarla, qualora avesse seco sì accorto e valente consigliere. Gli disse pertanto, ch'ei non gli avrebbe mai fatto forza di rimanere, e che anzi era in sua facoltà lo stare e l'andare; ma se nulla poteva presso di lui il suo prego, ei lo confortava a restare. Se Raimondo si sentiva innamorato delle virtù del pellegrino, il pellegrino non lo era meno di quelle di Raimondo; onde in breve si trovarono d'accordo; nè stette molto che diventò il romeo di ogni cosa dello stato guidatore e maestro. Egli si mantenne in abito religioso, e con la sua industria seppe fare in modo che il Conte, tenendo sempre la medesima corte, accrebbe di più di due terzi il proprio tesoro; onde quando accadde la guerra col Conte di Tolosa (ch'era il maggiore principe del mondo, avendo sotto sè quattordici Conti) a cagione di confini, sì per la cortesia di Raimondo, sì pel consiglio del romeo, e pel molto tesoro, tanti cavalieri e Baroni militarono sotto le bandiere di Provenza, che il Conte di Tolosa ebbe la peggio.

¹ Cobola presso i Provenzali era un componimento lirico.

Ora avvenne, che il Conte Raimondo avesse quattro figliuole grandi, da marito senza più, e, siccome sogliono la più parte dei padri, desiderasse maritarle a prodi e potenti signori, e farle Regine, e Imperatrici, se potesse; ma non gli veniva fatto immaginarne la via, chè il suo tesoro non bastava per dare a tutte la dote da Regina: il buon romeo lo confortò a non prendersi pensiero di questo; avrebbe provveduto egli. E prima maritò la maggiore a Luigi IX di Francia con moltissima dote; per la quale cosa essendo ripreso dal Conte, rispose: «Lasciatemi fare, Monsignore, ch'essendo maritata bene la prima con gran costo, mariterete le altre con minore, a cagione del suo parentado.» E il fatto accadde come egli aveva preveduto: imperciocchè Eduardo III d'Inghilterra, per essere cognato del Re di Francia, tolse la seconda con dote minore, ed in appresso Riccardo di Cornovaglia, suo fratello, eletto Re dei Romani, la terza. Rimaneva in casa la quarta, ed il romeo disse a Raimondo: «Questa daremo ad uomo valoroso che vi sia in luogo di figliuolo, e vi succeda nella signoria:» ed assentendo il Conte, egli la sposava a Carlo d'Angiò, fratello del Re Luigi di Francia, affermando che sarebbe divenuto il maggiore e il migliore signore del mondo.

Dopo tanti anni di lealtà e di servitù, la maledetta invidia, peste del mondo, e delle corti vizio, cominciò a susurrare alle orecchie di Raimondo, averlo tradito il romeo, e di ogni suo tesoro spogliato. Non dava egli fede da prima a quelle malignità, ma ripetutegli oggi, dimani, e sempre, gli venne in pensiero di domandare conto al romeo di ogni sua operazione: questi, come colui che stavasene provveduto, mostrò la scrittura, dette ragione di tutto, e chiese commiato. Il Conte, parendogli avere mal fatto, con umili scuse si difendeva, e a grande istanza lo pregava a non volerlo abbandonare ora che tanta parte di vita avevano insieme trascorso; ma il pellegrino troncò quelle parole, dicendo: «No, Monsignore Raimondo; dividiamoci adesso che siamo amici; sarà la nostra separazione pur troppo amara, ma ognuno di noi lascerà all'altro tal rimembranza, che volentieri si compiacerà richiamare alla mente: forse aspettando non lo potremmo più. Voi siete vecchio, e con la vecchiezza vengono le infermità del corpo, ed il sospetto dello spirito:—forse è questo un vizio degli anni, forse il frutto della esperienza che ha veduto gli uomini più pronti a ingannare, che ad essere leali; in ogni modo il sospetto è il compagno della vecchiezza, e piacesse al cielo che fosse il solo. Questo vostro improvviso domandarmi ragione del mio operato, quantunque di per voi stesso avreste potuto considerare che di umile condizione vi ho posto in grande signoria, mi fa conoscere che la vostra età non va esente dalla comune diffidenza, o per essersi spontanea suscitata nel vostro spirito, o per opera altrui. Presentemente, la Dio mercè, ho potuto chiarirvi di quello che mi avete richiesto; forse in altro tempo nol potrei, perchè se mancano talora le prove per convincere il delitto, possono anche mancare per dimostrare la innocenza; ed allora mi punireste, e fareste mal'opera, e tale che il vostro onore fino adesso purissimo ne sentirebbe irrimediabile danno: provvediamo dunque fin che vi è tempo alla mia sicurezza, e alla fama vostra; tanto, la morte verrebbe a separarci per forza; facciamolo volontariamente. Ell'è parola di dolore, ma pur bisogna proferirla,—l'addio! Possano essere i vostri rimanenti giorni tranquilli e gloriosi; possano coloro che mi hanno allontanato da voi servirvi con quella lealtà con la quale v'ho servito io. Povero venni in questa corte, povero voglio partirmi; la tasca e il bordone, ch'io ho conservato come dono prezioso della miseria, pel quale io mi credo esser ricco, e sopra le ricchezze, saranno la mia veste; le mie gambe, come che inferme, il palafreno:—addio. Quello che mi sarei meritato in guiderdone dei miei ufficii, o ritenete, o donate ai poverelli di Cristo. Addio, mio bel signore,—addio!—ci rivedremo nel Paradiso.»

Nè per quanto il Conte con preghiere e lacrime s'ingegnasse ritenerlo, potè pervenire a farlo restare. Partiva il pellegrino in abito dimesso, portando seco l'amore e il desiderio di tutti; Raimondo co' suoi vassalli lo seguitava traendo dolorosi guai: giunto alla porta della città, il pellegrino abbracciò il Conte, lo baciò in bocca, tolse nuovamente commiato, e lo raccomandò a Dio; con tutti i rimanenti quelle dipartenze non potè fare; però alzata la mano li benedisse, ed eglino riceverono quella benedizione prostrati, gemendo profondamente, piangendo, e singhiozzando, come se ad ognuno di loro fosse morto il padre o la madre. Così, come era venuto, il pellegrino se ne partì, nè mai si seppe chi fosse, o dove andasse, se non che per la più parte di quelli che il videro, e gli parlarono, fu creduto che fosse un Santo.

Non sopravvisse molto il Conte Raimondo alla partenza del pellegrino, e per la morte di lui la Provenza venne sotto il potere del suo genero Carlo.

Nacque quest'uomo nel 1220 da Luigi VIII, e da Bianca di Castiglia; come figlio di Francia ebbe in sorte la Contea d'Angiò, e la signoria di Folcacchieri; come sposo di Beatrice, la Provenza, la Linguadoca, e parte del Piemonte. Quale fosse di persona e di costume troviamo con molto bel garbo narrato da uno Storico del medesimo secolo,¹ che abbiamo preso per guida di questo Capitolo: savio, magnanimo, di alti intendimenti, e severo, sicuro nelle avversità, veritiero in ogni promessa, poco parlante, molto operante, non ridea che leggermente, e di rado; largo del suo, cupido dell'altrui; Trovatori, Giullari, Menestrelli, ed altra gente sollazzevole, non tenne in pregio, anzi sprezzò; molto vegliava, e soleva dire che quanto meno si dormiva, meno si moriva: lo sguardo ebbe feroce; grande di persona, nerboruto, e di colore ulivigno; del rimanente, religioso, e, per quanto può essere soldato, dabbene.

¹ Giovanni Villani. L. 6, e. 91.

Condotto nel 1250 da San Luigi al conquisto di Gerusalemme, cadde, insieme con il fratello e la principale Baronia di Francia, in potere degl'Infedeli presso Damiata. Uscito dalla prigionia, se ne andò in Provenza, dove ebbe a sostenere molte contese co' suoi vassalli, i diritti dei quali voleva annullare, e farsi senza restrizione nessuna assoluto signore.

Qui fu che gli giunse la elezione di Urbano, portatagli dal Cardinale Simone di Tours; e dopo averne tenuto proposito col Re di Francia, col Conte di Artois, e con quello di Alansone, suoi fratelli, i quali per levarsi d'attorno quell'uomo ambizioso lo animarono all'impresa, e gli proffersero sussidio d'arme e di danaro, rispose essere apparecchiato di mettersi alla ventura in onore di Dio e della Santa Chiesa romana.

Se molto la naturale cupidigia lo stimolava a quell'acquisto, non meno ve lo stimolarono le vivissime istanze della moglie Beatrice, la quale per far tesoro impegnò tutti i suoi gioielli; il che forma il più grande sagrifizio, che donna al mondo possa mai fare. Per quello che narrano le cronache del tempo, la cagione di questa caldezza di Beatrice fu che poco innanzi, essendo convenuta a Parigi insieme con le altre sorelle a celebrare nella corte del suo cognato la Pasqua di Natale, assistendo con esse loro il dì della Epifania alla festa dei Re, che i Monarchi di Francia usavano solennizzare nella Chiesa di San Dionigi, l'avevano fatta sedere un grado più basso, imperciocchè ella non portasse corona reale. Infinite, e forse non tutte da narrarsi, furono le arti adoperate da questa donna ambiziosa per chiamare alla sua fazione il fiore della Cavalleria francese. Erano in quei giorni due potentissimi eccitamenti a imprendere la guerra, la cortesia degli uomini d'arme, per la quale stimavano che richiesti di fare alcuna impresa per amore di dama non potessero senza biasimo ricusare, e lo spirito di religione. Ambedue questi vennero messi in opera, il primo da Beatrice, il secondo dai Legati del Papa, che andavano predicando per Francia la Crociata contro Manfredi, e promettevano la remissione dei peccati, e le stesse indulgenze che se fossero andati a combattere in Palestina. Per quelli poi che poco tenevano in conto le lusinghe della femmina, e le indulgenze della Chiesa (e questi narra le cronaca che fossero i più), l'avidità di grossi stipendii fu valevole a riunirli sotto lo stendardo di Carlo. Alle quali cose tutte se voglia unirsi la naturale vaghezza delle menti francesi di vedere nuovità, non si maraviglieranno i lettori se il suo esercito ascendesse a sessantamila uomini tra cavalieri, balestrieri, e fanti di ogni maniera.

La morte avvenuta di Urbano IV, e la sostituzione al Pontificato di Clemente IV non pure non interruppe la pratica, ma l'affrettò; chè questi era vassallo di Carlo, e zelantissimo sostenitore delle parti di lui. Costui ebbe da prima moglie e figliuoli, e fu tenuto in pregio di valoroso giureconsulto: mortagli la moglie, si rendè cherico, e diventò successivamente Vescovo di Pois, Cardinale di Narbona, Legato in Inghilterra, e finalmente Pontefice. Bartolommeo Pignattello, Arcivescovo di Cosenza, vassallo e nemico di Manfredi, spedito a gran fretta in Provenza, unitosi a Simone Cardinale di Santa Cecilia, andava eccitando Carlo a calare in Italia.

Manfredi alla novella di tanti armamenti non si smarrì, ma come uomo di gran cuore e magnanimo si apparecchiò a ben ricevere il nemico. Grandissima fu la cura che pose da lato di terra a custodire i passi, afforzando Cepperano, San Germano, e mettendo scelto presidio in Benevento: per mare, le sue galere unite a quelle dei Pisani e dei Genovesi, che sommavano in tutte a meglio di ottanta, lo tenevano sicuro. Le forze del Re di tutta Francia, non che quelle di un Conte, parevano insufficienti a potergli far danno; pure tanto sono fallaci gli umani disegni, che, e per mare e per terra, fu con mirabile agevolezza abbattuto, siccome andremo narrando nel processo di questa storia.

Ora Carlo considerando di quanto grande momento sarebbe stata la sua presenza in Italia, e la ventura non presentare più di una volta la occasione, a malgrado di molti che lo sconsigliavano, si dispose di montare sopra le galere e andare quanto più presto potesse a Roma: sapeva ben egli che Manfredi faceva guardare tutta la spiaggia romana, nè ignorava essere le sue galere appena un quarto di quelle del suo nemico; nondimeno creato Luogotenente per lo esercito di terra Guido da Monforte, ed a lui raccomandata la Contessa Beatrice, affidato in quel suo detto, che spessissimo soleva proferire,—buono studio vince rea fortuna,—salito in nave, comandò volgessero le prue verso la desiderata Italia.

CAPITOLO DECIMOSECONDO.

MESSINELLA.

                Egli ha pallido il volto, e gli occhi fieri;
                E in tutti gli atti, e movimenti suoi,
                Del terribil vieppiù che dell'umano.
                         MARIANNA, tragedia antica.

Venite, ed ammiriamo le glorie della creazione su le ultime sponde dell'oceano. Ecco, egli riposa della quiete del lione; nessun vento osa turbare la sua azzurra superficie, nessuna onda gemere tra gli scogli:—sembra uno specchio, nel quale il firmamento goda riflettere i suoi tesori. L'occhio dell'uomo si sprofonda lontano lontano in cerca di un confine che la debolezza della sua conformazione ha impresso nella sua vista, ma che l'oceano non ha conosciuto giammai:—lo sguardo si perde sopra la moltitudine delle acque, e finalmente è costretto di abbassarsi alla terra, mentre lo spirito freme alla idea che la creta non sia capace di sostenere la contemplazione degli elementi;—siccome appunto l'anima temeraria che ardisce di volere penetrare dentro la nuvola che circonda il soglio dell'Onnipotente, dopo un lungo travagliarsi di abisso in abisso nel mondo intellettuale, sviene soverchiata dalla grandezza della immagine, logora dalla meditazione, vinta dalla certezza che l'Eterno non può esser compreso dalla forma destinata a morire. Questo è il riposo dell'oceano: e pure il pianeta della vita e della luce pare che gli si accosti tremando, come il supplichevole al trono del Signore,—le più volte pallido e senza raggio: ed egli lo assorbe nello sterminato suo seno, non altramente che la terra riceve la creatura divenuta cadavere.

Ma quando il cumulo delle acque, furiando imperversato, quasi che fosse ansioso di ricuperare l'antico dominio (però che la terra emerse dal profondo del mare al comando di Dio),¹ si precipita a flagellare i confini del mondo, dove trova l'insuperabile argine, e il solo degno di sommettere la sua spaventosa potenza,—la parola del Creatore, che lo respinge indietro: ma quando rotolandosi per l'ampiezza del suo spazio travolge il naviglio che incontra nel corso fatale, onde il nocchiero disperato di ogni umano soccorso guarda il cielo, ed il cielo gli si mostra minaccioso,—questi non ha più scampo, il flutto che vede agglomerarsi da lungi deve eseguire la sentenza di morte che la natura ha pronunziato contro di lui; allora tra i pensieri della vita futura s'insinua tristamente la rimembranza della sua famigliuola che gli strazia le viscere:—e i figli?—e la moglie?—dorme ella?—su lo stridore dei venti, tra il muggito del mare parle sentire il suo nome sospirato nel delirio di una orribile agonia, balza atterrita, corre al lido, e non iscorge che flutti sommossi e cielo ottenebrato:—che Dio faccia pace all'anima del naufrago; ma doveva sfidare il terribile elemento col peso dei figliuoli sul cuore?—Quando tutto è sconvolto, quando tutto è paura, e terrore,—felice quel sicuro che gode spaziare su l'ultimo lido della terra, e sorridere di quel sorriso col quale si accolgono i più cari amici, all'onda che dopo avere sommerso mille navigli viene a spezzarsi tra le scogliere della spiaggia!—Felice chi nel fragore del tuono, e nell'urlo salvatico dei mostri marini può sentire una dolce armonia, una voce di amore, simile a quella che acquietò i dolori della sua fanciullezza!—Ma più avventuroso colui, che nell'ora della procella commise il suo corpo ai flutti agitati! Lo pregavano gli spettatori, pei Santi e per la Vergine, a non osarlo; ma egli, sprezzando i consigli della paura, si compiacque vedersi sospeso su gli abissi, la descrizione dei quali fa abbrividire migliaia di gente: certo egli sembrava un atomo vagante per la luce; conobbe il pericolo d'essere ad ogni momento disfatto, mirò la faccia della morte, nè impallidì; e in ricompensa fu la sua anima purificata di ben molte passioni del fango, di ben molte umane imbecillità; apprese—potere dirsi felice colui che non teme la estinzione della vita;—e re del dolore, scoperse cose, che nè egli sa dire, nè altri potrebbe comprendere, ma di cui la rimembranza gli rimase nella mente come pegno di futura grandezza:—ora quell'ardito sollevato su la sommità d'una ondata si scorgeva più alto della terra, scoprendo il lido lontano, e i compagni; ora, precipitato giù nel profondo, ammirava le acque soverchianti circondarlo a modo di muraglia, e le cime loro ripiegarsi spumanti, sibilando come serpenti sul capo di una furia;—ma egli pure vinse, e quando gli fu a grado tornò salvo alla riva.—A questo solo sia concesso narrare dell'oceano; stenda la sua mano sul mare come su l'altare del Signore, e dica: io sono degno di te.—Venite, e adoriamo le glorie della creazione sopra le sponde dell'oceano.

¹ Congregentur aquaæ, quæ sub coelo sunt, in locum unum, et appareat ARIDA. (Gen., c. 1.)

Io ti amo di quell'affetto col quale i miei fratelli di stoltezza vagheggiano il sembiante della femmina; io godo al suono dei tuoi flutti, al tuo riposo, e alla tua tempesta: libero fino dal principio della creazione, nessun potente ti ha potuto dare legge, nessuno ambizioso nè per lusinga nè per forza sottometterti;—la vicenda degli anni e delle stagioni è nulla per te: quel barbaro sovrano¹ che volle importi catene, sta monumento di scherno nella storia;—le catene sono fatte per gli uomini.

¹ Serse.

Tu immenso, tu forte, perchè il caos era acqua, ed acqua ritornerà. In quel punto la luce riverrà a spegnersi nella sua antica dimora;—il fuoco tuo nemico sarà superato, e la vittoria annunziata al mondo con la sua rovina: non più stelle, nè luna, nè cielo, nè terra;—esulterai nel trionfo della distruzione, nella solitudine della tua immensità: però, mentre dura in me spirito di vita, mi dilungo su l'estreme tue sponde, e adoro le glorie della creazione nella potenza dell'oceano.—

Coll'affanno del cuore, che agogna una corona, Carlo da tre giorni percorre l'oceano. Spesso sedendo a mensa, o giocando a scacchi, quando meno se l'aspettano i compagni si alza da tavola, ascende sopra la coperta; aguzza gli occhi da settentrione, ed esclama con voce tra spaventata e gioiosa: «È Italia quella?»

«No, Monsignore; ell'è una nuvola,» qualcheduno gli risponde; e Carlo torna a desiderare, e cupo nel sembiante incamminasi là d'onde si era partito.

Oggimai un uomo, per quanto in fondo della ignoranza, agevolmente comprende—il ladro o non avere sentimento veruno, quando si appresta a fare suo pro della roba altrui, o, se pur l'ha, essere in tutto simile a quello del conquistatore. Vero è bene, che questo s'ingegna di ornare il suo fatto co' luminosi fantasmi della gloria; ma il belletto trovato dagli accorti per magnificare il delitto del forte, che hanno punito nel debole,—il nome diverso, chiamando nei molti gesto, impresa, conquista, quello che nei pochi hanno appellato furto, non acquieta la coscienza, e ciò che togli altrui, sia poco, sia molto, sia con migliaia di armati, o con una sola mano, o vuolsi reputare male per tutti, o per veruno. La pena si assomiglia a una insegna, che tanto più si dipinge di rosso quanto meno lo albergo è agiato, e il vino buono: la si ritenga risolutamente marca che da secoli e secoli inganna, e continuerà ad ingannare la gente; per la quale si toglie per buona una merce, che non è tale. Considera il mondo, e troverai l'origine delle pene nella prepotenza più tosto che nella ragione. Ho scritto questi pensieri non già perchè Carlo avesse il più leggiero rimorso a cagione del gran furto che stava per commettere, ma perchè qui mi si sono affacciati alla mente. Quello che adesso agitava l'anima del Conte era la idea del molto pericolo, unito ad un senso magnanimo, che lo rendeva cupido d'imprese pericolose. Sì fatto miscuglio di vecchie abitudini e di nuove sensazioni non può agevolmente descriversi: egli non era un desiderio di fuga, e pure un principio di paura, che gli abbrividiva le carni; non un desiderio di precipitare la contesa, e nondimeno Carlo, ogniqualvolta sentiva dirsi come fosse una nuvola l'oggetto che supponeva Italia, sospirava d'affanno:—era la trepida esitanza di un'anima grande tra il tempo del disegno, e quello della esecuzione;—esitanza, che nè io, nè i miei lettori, abbiamo provato giammai, imperciocchè le anime nostre vennero al mondo piegate in sessantaquattresimo

¹ Questo è il più piccolo formato che abbia fin qui ricevuto un libro: almeno così mi ha detto il libraio.

Carlo agitavasi inquieto, nè i Baroni che aveva prescelto a compagni valevano molto ad acquietarlo. Essi avevano combattuto al suo fianco in Palestina ed in Provenza; andavano famosi per mille prove, ma rigidi come il ferro che li vestiva;—faccie ignote al sorriso, nessun'altra cosa fuorchè la spada e la mazza di arme conoscevano, e nella spada consisteva a quei tempi la educazione del nobile: forse avrebbero potuto narrare le imprese trascorse, e col racconto dei superati pericoli inanimirsi a ben sostenere il sovrastante; ma quando l'anima anela su l'elsa della spada, di rado si trova chi narri, e più di rado chi ascolti storie del vecchio tempo. I nostri Baroni al più leggiero scompiglio balzavano coll'arme alla mano, stimando essere assaliti; nè per quanto si fossero trovati delusi rimettevano in nulla del loro sospetto.

Il Maestro della nave, Provenzale dal viso rubicondo e dai capelli ricciuti, era un piacevolone, finissimo intendente del vino, gran partigiano di quello di Sciampagna; del rimanente istruito a cantare sul liuto otto o dieci canzoni da taverna, e pratico di quanti giuramenti correvano in quei tempi per le bocche dei Fedeli: ma poichè laddove compariva quel viso severo di Carlo la gaia canzone cadeva in isvenimento, e la bestemmia peggio che mai, essendo il Conte religioso, o simulando esserlo, tutta la scienza del Maestro si riduceva a niente, ed egli stava colà come uomo morto: rimanevagli il favellare sul vino, ma come avere il coraggio di tenerne discorso con un Principe che beveva acqua? Il Maestro era affatto disperato.

Così un profondo silenzio, solo interrotto dal rumore dei remi, o del vento fremente per entro le vele, regnava su la galera. Il quarto giorno di navigazione su l'ora di nona Carlo sentendosi trasportato con molto maggiore velocità che nei tre precedenti, se ne andò a passeggiare su la coperta. Non vi trovava persona, meno il timoniere, che colla mano al timone e gli occhi intenti alla bussola (invenzione che i Francesi contendono al nostro Gioia amalfitano,¹ poco tempo innanzi quell'epoca adoperata nei viaggi di mare), pareva non badargli poco nè punto. Carlo con le braccia sotto le ascelle si mise a percorrere da poppa a prua; nè, per quanto i suoi passi fossero fragorosi, che per antica usanza soleva sempre portare l'arme, nè per fermarsi all'improvviso dinanzi al timoniere, nè per battere con impazienza del piede sopra lo intavolato, pervenne mai a fargli alzare la testa. Questa osservazione, più e più volte ripetuta, lo rendeva curioso di sapere chi fosse: tornato indietro, s'incontra nel Maestro che canterellando sotto voce si dirigeva appunto alla volta del timoniere: onde subitamente chiamò: «Vassallo!» e proseguiva il cammino.

¹ Vedi Tiraboschi ec. ec.

Il Maestro, cavato il berretto, curvata la persona in atto ossequioso, gli tenne dietro alla distanza di due o tre passi, dicendo: «Monsignore.»

Carlo non rispondeva: giunto alla estremità della galera, toltasi la destra di sotto l'ascella, apri l'indice e il pollice, e v'inchinò il mento, distratto da nuovo pensiero. Il Maestro si fermò col corpo curvo, il berretto in mano, senza battere palpebra; pareva percosso da quella tal malattia che i medici chiamavano Catalessi, l'effetto della quale consiste nel far restare l'ammalato nella posizione in che fu sorpreso.

«Vassallo!»

«Monsignore.»

«Sapresti tu darmi contezza chi sia il timoniere?»

«Dirò, Monsignore,» rispose il Maestro, e il cuore gli si allargava, chè adesso poteva dar la via alle parole da tanto tempo trattenute e con tanto fastidio; «allorquando corse grido per Provenza che voi eravate determinato alla impresa di Napoli; e furono incominciati gli apparecchi, una sera, il 15 ottobre, se mi rammento, tornandomene a casa, prendendo su per la piazza di Santa Genevieva, m'imbattei in Messere Guasparrino, gran mercante di panni franceschi, intrinsecissimo mio, e di più compare, avendogli tenuto al sacro fonte un suo figliuoletto che adesso potrà avere da circa due anni; e se a voi accadesse di vederlo, Monsignore, sono certo che lo terreste pel più bel garzone del mondo….»

«Dunque?» interruppe Carlo.

«Dunque, come io vi diceva, Monsignore, Guasparrino tornava da Pisa per certe sue bisogne, e vedutomi da lontano mi corse a braccia aperte incontro, gridando: Oh! oh! compare.—Oh! Guasparrino, siete voi? risposi io.—Ed egli: Come state?—Ed io: Grazie a Messere Domine Dio, non mai bene quanto ora; e voi?—Ed egli Eh! così…. ma gli anni cominciano a diventar troppi, bel compare mio.—Ed io: Che andate voi pensando agli anni? la morte ci ha da cogliere vivi, compare.—Ed egli: Io vo' intanto, che abbiate la cortesia di venire meco fino a casa, dove saggerete un cotal vino di Toscana che un mio amico mercante di Pisa mi ha ultimamente donato, affermando con giuramento che era vecchio di cento anni.—Cento anni! Domine, aiutalo!—Vo' dunque, bel compare, che veniate a farne la prova.—Vengo di certo io:—e andammo. Quivi si trovò in capo di scala dama Ginevra, che ci accolse con una leggiadria da fare onore a qualunque grande imperatrice o Regina; e noi ricambiati in fretta con essa lei alcuni saluti, ci ponemmo a tavola per fare il saggio del vino. E vi so dire, Monsignore, ch'egli era del buono, ma del buono da vero: io non saprei assicurarvi se avesse per l'appuntino cento anni, chè la fede di battesimo non gli vidi io, ma ottimo era certo; quasi cominciai a credere dentro me, la causa della Sciampagna perduta: ma la Sciampagna si manterrà pur sempre Sciampagna!

Quand pétille, Quand bouillonne…..»

«Dunque?» guardandolo ferocemente gridò Carlo.

«Dunque…. come io diceva…. questo è quanto, signor mio,» rispose smarrito il Maestro, quasi che avesse perduto il cammino; «Monsignor sì…. mi ricordo che andò proprio in questo modo…. se mi pare un minuto!… Vedete…. cominciammo a venire in disputa sul vino, e Guasparrino, che n'è troppo bene provveduto, ne fece portare di molte sorte, e tutte preziose, e cominciammo a fare brindisi: Evviva San Dionigi! dissi io, e bevvi Bordò.—Evviva Mongioia! rispose Guasparrino, e bevve Borgogna:—e poi, viva Santa Genevieva! e l'Orifiamma! e Luigi il Santo! e voi, Monsignore! e per voi tornammo alla solita disputa, ch'ei voleva ch'io portassi la salute col vino toscano dei cento anni, ed io colla Sciampagna: alla fine ci accordammo che ognuno bevesse qual più gli piaceva; e così fu fatto. Allora come portava il discorso, Guasparrino mi domandò: È egli ben vero, bel compare, che tra poco il nostro Signore stia per andare al conquisto di Napoli?—Sì bene.—E voi, mio bel compare, condurrete la vostra galera alla impresa?—Sì bene, perchè qual sente amore il Provenzale? Buona spada, buon vino, e bella dama. Se muoio, fatemi dire una messa, Guasparrino, qui presso al monastero dei Cordiglieri; se vivo, berremo al ritorno del vino di Sicilia.—Compare, risposemi allora Guasparrino, ponete mente al mio discorso: voi sapete ch'io sono troppo ricco mercante, e cogli anni giunto a tale età, che si ama, più tosto che ragunare nuovi danari a pericolo della vita, godersi tranquillamente i già radunati; però fino da qualche anno aveva pensiero di smettere negozio e ritirare il capitale, se non che mi ha sempre trattenuto il mandare sciopera pel mondo tanta gente che mangia il mio pane, non meno che alcune faccende che aveva a Pisa e a Firenze; ora poi queste faccende sono sbrigate, e mi rimane solo da accomodare la gente; noi potremmo, compare, farci scambievolmente piacere.—Parlate, Guasparrino.—Io ho una bella galera nuova e sparvierata, e questa intendo donarvi, con che promettiate mantenere la ciurma che mi piacerà porvi sopra, a quei patti che fino a questo momento ho mantenuto io.—Gran mercè, Guasparrino; chè la mia, quantunque ritinta di nuovo, credo sia sorella della barca su la quale il Patriarca Noè caricò le bestie,—perchè allora non erano tante in questo mondo.—Ora bene; e intendo inoltre di farvi un bel dono, pel quale potrete andare francamente dinanzi Monsignor Carlo nostro padrone, e dirgli: io ho il migliore Maestro pilota, che possa condurvi a salvamento fino ad Ostia.—Oh! questo è troppo grande favore, mio gentil Guasparrino; voi mi fate, non dico quanto un amico possa fare ad amico, ma più che padre possa fare al suo figlio. E qui mi alzai per abbracciarlo; ma inciampai nella tavola, e caddi, e la tavola sopra: Guasparrino ridendo a gola spiegata, per modo che aveva gli occhi lagrimosi, e gli si potevano contare quanti denti aveva in bocca, si lasciò cadere riverso su la sedia, levando le gambe, ed egli e la sedia tutto un rifascio per terra; pure, come a Messer Dio piacque, ebbe salva la memoria, chè altramente il riso convertivasi in pianto: accorse la moglie e la fantesca col lume; ci raccolsero e ci menarono a letto, perchè in quella notte io dormii in casa di Guasparrino, Monsignor mio.»

Ben pel Maestro, che Carlo fin dal principio del suo discorso osservando un punto oscuro sull'estremo orizzonte, e riputandolo Italia, distratto da nuovo pensiero non gli porse più orecchio, che altramente gli avrebbe dato tal ricordo da non dimenticarlo più mai nei suoi giorni. Ora, ritornato alla prima inchiesta, ripeteva per la terza volta: «Dunque?»

«Dunque, come io diceva, Monsignore Conte, alla mattina Guasparrino entrato nella mia camera mi prese per un piede, e mi tirò tanto, ch'io mi svegliai. Oh! siete voi?—Sono, bel compare; alzatevi, ch'è l'alba dei tafani.¹—Oh! che ora fa egli? risposi sbadigliando, e stirandomi le braccia.—È passata terza di un buon pezzo.—Allora mi alzai, salutai la dama, e quando fui per uscire, Guasparrino mi si fece all'orecchio dicendo: Dimani coll'aiuto di Dio vi manderò quel tale uomo a casa.—Che uomo a casa?—Quello della galera.—Ma che avete le traveggole stamane, compar mio?—Come! non vi rammentate della galera che voglio donarvi, e della promessa….—Ah! certamente sì; pensava che fosse stato un sogno: dunque dimani lo aspetto a casa. Ma ditemi, compar mio, saprestemi voi dire che uomo egli sia?»

¹ Proverbio antico che significa mezzogiorno.

«Ed egli?» seguitò Carlo.

«Ed egli mi rispose che non lo sapeva, e che….» Carlo a quel discorso si stimò burlato, e stretta la destra minacciò di percuotere sul viso il Maestro, che alzata la persona fuggì per la scala brontolando: Tête-bleu, Corbleu, ma tra i denti, perchè sapeva Luigi IX di Francia chiamato il Santo avere decretato la pena del taglio della lingua col ferro rovente per tutti quelli che profferissero queste parole.

«Oh vedete un po' che umore arabico è quello dei signori! gli ho detto acconciamente, e con ordine, tutto ciò ch'io ne sapeva, ed in ricompensa per poco non mi ha pestato la faccia: oh, che ingegno bizzarro gli è questo Monsignor Carlo!—Alcuno mi dirà ch'egli ha dei pensieri per la testa;—ma gli ho detto io, ch'entri in questi ginepraj? ci sta egli per me? se la deve rifare con me?»

E così parlando si era accostato ad un vaso, dal quale mesciuto un bicchiere di vino, se lo bevve, chiudendo gli occhi, e a piccoli sorsi: poi, posandolo con rabbia su la tavola, si asciugò col rovescio della mano le labbra, e con un gemito proruppe: «Trangugiamo anche questa!»

Ed il Maestro, aggiunge la cronaca, pareva ombratile fuori di misura, perchè in capo al giorno aveva mestieri di trangugiarne ben molte.

Intanto Carlo, che appena levata la destra si pentì dello atto villano, si ripose a passeggiare, ingegnandosi con ogni modo a fare alzar gli occhi al timoniere; ma sempre indarno: allora prende consiglio di porglisi accanto, e dire in suono che non fosse domanda, e pure richiedesse l'altrui consentimento: «Bel tempo è questo!»

E il timoniere con gli occhi intenti alla bussola non risponde parola.
Carlo d'impetuosa indole dotato, come la più parte dei Francesi
appaiono, non si può più contenere, e direttamente richiede:
«Che partene, timoniere, è egli questo un bel tempo?»

«È.»

«E stimi tu che sia per durare?»

«Chi manda la procella? chi il sereno? Può la creatura conoscere i segreti di lassù?» E alzò il dito.

«Lodato il nome del Signore!» risponde Carlo, facendosi il segno della croce; «ma credevamo, che senza peccato avresti potuto dirci, se il tempo sarebbe dimani buono, o cattivo.»

«Oggi è buono, però temete che dimani sia tristo. Tra la tempesta si leva la speranza del sereno, tra il sereno sorge il timore della procella. Questo vento che mena felicemente la galera a nona, può farla naufragare a sera.»

«Nol permettano i Santi del Paradiso! ma le tue parole suonano amare.»

«Devono, o possono uscirne diverse dalla bocca dell'uomo?»

«Tu sei dunque infelice?»

«E che! non lo sareste voi forse?»

«Lo speriamo. Quando il Santo Padre ci avrà posto sul capo la corona di Sicilia, e l'avrà conquistata la nostra spada, noi crediamo che saremo felici.»

«La speranza! Ella è una compagna ingannatrice, che ci spinge su pel dirupo della vita, quando il corpo si sente stanco, e i piedi sanguinano per l'aspro cammino. Voi siete nell'agonia dell'anima che anela per la cosa bramata; e questo stato ci turba tormentoso, e pure è il solo meno amaro per noi. Ma quando, pervenuto al sommo, getterete lo sguardo nel profondo senza fine, e la vertigine della fortuna farà mancarvi il piede, e vi precipiterà nello abisso, dove non troverete voce che vi consoli, non occhio che vi pianga, non eco che vi risponda, non speranza….»

«E tu hai provato questo?»

«Là,» dice il timoniere accennando la parte d'Italia «là, in quella terra giace sepolta con un cadavere ogni mia contentezza:'cominciò la mia giornata coll'alba della gioia, presiedè al suo meriggio il delitto, la rabbia ne dispera la notte.»

«Conosci tu dunque quella terra?»

«Se la conosco! vi nacqui.»

«Tu nato in Italia! E dì, ell'è poi bella codesta terra quanto si va magnificando all'intorno?»

«Più che mente insaziabile di piaceri può fingere, più che fantastico Trovatore può immaginare': se vi crescessero gli alberi della scienza e della vita, sarebbe un errore lamentarci dell'antico esilio dal Paradiso terrestre.»

«E gli uomini?»

Le labbra del timoniere tremano volendo proferire un groppo d'idee, che impetuosamente gli sgorgano dal cervello; esse però null'altro possono favellare che interrottamente: «Feroci…. feroci.»

«E tu, nato in cotesta terra, come ardisci adoperare il consiglio e la mano in suo danno? Non conosci, o disprezzi il premio di che vanno rimunerati i traditori?»

«Io traditore! Voi avete parlato una stolta parola, Conte di Angiò; ma sia:—e voi, nato in Francia, come vi maravigliate di un tradimento?»

Carlo si scuote, aggrotta le ciglia in così spaventosa maniera, che le pupille gli si nascondono intiere, e prorompe con voce commossa: «Perchè maledici la nostra patria? È forse la infamia una pianta particolare alla nostra terra, o un albero sterminato che stende i suoi rami tenebrosi sopra tutto l'universo? Sia rigido il cielo, sia temperato, azzurro come in oriente, nuvoloso quanto in settentrione, nè per clima, nè per cielo si rimarrà dal crescere;—le sue radici stanno nel cuore dei viventi. Sì, pur troppo la terra va coperta di scellerati, e di traditi; ma tu, prima di chiamarci colpevoli, dimostraci, che sei innocente: intanto sappi che noi ti teniamo traditore e ti aborriamo. Se la colpa vive nel mondo, non alligna in nostra casa, guarda, se l'osi, il fiordaliso di Francia; qualora i tuoi occhi possano sostenerne il bagliore, vedrai che non ha macchia.»

«L'avrà.»

«E allora possa essere sterminata la nostra famiglia, tolta dal numero delle cose che si rammentano. Adesso, se alcuna ingiuria molesta alla vita avessimo sofferto dalla nostra patria, anzi che cacciare il pugnale nelle sue viscere, lo cacceremmo nelle nostre. Se hai cosa che non puoi sopportare, muori; altramente, ama la vita, e sii codardo, o scellerato.»

«Conte,» riprese il timoniere; tenendo le braccia con le pugna strette, «Conte, voi parlate stolte parole. Chi siete voi che volete farvi arbitro del biasimo e della lode? Imparate, voi, cui forse destinano i cieli a governare molta gente, che per tenervi un grado seduto su le teste dei vostri fratelli, non per questo li soverchiate col sapere; che siete debole, imbecille, come essi sono, e creta, solo più presuntuoso,—imparate, dico, s'io amo la vita.» E qui furiosamente si apre la veste, e mostra a Carlo i fianchi recinti da un cilicio di ferro, che vi aveva fatto un cerchio di piaghe, dalle quali colavano alcune gocce di nero sangue, e marcioso. Carlo balza indietro atterrito, esclamando: «Cotesto è atroce supplizio!»

«Ora dunque credete ch'io tema la morte? Non vedete che ognuna di queste piaghe mi ha dato maggior dolore, di quello che abbisogni per la estinzione di un uomo? Ecco, la mia vita trapassa per sentiero di tormenti, che da me stesso mi appresto; la lascio consumare nell'angoscia; ma quando minaccia di spegnersi, mi adopro a suscitarla, perocchè ella sia deposito di vendetta e di rabbia.»

«Che cosa dunque può farti tanto crudele contro te stesso, e contro il tuo luogo natale? Qual cosa è al mondo, che possa farti conservare la esistenza malgrado la vergogna e il dolore?»

Il timoniere non dice parola.

«Una mente infiammata» prosegue Carlo «dalla malattia, o dalla passione; una morta ragione, un'anima conturbata dal furore, possono solamente concepire codesti disegni.»

«Carlo!» con voce soffocata risponde il timoniere «come vi sentite fermo di cuore? soprapponetevi una mano, e tentate se può reggere ad un racconto.»

«Noi abbiamo veduto trucidare al nostro fianco i più leali vassalli senza piangere, come senza ridere vedemmo posare sul nostro capo la corona di Provenza.»

«Non basta.»

«Noi siamo uomini; passioni soprannaturali, cercale dai demoni, o dagli angioli: nondimeno prova.»

«Lo volete?»

«Pare che la nostra volontà non possa avere grande potere sopra i moti del tuo cervello;—noi lo desideriamo.»

«Ascoltate; e poichè il mal seme della morte e del peccato non può esser distrutto nel mondo, voi che siete nato per reggerlo, traetene argomento di migliorarlo: sono certo, che non riuscirete nel vostro assunto, ma questa è la via che il Signore ha tracciato ai Regnanti della terra.—Non lontano da Napoli verso Pozzuolo sorgevano due nobilissimi castelli, fabbricati negli antichi tempi da due Baroni langobardi, allora quando Zotone venne appellato Duca di Benevento dal glorioso Re Otari, che non conobbe altro confine al suo Regno che il mare¹. Correva fama che quei Baroni essendo per antica amicizia come fratelli, insofferenti di starsene da troppo gran tratto di paese separati, gli edificassero così vicini; che le prime pietre poste nei fondamenti fossero tinte del sangue di ambedue loro; e che un savio negromante vi susurrasse sopra tali scongiuri, e vi incidesse tali _cateratte_², per cui i signori di quei castelli sarebbero stati sempre stretti di scambievole amore fino al punto in cui uno di questi odiando il compagno per inganno, ne sarebbe stato ucciso contro volontà dell'omicida; ed allora, aggiungeva il vaticinio, i castelli sarebbero rimasti per poco tempo in piedi, essendo che lo incanto fatto col sangue cavato dalle vene in pegno di amicizia dovesse sciogliersi col sangue versato per ira. Ahi! che la profezia, in parte avverata, doveva avere in me compimento, che in me vedete lo sventurato signore di uno di quei castelli.»

¹ Narrasi di Otari, che nel 589 dopo la conquista del Sannio, dove fondò il Ducato di Benevento, traversasse la Calabria fino a Reggio, ove cavalcando tutto armato sul lido, vista una colonna nel mare, vi spronasse il destriere, e la percotesse con la lancia esclamando: quella dover essere il termine della dominazione lombarda.—Vedi Giannone.

² Cateratte, caratteri magici.

«Voi Cavaliere! » interruppe Carlo, facendo mostra di ossequio maggiore, che per innanzi non aveva praticato col timoniere.

«Sono una creatura che deve morire;» rispose questi tutto cruccioso «ponete mente al racconto, nè proferite parola; egli non merita essere interrotto da così abiette osservazioni.—Sapete voi come si sente l'amicizia in Italia, ove tutte le passioni tengono del calore del sole che la riscalda? L'amore di forma femminile è nulla in paragone di lei: questo desio nato da vaghezza di piacere, e mantenuto dalla fragile beltà che gli anni guastano, o distruggono, si spegne nello stesso diletto; la ragione non presiede alla scelta, spesso anzi ne adonta, e se questo non avviene in breve ora, il tempo è infallibile; con quello strumento medesimo che incide la via della morte su la fronte della donna, consuma le catene dell'anima; lo intelletto rimane liberato dalla vergognosa servitù,—ma tardi, e il pensiero dell'uomo dall'amore trapassa alla tomba, perchè ella da lunga pezza lo chiama; e quantunque non abbia posto mente alla chiamata, la sua persona sta ricurva verso la terra per abbracciarla di eterno abbracciamento: questa è la turpe vicenda di colui che arde la sua anima in olocausto alla voluttà. L'amicizia procede diversa: si ama per questa con furore, ma non a cagione di forma leggiadra, ma senza desio di diletto; sta con tutte le buone passioni, e tutte pel suo influsso diventano migliori; la donna privata di sentimento sublime sente amore o nulla; lo affetto pe' genitori, pe' fratelli, per i parenti, non può paragonarsi con questo; quali la Natura o il caso gli ha dati, sono i genitori e i parenti: gli amici, quali il cuore gli ha scelti; quando i capelli diventano canuti, e tutte le cose si affacciano alla mente come immagine di rimembranze lontane, le guance, quantunque, pallide, conserveranno sempre un rossore, l'occhio una lagrima, al nome dello amico assente, o defunto: ha l'amicizia qualche cosa di sacro, quando, perdendosi nei misteri della infanzia, due enti si trovano innamorati prima che conoscano amore, prima che la volontà eserciti i suoi attributi: ma la volontà benedice quel nodo, la ragione ne sorride. Qual cosa si negherebbe allo amico?—la vita è stimata il dono più prezioso che la Divinità faccia all'uomo, e pure credesi povero sacrifizio all'amicizia:—facoltà, comodi, pace, sarebbe bassezza profferire;—l'onore non chiede, perchè si nudre di questo: l'amico ti seguirà in ogni sventura, ti sosterrà cadente, ti rileverà caduto, sarà la tua pompa nella gloria, sostegno nei disastri; piangerà al tuo pianto…. ora mi trovo condannato a piangere solo!»

E qui abbassa la faccia, e per lungo tempo:—quando la rileva, comparisce suffusa di lagrime;—gli occhi infiammati, come se avessero durato un qualche grande sforzo per farle sgorgare;—e tremante prosegue: «Io l'ebbi questo amico,—io lo amava,—e lo uccisi!»

La faccia gli ricade sul petto, il suo respiro diventa affannoso.

«Io l'ho trafitto, e pure mio padre mi avea comandato di amarlo:—io l'ho trafitto, e pure il grido del mio cuore, più forte di quello di mio padre, mi costringeva ad amarlo! I nostri genitori quando nascemmo c'imposero i loro nomi medesimi, perchè la morte dubitasse di avere dominio sopra l'amicizia delle nostre famiglie; amavano che i secoli maravigliati riputassero i Folcando e i Gostanzo eterni tra i mortali per volere di Dio, onde stessero esempio perenne di questo nobile affetto. Bevemmo nella medesima tazza, riposammo nel medesimo letto, furono i nostri studii, e i nostri sollazzi comuni, e crescemmo stupore degli uomini, e benedetti dal Signore. Quando i nostri padri morirono, le ultime loro parole furono preghiere e consigli, per conservare lo scambievole affetto, ed aggiungevano essere questa la porzione più preziosa del retaggio che ci lasciavano. I nostri campi non ebbero confine, i nostri armenti confusi; volentieri ci saremmo ridotti ad abitare un solo castello, ma per rispetto alle memorie paterne non volevamo fare l'altro deserto: convenimmo dimorare alternamente ora l'uno ora l'altro, e così facemmo. Scorsero anni felici, di cui la rimembranza nell'angoscia presente è tormento più feroce di quello che la vendetta possa desiderare al nemico. Allo improvviso Berardo diventa pensoso, spesso si smarrisce per la foresta, tardi ritorna al castello, nè per quanto siasi affaticato, può gustare cibo, o bevanda.—Tu soffri, amico mio, un giorno gli dissi,—ed egli mi rispose: Io amo;—gli domandava: Qual donna?—Era una santissima fanciulla, figlia di povero Cavaliere, che abitava forse due miglia distante dai nostri castelli. I cuori dei giovani s'erano accesi di scambievole amore, desideravano dirselo, più desideravano renderlo sacro con la religione, ma non osavano,—tanto erano verginali quelle due anime innocenti! Io fui quegli che tentai la fanciulla; io, che la chiesi al padre; io, che apparecchiai la festa, e sollecitai il rito; nè per nulla ne divenni geloso, che ben conosceva lo affetto di moglie essere diverso da quello di amico, e il cuore di Berardo restarmi pur sempre intero. Vi narrerò la gioia dei vassalli, il tripudio degli sposi, l'allegrezza dei parenti, il fragore dei conviti? Io lascio queste cose come non importanti al mio assunto; lascio ancora i bei giorni che tennero dietro a cotesto caso, e narro quelli d'ira e di sangue.—La bella sposa ebbe vaghezza di accompagnarci alla caccia, noi la menammo; e desiderosi di preda tanto ci avvolgemmo per la selva, che ormai diventava impossibile di poter giungere avanti vespro al castello. Uscimmo dalla foresta, e c'incamminammo verso una casa, che compariva da lontano in mezzo della pianura.—Arrivammo.—Un Cavaliere in modo cortese c'invita a entrare; io lo guardo in faccia, e sento turbarmi da non mai più sentito sgomento, che poi a prova ho conosciuto essere un miscuglio d'odio, di disprezzo e di fastidio: volgo il cavallo per fuggire colui che aveva suscitato nella mia anima la sensazione del rettile velenoso; mi rattiene Berardo, e mi forza a seguirlo: entro in quella casa tremando, presago di qualche gran danno; il Cavaliere mi sorride; quel sorriso mi strazia le viscere; abbasso lo sguardo per non vederlo; non parlo, ricuso il cibo, fingo súbito male, e affretto la partenza; per via di tratto in tratto giro la testa sospettoso, come se alcuno m'inseguisse, e prorompo in voci di minaccia: Berardo e Messinella stimano ch'io abbia perduto il senno. Passano alcuni giorni nei quali non vedendo, nè rammentando il fatale Cavaliere, la calma torna a serenarmi lo spirito. Certa sera, mentre cavalcava a diporto, sento sollevarmisi in mente irresistibile desiderio di tornare al castello; sprono a precipizio il destriero, arrivo, e vedo un cavallo legato nella corte; ascendo le scale,—un Cavaliere favellava domesticamente con Messinella, la teneva stretta per mano; ella era pallida, e sembrava spaventata di trovarsi sola con quell'uomo; al rumore dei miei passi costui si volge,—troni del cielo! io vedo l'ospite spaventoso. Egli si leva subitamente, mi viene incontro, mi saluta e mi porge la mano;—la mia non si mosse, pareami averla incatenata sul fianco; le parole che favellai furono poche, ed amare: accortosi ch'egli era il mal gradito là dentro, tolse licenza, e se ne andò. Rimanemmo io e Messinella, con gli occhi bassi, senza osare profferire accento intorno al Cavaliere; pareva che colui avesse sopra la persona una malia che ci affascinasse, o la naturale proprietà di quei serpenti che ne fanno col fiato loro cadere privi di sentimento. Venne Berardo al castello, fu apprestata la cena, ma l'allegrezza per quella sera non istette alla mensa con noi. Da quel punto comincia la orribile istoria. Berardo diventa tacito, e sospettoso; non che cercare il mio aspetto, lo fugge; gli occhi di Messinella appaiono spesso infiammati; e sebbene ogniqualvolta appena mi vede da lontano mi corra incontro sorridendo per abbracciarmi,—ben sono medesime le labbra che sorridono, ma non è più quello il sorriso di prima; ben sono medesime le braccia che mi cingono il collo, ma ora leggermente, e súbito cadono come se avessero troppo osato. Nè il Cavaliere tralasciava di visitarci; anzi in proporzione che vedeva germogliare i semi di discordia, veniva a godere dell'opera sua. Un senso segreto mi avvisava della sua venuta, però che io mi ritirava immobile in un canto della sala, soprapponendo le mani sul pomo della spada, e finchè egli vi dimorava, i miei sguardi stavano fissi su la sua faccia, ed egli ostentava di non badarci: spesso io gli faceva un leggiero oltraggio onde egli dicessemi villania, e così avere cagione di dargli d'un pugnale nel petto; ma egli, anzi che chiamarsene offeso, trovava per me scuse, che non avrei voluto, nè potuto proporre. In questo modo procedevamo tutti in silenzio,—silenzio di rancore e di minaccia, simile a quello che suole andare, innanzi agli sconvolgimenti della creazione.—Sorge, il giorno che non dovea essere rischiarato dalla luce, non annoverato tra quelli dell'anno:¹ la Natura, quasi consapevole del misfatto che doveva commettersi, ne fece il principio spaventoso; una nebbia grigia ingombrava tutto l'orizzonte, il sole vi si avvolgeva dentro come un fuggiasco, guardando trucemente la terra: allorchè fui per uscire, la tempesta infuriando mi costrinse a restare;—ell'era pena per me trovarmi nel castello di Berardo,—ma non poteva dimorarne lontano;—superava ogni tormento quello di non vederlo. A sera il cielo in parte si rischiarò; montai a cavallo, corsi al castello di Berardo; entro, domando di lui,—mi rispondono che fin dalla mattina, a malgrado della pioggia, si era allontanato, nè ancora lo avevano visto di ritorno al castello: vado oltre, mi occorre Messinella con un sorriso, che parve fiore sul volto di un morto; ci abbracciamo e ci poniamo a sedere;—io stava di faccia a lei. Dopo lunga ora,—Messinella, le dico, voi non siete contenta.—Ella mi risponde con un pianto dirotto; poi si guarda all'intorno, e mi dice:—Bel fratello,—così da gran tempo soleva chiamarmi,—questo non è luogo acconcio, venite:—e qui si leva in piede, mi prende per mano, e mi conduce nella selva vicina. Giunti in luogo appartato, io non osava interrogarla; la povera donna alzò gli occhi al cielo, e mi disse in lamentevole accento: Orribile segreto mi posa sul cuore, o fratello, segreto che minaccia la mia vita, e che adesso voglio deporre nel vostro seno, come il mio testamento:—Berardo ha cessato di amarmi!—E me pure, o Messinella, gridai, ha cessato di amare il vostro consorte: e sì, che se parte del mio corpo lo avesse offeso, l'abbrucierei subitamente, perchè non guastasse il cuore ch'io devo conservare per lui.—Ed ecco, rispose Messinella aprendo le braccia, Iddio vede la mia innocenza, egli sa s'io sono rea pure di un pensiero;—dopo lui Berardo è il mio amore: quantunque io non gli abbia aperta l'anima mia, ella n'è così innamorata, che non può sopportarne il disprezzo; quando Berardo si trova presente, io nascondo la mia afflizione, ma allorchè non mi vede, piango, e piango…. oh! mio bel fratello, voi non potreste pensare quante lagrime abbiano versato gli occhi della povera Messinella: non anderà molto, che voi entrando nella corte di questo castello mi troverete stesa sul letto di morte, esposta alla compassione od alla curiosità dei vassalli; in quel punto, fratello, voi prenderete per mano Berardo, lo condurrete dove giacerò cadavere, e gli direte:—ella è morta di amore per te…. oh! s'egli verserà una lagrima, se manderà un sospiro, io fino d'ora gli perdono ogni mia afflizione: promettetemi, fratello, che lo farete, giuratemelo, non vogliate negare questo conforto alla povera addolorata!—Dopo queste parole, la interruppe un singhiozzo convulso, e declinò la faccia sopra il mio seno; io era commosso profondamente:—No, bella infelice, esclamai, a te non istà morire; il rettile ha tentato di contaminare il bel giglio, ma io lo calpesterò nella via; il serpente si è avventato al destriero perchè si perda cavaliere e cavallo,² ma rimarrà infranto nella impresa di perfidia.—E così favellando le presi con ambe le mani la testa, e la baciai in fronte.—Allo improvviso ascolto uno strido acutissimo, uno stormire per le frasche della selva, ed uno allontanarsi precipitoso; balzo stupefatto, corro là d'onde m'era sembrato che si fosse partito il grido;—nessuna traccia d'uomo mi si presenta alla vista. Torno a Messinella, che appoggiato il suo nel mio braccio, mi accenna di riprendere la via del castello; ella era trista, abbattuta, appena mutava di passi. Io pensava tra me di recarmi nei giorno appresso di buon mattino da Berardo, e chiedergli ragione della condotta strana contro il suo amico, e la sua consorte. Intanto giungiamo al castello; l'accompagno nella sala, e prendo commiato.—Addio, mi disse l'infelice, rammentatevi di Messinella.—Io m'incammino col cuore chiuso; giunto alla porta, mi richiama un'altra volta—poi un'altra;—sventurata! pareva che una voce segreta l'avvertisse, che non doveva vedermi più mai. Io parto:—abbandonate le redini sul collo del destriere, con le mani incrociate sul petto, percorro la via che mena al mio castello. Ad un tratto una voce per le tenebre dietro mi chiama:—Gorello! Gorello!—Mi soffermo: la voce pareami straniera, nondimeno rispondo:—Chi è, e che vuole colui che per la notte ha pronunziato il mio nome?—Gorello! ripete un cavaliere, e nel punto stesso mi si pone al fianco. Al chiarore incerto delle stelle lo riconosco; aveva scoperta la testa, i capelli scomposti, la voce alterata.—Berardo! siete voi? che tutti i Santi vi aiutino.—Sono, ma i Santi mi hanno abbandonato!—Non gli risposi, perchè ormai aveva stabilito di tenergli nel giorno appresso il discorso intorno ai Suoi nuovi costumi alla presenza di Messinella. Così taciturni camminiamo fin dove la via egualmente distante dai nostri castelli si piega in angolo: quivi stava piantata una Croce, che i nostri vassalli chiamavano la Croce nera.—Scendete, mi grida Berardo, e al punto medesimo smonta da cavallo.—Io che pongo ogni mio contento in piacergli, balzo a terra; ed ei mi comanda di sguainare la spada.—V'è forse persona che c'insidii la vita?—Togliete la spada, lo saprete dopo,—mi dice.—La traggo tosto dal fodero, e mi pongo in atto di ferire.—Difenditi!—grida Berardo, e mi si getta addosso a corpo perduto. Atterrito dalla improvvisa ventura, non manco a me' stesso, e paro i colpi: in mezzo al fragore dei ferri che si cozzavano orribilmente tra loro, si udiva la mia voce gridante:—Che è questo, Berardo? Deh! mio dolce amico, mio diletto fratello, abbassate la spada, ascoltatemi per l'amore di Dio, in nome dei nostri morti genitori!—Non rammentarli, mi risponde terribilmente Berardo, tu ne sei diventato indegno dal momento che ti facesti traditore.—Traditore io! Berardo, sospendete un solo istante…. uditemi…. voi volete la vostra morte.—Mi oltraggi tuttora, mormorò tra i denti Berardo, ti prevali della tua destrezza per aggiungere al danno lo insulto!—E raddoppiava i colpi: essi cadevano così spessi, ch'io non potei attendere ad altro che a difendermi. In quel buio, appena scorgendo Berardo, aveva procurato di non smarrire la punta della sua spada, sviarne le percosse fino a stancarlo, che veramente io aveva molto maggiore lena di lui: allo improvviso la perdo; ringraziando Dio di questo caso, m'incammino brancolando dove stavano i cavalli, preferendo la taccia di vile al cordoglio di trafiggere l'amico: col braccio teso sporgo la spada,—s'incontra in un corpo che cede, e stramazza:—s'inalza un sospiro;—Berardo giaceva immerso nel proprio sangue. Getto la spada, e urlando mi curvo a terra:—Hai vinto, mi dice Berardo; a me non è concesso punirti, ma mi avanza anche qualche ora di vita. Si appoggia al mio braccio, si rileva in piedi, e con la fascia che gli reggeva la spada si benda la ferita;—ella non era mortale; io avrei forse potuto salvarlo, ma rimasi stupido senza potere proferire parola, o stendere passo. Berardo, impedito alla meglio che il sangue sgorgasse, perviene a montare a cavallo, e fugge dal mio cospetto; nè io mi muovo. Ornai si udivano appena le lontane pedate del fuggente destriero, quando mi riscuoto, e senz'altro pensare salto sul mio, e gli conficco gli sproni nei fianchi; egli era bene veloce sopra quanti cavalli portassero cavaliere in quel tempo, ma Berardo di troppo mi precedeva: io lo chiamo, ma egli non ode, o non cura rispondermi; mille volte a rischio di andare col mio cavallo sossopra, corro furiosamente, già gli son presso, lo arrivo,—ei passa il ponte: ripungo duramente con ambedue gli sproni il destriero, tutto trafelante e affannoso; sono giunto sotto il castello,—Berardo è già trascorso, il ponte rialzato. Ora con voce di pianto io chiamava a nome tutti i vassalli perchè calassero il ponte,—non rispondevano;—adoperai le promesse, le minacce, gli scongiuri pe' Santi, pe' loro morti, pe' loro vivi, per quelli che dovevano nascere,—non rispondevano;—scesi, e mi detti ad aggirarmi intorno il castello, corsi, ricorsi,—il muro era alto, il fosso profondo;—rifinito dalla stanchezza e dal cordoglio, cado svenuto per terra: quanto io stessi privo di sensi, non so; questo solo conosco, che sarebbe pure stata grande pietà non farmi ritornare in me stesso! Avanti che lo sguardo fosse tornato allo usato ufficio, un gran splendore mi percosse la facoltà visiva,—un ronzio confuso d'urli, di pianto, di femminili querele, e di latrati, mi rintrona gli orecchi:—apro gli occhi…. o Cristo! il castello di Berardo va in fiamme. Senza che l'anima fosse consapevole dei miei moti, io mi trovo in mezzo al fosso menando mani e piedi per giungere all'altra riva:—la prendo, tento un luogo per arrampicarmi;—mi aggrappo,—sono giunto a mezzo del muro,—non trovo più oltre dove mettere il piede,—rovino, lasciando su i sassi la pelle delle mani e del viso.—Chi potrà dire quante volte mi arrampicassi, quante cadessi; chi le mie percosse e le mie ferite; chi il supplizio dell'anima mia? Orribilmente ansante, tutto sanguinoso, afferro alla fine un merlo:—quale io mi fossi all'aspetto non dirò: basti solo, che nessuno mi riconobbe, e credendomi il demonio suscitatore di cotesto incendio, fuggivano urlando disperatamente misericordia! Eccomi sul limitare del palazzo: egli era tutto una vampa; a quando a quando, mentre il vento soffiava, se ne vedeva parte tuttora in piede: un trave infuocato rovinando, per poco stette che non mi schiacciasse sul limitare;—corro oltre,—le scale vacillano sotto i miei passi,—le pietre scoppiando mi percuotono il corpo con ischegge roventi, in così dura maniera che un balestriere non avrebbe potuto maggiore: traverso una sala, vado al corridore che conduceva alle stanze di Messinella:—appena mi vi affaccio, sprofonda;—ritorno su i miei passi, prendo per altre camere che con diverso cammino menano alla stanza desiderata, spingo l'usciale…. Orribile misfatto! Messinella supina, con le trecce sparse, le braccia aperte, giace sul pavimento trafitta di cento colpi;—le sue ferite sono più atroci di quelle con le quali l'odio si compiace lacerare corpo nemico; elle erano studiate con salvatica ferocia: aveva gli occhi divelti e rovesciati giù penzoloni per le guance, la faccia tagliata in minutissime righe, la gola aperta….—Deh! non rammentiamo più oscene ferite, di cui la rimembranza è un fremito di disperazione. Ora mi sorprende la solita immobilità, rimango lì senza piangere, senza parlare, come impietrito:—scrolla la stanza, si aprono le pareti, e mostrano per le fessure lo inferno:—lo istinto della vita mi spinge fuori;—sprofonda con ispaventoso fracasso, e io scorgo tra i vortici delle fiamme e del fumo sparirmi il cadavere di Messinella. Un urlo di fiera adesso si fa sentire in un corridore a sinistra; corro a quella volta;—cieco della mente e del corpo, percuotendo in tutti i muri, col seno aperto per molte piaghe, gestendo con le mani, come il naufrago che cerca la riva, errava Berardo.—Che hai tu fatto? gli grido. Ei non mi ascolta, e corre, come il destino lo porta, dove il terreno rovinato gli appresta morte sicura.—L'afferro,—egli urla, più che dolore fisico può fare urlare umana creatura; incredibili sono i suoi sforzi per isvincolarsi dalle mie braccia: forse sarebbe giunto a sfuggirmi, se non fosse stato quasi vuoto di sangue. Me lo carico sopra le spalle, e mi pongo a cercare una uscita;—da tutte le parti fuoco: e bene sia,—arderemo insieme, e troveranno le mie ossa abbracciate alle sue: egli ha misfatto, ma, innocente o scellerato, io l'amo quanto l'anima mia. Fermo in questo pensiero, mi ritraggo un poco indietro, quindi mi do a correre a capo basso, e m'immergo nelle fiamme: elleno mi avviluppano intero; io le vedo scorrere ora sotto i miei piedi come onde trasportate dalla bufera, ora avvolgersi in colonne spirali, e circondarmi di certissima morte;—fuoco divampavano le vesti, fuoco i capelli; la carne incotta, gli occhi per tanta luce divenuti ciechi. Il dolore accelera il passo, il termine della fiamma è vicino;—un urlo acutissimo si spande allo intorno, ma io non vedo nè odo più nulla, perchè stramazzo come morto per terra. Allorchè mi rinvenni, vidi un Frate Benedettino, antico famigliare di casa, seduto accanto al mio letto; il quale prima che io parlassi mi fece cenno di tacere, ma io non potei trattenermi da sospirare:—Berardo?—Vive, rispose il Frate, ma voi tacete in nome di Dio.—Non posso; Padre, io sento che più poche ore di vita mi rimangono; volete ascoltare la mia confessione?—E il Padre benedicendomi soggiungeva:—Dite. A mano a mano ch'io progrediva nell'accusare le mie colpe, m'interrompeva con esclamazione di maraviglia, della quale non dava ragione, siccome timoroso di manifestare un segreto che doveva tenere celato. Finita la confessione, tra atterrito e commosso mi domandò:—E non avete da accusarvi di nessuna altra cosa? ricercate bene la vostra memoria, se per avventura alcun fallo aveste dimenticato.—Ho detto tutto, e tutta verità, che non ho mai mentito in faccia degli uomini, pensate se oserei adesso in faccia a Dio.—Dunque, esclamò il Padre giungendo le mani, dunque sono stati traditi!—Allora lo pregai, se potessi vedere il mio amico innanzi di morire; ed egli mi confortò a starmi tranquillo;—lo avrei veduto prima che fosse sera. Vennero all'ora stabilita quattro vassalli, e preso ognuno di essi un lembo del lenzuolo, mi trasportarono soavemente nella stanza di Berardo;—c'incontrammo con un grido: fui adagiato su di un letto; e ciò fatto il buon Padre ordinò che ognuno si ritraesse. Io non ardiva favellare, Berardo forse lo sdegnava, il Frate cominciò:—Figliuoli, voi, come sentite, siete presso a passare; vi giova quindi partirvi da questo mondo amici come vi siete vissuti; perdonatevi scambievolmente, e come vuole la legge di Cristo, perdonate, al peccatore che ha desiderato la vostra morte, pregate Dio che voglia toccargli il cuore, onde la sua anima sia salva;—voi siete stati traditi.—Frate, parlò con voce fioca Berardo, quando anche fosse falso quello che mi disse Drogone, non ho io visto costui con la scellerata Messinella tradirmi nella foresta?—Che hai tu visto, sciagurato, risposi, che mille volte con tuo piacere non abbia fatto alla tua propria presenza? Ora mi si svela un orribile mistero. Come non ti sei accorto che lo sleale Cavaliere amava la povera Messinella, ed ella, ed io, mortalmente l'odiavamo? Tu cadesti nelle insidie del demonio, egli ha perduto noi tutti: oh! io ti compiango, Berardo, io ti compiango! il bacio che detti sopra la fronte di Messinella fu puro come quello che si offre su le reliquie dei Santi.—No, tu mi hai tradito, e quando tu non mi avessi, dimmi per pietà, che mi hai tradito!—Bruci l'anima mia per tutta l'eternità nei tormenti, come io non dirò mai di avere fatto o pensato cosa che fosse contraria all'onore del mio amico Berardo. Questa è la fede che dopo tanti anni di amore avevi riposta nel tuo Gorello?—Pensi che le tue rampogne possano aggiungere un grano alla immensità dell'affanno che sente lo uccisore d'una moglie, il distruttore del castello paterno? Ma tu non giureresti che sei innocente!—No? Padre, avreste voi nessuna cosa di Santo su la persona?—Tengo un frammento del legno della Santa Croce che un pellegrino di Gerusalemme con fraterna carità mi ha donato; rispose il Frate, e aprendosi la veste trasse fuori la reliquia e me la porse: io la recai devotamente alla bocca, e pieno di quel coraggio che dona la buona coscienza, con voce sonora esclamai:—Per quel Dio, che abbandonando il suo trono di gloria volle sostenere gli oltraggi degli uomini per salvarli dalla morte eterna, pel sacratissimo sangue che versò su questo tronco benedetto, per la salvazione dell'anima mia, per quella dei miei defunti, per la fede di Cavaliere che ho giurato innanzi al mio Re quando cinsi la spada, io Gorello Gostanzo solennemente protesto e sacramento alla faccia di Dio e degli uomini, che nè in detto, nè in fatto, nè in pensiero, ho mai tentato di guastare l'onore del mio amico Berardo Falcando, e che di ogni imputazione ed accusa sono pienamente innocente.—Niun gemito, niuna parola—per parte di Berardo.—Padre Ugo gli si accosta, curva la testa, sovrappone la sua alla faccia di lui; dipoi tornando alla mia volta chiama i vassalli, ed ordina loro che mi riportino alla mia stanza. Io prego il Frate a non permettere che di là mi rimuovano; non concedendolo egli, grido che non mi terrebbero senza la forza: il buon Padre invano si affatica a persuadermi, che più sempre mi ostino nel mio proponimento: allora i vassalli si apprestano a farmi violenza, tento resistere ma le mie forze erano spente. Sono trasportato: la rabbia della impotenza, e il timore pur troppo giusto che Berardo fosse morto, irritarono talmente le mie afflizioni che caddi in deliquio. Poichè mi riebbi, vidi al mio capezzale Fra Ugo, che subito prese a confortarmi con soavi detti, e bellissimi esempii tolti con molta dottrina dagli Evangeli, ma che non fruttavano nulla con me, ormai disposto di morire. Scongiurai il Frate in nome di San Benedetto a dirmi se Berardo viveva; ed egli, male potendo resistere allo scongiuro, mi raccontava, come la piena del rimorso, più che le sue ferite, avesse ucciso Berardo: allora tentai sfasciare le mie, nè potendo, sorsi dal letto furente, per cercare la morte, o dando del capo nella parete, o precipitandomi dalle finestre; fui rattenuto, e d'ora in avanti diligentemente guardato: disposi lasciarmi morire di fame, nè per quanto s'ingegnassero, potevano mai riuscire a farmi trangugiare cibo, o bevanda:—era in me sorta una smania rabbiosa di morte. Ad un tratto mi si presentò il Maggiordomo del mio castello, sgomento come persona travagliata da irreparabile sciagura:—Monsignore, Monsignore, fiero caso accadde nel vostro castello!—voi non avete più castello: vennero stamane cento uomini d'arme, che si sono fatti calare il ponte a nome del Re, ne hanno cacciato la vostra famiglia, e ne hanno preso possesso.—Gran Dio! qual mai misfatto ho commesso perchè tanto duramente debba essere perseguitato!—Oh! Monsignore, a capo dei cavalieri vidi tale uomo, che per quanto si nascondesse il viso giunsi a riconoscere.—Chi? dillo!—Quel Cavaliere che vi faceva l'amico, che veniva a prendervi sovente per andare insieme alla foresta,—quell'alto, bruno, che abita il palazzo della pianura.—Drogone?—Monsignor sì, Drogone.—Non dissi parola: ma da quel punto feci un orribile giuramento, che in rammentarlo mi si arricciano i capelli, nè mi sta ferma fibra del corpo: promisi l'anima al Demonio, rinunziai al battesimo ed agli altri sacramenti, se, innanzi di morire mi avesse fatto vedere il cuore del traditore. Diventai più di qualunque codardo avaro della mia vita, e ben mi fu d'uopo confortarmi, che due giorni appresso il fidato Maggiordomo venne a dirmi, aver saputo da persona del castello, come mandavano gente per arrestarmi; come di omicidio proditorio mi avesse accusato Drogone alla Corte di Giustizia, come molti miei proprii vassalli avessero attestato contro di me, e giurato, che nella notte dell'incendio io gridava ad alta voce essere stato l'uccisore di Berardo; aggiungeva che furono spedite le citazioni, ma non consegnate, perchè mi condannassero in contumacia; di tutto questo doversi incolpare Drogone, che, per essere creatura del Conte della Cerra Gran Camarlingo del Regno, poteva agevolmente tutte queste cose conseguire. Mi riparai nella capanna di una guardia dei miei boschi, dove la pietà di alcuni vassalli amorosamente mi trasportò; invano fui ricercato dalla vendetta, che la fedeltà dei vassalli prevalse con unico esempio alla rabbia dei nemici. Giunsi a sanare, comecchè in parte rimanessi deturpato: mi provai le armi; da prima mi parvero insopportabile peso, a mano a mano come per lo tempo passato leggiere. Allora mandai cartelli a diversi Baroni perchè mi concedessero il campo, e sfidai il traditore. Drogone tacque, i Baroni risposero scusandosi che non potevano tenere il campo. Mandai messi, lettere a Manfredi; nessun messo tornò indietro, nessuna risposta. Così logorava il mio tempo, e la mia anima. Una sera sul finire di marzo la guardia venne ad avvisarmi che fuggissi; avere veduto molti armati sparsi pel bosco, ed inteso che mi cercavano;—mi affrettassi, un sol momento mi avrebbe condotto a certa rovina. Fuggii, ma parendomi impossibile sottrarmi alle perquisizioni dei cavalieri, che mi sentiva alle spalle, divisai aggrapparmi sopra un albero: quivi passai la notte,—qual notte! che Dio la faccia provare soltanto al mio nemico!—Alla mattina tesi l'orecchio, nessun rumore si sentiva per la foresta; scesi, e mi avviai senza sapere dove, che troppo mi gravava tornare alla casa di cui mi aveva cacciato: vero è bene, che ciò facendo provvedeva alla mia ed alla sua sicurezza, ed il bisogno l'aveva costretto; ma ad ogni modo io era stato cacciato, e fosse superbia, o generosità, piuttosto che riparare nuovamente in quel luogo, avrei scelto morire a cielo scoperto.—Seguiva i più intrigati sentieri, guardavami sospettoso all'intorno;—quante volte un leggiero susurro di frondi agitate dal vento m'impallidì il sembiante! quante il latrato dei veltri lontani!—Parevami essere una fiera, di cui alla caccia convenisse il genere umano…. Se in quel punto mi fossi incontrato in mio padre, lo avrei tenuto, e trattato, come si trattano i più odiati nemici. Così coll'animo commosso dalla paura del sovrastante pericolo, giunsi verso sera sopra le rive del mare;—egli era tranquillo, e pareva m'invitasse a farmi suo cittadino, da che su la terra non aveva più da sperare; mi si presentò come amico che mi offrisse salute, e mi allettasse con la speranza di eventi meno tristi: spesso aveva veduto il mare, ma non mai con sentimento di amore siccome questa volta. La fortuna mi fu di tanto cortese, che indi a poco scôrsi con infinito piacere una saettía, che da Ischia andava a Pisa, costeggiando la riva: chiamai la gente, scongiurando per l'amore dei Santi, che seco loro mi accettassero; il Maestro, che uomo compassionevole era, mi tolse volentieri, ed io gli raccontai come fossi un povero vassallo che per avere offeso involontariamente il signore era stato condannato alle verghe. Gli uomini di mare, che, per quanto ho osservato in séguito, sono naturali nemici della tirannide, e per conseguenza grandissimi estimatori della libertà, si appassionarono per me, e tennero per fortunata la ventura di aver potuto sottrarre un uomo alla brutale ferocia di un Barone. Arrivammo a Pisa con prospera navigazione: quivi, desideroso di farmi valente nell'arte di percorrere i mari, tolsi commiato da loro, e mi acconciai su le galere che navigano a Tiro, a Tolemaide e in altre terre di Levante. Di ritorno a Pisa, co' danari procuratimi mandai segreti messi ad alcuni dei miei vassalli, affinchè mi chiarissero di ciò ch'era avvenuto dopo la mia partenza. Intanto strinsi amicizia con un certo Guasparrino marsigliese, ricco mercante, che conosciutomi delle cose di mare espertissimo, mi propose di governare la sua galera. Tornati i messi, seppi del mio castello essere stato dal Re Manfredi investito Drogone, il quale per opera del Conte della Cerra tanto si era avanzato in sua grazia, che lo aveva nominato Ammiraglio del Regno; allora accettai la proposta del Marsigliese, e da quel momento in poi una immagine di speranza ha lusingato il mio cuore che un giorno o l'altro potrei incontrarlo sul mare:—oh! allora…. volgono cinque anni che vesto il cilicio, e mi circondo di terribili angoscie per sorridere alla morte, come a mio liberatore. Se alla mia vendetta si unisse la utilità della terra che mi ha veduto nascere, forse il mio nome ne avrebbe gloria nelle generazioni future; fatalmente sono disgiunti, e mi frutterà infamia:—che cosa importa? forse verrà tale che dispregiando la lode e il biasimo che danno gli uomini,—e loro;—tale che scrutinando impassibile le azioni chiamate delitti, e quelle chiamate virtù, vedrà che il caso, non già il mio volere, condanna il mio nome a comparire scellerato nelle pagine della storia, onde egli non sdegnerà di manifestarla alla gente, e suscitare una lagrima, come che tarda, sul mio feroce destino.»

¹ Non computetur in diebus anni, nec numeretur in mensibus. (Job, 3)

² Coluber in via, cerastes in semita mordens ungulas equi ut cadat ascensor ejus retro. (Gen., 49.)

Carlo d'Angiò, degno di sentire altamente, aveva ascoltato quel racconto con tanta attenzione, che non s'era accorto il sole avere già da buon tempo lasciato il nostro emisfero, perchè Gorello non lo narrò così prestamente, come abbiamo fatto noi, ma con tante altre particolarità, che volentieri tralasciammo per provvedere alla pazienza del lettore: ora Carlo riunendo in un punto tutte le sue sensazioni levò gli occhi al cielo, e mandò un gemito affannoso.

Il cielo si era coperto in gran parte di un nugolone nero, che cresceva da lato di Levante; il vento fatto impetuoso aveva sommosso il mare per modo, che Carlo voltosi al timoniere, parlò: «Parmi che avremo fortuna.»

«Sì, Monsignore. La mia vita è immagine di questa giornata, luce il mattino, tenebra a vespro: questo giorno terminerà forse con la tempesta,—la mia vita non deve finire altramente;—chi sa, che la procella che chiuderà questo giorno non sia destinata a dare compimento alla mia vita!»

«Nostra donna di Reims disperda l'augurio! Noi non possiamo restituirvi la pace, ma in fede di Cavaliere giuriamo, che, potendo, vi faremo giustizia.»

«Gran mercè, Monsignore: intanto ritiratevi, chè un balzo della galera non vi lanci, come poco pratico, in mare; state pur tranquillo, chè se sarà tempo da potersi superare da forze umane, noi lo supereremo.»

«Lo crediamo certamente; e più della fedeltà dei nostri ci dà pegno di questo la vostra vendetta, Gorello.»

Dopo queste parole Carlo, tolta la mano del timoniere, e affettuosamente stringendogliela, soggiunse: «Prendete conforto, Cavaliere; nuovo tempo, e nuovo amico, possono sanare le piaghe del tempo e dell'amico passati. Addio.»

«La buona notte, Monsignor Conte!» rispose Gorello; e quando Carlo prese ad allontanarsi crollò la testa e disse: «Miserabile! anch'egli appartiene alla schiatta di coloro che reputano un sorriso, od una carezza, presente del cielo, medicamento per ogni malattia dell'anima.—Miserabili anche voi! Ma Carlo ha creduto farmi il maggior bene che fosse in potere suo… lasciamo la presunzione, la bassezza e la follia del presente,—rimarrà sempre un pensiero di carità, e di questo merita gratitudine.»

CAPITOLO DECIMOTERZO.

IL CUORE MORSO.

                ……….. Il vidi appena,
                Corsi a ucciderlo là………
                Ben sette volte e sette entro all'imbelle
                Tremante cor fitto e rifitto ho il brando,
                Pur non ho sazia la mia lunga sete.
                                          ORESTE, tragedia.

Buio d'inferno:—non lémbo di nuvola illuminato dalla luna, non tremolare di stella;—diresti che il firmamento sia morto, e il fiotto del mare ne lamenti la estinzione. La galera di Carlo d'Angiò percorre trabalzata dalla traversia senza direzione sopra la superficie delle acque, di flutto in flutto, dentro una tenebra spaventosa,—come corpo lanciato per lo abisso dello spazio. Da per tutto sgomento:—Carlo geme abbattuto quanto il più tristo che sia su la galera, perchè la vita è ugualmente cara a cui porta scettro e a cui maneggia il remo,—nè forse corre tra essi altra diversità che quella dello istrumento che recano in mano,—almeno per lo amore della esistenza: chi urlava, chi taceva, chi pregava, chi bestemmiava; e i Santi si trovano spesso in caso di dover restare inoperosi a soccorrere una nave, però che metà della ciurma li chiama, e metà gli rinnega; onde è che mentre dimorano incerti a calcolare quale delle due parti preponderi, sopraggiunge un colpo di mare che sommerge la nave, e tronca ogni quistione; la qual cosa non avverrebbe di certo, dove di concorde preghiera tutti si volgessero ad implorare un aiuto, che non può mai venir meno. Il timoniere, esercendo le veci del Maestro ebbro di paura e di vino, visto quello universale sconforto gridava da poppa: «Fate forza di remi; chiudete la vela, se volete salvarvi; operate adesso che il tempo stringe da vero, altramente qui presso è la terra, e ne andremo tutti perduti.»

Di questo discorso furono prese le sole parole convenienti alla presente situazione: «qui presso è la terra,—siamo tutti perduti;» e sortì l'effetto contrario che si era proposto chi lo avea pronunziato.

«Siamo perduti!» susurrò scambievolmente il vicino al vicino, ed abbassarono insieme la faccia livida per lo spavento.

Il Maestro della nave, nel volto del quale la paura non si era manifestata, come negli altri, per via di pallidezza, ma con tale un colore che teneva tra violetto ed il nero, si vedeva intento, con le mani su due vasi di terra per impedire che, cozzandosi in quei fieri scotimenti, si rompessero, e quanto aveva in canna gridava: «Libeccio, libeccio! sono si fatti i modi che suoli tenere co' tuoi buoni amici? Or corrono ben quaranta anni che frequento casa tua, nè mai quanto questa volta mi ti sei mostrato cruccioso: ti ho forse usato villania? ho tralasciato un giorno di bere alla tua salute? E mi dovevi fare questa vergogna appunto adesso che ho promesso a Monsignor Conte di trasportarlo sano e salvo fino ad Ostia? Senti che scossa! Domine, in adjutorium… che vento indiavolato!—Ne vuoi la fine; e quando avrai fatto percuotere questi due vasi tra loro, i quali da poi che si conoscono sono vissuti da buoni fratelli, e spezzare, e sperdere il mio buon vino, che cosa pensi aver fatto? Almeno tu mi avessi dato tempo di bevermelo…. pazienza! Aspetta di grazia fino a domani, e quindi fa quello che vuoi…. Domine, in manus tuas commendo….» urlò il povero Maestro, che uno sbalzo terribile della nave fece duramente stramazzare su l'intavolato, e rovesciargli addosso i vasi con tanto amore guardati; onde è che tutto smanioso prendesse a dire brontolando: «Ah! libeccio misleale e fellone, che pretendi? Annegare Monsignor Carlo? Non sai ch'egli nasce di famiglia antica quanto la tua, ed è il più nobile signore di tutta Cristianità? Si fanno esse queste cose ad un fratello di un Re di Francia, di un Santo, ad un campione di Santa Chiesa? Ah! vento, vento, tu ti sei fatto ghibellino, la riprendi per Manfredi. Oh! tra me e te è finita; ho strappato maglia; potresti far miracoli, non ti perdonerò mai di avermi versato il vino, e condannato a morire nell'acqua.»

Il timoniere vedendo che in quel modo si andava incontro a inevitabile rovina, chiamato un marinaro nel quale molto si confidava, gli comandò di tenere per poco il timone vôlto a destra, e scese in traccia di Carlo che trovò col capo nascosto tra le mani sopra una tavola, travagliato dall'angoscia di stomaco.

«Animo!» gli disse Gorello con voce sicura «alzatevi, Monsignore, e venite a confortare la vostra gente, perchè non vedo strada di potere uscire d'impaccio in questa maniera: chi si abbandona, Cristo abbandona; e a morire avanza sempre tempo.»

Carlo, punto di vergogna, balza in piedi, prende pel braccio il timoniere, e si fa oltre: allo improvviso percuote in un corpo disteso per terra, in modo che se non era Gorello vi traboccava sopra.

«Chi sei?» domandò Carlo.

«Oh! Monsignor Conte, sono io;» rispose lamentoso il Maestro «che volete? più cerco di stare in piedi, più il vento si diverte a gettarmi per terra,—vedete gusti! alla fine ho tolto consiglio di starmene così lungo e disteso; in questo modo sarà finita la burla:—e sì, vedete, io non me ne stava inoperoso qua dentro, ma intendeva a fare che non si sperdessero le provvisioni, perchè, Santa Vergine! che ne gioverebbe uscire salvi dal vento, se poi dimani non avessimo vino da bere, nè biscotto da mangiare?»

Carlo, come ogni uomo immaginerà facilmente, non istette ad ascoltare il ciarliero, ma appena sentì ch'era desso, continuò il suo cammino, e venne là dove i remiganti, disperati di salute, giacevano neghittosi lungo i banchi aspettando, chi più chi meno rabbioso, la morte.

«Amici!» Carlo gridò ai galeotti «io non so come a gente quale voi siete, assuefatta a trarre la vita sul mare, siasi cacciata addosso così grande paura. Siete voi femminette che per nulla si disperano, come se fosse sopraggiunta la fine del mondo? Vergogna! Ben altre tempeste abbiamo superato, ben altri pericoli, e con l'aiuto prima di Dio, e poi di Santo Dionigi, supereremo anche questo. Non vedete che la negligenza vostra vi perde, e che così vi date voi stessi in balía della morte? Pensate che un giorno dovrete rendere conto di avere sprecato così le anime vostre. Difendete la vostra vita, che da questo momento noi affranchiamo; avvertite, che se molto dobbiamo fare per essa, moltissimo dobbiamo tentare per la conservazione della libertà che adesso vi abbiamo donato.»

Amici! Carlo, quel fiero uomo, quell'orgoglioso per mille memorie paterne, ha chiamato col nome di amici una vile moltitudine composta la più parte di gente comprata come bestie al mercato, e di facinorosi condannati a far servigio al Principe pel danno che i delitti loro apportarono a speciali famiglie!—pure Carlo lo ha detto. Oh! quando la necessità uguaglia le schiatte di Adamo, e tacendo ogni distinzione diventano pari, io per me mi maraviglio se ii superbo dominatore non sia caduto più basso.—Libertà! Dio eterno! libertà! Su le labbra di Carlo di Angiò, che porta catene ad un Regno intero! I dottori della tirannide, e Carlo aveva imparato alla scuola di quelli, insegnano fino dai rimotissimi secoli gli uomini andare divisi in due classi, l'una delle quali ha da comandare, l'altra servire; e questo avere ordinato madre Natura, non già partorito la fraude o la violenza. Ora in che consistesse questa libertà donata da Carlo a tal gente, che dove il danaro, o la pena, non avesse sottoposto alla servitù, non avrebbe mancato di ridurvela la miseria, noi per verità non sappiamo. Ma la libertà è antica lusinga su la quale i viventi non si sono ancora sgannati, e tutti se ne valgono per acquistare lucro, od evitare danno; anzi, chi meno intende mantenerla, la promette più larga, però che a fine di conto sia parola elastica, e starei per dire quasi priva di senso;—come l'onore, e tale altra, che tralasciamo dire, perchè gli uomini sono gelosi dell'apparenza;—si accomoda alle diverse opinioni, e, camaleonte morale, prende colore dagli oggetti che più le si avvicinano: nel 1796 venne in Italia vestita di azzurro a cacciarne gli antichi dominatori;—nel 1814 vi tornò vestita di rosso per restituirveli;—anche adesso in Francia si schiamazza libertà; libertà in Inghilterra, e libertà in America; ognuna poi di queste libertà era, ed è, affatto diversa dall'altra, spesso contraria. Bisognerebbe dunque che gli uomini distinguessero la libertà in politica, come le piante in botanica; allora forse per libertà spinosa, per libertà lanceolata, per libertà parasita, potrebbe darsi che intendessimo qualche cosa; ma questo negano fare, ed affermano invece dovere essere unica, ed uniforme: ora non essendo unica, nè uniforme, presso nazione del mondo, anzi ciascheduna reputando buona la sua, come gli anelli di Melchisedech giudeo,¹ ne viene ch'ella sia o l'immagine di una mente ammalata di giovanezza, o l'istrumento dell'accorto per suscitare i popoli a cosa che gli torni in vantaggio. Grande esca è questa della libertà per deludere i poveri mortali; nè fin qui se ne accôrsero, nè se ne accorgeranno mai, per la ragione, che i pesci da Adamo in poi si pescano con le reti, o si pigliano con gli ami. E poi e poi, l'uomo s'innamora di tutto, fuorchè di quello che è verità. I sistemi che ho letto in contrario intorno questa materia mi sono sembrati sempre tanti di quei bei discorsi che cominciano col se: se quegli stava in casa, non si fiaccava le gambe; se quegli non fosse povero, sarebbe ricco, e via favellando. E' bisogna prendere il mondo come viene, non come dovrebbe venire; se ne fosse dato diversamente, oh! allora ogni uomo potrebbe farsi un mondo nuovo a suo modo, e adattarvi dentro quelle vedute che meglio gli piacessero. La gratitudine è una bella virtù; chi lo nega? l'amore pe' parenti, per gli amici, chi lo nega? e dalla gente moderna non s'è trovato il magnifico parolone di Filantropia? Ma, che Dio v'illumini! dove s'incontrano le cose corrispondenti a questi segni? Avremmo potuto credere che fossero idee innate, ma dopo la guerra di distruzione che mosse loro Cartesio mal sapremmo da qual parte cercarle. Il mondo è lungo tempo, secondo i diversi computi, che vive in questa maniera, e lungo tempo ancora vivrà: gli stolti sono il retaggio dei furbi, i deboli dei forti;—debolezza e stoltezza, poichè siete, e crescete, lasciate governarvi dalla sapienza e dalla forza; fatevi merito dell'assenso, che tanto negando perderete la prova: dormite in pace nel sepolcro della vita, come quiete eterna vi aspetta a casa della morte.

¹ Boccaccio, Novella III, Giornata prima.

«Libertà! Libertà!» si udì urlare per la galera con tale una voce che prevalse sul fragore del mare imperversato.—«Libertà!» e si dettero a fare di braccia nei remi per allontanarsi dalla terra pericolosa. La galera tagliando di faccia le ondate perviene a fuggire il danno di rompere, e va incontro all'altro d'imbattersi nei navigli che il Re Manfredi tien lungo la costa.—Ma forse anche essi sbatte la bufera, e poi quel danno è incerto, mentre questo altro pende inevitabile; dunque val meglio sfuggire il presente, all'altro, se occorre, provvederemo:—così pensava Carlo, e secondo i calcoli umani, non può negarsi, a dovere. La catena di quelle vicende che non possiamo prevedere nè allontanare, la quale noi chiamiamo Fortuna, si rise di que' raziocinii, e dispose affatto diverso da ciò che Monsignore il Conte aveva disegnato.

Il vento, quasi spossato dallo sforzo continuo, da un punto all'altro si rimase tranquillo; allora cominciò a balenare, e a tuonare; poi un rovescio tra grandine e pioggia:—in quella notte Carlo doveva soffrire tutti i travagli dell'uomo che consuma la vita per mare. Era trascorsa qualche ora che andavano così, senza sapere dove, vaganti di onda in onda, allorchè ad un tratto la galera percuote aspramente in un corpo che le si para davanti, e crolla in tanto dura maniera che sembra doversi sfasciare. Si alza un grido,—il grido della disperazione! che temerono di avere investito in uno scoglio; ma quando il grido cessò,—che tutte le cose hanno fine, sieno pur quanto vogliono liete o affannose,—ne ascoltarono un altro non meno terribile lì presso di loro.—«È forse alcuna delle nostre galere che battuta dalla tempesta ha cozzato con noi?» diceva una parte di marinari;—altri: «No, è una galera genovese, l'abbiamo riconosciuta alla forma;»—altri: «È siciliana:»—altri, altra cosa, ma i più convenivano che fossero i nemici.

«I nemici! i nemici!» urlano da ambedue le galere; e se avessero potuto manifestare gli scambievoli desiderii, per quella notte si sarebbero lasciati stare.

Carlo d'Angiò, che fu veramente valoroso Cavaliere, per nulla si commuove a quei gridi, e come magnanimo si dispone, da che non può fuggire la battaglia, a uscirne vittorioso.

«Signori Baroni,» dice piacevolmente ai circostanti Cavalieri, che avevano di già l'arme nuda alla mano; «la fortuna nel chiamarci in Sicilia, ne sembra che non ci abbia voluto invitare a convito di nozze; ormai le tavole sono poste, e fa di mestieri mostrare buon viso a tutto quello che ci verrà apprestato. Se noi dubitassimo punto di voi, faremmo ciò che hanno avuto in costume di praticare i Capitani di tutti i tempi, ingegnandoci con le orazioni inanimirvi alla vicina battaglia; ma troppe volte abbiamo combattuto i medesimi fatti di arme, e troppo spesso ci siamo veduti negli stessi pericoli, perchè ci sia concesso di credere che una nostra parola valga a darvi quella sicurezza che solo avrà fine col palpito dei nostri cuori.»

Giunto là dove la ciurma di nuovo impaurita giacevasi in fondo della viltà:—«Uomini,» disse «se in voi fosse arbitrio di fuggire, vi conforterei a restare; la paura di morire griderà più forte della mia voce, ognuno faccia quello che può per salvarsi la vita.»

Questo strano discorso non dirò che infondesse un súbito coraggio in quei vili, ma profferito da uomo riputato come era Carlo valse a dare loro una leggiera speranza di salute, se avessero seguito a fare quello che il Conte faceva; ed in vero, se bene non con molto calore, si dettero ad imitarlo.

Come poi Carlo si mostrasse così caldo in questa ventura, mentre innanzi fu d'uopo che il timoniere andasse a suscitarlo, non fa maraviglia se si consideri, ora trattarsi d'armi, in che consisteva il suo mestiere, dianzi di flutti infuriati ai quali non era avvezzo, e poi lo spasimo di stomaco che aveva prostrato ogni sua facoltà intellettuale: perchè quantunque tutti si uniscano a dire l'anima molto maggiore ente del corpo, e più nobile, nondimeno è subordinata alla influenza di tutti gli umori di quello,—anche agli escrementi;¹ onde vedasi un po' quanto presuntuosa fosse l'eresia di Priscillano, che sosteneva l'anime umane emanazioni della Divinità.

¹ Vedi Dizionario filosofico, Articolo ESCREMENTI.

«Ai graffi! ai graffi!» si udiva tuonare la voce di Carlo, (ed erano i graffi certi istrumenti uncinati coi quali tentavasi di accostare la galera nemica per venire a battaglia manesca) e súbito furono portati e messi in opera: questi però non bastarono a tanto bisogno, perchè le galere ora sospinte si urtavano con molto pericolo, ora divise furiosamente gli strappavano di mano a chi li teneva, e seco loro li trasportavano; vi furono anche di tali che ostinandosi a non lasciarli rimasero levati via di coperta, e sospesi ai manichi, per modo che quando le galere tornarono a cozzarsi o miseramente s'infransero, o non valendo loro le forze di starvi luogo tempo attaccati, lasciarono cadersi nel mare e quivi perirono. Carlo stringendo la mazza d'arme, con un piè levato sul parapetto della galera, aspettava ansiosamente il punto che all'avversaria si accostasse, e allora menava colpi, che di rado cadevano in fallo. Seguitavano l'esempio i compagni, espertissimi anch'essi nel maneggiare l'accétta, ed in breve ora cagionarono ai nemici non lieve danno di morti e di feriti. Questi però non si stavano, colpo con colpo cambiavano, e la battaglia sostenevano assai francamente. Tu avresti veduto le sarte della galera grondanti di sangue, la coperta sparsa di cervella infrante, e di membra recise; parte percossi cadevano bocconi spenzolati dalla nave, e a poco a poco sdrucciolando traboccavano nell'acqua; parte cadendo supini, le gambe di chi si avanzava impacciavano e facevano ch'essi pure nel mare precipitassero; alcuni sconciamente feriti fuggivano dal conflitto mettendo dolorosi lamenti, e chi gl'incontrava, non che rimanesse sbigottito da quello stato, cercava invece, puntando mani e piedi, di farsi largo, ed essere dei primi ad uccidere, o ad essere ucciso.

Intanto nella pienezza dell'orrore infuriava sopra le loro teste la procella:—ma la rabbia degli elementi scatenati comparisce solenne, degna affatto dell'attenzione di chi osserva;—sembrano giganti che non si possano distruggere, i quali sieno venuti nei campi del cielo meno per isfidarsi a morte, che per far prova del proprio vigore; ora prevale questo, ora quello, finchè stanchi della lotta si partono senza vittoria per ritornare quando che loro ne prenda vaghezza a nuovo esperimento:—non così della rabbia degli uomini; ogni atto di loro è via di distruzione; piccoli e feroci offrono la immagine di un brulichio di formiche impazzite, intente a divorarsi intorno ad una zolla di terra; la morte, che vi tiene levato un piè sopra, si rimane maravigliando a considerare quanto ferva in questi corpicciuoli il furore di estinguersi senza l'opera sua. Imbecilli in tutto,—anche in quelle opere che nella più parte di loro eccitano il pianto,—meritano, da chi gode nello spettacolo della tempesta, un riso di scherno.

Quella battaglia alla spartita non produceva alcuno buon frutto; da oltre un'ora avvicendavano colpi, molti cadevano uccisi per ambedue le parti, ma nessuna faceva sembiante di voler cedere.

Gorello, che era tornato al timone, mentre attendeva al suo ufficio sente sollevarsi in cuore sì fatto presentimento, il quale di súbito lo infiamma in guisa che non potendosi contenere spicca un lancio. Chiamato a nome il marinaro a cui aveva in quella medesima notte affidato di tenere il suo luogo, gli dà in fretta alcuni ammaestramenti del come debba regolare il timone, e s'incammina precipitoso sotto la coperta.

«Che fate voi così armato?» disse al Maestro, che al chiarore di un lampione vide venirsi incontro con l'accétta alla mano.

«Che faccio! che faccio! Che si fa egli con una mazza d'arme quando si combatte in coperta? Io vado a sbizzarrirmi con qualcheduno lassù, perchè mi sento la maggiore stizza ch'io abbia mai provata nel mondo: tanto, dobbiamo morire in questa notte: e se me lo avessi potuto immaginare!—ma! darmela a gambe non posso, dunque scelgo di finirla con una bella accettata nel capo, perchè il pensiero di restare sommerso nell'acqua mi fa morire avanti tempo. E voi come avete lasciato il timone?»

«S'io me ne venni, vi lasciai chi ne ha cura, Maestro: dite, vorrestemi voi dare cotesta vostra accétta?»

«Sì certo, io prenderò quest'altra: ditemi in cortesia, adesso che disegnate di farne?»

«La battaglia dura lunga e ostinata, la vittoria pende incerta; Carlo così gravemente armato non osa dare un salto per giungere su la galera siciliana….»

«Bene….»

«Io come pratico vo' tentare questo; spesso la somma delle cose deriva da un subito ardire; gli uomini sono pecore, dove l'uno va gli altri vanno….»

«Bene»

«Quando ho posto piede su fa galera, con l'aiuto di Dio confido mantenermivi tanto, che chi viene dopo possa soccorrermi; altramente bisogna morire.»

«Ed io vo' essere con voi—sì certo;—così potessi io darvi» e qui abbassò il guardo pietosamente dove i suoi vasi giacevano spezzati «un bicchiere di quel vino, come senza dubbio sarò con voi!—egli ci ristorerebbe il cuore… ma!—ormai è finita, quello che si poteva soffrire ho sofferto; per quanto possa angosciarvi acerbo il vostro cordoglio, non giungerà mai ad uguagliare l'amarezza ch'io sento: andiamo, via, ad insegnare a Carlo come si salta su le galere nemiche.»

La via e il discorso terminarono a un punto, perchè se ciò non fosse stato, Dio sa fino a quando avrebbe continuato a dire. Gorello, visto in un balenare di occhio la condizione delle cose, gridò al Maestro: «Qua da poppa avremo migliore ventura; da questa parte le galere si urtano più spesso, nè v'è tanta confusione, onde ci sarà dato operare come vorremo, e non come potremo; seguitemi.»

Eccoli giunti sul luogo, eccoli indietreggiare per meglio lanciarsi, eccoli spiccare il salto. Ora andate a negare che un destino inevitabile si compiaccia farsi burla degli umani disegni; il buon Maestro, che ogni supplizio avrebbe preposto all'affanno di sentirsi tuffato nell'acqua, che tanto deliberato si era allestito a combattere, che considerando la mole del suo corpo aveva spiccato tal salto da disperare i più destri, mentre ha posto sopra la galera nemica tutta la pianta del piede, fatalmente percuote col tacco (che in quei giorni costumavano altissimi), e riverso a gambe levate rovina nelle acque: grande fu il tonfo ch'ei fece, e gli spruzzi salirono fino su le coperte delle galere; il malarrivato, giunto a capovoltarsi, sbuca con la testa dalle acque urlando da spiritato: «Arnault! Gorello! calatemi una fune, che annego senza misericordia;—Arnault, fa presto, o Maestro Armando serve di cena ai pesci:—Arnault! Gorello! Gorello! Arnault! oh Dio! non mi rispondono:—Monsignor Conte! lasciate un po' di menare cotesta accétta, e venite a soccorrere il povero Maestro Armando;—oh Monsignor Conte!—ehi! dico a voi, Conte…. nè pur egli vuole sentire:—bella cortesia lasciare così sommergere un'anima cristiana;—nè pure se fossi pelle di cane!—almeno si trovasse qui meco prete, o frate, che mi acconciasse alla meglio!»

Un nuovo colpo di mare lo spinge sotto, e lo avvolge per molto spazio, cacciandogli in gola grande quantità d'acqua, che il povero Maestro ne stette per morire senz'altro; ma alla fine tornò a galla con gli occhi sanguigni quasi fuori dell'orbita per lo sforzo del vomito, urlando: «Ohimè! che amaro, ohimè!—aiuto! oh Conte indiavolato!—ogni volta che ho trasportato balle di panno, se mi accadeva traversìa, gittava le balle, e mi salvava; e voi, Monsignor Conte, che non ho gettato, in così fatto modo meco vi comportate? anzi mi tenete in mare, e senza pietà consentite che anneghi? Oh avessi io sempre portato panni franceschi! Che dirà il compare, cui aveva promesso recare vino di Sicilia?—dirà, che mi sono lasciato morire per non mantenere la promessa. Bella figura da Conte! in verità non fareste un piacere col pegno in mano.» E molte altre cose aggiungeva parte burlevoli, parte disperate, che noi lasciamo come troppo prolisse; imperciocchè gli venisse fatto di appigliarsi alle commettiture delle tavole della sua galera, e quivi assai tempo con tanto maravigliosa forza attenersi, che vi lasciasse la impronta delle dita.

Gorello, più felice del suo compagno, almeno nel salto, giunge a salvamento sopra la galera siciliana, e a prima giunta da con la mazza d'arme sopra la testa di uno che gli si parava minaccioso dinanzi, e dal sommo dell'orecchio destro gliela fende traverso la guancia fin sotto il naso: un occhio dello infelice schizza fuori dalla fronte, l'altro gli s'infossa; cade mandando un gemito; nella caduta alza le mani per portarle alla ferita, ma non giunsero alla metà dell'atto, che la morte gli scioglie le membra, ed egli percuote su la terra cadavere. Gorello lo calpesta, e passa, nè va molto che s'incontra con un giovanetto, il quale, veduto quel colpo, andava per vendicarlo: meglio per lui se non si fosse mosso, o avesse avuto meno carità, o più valore; perchè mentre solleva la spada, e grida—sei morto,—Gorello tanto rabbioso gli mena dell'accétta nel ventre, che più di mezza vi penetra, e quando la trasse a sè, gl'intestini si rovesciarono giù penzoloni per l'anguinaia e per le cosce: il giovanetto urlando smanioso, raccolse con ambe le mani le viscere, e si dette a fuggire; andava veloce, ma la morte lo raggiunse in due passi; stramazza, e l'anima si parte pel luogo del premio o della pena, piangendo il fiore della perduta gioventù.

Molte e più altre furono le ferite che dette Gorello, le quali non descrive lo scrittore che dei presenti fatti ci dà contezza; imperciocchè, essendo egli in quella fierissima notte allato di Carlo, non potè tutte vederle, in parte preoccupato nella propria difesa, in parte impedito dalle tenebre che di tratto in tratto succedevano al bagliore dei lampi: egli si restringe a dire che Gorello non mutò passo senza dar colpo, e a questo ci restringeremo anche noi.—Ma poichè, aggiunge lo Storico, i nostri tempi non sono più quelli del buono Re Artù, nei quali le fate donavano gli scudi incantati perchè Lancillotto vincesse il Castello della Guardia Dolorosa¹, Gorello versava sangue da molte parti del corpo, onde, sentendosi scemare la lena, e crescere le percosse, tentò di porre le spalle al maggiore albero della galera, e quivi difendersi, finchè gli reggessero i polsi; gli venne fatto il disegno, e lì menando in giro l'accétta potè ancora per alcun tempo tenere gli assalitori lontani; mentre però essi s'ingegnano circondarlo intenti a finirlo, egli inciampa in un cadavere, e cade; l'avrebbero adesso agevolmente posto in brani, se il Cielo, che lo serbava a più atroce destino, non lo avesse soccorso con mirabile caso: puntellando il pugno su la faccia del morto giunge a rilevarsi in ginocchio; ora un Siciliano che gli stava al fianco destro, desideroso di trapassarlo, abbassa il braccio armato di pugnale, e con esso la persona; il ferro male assestato lo coglie alla tempia, e di un taglio poco profondo lo incide fino alla mascella. Avete mai considerata la rabbia degli uomini? Il detto comune la paragona a quella del tigre; ciò non è già perchè la uguagli, ma perchè tra le rabbie delle bestie non se ne trovi altra che le si accosti, benchè alla lontana, come quella del tigre:—l'uomo è unico, profondamente terribile in tutte le cose.

¹ Questa è una bellissima avventura narrata nel Cap. 38 e seg. del raro libro della Tavola Rotonda

Con rabbia sì fatta che non ha paragone, Gorello afferra il braccio del feritore, e glielo stringe in guisa, che i tendini costretti non possono fare articolare la mano; poi glielo torce nel seno, e lo forza a ferirsi; l'ucciso, che uomo di vastissime membra era, piomba addosso a Gorello, lo copre della propria persona, e fa che nuovamente giaccia disteso per terra: questa ventura fu operata in un punto, così che un altro che teneva alzata l'accétta per trucidare Gorello, di piena forza la vibra nelle spalle del morto compagno.

Intanto Carlo, che dal momento in cui vide Gorello con tanto felice audacia lanciarsi su la galera nemica sentì pungersi d'ira, di vergogna, e del nobile desiderio di porgergli soccorso, considerando che col modo fin lì praticato non sarebbe riuscito in nulla, chiamò ad alta voce: «Sire Gilles, andate, ed avvertite da nostra parte Michaux, Labrodérie, e quanti altri potrete raccogliere in fretta, e ordinate loro che si rechino tosto qui presso di noi.»

Sire Gilles si avvia velocissimo; Carlo, ritraendosi un poco, per essere meno impedito si cava le manopole di ferro, i bracciali, e gli schinieri, quindi torna al suo posto. Accorrevano i Cavalieri chiamati, e il Conte di Provenza così brevemente gli ammoniva: «Baroni, il timoniere della nostra galera già si lanciò su la nemica con raro esempio di ardimento e di valore: ci lasciammo rapire una bella gloria; ma da che non c'è più dato di conseguire la prima, acquistiamo almeno la seconda col dar soccorso al nostro prode fratello di armi.»

Profferita questa breve orazione, gli si restrinsero attorno; e quando venne il destro, ad un cenno si lanciarono tutti gridando: «Mongioia! Mongioia!» Come il destino volle, quantunque non si fossero al pari di Carlo alleggeriti, pervennero a salvamento sopra il legno avversario. Quella massa di uomini con tanto impeto balzata percosse d'irresistibile urto i Siciliani, che di súbito indietreggiarono: ripreso coraggio, si spinsero con nuova ferocia su i Francesi che cominciarono a piegare, e cedendo cedendo giunsero in parte, ove poco più che fossero andati oltre trovavano certissima morte nel mare. Di rado avviene che l'uomo, posto tra la difesa disperata e la morte, non vinca la prova. I Francesi ricuperarono, sebbene a fatica, lo spazio perduto: tanta era la pressa, che non solo non potessero adoperare le mazze d'arme per taglio, ma nè di punta. Fu un urtarsi, uno spingersi e respingersi, piuttosto che ordinata battaglia. Carlo, uomo ardito, lasciando allo improvviso l'accétta, afferra il suo avversario alla strozza, e stringe si duramente, che lo getta morto per terra: qualcheduno dei più forti dei suoi compagni ebbe lo stesso pensiero, e gli venne fatto, perchè i Siciliani non dubitavano di questo modo di combattere; qualche altro avendo il pugnale l'adoperò: allora i nemici si ritirano, e sentendosi la più parte feriti esitano a dare nuovo assalto. Questo istante di dubbio decise la battaglia, imperciocchè i Francesi avendo spazio da maneggiare le accétte, in che erano valenti, gli ridussero in breve a chiedere i quartieri, che per comando di Carlo furono prestamente concessi.

Queste cose accadevano allorchè Gorello, quasi sepolto sotto la mole carnosa del suo nemico ucciso, scampò come per miracolo dalla morte. Quegli che dette il colpo, invece di pensare a rinnuovarlo, cheto cheto lasciò l'accétta confitta nel corpo del morto, e favorendolo l'ombra si recò in altra parte per salvare la vita.

Carlo ottenuta la vittoria, per quella specie di affetto che hanno i valorosi tra loro, come se fosse di ogni altra cosa dimentico si dà con molta premura a chiamare Gorello. Gorello, udita la voce, risponde: «Monsignore, in cortesia, sgombratemi da questo morto che tenta vendicare col peso la vita che gli ho levata.»

Carlo getta da parte il cadavere, e porgendo la mano a Gorello l'aiuta ad alzarsi.

«Siete voi ferito?»

«Sì, Monsignore, e in più parti, ma non mortalmente, spero.»

«Ringraziato Dio e San Martino di Tours! Desiderate essere trasportato su la nostra galera?»

«Desidero che si cerchi di Maestro Armando; egli mi è stato compagno nella impresa, ma non l'ho più veduto al mio fianco.»

Carlo ordinò che se ne facesse ricerca; poi vôltosi ai Siciliani, che se ne stavano prostrati, disse loro: «Alzatevi, voi avete fatto quello che è conceduto ad un uomo vivente di fare; voi non meritate questa umiliazione, e tolga Dio che noi abbiamo pensiero di darvela: la fortuna vi ha vinto, ma noi pregiamo la vostra prodezza, e vi ammiriamo; se tutti i vostri compagni somigliano a voi, ardua sarà la opera alla quale ci ha chiamato il Vaticano, ma degna di un figlio di Francia; così gloriosissima riuscirà a noi la nostra vittoria, e la sconfitta senza vergogna.—Ora procuriamo scampare dalla procella che tuttavia imperversa; guidateci voi, che io fido nella lealtà vostra, perchè i valorosi non furono mai traditori. Si chiami l'Ammiraglio.»

Così parlava Carlo, e Dio sa, che gli vedeva il cuore, con quanta simulazione. Quello che certo si è, egli non si sentiva punto disposto a lasciarsi condurre dai vinti, e già aveva detto a Gorello: «Voi sarete il Maestro;» ma come pratico delle cose del mondo, sapeva che quando non si può adoperare la diffidenza armata (che è la meglio), non rimane altro che la ostentazione della sicurezza; ed in fatti quella sua mezza vittoria non lo poneva in istato di deporre ogni timore intorno l'ardire e la forza dei nemici.

«Ecco l'Ammiraglio!» grida la ciurma; e si odono pel buio più persone che s'incamminano alla volta di Carlo.

«Io depongo ai vostri piedi la spada,» favella un uomo sommessamente «e vi prego, glorioso signore, a ricevere l'omaggio della mia fedeltà.»

In questo un baleno rischiara la scena; Carlo, con una mano sopra la spalla di Gorello, contornato da molti Baroni, faceva atto che allo Ammiraglio si restituisse la spada; questi tutto umile solleva la faccia per dimostrargli la propria riconoscenza, o piuttosto per fingergliela…. «Vendetta di Dio!» urla spaventosamente Gorello, e con furia rovinante respinge il Conte. Un buio profondo succede al bagliore: si ode un cadere, un rotolarsi sopra l'intavolato, un gemere…. Sopraggiunge il lampo….—spettacolo di delitto! Gorello con orribile ansietà, con le ginocchia puntate sul ventre dell'Ammiraglio siciliano, lo tiene con la manca stretto alla gola, e con la destra armata di coltello gli squarcia il petto dal lato del cuore. Torna la tenebra,—un susurro si diffonde su la galera; ogni uomo si accosta al vicino, e vi si appiglia tremando.—Torna il lampo….—Gorello, aperto il seno dell'Ammiraglio, gli aveva tratto il cuore, e con diabolico anelito vi soprapponeva le labbra,—per baciarlo, o per divorarlo?¹ Gli atterriti spettatori mandano un grido acutissimo, e l'oscurità cela nel suo profondo il misfatto. Forse l'Eterno stanco di più sopportare vibrò il fulmine rovente dell'ira a disperdere quel naviglio insanguinato. Colui che non ha veduto, come noi abbiamo, scoppiarsi appresso la folgore, non legga più oltre; la sua anima, per quanto caldissima nell'immaginare, non potrebbe mai concepire, l'arcano del terrore; colui che lo ha visto, richiami alla mente la sensazione che provo in quel momento, e questa, più che le nostre parole, varrà a dimostrargli qual fosse il caso che descriviamo. La folgore percosse l'albero, e parte n'arse, parte spezzò; poi in mille lingue infiammate si diffuse su la coperta, che apparve ad un tratto allagata di fuoco; procedendo oltre si divise in minutissime scintille, che, trovando intoppo al loro cammino nelle parti della galera, con impeto maraviglioso la lacerarono, lasciando aperta la via alle onde agitate:—nessuno tra i viventi sarebbe bastevole a sostenerne il fetore opprimente, e lo strepito straziante; pensisi che sia per diventare allorquando vi si aggiunge la vampa che abbrucia i capelli e la carne, e toglie affatto il vedere. Francesi e Siciliani, gli uni su gli altri traboccarono privi di sentimento. Nè per noi sarà passata sotto silenzio la fine miserabilissima di Gorello: il troncone dell'albero, rotto dalla veemenza della saetta, precipitando a basso lo colpisce a mezzo la vita, gli fiacca la spina del dorso, e vi rimane immobile; l'infelice volendo sottrarsi alla intensità dell'angoscia stende le braccia in cerca di un oggetto, dove potersi con le mani aggrappare, e levare di sotto; raspando, raspando, le dita gli si stracciano inutilmente;—su le tavole stanno impresse le tracce sanguinose della impotenza disperata: pareva una serpe che rotta nella schiena agita la parte anteriore del corpo, mentre la posteriore già morta giace inviluppata nella polvere: quivi l'agonia lo sorprese, quivi la morte, ed egli esalò l'anima dolcemente sul cuore dello scellerato Drogone.

¹ Il fatto che qui si racconta non è unico nelle storie degli uomini. L'Archenoltz nel Cap. 5. della sua Storia dei Filibustieri narra un fatto eguale commesso dall'Olonese contro del suo mortale nemico.

La galera abbandonata empivasi d'acqua per cento fessure; la gente, per quanto sforzo vi avesse adoperato, non sarebbe venuta a capo di salvarla; non potendo soccorrerla, fu sentita gorgogliare, come cosa che s'empia, dipoi barcollò un momento, e si sommerse: i flutti che si erano aperti per accoglierla nel profondo, si riunirono mormorando: ella affondò non altramente che piombo in acque grosse.¹ Ogni cosa scomparve: valoroso e codardo, giusto e colpevole;—la gloria dell'oceano prevalse nel fremito della vittoria.

¹ Submersi sunt quasi plumbum in aquis vehementibus. (Esod., 15.)

Così le tracce del misfatto furono rimosse dalla vista degli uomini; ma dettate nel singulto della agonia, ma scritte col sangue dell'innocente, stettero incancellabili nel volume eterno della giustizia di Dio.

CAPITOLO DECIMOQUARTO.

LA TESTA DEL GIUDICE INIQUO.

                Signor, far mi convien come fa il buono
                Sonator sopra il suo strumento arguto,
                Che spesso muta corda, e varia suono,
                Ricercando ora il grave, ora l'acuto.
                                      ORLANDO FURIOSO.

Lui fortunato! negli estri della mente divina seppe variare le corde dell'arpa, e piovere celeste voluttà sopra i suoi versi immortali. Leggiadro come il segno dell'alleanza di Dio, scherzoso come la farfalla sul prato, lieto quanto il saluto dell'amante, guardò le cose terrene traverso la luce della sua felice allegrezza; libò il mèle dai fiori, le piante velenose o per istinto singolare schivò, o sopra le sue labbra si tramutarono in dolcissimi succhi.—Ahimè! chi privo dei conforti della immaginazione dal ventre della madre fu abbandonato nell'angoscia del mondo, e volgendosi agli anni della sua infanzia non trova luogo dove il pensiero goda riposarsi un istante, e la più parte delle notti della sua bella giovanezza passò seduto su le fosse che chiudono le generazioni della polvere per meditare intorno alle sciagure e alle colpe,—e pianse di essere uomo,—e rise di essere mortale,—e al turpe sentimento di andare composto di creta porse la faccia nel fango invocando eterna la tenebra sul creato per celarvi dentro la propria vergogna,—chi tale nacque, non osi stendere la mano sull'arpa dell'armonia; le corde si spezzeranno sotto le sue dita, quelle del misfatto e del dolore accompagneranno soltanto la sua voce lugubre:—non lauro di poeta, ma cipresso nudrito di lacrime sarà la corona della sua testa, l'odio della gente la sua ricompensa, la esecrazione l'applauso; maledirà, e verrà maledetto.

O anime innocenti, che vagheggiate dal sorriso dell'Eterno, tratte dalla lusinga dell'amore godete affacciarvi alla vita, e tutte esultanza intendete ad una aurora di cui non vedrete mai il sole, nè badate alla bufera che vi minaccia alle spalle, vivete,—vivete nelle beate illusioni di un tempo che passa; non guardate queste mie carte, non le toccate, che grondano sangue!—La pace del mio cuore è distrutta, ma io non amo distruggere la vostra; lasciatemi nella solitudine dei miei tormenti:—che potrei darvi in ricompensa della gioia perduta?—la scienza?—Adamo cibò il frutto fatale, e seppe che doveva morire;—ecco la scienza dell'uomo!—Povera creta animata, come amari sono i giorni che trascorri su la creta inanimata!

È Yole!—Vedetela, a passi lenti e tardi cammina pe' viali del giardino; le posa una mano sul cuore, l'altra le pende giù abbandonata pel fianco; il suo volto apparisce candido quanto il velo verginale che le ricopre il seno, ma solamente candido:—Vergine benedetta! i suoi occhi splendono lucidi come vetro, le palpebre immobili per così lungo spazio, che ogni uomo che le avesse vedute sarebbesi maravigliato come potessero tanto lungamente durare in quella situazione;—la pupilla gelata. Che guarda la misera? Nessuno oggetto di questa terra. Le facoltà di quel senso sembrerebbero morte, o sospese, se non che a poco a poco una lagrima si forma nella cavità inferiore, e sgorga con incerto cammino giù per le guance, quasi in testimonio dello affanno che la sua anima non ha potuto contenere. Da lontano la seguono cautamente Gismonda e la Regina Elena. Povera infelice! allo annunzio dell'avventura di Rogiero cadde svenuta tra le braccia materne, ed ecco come ritorna alla vita. Ella pensò che avessero udito il loro colloquio di amore, temè che lo avessero ucciso, e le fibre dilicate del suo cervello piegarono sotto il peso della angoscia: ora le volano traverso lo intelletto mille rimembranze interrotte, in nessuna delle quali può fissare il pensiero; onde ne nasce una vicenda vertiginosa, un roteare confuso, che la percuote con sensazione di fastidio, simile a quella di colui che s'ingegnasse con ogni sforzo di ritenere nelle mani alcuna cosa sdrucciolevole, nè per quanto si affaticasse pervenisse mai a ritenerla: ora le immagini dei suoi timori le appariscono come eventi, che si operino alla sua presenza:—affretta il passo, muta la via, ma nè per accelerare di quello, nè per variare di questa può fuggire lo inganno della sua mente traviata;—come talora premendo il cuore sul letto del nostro riposo ne sembra tra i sogni di vederci inseguiti da un demonio indefinito e terribile, e di fuggire, e fuggire, e ad un tratto stramazzare:—tenti rilevarti, ma le membra son fatte di piombo; nondimeno ti alzi su le ginocchia, prosegui la fuga carponi, finchè torni a mancarti la lena,—e ti rimani immobile come pietra;—intanto senti alle spalle il fragore dei denti, lo ardore delle narici infuocate, e la pelle graffiata dalla branca infernale;—la natura non può sostenere strazio sì fatto, ti svegli impaurito, bagnato di sudore stendi le mani; conosci che fu sogno, e un gemito di conforto ti si discioglie dal profondo del petto.—Il passato per Yole è divenuto una nebbia, il futuro una tenebra; rammenta un amore, un sembiante, un pericolo, ma slegati, e senza séguito tra loro: le sue idee, come le nuvole del cielo, quando imperversano due venti contrarii, ora precipitano da un lato, ora si cozzano impetuose, nè la procella che ne deriva è niente meno terribile di quella che travaglia la testa di lei.—Che cosa fa adesso l'anima, quella regina delle umane sensazioni? Perchè rimane nella creatura ch'è diventata soggetto di pianto e di riso? Si mantiene ella lucida, o disordinata quanto il corpo in cui continua ad albergare? Non vuole, o non può, riprendere l'impero su gli organi ribellati? Perchè più sublime della creta a cui sta unita si sottopone a tutte le sue modificazioni? La scienza non giunse ancora, nè forse giungerà, a svelare sì fatti misteri: ma la compassione è lungo tempo che geme su questo avvilimento della nostra schiatta infelice.—Non pertanto bellissima si avvolge Yole pei silenzii della notte, come la luna nel firmamento,—scortato dalla quale il pellegrino, poichè schivò i pericoli della via, e giunse a salvamento tra la sua famiglia, si sofferma su la soglia a benedire quel raggio benigno:—quantunque spesso varii cammino, ella si dirige a un punto determinato; qualsivoglia oggetto in che le avvenga di urtare, le si presenta come ostacolo insuperabile, onde tutta smaniosa si pone per altro sentiero; se il caso avesse fatto che per nessuna parte avesse potuto procedere liberamente, forse sarebbe morta. Andando oltre, giunse al luogo dove la notte precedente l'aveva rinvenuta sua madre; si fermò alquanto, si pose in ginocchio, si guardò attorno per ispiare se alcuno la osservasse, poi pianse sommessa: ciò fatto, raccolse un monticello di terra, si trasse di seno una Croce di pietre preziose, e ve la piantò sopra:—oh la preghiera di quella sventurata, che sospirava a mani giunte, era fervida e degna di essere intesa!—finalmente si levò, e parve volesse tornare al castello. La Regina Elena la precorse con un cuore, che se alcuna madre poserà l'occhio su questa nostra istoria potrà immaginare, perchè quei travagli possono sentirsi, non raccontarsi.

«Ben sia giunta,» diceva la Regina Elena vedendo Yole affacciarsi su la porta della sala «ben sia giunta la figliuola del mio affetto!» e le corse incontro, e la baciò in fronte. «Dove sei stata fino adesso, che ti ho chiamata tanto, e non mi hai risposto?»

«Egli è morto.»

«Chi?»

«Egli.»

«Il nome?»

Yole non risponde parola.

«Ah figlia mia! quando cesserai di straziare l'anima della tua povera madre? che ti ho mai fatto, perchè in questo modo tu voglia compensarmi? non sono io che nove mesi ti ho portato nel seno? non io che col mio latte ti ho nudrito, e il pianto della tua fanciullezza acquietato? Sfógati qui nel mio cuore; tutto farò per te,—tutto, pur che non ti veda infelice:—dove speri pietà più profonda di quella di tua madre?»

Yole tace.

«Tu vuoi la mia morte, lo vedo: ingrata! tu non promettevi di farti così feroce,—no, tu non lo promettevi; eri una volta umana, timida, pietosa,—ora come tu sei mutata! per te si consumano nello spasimo i pochi giorni che Dio mi aveva concesso; tu me li togli…. tu…. ma io non maledirò mai l'ora del tuo nascimento.»

«Io l'ho maledetta.»

«L'hai? Dunque è finita per me; io non devo mostrarti più questo mio volto; perdonami la colpa involontaria di averti dato la vita, come io ti perdono il fallo meditato di averla maledetta. Là nelle mie stanze, nascosta ad ogni vivente, lascerò logorarsi nella fame un corpo, che ha generato figliuoli alla miseria. Da te non vo' lagrima, non preghiera; nè devi darmela, perchè tu aborri quello che la Natura ha posto per vincolo di amore tra madre e figlia:—ma per gli affanni che mi hai fatto durare, per le pene passate, per le presenti…. quando sarò morta, deh! ti scongiuro, figliuola, non venire a rimproverare la tua vita alla mia polvere,—lasciala dormire in pace…. ossa delle mie ossa, non mi perseguitate nel seno dell'eternità!»

E qui la Regina Elena si allontanava. Yole agitata da fiera convulsione stese le braccia co' pugni chiusi, e stirò la persona, levandosi su l'estreme punte dei piedi; il bianco degli occhi orribilmente dilatato non aveva più pupilla, che tutta le si era nascosta nel ciglio,—solo una reticella di vene sanguigne che lo sforzo aveva fatto comparire: era sua intenzione richiamare la madre, ma il detto non potè uscire intero dalla gola ingrossata; appena con istento infinito suonò come singulto. La Regina non comprese quell'accento, e continuò suo cammino: Yole disperata di potere farsi intendere con la voce, ricorse alle mani; pure se le fu concesso stendere le braccia, non potè articolare le dita, e fare l'atto che richiama, però che la convulsione gliele teneva serrate in tanto aspra maniera, che le unghie le si erano fitte in mezzo delle palme: ritentò con la voce…. miserabile racconto! così duramente le tornò respinta nel petto, che vi mormorò roca, confusa, soffocata, come il bramito di fiera, o come cigolío di cosa che si rompe: la tensione dei nervi si convertì in languidezza, le palpebre superiori rovinarono su le inferiori;—Gismonda la raccolse tra le braccia.

————

Dopo molto tratto di via, Rogiero seguendo i passi della fidata sua scorta giunse all'albergo; imperocchè, a quel modo che ci racconta Omero delle navi di Achille e di Aiace, le capanne di Drengotto e di Ghino fossero lontanissime l'una dall'altra, e situate, in segno della costanza dei loro signori, alle estremità di quelle dei masnadieri. Infatti essi sopra tutti i compagni spregiavano i pericoli; il primo per la indifferenza del bene e del male, principale distintivo della sua indole; il secondo per una certa sicurezza tranquilla, che suole accompagnare le anime veramente grandi. Entravano. Ghino, poichè ebbe suscitato il fuoco, si accostò a Rogiero per aiutarlo a levarsi l'armatura: questi vergognoso ricusava; ma insistendo il cortese albergatore, lasciò fare. Ghino a mano a mano che ne sfibbiava i pezzi, attentamente li considerava, e parte come buoni lodava, parte riprendeva di alcun difetto, mostrandosi in questo finissimo intelligente, e pratico molto. Rogiero girando gli occhi d'intorno la capanna vide un'asta lunghissima, che per essere più alta della parete era stata posta trasversalmente tra i due angoli; maravigliando forte della grossezza di quella, come vago di sapere domandò: «Cortese albergatore, di grazia, è l'asta del Re Artù cotesta che conservate in quel canto?»

«Visse un uomo in Italia che soleva trattarla nella sua fanciullezza, come il pastore maneggia il vincastro; egli vinse con essa più d'un torneo, ed abbattè più di un cavaliere in battaglia. Questa sola mi rimane del retaggio dei miei padri,—ella è la lancia del mio genitore: anche io un tempo la palleggiai,—adesso comincia ad essere troppo grave per le mie membra affralite.»

«Che Dio vi aiuti! affralite! Parmi che degli anni voi non potete giungere oltre i quaranta.»

«Sono i soli anni, quelli che indeboliscono il corpo?»

«È vero… ma, in cortesia, perchè quel pennoncello bianco ne cuopre la punta?»

«Perchè vi si conservi vermiglio un sangue, che da più anni vi sta sopra rappreso.»

In questo punto si fece udire il lamento di una remota campana, che suonava per la prece che i Cristiani sogliono nell'ore della notte recitare per le anime dei loro morti: Ghino ne raccolse i tocchi concentrato, come lo annunzio di disastro avvenuto, poi disse a Rogiero: «Bel Cavaliere, vi chiedo perdono se per un momento vi lascio senza compagnia, perchè m'è forza recitare alcune mie orazioni.»

«Che! avreste voi cosa per pregare, o per ringraziare il Cielo?»

«Io nulla chiedo per me; qualunque ventura mi sia mandata, o lieta, o trista, chino la faccia rassegnato: ma io prego per la pace dei miei defunti.»

«E credete voi che possa loro giovare la preghiera dei vivi?»

«Lo credo; e quando anche non giovasse a loro, varrebbe per rammentarli a me. Un padre ucciso a tradimento vuolsi richiamare alla memoria almeno una volta al dì.»

«Dite il vero; io pregherò con voi, benchè per rammentare la morte di mio padre non reputi necessaria la preghiera.»

«Voi pure lo piangete defunto!»

«E ucciso co' maggiori tormenti che possano immaginarsi da mente infernale.»

«De profundis clamavi» disse Ghino inginocchiandosi innanzi una immagine, ove molto ferventemente per lungo tempo orò, tenendo celato il volto nelle mani. Quando si rilevò, i suoi occhi apparvero lagrimosi, ma la passione che gli aveva sforzati al pianto era ormai trapassata: allo improvviso, come se la preghiera fosse stata una parentesi, tornando sopra l'ultimo discorso domandò a Rogiero: «Lo avete voi vendicato?»

«No.»

«Me ne duole.»

«Nell'anno che viene, se mai ci sarà dato incontrarci su la terra, spero che potrò rispondervi in altra maniera.»

«Amen, bel Cavaliere.»

Sebbene i nostri eroi non sieno affamati quanto quelli di Omero¹ per doverli, come egli ha fatto, mettere tre volte a cena in una stessa sera, nondimeno, od ora o poi, convien pure che ce li poniamo. Ghino, imbandita la mensa, porse da lavarsi a Rogiero, ed egli ancora data acqua alle mani gli si assise di faccia. Le vivande non furono molte, nè ricercate; una grù arrostita fino dalla mattina bastò a saziare ambedue. Se ad alcuno dei nostri lettori non piacesse il cibo, incolpi i tempi dei quali trattiamo. Il mondo da quel giorno in poi procede assai variato in tutte le cose, tanto piccole, come grandi: i falconi, gli sparvieri, i moscadi, e simili, tennero in gran pregio, ed imbandirono su la mensa dei grandi signori; ora gli spregierebbe il più vile accattone che abbia mai limosinato per amore di Dio. Quello che merita andare osservato si è, che tutte le generazioni si accordarono nel diletto di tracannare del vino, cosa che fa meno il suo elogio quanto quello degli uomini, i quali hanno sempre amato di stolti diventare ubriachi, e viceversa per omnia sæcula sæculorum.

¹ Ulisse e Diomede sono gli eroi omerici che fanno mostra di tanto appetito nel 9 e 10 dell'Iliade.

Mentre così sedevano a mensa, Rogiero venne in un pensiero, e tanto vi si internò, che dimenticando il mangiare rimase immobile: Ghino, poichè lungamente stette a considerarlo, ruppe alla fine il silenzio, e favellò: «Bel Cavaliere, se la mia domanda non vi riesce indiscreta, vorrestemi dire a che pensate con sì grande attenzione?»

«Messer Ghino,» rispose Rogiero esitando «molto volentieri vi compiacerei della richiesta, se non temessi divenirvi importuno.»

«Non vi rimanete per questo; dite pure francamente, che nessuna cosa può derivare da voi, che molto non sia per piacermi.»

«Io pensava, come un gentile Barone, qual voi mi sembrate, possa dilettarsi di tale mestiere, che la gente concorda a chiamare infame; e mi pareva che voi non foste nato per questo.»

«Voi avete indovinato giusto:—io non sono nato per questo; nè punto discordo con la gente a chiamare il mio mestiere infame, quantunque conosca, che se a questa gente fosse detto: chi senza peccato scagli la prima pietra,—nessuno tra lei sarebbe sì grande imprudente da osarlo: aborro i masnadieri che mi circondano, e mi trovo unito necessariamente con loro. La fortuna mi aveva dato larghezza di averi, e un nome illustre; le mie facoltà sono convenite in miseria, il mio nome in obbrobrio. Voi potete considerare in me uno scherzo della fortuna, o, meglio, uno avanzo della persecuzione, ch'io sono Ghino di Tacco dei Grandi di Siena.»¹ «Voi Ghino di Tacco, il famoso masnadiere!» esclamò Rogiero, levandosi in piedi.

¹ Ghino di Tacco non è una invenzione fantastica, ma un personaggio rigorosamente storico, come il lettore potrà conoscere, se gliene prenda vaghezza, dai Comenti di Benvenuto da Imola, e del Landino, al canto 6 del Purgatorio, dalla Novella II, Giornata decima, del Boccaccio, e dalla storia di Girolamo Gigli.

«Ghino di Tacco Monaceschi dei Pecorai da Torrita;» senza punto commuoversi rispose Ghino «voi avrete sentito favellare di me strane novelle: so che la plebe matta mi dipinge come gigante di terribile aspetto, di cuore senza pietà; so che le femmine adoperano il mio nome per ispaventare i fanciulli, e fargli star cheti, non altramente ch'io fossi la tregenda, o la versiera, perchè suona antico quel detto, che gli uomini quando perseguitano non si contentano di fare infelice il loro simile, ma lo vogliono infame: questo è il meno;—parvi ch'io sia tale da curarmi del biasimo, e della lode?»

«Io ho inteso rammentarvi sovente, come cavaliere valoroso nelle armi, e più d'uno si dolse in mia presenza della necessità, che vi ha spinto a cosa, che voi non amate di certo.»

«Sieno grazie a quei discreti. Nello stato di guerra in che io mi trovo contro la società, mi studio a seguitare più che mi riesce possibile il precetto di far del male meno che posso: se nel correr le strade incontro qualche valente uomo povero, lo soccorro; se scolaro, gli dono danari onde si compri libri, e gli raccomando a bene applicarsi, perchè amo il mio paese: ma il cherico dovizioso, il nobile superbo, devono pagare il riscatto; mi hanno tolto tutto, bisogna pure che qualcheduno mi mantenga: essi tentano uccidermi, e fanno il loro dovere; io non gli uccido, ma ne ricavo danaro, e faccio il mio; se vogliono la pace, io pel primo depositerò le armi: intanto, se è vero che la ricchezza dei pochi faccia la miseria dei molti, io giovo alla società quando anche la guerreggio.»

«Certo, molto perdè Siena quando la abbandonaste.»

«Non l'abbandonai, bel Cavaliere; ne fui cacciato.»

«Dunque non rimane speranza che voi possiate tornare buono e leale cittadino?»

«Nessuna. L'ingiuria è maggiore del perdono. Piacevi ascoltare la storia delle mie avventure? Ella non è lunga, sebbene terribile quanto altra mai accadesse nel mondo.»

«Io la terrò, messer Ghino, per la più alta cortesia con la quale mi abbiate onorato.»

«Là su le sponde dell'Arnia, ove Farinata degli Uberti, il magnanimo Cavaliere, vinse i suoi nemici, e la causa loro distinse dalla causa della patria,—che quelli amò morti, questa potente,—solleva le sue umili torricelle il mio castello di Torrita. Non lontano da noi giacciono i ricchi poderi e i superbi castelli dei Conti di Santa Fiora,—orgogliosi! che gonfii di umane ricchezze stimano non albergare virtù in povero stato, ed ogni loro potere dimostrano in far male, che questo reputano signoria,—essere gentile e cortese, debolezza. Tacco mio padre, l'uomo che giocolava con quell'asta là, tutto inteso a conseguire fama di virtuoso Cavaliere, quantunque assai minore in facoltà dei Conti di Santa Fiora, molto si studiava a soccorrere i miserelli del vicinato, riparare i torti, e ricondurre la pace laddove si era del tutto partita: quando gli veniva fatto passare pel borgo, udivasi gridare di bocca in bocca! accorrete a vedere il Cavaliere,—ed ecco un recarsi di donne alle finestre, di uomini su gli sporti delle botteghe con la testa scoperta, e di giovanetti che gli si affollavano intorno per baciargli la mano; egli, non che essere infastidito di quella scena, assai se ne compiaceva, e a quale di quei fanciulli batteva leggermente delle dita su le guance, e a quale altro spiegava sul capo la sua mano terribile, come branca di lione alla tutela dei proprii figli; spesso fu visto lagrimare di tenerezza, più spesso intesero dirgli:—Signori scudieri, perchè allontanate da me quella gente? avete voi a male che mi vogliano bene?—Talora sul tramontare del sole, vestito di un giustacore di pelle, sopra povero ronzino si metteva traverso la strada, e chiunque passava, a nome di Tacco da Torrita suo padrone, pregava ad accettare per quella notte albergo al castello; poi sè stesso per signore godeva manifestare, e l'ospite, se era povero, secondo il suo avere mandava contento.

Spesso avvenne che i Conti di Santa Fiora mettessero gran corte, e la facessero bandire all'intorno;—vituperio irreparabile! le tavole loro furono deserte, mentre in quei giorni medesimi non mancarono ospiti a Torrita; perchè dovete sapere, bel Cavaliere, che si vuole in donare arte finissima, che non può insegnarsi, ma viene dalla natura, come la bellezza del corpo; donando ad altri dimostri te più potente di lui,» e qui Ghino alzò il dito, onde Rogiero ponesse attenzione, «e gli uomini mal volentieri perdonano qualunque specie di superiorità; il dono il più delle volte si parte dalla superbia del donante, e si fonda su la umiltà del donato; quindi non fa maraviglia se così spesso tu odi parlare d'ingratitudine con non retto consiglio, che il presente del signore più che benefizio è obbrobrio per l'umile, e per avere più argento di lui stima comprargli l'anima a contanti: quella leggiadria, quell'affabilità di riso, per le quali la propria piccolezza non sentiamo, o non rammentiamo, che su quel subito persuadono che accettando fai piacere a cui offre, e ricusando gli daresti sconforto, onde per un senso gentile tu ti trovi costretto ad accettare l'altrui cortesia, sono cose, come io vi diceva, bel Cavaliere, da ammirarsi, ma non da insegnarsi. Queste furono le virtù civili del mio genitore; le militari….—voi avete tolto la sua lancia per quella del favoloso marito della Regina Ginevra; bastivi questo, che una volta correndo lancia in campo chiuso nel torneo del Natale, che suole tenersi in Siena, conquistò venti armature ed altrettanti cavalli, i quali non pure senza riscatto volle restituire ai cavalieri, ma gli menò seco a Torrita, dove magnificamente onorati gli mantenne più giorni, rimandandoli ai loro castelli stupefatti della virtù del Barone. I Conti di Santa Fiora, non potendo mai prevalere in quelli esercizii cavallereschi, molto si adoperarono presso il Comune di Siena, affinchè gli abolissero, ma sempre indarno, chè i Senesi sono prodi di mano, e troppo amanti di cotesti combattimenti. Nei tempi corrotti nei quali viviamo, la emulazione anzichè esser madre di virtù partorisce odio; nè mio padre, gentile con tutti gli altri, tenne modi assai soavi coi Conti di Santa Fiora; anzi ogni volta che poteva trovarsi a far di arme con loro, sempre si poneva nella battaglia contraria, e quivi di tali colpi li percuoteva, che spesso gli rimandò ai loro castelli versando sangue dalla bocca e dal naso. Sovente da più piccole cause derivarono ferocissime avventure: l'odio dei signori si trasfuse nei vassalli, i quali spesso incontrandosi pei campi vennero prima a parole di minaccia, poi alle ferite ed agli omicidii; i Baroni reputarono andarne dell'onore loro dove con le proprie armi non gli sostenessero, ed ecco come ruppero in manifesta guerra in seno di un paese che vanta libertà di stato e governo di repubblica. Mio padre, quantunque di uomini e di averi fosse molto di sotto, così bene con la sua virtù si andava schermendo, che i Conti considerando inutile la forza manifesta ricorsero al tradimento. Io non mi ricordo, che forse di quattro anni era nato, della notte terribile nella quale il perfido vassallo posto a guardia della porta del castello mise dentro la gente dei Conti di Santa Fiora; solo conservo rimembranza, confusa di donzelle scarmigliate accorrenti qua e là come ossesse, e di una donna che pallida pallida mi prese tra le sue braccia, e mi trasportò per molti sentieri tenebrosi alla presenza di un uomo tutto armato di ferro, che fece infinite carezze a me ed a lei. Povera madre mia! pensate con qual cuore una così grande gentildonna fuggisse scalza, in camicia, col figlio in collo, dalle case saccheggiate del suo nobile consorte, incerta s'egli vivesse, perchè al súbito rumore era corso ad armarsi, e a ferire! Mi hanno raccontato le mille volte i più vecchi dei miei vassalli, che mio padre in quella notte fece prove incredibili, da scomparire al confronto le imprese favolose dei Cavalieri della Tavola Rotonda; e che dove i nemici non fossero stati troppi, Dio sa dove sarebbe andata a finire: incalzato da tutte parti, non si ritrasse, se prima non seppe i figli, la moglie e i più fedeli vassalli suoi, giunti a salvamento in luogo sicuro. Ei fu l'uomo armato che mi raccolse alla campagna, e che io, sebbene uso a vederlo ogni giorno, non potei riconoscere, tanto compariva mutato pel travaglio del corpo e dello spirito. Mi hanno pur raccontato che quantunque non avesse piaghe mortali su la persona, tanti però erano i tagli e le scorticature, che lungo tempo stette senza potere vestire armatura. Qui nella mia mente occorre una lacuna, e mi ricordo soltanto di essere stato condotto in un castello da quella donna che mi aveva salvato, dove trovammo una bella signora vestita di nero, ed un cherico che conobbi in appresso pel cappellano del castello; essi ci accolsero cortesemente, e dopo che mia madre l'ebbe favellato in segreto, piansero tanto che non avrei mai creduto che creatura al mondo potesse piangere sì fattamente il danno di altra creatura. Mia madre tutte le sere mi conduceva in un luogo oscuro, ove ardeva una sola lampada innanzi alla immagine del Redentore, e quivi pregavamo assai con la signora del castello e col cappellano; poi mi menava al mio letto, e prima ch'io prendessi sonno molte cose mi diceva di cavalieri antichi operate con prodezza di mano e con pietà di consiglio. Certa sera non la vidi comparire, la seguente nemmeno; ne domandai alla signora, ed ella non mi rispose; senza sapere il perchè, io mi posi a piangere dirotto; il cappellano si asciugava le lacrime dietro la sedia di madonna, che pareva più crucciosa del mio pianto, che della morte di sua infelice cognata.—A cui appartiene quel bastone sì lungo?—domandai un giorno alla dama, vedendo appesa l'asta paterna nella sala del castello.—Ella è la lancia di vostro padre.—E quella camicia insanguinata?—È la camicia di vostro padre.—Perchè non viene a vedermi? gli sono forse mal gradito?—Orfano, ei vi amava più della sua vita, ma i suoi nemici lo hanno trucidato.—Oh Dio! dove sono eglino questi traditori? come si chiamano essi, signora?—Figlio del tradito, voi lo saprete quando potrete vendicarvi.—O mia bella signora, e quando lo potrò io?—Quando maneggerete quella asta, come la bacchetta che adesso tenete nelle mani.—Ecco come nel mio spirito entrarono le idee di vendetta e di morte, prima che sapessi come possa offendersi un uomo. Da quel punto in poi nessuno altro desiderio mi si avvolse per la mente, che farmi robusto per maneggiare quell'asta: l'alba mi trovava nel bosco, il sole mi lasciava là dentro; in breve diventai forte cacciatore: quando trafelante di fatica io giungeva al castello portando su le spalle il cinghiale morto per la mia lancia, la signora mi occorreva con lieto viso, e mi baciava; se privo di preda, il cammino era deserto, ed io mi nascondeva nella parte più remota a fremere su la mia rabbia. Spesso nella notte, allorchè tutto attorno taceva, me ne andava sospettoso, come ladro, al luogo dove stava appoggiata la lancia; e prendendola pel calcio, mi affaticava a sollevarla; incredibili erano gli sforzi che vi adoperava; poneva le mani in tutti i modi, stringeva, scuoteva, ma tutto questo era nulla, che ella con la sua immobilità pareva schernire la mia debolezza; finalmente tolta di equilibrio cadeva con alto fragore, ed io celerissimo mi confondeva nella tenebra per non essere côlto in quell'atto vergognoso: alla mattina mi si presentava nella medesima situazione, come se tornasse a sfidarmi. Venne il momento in cui contraendo i muscoli, coi denti stretti, gli occhi gonfiati, l'afferrai con ambe le mani, e giunsi a sollevarla.—L'hai sollevata!—gridò la voce della signora, che all'improvviso mi percosse la spalla;—orfano, tra un anno e un giorno saprai quello che si vuole da te. Fu imbandito uno splendido banchetto, le bandiere sventolarono sopra le torri del castello, e le trombe suonarono dalla mattina alla sera per celebrare la festa della lancia sollevata.—Passa il giorno,—si fa il mese,—l'anno si compie: a mezza notte sento toccare la porta della mia camera, ed una voce che grida:—Perchè dorme il figlio del tradito? l'ora della conoscenza è arrivata.—La signora del castello mi piglia per mano,—ella tremava come foglia,—e mi conduce alla cappella: su l'altare stava un libro aperto, e la camicia insanguinata; la lancia era nella mia destra.—Quella è la camicia che vestì tuo padre nel giorno della sua morte; quel sangue di cui va tinta è sangue di tuo padre, cavatogli dalle vene a tradimento dai suoi nemici: giura, figlio del tradito, sopra i santi Evangeli, che lo vendicherai.—Appoggiai l'asta all'altare, e battendo con ambe le mani sul libro urlai:—Lo giuro.—La signora mi si gittò al collo, e pianse, e rise, e mi baciò forsennata.—Anima sicura, vero figlio del mio tradito fratello, ascolta chi sei.—Qui mi narrava gran parte delle cose che già voi sapete, ed aggiunse:—La donna che ti menava la sera alla cappella, era tua madre; ella viveva meco, come può vivere la moglie del profugo di cui la testa è messa a prezzo: una sera un vassallo vestito a lutto giunse al mio castello, e domandò vedermi:—Che nuove, vassallo? gli richiesi, allorchè pose il piede nella sala.—Madonna, vi porto parole del vostro fratello, ma le ultime.—Dille.—Avanti di perder la testa sotto la scure, Monsignor Tacco, chiamatomi a sè, mi ordinava: quando sarò morto, fa di levarmi la camicia, e intingila più che potrai nel mio sangue; poi prendi la mia lancia, e va con queste cose a Radicofani da mia sorella madonna Gualdrada,—intendi bene,—mia sorella;—la mia sposa morirebbe all'annunzio;—e le dirai: Madonna, questo è il retaggio che vostro fratello manda al suo figliuolo Ghino, e vi raccomanda per quanto aveste caro il suo amore in vita, e amate la pace della sua anima in morte, che nulla facciate sapere al fanciullo dei suoi casi, finchè giunto a conveniente età possa maneggiare questa lancia; allora gli svelerete il suo lignaggio, e gli farete giurare su l'Evangelo di vendicarlo. Della sua moglie non vi parla;—questa speranza ha reso meno amara l'ora del suo assassinio.—L'annunzio non si potè tanto celare, che non giungesse alle orecchie di tua madre; venne nella mia camera per saperne la verità, io non negai nè affermai, ella cadde…. ora giace—sepolta—qui—sotto i tuoi piedi. Tuo padre bandito dal contado di Siena sì dette alla strada; incatenato nel sonno venne in mano dei Farisei: le sue parole commossero i cittadini, forse era salvo; ma il Benincasa di Arezzo giudice criminale di Siena ne vendè la vita, e i conti di Santa Fiora sborsarono il prezzo del sangue: egli è morto sul patibolo, dico—sul patibolo;—sia il tuo odio contro i Conti,—se hai nell'anima qualche cosa più dell'odio, pel Benincasa:—quegli erano antichi nemici, questi un codardo tremante che trafficò l'anima dell'innocente co' fiorini: ora egli tiene ufficio di Senatore a Roma; la fortuna ti offre luogo splendido per la vendetta; da questo momento non puoi più albergare nel mio castello; già di un'ora è trascorsa la mezza notte, il cielo stride tempestoso; ma armati, e vattene: il solo segno pel quale ti sia abbassato il ponte di Radicofani è la testa del Benincasa.—Muggi la procella, ma non la intesi; in compagnia dei miei pensieri cavalcai per le usurpate mie terre. Videro la camicia insanguinata, videro il figlio del buon Cavaliere, che trattava l'asta paterna, e tutti i vassalli mi proffersero aiuto: ne scelsi quattrocento; e veloci quanto la mia impazienza, giungemmo a Roma,—Roma il gran scheletro.—Siamo a piè del Campidoglio:—pareami udire da quelle magnifiche rovine gemere gli spettri romani;—per un momento dimenticai la mia vendetta,—per un momento.—Lasciai i miei compagni: e ascesi tutto solo le scale.—-Un uomo di bassa statura, di colore cadaverico, smunto, cresputo per la fronte e per le guance, sfogliava un grosso volume con mano paralitica: nel primo vederlo mi sentii preso dal ribrezzo, che produce la cosa schifosa dalla quale ti allontani per non imbrattarti il calzare: questo ribrezzo mi ha poi sempre accompagnato allorchè si offerse ai miei occhi gente di toga: infatti ella è schiuma dei vizii umani; venditori di parole senza senno, venali quanto l'anima di Giuda, fondano l'arte loro nelle discordie di uomo e uomo, spesso di fratello e fratello, o di padre e di figlio; impudenti senza paragone, scoprono con mani profane le vergogne della nostra schiatta, vi suscitano la rabbia di avere, e vi seminano, come i denti del serpente, la massima, non darsi al mondo gentile passione, che valga al confronto di un pezzo di oro coniato; tronfii per vano sapere, come l'ebbro pel vino ingoiato, gobbi pel travaglioso mestiere di svolgere libri, e di confondere lo intelletto che la natura aveva loro compartito ordinato, tre stoltezze d'ignoranti che hanno scritto innanzi di loro fanno per essi una ragione; chi più ha grassa la memoria di queste stoltezze, è più reputato; come la tignola, la quale più rode, più si approfonda: oh! avessero tutti una testa sola!… Mi accostai al banco di cotesto abiettissimo; egli alzò la faccia, e strinse gli occhi per meglio vedermi, che la lettura glieli aveva indeboliti.—Chi siete? che cosa volete?—mi disse con voce strillante:—spacciatevi, che ho da finire molte faccende questa mattina.—Magnifico Senatore,—risposi appressandomi sempre più al banco,—la mia è piccola cosa, e da sbrigarsi in un solo momento.—Non venite più oltre, ch'egli è difeso farsi tanto vicino al Senatore.—Io non gli badava, e continuando il passo, e il discorso:—Voi mi dovete un debito.—Qual debito? voi siete folle. Allontanate quel pazzo, spingetelo fuori, cacciatelo prigione!—Folle tu, che credesti essere salvo quando vendesti l'innocente; tu mi devi la vita di mio padre.—In questa, io me gli era avventato addosso, e lo aveva stretto alla gola con tale furore, che gli occhi gli scoppiavano dalla fronte, le sue labbra balbuzienti mormoravano:—Salvum fac spiritum meum;—ed io gli susurrava all'orecchio:—Dannazione! dannazione!—Poi trassi il coltello, e seguendo la impronta violetta delle mie dita gli segai il capo, e lo afferrai pe' radi capelli che avea su la fronte con la gioia dell'amante che stringe la mano della fanciulla desiata. Intanto era accorsa assai gente; senza sconfortarmi mi vôlto, stendo il braccio mostrando il pugno e il coltello insanguinati, e grido loro:—Cristiani, fo voto a Dio, che a quale si oppone al mio cammino, io do di questo coltello per mezzo del cuore.—Pare che il sembiante corrispondesse al detto, perchè si ritirarono chi qua, chi là, mormorando come, il mare quando il vento cessa. Mi accolsero i miei vassalli con alte strida di allegrezza, io conficcai la testa del Benincasa su la lancia di mio padre, e dato ordine che suonassero lietamente le trombe, me ne uscii di Roma, traversando immensa quantità di popolo atterrita per così grave ardimento.—Guardia! guardia! abbassa il ponte.—Chi è di là dal fosso che vuole entrare a questa ora?—Abbassa il ponte, che sono Ghino.—Messere, voi sapete l'ordine di Madonna: avete il segno?—Sciagurato! parti che vorrei comparirle avanti senza esso?—Passo il ponte, volo alle stanze di madonna Gualdrada,—non v'era; corro alla cappella, e già da lontano me l'annunzia la sua voce salmeggiante: entrai per una porticella allato dell'altare, e vidi madonna inginocchiata ai balaustri, intenta a leggere la sua orazione; il debole lume di una sola candeletta la illuminava, e a canto alla candela potei osservare una disciplina: al cigolio che fece la porta volgendosi su gli arpioni, al rumore dei miei passi, levò gli occhi, che assuefatti alla luce non poterono scorgere nella oscurità; io camminava lentamente senza proferire parola sporgendo il braccio con la testa del Benincasa: madonna a proporzione che mi avvicinava alla luce vide un oggetto indistinto,—una testa di uomo sospesa per l'aria.—Il volto del Benincasa!—allora esclamai:—il segno fu portato, il ponte fu abbassato.—Ben fu abbassato,—rispose la dama, e chiuse tranquillamente il libro, prese la candela, e fattala innanzi ai miei occhi si pose fissa fissa a guardarmi. Poichè si fu accertata ch'era il suo nepote, divenne a un tratto vermiglia, di lì a poco bianca; fece prova di sostenersi al balaustro, ma le forze le mancarono, e priva di conoscenza cadde nelle mie braccia.—Da quel giorno tutti mi hanno dichiarata la guerra, ed io assai lietamente mi difendo da tutti. La savia dama morì, e m'istituiva suo erede: ella teneva Radicofani dalla Chiesa, io non lo tengo da alcuno, e non corrispondo vassallaggio, nè omaggio;—che vengano a cacciarmi, se valgono. I Conti di Santa Fiora più di una volta hanno avuto le tempie rotte, i castelli arsi, i poderi guasti: alla fine, lasciata la campagna, si ripararono nelle mura di Siena, io ve gli ho chiusi in confino; se osassero romperlo, pena—la morte. Le mie imprese non sono da raccontarsi;—figuratevi che, cosa può fare un povero masnadiero! se però non furono illustri, non furono nè anco crudeli. Il bene mi è conteso, la gloria vietata; ciò che mi si concede sperare è di essere meno aborrito. Ora poi mi ha preso vaghezza di accostarmi al Regno, perchè amo Manfredi; e quantunque ei non lo sappia, ha in me un amico che lo sosterrà finchè l'anima gli basti.»

«Santa Maria! Voi amate Manfredi?»

«E perchè non dovrei amarlo? non sono i suoi costumi quali la stessa invidia non potrebbe emendare?»

«Male accorto che siete! egli è il più tristo che illumini il sole: uccisore del suo fratello, mortale nemico mio.» E in questo punto Rogiero gli narrò le cose avvenute, quelle che disegnava operare, e alla fine delle sue parole interrogò: «Che parvene? è egli uomo da amarsi costui?»

«Voi avete ragione di odiarlo, se le cose esposte sono ben vere. Io italiano vedo in Manfredi un mio fratello valoroso, e sapiente, che ama la Italia, e vuol farla grande; però non posso, nè devo odiarlo: quando anche non fosse tale, ma straniero avaro e rapace, ben io vorrei dare mano a cacciarlo con le nostre proprie armi, non già con le altrui: ci viene da tempi assai remoti la favola del cane, che carico di vespe stavasi immobile senza batter palpebra, perchè, come egli disse a cui lo interrogò, quelle ormai si trovassero sazie di sangue, nè gli dessero più fastidio, mentre se si fosse mosso sarebbero sopraggiunte altre assetate a suggere ciò che vi lasciavano le prime.»

«Dovrei dunque rinunziare alla mia vendetta, perchè i suoi interessi stanno uniti a quelli d'Italia? Intanto mora egli, all'armi straniere provvedemmo.»

«Distruggere gli stranieri non riesce così agevole come chiamarli; e voi con incerta speranza apportate al vostro paese danno certissimo.»

«Disperisi l'anima di mio padre! Lo avreste voi fatto?»

«Cavaliere, io non vo' dirmi più buono nè più tristo; non so quello che nel caso vostro avrei operato; ringrazio la ventura, che vendicandomi non ho nociuto che a pochi uomini.»

«Questa vostra risposta si rassomiglia alla spinta data al naufrago che cerca la riva.»

«Ma!» rispose Ghino celando la faccia «potrei darvi l'anima, non il consiglio.»

«Voi mi aborrite?»

«Io vi compiango. In ogni caso rammentatevi, ch'io vado lieto di dovervi la vita.»

Allora si levò, e andarono a riposare. Alla mattina Rogiero, tolto commiato dal suo ospite, che assai doloroso lo vide partire, proseguiva la via.

CAPITOLO DECIMOQUINTO.

LA FINE DEL TRADITORE.

                Avea l'aurora già vermiglia e rancia
                Scolorite le stelle, allor che lunge
                Scoprimmo, e non ben chiari, i monti in prima,
                Poscia i liti d'Italia. Italia! Acate
                Gridò primieramente; Italia, Italia,
                Da ciascun legno rintonando allegri,
                Tutti la salutammo.
                                          ENEIDE.

Ecco le Alpi.—Quanti sono i secoli che ne incoronano la cima?—Il tempo li confonde nei suoi misteri.—Di quelli che i popoli conoscono, alcuni appaiono luminosi quanto la gemma sul diadema del potente,—altri foschi di luce sanguigna, come l'ultimo raggio del sole che muore,—altri tenebrosi di terribile oscurità.—Da quelle rupi abbrustolate dal fulmine l'Aquila romana guardò le nazioni della terra, e spiccando il volo al corso fatale precorse con lo spavento di provincia in provincia, di parte di mondo in parte di mondo, la vittoria delle legioni immortali.—Gli alti destini di Annibale le apportarono la dolorosa conoscenza, che poteva essere vinta; pure, finchè le virtù patrie le composero il nido, stette coll'Alpi terrore dei popoli.—Quando consumato dagli anni e dai vizii l'Impero dei Cesari giacque sotto il peso della propria grandezza, abbandonò l'Aquila superba quel cadavere di gloria, lasciando allo stormo dei corvi settentrionali cibarsi di morte reliquie.—Venne Carlo Magno, ma l'Aquila era fuggita, il nido freddo, ed ei lo disperse.—Il genio di un fiero Capitano erra fremendo per quegli spaventosi dirupi. Sciagurato! a lui avevano concesso le sorti del mondo rilevare l'antica virtù di Roma, a lui fare manifesto, che gli eroi trapassati potevano ancora oggidì, non che imitarsi, superarsi in Italia: l'Aquila posava nel suo pugno sicura quanto su l'asta di Cesare:—chi mai glielo avrebbe voluto contendere, o volendo chi glielo avrebbe potuto? non vinse un tempo uomini, e cielo?—E sì che italiane furono le voci che gl'insegnarono le prime parole di amore, italiano l'aere che bevve in prima, italiano il sole che riscaldava le sue membra infantili!—pure nol fece; forse ha pagato in vita amara la pena di questa colpa, ma non è convenevole espiazione.—Allorchè le nostre istorie suoneranno nelle future generazioni, come il mormorio della cascata lontana, e le imprese parranno simili alle tracce dello spento vulcano, e le favelle oggetto di faticosa ricerca pe' sapienti, certo il suo nome starà sempre grande quanto il vertice del San Bernardo da lui superato, che sollevandosi portentoso si smarrisce nel profondo delle nuvole dell'orizzonte; ma la fama di questo errore, o delitto, vivrà eternamente congiunta al suo nome, perchè egli non è tale che per tempo possa essere obliato, nè per pentimento rimosso.—Ora le sue virtù, i suoi vizii, le sue ossa dormono nella tomba;¹—non aggraviamo la mano sul Grande, che giacque;—ma noi non possiamo finire i nostri pensieri su lui se non che sospirando: ahimè! potevi essere un Dio, e volesti rassomigliare a un flagello.—Chi potrà reggersi sopra la spada dopo di te?

¹ Didymi Clerici prophetæ minimi vitia, virtutes, ossa, hic tandem conquiescere coepere. (Epitaffio di Ugo Foscolo)

Che volle fare la Natura, quando con lo orrore delle nevi, le rovine della valanga, la bufera dell'uragano, lo spavento della solitudine, i dirupi, i torrenti, ci ricinse delle Alpi? Pensava ella che fossero sufficiente schermo alla rabbia degli uomini? Non era meglio stillare nel cuore loro un pensiero di pace? Avrebbe la perversità della creta superato la previdenza della Natura? Quelle nevi, quelle rupi furono vinte da tali, che nulla curando abbandonare le care consorti e i parenti, sgorgarono rabbiosi su queste nostre contrade simili a fiumi di lava infuocata:—qui oppressero,—qui si strapparono dalle mani sanguinose la preda,—qui caddero; ora bagna la pioggia, ed agita il vento le loro ossa insepolte, senza onore di fama, senza compianto. Miseri ingannati, che giubbilando accorreste sotto lo stendardo del feroce, che vi chiamò con la gloria perchè vi avrebbe allontanato il disprezzo, venite, e vedete qual sia gloria la vostra. Servi vergognosi di un solo, traditi in vita, come derisi in morte, cadeste vittime innanzi l'idolo della spada che avete adorato.—Essi ci oppressero, essi mangiarono tra noi il pane dell'empio, bevvero il vino del violento;¹ adesso sono morti, esecriamoli…. no…. le antiche ingiurie furono vendicate. Angoscia amaro il riso dello scherno sul labbro del vincitore? Assai lungamente i nostri padri fecero gustarlo altrui, ora gustiamolo noi;—il tempo viene implacabile e giusto riparatore dei torti:—assai lungamente durammo scellerati; se avessimo continuato ad essere forti, lo saremmo tuttora; ci mancò l'anima e la forza, altri ha prevalso;—che giova il lamento? In nome di Dio, non mormoriamo di nessuno, o mormoriamo di noi, che primi ad offendere ci addormentammo sicuri sul letto della ingiuria: l'offesa non dormiva però, che passava le notti a vigilare con la vendetta, e il sonno fuggiva fremendo da quelle inesorate:—al nostro svegliarci, le catene ci suonarono da tutte le membra:—onta al male, accorto che dormì sul pericolo!—Che giova mostrare il lembo lacerato? Ogni uomo ti beffa, nessuno ti aiuta. Anche la oppressione ha la sua grandezza; sta il rispetto co' vinti, come la paura co' vincitori; solleva la testa, cammina sicuro: così, se vivi senza onore, morrai senza infamia, e sarai degno che l'Eterno trami nell'arcano dei secoli ai tuoi tardi nepoti un nuovo manto di gloria.

¹ Comedunt panem iniquitatis, et vimini impietatis bibunt. (Prov., 4.)

Sul declivio delle Alpi dal lato di Francia ascende con infinito anelito una gente desiderosa di pervenire alla cima. I sentieri rotti e precipitosi, il pericolo dei passi, l'angustia dei luoghi non permettendo conservare gli ordini, l'esercito di Carlo cammina sbandato a drappelletti di venti o più persone, intente a procacciare piuttosto la propria, che la comune salvezza. Guido da Monforte Luogotenente generale, Roberto Conte di Fiandra, il Conte di Vandamme, Piero di Bilmont, il Contestabile Giles Lebrun, Mirapoix il Maliscalco, Guglielmo lo Stendardo, ed altri capitani, abbandonate le insegne, circondano la lettiga della Contessa Beatrice, trasportata da due robusti montanari, i quali di tanto in tanto rifiniti dalla fatica la trasmettono a portare ad altri che prestamente subentrano. L'aria soffia gelata, alpestre si dirompe la via; ogni passo che mutano segna una goccia di sudore che la stanchezza distilla dalla loro fronte; spesso si fermano sollevando gli sguardi per vedere quando giunga al termine il monte; ma questo, celando il superbo comignolo tra i nugoloni grigi che quivi dimorano, come in seggio di gloria, accenna essere insuperabile a passo mortale, e ridersi della umana impotenza. Una volta gridarono; ma il grido risuonò così salvatico per quelle frane scoscese, tanto spaventoso uscì l'eco da quei luoghi sconosciuti e terribili che non osarono ripeterlo; gli uccelli di rapina fuggirono schiamazzando dai nidi, i lupi si riunirono a torme, e visto il branco più numeroso, e più feroce di loro, si nascosero prestamente giù per le macchie della bruna vallata. Superarono rocce, valicarono torrenti, sgombrarono nevi, alberi, sassi, e quanto altro si parava loro dinanzi, con rara costanza di audacia: pure di ora in ora tu vedevi un uomo ansante, traendo a mala pena il respiro, gittarsi come sgomento sul terreno, e lasciare che i compagni lo precedessero, e finchè gli occhi potevano seguitarli si allontanassero; quando poi venivano a smarrirsi per le giravolte del monte, e il suo orecchio non udiva più voce di anima vivente, e il suo sguardo spaziava per lo spavento di quelle solitudini, balzare in piedi tutto tremante, e come meglio poteva correndo raggiungerli: in altro luogo un cavallo sdrucciolando sul ciglione del dirupo strascina seco il cavaliere, che intento a studiare il passo lo conduceva per le redini avvolte intorno al suo braccio; mal sapendo come salvarsi, si appiglia al più vicino, il quale a sua posta aggrappa un altro, e questi un altro ancora,—così tutti insieme in un fascio precipitano giù nel profondo;—uno strillo acutissimo si fa sentire, poi séguita il silenzio mortale, perchè il luogo ove percuotendo si rompono giace oltre l'udito dell'uomo.—Soldati di ferro tutelati dal genio di un feroce Capitano con molto maggiore pericolo in tempi più recenti trapassarono il San Bernardo, e lo Spluga; invano impedirono loro il cammino le artiglierie, e gl'ingombri che le moderne guerre richiedono; invano l'uracano dell'Alpi, le nevi smosse, lo impeto degli elementi scatenati; vinsero, e lasciarono esempio di tale impresa, che, finchè l'uomo sarà composto di carne, non potrà superare giammai, onde il buono istorico¹ ebbe a dire, questi essere fatti piuttosto da giganti, che da uomini: ma se la bufera e le artiglierie non impacciarono l'esercito del Conte di Provenza, medesime però furono le nevi pericolose, le vie sdrucciolevoli, le roccie, i precipizii, gli scogli; ora, come allora, più d'un soldato tenacemente stretto al compagno ebbe vaghezza di affacciarsi a contemplare l'inferno della rovina, e tanta fu la paura che gli percosse lo spirito, che prestamente ritirandosi si fece il segno della croce, e si raccomandò a Dio; ora, come allora, più di uno volgendosi alle case paterne sentì suscitarsi nell'anima il pensiero dei figli diletti, e sospirò, maledicendo l'ambizione dell'uomo che mena la gente da una terra perchè si finisca in un'altra.—Procedevano tristamente in silenzio, guardandosi sospettosi d'attorno per potersi scansare a tempo, se mai a qualche male accorto fosse avvenuto cadere;—erano i loro pensieri salvatici, spietati, siccome vuole la Natura, allorchè l'uomo è costretto dalla prepotente necessità di pensare a sè solo.—Ora camminando giungono in parte dove la montagna tagliata a perpendicolo non offre adito a cui va senza l'ale; i precedenti incalzati dai susseguenti vi danno dentro in molto sconcia maniera; indarno sospinti, partecipano di mano in mano ai più remoti quella involontaria immobilità.—«Non v'erano sepolcri² in Francia, che ci hanno condotto a morire su le aperte montagne? Dove è il Conte di Monforte? venga il Conte, e ci riconduca a casa,»—urlava la plebe imperversata.—«Ritorniamo,» gridò il Conte cruccioso, «poichè questo è il piacere vostro, ritorniamo: già da tre giorni camminavamo questa via, oggimai eravamo presso al termine, dove i nostri amici di Monferrato ci hanno apprestato luoghi da riposare, cibo da ristorarci: le vettovaglie che ci rimangono, serviranno mala pena pel giorno futuro; moriremo per istrada di fame e di freddo;—che cosa importa? ritorniamo. Forse adesso Monsignor Carlo tra gli applausi di Roma ci attende, ci attende il Pontefice santissimo, gl'Italiani ci attendono; ma sia per noi la speranza loro tradita, sia per noi manifesta alla gente la nostra viltà: già i nostri padri condotti da Carlo Magno queste Alpi stesse, fortificate dagli uomini, difese da una intera nazione, superarono;—felice lui, che i cieli chiamavano a condurre i valorosi! noi, figli degeneri, fuggiamole senza che alcuno ce le contenda; torniamo in Francia tra i nostri fratelli che tanti pericoli con inudita costanza vincevano in Palestina, ed una palma di splendidissima gloria conseguivano; le insegne dalle nostre dame donateci, onorate di così illustri imprese, a restituire torniamo. Non io vi tornerò per certo, chè temerei ogni uomo che m'incontrasse per via, al suo compagno mi additasse, e gli dicesse:—Questi è quel forte, che non seppe salire sul monte.—Imitiamo così il nostro virtuoso Signore, che con venti galere si mise in mare alla ventura d'incontrare le ottanta dell'eretico Manfredi; così la data fede gli conserviamo. Ben è questa la via che conduce alla immortalità, questo il modo pel quale acquisteremo le sacrosante indulgenze, che con tanta larghezza ci ha compartito il Pontefice, lo scioglimento questo del voto che faceste alla presenza dei suoi Legati, allorquando prendeste la croce:—pensate, voi adesso trovarvi in faccia degli uomini, e di Dio. Il nostro nome sta per diventare eterno, chè l'infamia si prenderà cura di conservarlo come esempio di vergogna;—il giglio d'oro è macchiato, l'onore perduto; io qui spezzo la spada, e giuro su la fede di Cavaliere di non portare più l'armi:—andiamo incontro all'onta e alla disperazione, da che gloria e salvezza aborrite.»—Queste cose disse il Monforte, ed altre molte ne aggiunse, parte delle quali come vane non ascoltarono, parte andarono perdute tra il rumore del vento, e della moltitudine. Ora stavano sul punto di volgere le spalle, allorquando la Contessa Beatrice, donna di gran cuore, levatasi su la lettiga ordinò che i montanari salissero in piedi su le selle dei cavalli, e quanto più potevano la sollevassero. In questa maniera giunse sul masso, che forse otto braccia era alto, e là, como da un trono, toltasi il velo di testa si dette a sventolarlo in atto di gioia.—«Viva la Contessa! Viva la dama!» urlò la plebe fuori di sè per la contentezza;—«Viva la Contessa Beatrice!»—e accorse con impeto maraviglioso a far prova di seguitarla. Il più forte afferrando alle spalle il meno forte gli montava addosso, e aiutandosi con le mani e co' piedi saliva; molti sdrucciolavano, e non trovando luogo a posarsi si vedevano rotolare su le teste dei compagni fittamente affollati; i saliti, mano, cintura, lancia, o che altro, a cui veniva dietro offerivano, e così dopo lunga ora circa a dugento pervennero a salire quel greppo: ma egli era un frastornío, una confusione, una furia da non potersi immaginare maggiore. Quelli che si erano posti sotto a uno in pochi momenti furono oppressi da cento; sentendosi condotti a mal termine tentavano liberarsi, nè potevano; inferociti dalla resistenza, cominciarono a menare le mani; vedendo che non giovavano, il ferro; i più vicini volevano bene scansarsi, e le percosse, e le battiture contro quelli che spingevano erano infinite: nondimeno, urtati da chi non vedeva quel caso, gli traboccavano addosso, i sorvegnenti a posta loro cadevano su i caduti, e così tutti in un monte sossopra; molti, chi col naso, quale con la testa rotta, si rilevarono; molti anche non si rilevarono, che giacquero in terra cadaveri. Il Conte Guido considerando come da quella maniera di salire ne derivava più male che bene, cominciò a urlare che si rimanessero, ma non faceva frutto; onde comandò ai Cavalieri che lo circondavano andassero a ributtare con la spada la plebe impazzita. Così con la morte e le piaghe di parecchi giunsero ad ottenere un poco di quiete. Allora, fatte ragunare pietre e terra sotto il masso, animando con la voce e con l'esempio, ebbe in quattro ore fabbricato un sentiero, pel quale, come che malagevolmente, passarono cavalli, cavalieri, cariaggi, carrette, e quanto altro si recavano dietro. Allorchè venne la notte, la paura che fino a quel punto gli aveva divisi, gli restrinse insieme, e dimorarono immobili là dove erano stati sopraggiunti. Sebbene il luogo che presentemente occupavano non avesse pericolo, nondimeno tanta era nella immaginativa loro l'idea di rovine e di precipizii, che mai osarono nella tenebra, non che muovere passo, mutare di lato. Sorse il mattino: non profumo di piante, non canto di uccelli, lo salutarono per quell'erme balze; e pure le cime delle Alpi tinte di un vivace colore rancio, che si disegnavano per l'orizzonte azzurro, oggi affatto sgombro di nuvole, erano una cosa maestosa e al punto stesso leggiadra. Coll'anelito dell'anima vicina a conseguire l'oggetto desiderato, i Francesi si pongono in cammino: da prima essi mutarono i passi lenti, come quelli che erano assiderati dal freddo; ma indi a poco il moto scaldando le membra gli rese più destri a salire. Bello era a vedersi il brulichío di quella gente che si affrettava, i lampi che mandavano gli elmi, le aste, le armature dei cavalieri, le insegne abbandonate al vento, le vesti preziose; più bello a sentirsi le trombe di tanto in tanto squillanti, le liete canzoni di guerra, le voci di gioia; pareva assemblea di Cavalieri per celebrare qualche giorno solenne, pareva festa più facile ad immaginarsi che a descriversi: giungono al vertice; l'occhio scintillante pel cupido pensiero dell'acquisto precipita per le sottoposte campagne, e per quanto gli è concesso si spazia nel lontano emisfero. A vero dire, da quella parte non si scorge che un'alba d'Italia; ma tanti angustiavano ancora nella memoria gli orrori che avevano trascorsi, tante le speranze e le immagini lampeggiavano nella fantasia, suscitate dagli altrui raccontamenti, che parve loro di contemplare il Paradiso terrestre, quale l'Eterno aveva posto per la creatura senza peccato; onde sollevando le braccia al cielo gridarono—«Italia!—Italia!»—Questo grido si propaga giù per la valle, i più discosti ripetono—«Italia!»—Adesso sì ch'era un affrettarsi, un affaccendarsi davvero; la voce dei capitani non si ascoltava, le percosse non si curavano; urtando, spingendo, adoperandovi mani e piedi, gareggiavano a cui prima giungeva. Veramente la scesa non compariva meno affannosa della salita; ma chi, potendosi deliziare nella vista di cose leggiadre, vorrebbe attristarsi nella contemplazione delle increscevoli? Vedevano campi fiorenti, prati benedetti dal cielo; quella era la meta del cammino, della via che vi conduceva non si curavano: là speravano cibo e riposo pel bisogno presente; là terre, ricchezze, e quanto altro può rendere lieta la vita; ormai se ne facevano signori; avevano superato la Natura, degli uomini non si davano pensiero. Sciagurati! là avrebbero trovato la tomba, se il destino ne avesse commessa la difesa ad uomini—o più valorosi,—o più concordi,—o meno infami.

¹ Botta, Storia d'Italia, c. 20.

² Forsitan non erant sepulchra in Ægipto, ideo tulisti nos ut moreremur in solitudine? (Exod., 15.)

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Siccome andiamo convinti, che nessuno leggerà queste nostre carte, buone o triste che sieno, per imparare un trattato di geografia, così lo confortiamo a non maravigliarsi, se con súbito salto trasportiamo Rogiero da una foresta della Terra di Lavoro alla Mirandola, castello un tempo fortissimo di Romagna, il che forma bene parecchie centinaia di miglia. La cagione per la quale s'era recato costà, fu, che quinci poteva andarsene in poco tempo a Parma, dove predicava la fama dovesse passare l'esercito di Carlo. Il nostro eroe, in proporzione che si avvicinava, sentiva una repugnanza, un affanno di farsi oltre, per modo che ogni giorno più rallentasse il cammino. Quella voce di traditore sovente gli suonava all'orecchio, come urlo di spavento; le parole di Ghino ancora lo turbavano fortemente; pensava tra sè:—con alto proponimento di superare i pericoli della terra e del cielo, di vendicare il genitore, di riacquistare quello che per nera perfidia mi venne tolto, mi sono messo da lungi a sostenere fatiche, sotto le quali la più parte degli uomini avrebbe piegato; stimava conseguire grandezza, e la mia speranza mi si rivolse non pure in vanità, ma in infamia.—Ecco l'angoscia dell'anima condannata a sentire grandemente, e non trovare negli oggetti esterni che imbecillità, o delitto! Ghino, al quale aveva salvato la vita, e che per la sua condizione doveva necessariamente seguitare precetti poco scrupolosi di onesto, lo aveva compianto; che cosa avrebbero fatto coloro che non gli andavano in nulla obbligati, e che facevano professione di amare la patria, e praticare gli ammaestramenti dell'onesto? Un insopportabile peso gli gravava sul cuore. Così cento volte sellando il cavallo, ed altrettante riponendolo in istalla, si trattenne due giorni alla Mirandola. Chiuso nella sua camera, con la fronte appoggiata alle ginocchia, si lamentava del suo fiero destino; e poichè quando se ne ha bisogno, buoni o cattivi, tutti ci raccomandiamo a Dio, sovente implorava il Cielo, che di consiglio lo sovvenisse. Nella seconda notte della sua fermata, mentre volgendosi ora da questo, ora da quel lato, indolito, invano si affaticava a chiamare il sonno sopra le palpebre, ecco un rumore di qualche cosa, che debolmente si rimuove, si fa sentire per la stanza. Rogiero si pone in ascolto temendo d'ingannarsi; accôrtosi che non era giuoco della sua fantasia, con voce sicura domanda: «Chi è?»

Rispondevasi in un suono fioco, quasi spento, come se si dipartisse da cosa senza corpo: «Rammentatevi di vostro padre.»

«Chi sei che conosci il mio segreto?» gridò Rogiero, balzando a sedere sul letto: «Vieni, angiolo, o demonio, sarai il bene accetto; dammi un consiglio, sia pure di perdizione, o di salute; dammi un consiglio; l'anima mia non può consigliare sè stessa.»

Nessuna risposta, nessuno altro rumore. Rogiero si abbandonò sul letto, e la serie dei fatti trascorsi gli si schierò davanti la mente, come una scena terribile: quando sul finire della notte un sopore gli chiuse gli occhi aggravati, i suoi sogni furono quali un Cristiano può avere sul guanciale della vendetta.

La mattina levatosi pallido, disfatto, con gli occhi spaventati, scese per pagare l'albergatore: appena ebbe posto il piede nella stanza, che su la porta di strada comparve un uomo avvolto nel mantello, al quale l'albergatore prestamente indirizzò la parola dicendo: «Che Dio vi dia buon giorno, Maestro Lippo; a quel che me ne pare, voi avete corso tutta la notte; che nuove ci portate d'insù?»

«I Ghibellini si partono dal contado di Parma con le trombe nel sacco, perchè l'esercito del Conte ha preso altra strada: dicono che si avanzi pel Milanese, portato da quel pendente da forca di Napoleone della Torre; ma o di qua, o di là, stanno seminati triboli pel suo cammino.»

«O chi c'è egli che gli contrasti su quel di Milano? non sono
Ghibellini in que' paesi?»

«E' ce ne ha dei bianchi e dei neri, mio bel Giacomino, perchè tutto ad un modo il mondo non potrebbe andare: pure il Marchese Pelavicino, che è consorte di Manfredi, sta sul contado di Pavia; Buoso da Duera su quel di Cremona, e Mastino della Scala su quel di Verona; sì che pensate se il lasceranno passare senza pedaggio! Tal sia di loro. Che abbiamo, Giacomino, per fare un po' di colezione da poveri Ghibellini?»

Rogiero, soddisfatto l'albergatore, premuroso di andare, quanto il giorno innanzi di rimanere, pose la sella al cavallo, e si allontanò dalla Mirandola. Seppe per via che i Francesi, invece di fare la strada di Asti a Parma, ch'era la retta, si avanzavano per la parte di Cremona, onde impaziente di affrettarsi prese a cavalcare verso le sponde del Po. Giunto a Luzara, sebbene il sole fosse alto, e la barca pronta per traghettare il fiume, lo sorprese la medesima esitanza che lo aveva fermato alla Mirandola; la immagine del padre erasi indebolita, e quel dubbio d'imprendere cosa abbominevole, e quella parola di traditore, tornavano a scompigliargli l'anima. Nel silenzio della notte, sul letto solitario, cercò invano di trovare cosa che lo acquietasse, e gli pareva di camminare tentoni in luogo tenebroso, pel quale più si avvolgeva, più si smarriva. La mattina quando si risvegliò, si avvide di avere una carta nella mano destra; onde maravigliato del caso si accosta alla finestra, e al barlume del crepuscolo legge:—Rammentatevi di vostro padre.

Questa rimembranza partoriva nel suo spirito un effetto simile a quello di strappare dalla ferita il panno che il sangue vi abbia sopra attaccato; la passione vinceva su la ragione, e più feroce che mai tornava su l'antico proponimento. Passava il Po, giungeva a Casal Maggiore, a Rovara, nè rallentando la corsa si avvicinava a Cremona. Era presso ad arrivare, il termine della via appariva vicino, e pure avrebbe voluto che si fosse allontanato; ne domandava spesso a cui gli occorreva, e coloro che gli dicevano esser più poco lo spazio a percorrere lasciava insalutati, e nel suo cuore bestemmiava; quelli che gli affermavano rimanere ancora gran tratto, con viso giocondo raccomandava a Dio. Così dubbioso di andare, e di tornare, e tuttavia strascinato oltre dalla fatalità, pervenne un giorno avanti l'ora di vespro tra San Daniele e Cicognolo, borghi non molto discosti da Cremona: assorto nei suoi pensieri, lasciava la cura al cavallo di fare la via; allo improvviso, mentre alza la faccia per considerare le belle case che gli si presentavano traverso le frasche degli alberi, si vede circondato da una masnada di venti e più cavalieri, il condottiero dei quali gli comandava seguirlo.

«Io vo' che sappiate,» gridò Rogiero traendo la spada, perchè l'asta non poteva giovargli avendo i cavalieri troppo d'appresso, «io vo' che sappiate, nessuno potermi traviare dal mio cammino senza che adopri la forza, e sangue gli costi.»

«Cavaliere,» rispose il capitano «a Dio non piaccia che noi vi usiamo violenza; il nostro signore Buoso da Duera ci ha mandato incontro a voi, perchè vi scortassimo al luogo dove adesso si trova: piacciavi pertanto seguitarci, che noi non vogliamo far cosa che possa riuscirvi molesta.»

«E come il vostro signore ha avuto notizia dell'esser mio?»

«Questo potrete sapere da lui: non siete voi un Cavaliere napoletano? non avete lettere da consegnargli?»

«Certamente le ho.»

«Dunque venite, chè siete desiderato.»

Rogiero sebbene avesse per que' tempi una maniera di sentire particolare, nondimeno per la propria sua indole, e per le avventure che gli erano accadute, andava persuaso dovere esistere un destino che regolava tutte le sue operazioni, al quale poteva bene per qualche tempo contrastare, ma che in fine, o a buon grado o a mal grado, bisognava seguire. Convinto di questa opinione, si lasciò condurre senza resistenza da quei cavalieri; i quali cavalcando a bell'agio per non infastidirlo lo menarono a notte avanzata ad un castello, che, per quello si poteva vedere così al buio, sembrava fortissimo. Intorno al castello erano tese assai tende, e da queste usciva grande moltitudine di soldati dirigendosi a un punto determinato; una campanella martellava senza posa per riunirli, e a non molta distanza si udivano chiamare le insegne, assegnare i posti, e dare alcuni avvertimenti. Prevenuti alla porta, una sentinella, che con l'alabarda in ispalla vi passeggiava traverso, fermandosi repentinamente domandò: «Chi viva?»

«Vivano i Ghibellini!» rispose il capitano.

«Appressatevi pel segno.»

Il capitano si avanza, gli sussurra una parola all'orecchio, poi si volge alla masnada dicendo: «Fatevi oltre.»

Trapassando per una volta lunghissima, riuscirono in un antico cortile: qui, sotto i colonnati si vedevano molti Cavalieri sollazzarsi quali a giuocare a tavole, o zara, quali beversi dei grandi bicchieri di vino, e favellare e gestire in atto feroce; là tre o quattro si provavano ad accordarsi per cantare una canzone, ma alle prime parole alcuno tra loro non andava a dovere, ed essi da capo; qua diversi chiudevano gli occhi, e a poco a poco lasciavano cadersi la testa sul petto,—riscossi ad un tratto la rialzavano per lasciarla nuovamente cadere; tali altri, vinti affatto dal sonno, incrocicchiate le braccia su le tavole, nascondevano la faccia sopra di quelle, e russavano in modo che ben di lontano se ne sentiva il fragore; altri altra cosa, chè a dirle tutte verrebbero meno i moccoli; in somma quei volti mezzo illuminati da luce rossastra, quei gesti, quei sembianti minacciosi e diversi, avrebbero fornito materia al Fiammingo di pittura maravigliosa.

Appena il capitano fu veduto da quella gente, che s'intese per tutte le parti uno schiamazzo di voci confuse che dicevano: «Buona sera,—bene arrivato;—avete fatto caccia, Messere?—Lo hai tu preso il tuo uomo?—Piero, raccontateci.—Vieni qua, che ti cedo il posto.—Piero, sareste il quarto, senza voi non si comincia partita.—To', Piero, bevi un bicchiere di vino, chè ne avrai ben bisogno.»

«Grazie Malatolta, grazie Prendiparte, grazie, grazie, Messeri; or sono da voi,» gridava il condottiero del nostro eroe, distinguendo sul principio ognuno pel suo nome e soprannome, e all'ultimo salutando tutti alla rinfusa, quasi per dare una mentita a quel filosofo¹ che affermò, gli oggetti esterni rappresentarsi da prima nella mente umana indistinti, dipoi separati gradatamente, e comporsi così l'esame analitico che si trova agli antipodi del sintetico, con cento altre coserelle graziose che ci hanno incassato qui dentro il cervello nelle scuole, come gemme in anella.

¹ Condillac, Logica, in princ.

Il capitano smontato da cavallo si affrettò con Rogiero, che molto gli raccomandava il suo Allah, alla parte del castello opposta a quella d'onde erano entrati, e come colui che voleva presto esser libero, levati gli occhi, osservò le superiori finestre, e vide lume:—«Ora potrà bene andarvi da sè,» profferì mormorando il Cavaliere; e arrivato su la soglia di una porticella aggiunse: «Bel Cavaliere, Messer Buoso, come ho veduto dal chiarore del lume, è per certo nella sua stanza: voi potete liberamente senza me andare a trovarlo; salite questa scala che vi menerà ad una saletta, dove fanno capo tre corridori; mettetevi pel primo a sinistra, in fondo del quale piegando a destra troverete sei scalini; saliteli, e abbiate cura di non cadere, che il Signore vi aiuti; allora vedrete in una sala grande cinque porte, quella di faccia è la porta della stanza di Messer Buoso;—buona notte.» Appena terminato il discorso, che proferì con portentosa celerità, si allontanò per unirsi ai compagni, che lo accolsero con urli, risa ed altri segni d'intemperante allegrezza.

Rogiero si pone per quella scaletta: ella era formata di mattoni per taglio; il tempo ne aveva logorati gli angoli e la calcina, sì che in quei buchi entrasse più che mezzo il piede; mille volte a pericolo di battervi la faccia sopra, tentoni, aiutandosi più con le mani che co' piedi, pervenne alla stanza dei tre corridori schiarita da un lumicino che pareva spento, come disse con bella vivacità quel Fiorentino bizzarro.¹ Qui giunto, un improvviso tremore lo sopraggiunse, provò di andare innanzi, non poteva; indietro, nè pure; appoggiò al muro la spalla e la testa, quasi fosse convertito in pietra. Nuove dubbiezze, nuove esitanze,—ancora un passo, e tutto irreparabilmente perduto;—la sua intenzione è buona, ma si appoggia sopra opere parte vili, parte infami, tutte scellerate; se non giunge a compirla, chi vorrà credergli che il suo disegno fosse generoso?—nè sempre saranno tenebre come in quel luogo,—nè il tradimento andrà sempre celato. Mentre a queste cose pensando costà si tratteneva, ecco una mano leggermente premergli la testa, e una voce sommessa dirgli all'orecchio: «Rammentatevi di vostro padre.»

  ¹ Al romor del tracollo
      Che rimbombò dal tetto al fondamento,
      Comparve un lumicin che parea spento,
      Sì facea lume a stento.
               SONETTO del Migliorucci, barbiere fiorentino.

«Santa Maria!» esclamò Rogiero; e volgendosi con molta celerità vide, o gli parve vedere, uno spettro che nel corridore opposto a quello in cui stava si allontanasse strisciando sul pavimento. Preso da agonia di conoscere chi fosse, gli si cacciò dietro a tutta corsa; trapassò quel corridore, poi un altro, lo spettro gli fuggiva a poca distanza davanti, e pure non intendeva suono di passi. Quantunque queste circostanze fossero più che bastanti per un'anima di quei tempi, e forse anche dei nostri, a credere soprannaturale cotesta apparizione, Rogiero non si lasciava sbigottire dalla paura; vero è bene che non sapeva come spiegarla, tuttavia si guardava di attribuirla a cause superiori. Lo spettro fuggendo, e Rogiero incalzando, pervennero in parte ove non era lume; così al primo fu concesso sparire a tutto agio: Rogiero brancolando, mentre a malgrado delle tenebre vuole seguitarlo, inciampa e cade traverso di un letto; allora non udendo nè vedendo più nulla, si avvisa ritornare; parendogli di fare il medesimo cammino traversa due o tre stanze, nell'ultima delle quali osserva scaturire un raggio di luce dalle fessure di un uscio; vi s'incammina prestamente, stimando che si partisse dal lume del capo scala; giunge, apre, e si trova entro una sala vastissima; una piccola parte compariva illuminata; l'altra si smarriva dentro profonda oscurità: per quello che si poteva vedere era ornata di belle tappezzerie fiamminghe rappresentanti caccie o fatti d'arme notissimi dei Paladini di Carlo Magno, e dei Cavalieri erranti del Re Artù; a giuste distanze pareva, che, come da un lato, dovessero essere per tutta la sala disposte antiche armature su dell'aste fitte dentro zoccoli di pietra; le finestre trasparenti pei lumi del cortile presentavano istorie tolte dal Testamento Nuovo, figurate con vetri di mille colori. Queste cose che a noi abbisognò una mezza pagina per dire, Rogiero osservava in un volgere di sguardo, nè punto stette a considerarle, perchè a quei tempi erano comuni. La sua attenzione pertanto più particolarmente si fissò su due personaggi che stavano in quella sala. Uno di questi, di vesti e di sembiante non italiano, era un Corriere francese; vestiva giubboncello giallo, fino poco più sopra al ginocchio, stretto alla vita con larga striscia di cuoio nero, dalla quale pendeva il corno, e scaturiva l'impugnatura del pugnale; i calzoni erano della medesima stoffa che la veste, e come essa accostanti alle membra; calzava usatti¹ rossi con certi sproni da sventrare, più tosto che da incitare cavalli; teneva la testa scoperta, i capelli della quale divisi su la fronte cadevano di qua e di là dalle tempie sopra gli orecchi, e a poco a poco diventavano più lunghi, tanto che quelli della nuca coprissero parte delle spalle; la faccia non diceva nulla,—era parete imbiancata. Ben altro compariva il secondo: stava seduto davanti una tavola sopra la quale erano carte, e una spada; teneva la testa appoggiata alla mano, e considerava meditando una lettera che pareva essergli giunta di fresco; il capo aveva calvo con la pelle tirata, se non che su la fronte due o tre rughe profondamente tracciate; la faccia, larga su le gote, dove sono gli ossi che i notomisti chiamano zigomi, terminava smunta, appuntata, con la barba scomposta, ch'era sconcezza a vedersi; pel rimanente della persona, meno le manopole, compariva armato: questi, poichè lunga ora ebbe letto e meditato il foglio, esclamò: «Ottomila fiorini d'oro!—vendo anche l'anima.»

¹ Usatto, calzare di cuoio usato propriamente per cavalcare.

Dopo questa infame empietà levò la faccia e gli occhi.—Quali occhi! incavernati, scintillanti, come quelli della volpe che ha ghermita la preda;—e vide Rogiero.

«Chi siete? Chi vi ha condotto? Come avete penetrato nella mia camera?»

«Messere, io sono stato qui tratto per ordine di un tale Buoso da
Duera.»

«Per ordine mio dunque:—ma perchè non siete passato per la porta principale, e scaturite così all'improvviso da camera segreta?»

«Che volete ch'io sappia di tutto questo, Messere? mi hanno lasciato senza scorta, ed io in questo luogo nuovo mi trovo qui, perchè non mi trovo altrove.»

«Qualcuno ha trasgredito i miei ordini.—Sareste per avventura quel
Cavaliere napolitano….?»

«Sono;—la vostra gente mi ha fermato sul cammino, costringendomi….»

«Bisognava pure ch'io vi forzassi, viva Dio! perchè voi avete lettere per me, che probabilmente non mi avreste recate giammai.»

«E chi vi ha detto. Messere?….»

«Chi lo ha detto poteva ben dirlo senza tema di mentire.—Chiamavasi Piero il capitano che vi ha condotto?»

«Sì, Piero.»

«Ed è rimasto?…»

«S'io non m'inganno, giù nel cortile a giuocare, e a bere co' compagni.»

«Deve esser punito; per le grandi colpe serve il libro della mente, per le piccole bisogna prenderne nota, onde non obliarle;—una vendetta perduta è un invito allo oltraggio.» E qui Buoso trasse di seno alcune tavolette, sopra una delle quali scrisse:—Capitano Piero mi deve la pena di aver rotto il mio comandamento;—e riponendole soggiunse: «Avanti che il mese finisca, in modo aperto o segreto la pagherà.—Messere Cavaliere, vorrestemi porgere le lettere che avete per me?»

«Eccole.»

«Cavaliere,» disse Buoso, poichè l'ebbe lette, «io sento per queste come gran numero di Baroni napolitani, infastiditi della tirannide di Manfredi, vi hanno spedito con loro credenziali per profferire omaggio al Conte di Provenza; già a Dio non piaccia che per me sia posto impedimento ai giusti desiderii di quei valenti signori; domani potrete seguire il vostro cammino verso l'esercito francese, che troverete non lungi di qua attendato alla campagna. Devo avvertirvi però che il Conte non accompagna l'esercito, ma troverete in sua vece la Contessa Beatrice, o il Luogotenente Guido da Monforte.»

«Vi chiedo perdono, Messer Buoso, ma in cortesia vorreste rispondere ad una mia domanda?»

«Dite.»

«Non siete voi Ghibellino?»

«Che vuol dire Guelfo, che Ghibellino? Io sono per me; del nome non mi curo più che del colore della veste; in qualunque sembiante procaccio mia ventura.»

«Ma voi fin qui non combatteste per la fazione ghibellina,
Messere?»

«Io vi ripeto che ho combattuto sempre per me: vero è però che l'anno scorso sovvenni del mio aiuto il Conte Giordano, che giunse per Manfredi qua in Lombardia con cinquecento lance; quello che n'ebbi in guiderdone furono parole; ora cortesi, ora anche minacciose: ad ogni uomo è lecito errare una volta in sua vita, e felice chi può vantarsi di avere errato una volta sola; ora mi sento stanco di pascermi di promesse,—e poi l'età comincia a farsi troppa, e bisogna pure pensare alla buona morte; nè se altri si cura, mi curo ben io del perdono della Santa Chiesa, che troppo mi preme trovarmi sciolto dalla scomunica, perchè possano, quando che a Dio piaccia di chiamarmi a sè, seppellirmi in sacrato.»

«Messere, di grazia, se la richiesta non vi riesce importuna, il cuore non vi dice nulla?»

«Da qual parte abbiamo posto il cuore? Io per me l'ho dimenticato. La testa fa tutto, calcola tutto; il cuore c'è per di più: vuolsi freddezza di calcolo per ben condurci nel mondo; col cuore si fanno canzoni da innamorati, non ottimi disegni per trapassare la vita.»

«Ma Italia?»

«Italia è qui,» rispose Buoso toccandosi la fronte: «ho udito raccontare di tempi nei quali era altrove, ma io non li vidi, nè credo, che sieno stati; nondimeno, se possono essere, mentre si aspettano, ogni uomo si ponga la mano alla fronte, e dica: Italia è qui.»

«La fama?».

«Oh la fama! è l'ombra del buon successo: procura mantenerti felice, e gli uomini procureranno di chiamarti glorioso.»

«Pure fin qui non ho trovato lingua mortale che non condanni il tradimento.»

«Da cui, e come? Tradimento, s'io non m'inganno, significa romper fede; ora non vi ha fede che sia nè più forte nè più ragionevole di quella che ogni uomo deve a sè, perchè di questa la Natura ne ha stretto il contratto con tali condizioni, che non possono infrangersi; però quando ti fai danno, allora commetti tradimento, e tradimento irreparabile. Io non ho mai operato cosa dannosa altrui, che, bevendoci o dormendoci sopra, non abbia affatto dimenticata: d'altronde il dolore che abbiamo apportato al nostro simile ci rimane nell'anima come ricordanza, ma il bene che abbiamo fatto a noi persevera come sentimento.»

«E questo sentimento è egli in sostanza felice?»

«Signor Cavaliere, io ho altre cose a fare perchè possa trattenermi a sciogliere i vostri quesiti; se voi gli avete promossi per conoscermi, io già vi ho detto assai, onde se siete savio mi possiate capire; se per acquietare le vostre incertezze, io devo biasimare i miei amici di Napoli, che hanno scelto in voi un messaggero così scrupoloso. Tenetevi pronto per domani; appena fa giorno, io vi manderò insieme con questo Corriere francese al campo del Conte per consegnare le vostre lettere, e, se non vi grava, anche una mia che preparerò avanti di andare a dormire.»

«Voi ne siete il padrone.»

«Sergio! Gilberto!» chiamò Buoso, e tosto comparvero due valletti, ai quali ordinava: «Fate che questi miei ospiti sieno bene alloggiati; vi raccomando che nulla manchi loro di quello che possono desiderare. Addio, messer Cavaliere; innanzi di partire spero di rivedervi.»

Rogiero e il Corriere francese si posero dietro agli officiosi valletti, che con molte candele alla mano andavano rischiarando il cammino: appena usciti dalla sala, la voce di Buoso si fece nuovamente sentire, che chiamava gridando: «Messer Cavaliere!»

Rogiero rifece i passi, e domandò: «Che volete?»

«Messer Cavaliere, avete pratica co' fiorini d'oro?»

Rogiero si fece un po' rosso nel viso, e rispose che no.

Buoso sorrise, e traendo una borsa disse: «Questa parmi troppo grande vergogna per Cavaliere come voi! Voi non conoscete i fiorini che sono la più bella moneta che si batta per tutta Cristianità? Havvi taluno che preferisce gli agostari di Federigo, e gli schifati dei Normanni, ma io per me terrò sempre pel buon fiorino d'oro che si batte a Fiorenza. Ecco qua, vedete,» soggiunse prendendone uno, e mostrandolo a Rogiero, «da un lato il giglio, dall'altro il Battista, donde l'infallibile proverbio:—amici son coloro—che hanno il Santo a sedere, e il giglio d'oro. Ora fanno dodici anni cominciarono a coniarsi dai mercanti fiorentini: l'oro arriva alla bontà di ventiquattro carati; si contano a venti soldi l'uno, ed otto pesano un'oncia.—Vorrestemi usare cortesia, bel Cavaliere?»

«Parlate.»

«Dimani vedrete nel campo di Carlo affidarne certa quantità ad un Corriere affinchè me li porti; egli è un dono che vuol farmi la Virtuosa Contessa Beatrice, e ch'io non mi trovo in caso di rifiutare: ora vi pregherei ad aver cura di riscontrare che formino bene ottomila; se crescono, lasciate stare; se non arrivano alla somma, avvertite la Contessa del difetto. Mi promettete di farlo?»

«Ve lo prometto.»

«Gran mercè, Cavaliere.»

—Ecco un'anima da appaiarsi con Gano di Maganza,—pensò Rogiero tra sè,—ed io?—il sonno non iscese per quella notte su le sue stanche palpebre.

————

«Che Dio vi conceda il buon giorno, bel cugino,» disse la Contessa Beatrice, che, nell'uscire da una camera ov'era stata a riposare, s'incontrò nel Conte Guido di Monforte. Ella veniva frettolosa, e le vesti aveva scomposte più che a nobile dama non convenisse; le sue donzelle le si traevano dietro correndo, e andavano aggiustandole alla sfuggita chi il velo, chi la cintura, o che altro.

«Dama, che possiate esser lieta di tutto quello che desiderate; qual cosa vi affanna, onde tanto smaniosa vi levate di letto?»

«Cugino, arrivò il Corriere?»

«Dama, non si è ancora veduto.»

«Ci avesse tradito il Duera? Trovasse piccolo il premio? Cugino, spedite gente per conoscere ciò che n'è stato; fate offrire doppio premio a quel tristo, purchè passiamo. Il Pelavicino non può tardare di caricarci alle spalle; se questo avvenisse, noi saremmo perduti. Affrettatevi, bel cugino, affrettatevi.»

«Dama, aspettiamo.»

«Ah! Guido. Guido, questa vostra lentezza ci perderà: che temete?»

«Che temo io? Così non mi avesse detto Carlo,—conducimi ad ogni costo questo esercito intero,—e non mi avesse posto da lato le paure femminili, come io avrei di già fugato il Duera, e valicato l'Oglio; perchè i miei anni si sono consumati a rompere i nemici col ferro, ma non ho mai appreso a cacciarli coll'oro: nondimeno, poichè piacque a Monsignor Carlo mettermi per questa via piena di pericoli, e vuota di onore, io devo aver cura del suo danaro, perchè raddoppiando il prezzo di Buoso non ci basterebbe a pagare la milizia fino a Roma.»

La Contessa si apprestava a rispondergli, e chi sa dove sarebbero andate a finire le parole, se un donzello non fosse entrato in quel punto annunziando, che il Corriere conducendo seco un altro uomo si scorgeva cavalcare verso la casa.

«Oh Signore, gran mercè!» esclamò la Contessa, e corse alla finestra; «sì certo, egli è desso… venite a vedere, cugino… ma che hanno il restio, che vengono sì tardi quei loro ronzini? Conte, e' pare che abbiate partecipato la vostra pigrizia anche alle bestie dell'armata: Conte, ponete cura di dare un'altra volta ai Corrieri i migliori cavalli dell'esercito… ditemi, Conte, in quanti giorni potremo giungere a Roma?»

«Contessa, ricevete con maggiore temperanza la lieta fortuna, se volete con minore cordoglio sentire l'avversa. Voi non sapete che cosa rechi il Corriere.»

«Oh! il cuore mi predice bene, ed egli non mi ha ingannato giammai. Ecco quel vostro insopportabile riso di scherno. Che volete? cugino,—io sono fatta così; ricevere la lieta novella col viso stesso col quale si riceve la trista mi riesce impossibile. Che potrete dire di me? La Contessa ride se la ventura le cammina prosperevole, piange se contraria; ma voi fate altramente nel vostro cuore? E per un po' di copertura, per un po' di sforzo menate tanto vampo; eh via! lasciate che sgorghino le lacrime quando vogliono sgorgare, e ridete quando vi prende desiderio di ridere. Forse per dolermi delle avversità mi perdo di animo vilmente, e, per quanto mi ha concesso il cielo di senno e di forza, non mi adopero io a superarle?»

«Contessa, questi che accompagna il nostro uomo è Cavaliere; non sarebbe bene che voi andaste ad acconciare più convenientemente il vostro abbigliamento?»

«Conte di Monforte, noi vi preghiamo che non vogliate darvi maggior cura di nostra persona di quella che ci diamo noi;» disse in atto disdegnoso la Contessa Beatrice; e poi guardandosi attorno, e scorgendosi abbigliata da vero meno che onestamente, arrossì, sorrise, ed aggiunse: «Bel cugino, io vedo che quando avrete perduto quella vostra ruvidezza da soldato, diverrete discreto maggiordomo della più ritrosa dama dai trenta anni passati.» Poi la stessa ambizione, che così scomposta l'aveva condotta in quella stanza, la fece uscire a comporsi, perchè la rabbia di comparire ornate, se in pochissime donne non è la prima passione, viene però immediatamente seconda.

Quando la Contessa ricomparve nella sala, il Corriere e Rogiero vi si affacciavano per altra parte. Il Corriere pose ginocchio a terra dicendo che la risposta l'aveva il compagno: la Contessa lo rilevò graziosamente, e con la solita promessa, che si sarebbe rammentata di lui, gli dette licenza. Allora Rogiero fatto un lieve saluto alla Dama, le presentò le lettere, la quale, come colei che non sapeva di leggere, le porse con bel contegno al Monforte, dicendogli con voce sommessa: «Spacciatevi, Conte, che molto mi preme sapere che cosa elle rechino.»

Il Monforte si pose a leggere, ma non era anche arrivato alla metà, che due o tre volte lo aveva interrotto la Contessa domandandolo: «O che dice?… o che porta?»

«Ma, Dama,» parlò impazientito il Monforte, «se voi non mi lasciate leggere, non ve lo dirò di qui a mille anni.» Ed egli poi non era gran maestro in letteratura, e sapeva leggere a mala pena pe' suoi bisogni, onde sovente mormorava tra' denti: «Anche nello scritto si palesa tristo costui: fosse qui il cappellano che tanto vale a leggere di questi scorbii….» Alla fine, come Dio volle, la lesse, e senza aspettare di esserne ricercato disse pianamente alla Contessa: «Il traditore accetta il trattato, sebbene, scrive, per essersi preso cura di mandarvi un Cavaliere napolitano che vi recherà cosa più grata del passo dell'Oglio, voi potreste aumentargli la somma. Vi raccomanda poi, che arrivata a Roma, vogliate per vostra intercessione pacificarlo con la Chiesa, e renderlo partecipe delle sante indulgenze promesse a chiunque prenda la croce contro Manfredi.»

«Intorno la prima richiesta rispondete, Conte, che volentieri vorremmo potergli in migliore modo manifestare l'animo nostro, ma che le presenti strettezze non cel permettono; aggiungete, grande estimare noi lo ufficio che ci rende, e la Casa di Francia porre ogni sua gloria in dimostrarsi grata: per la seconda assicuratelo, che sarà nostro pensiero adoperarci presso Papa Clemente, affinchè lo ribenedica, e lo abbia in luogo di figlio; stia pur quieto di questo, che noi ne avremo cura come di un nostro fratello.»

«Ah! Contessa, mi pare tanto bella l'unione di Buoso col Demonio, che sarebbe gran peccato sturbarla.»

Dopo queste parole, la Contessa volgendo la faccia a Rogiero, con donnesca leggiadria gli disse: «Bel Cavaliere, noi intendiamo per queste lettere, che voi ci siete apportatore di liete novelle; se possiate conservare sempre l'amore di vostra dama, vorreste voi favorircele?»

«Madama, quali esse sieno potrete sapere da queste carte.»

Il Monforte, a cui furono trasmesse, cominciò a leggere con quella sua naturale freddezza, ma in proporzione che procedeva si affrettava agitando il capo a destra e a sinistra, brontolando indistintamente le parole: quando fu giunto al termine, lasciò la carta, e sollevando gli occhi e le mani al cielo disse con un sospiro: «Sire Dio, noi avremo Italia senza colpo ferire! Io la reputava terra di gloria….»

Così grande fu la vergogna di Rogiero a questa esclamazione, che sentendosi duramente stringere il cervello si appoggiò alla parete per non istramazzare per terra.

«Che mormorate, Conte?»

«Questa è terra di cui se la piglia.»

«Perchè, Conte?»

«Perchè i traditori ci allignano più dei fedeli, e i maggiori Baroni di Manfredi ci chiamano liberatori al solito, perchè andiamo a liberarli del loro tiranno al solito, che così si chiama colui che vuolsi tradire.»

«Ah! cugino, tanta è l'allegrezza che mi avete recato, che per poco non sono venuta meno. Avrò finalmente corona! anche io sarò salutata Regina! non più distinta dalle superbe sorelle con un segno di obbrobrio!… potrò anch'io levare baldanzosa la faccia!… anche io!… Conte Monforte, mi sembrate dei miei nemici, che vi addolorate delle mie gioie!»

«Madama, il vostro disegno era di conseguire corona, l'avrete; ne siete lieta, sta bene: il mio era condurre a buon fine qualche impresa gloriosa, ed onoratamente morire; prevedo ormai che è un errore sperarlo in questa contrada, però mi dolgo.»

«Generoso cordoglio, e ben degno di voi, valoroso Barone;» disse la Contessa stringendo la mano al Monforte «ma godetene per cagione mia, perchè voi non dovete affliggervi di cosa che mi piaccia.»

«Ah! mia bella cugina, s'io volessi nella presente vostra dolcezza stillare un amaro, che non potreste dimenticare, vi direi, il traditore per tradimento che faccia non muta cuore; egli sta come una fiera nella caverna ad aspettare la preda: la signoria di Carlo increscerà come quella di Manfredi increbbe, e allora….»

«Queste vostre osservazioni hanno che fare qui come il parlare di morte a mensa, come il vestire di bruno a nozze. È tanto rara la gioia, è tanto soave, che non merita punto di essere intorbidata con le vostre malinconie. Sarà assai amaro pensare al disastro quando verrà; per ora stiamo lieti, Conte; provvederemo allora. Voi intanto, Cavaliere, sappiate che nessuna novella più grata di questa potevate portare alla Contessa Beatrice; da qui innanzi sarete con noi; spero che vorrete bene spesso allegrarmi della vostra presenza. Intanto, non già perchè io la creda ricompensa, ma per segno di gratitudine, porterete questa collana per mio amore.» E qui levatasi una ricca catenella, con le sue proprie mani la pose al collo di Rogiero, che a sentirne il suono sopra l'armatura abbrividì e mormorò: «Ecco, il delitto è consumato, il premio del tradimento fu ricevuto; l'anima mi è stata improntata con l'infamia, l'intera eternità non varrebbe a cancellarla.»

Il Monforte, considerando quella smoderata vivezza della Contessa, scotendo la testa sorrise a fior di labbra, e disse a voce bassa: «Ella è valente donna, ma donna.»

Beatrice divertita da altra cura, punto badando se l'avesse, o no, ringraziata Rogiero, fece recare il danaro, lo numerò, e lo dette al Corriere, affinchè lo portasse al Duera. Il Monforte era sceso a ordinare che l'esercito si movesse; ma da savio capitano provvide che stesse in punto, come se il nemico gli fosse di contro per assaltarlo.

Buoso, ricevuto il danaro, si chiuse in Cremona, facendo spargere ad arte la novella che i Francesi valicato il fiume Serio ritornavano su quel di Milano per tentare il passo di Parma. L'esercito di Carlo traghettò senza contrasto l'Oglio, e seguendone il corso pervenne sul Mantovano, dove, lietamente accolto da Ludovico Conte di San Bonifazio, si riposò alquanto delle sofferte fatiche. Ripostosi in cammino, valicava il Po sopra un ponte apprestatogli dal Marchese Obizzo d'Este, e si metteva sano e salvo per le terre di Romagna. Ora comincia per Carlo di Angiò la serie dei prosperevoli eventi, che lo condusse a sovvertire in pochi mesi la nobilissima Monarchia di Manfredi. Narrasi che il Marchese Oberto Pelavicino, il quale, avuto avviso della via dei Francesi, si era mosso subitamente dalle sue posizioni di Pavia, giungesse a Soncino poche ore dopo il passo di quelli, dove considerando come il savio maestro di guerra Guido da Monforte avesse afforzato le rive opposte del fiume stimò bene non seguitarlo, e pieno di mal talento si aggiunse a Buoso, in Cremona. Le parole che ebbero insieme questi due condottieri furono piene di amarezza. Se merita credenza la fama lontana, dicesi che gli profetasse il Pelavicino:—«Buoso, che tu con fraudolenta favella t'ingegni ricoprire il misfatto non istupisco; hai commesso il più, puoi commettere il meno; ma se la tua parte è quella d'ingannarmi, la mia è di non crederti. Ben io potrei svelare alle genti la tua slealtà, suscitarti contro la plebe commossa, te, e il tuo lignaggio condurre a miserabile eccidio; tolga Dio, che per me sia alzata la spada contro il mio fratello di armi, contro colui al quale ho giurato amicizia fino dai miei più teneri anni: tieni non pertanto riposto nella tua mente, che col prezzo della patria venduta ti sei comprata la rovina in questa vita, la dannazione nell'altra.»

Una mente degna di non esser mortale, che dalla sua prigione di fango osò concepire il disegno di guardare in faccia l'Eterno, e scrutarne l'arcana natura, distribuendo a sua voglia i premii e le pene, ha inchiodato giù nei geli infernali quell'anima maledetta¹: nè, come se la divina sapienza si fosse presa cura di adempire il vaticinio di Oberto, il fine della vita di Buoso fu niente meno terribile di quello che gli aveva predetto. Il popolo, conosciuta la perfidia, acceso di sdegno rovesciò le sue case, distrusse il suo lignaggio,—a lui concesse la vita. Strascinava Buoso il capo grave di avvilimento e di miseria per le vie della città di cui era stato signore, perchè la Provvidenza per fare intero il supplizio gli aveva tolto la volontà di trucidarsi: errava durante il giorno nella sua salvatica solitudine, mormorando ratto ratto, come lo idrofobo, non curando gli urli, le contumelie, le percosse, con le quali non cessavano perseguitarlo. Nella notte, quando la rabbia della fame gli straziava le viscere, si appostava in luogo oscuro, e quivi copertosi il volto sporgeva la mano, e domandava elemosina per amore di Dio, con voce che studiava rendere diversa;—inutile tentativo! non v'era persona che tosto non lo scoprisse: alcuno passava chiudendo il cuore, e la borsa, e in suono minaccioso dicevagli: disperati, e muori;—questi erano i più pietosi! coloro poi che possedevano la scienza diabolica di avvilire le anime, e godevano di conficcare a più riprese il ferro nel cuore, gli davano il soldo, e col soldo la imprecazione, onde il cibo si convertiva in veleno pel sangue infiammato del paziente, e la bevanda diventava aceto e fiele all'anima angosciosa. Certa sera, tremante, battendo i denti pel ribrezzo della febbre, s'incammina ad un monastero, sperando che la pietà di quei Frati lo avrebbe raccolto: scese il primo e il secondo gradino, levò la mano per battere,—ad un tratto percuote la faccia contro la porta, e strisciando lungo il muro cade su i gradini:—alla mattina il portinaro lo trovò freddo quanto la pietra sopra la quale giaceva disteso. Sottrassero i Frati alle atroci villanie del volgo quegli avanzi della creatura, e li seppellirono nel chiostro. La carità della religione valse ad arrestare su le labbra la ingiuria, ma non gli potè recitare preghiera:—non lo aspersero di acqua benedetta;—la stessa compassione sospirò di piacere su quella sepoltura infelice….

  ¹ Va' via, rispose, e ciò che tu vuoi conta:
     Ma non tacer, se tu di qua entr'eschi,
     Di que' ch'ebb'or così la lingua pronta;
       Ei piange qui l'argento de' Franceschi:
     Io vidi, potrai dir, quel da Duera
     Là dove i peccatori stanno freschi.
                                INFERNO, 32.

Imprecheremo noi che in questo modo finiscano tutti i traditori?—No,—perchè il desiderio che il mondo divenga deserto è peccato.

CAPITOLO DECIMOSESTO.

IL CAVALIERE DEL FULMINE.

                L'una zuffa e poi l'altra io vi vo' dire,
                Che in due luoghi ad un tempo si travaglia;
                Lo strepito è si grande del ferire,
                Lo spezzar della piastra e della maglia,
                Che fa chi guarda intorno sbigottire.
                                     ORLANDO INNAMORATO.

Forse fu il premio della costanza:—Carlo di Angiò afferra la riva: allorquando il suo coraggio stette al cimento della morte, se qualcheduno gli avesse posto la mano sul cuore, non avrebbe sentito nè accelerare nè diminuire i suoi palpiti;—alloraquando scomparsa tutta speranza di esterni sussidii l'anima fu ridotta all'alternativa di abbandonarsi vinta, o di sopravvivere, spiegò tal vigore, di cui ella non si sarebbe reputata capace se la occasione non fosse venuta.—Carlo afferra la sponda, perocchè la galera forse di un miglio lontano da terra s'era sommersa tra Capo Linaro e Civitavecchia; ma travagliato, indebolito, in guisa che parve la vita essergli soltanto bastata per non morire nel mare. Il mattino vide quello uomo ambizioso, destinato a rovesciare il trono del gran Federigo, steso senza moto su la sabbia, irrigidito per tutte le membra, stillante acqua dai capelli, e dalle vesti;—il più vile lo avrebbe potuto impunemente oltraggiare, il più codardo spegnere;—un fiato, per quanto leggerissimo, estinguere quella scintilla vitale, che di per sè stessa guizzava incerta intorno alla sede delle sensazioni. Il sole, distillandogli per le vene il sottile suo fuoco, gli intepidiva il sangue, e richiamava i suoi spiriti all'usato ufficio; si levava a sedere come smemorato, e gittava gli occhi smarriti sul cumulo delle acque. Il cielo rideva sereno, il mare tranquillo,—e sì che vedevi galleggiare, testimoni del suo terribile sdegno, tavole, remi, remiganti;—pure lieto di un bello azzurro, lentamente scorrevole, come i passi del Signore, invitava con la lusinga del piacere ad affidarsi alla sua immensa superficie:—così tenta il peccato! Sopra tutti gli avanzi della tempesta era osservabile Armando, lo sciagurato Maestro: giaceva supino, e quel suo ventre, già per natura tumido, adesso maggiormente per l'acqua trangugiata, errava qua e là in balia del vento quasi isoletta natante; ora il flutto sollevandolo su l'estreme sue labbra pareva ridonarlo alla terra, e di subito ritirandosi lo trasportava più lontano che prima; ora lo deponeva sul lido, e poi, come pentito, tornava a rapirlo; se giungeva una o due volte scarso, quanto meglio poteva si allontanava indietro, non altramente che se volesse prendere tratto a spingersi più veemente, sì che la terza o la quarta, fremendogli attorno spumoso, tutto gorgoglío, lo rimenava seco in trionfo: pareva un fanciullo che prenda diletto col suo balocco…. ma i trastulli del mare sono navi infrante, e cadaveri.

—Povero Maestro Armando!—sospirò Carlo, poichè l'ebbe tristamente considerato; e la sua anima si abbandonava a lugubri meditazioni, quando alzata la faccia vide disegnarsi su l'orizzonte alcune vele, che secondate dal vento tentavano prendere la terra; ed ecco che Carlo, dimentico di ogni altra passione, anelante tra il timore e la gioia, si leva in piedi, intendendo a scoprire se fossero sue. La pietà nel cuore dell'ambizioso passa veloce come il lucido intervallo nella mente del pazzo…. Maestro Armando e i suoi fratelli d'infortunio scomparvero dalla memoria del Conte per non tornarvi mai più.

«Sarebbe questo un errore dei miei occhi? m'ingannasse il mio desiderio?» esclamò Carlo, fregandosi le palpebre per meglio vedere, «o questa è la mia diletta bandiera? azzurra è certo…. no…. sì. Così Santo Dionigi mi facesse la grazia che fossero le mie galere, come ella è veramente azzurra! Ahimè! anche quella di Manfredi ha il campo dello stesso colore…. ma l'Aquila bianca fa gran macchia, e oggimai si scorgerebbe…. nello sventolare di una piega ho visto rosso…. sì rosso…. San Martino glorioso! la mia bandiera! i fiordalisi d'oro! il rastrello rosso!» E qui con tal atto dimostrò la soverchia allegrezza, ch'egli stesso, ogni qualvolta lo ricordava in appresso, arrossiva, perocchè suoni antica quella sentenza, che nessuno uomo è eroe quando sta solo.

La fortuna, come femmina, stanca di Manfredi, seguiva innamorata le vestigie di Carlo, e come femmina abbandonava il buono pel tristo. Le galere chiamate dai segnali del Conte si fecero alla spiaggia, e i Francesi salutarono il signore loro con tali trasporti di gioia, che ad uomo resuscitato per miracolo non se ne farebbero altrettanti. Non lungi dal luogo, ove presentemente dimoravano, apparivano i campanili, le cupole delle chiese, e le case più alte di una città;—era Civitavecchia: Carlo vi condusse, costeggiando, le sue venti galere, e quivi lasciatele con parte di sua gente, se ne andò frettoloso a Viterbo presso Papa Clemente. Essi si abbracciarono, come due uomini, stretti per l'attuale bisogno, e pel futuro interesse, possono abbracciarsi.

Per altra parte il Monforte, con raro esempio di prospera ventura, traversata Romagna ove gli occorsero tutti i Guelfi d'Italia, tra i quali quattrocento uomini d'arme fiorentini, si avvicinava a Viterbo. Molto andava lieto il Conte Carlo della venuta del Monforte, molto più dei quattrocento Fiorentini che gli si erano aggiunti. E' bisogna sapere, che quando nel 1260 i Ghibellini per opera di Farinata prevalsero in Firenze, tutti i Guelfi si partirono nella notte del 13 settembre, e nella città di Lucca si rifugiarono: ben furono dai leali Lucchesi lungo tempo raccolti, finchè essi pure sconfitti nella guerra che sostennero contro quell'invincibile Farinata, doverono di altro più sicuro asilo provvedersi, se volevano campare dalla acerba persecuzione dei nemici. Questo fu caso pieno di lacrime: molte gentildonne partorirono su le Alpi di San Pellegrino, molti principali cittadini caddero morti per via, di fame, e di freddo; ma poichè, come dice lo Storico che questo fatto racconta,—bisogno fa prode uomo,—si ritirarono in Bologna, e quivi si dettero ad apprendere arme, e giornalmente esercitandosi vennero in breve a ottenere fama di valorosi cavalieri. Chiamati a Modena dalla fazione guelfa, superarono la ghibellina; lo stesso fecero a Reggio, dove dodici di loro, che in appresso tolsero il nome di Paladini, abbatterono, e uccisero il fiero gigante appellato Tacha, il quale con una grossa mazza di ferro tutti ammazzava, o guastava, come meglio potrà vedere nelle cronache di cotesto tempo il lettore vago di conoscere sì fatte cose lontane dal nostro soggetto. Questa gente, che molto erasi avvantaggiata in quelle guerre, appariva splendida di bellissimi destrieri e di ricche armature: li conduceva Guido Guerra dei Conti Guidi, pronipote di quel Guido Sangue, che solo scampò dall'universale eccidio che i Ravennati commisero di sua famiglia, s'egli è vero ciò che gli antichi Storici hanno preso cura di tramandarci. Carlo non avendo più danaro non fu parco di promesse, e il Pontefice d'indulgenze; anzi questi tanto gli ebbe per cari, che dette loro a portare la propria insegna, la quale faceva campo bianco ed aquila vermiglia con serpente verde tra gli artigli.

I Fiorentini la riceverono con la gioia dell'odio che si crede santificato; solo vi aggiunsero un giglietto rosso sopra la testa dell'Aquila, imperciocchè giglio rosso in campo bianco fosse la impresa dei Guelfi di Firenze, come il giglio bianco in campo rosso quella dei Ghibellini.

Adesso, uniti in bella ordinanza i Francesi e i Guelfi italiani, avendo per guida il Pontefice e il Conte di Provenza, muovono da Viterbo pel cammino di Roma. Cavalcava Clemente, vestito degli abiti pontificali, una bianca Chinea: la magnificenza del manto era tale, che non solo la sua persona, ma sì bene anche tutto il palafreno copriva, onde l'Alighieri ebbe a dire quello che disse nel Canto XXI del Paradiso¹: le barde del cavallo foderate all'esterno di scarlatto comparivano ricamate a rose d'oro; di scarlatto parimente ricamata a rose d'oro era la gualdrappa lunghissima: teneva su la testa una mitra, simile a quella che costumano i moderni Vescovi, però che il triregno non ornasse ancora le tempie pontificali, e fu soltanto sul finire di questo secolo, che primo l'adoperò il glorioso Papa Bonifazio VIII: nella manca stringeva il pastorale a similitudine del vincastro dei guardiani di pecore, per dinotare la mansuetudine di governo con la quale Gesù Cristo ordinava che si reggessero i Fedeli: la destra alzava in atto di benedire; e così ella era assuefatta a quel moto, che quando ancora non ne faceva mestieri segnava: ambedue le mani poi si vedevano coperte di bellissimi guanti, che in vocabolo canonico chiamavano chiroteche, e il dito anulare della destra cinto di sopra il guanto di un preziosissimo anello: di qua e di là dalla testa del cavallo due giovani donzelli vestiti di abiti sontuosi ne reggevano il morso, terminato con borchie d'oro dalle quali pendevano nappe di seta cremisi, e ne regolavano il passo. Dal lato destro del Papa si avanzava Carlo d'Angiò: aveva usbergo, braccialetti, panciera, cosciali, e schinieri, tutti di acciaio intarsiati di oro a rabeschi maravigliosi: invece d'elmo portava sopra la testa la corona da Conte: nelle mani un bastone d'oro contornato di gemme: dal sommo della spalla sinistra, attaccata a un bel nastro ricamato, gli pendeva la croce, che aveva ricevuto dal Cardinale Simone di Tours per dimostrare a cui ci voleva credere, che nessuno interesse mondano, ma la maggior gloria della Chiesa, lo aveva indotto nella guerra contro Manfredi: una clamide non diversa dalla imperiale foderata di vaio nell'interno, e nell'esterno trapunta a fiordalisi d'oro, compiva l'abbigliamento: il cavallo che montava Monsignor Carlo era quel desso, che soleva accompagnarlo in tutti i suoi fatti d'arme, generoso animale, bianco come fiocco di neve, nato di madre araba, e da uno stallone di Normandia; dalle narici carnicine ferocemente dilatate pareva fiutare la battaglia: bene era fatto a pennello, ed ammirabile in ogni parte del corpo, ma si agitava fastidioso dentro grave bardatura di cuoio di capra, che chiamavano cordevano, ricoperta di rabeschi, e di azzimine di acciaio: il Conte nel frenare l'impeto del suo impaziente destriero mostrava essere molto savio maestro di cavalleria, e sebbene nel sembiante impassibile, tuttavolta si conosceva, com'egli facesse piuttosto opera per concitarlo, che per reprimerlo. Dall'altro lato veniva la Contessa Beatrice sopra un ginnetto di Spagna, il quale, quasi fosse consapevole del grado di colei che lo cavalcava, scoteva tutto altero la testa, e caracollava in molto leggiadra maniera; l'animosa sdegnando, come le femmine di quei giorni costumavano, far tenere la briglia da uno scudiero, di per sè stessa lo conduceva. Sebbene, come abbiamo già detto, avesse molte delle sue gioie impegnato o venduto per sovvenire al marito in quella impresa, non si creda, che non gliene rimanessero tante da comparire ornata; un busto di lamina d'oro le fasciava la vita, seguendone i contorni naturali fino sopra i fianchi, dove le terminava, con la forma medesima delle corazze romane; nel mezzo con crisoliti, zaffiri, rubini, ed altre pietre preziose, stava configurato un giglio; il rimanente sparso di rosette composte di cinque pietruzze di diversi colori: cingeva ricca cintura, da una parte della quale era attaccata la borsa, dall'altra un pugnale: la veste azzurra, affatto simile a quella di Carlo, si vedeva trapunta di fiordalisi d'oro: ornava la corona di Contessa i suoi capelli composti in trecce minutissime, che parte delle guance e del collo le ricoprivano: Beatrice non era bella, ma alta di corpo, e maestosa: nel suo volto traspariva quella indefinita autorità, che i signori della terra derivano dai loro padri, o piuttosto dall'abitudine del comando. La gente raccolta sopra il cammino, al comparire di sì magnifica gentildonna applaudiva, ed ella con occhi scintillanti dal piacere le rendeva sorridendo cortesi saluti. Seguivano quindi i principali Baroni di Provenza e di Francia, con vesti ed arme diverse, che a descriverle tutte andremmo di leggieri a mille e più pagine, con troppo gran danno dei nostri editori; poi l'esercito diviso in drappelli di bella mostra, ognuno dei quali condotto da un Cavaliere di assai buon nome nella milizia.

¹ Cuopron di manti lor li palafreni, Si che duo bestie van sull'una pelle: O pazienza, che tanto sostieni!

In questa maniera procederono fino a Baccano: quivi incontrarono duecento armeggiatori coperti di zendadi azzurri, trapunti a gigli d'oro, montati sopra cavalli di un solo colore. Con la faccia rivolta all'esercito veniente stettero immobili, finchè non fu avvicinato a tiro di balestra: allora spronarono precipitosi con l'aste basse, come se volessero assaltarlo: ma ad un tratto si fermarono e súbito dopo si divisero, figurando una battaglia d'infiniti duelli: ricambiati alquanti colpi, alzarono le lance, ed offersero un lungo viale di armi intrecciate; poi tornarono a mescolarsi, e quale usciva, qual rientrava; alcuni correvano dal lato manco, altri dal destro, e si avviluppavano e si aggomitolavano, ch'egli era un brulichío, una confusione maravigliosa a vedersi: ad un segno dato, in meno che non si dice, comparivano ordinati in ischiere quadrate, piene e vuote, in fila disposte lungo la via, o in drappelletti traversi: quindi nuove giostre, nuovi greppi, e sempre vaghi, e sempre varii a vedersi, che forse di tali non se ne sono ancora eseguiti nei nostri balli moderni tanto vantati.

Gradito quanto meno aspettato riuscì a Carlo cotesto spettacolo, che non si rimase se non circa sette miglia distante da Roma. In quel punto correndo a tutta briglia scomparvero. Quando ebbe percorso un ben lungo sentiero il Conte li rivide immobili, come la prima volta, traverso il cammino, tenendo sollevate le lancie e i pennoncelli confusi; nè adesso, per avvicinarsi ch'ei faceva, sembrava che volessero muoversi. Carlo stava attento a quello che sarebbe per accadere, allorquando si aprirono e lasciarono vedere una magnifica ambasceria di signori romani, che, vestiti di lor cappe ermesine, si fecero innanzi al Pontefice, e piegando ginocchio a terra gli offrirono le chiavi d'oro della città: in appresso quegli che sembrava più autorevole tra loro, impetrata licenza, recitò una orazione che non era latina, ed italiana nemmeno, ma ch'egli però intendeva recitare in latino; nè noi la riferiremo: ti basti, o lettore, sapere che fu vilmente bassa, schifosamente servile, onde senza sforzo potrai immaginarla da te: sebbene durasse da oltre mezza ora, spremendone il sugo, diceva—essere universale desiderio del popolo e dei nobili romani, che Carlo fosse creato Senatore di Roma;—come se della signoria del Pontefice non avessero abbastanza, e ce ne sopravanzasse: e qui nota, lettore,—che anche tu sei popolo, e forse coll'esempio ti potresti emendare,—che quattro anni innanzi una medesima ambasceria deputata a Manfredi lo assicurava—essere universale desiderio del popolo e dei nobili romani, che fosse eletto Senatore perpetuo di Roma. Come poi Clemente avesse grata quella offerta fatta dai suoi sudditi a Carlo, lo sa colui che discende nel profondo del cuore: per quello che potè conoscersi, assai ne fu lieto nel sembiante, e rispose,—che volentieri. Allora fu portato un altare, sul quale stavano deposte molte sante reliquie e il libro degli Evangeli; il Pontefice scese da cavallo, e con esso il Conte e tutto lo esercito: fattosi all'altare gli si prostrava dinanzi, intuonando una preghiera che di mano in mano fu ripetuta da tutti i circostanti; poi rilevatosi in piedi domandava Monsignore Conte se voleva essere Senatore di Roma; al che Carlo rispose: che molto volentieri, dove concorresse il buon piacere di Sua Santità: Clemente allora aprì il libro dei giuramenti, ed ordinò che giurasse: Carlo, con la destra su gli Evangeli, leggeva: «Noi Carlo di Francia, per la grazia di Dio Conte di Angiò, di Folcacchieri, di Linguadoca e di Provenza, etc. etc. per libera volontà del popolo e dei nobili romani eletto Senatore di Roma, promettiamo con giuramento preso sopra i santi Evangeli, di non contribuire con fatti, nè con parole, a far perdere i membri o la vita al gloriosissimo Pontefice Clemente IV, pio, universale, apostolico, non meno che ai suoi successori, di rivelare le congiure, mantenergli nella possessione del Papato, e nel libero godimento delle regalie appartenenti al Patrimonio di San Pietro, provvedere alla sicurezza dei Cardinali e loro famiglie, conservare la città di Roma nella pienezza del suo territorio e di sue giurisdizioni, finalmente di fare tutte quelle cose che possono contribuire al maggiore onore della Santa Chiesa e di Dio.» Profferite queste parole, il Pontefice gli pose nella destra le chiavi in simbolo d'impero civile, poi la spada come condottiero delle sue milizie, finalmente lo stendardo di San Pietro, come campione di Santa Chiesa. Tanto tumultuoso fu lo scoppio degli urli, tanto il suono delle trombe, che fino da Roma lo sentirono. La notte era inoltrata quando giunsero alla patria di Cesare…. il cammino risplendeva come di giorno pe' molti doppieri che ardevano da ambedue le parti del cammino. Sotto la porta si vedeva solennemente ornato il Carroccio, inventato fino dall'anno 1026 da Ariberto Arcivescovo di Milano, onde servisse per segnale di guerra alle città italiche, non già per onorare la venuta di tali che dovevano respingere: questo era un carro, come i miei lettori sapranno, tirato da quattro o più bovi, bianchi e grassi a meraviglia, coperti di panno scarlatto, ricamato doviziosamente; girava intorno la base un doppio ordine di scalini, perchè le ruote agivano internamente, e su i gradini stavano fitti candelabri di argento, con ceri di stupenda grossezza: dal mezzo del carro sorgeva una antenna fasciata di drappo, nel cui mezzo era appeso il Cristo d'oro; all'estremità il gonfalone di Roma: i lembi del gonfalone, che di dieci e più braccia oltrepassavano il carro, sostenevano in cima dell'aste due Cavalieri armati di tutte arme, nobilissimi per sangue: molti altri minori stendardi simbolici circondavano il principale, nei quali tu vedevi il lione per denotare la forza, la donna che si specchia per la prudenza, quella appoggiata alla colonna con le bilance per la giustizia, e molte e molte altre virtù, che in quei tempi il popolo romano non aveva che su le bandiere. I Cavalieri, appena videro il Pontefice, il Conte e la Contessa avvicinarsi, andarono ad incontrarli con molto accorgimento, e li ricopersero del gonfalone a guisa di baldacchino. Il carro mosse; primo a trapassare le soglie di Roma fu il Pontefice. Le strade coperte di erbe mandavano attorno odore soave; le finestre illuminate, leggiadre di bei tappeti, apparivano ingombre di donne vestite dei migliori loro abiti, che gettavano a piene mani fiori della stagione sopra i Cavalieri francesi: questi poi, giovani e vecchi, come la natura loro li consiglia, volgevano a destra e a sinistra la testa con la velocità del pendolo, ed ogni qualvolta veniva loro fatto di scorgere un sembiante leggiadro, se lo ammiccavano con gli occhi, e sorridevano, ovvero, piegata la persona, l'uno sussurrava all'orecchio dell'altro, Dio sa che parole. In una strada si udivano suoni, canti, e si vedevano donne danzare, e uomini bere e darsi tempone: in altra il giullare con suoi giuochi sollazzare la corona del popolo che gli dimorava intorno per incantata, finchè egli col berretto in mano non se ne andava in giro gridando—larghezza; allora chi qua, chi là, si sbandavano tutti in traccia di un altro giullare che non fosse anche giunto a quella conclusione. Qui in mezzo d'una piazza, montato sopra una tavola, con una torcia ai piedi e il leuto al collo, il ciarlatano,¹ come forse faceva nell'antichità quel povero cieco di Omero, cantava le imprese di Carlomagno, di Orlando, e degli altri Paladini. Tra tanta gente intesa a sollazzarsi, come la serpe in mezzo al prato vedevi strisciare il tagliaborse, con passo obliquo, schivante il lume, ed aspettare al varco persona su la quale eseguire il suo tiro; perchè bisogna persuaderci, che da quando gli uomini ebbero testa da pensare, e mani da prendere, furono ladri; e ch'essi sono la solita accompagnatura dei signori, allorchè si recano con magnifica pompa in qualche città. Così trapassando per molti e diversi spettacoli di allegrezza, il Pontefice, il Conte e la Contessa con i principali Baroni, giunsero al Laterano. L'esercito già s'era diviso pe' quartieri apprestatigli dalla provvidenza romana. Carlo, dopo la cena, sentendosi stanco aspettava il cenno di Clemente per andare a prendere riposo, ma non osava domandarglielo; Clemente non voleva che stanziasse nel suo palazzo, ma non osava dirglielo; pure alla fine considerando che a lui toccava parlare, si levò da tavola, e favellò: «Conte, noi vogliamo che tu sappi, nessuno cattolico, per quanto d'arme e di tesoro potente, avere mai albergato fin qui nel nostro palazzo di Laterano, e questo teniamo in segno di rispetto meno per noi, che siamo il servo dei servi, che per l'Altissimo di cui facciamo le veci. Quello che è stato con tanta sapienza dai nostri predecessori stabilito, e da tanti Imperatori seguitato, noi non intendiamo revocare; però escine senza mormorare, dilettissimo figlio; di bene altri palazzi abbonda la città, nè per bellezza, nè per ricchezza punto inferiori a questo nostro; e partendotene persuaditi che noi non vogliamo già farti vergogna, ma sì provvedere alla fama di figliuolo ossequente a Santa Madre Chiesa, che altissima suona di te per l'universo.»

¹ Il nome di Ciarlatano è venuto da questi poeti erratili, che a modo degli antichi Rapsodi andavano di città in città a cantare di Carlomagno, onde si fece il Carlocantare, in appresso Carlotanare, e alla fine con maggior corruzione Ciarlatanare, e Ciarlatano.

Carlo, sebbene non fosse punto disposto a sopportare quelle grandigie papali, come dimostrò qualche anno dopo con la superba risposta a Niccola III degli Orsini, pure adesso con lieto viso si partì dal Laterano, e si condusse ad albergare altrove. Il Conte di Provenza, sì come savio, intendeva, che adattarsi una volta al piacere altrui, per poi fare sempre a modo proprio, non è cosa che deva punto guastare.

Nel seguente giorno il Pontefice e il Conte ristrettisi insieme si accordarono intorno molti punti sopra i quali gli scambievoli Ministri avevano creduto bene non tenere proposito, giudicando che si sarebbero intesi meglio tra loro. Quali fossero i discorsi fatti, e le condizioni pattuite è ufficio dello Storico riferire; a noi basta accertare che si accordarono. Sciolto il colloquio, i banditori percorsero la città, gridando: «Che nella prossima festa di Epifania, Monsignor Carlo e Madama Beatrice Conte e Contessa di Provenza, sarieno stati coronati Sovrani di Sicilia per mano del Signore Clemente IV, Pontefice gloriosissimo di Roma, nella Basilica di Santo Giovanni Laterano; che sarebbesi tenuta per tre giorni corte bandita, e rinforzata, sì che l'ultimo giorno fosse la maggiore di tutte, con facoltà di andare a qualunque Cavaliere portasse arme; che tutti i giorni dopo il mangiare si aprirebbe una giostra, i tenitori della quale erano i Monsignori Conte Guido Monforte, Guglielmo lo Stendardo, Boccard e Giuan Conti di Vandamme, Piero di Bilmont, Mirapoix il Siniscalco, Giuan di Bresilles, e Ludovico Jonville; che tutti quei Cavalieri che avevano vaghezza di provarsi con loro andassero a portare la sfida nel chiostro di San Paolo, dove dal sorgere al tramontare del sole sarebbero state esposte le insegne dei tenitori; e la Contessa Beatrice Regina del torneamento, e Giles Lebrun Contestabile del campo, avrebbero tenuto conto delle insegne, e dei nomi dei Cavalieri che si presentassero, etc.»

I primi raggi del sole non avevano per anche illuminato il nostro emisfero, che una calca di gente affollata nel giorno appresso intorno le porte del monastero di San Paolo aspettava ansiosamente che si schiudessero. Dopo lungo aspettare, si aprirono alla curiosità del popolo che in un momento inondò quel vasto ricinto del chiostro. Egli era una bellissima fabbrica pei tempi d'allora, divisa in quattro lati uguali, con portici composti di molti archi a sesto acuto, e di colonne sottilissime scanalate; le parti interne, scompartite in più quadri, rappresentavano con le meno triste pitture che in quei tempi si sapessero fare, le principali geste del glorioso Apostolo: tra le altre molto lodavano quella dove si vedeva il Santo preso dai manigoldi, che volevano ad ogni costo metterlo bocconi per vergarlo. Nè le geste di San Paolo erano i soli dipinti: vi compariva ritratto un Adamo che lavorava la terra—con una bella vanga di ferro: un Giudizio finale dove certi diavoletti arguti levavano le anime in forma di bambini dalle bocche di Cavalieri, Regnanti, Monache, Frati, e fino da quella di un Papa; in somma un Giudizio affatto simile all'altro che Andrea Orgagna condusse su le muraglie del Camposanto di Pisa; e, per finirla, tutti gli altri novissimi. Lungo le pareti stavano disposte l'arche dei signori defunti, nel sodo storiate di figure, che i Frati del luogo dicevano umane; sul coperchio giacevano le statue di coloro che vi erano chiusi; qui una donna con le braccia incrociate sul petto, il capo piegato su l'omero, gli occhi chiusi in atto di trapassata; più oltre un Magistrato vestito col lucco, seduto sur un fianco, col pugno appuntellato alle tempie, la faccia bassa, come uomo che mediti; più oltre ancora un Cavaliere armato da capo a piedi con la spada nuda alla mano, spirante sopra un fascio di trofei: il volgo dei morti, senza pietra,—senza scritto, che lo additasse all'amore dei suoi, stava confusamente sepolto sotto il pavimento del portico…. (poichè, vivo o morto, il volgo è sempre destinato a servire di pavimento; ma tale piacendogli stare, a me non tocca perfidiarci sopra. Trahit sua quemque voluptas.)

Dal lato opposto alle porte per le quali si entrava, sopra uno zoccolo fasciato di velluto cremesino sorgeva un'asta su la quale era attaccata una bellissima armadura, e a piè dell'asta stavano disposte quattro coppe piene di bisanti d'oro, in premio di chi avrebbe vinto la giostra: accanto a questa, ma piantate sul terreno, s'inalzavano altre otto lance, da ognuna delle quali pendeva lo scudo col nome e colla insegna del Cavaliere a cui apparteneva: il primo diceva Monforte, e la impresa mostrava una donna rovesciata. E qui bisogna avvertire essere stato in quei tempi il massimo degli oltraggi portare l'altrui sembiante capovolto nello scudo; onde quel superbo Monforte volendo in qualche maniera dinotare il suo disprezzo per l'Italia aveva inteso effigiarla nella donna che abbiamo descritto qui sopra. Nel secondo si leggeva Stendardo, e la impresa erano due bracci che armati di martello battevano sopra una incudine col motto: nè per picchiar si rompe: nel terzo e nel quarto, Vandamme; quello era tutto nero con gocce di argento, e fu dono della dama dei suoi pensieri, che volle in quel modo significare le lagrime che avrebbe sparso nella sua lontananza; nell'altro scorgevasi un cuore tra le fiamme, passato da parte a parte con una freccia, a similitudine di quelli che i nostri moderni amorosi mettono in cima alle lor lettere erotiche: il quinto diceva Belmont, e per impresa un vento affannato a spengere un fuoco col motto: nè per soffiar mi spengo: il sesto Mirapoix; la impresa, una testuggine col motto latino: Tarde sed tuto: il settimo Bresilles, e faceva levriero che ritorna con la lepre: l'ultimo appariva tutto bianco, come costumava portassero nel primo anno i nuovi Cavalieri, ed apparteneva al giovane Jonville. Subito dopo le aste vedevasi una lunga tavola coperta di ricco tappeto, intorno la quale sedevano le più belle dame romane e francesi, giudici ordinarii di quella specie di combattimenti: e la Contessa Beatrice in seggio più elevato come Regina; il Contestabile Giles Lebrun sopra uno sgabelletto a piè della tavola teneva un libro di pergamena per iscrivervi i nomi, o descrivervi le insegne di coloro che si fossero presentati a giostrare: i rimanenti Cavalieri, parte armati, parte abbigliati di ricche vesti di seta, stavano in piedi all'intorno.

Ormai era passata nona, nè alcuno si presentava a far contro i tenitori; così grande correva la fama di questi Cavalieri francesi, che nessuno per quanto prode si attentava. Guido da Monforte vestito di giustacuore di cuoio si avvolgeva tra i suoi fratelli di arme, e ad ora ad ora, sorridendo, diceva: «Non ve l'aveva io detto?»

La gente accorsa per vedere stava fissa alla distanza di quattro o più braccia dagli scudi dei tenitori, come se una linea magica le impedisse di venire oltre. Le dame romane, guardavano verso la folla per iscorgere qualche loro vagheggiatore, nè vedendovene alcuno, dimettevano vergognose la faccia; le francesi esultavano su l'onta d'Italia.

La folla si fende; un Cavaliere di aspetto leggiadro, con la visiera calata, portante scudo con figura affatto simile a quella del Monforte, se non che posta nella sua naturale attitudine, salutate in prima le dame, percuote col ferro dell'asta la insegna obbrobriosa del primo tenitore: al punto stesso il Cavaliere vede un altro ferro di mole maravigliosa, tinto di sangue rappreso percuotere la medesima insegna, onde volge la testa, e scorge un sembiante coperto di piastre di acciaio, il quale portava per impresa il fulmine, che cadente dalle nuvole abbatteva una torre, col motto: da man celata scende.

«Signori Cavalieri,» disse il Contestabile Lebrun ai due sopraggiunti «noi vogliamo avvertirvi, che quantunque sia in facoltà nostra accettare le sfide a tutta oltranza,¹ pure ameremmo che non vi fosse sangue.»

¹ Vedi pag. 65.

«Veramente» soggiunse il Monforte «anche io vi consiglio a ciò che vi ha detto Messere il Contestabile. Cavalieri, perchè non vorrei che per me nessuna dama portasse la guancia lacrimosa.»

«Se voi non volete correre il pericolo di accettare la sfida a tutta oltranza,» rispose il Cavaliere primo venuto «non avete che a pregarci alla presenza di queste dame, onde noi la commutiamo in primo transito

«Sangbleu!» gridò il Monforte» si udì mai orgoglio uguale a questo? Scrivete, Contestabile, la loro sentenza di morte. Badate, Cavalieri, se volete, io vi concedo sempre tempo a ritrattarvi.»

«Conte,» parlò il Cavaliere del fulmine» guardate in cortesia il ferro della mia lancia, non è sangue quello che vi sta sopra rappreso? Ed avvertite, non è mio quel sangue.»

«Se il fatto risponde alle parole,» soggiunse il Monforte «spero che ritrarremo qualche onore dalla vostra sconfitta.»

«O forse bestemmierete i Santi per avere provocato il torneo,» riprese il Cavaliere primo venuto.

«Signori,» favellò il Cavaliere del fulmine rivolto verso i tenitori «i vanti non vincono le prove delle armi, e disdicono altamente a gentili Cavalieri: faccia ognuno quel meglio che può; la vittoria sarà a cui Dio vorrà concederla….»

«A cui la lancia vorrà concederla, dovreste dire,
Cavaliere,»—rispose il Monforte.

«Come volete, Messer Conte. Contestabile, descrivete la insegna, perchè il mio nome dee rimanersi celato.»

«E di voi come ho a dire?»—interrogò Lebrun il Cavaliere primo venuto, dopo che ebbe descritto la impresa del Cavaliere del fulmine.

«Descrivete di me pure la insegna.»

«Prudente provvedimento quando uomo presagisce la disfatta!» disse sogghignando il Monforte, «così si getta via lo scudo e la vergogna.»

«Signori Cavalieri, i nostri tenitori sono otto, e voi non siete che due,» parlò il Contestabile: «vorreste forse sostenere soli l'assalto di tutti?»

«Avete compagni?»—domandò il Cavaliere del fulmine al
Cavaliere primo venuto.

«Ho l'anima,—la spada,—la lancia,—la mazza d'arme;—ognuna di queste vale un Francese: voi pure le avete, dunque siamo tanti e tanti.»

Il Monforte digrignò i denti per la rabbia, e gli occhi gli si empirono di sangue. Il Cavaliere del fulmine crollando la testa parlò: «Ecco che si è detto troppo più di quello che si vuole per una giostra a oltranza. Cavaliere, se siete valente quanto audace, spero in Dio che avremo vittoria: nondimeno io vo' che siamo otto anche noi, perchè l'uomo deve ben fidare in sè, ma non presumere. Or via, signor Contestabile, condurrò io gli altri sei: avranno stella d'oro in campo nero.»

Ciò detto, senza saluto, senza inchino, si volse verso la folla, la quale mormorando si aprì per lasciare il passo a quel gigante, che in un momento disparve. Il Cavaliere primo venuto, piegata la persona con atto gentile alle dame, che volentieri lo guardavano, parimente si allontanò.

Rotto lo incanto, suscitata la virtù italiana, si videro da tutte le parti farsi oltre Cavalieri a toccare, qual col ferro, quale senza ferro, gli scudi dei tenitori, così che al tramontare del sole il libro del Contestabile si trovò pieno di nomi, e di descrizioni d'insegne. Il Monforte accigliato non diceva parola; Lebrun chiudendo il libro si volse verso di lui, o disse: «Sapete, Conte, quello che dice il proverbio?»

«Che ho io a farmi dei vostri proverbii?»

«Vi acquistereste sapienza: offendi, e spegni

«Ho fatto il primo oggi, domani farò il secondo.»

«Se dirlo fosse farlo, non dubito che sarebbe; ma quei Cavalieri non avevano sembiante di cedere così leggeri; vedrete che a mangiarli saranno più di due bocconi.»

«Questo è perchè i sessanta anni vedono diversamente dai quaranta; e voi oggimai, signor Contestabile, siete più proprio a dire proverbii, che a menare colpi di spada.»

Giles Lebrun, Cavaliere senza macchia, e senza paura, sentendo quella acerba risposta, alzò la persona, come nei giorni della sua gioventù, scosse in atto di rabbia i capelli, bianchi di onorata canizie, e pensò di percuotere sul volto il villano: Monforte però nulla curando se fosse stato gradito, o no, quel suo detto, si era di già allontanato. La prudenza consigliò Lebrun a non muovere scandalo nelle presenti occasioni, ma la vendetta gli impresse la ingiuria nel cuore.

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Correva il giorno sesto di gennaio anno domini 1266, allorchè una splendida comitiva di Prelati, Magistrati, e Cavalieri italiani e francesi, si fecero a suono di trombe alla dimora del Conte di Provenza per guidarlo al Laterano, dove lo aspettava il Pontefice. Non mai cavallo di battaglia dimostrò tanto focosamente l'interna gioia al suono dell'assalto, quanto adesso Beatrice a quelle trombe, che le annunziavano doversi porre in cammino per essere incoronata: senz'altro badare interruppe la sua acconciatura, e si scagliò, quasi mezzo vestita, impetuosamente verso la porta per uscire. Carlo la prese pel braccio, la ricondusse al luogo onde si era mossa, e con voce pacata le disse; «Dama, contenetevi,—l'aver corona dal Pontefice non significa esser Regina.»

La messa solenne è cantata da Papa Clemente, assistito da Rodolfo Vescovo di Albano, Archerio Prete di Santa Prassede, Riccardo di Santo Angiolo, Goffredo di San Giorgio al Velo d'oro, e Matteo di Santa Maria in Portico, Diaconi Cardinali. Il Conte e la Contessa di Provenza, vestiti di bianco, stanno genuflessi sopra doviziosi pulvinari. Finita la messa, Archerio e Rodolfo si fanno incontro a Carlo, Riccardo e Goffredo incontro a Beatrice, e li conducono presso i gradini dell'altare. Clemente prende la Bolla della investitura di sopra la santa mensa, e legge a voce alta: «Noi Clemente Papa IV, servo dei servi di Dio, pel potere delegatoci da Gesù Cristo, e dal Principe degli Apostoli San Pietro, di provvedere alla maggiore gloria della Chiesa, commessa dalla onnipotente bontà alle cure del nostro reggimento, ordiniamo che del Regno di Sicilia ultra e citra, giurisdizioni, appartenenze, feudi, etc., sia considerato come decaduto Manfredi di Svevia, e la sentenza di scomunica già dai nostri antecessori contro lui pronunziata con le presenti confermiamo; Carlo Conte di Angiò, e di Provenza, nostro dilettissimo figlio, di questo Regno medesimo investiamo, eccetto la città di Benevento con tutto il suo territorio e pertinenza, per sè, pe' suoi discendenti maschi, e femmine; ma vivendo i maschi, sieno escluse le femmine, e tra i maschi succeda il primogenito; i quali tutti mancando, o rompendo le cose pattuite, ricada il Regno alla Chiesa Romana. Le condizioni sono: che non si divida il Regno: che si presti giuramento di ligio omaggio, e di fedeltà alla Chiesa: che se il Re di Napoli sarà creato Imperatore, e Sovrano di Lombardia, o di Toscana, dentro quattro mesi renunzii il Regno: che se il Re è maggiore di diciotto anni amministri di per sè stesso, se minore si sottoponga alla curatela della Chiesa: che annualmente nella vigilia dei Santi Pietro e Paolo si paghi il censo di ottomila once d'oro, e più un palafreno bianco, buono, e bello: che in sussidio della Chiesa a richiesta del Pontefice mandi trecento uomini di arme pagati per tre mesi, o pure possano commutarsi in soccorsi di navi: che il Re, e suoi successori, non s'intromettano nelle elezioni, e postulazioni dei Prelati, salvo però quello che loro si appartiene per Juspatronato: che non s'impongano taglie alle chiese: che si tengano pronti mille cavalieri per Terra Santa etc.» ¹

¹ Molte altre sono le condizioni, che non abbiamo poste per non riuscire gravosi, le quali si possono riscontrare nel Giannone.

Carlo che sentiva tutte queste condizioni con animo di non serbarne pur una, maestosamente risponde: «Noi Carlo di Francia, per la grazia di Dio Conte di Angiò, di Folcacchieri, Provenza, e Linguadoca, Re di Sicilia, del Ducato di Puglia, e del Principato di Capua, a voi signor Clemente Pontefice IV, e in nome vostro ai vostri successori facciamo ligio omaggio pel Regno di Sicilia, e per tutta la terra ch'è di qua dal Faro fino alle frontiere, eccettuata la città e contado di Benevento, distretti, e pertinenze, a noi, e ai nostri eredi concessa dalla predetta Chiesa Romana; le cose espresse nella Bolla ratifichiamo, e di tenerle osservate promettiamo e giuriamo.»

Matteo Cardinale Diacono, preso il libro degli Evangeli lo pone innanzi al Conte ed alla Contessa, che mettono le mani sopra di quello; Clemente tolti dallo altare due manti di porpora foderati di ermellino li porge ai Cardinali, che ne coprono le spalle a Carlo e a Beatrice, i quali súbito prostrati su i gradini dello altare ricevono dalle mani del Papa la unzione col crisma consacrato, e la corona reale, che Matteo gli presentava in un vassoio di argento. Beatrice trema, scolorisce, una lagrima le sgorga dagli occhi, e cade sul pavimento: Carlo impassibile, più che alla presente cerimonia, tiene l'animo rivolto ai mezzi di conquistare il Reame di cui per ora ha la corona soltanto. Il Pontefice, incoronati i personaggi, lascia egli pure cadersi in ginocchio, e invoca a braccia levate lo Spirito Santo; il popolo risponde alla prece con grida tumultuose; le campane suonando a distesa accennano la cerimonia consumata; le trombe vi aggiungono altissimo fragore. Viva Re Carlo! Viva la Regina Beatrice! Vivano i Re di Sicilia! e la chiesa al rimbombo pare che cada rovesciata dai fondamenti: pure tra tante voci che applaudivano si udì un urlo, che disse: Morte agli stranieri! Ogni uomo riputando di avere a lato colui che aveva tanto ardito (così l'urlo fu sonoro e terribile) si volse cruccioso, ma su le labbra del vicino udì spirare l'ultime sillabe, Viva Re Carlo: sospettarono molti che si fosse partito dal soffitto, e alzarono gli occhi verso quella parte; nè agli orecchi di Carlo rimase celato, e fu sentenza di morte per molte centinaia d'individui, che immolava in appresso per acquietare il sospetto suscitato nell'anima sua. Clemente, compiuta la preghiera, scese, baciò il Re su la fronte, abbracciò la Regina, e disse: «En uncti Domini, et Reges estis. Sicut rugitus leonis, ita est terror Regis; qui provocat eum peccat in animam suam: sed sicut divisiones aquarum, ita cor Regis in manu Domini. Pax vobiscum.»¹

¹ Ecco, siete Re, ed unti del Signore. Il terrore del Re è come il ruggito del lione; chi lo provoca a indignazione pecca contro l'anima sua: ma come i ruscelli di acque, il cuore del Re è in mano di Dio. La pace sia con voi.

In mezzo agli applausi della plebe romana i nuovi Sovrani volsero al Palazzo Laterano dove magnificamente banchettarono; il Pontefice si assise terzo alla loro mensa, ma in luogo più elevato, come conveniva all'altezza della sua condizione. Remosse le mense, andarono accompagnati dalla medesima comitiva alla Piazza di San Paolo, accomodata per uso di torneo. Quivi si addestrava quotidianamente la gioventù romana in certe giostre, che si combattevano con lance senza ferro chiamate bagordi; e così fosse piaciuto a Dio che sapienza di senno avesse avuto in quei tempi la Italia nostra, come aveva fortezza di bracci! Egli era un campo di forma ovale circondato da fossa profonda, larga quattro o sei braccia, che in queste occasioni si riempiva di acqua: presso al punto in cui le curve si stringono per riunirsi avevano tratto una linea retta, e lo spazio tra questa linea e l'estremo del campo serviva pe' sergenti, araldi, contestabili, ed altre persone necessarie a quel combattimento: intorno le fosse avevano inalzato palchi coperti di tappeti bellissimi, e tra questi, come ognuno potrà immaginare, andava distinto quello di Carlo per ricchezza di tappezzerie, ori, e bandiere di mille colori. Giovani donne di aspetto leggiadro, e di guancia fiorita, splendide delle più ricche vesti, sedevano tutte contegnose, cupide di un saluto per parte dei Cavalieri combattenti, che valesse a distinguerle. Intorno agli steccati la plebe stupida e feroce si affollava, si urtava per meglio vedere; nè a farla star quieta giovavano le calciate di lancia che d'ora in ora distribuiva il ruvido soldato. Accennando Carlo, suonavano un corno: le anime dei circostanti furono percosse da brivido di speranza, e di timore; un profondo silenzio si diffuse da per tutto: suona la seconda volta,—la terza;—allora si abbassano due ponticelli alla estremità della piazza, e i Cavalieri a due a due passano la fossa. Giles Lebrun Contestabile in mezzo del campo fece accostare i Cavalieri, e giurare loro sopra i santi Evangeli, che avrebbero combattuto francamente, senza frodi, senza malíe; che le loro armi non erano ciurmate, e che non avrebbero altro aiuto invocato se non quello di Dio, e della Vergine Santissima: dipoi rammenta loro di non ferire i cavalli, e divide il vantaggio del vento, e del sole; ciò fatto, si ritira alla estremità del campo dalla parte destra vicino al palco del Re Carlo per meglio ricevere i suoi ordini, e quivi rimane immobile come la statua del Commendatore Lojola: lì presso a lui stava il premio del torneo. Gli altri due minori contestabili con gli araldi si posero ai capi della piazza che abbiamo descritto, accanto ai ponticelli. I Cavalieri disposti in ordine da una parte e dall'altra aspettavano il segno. Giles Lebrun abbassa l'asta, e i Cavalieri si rovinano addosso. Vergognosa narrazione! sei Cavalieri italiani al primo affronto cadono scavalcati: i soli Cavalieri del fulmine, e primo venuto, si tennero fermi in sella; ma come se atterriti da súbita paura, voltaron i destrieri verso le lizze. S'alza all'improvviso altissimo suono di risa per dileggio dei vinti, e un battere di mani pe' vincitori, e uno urlare, e un pestare, che assordava la gente: le dame sventolavano le ciarpe; Carlo godeva in suo cuore che con la paura degl'Italiani si mantenesse la reputazione delle armi francesi.

«Siete voi Italiano?»—domandò il Cavaliere del fulmine al
Cavaliere primo venuto.

«Sono.»

«E che pensate di fare?»

«Vincere, o morire.»

«Insegniamo dunque a cotesti superbi che noi due bastiamo per tutti.»

Al punto stesso voltano le teste dei cavalli: gli spettatori in attenzione di nuove cose si tacciono. Trasportati dall'impeto dei loro destrieri, i tenitori che primi incontravano le lance nemiche furono Bilmont e Bresilles; questi percosso dal Cavaliere primo venuto stramazza sul terreno a gambe levate; quegli ferito dal Cavaliere del fulmine di colpo tanto rovinoso, che la lancia, rottagli la visiera, gli entra in bocca, gli taglia la lingua, e gli riesce dietro la nuca, sollevato di sella è scagliato cadavere lontano nel campo. I due Cavalieri italiani, riabbassate le aste, continuando il corso, si affrontano in Mirapoix il Siniscalco, e Jonville, il giovane Cavaliere; Mirapoix e il cavallo sotto l'asta del Cavaliere del fulmine vanno sossopra, e il peso dell'animale fiacca una gamba al caduto, che dai sergenti viene trasportato tutto doloroso fuori del combattimento; Jonville, quantunque côlto al cimiero premesse con le spalle le groppe del suo cavallo, e l'asta per lo spasimo gli sfuggisse di mano, nondimeno afferrata la spada voleva ricominciare lo affronto: il Cavaliere del fulmine gli spinge addosso il cavallo, e gli prende la mira sul fianco; guai a lui se l'avesse côlto, chè non avrebbe mai più vestito piastra nè maglia; ma il Cavaliere primo venuto vedutolo approssimarsi prese tempo, e gli dette tal colpo sopra la lancia, che sviatala dalla mira, si conficcò nelle coste del cavallo, nè si rimase, finchè tutta sanguinosa non apparve dall'altra parte: Jonville abbrividì a quel colpo, e considerando la sua vita andar salva per opera del Cavaliere primo venuto, porgendogli la spada gli disse: «Signore, la cortesia vostra mi ha conquistato.»

«Uscite, e tenetevi su la vostra parola per mio prigioniere all'estremità del campo.»

I fratelli Vandamme, nobilissimi giostratori, e pieni di prodezza, mal sofferendo quell'onta, si fanno con gran cuore a vendicarla. Quel dallo scudo nero con goccie di argento ferisce il Cavaliere del fulmine, gli fora lo scudo, e passa senza ricovrare la lancia; il Cavaliere percosso non piega un dito dal cavallo, ma sbaglia il suo colpo, e non trova il corpo avversario, cosa che soleva accadere ai giostratori mal pratici, o fuori di esercizio: infiammato di sdegno afferra la mazza d'arme, che gli pendeva dall'arcione, e la scaglia con tanta aggiustatezza sul fuggente Vandamme, che gli taglia l'elmo, la cuffia, e la ventaglia di acciaro; la testa ebbe salva per miracolo, se non che l'impeto della scure gli sfiorò un poco la pelle, e gli tolse alcuna ciocca di capelli: il Cavaliere del fulmine, che la vittoria sembrava rendere feroce, si disserra sul Vandamme, che intronato nel capo, privo del lume degli occhi, accennava ogni momento di cadere, lo prende alla gorgiera, lo tira giù da cavallo, e sprona verso la fossa per annegarvelo: un urlo di rabbia si fece sentire a quell'atto, e il Monforte, e lo Stendardo, si precipitarono a salvare il mal capitato compagno. Il Cavaliere primo venuto per questa volta fu più avventuroso di prima, perchè il suo avversario, mentre, arrivato da troppo acerba percossa, s'ingegna, stringendo i ginocchi, di non perdere le staffe, la cinghia della sella gli si rompe, ed egli trabocca sul campo; il cavallo lasciato in balía di sè, mentre vuol percorrere la piazza, è preso pel morso dal Cavaliere vincitore, e ricondotto cortesemente al vinto.

«Cavaliere, scendete, e cambiamo qualche colpo di spada, già che il cavallo non può più servirmi, almeno per oggi,»—disse il Vandamme.

«Signore,» rispose il Cavaliere primo venuto «volentieri farei quello che mi richiedete, ma il bisogno mi chiama altrove; io vedo il mio compagno assalito da due Cavalieri, nè posso lasciarlo solo: contro il Monforte, e non contro voi, noi portammo la sfida ad oltranza.»

«Cavaliere, io non saprei dirmi vinto oggi, senza un patto.»

«Ditelo.»

«Che voi veniste a combattere meco domani: lo promettete?»

«Lo prometto, salvo che impedimento non si opponga.»

Dopo queste parole il Cavaliere primo venuto si muove in soccorso del suo compagno, che, sopraggiunto dal Monforte di un colpo di lancia su la spalla destra, era stato costretto a lasciare il Vandamme, il quale fu miseramente calpestato dal suo cavallo, e piegare dal lato sinistro per modo, che, se non avesse puntato l'asta per terra, sarebbe per certo caduto; ma così presto si addirizzò, che lo Stendardo, avendo preso la mira bassa per ferirlo, piantò l'asta in terra. Il Cavaliere primo venuto, giungendo a gran corso, urta le spalle dello Stendardo così fieramente, che questi battendo col viso su le barde del suo destriere si sconcia il naso, e due o tre maglie della visiera gli si incarnano nelle guance; quindi continuando percuote il Monforte, e rompe nel suo usbergo la lancia; levata tosto la spada, si dà a tempestarlo, e s'ingegna a tenerlo corto, perchè non adoperi l'asta. Nel punto stesso apparisce uno stupendo caso; il destriero del Cavaliere primo venuto, di tutto nero che era, si tramuta all'improvviso, pezzato con grandi macchie di bianco.

«Ah! disleale Cavaliere!» gridò spaventato il Monforte «tu sei ciurmato. Contestabile!»

«Conte, vorreste con gli errori del volgo coprire l'onta della vostra sconfitta? fatelo, se vi pare onorato; ma se vi accostate, potrete conoscere, ch'io tinsi il mio cavallo perchè non fosse riconosciuto, e che la fatica ha fatto in parte cadere il colore.»

Il Monforte dopo avere verificato il fatto, rispose: «Comunque ciò sia, scendete, Cavaliere, e combattiamo a piedi.»

«Come volete, Conte.» E scesero, e continuarono la battaglia più fieri di prima.

Il Cavaliere del fulmine, ripreso campo, venne molto terribile sopra lo Stendardo, che côlto all'improvviso traboccò da cavallo; il suo nemico, riputandolo svenuto, scese, e gli andò incontro per finire la battaglia: lo Stendardo rilevatosi strinse la spada, e cominciò a difendersi assai francamente; erano i suoi colpi quanto quelli del Cavaliere del fulmine poderosi, ma faceva meno frutto a cagione dell'arme; imperciocchè i Francesi adoprassero in quei tempi i ferri quadrangolari taglienti su la punta soltanto, che con proprietà di vocabolo si chiamavano stocchi, mentre gl'Italiani li usavano taglienti per ambidue i lati, e in cima, i quali si distinguono col nome di spade. Ricambiati molti colpi, che non meritano descrizione, il Cavaliere del fulmine dette di tanta furia con la punta della spada nello scudo nemico che da parte a parte lo traforò.

«Cavaliere,» allora esclamò giubbilante «non so se il vostro scudo per picchiar si rompa, ma certo per forar si fende.»

Lo Stendardo rispose con una stoccata, che tagliando le piastre dell'usbergo nemico, gli piagò il fianco, e ne trasse il tepido sangue. L'offeso, pieno di sdegno, gettato lo scudo, afferrata la spada a due mani, percosse su la testa dello Stendardo; questi, che stava troppo bene su la guardia, fu presto a ricoprirsi il capo dello scudo; la spada cade, taglia lo scudo, il cimiero, l'elmo, e forse gli avrebbe diviso la testa, se non che il ferro col quale era fissata nell'elsa, si torce, e però la sua forza cessava sopra la cuffia di ferro: il feritore vedendo il nemico stordito, senza porre tempo tra mezzo, gli si spinge addosso, afferra con la manca la sua destra, e così forte gli contorce le ossa, che mandarono uno scricchiolare, come se fossero stritolate; lo Stendardo dal gran dolore rinviene, e lascia andare lo stocco; il Cavaliere del fulmine si avanza con la sua gamba destra tra le gambe dell'avversario, e con la mano tuttavia armata dell'elsa, di tanto grave punzone lo pesta nella visiera, che senza pure aver tempo d'invocare i Santi, di nuovo spasimato lo rovescia sul terreno; il feritore seguendo la sua vittoria trae il pugnale, si china, gli taglia il cuoio della visiera, e gli grida che si renda; nessuna risposta: lo Stendardo aveva la faccia piena di morte; su la bocca, e sul naso una spuma sanguinosa, intorno gli occhi un lividore quasi nero; ben fu due e tre volte tentato il Cavaliere del fulmine di conficcargli la lama del pugnale nella gola, e l'alzò, ma poi, come sdegnoso di tale atto, che il costume del tempo non considerava per vile, gli prese la spada, e lo lasciò privo di sentimento sul campo.

«Quanto era meglio per voi, che Goffredo di Presilles non inventasse il torneo!» gridò il Monforte ferendo di gran forza il Cavaliere primo venuto: «pensate a non dar tanto affanno alla vostra dama, a non far piangere la madre vostra.»

«Volete soccorso?»—disse, sopraggiungendo, il Cavaliere del fulmine al suo compagno, che vide in due o tre parti ferito.

Questi non risponde parola, e, come se fosse tutto fresco, raddoppiato vigore, muove tanto furioso assalto al Monforte, che, con la sua arte, appena di tre colpi può pararne due; calando terribili fendenti di sotto, di sopra, gli manda in pezzi lo scudo, gl'infrange in minutissime scheggie lo spallaccio di acciaro, e così aspramente gli impiaga la clavicola, che il braccio per poco sta che non gli cada in terra reciso.

«Guarda, Monforte, quanto t'era meglio avere Italia senza colpo ferire! guai a te, se i suoi guerrieri combattessero tutti!»—esclama il feritore, e lo incalza.

Il Monforte soprappreso dall'angoscia comincia a perder terreno, ad ogni colpo cede un passo; il suo nemico avanzando calca le orme stesse, ch'egli imprime fuggendo; Il ferro del Cavaliere primo venuto, veloce, come la lingua del serpente, ora lo ferisce sul ventre, ora gli penetra nella visiera; tutto il suo corpo con tale un impeto assai più che umano gli preme le ginocchia, e il petto; il pensiero che il suo avversario sia ciurmato torna più spaventoso che mai nella mente del Monforte, nè poco contribuisce ad avvilirlo.

«Renditi, o sei morto! «—grida l'incalzante, che scorge il Monforte giunto in parte che indietreggiando anche un poco si sommerge nella fossa.

«I miei padri non si sono mai resi.»

«Questo vuol dire ch'essi furono più valorosi di te, non già che tu non debba cedere al più forte: chiamati vinto.»

«Uccidimi se hai vinto, ma non isperare che io te lo dica.»

Allora il Cavaliere vittorioso, voltate le spalle, si mette a fuggire: il Monforte, sorpreso del caso, si guarda attorno, e si vede su l'orlo della fossa:—tu non lo avresti fatto,—gli rimprovera la voce della coscienza: disperato di vincere la prova, torna a combattere per morire onoratamente.

Il Cavaliere del fulmine, con le mani sopra il pomo della spada fitta nel terreno, stava immobile a considerare il mortale duello; poteva, se avesse voluto, con un suo colpo finirlo, ma lieto del valore del compagni, gliene lasciava tutta la gloria.

Il Monforte cade abbattuto, il suo nemico gli calca il seno col piede, e alzata con ambedue le mani la spada di punta su la visiera smagliata, gli parla: «Cavaliere, troppo mi graverebbe ucciderti, perchè, sebbene orgoglioso quanto Lucifero, io ti provai valente nell'armi, e quello che potevi fare hai fatto per difenderti da me: chiamati vinto, salva la vita; e rammentati che se Italia dorme, non meritava di essere effigiata capovolta nel tuo scudo; ella dorme, ma se si sveglia, quale schiatta umana la vincerà?»

«La vittoria ti ha dato il diritto di uccidermi, uccidimi; ma risparmiati in nome di Dio questi tuoi sanguinosi rimproveri: io ti avrei di già trucidato!»—rispose il Monforte a mala pena respirando per la oppressione che gli davano le angoscie del corpo e dell'anima.

«Renditi, ed hai salva la vita.»

«No.»

«Che faremo noi di questo ostinato?»—domandò il vincitore al Cavaliere del fulmine, il quale freddamente rispose: «Dategli il colpo di grazia

E l'obbediva, se non che ad un tratto sente gridare per ogni parte: «Ferma! ferma!» e il rumore di una moltitudine che si muove gli percuote l'orecchio; alza la faccia, e vede superate le lizze, valicate le fosse, ed una calca di gente stringersi in cerchio intorno di lui.

«Che è questo?»—domandava al compagno.

«Il Conte di Provenza» gli rispondeva costui «lo ha dichiarato vinto facendo alzare la lancia al Contestabile Lebrun. La nostra parte è finita, andiamo.»

«È egli bene che ce ne andiamo a guisa di fuggitivi?»

«Io credo che sì: questa gente che ci viene addosso ama più il Monforte di noi, e non è la prima volta, che il premio del Cavaliere vincitore del torneo fu morte a tradimento: se volete campare, salite in sella, e seguitemi.»

Il Cavaliere, lasciato il Monforte, che dopo le ultime parole era caduto in deliquio, montò il suo cavallo, e si mise dietro allo sconosciuto compagno: questi cavalcò al luogo dove stava il premio del torneo, levò da terra l'asta, l'armatura e lo zoccolo, prese una coppa piena di bisanti, e la gittò alla plebe, la quale si sbandò in un subito per raccogliere le monete: allora l'avresti veduta percuotersi nel volto, carponi per la terra: e qui taluno aspettare che il suo vicino avesse preso il bisanto, poi dargli un pugno sotto la mano, il bisanto balzare all'aria, egli ghermirlo, fuggir via, e mescolarsi nella folla, che richiudendosi a un tratto non permetteva al derubato di perseguitarlo; là tali altri afferratisi pe' capelli, mentre s'impediscono scambievolmente di raccogliere la moneta, che potevano dividere, giunge un terzo che la porta via intera; in somma era uno schifoso spettacolo dell'umana cupidigia: molti considerando che i loro sforzi sarebbero tornati vani per acquistare i danari già sparsi, si affollavano al Cavaliere del fulmine, che gittò la seconda coppa, e la terza, e la quarta, tanto che giunse a distrigarsi a salvamento fuori di quella ciurmaglia.

L'onorato Lebrun, che quantunque il giorno innanzi offeso dal Monforte, aborriva ogni vendetta, che non fosse generosa, fu che salvò la vita al male arrivato Conte. Carlo, più volte a grande istanza da lui supplicato, ordinò che sollevasse la lancia, cosa che il Contestabile fece molto volentieri; e quindi affannoso andò co' sergenti a soccorrere il Monforte, che privo di sentimento trovarono steso per terra, e con modi soavi trasportarono alla sua abitazione.

I Cavalieri primo venuto, e del fulmine, comecchè cavalcassero a gran fretta, furono ben tosto raggiunti dai loro sei compagni, i quali, rimasti prigioni a prima giunta, non trovarono per l'esito della battaglia impedimento all'andare. Così riuniti, senza profferire parola, s'internarono nel più profondo di una vicina foresta; avevano forse mille passi percorso, allorquando si abbatterono in circa dugento uomini di arme, che da lontano con le daghe e con le partigiane gli salutarono. Il Cavaliere del fulmine venuto loro dappresso si calò la visiera, e disse:—«Compagni, abbiamo vinto.»

CAPITOLO DECIMOSETTIMO.

IL RIMORSO.

                Perchè nessuna notte ha seguitato il giorno,
                nè nessun giorno la notte, che tra il vagito
                dei nascenti non siasi inteso il pianto della
                morte, e dei funerali.
                                            LUCREZIO, 2.

«Siete voi, Messer Ghino! Già il cuore me lo aveva rivelato;»—esclamava il Cavaliere primo venuto abbassando la visiera a sua posta, onde Ghino aperte le braccia gli correva incontro gridando: «Voi qui, Principe Rogiero!» E si abbracciavano scambievolmente, e amorosamente si baciavano in bocca.

«Come mai, Cavaliere,» riprendeva Ghino «di amico ch'eravate di Francia, le siete diventato, e così tosto, nemico?»

«E' dovete sapere, messer Ghino, che allorquando io portai le lettere di Napoli alla Contessa Beatrice su le rive dell'Oglio, Monforte tutto cruccioso si volse al cielo esclamando:—Sire Dio, noi avremo Italia senza colpo ferire…. adesso ha imparato che mal per lui se gl'Italiani ferissero!…»

«Vedi petulanza! e non aveva anche vinto: pensate un po' quale orgoglio avranno costoro quando domineranno su Napoli…. Oh! se i patriotti nostri!… Ma or via, venite, Cavaliere, che dovete essere stanco e ferito, ed io non ho mai temuto quanto oggi di trafelare nell'arme;—con l'aiuto di Domineddio abbiamo fatto assai prove per oggi.»

Così s'incamminarono verso una casetta riposta in luogo assai remoto nella foresta, dove Ghino accolse ospite per la seconda volta Rogiero.

Ora poichè pel riposo, e per le cure di alquanti giorni ebbe Rogiero rimarginate alla meglio le ricevute ferite, avvenne che certa volta, essendo lontano Ghino pe' bisogni della masnada, si mettesse soletto per la foresta; teneva le braccia incrociate sul petto, il capo chino a terra,—camminava or lento, ora ratto, spensieratamente. La rimembranza delle passate avventure gli assaliva l'anima come un senso di mestizia, poi come irritazione dolorosa, alla fine come eccesso di rabbia; allora tu lo avresti veduto correre, cacciarsi le mani pe' capelli, disfatto nel sembiante, stralunato negli occhi, urlando e bestemmiando, come creatura travagliata dagli assalti del Demonio. Tutto sudante si appoggiava al tronco di un albero, o tra l'ansare dell'affanno sofferto ad alta voce diceva: «Qual è che nega il destino? Venga chi il nega a contemplare la sentenza feroce che mi condanna alla infamia; e se il cuore gli basta, affermi che non sia destino.—Ecco, non vedo lato dal quale mi volga, che non sia un delitto:—delitto, se sto neghittoso,—delitto, se opero. Il sangue di mio padre grida dalla fossa…. chiudiamo il cuore e le orecchie…. egli starà come un'accusa contro di me davanti al trono del Signore,—come, una vergogna alla faccia degli uomini…. Sia vendicato;—come?—Chiama il Re Manfredi a duello…. stolto! quelli stessi che sentono giù nel profondo la tua giustizia, ti getteranno addosso l'onta della follía;—sarai trucidato senza frutto,…. lascerai ai tuoi discendenti nuovo misfatto da vendicare.—Chiama lo straniero, l'anima di tuo padre sarà vendicata…. la tua patria oppressa!—Feriscilo da tergo…. questo sarebbe il meglio…. ma non si sa perchè gli uomini lo hanno chiarito infame. Ahimè! vedo il disprezzo della gente a mo' di forma mostruosa che si apparecchia a lacerare la mia rinomanza; vedo schierate dinanzi al pensiero le colpe presenti, i falli futuri, ma i miei tra tanta moltitudine appaiono distinti di proprio colore;—vedo il mio nome, non altrimenti che una piastra di metallo ingrappata nella memoria dei posteri si fosse, farsi più splendido sotto i miei sforzi di consumarlo, e richiamare l'attenzione dei secoli. Sommo dolore egli è questo;—ma fine dei dolori,—la morte. Se la vita è un presente, vi renunzio; l'avrei renunziata, se la mia ragione avesse potuto conoscere la vita, e se l'avessero interrogata;—s'ella è una pena, perchè punirmi? perchè sarò doppiamente punito per non sopportare la pena? Questa non si chiama giustizia…. Giustizia! osa profferire sì fatta parola al cospetto del potente:—dov'egli abbia sortito dal cielo compassionevole indole, farà per lo meno guardare dal medico se hai sano il cervello.—E poi io difesi la vita dalla fame, dalla sete, dal freddo, da tutti gli stenti, che a corpo mortale è dato sopportare; ma dall'obbrobrio non ho saputo,—non ho potuto: se lasciarla fu colpa, tenerla era vituperio; tra il vituperio e la colpa, io ho scelto l'ultima: se doveva scegliere il primo, perchè non additarmelo? perchè darmi tanta paura del disonore? perchè compartire ai miei simili una smaniosa volontà di perseguitare l'avvilito? perchè sarebbe peccato? Sia un corpo di forma quadrata, o rotonda.—servirà meno agli ufficii della natura? Degli enti non si perde nulla, la materia torna alla materia….—Lo spirito?…. Non è assai prova superare la rabbia del vivere instillataci nel sangue? non assai pena la ineffabile angoscia di scompigliar l'ordine della nostra esistenza attuale? Se è concesso uccidere un altro uomo che ti vuole apportare affanno, perchè non potrai uccidere te stesso per fuggirlo? Che cosa ha questa vita che meriti di essere conservata? Il mondo offre due sole strade ai viventi:—o scellerato,—o vittima; per essere il primo l'anima mia è troppo piccola, onde sprezzare la fama e chi la dona; per la seconda, è troppo grande, onde sopportare come lo infingardo sopporta. Finora ogni minuto fu un gemito,—ogni giorno un dolore,—adesso ogni anno sta per diventare un delitto.»

E così avrebbe certamente, con lo ingegno che aveva sortito prontissimo, divisato tutte le sentenze, che l'Abbate di San Cirano, Robeck, Rousseau, Goethe, Ugo Foscolo, ed altri infiniti, hanno mosso in favore del suicidio, e forse avrebbe anch'egli concluso col darsi la morte,—argomento che non ammette ragione in contrario,—dove una voce sonora non gli avesse percosso le orecchie, gridando: «Rammentatevi di vostro padre.» Rogiero trasalì, si guardò spaventato d'attorno, percorse i luoghi circostanti;—non traccia, non vestigio di umana creatura. Ora sì ch'egli stette da vero per divenirne folle, e se i precedenti discorsi furono in parte scevri di sapienza, in parte empii, come dettava la sua feroce passione, pensisi quali divenissero dopo la esposta avventura.

«Chi è che nega il destino? Eccomi immerso nel delirio di amor disperato, ricinto dai lacci della colpa, nè posso liberarmi; gemo sotto il peso di catena, che non ho balía di spezzare; i miei polsi grondano sangue, ed è invano il dibattermi; acquietati, aspetta il compimento dei tuoi destini, e divorati il cuore. Ecco l'abisso del pianto, del rimorso, dell'ira; mi appiglierei al ferro tagliente per non precipitarvi, la forza mi vi strascina. Donde nasce questa forza maledetta? dall'Inferno, o dal Cielo? Nol so, nol vo' sapere; la forza vive e regna, ed io sono condannato a precipitare. Oh! se mi fosse concesso domandare ragione! se il potere di muovermi con gli elementi!….»

E qui Rogiero divenuto del tutto privo di senno pronunziò tali voci, che Dio nella sua bontà avrà certamente rimesso a quell'anima, ma che furono le più scellerate, che mai avesse ascoltato da bocca mortale: maledì il giorno che nacque, l'acqua del battesimo, il fiato della vita, i sacramenti, il latte della madre, la generazione del padre: trasportato dall'impeto correva per la foresta, come uomo percosso da quello spaventevole morbo che chiamano licantropia,¹ e d'ora in ora digrignava tra i denti: «tiranno…. tormentatore delle anime…. possa morire la natura!…» ed altre assai che sarà meglio tacere. Seguendo la sua corsa, cieco della mente e degli occhi, ode allo improvviso gridarsi davanti: «Fermati, uomo, se non ami andare innanzi il tuo tempo entro il sepolcro.»

¹ Licantropia, voce greca. Specie di pazzia, per la quale l'uomo, come un lupo, corre urlando di notte per le campagne; e talora morde, e digrigna i denti, come i cani; onde questa malattia dicesi anche Cinantropia.

Rogiero allora, costretto a riunire lo spirito ai sensi, si vide forse un palmo distante da una fossa: in linea retta ne erano molte altre scavate nel medesimo campo, e aperte, quasi perchè fossero più pronte a divorare la schiatta destinata a morire. Le parole si erano dipartite da un vecchio Frate che pareva non avesse aperto labbro, tanta era l'attenzione che poneva a scavare la sua celletta di morte. So bene che l'arte di Lavater per conoscere dall'esterne qualità del volto i reconditi pensieri dell'animo procede incertissima; pure così siamo fatti, che ci fermiamo a considerare il vaso prima di bere il liquore che vi si contiene: consideriamo pertanto come meglio si può le umane sembianze, non perchè insegnino scienza, ma perchè ammaestrano a dubitare,—e il dubbio forma tutto ciò che alla polvere si concede sapere. Giungeva quel Frate con gli anni oltre i novanta; la sua persona pareva essere stata una volta maestosa e diritta, come i pini che circondavano la sua santa Abbazia; ma adesso l'età lo aveva curvato verso quella terra ch'egli stesso si apriva di propria mano, per esservi nascosto nel giorno non lontano della sua morte; cortesi apparivano in lui il muovere dei labbri, il sorriso, l'atto della mano; tuonante suonava la voce e solenne; negli occhi gli scintillava una fiamma che sembrava dovere ardere eterna, da che nè gli anni, nè le vigilie, nè il pianto, l'avevano potuta, non che spengere, diminuire. Michelangiolo, se avesse dovuto dipingere un Padre Eterno, ne avrebbe copiato il terribile; Raffaello, se ritrarre un Redentore, ne avrebbe imitato il gentile. Rogiero sentendosi alquanto consolato dalla bellezza di cotesto aspetto, sebbene un po' vergognoso, gli parlava: «Santo Padre, se la domanda non vi riesce importuna, ditemi in cortesia, perchè le vostre mani si occupano in opera tanto umiliante? Il cadere della neve, lo scrollare della terra, riempiono incessantemente cotesta fossa, che il giorno della vostra estinzione potrebbe da qualsivoglia uomo compirsi in breve ora. Parmi che il tempo si deva consumare assai meglio.»

«Figliuolo,» rispondeva il Frate piantando in terra la vanga, e sovrappose le mani alla estremità del manico, e su le mani appoggiò il mento in grave maniera: «certo tu diresti saviamente, se così lieve fosse l'oggetto di questa mia opera. Io vo' che tu sappi ben altro essere stato il consiglio del nostro glorioso institutore, quando ordinava questo quotidiano lavoro; ben è vero che la pratica se n'è oggidì quasi perduta tra i cenobiti di questo monastero, ed io sono ormai presso che il solo che tuttavia la segua. Pensi l'uomo, che il suo corpo deve formare due o tre zolle di terra, e un numero infinito d'insetti: e se le passioni implacabili non taceranno, imperverseranno meno spietate nell'anima sua. Noi siamo tali per nostra propria conformazione, che, bisognevoli di piacere, rifuggiamo spaventati, non che dal dolore, dalla fatica; ora immaginati se il pensiero vorrebbe fissarsi su la meditazione della morte, ch'è sommo dei dolori; però fa di mestieri costringerlo con sensazione continua. Veramente il tempo sarebbe meglio impiegato in qualche opera di grandezza, ma le occasioni di operare sublimemente occorrono rade, figliuolo, e rade bene; intanto aspettando che vengano, quale studio torna più vantaggioso di quello che ci svela la debolezza della nostra natura, e ne avverte tutte le condizioni pareggiarsi nella bilancia della morte, e forse una terra più perfetta emanare dalle membra dell'uomo per assiduo travaglio robuste, per temperato cibo incorrotte, che da quelle imputridite di colui che visse nella mollezza? O figliuol mio, non torna vano aprire la terra nella quale dobbiamo essere sepolti.»

«Io avrei creduto che replicando ogni giorno questa opera, l'uomo vi si fosse da gran tempo abituato, e il suo timore rimanesse come era avanti che la cominciasse. Ma, padre mio, che cosa ha mai la vita, che meriti tanto apparecchio per finirla? Se l'uomo per fastidio, per dolore, o per altro, vuol darsi la morte, così senza pensare si cacci il ferro dentro le viscere; allora, in quel momento che passa tra la ferita e la estinzione, il suo spirito penserà essere stato un atto del suo volere, e godrà nella lusinga di avere la potestà di disfarsi: meditandovi sopra apprendiamo essere cosa necessaria, disperatamente inevitabile, lo sforzo della tua costanza affrettarla di pochi istanti; tutto ti si riduce in bassezza, in miseria, in viltà. Non pensiamo in nome di Dio alla morte, ch'ella ci travaglia di troppo grande sconforto:—diamocela, se fa di mestieri, senza pensarci.»

«Ah!» gridò il Frate, percuotendosi della mano la fronte: «tu mi sveli un terribile arcano;—forse questa mia opera, che finora ho stimato derivare da forza del cuore, è tributo, che l'età, crollando il vigore del mio spirito, mi costringe di pagare alla debolezza! In altro tempo io aveva imparato che l'uomo si mostra in tutto imbecille; ma lo spirito maligno mi ha sorpreso, e la superbia mi ha deluso con la lusinga che la mia opera fosse magnanima: pure io non temo la morte.»

«Nè io la temo; anzi la cerco, come tesoro nascosto,¹ e non la trovo; la desidero come ricompensa della vita, e non mi viene concessa. Perchè non porne tra mezzo alla via travagliosa un luogo dove riposarsi? Perchè fra tanto dolore non v'è asilo di pace?»

¹ … Expectant mortem et non venit, quasi effondientes thesaurum. (Job, 3.)

Il Frate taceva. Rogiero stette lungamente pensoso; voltosi attorno vide una solenne solitudine, udì un silenzio beato, solo interrotto dal fremito delle fronde lontane, o dalla voce dell'errante lodoletta, che con velocissima curva trapassava pel Camposanto: il suo sangue, come rinfrescato, gli corse più placido nelle vene, i polsi gli battevano languidi, la respirazione si fece più libera.

«Oh! qui regna pace da vero!»—proferì gemendo.

Il Frate taceva.

«Se,» continuava Rogiero «se presso l'altare del Signore non giungesse il grido della vendetta;—se i cantici di Dio bandissero dal mio orecchio quella voce;—se l'ombra dei morti non entrasse nel santuario….»

«Certo non v'entra, se tu non ve la porti.»

«Io? se mi riparerei sotto terra per non essere perseguitato!»

«Hai tu commesso delitto?»

«No.»

«Sei per commetterlo?»

«Sì.»

«E che cosa vuoi dal Signore?»

«Ch'ei mi salvi da una forza che mi strascina alla colpa.»

«Qual forza? Cristiano, dì—voglio; e vorrai.»

«O Frate, Frate, voi siete incredulo, ma io per la notte e pel giorno sono condannato ad ascoltare la voce del mio tradito genitore.»

«Che domanda?»

«Un delitto.»

«Oltre qui» rispose il Frate additando la fossa «non v'ha che perdono; tutto ciò che racconti è illusione del tuo spirito disposto a mal fare.»

«Potrebbe la casa di Dio, se ciò fosse, sanarmi»?

«Potrebbe.»

«Padre, io mi rendo Frate.»

«Perchè v'è silenzio,» riprendeva il vecchio, e cogli occhi accennava l'Abbazia, «credi tu che tutti abbiano pace là dentro? Non sai che la disperazione tace? non sai che il pianto si consuma, non già l'angoscia che fa piangere? La soglia del convento non è muro che valga a difenderti dalle passioni del mondo: se ve le porti, le troverai; se vi porti il delitto, vi troverai il rimorso; se il desiderio, lo spasimo. Vissero tali, che ingannati dal sembiante, o, per meglio dire, fidandosi troppo in questo recinto, avviliti da qualche sciagura, sdegnati, ma non sazii del mondo, vestirono l'abito del nostro ordine, ma non ne assunsero lo spirito: indi a poco le cupidigie risvegliandosi in loro più gagliarde che mai, anzi irritandosi per la difficoltà di conseguire, o di deboli divennero scellerati, o logorarono nella rabbia la vita, e nessuno di questi salvò l'anima. Nel silenzio di quelle muraglie stieno nascosi i fatti della colpa. Tu bada, se vuoi essere felice, che lì dovrai deporre ogni desiderio di gloria, ogni odio, ogni amore; sarai come defunto, come non nato; ignorate passeranno le tue virtù, vanità ti fingerai gli applausi della gente, la corona della sapienza e del potere; solo cosa reale la terra che dovrà seppellirti; e tu traboccherai nella morte sconosciuto, non curato, come una goccia di pioggia che cade nell'oceano.»

«Padre, non mi respingete dal sacrario di Dio.»

«Io ti respingo? Oh! se la mia testa dovesse esserti scala per salire alle gioie celesti, io la deporrei su la polvere mille volte e mille, ringraziando l'eterna sapienza di averla sortita a così alti destini. Ma io sono peccatore, nè mi può esser concesso levare un'anima dal sentiero della perdizione, ed acquistarla al Paradiso, no, non mi può essere concesso: forse chi sa che confortandoti ad entrare in religione, io non ti perdessi: tale si perde Frate, che si sarebbe salvato Cavaliere: in ogni cosa bisogna bene meditare sul fine.»

Mentre proferiva queste parole, una campanella della Abbazia incominciò a suonare con tocchi lenti e lugubri: il Frate levò gli occhi al cielo, e pregò ardentemente: «Piacciati perdonare, o Signore, all'anima del povero Frale Egidio.» Quindi vôlto a Rogiero: «Senti, figliuolo; questa campana ci avverte che un'anima sta per passare. Povero Frate Egidio! non sono anche otto mesi che ha vestito l'abito, e tanto si macerò con digiuni e con discipline, che il suo corpo non ha potuto reggere: certo, egli fu gran peccatore, ma la misericordia dell'Eterno è più grande del peccato, e certamente egli andrà salvo; io l'ho trovato come te, su la via, e l'ho condotto là dentro, ma il suo volto appariva ben diverso dal tuo, diversa la voce, diverse le parole: ora egli muore. Chi è Frate Egidio? Nessuno lo sa; nessuno lo piange. Dalla luce del tuo sguardo conosco che non potresti sopportare siffatta dimenticanza; quei tuoi occhi accennano una passione che prorompe; non v'ha potenza che valga a frenarla: se la impedisci, tornerà a spezzarti il cuore: io non so dove ella ti condurrà, ma certo se ora tu ti rendessi Frate, sarebbe un cacciarti nell'Inferno prima del tempo. La pace di Dio sia teco.»

«Spietato!» diceva Rogiero «mi augura la pace, e non vuole porgermi la mano per aiutarmi; mi respinge dal luogo dove voglio salvarmi, dicendomi, che quella non è la via, e non me ne accenna un'altra. Ma guarda una volta la tua creatura, Dio onnipotente! Andiamo a prostrarci innanzi al suo altare; lo pregherò, lo scongiurerò; tutto quello che può fare un uomo farò, purchè finalmente mi ascolti, e mi risponda.»

Ciò detto, si pose deliberato dietro le traccie del Frate, giunse ad una porticella, la spinse, e trapassò per un corridore in una stanza terrena; una scala era a capo della stanza, la salì; venne al primo piano, e poichè lungo tempo vi si fu avvolto inutilmente in cerca di un Frate, che gl'insegnasse la chiesa, si trovò innanzi ad un uscio, traverso del quale intese la voce sommessa di persona che reciti preghiere per qualche morto; schiuse l'usciale, e fermò il piede su la soglia.—Il sole presso al tramonto, nascoso dietro fitta caligine, coloriva di vermiglio di sangue una nuvola errante al sommo del cielo, e la nuvola ripercuoteva su gli oggetti con molto spaventosa maniera la luce rossa: ella penetrava traverso la piccola finestra, e illuminava il volto, e parte del petto di un moribondo. Sia che la malattia non gli permettesse giacersi disteso, o che altro, egli stava seduto, sorretto alle spalle con un materasso piegato; la mano destra teneva scoperta sul letto, e non aveva più moto, e all'estremità delle dita era violetta; ogni altra parte, bianca, sembrava già morta; la sinistra nascondeva sotto il lenzuolo; sul materasso dal manco lato vedevasi un Crocifisso, ma il moribondo teneva il capo fitto al destro, quasi per ischivarne l'aspetto; di tanto in tanto apriva gli occhi, ora velati come nebbia colore di piombo, ora lucidi come vetro, ma smarriti, senza fissarsi su nulla, mostrando di non veder nulla, quali sono quelli del cieco di gotta serena;¹ i capelli rovesciati dietro le orecchie lasciavano considerare per lo spazio della fronte il dominio della morte; le labbra compresse mandavano fuori livida spuma, che gli gocciava giù per la barba; la gola sforzandosi di singhiozzare si allungava, si attenuava, e dopo un travagliarsi angoscioso costringeva la bocca ad aprirsi quanto più poteva, e lasciava uscire un sospiro fievole fievole. La rimanente scena era sepolta nel buio: nel buio la stola, che gli copriva i piedi; nel buio il Frate, che, inginocchiato a piè del letto, recitava le sante orazioni.

¹ Avrei potuto dire amaurosi, ma sarei stato inteso da meno.

Rogiero entra senza strepito. Perchè anch'egli scolora? perchè il cuore gli batte più tardo? Si affretta, accosta il suo volto a quello del moribondo: «Gran Dio! Roberto!»

Il senso del moribondo divenuto pigro risponde come suo mal grado alla chiamata; leva la faccia, e considera il Cavaliere: allo improvviso il sangue gli rifluisce commosso per tutto il corpo, gli si arricciano i capelli, trema in maniera che tutto il letto si scuote; e con urlo spaventevole grida: «Il tradito! il tradito! Padre, mi avete deluso: perchè dirmi che Dio mi ha perdonato le colpe? Non vedete ch'egli spezza le lapide delle sepolture, e manda i morti a disperarmi nella agonia?»

Il Frate, che, inginocchiato all'estremità del letto, gli raccomandava l'anima, maravigliando come potesse urlare sì forte, accorse a consolarlo.

«Sono illusioni del Demonio, fratello mio: affissate la mente su la immagine del Redentore.»

Roberto, appena vide il Padre vicino, gli si avvinghia paurosamente al collo, e nasconde il capo nel suo seno, proferendo interrotte queste parole: «Eccolo lì… lì… dall'altra parte del letto… per amore di Gesù, gittategli addosso acqua benedetta… cacciatelo via… i miei pensieri non possono essere del Paradiso, s'ei non se ne va via.»

Il Frate, che, assorto nel sacro mistero dei suoi ufficii, non badava a quello ch'era avvenuto, intende il guardo nel buio, e scorge un cavaliere. Certo, il ribrezzo gli agitò le membra, ma leggiermente; e confidando nell'aiuto divino, di súbito rassicurato cominciò: «In nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo, io ti scongiuro…»

«Padre, non sono mica uno spettro, che dobbiate scongiurarmi.»

«Non gli badate, Padre, non gli badate; proseguite a esorcizzarlo; non vi avvedete ch'ei tenta ingannarvi per non andarsene?»

«Sciagurato! Roberto, non conoscete più la mia voce?»

«Ah non l'avessi mai udita!»

«L'ultima volta ch'io vi lasciai, vi strinsi la mano, e ci promettemmo, che se di allora in avanti ci fossimo mai incontrati nel mondo, ci saremmo veduti come amici: adesso così mi accogliete voi? Bandite ogni paura; sentite, io vivo;»—e così parlando gli pose una mano sul braccio in atto amoroso.

«Mi brucia…. Padre…. mi brucia…. gettategli l'acqua benedetta…. acqua benedetta…. non posso più sopportare…. cacciatelo via, o io muoio bestemmiando.»

«Figliuolo, non dite queste empietà; lodate la provvidenza di
Dio, il Cavaliere che vi sta davanti è vivo.»

«È vivo!»

«Sì, è vivo: adorate gli eterni decreti: forse egli fu inviato per farvi dolce la morte col suo perdono.»

«È vivo!»—gridò il moribondo, e lasciando il collo del Frate prese la mano di Rogiero, e con infinita ansietà la toccò più volte, quasi per accertarsi che non s'illudeva.—«È vivo, si!»—e se l'accostava alla bocca, e vi spargeva un torrente di lacrime.

«Ma deh via! Roberto, fatevi animo, non piangete tanto; molto maggiori peccatori, che non siete voi, ottennero perdono, e con minore pentimento.»

Roberto senza lasciare la mano di Rogiero lo guarda in viso, e con voce lamentevole gli domanda: «Perdono! perdono!»

«Voi non mi avete fatto mai danno, Roberto; perchè dovrei perdonarvi?»

«Oh! i miei delitti sono troppi, e mi abbisogna tutta la virtù della speranza per non isconfortarmi del perdono, e tutta la misericordia di Dio per perdonarli: questi delitti ho commesso contro l'innocente,—contro di voi,—perchè vi ho tradito.»

«Perchè mi hai tradito? che ti aveva io fatto?» rispose Rogiero con tale un suono che avrebbe commosso l'anima più feroce; «dunque non basta, per esser sicuri, non nuocere?»

«Ma!—io vi ho tradito.»

«O cortese Cavaliere, se possedete spirito gentile come l'aspetto, non vogliate permettere, che quest'anima si diparta sconfortata senza il vostro perdono: egli vi ha offeso, ma la sua penitenza ha scontato la colpa, ed ora sta per comparire davanti al giudizio dell'Eterno.»

«Bel Padre, io non rammento in che quest'uomo mi abbia apportato ingiuria; ma da che dice avermi tradito, io gli perdono. La offesa, come voi ben sapete, non può levarsi che in due modi, o col vendicarla, o col perdonarla: nel primo non posso, non mi rimane altro che il secondo; io gli perdono.»

«Padre, avete sentito, ei mi perdona.»

«Sì: state lieto, l'uomo ha perdonato; pensate se perdonerà
Dio, ch'è tanto più pietoso di lui!»

«Amen

«Roberto, di grazia, mi direte voi, come mi avete tradito?»

«E perchè non ve lo dirò io? Oh! fosse qui la universa gente per ascoltare le mie accuse, e vedesse quanto grande scellerato sono stato al cospetto del Signore! così la umiliazione lo indurrebbe a riguardarmi più benigno in questa ora amarissima della morte, e molti si emenderebbero…. ma no, che voi potreste ritirare il vostro perdono, e pentirvi di avermelo dato, e maledirmi per sempre;—no, ch'io non vi dirò come ho fatto a tradirvi!»

«Roberto, più che voi non credete sono assuefatto a sentire la sciagura; voi non potrete narrarmi nessuna gran cosa ch'io non abbia immaginata o sentita: volge assai tempo che mi trovo disposto a tutto; parlate, io vi prometto di non ritirare il perdono.»

«Lo giurate?»

«Lo giuro.»

«Padre, in cortesia, ricevetene il giuramento.»

Rogiero pose la destra su la immagine del Redentore, e disse quello che al Padre piacque di suggerirgli.

«Dunque voi non potete più disdirvi, Rogiero,» domandò Roberto a Rogiero, il quale gli rispose assentendo col capo: «allora venite qua, sedetemi vicino su la sponda del letto; io parlerò sommesso, perchè sento mancarmi la vita, e forse chi sa se potrò terminare la mia confessione Rogiero, sentirete la storia di un delitto che non concede gridi nè pianto, ch'egli è troppo maggiore di loro; le lacrime vi si congeleranno su gli occhi, i gridi si soffocheranno nella gola.—Che impallidite, Rogiero? Oh! non è tempo ancora; se voi non fate core adesso, in verità io vi protesto che morirete prima che io la finisca.»

Rogiero ponendo la sua nella mano di Roberto, per fargli sentire che non tremava, gli ordinò: «Dite.»

CAPITOLO DECIMOTTAVO.

LA ESTREMA UNZIONE.

                Posta s'era a seder sopra il suo letto
                La miserella vinta dal dolore,
                Ed avea nelle braccia
                Il figliuol pur mo nato:
                Questo, disse, è quel latte
                Che ti può dare il petto
                Di tua madre infelice, e trapassata
                Ogni cosa bruttando col suo sangue
                Finì la vita.
                                            CANACE, tragedia antica.

«Era una notte d'inverno; raccolti intorno al focolare udivamo il fiero racconto del Maggiordomo:—più volte preso da insolito tremore accostai il mio corpo a quello del compagno vicino, e quasi in segno di affetto gli strinsi la mano, ma in vero perchè aveva paura;—certo la storia del Maggiordomo atterriva spaventosa, e il fuoco cominciava a consumarsi, e le tenebre diventavano maggiori; pure io sentiva dentro me sì fatto scompiglio che non poteva derivare dai casi presenti.—Ho udito in appresso porre in dileggio quelle voci segrete con le quali una potenza interna sembra avvertirti che qualche sventura ti sovrasta; nondimeno non ho sofferto mai affanno di cui il cuore non mi abbia avvisato.—Quella sera fu destinata dallo Inferno per incominciamento dei miei misfatti!—Una leggiera percossa sopra le spalle mi fece volgere indietro la faccia;—il volto del conte Odrisio di Sanguine mio signore era stato sempre severo,—questa sera mi apparve terribile;—forse fu l'effetto della luce vermiglia vicina a spegnersi, che riflettendo sopra il suo rugoso sembiante gli compartiva quella nuova espressione; forse derivava dal pensiero delle cose che macchinava nella mente;—al vedere quei bianchi capelli ritti come stecchi su la livida fronte, i sopraccigli neri contratti faticosamente, il rossore su quelle guance smorte ed estenuate, fui per gridare;—egli spalancò gli occhi, mi presentò scintillanti nella pienezza dell'ira le pupille poco innanzi nascoste, e con quell'atto mi fece comprendere ch'io doveva tacere; quindi, curvata la persona sopra la spalliera della sedia, mi susurrò basso basso agli orecchi:—Seguimi in modo che nessuno si accorga della tua lontananza;—e sè ne andò come era venuto. Desideroso di obbedire al mio padrone, mi allontano un poco dal focolare,—la luce cessa rischiararmi, e con essa l'attenzione dei compagni di rammentarmi; mi confondo nella oscurità, mi alzo, ed esco della stanza. Appena giunto a mezzo del corridore, la voce del Barone mi domanda:—Sei tu, Roberto?—Sono.—Dimmi, Roberto, come hai tu in pregio il tuo signore?—In pregio di savio, di benigno e di cortese.—Vero?—Quanto la Messa.—Tolgano i Santi che io ti ricerchi per rinfacciarti il benefizio; ma come credi ch'io mi sia comportato verso di te?—Come padre verso figlio bene affetto.—Vero?—Per la fede di vassallo.—Dunque, s'io ti richiedessi un dono, me lo faresti?—Messere, tutto quello che si può chiedere da Cristiano io sono per fare in pro dei vostri e di voi, salva la salute dell'anima.—Hai tu corsaletto?—No, Messere.—Daga?—Sì, Messere.—Io non ti chiedo che la morte di un uomo.—A tradimento?—Come vorrai, basta che tu lo uccida; ma…. or che penso…. a tradimento sarebbe il meglio.—Messere, sta a voi comandare; per me ell'è tutt'una.—Or fa, Roberto, di trovarti una ora avanti che sia giorno sotto il verone destro del mio castello dalla parte che guarda il giardino.—Messere, vi domando mercè, ma quale dei due veroni devo tenere per destro?—Il destro…. il destro venendo dal viale dei pini.—Se ho ben compreso, quello che appartiene alle stanze di Madonna vostra figlia?—Sì.—E questa parola disse stentando, quasi per forza, con gemito doloroso.—Dunque un'ora avanti giorno fa di trovarti sotto quel verone, attento, con la daga alla mano; udrai calarsi una persona…. aspetta che sia arrivata presso terra, allora….—Di forza, con la daga nei reni, e una abbottonatura a due parti, Messere?—Sì…. verrò subito dopo, scaveremo una fossa…. nè alcuno sarà consapevole del fatto, meno di te.—E in me sarà sepolto, come il suo cadavere nel terreno.—Lo spero, sebbene la cosa non meriti, perchè egli è un ladro….—Già….—Che da più notti tenta rapire il tesoro della mia famiglia, e forse….—Già.—Nondimeno guarda, per quanto hai caro il mio amore, di tenerlo celato; buona notte, Roberto.—Dio vi abbia nella sua santa guardia, Messere.—Tornai nella sala dove gli altri vassalli ascoltavano tuttavia con moltissima attenzione la leggenda del Maggiordomo, e senza che alcuno se ne accorgesse, accostai di nuovo al fuoco la mia sedia; colà, declinando la faccia, mi poneva a fantasticare:—che bisogna è mai questa? di ladro parmi non debbasi dubitare, perchè avrebbe disposto i servi in maniera che non potesse fuggire, e così prenderlo vivo, e martoriarlo a tutto agio. Questo è certo qualche celato amante, che la sua figlia…. Oh! non tornerebbe meglio compire il desiderio di quelli innamorati, che macchiarsi le mani nella vecchiezza dentro il sangue? ma! ei l'ha per casato: forse che il giovane non è della sua nobiltà; forse sarà qualche valletto di casa; forse mi siede accanto!—Mi voltai, e vidi presso di me un vecchio falconiere fatto presso che cieco dall'età, onde rassicurato riprendeva:—diverrà d'oro la polvere nella quale si sciorrà il corpo del mio signore? trae la sua origine da più antico uomo che non è Adamo? dovrò io uccidere a tradimento tale, cui forse ho giurato fratellanza?—E così di pensiero in pensiero tanto si scostava la mia mente dalle cose che le si avvolgevano sotto occhio, che quando ricuperai i sensi, mi accôrsi che i compagni mi avevano lasciato solo, e se n'erano andati a dormire senza chiamarmi. Riconoscendo tentoni i luoghi che percorreva, m'incamminai verso il giardino. Forse da un'ora mi era posto in agguato, sebbene la impazienza me la facesse considerare come una intera notte, allorchè intesi un lieve rumore; aguzzai gli occhi, e vidi un corpo nero sospeso per l'aria; sguaino la daga, mi faccio appresso, e quando credo di prendere in pieno, meno da disperato; ventura per lo sconosciuto! che giunto circa tre braccia distante da terra stimò bene lasciarsi cadere di un salto, onde la daga andò a cogliere nel muro, e quivi mandò faville: guai a lui se lo arrivava! però che di certo sarebbe stato diviso. Io non so come accadesse;—forse teneva lo sconosciuto la spada tra i denti; sentii assalirmi al punto stesso in molto furiosa maniera; ricambiammo alcuni colpi, ma sopraffatto da forza e destrezza maggiori, abbandonai la daga, e percosso di piatto sopra la testa, mi convenne stramazzare sul terreno. Io mi rammento, sebbene fossi tutto stordito, che allora si aperse la finestra del verone, e apparve un braccio nudo di donna che teneva una candela, poi un volto bianco come la morte; un fiero strido si fece sentire che diceva:—Lascia ch'io muoia con lui;—e un'altra voce di dentro:—Gran Madre di Dio! che fate voi, mia dolce signora? ne perderete l'anima…. Madonna, forse egli è salvo.—Un grido lontano, quasi volesse affermare questo detto, esclamava:—Sono in salvo!—Mentre tento rilevarmi in piede, odo il rumore di passi accelerati che si dirigono alla mia volta, e la voce del Barone, che mi domanda:—Dov'è il morto?—E' non ha voluto lasciarsi ammazzare, Messere, e se n'è fuggito dopo di avermi poco meno che ucciso. Il signore proruppe in una bestemmia, e si allontanò mormorando. Egli era un mistero: per bene otto giorni rinchiuso nelle sue camere, non disse nè fece più nulla, se non che mandò a chiamare un tal Rinaldo d'Aquino, Conte di Caserta, per lo tempo trascorso famigliarissimo al castello, che i servi si dicevano all'orecchio mal gradito amante di madonna Spina. Allo spirare degli otto giorni fu annunciato ai vassalli si apparecchiassero alle nozze della figlia del Conte, che doveano farsi il giorno appresso. Comecchè assuefatti ad eseguire i comandi del Barone senza proferire parola, e allo improvviso, tuttavolta questa precipitosa risoluzione ci parve stupenda, e osammo dircelo, e più osammo sospettare non fosse presa contro la volontà di Madonna: certo ella si mostrava di rado alla nostra presenza, pure noi ricevevamo quel leggiadro aspetto con un sorriso, e sospirando la vedevamo allontanare;—pareva un angelo tra i demoni;—convinti che la preghiera su le nostre labbra non sarebbe ascoltata, la supplicavamo talora volesse pregare per noi,—la tenevamo come un anello che stesse tra le nostre anime e il Paradiso;—nessuna orazione fu da più bella o da più buona creatura proferita, e forse più grata…. Ah! Padre mio, credete voi che mi sia stato veramente rimesso il peccato?»—disse il moribondo Roberto al Frate, che accanto al letto lo confortava a morire, il quale gli rispondeva: «Così tu avessi la virtù della speranza di crederti perdonato, come le tue colpe ti sono state certamente rimesse! non volere, figliuol mio, peccare nella fede; pensi la misericordia essere minore della colpa? Vedi il tuo Redentore, egli ha le braccia aperte per istringere al petto chiunque ama il suo amplesso: ha forse Dio respinto alcun peccatore? confida, confida.»

«Confiderò, poichè null'altro rimane a fare;» riprese l'ammalato, e peritoso si accostava alle labbra il Crocifisso. «Io lo rammento, come se fosse adesso,» seguendo la storia favellava Roberto, «però che io le stava vicino quando si prostrò avanti l'altare; tremava di un brivido fitto fitto, che poteva sfuggire a sguardi meno curiosi, o meno amanti dei miei; la grimpa nunziale stellata d'oro le copriva il volto,—pure son certo ch'ella piangesse;—il seno le si gonfiava sotto le vesti di tanto in tanto, che sembrava volesse spezzarle; tuttavia non si ascoltava un gemito, ma un lungo respirare, come fa il palombaro¹ allorchè prende aria innanzi d'immergersi nell'acqua: la maldicenza avrebbe potuto trovare il suo fianco un po' più rotondetto che a vergine non si convenisse…. forse travidi…. in quel punto sospettai così. Eravamo giunti al terribile momento nel quale il sacerdote chiede dai genuflessi il sacrifizio delle passioni, dei pensieri, dei sospiri, in prò d'una sola creatura nel mondo; nel quale stringe le anime con la catena, di cui il capo tiene in mano la morte; aperse il velo, e guardò il padre, e il padre lei…. Santa Vergine! quali sguardi! quello della Spina parve il trepidante aleggiare di rondine caduta dal nido prima di aver messo le penne,—cupido di vedere, e pure pauroso d'incontrare l'oggetto della sua ricerca;—svelava una rassegnazione disperata di perdita più che terrena,—chiedeva pietà. Quello del Conte Odrisio si mosse da prima benigno, e, se non presi errore, un'alba di lagrima cominciò a spuntargli dalla cavità inferiore dell'occhio; allo improvviso balenò un lampo d'inferno;—chi sa che lo spirito maligno non gli passasse in quel momento traverso? Divenne immobile, mostrando una immensa rampogna,—uno sdegno profondo,—e un domandare mercede: la mia anima sentì in quella ora, ma non può ridire adesso, le sensazioni che l'agitarono. Il funesto consenso fu svelto dalle smorte labbra, la benedizione proferita; udii l'assenso, e la benedizione, come il fragore della scure che dopo avere reciso la testa percuote sul ceppo; mi allontanai dalla cappella:—nè quelle nozze furono liete. Alla dimane trovammo morto nel letto il Conte Odrisio; noi lo piangemmo come uomo che non ci aveva fatto mai nè bene nè male… Il Conte Rinaldo venne ad abitare il castello, e per noi servi queste nuove nozze non fecero che mutarci la soma delle arme…. Se vivendo il Conte Odrisio poco compariva ai nostri occhi madonna Spina, adesso era diventata affatto invisibile: dopo un mese dalle nozze fatali la vidi traverso le grate della cappella; aveva gli occhi gonfi e vermigli, il rimanente del viso pallido, le labbra violette; la pelle le s'informava dalle ossa; mi segnai per la pietà, perchè se può essere senza terrore la morte sul volto della bellezza, non può già esserlo la malattia. E il Conte Rinaldo? egli era pure stato il bello uomo, vago delle cacce, dei tornei, e di ogni altro esercizio cavalleresco; ora scomposto della persona errava lungo i viali dei pini lamentandosi con dolorose esclamazioni, ed ogni giorno più perdeva la floridezza dell'aspetto, il color delle guance; i cavalli pascevano neghittosi pe' prati; i cani giacevano cucciati nella corte, o presso il focolare; i falconi oziavano sopra le stanghe: nulla valsero a levarlo dalla sua mortale malinconia le visite che frequenti gli faceva il Re Manfredi, nè la carica di Contestabile, principalissima nel Regno, alla quale fu inalzato in quel tempo. I servi assumendo i costumi del signore se ne andavano a testa bassa senza salutarsi. Ell'era una casa piena di mestizia, predestinata alla sventura. Recandomi a notte inoltrata nella mia cameretta, mi prese vaghezza di passare vicino alla dimora del Conte: appena pongo il piè nella sala, intendo un suono di persone che favellano;—mi accosto cautamente porgendo l'orecchio;—il vento quella notte furiosissimo non concedeva che le parole mi giungessero intere, nondimeno ascoltava:—Conte Odrisio, tu mi hai tradito! se stesse per me, già non avrebbe requie la tua anima sotterra…. Il vento si portava quello che seguiva; quando cessò di soffiare intesi da una voce diversa:—irreparabile…. E l'impeto della bufera mi tolse di nuovo il sentire.—Scese (soggiunse la prima voce, che mi parve quella del Conte Rinaldo) dal letto; io vegliava, ma fingeva dormire….—E dopo nuova interruzione:—sorsi prima di lei, rinvenni la carta, e lessi: la vostra maraviglia, Principe, della mia ostinata repugnanza a tradire il sacramento è piena di obbrobrio, ma giusta, perchè la femmina che ha tradito il primo dovere, può tradire il secondo, e tutti… nè me ne dolgo, chè la considero come una delle più lievi punizioni, con la quale la giustizia eterna mi fa scontare la morte del mio misero padre: felice se…—Un buffo veemente venne a rapirmi le parole; e d'ora innanzi non intesi che alla spezzata, tra le scosse delle finestre e lo zufolío che faceva per le sale quel vento rovinoso, ora dal Conte Rinaldo, or dall'altra voce:—poteva tôrmi la vita, non l'onore,… quel figlio non porterà per impresa l'arme di Aquino,… fu un inganno, un delitto,… voi non dovete dire che una sola parola,… penso io,… è finita—è finita,… i morti non parlano.—Mi ritirai, studiando i passi, perchè mi parve che s'indirizzassero alla mia volta; assai mi avevano detto intorno madonna Spina l'avventura della notte in che fui abbattuto, il suo fianco rotondo, quegli sponsali precipitati; più mi dicevano le ascoltate parole. Una sera che me ne andava tutto soletto a vedere se la porta del castello era stata ben chiusa, mi si parò innanzi un tal Conte della Cerra, che, come povero gentiluomo, assai si riparava nel castello del mio signore, e molto si era avanzato nella grazia di lui, così che lo avesse posto a parte di ogni suo pensiero segreto:—Vassallo, mi disse, che cosa faresti per avere la libertà?—Che cosa? ditelo voi che cosa farei; per me non lo so nè pure io.—Piccola impresa ti si domanda, vassallo, che il tuo signore potrebbe comandarti, ma pure ama pregartene, e offrirti in ricompensa la libertà, e un florido stato.—Ed è?—Un colpo di pugnale.—Ne ho dati cento a mio scapito, pensate se ne darò uno per guadagno.—Ma nota che deve essere dato a un dormente, con molto accorgimento, nella notte, senza avere nessuna altra cosa seco, tranne il pugnale.—Non si tratta di fendere un uomo? il pugnale è tutto ciò che bisogna… porterebbe questo alcuna difficoltà per voi?—Non per me, Roberto, ma per te che sei uso a far d'arme, come conviene ad uomo leale.—S'io combatto di giorno, non crediate mica che non combatterei molto più volentieri di notte; e se ferisco nel petto, non pensate che non ferirei meglio nelle spalle: quando posso ire per la piana, Messere, non cerco mai nè l'erta, nè la scesa.—Ben parlato, vassallo: tienti pronto dimani a quest'ora, che ti condurrò io stesso alla posta; ti concedo questo tempo alla preparazione… del pugnale.—Certo, bel signore, sono cose coteste, che vogliono un po' d'esame di coscienza…—Vedete, Padre, fin dove giungeva in quei tempi la mia empietà, che adoperava le parole di devozione in senso di scherno, e fingeva premettere le pratiche religiose alla consumazione del misfatto:—pure, continuai favellando col Conte della Cerra, pure, bel signore, io non posso obbedirvi senza la certezza che il Barone mi sciorrà dalla servitù nella quale sono nato.—Dubiteresti, vassallo, della fede del tuo Barone?—Non già di quella del Barone, ma….—Di cui?—Della vostra.—E qual hai tu cagione, vassallo, per diffidare di me?—E qual cagione ho io per fidarmi?—Non mi vedi tutto giorno cavalcare allato del tuo Barone? pensi che vorrei dirti cosa che non mi avesse ordinata?—È ella anche morta la schiatta dei traditori?—E qui vidi gli occhi del Conte stralunarsi, e le guance accendersi, ma non osò mostrarsi adirato, perchè io aveva fama di feroce, ed egli temeva molto.—Or via, per non entrare in più parole, che vuoi tu ch'io ti porti per sicurezza della volontà del tuo padrone?—Non saprei: dite.—Per esempio, il suo anello?—Basterebbe, Messere.—Dunque dimani, qui, a quest'ora, e ti porterò l'anello.—Non vi fu che ripetere; vidi proprio il suo anello, lo guardai, lo riguardai per iscorgere se fosse inganno, egli era quel desso.—Tu tremi? mi disse il Conte della Cerra, allorquando, dopo avermi fatto percorrere una gran via ad occhi bendati, m'ebbe introdotto entro un cammino sotterraneo.—Sì, tremo, ma di freddo.—Si trema anche di paura.—Si trema…. al ferire però si conosce se per paura, o per freddo.—Questo è quello che potremo vedere adesso, perchè ormai siamo arrivati.—Mi tolse la benda; le tenebre mi circondavano, le tenebre, conveniente compagnia della colpa.—Or fa di scendere più che potrai cheto per questa apertura, che sarà due palmi distante da terra; calavi prima per bene una gamba, poi l'altra; fa tre passi a mano diritta, e ti troverai di fianco al letto, ove dorme…—Chi dorme?—Che t'importa sapere chi vi dorme? tu non devi guardare altro che a finirlo.—Che m'importa? Santa Maria! m'importa benissimo: non potrebbe essere un mio consorte?—Non te lo aveva detto che la paura ti ha vinto? vieni qua, che ti riponga la benda, e ti riconduca al castello.—Rispondetemi,—e qui, Padre, proferii un crudele giuramento—rispondetemi, è egli un mio consorte?—Non è tuo consorte.—È egli un mio amico?—Non è tuo amico.—No?—Quanto è vero chi ci deve condannare.—Ora vedrete se ho paura io.—Scesi in punta di piedi, brancolando con la manca pel buio, col pugnale nella destra, palpai il corpo del giacente, tolsi la mira sul cuore, vi apposi la punta, l'alzai, l'abbassai… quale urlo straziante!—(E il moribondo si turava le orecchie come se in quel momento lo percuotesse.)—Il Conte Anselmo della Cerra avanzandosi su l'orlo della apertura, schiuse una lanterna, e domandò:—è anche spirata?—Troni del Paradiso! un raggio di luce strisciando sul letto sanguinoso mi svelava nella trafitta le sembianze di madonna Spina. Correva intorno la stanza cieco per troppa rabbia, gridando disperato, allorchè un vagito d'infante si aggiunse a tanto strepito d'ira, di spavento, e di terrore: a balzelloni mi accosto al letto, e ne rimuovo la coltre; miserevole caso!—un bambino si avvoltolava nel sangue; il dolore ne aveva affrettato il nascimento, e forse sarebbe venuto alla vita solo per provare quanto sia acerba la morte, dove la madre non avesse avuto coraggio di porsi a sedere sul letto, di recarsi in grembo il fantolino, e baciarlo. Mentre faceva tale atto, il sangue che ad ogni suo alitare sgorgava dalla piaga a zampilli, bruttò il volto del fanciullo, per lo che Madonna aprendo angosciosamente la bocca proferì a stento queste parole:—Prendi, innocente, questo è il latte che doveva dare al suo figlio colei che fece morire di amarezza suo padre,—e cadde. Avviluppai in un lino il fanciullo, corsi verso il Conte della Cerra, e mal sapendo che mi facessi, glielo posi in mano; per poco stette che cadendo non si sfracellasse sul pavimento.—Anselmo, che hai fatto? Anselmo! gridò sopraggiungendo affannoso di fondo al corridore il Conte Rinaldo, che al vedere il feroce spettacolo percosse semivivo per terra.—Non ho oltrepassato i confini del vostro mandato, Rinaldo, rispose sorridendo il Conte della Cerra, e però siete tenuto a rilevarmi d'ogni molestia in questo mondo, e in quell'altro.—Che vi narrerò io più di quest'anima infernale? mostrando volersi prevalere dello svenimento del Conte di Caserta, mi proponeva di percuotere il fantolino nella parete, per levarsi, diceva egli, quello stecco dagli occhi: io gli ordinai che se ne guardasse, però che quell'anima andando al Limbo, avrebbe di certo insegnato alla sua la via dell'Inferno; così salvava il fanciullo. Il Conte Rinaldo appena ricovrò da quello svenimento metà del senno: rammentava la perdita della consorte, perchè ad ogni momento la sentiva; gli altri orrori obliò, o, se pure gli si affacciarono alla mente, ebbe fede che derivassero dalla sua atterrita immaginazione. Anselmo della Cerra, di lì a poco tempo per più sottile disegno affatto mutato, invece di impedirmi salvare il bambino, avendomi prima costretto di giurare su i Santi che non avrei mai svelato la sua nascita ad anima vivente, mi sovvenne del consiglio e dell'opera per bene allevarlo; egli crebbe benedetto dagli uomini, e dal cielo; condotto alla corte, tanto piacque al Re Manfredi, che prima lo accolse tra i suoi paggi, e poi divenuto più adulto tra gli scudieri… egli vi sarebbe tuttora, se…»

¹ Uomo che sa mantenersi lungo tempo sotto acqua.

«Finisci.»

«Se adesso non fosse innanzi di me.»

Cortese lettore, se tu sei nel numero degli eletti, che intendono, puoi conoscere di per te stesso che l'arte della scrittura possedendo parole soltanto per dimostrare lo stato dello spirito, difficilmente può riferirlo in modo convenevole, perchè alla più gran parte degli uomini nati col cuore ghiacciato coteste parole non significhino nulla, ed alla più piccola che pur sente, pochissimo; essendo le sensazioni che noi descriviamo non rare, ma uniche, e appartenenti alla scienza diabolica di avvilire le anime.

Rogiero si trovò a un tratto privato di padre, senza che gliene facessero conoscere un altro; svelto da una trista certezza per essere precipitato in un dubbio più doloroso; travolto dalla sventura nel peccato. Assai fino a quel punto aveva disprezzato la natura degli uomini, e la sua; ora l'aborriva, imperciocchè vedeva le passioni, ch'ei reputava generose, convertirsegli in istrumenti d'infamia; la sua innocenza lo aveva condotto a por fede nelle parole del suo simile, la compassione a tenere per padre quello che non era tale, la carità di figlio a tradire il suo Re per trarre vendetta del tradito genitore. Tanta complicanza di casi misteriosi tanti lacci tesigli per istrascinarlo al delitto, i più cari affetti tolti a scherno, la rabbia, la vergogna, l'angoscia, così lo travagliarono, che afferrate le stanghe del letto, spinto da irresistibile impeto, si dette a scuoterlo in modo che il giacente, le coltri, e tutto quello che vi stava sopra, balzassero; il Crocifisso cadde per terra, il moribondo abbracciò il confessore, e nascose di nuovo il volto nel suo seno.

«E la giustizia non vendicò quel delitto? Potè rimanersi celato alla vendetta degli uomini?»

«Oh! prega Dio, che il potente non voglia il delitto, perchè per celarlo appena ne prende cura, e nessuno lo vendica.»

«E il fratricidio che mi contavano di Manfredi?»

«Fu menzogna.»

«E il mio nascere da Enrico lo Sciancato?»

«Menzogna.»

«Ed Enrico?»

«Fu conservato, per quello che credo, onde opporlo a Manfredi nella contesa del Regno; ma divenuto per troppa angoscia privo di senno, lo mantennero sempre vivo, o perchè non ardissero di finirlo, o perchè fino d'allora divisassero fingerlo vostro padre, e così concitarvi a tradire il vostro Re.»

«Questo è un miracolo di malignità! E tu lo sapevi,
Roberto?»

«Lo sapeva.»

«E mi hai tradito?»

«Mi avevano giurato di farmi grande, e di non uccidervi.»

«Anima dannata, sii maledetta per tutta la eternità!»

«O Padre! l'udite?… Non mi hai perdonato? dì, non hai giurato di perdonarmi?

«Se io ho giurato, adesso spergiuro: in qualunque luogo sia chiamato il tuo spirito, o di salute, o di perdizione, io ve lo perseguiterò sempre con incessante, interminabile maledizione….»

«Non dirlo, Rogiero!… Padre, lo pregate a non dirlo! narrategli con quali penitenze io mi sia travagliato per iscontare la colpa…. io ti ho pure salvato la vita.»

«Esecrai chi me la dette; e te, quando anche nessuna ingiuria mi avessi apportato, esecrerei per avermela conservata:—dànnati, e spira.»

«Spietato! verrà giorno che pagherai amara questa tua crudeltà:—già presso a comparire al tribunale di Dio, sento che i miei delitti sono troppi, e troppo gravi perchè mi vengano rimessi…. il tuo perdono non mi avrebbe giovato, ma avrebbe parlato per te, allorquando verrai giudicato a tua posta:—anche una volta…. vuoi mantenere il tuo giuramento?»

«No.»

«Vattene dunque, e mi lascia morire in pace.»

«No:—finchè il velo della morte non sia calato sopra le tue pupille, scorgi il mio aspetto, e dànnati, e spira.»

Non aveva Rogiero finito le amare parole, che si schiusero le porte della cella, e comparvero due file di monaci che recavano in mano molte torce accese; veniva ultimo in aspetto solenne il Frate che aveva incontrato Rogiero nel Camposanto, tenendo sotto una mantellina di seta la materia per la estrema unzione. E qui giova notare che la disciplina religiosa di quei tempi, a norma dei documenti lasciati dallo Apostolo Santo Jacopo, adoperava con molta discrezione quel sacramento, nè lo amministrava se non quando l'ammalato era per trapassare.—Inoltratosi pertanto il Frate, alla vista di Rogiero, che, con la mano levata, faceva atto d'imprecare, e a quella di Roberto, in religione chiamato Egidio, che supplichevole, atterrito per la paura della vicina dannazione, grondante sudore, pareva aver consumato i partiti pe' quali l'uomo muove a compassione l'altro uomo, conobbe il caso; onde voltosi all'offeso, con quella fierezza che deriva dallo zelo, gli toccò la fronte, e disse: «Creatura nata a morire, potrai conservare odio immortale?»

«Non so, Padre, s'io lo possa; ma lo voglio.»

«Degno figlio della schiatta decaduta, il tuo sentimento partecipa della viltà dei vermi che ti compongono; i tuoi pensieri stanno nel fango dal quale nascesti e nel quale ritornerai.»

«Egli mi ha ucciso la madre!» gridò Rogiero accennando l'ammalato «come potrei renunziare a maledirlo?»

«Egli» rispose il Frate alzando il dito al cielo «fece uccidere il figlio per benedire.»

«Io non sono già Dio.»

«Lo so che sei creta; ma vive in te una scintilla di divinità, una particella dell'intelletto di Dio, che ogni sua cura dovrebbe porre in seguitare lo esempio del suo Fattore, e in piacergli, e in farsi degna di quella gloria alla quale ci chiama con tutti i portenti della creazione: l'Eterno senza peccato rimise non richiesto la colpa, rimettila tu che sei peccatore, e te ne supplichiamo prostrati alle tue ginocchia.»

Ciò detto, cadde ai piedi di Rogiero, e sollevando le mani giunte lo scongiurava in bell'atto di amore. I rimanenti Frati seguendo il moto dell'Abbate facevano altrettanto, e concordi ad una voce gridavano: «perdona…. perdona!»

«Quando anche mi dessero il dominio del fulmine…. quando anche, mi fosse concesso l'impero sopra il consiglio della mente…. ed ogni cosa del creato avesse una voce che mi esaltasse, e le miriadi degli Angioli mi cantassero osanna in perpetuo, io non rinunzierei mai alla mia maledizione. Sii maledetto!» gridò con potentissima voce Rogiero, scotendo ambe le mani sul moribondo, «e meco ti maledicano le sostanze che hanno corpo, e le intellettuali, i morti, i viventi, i non nati; possano da queste mie mani piovere zolfo e fiamme su l'anima tua, e su quella dei tuoi compagni di delitto; non vi sia bocca che non vi schernisca, non creatura che non rida alla atrocità del vostro supplizio; e possa la mia crudeltà far condannare me pure, e ardere nel medesimo inferno, imperciocchè allora voi tormenterete me con la storia dolorosa, ed io tormenterò voi con le mie feroci rampogne: ci saremo scambievoli demoni—e spietati—e implacabili—eterni.»

Respinse il vecchio Abbate che gli abbracciava le gambe, lo stese duramente per terra, e con un salto balzò fuori della cella. Il crisma consacrato si sparse sul pavimento, e si mescolò col sangue che scorse dalla fronte lacera del misero Abbate; egli però nulla curando la ferita, aiutato dai circostanti, si ripose in piedi, e s'incamminò ad amministrare il pietoso ufficio col poco olio rimasto: già con la mano levata su gli occhi del moribondo aveva cominciato a dire per istam sanctam unctionem, et suum…. allorchè il confessore dall'altra parte del letto con voce fioca mormorò: «È spirato.»

Guardò con maggiore attenzione l'Abbate, e vide Roberto con gli occhi e le labbra aperte;—un lieve rossore gli coloriva le guance;—pareva vivo;—gli pose la mano sul cuore;—fu lo stesso che porla sopra una pietra;—prese un lembo della coltre, e gli coperse il volto dicendo: «È andato in pace!»

CAPITOLO DECIMONONO.

LO INDEMONIATO.

                Che di amara radice
                Amare foglie e amare frutto nasce:
                Il misero si pasce
                D'orrore e di paura,
                Di lacrime e sospiri,
                Sempre in nuovi martiri,
                E per lui solo al mondo il pianto dura.
                                   ORESTE, tragedia antica.

«Va, corri, Beltramo,—fa di recarmi tosto la mia armatura…. e la lancia…. e la spada…. e….»

«Il pugnale?»

«Sì certo, il pugnale,—la più nobile invenzione per distruggere, che onori lo spirito umano,—il pugnale. Poni la sella al destriero….»

«Santa fede! che vorreste partire, bel Cavaliere? Guardate a quello che siete per fare: perchè le vostre ferite sono rimarginate di fresco; e così debole non saprei se….»

«Parti, e fa quello che ti ho comandato: chi ti ha reso tanto ardito di provvedere al mio bene? chi ti ha detto di prendere cura della mia salute? chi ve la dovrebbe, e ve la potrebbe avere, non vi bada tanto nè quanto, e vuoi averla tu, disgraziato! che non sei sufficiente di pensare a te stesso? presumi essere meno tristo, meno debole, meno scellerato di me?»

«Ma io, bel Cavaliere, possa morire scomunicato, se intendo sillaba del vostro discorso: non avreste veduto per caso la Tregenda dentro qualche macchione? Su via, non vi curate di cavalcare a quest'ora; messer Ghino non è ancora tornato, e non sarebbe mica cortesia cotesta di andarsene senza togliere commiato.»

«Che mi parli di cortesia, sciagurato! quando altri mi tradisce beffando, mi strazia il cuore ridendo, e viene quasi a spettacolo per godere nella contemplazione dei miei dolori!—l'arme, ti ripeto, l'arme.»

«Deh! bel Cavaliere, voi volete gettarvi via ad ogni costo; la vita è pur vita, e perduta una volta non si ricompra mica a contanti: sarebbe pure il gran peccato, che veniste così miseramente a morire, poichè mi sembrate gagliardo, e pro' della persona; guarite prima per bene, poi non mancherà tempo a lasciare questo mondo….»

«Dov'è l'armatura?»

«Santa fede! O Cavaliere, da che non avete nessuno amore per voi, abbiatelo almeno per me; considerate di grazia che il ferro confricando le vostre piaghe tornerà a riaprirle prima che sia un'ora.»

«Ma che destino è il mio, che l'odio e l'amore degli uomini debbano riuscirmi ugualmente importuni?»

Questo dialogo, come la più parte dei miei lettori avrà immaginato, fu tenuto da Rogiero, che, dipartito dal convento, si era ridotto alla casa di Ghino, con Beltramo, il caritatevole custode del moribondo Drengotto. Terminate ch'ebbe Rogiero le riferite parole, cadde in pensiero, e declinò la faccia tra le mani; onde Beltramo, conoscendo che predicava al deserto, stimò nessun'altra cosa rimanergli di meglio che eseguire il comando. Già non poteva il masnadiero di lungo spazio avere trascorso la porta, allorchè Rogiero, crollata la testa, si dette a camminare per la stanza furiosamente.

«Mi prostrerò al suo trono,» diceva «mi prostrerò…. io che non mi sarei curvato innanzi cosa immortale, cadrò adesso ai suoi piedi? Sì, cadrò, perchè la mia alterezza si dipartiva dalla innocenza…. oh! come avvilisce la colpa!»

«Bel Cavaliere, ecco l'armatura;» entrando nella stanza favellava Beltramo.

Rogiero non gli poneva mente, e continuava così: «Ho voluto io la colpa? Io mi sarei sottratto a quella con la morte; pure ne porto la pena. Questa è una via dolorosa; la sventura mi flagella, affinchè senza requie pervenga al fine, e al fine mi attende l'infamia….»

«L'armatura, Cavaliere….»

«Ora temo il riposo della terra, perchè mi cadrebbe addosso, come il peso all'ostinato che volle caricarsi le spalle più che le sue forze gli concedevano…. e non sarebbe già volontario…. nè avrei per iscusarmi…. e per accusarlo le ragioni di prima….—Non le avrei? Non sono circondato di lacci? Non mi hanno strascinato alla dannazione come omicida al supplizio? Io leverò la faccia, e gli dirò….»

«L'armatura, Cavaliere, l'armatura….»

«Che debbo farmi dell'armatura? il mio nemico è invincibile; l'asta e la spada non valgono contro di lui; egli combatte con la volontà. Altra forza che non è la mia,—altro ardimento, hanno perduto la prova…. toglimi dinanzi cotesta armatura, che si fa beffe della mia debolezza, perchè non v'ha corpo nella creazione che non giunga a guastare questa mia fievole coperta di pelle.»

«Vi domando mercè, Cavaliere; ma voi non mi avete pur ora mandato per essa?»

«Io ti ho mandato? hai tu bene inteso?»

«Toglietemi qualunque facoltà vorrete, nè vi aspettate di sentirne un lamento; ma negli orecchi, Cavaliere, credo valere quanto alcun altro mio fratello di umanità.»

Rogiero si pone in atto di uomo che vuole richiamare alla mente una cosa sfuggita: «Se io l'ho detto, segno è certo che ne aveva ragione…. O stato che commuovi il riso, perchè sei superiore del pianto!» e così favellando torse alquanto la bocca. «Ah! mi sovviene adesso; non devo prostrarmi, e chieder perdono?» Il rossore gli trascorse su per le guance fino alla radice dei capelli, e dopo alcuna pausa ricominciava: «Non di qui, non di qui la vergogna prende principio; segue ella come un'ombra il misfatto. Col prostrarci può bene diventare maggiore; ma ormai l'avvilimento è consumato; —porgimi lo usbergo.»

Beltramo, obbedendo al comando, gli fece passare le braccia per gli scavi che cingevano le spalle, e si pose a fermarglielo addosso, stringendo le fibbie che di sotto l'ascella destra si terminavano poco sopra il fianco: imperciocchè gli usberghi, corsaletti, giachi, ed altre arme di simil sorta, fossero fatte a modo delle moderne sottovesti, se non che mastiettate da un lato per potersi aprire e chiudere, e dall'altro, come abbiamo detto, avessero diversi fermagli, co' quali si fissavano su la persona del cavaliere. Beltramo proseguendo l'ufficio venne all'improvviso interrotto da una esclamazione angosciosa di Rogiero, che disse: «Ahi! Quanto ti hanno dato i miei nemici perchè tu mi ferissi alle spalle?» e con súbito atto portò la mano su i reni per conoscere s'era stato ferito.

«Cavaliere!» rispose Beltramo indietreggiando di alcuni passi «ma che credete di stare tra masnadieri davvero? Non ve l'ho io detto che le vostre ferite non sono ancora del tutto sanate? e questa vi darà nella via più gravezza delle altre, come quella che rimane sotto un fermaglio dello usbergo. In che vi ho nociuto io, onde dobbiate così stranamente diffidare di me?»

Rogiero volse la faccia a Beltramo ridendo di quel sorriso col quale soglionsi ascoltare le parole dette con poca sapienza, o con molta stoltezza, e soggiungeva così: «Ogni uomo è onesto prima di farsi scellerato,—nè il non avere commesso il delitto significa rettitudine di anima;—ormai chi sa quanti ne avrai commessi col pensiero! ma risponderai che tu non chiamasti la mano ad esprimere la perfidia della mente; e credi per questo di essere meno colpevole? forse ti fuggì l'occasione; ma questa ti può essere offerta ad ogni momento. Torci le labbra?—non mi hai fede? frugati giù nel cuore, sfacciato, e affermami sul viso, se l'osi, che non hai mai pensato alla colpa.»

«Vi chiedo mercè, Cavaliere, ma io stimo che la miglior cosa pel nostro cuore sarebbe lasciarlo stare in pace. Io per me credo di non valere più nè meno di qualunque altro uomo; questo so certo, che non farei tradimento a persona, e meno a voi, bel Cavaliere; d'altronde poi io sono uomo grosso, nè m'intendo di tante sottigliezze; pensatela un po' come vi pare, chè per questo non dormirò meno gagliardi i miei sonni. Intanto venitemi presso senza timore, se volete che io termini di affibbiarvi l'usbergo; o più tosto, se volete seguire una volta un buon consiglio, che ve lo tolga da dosso, perchè, permanendo ancora qualche giorno, possiate ricuperare affatto la vostra salute.»

Rogiero ravvicinatosi a Beltramo gli ordinava seguitasse ad armarlo; e allorchè di tanto in tanto il ferro, accostandosi su le mal rimarginate ferite, lo pungeva di acri trafitte, non più, come dianzi, dubitava di tradimento, ma esalava il concetto dolore con un gemito ammezzato tra i denti: allora Beltramo si rimaneva, e alzava gli occhi per riguardarlo:—la espressione dello spasimo era già dileguata dal volto di Rogiero, e compariva composto in certa impassibilità maestosa, che nè pareva nè era propria della sua natura, ma chiamatavi a forza, e a forza costretta a rimanervi da un senso magnanimo di alterezza; il che faceva cosa stupenda, e a un punto compassionevole a vedersi.

«Quando,» continuava a dire Rogiero, «quando ritornerà messer Ghino, gli dirai, che da poi la nostra natura è così vile, che al racconto dell'altrui disastro il proprio o tace, o diminuisce, tolga argomento dai miei casi di consolarsi dei suoi, i quali in proporzione dei miei sono giuochi da fanciulli; gli dirai ch'io fuggo per non attristarlo con una terribile storia, se veramente mi ama, e per non farlo godere, se finge…. o invece, e farai meglio, non dirgli nulla: dalle mie vicende non può derivarne che male; per esse sarà noto che non giova onestà, non giova costanza,—l'amore, la carità, e ogni altra magnanima passione, non giovano; che una forza alla quale non ci è concesso resistere ci strascina; che non vive uomo il quale possa vantarsi incolpevole,—e se lo fa, è stolto; e se l'occasione gli si presenta, la sua anima darà una mentita a sè stessa; cose in somma che sarebbe pur meglio ignorare, la scienza delle quali prostra le menti invece di suscitarle, e le fa gemere sotto il peso della umanità, come schiavo per la gravezza del travaglio assegnato.» E così discorrendo, e cumulando errore ad errore noi non sappiamo dove sarebbe andato a riuscire, se Beltramo in quel momento, stretta l'ultima cintola, non avesse detto: «È finita.»

«Me avventuroso, quando proferiranno questa parola sul mio cadavere! Pure chi sa che anche nella fossa non mi aspetti qualche altro affanno, e chi sa se veramente là dentro si trovi riposo! Nonpertanto io non posso sperarlo altrove, poichè le nostre condizioni sono la vita e la morte, e nella prima già mi dispero di più mai conseguirlo.»

Soffrendo impazientemente che più oltre si prolungasse il tempo di armarlo, con quelle armi che si trovava in dosso uscì della stanza e scese nel cortile, dove trovò il suo buon destriere Allah in punto di essere cavalcato, tenuto da uno scudiero: senza altre parole, posto il piede in istaffa, inforcò la sella, e lo spinse fuori del cortile. Mentre stava per uscire, messer Ghino, reduce con alcuni dei suoi dalla divisata spedizione, gli si presentò dinanzi, attraversandogli la via.

«Dove, Principe?»

«Dove piace a colui che padre e innocenza mi ha fatto perdere a un punto.»

«Voi mi parlate strane novelle, Rogiero: vorrestemi in cortesia farmele chiare, narrandomi quello che vi è avvenuto?»

«Non vi curate conoscerlo, messer Ghino; già sapete assai per disprezzare la vostra schiatta; io ve la farei abborrire, e troppo grave danno ne verrebbe a voi, ed a lei: sgombratemi la via.»

«Voi siete ammalato nello spirito, amico mio; e se la compassione non permette di abbandonare lo infermo di corpo, molto meno concederà di abbandonare l'ammalato nel cuore, di cui le malattie travagliano più profonde e terribili.»

«Ghino, Ghino, sgombratemi la via, o ch'io vi spingo addosso il cavallo, succeda quello che può succedere.»

«Dio eterno!» gridò Ghino ritraendosi, e sollevando al cielo le mani; «tu gli hai tolto il senno….»

«Amico,» esclamava Rogiero in andando «ormai se è vero che l'uomo può amare l'uomo, la qual cosa non credo, fa di mestieri trovare un'altra parola per esprimere questo amore, da che amicizia sta per significare tutto ciò che l'odio, la rabbia e la frode, possono commettere di tristo contro la creatura che parla. Io da qui innanzi, quando alcuno mi si vorrà dire amico, porrò le spalle alla parete, per non trovarmi trapassato da tergo, e porterò le mani alla borsa, onde non mi sia rubata nell'abbracciamento.» E tuttavia cavalcando aggiungeva moltissime altre sentenze, che il vento, quasi avesse senso di ragione, tolse all'udito, e che sarebbe pietà riferire: vadano pure disperse, che noi rispetteremo il diritto dell'elemento, e potessero con quelle disperdersi le colpe che le fecero dire, le quali pur troppo vissero, vivono, e crescono tra noi! Il popolo ci accusa di essere troppo vaghi d'investigare le colpe, e desiderosi di calunniare l'umana natura. O popolo, popolo! Dio che scende nel profondo dei cuori, Dio sa se è sincero il nostro voto, e se più tosto di attristare noi stessi ed altrui col racconto dei misfatti, vorremmo celebrare le tue glorie, diffondere la luce del canto sopra i gesti magnanimi, inebriarci nell'aere della virtù…. ma guárdati intorno, e domanda dove sia la virtù,—non troverai nè pur l'eco che risponda a questa strana parola.

Rogiero, travagliato dalla febbre dei tristi pensieri, di più in più si allontanava per la pianura; ma poichè tutti i nostri affanni trovano fine, rallentandosi, se tali che la nostra pazienza possa soffrirli, o distruggendo l'anima qualora le sieno superiori; quelli di Rogiero non essendo di forza da distruggerla, così la cortesia, ch'era in lui veementissima passione, appena trovò luogo di farsi sentire, gli rimproverò le strane maniere tenute con messer Ghino, il solo tra la famiglia degli uomini ch'egli avesse riputato degno di riverenza e di onore; voltò la testa all'indietro quasi per fare sue scuse alla parte del cielo che copriva quel valoroso; imperciocchè credeva lo avesse ormai trasportato il cavallo oltre la vista della sua dimora, ma s'ingannò; che il destriero non istimolato dal suo signore s'era fatto innanzi a piccolo passo, ed egli ebbe agio di vedere il buon messer Ghino, il quale nella medesima situazione in che lo aveva lasciato stava a riguardarlo: trasse dal lato destro la briglia, dette di sprone a manca, ed in meno che non si dice Ave Maria giunse presso Ghino, smontò da cavallo, e gli cadde smanioso tra le braccia; la testa, come se non potesse sopportare il peso della commozione, abbandonò sopra le spalle dell'amico; in faccia divenne tutto bianco, nessuna lacrima gli sfuggì dagli occhi, la gola chiusa non avrebbe concesso che le parole suonassero, nè egli si provò a favellare. Ghino lo sorreggeva, niuna cosa si aggiunse alla sua prima espressione, se non che una grossa lacrima formatasi lentamente gli gocciò giù per la guancia, posandosi alla fine sui capelli di Rogiero; dopo la prima ne sgorgarono delle altre assai, e a mano a mano più spesse; il volto però, come abbiamo detto, non prese nuova attitudine, ogni muscolo rimase al suo luogo;—pareva che gli occhi non avessero nulla che fare con quelle lacrime;—che spontanee si dipartissero dal cuore. Un poeta a considerare quel pianto sotto quelle ciglia irsute scendere per un viso adusto e di dure sembianze, quale era quello di Ghino, avrebbe súbito trascorso col pensiero ai versi di Omero, nei quali egli paragona il pianto di Agamennone

«………. a cupo fonte, Che tenebrosi da scoscesa rupe Versa i suoi rivi……….. ¹»

¹ Iliade, Libro 9.

Le principali passioni di questi nostri personaggi, dove potessimo significare mediante la favella, non sarebbero degne di qui riferirsi; esse non pure assorbivano ogni altra potenza dell'anima, ma sforzavano talmente quella destinata a riceverne gl'impulsi, che un poco più che si fosse tesa rompevasi col danno di certissima morte. Non fiatarono, e pure quello amplesso muto disse più di quello che eglino avrebbero potuto esprimere in diversa maniera: l'uno non chiese, e l'altro promise; questi accettò, e quegli non proferse; in somma moti secreti di natura purificata che il volgo non potrà mai concepire, e dalla storia dei quali vuolsi tenere lontano quanto dai misteri del Santuario.

«Dunque» dopo lungo tempo cominciava messer Ghino «è irremovibile volontà vostra partire senza dimora?»

«È.»

«Terreste alcuno dei miei in vostra compagnia?»

Rogiero gli strinse la mano, e fissò i suoi negli occhi di lui, il quale atto valse un ringraziamento; dipoi soggiunse: «Messer Ghino, lo stato che adesso mi torni meno gravoso nella vita mi sembra la solitudine.»

«Sia fatta la vostra volontà. I miei passi son rivolti al Regno; terrò le stanze alle falde dei monti di Arpino presso le sponde del Garigliano, sopra il terreno una volta occupato dal valore dei Saracini;—quel terreno io considero come retaggio paterno, perchè appartenente ad una schiatta perseguitata e infelice: quivi, voi lo sapete Rogiero, vivrà un cuore di cui il penultimo sospiro sarà per Dio, l'ultimo per voi, e un braccio che combatterà in vostra difesa, finchè potrà sostenere peso di spada: solo che non mi chiamate contro Manfredi:—io potrò bene stendere la destra sopra la brace accesa, non già inalzarla contro colui che ho cominciato ad amare.»

«Comunque possa sembrarvi strano, sappiate, messer Ghino, che se io mai invocherò il sussidio delle vostre armi, questo non sarà se non in favore del Re Manfredi; più oltre non v'è concesso conoscere di questa avventura; a me riuscirebbe troppo gravoso dirlo, a voi ascoltarlo; bastivi quanto ve ne ho raccontato. Ghino, mio dolce amico, addio.» Rogiero proferite queste parole gli strinse di nuovo la mano, Ghino rispose: «Voi mi levate un gran peso dal cuore: certo adesso non istarà per noi, che i Barbari non sieno cacciati di là dalle Alpi; la vostra spada, Rogiero, per quello che mi parve a Roma, può compensare a misura di carbone il male che avrà fatto la vostra lingua. Addio…. badate di non porlo in dimenticanza,—alle falde dei monti di Arpino….»

«Dimenticanza! Quando l'anima oblierà che v'è stato uno ieri, e che vi sarà un domani, allora soltanto potrà dimenticarvi, Ghino!»

«Sì bene; dunque colà aspetto la vostra chiamata. Intanto affileremo le daghe, onde, se alcuno dei Francesi scamperà, possa narrare a quelli di là dai monti, come taglino i ferri italiani. Addio…. Aspettate, Rogiero: se per caso non vi fosse data comodità di venire in persona, a voi, togliete questo pugnale, il messaggiero che spedirete a recarmelo ritornerà alla vostra presenza con quattrocento uomini di arme, ed un amico.»

«Che posso dirvi, Ghino?—Addio!»

«Nè differite a chiamarmi nelle ultime strette; spesso, Rogiero, minor numero di gente di quella che io conduco, giunta in buon punto, ha reso vittorioso un esercito, che migliaia di armati, trascorsa la occasione, non hanno potuto salvare. Non vogliate risparmiarmi; pensate, che accorrendo con le armi nulla opero per voi, poco per Manfredi, molto per me, che sopra i piaceri del buon cittadino altissimo io pongo quello di menare le mani in pro del mio paese…. Me lo promettete, Rogiero?»

«Ve lo prometto.»

«Anche uno abbraccio, e addio!»

Ghino gli tenne la staffa; Rogiero, quando fu salito in arcione, gli stese la destra; egli se l'accostò alla fronte, e disse: «Ella mi fa bene al capo quanto la benedizione di mio padre: sopra tutto abbiate cura delle ferite. Addio, mio diletto Rogiero, addio! addio!»

Si allontanava lo sfortunato giovane tenendo la faccia rivolta all'indietro, di tanto in tanto salutando il suo amico, che non si mosse mai dal luogo, finchè potè seguitarlo con gli occhi; quando l'ebbe smarrito a cagione del suolo montuoso, e delle giravolte della foresta, salì sopra una torretta per vederlo riuscire su l'aperta pianura; qui pure il cielo lontano glielo nascose, o più tosto la debolezza della vista non gli concesse tenergli dietro; allora curvò la persona, e appoggiò le gomita alla sponda della torretta, puntellandosi ambe le guance, e così stette assai gran tempo, considerando il luogo pel quale si era dileguato. Di qual sorta fossero i pensieri che gli si avvolsero per la mente noi non sapremmo rapportare; soltanto diremo, che togliendosi di costà fu inteso mormorare la seguente sentenza:—«Poichè le gioie di questa vita giungono tanto rade, e passano così veloci, io tengo per fermo che le ci sieno date per farci sentire più addentro i dolori.»

Rogiero, avendo raccolto per via, che la Corte e i principali Baroni dovevano quanto prima ridursi a Benevento, dove Manfredi aveva ordinato universale assemblea, divisò volgere quivi il viaggio, che stabiliva di fare a Napoli; e dopo un faticoso cammino per luoghi dirotti, reso più grave dalle piaghe inasprite, giunse l'ottavo giorno della sua partenza da messer Ghino in vista di Santa Agata dei Goti. Sia che temesse potersi celare, sia che desiderasse sfuggire l'aspetto dei viventi, Rogiero si consigliò di non entrare in quella città, ma posarsi alla campagna nella prima osteria che gli fosse occorsa, nè andò guari che il suo sguardo si fissò sopra una insegna dipinta sul muro. Il pittore, per quello che si poteva interpretare, aveva pensato raffigurarvi una luna nel suo primo quarto, allorchè somiglia, come ha detto Orazio in qualche parte delle sue Odi,—e la Musa sa con quanta gentilezza di concetto,—alle corna della vitella; certi globi neri condotti sotto la luna dovevano per certo fingere nuvoli,—almeno così credo;—sopra questa opera maravigliosa dell'arte stavano scritti con la brace i versi seguenti:

    «Or che la notte è taciturna e bruna,
    V'invito nell'albergo della Luna.»

Veramente,—disse a sè stesso il cervello di Rogiero, senza che la sua volontà vi partecipasse per niente,—poteva esser meno tristo; pure poichè tutto bene non si può avere, il meglio è che si trovi fuori di mano.—Mentre così fantasticava, da un fabbricato contiguo alla casa acconcio a modo di scuderia sbucò fuori un fanciullo di strana sembianza: pallido in volto, con gli occhi loschi, le labbra rovesciate, i capelli stesi; la testa strettissima sul davanti, si allargava dietro, presentando la forma di una borsa per riporre danaro; la sua veste, screziata d'infiniti colori, aveva sopramesse le toppe con tanta leggiadria, da sembrare, più che altro, un arazzo. Questo fanciullo pertanto senza fare parola si avventò alla briglia del cavallo di Rogiero, sforzandosi condurlo seco: il cavaliere stese la destra armata del guanto di ferro, e così per taglio percosse la mano di quello indiscreto in maniera che indietreggiò di alcuni passi, strillando, e soffiando su la parte offesa.

«E» instava minaccioso Rogiero «fa voto a cui adori che non ti faccio peggio, perchè fin qui nè Cristiano nè Saracino può vantarsi di aver toccato la briglia del mio destriero.»

Udendo poi che il fanciullo non cessava il lamento, per quella antica abitudine, che nessuno raziocinio varrà mai a cancellare dal nostro pensiero, di credere che uom possa con un pezzo d'oro, o di argento coniato, riparare le ingiurie, impedire alle lacrime di scorrere, e all'anima di sentire, il nostro eroe cavò fuori un fiorino, e l'offerse al fanciullo. Come avvenga questo, noi non sapremmo; ma i giovanetti, di cui lo spirito pare incapace delle nozioni più semplici, si mostrano sopra le altre bestie a due gambe bramosissimi del danaro; e sì che il modo di conseguirlo, quello di spenderlo, le cose che rappresenta, il perchè le rappresenti, dovrieno formare astrattezze non tanto agevoli a ficcarsi nella testa di un bambino; forse quel corpo lucido e rotondo vince ogni loro attenzione; forse, e questo mi sembra più vero, la scienza del quattrino sopra le altre scienze si adatta alla nostra natura, ed è la sola infusa che ci rimase da Adamo in poi. Rogiero, appena stesa la mano col fiorino, sentì mordersi il cuore, e poichè la velocità meccanica del pensiero, come sanno i lettori, formi anche oggidì il più efficace argomento per provare la spiritualità, in meno che non si chiudono gli occhi aveva conosciuto la sconvenienza tra una moneta e il torto apportato, la viltà di credere che lo avrebbe riparato, la stoltezza di volere con essa soffocare gli affetti, e molte altre idee, che appartengono a troppo arcano sapere, perchè possano convenientemente discorrersi in questo libro e convenientemente intendersi dalla più parte dei miei lettori. Nè alcuno voglia trovare strano quanto ho proferito qui sopra:—imperciocchè la plebe sia di certa zotica complessione (e per plebe intendo non pure quella che cammina vestita di frastaglio e di tela, ma si bene anche l'altra che si fascia di panno da quaranta e più Lire per braccio), che se a caso la fortuna le sbalestra un libro tra mano, e vede di non comprenderlo, distingue súbito se la fama dello scrittore per venire da tempi remoti sia radicata nella mente degli uomini, o se, di tenerissimo tempo, abbia mala pena messo le barbe: nel primo caso s'ingoia come una spugna il vituperio della ignoranza, e quantunque non capisca nulla, ed abbia smania infinita di mordere, grida bravo! guai a lei se gridasse tristo, che il disprezzo terrebbe dietro alla nudità della mente, ed ella vuole essere bene in camicia di scienza, non coperta di obbrobrio. La malvagità del cuore poi si dimostra pienamente nel secondo caso: conoscendo di poter nuocere, di far sentire il suo urlo, di rovesciare nel suo fango chi s'ingegna uscirne, calcandole la testa, non è da dire se corra festosa, come l'asino di Esopo, a dare dei calci in fronte al lione affralito dalla malattia e dagli unni. Quindi è che i primi passi di colui, che non ha troppo soverchianti doti di mente per disprezzare ogni riguardo, vogliono essere cauti, ma cauti bene; se mette piè in fallo, già non confidi che alcuno pietoso gli stenda la mano soccorrevole; accorreranno tutti a gittargli addosso la pietra, e con essa lo scherno, e quelli principalmente che più lo confortavano di avventurarsi al passo. Gli uomini godono allo aspetto delle rovine, nè possono perdonare nessuna superiorità di averi e d'intelletto. La fama assai si rassomiglia al Paradiso dei credenti in Maometto, per giungere al quale fa di mestieri traversare Alzirat, il ponte largo quanto un filo di ragnatelo, sotto cui scorre una riviera di fuoco, che con la vampa e il fragore spaventa chi passa: qui sì che fa di bisogno davvero la buona coscienza che rassicuri; un lieve ribrezzo, uno sfumato raccapriccio è morte eterna: da quella riviera infuocata la forza degli angeli e degli uomini riunita nel braccio di un demonio non varrebbe mai a sollevarti. Leggesi, che certo storpio s'imbattè un giorno in un cieco, e poichè scambievolmente si ebbero raccontato con quanto pericolo e affanno ognuno di loro procedesse nello impreso cammino, il cieco proponesse di levarsi in collo lo storpio, e così l'uno giovando con le gambe, l'altro con gli occhi, potessero ambidue pervenire a buon salvamento. Oh! bella carità questa, e certo degna del mondo come dovrebbe essere; ma tanto e tanto va immersa la gente nella costumanza del male, che io per me affermo, che dove tutti fossero ciechi, e dispersi pel deserto, ed uno solo godesse della luce per bene condurli, vorrebbero traboccare più tosto in qualche dirupo, perdersi dentro il torrente,—morire in somma, che sopportare la condotta di quell'uno. Ma io ho promesso una istoria, e così seguitando parmi che si convertirebbe in un trattato di filosofia,—e quale filosofia! pure non mi dà l'animo di cancellare una sillaba; quello che è scritto è scritto; molti non capiranno, più molti non vorranno capire; nondimeno la verità vive senza bisogno di essere intesa, ed io ho avuto il coraggio di dirla, e spero in Dio di conservarlo sempre, che in questa terra da cotesto valore in poi non mi venne altro retaggio: intanto io me ne lavo le mani, e non come Pilato, e la infamia a cui tocca.—Ritorno alla storia.

Rogiero dunque, sì come raccontava, avvertito dalla gentile coscienza, stava per ritirare la mano, ed in vece del fiorino proferire parole di scusa, quando il giovanetto si gettò avidamente su la moneta, e con ambe le mani gliela svelse dalle dita; intanto il suo volto si ricomponeva alla quiete, e le labbra si schiudevano al sorriso, mentre che tuttavia le lacrime gli sgorgavano dagli occhi. Rogiero, assuefatto a conoscere molte passioni umane, e tutte schifose, non potè contenersi dallo esclamare: «Io non avrei mai creduto che col danaro si comprasse anche il dolore!»

Il fanciullo lo seguitava in atto sommesso, gl'insegnava il luogo ove meglio avrebbe accomodato il cavallo.

Rogiero, dato al suo Allah le cure di un amico, si incamminava all'albergo.

In mezzo della stanza stava l'oste,—strana figura a vedersi! lungo sperticato, comecchè per tenere le spalle levate verso la nuca apparisse senza collo, con molto scapito della sua statura: il petto, diverso da quello di ogni animale della sua specie, non era piano nè convesso, ma incavato, macilento quanto le vacche che vaticinarono a Faraone la carestia dell'Egitto, con certe mani scarne, unghiate da accomodarne i nibbii:—avresti giurato che a mettergli un lume dietro gli si sarebbe veduto che cosa pensava nel cuore; e a malgrado lo inviluppo della carne, io credo che gli si potesse studiare addosso l'osteologia; aveva la fronte aguzza, alta forse due dita; il naso torto all'ingiù, il mento all'insù: quasi due amici che anelassero abbracciarsi; gli occhi presso le palpebre di bel colore carminio, più oltre di piombo scuro; la bocca amplissima prendeva le mosse da un punto assai prossimo alle orecchie, e formava un sesto acuto sopra il mento; qualcheduno che avesse avuto vaghezza di fare similitudini, l'avrebbe assomigliata ai festoni da morto che oggigiorno si appiccano alle porte delle chiese; nè il colore avrebbe impedito, chè se i labbri con erano neri non erano neanche vermigli. Il ritratto di questo personaggio non arriva anco a mezzo, e le tinte su la tavolozza mi mancano, onde sarà meglio finirlo con dire, che i suoi moti parevano raccolti dagli scimmiotti, e dai maníaci; il suo favellare da prima lento, poi precipitato in guisa che spruzzasse la saliva in volto a cui gli stava dinanzi, e negli angoli della bocca gli spumasse un rigonfiamento di bolle bavose. Il primo pensiero che suscitava il suo aspetto era di scherno, il secondo di paura; se avesse avuto la coda, lo avrebbero sbagliato con Moloch, il demonio della avarizia.

«Ben venuto,» disse costui appena vide Rogiero, facendogli profondissimo inchino col berretto alla mano, e percorrendolo da capo alle piante con tali sguardi che parvero una frugata di doganiere, «ben venuto sia il Cavaliere. Ahimè! la fortuna non può pararmi dinanzi nessuna occasione nella quale tanto mi dolga delle rapite sostanze quanto in questa, perchè non mi è dato di onorare come vorrei il Cavaliere che mi fa dono della cortese presenza; nondimeno spero in Santo Menna il Solitario, nostro Santo protettore, di potere sempre onestamente servirvi pe' vostri danari. Voi siete proprio nato vestito a capitare al primo tratto alla Luna; avreste potuto, procedendo oltre, trovare l'Aquila d'oro, l'Orso bianco,—Santo Menna glorioso! belle mostre,—fattucchierie per iscorticare i poveri forestieri; e poi si vanno vantando che l'anitre loro sono più grasse delle mie,—come se non respirassero la medesima aria: e' vi so dire, signor Cavaliere, che hanno posto davanti a chi ebbe la mala ventura di cadere là dentro più galli morti di pipita di quello che non v'ha fiori in primavera; e una donna assai mia familiare, che pratica cotesti inferni, mi assicurava l'altro ieri che seppellirono nello stomaco di certo uomo dabbene un gatto per lepre. Io per me non so come la Signoria non vi prenda rimedio, solamente per la salute pubblica…. Basta, da un pezzo in qua le cose vanno a rifascio: io sono uomo grosso, nè so molto di ciò che sapete voi altri signori; pure, se stesse a me comandare, vorrei….»

Rogiero, per le cose proferite dall'oste ormai rassegnato di trangugiare un mal pasto, senza più badargli s'indirizzò verso una camera dalla quale usciva rumore confuso di gente, che parli insieme a gola spiegata. Giunto che fu sopra il limitare osservò quattro uomini che portavano in testa cappelli di ferro, in parte ammaccati, in parte rugginosi, e intorno alla vita corsaletti parimente di ferro; le partigiane e le daghe avevano posto in un canto della stanza: stavano seduti da un lato della tavola alternando il mandare dentro bicchieri di vino, e il cacciare fuori discorsi. Questi uomini, che appartenevano a qualche compagnia di vassalli armati, che ogni Barone si faceva pregio tenersi appresso, sorsero all'apparire di Rogiero, e molto rispettosamente lo salutarono, imperciocchè fossero da remota consuetudine assuefatti a fare così a tutte le armature ornate con fregi di oro, o di argento. Rogiero ringraziava con la mano, e invitava che tornassero a sedere: ma la sua attenzione non era rivolta su loro, sì bene sopra il quinto personaggio, che appena lo vide entrare, con trepidante prestezza togliendosi dinanzi un gran piatto di troppo squisita vivanda, vi sostituiva un pugno di ulive secche, e celava più che poteva il volto nel cappuccio, però che avesse addosso una schiavina da pellegrino. Per quanto s'ingegnasse, non giunse però a nascondersi da Rogiero, il quale, riconosciuto che l'ebbe, si sentì sorpreso da un senso di paura simile a quello che ci percuote allorquando ascoltiamo un racconto terribile:—vorremmo interrompere il narratore, e le parole si perdono per la gola,—vorremmo allontanarci, e le gambe ci paiono radicate sul terreno, e il sudore scorre su la fronte gelata, e non osiamo voltare la testa. Vergognando d'impallire al cospetto di tale uomo ch'ei teneva per vile, raccolse fiato, e disse con un sospiro: «Voi qui, pellegrino!»

Proferite le prime parole, rotto lo incanto, riprese il vigore del pensare, e del sentire, onde guardando su i quattro ribaldi, che avea d'attorno, lo proverbiava con un tal sorriso di scherno: «D'ora in avanti parmi che non avrete bisogno di altra compagnia!»

«Eh! chi cerca trova,» rispondeva il pellegrino «bel Cavaliere; la nave piega secondo il vento, e da più gran testa che non è la mia viene il detto:—co' Santi in Chiesa, o in taverna co' ghiottoni.»

«E se non m'inganno, parmi che siate fatto per istare più tosto co' secondi che con i primi, e che possa confermarvi di giorno quello che vi dissi di notte, quando in prima v'incontrai. Non conosco le cause per le quali v'ingegnate ingannarmi; ma credete poterlo fare mangiando, o astenendovi in mia presenza dal cibo che poco fa gustavate? Proseguite il pasto, chè per vedere su la mensa starne, od ulive, già non cambierò pensiero su voi:—la faccia è quella che conta.»

«Oh! allora poi, se mi avete veduto, continuerò a mangiare la mia vivanda. Peccato celato è mezzo perdonato; questa volta però me lo scriveranno a debito tutto intero;» e così favellando faceva il pellegrino di grossi bocconi: «il peggio, a parer mio, sta nello scandalo; quasi quasi direi che senza scandalo non vi abbia fallo: allorchè gli uomini non veggono, anche Dio chiude un occhio, e lascia fare…»

«Scellerato pensiero! se il grido della tua coscienza ti assicura, pensi che ti sconforterà quello della gente? Il cedro del libano piega sotto l'impeto della bufera, ma non si spezza.»

«Sì come, bel Cavaliere, è impossibile,—continuando a parlare con gli esempii,—che un bottigliere correndo a gran corso con la coppa piena fino all'orlo non lasci cadere alcuna stilla, così riesce quasi impossibile all'uomo di mantenere l'anima bianca fino alla fossa; ora poi siccome non dannereste il bottigliere di celare il difetto della tazza, così non potete dannare l'uomo che nasconde il pezzo d'anima fatto nero con la parte rimasta bianca. Con l'arte e con l'inganno—si vive mezzo l'anno; con l'inganno e con l'arte—si vive l'altra parte,—come diceva il poeta.»

E avrebbe continuato, se non che in quel punto entrò l'oste, che portava a Rogiero il cibo richiesto: nè io starò a dire in che consistesse, nè come fosse accomodato, perchè vado affatto ignorante dell'arte della cucina, e per me Apicio potrebbe dormire mille anni sopra di un lato, che non lo farei certo, risvegliandolo, giacere su l'altro; e in questa, come in ogni altra cosa, converrà cedere la mano al Romanziere scozzese: basterà accertare che il presentimento di Rogiero non rimase deluso, e che in tempo di sua vita non aveva fatto pasto meno gradito, nè più lodato.

«Nol dico per vantazione, chè superbia è troppo brutto peccato,» favellava l'oste «ma andate all'Aquila d'oro se volete gustare di questi camangiaretti; andate all'Orso bianco: Santo Menna glorioso! lì sì che si può dire che danno il pane con la balestra. E il vino? oh! pel vino vi giuro che può averlo uguale il Re Manfredi. Filippello di Faggiano, mio parente, che ha servito in corte tanti anni, mi assicurava un giorno che pareano fratelli; nè a casa mia si fa pagare, come altrove, quattro tarì la misura, perchè poveri ormai dobbiamo rimanere, ma col santo timore di Dio: io per me lo compro a tre tarì e mezzo, e lo vendo tre e tre quarti; guadagnerò poco in questo mondo, pazienza! salverò l'anima in quell'altro; tanto, in questo siamo pellegrini, come dice Frate Giocondo, e di là dobbiamo dimorare degli anni più di millanta: mi hanno assicurato, bel Cavaliere, che la pena degli osti nell'Inferno sarà di stare sommersi nell'acqua che hanno mescolato nel vino; pensate quante pertiche sotto vi starà l'oste dell'Aquila d'oro! davvero che me ne duole per lui, che ha famiglia; quello poi dell'Orso bianco credo che quando anche gli fosse concessa licenza di tornarsene a galla consumerebbe l'eternità per la via.»

L'oste, mentre così discorreva, aveva spiegato una meschina tovaglietta, e l'andava assettando sopra la tavola, la qual cosa vedendo il nostro pellegrino, vôlto a Rogiero favellava: «Bel Cavaliere, se Dio vi aiuti, qualora vogliate godere della nostra compagnia, io non vi sarò scortese come già voi lo foste con me; venite francamente, io mi restringerò da un lato, e spero farvi tanto luogo da potervi sedere.»

«Quando anche» gli rispondeva Rogiero, guardandolo traverso, «tu tenessi ad una mensa il posto del cane, ed io mi dovessi sedere nella scranna del Barone che gli getta l'ossa, aborrirei di sedermi a quella mensa.»

«Questa è da valente uomo. Messere,» parlò l'oste, fingendo di prender le parti di Rogiero; «ciò si chiama rendere tre pani per coppia, e vino dolce per malvagìa; tanto sa altri quanto altri, pellegrino, e così avviene sempre a coloro che cercano migliore pane che di grano.»

«L'ho io offeso offrendo di fargli largo alla mia mensa?» soggiungeva il pellegrino; «e deriva dai tempi vecchi l'esempio di colui ch'ebbe morsa la mano per dare del pane al mastino; nondimeno che cosa insegna il Maestro? Se alcuno ti chiede il farsetto, e tu dàgli anche il mantello; se tale altro ti percuote la guancia destra, e tu gli presenta la sinistra perchè ti percuota anche quella;—però ti perdono.»

«Da vero! Provami come potresti fare altramente, allora forse ti saprò grado del tuo perdono.»

«Spesso» affermava il pellegrino, ficcando addosso a Rogiero certi occhi maligni quanto quelli della vipera, «una scintilla arse castelli e abbazie; spesso un verme guastò la più alta querce della montagna.»

«Comincia a tacere, se vuoi ch'io ti stimi onesto; se in te fosse ombra di virtù, vanteresti meno te stesso.»

«Questa non è buona ragione; la lode in bocca propria può essere difetto, ma non esclude la qualità lodata.»

«Io giuro che se tu avessi la potenza della favilla, arderesti: sei un rettile fiaccato sopra la vita…»

«Sono uomo—che sovente è impedito nel fare il bene quando vuole, ma che sa fare il male quando anche non vuole.»

«La notte nella quale senza vederti in faccia, dal suono della voce, ti dissi scellerato, per certo non m'ingannò l'intelletto; tuttavia non conobbi allora, nè posso conoscere adesso, di quale specie sia cotesta tua iniquità: io non so se tu sii malvagio stolto, o malvagio sapiente, se per arte, o per natura; tu mi apparisci come un sembiante truce mezzo coperto dal mantello, come uno spettro più che metà confuso nel buio; ogni tuo sguardo porta affanno; ogni parola, trafitta nel cuore: s'è vero che vivono serpenti, di cui il fiato ha valore d'irrigidire i sentimenti, tu ne sei certamente uno in forma di uomo.»

«Cavaliere, se la esaltazione del sangue derivata da finta sventura vi rese una volta facile all'oltraggio, e me per compassione paziente a soffrire, pensate che non sempre a voi sarà dato oltraggiare, quantunque in me non sia per venire meno la virtù di tollerare. V'è un occhio che vede i torti del debole, e una mano che gli ripara.»

«Ch'io la vegga una volta.»

«Potreste sostenerne la vista? Ella vive quantunque nascosta: il fulmine da man celata scende

Il suono col quale il pellegrino discorreva queste ultime parole fu talmente diverso da quello adoperato finora, che Rogiero lasciò cadersi come spasimato col capo sopra la tavola. Al punto stesso il pellegrino accennando con gli occhi e con la persona a due dei suoi compagni, fece sì che si levassero in piedi, e andassero prestissimi a situarsi ai lati della tavola di Rogiero. L'oste si pose le mani dietro, e veduta la mala parata si trasse piano piano verso la porta. Nessuno fiatava: per ben dieci minuti ogni cosa fu cheta; alla fine Rogiero prese a mormorare bassamente: «Egli è desso,—l'uomo fatale,—l'istrumento del destino.—L'anima non ha accolto la sua voce col medesimo terrore? Non si è congelato il sangue, i polsi rimasti?» E poi proseguiva con forza maggiore: «Egli è desso!» Appena proferite queste parole, chiuse le pugna, tese le braccia, tutti i muscoli del volto compresse, come se riunisse ogni virtù per non soccombere sotto un dolore, e le ripetè più volte: «Fosse un demonio incarnato, sprofonderemo insieme nel fuoco penace, perchè io me gli avvinghierò alla cintura, nè il lascerò finchè non mi abbia reso ragione del suo fiero perseguitarmi,—del suo ingannarmi. Scellerato! io non l'offendeva mai, mai più lo aveva visto, ed ei mi ha voluto far perdere lo intelletto,—mi ha avvelenato la vita;—ma lo stolto me ne ha lasciata tanta da dargli la morte,…. e se sei tale da soffrirla, ora la soffrirai.»

Dava un calcio alla tavola, e cibo, bevanda, stoviglie, ogni cosa gettava rovesciata sul pavimento: sorgeva; aveva la guardatura terribile, il viso acceso, la persona in atto di offendere. Guai al pellegrino, se lo avesse giunto, che non avrebbe avuto altro bisogno di medico per finire la vita. I due ribaldi che gli s'erano messi allato lo presero per le braccia e pel petto, dicendogli: «Dove, Messere?»

«Con voi non ho nulla…. scostatevi…. lasciatemi, chè devo ricambiare alcune parole con quel demonio là.»

«E gliele potrete dire da questa distanza, così bene che da presso; per quello che pare non avete lasciato la lingua al beccaio.»

«No,—no:—è forza ch'io gli stia vicino…. lasciatemi, vi dico,» e scotevasi «lasciatemi…. vi comando…. vi prego.»

«Non vi accostate, Cavaliere, che vi farò mal giuoco; non sapete che il Diavolo scotta? Eh! dico, Puccio, tienlo sodo,—e tu Giannozzo,…»

«Ingégnati pure, se sai; ma converrà che tu mi dica per qual ragione da più mesi m'inciti alla vendetta di un uomo che non era mio padre…. dimmi…. dimmi, perchè mi hai spinto al delitto?»

Rogiero, per una convulsione di rabbia, raddoppiando la forza, si adopra svincolarsi dai ribaldi e gittarsi sul pellegrino: quelli però che troppo bene lo tenevano, nol lasciarono andare; tuttavia, mal potendo resistere all'impeto, lo seguitavano strascinati. Il pellegrino, di tanto baldanzoso che era, divenuto a un tratto avvilito, dato un urto alla tavola, si mette a fuggire: la tavola si rovescia come quella di Rogiero,—e qui pure, sottosopra ogni cosa:—forse l'impeto della paura fu violento quanto quello del furore;—forse erano poste in bilico a bella posta dall'ostiere, affinchè al primo urto cadessero, e così avesse occasione di farsi pagare per nuovo tutto ciò che vi stava sopra imbandito.

«Bel modo davvero di acquistar le grazie del Signore, ghiottoni!» urlava il pellegrino avvolgendosi per la stanza; «tenetelo, sciagurati che siete; non vedete che se vi fugge ci strangola quanti siamo?»

«Che sciupinío!» gridava per altra parte l'oste, «che sciupinío! Vergine addolorata! poveri miei stovigli che aveva comprati belli e lucenti alla fiera di Piscitella!—mi avete guasta la dozzina, signori:—chi paga? ehi! chi rompe paga…. chi paga?…»

«Mi fate forza!» gridava a sua posta Rogiero «che è questo?… tanto ch'io possa riprendere la spada…. iniqui! al tradimento!… al tradimento!»

«Va,» ordinò un ribaldo all'oste «va, e recaci quante corde hai in cucina….»

«Ma questo non entra….»

«Che? Párti che ti abbiamo fatto guasto per uno agostaro? quando anche ti abbruciassimo la casa con te e la tua famiglia dentro, il danno non potrebbe sommare a tanto.»

«Ecco che le mie profezie diventano vere,» riprese un altro ribaldo; «se fino da bel principio lo aveste assuefatto, secondo il mio avviso, a dargli del bastone sul capo per pagamento, non farebbe oggi dell'indiscreto:—va su tosto, furfante, a prendere le funi.»

«Considerate…. vedete….»

«Se rispondi anche una parola,» minacciava col pugnale il ribaldo «giuro per l'anima di mio padre, che non risponderai in appresso a nessuna dimanda che ti sia fatta in questo mondo.»

L'oste muovendo la bocca, come se gustasse alcuna cosa acerba, partiva immediatamente. Intanto Rogiero faceva l'estremo di sua possa per liberarsi; si aiutava con le mani, co' piedi, co' denti; quei che percosse sentirono dolore anche il giorno appresso; cacciava acutissime strida: con forza e destrezza maravigliose, sovente abbattuto, col peso di un uomo sul corpo, lo mise sotto, e si rilevò calpestandogli il petto; faceva uno schiamazzo, un rovinio da potersi sentire a mezzo miglio d'attorno. In questa tornava l'oste, smarrito nel sembiante, con corde in mano, gridando: «Gente! gente! a questa volta.»

Un ribaldo porse il capo alla finestra, e lo ritrasse pronunziando una fiera bestemmia.

Si udiva il rumore di mano in mano avvicinarsi, allorchè l'oste prese a dire a voce alta: «Lasciate questo Cavaliere, egli è in casa mia, e deve starci sicuro come in Chiesa: se vi ha fatto torto, aspettatelo fuori:—che è questo venire in tanti contro uno?—che soperchieria!—che assassinamento!—giuro al corpo…. al sangue….»

I ribaldi gli risero in volto; il pellegrino che conobbe l'arte dell'oste, gli disse: «Senti, Pierone, credi che ti mancheranno delitti per andare alla forca celando quest'uno? Tu hai avuto uno agostaro onde prestarci la tua opera per imprigionare questo Cavaliere, se fosse capitato in tua casa; eccotene un altro: il modo con che getto i danari, ti faccia persuaso che non ispendo dei miei. Colui che mi ha comandato di arrestarlo, è tale che può farti impiccare per avere pôrto da bere ad uno assetato. Hai inteso? fa senno, se non vuoi che qui dentro venga la bara prima che sia molto.»

La gente, come cosa matta, inondava la stanza;—erano vassalli del vicinato, tratti al rumore:—domandarono che cosa fosse accaduto, come stesse la bisogna, e intanto alcuni si portavano a liberare Rogiero: se si fosse taciuto, lo avrebbero per certo tolto dalle mani di quei ribaldi; ma vedendo il pellegrino che tentava nascondersi nella calca e fuggire, non potè tenersi dal gridare, accennandolo: «Prendete quel serpente, quel demonio là; sono mesi e mesi che mi perseguita!»

Tutti gli occhi si voltarono da quel lato. Il pellegrino, conoscendo non potersi celare, si fece oltre arditamente, e vôlto ai più vecchi, giungendo le mani e sollevando gli occhi umidi di lagrime, favellava: «O Signore, ben sei misericordioso e sapiente in ogni opera tua, così che quello che ci mandi deve essere tutto bene, quantunque ci si offra sotto la forma del male; pure per le preghiere di questi Fedeli, per quelle di me peccatore, ti piaccia liberare quella povera carne battezzata» e mostrava il Cavaliere «da tanta tribolazione; vedi, come lo travaglia il nemico del genere umano; vedi, come esulta della vittoria l'angiolo maledetto…»

«Ah traditore!» gridava con quanto aveva in canna Rogiero «lascia che io mi ti accosti, e vedrai chi di noi due sia indemoniato…»

«Deh! vedete, fratelli,» senza dargli mente continuava il pellegrino «a che mena il peccato; divenite savii dall'esempio altrui, frequentate i sacramenti, digiunate, vigilate, perchè il tentatore sta sempre alle velette…»

«È indemoniato?» urlava la gente accorsa, tutta atterrita.

«Iniqui!… stolti!…» con la spuma alla bocca urlava il mal capitato Rogiero, e avventavasi digrignando i denti.

«Tenetelo forte, fratelli, ma con carità, che sebbene indemoniato, egli è pur sempre Cristiano; tenetelo,—a voi,—legatelo per amore di Dio:—considerate, fratelli, la malignità del Demonio, che lo spinge contro me perchè sono prete. Lui misero, se mi percuotesse! chè incorrerebbe súbito nella scomunica lata;—il Canone parla chiaro: Si quis suadente Diabulo huius sacrilegii realum incurrerit, quod clericum, vel monachum, etc.»

La gente, che era accorsa con tanto grave aspetto di fierezza da prendere di primo assalto un castello, adesso non osava accostarsi; si segnava,—susurrava preghiere; alla più parte non sarebbe parso vero rimanere lontana; altri pianamente presero l'uscio, e rifecero i passi. I vecchi pregavano; le vecchie, incapaci di sentire compassione, toglievano motivo dall'energumeno che credevano avere sottocchio, per favellare di tutti gl'indemoniati che avevano veduto ai giorni loro nel circondario della Parrocchia; i giovani ora guardavano i padri, ora Rogiero, il quale pareva loro che avesse assai motivo di montare così su le furie per essere tanto villanamente legato; pure timorosi di mal fare tacevano, ammirando la gravità delle ciglia paterne; le donzelle, sia buona natura che svapora in proporzione che gli anni si accrescono, sia, come credo, debolezza, gli si facevano sopra tutti gli altri vicino, e:—«Poveretto!» dicevano,—«peccato! che sarebbe pur bello! Oh! se potesse riacquistare la salute, darei il cappello che lo zio prete mi portò dalla fiera!»—«Ed io il guarnellino dalle feste.»—«Oh! sì, giusto si muove co' cappelli e co' guarnellini la misericordia di Dio!»—parlò con voce soave una fanciullina, che pareva uno angioletto,—«preghiamolo di cuore, e forse ci ascolterà; è tanto buono, mi ha detto la mamma, e noi lo preghiamo di fare cosa buona, dunque ci ascolterà.»—E le altre giovanette, seguendo il consiglio, pregarono, e fervorosamente, per l'infelice:—ma l'infelice non doveva essere sollevato. Rogiero le guardò:—belle le aveva fatte la Natura, più belle le faceva quell'atto di preghiera; egli era nato per queste sensazioni; dette un gemito, e gli parve di sentirsi confortato da lungo riposo; per alcuni istanti non vide che a traverso le lacrime le quali gli ingombravano gli occhi: già stava per parlare pacato più che non soleva, e coloro che lo tenevano lo avrebbero volentieri lasciato a patto di salvare la vita, allorchè quel pellegrino, che conobbe il pericolo della situazione, si mise a predicare: «Non v'inganni questa apparente tranquillità, fratelli;—oste, porgetemi l'acqua benedetta;—osservate, signori, quanta sia la malignità dello spirito infernale, che mostra di ritirarsi al punto di sentirsi vinto; vedrete come è per iscontorcersi allo spruzzo dell'acqua santa.» E presa dell'acqua, la gittava nel volto a Rogiero: «Ne reminiscaris, Domine, delicta nostra, neque vindictam sumas de peccatis nostris: dite il Pater noster

«Uccidetelo,» fuori di senno esclamava Rogiero «trapassate quel Longino, quel feritore dei costati innocenti….»

«Et ne nos inducas in tentationem

«Sed libera nos a malo

«Amen. Oremus…» ripeteva il pellegrino.

«Ah! questo non può sopportarsi!» gridò furiosamente Rogiero, e voleva fuggire dalle mani di quei carnefici, e uccidere od essere ucciso. Il suo stato è più agevole immaginare che dire; forse alcuno potrebbe formarsene idea, sapendo che molti di coloro che passavano per valorosi fuggirono via, facendosi grandi segni di croce. Oggimai aveva esaurito ogni genere d'imprecazione che la mente offesa può cacciare in bocca al disperato, e il finto pellegrino con empio abuso messo in opera più volte i santi esorcismi, nè il Demonio se ne andava, perchè non v'era. I ribaldi volgevano di tanto in tanto gli sguardi alla porta per vedere se la calca diradasse, e darsela a gambe: ell'era di fatti assai diminuita, pure la rimasta dava tuttavia da pensare. L'oste in quel caso parlò al pellegrino le seguenti parole: «Messer pellegrino, voi come cherico sapete meglio di me, che per esorcizzare i demonii non basta la santità della vita, che si richiede anche la facoltà della grazia;—voi forse avrete ricevuto il potere di cacciare i demonii minori, e questo sarà certamente sopra le vostre forze.»

Il pellegrino si morse il labbro inferiore in pena di non avere immaginato egli primo codesto espediente; nondimeno pensò valersene, e in vista dimessa riprendeva: «Ecco, che la polvere aveva dimenticato la sua umiltà, e Dio ha punito la sua presunzione. E chi sono io povero peccatore da volere imprendere miracoli concessi solamente ai Santi del Signore? Chi, per omettere le sacre cirimonie, la stola, e le altre cose, che si richiedono all'ufficio dell'Esorcista? Fratelli, si vuole una grazia maggiore della mia onde liberare questo tribolato; sarebbe mio consiglio condurlo in parte dove se gli potessero applicare addosso Reliquie dei Santi, e Agnus-Dei.»

Finite che ebbe queste parole il perfido pellegrino, la plebe grossa cominciò a gridare: «Meniamolo a Sant'Agata, sul corpo di Santo Menna:—ha fatto tanti miracoli, perchè non farà anche questo?»

«A Sant'Agata!—a Sant'Agata!» ripeterono tutti; e se i ribaldi lo gridassero di cuore non è da dirsi, imperciocchè ad ognuno di loro paresse sentire la stretta del capestro alla gola. Tolsero di peso l'infelice giovane per piena dello affanno caduto in deliquio; ed esclamando: «Largo, Cristiani, in carità, largo all'energumeno;»—e unendo alla voce violentissime spinte, giunsero a passare la porta. L'oste in bella maniera si era tratto nel canto dove Rogiero aveva lasciato le armi e la più grave armatura, e mentre che i muscoli della sua bocca erano impiegati ad articolare carità, il suo cervello pensava:—se quei furfanti non si rammentassero di queste armi, a ridurle in oro ho piuttosto avanzato che rimesso all'avventura:—tanto è vero che perdita altrui fa guadagno.—Uno dei ribaldi al punto di uscire dalla stanza si volse, e gelò il corso di quei raziocinii nella mente dell'oste; forse, se la folla non gli si fosse di súbito chiusa alle spalle, sarebbe tornato per l'armatura: l'oste lo vide trapassare la soglia con la gioia di un condannato che su la scala del patibolo ascolta la grazia; spiegò quelle mani che di per sè sole davano idea della rapina, e le stese, tremanti per la certezza del guadagno, su l'armatura; poi con passi obliqui, la testa in giro, affatto simile al gatto che ha rubato il pesce in cucina, traversò velocissimo la stanza, e andò a nasconderla sotto il carbone.

I ribaldi che tenevano presta pel ratto di Rogiero una lettiga sopra due buoni cavalli, ve lo chiusero dentro, ed essi pure montati su i loro ronzini presero da prima con passi soavi la via di Sant'Agata dei Goti.

Ormai la città appariva vicina, nè la calca diminuiva, e il pellegrino non amava di entrare là dentro; aveva per via pensato qualche nuovo accorgimento, ma nessuno gli era sembrato buono da praticarsi: costretto di adoperarne uno, chiamava a sè alcuni più vecchi della compagnia, e diceva loro: «Io ho pensato, fratelli, di condurre il povero ossesso a Benevento.»

«Oh! perchè questo, santo pellegrino?»

«Perchè costà vi si adora la immagine di Santa Maria della
Pace, che pare fatta a posta per questi miracoli.»

«Pellegrino, a quel che vedo non avete visitato ancora la Chiesa di Santo Menna, e non sapete che ogni anno i Frati sono costretti di rimuovere i voti dal chiostro, e appiccarli nel refettorio.»

«Sì bene, fratello; ma alla fin fine Santo Menna è Santo normanno, e Maria è molto maggiore Santa che non è egli, e madre, e sposa del Signore, come sapete.»

«Certo non vo' dire che non parliate santamente, ma Santo Menna ne ha fatti degli altri, e….»

«Potrebbe fare anche questo, eh? chi lo nega? Lasciamo i Santi, via, e parliamo di cose umane: fratel mio, voi sapete meglio di me, che Sant'Agata fa Vescovo, e Benevento Arcivescovo; ora nella gerarchia ecclesiastica l'Arcivescovo può molto maggiori cose del Vescovo: e poniamo che a quello riuscisse, a questo no, ditemi, fratello, non vi rimorderebbe la coscienza di averlo così trasmesso da Erode a Pilato?»

«Voi parlate santamente; ma Santo Menna ne ha fatti degli altri, e….»

«Ne farà degli altri ancora,—chi lo nega? E' bisognerebbe non essere Cristiani per negarlo: ma che dice il Profeta?—Onagrus silvester, intelligis ne, me velle ducere illum in ore leonis…. in capite draconis.»

Il povero uomo, fulminato da quel latino, non osò aggiungere motto: l'ore leonis, il capite draconis, lo avevano fatto abbrividire dentro e fuori;—si nascondeva tra la folla.—Subitamente la nuovità che non si andava più a Sant'Agata si sparse tra la gente, onde la più parte prese a sbandarsi, e a tornare donde era venuta; a mano a mano che avanzavano per la strada di Benevento, e si lasciavano alle spalle Sant'Agata, alcuni altri drappelletti cominciarono a seguire più lentamente i ribaldi, poi a riposarsi, poi a voltarsi verso casa; la comitiva si struggeva come pezzo di tela destinata a farne fila sotto le dita della vecchia. La notte adesso confondeva le cose, e di punto in punto insisteva con tenebre sempre crescenti, allorchè i ribaldi considerando che alcuni pochi giovani gli seguitavano, i quali volentieri avrebbero fatta altra cosa che camminare così a piedi, di notte, quindici e più miglia di paese montuoso, se non fossero state le amanze loro che si erano fitto in testa di voler vedere la fine di quel caso, deliberarono di essere affatto soli, e in questo pensiero, senza porre tempo tra mezzo, voltati i cavalli, si cacciarono tra quelli, menando di buoni colpi a destra e a sinistra col manico delle partigiane.

«Via, vassalli, via, villani!» urlavano tra le percosse «a casa, chè l'ora si fa tarda, e lunga la via; a casa, chè dimani la rugiada dee piovervi su la testa.»

Già que' vassalli, come abbiamo detto, avevano più che voglia di ritornare; ora poi che vi si aggiungeva tanto persuasivo argomento, pensisi se levassero le gambe, e mostrassero le suola: e' vi so dire, che chi corre, corre; ma chi fugge, vola; perchè tutto di un fiato arrivarono a casa, dove molte novelle raccontarono vere, moltissime false; e volevano armarsi, seguitare i ribaldi, e prenderne vendetta da incidersi in pietra, e da rammentarsi di lì a mille anni. Un vecchio però essendosi levato in piedi, fece loro osservare, ch'essi dovevano sentirsi stanchi, e aveano due gambe, mentre i ribaldi fuggivano con quattro; onde il meglio, a parer suo, era andarsene a dormire per sorgere alla dimane freschi e riposati, e così perseguitarli con più frutto. I giovani si guardarono l'un l'altro nel volto, nè aggiunsero motto; dopo quello sguardo però si accinsero a deporre sotto le lenzuola le parole e i pensieri di sangue.

CAPITOLO VENTESIMO.

LA CONGIURA.

                Da chi mi fido guardami, Dio;
                Da chi non mi fido mi guardar io
                              ISCRIZIONE nei Piombi di Venezia

«Chi mi soccorre?» languido richiedeva Rogiero, rinvenendo dal lungo deliquio; «chi mi soccorre?»

Nessuno rispondeva alla pietosa domanda. Lo sventurato stette prosteso senza ardimento di aprire gli occhi, come colui che si avvisava di schiuderli a nuovi dolori: già troppi erano i sofferti;—se avessero avuto forma di cosa che si tocca, se fossero stati fuori di lui, avrebbe avuto coraggio di levarsi, e stringersi con essi a mortale combattimento; ma vivevano tormentando giù nel profondo, nè egli si sentiva forza di soffocarli là dentro, e l'anima con loro: inerte gemeva sotto lo insopportabile peso, e quantunque il pensiero rifuggisse dal distinguere la serie dei casi avvenuti, nondimeno lo spasimo di tutti gli gravitàva sul capo. Per la terza volta, e con voce più sonora ripeteva: «Chi mi soccorre?» La voce si perdè lontana, senza però che trovasse nello spazio percorso nessuno ente compassionevole, che valesse a rompere lo spaventoso silenzio: allora sollevò lento le palpebre,—da per tutto buio;—stese le mani all'intorno,—le agitava nel vano.

«Potevano uccidermi, ma la morte parve poco ai feroci:—eserciti prima la sua tirannide l'angoscia del corpo,—la eserciti più affannosa l'angoscia dello spirito,—si uniscano le angoscie delle quali mi circondò la Natura a quelle che mi hanno apportato i miei simili, e trionfino… a poco a poco però,—non sia trafugato un atomo a quello che devo soffrire; ogni trafitta abbia il suo grido,—non si confondano,—stieno distinte,—ogni puntura il suo spasimo,—muoriamo intera la morte… questo è veramente da uomini!»

Piegava la faccia, e mormorava fiere parole. Dopo assai tempo tentò il luogo di nuovo: questa volta le mani s'incontrarono in qualche oggetto; lo prese,—era un osso di morto,—se lo strinse al petto come uno amico, lo palpò per ogni lato con la gioia della madre che va lisciando i bei capelli del primo frutto di amore; poi la mano gli cadde giù abbandonata, e la bocca consentendo a quell'atto di tristezza susurrava: «Già!—le ossa della vittima saranno sepoltura alle ossa della vittima!» e dopo ritoccando l'osso: «Forse tu fosti più infelice di me, chè l'unica cosa concessa ai mortali senza misura, che possono percorrere senza fine, è l'amarezza… presente degno di lui che lo ha dato, e di noi, che lo dovevamo patire:—forse tu avevi padre, che versò lacrime molte, e non sopra la cenere del suo figlio; forse madre, che andò insana cercandoti di cimiterio in cimiterio per dire una preghiera su la tua fossa, nè la rinvenne….»

Certo questa meditazione si addentrò più oltre nelle viscere, se non che fu di tanto travaglio, che le labbra non la poterono altramente articolare. All'improvviso percuotendosi la fronte aggiungeva: «Ed io non avrò Yole?—se sopravvive….» Non aveva ancora finito, che la tempesta scoppiò sul castello: egli giunse le mani, e le alzava supplichevole al cielo; poi, quasi stimasse quell'atto mal conveniente, sorgeva per prostrarsi; le sue ginocchia percossero sopra il petto di uno scheletro, e le costole gli si spezzarono sotto con tale scricchiolio, che parve lamento; nè per questo mutò luogo, anzi togliendo occasione dal caso si pose a scongiurare: «O forza che distruggi, intendi una volta il mio voto,—voto di creatura vicina ad esser distrutta, proferito su l'altare della distruzione: l'esperimento dei secoli ti ammaestra, che la terra invecchia di anni, e d'infamia; che più schifoso di figlio in figlio si trasmette il retaggio della colpa; che ormai non v'ha luogo innocente ove il giusto potesse far la preghiera, non pietra che non abbia sostenuto la testa di un trafitto, non zolla che non sia sparsa di sangue invendicato; illumina la luce le stragi manifeste, nascondono le tenebre la perfidia occulta: tutti a nostra posta siamo destinati ad esser traditi, e traditori…. Se la donna, che con la prima colpa chiamò sopra il suo capo e sul nostro la morte, fosse risuscitata alla vita, e dalla sponda del sepolcro vedesse i fatti dei feroci che uscirono dal suo fianco, si coprirebbe spaventata con la lapide invocando di morire un'altra volta. Già i nostri padri convennero in campi scellerati a trarre diletto dalla _soffrente natura_¹, e applausero a fraterni omicidi; ma i nostri padri furono detti barbari: raguna dunque, tu che lo puoi, tutte le tue tempeste in un punto; abbandonati nel tuo furore sopra la creazione,—tra i frantumi dei mondi che la sovrastano sia sepolta la terra,—-distruggi l'uomo, e la sua memoria;—il solo momento nel quale ti potremo lodare sarà quando la vita, che muore accolta su l'estreme labbra, aspetta un sospiro per volare là dove stanno le vite che devono nascere;² e se non puoi sopportare sola la tua eternità, e se godi ad essere esaltata nelle preghiere, e negl'incensi, deh! non creare, ti scongiuro, non creare più la belva che ha la ragione….»

  ¹ Potè a l'alte patrizie,
     Come alla plebe oscura,
     Giocoso dar solletico
     La soffrente natura.—PARINI, Ode a Silvia.

  ² Quæris quo jaceas post obitum loco?
     Quo non nata jacent.—SENECA, Troas, char., A. 2.

Riferiremo più innanzi le parole di quel travagliato? Noi pensiamo che già troppe sieno le riferite per dimostrare quanto la sua niente aberrasse dal dritto cammino, e come angustiato da soverchio dolore, divenuto cieco dell'intelletto, trascorresse con empio, o, per dire più rettamente, con istolto consiglio, a bestemmiare più tosto che a supplicare quel solo che potea sovvenirlo.

Poichè ebbe consumato le querele, si pose di nuovo a giacere sul terreno, e disperatamente tranquillo stette ad aspettare la morte. Così trapassarono di molte ore, allorchè un mormorio confuso percosse il giacente, e lo fece balzare da terra, e porgere le orecchie in ascolto; gli parve che non fosse lontano, e si partisse dall'alto: «Forse non è che dentro il mio capo!» esclamò Rogiero, e si toccò la fronte: ma la fronte sentì fredda: si pose con maggiore attenzione in ascolto;—e' v'era certo un sussurro. Sorgeva brancolando con le mani tese, tentando con un piede il terreno, mentre su l'altro appoggiava la gravità del corpo; si dirigeva là, d'onde gli era sembrato che il rumore derivasse: in proporzione, che si accostava, il sussurro cresceva, e sembrava di voci umane, sebbene le parole non suonassero distinte; s'inoltrava più ardito;—adesso cominciava a diminuire;—rifece i passi, e mise ogni attenzione a conoscere il luogo: instando nella ricerca, gli venne fatto trovare ch'ei passava di sotto a certa scala, che appoggiata sopra un mezzo arco toglieva principio dalla parte superiore dell'edifizio, distendendosi per assai lungo tratto sul pavimento della carcere. Eccolo a piè della scala;—ell'era angustissima, e senza sponde;—saliva cauto esplorando con le mani; trovò a capo di quella un ponticello, anch'esso senza sponda, sul quale essendosi spinto alla ventura entrò in certo corridore, che lo condusse avanti una porta, fortemente sprangata: pareva che fosse notte, perchè dalle fessure della porta veniva tal luce di legno infiammato, che i suoi occhi assuefatti al buio non poterono da prima sostenere; spiando il luogo donde meglio osservare, trovò poterlo fare a grande agio, là dove la porta mal commettendo agli stipiti lasciava sufficiente spazio. Vide raccolte in giro circa quaranta persone, le quali, quantunque vestite con abiti volgari, riconobbe immediatamente, come quelle che aveva in pratica, per essere la più parte gentiluomini del Re Manfredi: adesso stavano muti; se non che ora questi, ora quegli, volgeva gli sguardi dubbiosi di una cotale impazienza verso la porta che stava di faccia a quella per la quale guardava Rogiero.

«E sì che l'ora è passata!» sovente diceva l'uno all'altro; e a vicenda domandavano: «non fissarono a tre ore di notte il convegno?» e rispondevano: «sì.»

Un rumore di passi parve di mano in mano avvicinarsi: i Cavalieri fremerono; nessuno di loro rimase seduto; con gli occhi fitti su la porta anelavano vedere chi fosse per comparire; non comparendo però così subito, molti mostrarono un baleno di fuga, i meno trassero il pugnale, incamminandosi risoluti, e questi furono meglio paurosi, comunque quell'atto potesse accennare il contrario. Si schiuse la porta: un Cavaliere bene avviluppato entro il mantello, con barbuta da soldato in testa, si avanzò nella sala;—a considerare quello scompiglio di paura, quei ferri levati, rise forte, aprì il mantello, si mostrò coperto dal capo a' piedi di grave armatura, e: «Riponete i pugnali, Baroni,» disse loro «o che ne troncherete le punte.»

«Oh! siete voi! » esclamarono tutti «non era senza ragione il sospetto, perchè non ci avvenne mai, da questa volta in fuori, aspettarvi, Conte.»

La voce del sopraggiunto non suonò ignota a Rogiero, che tese con maggiore attenzione lo sguardo, e colui avvicinandosi al fuoco gli concesse abilità di riconoscere nelle sue sembianze il Conte della Cerra.

«Voi dite vero,» riprendeva il Conte «ma l'uomo più si avvicina agli ultimi fati, più si restringe con noi, e questa nuova fiducia già da nessuna altra cosa può derivare se non che dalla Provvidenza.»

«Dite santamente; Conte: dove è rimasto il vostro Signore?»

«Qual Signore?»

«Il Conte….»

«Ah! questo è ciò che stava per dirvi, Messeri: lo trattiene l'uomo per concertare con lui su le difese del Regno: io vengo in sua vece, nobilissimi Baroni, ad esporvi lo stato delle cose; tanto basti per ora: le disposizioni per quello che ha da nascere noi non potremmo stabilire adesso, perchè, come ben vedete, non siamo una volta tanti di quelli che dobbiamo essere, e manca colui che è, o almeno si dice, nostro capo. I nostri amici convocati con i rimanenti Baroni del Regno per la prossima assemblea giungeranno, per quello che ho saputo raccogliere, tra questa notte e il giorno venturo; però in questo medesimo luogo, se nessuno si oppone, potrete riunirvi, o Messeri, la notte del posdomani.»

«Salvo malattia,» risposero i congiurati «vi promettiamo intervenire.»

«Or dunque importa che sappiate essere giunte le nostre lettere a Monsignor Carlo, ed averle avute sopra ogni altra cosa gradite; confortarci alla impresa il Pontefice, e il Conte: quegli prometterci ogni soccorso spirituale, che a dir vero nei casi presenti non gioverebbe gran fatto; questi prometterci i suoi eserciti per sostenerci, e privilegii e franchigie per ricompensarci. Queste sono le lettere che un segretissimo messo fino da ieri notte ci ha recate di Roma: lasciamo, se vi aggrada, Baroni, quelle del Papa, sì perchè poco rilevano, sì perchè il tempo stringe, nè posso senza sospetto starmi troppo tempo lontano di corte: leggiamo quelle di Monsignor Carlo.»

Nessuno potè rimanere fermo al suo posto: sospinti dalla curiosità si affollarono intorno al Conte della Cerra, che trattesi alquante carte di seno, e tra queste sceltane una la spiegava leggendo: «Carlo etc. etc., ai nobili Baroni rappresentanti il Reame di Napoli, sì come componenti una sola università, e ad ognuno distintamente, salute. Noi non sappiamo, nobili Cavalieri, se più con noi stessi ci dobbiamo rallegrare, o con voi, che muovendoci l'autorità della santa Chiesa, e più la nostra naturale affezione, al soccorso di tutti que' Cristiani, che sotto il peso di una empia tirannide gemono miseramente avviliti, voi bene sapeste apprezzare il vostro tristissimo stato, e la purezza delle nostre intenzioni, onde, più tosto che a contrastarle, vi profferite pronti per quanto sta in voi a secondarle. Nè questo sia per suonarvi amaro, perchè sapete la servitù ammalare il cuore, appassire la mente: voi però dotati di eccellente natura sapeste con singolare esempio, valorosi Cavalieri, serbare, in tempi luttuosissimi, sani ed interi ambedue. Se da prima pertanto, dovendo noi maggiori cose compire, speravamo maggiore gratitudine ricavarne, adesso, poichè piacque a Dio accordare i nostri pensieri, ne conseguiremo più grande sicurezza. Qualche cosa è sempre mestieri rimettere nella pratica degli umani casi; e poichè questo sia decreto inevitabile, noi ci reputiamo avventurosi doverlo rimettere di gloria nostra, piuttosto che di sangue cristiano e tradito….»

«Queste gonfiezze» interruppe un vecchio che Rogiero non potè riconoscere «non fanno bene all'anima, nè al corpo; e' si vede che viene da Roma cotesta lettera, e sa di stile di Bolle…. andiamo al buono, se vi piace, Conte Anselmo, andiamo ai patti.»

«Come vi piace:» rispondeva il Conte della Cerra, ed omettendo due o tre pagine continuando leggeva: «Già conosce il mondo se la Casa di Francia soglia taglieggiare i suoi vassalli, se ami, o no, conciliarsi il rispetto del popolo, l'amore dei Baroni, la benevolenza di tutti; sa il mondo s'ella proceda cupida dell'altrui, intemperante, inquieta e codarda….»

«Questi sono elogi, Anselmo, non sono patti;» interrompeva di nuovo il vecchio.

Il Conte Anselmo bisbigliando prestamente la lettera pervenne quasi alla fine; allora, facendo distinta la voce, disse: «Ecco quello che promette.—La nostra gratitudine non dubitate che non sia per essere adeguata a tanto beneficio: vostre saranno lo principali cariche del Regno, vostre le magistrature, il diritto di approvare le leggi vostro; noi prenderemo dell'autorità quel tanto che ne vorrete concedere, e ci chiameremo contenti; sieno le Regalíe annullate, il diritto d'imporre le taglie tolto dalle prerogative della corona, quello di diminuirle conservato. Ma non volge tempo adesso di esporre tutte le salutari riforme, che per ricondurre la felicità nel vostro dolce paese abbiamo immaginato; elleno saranno quali un padre di famiglia amantissimo può concedere, quali figli amatissimi potranno sperare.»

«Ahimè! ahimè!» esclamò per la terza volta il vecchio «guardate, di grazia, s'ell'è spedita dalla Dateria Apostolica sub anulo piscatoris!»

«Udite il fine:» con súbita stizza, che volse immediatamente in riso, rispondeva il Cerra: «Inutile, e per avventura ingiurioso,—ingiurioso—sarebbe assicurarvi il pacifico possesso dei vostri castelli, terre e privilegii; sì bene non pure sperate, ma abbiate per fermo, che intendiamo ampliarvi di dominii e di ogni specie di concessioni, con le quali un figlio di Francia può dimostrare la sua riconoscenza a fedelissimi….»

«Tregua agli sdruccioli, Conte,» disse il vecchio «e ponete mente, di grazia, all'estrema sentenza della lettera di Carlo: ei si sconciava all'ultimo, come sogliamo dire; a mal grado delle belle proteste, certa cosa è che le sue intenzioni sono di spogliarci.»

«Come?» domandarono molti.

«Oh! ell'è chiara: egli afferma di volerci ampliare di dominii; ora siccome le Baronie non le porta di Francia, si fa manifesto che per dare altrui deve togliere altrui….»

«Barone,» interruppe Anselmo «voi fate più maligna l'espressione di quello che suoni: parvi che voglia pensare a togliere, sul punto che sta per acquistare un Reame?….»

«Bella ragione! o che vi dovrebbe pensare al punto che stesse per perderlo?»

«Qualche cosa, Barone, deve darsi alla fede, qualche cosa alla fama, qualche cosa….»

«Nulla. Quando questi» e il vecchio si toccò i capelli «erano biondi, anche io pensava come voi dite; ma voi non dite come pensate, perchè neanche i vostri sono neri.»

«Se la canizie non vi ha insegnato altro che a calunniare la vostra specie, sarebbe stato meglio che voi foste rimasto calvo quando i vostri capelli erano biondi.»

I circostanti risero al motto: il vecchio, imperturbato, lasciò che il riso passasse, poi riprese: «Mi ha insegnato a conoscerla; mi ha insegnato cose, che voi pure sapete, ma che celate, perchè non vi torna manifestarle. A fine di conto, qual guarentigia propone Carlo per la esecuzione delle cose promesse?»

«Guarentigia? Un uomo che entra pacifico in un Regno che potrebbe conquistare, vorrà darne altre di più della sua fede?»

«Fede, e stagione, Anselmo mio, mutano col giorno; e a me non sembra prudente correre il risico della sua volontà. Badiamo dove mettiamo i piedi, perchè da noi si percorre una strada su la quale ritirarci non giova; provvedasi adesso che si può, poi non sarebbe più tempo, anzi il provvedere pericoloso, il lamentarci ridicolo.»

«Io per me non veggo la via di scansare la ventura: quello che soffriamo sotto l'uomo è certo; quello che ci apparecchia Carlo è anche incerto; secondo i calcoli della prudenza umana, parmi che il caso meriti di esser tentato.»

«Così voi mi avete, Anselmo, rotto ogni ragionamento, nè io starò a dimostrarvi, se il vostro pensiero meriti biasimo o lode. Questi medesimi dubbii riproporrò posdimani, perchè se molto odio l'uomo, molto più aborro la infamia.»

«Quella senza guadagno però.»—parlava sommesso il Conte Anselmo. Il Cavaliere non lo intendeva, e proseguiva così: «Intanto mi è forza gemere, non so se debba dirmi su la trista indole della fatalità d'Italia, o su quella dei suoi cittadini, che per liberarsi da un'antica servitù non sanno migliore modo immaginare che una servitù nuova, e rompere una catena col ferro, del quale se ne deve fabbricare un'altra. Quando, quando verrà il giorno, che potremo sollevare al Creatore le braccia libere di ogni segno oltraggioso di signoria straniera?»

«Melanconie, Barone,» riprese il Conte della Cerra «melanconie; pensiamo a dominare; così ab eterno ci ha privilegiati Natura. Ma ora che ci penso, va bene che voi amiate la libertà, Barone; anzi dovreste aggiungere la uguaglianza di averi: non vi fecero vendere i vostri creditori, or fa dieci anni, il feudo di vostra famiglia? State di buono animo, Barone; continuate a mantenere il Principe vostro nipote nelle disposizioni favorevoli a Monsignore di Provenza, ch'egli è tal Re da restituirvi quello che i dadi vi hanno levato.»

«Come! voi credete?…»

«Io non credo nulla….»

«Bruci l'anima mia….»

«Amen. Saranno sincere le cose che esponete, ma la stagione corre contraria. Andate persuaso, Barone, che uomini più sapienti di voi, e di me, hanno pensato a questo: miseri! le meditazioni loro si conchiusero in gemiti, e desiderii; le opere con volontarii esilii, o con morti costrette.»

«Sarà quel che volete, Conte; pensate come meglio vi pare dei miei attuali sentimenti, ma io spero di vedere quel giorno.»

«E quando lo sperate voi?»

«Quando deposta ogni privata passione, quando dimesso ogni particolare interesse, concorderemo….»

«Allora non verrà mai per noi, perchè saremo disfatti: levateci l'interesse da dosso; che cosa ci resterà?»

Più ed altre cose si aggiunsero per una parte e per l'altra, le quali lasceremo sì come poco importanti al proposito. Alla fine il Conte della Cerra, levatosi in piè, tolse il mantello, e facendo mostra di andarsene disse ai congiurati: «Non v'ha negozio tanto difficile in questo mondo, che tenacemente volendo, e discretamente operando, non si conduca a buon fine. Vi tengo per salutati, Baroni; ormai troppo sono dimorato lontano di corte per ovviare il sospetto: spero in appresso che non vi impazienterete ad aspettarmi, Messeri; addio, dividiamoci con le solite cautele.»

Seguiva un salutarsi circospetto; fu spento il lume, ma dal rumore dei passi di tanto in tanto più lontano si accôrse Rogiero che si partivano: soprastava anche un poco, e quando si fu assicurato che non vi era più alcuno, si mise a scuotere la porta con lo sforzo di un uomo che perduta ogni altra speranza riponga la sua salute nella esecuzione dell'ultimo tentativo; s'ingegnò in tutti i modi; maravigliosi, ed appena credibili, furono i suoi sforzi; pure, se molta era la sua forza di azione, moltissima gli contrapponeva forza d'inerzia la porta; giunse finalmente a smuoverla; questo però era ben altro che atterrarla; per quanto avesse fatto, assai più del doppio gli rimaneva a fare, e intanto la lena cadde consunta, lo spossamento subentrò alla furia; dalla fronte gli scorreva sudore, dalle mani sangue; sopraffatto dalla disperazione e dalla stanchezza, si lasciò andare. Tornava indietro,—con qual cuore pensi chi legge:—trapassato il corridore, e pervenuto sul ponticello, lo prese un pensiero:—precipitarsi di sotto, e andare a spezzarsi sul pavimento, non sarebbe dar fine ad ogni travaglio, conseguire libertà vera e durevole? Sospeso in questa meditazione, di tanto si approssimò all'estrema sponda, che, per poco più si fosse inoltrato, la sua caduta non sarebbe stata in potere della volontà.—Non così tosto però sorge nel nostro cervello un qualche consiglio, che parimente vi si suscita il suo contrario; ond'è, che se la passione non si prendesse la pena di determinare l'anima incerta a quale dei due appigliarsi, ella se ne starebbe inoperosa. Alcuni filosofi per ispiegare il fatto, poichè negli uomini sia un furore di penetrare tutto, di spiegare tutto, specialmente quello che non può spiegarsi nè penetrarsi, hanno supposto entro di noi la esistenza di due diversi principii, la quale opinione noi non sapremmo biasimare, e lodare neppure, chè pronunciare giudizio intorno cose nè sapute nè da sapersi, la Dio mercè, non sia nostro difetto. Senza affannarci a investigare come il fatto avvenga, il certo è che avviene, e noi ci decidiamo all'uno più tosto che all'altro avviso, non già per via di scelta, ma per inclinazione della volontà precedente alla discrepanza degli avvisi. E di vero, dove non fosse in questa maniera, e l'elezione operasse libera, come preferiremmo il male manifesto al bene proposto? come la vergogna al piacere? come la pratica del vizio alle gentili discipline? Questo discorso, che a molti parrà inutile, abbiamo fatto per la ragione che appena Rogiero ebbe pensato a morire, un altro animo gli disse di vivere, e gli dipinse il suo corpo deturpato da oscena ferita, il cranio spaccato, il cervello sparso, torto il sembiante, le gambe e le braccia cionche, ogni membro disfatto con mostruosa sconcezza, come suole avvenire a coloro che cadendo da alto percuotono sopra le selci: si ritirava atterrito dalla sponda del ponticello, e alla idea di essersi tanto inoltrato fremeva; quasi per sottrarsi alla tentazione si cacciava a corsa giù per la scala: giunto al termine, si pose a sedere su l'ultimo scalino appoggiando la testa alle ginocchia; con le mani si abbracciava le gambe; in questa attitudine molte cose voleva meditare, a moltissime provvedere; pure anche per questa volta l'anima, il soffio, il fuoco, l'ente in somma, che in noi ha facoltà di pensare, non corrispose alla volontà; s'egli voleva costringerlo sopra una immagine determinata, cominciava a deviare entrando sopra immagine corrispondente sebbene diversa, e di una in un'altra procedendo si allontanava dal soggetto; allora lo richiamava Rogiero al punto dal quale si era partito, ma di lì a poco tornava in balía di sè stesso: infastidito il nostro eroe di consumare nel porsi nell'attitudine di pensare quella facoltà che doveva impiegarsi in pensare, l'abbandonava come un cavaliere che non può ritenere il freno del cavallo infuriato; allora si lanciò a guisa di forsennato nei dominii della memoria, dove ogni cosa rovesciando, e confondendo, produsse dei sogni parte ridenti di speranza, parte terribili di spavento irreparabile; gli occhi di Rogiero si chiusero, e le sue membra s'irrigidirono di grave letargo.

Quante ore si rimanesse in quello stato ignoriamo;—dopo un certo tempo i nervi ottici di Rogiero, offesi da un cotal senso di dolore, richiamavano ogni altra sua facoltà agli uffici ordinarii della vita: non aveva però sollevato le pupille, che parvegli udire pronunziare queste parole: «Oh Dio! quanto buio;—sperava vederlo alla vampa delle fiamme:—or come faremo noi? Ma che non è vero l'Inferno esser tutto pieno di fuoco?»

«Madonna,» rispondeva un'altra voce «voi non siete all'Inferno, e qui presso sta colui che desiderate. Intanto, vi prego, non mi stringete sì forte.»

«No, no, finchè non lo abbia trovato, io ti farò così, e peggio, perchè tu me l'hai promesso; e voi altri uomini siete fallaci, ed io non voglio trovarmi ingannata.»

«Santa Maria!»—gridò Rogiero aprendo gli occhi, e súbito richiudendoli, quasi per ritenere più che gli fosse possibile una immagine che reputava sogno;—non ritrovandola dentro di sè,—tentò s'ella fosse veramente esterna o reale. «Santa Maria! «—ripetè il carcerato—» è Yole quella che vedo?»

Yole, avvolta in veste candidissima e schietta, gli stava davanti; camminava lenta; teneva il braccio destro levato stringendo un pugnale, coll'altro preso pel petto un uomo che portava una lanterna, il quale poco si distingueva, spargendo non so se a caso, o ad arte, tutta la luce sopra di lei. Yole all'udire il suo nome si pose in ascolto, come persona incerta d'essere chiamata, ma quando sentì ripeterlo un'altra volta, rispose.—«Chi ti trattiene, Rogiero?»—e lasciò l'uomo, e il pugnale, stendendo le braccia….

Questi erano i secondi amplessi di que' due infelici, destinati a confortare nella travagliata loro vita con le apparenze di un bene, che non dovevano godere, la mole dei tormenti che dovevano sopportare. Miseri! che dopo tanti giorni di lontananza non potevano, nè sapevano favellarsi che per via di singulti, e consolarsi che colle lacrime sole. Stavano abbracciati; l'amore li blandiva con le lusinghe della voluttà,—voluttà misteriosa, affatto distinta da ogni altro desiderio. Rogiero all'improvviso vide mancare la luce;—se gli fosse mancata la terra sotto, non se ne sarebbe accorto, tanto era immemore di sè in quel punto; ma si accôrse, del difetto della luce, perchè gli rapiva la vista di quel volto dal quale toglieva conforto dei passati affanni, pe' futuri costanza. Guardò attorno pauroso:—l'uomo che aveva scortato Yole si era pianamente fatto discosto; adesso stava per trarre a sè la porta, lasciando con nera perfidia i due amanti imprigionati:—si sciolse Rogiero dalle braccia dilette, e, fosse la sua maravigliosa celerità, o più tosto la mano del carceriere tremasse pel misfatto che stava per commettere, giunse a tempo per impedire che la chiudesse: volle quel tristo, da che l'opera non gli era riuscita, trovare scampo nella fuga; ma di breve raggiunto, fu in molto dura maniera stretto alla gola dall'inseguente Rogiero, e strascinato, anzi che condotto, di nuovo nella prigione: qui togliendogli la lanterna di mano, e volgendogliela al viso, riconobbe in lui il pellegrino; non disse motto; abbassando gli occhi, gli venne fatto di vedere la lama luccicante del pugnale, che Yole aveva lasciato cadere; lo prese, stramazzò il carceriere per terra, gli piegò le ginocchia sul petto, gli afferrò con la manca i capelli, con la destra si apparecchiava a rompergli la gola. La vergine di Svevia, rimasta come stordita fino a quell'atto, si scuote di súbito, e cacciando altissimo grido si slancia a ritenere la mano di Rogiero, e: «Scellerato!» gli disse «pensi che io sia per lasciarmi toccare da mani contaminate?»

Rogiero levò la faccia, e guardò Yole,—poi il carceriere,—di nuovo Yole;—ella lasciava libera la mano dell'amante.—Rogiero comprese l'atto, si alzò in piedi, e calpestando il tristo che giaceva: «Vivi,» gridava «vivi a più atroci misfatti, a morte più infame.»—Senza porre tempo tra mezzo si ripose il pugnale nella cintura, prese le chiavi, e passando il suo nel braccio di Yole, aggiungeva: «Vieni, bella infelice, che l'innocente può solo trovare salute nella fuga.»

Partivano frettolosi. Il carceriere, sebbene fosse tutto rotto nella persona, si alzava, e avventandosi alla porta gli scongiurava per Dio che lo menassero, od altramente lo finissero, perchè rimanendo colà sarebbe morto di fame: non lo ascoltavano; anzi Rogiero percotendolo nel petto lo respinse indietro, e gli ultimi suoi gemiti si confusero nel cigolío che fecero i catenacci avvolgendosi dentro gli anelli. Di lui non racconta più oltre la istoria: molto tempo dopo, sotto il regno di Carlo II lo Zoppo, essendosi demolito quell'antico edificio per ordine del Legato della Santa Sede signora di Benevento, furono trovati entro un sotterraneo due scheletri, uno dei quali stringeva tuttavia co' denti parte della mano destra; certo segno, che la fame infuriando nelle sue viscere lo aveva stretto al miserabile bisogno di trovare alimento nelle proprie membra:—questo supponiamo che fosse lo scheletro del carceriere.

Yole e Rogiero camminavano senza sapere dove per l'ombre della notte; tenevano le braccia intrecciate, le mani soprammesse, senza stringere però,—senza tremare,—in silenzio,—a passi uguali.

«Io l'ho chiamato» cominciava Yole, come se parlasse a sè stessa, «col primo raggio della luce che nasce, avanti il saluto del Signore; io l'ho chiamato coll'ultimo raggio del giorno che muore…. almeno avesse risposto al bramoso domandare:—la mia vita contristata d'ignoto dolore scorreva per una fitta caligine…. egli mi apparve lucido come l'angiolo della grazia,—mi svelò la rovina, e sparve come il baleno della procella.»

Sogliono gl'Italiani tutti, scaldati da troppo tepido sole, e per altre ragioni che adesso non fa mestieri qui esporre, essere inchinevoli nelle parole, e negli scritti loro, a certo stile figurato che per adoperarsi in ispecial modo nelle parti di Oriente, appellano orientale; principalmente poi i Napolitani ed altri abitatori delle più calde contrade, se qualche passione, o lieta o trista, li commuova di straordinario incitamento: però nessuno, spero, sarà per trovare manierato, o contorto, il colloquio che tennero in quella notte i nostri due amanti.

«Nè io» rispondeva Rogiero, e le premeva la mano di lievissimo tocco, «nè io avrei potuto ascoltarlo: lo spazio tra la tua bocca, e il mio cuore, occupavano la perfidia degli uomini e la maledizione di Dio;—la maledizione di Dio, perchè la colpa mi flagellava alla colpa, e in quel momento si sacrificava alla infamia un'anima contaminata.»

«Quando diffonde il sole i tesori della luce, quando il firmamento annunzia la gloria del Creatore, ti chiesi al cielo con la più fervida prece di una anima che geme;—il cielo non ascoltava la supplichevole. Nel turbine della notte, tra il fischio dei venti, tra il fragore dei tuoni, con le ossa dei defunti, col sangue umano, con sacrileghi riti, io ti chiesi…. allo Inferno,—Dio eterno, rimettimi il peccato!—allo Inferno:—tutto fu sordo alla sventurata!»

«Me felice, in qualunque luogo mi avesse collocato la giustizia, o la grazia, purchè libero dalla fossa delle bestie feroci, che si chiamano uomini!»

«Dove fosse andato il tuo spirito non sapeva, ma ti lagrimava morto: là nei giardini di castel capuano…. presso alla fontana…. tra la porta e il viale….»

«Dove nella notte destinata….»

«Mi svelasti il tuo amore, e ti furono facili le orecchie della vergine sveva, là deve essere un monticello di terra…. queste mani lo inalzarono…. sopra vi sta fitta la croce, che la figlia di mio padre, Gostanza, mi appese al collo innanzi di partire per Arragona; quivi ogni notte io invocava l'anima tua.»

«O misera! come hai sopportato tanta giornata di dolore?»

«Come? E tu non sei stato lontano da me? non mi avevi tu pure perduto? Se per saperlo ti fa d'uopo che io te lo dica, torna inutile dirtelo, tu nol sapresti giammai.»

«Io ti sapeva pur viva, ma….»

«Io traboccai sotto il peso, le fibre dell'intelletto si ruppero, ed egli imperversò senza freno per le membra scomposte: solo in questa notte dopo un tempo assai lungo riprendo la volontà,—se pure non è illusione,» qui strinse due volte la mano di Rogiero «e più della gioia di esserne liberata» aggiungeva «è potente il timore di ricadere nel delirio.»

«Oh! non dirlo, io ne morrei di dolore:—parla, bella infelice, quale angiolo ha condotto i tuoi passi nel carcere del tuo povero Rogiero?»

«Tutto era guasto, sana soltanto la parte che rispondeva al tuo nome: udii Rogiero.—io non mi sovvengo più oltre…. mi svegliai tra le tue braccia.»

«Si amavano tanto, diranno i futuri, e l'amore fu indarno….»

«Indarno!»

Rogiero non rispondeva.

«È egli amore quel tuo che abbisogna del sacramento, affinchè non si sciolga? che cerca il suo premio nel piacere, come l'operaio la mercede? S'egli è così fatto, tu amasti indarno…. io ebbi tutto quello che l'amore può dare, quando le mie labbra si accostarono alle tue.»

Rogiero, traendo soavemente il suo braccio di sotto a quello di Yole, glielo cinse al collo; con la manca le prese la destra, e se l'accostò alla bocca: Yole gli pose le dita della mano rimasta libera tra il volume de' bei capelli, e mesta mesta li baciò.

«E sia questa» proseguiva «la corona dell'amore su la testa condannata….»

«Condannata!»

«Chi sa quanti, anteponendo il guadagno al riposo, ti cercano adesso di terra in terra! chi sa quante avide donne pregano i Santi, affinchè i vaghi, o mariti loro, conseguano il prezzo del tuo sangue! quante speranze, quanti timori pendono dalla tua testa! Fra te, e la fiera del bosco, non corre altra diversità, che per te il premio è maggiore.»

«Ahi sventura!»

«Nè alcuno ti difese, la pietà stessa tacque, la sentenza….»

«Qual sentenza?»

«Di ribelle del Regno, di traditore del tuo Re….»

«Santa Maria!»

«Saresti innocente?»

«Posso esserlo? non sono seme di Adamo?»

«Dico del tradimento?»

«Non sono….» Yole si scostava. «Sì via, allontanati,» proseguiva Rogiero con impeto «sprezzami tu pure, aborrimi, unisciti ai tuoi simili…. ecco la pietra, scagliala sul misero…. tutti così! Se tu sapessi che fu finta una vittima per vendicarla…. un colpevole per punirlo…. una pietà di figlio…. un fratricidio…. se tu sapessi che il destino mi costrinse con voci sconosciute, che parevano partirsi da spiriti abitatori della terra e dell'aria…. che dirigeva i miei passi alla colpa, come un torrente all'oceano…. che comandava fino ai miei sogni…. vorresti, figlia della polvere, o potresti condannarmi? Oh! fosse qui qualcheduno che scendesse nel profondo, e librasse i pensieri, e scrutasse i cuori, e si ponesse tra i miei giudici e me; udisse le discolpe, e facesse ragione,—chi contenderebbe alla mia anima il premio della pazienza, chi leverebbe a costoro la pena della stoltezza? Qui dentro» e Rogiero si toccava il seno «non giungono occhi di carne;—il senno dell'uomo è simile alla cenere, i suoi argomenti a mucchi di fango;¹—il giudice della terra pronunzia la sentenza con ira perchè confonde la colpa coll'uomo, e però gli suona come inguria il perdono,—, come offesa l'assoluzione.»

¹ Memoria vestra comparabitur cineri, cervices vestræ luto (Job, 13, 12.)

Adesso un vicino scalpitare di cavalli percuote le orecchie degli amanti.

«Sálvati!» gridava Yole «qualunque tu sii, noi godremo uniti in Paradiso, o ci dispereremo tra i perduti:—io muoio d'amore per te;» e camminavano di gran passo «se ci raggiungono, io ti difenderò…. Io! scempia!—può l'innocenza o la preghiera intercedere presso la impassibilità della cupidigia? Gran madre di Dio! ci hanno veduti…. senti come corrono…. ci stanno sopra…. manda, Santa Vergine, chi ci protegga;—ma il Cielo fu da me tante volte supplicato invano, che il meglio sarà affidarci alla fuga… chi giunge a sottrarsi all'ardore della persecuzione?—noi siamo presi.»

«Abbi costanza!» parlò sommesso Rogiero a Yole, vedendosi arrivato dagl'inseguenti; e come quello ch'era animoso, fattosi innanzi alla squadra parlò: «Cavalieri, vorrestemi in cortesia scortare alla dimora del Re, chè, se io non m'inganno, potrei ricondurgli la figlia?»

«Sia benedetto Santo Germano!» rispose il Maestro degli scudieri, che conduceva quella brigata, «è assai tempo che noi la cerchiamo per tutta Benevento. Principessa, la Regina vostra madre….»

«Oh! povera madre mia! andiamo a consolarla: come io possa consolarla non saprei; non v'è vivente al quale io mostri la faccia, che non chini gli occhi contristato: ella pure lo afferma; pensate voi quali saranno i suoi spasimi, se la mia vista le dà conforto.»

«Cavaliere, io vi tengo per salutato: Principessa….»

«No, bel Cavaliere, non posso lasciarvi andare sconosciuto; è forza che veniate meco al palazzo reale, io non voglio defraudarvi in nulla di ciò che la riconoscenza del mio Signore si degnerà compartirvi.»

«Messere, io sono tale, la Dio mercè, che delle buone opere non ho bisogno di altro guiderdone, tranne il piacere che ne deriva.»

«Ed io ve lo credo di leggieri, bel Cavaliere; ma la gratitudine non si mostra soltanto con le gioie e con gli ori….»

«Nondimeno….»

«Egli è impossibile….»

«Ma….»

«Ve ne prego in cortesia…. non ricusate; salite il mio destriero, ch'io per me devo accompagnare la Principessa, nè potrei convenientemente tôrla in groppa.»

Rogiero, considerando che dalla insistenza male gliene sarebbe potuto derivare, seguiva il consiglio del Maestro, il quale ordinò alla sua gente che per alcuno spazio si allontanassero. Così andarono forse cento passi, allorchè la mente di Yole, ripensando ai tanti casi avvenuti in breve ora, nè potendone sostenere la intensità, nè spiegare come avessero avuto principio, tornò sul vaneggiare più ferocemente di prima.

«Maligno!» diceva al Maestro che la menava «tu mi hai ingannata con le belle parole; tu mi conduci a vederne il supplizio; non poteva morire senza di me? che giova questo incremento di crudeltà? non parli,—ti confondi;—non sai difenderti?—Non ti chiedo la sua vita, perchè è consacrata alla tua avarizia…. solo non condurmi a vederne la morte.»

«Principessa, io vi conduco da vostra madre, su l'onore di
Cavaliere.»

«Ed osi favellare? Taci, non dire lo spergiuro…. dì che vuoi essere spietato…. ti crederò…. non posso nuocerti…. mentirti onesto non può giovarti…. quanta gente!… che folla!»

«Dove?»—domandò il Cavaliere; e si voltava attorno.

«Quanta gente accorre su la piazza, nè ve la tira senso di misericordia…. non credere…. lo finge…. ma ella è stolidamente curiosa, pronta a ridere sul colore del sangue, come a piangere alla vista della scala che mena al patibolo….»

«Ma noi adesso ci troviamo in Via San Salvatore.»

«Ella è una solennità…. suonano le campane, nè si sa perchè; forse a chiamare Dio in testimonio…. rimanetevi, state in silenzio…. guai se lo vede!… Guarda il carnefice! tiene gli occhi bassi in segno di modesta compassione; ma non vedi tralucervi dentro un baleno di malignità, una gioia di stendere il braccio, e distruggere? su le sue labbra suona la parola di fratello; ma non iscorgi un sorriso indefinito agitargli i muscoli con la convulsione del tripudio?»

«Principessa, non vedete che è notte? e queste faccende non si fanno al buio.»

«Bella pietà! il paziente ascende le scale…. questa è l'ora trascelta per favellare di amore alla donna rigidamente guardata dal geloso marito…. adesso due feroci per meglio vedere come si punisca il delitto vengono a contesa, e commettono un altro delitto…. silenzio….»

«Sono tutti a dormire.»

«È la preghiera per colui che deve passare; preghiamo prostrati…. preghiamo…. è finita…. ha padre? madre? figli ne ha?—io non posso sopportare la immagine di quella disperazione…. egli è prostrato,—la scure con ambedue le mani sta sollevata,—il suo taglio deve internarsi nel ceppo, e tra la scure e il ceppo vi è un collo…. ah! balza una testa per terra…. piove sangue…. la bocca pare che non abbia compíta una parola…. era preghiera, o bestemmia? egli morì lacerato di rabbia…. una mano scarna, trepidante l'afferra pe' capelli…. trema ella di terrore o di gioia? ella la squassa, e si contamina, e la mostra al popolo…. bella impresa davvero da mostrarsi alla gente, perchè applaudisca!… Sdegno di Dio! egli è desso…. la morte lo ha sfigurato, ma lo ha riconosciuto il mio cuore…. Rogiero…. Rogiero!»

Rogiero intentissimo ascoltava parte di questi discorsi, e con quanta angoscia pensi chi legge; onde disposto a tutto più tosto che lasciarla sconsolata, fingendo dovere alcuna cosa comunicare al Maestro, trasse la briglia, e in breve fu a lato di Yole;—ella non era anche liberata dalla feroce visione;—smontò da cavallo, e presale soavemente la mano, le disse: «Io sono Rogiero.»

Il suono della sua voce produsse il solito effetto; lo riconobbe l'addolorata, e la mente le tornava serena. Piangeva pure Rogiero, e il Maestro degli scudieri senza che vi pensasse, volendosi asciugare gli occhi, trovò le lacrime essergli gocciate fino a mezza guancia: bene egli conobbe il caso, e forse più di quello che non era da conoscersi; ravvisò, guardandolo meglio, Rogiero, imperciocchè lo avesse in grandissima pratica: poteva guadagnare duemila schifati, che sono quasi quattordicimila zecchini di nostra moneta, denunziandolo; poteva non essere biasimato da nessuno, perchè usava lealtà al suo Signore; poteva anzi conseguire la grazia di Manfredi:—gloria alla virtù!—aborriva il prezzo del sangue, e così discorreva a Rogiero: «Scudiere, se siete colpevole, già non sarò io quegli che vi accuserà; se innocente, quegli che vi tradirà; se aveste qualche turpe motivo per errare, abbiatene uno onorevole per correggervi; prendete il mio cavallo, e partite; nascondetevi, e uscite di Benevento: alla frontiera si apprestano i tempi nei quali potrete acquistare mercede, se reo; onore, se innocente: non esitate un momento; potrebbe perdervi un vano render grazie; già, se non m'inganno, non sarà per opporsi la Principessa.»

Yole declinò con leggiadra soavità di affetto il bianco volto su la spalla del Maestro, che soggiunse: «Or via, affrettatevi.»

Rogiero balzò nuovamente in sella, e quivi curvandosi parlava alla figlia di Manfredi: «Teco l'anima mia!»—e sparve.

Yole non rispose,—gemè; seguendo la fidata sua scorta, si riduceva lusingata dall'alito della speranza nelle braccia materne.

CAPITOLO VENTESIMOPRIMO.

LA SPIA

                Quanta, e qual sia quell'oste, e ciò che pensi
                Il duce loro, a voi ridir prometto;
                Vantomi in lui scoprir gl'intimi sensi,
                E i secreti pensier trargli dal petto.
                                      GERUSALEMME LIBERATA.

Più che io con quella mente che i cieli mi hanno concessa vado pensandovi sopra, più mi avviso di favellare giusto affermando, essere queste composizioni, che la gente chiamano Romanzi, assai somiglievoli ai fioriti rosaj. Lieti di rose, bellissime per venustà di vermiglio, per isquisitezza di odore gioconde, innamorano l'occhio del pellegrino, che con lo incantato pensiero maraviglia come un fiore possa avere tanta parte di volto della sua vergine diletta. Diventa più forte il paragone se si considera, che siccome gli steli delle rose sono irti di spine, e così le vie che conducono alla perfezione in opere sì fatte vanno ingombre d'impedimenti, parte difficili a superarsi, parte impossibili. Differiscono poi in questo, che nel rosaio il passeggiero, contento della vaghezza del fiore, non trascorre a indagare nè come s'operi il suo nascimento, nè come mantenga la vita, nè perchè muoia, nella qual cosa se molto ha luogo il non volere, moltissimo ancora contribuisce il non potere; mentre che nel Romanzo la bisogna procede altramente: ben l'arte ammaestra a disporre gli eventi in certa bizzarria misteriosa, e presentarli con quanto di fantastico può immaginare il poeta, onde la passione di chi legge di mano in mano infiammata aneli la fine; ma al punto stesso ne avverte essere debito svilupparli con naturale spiegazione, affinchè non si sdegni di avere sparso il suo pianto sopra casi in nulla appartenenti all'umana natura. Qui sta l'opera, qui la fatica; questo è lo scoglio pe' buoni ingegni, l'abisso pe' mediocri; e certamente sarebbe pel nostro, dove le raccontate avventure non fossero vere, o almeno non le avessimo trovate entro una Cronaca di pergamena antichissima, scritta con caratteri gotici, con le iniziali alluminate, e dorate, che quantunque un po' guasta dalle tignole, un po' dai sorci, un altro po' dall'umido, si mantiene pur sempre il bel tesoro, come andrà persuaso chiunque abbia voglia di venirla a vedere.

Narra pertanto la Cronaca, come un certo giorno il Conte Anselmo della Cerra, ridotto nella secreta sua stanza, esaminando alcune carte di molta importanza udisse toccare la porta; per lo che domandato chi fosse, gli rispondevano,—un pellegrino, che per quello che ne sembrava aveva corso gran via, faceva istanza di favellargli.—«Un pellegrino! che passi:»—ordinava Della Cerra; ed ecco indi a poco entrare un uomo, che, richiuso in prima diligentemente l'usciale, s'incammina va alla volta del Conte, e gittando la schiavina da dosso, gli si mostrava qual era.

«Gisfredo, tu qui! tu vestito da pellegrino! chi ti avrebbe riconosciuto?»

«Dove manca natura, arte procura, messer Conte.»

«Che nuove? è anche morto quello stolto? la tua astuzia congiunta alla sua imbecillità lo ha ancora condotto in rovina? Narrami, narrami, che sono impaziente di udire; siedimi a canto, che ti starai più ad agio, ed io ascolterò meglio.»

«Troppo onore, Messere,»—rispondeva Gisfredo inchinandosi, e mostrando non tenere lo invito: pure insistendo il Conte, obbediva, e pressato da questo col più interrogativo «Ebbene?» che mai sia uscito da labbro di uomo, raccontava: «Messere, dalla notte che con tanto fervore mi ordinaste vegliare su i passi di Rogiero, io, come desideroso di soddisfarvi, non ne ho mai smarrito la traccia: nella notte stessa io mi imbatteva in costui, che, fosse caso o volontà, spronava a rompicollo verso un torrente, dove per certo sarebbe traboccato, se io nol sovveniva; fidando sul benefizio, lo richiedeva di sua compagnia, perchè allora la cosa sarebbe proceduta meglio sicura; mi ributtava con acri parole. Il giorno appresso, mi prende il sudore ghiaccio a ripensarvi sopra, mi arrestava una banda di masnadieri, e dopo avermi conciato che Dio vel dica per me, toltimi i danari che aveva dentro una borsa, volevano ad ogni costo propagginarmi: già per indole, e per costume, aborro dal magnificare quello che ho fatto per vostra signoria, e poi per quanto operassi, io non potrei sdebitarmi degli immensi obblighi ch'io vi professo, Messere; pure io vi giuro…»

«Va per le corte, Gisfredo; sei stato in pericolo di vita?—il gran caso che ti avessero ucciso!—mancano ghiottoni in questo mondo!»

«Dice bene il Messere. Dunque vi basti sapere ch'io fui salvo.»

«Questo io già sapeva, perchè il Demonio si mostri più pronto a proteggere i tristi, che…»

«Dice bene il Messere. Lo inseguiva con lo ardore della vendetta, con l'astuzia della viltà: finchè lo conobbi di per sè stesso infiammato, lasciai che corresse; ma quanto più si avvicinava all'esercito francese, tanto rallentava la fuga: questa nuova esitanza giunse a tale, ch'io stimai bene entrargli di notte tempo nella camera dove giaceva, e concitarlo con dirgli in voce mesta, come di trapassato:—Rammentatevi di vostro padre.—Varcava il Po con incredibile furia, quindi ricadeva più che mai su l'irresoluto: allora presi consiglio di precederlo, mi appresentai a messer Buoso, me gli scopersi vostro servitore, gli mostrai la patente, e gli narrai, un corriero napolitano con lettere a lui dirette essere rimasto una giornata di cammino dietro di me; mandasse pertanto alcuna gente a riscontrarlo, e a tutelarlo, perchè, se fosse caduto in mano dei Ghibellini con quel deposito addosso, avrebbe cagionato gran danno. Mandava Buoso, e glielo conducevano: era buio, ed io mi teneva celato in un corridore della casa di Buoso per vederlo passare: vi so dire, Messere, che fu cosa stupenda contemplare la battaglia delle passioni che laceravano quella anima; per poco stette che non cadesse, si appoggiò al muro senza andare innanzi nè indietro.»

«Tu godi a raccontare questa disperazione, scellerato?»

«Pensate quale sarebbe stata la vostra gioia a vederla, Messere! Osservando che indugiava più che si convenisse, me gli accostai, e gli susurrai alle orecchie:—Rammentatevi di vostro padre:—si voltava impetuoso inseguendomi, ed io di stanza in istanza, come colui che già conosceva la casa di Buoso, gli fuggiva dinanzi, finchè non l'ebbi condotto dove dimorava il Duera; allora mi sottrassi agevolmente: da quel punto in poi i suoi moti furono necessarii. Ebbe le lettere il Ghibellino traditore….»

«Ravveduto, dovevi dire.»

«Ravveduto. L'ebbero i Francesi, e nel campo loro egli ha sempre stanziato fino a Roma.»

«Che! non vi sarebbe egli più?»—percuotendo il pugno stretto su la tavola con terribile giuramento domandava il Conte Anselmo.

«Udite. A Roma fu bandito il torneo; vi combattevano sconosciuti Rogiero, e quel Ghino di Tacco, tanto famoso masnadiero d'Italia: terribili colpi io vidi menarvi, e tali che non credo sieno mai stati nel mondo, non che maggiori, uguali. Miseri noi, Messere, se un giorno ne fossimo segno!»

Anselmo mutò di colore, e con voce mal ferma ordinava: «Va innanzi.»

«Furono i Francesi scavalcati, quasi tutti sconciamente feriti; un Bilmont trafitto; il Monforte, lo stesso Monforte, dichiarato vinto, e come morto portato via dal campo….»

«Che importa, questo? va innanzi.»

«Conseguíta la vittoria, fuggivano Ghino, e Rogiero, e i compagni; io mi levai súbito a seguitarli da lontano, e li vidi internarsi per la foresta vicino a Frascati. Quivi si fermava alcuni giorni Rogiero per sanare le riportate ferite. Una volta, mentre mi accostava su la sera verso la sua dimora per raccogliere qualche novella, lo vidi soletto errare per la foresta; avrei potuto ucciderlo,—non v'era vivente, ed egli non portava armatura; ma non ne aveva mandato; non sapendo s'io mi facessi bene o male, mi rimaneva: sentii uscirgli dalle labbra strane sentenze; mi arrampicai leggiero sopra un albero, e per più disperarlo ripetei:—Rammentatevi di vostro padre.—Parve verro ferito; cieco d'ira si dette a cercarmi per la selva, e tanto corse e ricorse, che al fine del giorno pervenne alla Abbazia di San Vittorino: colà, Messere, un fiero caso si apparecchiava a noi tutti….»

«Quale?»

«Convertito in Frate, vi giaceva moribondo il vostro uomo d'arme
Roberto.»

«Ah! e gli narrava….»

«Per quello che mi disse un Frate cercatore, tutta la storia dei vostri tradimenti.»

«Tradimenti!—hai tu detto tradimenti?»

«Non l'ho detto già io, ma vi ho riferito quello che disse il
Frate cercatore.»

«Noi siamo perduti!» avvilito mormorava il Conte Anselmo «e sì che lo aveva avvertito a cotesto imbecille:—vogliono i delitti, e non sanno soffocare i rimorsi;—un giorno innanzi ch'io lo avessi ucciso, ogni cosa era salva.» E qui mise senza pensare la mano sotto il farsetto, e ne trasse un pugnale: Gisfredo, sorgendo, si allontanava. Stettero muti alcuni istanti: finalmente il Conte discorreva, volgendo la testa: «Gisfredo, dove sei ito? ritornami allato; perchè ti stai discosto?»—Poi vedendosi il pugnale nella destra, lo riponeva continuando:—«Vivi sicuro, non sai che nessuno uomo adesso mi è più necessario di te?» e tra i denti aggiungeva: «La tua ora non venne.»

«Dice bene il Messere,—v'intendo anche ritto.»

«Fa come vuoi: dunque non v'è scampo?»

«E non sapete trovarlo? Diamine! una testa come la vostra, Messere, annega entro una coppa?»

«Dillo, se ci credi; in nome di Dio.»

«Ve lo direi molto volentieri, ma davvero che me ne prende vergogna; egli parmi così agevole, che non può essere che non vi venga in capo: e poi non si conviene a me che ho imparato tanto di Gramatica, quanto fa di mestieri per avere gli ordini minori, insegnare ad un Barone qual siete voi, che sa per fino dei misteri dell'Astrologia.»

«Certo non si vuol negare che la mia mente non sia oggi un poco confusa… se da un pezzo in qua le cose vanno proprio a rovescio!»

«Eh! signor mio, io conosco il modo di farle andare per verso: ma voi non ne sapete, o non ne volete sapere.»

«Sarebbe?»

«Allargare la mano nello spendere; siete Camerlingo, potete fare, e non co' vostri danari… la gente ai dì nostri non fa nulla per amore.»

«Ah! vuoi danaro?»

«Nol dico già per me, vedete, Barone; perchè del danaro che cosa ho da farmi, quando posseggo la grazia vostra?—Sebbene quello che mi deste se lo prendessero i masnadieri….»

«Non so se i masnadieri; ma un masnadiere se lo prese di certo, quando lo detti a te.»

«Non credete? Vi giuro pel corpo….»

«Taci, chè il giuramento della tua bocca accresce i motivi di non averti fede.»

«Oh via! come volete; già per troppo malignare spesso l'uomo s'inganna: alla fine di conto que' vostri danari io non gli ho più, e per giovarvi con frutto me ne abbisognano degli altri.»

«E faceva mestieri di tanta giravolta per venire all'ergo? prendi, questi sono agostari

Gisfredo stese la mano come persona avvezza a simili presenti, se gli ripose sotto la veste, ringraziò inchinando il capo, e tornò nel primo atteggiamento.

Anselmo aggiungeva: «Fisco coll'anima, or che gli hai avuti, dimmi almeno che vuoi farne.»

«Io vi protesto, Messere, che Gisfredo è vago di danari come il cane delle mazze; ma l'opera ch'io disegno fare in pro vostro, non può in nessuna altra maniera mandarsi a fine se non che col danaro; i tempi corrono difficili, la natura umana si corrompe ogni giorno di più, e vi sono di tali marrani che non vi farebbero piacere nè manco col pegno.»

«E tu ne sei prova e argomento.»

«Fate senno, Barone. Rogiero, partendosi dal masnadiero Ghino, niuna diversa strada vorrà tenere se non quella che conduce a Manfredi,—e questo è certo; ora, siccome ho raccolto per via che il Re ha convocato tra pochi dì il Parlamento del Regno a Benevento, il suo cammino deve piegare senz'altro a questa città; mio avviso sarebbe dunque partirmi velocemente, prendere in compagnia quindici o trenta uomini arrisichevoli, tendergli agguato, e farne pasqua ai lupi.»

«Santo Germano!» esclamò il Conte Anselmo percuotendosi la fronte «tanto è vero, che per veder bene da vicino ci vuol vista corta! Tu dici saviamente, non in tutto però: in prima tu dèi condurre meno gente per non dare sospetto; invece di ribaldi da strada, tu passerai in partendo da Caserta, consegnerai un mio ordine al Castellano, che lascerà venir teco quattro o sei uomini d'arme; non più, ti comando, e bada che lascino la divisa di Aquino: in quanto a finirlo, parmi che non sarebbe buon consiglio; che ne senti?»

«Eh! fate voi; per me ho detto la mia: i morti non parlano, veh!»

Il Conte Anselmo pensava alquanto, proseguiva dopo: «No, no; quel cadavere insanguinato su la pubblica via, in occasione del Parlamento,—scudiero,—fuggito,—dannato, ingrandirebbe il fatto, e indurrebbe a ricercarne più oltre che la faccenda non meriti: ingegnatevi a prenderlo vivo; se non potete, sì, l'ammazzate, ma portatelo con voi; rimuovete ogni traccia, e sotterratelo dove non possa esser trovato. Parti, e fa forza di gambe.»

Partiva. Quello che facesse e quello che ne seguisse, ha già saputo il lettore: perchè non essendo venuto comodo a Gisfredo di uccidere senza pericolo Rogiero, lo trasportò privo di senso a Benevento, dove, trovato il Conte Anselmo, che vi aveva preceduto la Corte, lo cacciava per suo comando dentro la carcere del palazzo del Legato di Roma, da lungo tempo deserto, e per trascuranza, o dispregio, in parte diroccato. Era pensiero del Conte farvelo morire di fame, non già, come diceva Gisfredo, per brama che avesse della sua morte, ma per risparmiarsi la spesa di tenerlo vivo.

Finita questa commissione, tornava Gisfredo alla dimora del Conte Anselmo, e gli diceva: «Anche questa è fatta, Barone; tra poco il nostr'uomo diverrà Santo e farà miracoli; adesso sta in clausura; manca il sigillo allo spaccio, col gittare la chiave nel Calore¹, e poi è finita.»

¹ Fiume che passa vicino a Benevento.

«Però pensiamo ad altro: trova alcun sacerdote che gli dica una messa, perchè la sua anima non si lamenti di noi, e conosca che abbiamo operato da buoni e leali Cristiani; pel rimanente raccomandiamolo a Dio.»

«Dice bene il Messere!»—riprese, tra serio e beffardo, Gisfredo, non sapendo con quale intenzione favellasse Anselmo: veduto ch'ebbe un leggiero sorriso su le labbra del Conte, aggiungeva anch'egli ridendo: «La dirò io questa messa; vado certo che qualcheduno nell'altro mondo, o sotto o sopra, l'ascolterà.»

«Non può fare a meno che tu non finisca male, tanto sei empio, Gisfredo! Adesso sono per commetterti una cura più delicata, e al tutto degna de' tuoi talenti; deponi quelle vesti da pellegrino, vesti l'assisa di casa mia, e vattene in Corte; poco sarai guardato; o, se guardato, come mio servo sarai anche rispettato: avvolgiti tra la gente di Manfredi, spia i Ministri, il Re, la Regina, tutti; nota gli andamenti, i detti, gli sguardi, e, se tu potessi, anche i pensieri; siimi fedele, pensa come il mio abbassamento non può accadere senza la tua rovina, la mia esaltazione senza tuo vantaggio.»

Eseguiva Gisfredo i comandi del suo signore, un po',—e qui s'ingannava,—riputando di ricavarne qualche gran premio, un po' per inclinazione: entrava in Corte, e come quegli che era scaltro davvero, adesso mostrandosi carezzevole, adesso contegnoso, qui usando cortesia, là villania, ritirandosi a tempo, e comparendo a tempo, lusingando i più ruvidi tra i Baroni con gl'inchini, guadagnando i servi più astuti con qualche agostaro, pervenne a conoscere in poche ore quello che forse altri non aveva imparato in molti anni. A mal grado del suo ingegno però, quel destino, che il più sovente si oppone alle opere generose, aveva decretato che gli dovessero riuscire fatali le sue triste; quelle che abbiamo fin qui raccontate, vedemmo averle conseguíte con molto pericolo; ora narreremo come avvenisse l'ultima, nella quale perdè la vita.

Stanca dalle faccende del giorno la famiglia di Manfredi era andata a trovare il sonno, che da molto tempo non iscendeva invocato su le palpebre dei suoi signori. Gisfredo con passi storti e leggieri, con le orecchie attente, per farsi maggior pregio presso il Conte Anselmo, penetrava nelle più riposte stanze reali:—i fati lo portavano; perviene entro un andito lunghissimo,—con la mano alla parete, in punta di piedi, senza trarre un fiato si mette a percorrerlo;—lo percorre, giunge ad una sala, abbandona la scorta del muro, e va oltre: non poteva essere anche a mezzo, quando un gemito represso lo avvertiva, quivi dimorare gente;—stava,—un lamento femminile fece suonare il vasto edifizio.

«Forse conosce la creatura» discorreva la mesta «l'arte di mentire l'affetto? forse le ha rivelato il Demonio come si finga una passione che m'inaridisce il cuore, mi sconvolge l'intelletto e mi consuma la vita? Finti gli atti cortesi, finto il lungo ossequiare, il guardo, la voce, l'amplesso, il bacio, finti? Non suonavano le sue parole ebbre di amore, non gli tremavano le membra, non sospirava profondo? Pure mi ha lasciata sola su la via dello spasimo; nè il pensiero dei parenti e del cielo può consolarmi;—la mia passione dura più forte di loro. Rispondimi almeno se sei morto, ch'io sappia dove indirizzare il mio gemito:—tenga la fossa il suo corpo, lasci libera l'anima, o tenga anche l'anima, pur che la lasci un momento per dirmi che non fingeva,—che mi amava;—questa apparizione è un baleno di tempo,—poi l'abbia per tutta la eternità. L'anima!—l'anima era nel sangue, e il sangue è stato diffuso;—avessi il cadavere! lo veglierei come se dormisse, ingannerei me stessa, dicendo: or ora si sveglia; e a canto al suo letto, da che egli non potrebbe essermi unito in vita, aspetterei rassegnata di unirmi a lui nella morte;—scalderei di baci le fredde labbra, infonderei balsamo nella sua piaga…. Dio eterno! qual piaga! scavernata, penetrante in mezzo del petto…. ella è insanabile…. dite il vero, è insanabile, Maestro¹?—Non mi risponde,—piange,—e tu pure piangi, Gismonda. O Rogiero! chi ti ha trafitto? Rogiero!»

¹ Forse è inutile avvertire che Maestro era il titolo che si dava ai medici in quei tempi.

Sorgeva impetuosa, incamminandosi con passi veloci alla volta di Gisfredo, il quale, dando indietro meno cautamente, inciampava dentro uno sgabello con molto fracasso: l'evento lo turbava, perdeva la direzione della porta; tentando il muro, quanto più ne andava in traccia, tanto più se ne allontanava. Yole (però che Yole fosse la lamentosa), al rumore fatta furente, gli era sopra, già l'afferrava pel petto,—sentiva sotto la mano un pugnale,—gli frugava sotto la veste, lo stringeva, e minacciando di trapassarlo gridava: «Tu lo hai morto!—Dio mi ti caccia tra le mani, perchè ne prenda vendetta.»

Il presente pericolo, non meno che il futuro, se quel grido di Yole avesse richiamato gente, tanto valsero ad avvilire Gisfredo, che a caso più tosto che a consiglio rispondeva: «Mercè, Madonna: il vostro Rogiero è vivo.»

«Vivo!»

«Ve lo giuro per tutti i Santi del Paradiso.»

«Vivo!»

«Sì, vivo e sano, come siete voi, Madonna.»

«Non è vero, tu m'inganni.»

«Non credete nei Santi?»

«Credo in loro,—ma in te no….»

«Pure egli vive….»

«Menami a lui, nè sperare, finchè io lo vegga, che questa mano si scosti dal tuo petto, questa punta dalla tua gola.»

«Santa Vergine! Saremo veduti, Madonna, saremo fermati, perderete me e voi, non vedrete più Rogiero…. dimani, vi giuro….»

La vergine sveva, per passione diventata feroce, gli punse un poco la gola,—perchè Gisfredo ebbe a stramazzare svenuto,—e con saldo accento comandava: «Conducimi, e taci.»

Gisfredo vedendo che non correva tempo da immaginare scaltrezze, e che se alcuna cosa poteva condurlo a salvamento era la lealtà, si dispose, sebbene suo malgrado, ad operare onesto;—pareva che non ci avesse garbo, quantunque in pensiero risoluto di condursi a dovere; le membra da per loro si studiavano tradire. La vergine sveva lo teneva corto, e sovente per sospetto lo ripungeva; egli prorompeva in un ahi! sommesso, e per alcuni passi non faceva motivo, poi tornava a far peggio. Così scesero nel cortile; due uomini d'arme camminavano in su e in giù con differente direzione traverso la porta grande;—passare per quella senza essere notati era impossibile cosa. Non vi ha palazzo reale che non possieda porte segrete, donde scrive Giuseppe Parini che talora entra la verità; Yole si sovvenne in buon punto, che quello in cui stava ne aveva pure una; vi traeva quasi a forza Gisfredo, e in questo modo pervennero all'aria aperta.—Ciò che venne dietro, il lettore se lo ha già conosciuto avanti.

CAPITOLO VENTESIMOSECONDO.

DISPERAZIONE.

                Visibilmente si tramuta in faccia,
                E trema d'una larva che il minaccia.
                          I LOMBARDI ALLA PRIMA CROCIATA.

Manfredi!—Nel tempo in cui, se intemperante era la fidanza del suo desiderio, molto maggiori erano la volontà degli uomini, e la vicenda dei casi di compiacere a lui, trasportato dal soffio della ventura, noi non avremmo impreso a descriverlo; adesso, nell'ora solenne del disastro, commuove il cuore di tali sensazioni, che nessuno, per quanto magnanimo, vorrebbe respingere; suscita nel segreto della mente tali pensieri, che nessuno, per quanto potente, potrebbe dire vili. La forza che regge i destini della terra ha voluto, che per venire in fama di grande non importi l'esercizio della virtù,—o almeno di ciò che appelliamo virtù. Nè alcuno insorga impudente contro questa sentenza, perchè noi gli domanderemo, se virtù fu quella dell'antico padre che coll'opera della mano sostentò la numerosa famiglia, e con l'esempio, e con le parole, la educò all'amore dei suoi simili e nel timore di Dio; e dove assenta alla domanda, lo ricercheremo di nuovo, perchè un'aura fuggitiva di memoria susurri appena nel villaggio di cui fu abitatore! perchè la pietà dei nipoti cerchi invano pel Camposanto un segno, una croce, una pietra, che lo distingua dal volgo dei morti! perchè invece di educare le rose sopra la sua fossa, il giumento del parroco vada sterpandovi le poche piante salvatiche di che la ornava la natura! Quindi vedremo se ci affermerà, virtù incitare parte del genere umano a dare del ferro in petto all'altra parte; virtù, perseguitare l'innocente, perchè debole;—fargli delitto della sua debolezza frutto della innocenza, e straziarlo, e schernirlo; virtù, le avare rapine, i miserabili incendii, gli stupri vergognosi; virtù, il colono, che bandito dal soldato fugge co' figli, quale in braccio, quale per mano, e con la moglie, che sostentando la figlia, argomento di gloria nei giorni ridenti della tranquillità,—perchè la gloria delle madri è nella prole leggiadra,—adesso contaminata di obbrobrio, le impreca la morte dalla misericordia del Signore, e maledice la fecondità del suo ventre! Poveretto! il suo cammino tende alla montagna; quelle rocce dirupate non promettono altro che la fatica di soverchiarle;—quivi troverà un asilo, dacchè non si trova una preda;—a mezzo dell'erta si volge a mirare la casa a lui cara per le tante memorie di amore,—cara anche per le memorie di dolore;—ahi! non vede più casa:—gli sgorgano dagli occhi lacrime amare, geme profondo, ma il gemito e il pianto non sono per le arse masserizie, non per la mèsse sperperata, non pel censo, a stento e con lunghi travagli ragunato, adesso in breve ora distrutto;—sospira l'aere che lo raccolse infante; sospira il luogo, ove per la prima volta la desiata giovanetta, suffusa di modesto rossore, gli disse, che non amava indarno; quello dove per la prima volta fu salutato col nome di padre; sospira le ceneri degli avi:—l'anima paurosa, trascorrendo gli eventi futuri, non lo atterrisce con l'amarezza di chiedere un pane allo straniero, che gli sarà negato, e di ascoltare unita al rifiuto la parola acerba di un cuore che cerca pretesto nel vizio per non commuoversi alla miseria…. solo lo spaventa con la immagine dei nipoti, che, appena sapranno snodare la lingua, gli diranno:—menaci dove dorme tuo padre. Che potrà egli rispondere?—io l'ho deserto:—la rampogna di poca carità gli strazia le viscere;—si lagnerà se lo abbandonano vivo? egli non lo ha abbandonato morto?—morto, o vivo, è meno sacro il capo del padre?—Volge le spalle, si affretta per la via, leva gli occhi al vertice della montagna, anelante di riparare dietro una balza dalla vista e dal pensiero di cose tanto miserabili.—E se questa non è virtù, perchè coloro che tengono l'impero della fama la vestono della luce del canto, o la tramandano ai posteri col monumento della storia? perchè nelle vostre sale, nei vostri arnesi, fino sul vostro petto, io non vedo che simulacri dell'ultimo conquistatore? O gli uomini sono divenuti tanto codardi, che si hanno fatto idolo della forza, o,—e questo per avventura è più vero,—non hanno mai saputo che sia virtù.—Manfredi non fu virtuoso,—fu grande. Escluso per colpa paterna dal retaggio del potere, ripose ogni suo pensiero in conseguirlo:—tra la sua mano e lo scettro si attraversavano quattro vite, e tutte sacre; egli stese la mano, e lo strinse:—quali furono gli argomenti che adoperava l'ambizioso? L'ombra del trono gli nasconde, ma stanno come nemici schierati in battaglia al cospetto dell'anima sua, e a quello di Dio. Egli distrusse i suoi nemici, da prima con la frode, poi con la vittoria, e dopo averli avviliti con l'oro, gli spense col ferro. Affidato ai destini che lo menavano, dominò la fortuna, costrinse gli eventi: non soddisfatto della corona di Napoli, guardò la Italia, la vide divisa, e disegnò riunirla sotto il suo impero: penetrando nei misteri dei secoli, la conobbe preda dello straniero, e volle prevenirlo; nè, dacchè Alarico venne a guastare il bel paese, alcuno più di lui sembrava eletto dai cieli alla impresa portentosa: in lui sapienza di consiglio, in lui prodezza di braccio, arte maravigliosa di conciliarsi gli affetti, e quella temperante mansuetudine sconosciuta ai suoi superbi maggiori; Roma decaduta alquanto dal potere; gl'Italiani fidenti, o poco gelosi di lui, perchè signore naturale, e scevro d'interessi con Alemagna; Toscana ghibellina, retta dal senno di Farinata; Lombardia in gran parte devota al suo nome pel séguito del Pelavicino, del Duera, e per le armi di Giordano Lancia. Egli pe' tempi, i tempi per lui:—forse è da credersi che l'avrebbe dominata con assoluto dominio; forse, inorgoglito dal successo, con tirannide; ma l'opera stava nel rannodarla: quando poi la oppressione si riunisce in un solo, anche un sol colpo vale a distruggerla; e se ogni tempo non produce il sapiente, ogni tempo conta molti feroci.

Solo, dentro vastissima sala ornata delle immagini dei suoi padri, seduto sopra un letto all'usanza saracina, Manfredi cela la faccia per gli origlieri; se non fosse che d'ora in ora un anelito lo fa sobbalzare, parrebbe addormentato. Noi non sappiamo quale meditazione lo tenesse, certo però doveva essere di quelle che tribolano anche sul guanciale del riposo. Sorgeva con impeto;—mutati due passi, sta;—punta la mano destra su la tavola,—la persona abbandona sopra la gamba sinistra, che attraversa con la destra, premendo il pavimento con la estremità del piede,—gli occhi immobili, fitti per terra,—la bocca tremante;—il sangue gli trascorreva su la faccia, come fa l'onda marina, però che adesso comparisce infiammato, adesso pallido:—si volta atterrito,—intende lo sguardo in quelle parti della sala che la lampada di argento posta su la tavola illuminava scarsamente, e si atteggia alla fuga;—concitandosi all'audacia si avanza,—rimane,—indietreggia,—come disperato si precipita, e tocca trepidante con ambe le mani la cagione dello spavento:—pare che la poca luce tramutasse all'accesa fantasia gli oggetti in immagini che non poteva sopportare. Alfine disegna spengere la lampada, la prende in mano, se l'appressa alla bocca, compone le labbra in atto di spingere l'aria;—in questo punto la pupilla trascorrendo discerne tal cosa per la quale Manfredi abbrividisce; stende la mano che stringeva la lampada, l'accosta alla parete,—era una spada che vi stava attaccata;—sospira, avvicina di nuovo il lume alla bocca; percorre, girando il capo, e più volte, la stanza; quindi con estremo sforzo lascia scorrere il fiato compresso,—e fu buio:—s'intendeva per la tenebra un passo frequente, concitato, irregolare.

Noi ignoriamo se altrove, ma certo avviene ih Italia, che il mal tempo spesso rimetta di giorno in giorno ad ore determinate, finchè, consumato lo spazio che deve percorrere, cessa del tutto; però adesso cominciava, come nella sera scorsa, a sentirsi il tuono lontano, e a vedersi lo sfolgorío sempre crescente. «L'ora si avvicina!»—mormorò Manfredi. Si leva un fiero libeccio; la piena della bufera investe fischiando l'edifizio, lo scuote, ed accenna mandarlo sossopra; si ascolta il zufolare lontano che fa per quelle camere il cigolío degli usci e delle finestre; la grandine batte scrosciando le invetriate, come se dovesse spezzarle ad ogni momento, o strappate dagli arpioni trasportarle fin Dio sa dove. Santa Maria! pareva il Giudizio finale.—Perchè Manfredi si volge intorno la sala con orme vacillanti? Teme egli che quello sconvolgimento sia una guerra che la Natura ha dichiarato contro di lui? Che susurra tra i denti? Santi del Paradiso! ha imprecato le potenze dell'Inferno. La procella imperversa; si fa con le braccia il segno della salute sul petto, e solleva peritoso il volto;—viene un lampo; gli occhi di Manfredi, senza ch'ei lo sappia, sono diretti sopra la immagine di suo padre Federigo;—quella luce vermiglia parve animarlo di un baleno di vita, e certo il ritratto storse le pupille scintillanti nel sangue, e agitò i labbri a parole di fuoco:—guai a Manfredi se quella vista fosse durata più d'un lampo! il suo cervello ne sarebbe stato rotto, il cuore scoppiato. La oscurità nascose la causa del terrore: instava fragorosissimo il tuono, e tra il rimbombo urlava Manfredi: «L'ora è passata!»—Incapace di più reggersi, accennando stramazzare, a scosse come l'ebbro, si pone in traccia del letto, e vi si lascia cadere; la sua mano destra abbandonata percuote su la corona reale, la ritira velocissimo, non altramente che se l'avesse posta sul tizzo infuocato; e di vero tale dovette essere la sensazione che soffriva, perchè disse: «Arde.»—Allora quasi affaticato su l'erta di un monte trasse dal petto un anelito grosso, e frequente;—giù per le guance piovve gelido sudore.

A refrigerio dell'afflitto, or sì, or no, secondo soffiava il vento, un preludio dolcissimo sul liuto veniva a dilettargli le orecchia:—l'anima però non gli dava ascolto, come quella che gemeva oppressa sotto terribile sensazione; ma quando vi si aggiunse una voce melodiosa di arcana mestizia, voce che con la prestezza del baleno ricercò,—vellicò,—suscitò, quanto di soavi memorie e di dolcezza di affetto stava riposto nel cuore di Manfredi, egli declinava lentamente «il capo tra le mani, e piangeva: bene erano coteste lacrime di quelle che solcano le guance su le quali trascorrono, di quelle che si assomigliano a gocce d'olio versate sopra ferro rovente,—ma pianse. Riputando nessuna altra cosa capace di acquietarlo quanto ascoltare vicina quella voce che sì lo blandiva lontana, lasciò di giacere, e si pose dietro le tracce dell'armonia.

Licenziate tutte le damigelle, la Regina Elena si era ridotta nelle stanze segrete con i suoi figli, Yole e Manfredino; quivi avevano insieme pregato il Signore di perdono, e di pace: finita la preghiera, cominciò la procella: Elena dissimulò, come meglio potè, l'augurio sinistro, e motteggiando ridente dava animo a Yole, che le si stringeva alla vita, e a Manfredino, che, seduto sopra uno sgabelletto ai suoi piedi, le aveva preso una mano, e se l'era parata innanzi gli occhi per non vedere i baleni.

«Animo, figli miei,» favellava la Regina «è la prima questa delle procelle che udite? conviene questo terrore a figli di Re?»

«E che? madre,» rispondeva Yole «non devono i Re tremare di
Dio?»

«Devono, ma troppo tornerebbe a sconforto, o figliuola, attribuire ogni tempesta allo sdegno del cielo.»

«Avete notato, madre, che appena abbiamo proferita l'ultima parola della preghiera scoppiò il primo tuono?»

«Non ho posto mente a questo, perchè stava raccolta nel pensiero del Paradiso.»

«Parmi…» soggiunse Yole, ed abbassata la voce accostò la bocca all'orecchio della madre, «parmi ch'egli ci abbia abbandonate.»

«Figliuola,» riprendendola affettuosa rispondeva Elena «nemmeno i Santi hanno penetrato nei segreti dell'Eterno; se i Profeti gli hanno saputi, ciò è stato perchè egli stesso gli dischiuse a loro, non altramente. Godi anzi della tribolazione che ti manda il Signore,—egli ci vuole provare, ed i provati sono nel numero degli eletti. Ramméntati, amor mio, di Santo Ambrogio da Milano, che, venuto a Malmantile, domandava l'oste di sua condizione, il quale avendogli risposto:—io ricco, io sano,—io, bella donna, grande famiglia, riverito, onorato, careggiato da tutta gente, non seppi mai che male si fosse, o tristezza; ma sempre lieto e contento sono vivuto, e vivo,—ordinò ai fanti che sellassero i cavalli, dicendo:—_Dio non è in questo luogo, nè con questo uomo, perchè gli ha concesso troppa felicità._¹ E poi, che cosa dice il Re David? Molte sono le tribolazioni dei giusti, e di tutte il Signore gli libererà.—Ma divertiamo il pensiero da cose tanto lugubri.—Gli angioli hanno insegnato ai mortali l'armonia per sollevarli dalla tristezza;» e sì favellando, ritrasse la mano che le teneva Manfredino, e lieve lieve lo percosse su la guancia; «va, Manfredino,» gli comandava «fa di portarmi quel liuto che vedi su quella tavola là.»

¹ Passavanti, Specchio della Vera Penitenza.

Il fanciullo alzò gli occhi, e peritoso si pose a guardarla.

«Va, Manfredino;» insisteva la nobile Elena «hai tu forse paura?»

Andò con franco passo il fanciullo alla tavola su la quale stavano diversi strumenti, tolse il liuto, e porgendolo alla Regina parlò: «Ecco, mamma, il liuto.»

«Gran mercè, figliuol mio,»

«Oh! si ringrazia egli di queste cose, mamma?»

«Perchè non si dovrebbe? se in te correva l'obbligo di obbedirmi, in me fu cortesia ringraziarti.»

«Ora da che sei tanto cortese, vorrestimi fare un dono?»

«Qual dono?»

«Dì prima se me lo farai.»

«Che cosa ha negato Elena ai suoi figli, quando l'hanno richiesta di cose gentili?»

«Tu dunque mi hai donato, che suonerai la ballata di Lucia, e Yole la canterà;—è così bella la ballata di Lucia, che quando la sento mi vengono le lacrime agli occhi: che vuol dire, mamma, che mi fa piangere?»

Trascorse la Regina con l'agili dita le corde del liuto cavandone dolcissime note, quasi per evitare di rispondere, ma non potè fare a meno di mormorare: «Ahimè! l'affanno diventò il retaggio della casa di Manfredi; amano l'afflizione anche coloro che non sanno che cosa sia,—l'anima si anticipa nello spasimo del futuro.» E continuando a preludiare: «Yole, mia figlia, canta della vergine Lucia.»

«O madre, come lo potrò? ho la voce tanto affiocata….»

«E dai singulti: non è una ballata di dolore quella che devi cantare? converrà meglio al soggetto.»

Senza altre parole presero a rendere unisona la voce col liuto. Ne usciva un suono insistente sopra una medesima nota, proprio di quel genere che i Greci chiamano Melodia; agitava gli animi degli ascoltanti un tremolío di piacere simile a quello che fa la luce sul ribrezzo delle acque della laguna, un riposo placido, una insperata dolcezza…. Stolto! quale è la lingua mortale che può svelare i misteri della armonia?

S'apre una porta: i nostri personaggi si affissano sopra quel punto. Manfredi contro suo costume, perchè usò sempre in sua vita panni verdi, era vestito di una maglia nera, sì che il suo corpo si perdeva nel vano della porta, che pure era nero; aveva il volto disfatto e pallido, i capelli ritti, le pupille immobili pel bianco dell'occhio orrendamente dilatato, come uomo appena sottratto dal sogno del terrore. Proruppero in altissimo grido, e timorosi che qualche gran male lo avesse incolto, gli corsero incontro i suoi figli.

«Io mi difenderò!» portando la mano alla cintura esclamava Manfredi «voi volete trucidare vostro padre, come….—sta a voi condannarmi? nè il delitto si lava col delitto:—sarà eterna la vendetta in mia casa?»

«Padre! sposo! padre!»

E' devono suonare queste voci potenti davvero sul cuore dell'uomo, perchè valsero a richiamare Manfredi dallo spavento, e deliziarlo nella vista della sua famiglia: gli abbracciava Manfredino il manco ginocchio; Yole prostrata gli aveva preso una mano, e imprimeva sopra di quella caldissimi baci; la Regina Elena, quasi a sicura tutela, lo invitava al suo amplesso: soverchiato dalla pienezza dell'affetto, baciò il figlio,—baciò, rilevando, la figlia,—e volò tra le braccia dell'amorosa consorte.

«Ed io ho fede,» poichè ebbe libato alla coppa della gioia discorreva Manfredi «che il destino mi mandi il cordoglio, perchè poi m'inebrii nella dolcezza dei vostri baci, o miei cari; e se così è, io ho motivo di benedirlo, anzi che maledirlo. Ma qui, se non m'inganno, suonava un canto? Deh! siatemi cortesi dei vostri sollazzi, io venni desioso dell'armonia; ella mi fa bene al sangue.»

La Regina Elena e Yole non risposero, che quella col prendere il liuto, questa con ripetere sotto voce le note della canzone: quando si furono accordate, Yole cominciò così:

    «O disiose vergini
      in mesto suon di pianto
      Eco mi fate, e tacite
      Deh! mi posate a canto;
      S'inalza omai la flebile
      Ballata del dolor.
    Vivea ne' dì che furono
      Lutalto, un cavaliero;
      Caso, o vaghezza, il trassero
      Un giorno a un monistero,
      Dove ascoltava un cantico,
      Che gli scendea sul cor.
    Leva la fronte: il supplice
      Contempla la giulía,
      Di raggio eterno florida,
      Sembianza di Lucia,
      Che si confuse ai teneri
      Sensi del primo amor.
    Nè più ei la mira: assiduo
      Poichè cercolla invano,
      Morto di speme l'alito,
      Là di Giudea nel piano
      Pugna per Cristo, e il fremito
      Rugge del suo valor.
    In aspri ceppi il misero
      Travolto dalla sorte,
      La vagheggiata vergine
      Chiama vicino a morte;
      Lene su gli occhi e placido
      A lui cala un sopor.
    Apre lo sguardo immemore,
      E le ritorte al piede,
      E la invocata in candida
      Vesta ricinta ei vede,
      La guancia effusa in tenue
      Mestissimo pallor:—
    E—vivi?—Io l'ale d'angiolo
      Scuoto all'aura di Dio,
      Lieta volai per l'etera,
      Te rendo al suol natio;
      Soffri la vita, e affidati
      Nel bacio del Signor.
    O disiose vergini,
      In basso suon di pianto
      Eco mi fate, e tacite
      Sorgetemi da canto:
      Finita è omai la flebile
     Ballata del dolor.» ¹

¹ L'avventura di Lucia è riferita dal Ghirardacci nelle Storie di Bologna, Lucia bellissima vergine si rende monaca; un giovane bolognese vedutala alla terrazza, dove ella si faceva ad ascoltare la messa, perdutamente se ne innamora; accortasi la modesta dell'amore del giovane, non comparisce più; questi disperato passa a combattere in Palestina, dove fatto prigioniero invoca presso a morte l'amata donzella: si addormenta, e al suo svegliarsi si trova in Bologna alla porta del monastero dove abitava Lucia, ed ella stessa lì appresso; il giovane le domanda se viva, ed ella risponde che sì, ma della vera vita, che vada a deporre i ferri sopra la sua tomba, e che ringrazii la Santissima Vergine della grazia ricevuta. Accadeva il caso verso il 1200.

Manfredino, che al cominciare della canzone era tornato a sedersi sopra il suo sgabelletto, e quivi coi cubiti puntellati alle ginocchia sorreggendosi il mento ascoltava, vide suo padre che rapito dalla soavità del canto si accostò pianamente alla figlia, le pose un braccio sopra alla spalla, e sopra il braccio appoggiò la fronte; intanto le labbra gli si fissavano nel sorriso, i sopraccigli si allentavano in arco. Quella espressione cessò con la ballata, il riso scomparve, i sopraccigli tornarono contratti: portò la mano al cuore, come se alcuna cosa se ne fosse partita, poi esclamava: «Udite me adesso.»—Andò risoluto verso la tavola, tolse una arpa, foggiata a triangolo, e si pose a suonare: ricercava con rapidissima volubilità le corde più gravi e le più acute; le altre intermedie, che fanno più dolci e dilettevoli i passaggi, non toccava tanto nè quanto: egli era un concerto somiglievole al fremito di belve, al gemito di persone tormentate,—lacerava le orecchie; pareva che le corde si dovessero rompere sotto la procella delle percosse; ad ogni momento avresti temuto di vedere corruscare lo istromento, e mandare faville; nè l'arte per certo conduceva la mano veloce, ma più tosto la convulsione: nel punto che la fiera armonia cresceva di fragore, con pienezza di voce entrava Manfredi:

    «Una strage, uno affanno, una oppressura,
      In accenti tristissimi racconto,
      Tal che il cielo ne frema, e la natura.
    Sopra un teschio aspramente percotendo,—
      Parla,—gridava un Cavaliere irato,
      Et ecco un serpe, che dal teschio uscendo
      Si mette a zufolare in mezzo al prato;
      Ma con la mazza il Barone insistendo,—
      Parla,—aggiungeva,—spirito dannato;—
      Dalle nude mascelle un suono a lui
      Venne, che disse:—io son de' maggior tui.
    Figlio a Gualfredo il vecchio, ebbi un fratello
      Famoso in cacce, e in armeggiar prestante;
      Forte del corpo a meraviglia, e bello,
      Nel disio d'una vaga delirante,
      Che tratta fantolina al mio castello
      Da un vassallo venia tutta tremante;
      E il padre mio, come il consiglia amore,
      Sposa la volle al suo figliuol maggiore.—
    —M'ami?—mi disse la proterva:—in seno
      L'alma ti ferve, o se' nei detti un forte?
      Di tal liquore questo vaso è pieno,
      Che in lieta può tornar la nostra sorte.—
      Ch'è questo che mi dai, donna?—È veleno:
      Esultiamo nel ben della lor morte…—
      Fede sopra l'orribile convito
      Di sposa ci giurammo e di marito.
    A scellerato giubbilo commossa,
      Me parricida e cieco di spavento,
      Sopra il desco, ogni face in pria rimossa,
      Ricercava di osceno abbracciamento….
      Arde la carne, e sol rimangon l'ossa,
      Treman le volte al fiero giuramento….
      Fatta or dimonio, in quell'amplesso eterno
      L'anima mi contrista nell'inferno.
    Pregando il viator, che tenga al piano
      La incominciata via, nè salga al monte,
      Il deserto castello da lontano,
      Segnandosi devoto in su la fronte,
      Accenna il buon vassallo con la mano,
      E alla memoria mia rinnuova l'onte;
      Nè un riposo è concesso alla mia testa,
      Chè tra i sassi l'avvolge la tempesta.—
    Una strage, uno affanno, una oppressura,
      In voce di mistero ho raccontato,
      E Dio mi ha maledetto, e la natura.

Il commiato della ballata fu con voce così spenta cantato, che nessuno degli astanti potè intenderlo. L'arpa sfuggì dalle mani di Manfredi, e percuotendo sul pavimento si ruppe: egli come sopraffatto dalla stanchezza lasciò cadersi sopra una sedia. Accorrevano i figli, la moglie, e con begli atti di amore lo circondavano; nessuno però osava consolarlo con le parole: forse un senso segreto gli avvertiva che i suoi mali erano superiori al conforto. Ne seguitava un silenzio solenne.

Un lieve colpo sopra le porte li toglieva dallo stato dolente. Manfredi, geloso degli arcani di famiglia, ordinò ai suoi con la destra, che si allontanassero; passò la manca sul volto quasi per rimuovere ogni traccia di patimento, e così ricomposto a reale alterezza disse con voce sicura: «Si avanzi.»

CAPITOLO VENTESIMOTERZO.

LA SORPRESA.

            … E fino a quando il giogo
                Soffrirem di un tiranno?…..
               …….. Sappiasi al fine
                Che voi suo valor siete, e sua fortuna,
                E che, sdegnati voi, Giovanni è un vinto.
                         GIOVANNI DI GISCALA, tragedia.

«Voi qui, Alberico?»—aggiunse Manfredi, scorgendo il Maestro degli scudieri, che, affacciata la testa dall'usciale mezzo aperto, pareva che desiderasse un nuovo invito per entrare.—«Fatevi innanzi francamente, messere Alberico.»

«Messere il Re!»—rispose il Maestro inoltrandosi a mezza sala, dove inchinata la persona salutava in giro la reale famiglia.

«Che cosa vi mena, Alberico? parlate:»—e queste parole gli disse in accento amorevole, perchè i tempi si facevano oscuri, e Manfredi adesso sentiva più che mai il bisogno di rendersi fedeli i suoi ufficiali.

«Messere il Re, si è presentato un cavaliere al palazzo, e a grande istanza ha richiesto di parlare a Vostra Serenità: io gli ho detto, questa non essere ora conveniente; ma egli ha insistito, allegando trattarsi di caso gravissimo, nel quale andava della morte e della vita.»

«Il suo nome?»

«Non lo ha voluto manifestare, e la sembianza neppure, perchè va armato di armatura straniera, e tiene calata la buffa dell'elmo; però non porta arme da offesa.»

«Chi vi ha chiesto se avesse armi da offesa? Dove si trova?»

«Io l'ho introdotto nel mio appartamento, perchè fosse veduto da meno.»

«Elena, Yole, Manfredino, addio; voi vedete che sia la gloria del trono,—domanda perfino quei pochi momenti felici, che ogni uomo trova a sazietà nel seno della sua famiglia; ormai è un peso che il destino ha imposto sopra le nostre spalle, e che noi dobbiamo portare fino alla morte: statemi lieti; tra poco speriamo di tornare nelle vostre braccia. Andiamo, messere Alberico.»

Forse così favellando Manfredi mentiva i suoi interni sentimenti; forse anche parlava sincero, imperciocchè stia nella nostra natura, che la cosa conseguíta, nuda del desiderio e della speranza, divenga minore dell'aspettazione, e il dolore dello acquisto non abbia compenso nelle gioie dell'acquistato.

Giunto alla soglia dell'appartamento del Maestro, gli comandava che rimanesse, e invigilasse ad impedire l'entrata a qualunque vivente. S'inoltrava leggiero. Un cavaliere di bello aspetto, con la visiera calata, sorreggendosi alla spalliera di un sedile, pareva occupato in profonda meditazione; scosso dal rumore dei passi, osservò, e vide Manfredi; esitava da prima, vacillava; ripreso animo, si avanzò precipitoso, pose un ginocchio a terra, e disse con accento commosso: «Mio Re!»

«Alzatevi, Cavaliere, alzatevi: possiamo dalla cortesia vostra conoscere chi ci sta presentemente dinanzi? Possiamo sapere a che dobbiamo attribuire il bene di godere delle vostre parole?»

«Mio Re, se la generosità che altissima suona di voi non mi fa troppo ardito nella speranza, io vorrei pregarvi a lasciarmi sconosciuto; quello che sto per dirvi non è già grazia o favore, perchè la legge lo comanda; pure vado sicuro che me ne dareste guiderdone; sia pertanto, dove a voi piaccia, questo guiderdone anticipato, e consista nella licenza di tenere la visiera calata.»

Manfredi pensò un poco, e rispose: «Sia fatta la vostra volontà; voi siete venuto disarmato nelle nostre braccia, potevate non venirci; già a Dio non piaccia che si abbia a pentire persona di essersi affidata alla fede sveva.»

«Gran mercè!»—soggiunse il Cavaliere, toccandosi sul cuore; dipoi rinforzando la voce riprese:—«Mio Re, voi siete tradito.»

«Questo sapevamo, Cavaliere.»

«Che? sapete voi che si congiura contro il trono?»

«Noi sappiamo che i nostri sudditi sono uomini, e che noi abbiamo sempre tentato di farli gloriosi.»

«Non tutti vi tradiscono, e molti darebbero la vita per voi.»

«L'ora della prova non è arrivata.»

«Arriverà.»

«E allora vedremo la fede, ora vediamo il tradimento. Cavaliere, avete nulla altro a riferire?»

«Sì, veramente.»

«Parlate.»

«Nel vostro Regno, in questa stessa città, in questo stesso punto, dalla più parte dei Baroni napolitani si macchina contro la vostra vita.»

«Che dite? Badate….»

«Si congiura contro la vostra vita.»

«Questo non è possibile.»

«Si parla la menzogna al cospetto dei Re?»

«Come proverete l'accusa?»

«La Dio mercè, agevolmente.»

«Pur, come?»

«Conducendo su l'istante la Serenità Vostra al luogo del convegno.»

«Vero?»

«Venite.»

«Codardi! stolti!» gridò Manfredi, forte percuotendo sopra una tavola; «credono fuggire la fama di vili coll'opera di traditori: essi ad ogni modo vogliono rovinarci, rovineranno anche sè stessi; poi in fondo alla miseria, ci desidereranno quando non saremo più;—solita vicenda dei buoni, essere odiati in vita, e pianti in morte! davvero che ce ne duole per essi. O miei vasti disegni! o speranze! o veglie di meditazione indarno! Ben era morto l'aspetto d'Italia, nondimeno ebbi fede che un atomo di vita le si conservasse nel cuore; osai stendere la mano alla prova, ne ho ricavato la certezza dolorosa che da gran tempo la stringe ghiaccio di morte. Italia è spenta tutta per sempre. Maestro! Maestro! fate che quanto prima i miei scudieri, armati, in sella, si trovino giù nel cortile apparecchiati a scortarmi,—andate, affrettatevi, usate discrezione.»

Mentre che questi casi accadevano nel palazzo reale di Manfredi, il Conte Rinaldo di Caserta, raccolti a notturna congrega tutti i Baroni congiurati, esponeva loro con ammirabile chiarezza le cose fino a quel punto a buon termine condotte, e le altre che disegnava imprendere, affinchè potessero pervenire allo scopo desiderato. Tutto ciò che per lo innanzi abbiamo riferito del Conte della Cerra non era avvenuto senza ch'ei lo sapesse, ma, od occupato più strettamente di prima presso Manfredi, o per alterezza d'indole, aborrente dalle minuzie che ogni opera per quanto grande suole mai sempre strascinarsi dietro, ne lasciava lo incarico a costui: ed è qui che bisogna aguzzare l'intelletto per ben distinguere l'animo di questi due Conti, perché Rinaldo di Aquino fu gentile Cavaliere, e cortese operatore di ogni azione onorata; la sete terribile della vendetta convertiva in malvagie le sue belle qualità; travolto dall'impeto della passione, più tosto che di animo deliberato, gustava il frutto del delitto, ed ora si rinveniva sopra una via scabrosa dalla quale nè sapeva nè voleva uscire, come quella, che sola poteva condurlo al suo fine: il Conte della Cerra poi era venuto al mondo con le protuberanze di Truffaldino; le opere oneste non pure ei non eseguiva, ma fatte da altrui non intendeva, nè poteva andare capace come si potesse dir savio quegli che altramente da lui praticasse; non amava nessuno, nè odiava nessuno in ispecie,—odiava tutti; serviva da lungo tempo il Caserta, imperciocchè ne avesse finora ricavato buono utile, ma stava pronto a tradirlo, se questo utile fosse cessato, o se il tradirlo gliene avesse offerto uno maggiore; pensava che il traditore non avesse mai torto per questa ragione:—quando due uomini,—ragionava costui,—si stringono in società, egli è certo che l'uno promette all'altro tali vantaggi, che o solo, o accompagnato ad altro uomo, non potrebbe godere; però, se una parte cessa di presentare questi vantaggi, e l'altra se ne allontana, la mancanza di fede non istà nell'ultima, ma sì nella prima che ha cessato dalla condizione dell'utile, principalissimo patto della antica stipulazione. In somma, per non fermarci più oltre, chè l'ora si fa tarda e lunga la via, da che mondo è mondo nessuna testa fu battezzata, che più di quella potesse fare onore ad un nodo scorsoio.

Rinaldo seguendo la sua orazione favellava ai circostanti: «Ecco che la Provvidenza vi manda i tempi fatali da voi così lungamente desiderati, e con tanti voti affrettati: stiamo adesso a vedere che sarete per fare. Già le vittoriose armi di Carlo, sgombrandosi innanzi il paese, accennano voler traghettare il Garigliano a Castelluccio e a Cepperano, già si presentano ad espugnare Gaeta: sono con loro la benedizione del Pontefice, il valore che nasce dal buon diritto, la chiamata dei popoli; con quelle di Manfredi, terrore, e paura: che più dunque aspettiamo a ribellarci?—già più di quello che si addice ad uomo prudente abbiamo indugiato. Vogliamo forse che Carlo giunga sotto le mura di Napoli, per sovvenirlo dei nostri soccorsi? Allora qual sarà maggiore, o la scempiezza del Conte nel farci partecipi della vittoria, o la imprudenza nostra nel pretenderlo, io non saprei. Nessun premio senza pericolo, nessun guiderdone senza fatica: anzi, s'io bene considero, parmi che facendo alcuna dimostrazione in pro di Monsignore di Provenza non siamo per correre pericolo di sorta; non anche si muovono le bande armate di Calabria e di Puglia, non anche quelle di Sicilia; sorgiamo, precipitiamo gl'indugii, facciamo che queste forze non si riuniscano; la fortuna non offre più di una occasione; e voi sapete, Baroni, che un oggi val meglio di due domani, e che chi ha tempo non deve aspettar tempo; cada questo colosso di creta sotto l'anatema della Chiesa, sotto il furore degli oppressi. Vogliamo forse aspettare gli estremi danni per levarci dal collo il vituperoso giogo di Manfredi? Non bastano i baronali privilegii soppressi? non i balzelli forzati? non le nostre case espilate? non quelle di Dio contaminate?»

«Non le mogli sedotte?»—qualcuno si avvisò di aggiungere.

«Chi è colui che ha parlato di mogli? Che si vuol dire egli con le mogli?»—gridò concitato a rabbiosissimo sdegno il Caserta.

«Io l'ho detto così per dire, e per aggiungere un torto a quelli che avete annoverati.»

Il Conte mutò di colore, cadde riverso su la sedia, dalla quale era sorto per meglio mostrarsi infiammato nell'orazione, nè per quanto si sforzasse potè continuare, onde comandava al Cerra, che gli sedeva a canto, ordinasse i consigli.

Il vecchio, che la sera antecedente aveva con tanta aggiustatezza di senno favellato, senza altro invito aspettare levatosi in piedi, e riguardati gli astanti con un certo piglio di superiorità, cominciava: «Dacchè vogliono i fati che per noi si debba adoperare uno espediente infame per ottimo fine, confortomi di questo, che la virtù pubblica fu sempre figlia, più tosto che madre, della libertà, e che sì come da fetida erba nascono odorosissimi gigli, così possano derivare dal tradimento sante provvisioni pel felice stato dei popoli, per la contentezza di tutti. Ora poi, siccome noi non odiamo l'uomo per sè, ma pel grave giogo col quale ci opprime, mio consiglio sarebbe che nella esecuzione dei nostri progetti nessuno odio privato, nessuna nimicizia particolare intervenisse, onde i nostri posteri vedano che se usammo i mezzi vili, ciò fu perchè la necessità ci allontanò dai generosi, e la necessità estimasi somma escusatrice dei fatti scellerati; anzi, pensando meglio, confido che sia per ridondarcene lode, come quelli che solo costanti in ben fare tenemmo in niun conto i beni della opinione. Affrettiamo pertanto Monsignor di Provenza a incamminarsi quanto può meglio veloce nel cuore del Regno; e non obbedendo ai comandi dello Svevo, non lo soccorriamo di nostre forze; meglio sarà non rispondere alla chiamata, che lasciarlo solo sul campo: certamente colpevole è il primo partito, ma il secondo è colpevole, e vile. Nè già con questo io voglio dire che ce ne dobbiamo stare disarmati, no; anzi raduniamo le nostre bande, e componiamo un esercito, il quale sia freno al conquistatore, e guarentigia per le cose promesse.—Allorchè invitiamo lo straniero in casa, ben lo dobbiamo accogliere come amico, tuttavolta però con tale apparecchio, che il comportarsi anche egli da amico verso di noi sia cosa non volontaria, ma costretta: quel potere ingiuriare impunemente è grande incitamento alla ingiuria; e quel dolerci della ingiuria quando non si hanno che querele per farla cessare, è stimolo anche maggiore allo scherno. Usiamo della forza che Dio ci ha concessa: veda Carlo, che se ci siamo dati a lui, potevamo anche non darci; e se egli non ci assicura, conosca che possiamo assicurarci da noi…. Ridete, Conte della Cerra? Parlo da stolto io? Per quanto io abbia meditato, non mi venne fatto conoscere come meglio si possa ovviare a quanto esponeva la sera trascorsa….»

«Rido sì, Barone, e a ragione rido, imperciocchè questi vostri provvedimenti somiglino assai a quelli di colui, che, mentre ardono le interne pareti della casa, s'ingegnasse a spengere l'incendio con lo spruzzare i muri al di fuori; e' bisogna distruggere la parte per serbare il tutto; e' fa di mestieri potare i rami soverchi dell'albero rigoglioso, perchè meglio divenga fruttifero. Che pensate di fare con codesto vostro esercito mantenitore degli ordini? Davvero che me ne prende il riso, nè senza ragione, perchè quando Carlo avrà in mano l'erario, e il potere di mandare al patibolo chi vorrà chiamare ribelle, i mezzi in somma di corrompere e di punire, non vedete che quel vostro esercito sarà disfatto in una ora? E voi sapete che parando innanzi ostacoli agevoli a superarsi si accresce la baldanza a chi li supera. Udite me adesso, e dite se consiglio meglio di voi. Corre gran tempo, che una vil ciurma di vassalli riscattata a contanti dalla servitù, e fattasi ricca su i nostri livelli, trascorre insolentita a non volere riconoscere i feudali privilegii, sogna nella grossezza della mente farsi nostra uguale, osa perfino sperare di concorrere insieme co' suoi antichi padroni alle magistrature del Regno; e' fa mestieri cavare un poco di sangue a questo corpo, che tutto giorno con vicina minaccia di danno s'ingigantisce; è forza che egli si convinca che può variare signore, non signoria; che deve servirci, che deve formare una massa morta o viva, secondo i nostri comandi: il mezzo di conseguirlo sta nell'ordinaria in bande armate, e mandarla in soccorso dell'uomo; s'inciti pure con la lusinga d'una libertà che nè ella conosce, nè noi le lasceremo conoscere; vada lietamente sul campo ad uccidere e ad essere uccisa; prevarrà, non ne dubito, la disciplina francese, non senza strage però, ed allora noi avremo riportato due notabili vantaggi, quello di essere affrancati da gente tanto pericolosa, e di avere indebolito coloro che vogliono dominarci; a noi rimarranno intere le valorose masnade dei nostri castelli, e con esse la facoltà di sperdere i nuovi signori, sì come saranno dispersi gli antichi: bello ci si presenta lo scopo al quale miriamo, nè dobbiamo prenderci cura della via; un tradimento più, un tradimento meno, non è quello che ci deve tenere ormai che siamo su l'operare, e finalmente un po' di sangue nelle rivoluzioni parmi necessario…. E che! abbrividite voi? Da quando in qua diventaste femminette voi, da atterrirvi a questa parola? occorre forse uno tra voi che abbia le mani incontaminate? Chi di voi oserebbe giurare sul Vangelo che nei sotterranei del suo castello non ha fatto commettere segreto omicidio? In verità io vi confermo che le rivoluzioni senza sangue non hanno opinione. Perano Carlo e Manfredi, e provvediamo una volta a noi stessi. Forse alcuno temerà di risse civili, di contese tra i capi; ma oltrechè il Pontefice, apparecchiato a prevalersi della nostra discordia, farà in modo che stiamo collegati per ributtare i suoi tentativi, le guerre civili si vollero sempre preferire alle dominazioni straniere.»

Giunto che fu il Conte Anselmo a questa parte di sua orazione, la quale, se non per la profondità, almeno per la tristezza equivaleva a qualunque pagina del nostro Machiavelli, s'intese uno spesso scalpitare di cavalli, e vicino. Si alzò prestamente un congiurato, e fattosi al balcone della stanza contigua, ne ritornò tutto disfatto gridando: «Armati! armati a questa volta!»

Rispondevano in tumulto: «Siamo traditi.»—«E' sarà la ronda che passa.»—«Misericordia! noi siamo perduti!»—«No…. sì…. udite al rumore ch'è troppo grossa squadra per andare in ronda.»—«Ma se lo aveva detto,» senza levarsi da sedere parlava il vecchio congiurato al suo vicino «che le cospirazioni quando vanno in lungo non si possono celare, specialmente tra noi che siamo d'indole tanto loquace!»—Lo scompiglio cresceva: egli era un andare, un venire, un urtarsi; pochi aveano tratta la spada, sprangata la porta al di dentro, e senza dire un fiato si mostravano disposti all'estrema difesa; i più invocavano o bestemmiavano Dio, e si avvolgevano per la sala privi di mente, per modo che somigliassero ai percossi di cecità dall'Angiolo del Signore davanti la casa di Lot. A tanto scompiglio si aggiunse un asprissimo colpo su la porta della via, e un grido che diceva: «Aprite, da parte di Messere il Re.»—Nessuno ardì muoversi alla chiamata, nè avrebbero potuto, chè i più fieri guardavano il passo: qual con gli occhi al soffitto, quale al solaio, speculavano se si parasse loro dinanzi un nascondiglio; videro una porta, e tutti facendo pressa si affollarono per aprirla; i primi sospinti vi dettero dentro col capo e col petto, e colà confinati, non potendo farsi largo per operare, e cansarsi nè meno, ne veniva che facessero nulla; intanto quei di dietro maledicevano la lentezza loro, e spingevano più che mai.

Rinaldo di Caserta, il quale dopo l'osservazione che interruppe il suo discorso era rimasto come smemorato, si riscosse a un tratto, e: «Svergognati!» esclamava «nel porvi dentro alla congiura voi non avete calcolato tutti i casi,—peggio per voi: questo è il caso del pugnale; mettete la morte tra voi e i vostri persecutori, nè temerete persona.»

Sono i Napolitani uomini in fama di poco valenti, ed anzi che no di codardi; tuttavolta la fama erra, e le storie rammentano fortissimi fatti per loro operati, quando che alcuno gli abbia con l'esempio o con le parole commossi; però, udito il Caserta, mutarono avviso, e tratte le spade giurarono combattere fino all'ultimo sangue. Per istrana contradizione della nostra natura, quelli che si erano mostrati più pronti alla fuga, contendevano adesso per essere situati nel luogo più pericoloso.

Poichè gli scudieri di Manfredi ebbero per ben tre volte, e sempre indarno, ripetuto la intimazione di aprire la porta in nome del Re, posero mano ad atterrarla; conseguivano l'intento, e primo il Re si cacciava su per le scale seguitato súbito dopo dal Cavaliere sconosciuto; percorsero moltissime camere senza trovare traccia di anima vivente, quando alla fine pervennero innanzi un'altra porta serrata; provarono a schiuderla con le sole mani; non venendone a capo, presero a darvi dentro con le mazze d'arme, così che fecero cedere anche questa, con tempo e fatica maggiore però, come quella ch'era forte sbarrata. Penetravano nella sala,—non v'era persona; si vedevano su di una tavola molti mantelli, per terra qualche brano di veste, e due spade, un fuoco, ed assai lumi accesi, vestigii tutti di recenti abitatori,—ma gli abitatori erano scomparsi. Manfredi, osservate alcune carte, le tolse in mano, e conobbe con maraviglia essere lettere del Pontefice e di Carlo, suoi nemici, ai ribelli. Intanto gli scudieri, non potendo darsi pace come fossero scampati i traditori, facevano le più strane cose del mondo: occorreva dirimpetto alla porta per la quale erano entrati un'altra porticella foderata di ferro di saldissima apparenza, per lo che stimando che fossero indi fuggiti, senz'altra cosa considerare, vi si affollarono per isforzarla, siccome poc'anzi aveano tentato di fare i ribelli, e già accennava crollare agli urti replicati, quando il Maestro dimostrava impossibile che se ne fossero usciti per quella, da che i catenacci si aprissero dalla parte loro. Adesso accadeva un fatto singolare: considerando certo scudiero assai devoto al suo Re gli arazzi che addobbavano la sala, ne fissò uno che presentava il Papa seduto in Concistoro nel punto di ricevere la Chinea, e il tributo che già da qualche secolo aveva imposto sul Regno; rabbioso di cieco impeto, alzò la mazza d'arme e lasciò andarla di tutta forza contro l'arazzo: ben per quel Pontefice ch'era tessuto, imperciocchè la mazza giunse a ferirlo giusto su l'orecchio, e gli divise la testa; l'arme però non balzava indietro, siccome doveva accadere se avesse urtato nel muro, anzi s'internò nell'arazzo, disparve, e s'intese ruzzolare molti passi distante: pensisi al terrore dello scudiere; per poco stette che prostrandosi non iscongiurasse il panno di perdono, se non che il Cavaliere sconosciuto, o sì vero Rogiero, accorse prestissimo, e divisolo affatto, scoperse un molto largo corridore. La scoperta di questo passaggio, unita alla osservazione del Maestro, distolse gli scudieri da atterrare l'altra porta, e fece sì che aspettassero gli ordini di Manfredi: questi, animoso come era, recatosi nella manca un lume, si cacciava dentro al corridore; lo seguitavano i suoi.

Importa avvertire che la sala dove si radunavano i congiurati fu già destinata ai giudizi criminali, allorchè il Vicario pontificio reggeva Benevento per la Chiesa: la porticella che gli scudieri avevano voluto atterrare menava alle carceri; quel largo corridore nascosto dietro l'arazzo serviva per stanza delle prove; quasi capi d'opera dell'arte raccolti dentro qualche museo, vi si vedevano disposti in ordine gli arnesi adoperati a que' tempi per far confessare gli accusati;—eranvi le verghette di acciaio, dal lungo disuso un cotal po' rugginose, pel tormento così detto dei Sibilli, consistente nello introdurle tra dito e dito, e poi stringer forte, il quale solevano adoperare con le donne, co' fanciulli, e co' vecchi; eravi la Stanghetta, lungo pezzo di legno di forma triangolare, che si poneva sotto i piedi del paziente, forzandolo a posarvisi ritto durante la recita di due Miserere; eravi la Corda, chiamata dai Dottori Regina probationum; la Capra, o sia cavalletto a schiena d'asino, sopra del quale costringevano lo imputato a giacersi supino; eranvi manette, spranghe per la bocca, tanaglie, e l'altre suppellettili degli antichi giudizi. Adesso (di tanto ci è stata benigna l'eterna misericordia) non solo rimasero coteste infamie abolite tra noi, ma pochi sanno in che consistessero; frutto dei caritatevoli scrittori del trapassato secolo, che di sì grande conforto sovvennero le umane condizioni; pure e' mi è forza, e con dolore inestimabile, confessare che i delitti, invece di andarne diminuiti, spaventosamente si accrebbero. Di cotesti scrittori tolsero l'ultima parte, e lasciarono la prima, nè considerarono che la conclusione del sillogismo non può stare senza la premessa. Basta, le mie parole sentiranno, più che d'altro, di scemo; ma finchè non mi abbiano convinto in contrario, persisterò a credere, che gli uomini abbiano tolto la benda al toro prima d'introdurlo nello steccato.

Manfredi, senza dare attenzione a cotesti arnesi, procedeva con moltissima furia; trascorse un numero maraviglioso di camere e di anditi, di cui gli usci per la troppa fretta erano stati lasciati aperti; finalmente, quando meno se l'aspettava, sboccò in una strada deserta prossima alle mura: intese il guardo, intese le orecchie,—da per tutto silenzio; stette per alcuni minuti in forse se dovesse ritornare, o seguitare; poi il meglio gli parve rifare i passi: pervenuto nella sala della congrega, ordinò agli scudieri prendessero i mantelli, le spade, e ogni altra cosa lasciata dai cospiratori; le lettere dei suoi nemici già si era riposte con molta diligenza nel seno. Avviandosi al palazzo reale si accorse che il Cavaliere sconosciuto, côlto il tempo, s'era fuggito: il caso inopinato non gli apportava maggiore maraviglia; gli accresceva il sospetto.

Intanto Rinaldo ed Anselmo, trafelati, affannosi, chè avevano camminato più che di passo, arrivavano alle dimore loro. In qual modo fossero giunti a sottrarsi all'imminente pericolo esporremo con brevi parole. Il Conte della Cerra, come colui che astutissimo era, non aveva scelto il palazzo del Legato pontificio per la riunione dei congiurati senza il consueto accorgimento: già prima che si partisse di Napoli aveva sentito tenere proposito delle segrete uscite del palazzo di Benevento; sua prima cura, appena venuto in questa città, fu di accertarsi se fosse vero quello che portava la fama, e tanto gli fu favorevole la ventura, ch'ei ne ritrovasse la pianta dentro l'archivio: la cagione per la quale non isvelasse il passaggio al primo rumore, si trova nella sua scellerata natura: vilissimo uomo, godeva dell'avvilimento dei suoi simili, e in quella comunione di bassezza il suo cuore si sollevava; nè, se qualche grave bisogno non lo avesse costretto, avrebbe egli imposto termine alla dimostrazione delle vergogne spirituali, ch'ella era il più gradito spettacolo al quale potesse esser chiamato; però finchè vide tra i cospiratori paura, stette a goderne, immemore del pericolo; ma quando si concitarono a súbito sdegno, quando statuirono di difendersi, e di morire, allora, quasi non potesse sopportare la luce di quella generosità, partecipava loro conoscere modo di salvarsi con la fuga: se lo accettassero con liete grida, se lo immagineranno coloro i quali sanno, che se l'uomo talvolta s'induce a diventare prode per disperazione, più spesso si rimane vile per sicurezza.

Non anche si ristoravano dello affanno sofferto, che videro i nostri Conti entrare nella stanza uno scudiere del Re, il quale per parte del suo signore intimava che tosto si rendessero a Corte.

«Sapete voi la cagione della chiamata, scudiere?»—domandava il
Cerra con mal celata impazienza.

«La mia commessione sta nello intimarvi di andar súbito in Corte.»—E dette queste parole, lo scudiere fece un inchino, e si partì.

«Io non vi andrò,» parlava il conte Anselmo «no certo; se vogliono imprigionarmi, mi prendano; ma che vada io stesso a pormi nella tagliola, non conosco legge divina nè umana che lo comandi: su, levatevi, Conte; non parmi tempo di meditare questo,—fuggiamo.»

«E sempre fuggire, e sempre fuggire, nè ferire mai!» rispondeva il Caserta «vattene, se vuoi; io aborro il consiglio della paura; non passò anche un'ora che mi apparecchiava a partirmi da questa vita senza vendetta, adesso avanti di morire posso sperare di vedere il sangue del mio nemico;—è mancata la vendetta della mente, quella della mano non può mancare: non sei anche tu armato di pugnale? che temi? La morte salda tutti i conti:» e preso Anselmo pel braccio aggiungeva: «Vieni.»

«Ecco, Messer Contestabile, ecco, Messer Camarlingo,» esclamava Manfredi appena vide i Conti di Caserta, e della Cerra, che entravano nella sua camera, «la vantata fedeltà dei miei Baroni: quando io mi travaglio dì e notte per preservarli dalla invasione straniera, quando io mi apparecchio a versare il mio sangue sul campo in loro tutela, invidiosi perfino che io chiuda con la gloria una vita consumata dalle fatiche, congiurano a spengermi col pugnale del sicario, offrono al mio nemico il mio trono,—perfidi!»

«Messere il Re,» rispondeva il Caserta «ma siete veramente certo che non vi abbiano ingannato?»

«Ingannato! guardate se m'inganno io, leggete queste lettere, vedete la firma del Conte di Provenza, argomentate dalla risposta che cosa gli abbiano offerto i ribaldi.»

«Io fremo!»—gridavano a due voci Anselmo e Rinaldo.

«Ella è una indegnità: mi vogliono crudele, tentano ch'io contamini la mia fama di principe benigno,—l'otterranno; forse il sole di domani può incontrare co' suoi primi raggi più di cento teste divise dal busto. Qui, dove li chiamo a consultare delle cose del Regno, qui mi tradiscono, infami!»

«Io vi ho sempre confortato al rigore. Messere il Re.» soggiungeva il Cerra «nè so perchè prevalesse il malvagio consiglio: i buoni non hanno bisogno di clemenza: pe' tristi ci vuole giustizia, e inesorabile, e severa.»

«Che cosa ho io fatto ai Baroni, perchè non rifuggano all'idea del vituperio per distruggere il Re?…»

«Il figlio di Federigo!»—aggiunge il Caserta.

«Santo Germano glorioso!» esclama il Cerra «come preporre uno sconosciuto a tanto savio, a tanto virtuoso signore?»

«No, miei fedeli, io mi sento colpevole; ma se Manfredi ha peccato, non ha peccato contro di loro.»—E qui tace. Dopo lungo tempo:—«Forse sono giudicato,» mormora sommesso «forse questa è la prima ora di passione; facciamo tutto quello che ad uomo magnanimo conviene in tale estremo, poi lasciamo compire a Dio ciò che ha destinato.—Baroni, sedetevi.»

Seduti che furono, con ammirabile celerità dettava loro dispacci ai Luogotenenti, ai Governatori, e ad altri magistrati che lo rappresentavano nelle città del Regno; ordinava che quanto prima si muovessero co' presidii, disegnava la via da tenere, le fermate da fare, ed accennava Capua, e San Germano, come i luoghi nei quali dovessero rannodarsi: scritti i dispacci, senza pur leggerli gli sottoscriveva, e gli suggellava; così se ne andava gran parte della notte. Terminata cotesta faccenda, spediva il Cerra, affinchè provvedesse che frettolosi Corrieri gli recassero al destino loro. Rimaneva col Caserta.

«Tu almeno non mi tradisci, o fedele;» favellava Manfredi ponendo la sua nella destra di lui «la nostra amicizia è bene antica: cominciava sotto gli auspicii di tale creatura, che adesso certamente la benedice dal Paradiso…. Oh! io sono indiscreto a rinnovarti un dolore; il tempo non ha sanato la tua ferita? Pur troppo il tempo non ha potenza sopra affanni sì fatti! Tu va, provvedi col Conte Giordano alla sicurezza di questa città, e della mia famiglia; per la perfidia di pochi ribelli io non devo lasciare la difesa dei miei fedeli, nè posso; mi si attribuirebbe a codardia: se deve tramontare la stella di Svevia, tramonti co' medesimi raggi con i quali comparve;—splende inclito il nome dei miei padri, nè noi lo contamineremo: facile è mostrarci grandi allorchè la fortuna esalta, difficile quando deprime.—Va, provvedi, tu hai senno da reggere il Regno; fa tutto quello che vuoi, pur che non vi sia sangue; poniamo i traditori in istato di non perdere i buoni; abbiano per pena l'onta di aver macchinato inutilmente un'opera di vergogna: molto mi prometto dalla vigilanza e dalla fedeltà tue.»

Accolse queste carezze il Caserta;—come un lione ammansato partiva per fare l'ufficio.

Il Conte della Cerra, spediti i Corrieri, tornava al palazzo;—per via andava pensando:—giudica, testa mia, se il destro di scoprirsi è arrivato;—avesse Gisfredo preoccupato il passo?—fingesse Manfredi con noi? Veramente Gisfredo non mi occorre più innanzi gli occhi, e Manfredi è capace di questo, e d'altro. Ma Gisfredo non può avergli detto il come, e il quando…. no…. io non glielo ho mai confidato, e buona previdenza fu questa; dunque potrebbe essere una mia confessione tuttavia necessaria, e premiata. Chi mi assicura che Manfredi mi darà guiderdone? Avessi guarentigia…. allora…. egli certo mi disprezzerà…. che importa? non mi dispregio io stesso? Questo non monterebbe nulla, basta che fosse certa la mercede…. facciamolo giurare su i Vangeli…. ma se è eretico!—su l'onore di sua famiglia…. ell'è tutt'una. Veramente posso affidarmi nel pensare che premierà il primo delatore, perchè gli altri non si perdano d'animo a svelargli le congiure che possono succedere; certo non sarebbe accortezza punire anzi che premiare a quest'ora, nè Manfredi è stolto;—di stargli al fianco non amo, nè egli amerà;—mi manderà governatore in qualche lontana provincia di Sicilia; tanto meglio per me, reggerò a mio modo, avrò il diritto della vita e della morte; oh! somma gioia firmare una sentenza di morte! Vedi come la speranza ruba la mano al senno! e se Carlo viene? il meno che me ne possa andare, rimanendo, è la testa; fuggendo, tapinerò pel mondo miserabile…. atroce delitto è la miseria! in tutta la terra si trovano tribunali apposta per punirla; i miei feudi, il mio governo, non potrò già trasportarli meco:—patteggiamo a contanti,—torna meglio così; me ne andrò a Trapani, appresterò quivi una saettía; e se le cose rovinano per lo Svevo, fuggirò tra' Saracini, e se bisogna, rinnegherò. La terra del mio nascimento? che nascimento? Dovunque la vite produce il liquore che rallegra il sangue, dovunque la bellezza concede le sue voluttà all'affetto coniato, dovunque s'incontrano anime da corrompere, virtù da schernire, vizii da esercitare, colà è la mia patria. Epilogando:—Rinaldo comincia a diventare pericoloso; egli ha mancato di fede, e prudenza vuole che io l'abbandoni.—Così meditando pervenne nell'anticamera del Re.

«Anselmo,» gli disse il Conte di Caserta, occorrendogli, imperciocchè volle il destino che ritornasse prima di lui; «io ti aspettava.»

«Ch'è mai avvenuto di sinistro, Messere?»

«Nulla. Manfredi non diffida di noi; non vi smarrite di animo, Anselmo; mostriamo il viso alla fortuna, chè non sono ancora disperati gli eventi. Avete consegnati i dispacci?»

«Gli ho consegnati.»

«E fatti partire i Corrieri?»

«Sì, Conte.»

«Perchè avete fatto questo?»

«O che aveva io a fare?»

«Voi non siete uomo da suggerirvi che dovevate gettarli nel fiume.»

«Avete ragione, Messere; ma la vertigine dei casi mi ha turbato la mente…. io non sapeva…. io non avrei pensato….»

«Bada, Anselmo, a quello che operi; il mio cuore presso a cessare i suoi palpiti, ha ripreso l'antica vigoria; egli veglia, e tu non potresti essere a tempo a tradirmi.»

«Oh! che parlate, mio nobile protettore?» riprese il Cerra con atto di ossequio «io non ho mai tanto ferventemente ringraziato il Cielo quanto ora, che mi concede occasione di mostrarvi la mia riconoscenza col mettermi a rischio della vita per voi: meco stesso ho giurato di partecipare alle vostre gioie, ai vostri supplizii.»

Rinaldo fece sembianza di ringraziarlo con un sorriso; pure sapendo quanto malvagio fosse colui, divenuto anche sospettoso dal pericolo, non volle che dipendesse dalla sua scelta il mantenersi onesto; seco lo condusse alla presenza di Manfredi, nè lo lasciò un momento, finchè il fato estremo, che ormai minacciava il Conte della Cerra, non gli ebbe chiuso le labbra col segreto della morte.

CAPITOLO VENTESIMOQUARTO.

LA PROVA DI DIO.

                Cotal fin ebbe il maledetto Gano:
                Chè lo eterno giudicio è sempre appresso,
                Quando tu credi che sia ben lontano.
                                   MORGANTE MAGGIORE.

Sopra la testa di Manfredi posa la corona dei Re;—se fosse un cerchio di fuoco, la cingerebbe con meno dolore; una angoscia, come se la lama di pugnale gliele passasse da parte a parte, gli tormenta le tempie; le fibre del suo cervello, quasi riarse, sono stirate con incredibile spasimo; nondimeno solleva quella testa baldanzoso quanto in un giorno di vittoria, e dimostra che l'orgoglio dominerà su la sua fronte, finchè la morte non vi spieghi l'insegna della distruzione. Quegli occhi assuefatti a vigilare notti di spavento, a dormire sonni pieni di paura, che spesso si affissano in cotale direzione che non è della terra o del cielo, ma quasi a contemplare le schiere degli spiriti malefici, che la superstizione e il rimorso hanno posto nell'aria sotto il cerchio della luna,¹ quegli occhi, dico, scintillano pur sempre di tale una luce, che bene ardito è colui che osa mirarli la seconda volta; infinite vene azzurre e sanguigne si dipartono di sotto il ciglio, e dirigendosi verso la pupilla si perdono pel bianco sporgente in molto terribile maniera:—pare che una scossa d'interna passione lo abbia forzato a balzare dalla fronte, ch'esso abbia resistito e vinto, pure la vittoria non sia stata senza gran danno, e rimanga così come franato mezzo fuori delle palpebre;—certo quegli occhi appaiono tremendi; ciò che di truce può immaginare la fantasia commossa hanno veduto, ed oggimai senza altra alterazione potrebbero fissare gl'interminabili cruciati delle anime perdute;—susurra la gente uscirne un raggio più spaventevole della cometa scomparsa, e giura che arde le carni su le quali si posa. La faccia ha bianca, e per la faccia erra un sorriso;—ride la demenza perchè non sa piangere;—ride la disperazione perchè non può piangere;—di gioia veramente egli non ride; se poi l'Onnipotente gli abbia tolto il senno o la speranza, noi non sappiamo;—la scienza della polvere non giunge a distinguere i segni della passione. Tale apparisce Manfredi circondato dalla pompa reale: la clamide di porpora, ricamata d'oro e sparsa di gemme, gl'ingombra parte della persona; stringe con la destra lo scettro; la manca ha su l'Aquila di argento che porta tessuta nel petto:—s'ei lo fa per reprimerne il volo, lo tenta invano:—sta scritto nel libro dove nè per minaccia nè per preghiera lo Inesorabile cancella, che l'Aquila sveva deva abbandonare per sempre la terra di Napoli.

¹ Nel secolo del quale narriamo comunissimo era l'errore di supporre nelle sfere generazioni di spiriti maligni, che si potevano costringere per via d'incanti. Questa erronea credenza fu una delle cagioni per cui nel 1327 abbruciarono vivo in Firenze il celebre Cecco d'Ascoli degli Stabili.

Alla destra del Re siede il Conte Rinaldo di Caserta della famiglia di Aquino, sì come Gran Contestabile della Corona: sopra il suo seggio si vede lo scudo portante l'arme di sua casa, che a que' tempi faceva tre bande rosse e tre bande d'oro cascanti da destra a sinistra inquartate, con un lione rampante, da metà in su d'argento in campo rosso, in giù rosso in campo di argento. Veste egli la cappa di porpora foderata di armellini, copre la testa d'una berretta di seta rossa, e tiene tra le mani la spada reale, insegna del suo ufficio: dimentico della gente che lo circonda, dimentico di sè stesso, si affissa sul volto di Manfredi per ispiarne il dolore; s'egli godesse, o sivvero si disperasse della costanza del Re, non dimostrava al di fuori, imperciocchè stesse immobile come cadavere. Primo a mano sinistra del Re comparisce il Gran Giustiziere del Regno, Giordano Lancia, cugino di Manfredi: veste anch'egli di porpora, e a lato della sua arme, che mostra lione nero in campo d'oro, con fascia intorno allo scudo, d'oro e di rosso, la quale avevano assunta i Conti di Lancia sì come discendenti dai Duchi di Baviera, spiega il gonfalone della giustizia, che secondo l'antica costumanza appiccava al balcone del palazzo ogni qualvolta condannava un uomo alla morte. Immediatamente dopo il Contestabile a mano destra veniva il seggio del Grande Ammiraglio, nel quale non si vedeva persona, perchè cotesto ufficio il Re Manfredi avesse conferito a Marino Capece, che in quel tempo, insieme col fratello Corrado, governava Sicilia: stava nondimeno su la sommità del seggio effigiata l'arme di sua famiglia, e il fanale, insegna della carica. Secondo alla manca del Re veniva Anselmo Conte della Cerra, gran Camerlingo, vestito anch'egli di porpora, con la chiave d'oro alla cintura: volgeva sospettoso gli sguardi per ogni parte, ed osservava in un punto teste, mani e petti; là dove era riunita una sola fila di Cavalieri o non guardava, o poco; ma ogni sua cura metteva di penetrare tra capo e capo, dove la folla compariva ben fitta, e discernere i più lontani e i meno rischiarati dalla luce. Seguitavano dopo di lui gli Ufficiali della Corona nel seguente modo, che minutamente descrivere sarebbe troppo grande fastidio nostro e altrui: il Gran Protonotario, di cui l'opera consisteva in ricevere i memoriali, e ridurre in decreto tutto quello che il Re sentenziava, sedeva terzo alla destra del Re, ed era, per quello che raccontano le storie, un messer Giovanni d'Alife; il Gran Cancelliere presidente degli affari civili del Regno e Segretario del Re, terzo a sinistra dopo il Conte della Cerra, il nominato Corrado di Pierlione Benincasa: e finalmente il gran Camerario, con la testa di cignale ricamata nel mantello di porpora, seduto su i gradini del trono ai piedi del Re, che, se la mente non erra, si appellava Giordano d'Angalone, zio di quel Natale che fu poi tanta parte nella congiura dei Vespri Siciliani. Disposte sì come abbiamo narrato le principali cariche della Corona, occupava la rimanente sala del Parlamento il volgo dei nobili, non già alla rinfusa, ma secondo la dignità dei sedili loro: e questi sedili, per chiunque avesse vaghezza di sapere che fossero, erano vastissimi portici aperti, dove da tempo immemorabile i Baroni delle diverse contrade si convocavano per trattare di affari pubblici e privati, o sì per diporto. Allorchè il Conte di Provenza scese in Italia alla occupazione del Regno se ne noveravano ventinove, sei dei quali maggiori, ventitrè minori: primo in prerogative era il Sedile Capuano, così detto per trovarsi presso alla casa del Re: secondo del Nilo, per una statua antica di questo fiume che avevano collocato nel mezzo del portico; terzo quello della Forcella, perchè presso alle forche; quello della Montagna era il quarto, essendo nel luogo più alto della città; pure tra i maggiori si consideravano i Sedili di Porto e Portanuova: i rimanenti passano innominati. Maravigliose a vedersi erano le ricche vesti, i giubboni di broccato, i mantelli, quale foderato di vaj, quale di zendadi verdi, rossi o rosati; aggiunge la Cronaca il nome di alcuni altri abiti, dei quali le memorie non ci hanno conservato la forma, come cipresi, tuni, e cioppe; maravigliosi i gioielli, le catenelle e le cinture di oro o di argento, che lavorate con quanto di più ingegnoso sapessero inventare le arti in cotesta età, e tempestate di diamanti, valevano talvolta mille e più once; ma più maraviglioso a considerare era, come in tanta ragunanza di gente, per natura loquacissima, non s'intendesse il più leggieri susurro; parevano ombre di morti costrette dagli scongiuri del negromante a comparire su quella terra, che da lungo tempo ne ha disfatto i cadaveri.

Mentre con grandissima sospensione di animo stavano i convocati nella aspettativa di eventi mirabili, dischiuse, allo improvviso le imposte d'una porta, comparvero due chierici, che portavano un altare, dice la Cronaca, di legno; ma noi troviamo, che simili altari permessi nelle persecuzioni della Chiesa furono dopo l'Imperatore Costantino solennemente aboliti nell'anno 547 di nostra salute in un concilio di Francia; onde ci è forza credere che Manfredi, il quale voleva fare le tante cose a suo modo diverse dai precetti della Chiesa, così pure si comportasse sul fatto degli altari. Giunti che furono i chierici sul mezzo della sala, quivi si fermarono, e accese due candele, e posto sull'altare un Crocifisso di argento, e un messale con ornati parimente di argento, senza proferire parola, come erano venuti, se ne tornarono. Manfredi soprastette alquanto, poi si mosse per alzarsi dal trono;—parve che non potesse; tentò di nuovo, e invano; alla fine con inestimabile sforzo si levò in piedi, scese i gradini, e si fermò davanti l'altare; depose sopra esso lo scettro, la corona, e la clamide; alzata quindi la destra nuda verso i Baroni esclamò: «Noi non vogliamo sangue…. noi non vogliamo il vituperio vostro…. cessate di cercare nel tradimento la via di rovinarci dal trono…. voi nol potreste. Per libero, universale consentimento vostro, questo scettro, e questa corona assumemmo a Monreale; di libero consentimento nostro, questa corona, e questo scettro vi restituiamo a Benevento: possa colui che voi chiamate a succederci, operare quello che noi volemmo; possa con le sue virtù farvi benedire il momento, nel quale, mutando di fede, sommo bene riputaste la caduta del vostro antico signore!…» E seguitava molto commosso, se non che i Baroni, nulla rispettando la parola del Re, trassero le spade, e proruppero con altissime grida: «Morte ai traditori!… dove sono i traditori?»—e quelli che più urlavano erano coloro che più lo tradivano: il Conte della Cerra fu per perderne la voce; Rinaldo di Caserta alzò la spada, ma rinvenuto dalla sua distrazione, conoscendo che si trattava di difendere, non di ferire il Re, l'abbassò sospirando:—«Non è anche tempo!»

Il nobile Manfredi levandosi contro coteste voci, prorompeva: «Noi non vogliamo sangue:—sia questo l'ultimo comando della nostra autorità.»

Allora i Baroni non sapendo che cosa gridare, dicevano: «Riponetevi, messer lo Re, la corona che vi abbiamo data; noi spenderemo la vita per mantenervela su la testa.»

«Oggimai» rispondeva Manfredi «la corona di Sicilia, più che di gloria, è diventata di spine: pure noi non rifiutiamo lo incarico, laddove voi partecipiate nei pericoli di sostenerlo; nè noi soli bastiamo: giovi oggi rinnuovare l'antico giuramento; questo è il Cristo medesimo, che ascoltava, ora fa dieci anni, le voci vostre; questi gli Evangeli che sentivano il tocco delle vostre mani:—giurate.»

Se qualcheduno pratico delle cose del mondo domandasse qui, come Manfredi, il quale per indole e per esperienza tanto diffidava degli uomini, si commettesse così di leggeri alla fede loro, e stimasse, che alcune parole proferite avanti una immagine valessero a ritenere dal tradirlo anime, che cessarono di essere innocenti dal punto in cui pensarono al tradimento, noi vorremmo pregarlo a porre mente, che i tempi si erano fatti tali pel figlio di Federigo, che pericoloso diventava il non versare sangue, pericolosissimo il versarlo: vedeva anche egli la debolezza dell'espediente che adoperava, ma aveva meditato sul danno di quello che non adoperava: non già ch'egli abborrisse dalle vendette, chè anzi n'era quanto altro uomo desideroso: pure se nella casata dei traditori avesse avuto qualche amico al suo nome, se lo sarebbe alienato col supplizio del congiunto; ed egli molto abbisognava di amici, chè di nemici ne aveva più del necessario. Nello interno dell'animo però disegnava, passata quella tempesta, di farli colpevoli per punirli con la giustizia, e i pochi che suo malgrado si fossero rimasti incontaminati spegnere col veleno. Quello poi che faceva non era scelta; e da che operava costretto, la sua memoria poteva consolarsi nel felice esito dell'avventura, presso a poco uguale, eseguita da Filippo Augusto innanzi la battaglia di Bouvines per confermare la fede vacillante dei Baroni francesi. In tempi a noi più recenti, Maria Teresa, l'animosa Imperatrice, disperate le cose del Regno, suscitò il valore degli Ungari con simile accorgimento, e prevalse al nemico; molti altri Re e capitani usarono di queste arti con lieto fine, molti anche le usarono con tristo, e Manfredi fu degli ultimi; colpa meno del consiglio, che è cosa stolta biasimare dal fatto, che della umana natura, la quale composta di contraddizioni non concede sistema certo, nè regola per condurci con passi infallibili nei casi dubbii della vita: onde s'egli è pur vero che quel Divino lo dicesse, disse poco savia sentenza Galileo quando sostenne, potersi ridurre a dimostrazioni geometriche le operazioni morali dell'uomo. Tanto e tanto c'inabbisseremmo dentro queste sottigliezze, allorchè ci capita il destro di fantasticare a modo nostro, che se altri non ci riscuotesse, immemori della storia che raccontiamo, immemori del principio dei ragionamenti stessi, e di noi, chi sa dove mai andremmo a riuscire:—e' vogliono essere storielle, non raziocinii; e la più parte di coloro che ci leggono, andiamo convinti, che, quando s'imbatte in un discorso come il passato, quasi dovesse affaticarsi su l'erta di qualche gran monte, apparecchia lo affanno, o da bestia leggiera lo scavalca a piè pari.—Proseguiamo il racconto.

Rispondevano in tumulto, sì come vuole il costume della plebe raccolta, i Baroni del Regno: «Messer lo Re, noi siamo pronti a fare quello che comandate.»

Scompigliati gli ordini, Anselmo trovò modo di accostarsi a Rinaldo, che tornato su l'astrazione pareva sonnambulo, e dirgli all'orecchio con molta destrezza: «Conte, tornate in voi; bisogna rinnuovare il giuramento di fedeltà…. vedete un misfatto di più.»

«Non sarà quello che ci manderà all'Inferno,»—rispose Rinaldo: quindi accostatosi francamente all'altare, sì come correva la usanza s'inginocchiò pel primo, e toccando con la destra il libro dei santi Evangeli, con la manca le mani del Re, proferì a voce alta che si fece a mano a mano più fioca: «Al cospetto di Dio e dei Santi, rinnuovo nelle mani del mio Re Manfredi Primo il giuramento di lealtà, e ligio omaggio, che già gli ho giurato a Monreale:»—dette le quali parole, od ira, o coscienza, che il rimordesse, di vermiglio che era si fece pallido, e le parti del volto meno esposte alla circolazione del sangue diventarono di colore oscuro; nondimeno tanta faceva pressa il Gran Giustiziere di prestare il proprio giuramento, che quei moti del Caserta passarono inosservati. Ora si accosta il Conte Anselmo, baldanzoso, ridente di quel suo schifoso sorriso, quasi togliendo a scherno la persona del Re, e l'aspetto molto più sacro del Dio-Uomo, il cielo e la terra; si prostra innanzi l'altare, e stende la destra sopra gli Evangeli….

«Cristo!»—urla spaventato il maladetto, chè una mano ghiacciata gli avvinghiava il polso a guisa di tanaglia, e glielo teneva sospeso.

«Spergiuro!» lo minaccia da tergo un Cavaliere affatto coperto di maglia «se non mi tenesse il rispetto dell'altare, che tu hai polluto, e quello della Serenità del Re Manfredi, io ti darei d'un coltello pel mezzo del cuore;—alzati…. dinanzi al mio Re, dinanzi a voi altri, onorati Baroni, accuso costui, Anselmo Conte della Cerra, colpevole di crimenlese, e traditore del Regno.»

«Tu te ne menti per la gola!»—comecchè sbigottito dal caso rispose incontanente Anselmo della Cerra.

«Io» riprendeva il Cavaliere, volgendosi a Manfredi, «costituito nella presenza della Serenità Vostra, con buona grazia e licenza affermo, che Anselmo Conte della Cerra qui presente è traditore. Egli ha tentato dare ai vostri nemici la terra vostra in danno e vilipendio di voi, dello Stato vostro, e con pessimo esempio di tutti i vostri vassalli; si è adoperato nella infame opera con ogni suo ingegno e forza; e quantunque infiniti concorrano gli indizii per chiarire con certezza la mia accusa, mi restringo a produrre questa carta, che per certo di per sè sola sarà sufficiente.»

Porgeva assai circospetto la carta al Re, il quale aveva riconosciuto il Cavaliere per quello stesso, che nella sera antecedente andava a scoprirgli la congiura: era la carta una minuta di lettera che il Conte Anselmo divisava mandare a Carlo di Angiò, nella quale gli magnificava i suoi servigii, e molto maggiori dei già fatti di farne prometteva; solo si rammentasse di lui; all'ultimo toccava, tutti i rimanenti Baroni congiurati essere una mano di stolti, che, dove egli non fosse, andrebbero di per sè a riporsi tra le mani di Manfredi; non pertanto non dubitasse, ch'egli saprebbe dominare gli eventi e resistere alla fortuna; per così savio e generoso signore spendere volentieri l'opera della mano e l'ingegno; spenderebbe anche la vita, dove l'occasione lo avesse voluto;—e così continuava con parole, parte lusinghiere, parte piene di cupidigia, tutte vili. La carta però non era firmata dal Conte, solo compariva scritta di suo carattere: Rogiero l'aveva trovata nel corridore, e il Cerra l'aveva perduta nella istantanea fuga.

«Quando» aggiungeva Rogiero «non s'intenda pienamente provata la mia accusa, sì come buono e leale vassallo mi chiamo tenuto a mantenere la onoranza e vita vostre, mio Re, nè schivare pericolo per dedurre a vostra notizia tutto quello che si trama contro lo Stato vostro, se non voglio essere, giudicato del medesimo delitto di crimenlese colpevole: però mi offro di provare, cimentando la sua persona con la mia, quanto ho proposto esser vero. Supplico con ogni istanza vogliate pronunciare lo indizio sufficiente per venire a duello, ch'io spero nella giustizia di Dio convincerlo, ad onore, mantenimento, ed esaltazione dello Stato vostro.»

«Ed io» rispose l'accusato «Anselmo Conte della Cerra, con licenza della Serenità Vostra dichiaro cotesto sconosciuto mentitore, e mantengo quella carta non appartenermi per nulla, esservisi falsificato il mio carattere….» Profferite appena l'estreme parole si accôrse Anselmo del fallo commesso; e procurò rimediarvi, aggiungendo precipitoso: «E però mi offro…»

Manfredi, che fino da principio del discorso gli aveva fitto addosso que' suoi occhi scintillanti di malignità, al punto fatale lo interruppe domandandolo: «Chi vi ha detto, messere il Conte, essere questa carta di carattere simile al vostro?»

«Io….» rispondeva Anselmo esitante «io l'ho veduta.»

«Ah! l'avete veduta?»—disse Manfredi abbassando lo sguardo.

«Sì»—con terrore crescente aggiunse Anselmo.

Manfredi allo improvviso gli pose di nuovo gli occhi addosso, per lo che egli fu costretto a volgere a terra i suoi, e dopo aver considerato quel turbamento, con voce tra minacciosa e beffarda disse: «Sta bene.»

Anselmo, costretto a terminare la sua formula di mentita, come serpe fiaccata sul dorso, continuava: «E però mi offro in ogni giudizio militare e civile, difendere il contrario, solo confidato nella giustizia di Dio.»¹

¹ Per queste formule vedi Fausto, del Duello ridotto alle leggi dell'onore.

Manfredi intanto, dopo aver ben letto la carta, la passava al Contestabile, dicendo:—«Che parvene, Messere?»—Rinaldo, recatasela in mano, faceva atto di guardarla attentamente: i circostanti, non potendosi frenare, gli si aggrupparono intorno; questi lo prendeva per un braccio, quegli per l'altro, chi gli poneva il capo sotto il mento, chi lo sporgeva dalle sue spalle; il più lungo gli stette di faccia, e in punta di piedi col capo ripiegato sul seno, a modo di cicogna quando prende il cibo; il più piccolo levata la faccia, e veduti quelli uomini che gli si paravano dinanzi a guisa di muraglioni, tolse una sedia, e vi montò sopra; così ne nasceva uno scompiglio, un susurro, che la natura napolitana ha in ogni tempo messo nelle più comuni operazioni della vita.

I congiurati, che ad ogni momento si facevano perduti, con voci o con cenni scongiuravano il Caserta a camparli da quella fortuna; ed egli, che sembrava mandar fiamme allorchè tutti gli altri pareano carboni spenti, gli assicurò di uno sguardo, che il suo spirito vegliava. In questo accostandosegli il Re ripeteva sommesso: «Che parvene, Contestabile?»

«Potete concedere il campo.»—Il che era vero; ma egli non lo consigliava mica per giustizia, avvisando, che se speranza di salute avanzava, consisteva nel levar di mezzo quella vita tanto sospettata del Cerra; cosa che sarebbe di certo avvenuta, dove fosse stato costretto a combattere, essendo costui d'indole codarda, di corpo indebolito, ed il suo avversario, a giudicarne dal sembiante, assai prode uomo di guerra: faceva in somma il Caserta al Cerra per caso quello che non era riuscito al Cerra di fare al Caserta per arte.

«Noi abbiamo pensato, Contestabile,» disse Manfredi al Caserta, «di ridurre questo affare a giudizio civile, perchè da questi giudizii di Dio non si ricava mai nulla che valga, e spesso lo invocato, che vi dovrebbe assistere, non vi assiste, e con manifesta ingiuria della giustizia il torto prevale alla innocenza.»

«Pure la religione….»—si avvisò interrompere un Cavaliere.

«La religione è cosa santa; ma v'ha tal donna chiamata superstizione che veste sì come ella veste, oscena di volto quanto quella è leggiadra; e per andare ambedue velate, la gente grossa non le distingue, Barone.»

«Dio» insisteva il Cavaliere «ha spesso visibilmente protetto la innocenza nei suoi giudizii.»

«Spesso anche no: perchè dobbiamo porlo nella necessità di fare un miracolo, che noi non sappiamo se sia decretato nel suo santo volere? perchè infastidirlo quando l'uomo può fare da sè? non ci ha egli dato il senno per questo?»

Il Cavaliere, sia che non sapesse che cosa rispondere, o che altro, si trasse indietro, mormorando: «È un eretico.»

Rinaldo, che pe' suoi fini voleva che quel duello si facesse, aveva lasciato dire il Cavaliere, perchè usava un mezzo di persuasione che a lui non istava bene adoperare, e perchè dimostrarsi troppo insistente avrebbe dato sospetto; adesso, conosciuto che quelle ragioni non bastavano, si mise a proporre le sue.

«Mio Re,» favellava a Manfredi «voi sapete meglio che persona due essere le cause per le quali a forma delle costituzioni del Regno ha da permettersi il duello nella vostra terra: per crimenlese, e per la morte occulta di veleno, o in qualunque altra maniera data; sì che non potrebbe la Serenità Vostra senza derogare a un tratto….»

«E se noi vi derogassimo, Contestabile, che direste voi? Meglio una volta che mai: hanno a vivere eterni gli errori? Niun termine, nessun confine alle follíe dei nostri maggiori? Dorrebbevi forse, che fossero aboliti questi barbari avanzi di tempi infelici?»

Giordano Lancia, cugino di Manfredi, a lui per interesse e per volontà sinceramente affezionato, prese ad agevolare il consiglio del Caserta aggiungendo: «Messer lo Re, io stimo bene avvertirvi costituire questi giudizii gran parte dei privilegii baronali; a me pare, che adesso non corra la stagione delle riforme; e di questa, sono certo, si dorrebbero più di ogni altra, come quella che, per consistere in dimostrazioni esterne, più offenderebbe con la mancanza i sensi della gente.»

Manfredi, che non aveva creduto trovare così forte impedimento al suo pensiero, mosso dal consiglio di persone tanto autorevoli, si strinse nelle spalle, dicendo: «Pur troppo l'errore giunge con la velocità del desiderio, e si diparte con la lentezza della speranza!»—quindi avanzatosi verso il Gran Protonotario, ordinava:—«Spedite le patenti; noi concediamo il campo.»

Il Gran Protonotario, fornito assai prestamente l'ufficio, porse la patente a Manfredi perchè la firmasse, ed egli munitala di sua firma gliela restituì sul momento. Allora Messer Giovanni d'Alife lesse: «Noi Manfredi Primo per la grazia di Dio Re di Sicilia, etc. etc., per tenore delle presenti concediamo a Messer Anselmo Conte della Cerra provocato, e a Messer Cavaliere innominato provocatore, ambedue qui presenti, campo franco e sicuro a primo transito nella terra nostra di Benevento, dove ognuno di loro possa diffinire con l'arme la querela di crimenlese per lo tempo e termine di tutto il presente giorno, nonostante alcuna cosa in contrario, etc. etc. In fede di che Noi abbiamo fatto fare la presente, segnata di nostra mano, e munita del nostro suggello, anno Domini 1265, giorno 24 del mese di gennaio.—MANFREDI.»

Anselmo non si aspettava a questo; e veduto che il Re si consigliava co' suoi più eletti Baroni, per essere tra quelli il Conte Rinaldo, stava sicuro che l'affare del Giudizio di Dio non sarebbe andato più innanzi; però se gli giungesse improvvisa quella concessione del campo non è da raccontare; l'ascoltava come uomo smemorato; pure il Gran Protonotario non aveva finito di leggere la patente, ch'egli pensò tra sè:—Rinaldo avrà certamente consigliato che non si venisse a questo fine, almeno doveva farlo; forse che non avrà potuto impedirlo…. ma e non avrebbe anche potuto promuoverlo?—perchè?—io non ne vedo la ragione: questo duello non si ha da fare, nè si farà. Guardiamo se per avventura giunsero i tempi di porre me sotto la protezione del trono, e loro sotto quella della forca…. No,—oggimai è troppo tardi, gli eventi mi hanno strascinato; a mal grado del mio ingegno per ischivare l'unione fatale, l'altrui vita sta essenzialmente congiunta alla mia, nè posso far cadere la scure sul collo dei miei compagni senza ch'io ne perda la testa…. la testa!—qui sì che ci vuole arte davvero: animo, Anselmo, non mancare in questo estremo a te stesso, aguzza lo intelletto, mostra il viso alla fortuna, ella si volge benigna agli audaci, e pensa che non ti resta per la tua salute che audacia.—Così appunto, secondo che narrano le vecchie leggende, quel Gano di Maganza, che occorre nella epigrafe del presente Capitolo, condannato da Carlo Magno allo squarto per aver tradito i Cristiani a Roncisvalle, dove morì il famoso Conte Orlando con la più parte dei Paladini di Francia, ormai presso allo strazio, supplicò l'Imperatore di una grazia, il quale, pur che non fosse di vita avendogliela quegli concessa, domandò di essere squartato da quattro cavalli verdi; invenzione che non giovò a quel tristo, più che ad Anselmo giovasse la sua, perchè dice la leggenda, che Malagigi per arte di negromanzia fece apparire quattro demoni in sembianza di cavalli verdi, e Manfredi con la sua autorità rimosse tutti gli ostacoli che mise in campo il male arrivato Della Cerra.

«Mio Re,» con atto modesto parlava Anselmo vôlto a Manfredi, «non v'ha colomba, per innocente che sia, che non possa essere dall'altrui malignità calunniata; la mia lealtà per voi si chiarisce per mille prove, nè teme offesa da questo uomo, che per dirne meno dirò che viene sconosciuto sì come fa il ladro….»

«Potrei scoprirmi, e allora che diverreste Anselmo?»

«Io parlo al mio Re, e prego di non essere interrotto:» (Manfredi accennava al Cavaliere che tacesse;) «ora Dio sa se volentieri io verrei al paragone con qualunque uomo al mondo, ed anche con costui, per sostenerla con l'armi; ma per appartenere ad illustre famiglia, tra le più nobili del Regno onorata, le leggi di Cavalleria mi vietano scendere in isteccato con tale che non pure non prova di essere Cavaliere, ma per istarsi tutto nascosto nell'armi potrebbe bene aver nota d'infamia….»

«Infame io? tu sei infame….»

«O bando per assassino, per tradimento, o per qualunque altra causa contemplata nelle costituzioni….» (Lo sconosciuto fece sembiante di prorompere; Manfredi lo contenne con un suo sguardo severo, tuttavia egli continuò a stringere con mano tremante di rabbia l'elsa della spada) «…. così che lo potessi rifiutare di ragione, e però non venissi, assistendomi Dio, sì come confido per esser questa causa della innocenza, e causa sua, a conseguire vittoria contro costui più vituperosa, che perdita contro un Cavaliere onorato.»

«Conte della Cerra,» risponde Manfredi, «sappiate che un uomo che si affatica, come fa questo Cavaliere, a sostenere la gloria della nostra Casa, non può essere infame, nè notato di quelle vergogne che voi andate esponendo; nondimeno perchè a noi, quanto a voi, preme che illibate si conservino le leggi di Cavalleria, non vogliamo che con altri combattiate se non con Cavaliere.» E così favellando, ordinò a Rogiero che si accostasse all'altare: quivi arrivato:—«Ponete ginocchio a terra,» aggiunse, e toltagli la spada da canto, la sguainò, gliela percosse per tre volte su l'elmo, e proseguiva: «Voi siete Cavaliere: i modi vostri assai ci fanno palese, voi da gran tempo conoscerne i doveri; che voi siate per onorare il grado non dubitiamo» (e sì dicendo gli ricinse di sua mano la spada), «nè consentiamo che scendiate in campo senza illustre insegna. Contestabile Rinaldo, noi vi preghiamo esserci di tanto cortese, che lo vogliate accomodare della vostra arme; noi vi assicuriamo che le vostre bande d'oro, e i lioni d'argento, non si dorranno di questo, perchè se a Cavaliere privato fosse concesso portare impresa di Re, noi gli avremmo fatto presente della nostra Aquila stessa.»

Il Conte di Caserta, staccato dal suo seggio lo scudo, lo porse con bel garbo a Manfredi, che lo adattò al braccio del nuovo Cavaliere; il quale, sopraffatto da così grande dimostrazione di amore, null'altra cosa poteva proferire oltre questa: «O mio Signore, gran mercè!»

«Ora Conte della Cerra,» disse Manfredi, «vedete bene starvi a fronte questo uomo, nè potersi da voi rifiutare con nessuna eccezione, imperciocchè quando anche fosse contaminato di quelle brutte macchie di traditore e di assassino, che voi gli avete supposto, l'ordine di Cavalleria da noi conferitogli lo ha tutte rimosse, sì come fa dei peccati il santissimo battesimo tra i sacramenti.»

Tra male gatte è capitato il sorcio, per dirla con Dante. Il Conte della Cerra più s'ingegna levarsi d'impaccio, più vi si avviluppa, e ad ogni passo gli si chiude un sentiero allo scampo; nondimeno non gli basta il cuore di abbandonare la presa: considerando che quello ostinato celarsi del Cavaliere doveva tener sotto qualche grande mistero, e che dove fosse scoperto avrebbe prodotto accidenti da sturbare il duello, ricorre a nuova sottigliezza.

«S'io punto m'intendo di Cavalleria, parmi, mio Re;» favella rivolto a Manfredi «che a me spetti la eletta dell'armi.»

«Veramente voi parlate la verità: eleggete.»

«Da che a me sta eleggere, questa è la nota delle armi: due coltelle genovesi di due palmi, taglienti; targa, un mantello di lana; morione in capo, una ghirlanda di fiori.»

Molti stupirono alla inaspettata proposta del Cerra, tenendola per animosa; molti, e tra questi Manfredi, con più senno la tennero per codarda, ravvisando in essa un cavillo per impedire la prova.

«Noi, come signore del campo,» parlò il Re un po' turbato «non possiamo ammettere coteste armi, insolite al costume cavalleresco.»

«Io pure non vorrei levarmi da dosso questo vituperio di sospetto in diversa maniera….»

«Se sia maggiore vituperio dare con la propria condotta luogo al sospetto di tradimento, ovvero la manifesta dimostrazione di sfuggire la prova che potrebbe purgarlo, noi non sappiamo, messer Conte; il primo è incerto, il secondo comparisce certissimo….»

«La scelta dell'armi non tenga la Serenità Vostra dal concedere il campo,» interruppe il Cavaliere innominato «perchè io posso combattere sconosciuto anche nel modo proposto dallo avversario.»

«E come lo potrete voi?»—domandò il Re.

«Coprendomi il volto con un velo di seta nera, simile a quello che nascondeva il Conte Anselmo, allorchè mi condusse entro una prigione di Napoli per farmi conoscere mio padre.»

Rinaldo, che attentissimo ascoltava la disputa, riconobbe chi fosse il Cavaliere, e raccolti i pensieri, si diede a considerare la prepotenza dei destini che lo avevano costretto a porgere di buon animo la sua impresa a tale uomo, che or sono molti anni, con solenni giuramenti sacramentava, non avrebbe indossata giammai.

Lo riconobbe anche Anselmo, e nessuno migliore espediente trovò per nascondere la fiera alterazione, che gridare: «Or via, sia come volete; accetto di combattere con le armi solite adoperarsi tra Cavalieri.»

«Contestabile,» allora disse Manfredi «a noi non è concesso per le gravi cure del Regno assistere a questo abbattimento; pertanto a voi deleghiamo le parti di giudice, e di signore del campo, ed espressamente ordiniamo, che vi sia senza nessuna esitanza obbedito, come se foste la nostra stessa persona: avvertite, noi aver concesso il duello al primo transito; togliete sufficiente scorta onde reprimere chi si volesse muovere a favorire alcuno dei combattenti; e se insistesse, si uccida, che sarà bene ucciso; provvedete al vostro e al nostro onore; abbiate cura all'ordine, non dimenticate mai che spesso queste prove di onore hanno finito in obbrobriosi assassinii. Voi, Giordano d'Angalone, costituisco padrino del Cavaliere innominato; voi, Benincasa, di messer Anselmo; adempite da valenti Cavalieri l'ufficio: Conte Lancia, seguitemi; Contestabile, nel nostro palazzo aspettiamo la novella del fatto.»—Profferite queste parole, salutò con cenno cortese i ragunati Baroni, e scomparve col Conte Lancia per una porta della sala.

«Rinaldo,» parlò il Conte della Cerra, cogliendo l'occasione di accostarsegli, quando camminavano alla volta dello steccato fuori delle mura di Benevento; «Rinaldo, voi avete veduto con quanta costanza io vi abbia salvato la vita; adesso ragione vuole che voi facciate alcuna cosa per salvare la mia.»

«Io bene pensava a questo, Anselmo; state di buon animo.»

«Ditemi il come, Messere, perchè sta in mia mano perdervi tutti….»

«E voi stesso con noi però….»

«Non vuol negarsi questo: ma che dice il proverbio, Conte? mal comune mezzo gaudio; e poi chi vede la fine? da cosa nasce cosa….»

«Voi parlate saviamente, Anselmo; uditemi: adesso bisogna non isbigottirci per nulla; state saldo, parate i primi colpi, chè per essere voi coperto di piastra, di leggieri lo potete; allora susciterò scompiglio nel campo, farò ammazzare il vostro avversario, che se mal non vedo, dovrebbe essere….»

«Il figlio della vostra consorte…. è certo.»

«Sia: e voi fuggire….»

«Chi mi assicura che voi lo farete?»

«Come posso assicurarvi, Anselmo? non ho condotti già io questi tempi, nei quali uomini senza fede è di mestieri si affidino sopra la mutua lor fede.»

E proseguivano; se non che in questa giunsero al campo. Rinaldo, chiamato il Capitano della gente d'arme, segretamente gli commetteva, desse ordine ai soldati di disporsi in quadrato; badassero bene che nessuno passasse la fila, finchè l'uno o l'altro dei combattenti non fosse morto, o abbattuto: e se persona l'osasse, senza rispetto al mondo la uccidessero; avvertisse che quanto gli comandava fosse eseguito sotto pena del cuore. Poi ristrettosi col vecchio congiurato, di cui la troppa età ci ha nascosto il nome, gli disse, che dove il Cavaliere sconosciuto avesse, sì come pareva certo, morto o ferito il Conte Anselmo, egli co' più audaci compagni rompesse le file dei soldati, che non avrebbero fatto resistenza, e s'ingegnasse in tutti i modi di ammazzare anche lui. Il Cavaliere, udito il comando, scosse la testa, e rispose: «Sta bene,—assai mi piace,—ella va in regola,—non dubitate, chè sarà fatto.»

Intanto i padrini, smontati da cavallo, come correva la usanza, si posero a guardare con molta diligenza il proprio campione per conoscere se fosse di tutto punto armato, se alcun pezzo di maglia fosse male affibbiato, se alcuna piastra debole; poi il padrino di Anselmo andò al Cavaliere innominato, e verificò di propria mano se sotto i cordoni di seta, che allacciavano il bacinetto alla gorgiera, fosse rame, ferro, od altro metallo; lo stesso praticò il Conte Angalone con Anselmo, e trovarono tutto senza frode. Ciò fatto, i combattenti mutarono tra loro le spade, perchè la consuetudine voleva che l'uno combattesse con la spada dell'altro; e queste pure vennero provate dai padrini per escludere il sospetto, che fossero fabbricate con ingannevole magistero, o con falsa materia; la lunghezza non misurarono, perchè giusto per essere quella di Anselmo più corta e quella di Rogiero più lunga, si compensava così il vantaggio di statura, che l'ultimo aveva sul primo.

In quei tempi non facevano altre ricerche: in appresso, variati i costumi, pervertiti gli animi, e prevalso l'uso che il provocato portasse arme offensive e difensive per sè e pel provocatore, fu di bisogno consumare gran parte del giorno in questa prova, perchè tra l'armatura mescolarono alcuni pezzi inchiodati con chiodi di stagno, elmi bruniti dentro per modo che togliessero il vedere, o fatti con arte tale che non si potesse guardare se non in cielo, guanti che forte stringendo cacciavano fuori punte che ferivano le mani che li portavano, usberghi avvelenati, che escoriata la pelle il mortifero veleno trasfondevano nel sangue; che più? perfino panzeroni e schinieri fatti di cartone, e acconciamente coperti di foglie di argento; onde quelle buone anime di scrittori che composero libri intorno questa materia, ebbero ad esclamare sovente: o tempora! o mores!

I padrini posero dopo questo i capi di una cordicella, forse lunga tre braccia, in mano ai combattenti, e rimontati in sella specularono il campo se avesse alcuna fossa o rialzo che impedisse l'indietreggiare dei Cavalieri; dipoi tornarono appresso loro, e fecero cenno al Contestabile essere tutto preparato.

Il Contestabile mandò lo araldo, che con la spada della giustizia divise la corda, e i Cavalieri principiarono l'assalto. Racconteremo noi le vicende di cotesto duello? ripeteremo noi quello che da qualsivoglia straniero od italiano poema viene troppo sovente descritto? Noi nol faremo, sì perchè ogni uomo che ne abbia vaghezza ne troverà un mirabile esempio nella Gerusalemme liberata, e un altro mirabilissimo nei Lombardi di Tommaso Grossi, gloria vivente d'Italia, a nessuno secondo, e, dove il desideri, agevolmente primo;—sì perchè comunissimi furono i casi del nostro. Troppo soverchiava Rogiero di forza e di destrezza Anselmo; tuttavolta questi fidente di aiuto andava a gran fatica schermendosi, e mostrava chiaro che non poteva durare: adesso, trapassato alquanto di tempo, nè vedendo, giusta il convegno, muovere alcuno a soccorrerlo, suppose che Rinaldo, caduto nella solita astrazione, se ne fosse dimenticato; però volse il capo a quella parte onde egli rinvenisse, od alcuno dei congiurati lo facesse avvertito:—inutile tentativo: nessuno dei molti quivi raccolti fece pur cenno di levare una mano. Rogiero conobbe essergli capitato il destro di spingersi innanzi, menare un bel colpo, e fornire la bisogna; nondimeno, come avviene, sentendosi più forte del suo avversario, volle che prima dei dolori della morte gustasse i dolori non meno terribili dello spavento. Così seguitò anche un poco il duello: Rogiero era intatto: Anselmo, in parte disarmato, aveva in due o tre luoghi falsato l'usbergo, ammaccato il bacinetto, ma non gettava anche sangue: bene lo facevano spasimare l'aspre percosse; la qual cosa unita allo stupore di non essere aiutato, ed alla paura di esserlo, ma non in tempo, tanto gli scompigliò la mente, che fuori di sè, perduto il lume degli occhi, sconfortato dal rumore che annunziava la sua sconfitta, cominciò a lasciare il terreno; ad ogni passo volgeva disperato la testa verso il Caserta che se ne stava immobile, e tante volte offriva occasione al nemico di finirlo a un tratto: di vero infastidito Rogiero di quel gioco, aspetta il tempo, mena un gagliardo manrovescio, coglie Anselmo nei cordoni di seta che la gorgiera allacciavano al bacinetto, e ad un punto gli getta queste armi per terra, e lo ferisce alla gola. Anselmo stramazza tramortito; se a levarlo di sentimento contribuisse il terrore o il dolore, noi non sappiamo; certo molto tremendi furono ambidue;, mostrava il volto giallo come itterico, la fronte livida dai colpi, i labbri congelati in un brivido; sgorgava dalla ferita impetuosamente il sangue, fluido e vermiglio, segno certo di arteria recisa;—era la piaga insanabile. Gli spettatori levarono un grido, e rotte le file dei soldati si precipitarono a gran corso verso il caduto. Rogiero, guardatosi attorno, vide che sopra tutti gli altri si affaticavano a farglisi vicino i Baroni congiurati, e temè di perfidia; accostatosi al suo padrino, proferì queste parole: «Ora salvatemi, valente Cavaliere, o che son morto.»

«E che cosa vi fa tanto temere della fede siciliana?»—domandò arrossendo Giordano d'Angalone.

«La fede è già rotta: perchè sforzare le file? Io vi dico che mi trucideranno, e voi sarete debitore della mia vita in faccia degli uomini e del cielo.»

«Tolga Dio tanta infamia! balzate in groppa, che il mio Sauro mi ha salvato da ben altri pericoli che non è questo.»

Rogiero, senza por tempo tra mezzo, di un lancio maraviglioso, tutto armato com'era, inforcò il cavallo; Giordano d'Angalone concitandolo con la voce e con gli sproni, lo spinse di piena foga là dove vide meno gente. A quella tempesta, a quel furioso rovinio, non vi fu uomo che comparisse zoppo: taluno gittandosi da questo lato, tal altro da quello, e molti cadendo, e per la caduta loro, frapponendosi ai passi, molti altri forzando a traboccare, si sbarattarono, lasciando libero il campo, pel quale precipitandosi l'animoso destriere, ben tosto ebbe condotto quelli che lo cavalcavano fuori di ogni pericolo.

Quando apparve vicina la porta di Benevento, in quei tempi conosciuta col nome del Calore, Rogiero, che per la prestezza con la quale andava il destriero non aveva potuto formare parola, lasciò cadersi da cavallo, ed offerta la mano al Conte Giordano gli tenne il seguente discorso: «Conte, vi ho per salutato; io so pur troppo che le imprese gentili non hanno bisogno di altro guiderdone, e sono premio a sè stesse; tuttavolta sappiate che vi devo la vita, e che mi torna dolce manifestarvi….»

«Che è ciò che dite, signor mio?» interruppe Giordano; «forse non volete ch'io vi conduca al Re?»

«I tempi stringono, o Conte, e molto mi rimane da fare; io non posso….»

«Salvo vostro onore, che lealtà è questa vostra verso
Manfredi? Conoscete i traditori, nè li volete svelare?»

«Non posso. Quello che mi era concesso mostrargli gli ho mostrato: il mio silenzio procede da una serie di tali avvenimenti, che io, io stesso, il quale sento tutta la gravezza della loro atroce realtà, appena li tengo per credibili; di questo vi prego, che gli diciate, avere spento il più ribaldo dei suoi traditori; pure restarne molti altri, che si guardi e diffidi di cui più si confida, ch'è minacciato di estremo esterminio….»

«La salute del mio Re dunque richiede ch'io non vi lasci andare….»

«No, Cavaliere; voi mi fareste villania, nè giovereste al Re; lasciatemi libero, chè ogni passo, ogni pensiero miei, sono per la preservazione della Casa di Manfredi.»

«Noi perdiamo un valente compagno, il Re un leale vassallo….»

«Nè egli, nè voi mi perdete: io vado ad apprestargli quattrocento uomini d'arme, e un condottiero famoso.»

«E dove li condurrete voi?»

«Ditegli a San Germano; colà ci rivedremo, Conte; forse mi riconoscerete allora, e passato il pericolo sarà bello e piacevole per me raccontarvi le durate fatiche, i sofferti travagli. Addio, Conte; salute a Manfredi.»

Ciò detto con presti passi si allontanò. Il Conte Giordano tutto dolente s'incamminava a portare queste novelle a Manfredi.

Per altra parte Rinaldo ordinava si fasciasse il ferito Anselmo, si adagiasse dentro la bara, e lo conducessero al proprio palazzo; per via comandò al Capitano della gente d'arme, che quando vi fosse entrata la bara, impedisse a qualunque altro l'ingresso: sì come di fatti egli fece. Il vecchio congiurato vedendo non potere entrare, nè essendo fino ad ora riuscito a parlare con Rinaldo, tanto spinse che gli si accostò, e presolo pel lembo della cappa lo costrinse a voltarsi.

«Che volete?»—interrogava severo il Conte.

«Conte, rammentatevi che secondo le regole non dovrebbe vivere…»

«A questo penso io; così voi aveste pensato al vostro incarico!»

Il vecchio stava per rispondergli; ma Rinaldo gli volse le spalle, e si cacciò dietro la bara di già entrata in palazzo.

Rinaldo solo accanto al letto dove giace il ferito gli conta i momenti di vita, e vedendo come ella di punto in punto si consuma, resta di affrettarne la estinzione: a un tratto però, mentre il giacente raccoglie con lungo anelito nel polmone maggiore quantità di aria, che egli crede per l'ultimo sospiro, dato un gemito profondo, rinviene.

«Anselmo, amico mio, come vi sentite voi?»

Anselmo, aperti gli occhi, conosce il Caserta, e mormora tra sè:—«Ora sono perduto davvero.»

«Io sono Rinaldo, Anselmo…. perchè vi dite perduto?»

«Satana sta al capezzale… aspetta l'anima al varco… egli ha ragione… è cosa sua… io ho ben veduto che voi siete il Caserta…»

«O amico mio, Dio sa se forte m'incresce del vostro male…»

«Lo so,—amico,—lo so.»

«Io perdo il più fedele…»

«Che parlate voi? ma che devo morire? sono io così presso alla morte…?»

«Siete.»

«Oh! allora, in carità, mandate per un confessore, che venga presto.»

«Un confessore! E che volete voi fare del confessore?»

«Chi mal vive, mal finisce… pure una speranza in Dio….»

«Novelle!»

«No… io vi dico di no… mi si risvegliano in mente i precetti di religione che io appresi da bambino, e mi confortano a non disperare: oh! come bella ci apparisce la fede nell'ora della morte! il poco bene che ho fatto mi lusinga del Paradiso…»

«Il vostro senno vien manco, Anselmo; io comprendo che voi tornate sul bambino: che discorrete di Paradiso? dov'è l'animo indomato, la minaccia di Dio, la bestemmia del vostro Creatore?»

«Io l'ho detto, Satana sta al capezzale. Voi venite per perdermi… andate via, vi comando, vi prego… in nome di Dio, andate via… no, accostatevi, che forse potrò vincere anche voi… Rinaldo, muoviti; egli è un grande arcano la morte! potessi dirti la millesima parte di quello che sento, di quello che vedo…. alza gli occhi, non contempli la gloria del cielo?»

«Io non vedo che il soffitto.»

«Pure v'è luce più viva del sole, pure v'è melodia malinconica; v'è Cristo… Cristo co' fulmini che gli corruscano nella mano terribile… Un confessore, Rinaldo, un confessore…»

«Che diavolo volete voi farvi del confessore a questa ora? animo via, che pensate esser la morte? ella è una bevanda amara; chiudete gli occhi, trangugiatela senza sbigottirvi, passata la gola, non si sente più altro.»

«Oh! io voglio confessare le mie colpe.»

«Ma pensate che non potete accusare le vostre colpe senza perdere i vostri compagni, e me stesso…»

«O dunque volete che pel corpo vostro perda l'anima mia?»

«E voi volete che per l'anima vostra perda il mio corpo?»

«Questo è affanno! questa è barbarie! Io griderò tanto, che alcuno mi sentirà….»

—Tu non griderai,—pensò il cervello del Caserta, e fu quella sentenza di morte: poi, levatosi in piede, si pose la destra sotto il farsetto, e si accostò al giacente: «Or via, tacete, amico,» gli disse «da che questo è il desiderio vostro, io vi contenterò….»

«Sì? gran mercè…. Dio ve ne rimeriti in questo stesso punto…. andate….»

«Vado, solo vi prego che non isveliate i nomi….»

«Ve lo prometto.»

«State di buon animo.»

«Sto…. ma andate.»

«Vado.—E qui che sentite?»—domandò il Caserta, premendolo con la manca presso la ferita.

«Dolore!»

«E qui?» scorrendo con le dita, e toccandogli la clavicola sinistra.

«Dolore!»

«E qui?»

«Mo…. orte!»

Il Conte Rinaldo, sottentrando velocemente con la destra alla manca, aveva piantato fino al manico un pugnale nel cuore allo infelice Anselmo; e súbito ritirandosi per non essere bruttato dal sangue, stette con istupida curiosità a contemplare le scosse che faceva il coltello secondo che riceveva gli impulsi dal viscere lacerato: quando si fu del tutto estinto quel moto, e la vita con esso, lo estrasse, prendendolo pel bottone con l'indice e il pollice, e si pose a nettarlo, fregandolo traverso il ventre del morto.—«Povero Anselmo!» frattanto andava dicendo «ve' un poco come hai finito. Ma! se lo dice il proverbio! finchè abbiamo denti in bocca, non sappiam quel che ci tocca; la tua lunga servitù, l'antica amicizia nostra, non meritavano questo, no certo; nè io ti portava rancore, odio nemmeno: ecco, ti ho incontrato su la mia via, ed io ti ho distrutto. Male accorto! e non sapevi che il mio alito consuma, il guardo abbrucia, il tatto disperde? perchè mi ti sei cacciato tra i piedi? Io ti ho morto… uno di noi doveva morire; tu hai perduto la prova,—colpa tua; se l'avessi perduta io,—colpa mia:» (e qui guardava la lama s'era divenuta netta; comparendovi pur sempre qualche striscia di sangue, continuò a fregarla sul ventre del trafitto;) «tanto hai detto, che le tue dottrine mi sono scese nel cuore; secondo quello che tu sentenziavi, io doveva abbandonarti avanti, chè corre assai tempo che non mi porti utile al mondo; pure ho aspettato che tu mi diventassi pericoloso, allora… non puoi dolerti… ell'è cosa tua… forse ho imparato più di quello che volevi; ma ti consoli la gloria di aver fatto un ottimo discepolo: io per me vado convinto che quando la tua anima sarà assicurata dal sofferto terrore, non potrà condannarmi,—forse sarà la prima a lodarmi: ora tu hai cessato di travagliarti, tu mi devi la quiete e il riposo; tu sei andato dove il prigione non ode la voce del carceriere, dove il servo non obbedisce al signore; quivi abita il grande e il piccolo¹—nella comunione della polvere, chi condanna, e chi è condannato….»

¹ Ibi requieverunt fessi…. et quondam vincti, pariter sine molestia, non audierunt vocem exactoris. Parvus et magnus ibi sunt, et servus liber a domino suo.(Job)

Allo improvviso con fracasso spaventoso parte della invetriata di quella camera violentemente percossa cadde giù sul pavimento; un corpo trasvolando velocissimo sollevò, col vento che suscitava, i capelli del Caserta, e andò a quietarsi dentro il soffitto.

«Vendetta di Dio!»—proruppe in un urlo salvatico il Conte Rinaldo, e incrociate le mani sul petto, agitato da tremore convulso, abbassò il capo al solaio: così stette assai tempo; poi, diminuita la paura, aprì gli occhi e gli sollevò peritosi: un grosso verrettone compariva conficcato al soffitto; guardò meglio, e vide una carta pendente dalla sua penna; ascese sopra uno sgabello, stese la mano e la tolse; lo scritto diceva così:—«Conte di Caserta, pensa come l'eterna provvidenza punisca; tu hai l'esempio sotto occhio; muta consiglio, e ti sia pena avere fino ad ora male operato; altramente un mio detto può farti morire della morte dei traditori.»

«Minacciano!» mormorò Rinaldo, e, stretto di nuovo il pugnale si guardò attorno con ciglia severe; «ma qui non vedo alcuno,» aggiunse guardando il cadavere «nè mi vi rimane a fare più nulla.»—Poi avviluppò il morto nelle coltri e si allontanava co' passi del peccato. Giunto al capo della scala gli si parò dinanzi il Re, che scortato da molti cortigiani veniva a visitare il ferito, onde súbito facendoseli incontro gli disse: «Messere lo Re, avete fatto il viaggio invano.»

«Perchè questo, Conte Rinaldo? come sta il ferito?

«È spirato.»

«Spirato! Era la piaga così mortale che non gli abbia lasciato un'ora di vita?»

«O signor mio, ell'era spaventosa, gli ha tagliato più che mezza la gola;—le ultime sue parole sono state ch'io vi chiedessi perdono per lui…»

«Dunque egli mi tradiva?»

«E' pare»

«Buon per lui, che mi ha risparmiato il cordoglio di mandarlo alla forca…»

«Salvo vostro onore, Messer lo Re,» interruppe il cortigiano che aveva consigliato il duello con la religione «dovevate dire al taglio della testa, perchè a norma delle costituzioni del Regno, tale è il privilegio dei nobili.»

Manfredi sorrise; e il Caserta pensò:—ti ho risparmiato il cordoglio di uccidere Anselmo, ma ti ho tolto il piacere di uccidere me e i miei compagni-,—questa tua gioia mi piace.—

Il Re, conoscendo la sua venuta vana se ne tornò palazzo dove tra le altre cose ordinava al Caserta ai seppellire segretamente il cadavere del Conte della Cerra.

Nel più buio della notte, due vassalli portando una bara e una torcia di resina, che rischiara il sentiero di luce vermiglia, si accostano alla porta di Benevento, chiamano la guardia che sonnacchiosa si leva, ode una parola, e brontolando abbassa il ponte, e lascia passare. Giunti alla valle, danno di mano alle zappe, e cominciano a scavare; goccia dalle fronti loro il sudore, ma il terreno è sassoso, e fanno poco frutto: uno di loro cominciando il discorso con fiera bestemmia dice all'altro, non meritare tanto travaglio quel ribaldo del Conte della Cerra, essere il meglio lasciarlo sul campo, chè i lupi avrebbero loro risparmiato la fatica:—questi risponde: da che egli si era aperto, gli avrebbe molto miglior modo insegnato: prendesse il morto per le braccia;—egli lo afferrò alle gambe, e così lo portarono ad un pozzo poco quinci discosto, gli legarono al collo un sasso di enorme gravezza, e lo precipitarono dentro; miserabile, non indegna fine di tanto scellerato!—si dolse la Pietà dell'atroce sepolcro, non già la Giustizia. Le acque contaminate svelarono l'opera nefanda; e la gente del contado, non tanto per misericordia, quanto per abbisognare del pozzo ad abbeverare il bestiame, estrassero quelli avanzi di membra putrefatte, e con meno disonesta sepoltura li sotterrarono accanto al pozzo.

Rosalia, figlia naturale del Conte Anselmo, caduta per la morte del padre nella più orribile miseria, cacciata da tutti, quasi fosse appestata od idrofoba, spesso fu vista sul far della sera aggirarsi intorno quel pozzo, e affacciarsi all'orlo, e sporgervi dentro le braccia: lamentava la misera, da che nessuno altro retaggio le aveva lasciato, se non che l'avvilimento e la infamia, la soccorresse almeno con la morte, le partecipasse la impassibilità e la immobilità sue; disprezzarla ogni anima vivente, abbeverarsi il suo cuore di obbrobrio, contaminarsi il suo sangue nel vilipendio, non poter durare agli insulti feroci; soccorresse la tapina che niun'altra colpa aveva oltre quella di esser nata da lui; sentissero le sue ossa pietà, riparasse il fallo, le facesse un po' di luogo entro la fossa….—Queste cose parlava la sconsolata, ed altre molte aggiungeva, che l'intelletto di soverchio commosso non mi concede riferire. Giunta la nuova alle orecchie di Yole, questa gentile opero sì col padre, che la povera fanciulla venne tolta da quella vita raminga, e messa nel monastero di Santa Maria della Pace; quivi conobbe a prova non darsi travaglio che la religione non blandisca, non pena che non volga in gioia. Aggiunge la Cronaca, che dopo la conquista di Carlo, essendo le opere di suo padre diventate presso il nuovo signore titoli di onoranza, sì come furono presso lo antico d'infamia, ricercata dalla Contessa Beatrice di andare a Corte, ricusasse, e come abborrente dalle umane cose prendesse il velo, e si consacrasse al servigio di Dio, nel quale tante pietose opere fece, e tante devote parole favellò, che dopo molti anni morisse in odore di santità. Vero è poi che quanto racconta qui la mia Cronaca non trovo confermato dalla Curia romana, che non ha mai ventilato causa per chiarire Rosalia della Cerra venerabile, beata, e santa, che sono le tre fermate per conseguire la Dulia, ovvero culto che si rende ai Santi del Signore.

CAPITOLO VENTESIMOQUINTO.

LA FUGA.

                Tu vedrai che lo indugio, e la dimora
                Che si frappone alla vendetta, accresce
                Questa gran piaga, ch'è da sè mortale.
                               ARRENOPIA, tragedia antica.

Noi non sapremmo accertare l'amoroso lettore, che nulla curando il fastidio ci ha con tanta benevolenza seguitato fino a questo punto della storia nostra, se la Cronaca dalla quale ricaviamo le narrate avventure sia o no in parte manchevole, imperciocchè priva della numerazione delle pagine, non lascia modo a conoscere il difetto; vero è che omettendo di esporre come Carlo si partisse da Roma, quale strada tenesse, e quali ostacoli incontrasse, senz'altro badare, trascorre ai casi che avvennero dopo il memorabile passo del Garigliano eseguito dalla milizia francese; onde volendo noi dare un po' di supplemento a questo luogo, c'ingegneremo di raccontare alla meglio quanto accadesse in quel mezzo tempo. Coronato che fu a Roma nel giorno della Epifania il Conte di Provenza, rompendo gl'indugii si mise in cammino, sì per prevalersi di quel primo ardore dei suoi soldati, sì perchè, soprastando, non aveva danari per pagarli; e Papa Clemente, per molte cagioni, tra le quali non era ultima quella di non averne neppure egli, non poteva prestargliene. Le storie dei tempi non ci hanno conservato se Carlo operasse ciò che tutti i capitani a lui antecedenti e posteriori hanno fatto movendosi alla conquista del Regno, vale a dire dividere la sua gente in due schiere, mandandone una lungo il littorale, l'altra pe' luoghi più prossimi agli Appennini, con intenzione di riunirsi a Capua per marciare unitamente alla volta di Napoli; anzi e' pare che tenesse diverso consiglio, e repugnando dal partire lo esercito, pel cammino di Frosinone si accostasse intero al passo di Cepperano: forse temè incontrare troppo dura resistenza a Fondi e ad Itri, che occorrono costeggiando la marina, e considerò, che quando pure gli fosse venuto fatto di superare questi due passi, gli rimaneva il terzo, più arduo, del Volturno sotto Capua, il quale, per essere quivi il fiume grosso, e il ponte afforzato di antiche e di nuove torri, appariva inespugnabile. Trapassando la Campagna Romana, i popoli, non che gli contrastassero, gli davano all'opposto favore come a figlio prediletto, e a campione di Santa Chiesa. L'Arcivescovo di Cosenza, Bartolommeo Pignattello, veniva con esso lui in qualità di Legato apostolico, benedicendo chiunque si fosse aggiunto alla impresa contro Manfredi, e pronto a scomunicare coloro che avessero osato prenderne le parti: tanta era l'autorità della sua voce, che gli uomini del contado accorrevano per ogni lato volonterosi di farsi ammazzare in pro, come dicevano, della religione contro un eretico. Il Monte San Giovanni, che nel 1494 contese con tanto pericolo di Carlo VIII allo esercito di Francia, il fatale Angioino con allegrezza infinita accoglieva, e gli era largo di spontanei sussidii. Nè (poichè la fortuna non toglie mai a sollevare a mezzo i suoi diletti) i giorni, che, per essere all'entrare di febbraio, dovevano mostrarsi piovosi, cessavano di continuare sereni; il sole oltre ogni credere caloroso, pareva si compiacesse a rischiarare di limpidissima luce i passi del Destinato. Così il campo di Carlo, in sembianza di gente cui tarda essere aspettata a qualche gran festa, vide il quarto giorno del mese le sponde del Garigliano. Questo fiume principale di tutto il Regno di Napoli, che deriva la sua sorgente poco lungi dal lago Celano, trapassando per Sora bagna Cepperano, traversa Pontecorvo, e sbocca finalmente nel Mare Tirreno, formando un confine naturale tra la Campagna Romana e la Terra di Lavoro: dicono, correre le sue acque per lo spazio di ottantacinque miglia, e affermano potersi navigare per venticinque discosto dal mare; nondimeno a Cepperano e a Castelluccio non apparisce sì grosso che qualche volta non si possa guadare. Manfredi, che ben conosceva la importanza del passo, súbito dopo l'assemblea di Benevento vi mandò il Contestabile Rinaldo, Conte di Caserta, al quale aggiunse Giordano Lancia con molte compagnie di Pugliesi, perchè vi tenessero il fermo; schivassero venire alle mani; assaltati, si adoperassero di rituffare i nemici nel fiume. Conosceva lo Svevo, essergli lo indugio più efficace della vittoria medesima, e la impresa di Carlo doversi risolvere in fuga, dove non avesse potuto ingaggiare una presta battaglia, che mancava di danaro, primo e forse unico nervo della guerra: nessuna provvisione che si richiede da esperto capitano aveva ommesso; l'affidavano a bene sperare il luogo di leggieri assai difendevole, i sufficienti presidii affezionati al suo nome, per disciplina e per valore reputatissimi; la fedeltà dei Conti di Caserta e Lancia, che aveva loro preposto. Adesso riprende la Cronaca, e racconta, come la sera del quinto giorno di febbraio tornando Manfredi verso Benevento, dalla quale città era uscito per incontrare una masnada di soldati che dovevano mandargli di Puglia, si doleva per via della negligenza dei Governatori in ispedirli, e della lentezza dei condottieri in menarglieli, mostrandosi più che non si convenisse malinconoso, allorchè, levando gli occhi all'orizzonte, vide un nugolone nero che parandosi innanzi del sole prima che fosse tramontato, ne impediva la vista: qual fosse la relazione che in quel momento passava tra cotesta scena e i pensieri di Manfredi, noi non sapremmo; ma egli stava a considerarla con misteriosa calma, e con un meditare profondo, maggiore di quello che l'uomo in simili casi possa adoperare: gli estremi contorni della nuvola però splendevano di colore di sangue, e ne scaturivano alquanti raggi che spargendosi largamente per l'emisfero tingevano in vermiglio tutti gli oggetti che l'occhio giungeva a contemplare; d'ora in ora un buffo di vento scuoteva con violenza le fronde degli alberi, e percorreva la terra, cacciandosi innanzi turbini di polvere mossa, e paglie; il volo degli uccelli più e più sempre si abbassava, quasi presentissero che il cielo era per farsi turbinoso, ed annunziavano con voce inquieta soprastare la procella. Giordano d'Angalone, che cavalcava allato di Manfredi, avvisando di entrare nel pensiero del Re, favellava: Stasera il sole muore innanzi tempo.»

Manfredi, guardandolo accigliato, rispondeva: «Muore, ma brilla.»—E nel volgere che fece degli occhi, protendendogli giù per la valle esclamò: «Oh! perchè mai si affaccenda egli tanto? In verità mala nuova ne porta il corriero.»

I cortigiani che accompagnavano Manfredi diressero gli occhi al punto in cui mirava il signore, e stringendo le palpebre quanto meglio poterono, aguzzarono la vista: pur finalmente, stanchi di nulla discendere, parlarono insieme: «Salva vostra grazia, messer lo Re, voi avete preso errore….»

«Errore! Guardate là, là a mancina presso al dirupato del Diavolo,» ed accennava col dito «seguendo la direzione della cappella di Nostra Donna del Pianto,—non vedete un uomo che si affatica per guadagnare l'erta del monte?»

Si riprovarono più intenti di prima i cortigiani, e dopo replicati esperimenti risposero: «Noi non vediamo cosa al mondo.»

Tuttavolta, così comandando Manfredi, si rimasero su quella vetta, nè passò molto che incominciarono a scoprire una macchia bruna che parea distaccarsi dall'estremo orizzonte, e di mano in mano ingrandirsi approssimandosi; molto si maravigliarono del caso, e di animo concorde lo attribuirono a miracolo: e veramente, dice la Cronaca, ciò non fu senza volere di Dio, che, purificandogli le facoltà intellettuali e del corpo, anticipava all'anima travagliata lo spasimo della vicina sciagura, la qual cosa noi non sapremmo affermare; comecchè presso molte nazioni della terra vivesse, e forse anche viva la credenza, che il Destinato abbia il dono di profezia, e possa per alcuni segni degli occhi conoscersi colui che, prossimo a chiuderli per sempre, ha ricevuto, quasi in compenso della morte affrettata, la potenza di antivedere gli eventi. Ora si scorgeva manifesto il corriero: gli copriva la bocca una fascia, perchè nel celere corso l'aria non fosse impedita dall'entrare liberamente nel polmone; teneva fitti più che mezzi gli sproni nei fianchi del cavallo, o che distratto da altro pensiero non avvertisse che in quel modo gli dava la morte, o anzi che, calcolando per la fatica sofferta non potere più a lungo durare, volesse che quegli ultimi avanzi di vita si consumassero in isforzo disperato:—nefanda, non inusitata ferocia presso di noi, che ci diciamo immagini del Creatore! Anelava il povero animale in ispaventosa maniera, aveva il morso imbrattato di spuma sanguinosa, grondava sangue dal costato, da tutto il corpo sudore; pure trasvolava con una rabbia di corsa, per modo che a mala pena si potesse seguitare col guardo nei rapidi passaggi che faceva dall'ultimo globo di polvere nel nuovo che suscitava scalpitando; giunto circa quaranta passi alla distanza di Manfredi, stramazzò con lungo sdrucciolío, e abbandonando la testa stette immobile: il corriere, traendo le briglie, spronando più aspro che mai, s'ingegnava a rilevarlo;—fu opera perduta.—«Potevi aspettare a morire dopo altri quaranta passi!» mormorava il corriere smontando, e senza pure degnarlo d'uno sguardo s'incamminò pedone alla volta del Re; se gli inginocchia trafelato alla staffa, ma soverchiato dal travaglio cadeva boccone. Scese Manfredi, lo alzò affettuoso, lo pose a sedere, e di propria mano gli allentava la cintura, perchè meglio respirasse. Confortato il corriere di breve riposo, cominciava dolente: «O Re Manfredi, male nuove vi porto.»

«Già corre gran tempo, che non ne aspetto di buone.»—E così parlando Manfredi pose il gomito sopra la sella del suo destriere, e nella palma della mano lasciò declinare la testa.

«Grande sventura sono per narrarvi, mio Re.»

«E noi siamo apparecchiati ad ascoltarla: narrala.»

«I Provenzali hanno passato il Garigliano…»

«Che!—Tu te ne menti.»

«Così piacesse alla Santa Vergine, e a San Germano, che voi mi aveste giustamente mentito, chè io non vi chiamerei per questo in isteccato.»

«Perchè hanno combattuto? non avevano ordine di schivare la battaglia? Ecco, chi a adopra l'arme senza consiglio, le depone con danno… costoro mi sono debitori di questo sangue sparso…»

«O signor mio, che parlate di sangue? un vituperio eterno ha contaminato l'onore dei Baroni del Regno.»

«Come!»

«Carlo passò senza colpo ferire.»

«Dio!…»—proruppe con altissimo grido Manfredi, e il rimanente digrignò fra i denti, e alzò la testa, e così duro colpo sferrò su la groppa del destriero, che questo si mosse per fuggire: ma egli gli cacciò la destra dentro la criniera, e con forza convulsa lo costrinse a stare: quindi interrogò il corriere: «Dove è il Caserta?—dove andò il Lancia? Questa è la fede dei congiunti? Sopravvissero essi a tanto obbrobrio? Se sopravvissero…. io lascio loro, per pena, la vita.»

«Ahimè, Messere! che vi ha tradito il Caserta.»

«Chi?—Caserta? Hai tu nominato il Caserta? Perchè mi ha egli tradito? Che gli aveva io mai fatto? Non l'onorai? Non lo chiamai a parte del reggimento? Non lo costituiva, dopo me, primo nel Regno? Non lo anteposi ai miei stessi consorti? Rinaldo!—l'amico mio! Perchè? Ah!—qual baleno di rimembranza!—La Spina!—Il tempo ha ridotto in polvere anche le sue ossa, e non ha cancellato l'offesa?—Chi offende dimentica; ma lo ingiuriato cinge di cilicio la memoria, e mette su l'anima il peso della vendetta:—non è la vendetta la cancrena del cuore? Ho errato; misero il Re che offende; più misero colui che offende, e non uccide! Rinaldo ha fatto il debito suo: perchè noi mancammo al nostro;—mai si concede errare indarno a cui porta corona; noi ne paghiamo amarissima pena, ma pure dovuta. Dovevamo noi?… un Manfredi?… No, nol dovevamo; ma Dio a cui vuol male toglie il senno.» ¹

¹ Espressione sovente adoperata dal Cronista Villani nel racconto di queste avventure, Libro 7.

Queste parole non suonarono intere dalla bocca del Re, che la passione nol consentiva; gli si nascosero le pupille sotto le ciglia tese, un colore livido gli coperse la fronte, gli si gonfiarono i muscoli, tutta la fisonomia ne rimase scontraffatta in guisa, che i circostanti abbrividirono di terrore; si fece velo al sembiante con ambe le mani, e meditato che ebbe alcun tempo, le rimosse mostrandosi tranquillo.—Tranquillo! destava una sensazione simile a quella di colui che seduto sul lido del mare gode vedere il placido flutto leggermente commosso dalle danze del venticello vespertino, quando all'improvviso, trascorrendo con l'occhio innamorato, incontra legni sparsi e cadaveri, segno della sua ultima tempesta. Il corriero, che non aveva avuto più animo di muovere labbro, ricevuto espresso comando, riprendeva così: «La sera del giorno quarto di febbraio le nostre vedette tornando di tutta carriera, ci avvisavano stessimo all'erta, perchè cominciava a vedersi la vanguardia nemica: già non faceva mestieri di avviso, che il Conte Lancia vigilava incessante, e confortava i soldati con le parole e con l'esempio a bene operare: intanto apparve una schiera di Carlo, poi un'altra, e un'altra ancora; la notte c'impedì di scorgere la venuta delle susseguenti; per quello che ne apparve, prima e dopo che si fu partita la luce, non pensavano a dare battaglia. Era già passata la prima ronda, ed io me ne stava in guardia della tenda del mio signore, Conte Giordano, allorchè un uomo armato s'incamminò alla mia volta: tesi la balestra, e domandai:—Chi viva?—Viva Svevia,—rispose il Cavaliere,—va, sveglia il Conte Giordano, chè ho da parlargli.—Non vi ha mestieri svegliarmi,—rispose il mio signore,—affacciandosi all'apertura, perchè tristo è il vassallo che dorme quando il suo Re sta in pericolo; parlate, Contestabile, ch'io vi ascolto.—E venne fuori: e quivi al sereno, chè il cielo era placido, e non soffiava un alito, cominciava il Caserta:—Giordano mio, se voi, come non dubito, amate il vostro Re di quello amore che l'amo io, ho pensato che voi non impedirete un mio accorgimento pel quale di sicuro distruggeremo lo esercito del Provenzale.—Rispose il Lancia, lo aiuterebbe molto volentieri, nessuna cosa stargli più a cuore quanto la salute del Re, gli esponesse il trovato; per quanto era in lui, lo metterebbe in opera con infinita allegrezza.—Or bene, caro Giordano mio, soggiunse Rinaldo, voi sapete che non solo qui può guadarsi ii Garigliano, e quanto più si rimonta alla sorgente, tanto megli