Vae victis! This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at http://www.gutenberg.org/license. Title: Vae victis! Author: Annie Vivanti Release Date: December 09, 2011 [EBook #38259] Language: Italian Character set encoding: UTF-8 *** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK VAE VICTIS! *** Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net. This file was produced from images generously made available by The Internet Archive. ANNIE VIVANTI VAE VICTIS! ROMANZO SECONDA EDIZIONE MILANO _Dott._ RICCARDO QUINTIERI — _Editore_ CORSO VITT. EM., 26 ———— PROPRIETÀ RISERVATA per tutti i paesi compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda. _Copyright 1917 by A. Vivanti Chartres._ 10089 Premiata Tipografia AGRARIA — Milano, Via Agnello, 8 Novembre 1917 ———— I. La prima ad essere pronta fu Chérie. Si gettò sulle spalle il lungo accappatoio a righe e si chinò a sollevare Amour che le abbaiava alle calcagne rosee e si torceva per l’impazienza di uscire. «_Au revoir dans l’eau_», disse la fanciulla con allegro gesto di saluto alla piccola Mirella e a Frida, la governante tedesca. «Oh, Frida! _Vite, vite, dégrafez-moi!_» gridò Mirella volgendo le spalle alla giovane donna e indicandole con dito impaziente un gruppo di fettucce annodate che le pendevano dietro. «Parlate tedesco, l’ho già detto a tutt’e due. Oggi è il vostro giorno di tedesco,» ammonì Frida, sciogliendo con lentezza il groviglio di nodi, mentre Mirella pestava i piedi per l’impazienza. Indi ritta in sottana e copribusto davanti allo specchio la governante si tolse d’in cima al capo ciò che le ragazze chiamavano il suo «Wurst.» Nello specchio scorse Chérie che si avviava verso la porta, e la richiamò, severa: «Chérie! voi non andrete per la strada senza calze e senza cappello!» «Ma Frida, che storie! A Westende tutti vanno al bagno così.» E Chérie levò in aria la rosea gamba ben tornita sventolandola davanti ad Amour per farlo abbaiare. «Non importa come vanno gli altri. Voi non andrete così;» disse Frida Rothenstein, e spazzolò il suo bruno e lucido «Wurst» prima di appenderlo accuratamente alla cornice dello specchio. «Allora, cosa siamo venuti qui a fare?» disse Chérie imbronciata, lasciando cadere Amour e dandogli un piccolo calcio col piede nudo. Amour, offeso, si ritrasse sotto al letto. «Siamo venute qui», sentenziò con teutonica pesantezza Frida, «per godere delle salubri gioie del mare, e non già per esporre sulle pubbliche vie le nostre gambe denudate». Mirella diede in uno scoppio di riso, e a quel suono rassicurante Amour tornò fuori da sotto al letto e ricominciò ad abbaiare. Chérie stringendosi nelle spalle traversò la stanza e andò alla sedia dove aveva gettato in tutta fretta le sue vesti. «Se metto i sandali, mi pare che basterà.» «No, non basta. Sandali e calze», disse Frida. «E cappello», soggiunse, lanciando un’occhiata severa a quella leggiadra testa china, da cui pendevano in lunghi ondeggiamenti le chiome fulvo-dorate. Chérie si mise in fretta e furia le calze nere, occhieggiando ridente a Mirella; e nulla poteva esser più dolce a vedersi di quelle pupille rilucenti traverso il velo dei capelli sciolti. Eccola pronta; il largo cappello a pastorella calcato sui baldi riccioli, Amour stretto nuovamente sotto al braccio; e con un cenno di commiserazione a Mirella — fremente d’impazienza per dover aspettare Frida — ella corse giù per la stretta scala di legno di Villa Esther (_chez Madame Guillaume_) e fuori, col viso ridente rivolto al mare. La breve rue dei Moulins di Westende, per metà non ancora fiancheggiata da fabbricati, parte da un nuovo «hangar» per aeroplani e conduce alla larga passeggiata asfaltata che costeggia il mare. Chérie v’incontrò qualche altro bagnante. Alcuni uomini tornavano dalla spiaggia, in maglia rigata, nude le gambe abbronzate, con un asciugamano bagnato intorno al collo e i capelli umidi appiccicati sulle gote. Essi passarono accanto alla figuretta pittoresca nel succinto costume da bagno rosso, senza quasi guardarla; già, lungo tutta la spiaggia — da Nieuport, venti minuti verso Ovest, fino ad Ostenda, a mezz’ora verso Est — se ne vedevano a centinaia di questi graziosi tipi di scolaretta lanciati a volo sulle sabbie; mentre tutte le «figlie di gioia» da Bruxelles, Namur e Spa, aggiungevano la loro nota più acre e provocante all’azzurra gaiezza della scena estiva. Chérie, passando davanti al negozio di biciclette, salutò con un cenno della mano Cirillo Wibon, che inginocchiato davanti alla sua «pétrolette» da corsa, ne lavava il naso lucente colla tenerezza d’una nutrice e l’orgoglio di un padre. «Non scordate le due biciclette, alle undici, sulla spiaggia», gridò Chérie in fiammingo, e Cirillo sollevando rapidamente l’indice ai bruni capelli fè cenno d’aver inteso. Chérie proseguì quasi correndo traverso la larga passeggiata e scese a salti gli scalini che vanno alle sabbie, quelle vaste sabbie di Westende da cui si vede un orizzonte di tre quarti di cerchio, quelle sabbie che vanno a perdersi nelle tragiche dune deserte. Chérie si lasciò cadere dalle braccia Amour che, fatto un ruzzolone, si raddrizzò, scavò in fretta colle zampe posteriori una breve serie di buchi nella sabbia e poi si allontanò di trotto in cerca di certi suoi odiati nemici contro cui nutriva foschi e perpetui rancori: un levriere scarno e pretenzioso, un impertinente fox-terrier, e un vilissimo cagnolino nero, tremebondo, di cui i gusti e la storia non comportano indagini. Chérie s’inoltrò attraverso il mezzo chilometro di arena asciutta nella quale i suoi piedi affondavano ad ogni passo; giunta alla superficie liscia che la marea scendente lascia dura e levigata, tolse rapida accappatoio, cappello, sandali e calze; e a passetti brevi, in punta de’ piedi corse nell’acqua. Lesta e leggera traversò a piccoli salti le prime arricciature delle onde finchè l’acqua non le cinse i ginocchi, e la gonnellina rossa si gonfiò a pallone tutto intorno a lei. E corse avanti con piccoli brividi e grida di piacere, alzando le bianche braccia al di sopra della testa, mentre l’acqua saliva e l’accerchiava del suo fresco e forte abbraccio. Il sole gettava una rete di brillanti sul mare di raso celeste; e la fanciulla sentì improvvisa in sè come una cosa selvaggia e viva la gioia dell’esistenza. Congiunse in alto la punta delle dita, e si tuffò nelle scintillanti acque; indi ne emerse, ricacciando dalla fronte colla manina bagnata i bagnati capelli. E si spinse al largo, nuotando, verso il cerulo orizzonte, sognando di nuotare e nuotare così, per sempre, e andarsi a perdere nell’infinita azzurrità del mondo. Un aeroplano tornando da Blankenberghe a Nieuport passò con iroso ronzìo, e Chérie si volse e nuotò supina per vederlo meglio; lo salutò agitando il braccio ignudo e sgocciolante. Per un istante ebbe l’impressione che l’aeroplano facesse un tuffo e stesse quasi per caderle addosso; indi lo seguì collo sguardo, trattenendo il respiro, inquieta per la salvezza del pilota, finchè non si dileguò nella lontananza. Allora si rivolse e riprese a nuotare, guardando verso la spiaggia lontana, per vedere se appariva Mirella. Sì, sì! Ecco laggiù la stecchita siloetta di Frida, e accanto a lei l’ancor più stecchita siloetta di Mirella, di cui le esili gambette non avevano percorso che dieci brevi aprili. La sua chiara voce infantile trafisse l’aria. «Chéri-i-e! Chéri-i-e! Torna indietro! Vieni a prendermi!» E Chérie, con un sospiro, nuotò pianamente verso la spiaggia. Mirella le corse incontro, mandando a spruzzi l’acqua con molti strilli d’allegria, mentre Frida si fermò vicino alla riva dove l’acqua era alta pochi centimetri. Ivi compì una serie di riti igienici, bagnandosi prima la fronte, poi il petto, e poi ancora la fronte e finalmente sedendo solennemente nell’acqua il tempo di contare da uno a cento. Così, concluso il suo bagno, la governante tedesca — con molte raccomandazioni gridate a Chérie e Mirella che non l’ascoltavano — tornò a casa a vestirsi. Un’ora dopo ella apparve di nuovo sulla spiaggia, correttamente abbigliata nel suo _Reformkleid_, colla salsiccia di capelli asciutti riinstallata a sommo della testa ancora umida. Girando gli occhi intorno in cerca delle due fanciulle le vide stese immobili sulla sabbia, supine, ad occhi chiusi, sotto il sole cocente. Facevano finta d’essere morte; e davvero, pensò Frida nel guardarle così piccole e immote su quella immensità sabbiosa, parevano due poveri esseri affogati, due meschini brandelli d’umanità che il mare avesse rigettato sulla sponda. Prima ancora che arrivasse vicino a loro le passò d’accanto come una saetta Cirillo, il maestro di bicicletta — l’uomo-scimmia, come lo chiamavano le ragazze. Egli andava a tutta velocità — pedalando su di una macchina e guidando l’altra — verso quelle due piccole figure sdraiate. Esse, appena lo udirono, balzarono in piedi; e prima che Frida potesse arrivare a loro, Mirella era già issata su una vecchia bicicletta rugginosa, mentre Chérie — snella figuretta scarlatta, i capelli aurati al vento, le braccia e le gambe candide biancheggianti fuor del vestitino rosso — filava via, già lontana, sulla sabbia elastica e liscia. «Non approvo», ansò Frida correndo a fianco di Mirella, traballante sul suo ferravecchio mentre l’uomo-scimmia le trotterellava dietro reggendo il sellino, «non approvo questo andare in bicicletta in costume da bagno....» «Oh, Frida, smetti di sgridarmi, che mi fai cadere,» gridò Mirella, e infatti, dopo varie terrificanti oscillazioni, la bicicletta descrisse un rapido semicerchio, e corse giù nel mare. Mirella fu molto in collera con Frida e colla bicicletta, e coll’uomo-scimmia; questi, ridendo coi denti molto bianchi nella faccia molto nera, la rimise in sella. Frida si stancò presto di seguirli e andò a sedersi vicino ad una barca capovolta a leggere «_Der Trompeter von Säkkingen_». Säkkingen! Mentre gli occhi di Frida sfioravano le pagine nitidamente stampate e s’indugiavano sull’incisione d’un campanile e d’un ponte, l’anima sua ritornava alla piccola città lontana, sul Reno. Perchè Frida, come il famoso trombettiere dello Scheffel, era oriunda di Säkkingen; i suoi piedi, calzati di solide e quadre scarpe tedesche, avevano barcollato, trotterellato, corso, e passeggiato nelle diverse età di sua vita, su quel famoso ponte coperto; ella s’era affacciata, coi gomiti sul davanzale, a quelle piccole finestre infiorate, mandando i suoi sogni di fanciulla a navigare sulle acque sonnolenti del Reno. Era passata, tutte le mattine andando a scuola, davanti al monumento piccolo e tozzo di Victor von Scheffel; ed ogni sera tornando a casa aveva alzato gli occhi alle finestre chiuse di quella bianca casa accanto al ponte che era stata quella del poeta. Säkkingen — colle sue strade bianche e pulite, la sua Kaffee-Halle dipinta in bianco e celeste, le sue panetterie olezzanti di freschi _Kuchen_ e _Schnecken_.... Frida alzò gli occhi dal libro per gettare uno sguardo pieno d’ira e di rancore sulle danzanti acque del Mare del Nord, sulla piana e ridente spiaggia belga, sulle figurette lontane di Chérie e di Mirella, sull’uomo-scimmia, e perfino sullo scodinzolante Amour e i suoi compagni d’iniquità. Li odiava tutti. Sì, li odiava. Egoisti tutti quanti, volgari, frivoli, senza poesia nell’anima. In questo paese non c’era senso religioso; non c’era senso d’ordine; la cucina era pessima... Frida scosse amaramente il capo: «_Das Land das meine Sprache spricht...._», ella mormorò, nostalgica e sospirosa. Poi riprese il suo libro, e lesse le considerazioni che faceva Hidigeigei, gatto e filosofo, intorno alla primavera e all’amore: _Warum küssen sich die Menschen?_ _Warum meistens nur die Jungen?_ _Warum diese meist im Frühjahr?..._ *** Quella sera Mirella udendo il fischio del portalettere andò ad aprirgli. Egli le consegnò due lettere, e la bimba — nascondendone una dietro alla schiena — tornò nel salotto dove Frida e Chérie sedevano lavorando. Lesse ad alta voce, con esasperante lentezza, l’indirizzo dell’altra: «Mademoiselle — Chérie — Brandès — Villa — Esther....» «Dà qui, dà qui», esclamò Chérie, allungando la mano impaziente. «E’ di Lulù», disse Mirella, porgendo la lettera a Chérie e tenendo l’altra ancora nascosta dietro le spalle. «_Lulù!_ Che modo è questo di parlar di vostra madre!» rimbrottò Frida. «Ma se a lei piace!» rispose ridendo Mirella. «Del resto anche Chérie la chiama così.» «Chérie è sua cognata, non è sua figlia», sentenziò Frida; poi scorgendo d’un tratto l’altra lettera in mano a Mirella: «Per chi è quella lettera?» «_Hochwolgeborenes Fräulein Frida Rothenstein_», declamò Mirella; ma Frida era già balzata in piedi, e le strappò la lettera di mano. «Uh, che sgarbata!» fece Mirella. «E chi è che ti scrive? E’ la nostra carta da lettere; ma non è la scrittura di Lulù, e neppure di Papà. Chi è che ti scrive tutte quelle sciocchezze di hochwolgeboren sulla busta?» Nessuno rispose. Con occhi intenti Frida e Chérie leggevano le loro lettere. E Mirella continuò il suo monologo. «Scommetto che è di Fritz. Il domestico di Papà! Immaginiamoci! Una hochwolgeborene Signorina che riceve lettere da un servitore!» Frida non si degnò di rispondere; nè sollevò gli occhi dal foglio che teneva in mano; eppure — Mirella lo vedeva — non vi era che una riga di scritto. Quattro o cinque parole, nulla più. Ma Frida sedeva immobile, impietrita, come se quel breve messaggio l’avesse mutata in una statua di sasso. Ed ora Chérie, che aveva finito di leggere la sua lettera, sollevò il viso costernato. «Frida! Mirella!... Sapete che cosa accade? Dobbiamo tornare a casa domani.» «Domani?» gridò Mirella. «Ma cosa dici? Papà ha detto che dobbiamo star qui due mesi e non siamo arrivate che quattro giorni fa!» «Lo so. Ma la tua mamma scrive che si deve tornare subito a casa. Hai sentito, Frida?» Frida nè rispose, nè alzò gli occhi. «Ma perchè? perchè?» ripeteva Mirella quasi piangendo. «Ma dunque non lo sa Lulù che abbiamo fissato di festeggiar qui il tuo compleanno?... E che Lucilla e Jeannette e Cricri vengono tutte qui apposta?» «Lo sa, lo sa», rispose Chérie volgendo i suoi dolci occhi perplessi dal visino sconcertato di Mirella al volto impassibile di Frida. «Ma dice.... dice che sta per scoppiare la guerra.» «La guerra? Ebbene? E che cosa c’entra con noi la guerra?» esclamò Mirella risentita. «Oh, che rabbia, che rabbia! E dire che avevo imparato a nuotar tanto bene, toccando terra con un piede solo!» II. L’indomani il sole si alzò caldo ed iroso. Era il trenta di luglio. Alle dieci Frida aveva fatto tutti i bagagli. Amour, confortato da un osso, fu messo nella sua cesta da viaggio, dove stava assai pigiato; ma un po’ con carezze, un po’ con qualche schiaffo, il coperchio scricchiolante potè finalmente essere chiuso sopra il suo dorso tondo. Poi bisognò aspettare la carrozza, ordinata per telefono ad Ostenda fin dalla sera innanzi. Ma la carrozza non arrivava. Alle undici Chérie corse all’ufficio del telefono e parlò, con molta severità, alla Rimessa Boulant di Ostenda. «_Eh bien?_ Questa carrozza? L’abbiamo ordinata per le dieci. Viene si o no?» «Non viene», rispose una voce brusca. «Non viene?!» «Nossignora». Indi, in tono più sommesso, quasi confidenziale: «E’ stata requisita». «Cosa vuoi dire? Allora mandatene un’altra», disse Chérie. Ma Ostenda aveva tolto la comunicazione e Chérie se ne tornò mortificata e attonita a Villa Esther, dove Frida con aria fosca, e Mirella piagnucolante, l’aspettavano sedute sui bauli nella stretta anticamera di Madame Guillaume. «Non c’è carrozza», annunzio Chérie. «Non c’è carrozza?» esclamò Frida. «E perchè no?» chiese Mirella. «Ma... non so; ne hanno fatto qualche cosa....» rispose incerta Chérie. «Non ho capito bene. «E’ stata restituita.... o ripulita, o che so io». A mezzogiorno la buona Madame Guillaume trovò un facchino che caricò i bagagli su una carretta a mano e li trasportò alla stazione del tram di Westende. E il tram portò le viaggiatrici, e il bagaglio, e Amour nella sua cesta, ad Ostenda, dove un altro facchino con un’altra carretta a mano prese bagagli e cesta e li portò alla stazione ferroviaria. Videro subito che Ostenda aveva un aspetto strano e nuovo. Le strade erano affollate, ma non dalla solita folla di languide demi-mondaines ed oziosi viveurs. No; le strade erano piene di gente affaccendata, di soldati a piedi e a cavallo; automobili, motociclette, carri e furgoni ingombravano le vie; e dietro a questi venivano contadini conducendo a mano lunghe file di cavalli e di muli. Per la Rue Albert, con rapido passo di marcia, scendeva un drappello di Guardie Civiche, coi loro cappotti lunghi e l’incongruo cappello duro da borghese fermato sotto il mento dalla striscerella di cuoio. Gruppi d’ufficiali arrivati ad Ostenda pochi giorni prima per le gare internazionali di tennis, fermi all’angolo dell’Avenue Léopold, parlavano tra di loro sommessi e concitati. «Ma che cos’hanno tutti?», chiese Mirella mentre traversavano in fretta la Place St. Joseph e il ponte, seguendo l’uomo coi bagagli, che già spariva dentro all’affollata stazione. Quasi in risposta alla sua domanda, due strilloni passarono correndo e annunciando con grida assordanti: «_Supplément.... supplément de L’Indépendance.... Mobilisation générale..._» «Ma, Frida!... vi sarà davvero la guerra?» esclamò con ansia Chérie volgendosi a interrogare con occhi inquieti l’arcigno profilo della governante. «Probabilmente,» rispose Frida; «tra la Russia e la Germania». «Ah, lontano da noi!» rise la giovine Chérie con una scrollatina di spalle; e corse avanti a salvare il prezioso cestello scosso e dondolato dalle rudi mani del facchino. «Senti Amour, come piagnucola!» susurrò Mirella, mentre, pigiate dalla folla, aspettavano il loro turno davanti allo sportello dei biglietti. «Guai a lui! Non deve farsi sentire», ammonì Chérie. «Ufficialmente, è la nostra merenda». Allora Mirella battè ripetutamente sullo scricchiolante canestro il piccolo pugno inguantato, mormorando: «_Couche-toi, tais-toi, vilain scélérat!_» E la merenda ufficiale si ricompose nella sua cesta e tacque. Fu un viaggio indescrivibile. Il treno era stipato fino alla soffocazione; pareva che tutta la gente nel mondo volesse andare a Bruxelles; ogni cinque minuti il loro treno si fermava per lasciarne passare altri, più stipati ancora, che passavano come fulmini roboanti lanciati verso la capitale. «Non ho mai veduto tanti soldati» disse Mirella. «Non credevo ce ne fossero tanti nel mondo!» Frida Rothenstein ebbe un sorrisetto sprezzante cogli angoli della bocca rivolti in giù. «Nel mio paese ce n’è qualcuno di più!» osservò. «Come? In Germania?... Ma certo non saranno così belli!» gridò Mirella, sporgendosi dal finestrino a salutare col fazzoletto, come tanti altri facevano, una compagnia di lancieri che passava al galoppo — lance in resta e pennacchi ondeggianti — sulla strada polverosa costeggiante la ferrovia. Frida li degnò appena d’uno sguardo. «Dovreste vedere i nostri Ulani,» disse. «Chissà,» soggiunse, «che un giorno non li vediate davvero!» Ma le ragazze non l’ascoltavano. Finalmente si arrivava a Bruxelles. Il viaggio da Ostenda era durato cinque ore invece di due. E per più di un’ora dovettero restar là, ferme, nel treno immobile nella stazione di Bruxelles. «Di questo passo non arriveremo mai a Liegi; e tanto meno a Bomal», disse Chérie sgomenta, mentre uno dietro l’altro i treni carichi di soldati l’asciavano la stazione prima di loro, andando verso l’Est. Qui si sarebbe detto che tutta la gente al mondo volesse fuggire da Bruxelles per correre alla frontiera orientale. Ma tutto ha una fine. E venne anche il momento in cui il loro treno si mosse, e uscì ansante e sbuffante dalla Gare du Nord verso Louvain e Tirlemont. Era quasi buio quando arrivarono a Liegi; allorchè lasciarono la Gare Guillemain, la morbida notte estiva avvolgeva già tutta la vallata nei suoi drappi tenebrosi. La piccola Mirella s’addormentò, col visino smunto e sudicio di fuliggine poggiato al braccio di Frida. Anche Chérie sonnecchiava nel suo cantuccio, sognando l’azzurro mare di Westende; ma gli occhi di Frida erano aperti e fissi nel buio, mentre il treno entrava ed usciva rombando dalle gallerie e passava fragoroso sui ponti seguendo la curva nero-luminosa del fiume Ourthe. Là, dove l’Ourthe incontra il suo minor fratello, l’Aisne, il treno rallentò, fremette, ebbe un lungo sibilo, e si fermò. «Bomal», annunzio il conduttore. «Eccoci giunti; su, Mirella, svegliati!» gridò Chérie guardando un istante dal finestrino e poi volgendosi a calcare sulla testolina arruffata e assonnata di Mirella il largo cappello a rose, mentre Frida radunava in fretta i libri, le racchette da tennis e gli ombrellini. «Eccolo! Eccolo!» e Chérie agitò la mano dalla portiera a salutare un’alta figura maschile che percorreva con volto ansioso la piattaforma. «Claudio! Claudio! siamo qui!» Claudio Brandès, un bell’uomo, d’una quindicina d’anni più vecchio della sorella Chérie, corse ad aprire lo sportello con un’esclamazione di sollievo. «Ah, sia lodato Iddio, siete qui», disse, alzando Mirella tra le braccia come se fosse una bambina piccola e portandosela sulla spalla. «E così? State bene?... Avete tutto? Andiamo!» E si avviò lungo la piattaforma a passi così rapidi che Chérie e Frida stentavano a tenergli dietro. «Oh, Mademoiselle», diss’egli volgendosi a Frida, «se avete lo scontrino dei bagagli, datelo a Fritz». «Oui, Monsieur le Docteur,» rispose Frida fermandosi a frugare nella borsetta. Indi si volse e si guardò intorno in cerca del domestico, Fritz, ch’ella non aveva ancora scorto. Fritz Hollaender («Hollaender di nome e Hollaender di nazionalità», com’egli soleva dire di sè ogni volta che faceva una conoscenza nuova) uscì improvviso dall’ombra e le fu davanti. Le prese di mano il foglietto senza rispondere al timido saluto di lei; nè parve accorgersi dello sguardo interrogante ch’ella gli fissava in volto. Senza una parola girò sui tacchi, e la sua massiccia figura scomparve tosto nell’androne dei bagagli. La piccola comitiva era già all’uscita della stazione ed il treno con un ultimo fischio serpeggiava via nel buio, allorchè Mirella d’improvviso alzò la faccia dalla spalla di suo padre e diede uno strillo. «Amour! Abbiamo dimenticato Amour!» Era vero. Amour rattrappito e disgustato nel suo canestro della merenda se ne viaggiava nella notte verso il verde cuore delle Ardenne. Vi fu un istante di muto sgomento, seguìto da molti vicendevoli rimproveri. «In fin de’ conti, peggio per lui», disse Chérie che era stanca e aveva fame. «E’ colpa sua. Perchè non ha abbaiato? Sapeva perfettamente che si scendeva». «Ma se gli abbiamo insegnato noi», singhiozzò Mirella indignata «a far finta d’essere una cosa da mangiare, quando si viaggia!» «Via, via, Mirella, non piangere,» disse suo padre. «Telegraferemo alla stazione di Marche che lo fermino e ce lo rispediscano. Vedrai che domani ce lo vedremo ricomparire più seccante e scodinzolante che mai». E così fu fatto. Mentre attraversavano a piedi il silenzioso villaggio di Bomal, Chérie chiese a suo fratello: «Come mai Lulù non è venuta anche lei ad incontrarci? Potevi condurla nell’automobile». Suo fratello esitò un istante prima di rispondere. «Ho mandato via l’automobile», disse. «Mandata via?» esclamò Chérie. «Perchè?». «L’ho.... l’ho prestata a qualcuno», disse il dottor Brandès. «A chi?» chiese Mirella trotterellandogli accanto appesa al suo braccio. Egli ebbe un piccolo sorriso: «Al re,» rispose. «Oh, Dio!» disse Mirella, «che idea! Non era proprio un’automobile da prestare al re!... Ne avrà certo lui delle migliori!» «Ognuno dà quello che ha, in tempo di guerra,» disse suo padre. «Sei stanca, uccelletto mio? Vieni ti porterò in collo». E di nuovo la sollevò e la portò in braccio come una bambinetta. «Cos’è tutta questa tenerezza?» chiese Mirella, mettendogli il braccio intorno al collo e battendogli con la piccola mano sulle larghe spalle. «Cos’hai da essere così affettuoso?» Chérie si mise a ridere. «Ma non è sempre affettuoso?» chiese, e alzò verso il suo grande fratello uno sguardo pieno di adorazione. «Sì, sì, è affettuoso», rispose Mirella, col suo fare positivo. «Ma non così esageratamente». E risero tutt’e tre. Frida, che li seguiva nell’ombra portando i libri, le racchette e gli ombrellini, sentì di odiarli di più perchè ridevano. ———— Luisa Brandès — una sottile figura bianca nella bianca luce lunare — li aspettava, ritta sulla soglia di casa. Abbracciò Mirella e Chérie, salutò affettuosamente Frida; poi fece dare a tutte del latte caldo e dei biscotti e le mandò a letto. «Ma io voglio raccontare a Papà che a momenti so nuotare, e che quasi so andare in bicicletta,» protestò Mirella attaccandosi stretta alla mano di suo padre. «Glielo racconterai domani, tesoro mio», disse Luisa. «Sì, domani», disse Claudio. Ma il domani era nell’oscuro grembo degli Dei. La mattina seguente, quando Frida e le due fanciulle scesero di buon’ora per la colazione, furono stupefatte di vedere Luisa — ancora nell’abito bianco della sera innanzi — seduta, sul divano, colla faccia pallida e gli occhi rossi. Alle loro domande essa rispose tremula che Claudio era partito. Due ufficiali erano venuti a chiamarlo verso la mezzanotte.... gli avevano dato appena il tempo di fare la valigia e prendere la sua borsa d’istrumenti chirurgici — poi l’avevano condotto via in gran fretta. «Ma dove — dove è andato?» chiese Chérie. «Non lo so,» rispose sua cognata e gli occhi neri le si soffusero di pianto. «Parlavano di mandarlo... non so... a un’ambulanza da campo... o al Deposito Centrale....» «Cos’è il Deposito Centrale?» domandò Mirella. Ma poichè nessuno lo sapeva, nessuno rispose. A quel punto entrò Marietta, la cameriera, portando la colazione; e la seguiva sua madre, Maria, la cuoca. Tutt’e due avevano gli occhi rossi e appena interrogate si rimisero a piangere. Maria narrò che all’alba erano venuti i suoi due figli, Charles e Toinot, vestiti da soldato; avevano detto addio a lei ed a Marietta; il maggiore, Charles, che apparteneva al nono reggimento fanteria partiva per Stavelot; e Toinot, che non aveva ancora diciott’anni, s’era arruolato volontario e l’avrebbero mandato Dio sa dove. «Certo,» soggiunse Maria, mentre le fitte lacrime le rigavano la faccia travagliata, «non c’è ragione di piangere. Si sa che non c’è alcun pericolo per il nostro paese. Ma tuttavia vedere i propri figli che se ne vanno così... cantando la Brabançonne.... come se andassero a morire» — la voce le si ruppe in singhiozzi. «Certo, mia buona Maria,» fece eco Luisa, «non c’è ragione di piangere.» E piansero tutte quante, amaramente e a lungo. Anche Frida, colla faccia nel fazzoletto, singhiozzava — un po’ per fare come gli altri e un po’ perchè un profondo _Weltschmerz_ le commoveva il falso e sentimentale cuore tedesco. Dietro suggerimento di Mirella si misero finalmente a tavola, e prendendo il caffè si sentirono un po’ meglio. Visto che quasi tutti gli uomini di Bomal erano partiti o dovevano partire, fu un conforto per tutti il pensiero che Fritz Hollaender, il domestico confidenziale del dottore, essendo olandese, poteva rimanere. Certo Fritz non era una persona molto amabile; era anzi quasi sempre imbronciato e taciturno; ma, come fece osservare Luisa, appunto per questo si sentiva che era una persona di cui ci si poteva fidare. «Io» — disse la saggia Luisa, che aveva ventott’anni ed era una fervida ammiratrice di Georges Ohnet — «io mi fido sempre delle persone che parlano poco e vi guardano bene in faccia quando rivolgete loro la parola.» «A me Fritz non piace niente affatto,» dichiarò Mirella. «Trovo odiosa la forma della sua testa.» «Non dir sciocchezze.» osservò Chérie. «E detesto le sue orecchie,» soggiunse Mirella. Frida, che stava inzuppando un _croissant_ nel caffè, alzò il capo. «Egli ha le orecchie che Iddio gli ha date,» disse con le sottili labbra un po’ tremanti. Tutte la guardarono stupefatte, ed ella, facendosi di brace, abbassò il capo e rituffò il panino nella tazza. Dopo colazione Luisa andò a riposare per qualche ora; Frida disse che aveva da scrivere delle lettere, e si ritirò in camera sua; mentre le due fanciulle decisero di andare alla Maisonnette des Lilas a far visita alle loro amiche, Cecilia e Jeannette Dorè. Bisognava decidere insieme che cosa avrebbero fatto per festeggiare il compleanno di Chérie il giorno 4 agosto. Arrivate alla villetta di Madame Dorè, trovarono Cecilia e Jeannette affaccendate intorno al loro fratello Andrea, un biondo boy-scout di quattordici anni. Cecilia gli cuciva sulla manica della blusa di tela verde una striscia colle iniziali: _S. M._ «Che cosa vuoi dire _S. M._?» domandò Mirella. «Vuoi dire _Service Militaire_,» rispose con superbia Andrea. «Ma guarda un po’!» esclamò Mirella, «e dire che non hai ancora quindici anni!» Andrea si passò con aria distratta la mano nelle chiome. «Eh, già!» disse con fare di superiorità negligente, «poichè gli altri uomini se ne vanno tocca a noi di vegliare su di voi donne;» e degnò d’uno sguardo di benevola protezione la piccola Mirella che lo fissava estatica d’ammirazione. «Tieni fermo quei braccio,» disse Cecilia, «se non vuoi ch’io ti punga!» «Vostro padre dove è?» chiese Chérie. «E’ partito anche lui?» «Sicuro,» rispose Andrea. «Fa parte della Guardia Civica. L’hanno mandato alla Chaussée di Louvain, non lontano da Bruxelles.» «Che confusione! che agitazione!» esclamò Jeannette, saltarellando per la stanza. «Ma noi,» chiese Mirella — «contro chi combattiamo?» «Non si sa ancora,» sentenziò Andrea. «Forse contro i francesi; forse contro i tedeschi.» «E forse contro nessuno,» concluse Cecilia tagliando coi denti il filo, e spianando colla mano il bracciale ben cucito sulla manica del fratello. «Eh, sì, probabilmente contro nessuno,» fece eco Andrea, non senza un poco di rammarico nella voce. «Già, nessuno oserà mai invadere il nostro paese.» «Andiamo in giardino!» disse Jeannette. ———— Tale era l’anima del Belgio alla vigilia dello spaventevole suo fato. Senza dubbio, in alti lochi — nella Place Royale e nel Palais de la Nation — vi era chi vegliava in preda a febbrile angoscia, paventando e prevedendo l’immane calamità; ma per tutto il resto del paese non vi era che una certa irrequietezza quasi baldanzosa, un senso d’aspettazione risoluta. Nessuno dubitava che i sacrosanti diritti della nazione non verrebbero rispettati; ciò nonostante — si diceva — non era un male l’essere preparati a tutto. E il paese si mobilizzava e s’armava. Ma non v’era in quella dolce sera d’estate alcun serio allarme nei cuori; nessuno — dall’ultimo angolo del Lussemburgo, fino al più remoto casolare delle Fiandre — mirando tramontare quell’ultimo sole del luglio 1914 sui placidi campi di grano sognava che già nel crepuscolo stava a falce alzata la Morte, che già sulla soglia le nordiche belve appiattate e pronte al balzo fremevano, fiutando sangue.... Nessuno, nessuno sognava che di lì a quattro giorni su quelle ridenti vallate delle Ardenne l’orda delle jene germaniche sarebbe passata nel suo delirio di furore, nella sua frenesia di strage. .... Oh, ridenti vallate delle Ardenne!... *** Così, mentre nel villaggetto di Bomal, Chérie e Cecilia, Jeannette e Mirella correvano pel giardino soleggiato, a un lontano balcone di Berlino si affacciava in quell’ora stessa un uomo dalla barba grigia. Ai suoi piedi ondeggiava una folla convulsa e tumultuosa. Parlava, parlava l’uomo dalla barba grigia. E prometteva sangue alle jene. ... Così, mentre le quattro soavi fanciulle progettavano sorridenti la festa che avrebbero fatta il quattro d’agosto, da quel balcone sulla Wilhelmstrasse veniva pronunciata la sentenza che determinava il loro fato e il fato dell’Europa. «... Inviteremo Lucilla, Cricri e Verbena,» diceva Chérie. «Distruggeremo quanti si porranno sulla nostra via!» gridava l’uomo sul balcone. «... Faremo musica,» diceva Jeannette. «Abbatteremo su loro il nostro pugno di ferro,» diceva l’uomo sul balcone. «... E balleremo,» rise Mirella. «E il nostro calcagno ferrato li schiaccerà,» disse Von Bethmann Holweg. ———— E le Jene Grigie ulularono. III. _Dal diario di Chérie._ Oggi è il primo d’agosto. Fra tre giorni avrò diciott’anni. A diciotto anni, dice Luisa, si è una vera signorina. Non si portano più le treccie per le spalle; anzi, io mi pettinerò come Cecilia: tutti i capelli raccolti in cima al capo con un grande pettine spagnuolo! A diciott’anni si può anche portare dei gioielli, quando se ne hanno; e si può mettersi del profumo, e pensare: chi mai amerò?.... Cecilia mi dice che stamattina ha veduto passare Florian Audet. Era a cavallo, alla testa del suo squadrone di Lancieri. Ritto in sella, così bello e severo, pareva Lohengrin, dice lei. Forse quest’anno, con tutto questo trambusto di manovre e di mobilitazione, egli non si ricorderà della mia festa.... Chissà? Oggi fa molto caldo. Non abbiamo alcuna notizia di Amour. Povero Amour! Che cosa gli sarà accaduto? Siamo molto rattristate pensando alla sua sorte; e stanotte Mirella è venuta in camera mia a dirmi che non poteva dormire per il pensiero di certi schiaffi che gli aveva dato quando non se li meritava. ———— _Più tardi._ — Claudio scrive che il suo reggimento ha ricevuto l’ordine di recarsi a Mons. Dice che è possibile — ma non probabile — una invasione del nostro paese. Ci raccomanda, qualsiasi cosa accada, di essere molto calme e coraggiose. All’idea di dover essere calme e coraggiose ci siamo talmente spaventate che non sappiamo più dove dar della testa. Ogni qual volta il campanello suona, ci figuriamo che è il nemico che arriva, e ci mettiamo tutte a strillare. (Sentenza da ricordarsi: Non dire mai a nessuno di aver coraggio perchè questo mette paura). ———— _2 Agosto._ — Altra giornata torrida. Ah, se si fosse a Westende! Com’era bello laggiù quando si andava in bicicletta sulla sabbia nel vestito da bagno. Un giorno, ricordo, io arrivai fino all’Yser. L’Yser è un grazioso canale azzurro che separa Westende da Nieuport; sulla sponda del canale sta un uomo con una barca che vi traghetta a Nieuport per dieci centesimi. (Veramente io quel giorno non volevo affatto andare a Nieuport, poichè ero vestita da bagno. D’altronde, non avendo tasche, non avevo neppure i dieci centesimi). Mi pare di non scrivere delle cose di grande importanza in questo mio diario. Me lo ha regalato mio fratello Claudio dicendomi che non lo riempissi di futili sciocchezze. Ma cosa scriverci? Qui, di fatti importanti non ne accadono mai. Non vi è nessuna notizia di Amour. La Germania ha dichiarato la guerra alla Russia. (Ecco, questo sarebbe un fatto importante, ma mi pare più una notizia da giornali che una cosa da mettere nel mio diario.) Lulù afferma che la Germania ha tutti i torti, ma noi, essendo neutrali, non dobbiamo dirlo. ———— _Più tardi._ — Questo pomeriggio — essendo oggi domenica — andremo a fare una gita. Si va con Frida a Roche-à-Frêne a girovagare tra le rocce. Verrà forse anche Lulù; e Fritz ci seguirà con un cesto di sandwich, latte e frutta. E’ stata Mirella a suggerirlo. Ha detto stamattina a colazione: «Mammà! Adesso mi pare che siamo stati tristi abbastanza. Abbiamo pianto e strillato tutto ieri e ier l’altro. Oggi si potrebbe andare in escursione a Roche-à-Frêne.» Mirella è intelligentissima; e sarebbe anche bella. Peccato che abbia i capelli che non si arricciano. ———— _Sera, tardi._ — Siccome niente d’importante è avvenuto quest’oggi — eccettuata una sola cosa — descriverò in questo diario la nostra escursione. (Dirò subito la cosa importante: abbiamo veduto Florian e mi ha promesso di venire senza fallo a trovarci il giorno della mia festa.) Ora dunque parliamo della gita. Eravamo quasi allegre dopo essere state così tristi e spaventate in questi giorni passati a causa della guerra. Anche Lulù disse che era difficile pensare ad avvenimenti spaventosi con un sole così gaio e un cielo così bleu. Frida per tutta la strada fu arcigna e silenziosa, e continuamente rallentava il passo per stare dietro a noi e vicino a Fritz. A proposito: Lulù ci disse che se il contegno della Germania non fosse corretto tutti i tedeschi sarebbero espulsi dal Belgio. Questo vorrebbe dire che anche Frida se ne andrebbe. Se così fosse non ce ne dispereremmo. Essa è assai cambiata da qualche tempo in qua. Non risponde quando le si parla; quando scherziamo e ridiamo tra noi, essa ci guarda fisso coi suoi occhi tondi e vitrei, che sembrano, dice Mirella, quelli di un gatto randagio nella notte. «Guarda Frida che fa il gatto crepuscolare,» dice Mirella ad ogni istante. Questa similitudine di Mirella mi dà l’idea che Frida possa essere innamorata, poichè ho sentito dire che è l’amore che rende così strani e pazzeschi i gatti nella notte. Sarebbe assai romantico e interessante se scoprissimo che Frida è innamorata! Se non fosse che Fritz è un semplice servitore — mentre Frida è una damigella di compagnia — direi quasi ch’ella potrebbe essere innamorata di lui. Egli però non la guarda mai se non con un cipiglio da far paura. A proposito di Fritz, oggi durante l’escursione lo vidi fare una cosa molto strana. Ci eravamo scostati dalla strada e si camminava tra le roccie, quando a un dato punto scoprimmo una fonte d’acqua chiarissima, quasi nascosta tra cespugli e felci. Mentre le altre proseguivano, io ero rimasta indietro e mi arrampicavo a cercare del capelvenere; vedevo da lontano Fritz che aveva lasciato anche lui la strada e veniva lentamente dietro a noi. Appena egli scorse la fonte montanina vidi che si fermò di botto, chinandosi a guardar l’acqua. Indi si tolse rapidamente di tasca un taccuino, ne strappò un foglio e guardatosi attorno come se temesse d’essere veduto, vi scribacchiò qualche cosa. Poi tornò indietro frettoloso. Giunto al punto dove avevamo abbandonato la strada vidi che fissava il foglietto bianco sul tronco di un albero. Mi venne in mente che potesse essere un messaggio amoroso.... forse per Frida. E appena egli fu ripassato scivolai giù per le rocce e corsi a guardare. Sul foglio erano scritte due sole parole: «_Trinkwasser — rechts._» Trovai la cosa molto strana. Non avevo mai pensato che Fritz sapesse il tedesco. Fantasticando ripresi il cammino e quando raggiunsi Fritz stavo per domandargli il significato di quel foglietto; ma appena egli mi vide parve così sorpreso e incollerito che non osai parlargli. Più tardi seguendo un sentiero nei boschi trovammo appiccicato su una roccia un altro foglietto di carta. Vi stava scritto: «_Trinkwasser. — links._» Allora raccontai a Lulù ciò che avevo visto ed essa andò difilata a Fritz a chiedergliene la spiegazione. Fritz rispose che l’aveva fatto per Frida; tanto perch’ella sapesse dove trovare dell’acqua da bere. «Frida è un’anima assetata,» soggiunse ridendo e mostrando una quantità di piccoli denti da coniglio. Credo che sia la prima volta che vedo ridere Fritz in tutto questo tempo che è con noi. Confesso che non è molto bello quando ride. Ma — come ha detto Frida delle sue orecchie — egli ha il sorriso che gli ha dato Iddio. La gita a Roche-à-Frêne è grandiosa e fantastica. Dopo la nostra merenda restammo sdraiate sull’erba a guardare il cielo. Io forse sonnecchiai un pochino perchè tutt’a un tratto mi parve di essere a Westende quel giorno che l’aeroplano mi passò sopra mentre nuotavo.... Udii l’aspro ronzio del motore, ma stavolta m’impressionò lo strepito, ch’era straordinario; certo non ho mai udito un motore così rumoroso. Aprii gli occhi e vidi l’aeroplano proprio sopra di noi. Volava ad una grande altezza e aveva una strana apparenza d’insetto. Sembrava uno scarabeo. Era tutto bianco, con una larga striscia di celeste vivo sotto ogni ala. Notai anche che le ali avevano una forma curiosa; non erano diritte come quelle di tutti gli aeroplani che ho veduto, bensì si curvavano all’indietro come le ali degli uccelli. Tutti guardavano in su e Mirella esclamò: «Com’è bello! pare uno scarabeo bianco! E vedete quelle striscie azzurre sotto le ali?...» Allora accadde una cosa straordinaria. Fritz che stava seduto un po’ discosto da noi leggendo un giornale, scattò in piedi. Egli è miope e, nel balzo che fece, gli occhiali gli caddero dal naso sull’erba. Allora si pose a gridare come un forsennato: «I miei occhiali, i miei occhiali!» E pestava i piedi; pareva impazzito. Per colmo, ecco Frida che si precipita a cercarglieli come se fosse la sua serva. Fritz gridava ancora: «Come ha detto — come ha detto? Uno scarabeo bianco?... con striscie azzurre sotto l’ali?...» e Frida guardando in su diceva: «_Ja! ja! ja!_» Parevano due pazzi. L’aeroplano passò ronzando e sparve. Lulù s’era levata in piedi; era pallidissima. Subito dispose che tornassimo a casa; e per tutta la strada non aprì bocca. Fu mentre attraversavamo Luzaine che c’imbattemmo in Florian. Era a cavallo e ricordai che Cecilia lo aveva paragonato a Lohengrin. Io trovai che somigliava forse più a Carlo il Temerario o a Cid el Campeador. Egli c’informò che il suo reggimento era accampato sulle sponde della Mosa in attesa d’ordini. S’aspettava da un istante all’altro d’essere mandato alla frontiera. Mentre egli ci narrava questo, il suo cavallo — un sauro magnifico — s’impennava e indietreggiava capriolando con passo di danza, come un cavallo da circo. Lui stava in sella, ritto e immobile, e mi sorrideva col sole negli occhi. Mi promise, che, se non lo mandavano al fronte, sarebbe venuto senza fallo il giorno 4 a farmi gli auguri. Anche se non gli concedevano che un’ora sola di congedo. Gli ricordai che infatti egli non aveva mai mancato di venire a trovarmi in quel giorno; fin dal primissimo anno che arrivai in casa di mio fratello Claudio. Ricordo perfettamente quel primo compleanno. Compivo — in quel lontano 4 di agosto — gli otto anni, e avevo perduto un mese prima il papà e la mamma a Namur. Lulù mi dice ancor oggi che in quell’epoca ero una piccola selvaggia, scontrosa e tremante nei miei vestitini da lutto; piangevo sempre e avevo paura di tutto e di tutti. Ebbene, in quel giorno del mio ottavo compleanno, poichè non facevo che piangere e singhiozzare, mio fratello Claudio ebbe l’idea di mandare a prendere Florian, ch’è suo figlioccio, pregandolo di provarsi a fare amicizia con me. Ricordo, come oggi, Florian al suo entrare in questa camera — proprio qui, in questa camera d’ingresso dove ora sto scrivendo. — Mi par di rivederlo, un ragazzo quattordicenne, alto, coi capelli ricci e gli occhi di un azzurro d’acciaio; mi sembra che assomigliasse un poco ad Andrea; ma più in bello! Era ciò che Lulù chiama: «un petit type très-crâne.» «Bonjour,» mi diss’egli nella sua voce chiara e risoluta. «Io mi chiamo Florian. Detesto le ragazze.» Mi parve strano che mi dicesse questo, e smisi di piangere per dare in una risatina. «Già,» continuò Florian guardandomi con aria di disapprovazione, «le ragazze — o stanno sempre a piagnucolare, o allora ridono come tante oche.» Io cessai subito di ridere; e smisi poi anche di piagnucolare per non essere detestata da Florian. .... Questi ricordi mi passavano per la mente oggi mentre lo guardavo; egli si chinava verso Luisa e le parlava a bassa voce, mentre il suo cavallo continuava a fare il _passage_, roteando e capriolando da una parte all’altra della strada. Sì, egli somigliava davvero a un Charles le Téméraire molto giovane; od anche a quel cavaliere della leggenda che andò a svegliare la «Belle au Bois dormant»... ———— _3 Agosto._ — Siamo molto felici! Abbiamo saputo che Amour è salvo. Si trova in custodia del capo-stazione di Marche, e il nostro piccolo amico Andrea andrà domattina prestissimo a prenderlo. Andrea ci fa osservare che l’andare a cercare i cani smarriti non è precisamente un servizio militare; ma soggiunge che è dovere di ragazzo esploratore il soddisfare i desideri d’ogni dama che richieda il suo aiuto. Quindi anche il rintracciare le loro bestie favorite non è cosa indegna di un boy-scout. Ha anzi soggiunto che per questa impresa porterà i colori di Mirella; ed essa, molto lusingata, gli ha legato intorno al braccio il nastro rosa un po’ sgualcito che porta in fondo alla treccia. Abbiamo invitate Lucilla, Jeannette, Cecilia e Cricri a venire da noi domani sera. Non sarà una vera festa come l’anno scorso perchè tutto è antipatico e disagevole a cagione dei tedeschi che si comportano così male. Per quanto neutrali si sia, non si può a meno d’essere disgustati di loro. Credo che anche Frida si vergognasse oggi a tavola, quando Lulù lesse ad alta voce ciò che la Germania ha osato di fare. Figurarsi che i tedeschi si sono permessi di mandare una nota al nostro re proponendo — nientemeno! — ch’egli li lasciasse passare attraverso al nostro paese per arrivare alla Francia! Che insolenza! Naturalmente il re ha risposto: — No! — Siamo tutti usciti questo pomeriggio per recarci al piazzale della chiesa ad acclamare il nostro adorato sovrano. E’ venuto Andrea a dirci che tutta Bomal vi accorreva; difatti è stata una bellissima dimostrazione. Eravamo tutti entusiasti. Il Borgomastro fece un gran discorso, poi cantammo la Brabançonne; ed infine Monsieur le Curé invocò la benedizione del cielo sul nostro paese e sul nostro re. Tutti sventolavano i fazzoletti e c’era anche chi piangeva. Era accorso tutto il paese — non mancava nessuno. Solo Frida non volle venire con noi; si tappò in casa vergognandosi, certo, di essere tedesca. C’era anche Fritz; anzi Marietta osservò ch’egli era veramente l’unico giovinetto rimasto in Bomal. E’ vero. Tutti gli altri o sono stati chiamati al servizio militare o sono partiti volontari. La piazza oggi era gremita di ragazze, di bambini e di gente molto vecchia. Confesso che mi fa piacere il fatto che Fritz appartenga a noi. Avere un uomo in casa — come diceva bene l’altro giorno Lulù — vi dà un certo senso di sicurezza. Gliene riparlai oggi mentre tornavamo a casa; ma Lulù scosse nervosamente il capo. Pareva agitata e inquieta. «Ma Chérie!» disse stringendomi convulsamente il braccio, «non ti sei accorta come Fritz è cambiato? Dacchè Claudio è partito egli non si comporta più da domestico; non viene mai a chiedere i miei ordini; e ier l’altro a Roche-à-Frêne pareva un pazzo. — E pareva pazza anche Frida,» continuò Lulù, guardandosi attorno con gli occhi spauriti. «Non so, non so... vorrei che Claudio tornasse!» E’ un fatto che c’è qualche cosa di strano nel contegno di Fritz. Questa sera, per esempio, quando ci portò il giornale rimase lì a guardarci mentre l’aprivamo. Aveva un fare insolente e le mani in tasca. Io lessi forte dal giornale: «_I tedeschi entrano nel granducato di Lussemburgo e s’impossessano delle linee ferroviarie..._» All’esclamazione costernata di Lulù alzai gli occhi, e allora scorsi Fritz che ci fissava con un risolino strano. Sotto ai nostri sguardi stupiti egli si tolse le mani di tasca; ma continuò a guardarci fisso. «Questa è una notizia spaventosa,» mormorò Lulù. Fritz disse: «Sissignora,» e aveva sempre sul volto quel suo strano sorriso di coniglio. Vi fu un istante di silenzio: poi Lulù sospirò tra sè e sè: «Chi l’avrebbe mai detto?... Dieci giorni fa nessuno pensava alla guerra...» «Oh!» fece Fritz. «La signora si sbaglia. C’era — c’era chi ci pensava.» «Da dieci giorni...» balbettò Lulù. «No. _Da dieci anni!_» rispose Fritz, con un sinistro balenìo negli occhi. Seguì un nuovo silenzio. Indi Lulù domandò con voce-un po’ tremante: «Vi disse qualche cosa il padrone l’altra notte quando l’accompagnaste alla stazione?... Lo lasciaste nel treno, non è vero?» «Sissignora,» rispose Fritz, secco. «E che cosa vi disse?» ridomandò Luisa. Fritz attese un gran pezzo prima di rispondere. Poi crollò le spalle. «Ne disse tante di cose.» «Ditemele!» ordinò Luisa. «Ripetetemi le sue precise parole.» Fritz si rimise le mani in tasca e si appoggiò in atteggiamento insolente allo stipite della porta. «Mi disse: — Fritz, tu sei un servitore devoto e fedele! —» Ancora gli balenò sul volto quello strano sorriso. «Già...» mormorò Luisa impallidendo un poco. «Mi disse: « — Lascio qui tutto ciò che ho di più caro — mia moglie, mia figlia, mia sorella....» «Sì...» ansò Luisa. «Mi disse» — e Fritz alzò la voce — «difendile, Fritz, se vengono _quelle belve_. — Già. Ha proprio detto così: _quelle belve!_ — Quelle belve!» egli ripetè forte e pareva volesse fulminarci cogli occhi. Lulù divenne bianca come un lino, ed anch’io mi sentii venir freddo. In quel mentre era entrata saltarellando la piccola Mirella, e udì le ultime parole di Fritz. «Ma di che belve parlate?» chiese lei, un poco impressionata. Fritz si rivolse alla piccina e la fissò con uno sguardo terribile. «Di belve feroci!» disse lui. «Belve tedesche!... E ne sentirete le zanne!» Poi girò sui tacchi e se ne andò, lasciandoci esterrefatte e mute. ———— Che cosa significa tutto ciò? Lulù ha scritto una lunga lettera a Claudio. Ma gli giungerà? E se pur gli giunge, potrà egli ritornare a noi? IV. _Dal diario di Mirella._ Questo è un giorno importante: il quattro agosto — giorno di nascita di Chérie. Lulù le ha regalato un orologio d’oro e una sciarpa di seta lunga lunga color cielo. Io le ho regalato una scatola di cioccolatini, quasi piena. Anche una testa di clown dipinta su un pezzo di gomma; è una faccia molto comica che se si preme di qua o di là fa delle boccacce e delle smorfie. Le ho anche regalato il mio salvadanaio vuoto, un po’ rotto. Ma abbastanza bello. E’ foggiato ad elefante, e ciondola la testa quando vi si mette dentro del denaro, e poi seguita a ciondolarla per un pezzo come se ne domandasse ancora. Cecilia e Jeannette hanno mandato delle rose; Lucilla e Cricri una scatola di fondants; Verveine Mellor, da cui non ci si aspettava nulla, mandò un parasole rosso. Veramente non avevamo invitato Verveine per questa sera perchè abita così lontano, quasi fuori del paese; ma visto il parasole, la inviteremo. C’è mancato poco che mammà non lasciasse venire nessuno, tanto essa e Chérie si tormentano all’idea dei tedeschi; ma io ho pianto — e so che detestano di vedermi piangere — allora la mamma ha finito col dire che, dopo tutto, lasciar venire quelle cinque ragazze che vediamo tutti i giorni non era poi un ricevimento. Dunque verranno; ed io metterò il mio vestito rosa. Il grande avvenimento di quest’oggi è stato l’arrivo di Amour nel suo cesto con quattordici franchi da pagare. Siamo molto contente di riaverlo; Chérie ha detto ch’era quasi come se le avessero regalato un cane nuovo per la sua festa. L’unica contrarietà riguardo ad Amour è che ha preso subito tra i denti la faccia di gomma dipinta che io aveva regalata a Chérie e non c’è stato verso di fargliela lasciare. E’ scappato via e si è nascosto per rosicchiarla in pace. Difatti, quando l’abbiamo poi ritrovata sotto al letto, tutti i colori erano stati leccati via e non era più che un pezzo di gomma informe. Chérie mi assicura che le piace lo stesso, e Marietta dice che può servire molto bene come gomma da cancellare. Marietta e Maria oggi se ne vanno; dicono che hanno paura a star qui. Si portano via poca roba e vanno a Liegi, dove si sentiranno più al sicuro. Maria ha raccomandato che andassimo via anche noi, e mammà ha detto che se le cose arrivassero a quel punto, certamente ce ne andremmo. Mammà ha pianto due o tre volte oggi. E Frida fa finta di essere ammalata e s’è chiusa in camera sua. Da iersera non abbiamo più visto Fritz. Insomma, tutto è molto spaventoso e interessante. A pranzo dovremo servirci da noi e non ci sarà gran che da mangiare perchè nessuno ha fatto la cucina; ma non importa poichè vi sono molte paste e dolci preparati per la festa di questa sera. Anche delle tartine al foie-gras. Tutto è bene accomodato con fiori su una lunga tavola. Da bere avremo aranciata e granatina. Dovevano esserci anche i gelati, ma il pasticciere è andato a fare il soldato avant’ieri e sua moglie dice che ha troppi fastidi e troppi bambini per stare a fare i gelati. Essa ci raccontò che suo marito con tanti altri soldati stavano scavando dei fossi tutto intorno al Belgio per impedire ai tedeschi di entrare. Adesso vado a vestirmi. Chérie si fa molto bella. Mette il suo vestito di velo bianco come una sposa. Si fa anche una pettinatura nuova, tutta a girigoggoli che pare una torta — quella torta col rhum che Frida chiama «Kugelhopf.» Mammà ha promesso di farsi bella anche lei. Ha anche promesso che fino a domani non penserà più alla guerra nè ai tedeschi per non guastarci la serata, perchè — come le ha fatto osservare Chérie — non si compiono i diciotto anni che una sola volta nella vita! Adesso che ci penso, anche gli undici non si compiono che una sola volta nella vita. Mi ricorderò di dirlo anch’io il giorno del mio compleanno; ho visto che mammà se ne è molto commossa.... ———— Così scriveva Mirella seduta al tavolo in sala da pranzo; e il suo atteggiamento — dalla testa molto inclinata sull’omero, alla punta della lingua sporgente e moventesi lentamente da un angolo all’altro della sua piccola bocca socchiusa — dinotava accuratezza e diligenza. Dietro a lei la porta s’aprì senza grande strepito e Fritz s’affacciò per un istante. Guardò intorno, poi richiuse la porta e stette in ascolto sul pianerottolo; si udivano indistintamente dalla camera da letto le voci sommesse di Luisa e Chérie. Fritz salì rapido al secondo piano e girò la maniglia della stanza di Frida. Era chiusa a chiave. «Apri la porta,» comandò. Frida obbedì. Non era la prima volta ch’essa apriva la sua porta a Fritz. «Come parli forte,» susurrò ella in tono di rimprovero; e richiuse a chiave l’uscio. «Forse ti avranno udito.» «E quand’anche?» disse Fritz. «Udranno ben altro.» Sedette ed accese una sigaretta. «Ah, ecco! Da due anni faccio il servitore qui. Da domani in poi diventerò il padrone.» «Da domani!» balbettò Frida impressionata. «Ma che cosa dici?» «Dico che ci siamo! Ci siamo finalmente!» esclamò Fritz, e il suo sguardo si levò lucido e feroce, verso la finestra aperta al cielo d’occaso. Già da tempo il sole tondo e rosso — il gran sole d’agosto — era tramontato, ma il giorno s’indugiava ancora come se gli dolesse di finire. Là dove il cielo era più chiaro esso portava nel seno la falciuola scolorita della luna nuova, come una pallida ferita per la quale il giorno dovesse morire. «Ci siamo, ci siamo!» ripetè Fritz. «E tu tienti pronta alla partenza.» ———— In quel giorno stesso l’uragano s’era già scatenato sull’Europa. Le Jene Grigie si riversavano sul Belgio dal Sud-Est. A Dohain, a Francorchamps, a Stavelot l’orda cenerognola s’avanzava inesorabile, onda su onda, spargendo intorno la violenza e la morte. Ma i cannoni non parlavano ancora. Nel villaggetto di Bomal, discosto appena una ventina di miglia, nulla se ne sapeva; e Luisa appuntando una rosa nelle treccie lucenti di Chérie diceva: «Domani penseremo alla guerra.» Chérie la baciò e rise. Rise, ma con gli occhi un poco pensierosi, mentre mirava nello specchio la sua graziosa imagine. Poichè la giornata, di un azzurro insolente, svaniva in una serata d’azzurro tenue — e Florian Audet non aveva ancora mantenuto la sua promessa. Forse, pensò Chérie, il suo battaglione ha ricevuto ordini di lasciare l’accampamento sulla Mosa; forse egli è stato mandato alla frontiera. Sospirò. Ah! s’ella avesse potuto rivederlo ancora!... Se avesse almeno potuto dirgli addio!... Ma ecco entrare a colpo di vento la piccola Mirella, simile a un petalo di fior di pesco nel vestitino di seta vermiglia. «Vieni, vieni, Chérie! Hanno suonato alla porta!» E poichè non c’era nessuno che potesse andare ad aprire — Maria e Marietta erano partite, Frida stava chiusa in camera sua, e Fritz era sparito — le due fanciulle scesero correndo ad aprire la porta a Lucilla e a Cricri, radiose entrambe nelle loro vesti di mussola cilestrina. Presto arrivarono anche Cecilia e Jeannette, e poi Verveine, coi brevi riccioli al vento — e tutte insieme colle bianche braccia intrecciate e le chiare gonne ondeggianti salirono alla sala da musica. Verveine sedette al pianoforte, e le altre danzarono cantando: _«Sur le pont_ _«D’Avignon_ _«On y danse,_ _«On y danse,_ _«Sur le pont_ _«D’Avignon_ _«On y danse,_ _«Tout en rond_ Attraverso le finestre spalancate le voci ridenti si spandevano nella mite aria serale; e un giovane soldato a cavallo che passava al galoppo per la strada silenziosa del villaggio udì la canzone ancor prima di giungere alla porta del dottor Brandès. Era Florian Audet che veniva a mantenere la sua promessa. Egli saltò a terra, e gettando la briglia sopra una punta della piccola cancellata, suonò il campanello. Fu Luisa che scese ad aprirgli la porta. «Ah, Florian,» esclamò lieta, «come sarà felice Chérie —» ma in quell’istante la luce dal corridoio battè in pieno sul viso del giovane, ed essa lo vide livido e stravolto. «Che cosa c’è?» chiese, abbassando la voce. «Devo parlarvi!» rispose Florian, traendola in casa; entrò con lei nello studio del dottore e chiuse la porta. Luisa sentì d’improvviso come una gran pietra caderle sul cuore. «Florian! dimmi... che cosa è accaduto? Vi sono notizie peggiori?» «Le peggiori possibili,» disse il giovane. Indi i suoi occhi stupiti errarono sopra la graziosa figuretta che gli stava di fronte. «Si può sapere perchè siete vestita così?» Il volto gli si contrasse in un sorriso d’amara ironia. «Cosa c’è? Un ballo?» «Ma no, Florian...» balbettò Luisa. «Ma sai pure che è la festa di Chérie...» _«Sur le pont d’Avignon_ _«On y danse, on y danse...._ cantavano di sopra le voci giovanili. Florian si coprì gli occhi. «Mio Dio,» mormorò... «Quanta incoscienza! E come faccio io a lasciarvi — come faccio?» Indi alzando lo sguardo vide gli occhi spauriti di Luisa che lo fissavano, e le prese la mano. «Marraine,» disse. «Voi sarete coraggiosa — non è vero? E’ meglio che io vi dica come stanno le cose.» «Sì, Florian,» disse Luisa tenendo gli occhi fissi su di lui mentre il colore le spariva a poco a poco dal volto, lasciandolo di un pallore latteo. «Ebbene — il paese è invaso ad ogni punto. Vi è già stato uno scontro a Verviers.» «A Verviers!» gridò Luisa. «Sì. E a Fleuron!» Vi fu un silenzio. Quindi Luisa domandò, quasi afona: «Che cosa... che cosa accadrà? Cosa significa questo per il nostro paese?» «Significa rovina e strazio,» mormorò Florian a denti stretti. «Significa violenza, strage e devastazione.» Luisa fu presa da un tremito convulso e si lasciò cadere su una seggiola. Florian girò su e giù per la stanza. «Teniamo ancora Visé,» mormorò soffermandosi. «Lo teniamo contro Von Emmich e le sue jene infernali!... E quando non potremo più tenerlo faremo saltare il ponte della Mosa.» Luisa ebbe un singulto; poi alzò gli occhi — i grandi occhi che parevano macchie d’inchiostro nella faccia scolorita. «Florian! Credi — credi possibile che.... _costoro_ vengano qui?» «Tutto è possibile,» gemette Florian, «sì, sì! Anche questo è possibile.» E guardando la fragile figura davanti a sè e pensandola qui sola con Chérie e Mirella, uno spàsimo gli attraversò il viso. «Ma tu resterai con noi!» esclamò Luisa, e il suo sguardo si appoggiò sulla gagliarda figura e sul maschio volto del giovane. «Quanto tempo potrai restar qui?» Florian dette in un’amara risata. «Quaranta minuti,» disse. E vi fu un nuovo tragico silenzio. Finalmente Florian si scosse. «Che ne è di quell’Olandese — quel domestico fidato di Claudio? Dov’è?» «Fritz?» esclamò Luisa, tremando. E subito gli narrò la scena avvenuta la sera prima, ed anche gli impressionanti eventi della gita a Roche-à-Frêne. Florian l’ascoltò con viso fosco, stringendo i pugni. Quindi riprese a camminare in su e in giù per la stanza. «Basta,» disse finalmente con voce rauca. «Per gli errori passati non c’è rimedio.» Poi si fermò davanti a Luisa. «Avete promesso d’essere coraggiosa. Adesso ascoltate ciò che vi dico — ed obbeditemi.» Le diede istruzioni brevi e precise. Raccogliessero subito le poche cose di maggior valore che possedevano e lasciassero Bomal la mattina seguente alla prim’ora. Si recassero a Bruxelles, per la via di Marche e Namur — non per la via di Liegi. «Rammentatevi!» ripetè Florian, «non dovete passare per Liegi.» Nel caso che non vi fossero treni, dovevano noleggiare una carrozza o un carro — qualsiasi veicolo potessero trovare; e se non potevano trovar nulla andassero a piedi fino a Huy e di là a Namur come meglio potevano. «Avete capito?» Sì, Luisa aveva capito. «E perchè non partire adesso — questa sera stessa?» suggerì Florian. «Potreste arrivare a Tervagne stanotte, se attraversate i boschi....» «Stanotte!... Attraversare i boschi!...» Luisa parve così terrorizzata a quelle parole ch’egli non osò insistere. D’altra parte, egli riflettè, potrebbe darsi che anche i boschi, stanotte, fossero già percorsi da drappelli di Ulani. No; meglio partire all’alba. Alle tre o le quattro del mattino. «E’ inteso?» Sì; era inteso. «E....» chiese la tremante Luisa, «che cosa faremo di Frida?» «Non ve ne fidate!» esclamò Florian. «Tuttavia conducetela con voi se vuol venire. Se no, lasciatela stare. — Oh! e tenete chiuse le porte! Tutte le porte. Chiuse a chiave e a catenaccio.» «Sì.» Luisa tremava da capo a piedi come una foglia al soffio della bufera. «Avete denaro?» Sì, sì, ne avevano del denaro. «Sta bene. E adesso,» disse Florian — l’orologio al suo polso l’avvertiva che venti dei quaranta minuti erano già passati — «adesso voglio parlare con Chérie.» «Vado a chiamarla,» disse Luisa, e si mosse trepidante. Quando fu alla porta si volse e l’interrogò cogli occhi smarriti. «Che cosa devo dire a quelle bimbe?... Devo avvisarle del pericolo che ci sovrasta?» «Subito — ma subito!» gridò Florian; «e mandatele a casa immediatamente.» «Mio Dio! Mio Dio! Pietà di noi!» singhiozzò Luisa. «E Mirella — cosa farà? Avrà paura — piangerà...» «Ma no, ma no. La piccola Mirella è coraggiosa più di noi,» disse Florian. Poi, come Luisa singhiozzava ancora andò da lei e le mise il braccio attorno alle esili spalle. «Su! coraggio, mia piccola madrina,» e si piegò sopra di lei con tenerezza fraterna a baciarle la guancia pallida. Luisa, singhiozzando, uscì. Florian rimase solo per pochi istanti. Udì che il canto di sopra si arrestò improvvisamente. Indi dei passi rapidi e leggeri scesero correndo le scale. La porta s’aprì e Chérie apparve sul limitare. Florian indietreggiò, e gli si fermò il respiro. Ma come! Questa visione d’incanto, questa pura bellezza nei bianchi, ondeggianti drappeggi — era Chérie? la sua piccola amica Chérie? Ma come, come mai si era essa così trasformata dalla bambinetta scontrosa ch’egli aveva sempre conosciuta, in questa eterea beltà floreale?... Chérie ben s’avvide della sua meraviglia, e ristette ferma sulla soglia; timida, si velava le lattee spalle con una sciarpa vaporosa che le fluttuava intorno e le dava come un’aria di volo. I suoi limpidi occhi erano levati a lui larghi di azzurra e divina innocenza. Un brivido scosse l’uomo che la guardava — un brivido di presciente orrore. Non erano già vicine le orde nemiche, briache di sangue e di ferocia? Non stavano già aprendosi con violenza la via verso questo fiore verginale? Ed egli doveva lasciarla! lasciarla, sola, alla mercè della loro brutalità? Di nuovo il brivido terribile lo scosse; mentre quei limpidi occhi ingenui lo fissavano, sorridenti. «Chérie!» diss’egli con voce rauca. «Chérie!» La trasse a sè, le alzò il viso delicato e guardò profondamente dentro l’azzurra meraviglia dei suoi occhi. Essa non parlò; nè ebbero un battito le sue ciglia. Offerse allo sguardo di lui tutta la trasparente profondità della sua anima. Ed egli ripetè ancora quella sola parola: «_Chérie!..._» I quaranta minuti erano passati. Vi fu un affrettato congedarsi, un’ultima agitata parola di avvertimento e monito; poi con un tintinnio di speroni Florian era corso giù per le scale e s’era slanciato in sella. Girò la testa del cavallo, che s’impennava, verso il Nord, e levò lo sguardo alle finestre. Sì, erano tutte là a fargli cenno d’addio! Tutte vicine, le teste bionde e le brune; gli occhi ceruli e gli occhi neri lo seguivano.... «Ricordatevi,» gridò ancora Florian a Luisa, «ricordatevi — dovete partire domattina all’alba! Domattina all’alba!» E ancora mentre parlava, quell’indicibile brivido lo riprese. Era forse un presagio di ciò che l’indomani avrebbe recato? Era forse una visione di ciò che la tragica e sanguinosa aurora teneva in serbo per coloro ch’egli lasciava, sole nella loro indifesa bellezza e gioventù?... Spronò il cavallo e partì. Giunto in fondo alla strada egli si girò in sella un’ultima volta a riguardare la casa; vide che Chérie era corsa fuori sulla terrazza e stava lì, ritta e bianca come un giglio nella luce lunare. Egli levò in alto la mano in segno di saluto. Poi si volse e partì al galoppo. Via! — via nella notte, via verso i tonanti cannoni di Liegi e i sanguinanti campi di Visé! Via, portando con sè quella visione di candida e delicata bellezza. E ripensò che non le aveva detto una parola d’amore, nè le sue labbra avevano osato toccare quelle di lei. No; la sua purità eterea lo aveva intimidito; il nimbo della sua virginale giovinezza era intorno a lei come un’armatura di neve.... ———— Così — così egli la lasciò: pura, fragile e dolce, bianca come un giglio, veduto in un giardino sotto la luce lunare... Così — così egli la lasciò. V. Le fanciulle, nelle vesti di mussola e le scarpette di raso, si sparpagliarono verso le loro case come un volo di farfalle spaurite. L’avevano sognato, o c’era stato proprio, mentr’esse correvano sopra il ponte, un suono profondo e rimbombante come tuono lontano?... Ristettero ad ascoltare. Sì.... eccolo di nuovo quel profondo fragore, tuonante da lungi nella notte stellata. «Jésus, Marie, St. Joseph, ayez pitié de nous,» susurrò Jeannette, e le altre ripeterono tremanti la invocazione. Quindi attraversarono correndo il ponte e giunsero alle loro abitazioni. *** Luisa, Chérie e Mirella erano rimaste sole nella casa deserta. Quando salirono a cercare di Frida trovarono la sua stanza vuota. Nulla di suo vi rimaneva, soltanto due libri — il «_Deutscher Dichterschatz_», e «_Der Trompeter von Säkkingen_» — giacevano sulla tavola, e il busto in gesso di Mozart stava ancora al suo posto sul caminetto. «Sarà sgusciata via mentre noi parlavamo con Florian», disse a bassa voce Chérie volgendo una faccia pallida e stravolta a Luisa che girava lo sguardo stupefatto intorno alla stanza vuota. «Era una vipera,» osservò Mirella tenendosi un po’ più stretta al braccio di sua madre. «E anche Fritz era un serpe.» Al nome di Fritz Luisa fu scossa da un brivido. «Fritz!... Non sarà tornato?» disse piano, lanciando uno sguardo pauroso verso la finestra. Di là del cortile si scorgeva ancora nella semi-oscurità il fabbricato rustico dove il domestico aveva la sua camera. «Che ci sia?...» Nel silenzio che seguì tutte guardarono quelle finestre chiuse e buie sopra il garage; e l’idea che Fritz potesse essere là nascosto e in agguato era assai inquietante. «Bisogna andare a vedere,» disse Chérie, tremante ma risoluta. Così — tenendosi vicinissime l’una all’altra, e Luisa portando alta sopra la testa una lanterna — attraversarono il cortile silenzioso. Spinsero la porta di legno, socchiusa, e salirono per le scale scricchiolanti alla camera di Fritz. Vuota! — Era vuota anch’essa. Luisa tirò un tremulo sospiro di sollievo; ma Chérie le additò il baule accanto al letto, e gli abiti sparsi per la stanza. «Si vede che ha l’idea di tornare,» susurrò Chérie; e tutt’e tre tremarono a questo pensiero. Allora scesero rapide, attraversarono il cortile e rientrarono in casa. Si trassero dietro la pesante porta d’ingresso che si chiuse con fragore; ma quando vollero spingere il catenaccio e chiudere a chiave trovarono che questa era stata portata via, e la grossa spranga di ferro era staccata dal battente. Fu in quel momento che il primo rombo lontano giunse alle loro orecchie. «Che rumore è quello?» chiese Mirella, scotendo il braccio di sua madre. «Rispondi!» Chérie le prese la manina. «Niente.... era niente,» disse rapida. «Andiamo su a preparare le nostre cose...» E vedendo Luisa che stava ancora davanti alla porta, impietrita come una statua colla lanterna in mano, le gridò: «Lulù! Ti prego.... va in camera tua a radunare ciò che vuoi portar via domattina.» Luisa si volse e la guardò con occhi di sonnambula; indi lentamente si mosse, ed obbedì. .... Ardua cosa scegliere fra tutti gli oggetti che ci circondano quelli da portarsi via, così, nelle nostre due mani! Ah, queste cose inanimate come ci crescono profondamente nel cuore, come diventano, col passar degli anni, una parte integrale della nostra esistenza! Ma come? Si devono prendere solamente i denari e pochi gioielli?... E non questo quadro? Non queste lettere? Non questo dono prezioso di chi non è più?... Non la massiccia argenteria che per generazioni è stata nostra? Non il caro velo delle nostre nozze?.... Non lo sgualcito libriccino da Messa della nostra Prima Comunione?... E non le preziose medaglie che commemorano le campagne di guerra di nostro padre? Nè i documenti che dimostrano chi siamo e ciò ch’è nostro?... Ma — e la gabbia con dentro i canarini che dormono — lievi pallottole di lanugine dorata? Si devono lasciarli qui a morire?... E il cane — il fedele compagno che alza su di noi i suoi occhi buoni e intelligenti?... «Ah! Amour, a qualsiasi costo, lo portiamo con noi,» disse Chérie. «Lo portiamo con noi...» ripetè trasognata Luisa che errava come un’anima smarrita per le stanze raccogliendo degli oggetti e poi rimettendoli giù. Un orologio lontano suonò le undici. Mirella, ancora nel suo vestitino di mussola rosa, s’era arrampicata sul letto di Luisa e sonnecchiava. Ah!... Eccolo di nuovo quel rimbombo cupo, tuonante, perdentesi in un lungo e minaccioso brontolio.... «E’ più vicino!» ansò Luisa, torcendosi le mani. «E’ più vicino!» E mentre ancora lo diceva, ecco ripetersi il suono terribile — e più vicino, infatti, e più cupo, più profondo, più temibile.... Le vetrate della casa tremarono. Mirella balzò a sedere sul letto cogli occhi spalancati e lucenti. «Cos’è?» Poi gridò forte: «Mamma! dimmi cos’è?» Luisa accorse. «Zitta, cara, zitta,» disse chinandosi su di lei e baciandola. «Ma cos’è?» insistette la bambina. «Voglio sapere! E’ un temporale? O sono i nemici?» «Ma no, piccola cara, no!» la rassicurò Chérie, accorsa anch’essa. «Sono i nostri cannoni, che sparano appunto per tenerli lontani.» Mirella lasciò ricadere il capo sul guanciale e le chiome di seta bionda si sparsero tutt’intorno al piccolo viso. Dopo un attimo riaprì gli occhi. «Ma vorranno venir qui, i tedeschi?» Vi fu un silenzio. Poi Chérie disse: «Che idea!» e Luisa soggiunse: «Mai più!» «Ma... hanno voglia di venir qui?» insistette Mirella, cogli occhi che si appesantivano. «E che cosa verrebbero a fare, scioccherella?» balbettò Luisa colle labbra pallide. «Che cosa potrebbero volere in questo piccolo villaggio?» «Ma già,» assenti Chérie. «Dormi, dormi, Mirella, che l’alba sarà subito qui.» Mirella chiuse gli occhi, e pensò ai tedeschi. I tedeschi — secondo gli insegnamenti di Frida e di un giornale umoristico settimanale chiamato «_Fliegende Blätter_» — si distinguevano in due categorie: Professori e Tenenti. I Professori erano vecchi, calvi e comici; i Tenenti erano giovani, aristocratici ed affascinanti. I Professori erano così distratti che non sapevano mai nè dove andassero, nè che cosa facessero; i Tenenti erano così irresistibili che solo a vederli tutte le ragazze di Germania cadevano in deliquio, e morivano per essi di etisia e di amore. Frida talvolta ammetteva che vi era qualche altro tedesco all’infuori di queste due categorie. Vi erano dei poeti, per esempio, ma questi erano già quasi tutti morti; vi erano delle buone madri di famiglia, che facevano una conserva chiamata Konfitür; vi erano dei camerieri d’albergo che andavano all’estero.... Ma certamente, pensò Mirella, i tedeschi che volevano entrare nel Belgio questa sera erano i Tenenti e i Professori.... Mirella si annidò più comodamente nei soffici cuscini e si addormentò. Sognò che erano proprio arrivati, che erano molto amabili e che ammiravano molto il suo vestito rosa. Un rombo assordante la destò — uno scoppio immane con uno scrosciar di travi rotte e di vetri frantumati. Mirella balzò dal letto, e subito un lampo l’acciecò, un altro rombo riempì l’aria. Pareva che crollasse il mondo. «Mirella!!» Le braccia di sua madre erano intorno a lei, e Chérie si aggrappava ad entrambe. «Andiamo via — andiamo via subito!» gridò Chérie. «Cercheremo rifugio dal Borgomastro... dal Parroco... Non stiamo qui, non stiamo qui, sole!» «Sì... sì... andiamo...» balbettò Luisa. «Ma chi ci porterà la roba?...» «Che roba? Ma cosa dici?» gridò Chérie. «Non possiamo prender nulla — nulla, Lulù! — Per amor di Dio, andiamo!» «Ma.... i denari?...» «Fa presto!» gridò Chérie. «Fa presto!» strillò anche Mirella battendo i denti. «Ma come possiamo...» balbettò Luisa, toccandosi con mano tremula la gonna di trine, «come possiamo andare per il mondo vestite così?» «Non importa — non importa — andiamo! Facciamo presto! mio Dio! facciamo presto!...» Ma Luisa sembrava paralizzata e impietrita dal terrore. «Adesso verranno... verranno,» mormorava fissando con occhi folli la finestra frantumata. Le pareva che nell’oscurità di fuori pulsassero e tuonassero le tremende parole di Florian: «Oltraggio, violenza e strage.... oltraggio, violenza e strage.» D’improvviso un gigantesco fascio di fiamme si alzò nel cielo, illuminando la stanza d’un fantastico bagliore. Quindi un’immane esplosione scosse la casa fino alle fondamenta. Con un grido Luisa afferrò Mirella e si slanciò fuori dalla stanza. Chérie le seguì scendendo a precipizio le scale. Ma un’altra esplosione le arrestò, folli di panico, sul pianerottolo. La casa tremava, i vetri della scala cadevano in mille frantumi intorno a loro. Pazze di terrore si rifugiarono nella sala d’entrata. ———— Passarono ore, od istanti?... Non lo seppero mai. A un tratto sopra l’assordante baccano percepirono altri suoni. Erano voci — voci forti e rauche — giù, nella strada. Un frastuono di grida, di comandi secchi e gutturali, un clicchettìo di sciabole e speroni. «Lasciami — voglio guardar fuori,» ansò Chérie, svincolandosi dalla stretta convulsa di Luisa. E corse, barcollando alla finestra.... Indi volse a Luisa un volto stralunato. «Eccoli. _Sono qui!_» Mirella cacciò un urlo che si perdette nello strepito crescente, e Luisa levò le mani al cielo. «E’ la morte — la morte» gemette, e strinse tra le braccia la piangente Mirella. «Taci! Taci!» susurrò Chérie. «Forse non entreranno. Il portone è chiuso...» Ma pur mentre lo diceva sentiva tutta la fallacia di tale speranza. «Ah! mio Dio!» E Chérie, barcollante indietreggiò dalla finestra, aggrappandosi alle tende per non cadere. «Luisa, c’è qualcuno che apre la porta! _E’ Fritz...._ E’ Fritz.... E’ lui che li fa entrare!» Ed ecco già per le scale un trepestìo e un vociar alto e rude tra il tinnir di sciabole e speroni. Allora, quasi se l’imminente incombere del fato l’avesse d’un tratto investita d’una forza e dignità nuove, Luisa si raddrizzò alta e tragica fra le due fanciulle tremanti, e con gesto solenne tracciò sulla fronte ad entrambe il segno della croce. Poi anch’essa si segnò; e con le braccia intrecciate stettero immobili. Erano pronte a morire. Villanamente sbattuta da un calcio la porta si aprì; dei militari in uniformi grigie apparvero sulla soglia; altri gremivano l’andito spingendosi avanti rumorosamente. Ma alla vista delle tre figure allacciate si arrestarono e vi fu un istante di silenzio; quindi un ufficiale — un uomo alto, magro, dai baffi grigi — mosse un passo davanti agli altri, ed entrò nella stanza. Quelli dietro a lui si schierarono rigidi e impettiti sul limitare, evidentemente aspettando ordini. «_Tiens, tiens, tiens!_» fece l’ufficiale squadrando le tre figure femminili da capo a piedi, dalle chiome lucenti alle scarpette eleganti. «Che quadro delizioso!» — e i suoi occhi sorridevano. «Si direbbe che vi siete falle belle per riceverci?» Il suo francese era perfetto; il tono, benchè lievemente sprezzante, non era nè rude nè scortese; i suoi occhi azzurri erano intelligenti e un po’ canzonatori. A dir vero non sembrava una «jena infernale,» nè evocava l’idea di violenza, d’oltraggio o di strage. Nell’anima di Luisa una reazione improvvisa successe alla tensione suprema di terrore. Le parve di fondersi e svanire in un’onda ineffabile di conforto e di speranza; e il sangue agghiacciato le rifluì con un caldo palpito nel cuore. Frattanto l’ufficiale si era rivolto agli uomini immobili dietro di lui — due di questi parevano ufficiali di grado inferiore, gli altri otto o dieci erano semplici soldati — e diede loro un breve aspro comando in tedesco. Tutti salutarono, rigidi; mentre i due ufficiali facevano un passo avanti e si ponevano a lato del loro superiore. Uno di costoro — un giovane alto, dagli occhi chiarissimi — teneva un foglio di carta in mano. Dietro l’ordine secco dell’ufficiale anziano egli lesse ad alta voce quanto vi stava scritto. L’ufficiale superiore, ascoltando quella lettura, si guardava intorno; volgeva gli occhi dalla finestra alla porta, poi all’altra porta, poi alla breve scalinata ricoperta di tappeti rossi che conduceva agli appartamenti superiori.... Chérie e Mirella — che capivano il tedesco — ascoltavano stupefatte quella lettura. Era una breve precisa descrizione della casa e dei suoi inquilini. «Abitazione di Claudio Leopoldo Brandès dottore e ufficiale di riserva; età 34 anni; ammogliato con prole. Sua moglie, sua figlia e una sorella vivono con lui. Al pian terreno cinque vani: cucine, studio del dottore, camera da chirurgia e due sale d’aspetto; al primo piano, quattro vani; ai piani superiori, nove vani. — Garage; scuderia; rimessa (due cavalli, una motocicletta, un’automobile — requisiti); cantine e telefono. — _Das ist alles, Herr Kapitän._» «Uomini adulti in casa?» chiese il Herr Kapitän. No. Queste donne soltanto. «Dov’è questo dottor Brandès?» Partito nella notte del 3 luglio. «Per la frontiera?» No; probabilmente per la capitale. «Ma,» soggiunse il giovane ufficiale, lanciando una fuggevole occhiata alle tre donne, «sarà facile accertarsene.» «Bene. E c’era un nostro incaricato qui?» chiese il capitano. «Sì. Un certo Fritz Müller di Löhrrach.» Chérie fremette e strinse più forte la mano di Luisa. «Dov’è questo Müller?» domandò il capitano guardandosi intorno. «E’ giù.... dabbasso: quel domestico,» spiegò il tenente, «che ci aprì la porta». «Incaricatelo dei biglietti d’alloggio;» ordinò il capitano. «Si provveda per 125 uomini. Quanto a noi —» prese di mano al giovane la carta e la rigirò per guardare il piano della casa disegnato a tergo del foglio — «vediamo un po’... Tre stanze a questo piano... quattro di sopra.... Glotz!» disse, volgendosi all’altro ufficiale, un sottotenente giovanissimo che gli stava dietro, muto e impalato — «Lei venga con me. E porti due uomini.» Glotz salutò rigido. Il capitano gettò un’occhiata su Luisa e Chérie. «Von Wedel» — l’ufficiale dagli occhi chiari si mise sull’attenti — «tu starai qui.» Indi il capitano girò sui tacchi, salì impettito i quattro gradini, e sparve per le scale, seguìto dal sottotenente Glotz e due soldati. Gli altri otto o dieci uomini rimasero nel vestibolo, schierati in fila, rigidi e immobili come tanti soldati di piombo. Von Wedel con un colpo di piede chiuse l’uscio in faccia a costoro; quindi si volse a contemplare le tre donne lasciate in sua custodia. Mosse lentamente, con passo deliberato, verso di loro; ed esse indietreggiarono tenendosi ancora per mano e levando su di lui gli occhi stellanti e spauriti. Egli era molto alto e molto largo di spalle e torreggiava sopra le tre figurette tremanti. Rimase, così, fissandole per alcuni istanti; i suoi occhi chiarissimi andavano da Luisa a Chérie, da Chérie a Mirella, poi tornavano a soffermarsi su Chérie. «Ebbene, colombelle?» disse alfine; e rise. «Ci aspettavate dunque? Vi siete vestite da festa per riceverci?» Nei tre paia d’occhi alzati su di lui fluttuava molta paura. Egli rise ancora, e mosse d’un altro passo più vicino. Subito tutte e tre indietreggiarono. «Ebbene? Perchè non rispondete?» Luisa si avanzò d’un passo mettendosi davanti alle altre due, quasi in atto di difesa; poi parlò con voce bassa e tremante: «Signore.... spero... che voi e i vostri amici.... avrete la bontà di lasciare questa casa... Come vede.... non siamo che donne, qui.... E siamo sole...» «Permetterete a noi di tenervi compagnia,» fece in tono tra l’insinuante e l’ironico Von Wedel; e soggiunse in aria d’amabile interrogazione: «Vostro marito non è qui?» «No,» disse Luisa, e al pensiero di Claudio il suo labbro inferiore tremò, come quello d’un bambino che sta per piangere. «Ah, non è qui? Ne sono desolato;» disse Von Wedel alzando un piede e poggiandolo, nello stivale infangato, su una sedia di broccato chiaro. «Aspetteremo che ritorni.» «Ma,» balbettò Luisa «non torna stanotte.» «Ah, no?... Che marito poco galante!» rise l’ufficiale sporgendosi in avanti col gomito sul ginocchio ripiegato, e i suoi occhi chiari e insolenti che finora, anche parlando con Luisa, erano sempre stati fissi su Chérie, errarono sfrontatamente sopra la graziosa trepidante figura della sua interlocutrice. «E dove sarebbe andato?» Egli lanciò la domanda con noncuranza, traendosi di tasca un portasigarette d’oro e togliendone l’unica sigaretta che conteneva. «Mi pare che il vostro domestico dicesse che l’avevano mandato a Namur...» «No, a Mons,» disse Luisa. «Ah già, già — Mons!... Interessante città, Mons.» Picchiò leggermente un’estremità della sua sigaretta sul palmo della mano. «Già. Bella cattedrale, quella di St. Waudru.... Ed è andato solo?» Mirella diede un pizzicotto a sua madre. «Taci, mamma! Non dirlo.» L’ufficiale l’udì e rise. Presala per un braccio l’allontanò dolcemente dal fianco di sua madre. «Ma guarda, guarda!» disse, sempre ridendo, «come siamo furbe e diplomatiche!» E stringendole forte il piccolo braccio la fece indietreggiare traverso tutta la stanza; indi, dandole una lieve spinta la lasciò, e rivolse di nuovo la sua attenzione alle altre due. Luisa, che si era lanciata in soccorso di Mirella ristette pallidissima, mentre dal fondo della stanza Mirella, incolume e indoma, la rassicurava cacciando fuori la lingua dietro le spalle del nemico, in segno di sfida e di disprezzo. Von Wedel fissava di nuovo Chérie, e sotto l’insolente insistenza di quello sguardo essa tremò come una fiammella al vento. «Perchè tremate?» chiese egli. «Avete paura di me?» «Sì,» mormorò la fanciulla, chinando il capo. Egli rise. «Perchè? Non sono una belva feroce. Ho forse l’aria di una belva feroce?» E le andò più vicino. Luisa con un passo si pose davanti a Chérie. «Mia cognata, signore, è molto giovane, e non è avvezza alle attenzioni degli estranei.» «Buona donna,» replicò Von Wedel con tranquilla insolenza, «andate un po’ a prendermi delle sigarette.». E siccome Luisa lo fissava, sbigottita e immobile, egli alzò alquanto la voce. «Sigarette, ho detto. Preferibilmente turche. Vostro marito certo ne avrà. Su! movetevi, buona donna. _Eins, zwei, drei — marsch!_» Per un attimo Luisa esitò; indi si volse e lasciò la stanza; Mirella correndo la seguì. Anche Chérie si lanciò per seguirle, ma Von Wedel con un balzo le fu accanto e le afferrò il braccio. «Halt, halt!» fece ridendo. «Voi starete qui, colombella; starete qui a discorrere con me.» La fanciulla arrossì, impallidì e tremò. «Che colombella timida,» disse Von Wedel curvandosi sopra di lei. «E come vi chiamate?» «Chérie,» rispose essa, a voce così bassa che quasi non si udiva. «Come, come? _Chéri?_ E’ a me che lo dici? Altrettanto a te, caruccia mia!» E Von Wedel sedette sopra un angolo della tavola chinandosi vicinissimo a lei. «Ma di che cosa hai paura? E di chi hai paura?... Del capitano Fischer?... Di me?... Dei soldati?...» «Di tutti,» mormorò Chérie. «Di tutti! Ma guarda un po’! E dire che siamo così brava gente,» disse lui, e soffiò una boccata di fumo in lungo getto davanti a sè; poi buttò sul tappeto la sigaretta e la spense col piede. «Ma non sai che non faremmo male ad una mosca, noi? E neppure a un cane,» soggiunse ridendo alla vista di Amour, che comparso in cima agli scalini ne scendeva a piccoli salti zoppicanti, mandando dei guaiti dolorosi. «Tanto meno poi faremmo del male a un’adorabile tortorella come te.» Il cane, lamentandosi pietosamente, venne ad appiattarsi ai piedi di Chérie. Essa si chinò e lo prese tra le braccia. Evidentemente la bestiola soffriva. Von Wedel disse: «Che bravo cagnolino,» e allungò la mano per accarezzarlo, ma Amour ringhiò mostrando i denti e l’ufficiale ritrasse in fretta la mano. Luisa riapparve portando delle scatole di sigari e sigarette, e le depose sulla tavola. Mirella che la seguiva scorse Amour tra le braccia di Chérie è ne udì il minaccioso brontolìo. Al suo accorrere la bestiola riprese il suo fioco lamento. Mirella lo guardò, gli toccò la zampa, poi volse due occhi saettanti sull’ufficiale: «Cosa gli avete fatto?» gridò, alzando in gesto quasi di minaccia la piccola mano. L’ufficiale diede in una risata. «Toh, toh! che piccola Furia! che viperetta!» esclamò. «Del resto puoi portartelo pur via quel cagnaccio! A me le bestie non piacciono.» A queste parole Chérie subito si mosse verso la scala portando seco Amour, ma l’ufficiale la trattenne. «No, no, no, cara! Dà il cane alla piccola Furia. — Tu resti qui con me!» Chérie, mordendosi le labbra per non piangere obbedì; indi si rifugiò accanto a Luisa, mentre Mirella correva di sopra con Amour tra le braccia. Essa lo portò nella camera di Chérie, gli baciò la ruvida testa nera, gli accarezzò la povera zampa che pendeva come spezzata, poi lo adagiò in un cantuccio bene accomodato su di un cuscino. Indi tornò giù, correndo, a vedere cosa succedeva. Amour lasciato solo espresse la sua sofferenza ed indignazione in lunghi urli e lamenti. Qualche istante più tardi il capitano Fischer, seguìto dal sottotenente Glotz e dai due soldati, scendendo dal suo giro d’ispezione nei solai, udì gli strazianti gemiti e si fermò sul pianerottolo. «Cos’è questo rumore? Chi grida così?» chiese rivolto a Glotz. «Sarà quel cane, signor capitano, a cui avete dato un calcio poco fa.» «Orribile strepito,» disse il capitano. «Fatelo cessare.» Allora uno dei soldati entrò nella stanza — e lo fece cessare. Il capitano Fischer scese al primo piano seguìto da Glotz. Quando Von Wedel lo vide entrare si allontanò da Chérie e si pose sull’attenti. Di fuori era cessato già da tempo il rombo del cannone, ma si udivano ogni tanto degli scoppi d’arma da fuoco — improvvise scariche di fucileria che cessavano di colpo com’erano principiate. I tre ufficiali parevano non badare a questi rumori. Si erano radunati intorno al tavolo e parlavano tra loro a bassa voce; il capitano dava ordini secchi e concisi; Von Wedel ogni tanto interrompeva domandando una cosa o un’altra; mentre Glotz, rigido e diritto come un balocco meccanico, diceva ad intervalli: «Ja, Herr Hauptmann — ja, Herr Leutnant,» senza alcuna espressione sul viso tondo, rosso e solenne. Egli non aveva mai rivolto gli occhi sulle donne. Pareva che per lui non esistessero. Luisa, con Chérie e Mirella, si era rifugiata in un angolo della stanza e tutt’e tre tenevano fissi gli occhi pieni d’ansia sul gruppo degli ufficiali. «Chissà cosa dicono,» susurrò Luisa. «Cercate di capire....» Chérie tese l’orecchio. «Stanno parlando... aspetta... dicono dove andranno a dormire.» Luisa giunse le mani. «Sta attenta, sta attenta...» «Otto uomini staranno qui,» tradusse Chérie rapida, a bassa voce, «quattro negli abbaini e quattro giù al pian terreno.... Loro stessi —» «Ebbene? Cosa? Dimmi — dimmi —» «Andranno altrove.» Luisa sussultò, premendosi le mani sul cuore. «Aspetta... parlano del Cheval Blanc — aspetta... aspetta! dicono» le pupille dell’ascoltatrice si dilatarono «dicono che non vi possono andare perchè l’albergo è in fiamme.» A questo punto Von Wedel ruppe in una rumorosa risata ed anche il capitano sorrise. Solo il volto tondo di Glotz restò grave ed impassibile come la faccia d’un bambino solenne. «Cosa dicono?... Cosa dicono?» ansò Luisa. Fu Mirella che tradusse: «Parlano del _Pfarrer_ — del signor Curato....» Von Wedel diede un’altra risata. «_Der alte Esel!... Seine eigene Schuld...._» «Cosa? Cosa?» domandò Luisa. «Il vecchio somaro... tutta colpa sua,» tradusse Mirella. Ed ora il capitano si curvava, guardandosi gli stivali. «Cosa dice? Dimmi cosa dice —» Chérie interpretò: «Dice che vuol levarsi dai piedi il fango e il sangue —» «Il fango — e il sangue!... Ma no — ma tu fraintendi —» Mirella saltò su: «No, no! Ha proprio detto così. _Koth und Blut_ — fango e sangue.» Un languore mortale come di deliquio colse Luisa: le parve di sentire sollevarsi il pavimento, poi affondarsi e crollare sotto di lei. Ora Von Wedel aiutava il capitano a togliersi la tunica, traendogli il braccio sinistro dalla manica con molte precauzioni. «Dice che è ferito,» susurrò Mirella. «Ma che è cosa da nulla,» soggiunse Chérie; «una scalfittura al braccio...» Difatti il capitano Fischer, tolta la tunica, stava rimboccando con molto riguardo la manica della camicia, scoprendo l’avambraccio piagato e sanguinante. Anche Von Wedel si chinò a guardare la ferita scotendo il capo con aria di grave inquietudine. Il capitano guardò di sott’occhio Luisa e le fece cenno col dito di avvicinarsi. «_Gnädige...._ venga qui, per favore.» Luisa cogli occhi stralunati e la faccia terrea obbedì. «Vostro marito è medico, non è vero? Avrete dunque in casa qualche antisettico.... del lisoformio? Del sublimato?....» Luisa fece cenno di sì. «Allora portatemene, ve ne prego. E un po’ d’acqua, bollita, se ce n’è.» Luisa si volse senza parlare e lasciò la stanza. «Mi pare molto stupida,» osservò Von Wedel seguendola cogli occhi. «Mi pare molto bella,» disse il capitano. Luisa passò davanti ai soldati che affollavano l’andito. Scese le scale, tenendosi una mano alla fronte. Aveva le vertigini e le pareva di camminare in sogno. Sarebbero rimasti qui, in casa sua, tutta la notte questi uomini? Avrebbero mangiato e dormito qui? Avrebbero seguitato a darle degli ordini, ad occhieggiare Chérie, a spaventare Mirella? Quanto tempo rimarrebbero? Chissà? Forse una settimana.... forse un mese?... Luisa entrò barcollando nello studio di suo marito e accese la luce. Alla vista di quella stanza, della poltrona di lui, del suo libro ancora aperto sullo scrittoio, così come l’aveva lasciato nella precipitosa partenza — Luisa si sentì torcere il cuore in una morsa d’angoscia. «Claudio... Claudio!...» singhiozzò. «Torna! Torna a proteggerci!...» Ma Claudio era lontano. Trovò la piccola fiala azzurra delle pastiglie di sublimato; versò dell’acqua distillata in una bacinella; poi prese del cotone e un pacco di garza. Quindi uscì, risalì le scale, passò ancora davanti alla turba grigia dei soldati, ed entrò nel salotto. Era vuoto. Dove erano andati? dove avevano portato Chérie e Mirella? Vacillando, inciampando, come acciecata dal terrore, Luisa salì i quattro gradini che conducevano alla sala di ricevimento. Dentro udì delle voci, ed aprì la porta. Il capitano Fischer, in maniche di camicia e senza scarpe, stava sdraiato sul divano; Von Wedel e Glotz in piedi accanto alla tavola ancora tutta adorna di fiori per la festa, divoravano a grandi bocconi dolci, focacce e sandwich. Avevano gettati i loro elmetti grigi sul pianoforte; i loro cinturoni ingombravano le seggiole. Luisa vide Chérie, tremante e pallida, addossata al muro in un lontano angolo della stanza. «Mirella dov’è?» gridò Luisa. Chérie rispose: «E’ andata disopra. Quell’uomo» — e indicò il capitano — «l’ha mandata a cercargli delle pantofole. Io volevo andare con lei, ma non mi hanno lasciata....» La voce le si ruppe in un singhiozzo. «Dio di misericordia,» mormorò Luisa, «mi pare tutto un sogno.....» Il capitano, vedendo Luisa, si era rizzato a sedere. «Ah!» esclamò, «ecco la mia suora di carità! La mia dolce Samaritana!» E si alzò e le andò incontro nelle sole calze e le prese dalle mani la catinella. Indi si guardò intorno, incerto dove posarla. Finalmente tirò a se una poltrona di damasco e vi depose la catinella d’acqua. «_So gut_,» disse. «E qui, cosa abbiamo?» Tolse di mano a Luisa la piccola fiala di sublimato e ne lesse l’etichetta. — «Perclorato di mercurio — grammi 1. — Benissimo.» Aprì la boccetta; fece cadere sul palmo della mano una delle pastiglie di color rosa vivo, e la gettò nell’acqua. «Ed ora, bella signora, volete aiutarmi? Volete lavare la ferita del nemico? Del nemico... ammiratore?» Denudò l’avambraccio e si rimise sul divano, facendo posto accanto a sè per Luisa. Ma quando tentò di trarsela al fianco essa si svincolò e volle rimanere in piedi davanti a lui. «Ah! la belle Dame sans Merci!» citò ridendo il capitano. Luisa aveva immerso il cotone nell’acqua e si chinava a lavare leggermente il braccio ferito, allorchè la piccola Mirella entrò portando in mano un paio di pantofole di suo padre. Ristette sbigottita sulla porta vedendo sua madre, curva sopra il braccio di quell’uomo. Il piccolo viso le si fece di fiamma. Gettando per terra le pantofole corse a rifugiarsi nell’angolo accanto a Chérie, e le nascose la faccia in seno. «Toh! Toh! la viperetta!» esclamò Von Wedel con una grossa risata, prendendo un altro sandwich. «E da bere cosa ci date? Non questi sciroppi, spero?» additando con disgusto l’aranciata e la granatina. «Vogliamo dello champagne! Eh, Glotz? Cosa ne dici? Piper Heidsieck, Extra Dry.» «E del cognac,» aggiunse Fischer che stava esaminandosi il braccio. «Questa graffiatura mi fa maledettamente male.» Vi fu un istante di silenzio, indi Chérie facendo un rapido passo verso la porta, disse: «Vado a prendere il cognac.» «Vengo anch’io,» esclamò Mirella. «No, no, no, no!» rise Von Wedel afferrandole, ciascuna per un braccio. «Voialtre volete scappare! Conosco le vostre malizie. Niente affatto. La viperetta starà qui. E la colombella» — si chinò col viso vicinissimo a quello di Chérie — «la colombella verrà con me a farmi vedere dove si trova il cognac e lo champagne.» «No! No! voglio venire anch’io!» strillò Mirella avviticchiandosi al braccio di Chérie. «Tuoni e fulmini!» vociò Von Wedel, «che piccolo scorpione! Qui, Glotz! tienla un po’ ferma — o meglio portala via, che mi dà sui nervi!» A queste parole Luisa smise di lavare la ferita del capitano, e scoppiò in pianto. Glotz che stava seduto a tavola mangiando tranquillamente, si alzò, asciugandosi la bocca in una delle serviette di carta velina. «So io dov’è la cantina,» disse. «Ci sono passato nella ronda col signor capitano. Se il signor capitano permette andrò io stesso a cercare il cognac.» Von Wedel lo guardò sdegnato. «Cosa t’immischi, idiota?» Ma Glotz uscì rapido dalla stanza, senza badare a Von Wedel che lo ingiuriava sommesso. Luisa frattanto singhiozzava ancora. Invano il capitano le accarezzò la guancia dicendole che a Mirella nessuno avrebbe fatto nulla; essa continuò a piangere amaramente, disperatamente, mentre gli fasciava il braccio. Von Wedel avendola osservata qualche momento si rivolse a Chérie. «Dimmi un po’, che parentela hai con quella Niobe piangente?» «E’ mia cognata,» rispose Chérie con un filo di voce. «Eh? Cos’hai detto? Non capisco. Parla più forte,» disse Von Wedel, seduto su un angolo della tavola e accendendo un sigaro del dottor Brandès. «Mia cognata,» ripetè Chérie quasi afona. «Tua cognata?» Von Wedel soffiò verso il soffitto una boccata di fumo. «Caruccia!» E le pizzicò il mento. «Ed io sarò tuo cognato; va bene? — Ah! ecco lo champagne!» esclamò vedendo spalancarsi la porta. Ma non era lo champagne. Era un altro ufficiale, vestito anch’egli di un’uniforme grigia e senza alcun distintivo. Era rosso in faccia e tutto sporco di polvere e di terriccio. Salutò il capitano, fece un cenno di saluto a Von Wedel; poi allentò il suo cinturone e buttò l’elmetto grigio sul pianoforte vicino agli altri. «Ah! finalmente, Feldmann,» disse il capitano Fischer. «E così?... Cosa avete fatto?» «Il mio dovere,» rispose il nuovo arrivato, con una voce stranamente rauca. «_Der Pfarrer?_...» chiese Von Wedel. Il nuovo venuto annuì con un movimento del capo e torse le labbra in una smorfia di disgusto, «Già. E anche quel balordo di un boy-scout. — Era lui,» soggiunse volgendosi a Fischer, «che aveva sparato contro di voi.» «Ma no, non era lui,» ribattè impaziente il capitano, stringendosi nelle spalle. «Vi ho detto che era un vecchio.... da una finestra vicino alla chiesa....» «Può darsi. Basta; io non ho visto vecchi, dichiarò il capitano Feldmann.» E questi civili devono imparare la loro lezione. — Cos’avete qui di buono?» E girò lo sguardo intorno alla tavola. «Ho una fame da lupo.» E ponendo uno sull’altro tre o quattro sandwich, aprì una gran bocca e li mangiò. «Infetto villaggio!» osservò poi a bocca piena. «Potevamo benissimo tralasciare di venirci.» «Niente affatto,» dichiarò Fischer in tono severo. «Basta, non discutiamo su ciò,» ribattè Feldmann. «Tanto, domattina ce ne andiamo. — C’è da bere?» Chérie si era fatta di fiamma. Una sola cosa aveva afferrato: sarebbero partiti l’indomani mattina!!... Bisognava dare a Luisa questa meravigliosa novella! Difatti glielo disse, rapida e sommessa, in fiammingo. Luisa che aveva terminato di fasciare il braccio del capitano si rimise a piangere. Stavolta erano lacrime di gioia. «Queste donne cosa sono?» chiese Feldmann guardandosi attorno. «Paiono ballerine.» «Quella,» fece Von Wedel additando Luisa, «è la Niobe piangente; e quella» — indicando Mirella — «è la piccola Furia. E questa» — prendendo Chérie per il polso e tirandola a sè — «e questa è la mia adorabile cognatina...» «E questa è la Vedova Cliquot, ’85» — interruppe Glotz, entrando rapido con molte bottiglie polverose in braccio, e intromettendosi come per caso tra Chérie ed il suo tormentatore. Gli uomini rivolsero subito tutta la loro attenzione ai vini, e mandarono Glotz ripetutamente in cantina a cercarne dell’altro. Vollero del Martel; poi vollero del Kirsch; poi del Pernod. Dopo di che vollero dell’altro champagne, e degli altri sandwich che Luisa andò a preparare. Poi vollero il caffè che Feldmann insistette a voler fare lui stesso sopra una lampadina a spirito. Rovesciarono la lampadina sulla tovaglia, e i tovaglioli di carta velina presero fuoco. Allora li gettarono per terra e li spensero calpestandoli nel tappeto. Von Wedel sedette al pianoforte e cantò: «Traum durch die Dämmerung» mentre il capitano con lamentìo fioco faceva il coro. Quindi Feldmann recitò una poesia. Essendo completamente briaco, dovette chiamare Glotz e mettergli un braccio intorno al collo per poter reggersi in piedi; coll’altro braccio gesticolava, accompagnando le parole: _«Liebe Mutter, der Mann mit dem Kox ist da!_ _Schweig still, mein Sohn, das weiss ich ja._ _Hab’ ich kein Geld, hast du kein Geld,_ _Wer hat denn den Mann mit dem Kox bestellt?...»_ Fragorosi applausi accolsero questa declamazione: Glotz soltanto, calmo ed impassibile, col braccio di Feldmann avvinghiato al suo collo, rimaneva immobile e taciturno guardando davanti a sè con espressione vacua. Da un pezzo non parevano badare più affatto alle tre donne, raggruppate insieme nell’angolo più lontano della stanza. Ma se appena queste tentavano muovere un passo verso la porta, subito Von Wedel, con un balzo delle lunghe gambe, le fermava. «Non si esce di qui. No, no, caruccie mie! Non si esce di qui!» E a un dato momento, fermando su di loro lo sguardo ebbro e fluttuante dei chiarissimi occhi, andò alla porta, la chiuse, ed intascò la chiave. Allora le tre creature spaurite si avviticchiarono più strette l’una all’altra e susurrarono colle pallide labbra: «All’alba!... All’alba, andranno via!...» Ma l’alba — ahimè! — era lontana ancora. A un dato momento il capitano Fischer sbadigliando disse ch’era tempo di andare a dormire; ma gli altri protestarono con alte voci bestemmiando e dicendogli che era un vecchio gufo. Fischer allora spiegò molto verbosamente che la disciplina militare non li autorizzava a chiamarlo un vecchio gufo. E chiamò anche Luisa a testimonio che lo avevano chiamato un vecchio gufo... Ma in mezzo al suo discorso Feldmann si mise a cantare a squarciagola: «Gaudeamus igitur», e poichè il capitano non riusciva più a sentirsi parlare, finì col cantare anche lui. «Su, tortorella, su!» esclamò Von Wedel avvicinandosi con grandi passi barcollanti a Chérie e reggendo due bicchieri colmi di champagne nelle mani. «_Brüderschaft trinken!_ Devi bere alla fratellanza con noi.» E le spinse in mano uno dei bicchieri, rovesciandole il biondo vino per tutta la veste. «Così,» — la tenne ritta di fronte a lui — «Ora prendimi a braccetto, là, in faccia a me!» — infilò il suo braccio sinistro sotto il braccio sinistro di lei, ed alzò il bicchiere nella destra. Chérie si svincolò ansando e si rifugiò dietro Luisa. Ma l’uomo la riafferrò brutalmente per il braccio. «Obbedienza!» ruggì stralunando gli occhi torvi. «Adesso canterò: «_Lebe, liebe, trinke, schwärme_ — e tu sta attenta. Quando arrivo alle parole «_froh mit mir_» devi battere tre volte il tuo bicchiere contro il mio. Hai capito?» «Lasciatemi! ve ne prego! Ve ne prego!» pianse Chérie. «_Froh — mit — mir!_» ripetè lui dondolandosi sui piedi e fissandola truce traverso le palpebre semichiuse. E cantò: _«Lebe, liebe, trinke, schwärme_ _Und erfreue dich mit mir._ _Härme dich wenn ich mich härme_ _Und sei wieder_ _froh —_ _mit —_ _mir!»_ Alle tre ultime parole cozzò il suo bicchiere contro quello di Chérie. «Bevi!» comandò con voce terribile. «Se non bevi è un insulto che fai all’armata tedesca; un insulto che va punito.» Con un singhiozzo Chérie si portò il bicchiere alle labbra. Luisa piangeva torcendosi le mani. «Vili... vili....» gridava; mentre Mirella avvinghiata alle sue vesti fissava con occhi sbarrati la scena. Il capitano Fischer guardò di sottocchi Luisa. «Mia Samaritana....» balbettò colla lingua già spessa; «mia suora di carità...» Si alzò e le si fece vicino con un ebete sorriso. Mirella si scagliò contro di lui come una piccola selvaggia. «Andate via!» strillò. «Andate via!». Il signor capitano la prese senza brutalità per le esili spalle. «Le piccole bambine....» borbottò, «a quest’ora... devono essere a letto. Le mie bambine sono già a letto da un pezzo.» Luisa torse le mani convulse. «Vi supplico, vi supplico! Abbiate pietà di noi! Lasciateci andar via.... La casa è vostra, ma lasciateci andar via...» L’ufficiale la guardava con aria istupidita, arricciandosi i baffi grigi. «E dove volete andare?» domandò. «Nelle nostre camere,» balbettò Luisa. «Ma non ne avete voi di camere!» fece il capitano, con un sorriso ambiguo. «Sono nostre le camere!» E piegandosi in avanti e spalancando gli occhi, la fissò in modo assai significativo. Luisa si guardò selvaggiamente attorno, come un povero animale preso in trappola. Essa vide Von Wedel e Feldmann che tenevano in mezzo a loro Chérie e la forzavano a bere nei loro bicchieri; vide Glotz che si girava e rigirava sullo scanno del pianoforte, imbambolato ed impassibile; e vide quest’uomo di fronte a lei che si sporgeva avanti, che ammiccava lubrico e suggestivo — così vicino che essa ne sentiva in faccia l’alito caldo ed acre. Il nemico! Era il nemico. L’uomo dai piedi imbrattati di fango e di sangue.... ecco, egli tendeva la mano.... la toccava! Allora Luisa cadde in ginocchio e trasse giù a ginocchi anche la piccola Mirella. Tendendo in alto le mani giunte, levò su di lui il volto rigato di lagrime. «Le vostre bambine — voi avete delle bambine a casa vostra — ebbene, sono a letto, le vostre bambine! Dormono!... Sono al sicuro... Sono sane e salve, ben chiuse nella loro casa. — Che Dio ve le guardi! Che Dio ve le protegga! Ma voi, oh! abbiate pietà! Proteggeteci! Abbiate cura di noi!... Siate buono — siate buono!» E cadde prona davanti a lui colla testa a’ suoi piedi, mentre la piccola Mirella, con rapide lacrime che le scorrevano per il sottile viso alzava lo sguardo implorante su di lui e gli toccava la mano colla piccola mano tremante. Egli abbassò lo sguardo su quelle due figure inginocchiate ed aggrottò le ciglia. Sì... è vero... Aveva pure a casa sua, in Mainz, tre piccole bambine, tre buone bambolette bionde. Eh, sì! Bene per loro che erano a Mainz e non nel Belgio. Ma per Dio! Erano delle bambine tedesche, quelle; mentre questa gente qui — Nemici erano... erano belligeranti. Borghesi, se si vuole, ma tuttavia belligeranti. Il suo sguardo si abbassò su quel capo di donna curva ai suoi piedi, su quella testa bruna, su quelle esili spalle in sussulto.... Poi i suoi occhi si volsero e si fermarono sul bianco viso infantile che la bambina levava su di lui. «Belligeranti....» brontolò; e tosto fece un cipiglio più che mai fosco ed arcigno. Poi d’un tratto il volto gli si contrasse; ebbe negli occhi un tremolio annebbiato. «Via dunque!» ordinò con voce secca e rauca. «Via! Via subito! tutt’e due! Andatevene! Nascondetevi. In cantina — in soffitta — dove volete... Non andate fuori. Le strade sono piene di soldati ubbriachi. — Via!» Luisa gli gettò le braccia intorno ai ginocchi e glieli baciò; gli baciò i piedi, nelle pantofole di Claudio, benedicendolo e piangendo di gratitudine; e Mirella sorrideva col serafico volto ancora inondato di lacrime e diceva: «Grazie! Grazie! Grazie!...» senza neppur sapere di che cosa lo ringraziasse. «Ma — e Chérie?» Luisa ansante si volse a guardare quella figuretta, smarrita e piangente nella sua bianca veste, in mezzo ai due lubrici uomini briachi. «Non possiamo lasciarla....» «Portatela via con voi!» disse Fischer, e traversando con passo risoluto la camera, prese Chérie per un braccio e l’allontanò dai due uomini. «Ma come? Ma cosa fate, vecchio libertino?» urlò Feldmann con una grossa risata. «Si può sapere quante ne volete, voi? Non ve ne bastano due, vecchio porcospino che siete? Per tutti i diavoli! Questa qui la lascerete stare!» «La lascerete stare anche voi altri,» tuonò il capitano. «Io le ordino di andar via.» E Fischer corrugò selvaggiamente le sopracciglia tentando di ristrappare Chérie alla stretta di Feldmann e di Von Wedel. «Olà! siete impazzito?» disse Von Wedel andando vicinissimo a Fischer e guardandolo dall’alto in basso con fare provocante e minaccioso. «Ho detto di lasciarla stare,» sbuffò il capitano; «questi sono i miei ordini. E voi, tenente Von Wedel, se non mi ubbidite dovrete rispondere a chi di ragione.» «Vecchio scimmiotto! Vecchio cammello ammuffito!» urlò Von Wedel. «Ah! ne dovrò rispondere, io? Ma se siete ubbriaco, voi! Ubbriaco fradicio. E sono ubbriaco anch’io. E me ne infischio di voi e dei vostri ordini.» E strappando il braccio di Chérie alla stretta di Fischer, lo spinse violentemente all’indietro. «I vostri ordini....» balbettò l’inebbriato Feldmann, pronunciando a stento le parole e poggiando la sua mano sulla spalla stessa di Fischer per tenersi ritto, «i vostri ordini.... contraddizione diretta con altri ordini... ordini superiori.... che abbiamo ricevuti. Vero?... eh, Von Wedel?» E tentennò la testa, strizzando l’occhio a Fischer. «Sigillo della Germania.... da imprimersi sul paese nemico.... Sigillo della Germania.... Andatevene. Non venite qui a seccarci.» «Non fate il vecchio cammello,» soggiunse Von Wedel col braccio intorno al collo di Chérie, che vacillava, livida, tramortita, cogli occhi semispenti. «_Vae victis!_ Se non siamo noi, sarà qualcun altro.» E additando Glotz: «Sarà quello scimunito lì! Guardatelo! Guardatelo già tutto arzillo ed aspettante! _Arrectis auribus!_... Vero, Glotz?... O allora saranno i nostri soldati ubbriachi,» e additò la finestra infranta, nera breccia aperta sul buio della notte. «Li sentite?...» Fischer ascoltò. Di fuori i soldati mugghiavano «_Die Wacht am Rhein_.» Il ragionamento di Von Wedel gli parve persuasivo. «_Vae victis!_» sospirò, ingurgitando un altro bicchiere di cognac e sogguardando di traverso Luisa che seguiva con occhi stralunati ogni sua movenza. «Se non io.... Glotz.... o qualcun altro.... soldati ubbriachi....» S’avanzò barcollando verso di lei che si aggrappava disperatamente alla porta. «Guai ai vinti, mia povera donna!... Sigillo della Germania.... ordini superiori.... — Perchè dovrei fare il vecchio cammello?...» PARTE SECONDA VI. E’ piacevole cosa, in un mite pomeriggio settembrino, starsene seduti nella verde quiete di un giardino in Inghilterra. Piacevole è sorseggiare il thè e discorrere del tempo e della guerra, mentre i passerotti avventurosi vi saltellano vicini sull’erba vellutata, e una lieve brezza vi porta, misto a un profumo di reseda, il lontano alito del mare. Così pensavano nella loro anima pacata le due sorelle, Miss Jane e Miss Julia Corry, volgendo intorno gli occhi azzurri, sereni, soddisfatti a mirare i prati, i passerotti, il servizio d’argenteria, i crostini imburrati, e la loro migliore amica Miss Lorena Marshall, venuta da Harrow a prendere il thè con loro e di cui le serene pupille brune riflettevano la stessa pacata felicità. Tutte e tre avevano, sotto alle ravviate chiome grige, il viso ancora giovane; tutte e tre avevano entro il severo petto verginale un cuore impressionabile e tenero; tutte e tre avevano attraversato l’esistenza, contegnose ed impeccabili, senza deviare mai dalla più rigorosa anglosassone convenzionalità. Erano sublimemente ingenue, divinamente caritatevoli, e inflessibilmente austere. «E’ piacevole cosa, invero,» ripetè Miss Julia colla sua voce in falsetto un po’ querula. Essa era la più giovane delle tre — aveva appena quarantacinque anni — e sua sorella e l’amica la trovavano di vedute assai moderne. «Ammetto che anche sul Continente non si sta male, se si passa l’estate nella Svizzera e l’inverno a Montecarlo —» «Oh! Julia, cosa dici!» interruppe scandolezzata Miss Jane. «Perchè parli di Montecarlo? Se non ci siamo rimaste che un quarto d’ora?» «Tanto peggio!» ribattè la ribelle Miss Julia. «Dovevamo rimanerci di più. Il mare era di un’azzurrità di sogno, e le _toilettes_ di quelle donne! — una rivelazione! Tuttavia, come dicevamo, l’Inghilterra resta pur sempre....» Noi tutti sappiamo ciò che resta sempre per il cuore delle inglesi l’Inghilterra. E nell’enumerazione dei pregi e privilegi di quella beata isola sarebbe trascorso piacevolmente tutto il pomeriggio, se non veniva Barratt, il domestico, ad annunziare l’arrivo di altre visite. Era Lady Mulholland e sua figlia Kitty che giungevano in dog-cart da Windford, ed ora s’affrettavano attraverso il prato, colle gonne fruscianti, i cappelli infiorati e le velette di trina al vento. Si rifece il thè per loro ed esse portarono la loro nota nuova alla conversazione. «Figuratevi che siamo state a trovare la signora Davidson,» disse Kitty. «A proposito, non pensate anche voi di prendervi in casa qualche profuga?» chiese Lady Mulholland a Miss Jane. «I Davidson ne hanno presa una.» «Ma come! I Davidson ne hanno presa una?» esclamò Miss Marshall. «I Davidson ne hanno presa una!» fecero eco Miss Jane e Miss Julia Corry. «Sicuro,» disse in tono un po’ sarcastico Lady Mulholland. «E mi pare che se loro si permettono di tenerne una in quella meschina casa che hanno, ce lo potremmo permettere anche noi.» «Già; sono di gran moda oggi i rifugiati,» osservò Kitty a Miss Lorena Marshall. «Tutte le migliori famiglie ne hanno.» «Sì, ma via! I Davidson!...» esclamò Miss Marshall. «Come mai possono permettersi questo lusso?» «Hanno licenziata la cameriera,» spiegò Lady Mulholland, «e fanno fare da sguattera a questa povera donna belga.» «Che a casa sua,» saltò su a dire Kitty, «era una signora dell’aristocrazia. Molly Davidson mi ha assicurato che è veramente una gran dama! Marchesa, contessa, o che so io.» «Già;» soggiunse sua madre. «Mi hanno anche detto che i letti li rifà molto male.» «Povera creatura!» sospirò Miss Jane. «Secondo me,» proseguì Lady Mulholland, «è assurdo che i Davidson si diano il lusso di avere una contessa forestiera a rifare i loro letti, mentre noi, che abbiamo delle discrete entrate e delle case decenti, stiamo a guardare. — Grazie, cara, due pezzi di zucchero. — Difatti, oggi ho scritto al Comitato offrendo ospitalità ad una famiglia di due o tre persone.» «Quanto sei generosa!» esclamò Miss Jane; e Miss Julia fece una timida carezza alla mano grassoccia di Lady Mulholland che reggeva la tazza di thè. «Noi altre, a dir vero, non ci avevamo ancora pensato,» si scusò Miss Jane. «Ma se possiamo in qualche modo soccorrere queste infelici, lo faremo con molto piacere.» «Oh, certo! Siete così angeliche!» esclamò l’impulsiva Kitty, circondando d’un braccio robusto le rigidette spalle di Miss Jane e schioccandole un bacio sulla guancia. Miss Jane arrossì di piacere. «E allora, che passi si fanno per avere una di queste profughe?» chiese Miss Lorena Marshall. «Anch’io potrei trovar posto per qualcuna in casa mia. Anzi, non mi spiacerebbe affatto. Sono lunghe le serate per me che vivo sola; e riprenderei volentieri un po’ di conversazione francese.» Lady Mulholland, a cui ella s’era rivolta, indugiò alquanto a rispondere; quindi in tono piuttosto asciutto disse: «Potete scrivere al Comitato per i rifugiati, a Kingsway; oppure al Consolato Belga.» Vi fu una pausa. «I Davidson devono averla avuta dalla Lega pel suffragio femminile. La prevengo però,» soggiunse guardando con occhio frigido la signorina Marshall, «che il Comitato, a quanto mi si dice, è particolarmente rigoroso. S’informa per filo e per segno sul conto di coloro che vogliono i profughi. Non li manda, così, a chiunque ne faccia domanda.» Vi fu un nuovo silenzio; quindi Lady Mulholland e sua figlia si alzarono e presero commiato. A Miss Julia, che le accompagnò fino al cancello, la signora osservò a bassa voce: «Ma guarda un po’ che impertinenza! Quella Miss Marshall che ha il coraggio di voler prendersi in casa una profuga! Lei!... Col suo passato!» «Che passato?» chiese stupita Miss Julia, spalancando gli occhi cilestri un po’ sbiaditi. «Che cosa dici mai?!» «So ben io cosa dico,» ribattè l’amica con una crollata del capo che fece fluttuare ai venti il velo di trina bianca. «So ben io!... cara Julia, credimi: quando si vive tanto tempo all’estero» — e Lady Mulholland scosse vicino al naso di Miss Julia un indice sapiente e ammonitore — «c’è sempre qualche cosa sotto! Qualche gatta che ci cova. — Dunque addio. Vi aspetto mercoledì al thè in casa mia.» E la gentildonna salì in carrozza seguita dalla sorridente Kitty, lasciando Miss Julia muta ed esterrefatta sotto gli alberi del suo giardino. Dopo qualche istante di dolorosa riflessione Miss Julia ritraversò il giardino colla fronte pensosa e l’animo turbato. Ma come! Nè lei nè sua sorella si erano mai preoccupate del passato di Miss Lorena Marshall. Era prudente questo? Miss Marshall a vero dire non evocava per nulla l’idea di un passato; tanto meno di un passato esotico, che alla mente di Miss Julia e di Miss Jane si associava vagamente a un terribile libro intitolato — «Pour lire au bain» — che era loro capitato in mano, ed a certi lochi infernali chiamati Bullier e Tabarin. No; il pudico cappellino nero, correttamente assiso sulla capigliatura color pepe e sale di Miss Marshall non mostrava invero la più lontana parentela con quei folli «petits bonnets» che si buttano al disopra dei mulini in un momento di giovanile ebbrezza. Le sue solide scarpe a tacco basso e punta quadra respingevano risolutamente ogni idea che il piede così giudiziosamente calzato avesse potuto un tempo scendere danzando la fiorita china del peccato. «Secondo me, è una malvagia e crudele calunnia,» mormorò Miss Julia; e appena fu sola con la sorella gliene parlò. Anche Miss Jane respinse sdegnata l’ingiuriosa insinuazione, e quando nella serata il Reverendo Smyth, curato di Pinner, venne per discutere con loro i preparativi di un imminente concerto di beneficenza, le due sorelle confidenzialmente chiesero la sua opinione. Da quanto tempo conosceva egli Miss Marshall? Ne aveva udito parlare prima ch’essa venisse a Pinner? Gli pareva possibile ch’ella avesse un passato? Un passato.... continentale? Il giovane Reverendo sorrise, e disse che secondo lui tale sospetto era ridicolo e poco caritatevole. «Lei dirà, caro Mr. Smyth,» disse Miss Jane, «che mia sorella ed io siamo due zitellone noiose, dalle idee ristrette —» il curato fece un gesto di cortese protesta. «Già; bisogna compatirci. Siamo zitellone noiose dalle idee ristrette,» ripetè Miss Julia. Era questa una frase prediletta dalle due signorine Corry; la dicevano ad ogni istante — un po’ per farsi contraddire e un po’ per una specie d’umiltà che sta assai vicina all’orgoglio. Non era già un segno d’indubbia superiorità il riconoscersi dei difetti? E poi questa «ristrettezza d’idee», non è quasi sinonimo di «nobiltà d’idee,» quando significa il giusto aborrimento d’ogni volgarità e sconvenienza? ———— Quando, il mercoledì seguente, le due signorine Corry andarono a rendere la visita a Lady Mulholland trovarono la sala di ricevimento piena di gente. Tutta Pinner e Hatch End e Harrow si dava convegno ai thè di Park House. Le due sorelle entrarono, un po’ timide; Lady Mulholland, molto circondata e prodigandosi a tutti, le accolse con distratta gentilezza. Kitty, gaia e affettuosissima, offrì loro con premura il thè. C’erano anche le Davidson. («Che pessimo gusto hanno nel vestire,» osservò Miss Jane a Miss Julia; «nessuno porta il raso per l’afternoon tea!») Madre e figlia Davidson formavano il centro di un gruppo di persone, e, rosse in viso, stavano narrando la serie di guai avuti con la loro profuga contessa belga. «Anzitutto non era affatto contessa,» diceva Dolly Davidson, con broncio puerile. «E poi non era nemmeno belga,» soggiunse la povera signora Davidson, scotendo il capo piumato. «Mi stupisco che la Lega per il Suffragio Femminile ce l’abbia mandata. Figuratevi che ci confessò, partendo, d’essere una artista di varietà, nata a Linz! E non sapeva parlare che il tedesco e lo czeco. Dire che noi abbiamo sempre creduto che parlasse fiammingo!» Le ascoltatrici dissimularono appena sotto un’apparenza di lieve commiserazione i loro sorrisi di giubilo. Ah, che meritata lezione! Ma come?! Questa insignificante Clara Davidson (Davidson padre aveva qualche oscuro impiego nella city) si era data tante arie con quella sua contessa! Ed ecco che doveva confessare d’aver ospitata una canzonettista austriaca! «Mia povera cara amica!» esclamò Lady Mulholland. «Come avete fatto a liberarvene?» «Ma...» balbettò la infelice signora Davidson arrossendo, «venne un uomo — un brutto tipo — a cercare di lei tardi l’altra sera, e fecero molto chiasso in anticamera. Non so se litigavano o altro...» «Poi sono andati disopra tutt’e due,» aggiunse la loquace Dolly Davidson. «La mamma ha mandato su Reggy a chiamarli.» Reggy, un torpido adolescente che in quel momento aveva la bocca piena di torta, arrossì — «per dire che dovevano scendere e andar via subito. Ma Reggy rimase su, e quando sono salita io a cercarlo l’ho trovato che guardava dal buco della chiave.» «Non è vero,» borbottò Reggy. «Basta; abbiamo dovuto chiamare un policeman,» concluse rapida la signora Davidson. «E’ stata una cosa veramente spiacevole.» Il penoso silenzio che seguì fu rotto da Lady Mulholland. «Confesso,» disse, «che non è senza trepidanza ch’io attendo l’arrivo dei miei profughi.» «Quanti ne aspetti, cara?» chiese Miss Julia Corry. «Quattro,» rispose lugubre Lady Mulholland. «Se potessi mandare un contrordine!...» «Ah, no!» esclamarono in coro tutte le amiche. «Una volta che le hai invitate devi accettarle.» ———— Arrivarono difatti il giorno seguente: una madre, magra e insignificante, due ragazzotti taciturni e grassi, e una ragazzina dall’aria furba, con due occhi vividi da furetto. Si chiamavano Pitou. Dal giorno che avevano abbandonato la patria, la casa e i beni — questi consistevano in un piccolo Restaurant in un’oscura viuzza di Bruxelles esalante un effluvio perenne di ragoût di montone — i quattro esuli non si erano trovati troppo male. Appena sbarcati in Inghilterra avevano appreso ch’erano degli eroi. Erano stati acclamati, insieme ai loro compatrioti, quali salvatori d’Europa. Con stupore non disgiunto da compiacenza avevano ascoltato i discorsi pronunziati in loro onore, nei quali si assicurava che la riconoscenza del mondo intero non avrebbe mai ripagato il debito che la civiltà aveva contratto verso di loro. Non c’era quindi da stupirsi se questi profughi — come molti altri — accettavano come di diritto e colla massima naturalezza tutto ciò che veniva loro offerto. Mangiavano tutto il giorno — e nella notte tenevano accanto al letto dei biscotti che all’indomani buttavano via. Esigevano burro e marmellata a tutti i pasti; mettevano zucchero nel vino e acqua di fior d’arancio nel latte; si lagnavano assai che il caffè non era buono. Se faceva freddo si mettevano sulle spalle il mantello di lontra di Lady Mulholland e le sciarpe di seta di Kitty. Parlavano poco, e sempre a bassa voce tra di loro. Passavano gran parte della giornata nel salotto, sdraiati in poltrona a sfogliare le riviste illustrate. Scrivevano molte lettere e prendevano i francobolli dal cassetto della scrivania di Lady Mulholland. Non ringraziavano mai di nulla. Perchè avrebbero dovuto ringraziare? Non avevano forse salvato l’Europa? Se non erano loro, dove sarebbe a quest’ora il mantello di lontra di Lady Mulholland? Se non era il Belgio a quest’ora sui divani di casa Mulholland si sdraiavano gli Ulani; e verrebbero gli Ussari della Morte a mangiarsi le conserve di casa Mulholland, a servirsi di francobolli e a criticare il caffè. _Comment donc!_ E non avevano essi, Pitou, per salvare l’Europa, abbandonato tutto? La patria? La casa? Gli affari?... Ben presto il meschino Restaurant nel Passage de la Pompe assunse nei loro appassionati ricordi una magnificenza e un fasto di Grand Hôtel. _Le souvenir, cet embellisseur_, con un rapido gioco di prestidigitazione ne cancellava la sudicia insegna, faceva sparire candele, limoni, sardine e mosche dalla vetrina d’entrata, costruiva qualche piano di più, una facciata a colonne, e riempiva l’imponente fabbricato di clienti ricchi e titolati. «A proposito, come si chiamava il vostro Hôtel?» chiese un giorno Lady Mulholland. «Noi, andando a Spa, abbiamo pernottato a Bruxelles; e mi ricordo che abbiamo alloggiato in un eccellente Albergo. Il Britannique, o il Métropole, o qualche cosa di simile.» Madame Pitou si rivolse con un sospiro a sua figlia che soleva fare da interprete: «Toinon, dille tu il nome del nostro albergo,» sospirò. «Traducilo dal francese.» E Toinon tradusse: «Ristorante Al Gaio Anatolio o Alla Lepre Saporosa.» «No; non Ristorante — Hôtel» corresse Madame Pitou. «Hôtel _Alla Lepre Saporosa_.» E sospirò profondamente. Indi soggiunse: «Toinon, avvisa questa gente che vogliamo un potage aux poireaux per questa sera. Io non voglio nè posso più ingurgitare quelle brodaglie nere che in questo paese si ha il coraggio di chiamare minestra.» VII. Ben presto in Pinner l’entusiastica infatuazione per i profughi si calmò. Lo slancio di generosità esagerata cadde; e quando nelle case si riunivano le signore a lavorare per i soldati, e a raffrontare i Belgi da loro ospitati, si notava una mal celata amarezza in coloro che ne avevano in casa, e un tono di sorridente compatimento da parte di chi non ne aveva. Si parlava dei profughi quasi come di una malattia; un estraneo avrebbe potuto credere che si trattasse degli orecchioni o delle febbri malariche. «Pare dunque che la povera Lady Osmond li abbia.» «Ma davvero?» «Sicuro. Ed anche la povera signora Whitaker.» «La signora Whitaker? E’ possibile?» «Li ha, li ha, ve l’assicuro io. E mi dicono che ne soffra assai.» «Poveretta! Bisognerà ch’io vada a trovarla,» disse Lady Mulholland, in tono di sincera commiserazione. Ma in quello stesso pomeriggio capitò da lei precisamente la signora Whitaker. «Ah, mia povera, cara Teresa,» cominciò Lady Mulholland afferrandole le mani e stringendogliele con eloquente simpatia. «Come stai? Come ti senti? Ho saputo che anche tu...» «Già, già,» e la signora Whitaker ritrasse un po’ stizzita la sua mano. «Te l’hanno detto che li ho anch’io.» Vi fu un istante di silenzio. «Te lo confesso, non me li aspettavo lugubri a tal punto.» «Lugubri?» esclamò Lady Mulholland. «Se non è che questo....» «Ti accerto che basta,» sospirò la signora Whitaker. «Non puoi fartene un’idea. Sono tre creature d’incubo.....» Ma Lady Mulholland subito si lanciò in una lamentosa narrazione delle proprie pene. «Mia cara, si fanno prestare tutti i tuoi vestiti? Adoperano tutta la tua carta da lettera? Comandano loro il tuo pranzo? Danno ordini alla tua servitù? Se no, non lamentartene. Figurati» — continuò fremente di sdegno — «la mia cuoca — una perla! — mi ha dato adesso gli otto giorni. E perchè? Perchè la mia profuga, Madame Pitou, si è permessa di andare in cucina alle quattro del pomeriggio a farsi un timballo di riso coi funghi.» «Possibile? Ah, mia povera Lucy!» disse la signora Whitaker scotendo il capo e dissimulando un sorriso. «No, questo le mie non lo fanno. Si accontentano di star sedute negli angoli, mute, immobili, spettrali, come tre fantasmi. Un giorno che avrai tempo le verrai a vedere.» «Posso venire anche subito,» disse Lady Mulholland con alacrità. «Ma sono convinta che i miei Pitou sono mille volte peggiori.» Sparì, e tornò quasi subito pronta ad uscire; e con un’ultima raccomandazione a Kitty di non permettere ai Pitou di far cucina in salotto uscì frettolosa accanto alla signora Whitaker. Presero la scorciatoia traverso i campi e giunsero in pochi minuti alla Loggia delle Acacie. «Che lingua parlano?» chiese a bassa voce Lady Mulholland seguendo l’amica che si inoltrava rapida sotto i castagni del viale. «Non parlano affatto,» rispose quella. «E confesso che avevo proprio contato su di loro per far fare alla mia Eva e a Giorgio un po’ di conversazione francese. Era anzi per questo che le ho prese in casa.» Si affrettavano pel viale allorchè, dal tennis-court una graziosa figuretta venne loro incontro, correndo traverso il prato. Era Eva Whitaker e la seguiva il fratello Giorgio, bel giovane in uniforme khaki. «Ho battuto Giorgio per sei contro quattro!» gridò Eva Whitaker agitando la racchetta in segno di saluto. «L’ho lasciata fare,» spiegò il fratello, «se no, erano bronci per tutto il giorno.» E il giovane tese ridendo la mano a Lady Mulholland e accettò la carezza, piena di affettuoso orgoglio che sua madre gli fece sulla guancia abbronzata. «Che bel ragazzo!» mormorò Lady Mulholland; e in cuor suo si rammaricò di non aver condotto Kitty, quand’anche i Pitou avessero approfittato della loro assenza per cuocere, come già una volta, della testina di vitello in salsa piccante sul fuoco della sala di ricevimento. «Ed _essi_.... dove sono?» chiese la signora Whitaker abbassando la voce e guardandosi intorno. «Non lo so,» rispose Eva. «In tutto il pomeriggio non li ho veduti.» «Lo so io,» interpose Giorgio. «Sono laggiù nel boschetto;» e additò una folta macchia di roveri a fianco della casa. «Va a chiamarle, figliolo caro,» disse sua madre. «No, grazie,» rispose lui. «Vado io,» esclamò Eva. E corse traverso l’erba, scansando le aiuole fiorite e falciando l’erba colla racchetta. «Deliziosa creatura,» esclamò con esuberante entusiasmo Lady Mulholland seguendo cogli occhi l’agile siloetta. Indi, fermando sulla maschia figura di Giorgio uno sguardo anche più ammirativo, ripensò a Kitty. «Bisognerebbe,» sospirò, «che le nostre care figliole si vedessero un po’ più di sovente....» La signora Whitaker lanciò sul profilo dell’amica un’occhiata penetrante. «Furbacchiona intrigante,» pensò tra sè; e forte disse: «Hai ragione, carissima. Non appena Giorgio sarà partito per Aldershot conto di vedere qui tutti i giorni la tua Kitty.» «Brutta maligna,» riflette Lady Mulholland; e ad alta voce rispose: «Verrà con gioia. Si amano tanto le nostre figliole!» Giorgio si era avviato dietro alla sorella verso il boschetto; ma già Eva riappariva — sola. «Vengono?» chiese da lontano sua madre. Eva scosse il capo. «Non vogliono venire.» «Come mai?» esclamò Lady Mulholland. «E perchè no?» chiese la signora Whitaker. Eva si strinse nelle spalle. «Non so perchè. Ma la più grande ha scosso la testa e ha detto: «Merci!» Giorgio rise. «E te ne stupisci, mamma?» Volse il bel viso giocondo e schietto verso Lady Mulholland. «Lei deve sapere che mia madre ne ha fatto una specie di Esposizione Permanente. Già tutta la contea di Sussex è venuta a guardarle.» «Vado a prenderle io stessa,» dichiarò la signora Whitaker. «Aspettate qui.» E s’avviò risoluta verso il boschetto. Indi si fermò. «Di un po’, Giorgio! Tu che hai studiato quattro anni il francese — è un mezzo parigino, sai, questo figliolo! —» soggiunse all’amica; «insegnami un po’ come devo dire questa frase: «Spero che mi farete la gentilezza di venire un momento con me; desidero presentarvi ad una mia carissima amica che s’interessa tanto alla vostra sorte.» Giorgio riflettè alquanto; poi tradusse: «_Venné._» «Ma come? Basta così?» chiese sua madre. «Sì, sì; basta,» assicurò Giorgio. La signora Whitaker si avviò ma Lady Mulholland la raggiunse. «Non sarebbe meglio che facessimo entrambe un giretto in giardino.... passando casualmente pel boschetto?» E fecero così. Giorgio le seguì a distanza, ed Eva gli si attaccò al braccio; ella era molto superba del suo bel fratello soldato. Entrarono tutti nel boschetto, dove tre figure vestite a lutto sedevano su una panca. «Misericordia!» esclamò a bassa voce Lady Mulholland. «Sono macabre davvero. Quasi quasi mi sembrano peggiori dei miei Pitou.» Le tre nere figure si levarono lentamente in piedi; poi stettero immobili e silenziose. Lady Mulholland si avvicinò sorridente, ma provò subito uno strano turbamento quando i suoi occhi incontrarono quei tre paia d’occhi cupi e profondi che la fissavano senza sorriso. Anche lei si trovò a fissarli come allucinata. La signora Whitaker rivolse loro la parola in inglese, parlando molto forte coll’idea di farsi capir meglio. Ma pareva che non la udissero. Certo non fecero alcun tentativo per rispondere alle sue amabili osservazioni sul tempo. Lady Mulholland colpita dal lugubre aspetto delle tre sventurate stese loro commossa la mano. Due di quegli spettri risposero al suo gesto ponendo per un istante le loro mani inerti e fredde nella mano di lei. Ma la terza — Lady Mulholland si accorse con stupore che questa era una bambina, benchè portasse come le altre una lunga veste nera — nè si mosse, nè mutò la fissità dello sguardo impietrito. Vi fu un silenzio un poco imbarazzante. Allora Lady Mulholland, facendo la sua più amabile voce da società domandò: «E così? Come vi piace l’Inghilterra?» Nessuna risposta. La signora Whitaker si volse a suo figlio: «Giorgio mio, domandaglielo tu in francese.» Il «mezzo parigino» si fece avanti — timido come tutti gli inglesi davanti alle donne o al dolore. Il rossore gli salì alla fronte abbronzata, tossì e si schiarì la gola. Finalmente domandò con impeto: «_S’il vous plaît Londres?_» Aveva rivolto questa interrogazione alla più alta delle tre, ma essa lo guardò con occhi trasognati e parve non capire. Vicino a lei stava la bambina, ma anche questa nè rispose, nè parve avere udito; teneva i grandi occhi sbarrati, fissi in volto alla sconosciuta signora Mulholland, nè sembrava accorgersi che altri fossero intorno a lei. Giorgio si fece anche più rosso in viso e si rivolse verso il terzo spettro. Tossì nuovamente, e ripetè la sua domanda: «_S’il vous plaît Londres?_» Allora accadde una cosa strana. Il terzo spettro — sorrise! Fu un vero sorriso, un sorriso radioso, un sorriso a fossette che trasformò subitamente lo spettro in una fanciulla incantevole. «_Merci. L’Angleterre nous plaît beaucoup;_» diss’ella in francese per non offendere il suo interlocutore. Poi soggiunse in un inglese timido e corretto: «Abbiamo trovato che Londra è molto bella.» «Oh! guarda!» esclamò la signora Whitaker in tono risentito. «Ma voi sapete dunque l’inglese?» E la sua voce esprimeva lo stupore e l’offesa di chi vede altri adoperare senza suo permesso una cosa di sua esclusiva proprietà. «Un poco, signora,» mormorò la giovanetta. E sotto lo sguardo austero della signora Whitaker il soave sorriso svanì, le fossette sparvero e la fanciulla ridiventò il pallido spettro di prima. Le due dame con un cenno di saluto si allontanarono. Giorgio ed Eva, dopo un momento d’esitazione e d’imbarazzo, le seguirono. «Ma guarda che ipocrisia! Che falsità!» esclamò sdegnata la signora Whitaker. «Non mi hanno mai detto che capivano l’inglese!» «Già. Avranno voluto scoprire tutti i vostri fatti di casa,» commentò Lady Mulholland. Un mormorio indistinto uscì dalle labbra di Giorgio. Ma Lady Mulholland si convinse d’aver frainteso. Impossibile che quel caro ragazzo avesse detto «Vecchia pettegola!» In tutti i modi non potè accertarsene, perchè il giovane senza dir altro era entrato in casa. «Non credo affatto che siano ipocrite,» asserì Eva. «Mi sembrano piuttosto intontite, sbalordite ancora dalle sofferenze, dal viaggio.... Povere creature! Non m’ero accorta che fossero così giovani. Hai visto, mamma? La più piccola è proprio una bambina.» Fece una piroetta sui tacchi ed esclamò: «Io torno da loro a discorrere un pochino.» «No!» fece sua madre secca e recisa. «Resterai qui.» Quella sera, allorchè il signor Whitaker tornò dalla città, la sua diletta figliola Eva aveva molte cose da raccontargli; e anche Giorgio, che di solito aveva un contegno piuttosto distratto e indifferente, degnò interessarsi alla conversazione. «Figurati! I fantasmi hanno parlato, babbo!» gridò Eva correndogli incontro nell’anticamera. Poi, attaccatasi al suo braccio lo trasse in salotto e lo fece sedere in poltrona. «Ti assicuro — una rivelazione! Non sono fantasmi! E te lo dirà anche Giorgio. Sono tutte giovani; e ce n’è una che è bellissima. Vero, mamma?» Ma sua madre non rispose, nè alzò gli occhi dal lavoro. Fu il signor Whitaker che parlò. «Al Comitato mi hanno detto che erano ottime persone — moglie, sorella e figlia di un dottore.» «Misericordia! E sembrano pezzenti!» fece Eva. «Sembrano spaventa-passeri,» disse Giorgio. «Anche il console belga,» continuò il signor Whitaker, «mi ha detto che erano persone distintissime. Teresa,» soggiunse guardando sua moglie, «credo che avremmo dovuto insistere perchè prendessero i loro pasti con noi.» «Ma se ho insistito,» rispose un po’ aspra la signora. «Mi hanno risposto che preferivano mangiare da sole.» «E allora rispettiamo il loro desiderio,» concluse il signor Whitaker, aprendo una rivista commerciale. «Ma pensa, papà,» seguitò Eva, issandosi sul bracciolo della poltrona e carezzando i capelli un po’ radi di suo padre; «pensa! la più piccola — quella cogli occhi così spauriti — è sordomuta.» «Chi te l’ha detto?» chiese la signora Whitaker alzando gli occhi dal lavoro. «Sua madre?» «No; me l’ha detto quell’altra — quella delle fossette, che parla inglese. Ah! quanto è carina quella! Vero, Giorgio?» «Si chiama Chérie,» osservò il fratello. «Si può sapere chi t’ha detto il suo nome?» chiese severamente la signora Whitaker posando in grembo il lavoro e fissando gli occhi inquisitori sul figliolo. «Me l’ha detto lei,» rispose questi, senza scomporsi. «Te l’ha detto lei?» ripetè sua madre. «Io non sapevo che tu facessi della conversazione con quelle donne.» «Non ho fatto conversazione. L’ho incontrata in giardino, l’ho fermata e le ho chiesto: «Come vi chiamate?» E lei mi ha risposto «Chérie.» Ecco tutto.» «Un nome curioso,» osservò il babbo. «Caro Anselmo; la questione non è lì —» Ma Anselmo non seppe mai la questione dove fosse, perchè il sonoro appello del gong li mandò tutti nelle loro camere a vestirsi per il pranzo. Quella sera, dopo il pranzo, Eva andò come di consueto nel salotto attiguo e aprì il pianoforte; suo padre, in poltrona in sala da pranzo colle doppie porte aperte, la vedeva e ne udiva la musica mentre gustava tranquillamente il suo bicchiere di Porto e la sua pipa. «Che cosa ti suono stasera, papà? — Rachmaninoff?» «No. Quello che hai suonato ieri,» disse il signor Whitaker accomodandosi meglio nella poltrona, mentre il domestico sparecchiava silenziosamente la tavola. «Ma è precisamente Rachmaninoff, angelo di un papà,» rise Eva aprendo il magnifico Erard. Giorgio le si avvicinò e si chinò a dirle qualche cosa sottovoce. «Sì! sì!» esclamò Eva. «Dillo alla mamma.» «Diglielo tu,» fece Giorgio; e tornò in sala da pranzo a sedere accanto a suo padre, accendendo una sigaretta. La signora Whitaker si fece un poco pregare; ma Eva, che sapeva essere molto carezzevole e persuasiva ottenne il consenso chiesto. Uscì correndo dalla stanza, e ritornò quasi subito conducendo seco le tre figure nero-vestite; e poichè queste ristavano esitanti sulla soglia, essa infilò amichevolmente il suo braccio sotto quello della riluttante «Chérie.» «Avanti, avanti! _Venné!_» E i tre fantasmi entrarono. Parevano fantasmi davvero con quei tre visi pallidi, quegli occhi fissi, e l’andatura a scatti come sonnambule. Sedettero mute, in fila, lungo il muro. Eva andò al pianoforte e suonò. Suonò il preludio di Rachmaninoff. Quando l’ebbe terminato le tre ascoltatici nè si mossero, nè parlarono. Allora con arpeggiante preludio Eva passò alla Barcarola di Godard; ma la dolce malinconia di quella musica non strappò alle tre ombre nè un commento, nè un gesto. Il Carnevale di Schumann non le rallegrò; nè le commosse la Sonata al Chiaro di Luna. Infine Eva chiuse il pianoforte. Allora le due più alte si alzarono, s’inchinarono in silenzio ed uscirono, conducendo per mano come si conduce una cieca la più piccola, il cui pallore sembrava ancor più spettrale, il cui silenzio pareva ancor più profondo del loro. «Infelici! Infelici!» mormorò il signor Whitaker seguendole con occhio commosso. «Teresa mia, guarda che non manchino di nulla. E quanto a voialtri» volgendosi ad Eva e a Giorgio «spero che avrete sempre tutti i riguardi per queste sventurate che abbiamo l’onore di ospitare. Giorgio,» soggiunse volgendosi al suo bel figliolo con un cipiglio che intendeva essere assai severo, «ho notato che tu le guardavi molto. Non farlo più. La sventura è sensitiva e non vuole essere osservata.» Giorgio mormorò che non le aveva affatto guardate e se ne andò, imbronciato. Eva mise le braccia intorno al collo del babbo e gli scoccò sulle guancie quei baci rumorosi ed infantili ch’egli tanto amava. «Vero papà, che posso andare da loro a discorrere un pochino?» gli susurrò. «E perchè no?» Eva non aspettò altro e se ne andò correndo nel momento stesso in cui sua madre alzando gli occhi dal suo lavoro domandava: «Che cosa c’è?» «Ho mandato Eva a fare un po’ di compagnia a quelle infelici,» disse suo marito. «E’ nostro dovere il cercare di sollevarle, anche moralmente, quelle disgraziate! Veramente, Teresa,» sospirò, «non ho mai veduto uno spettacolo più desolante!» La signora Whitaker si levò, agitata. «Dove vai?» le chiese suo marito. «A richiamare Eva,» rispose la signora. Il signor Whitaker le prese la mano e la trattenne. «Ma che idea, Teresa? Perchè non vuoi che quella bambina segua gli impulsi generosi del suo cuore?» Sua moglie volse verso di lui gli occhi azzurri e turbati — begli occhi irlandesi che vent’anni fa a Dublino.... Ma quella è un’altra storia. «Anselmo, tu non capisci. Eva non è più una bambina.» «E che c’entra?» «C’entra.... Insomma, non voglio che stia con quelle donne.» Il brav’uomo si raddrizzò con viso severo. «Teresa, vuoi ch’io ti creda senza cuore?» La fronte di lei si colorò fin sotto le morbide chiome ancora bionde, pacatamente e rigidamente divise nel mezzo della fronte. «Pensa ciò che vuoi,» disse. «Io ti confesso che a me quelle donne dispiacciono e fanno paura.» E leggendo lo sdegno e lo stupore nel viso di lui, continuò: «Sì, sì! paura. Non so... mi pare che qualche cosa di sinistro aleggi intorno a loro. Quando vedo Eva avvicinarle, parlare con loro... mi vien freddo — come se la nostra figliola entrasse in un mondo buio e sconosciuto. Ah! che cosa avranno veduto — che cosa avranno subìto quelle donne? E tu, Anselmo, vuoi mettere a contatto di questi sinistri misteri la candida anima di tua figlia?» Suo marito la fissava attonito, senza rispondere. «So che mi credi cattiva, Anselmo; so che mi credi fredda e senza cuore —» «Un po’ severa lo sei...» disse Anselmo approfittando subito di questo stato d’animo e di cose. «E guai se non lo fossi con voi altri tre,» disse la signora Whitaker, e gli occhi azzurri lampeggiarono. Anselmo non osò proseguire su quella via. «Mi pare che dovresti essere più gentile, più tenera per queste sventurate.» «Lo so. E lo vorrei. Vorrei poter essere gentile ed affettuosa, vorrei incoraggiare i figlioli alla bontà verso di loro. Ma c’è qualche cosa — qualche cosa negli occhi di quelle donne, che mi fa orrore. E non posso, non posso vedere Eva a contatto con loro. Non so spiegarti questo istinto — ma è più forte di me.» Vi fu un breve silenzio. «Non ti nascondo,» disse suo marito, «che a me sembra un istinto egoista e crudele.» Ella si alzò in piedi e di nuovo una vampa dolorosa le salì alla fronte. «Dovremo dunque sacrificare la purezza d’animo di nostra figlia a queste estranee? Immolare a loro la sua ignoranza del male? E’ possibile che sia nostro dovere incoraggiare dei rapporti che potrebbero strappare dai suoi occhi il candido velo dell’innocenza?» «Non lo so,» rispose grave il signor Whitaker. «Mi pare che qui ci troviamo di faccia ad uno dei mille problemi creati dalla guerra. Un problema minore se si vuole, ma tuttavia un problema. Secondo me, una ragazza che oggi è chiamata a curare i feriti — i feriti nel corpo e nell’anima — non può più vivere nella bella e puerile ignoranza d’una volta... La vera carità non può essere cieca. Per poter compatire le miserie umane bisogna conoscerle.» E come, con un gesto di dolore, sua moglie protestava, «Teresa,» continuò, «è questo un altro sacrificio che noi genitori dobbiamo portare in olocausto alla guerra. Dobbiamo dare non soltanto la vita dei nostri ragazzi — ma, se ci viene richiesta, anche la santa innocenza delle nostre figlie.» «E’ crudele, è crudele!» esclamò la signora Whitaker. «Sì. La guerra è crudele. E la vita è crudele. Ma non aggiungiamo, tu ed io, altre crudeltà alle umane tristezze!» Egli le posò una mano affettuosa sulla spalla. «Se per poter fare il bene, nostra figlia deve conoscere il male — così sia. Muoia l’incoscienza nel suo cuore, purchè vi nasca qualche cosa di più nobile — la pietà.» Vi fu un altro silenzio; un lungo silenzio. Indi la signora Whitaker prese la mano di suo marito, e la baciò. VIII. Eva, frattanto, salite le scale, andò a battere leggermente all’uscio dello studio, trasformato ora in un salotto per le rifugiate. Nessuno rispose; ed ella, stette un momento incerta. Poi udì una voce che diceva tra i singhiozzi: «Mirella! Mirella!» Era tale la disperazione in quella voce che la fanciulla con subitaneo impulso girò la maniglia e socchiuse l’uscio. Nel cerchio di luce sotto la lampada, un quadro, quasi biblico nella sua tragica bellezza, apparve ai suoi occhi e la fermò incantata sulla soglia. La più giovane delle profughe — la pallida bambina — stava ritta e immobile coi lunghi capelli che le cadevano lisci e lucenti come acqua aurata intorno al viso; guardava fissa dinanzi a sè, rigida come una statuetta di marmo. Prostrata a’ suoi piedi — e le lunghe vesti nere si spandevano come un cerchio di lutto intorno a lei — era la maggiore delle tre, il volto e le braccia levate in gesto disperato verso la figuretta immota. Era la sua voce singhiozzante quella che Eva aveva udito. E in piedi accanto a loro, tenendo alto tra le mani giunte un piccolo crocifisso d’oro, l’altra — la giovanetta che aveva sorriso — pregava: «_Sainte Vierge, aidez-nous! Mère de Dieu, faites le miracle!_» Ma immobile, senza udito, senza sguardo, la bambina per cui le donne pregavano rimaneva ritta e rigida, cogli occhi spalancati fissi nel vuoto. Eva sentì serrarsi il cuore e indietreggiò, richiudendo piano la porta. Indi, dopo un istante d’esitazione tornò a bussare, un po’ più forte. Quasi subito una voce tremante rispose: «_Entrez._» Ora erano in piedi tutte e tre, ma la più grande aveva ancora il volto rigato di lagrime. «Non vorrei disturbarvi,» balbettò Eva sulla soglia. «Venivo per restare un pochino con voi.» La seconda, quella che capiva l’inglese, si fece subito innanzi con un pallido sorriso riconoscente. «Grazie, signorina, ne saremo felici.» Ed Eva entrò e chiuse la porta. Vi fu un silenzio; poi Eva, con gesto timido e rigidetto, stese la mano alla maggiore: «Non pianga!» disse. Ah! Come queste parole aprono il varco alle lacrime! Benchè pronunciate in una lingua a lei straniera, la dolorante donna le comprese e il fiotto di pianto risgorgò. «_Lulù! Lulù! Ne pleure pas,_» scongiurò l’altra; e volgendosi ad Eva spiegò: «E’ per la sua bambina che piange — la sua bambina che non vuole più parlarle.» Eva si sentì stringere il cuore. «E’ proprio muta?» chiese a bassa voce, contemplando quel visino, serafico e scolorito come un pallido affresco di Frate Angelico. «Non sappiamo. Non si riesce a capire.... E’ da più di un mese che non ha mai sorriso e non ha mai parlato.» La dolce voce della giovinetta ruppe in un singhiozzo. «Sembra che non ci oda, che non ci riconosca....» S’avvicinò alla bambina, e ne carezzò il sottile volto: «_Mireille, petite Mireille! dis bonsoir à la jolie dame!_» Ma Mirella rimase muta, tenendo fissi gli occhi in qualche cosa che nessun altro vedeva. Allora anche Eva le si avvicinò e prese tra le sue la manina inerte della bimba. «Mirella,» chiamò piano. Gli occhi azzurri parvero fluttuare, si volsero per un attimo verso Eva, ma subito lo sguardo si smarrì di nuovo, vacuo e vago, nel vuoto. «Ma che cosa le è accaduto?» chiese Eva colla gola serrata in un singhiozzo. «Che cosa l’ha ridotta così?» «Lo spavento,» rispose breve la giovanetta, mordendosi le labbra. E non disse altro. «Spavento di che?» insistè Eva colla inconscia crudeltà della giovinezza e del desiderio di consolare. «Sono venuti... i nemici... in casa nostra,» balbettò quella che si chiamava Chérie. «Le hanno fatto paura....» E di nuovo le sue labbra tremanti si serrarono mentre una vampata di rossore le inondava il volto. Poi il colore svanì, lasciandola d’un pallore cereo con un’ombra bistrata intorno agli occhi. «Furono crudeli con lei? Le fecero del male?» chiese palpitante Eva; e volgendo gli occhi su quella misteriosa figuretta immobile, l’animo suo, colpito, realizzò per la prima volta il significato della parola _guerra_. «No, no! non le fecero male. A lei non fecero niente. Ma ebbe tanto spavento —» circondò con un braccio le esili spalle della bambina; e tacque. «E allora?» «E allora, perchè gridava, la presero.... e la legarono.... a una ringhiera.» «La legarono a una ringhiera?! Che infamia!» esclamò Eva. «Che crudeltà!» «Ah, sì! Erano crudeli,» mormorò la fanciulla e il memore terrore le riapparve negli occhi. Poi si volse, quasi per cercar rifugio, all’altra donna, quell’alta e nera figura silenziosa che fissava con occhi sognanti il fuoco. «Luisa!» invocò a voce bassa. Ma quella non si mosse. «Ma voi,» continuò Eva, appassionata di sapere di più, «avevate paura anche voi?» «Sì. Avevo paura.» «Allora cosa avete fatto? Siete fuggita?» «Non so... non ricordo. Non ricordo nulla...» ansò la fanciulla. E tale era il terrore e l’angoscia in quel giovane viso che Eva non osò chiedere altro. «Perdonatemi,» balbettò. «Forse non avrei dovuto parlare di queste cose... Mi perdonate?... Ditemi che mi perdonate... _Chérie!_» IX. Le placide giornate di settembre passarono; la tranquilla atmosfera inglese, il sano vitto inglese, e la saggia ospitalità inglese — che consiste nel non occuparsi dei propri ospiti, ostentando piuttosto un completo oblìo della loro esistenza — tutto concorse a compiere dei blandi miracoli su quelle tre anime sventurate. Non già che Mirella ritrovasse la parola; ma Luisa, giorno per giorno, potè notare con palpitante cuore il rifiorire del color di rosa su quelle guancie diafane e vide gradatamente sparire da quegli occhi l’espressione straziante di terrore. Mirella non piangeva mai, e non sorrideva mai. Sembrava vagare nell’ombra della vita, muta, inconscia e serena. Ma la vita e la gioia ritornarono frementi e pulsanti nel giovane cuore di Chérie, rivelandosi in tremuli sorrisi, in qualche parola alata di gaiezza. Presto furono risate trillanti e un correre per il giardino con passo lesto e leggero.... Sovente accadeva a Luisa, seduta alla finestra dello studio accanto a Mirella, di lasciar cadere il lavoro sulle ginocchia per seguire cogli occhi stupiti la figuretta di sua cognata, che volava qua e là per il campo del tennis con una leggerezza di farfalla. Luisa si trovava ad ascoltarne, sorpresa, la voce dolce e gaia che si era così presto intonata alla favella inglese. E l’animo suo si riempiva di meraviglia. Come.... come aveva fatto Chérie a scordare così presto? Non aveva dunque più pensiero per il fratello e per il fidanzato, combattenti laggiù nelle sanguinose pianure d’Ypres? Come, come poteva essa correre, distrarsi, ridere, mentre non si avevano notizie nè di Claudio nè di Florian? Mentre forse — ahimè! — giacevano entrambi in qualche lontana vallata del Belgio morti — morti — colle faccie rivolte al cielo. E come, ah! come mai poteva ella aver scordato ciò che avvenne in quella notte d’orrore — non più di qualche settimana fa? Sovente allora — quasi che un tenero istinto le parlasse al cuore — Chérie si volgeva improvvisa e guardava su. Guardava quei due pallidi volti incorniciati dalla finestra, tra le foglie rosso-dorate d’un rampicante autunnale. Allora gettava via la racchetta e senza una parola ai compagni di gioco, correva in casa, e su nella stanza da studio, a gettarsi ai piedi di Luisa con singhiozzi e un diluvio di lagrime. «Mirella!... Florian!... Claudio!...» i tre nomi diletti le sgorgavano dalle labbra in accenti disperati, e a stento Luisa poteva consolarla, baciandola, ravviandole i riccioli scomposti, carezzandole la fronte accaldata e le guancie lagrimose, e riaccompagnandola alfine ella stessa in giardino. Mirella le seguiva, lieve e silenziosa, come un serafino che camminasse in sogno.... Infine non fu soltanto per consolare Chérie che Luisa ritrovò in quei primi giorni d’esilio il suo sorriso. Anche in cuore a lei entrava, timida ospite, la speranza. V’erano notizie migliori dal Continente; tutta Europa era sorta in armi e combatteva con loro e per loro. Già erano giunte le prime gloriose nuove della battaglia della Marne. Poi, un giorno, arrivò un messaggio da Florian! Apparve nella colonna degli annunci sulla prima pagina del «Times»; e il signor Whitaker stesso — seguìto solennemente dalla signora Whitaker, da Eva e da Giorgio — volle portarlo disopra alle loro ospiti. Nelle brevi righe di quell’annuncio Florian diceva di essere sano e salvo, di aver veduto Claudio, che stava anch’egli bene. Dava un indirizzo al quale li pregava di voler scrivere se fortuna volesse che questo messaggio cadesse sotto i loro occhi. Luisa e Chérie si abbracciarono, piangendo di gioia. Claudio e Florian erano salvi! Salvi! E un giorno sarebbero venuti in Inghilterra a prenderle. Forse, chissà! tra un mese o due la guerra sarebbe finita... Da allora in poi tutte le notti Luisa sognò ad occhi aperti il ritorno di Claudio. Si figurava il suo arrivo, il suono dei suoi passi sulla ghiaia del giardino, la sua voce nell’atrio.... e poi — poi le sue forti braccia intorno a lei — Ah! mio Dio! con un sussulto essa ricordava Mirella! Mirella!... No — no! Con un grido Luisa si drizzava a sedere sul letto. No! No! Mirella doveva guarire, guarire prima che Claudio la vedesse. Egli non dovrebbe sapere mai ciò che era accaduto. Non bisognava dirgli nulla. Nulla. — Mai. Oppure?... Si doveva dire?... Questo dubbio divenne un’ossessione, una tortura. Doveva essa dirgli tutto — o tacere? Perchè, perchè, l’avrebbe dovuto dire? Per spezzargli il cuore?... E allora tornava all’angoscia di prima. No, bisognava tacere. Bisognava far guarire Mirella, far guarire Mirella, prima che suo padre la rivedesse! Sì, sì! Il Dio di misericordia la farebbe guarire! Mirella ritroverebbe quella sua voce striduletta e cara, quel suo riso acuto e gaio con cui sempre accoglieva il ritorno del babbo.... Il sorriso e la voce di Mirella! Dov’erano? Chi li teneva in serbo? Se li erano presi i Santi del Paradiso? Ma che se ne facevano loro della voce e del riso d’una povera bambinetta umana? E Luisa cadeva in ginocchio cento volte al giorno, pregava Dio, la Vergine e i Santi che rendessero a Mirella la sua voce e il suo sorriso. Ah, Sant’Agnese certo l’avrebbe aiutata! o la piccola Santa Filomena — martirizzate entrambe a tredici anni.... E Luisa pregò. Pregò piena di fede e di speranza, per molti giorni; e poi pregò, piena d’angoscia e di disperazione, per molte settimane.... Poi, d’improvviso, non pregò più. Da un giorno all’altro il suo viso si trasformò. Le morbide linee parvero improvvisamente scolpite nella pietra. Ora quando sedeva, sola faccia a faccia con Mirella, i loro occhi s’incontravano ed avevano la stessa fissità tragica, lo stesso vacuo stupore; però, mentre dallo sguardo della bambina era svanita l’espressione di spavento, ecco il terrore era entrato negli occhi della madre. Una paura nuova, una ossessione nuova, teneva l’anima smarrita di Luisa. E coll’alba d’ogni novella giornata ingigantiva quel dubbio, cresceva quella certezza di sventura e d’orrore. ———— «Luisa! cara! Che cos’hai? Sei malata?» le chiese un giorno Chérie notandone lo stanco atteggiamento ed il pallore mortale. «No, cara, no,» disse Luisa. «Non ho nulla. E — _tu_?» Ella fece questa domanda all’improvviso, volgendosi e figgendo le pupille ardenti in viso alla fanciulla. «Io?... Che strana idea! Perchè me lo domandi?» «Ma rispondi! Ti senti bene?» insisteva Luisa. «Giorgio Whitaker.... mi disse...» Luisa riusciva appena a parlare «... che l’altro giorno ti eri sentita male.... che avevi avuto — non so — come uno svenimento...» «Oh!» fece Chérie ridendo e scrollando le spalle. «Che stolto quel ragazzo a venirtelo a dire! Ma se non è stato nulla!» E come Luisa la fissava, stranamente, intensamente, ella spiegò: «Giorgio ed Eva m’insegnavano a giocare al hockey... e tutt’a un tratto mi venne come un abbaglio agli occhi.... uno stordimento — e caddi. Ma era niente, ti assicuro, proprio niente. Mi avviene spesso di provare un po’ di vertigine e di nausea.... Ma perchè diventi pallida? Se ti dico che non è nulla! Sono un poco anemica, e nient’altro. Davvero, davvero!» ripeteva ridendo, e abbracciando Luisa. «La prova migliore è che ho sempre una fame da lupo!» E ribaciò Luisa, e se ne corse via a passo di danza, a cercare quel «Mister George» per sgridarlo d’aver raccontato delle storie. Lo sguardo di Luisa la seguì — angosciato, profondo, scrutatore. X. Il Reverendo Smyth aveva organizzato un concerto di beneficenza in favore dei profughi ospitati dalle varie famiglie di Pinner. Il concerto avrebbe luogo nel salone della scuola, l’ultima domenica di settembre. Il ricavato sarebbe andato diviso tra i rifugiati belgi del vicinato, ai quali furono pure mandati dei biglietti d’invito. Le due prime file di posti erano riservate esclusivamente per loro. Già da qualche settimana ferveva intensa l’agitazione tra i dilettanti che avevano offerto il loro concorso. Miss Sophy Slepper, la vicina dei Whitaker, doveva cantare «Goodbye» di Tosti e «Il Bacio» di Arditi; essa passava le sue giornate in alterni gargarismi e gorgheggi; e sovente l’ascoltatore non riusciva a distinguere quale delle due cose ella stesse facendo. Infine la gola le si irritò a tal segno che dovette rinunciare al concerto; e il Comitato si recò a pregare Madame Mellon di cantare in sua vece. Madame Mellon, bruna, grassa ed amabile signora, dichiarò che era pronta a qualunque cosa: e così sul programma al «Goodbye» e al «Bacio» venne sostituita «la Habanera» della Carmen — ben noto pezzo di resistenza di Madame Mellon. Questa sguernì per l’occasione il suo più bel capello — modello parigino — per averne la rosa di velluto rosso da mettere nei capelli. «Ma come!» esclamò la povera Miss Slepper in un bisbiglio roco — ell’era andata generosamente a trovare la sua rivale per sentire un po’ come stava di gola — «Ma come! Avete forse idea di cantare la Carmen in costume?!» Madame Mellon, ampia ed equanime davanti allo specchio, inarcò le folte sopracciglia «Ma... non precisamente,» disse provandosi la rosa prima sulla tempia sinistra, e poi accanto all’orecchio destro, «non precisamente in costume. Ma bisognerà pur dare, anche nell’abbigliamento, quel tocco spagnolo... quel non so che di folle e di felino che la romanza esige... Non vi pare, cara?» Miss Slepper strinse le sottili labbra in un sorriso acidulo e beffardo. «Ho fatto accorciare la mia veste di merletto nero,» continuò Madame Mellon: «e vi ho aggiunto una nota di colore audace qua e là....» E accennava all’esuberante petto e ai poderosi fianchi. «Metterò una cintura scarlatta, con un nodo qui. Quanto a questa rosa forse, come la Carmen di Merimée, la terrò fra i denti entrando. Sarà di molto effetto. Avevo anche pensato,» soggiunse, «di avere in mano una sigaretta accesa. Ma mio marito e il Reverendo Smyth me l’hanno sconsigliato.» «_L’amor, sel sappia il mio bel damo_» gorgheggiò giocosa nella ricca e pastosa voce di contralto. E la povera Miss Slepper si sentì contrarre in gola per l’invidia le sue note asprette di soprano, che le raschiavano l’ugola come tanti pezzetti di vetro rotto.... Giorgio Whitaker doveva eseguire qualche gioco di prestigio che aveva imparato in un libro intitolato: «La Magia in Famiglia.» Li aveva eseguiti varie volte in casa con grande destrezza e successo; ma il giorno del concerto sentì a un tratto mancargli la bella e balda sicurezza di sè. Girava per la casa dicendo a tutti: «Ho idea che stasera farò una figura barbina.» E nessuno aveva il tempo o la voglia di contraddirlo. Circa mezz’ora prima che si dovesse partire egli si trovò con Chérie nell’atrio, aspettando gli altri che stavano ancora vestendosi. Chérie indossava una veste prestatale da Eva, una veste di mussola bianca con nastri celesti che Giorgio conosceva bene, e gli faceva provare verso di lei un vago senso di fraterna tenerezza. Sua sorella e sua madre erano ancora disopra a fare toletta, ed anche Luisa non era ancora scesa, avendo dovuto mettere a letto Mirella e raccomandarla — in un inglese più febbrile che corretto — alle cure di Mary, la cameriera. «Farò una figura da perfetto imbecille,» ripetè Giorgio per la millesima volta fissando con cupo sguardo Chérie. «Lo sento nelle ossa.» «Ma no,» lo incoraggiò essa. «Ma sì,» asserì Giorgio rabbiosamente. «Ho le mani umide e diaccie. Non potrò far niente.» «Peccato!» sospirò Chérie scotendo la vezzosa testa. «Sentite... sentite un po’ che mani,» disse Giorgio stendendogliele perchè essa le toccasse. «Poveretto!» disse Chérie. «Ma sentitele!» insistè Giorgio. «Sono gelide.» E Chérie colla punta d’un dito gli toccò la mano. «Gelide, davvero,» affermò con profonda commiserazione. E allora Giorgio rise, e rise anche lei. «Vi assicuro,» confessò il prestigiatore, «che sono nervoso; straordinariamente nervoso. Ho anche il batticuore.» «Possibile!» fece Chérie. «Sì, sì, un terribile batticuore,» disse Giorgio; e sospirò profondamente. «Ricordatevi che ve l’ho detto. Farò una figura barbina.» ———— La fece. Il primo numero del programma era il suo; e quando egli apparve fu salutato da applausi prolungati ed entusiastici. Ma appena la sala si fu accomodata in un silenzio pieno d’aspettativa, il panico lo colse. Svariate cose gli scapparono subito dalle maniche; oggetti inattesi che non avrebbero dovuto ancora presentarsi gli facevano capolino dalle tasche; quando voltava le spalle gli si vedeva la schiena gonfia di oggetti nascosti; e per colmo di sventura delle bandierine apparvero e si spiegarono di moto proprio molto prima del tempo, e in certe parti della persona dove non è solito esporre bandiere. Sua madre guardandolo, era tutta in un bagno di sudor freddo. Eva aveva chiuso gli occhi e pregava il cielo che la finisse presto. Ma non finiva. Quelle bandiere che avrebbero dovuto essere la chiusa patriottica e trionfale della sua rappresentazione essendo apparse al bel principio, pareva ora all’angosciato Giorgio che non vi fosse più modo di finire. Tirò avanti, smarrito, colla gola arida, frugando qui, abbrancando là, trovandosi nelle mani un cappello a cilindro, un fazzoletto e un uovo, senza la più lontana idea di che cosa ne avrebbe fatto. Chérie da principio lo aveva seguìto con serietà ed attenzione, ma quando egli, incontrando improvvisamente il suo sguardo, lasciò cadere l’uovo — le parve di dover ridere o morire. Quando poi una palla da tennis gli cadde dalla manica ed egli andò carponi a cercarla sotto il pianoforte a coda, mentre la bandiera britannica gli scendeva lentamente da sotto alla marsina e si svolgeva solenne dietro a lui — Chérie si sentì mancare. E rise, rise nascondendo la faccia tra le mani, rossa la fronte, rosso il collo, colle sottili spalle sussultanti, mentre Luisa le dava bruscamente di gomito susurrando: «Sta ferma!... Non ridere!... Non ridere, che ti guarda!» Difatti Giorgio uscendo di sotto il pianoforte vide subito quella figuretta scossa dalle risa in prima fila; e le mani gli divennero più umide e la gola più secca. Finalmente il Reverendo Smyth nelle quinte, per porre fine alla prolungata angoscia di Giorgio e del pubblico, si diede ad applaudire rumorosamente; e l’umiliato prestigiatore se ne andò rapidamente, mentre dalla tasca posteriore della sua marsina sporgeva il capo, con occhio curioso e perturbato, un coniglio. Dietro le quinte il Reverendo tentò di confortarlo: «Ma via! Non disperarti così. Non c’è poi stato tanto male!» disse giovialmente battendogli sulle spalle. «Ti ha fatto confondere quella scioccherella che rideva in prima fila!» «Ma no; ma niente affatto!» dichiarò Giorgio asciugandosi il sudore. «E’ stato quel maledetto uovo.» «Ah, già! l’uovo,» disse il Reverendo coprendosi la bocca col programma. «E quando mai m’è venuta l’idea del coniglio! Si dimenava come un ossesso, mi faceva un solletico insopportabile.... E’ stato lui che ha fatto venir giù la bandiera —» «Già. La bandiera,» mormorò il Reverendo. «Basta,» disse l’infelice Giorgio; «bisognerà spiegare che ho fatto così apposta. Che questo doveva essere un numero buffo....» «Non occorre spiegarlo,» disse il crudele Reverendo. Ma già cominciava il secondo numero. Madame Mellon era uscita sul palcoscenico colla rosa in bocca e la mano sull’anca. Il suo gomito rosso e possente appariva ignudo tra le brevi maniche e i guanti troppo corti. Madame Mellon ricordandosi di dover essere folle e felina volgeva in giro gli occhi sfolgoranti d’appassionata vivacità spagnuola. Al pianoforte il timido e miope signor Mellon, dopo molte aggiustature dello sgabello scricchiolante, prese il suo posto e cominciò. Ma aveva appena attaccato nervosamente le prime note delle battute d’introduzione, che la «Habanera» irruppe turbolenta dal petto di Madame Mellon. Con uno scoppio di voce ella informò l’uditorio che l’amore era un misterioso augello.... Il signor Mellon, che aveva ancora da suonare tre battute d’introduzione, si confuse, perse il segno, andò avanti un poco brancolando mollemente tra gli accordi sbagliati — poi si fermò e volse alla moglie un viso sbalordito. Seguì una breve discussione a bassa voce, ciascuno rimproverando l’altro d’aver sbagliato — ella chiedendogli perchè non andava avanti, e lui spiegando che lei avrebbe dovuto aspettare ancora quattro battute. Ricominciarono. E per la seconda volta Madame Mellon informò il suo uditorio che l’amore è un misterioso augello. Con impeto latino, con molto ansar del seno e fiammeggiar delle pupille, ella dichiarò con selvaggia noncuranza: «_Se tu non m’ami — ebben io t’amo!_» e le parole: «_E se mai t’amo dêi tremar per te!_» sembrarono acquistare sulle sue labbra un significato di minaccia nuova e temibile. E ancora una volta Chérie che aveva ascoltato seria e composta le prime battute, fu presa da un accesso d’irrefrenabile ilarità, e dovette nascondere il viso fra le mani, scossa da uno spasmodico accesso di riso. Luisa guardò Chérie; poi guardò Madame Mellon; ed ecco che lei pure fu colta da una voglia di ridere quasi isterica. Le labbra serrate fra i denti, le narici frementi, ella si tenne rigida e dritta, cogli occhi fissi sul palcoscenico, ma le sue spalle susultavano, e le lagrime le scorrevano pel viso. Certo Madame Mellon vide quelle due colpevoli in prima fila; ma ne distolse con disprezzo lo sguardo. Il suo canto si fece più forte, più impetuoso e più stonato. Le sue note si libravano crescenti di un semitono, in strida selvaggie sommergendo il timido accompagnamento del povero signor Mellon che arpeggiava querulo tre battute dietro di lei. Gli altri profughi accorgendosi che Chérie e Luisa ridevano si volsero a guardarle; i ragazzi Pitou cominciarono a ridacchiare, ma furono rapidamente ricondotti alla serietà da qualche ben assestato pizzicotto materno. Il numero che seguiva era una danza; una specie di danza di Salomé — modificata e moderata per uso inglese — ed eseguita da Miss Tilly Prim. Quando Miss Prim mise fuori dalle quinte pudicamente i piedi e le gambe nude, e s’avanzò angolosa e arridente negli scarsi drappeggi, anche la signora Pitou fu presa da un irrefrenabile parossismo di risa, e dovette lasciare che i piccoli Pitou si torcessero dall’allegria, mentre ella nascondeva il viso paonazzo nel fazzoletto. In breve tutti i profughi furono presi dal contagio di un’insensata ilarità. Ogni gesto di Miss Prim, ogni suo passo di danza, ogni suo sorriso svenevole e promettitore evocava nuovi convulsivi accessi di risa. Ella danzava ignara e passionale; mentre ogni sua piroetta, ogni salto che scoteva con sordo tonfo il palcoscenico faceva ondeggiare dalle risa tutti gli occupanti delle due prime file. Quelli immediatamente dietro a loro se ne avvidero. Poi altri. Si cominciò a sussurrare per la sala che i profughi ridevano. In breve tutto l’uditorio allungò il collo per vedere questi indegni e ingrati stranieri, a beneficio dei quali il concerto veniva dato, e che stavano scioccamente ridendo come tanti mentecatti. La inconsapevole Miss Prim stava appunto rialzandosi da un atteggiamento di genuflessione, con un sorriso estatico e due macchie nere sulle ginocchia, allorchè scorse il ragazzo Pitou che si torceva in silenziosa allegria all’estremità della prima fila. Gli occhi di lei vagarono allora lungo tutta la prima e la seconda fila, ed ella vide tutte quelle faccie sconvolte dalle risa, tutti quegli atteggiamenti spasmodici e quelle spalle in sussulto. Lanciando su di loro una sguardo di sdegno ineffabile, ella rientrò altezzosa, colle sue gambe nude, nelle quinte. Il signor Mellon seguitò ad arpeggiare un pochino, trepido, sul pianoforte, e poi egli pure si alzò e si affrettò a sparire dalla più vicina uscita. Dietro le scene gli artisti erano riuniti in un congresso d’indignazione. Vi erano sul programma altri undici numeri, ma nessuno voleva più prodursi. Qualcuno propose che il Reverendo Smyth si presentasse e facesse un discorso breve, ma tagliente; ed egli si avanzò infatti fino a metà del proscenio, ma tornò indietro non avendo nulla di pronto da dire; ed anche perchè la vista di quei profughi che si dimenavano nelle risa lo sconvolse. Quanto a loro, il vederlo apparire e sparire non servì certo ad alleviare la loro condizione che ora rasentava l’isterismo collettivo. Finalmente, dopo un rapido consulto dietro le quinte, la buona Miss Johnson si lasciò persuadere a uscir fuori a cantare i «Pifferi di Pan.» Ripassò in fretta mentalmente le parole: _«Torna il Dio Pan_ _su questa terra in fiore..._ E poi il ritornello: _«Quale mai suon di giubilo_ _Echeggia da lontan?_ _«Ah! Sono i folli pifferi,_ _I lieti, folli pifferi,_ _«I folli allegri pifferi,_ _I pifferi di Pan.»_ Intanto il signor Mellon, colla gola arida per il nervosismo e la paura di quanto Madame Mellon potesse avere a dirgli a concerto terminato, era andato a trangugiare un bicchiere di birra al buffet, nella sala di ginnastica. Quando Miss Johnson si presentò alla ribalta vide che il signor Mellon non era al pianoforte per accompagnarla; lo attese qualche momento con dignitosa calma; indi rientrò nelle quinte da una parte, al momento stesso in cui il signor Mellon — asciugandosi la bocca — usciva frettoloso dall’altra. Allora ci volle del bello e del buono per placare Miss Johnson, e persuaderla e spingerla fuori una seconda volta. E tutto ciò la confuse tanto che dimenticò tutte le parole e dovette contentarsi di fare dei suoni inarticolati finchè non arrivò al ritornello. Qui si sentì salva. _«Ah! sono i polli fifferi...»_ cominciò. C’era o non c’era qualche cosa di sbagliato in quelle parole? _«I pieti polli fifferi —»_ Miss Johnson girò intorno gli occhi stralunati, che cosa stava cantando? _«I polli —»_ gridò disperata sul là diesis acuto. E la voce le mancò per il resto. «Misericordia!» mormorò la afona Miss Slepper alla signora Whitaker che le sedeva vicino. «Che voce stridula!» «Già,» assentì la signora Whitaker. «E che strana canzone! I polli fifferi — che cosa saranno mai?» ———— Inutile negarlo. Il concerto era un fiasco. L’esecrabile contegno dei profughi e il contagio del loro ridere insensato aveva dato luogo ad una specie d’isterismo che si era propagato per tutta la sala. L’intero uditorio aveva finito col cedere ad una ilarità pazzesca e irrefrenabile. Ogni numero del programma veniva accolto da risa soffocate, talvolta addirittura da strilli di risa frenetiche dalla parte più giovane del pubblico. Il Reverendo — che anche lui a dire del signor Mellon era stato trovato convulso ed esausto su di una panca in un’aula vuota della scuola — fece, alla fine dello spettacolo un discorsetto breve ma caustico. «Sarà colpa nostra e dei nostri troppo modesti talenti,» disse, «se non abbiamo saputo che destare le facoltà risive dei nostri ospiti forestieri... Ad ogni modo,» concluse, «ho il piacere di annunciare che la somma raccolta è di lire sterline 16, sette scellini, e sei pence.» I profughi se la svignarono umiliati e vergognosi; e per molto tempo furono trattati come paria da tutta la contea di Surrey. ———— Quanto agli artisti, da quel funesto giorno in poi nessuno ha mai più osato pronunciare la parola «concerto» in presenza di Madame Mellon, di Miss Johnson o di Miss Prim. XI. _Diario di Chérie._ Lulù è malata ed io sono molto in pensiero per lei. Ne sarà causa questo clima inglese, perchè a dir vero anch’io non mi sento bene come mi sentivo a Bomal. Provo spesso uno strano malessere, un indescrivibile senso di languore; e talvolta ho delle vertigini in cui tutto sembra turbinare intorno a me. Poi per certe cose e certe persone provo una invincibile ed irragionevole antipatia. A pranzo mi accade che quando Mary porta in tavola delle vivande o dei dolci che nei primi giorni del mio arrivo qui mi parevano eccellenti, provo un tale orrore che devo stringere i denti e fare un grande sforzo per non alzarmi e fuggire dalla stanza. Ma ciò che vi è di peggio è che anche verso le persone più care provo la stessa inspiegabile avversione. C’è per esempio Giorgio Whitaker, così gentile e buono.... ebbene, non so dire ciò che soffro quando egli mi si avvicina. E’ come un brivido di terrore che mi percorre alla vista delle sue spalle gagliarde, delle sue mani forti ed abbronzate, de’ suoi occhi grigi che pure mi guardano con tanta bontà. Non so spiegarmi questo senso di raccapriccio invincibile ed irragionevole. Che le ansie ed angoscie patite nei mesi scorsi mi abbiano sconvolto il cervello?... Ma torniamo a Luisa. Vedendola da qualche giorno così pallida e smarrita mi dicevo che certo stava in pena per Claudio, da cui non avevamo più notizie. Ma ecco che l’altro giorno ci è giunta da lui una cara lettera, allegra e rassicurante. Ebbene — da quel momento in poi Lulù sembra star peggio di prima. E’ vero ch’egli è stato ferito ma — come scrive egli stesso — c’è quasi da rallegrarsene, poichè la ferita non è grave, e nell’Ospedale a Dunkerque egli è lontano da pericoli maggiori. E’ stato colpito al ginocchio e potrà forse rimanere zoppo. Ma — dice lui — questo che cosa conta? Di salute, grazie al cielo, sta perfettamente bene. Naturalmente m’aspettavo che Lulù partisse subito per andarlo a trovare. Era facile ottenere il permesso, e Claudio le ha anche mandato i denari per il viaggio. Invece no; Luisa non ci pensa neppure. Anzi piange e si dispera ogni volta che gliene parlo. Di notte poi non dorme mai. Siamo vicine di stanza e quando mi accade di svegliarmi nella notte, la sento di là che piange, o che prega a bassa voce, o che cammina in su e in giù. Oggi le ho chiesto perchè, perchè non vuole andare a vedere il povero Claudio? Ah! al suo posto, se sapessi dov’è Florian — chi mai mi tratterrebbe dal raggiungerlo?... Ma ella scuote il capo, e piange, e il suo viso è pieno di terrore. Le ho chiesto se è a causa di Mirella che gliene manca il coraggio. «Hai forse paura di dovergli dire che la povera piccina non parla più?» «Sì, sì, sì,» singhiozza lei. «Ho paura, ho paura di dirgli ciò che è accaduto per ridurla così.» «Ma lo sa pure, cara,» insisto «che i nemici vennero a Bomal; lo sa pure che saccheggiarono la nostra casa; che uccisero il vecchio parroco ed il povero Andrea...» «Sì, questo lo sa;» mi risponde Luisa cogli occhi stralunati fissi nei miei. «Ma non sa —» E tace. «Che cosa non sa?» Ella mi trae a sè stringendomi convulsamente le braccia, e i suoi occhi si sprofondano nei miei con un’insistenza di demente. «Ma — Chérie! — Ma è possibile.... che tu abbia scordato?...» Scordato? In verità ho scordato molte cose. Vi sono delle lacune nella mia memoria, dei larghi spazi vuoti che, per quanto mi torturi il cervello, non riesco a colmare. Tratto tratto un fugace ricordo, una visione sconnessa mi balena innanzi come una folgore — ma subito tutto si confonde, si cancella, svanisce.... Ed è come se una fitta nebbia bianca mi calasse sullo spirito. Quando cerco di riafferrare ciò che ho intraveduto, non esiste più. E più non ricordo ciò che ho ricordato. «Dimmi, Luisa! dimmi — che cosa ho io scordato?» Ma ella mi fissa con quegli occhi tragici, ossessionati, e susurra: «Taci, taci, mia povera Chérie.» E mi posa la mano fredda sulle labbra come se volesse chiudermele. Ma io voglio, voglio ricordare. Voglio riordinare i miei pensieri e scrivere in queste pagine tutto ciò che di quei giorni e di quelle notti terribili mi è rimasto nella memoria. Da un punto in poi ricordo tutto. Non so quando nè come fuggimmo da casa nostra.... ma mi ritrovo con Luisa e Mirella nascosta nei boschi; affamata, assetata, battendo i denti per la febbre e il terrore. Il mio primo ricordo è di aver visto, attraverso gli alberi, il campanile della nostra chiesa ardere come una torcia, e vacillare, e crollare in una densa nube di fumo e di fiamme.... Eravamo appiattate in un fosso, coi ginocchi nell’acqua, le teste chine sotto a un folto di rovi che ci laceravano il viso e le mani — udivamo da lontano il furioso galoppo degli ulani. Si avvicinavano.... si avvicinavano sempre più — finalmente li scorgemmo tra il fogliame fermarsi a pochi passi da noi. In un cespuglio poco discosto erano accovacciati i due bambini della vedova Duroc, Carletto e Nino. Ebbene noi vedemmo quei soldati — sì, li vedemmo e mi par di vederli ancora! — stritolare col calcio dei loro fucili i piedini di quei miseri bimbi, — beffeggiandoli poi, invitandoli con grossolane risate a «scappare a casa!...» Finchè vivo non mi uscirà dagli occhi quella visione: i due ragazzetti che si dibattevano strillando nella stretta di quegli uomini che, tenendoli per le spalle, li forzavano a star ritti — mentre due altri colpivano, pestavano quei piccoli piedi che si affondavano sanguinanti nel terreno.... Da quel punto in poi ricordo tutto. Ma prima?... Prima? Quella nebbia bianca mi riempie il cervello, ora si sposta un poco, ora si solleva per un attimo.... poi torna ad avvolgere tutto in una impenetrabile nebulosità. Cosa vuol dire Luisa quando mi chiede se ho scordato? Voglio forzarmi, forzarmi a ricordare. Ritorniamo alla sera del mio compleanno: il quattro agosto. Vengono le nostre amiche. Si canta e si balla. _«Sur le pont_ _«D’Avignon_ _«On y danse,_ _«On y danse....»_ Poi arriva Florian. — E riparte. Ecco! l’ultima cosa che chiaramente, luminosamente ricordo, è quella sua partenza. Netto e preciso — come un alto-rilievo scolpito nel mio cervello — io lo veggo ritto in sella laggiù in fondo alla strada. Si volge, mi saluta colla mano.... Sparisce. Io resto sulla terrazza, sola. Riveggo ai miei piedi la fila dei nostri vasi di garofani rossi; e le due piante di grandi margherite che sembrano così stranamente bianche nella verdognola luce del crepuscolo; sento ancora nell’aria il fine profumo dei garofani. Io sono lì nella mia veste di velo bianco, e sulle spalle ho la sciarpa di seta celeste regalatami quella mattina da Luisa.... Ma ecco la voce gioconda di Mirella che mi chiama! Vengono tutte correndo a cercarmi — Lucilla e Cricri, Verveine, Cecilia e Jeannette.... Poi, d’un tratto — _il cannone_! Ah, quel primo rombo lontano!... Le ragazze sono fuggite pallide e tremanti alle loro case. E noi restiamo sole, Luisa, Mirella ed io — sole, perchè Frida e Fritz — Aspetta! Che cosa mi ricordo di Fritz? Che egli apre la porta al nemico — ? no; non è quello. E’ un’altra cosa... una cosa che mi spaventa ancora di più — ma non so che cosa sia. Mi pare di vedere Fritz che ride.... E’ strano che sempre quando ricordo Fritz, lo vedo che ride. E’ appoggiato a una porta.... e c’è una tenda.... Già. Mi pare di vedere una tenda rossa, strappata, che pende accanto a lui; ed egli ride, ride rovesciando la testa all’indietro.... Perchè mai ride così? E’ di me che ride? Perchè? Che cosa accade per farlo ridere di me?... Ecco! ecco la nebbia bianca che scende e ingolfa Fritz. Non lo vedo più.... E’ svanito. Non mi riesce trattenerne l’imagine... tutto dilegua e svanisce. Ma — prima ancora di questo? Vediamo; devo pur ricordare altre cose prima di questo! Torno indietro. I cannoni tuonano, la casa trema, un gran fascio di fiamma s’alza nel cielo.... Poi uno scroscio, un’esplosione — ed è come se il mondo crollasse intorno a noi. Ed ecco la casa si riempie di soldati; i nemici s’impadroniscono delle nostre stanze — i loro cinturoni ingombrano le seggiole, i loro elmetti sono buttati sul pianoforte.... Vi è fra di loro un giovane alto, cogli occhi molto chiari.... Già. Un giovane alto, cogli occhi molto chiari.... Avanti, Chérie. Ricordati, ricordati!... Questi uomini parlano con insolenza, ci ordinano di fare questo e quello. Luisa piange. Uno di loro è ferito — vedo il sangue sul cotone inumidito che Luisa gli ravvolge intorno al braccio... e adesso — mio Dio! — torna la confusione nella mia mente, scende quella nube bianca sul mio cervello.... Santa Vergine, sollevatela! Toglietela! e fatemi ricordare! Due di quegli uomini mi sono vicini, mi soffiano in viso il fumo delle loro sigarette; vogliono ch’io beva nei loro bicchieri.... Io piango.... Non voglio. E loro mi forzano... minacciano non so che cosa... _Eins, zwei, drei!_... Gli occhi chiari dell’uno sono vicinissimi ai miei.... minacciosi, impellenti. Ho paura — e bevo. Essi cantano, ridono, e uno di qua, uno di là mi fanno bere, e bere ancora — dello champagne freddo e spumante, del cognac che brucia come il fuoco — finchè mi vengono tali vertigini che sento il pavimento ondeggiare sotto i miei piedi.... Piango e piango, e chiamo Luisa; ma ella non è più nella stanza. Vedo Mirella appiattata in un angolo che mi fissa, bianca in viso, terrorizzata. «Mirella! Mirella!» le grido ed ella dà un balzo e si slancia verso di me, strillando come una creatura impazzita; ma l’uomo dagli occhi chiari l’afferra per i polsi e ride. Quell’altro — uno degli altri, non so quanti siano — uno che aveva i capelli rossi ed aveva declamato non so che cosa in tedesco, si sdraia sul divano e s’addormenta. Ma un altro ancora — ricordo che aveva una faccia tonda, ricordo che gli altri lo insultavano ed imprecavano contro di lui — mi si avvicina e mi susurra qualche cosa all’orecchio. Non ho paura di lui.... so che cerca di aiutarmi. Ma mi sento così male, la testa mi gira a tal punto che non capisco ciò che mi dice. Egli mi spinge verso l’uscio, e mi dice in tedesco: «_Geh! Geh! Mach dass du fort kommst!_» E ancora mi spinge, gridandomi: «Ma vattene dunque! Corri — la porta è aperta!» Ma io mi volgo per vedere cosa fanno a Mirella. La vedo che tiene in mano un bicchiere rotto e tenta colpirne in viso l’ufficiale alto, mirando a quegli occhi chiari, quasi volesse acciecarli. Egli ha un po’ di sangue sulla gota e sul mento, ma ride ancora — ride. Ora si china e afferra la mia sciarpa celeste ch’è caduta in terra; prende Mirella e colla sciarpa le lega le braccia dietro la schiena, e l’avvolge, l’avvolge tutta finchè ella non può più muoversi.... Poi.... Aspetta! — Aspetta! lasciate che ricordi!... poi prende una delle cinture di cuoio rimaste sulla poltrona e con quella attacca la bambina alla ringhiera — a quella breve ringhiera di ferro che conduce al primo pianerottolo. Ecco, sì. — Lo vedo che la trascina e la solleva su per quei quattro gradini; butta via con un calcio il vaso da fiori cinese ch’è sull’ultimo scalino, per avvicinarsi meglio alla ringhiera... e vi attacca colla cintura di cuoio la bambina... Ah! quel piccolo viso folle che si volge verso di me! Ah, quelle braccia legate!... Sento ch’egli dice in tedesco — e ride, e ride — «_Da bleibst du... und schaust zu!_» La ucciderà? Mio Dio! La ucciderà? No. Ripete ancora: «Starai a vedere — starai a vedere!» Che cosa vuol fare? Vuole uccidere me? Uccidermi sotto agli occhi della bimba?... Adesso mi si avvicina.... Ancora la nebbia bianca.... la nebbia bianca mi cala sul cervello! Vedo l’altro ufficiale, quello che aveva tentato di spingermi verso la porta — _Glotz!_ Sì! si chiamava Glotz! — ebbene, lo vedo gettarglisi contro, afferrarlo per le braccia e cercare di fermarlo, di trattenerlo lontano da me.... Allora mi slancio in soccorso di Mirella, cerco di slegarla, di strapparla di lì, di liberarla.... Non posso, non posso, non ho forza! E lei piange, piange..... Glotz mi grida ancora in tedesco: «Va via! Va via!» e vedo che lotta coll’altro per darmi il tempo di fuggire. Allora fuggo. Salgo le scale inciampando e cadendo ad ogni scalino, gridando: «Luisa! Luisa!» Arrivo, non so come, alla sua porta. E’ chiusa! E dentro odo dei rumori — il respiro affannoso d’un uomo e parole rauche e concitate. Convulsa, soffocata da un indefinibile orrore mi precipito verso la mia stanza. — Mi chiuderò dentro, aprirò le finestre e chiamerò aiuto.... Sulla soglia di camera mia, con un sussulto mi fermo. Cos’è, cos’è che giace là sul limitare? Una cosa informe, nera... in una pozza di sangue! — Amour! E’ Amour — morto! col cranio sfracellato. Mentre lo sto a guardare odo dei passi che salgono correndo le scale. E’ lui — è quell’uomo dagli occhi chiari — che viene a cercarmi! Mi getto innanzi alla cieca coi piedi che sdrucciolano nel sangue di Amour, e mi nascondo dietro le tende dell’alcova dove sono appese le mie vesti. L’uomo si ferma sulla soglia e guarda intorno. Vede il cane morto sul limitare e con un’esclamazione di ribrezzo cerca di spingerlo in là col piede. Dà un’occhiata in giro alla stanza; gli sembra vuota; allora si volta e se ne va pel corridoio; lo sento aprire altre porte, battere col pugno all’uscio di Luisa, donde una voce d’uomo gli risponde. Poi lo sento correre su, all’ultimo piano, in cerca di me. Striscio fuori dal mio nascondiglio, incespico in quella terribile cosa che una volta era Amour, e scendo a precipizio giù per le scale e nel salotto. Mirella è ancora lì, legata alla ringhiera, il suo viso è rovesciato all’indietro, è livida, sembra una morta. Ed è sola. — Non c’è che l’ufficiale dai capelli rossi che giace addormentato sul divano. Mi viene un’idea! Attraverso la stanza, che mi ondeggia sotto ai piedi come un mare, vado alla mensola dove Luisa ha lasciato la fiala del sublimato, l’afferro, l’apro, mi riempio le mani di quelle pastiglie rosse. — poi corro alla tavola. C’è un calice ancora quasi colmo di champagne... vi lascio cadere le pastiglie — poi mi volto perchè sento qualcuno scendere le scale. Eccolo! E’ lui. E’ apparso in cima alla gradinata, accanto a Mirella. Mi vede e ride. «Ah! la colombella che voleva sfuggirmi!...» Io gli sorrido, indietreggiando verso la parte della tavola dove ho posato il bicchiere. Egli si passa la mano sulla fronte, sui capelli. Ha il viso acceso: certo beverà ancora — E si accosta barcollando a me, mi cinge con un braccio la vita — coll’altra mano — sì!... sì!.... prende il bicchiere. E ancora questo rivedo nella mia memoria, chiaro come se vi fosse scolpito con un coltello: quell’uomo alto che mi sta a fianco, che mi tiene stretta a sè — ed alza il calice di champagne alle labbra. Trattengo il respiro. Beverà! No! Si è arrestato, come impietrito e guarda dentro al bicchiere. Il suo sguardo è fisso, senza espressione. Guarda in fondo al bicchiere quella sostanza colorata da cui salgono e si svolgono delle lenti spirali di colore, tingendo di rosa vivo il pallido vino ambrato. Per un tempo che a me sembra un’ora, un’eternità, egli fissa così il fondo del calice, poi quelle sue iridi chiare si volgono lentamente verso di me. Ed è quella l’ultima cosa ch’io vedo. Nel deliquio in cui piombo e m’affondo porto ancora con me il ricordo di quegli occhi chiari, di quello sguardo fisso — odo vagamente lo scroscio del bicchiere ch’egli getta lontano da sè.... poi sulle mie braccia è la stretta delle sue mani ardenti.... E nulla più. Odo Mirella che strilla e strilla.... mi dibatto disperatamente contro le tenebre che m’avvolgono.... Poi, più nulla.... Più nulla. . . . . . La nube che grava sul mio cervello, fluttua, si dirada.... si risolleva. E’ trascorso un istante?... Un’ora? Un’eternità?... L’ignoro! Sento che qualcuno mi solleva.... mi trasporta.... Mi sento la testa violentemente rovesciata all’indietro, sento i capelli tesi sulla mia fronte come se qualcuno me li strappasse.... Ed ora il mondo è pieno di orrori indefiniti, di tortura, di strazio lacerante.... E ripiombo nel nulla. Fritz?... E’ allora che lo vedo guardarmi, e ridere? Ritto, vicino a un cortinaggio rosso, mi pare che parli con qualcuno, ma i suoi occhi non si staccano da me, e ride.... ride.... Ancora una volta, l’incoscienza, come una caverna nera, m’inghiotte. ———— Mi ridesta la voce di Luisa. Pare che mi chiami, mi chiami da lontano.... Poi quella voce si fa più forte... più vicina — ecco! grida il mio nome. Ed apro gli occhi. Sì, Luisa è china sopra di me. Mi solleva, mi ravvolge in uno scialle, mi trae con sè... Dove andiamo? Non so. Luisa mi porta fuori di casa, e via per un viottolo sassoso che conduce ai boschi. Non è giorno e non è notte. Forse è l’alba. Una sete terribile mi consuma, un malore indescrivibile mi dilania, e sempre Luisa mi trascina avanti, e avanti ancora. Non posso andar oltre. Appoggio la fronte al tronco d’un albero, e la sua rude corteccia mi lacera tutto il viso quando sdrucciolo e cado a terra, abbattendomi sull’erbe umide e sul musco. Piango e mi lamento.... «Zitta! Per amor del cielo! non farti sentire!» E’ la voce di Luisa. «Nasconditi,» susurra, «nasconditi. Giù!... giù!» E mi trascina dentro un fosso umido, pieno di spini. E’ allora che odo il galoppo di cavalli e un clamore di voci rudi e gutturali. Mio Dio! Eccoli. S’avvicinano. Passano — No — si sono fermati. Hanno trovato i due ragazzetti della vedova Duroc nascosti nei cespugli. Carletto che ha sei anni impugna il fucile di legno, e con riso spavaldo fa il gesto di mirare..... In un attimo tre o quattro uomini sono balzati di sella per punire i ragazzi.... I ragazzi sono puniti. . . . . . Ripartono.... Ma il martirio di quei bambini ha richiamato alla mia mente il ricordo di Mirella. «Mirella!» grido. «Cos’hanno fatto di Mirella?» «Zitta, zitta! Mirella è qui.» «Mirella è qui? Ma come?... Non è morta? E allora chi — chi è morto?» «Nessuno, nessuno è morto,» mi dice Luisa. «Calmati. Siamo tutte e tre qui.» «No — no — no! Qualcuno è morto. So che qualcuno è stato ucciso. Io lo so. Chi è? Sono io! E’ forse Chérie che è morta?» Le braccia di Luisa mi stringono, il suo viso è così vicino al mio che sento le sue lagrime scorrere sulle mie guancie.... E per un’ultima volta la nebbia vaga e vellutata discende sul mio spirito, cancella ogni ricordo ed ogni pensiero. . . . . . Quando mi sveglio sono a bordo di un battello in alto mare. Tutto all’intorno l’acqua verdognola spumeggia e mugghia, s’innalza e si sprofonda. Tanta gente ci sta d’intorno; e sono tutti derelitti come noi. Guardano il cielo e il mare con occhi di desolazione... Da lungi biancheggiano le scogliere d’Inghilterra... XII. _Diario di Chérie._ _2 Novembre — Giorno dei Morti._ E’ strano; eppure anche ora di quando in quando mi riprende quella idea fissa — l’idea che in quella notte sia morto qualcuno. E — cosa più strana ancora — non mi riesce di liberarmi dal pensiero che sono io, io stessa che fui uccisa; io, Chérie, che non esisto più. Non posso descrivere questa sensazione. Sarà certo una forma di debolezza cerebrale, di aberrazione provocata dalla scossa morale che abbiamo sofferto. E’ quello che il buon dottore inglese — chiamato a vederci tutt’e tre, ma specialmente per tentare di guarire Mirella — chiama «trauma psichico». Egli dice che Mirella soffre di trauma psichico: vuoi dire che la sua anima è stata ferita. Ebbene io, talvolta, provo la sensazione che l’anima mia non solo sia stata ferita, ma uccisa, assassinata mentre ero svenuta in quella notte di terrore. Mi pare che non sia io — non la vera Chérie, ma un fantasma, uno spettro che mi assomiglia e porta il mio nome — colei che passeggia per questi placidi parchi inglesi, che parla e sorride, che bacia e conforta Luisa, che prega per Claudio e per Florian. Florian!... Florian! Dove sei? Che forse anche tu sia morto? Che questo senso d’annientamento, d’irrealità in me, non sia che un presagio, un avvertimento della tua vera morte? Ah! mio diletto dagli occhi azzurri, mio gaio e temerario eroe, sei tu forse già fuori della vita? Se io pur andassi peregrinando per tutta la terra non ti troverei forse mai più? Ah! fossimo anche noi raccolte sotto l’ala quieta e sicura della Morte — Luisa ed io e la povera Mirella; tutte e tre stese nel buio e nel silenzio con gli occhi chiusi e le calme mani incrociate.... Tante volte lo penso. Che dolce cosa sarebbe se potessimo tutt’e tre fuggir via — fuori dell’esistenza, come riuscimmo a fuggire dal bosco in quella notte! Se potessimo silenziosamente sparire dalla vita, sfuggendo ai lunghi giorni e alle notti paurose; alle estati infocate e agli squallidi inverni; alla giovinezza febbrile e alla vecchiaia desolata; sfuggire all’esilio e alla nostalgia, alla fame e alla sete, all’amore e all’odio!... Ah! dolce giacere in pace sotto gli alberi ondeggianti del piccolo cimitero di Bomal, col cuore tranquillo e gli occhi chiusi. E accanto a noi, come una marmorea statua di giovane guerriero, Florian — Florian quale io l’ho conosciuto e amato, Florian, bello, fiero e fedele! .... Ma Claudio? che cosa farebbe solo nel mondo il povero Claudio? Claudio tornerà zoppicando dalla guerra, o troverà devastata la sua casa, troverà sua moglie che trema di lui, e la sua bambina che non può più parlargli, e sua sorella che, pur essendo viva, sente d’essere stata uccisa nel sonno.... Ah, povero Claudio! Meglio, forse, se non tornasse. Oggi è venuto di nuovo il dottor Reynolds. E’ stata Luisa a mandarlo a chiamare; poi, quand’è venuto, non ha voluto vederlo. Si è chiusa nella sua camera e nessuno ha potuto persuaderla a scendere. Così ho dovuto condurre io la piccola Mirella nel salotto dove egli colla signora Whitaker ci aspettava. Parlavano insieme con una certa animazione quando ho picchiato alla porta; certo ho sentito la voce della signora Whitaker che parlava concitata. Ma appena siamo entrate ella non ha più detto nulla. Ho notato però che mi guardava da capo a piedi in un modo molto strano. Allora m’è spiaciuto d’avere indosso la vecchia veste nera di Luisa, invece del bel costume nuovo che questa buona gente mi ha fatto fare un mese fa. E’ un bel vestito, ma — non so come mai — non mi riesce più di agganciarlo, tanto m’è stretto al collo e alla cintura! E a questo proposito ricordo una cosa. Quando la signora Whitaker l’altro giorno disse che desiderava mi visitasse il dottore, io risi e l’assicurai che dovevo avere ben poco male dal momento che ingrassavo tanto. Lei però non rise; anzi mi guardò fissa senza rispondere, con un’aria strana. Certo c’è qualche cosa di nuovo, di curioso nell’atmosfera di questa casa. Non so che cosa sia. Tutti sono silenziosi, un po’ freddi; direi quasi che sembrano impacciati quando ci parlano. Certo sono assai meno cordiali d’una volta. Eva, non si sa il perchè, è stata mandata via; già da due settimane si trova a Hastings in casa d’amici. Giorgio, che fa il corso d’allievo ufficiale a Aldershot, viene a casa ogni sabato e resta fino a lunedì. Ma non ci rivolge quasi mai la parola. Lo vedo girellare davanti alla casa o vagare malinconico per il giardino — quel triste giardino tutto sgocciolante di pioggia — sferzando collo scudiscio l’erba molle e le piante sfiorite. Sovente egli si volge a guardar su alla mia finestra, e si direbbe che voglia parlarmi; ma se io al davanzale lo saluto con un cenno del capo, o gli sorrido, egli mi fissa un momento serio serio, e poi s’allontana. Ho come un’idea che sua madre gli abbia vietato di parlare con noi. Un giorno egli aveva chiesto a Luisa e a me di leggere del francese con lui, e ne eravamo assai contente. Ma subito sua madre lo chiamò e gli parlò a lungo. D’allora in poi egli non è più tornato nel nostro salottino. Chissà! saranno probabilmente stanchi di averci per casa. Non c’è da farsene meraviglia. Siamo delle creature così tristi e dolenti! E poi, abbiamo tutte qualche infermità. Io stessa, se non ingrassassi a questo modo, penserei che vado tisica tanto mi sento debole, affranta e svogliata. Ho orrore del cibo, ed ho dei dolori lancinanti al petto. Già, sono anemica; questo lo so. Tuttavia non ho tosse. Quindi speriamo che non sia nulla di grave. Oggi, dunque, quando siamo entrati in salotto il buon dottore ha preso il polso di Mirella e le ha parlato con dolcezza. Ma frattanto non staccava gli occhi da me; ed anche la signora Whitaker mi guardava. Poi il dottore mi ha fatto varie domande; e mentre gli dicevo tutto ciò che mi sentivo, lui tossicchiava e diceva: «Uhm... Già... Sicuro.» Finalmente ho visto che dava un’occhiata alla signora Whitaker; questa si è alzata subito ed è uscita conducendo via Mirella. Rimasto solo con me, il dottore mi ha fatto cenno d’accostarmi, poi mi ha preso con molta dolcezza la mano. «Mia povera figliola,» disse, «avete qualche cosa da confidarmi, non è vero?» Lo guardai spaventata e perplessa. «Perchè, perchè dice questo?» Egli non rispose ed io m’impressionai più ancora. «Sono molto malata, dottore? Sto forse per morire?» «Ma no, ma perchè dovreste morire?» disse lui. «Non si muore —» poi s’interruppe e tacque. «Ma cosa c’è? Si tratta forse di Mirella? Ha qualche cosa di grave Mirella?» chiesi tremando. «Ora parliamo di voi, non di Mirella,» ribattè il dottore è la sua voce mi parve quasi severa. E aspettò un poco ch’io parlassi, ma io non sapevo che cosa dire. Finalmente dopo aver tossito con aria impacciata riprese: «Mia povera, cara figliola. Io sono vecchio.... sono padre....» E di nuovo s’interruppe come se stentasse ad esprimersi. «Conosco tutte le miserie e tutte le tristezze della vita. Potete confidarvi in me.» «Oh! grazie!» risposi. «Lo so. Lo credo.» Vi fu un altro lungo silenzio. Pareva sempre ch’egli aspettasse. Infine si alzò e il suo volto mi parve singolarmente freddo e austero. «Forse preferite parlare colla signora Whitaker?...» «Ma no, ma perchè?» feci io trasognata. Ed eccolo di nuovo a fissarmi con quell’aria d’aspettativa, mentre io guardavo lui, attonita e imbambolata. A un tratto prese i guanti e il cappello. «Ebbene, signorina, io non posso forzare le vostre confidenze. Seguite la vostra strada a modo vostro.» E uscì dalla stanza. Io restai di sasso. Che confidenze dovevo fargli? Che strada dovevo seguire a modo mio? E perchè — perchè sembrava in collera con me? Nell’aprire la porta per tornare alla mia camera, lo udii che parlava nell’atrio colla signora Whitaker. «Pur troppo sono sicuro di non sbagliare» diceva; «ma non c’è modo di farla entrare nell’argomento.» Non capisco nulla. In quale strano mondo di sogni viviamo? ———— _Più tardi._ E’ chiaro che tutti si aspettano che io dica qualche cosa. Io non so che cosa. La signora Whitaker mi guarda sempre con un’aria di attesa; e non lei sola: ciò che vi è di più strano è che anche Lulù ha l’aria di aspettare non so che cosa da me. Vi sono talvolta dei lunghi silenzi tra di noi, e quando alzo gli occhi la vedo che mi guarda con una strana fissità, una specie di intensa, inquieta attesa di cui non riesco ad afferrare il significato. ———— _Notte tarda_. Ed ecco la incomprensibile fine ad una giornata incomprensibile. La signora Whitaker poco fa è entrata in camera mia; non aveva bussato, ed io stavo in ginocchio a dire le mie preghiere; e piangevo. Allora, con un gesto impulsivo di bontà e di tenerezza, mi ha presa tra le braccia. «Povera, povera bambina!» disse, e mi baciò. Poi, quasi facesse eco a ciò che aveva detto quest’oggi il dottore, soggiunse: «Chérie, io capisco tutto. Io sono mamma.....» S’interruppe commossa. «E tu non devi credermi severa e fredda come a volte voglio sembrare.» Aveva le lacrime agli occhi; io le afferrai la mano e gliela baciai. Ella allora sedette e mi trasse a sedere su di uno sgabello vicino a lei. «Dimmi, dimmi tutto, cara. Io comprenderò tutto.» Allora le ho detto tutto. Le ho detto come sto in pena per Luisa e per Mirella; le ho detto di Claudio all’ospedale.... «Sì, sì, questo lo so,» disse lei con un’ombra d’impazienza negli occhi. «Prosegui.» Allora le ho parlato anche di Florian. Ho detto quanto era buono e bello, e che eravamo fidanzati. E piansi amaramente narrandole la mia paura ch’egli possa essere morto. Ella mi sollevò il viso tra le mani e mi guardò profondamente negli occhi. «E’ stato lui?» chiese. Io non compresi ed ella ripetè la sua domanda. «E’ stato lui —» esitava come cercando l’espressione — «è stato lui a farti torto?» «Torto? Perchè?» domandai. Ella mi guardava fisso negli occhi ed anch’io la guardavo cercando di comprendere cosa intendesse dire. «Ti ha ingannata?» «Ingannarmi, lui? Oh, no!» esclamai..«Florian non inganna. Egli è leale e fedele come un santo!» Ero quasi sdegnata ch’ella avesse potuto farmi una simile domanda. Florian che non ha mai guardato, non ha mai pensato ad altra donna che a me! Ingannarmi! «Basta,» diss’ella levandosi improvvisamente, e la sua espressione di dignità un po’ fredda mi ricordò di nuovo il contegno del dottor Reynolds. «Se fosse stato l’oltraggio del nemico sono certa che me l’avreste detto. Non insisterò più oltre. Questo solo vi dirò — che mentre avrei potuto compiangere la sventura, non so perdonare la mancanza di sincerità.» E mi lasciò. Io mi domando se sono io che sogno, o se la gente in questo paese è incomprensibile e pazzesca? XIII. Luisa guardò in faccia la sua sventura — e tremò. Non vi era più dubbio, non vi era più speranza. Novembre! Il terzo mese era passato. Ciò ch’ella aveva temuto più della morte, avveniva. L’oltraggio subito si perpetuava in lei. L’onta si era fatta eterna, la violenza si era fatta umana. Il delitto viveva — viveva! e le pulsava in seno. Nel cuor della notte ella si levò a sedere nel letto. La realtà orribile l’aveva colpita come una percossa al cuore. Rimase così al buio, coi denti serrati, le mani premute alle tempia; poi scivolò dal letto e stette immobile in mezzo alla stanza. Tutta la casa dormiva. Ella era sola, sola col suo orrore e la sua disperazione. Come poteva sottrarsi all’orribile cosa che portava in sè? Come sfuggire a sè stessa? Accese la luce e andò con rapidi passi allo specchio. E si guardò. Si guardò a lungo facendo cenno di sì col capo, come una mentecatta; e la sua imagine riflessa, lunga e bianca nella camicia da notte, le faceva cenno di sì. Era vero. Ecco, ella ne riconosceva tutti i noti segni: quei lineamenti stirati, quegli occhi stanchi ed irrequieti, quella faccia che sembrava già troppo piccola in confronto al corpo — tutto tutto quell’aspetto spaurito, dolente — era la maternità! La maternità. Ciò ch’ella e Claudio avevano tanto desiderato, tanto sospirato — un altro figlio — ecco, ora le veniva concesso. La natura accordava alla violenza ciò che aveva negato all’amore. Nell’esasperazione della tortura, nel parossismo dell’odio, la materia aveva risposto e fiorito. Coi denti stretti, coi pugni chiusi ella guardava quell’imagine, guardava quel suo fragile corpo in cui si compiva l’eterno mistero della vita. Notava la subdola preparazione della sua muliebrità per l’adempimento della sua missione: la curva già più marcata delle sue forme, e la trama delicata delle cerulee vene sul candor latteo del collo e del petto. Con un gemito di creatura ferita ella nascose il volto tra le mani. Mia Dio! Che cosa fare? Che cosa fare? Come in un baleno ella rivide la faccia convulsa, ubbriaca del nemico china sopra di lei... E con un grido che destò di soprassalto Chérie nella camera attigua, Luisa cadde a ginocchi presso il letto. Liberarsene, liberarsene!... o morire! ———— Allora cominciò per Luisa la disperata corsa alla liberazione, la straziante ossessione dei tentativi di scampo. Si levava ogni giorno all’alba e camminava per ore ed ore, noncurante dell’intemperie, affannandosi per aspre salite e ripide discese, correndo per affaticarsi e stremarsi; finchè madida di sudore, esausta, si abbatteva affranta... A nulla giovò. Allora si decise di andare a Londra. Inventò ogni sorta di scuse per andarci sola; e in quell’enorme, crudele deserto di strade ignote, di folla ignota ella vagò in cerca di oscure farmacie. Tornava portandosi a casa delle medicine venefiche, delle bevande pericolose che le davano crampi e convulsioni, che la lasciavano malata, esausta, colla bocca amara e il viso spettrale. Tutto era vano. La natura proseguiva inesorabile il suo corso. Allora si decise di chiedere aiuto alle donne che sui giornali promettevano assistenza; e andò tremante ad esporre a loro il suo caso. Ma esse non la conoscevano; era straniera e probabilmente senza danaro. Nessuno volle ascoltarla, nessuno volle soccorrerla. Finalmente Luisa si decise a consultare un medico. Il primo a cui si rivolse era un giovane svizzero, rigido, onesto e rude. Egli minacciò di denunciarla al suo Consolato, e la mise alla porta. Allora ricorse a un dottore francese di cui qualcuno le aveva detto che era amabile e cortese. Difatti egli l’ascoltò, benevolo, se pure con un sorrisetto non scevro di malizia. Già!... Ve n’erano molti di questi casi dolorosi.... Era quasi difficile credere che fossero tutti genuini!... Andiamo, andiamo! Si trattava qui veramente della violenza dell’odiato nemico?... O non era forse responsabile qualche _bon ami_? Qualche affascinante «Tommy» od ufficialetto inglese? Suvvia, era troppo naturale — e il dottore le prese la mano — quando si era _ravissante_ come lei, con quelle guancie infocate e quegli occhi ardenti.... Ah! con quegli occhi si ha _le diable au corps, n’est-ce-pas_? Luisa, comprendendo, era balzata in piedi fremente di disgusto e d’ira. Allora egli cambiò tono e l’avvertì che se osava ripresentarsi a lui l’avrebbe denunciata alle autorità. Col coraggio della disperazione Luisa andò da varî dottori inglesi; e quando si trovò davanti a loro non osò dire quello che desiderava. Essi le ordinarono dei calmanti e dei ricostituenti. Se mai ella osava narrare loro la sua storia, o non la credevano, o scotevano malinconicamente il capo raccontandole a loro volta dei casi che avevano conosciuti simili al suo, od altre storie di barbare atrocità. Luisa doveva interessarsi al fato dei bambini di Visè cui erano state mozzate le mani; doveva commuoversi per il soldato di Hertfordshire cui avevano strappato gli occhi.... Poi pagava cinque scellini (se era un medico della City) o due lire sterline (se era un medico di Harley Street) e se ne tornava a casa con una ricetta di sedativi e tonici. Allora Luisa decise che bisognava morire. Non vi era rimedio, bisognava morire. Aveva paura della morte. Si sentiva legata alla vita da un duplice istinto, il suo e quello della creatura che viveva in lei. Ah! come tenacemente si aggrappava quell’essere alla vita! Non voleva morire, quell’immonda creatura — no! non voleva morire e liberarla. Si attaccava con tutte le fibre alla sua esecrata esistenza. Ben sapeva Luisa che cosa sarebbe accaduto se portava fino al termine questo suo martirio! Sveglia, ogni notte, ella si figurava ciò che nascerebbe da lei, immaginava vivente questo essere concepito nell’odio e nell’orrore. E lo vedeva un mostro, una cosa informe e demoniaca, una cosa fantastica e terrorizzante che a guardarlo agghiaccia il sangue!... Tale sarebbe la creatura che nascerebbe da lei, ch’ella dovrebbe carezzare e nutrire, — e recare tra le braccia andando incontro a suo marito quand’egli tornava zoppicante dalla guerra!... Ossessionata e pazza, ella si figurava quell’incontro in mille modi — tutti terribili, tutti indicibilmente spaventosi. Vedeva Claudio venirle incontro sulle sue grucce, fissarla incredulo senza capire.... Vedeva Claudio che impazziva.... Claudio che alzava la gruccia e sfracellava il cranio della creatura immonda, come era stato sfracellato il cranio di Amour.... _Amour!_ Ah! quel terribile Amour ch’ella aveva veduto morto in quell’alba nefasta... E Luisa tentennava la testa o parlava tra sè e sè. Già... già! fu quella, quella la prima cosa che videro i suoi occhi quando uscì barcollando dalla camera dove l’oltraggio si era compiuto! E la spaventosa visione la perseguitava ancora: bastava che chiudesse gli occhi per vedere Amour — un ammasso nero e sanguinante, col cervello che gli schizzava dal cranio — Ah, mio Dio! E se questa visione orrenda l’avesse a tal punto impressionata che il bambino...? Silenzio! Questa era la pazzia; ella si sentiva impazzire. Dunque bisognava morire. Morire? Come morire? E quando fosse morta che cosa ne sarebbe di Mirella e di Chérie? Chérie! All’idea di Chérie un nuovo torrente di pensieri invase il cervello vaneggiante di Luisa. Chérie! Che cosa aveva Chérie? Non aveva essa pure quell’espressione irrequieta e strana, quei lineamenti stirati, quel viso ansioso e troppo piccolo in proporzione del corpo? Era possibile — era possibile che la mala sorte avesse colpita anche lei? Allora Luisa si sforzò di ricordare, di ricordare quegli eventi di cui pure avrebbe pagato colla vita l’oblio. Cogli occhi chiusi, le membra scosse da brividi, ella impose a sè stessa di rivivere le ore più fosche della sua vita.... L’alba del cinque agosto. .... La casa vuota, silenziosa. Gli invasori sono partiti. Luisa, uno spettro livido nel grigio pallore dell’aurora, esce barcollando dalla sua camera... passa con un sussulto davanti ad Amour sulla soglia della camera di Chérie.... Poi scende vacillando le scale. Ed ecco, accasciata ai piedi della ringhiera di ferro — Mirella! Mirella ancora colle braccia legate, colla piccola bocca aperta, ansando breve, a tratti, come un uccellino che sta per morire... Luisa la solleva, slega e scioglie la sciarpa che la stringe, le spruzza dell’acqua sul viso.... e Mirella apre gli occhi. Ma quelli non sono gli occhi di Mirella! Vi è delirio e frenesia in quelle pallide iridi che si volgono lente intorno alla stanza, che vagano indecise e che d’un tratto si fermano su un punto, folli, intente. Che cosa mai guardano con quell’espressione di indicibile terrore? La madre segue quello sguardo e vede una porta — la porta drappeggiata da una tenda rossa che dà in una camera da letto. E’ questa una camera poco usata dove talvolta un ospite o un paziente di Claudio ha dormito. Ed è su questa porta che lo sguardo allucinato di Mirella si fissa. E’ aperta la porta; la tenda rossa pende strappata.... Luisa guarda — poi guarda ancora; e non si muove. La luce elettrica là dentro è ancora accesa, una seggiola è rovesciata sul limitare, e là, là sul letto giace qualcuno.... E’ Chérie! Chérie nel suo vestito di velo bianco — Luisa vede che è tutto lacero e macchiato di sangue — Chérie, colle braccia alzate e le mani legate alla sbarra del capo-letto. Il largo nastro rosa le è stato strappato dai capelli per legarle così le mani sopra al capo. Ha la faccia graffiata e sanguinante. E’ immobile. Sembra morta. ... Ah! come trovò Luisa la forza di sollevarla, di richiamarla alla vita, piangendo su lei e su Mirella, correndo disperata, folle, dall’una all’altra delle due creature? Le aveva vestite, inviluppate di scialli. Era riuscita, ora trascinandole, ora portandole, a scendere con loro le scale, a trarle fuori — fuori da quella casa profanata! Che cosa fare? Doveva chiamare aiuto? Doveva andare gridando la loro vergogna e la loro disperazione per le vie del villaggio? No, no, no! Che nessuno le veda, che nessuno sappia mai ciò che è accaduto a loro. .... Ma che rumore era questo — questo galoppo di cavalli per le vie deserte del villaggio? Ah! sono loro, sono gli ulani!... bisogna fuggire! fuggire! Gemendo, barcollando, incespicando, ella sollevò, portò quelle due creature inconscie per il viottolo sassoso che conduce ai boschi.... ———— E quivi, la mattina seguente, una pattuglia di soldati belgi le trovò. XIV. Il Ministro episcopale di Maylands, il reverendo Ambrogio Yule, era nel suo studio intento a scrivere l’articolo mensile per la «Northern Ecclesiastical Review.» Il soggetto lo interessava: «Le Nostre Domeniche Peccaminose.» Pensieri e parole gli scorrevano facili; condannava con focosa penna le conversazioni frivole, l’assenza dalla chiesa, la frequentazione dei cinematografi e, in generale, il contegno festivo deplorevole dell’anglosassone gioventù. Scriveva rapido e fluente nella bella calligrafia nitida di cui assai si compiaceva. Un bussar lieve alla porta l’interruppe. «Cosa c’è?» chiese, non senza un’ombra di impazienza. «C’è una signora che desidera parlarle,» disse Parrot, la cameriera, affacciata all’uscio. «Una signora? Chi è? Tutti dovrebbero sapere che oggi non ricevo.» «Scusi, signore. E’ una di quelle persone forestiere che stanno in casa della signora Whitaker.» «Ah, va bene. Fatela entrare in salotto ed avvertite la vostra padrona.» «Scusi, signore,» insistette timidamente la cameriera, «questa signora ha chiesto proprio di Lei. Ha detto che desiderava» — un lieve sorriso balenò sull’amabile volto di Parrot mentre citava l’inglese esotico della straniera — «che desiderava parlare al Signor Ecclesiastico in persona.» «Va bene,» sospirò rassegnato il Vicario. «Fatela entrare.» Collocò un ferma-carte sulle sue cartelle, si alzò e andò al caminetto; ivi in piedi colle spalle al fuoco attese la sua visitatrice. Questa entrò — una figura alta, vestita di nero — e fissò sul Vicario due pupille di fuoco e di velluto, risplendenti in un viso pallidissimo. «Signora, vogliate accomodarvi,» disse il Reverendo. «In che cosa vi posso servire?» «Perdoni ...» balbettò la straniera, sommesso, «posso parlarvi in francese?» «_Mais certainement, Madame_,» fece il cortese prelato che, venti o trent’anni prima, aveva studiato _sur place_ con benevola attenzione le domeniche peccaminose del Continente. La signora sedette e tacque. Portava dei guanti di filo nero e stringeva nervosamente tra le mani un fazzoletto, girandolo e rigirandolo fino a ridurlo una pallottola sgualcita. L’amabile ministro protestante, col capo leggermente piegato sull’omero, attese che parlasse. Ma poichè perdurava il silenzio si decise a chiederle in francese: «Ella sta qui a Maylands? In casa della signora Whitaker, se non erro? Mi pare di averla incontrata talvolta con due giovanette....» «Sì; mia figlia e mia cognata.» La donna parlava così piano ch’egli dovette piegarsi in avanti per afferrarne le parole. «Già, già, perfettamente.» Il vicario riunì insieme le punte delle dita, poi le scostò, poi le picchiettò lievemente insieme aspettando ulteriori schiarimenti. Ma la signora taceva ed egli si decise ad interrogarla. «Posso chiederle il suo nome?» «Luisa Brandès.» «Ah, perfettamente. Già.» Un altro silenzio. «E.... il di Lei consorte?» Il viso del Reverendo già si atteggiava ad un’espressione di condoglianza. «E’ in un ospedale a Dunkerk — ferito.» Il Vicario scosse la bella testa grigia. «Triste, triste, invero,» mormorò. «Ed Ella desidera probabilmente che io l’assista ad andarlo a trovare?» «No!» La parola uscì quasi come un grido dalle labbra della donna, ed improvvise lagrime le soffusero gli occhi, le scesero per le guancie e le caddero sulle mani giunte — quelle povere mani inguantate di nero. «E allora?...» interrogò il Ministro colla testa ancora più inclinata sull’omero. Luisa sollevò le nere ciglia e fissò lo sguardo angosciato su quella bella faccia benigna che le stava dinanzi; vide quella fronte blanda e benevola, quelle labbra sottili e strette, e le mani bellissime — il Vicario sapeva di avere le mani bellissime — colla punta delle dieci dita leggermente unite. E Luisa sentì nell’animo la certezza che se avesse domandato a costui pietà, protezione o denaro — tutto ciò le sarebbe accordato. Ma sentì pure che ciò ch’ella stava per implorare da lui avrebbe incontrato una inesorabile ripulsa. Tuttavia non potè, nè volle indietreggiare. Ella ripetè a sè stessa che questo sarebbe stato l’ultimo passo, l’ultimo sforzo che avrebbe tentato per ottenere soccorso. Non era egli il sacerdote, il rappresentante del divino Potere e della divina Pietà? Con un singulto si fece il segno della croce, cadde in ginocchio davanti a lui e gli afferrò la mano. «_Mon Père_...» balbettò — non altrimenti soleva ella rivolgersi al vecchio curato di Bomal, trucidato in quella notte indimenticabile — «ah! mon Père —» Il prete inglese e protestante ritrasse bruscamente la mano da quella stretta. «Vi prego, signora, di non parlarmi così. Vi prego inoltre di rialzarvi e di mettervi a sedere.» E tra sè e sè sospirò: «Ahimè! Come sono melodrammatiche queste razze latine! Povera donna! Come se tutta questa teatralità fosse necessaria per venire a chiedermi qualche sterlina, o per annunciarmi che non va d’accordo con quella buona e irascibile signora Whitaker!» Luisa, fattasi prima rossa e poi pallida si era prontamente rialzata. «Perdonate...» mormorò, profondamente mortificata. E allora anche il buon Vicario si fece rosso e la coscienza gli rimorse per averla trattata con tanta rudezza. In quel momento si aprì la porta ed entrò la signora Yule, mite donna dalla fronte serena e dagli occhi di bontà. Era con lei il dottor Reynolds, che portava in mano la sua borsa chirurgica di pelle nera. «Oh!» esclamò la moglie del Vicario, scorgendo Luisa. «Scusami, Ambrogio. Non sapevo che tu avessi visite.» «Vieni, cara,» disse il reverendo Yule, «vieni a far conoscenza con Madame Brandès, una signora belga che sta in casa dei nostri amici Whitaker. Essa è venuta a consultarmi per qualche cosa che la riguarda....» Poi, volgendosi al dottor Reynolds: «Dunque, Reynolds, come hai trovato il nostro ragazzo?» «Bene! Benissimo! Lo rivedrete tra poco rompersi il collo in qualche altro match di foot-ball,» rise quello. Poi soggiunse più serio: «Non si tratta, te lo accerto, che di una stiratura di tendine. Cosa da nulla assolutamente.» La signora Yule era andata incontro a Luisa colla mano tesa. «Sono felice di conoscerla,» disse cordialmente. «Resterà con noi a prendere il thè, non è vero? Anche mia figlia Mary sarà così contenta di vederla — non già» soggiunse, e la voce le si velò — «non già che essa possa vederla davvero. Forse avrà sentito dire che la mia cara bimba è cieca....» «Cieca!» esclamò in un singulto Luisa. Come un’onda immensa il dolore del mondo sembrò sommergerle il cuore. Ella sentì terribile e insopportabile la tristezza della vita. «Cieca!» ripetè. E chinando improvvisa il viso tra le mani scoppiò in pianto. Il cuore della signora Yule fremette; i suoi occhi materni avevano notato subito l’aspetto affranto, la linea rivelatrice di quella mesta figura. Le si accostò rapidamente e le prese ambo le mani. «Suvvia, cara! Venga, venga qui accanto al fuoco. Vuole togliersi il cappello? Sa... questo clima inglese... fa proprio male a chi non vi è abituato,» mormorava la soave donna con quella specie di timidezza che gli anglo-sassoni provano sempre di fronte all’emozione altrui. Anche i due uomini avevano voltate le spalle e discorrevano tra loro vicino alla finestra. La signora Yule strinse fra le sue quelle mani inguantate di nero. Che cosa conta, pensava, se quello scoppio di pianto fu provocato dalle condizioni di salute di quest’infelice, dai suoi nervi sovreccitati, o da qualche suo proprio intimo dolore?... Il fatto restava ch’essa era scoppiata in lacrime alla notizia della sventura di Mary. L’anima della signora Yule ne fu tocca. Nè mai più lo scordò. Sedette accanto a Luisa e le parlò in francese affettuosamente: «Voi siete belga, cara signora? Pensate che io sono stata in collegio a Bruxelles.» Infatti il suo accento francese era perfetto, diverso dal parigino soltanto per quel vezzo che hanno i valloni di chiudere le vocali alla finale delle parole. «Già da tempo sarei venuta io stessa a vedervi e pregarvi di fare amicizia colla mia Mary» — e le strinse di nuovo la mano — «di cui la disgrazia ha tanto afflitto il vostro tenero cuore; ma, come avrete forse saputo, mio figlio si è fatto male al foot-ball, e da parecchie settimane io non esco di casa. — Un momento, dottore!» soggiunse, vedendo che questi si accommiatava da suo marito. «Voglio presentarvi alla signora Brandès....» E, volta a Luisa, «Ecco,» disse, «il nostro miglior amico — il dottor Reynolds. Un angelo d’uomo, e uno scienziato valente.» «Ci conosciamo,» disse il dottor Reynolds stringendo la mano a Luisa e guardandola bene in viso con que’ suoi occhi miopi e penetranti. «La figlioletta di Madame Brandès,» soggiunse rivolto alla signora Yule, «è una mia piccola paziente.» «Ah, davvero?» disse quella. Vi fu un momento di silenzio; poi il medico, volgendosi al Vicario, abbassò la voce: «E’ un caso pietosissimo. La loro abitazione è stata invasa, e pare che la bambina ne abbia avuto un terribile spavento. Fatto sta che ha perduto la ragione e la favella. E’ un caso veramente doloroso.» Fu la signora Yule cui questa volta le vivide lagrime di pietà riempirono gli occhi. Con uno slancio di tenerezza si chinò improvvisamente e baciò la pallida guancia dell’esiliata. Allora, come al bagliore d’una folgore, s’illuminò il buio nell’anima di Luisa. Essa sentì che ora o giammai doveva svelare il suo segreto; ora o giammai doveva tentare l’ultimo sforzo, la suprema lotta per la liberazione e la vita. Le sue nere pupille andavano dai dolci occhi della signora Yule, ancora nuotanti nel pianto, alla faccia grave e pietosa del dottore. E la speranza come una cosa viva le corse nel cuore. Il sangue le affluì alle guancia. Balzò in piedi. «Dottore!...» balbettò «Signora!... Devo dire... devo parlare....» Si coprì il volto. «Parlate, cara,» disse dolcemente la signora Yule. Il Vicario mosse un passo innanzi. Guardò incerto da Luisa a sua moglie, poi il dottore. «Forse desiderate che io vi lasci....» Ma Luisa gli stese una mano tremante. «Ah, no!» supplicò. «Voi siete il medico dell’anima. Ed è tanto malata l’anima mia!» «Sono onorato della vostra confidenza, signora,» disse, grave e cortese. E sedendo accanto a Luisa, aspettò che parlasse. Nè aspettò invano. Coll’eloquenza della disperazione, colla veemenza della follia, Luisa mise a nudo l’anima torturata, rivelò la storia del suo martirio. In quella stanza tranquilla, nella placida sicurtà di quella religiosa dimora inglese furono rievocate le scene orrende di strage, d’orgia e di brutale violenza, nelle quali il nemico coi piedi lordi di fango e di sangue aveva calpestato l’anima di tre creature inermi. L’oltraggio fu ricompiuto dinanzi agli ascoltatori inorriditi. Luisa era sorta in piedi — una figura alta, nera, con viso spettrale. Era dessa la Tragedia vivente, lo Spirito della Femminilità che la guerra strazia ed infrange; era ella il Cordoglio del Mondo. Ella si gettò ai piedi della signora Yule con le braccia tese, con gli occhi fuori dell’orbite: «Signora! Signora! Voi che siete donna dovete capire — capire che cosa è stata quella notte.... colla porta aperta.... i soldati ubbriachi nella casa!... Ah! vorrei nascondere la faccia sotto terra quando ci penso...» «Povera donna!» mormorò convulsa la signora Yule. «Mille volte al giorno,» proseguì Luisa, «ringrazio Iddio che la mia bambina — ammutolita per chissà quale spavento! — non possa domandarmi: Mamma! cos’hai? Mamma, che cosa pensi? Dovrei dirle: «Penso che sono maledetta tra le donne, che sono indegna di alzare la fronte. Penso che porto nel mio seno un essere immondo che renderà eterna l’onta che ho patito —» «Coraggio, figlia mia,» disse grave il Reverendo ponendole una mano sul capo chino. «Ah! ne avrò, ne avrò del coraggio! Affronterò la morte con letizia, con gratitudine!» Si volse al medico, che ascoltava impallidito e muto. «Dottore, dottore! Se muoio non me n’importa. Ma il delitto non deve vivere. Ciò che fu concepito nell’odio e nell’orrore non deve, non deve vedere la luce.» Il dottor Reynolds indietreggiò, colpito: «Signora!... Che cosa mi domandate?» «Domando la liberazione,» gridò Luisa, «La liberazione immediata, completa! E se voi, dottore, non vi sentite di darmela — la Morte me la darà!» E cadde bocconi ai piedi del medico, scossa da singhiozzi spasmodici come nel parossismo d’un attacco epilettico. Il dottore la sollevò, l’adagiò sul divano, mentre la signora Yule correva a cercare dell’acqua e dell’aceto per bagnarle la fronte. Ma il signor Yule fissava su quella figura di dolore il suo occhio grave ed austero. «Infelice donna,» mormorò. «Essa delira. La sua ragione è scossa.» «Eh, sì, caro amico,» mormorò il dottore, lanciando sul sacerdote uno sguardo quasi impaziente. «Dite bene: la sua ragione è scossa. E’ una creatura che sta sull’orlo della demenza.» E il suo occhio esperto percorse la figura tesa e irrigidita, scossa ancora tratto tratto da un tremito convulso. «E’ un caso pietoso, un caso assai pietoso,» ripetè il Vicario evitando d’incontrare lo sguardo risoluto del medico. «Ella avrà le nostre più fervide preghiere.» «Ella avrà la nostra più valida assistenza,» disse il dottore. Come se questa parola fosse giunta allo spirito di Luisa, essa fremette, sospirò ed aprì gli occhi. La signora Yule era china sopra di lei, il suo braccio protettore la circondava. Luisa con un singhiozzo richiuse gli occhi. Il Vicario guardò fisso il dottore; poi traversò la stanza e si fermò accanto al divano. «Signora,» disse con voce dolce e grave a Luisa. «Voi sarete coraggiosa, non è vero? Noi siamo tutti qui per portarvi aiuto e conforto.» Luisa aveva riaperto gli occhi. A queste parole un’abbagliante raggio di speranza le illuminò il viso. Il Vicario continuò pietoso e grave. «Tutta la nostra amicizia, tutta la nostra pietà, vi è dovuta — e l’avrete. Se, com’è probabile, la signora Whitaker non desiderasse più ospitarvi, voi rimarrete in questa casa come una figlia nostra, diletta e sacra. Avrete da noi tutte le cure, tutte le tenerezze; sarete rispettata ed onorata —» Luisa ruppe in singhiozzi e afferrando la mano della signora Yule la recò alle labbra. «E nell’ora —» il Vicario si raddrizzò solenne ed imponente — «e nell’ora del vostro supremo martirio, voi non sarete abbandonata.» Lenta, tremante Luisa si rizzò a sedere. «Che cosa — che cosa dite?» Lo fissava stravolta, cogli occhi che ardevano come torcie nere nel viso color di cenere. «Dico,» pronunziò solenne il prete, tenendo lo sguardo fermo e fisso sulla donna tremante; «dico che perchè voi avete sofferto della nequizia umana, non avete il diritto» — egli levò la mano e la sua voce vibrò sonora ed imperiosa — «non avete il diritto nè di proporvi, nè di spingere altri, a commettere un atto delittuoso.» Un profondo silenzio regnò nella stanza. L’autorità sacerdotale reggeva il suo potente dominio. «Un atto delittuoso!» ansò Luisa e si levò in piedi, vacillando. «Ma non sarebbe maggiore delitto spingermi alla morte? O voler forzarmi a dare la vita ad un essere che non può, che non deve vivere? Ah!» gridò con, violenza folle, «ma io mi strapperò gli occhi prima di vederlo, mi lacererò il petto prima di nutrirlo — e con queste mani, se nasce, lo strangolerò!» Il reverendo Yule, impallidendo, tese le mani. «Donna, voi bestemmiate!» «No, no! Non bestemmio,» gridò Luisa. «Pensate... pensate.... che ho un marito...! che m’ama.... che combatte per noi nelle trincee! Che un giorno» — la voce le si spezzò in un singulto — «se il cielo è pietoso — tornerà!» Vi fu un attimo in cui nessuno parlò. «E non basta dovergli dire che la sua bambina è impazzita e muta? Volete ch’io gli vada incontro recando in braccio il figlio di un nemico?» Un profondo silenzio tenne la stanza. Allora Luisa, stralunata, nel rapido mormorio della demenza, continuò: «Ma io lo sento... lo sento che divento pazza sotto quest’incubo! Pazza, pazza di terrore e d’odio. Cerco di sfuggire a me stessa, di sottrarmi alla velenosa cosa ch’è in me, che ogni giorno prende maggior forza, ogni giorno diviene più vitale, ogni giorno m’invade di più! Dottore! dottore!» — con un grido gli cadde ai piedi — «è un cancro — un cancro vivente ch’è in me! Toglietemelo! Liberatemene!... o mi darò la morte.» Cadde prona ai piedi del dottore. Questi, pallidissimo anch’egli, la sollevò. Poi affidatala alle materne braccia della signora Yule, che col viso inondato di lagrime l’accolse, il medico si volse risoluto al sacerdote. «Io non prenderò alcuna decisione affrettata,» disse. «Ma se dopo ulteriore riflessione mi convinco che — come uomo e come medico — debbo intervenire ed interrompere il corso degli eventi, non è detto che io non abbia a farlo.» Il Vicario lo guardò atterrito. «Reynolds, mio buon amico! non dirmi dunque che oseresti intervenire!» Il dottore tacque. Luisa, con le pallide labbra aperte, gli occhi smarriti e fissi sui due uomini, aspettava la sua sentenza. «A priori,» soggiunse il dottore studiando il viso disfatto e il corpo macilento di Luisa, «a priori credo poter asserire che le condizioni mentali e fisiche di questa donna giustificano il mio intervento.» «Ah!» Fu un urlo di gioia delirante che proruppe dalle labbra di Luisa. Ella si strappava dal collo la veste, soffocata, cercando il respiro, scossa da un riso frenetico e da singhiozzi, ripresa da un nuovo violento spasimo isterico. Dovettero riportarla sul divano; mentre la signora Yule le bagnava le tempia, il dottore sciolse nell’acqua un calmante: glielo forzò tra i denti serrati; poi le sedette vicino, tenendole l’esile polso. In breve sentì che le pulsazioni disordinate si facevano più ritmiche e i tesi muscoli si allentavano. Si alzò e traversò la stanza. Il sacerdote stava muto e immobile accanto alla finestra, guardando fuori sullo squallido giardino battuto dalla pioggia. «Yule,» disse il dottore, «sarò desolato se per seguire il dettato della mia coscienza dovessi perdere la tua amicizia — un’amicizia che dura da quando dura la nostra vita, e che» — la voce gli si spezzò — «mi è indicibilmente preziosa.» Il Vicario non rispose. Ma la signora Yule, abbandonando Luisa che pallida come un cadavere giaceva ad occhi chiusi sul divano, traversò senza rumore la stanza e venne a mettersi accanto al dottore — a colui che da tanti anni aveva vegliato su lei e sui suoi cari, curando, guarendo, confortando; colui che, quindici anni prima, le aveva messo tra le braccia con tanta mesta tenerezza la sua figliolina cieca.... Ella gli si tenne vicina, tremante, col volto acceso, e le sue labbra si movevano come in silenziosa preghiera. Suo marito, immobile, continuava a guardar fuori nel nebbioso crepuscolo autunnale. «Ma nessun vincolo d’amicizia, nessuno scrupolo religioso,» continuò il medico, «devono impedirmi di compiere ciò che sento essere mio dovere. Yule, qui si tratta di ubbidire ai sentimenti della più elementare umanità, che nel caso attuale, coincidono esattamente cogli insegnamenti della scienza. Date le condizioni in cui trovo questa donna, devo tentare di tutto per salvare la sua ragione e la sua vita. — E così farò.» «E farete bene, sant’uomo che siete!» L’inattesa esclamazione irruppe impetuosa dalle labbra della signora Yule; e pur tremando sotto lo sguardo stupito e sdegnato di suo marito ella nè ritrasse, nè rimpianse quelle parole. «Clara, tu hai detto un’empietà!» e nella voce del prete tremava più che lo sdegno una profonda sofferenza. «Non si infrangono impunemente le leggi divine —». Il dottore scattò: «Ma via, Yule! Non è per legge divina che quella sciagurata si trova oggi in queste condizioni. Ogni legge divina e umana è stata infranta dagli immondi bruti che la guerra ha scatenato!» Il Vicario non rispose; e l’uomo di scienza continuò: «La legge divina dà alla donna il diritto di selezione. Essa ha il diritto di scegliere chi sarà il padre delle sue creature. E questo sacrosanto diritto è stato violato.» «E questo giustifica forse un delitto? Reynolds, Reynolds — ti renderesti reo di un crimine?» «Reo o non reo,» dichiarò il dottore, «davanti a questo caso sento l’obbligo di intervenire.» Il Reverendo tremava, scuotendo le mani congiunte: «Tu — tu uccideresti un essere umano?» «Non è quasi ancora un essere umano,» fece il dottore crollando impaziente le spalle. «Per me, questa donna è afflitta da un morbo, da una infermità. Porta in sè un male che va estirpato, un male che corrompe ed avvelena le più profonde sorgenti della vita. Se questa donna in queste stesse condizioni fosse tisica, tu lo sai che si ammetterebbe senz’altro l’intervento. Orbene, essa è malata; essa è psicopatica. Il continuare in queste condizioni mette a repentaglio la sua vita e la sua ragione. Il dottore ha il diritto, anzi, ha il sacrosanto dovere di salvarla — se può.» «A spese della vita umana ch’essa porta in sè?» chiese il Vicario, colla voce soffocata. «Sì, sì. A spese di questo germe di vita malefico e intossicato.» Il Vicario con gesto di orrore si portò la mano alla fronte; ma lo scienziato, irremovibile, continuò: «Se gli eventi seguissero il loro corso, tu lo sai al pari di me ciò che ne risulterebbe. Ammetterai che la creatura concepita nella violenza e nell’alcoolismo sarà probabilmente un anormale, un degenerato, un epilettico.» Il dottore additò il divano dove giaceva Luisa livida e svenuta. «E la madre? Guardala! La madre andrà al cimitero o al manicomio.» Il Vicario non rispose. La signora Yule con gli occhi pieni di lagrime e le mani tremanti gli si avvicinò, ma egli distolse il viso e guardò fuori sul giardino ormai quasi buio sotto la scrosciante pioggia. Finalmente si volse, austero e pallido, verso il dottore: «Reynolds, noi siamo dei vecchi amici, non è vero? Orbene, con quanto affetto, con quanta autorità ho, ti prego — ti comando di desistere dal tuo proposito.» E poichè il dottore taceva, soggiunse: «Ricordati, Reynolds, l’atto che stai per compiere non è solamente immorale — è anche illegale.» «Se la tua coscienza, Yule, ti spinge a denunziarlo all’autorità, fa pure.» E il dottore si chinò sopra l’incosciente Luisa e le toccò la fronte e il polso. «Quanto a me, farò il mio dovere.» «Ed io farò il mio,» dichiarò tremando il sacerdote. «Che sarà — di pregare per loro!» implorò sua moglie, ponendogli le braccia intorno al collo e tentando di trarre a sè quel viso severo e doloroso. Ma egli si sciolse dal suo abbraccio e senza una parola uscì dalla stanza. XV. Era calato il crepuscolo — il malinconico crepuscolo di novembre — allorchè Luisa uscì dal cancello del Vicariato e si affrettò verso casa traverso i prati umidi e le campestri viottole deserte. Non aveva voluto che la signora Yule l’accompagnasse nè che la facesse accompagnare. Aveva bisogno d’essere sola — sola a guardare in faccia la sua felicità, sola colla sua nuova divina estasi di gratitudine! Ah! finiti, finiti i giorni di martirio, le notti d’incubo e di terrore! A Luisa pareva di uscire da una negra caverna in cui giacessero uccisi i fantastici Mostri che l’avevano straziata — la Vergogna dal volto fiammante, e l’Orrore che le aveva conficcato gli artigli nelle carni, e la Pazzia frenetica e ghignante... Libera, redimita, rinnovata, ella usciva con passo alato nella vita, e vi trovava ancora fiorenti per lei la giovinezza e la felicità. Come un fiotto di luce le rifulsero nel cuore tutte le fedi e tutte le speranze. Claudio sarebbe tornato; il Belgio sarebbe liberato dall’invasore; Mirella avrebbe ritrovata la parola — sì! Mirella avrebbe ritrovata la dolce voce e il riso trillante.... Chissà! forse era causa lei stessa della sventura di Mirella; forse il negro abisso in cui vagava l’anima materna aveva attirato nelle sue profondità anche lo spirito della bambina.... Certo ora che Luisa usciva fuor dalle tenebre, anche quel frale spirito infantile moverebbe con lei verso la luce. Ah, sì! Certo tutte le gioie erano possibili in questo mondo pieno di gioia. Luisa affrettava il passo, lieve e lesta nella nebbia crepuscolare, aspettandosi quasi di vedere Mirella, già guarita, correrle incontro gaia e garrula, chiamando: «Mamma!» O forse le verrebbe incontro Chérie, lieta, agitata, ad annunciarle la nuova che il miracolo era avvenuto?... Chérie! Il nome, il pensiero di Chérie colpirono, il cuore di Luisa con un urto improvviso. Sostò. Era come se una folata di vento autunnale avesse spente la luce della gioia ch’era in lei. Ritta tremante in mezzo alla via, ella sentì che il nembo le si riaddensava d’intorno, che l’abisso la riprendeva. Chérie! Che cosa aveva detto di Chérie il dottore, accompagnandola or ora al cancello del Vicariato? Tenendole le mani in una stretta forte che le prometteva salvezza e liberazione, quali parole aveva egli pronunciate? Ella allora non le udì, non le comprese, rapita nella sua travolgente felicità e gratitudine; ma ora quelle parole le ritornavano d’un tratto nella memoria, ora le riudiva, le comprendeva. Il dottore aveva detto guardandola fisso in volto: «E che ne sarà di vostra sorella?» Vostra sorella! Egli alludeva a Chérie. E che ne sarebbe di lei? Ancora una volta Luisa sentì quel tuffo nel sangue, come un sordo colpo datole nel cuore. Poichè ben sapeva ella ciò che il dottore intendeva dire; ben sapeva ella che ne era di Chérie. Lo stesso abominio, lo stesso orrore, la stessa sciagura. Luisa chiuse gli occhi e strinse i denti. Se lo stato di Chérie si faceva palese anche agli occhi degli estranei, come dubitare ancora, sperare ancora? Fino ad oggi, tutta compresa nella sua propria sventura, afferrata dal turbine delle sue proprie angoscie, Luisa aveva risolutamente chiuso gli occhi e il cuore ad ogni altro pensiero; ciò che accadeva intorno a lei era parso senza importanza, insignificante ed irreale come un sogno. Se nello sfondo del suo pensiero aveva pur sentito la minaccia di quell’altra sventura, nella lotta di vita e di morte in cui si dibatteva non si era fermata a domandarsi che ne sarebbe di quell’altra anima che naufragava accanto a lei, infranta e sommersa dalla medesima procella. Ma ora bisognava affrontare ancora questo strazio. Bisognava rivelare a Chérie la verità, aprirle gli occhi all’orribile sua sventura. Poichè Luisa sapeva — per quanto incredibile ciò potesse sembrare ad altri — che Chérie era completamente ignara di quanto le era accaduto in quella notte, in cui il terrore, l’ebrietà e la violenza l’avevano piombata nell’incoscienza. Non un barlume della verità, non una favilla di comprensione aveva rischiarato la sua inesperienza, non un alito di dubbio aveva sfiorato la sua semplicità. Pura sebbene contaminata, candida sebbene violata — ben di lei potevasi dire che aveva concepito senza peccato. Luisa seguitò il suo cammino per la viottola ormai immersa nell’ombra. La sua gioia celava il volto davanti al dolore che doveva recare a Chérie, alla ferita che doveva infliggere a quell’anima innocente. Ma ben presto ripensando al messaggio di conforto e di speranza che al tempo stesso poteva recarle, la gioia si ridestò cantando nel suo cuore. Ed eccole — eccole al cancello le due dilette figure aspettanti! La più alta cingeva col braccio la più piccina, e Luisa corse loro incontro, agile, colle braccia tese. «Luisa!» esclamò Chérie, «dove sei stata? E come sei raggiante! Anche nel buio e da lontano ho visto il tuo sorriso!» Luisa le baciò le fresche guancie, prese nella sua la manina fredda di Mirella, e si avviò tra loro verso casa. Ah, come brillavano allegre le finestre illuminate! Come placido e sicuro era questo loro asilo! Come generosi i cuori che le ospitavano! Come lieta, dolce e bella era la vita! ———— «Dimmi la verità, Lulù,» disse Chérie quella sera, allorchè Luisa, avendo messo a letto Mirella, ritornò nel loro salottino; i riflessi del fuoco danzavano sulle gaie pareti e sulle tende cremisi ben chiuse. «Dimmi la verità — tu hai avute notizie! Tu sai qualche cosa di Claudio.... qualche cosa —» Chérie si fece rossa dal niveo collo fino alla linea classica e delicata della fronte — «di Florian! Sì, sì! Te lo leggo in viso. Tu hai avuto notizie.» Sì; Luisa aveva avuto notizie. «Buone notizie?...» Sì. Buone notizie. — Luisa sedette su di una poltroncina accanto al fuoco e disse piano: «Chérie.» Quella venne rapida a mettersi ai suoi piedi; i bagliori della fiamma le guizzavano sui capelli fulvi e sul latteo ovale del viso. «Chérie...» La voce di Luisa era trepida e sommessa. Le pareva d’essere un carnefice; le pareva di dover compiere un assassinio su qualcosa d’infinitamente tenero e floreale, di dover aprire a forza i petali chiusi di quell’anima ancora infantile e riempirne il calice di veleno. I vili le avevano violato il corpo; a lei pareva di doverne violare l’anima. Chérie alzava verso di lei un viso radioso, pieno di lieta aspettativa. Come dirle? Come dirle?.... Luisa si chinò e coprì con una mano quegli occhi fulgenti, interrogatori. «Domani, Chérie!... Domani.» XVI. La mattina seguente Chérie si svegliò presto. Non le riuscì di capire che cosa l’avesse strappata d’improvviso al sonno. Certo ella si trovò desta a un tratto cogli occhi sbarrati, con ogni nervo teso e vibrante in una specie d’aspettazione intensa. Che cosa aspettava? Ella stessa non l’avrebbe saputo dire. Era accaduto qualche cosa che l’aveva svegliata, ed alla ora stava aspettando che questa cosa si rivelasse, si ripetesse; aspettava di riudire o di riprovare ciò che l’aveva così di soprassalto destata. Ma la misteriosa causa del suo improvviso risveglio, fosse suono o sensazione, non si ripetè. Chérie si alzò rapida, infilò i piedini nelle babbuccie e andò alla finestra; appoggiò i gomiti nudi sul davanzale e guardò nel giardino. Il suo sguardo azzurro vagò sul prato luccicante di pioggia, sugli alberi spogli che si disegnavano neri e nitidi contro il cielo mattinale. Era un’alba grigio-rosata, d’una luminosità così soave che si sarebbe detta di primavera e non d’autunno. Vi era nell’aria pallida e radiosa come una promessa di giornate serene. D’un tratto Chérie si sentì invasa da quell’onda di stordimento e vertigine che ormai era solita provare. Il pavimento ondeggiò sotto ai suoi piedi, e la mortale nausea che conosceva e temeva le serrò la gola. Poi questi fenomeni svanirono e Chérie si sentì perfettamente bene; le parve anzi di provare uno strano e lieto senso di benessere che le era nuovo. Era una sensazione indefinita di gioia — di gioia morale e fisica, era... che cosa era? Era come una pulsazione lieve, un fremito d’una dolcezza impossibile a definire. Ma non appena questo strano senso la scosse, che già era svanito. Allora Chérie si rammentò: ecco ciò che l’aveva svegliata! Sì, era quello stesso palpito strano ch’ella aveva sentito nel sonno — quel lieve tremolio somigliante a un batter d’ali, quasi che un altro cuore pulsasse entro al suo. Così strano, così nuovo, così profondo era questo brivido di gioia ch’ella pensò per un momento di correre in camera di Luisa a chiederle che cosa potesse significare. Ma già la sensazione era cessata, lo stranissimo senso di gioia fisica era svanito e a Chérie parve quasi impossibile rammentare a sè stessa, tanto meno descrivere ad altri ciò che aveva provato. Chérie, certa di non poter più dormire, si vestì, rapida e silenziosa per non destare Luisa, avvolse le gracili spalle in uno scialletto e scese nel giardino. Quel mattino anche Giorgio Whitaker si era svegliato di buon’ora. Erano questi i suoi ultimi giorni di licenza prima di partire per il fronte, ed egli aveva nell’animo una febbrile irrequietezza. Sua sorella Eva doveva tornare da Hastings quella mattina stessa; passerebbero insieme questi ultimi due giorni felici prima della sua partenza per quella meravigliosa e spaventosa avventura ch’è la guerra. Aveva obbedito al desiderio di sua madre e non aveva più cercato di trovarsi o di discorrere colle loro ospiti belghe. Invero era facile — troppo facile! pensò Giorgio con un sospiro — evitare ogni incontro con loro, poichè sembravano farsi ogni giorno più timide e ritrose. Giorgio appena le scorgeva, apparizioni fugaci, dietro le loro finestre chiuse; tal’altra volta gli era concessa una visione del capo lucente di Chérie, chino sopra un lavoro o un libro presso il balcone dello studio. Quel mattino mentre egli stava vigorosamente spazzolandosi i folti capelli il suo sguardo distratto errò sul giardino; allora scorse Chérie collo scialletto bianco intorno alle spalle e un libro in mano che se ne andava lenta pel viale verso il pergolato. Giorgio buttò giù le spazzole e finì di vestirsi in fretta e furia. Dopo tutto — riflettè — erano queste le sue ultime quarantott’ore in Inghilterra. Poi sarebbe partito, partito per andare chissà dove, per ritornare chissà quando! Forse non avrebbe più avuto un’occasione come questa per vedere e salutare la fanciulla belga. A dir vero, era un po’ presto per dirle addio; l’avrebbe poi incontrata ad ogni istante nei giorni seguenti, poichè Eva, tornando, soleva sempre tenersi d’accanto la sua piccola amica straniera. Già; Eva aveva un certo modo di passare il suo braccio sotto quello di Chérie e di portarsela via, dicendo: «Allons, Chérie!» che Giorgio, ripensandovi, trovava molto simpatico. Non sarebbe spiaciuto neppure a lui di prendere per il braccio bianco e delicato la soave creatura e dirle: «Allons, Chérie!...» E si figurava lo stupore nei grandi occhi azzurri e il rossor vivo sulle guancia delicate — forse un corrugar sdegnato delle ciglia.... oppure, chissà? le sarebbe brillato nel volto soave la fuggevole meraviglia del sorriso. Corse giù per le scale e in giardino; in un attimo fu sotto al pergolato, ma Chérie non c’era più. La trovò che passeggiava lungo il laghetto artificiale nel bosco; era immersa nella lettura d’un libro. «Buon giorno,» disse Giorgio in tono di eccessiva naturalezza, quasi fosse cosa abituale l’incontrarsi in giardino a quell’ora. Ella, assai sorpresa, alzò il viso. «Oh! buon giorno, Monsieur Georges!» e la morbidezza francese dei «g» nel suo nome suonò assai dolce al signor Giorgio. «Che cosa fate levata così presto?» «_Et vous?_» ribattè lei con quel suo breve, vivido sorriso. «Io... io... sono venuto a dirvi addio!» «Addio? Ma come mai? Credevo non partiste che domani sera?» esclamò Chérie. «Perfettamente,» rispose Giorgio. «Ma io amo fare le cose senza fretta. Perciò comincio a salutare gli amici due giorni prima del tempo.» E di nuovo gli piacque il rapido sorgere e sparire del sorriso che le arcuava la bocca e le metteva delle fossette nelle guancie. «Allora — addio,» fece lei guardandolo per un attimo e presentendo che quella partenza l’avrebbe lasciata più triste. Egli le prese di mano il libro, e poi le stese la mano destra. «Addio!» Chérie pose in quella di lui la sua mano piccola e fredda. E Giorgio, poichè non trovava altro da dire, ripetè: «Addio!» «Addio,» rispose lei ridendo. «Ma adesso bisogna che ve n’andiate. Non potete continuare a dirmi addio, e restar qui.» «Già;» ammise Giorgio. «Adesso me ne vado.» Poi tossì per darsi un contegno, e soggiunse con aria che voleva essere indifferente: «Sarete ancora qui, quando ritorno dal fronte? Ho idea che non vi piacerebbe vivere sempre in Inghilterra.» «Non lo so,» rispose Chérie, incerta. «A dir vero non ci ho mai pensato.» «Capisco,» ribattè Giorgio con qualche insistenza. «Ma vi piace l’Inghilterra? O non vi piace?» «_S’il vous plaît Londres?_» citò essa alzando a lui gli occhi ridenti. Ah! certo, pensò Giorgio, non vi erano nel mondo altri occhi colle ciglia così lunghe, altre pupille così stellanti e raggianti! «E’ vero che per certe cose l’Inghilterra non mi piace,» ella osservò pensosa. «Per esempio, le donne inglesi — non è che non mi piacciano... ma non le capisco. Sembrano — come dire? — così rigide, così aride d’anima....» Aveva staccato un ramoscello di bacche invernali e con esso giocherellava distratta camminando accanto a lui. «Pare sempre che abbiano paura di essere troppo espansive o troppo cortesi.» «E’ forse vero,» riflettè Giorgio. «Appena arrivate qui, vostra sorella ce ne parlò per metterci sull’avvisato. — Guardatevi bene — disse — dal far vedere ad una donna inglese che avete della simpatia per lei. Qui non si usa; e sareste fraintese.» «Perfettamente,» osservò Giorgio. «A noi non piacciono le effusioni esagerate. Se siete molto amabile si pensa subito che avete bisogno di qualche cosa; che state per chiedere denari o qualche altro favore.» «Che strana idea!» esclamò Chérie. «Eppure è così. Dovreste vedere mia madre com’è squisitamente villana colla gente che incontra per la prima volta! E’ questo il segreto dei suoi grandi successi in società.» Chérie rise. Giorgio, dopo un momento di silenzio, parlò esitante: «E.... e gli uomini di questo paese? Vi piacciono poco anche quelli?» «A dir vero non li conosco,» disse lei. «A guardarli» — e volse lo schietto sguardo azzurro in pieno su di lui — «a guardarli sono belli.» Un vivido rossore tinse la fronte abbronzata di Giorgio. «E... e non vi verrebbe mai in mente, vero? l’idea di.... di sposare un inglese?» Chérie scosse il capo, e le lunghe ciglia batterono sulle iridi stellanti. «Sono fidanzata,» disse piano. E con una stretta al cuore, soggiunse: «ad un soldato belga.» «Ah. Già. Sicuro. Naturale,» disse Giorgio in fretta. Proseguirono a fianco l’uno dell’altro in silenzio. Finalmente egli, non sapendo che cosa dire, aprì il libro che ancora teneva tra le mani. «Che cosa leggevate?... Poesia?» Diede un’occhiata al frontispizio e vide scritto le parole: «_Florian Audet à Chérie._» Voltò subito il foglio. «Sì,» disse Chérie. «Già... poesia...» ripetè Giorgio, «di Victor Hugo. — Ma ecco un verso che pare scritto per voi: _«Elle était pâle et pourtant rose...»_ Si volse a guardarla: «Voi siete proprio così.» Ella non rispose. Ancora, ancora quel batter d’ali nel cuore? Cominciava ad impaurirsi. Che fosse «angina pectoris» o qualche altra strana e terribile malattia? Non le dava dolore, ma la faceva vibrare da capo a piedi. «Siete proprio _pâle et pourtant rose_, in questo momento,» ripetè Giorgio guardandola. Poi soggiunse con un po’ d’amarezza nella voce e rendendole il libro: «State pensando al giorno in cui sposerete il vostro soldato belga?» «Forse non vivrò fino a quel giorno,» mormorò Chérie a voce spenta. Il fremito non cessava, non cessava! «Che idea!» esclamò Giorgio. «E quanto a lui,» continuò Chérie con un singhiozzo, «forse a quest’ora me l’avranno già ucciso.» «Ma no!» esclamò Giorgio. «Non dite questo. Vive, vive certo. E voi vivrete. E sarete tanto felici. — Quanto a me,» soggiunse rapido, «io vado a divertirmi un mondo. Ho idea che mi manderanno ai Dardanelli... I Dardanelli! Che bel nome allegro! Pare uno scampanellìo a festa.» E rise cacciandosi all’indietro i capelli dalla fronte chiara ed aperta. «Mi piace l’idea di andare ai Dardanelli.» «Vi auguro fortuna,» disse Chérie guardandolo con un improvviso senso di tenerezza e di rimpianto. Avevano fatto il giro del lago ed ora tornavano indietro sotto al pergolato in piena vista delle finestre della villa. Sul balconcino dello studio s’era affacciata Luisa. Chérie vide che le faceva cenno colla mano, e corse sotto al balcone alzando gli occhi. «Mi chiamavi?» «Ah, Chérie! Non sapevo dov’eri,» disse Luisa, china sovra il parapetto, «e mi sentivo in pena. Non vuoi venir su, cara? Ho da parlarti.» «Ah, è vero! è vero!» esclamò Chérie, e i suoi occhi lampeggiarono rammentando la promessa fattale dalla cognata la sera precedente. «Ora mi dirai...» Si volse a Giorgio. «Devo entrare,» disse. «Dunque è venuto davvero il momento di dirci addio!» E rise. «Addio!» disse Giorgio, grave e un po’ pallido. «E perchè non diremmo arrivederci?» fece Chérie colla mano in quella di lui. «Ah, sì!» disse Giorgio guardandola intensamente. «Diciamo arrivederci!» «Arrivederci, signor Giorgio!... Arrivederci!» E Chérie entrò in casa. ———— La sera seguente il giovane ufficiale partì. Partì. E lo mandarono ai Dardanelli. Nè vi fu mai su questa terra un «arrivederci» per il signor Giorgio. XVII. Luisa uscì sul pianerottolo per aspettare Chérie. La vide salire le scale un po’ lenta e col respiro affannoso: la trasse rapidamente nello studio e chiuse l’uscio. Mirella sedeva come al solito sulla poltrona presso la finestra, col piccolo viso tranquillo rivolto verso il cielo. «Chérie,» disse Luisa traendola a sedere presso di sè sul divano. «Ho da parlarti.» «Lo so, lo so,» disse gaia Chérie. «L’ho capito subito iersera quando t’ho vista tornare. Dimmi, dunque, dimmi le buone notizie.» Luisa tacque esitante. «Parlami, Luisa.» «Per me.... per me....» balbettò «sono buone notizie. Per te, Chérie, sorellina mia, per te, se non ti rendi conto di quanto ci accade — potranno essere notizie terribili!» Chérie la guardò spaventata. «Che cosa vuoi dire?» chiese quasi senza voce. Luisa si portò la mano alla gola; si sentiva soffocare; aveva la bocca arida. Non trovava nè parole, nè voce per dare alla fanciulla aspettante il messaggio di duplice onta. «Chérie, mia diletta.... devo parlarti di quella notte.... la notte della tua festa —». Chérie sussultò. «Ah, no! Non parlarmene! Hai detto quando arrivammo qui che lo dovevamo scordare! Hai detto ch’era stato un sogno.... Perchè, perchè ne riparli!» «Chérie,» disse Luisa a voce bassa «per te, forse, per te.... è stato un sogno. Ma non per me.» La fanciulla s’irrigidì, fissandola tesa e intenta. Che cosa intendeva dire? «Luisa!... Hai detto che tutto era passato — hai detto che tutto sarebbe come prima...» «Sei certa, tu,» chiese Luisa abbassando la voce e prendendole la mano, «sei certa tu, d’essere come prima?» Chérie la guardava sbigottita, senza comprendere. «Sei certa?» ripetè ancora Luisa. E dopo un breve silenzio quasi senza voce: «Ti senti.... come prima?» «Sì.... credo....» mormorò Chérie, spaurita ed esitante. «Non so... forse sono ancora un poco anemica.... un poco scossa...» «Io.... io non sono come prima.» Luisa pronunciò le parole lentamente tenendo fissi i tragici occhi sulla cognata. «Perchè? Come? Cos’hai?» chiese Chérie agitata. «Io devo partire. Vado questa sera stessa col dottore. Egli mi curerà. Egli mi guarirà.» «Ti guarirà? Ma che male hai? Mi fai paura!» Luisa si coprì il volto colle mani. «Come dirti?... come dirti?... Ah, con quale brutalità devo aprire i tuoi occhi alla vita!...» E in quello stesso istante l’ineffabile brivido, il fremito meraviglioso scosse di nuovo Chérie e la fece balzare in piedi con gli occhi allucinati, estatici, e le mani convulse strette al cuore. «Ancora!... Ancora!... Luisa! Che cos’ho? Che cosa sento?» Illividita, trasecolante, Luisa la guardava. «E’ come.... un batter d’ali.... è come un palpito — che non è.... del _mio_ cuore....» «Chérie! Chérie!» «Che cos’è? — che cos’è?» balbettò Chérie smarrita. Le braccia di Luisa la circondavano, la stringevano convulse. «E’ la cosa terribile. E’ la cosa nefanda!... Chérie — tu sarai madre!» Chérie indietreggiò vacillante, le sue braccia batterono l’aria come se stesse per cadere. «Madre!» La sua voce era un soffio. «Madre!... Io!» E stette immobile. Dall’aperta finestra entrava un raggio di sole, uno strale dorato che la innondava di luce e le versava sulle chiome un nimbo rutilante di luminosità. Una trasplendenza estatica era nel fulgido azzurro de’ suoi occhi. Immobile, colle pallide mani protese e il liliale volto alzato al cielo ella pareva ascoltare. Quale voce ultra-terrena giungeva a lei? Quale Annunciazione divina la trasfigurava così? Stupita e tremante Luisa la guardava. E quasi non osava parlare. «Chérie!... — che cosa pensi con quel viso estatico?... Chérie, angelo innocente, non temere! Anche tu sarai salvata dall’onta e dal disonore.» La fanciulla volse su lei le pupille splendenti. Sembrava non comprendere. Luisa si chinò verso di lei ansante. «Tu non sarai la tragica madre d’una creatura ancor più tragica —». Ma Chérie colle mani in croce sopra il petto, non ascoltava — non udiva. Nel consacrato atteggiamento di verginale estasi ed umiltà, ella ascoltava un’altra voce — la voce della creatura non nata, che a lei chiedeva il dono della vita. E a quella voce rispondeva il suo sangue, rispondeva la sua anima, rispondeva l’istinto sublime e trionfale della Maternità. XVIII. Il dottor Reynolds mantenne la promessa fatta a Luisa. A Londra, in una clinica privata, l’opera spietata e misericordiosa fu compiuta. La scintilla di vita, non anco accesa fu spenta. Dal profondo delle tenebre, dalla Vallata della Morte, lentamente, con trepidi passi Luisa risalì verso la vita. . . . . . Durante i due mesi ch’ella fu nella clinica non vide nè Chérie nè Mirella; ma la signora Yule, affettuosa e tenera, veniva ogni giorno da Maylands a portargliene notizie, narrando quanto ella stessa e suo marito erano felici di ospitarle al Vicariato. Poichè nel giorno stesso in cui Luisa era partita col dottor Reynolds dalla casa dei Whitaker, il reverendo Yule vi era andato in persona e, con amabile autorità, vincendo le deboli riluttanze della signora Whitaker, aveva preso le due derelitte fanciulle sotto la sua protezione, conducendole via con sè. La signora Whitaker a dir vero non si era troppo vivacemente opposta alla loro partenza; ma aveva baciato colle lagrime agli occhi quelle due pallide creature che partivano come erano arrivate — mute, smarrite, poveri fuscelli travolti dal turbine della guerra. In casa del Vicario di Maylands le due sventurate trovarono asilo, e la innocente Mirella e la tragica Chérie furono ugualmente sacre al suo cuore generoso. Liliana Yule, la fanciulla cieca, ben presto le adorò entrambe. Soleva sedersi tra loro due, tenendo tra le sue la mano di Mirella, ed ascoltava estatica i racconti che Chérie le faceva della loro fanciullezza nel Belgio. Mai non si stancava di udire la descrizione del Pensionnat des Demoiselles Thibaut, dove Chérie era andata a scuola; e voleva la narrazione di tutte le loro gite a Bruxelles, a Ostenda e ad Anversa; fremeva ascoltando gli orrori delle prigioni di Château Steen e le visite al campo di battaglia di Waterloo, dove Chérie si era seduta sulla poltrona di Lord Wellington e aveva bevuto il caffè nella storica camera da letto di quel grande generale. Chérie doveva narrarle la loro vita a Bomal; la breve vacanza a Westende, dove imparavano ad andare in bicicletta sulla sabbia, sotto la direzione dell’uomo-scimmia.... E qui i racconti di Chérie si fermavano. Liliana coi suoi occhi chiusi e il viso intento sempre alzato verso il cielo come alla ricerca della luce, ascoltava; e la dolce espressione del piccolo viso estatico faceva quasi mancare la voce a Chérie, e le riempiva gli occhi di pianto. ———— Un giorno arrivò una lettera da Claudio; egli scriveva d’essere quasi guarito della sua ferita; stava dunque per lasciare l’ospedale di Dunkerk per tornare nel Belgio, alle retrovie. Egli mandava il suo pensiero e la sua benedizione a Luisa, alla piccola Mirella, a Chérie. Si sarebbero ritrovati tutti insieme nei bei giorni che presto sarebbero tornati. Chiedeva se avessero notizie di Florian; egli stesso non ne riceveva da gran tempo; l’ultima era stata una cartolina mandata dalle trincee di Loos.... E in quello stesso giorno — era un grigio pomeriggio di Dicembre e nevicava — Luisa, uscita dall’ombra della Vallata della Morte venne, pallido fantasma, a battere alla porta del Vicariato. E anche a lei fu aperta la casa ospitale e il cuore generoso di coloro che l’abitavano. Con tenerezza pietosa i suoi passi malfermi vennero guidati al focolare, verso la piccola Mirella che vi sedeva nella sua solita inconsapevole serenità. Solo al vederla Luisa comprese di quanto affetto la sua bimba era circondata. Con un grosso cane di Terranova accucciato ai suoi piedi, la piccina sedeva nella grande poltrona di cuoio del reverendo Yule; i biondi capelli divisi sulla fronte erano legati dalla signora Yule con un nastro celeste; un braccialetto d’oro, regalo di Liliana, le brillava sull’esile polso. Con un grido di tenerezza riconoscente Luisa le si inginocchiò accanto, baciandole le manine fredde, la bocca silenziosa, gli occhi che non la riconoscevano. «Mirella, Mirella! Parlami! Dimmi una parola! Dimmi: Ben tornata, mamma!» Ma le labbra della bimba restarono mute, la sua voce era ancora una fontana chiusa. L’uscio si aprì e Chérie entrò nella stanza — una Chérie nuova agli occhi di Luisa, quasi estranea nella sua tragica, matronale dignità. Luisa indietreggiò colpita alla vista di quel mutamento. Poi con un singulto di appassionata pietà le andò incontro e la chiuse tra le braccia. Chérie con un sorriso ed un sospiro le celò il volto in seno. XIX. Le feste Natalizie passarono calme e solenni versando il loro balsamo di pace nei cuori feriti delle esiliate. Ma un giorno ecco arrivare ai profughi belgi rifugiati all’estero l’ordine di ritornare in patria. Era un comando perentorio del Governatore tedesco di Bruxelles a tutti coloro che possedevano case o terreni nel Belgio. Queste proprietà verrebbero confiscate se i possidenti non si presentavano a reclamarle entro un brevissimo termine di tempo. Luisa entrò nella camera di Chérie colla lettera in mano. Era atterrita e tremante. Chérie ascoltò in silenzio la lettura. «Ma Chérie! capisci — capisci che ci ordinano di rientrare nel Belgio? Ti rendi conto di ciò che significa questo per noi?» «Significa — tornare a casa nostra,» mormorò la fanciulla con gli occhi bassi e un’improvvisa vampata di colore sulle guancie smunte. «A casa nostra! Ma tu ricordi che cosa era la casa nostra quando la lasciammo?» gridò Luisa cogli occhi fiammeggianti. «No,» disse Chérie. «Non ricordo.» «Casa nostra! Senza Claudio!... Senza Florian! e i nostri amici dispersi... straziati.... uccisi... Ah!» gridò Luisa, e le lacrime, così facili a scorrere nell’estrema debolezza fisica, le rigarono il volto smagrito. «Casa nostra! — con Mirella spettrale e silenziosa, e tu — e tu! —» le nere pupille appassionate sfiorarono per un istante la persona di Chérie e la vergogna e il dolore la soffocarono. «Basta, basta! non ne parliamo più. Non ne parliamo più.» E gettò sul fuoco la lettera. Ma non così potè distruggere il ricordo di quel richiamo. La possibilità di ritornare in patria — possibilità che fino allora era sembrata così remota, così inverosimile — l’idea di ritornare al focolare che avevano creduto di non rivedere mai più, ora occupava la sua mente e quella di Chérie ad esclusione d’ogni altro pensiero. Quel rude comando di rimpatrio echeggiava nei loro cuori giorno e notte destando lo struggimento e la nostalgia. Luisa si trovava ogni notte a sognare quel ritorno: sempre ne scacciava il pensiero con ira e con paura, ma sempre quel pensiero tornava a martellarle il cervello, a stringerle il cuore. Appena chiusi gli occhi — ecco, si figurava di partire da Maylands, di traversare la gelida e turbolenta Manica, di sbarcare a Ostenda, di passare per Louvain, Tirlemont, Liegi — e arrivare a Bomal!... Traversava correndo le vie del villaggio, giungeva al cancello di casa sua... entrava, saliva le scale, apriva l’uscio della camera di Claudio!... Con una scossa Luisa si destava alla realtà. E un istante dopo ricominciava il sogno. A poco a poco la nostalgia come un enorme serpe le si attorcigliò al cuore, serrandoglielo, stritolandoglielo nelle sue spire, avvelenando del suo morso virulento ogni ora della sua giornata. La bramosia insostenibile di rivedere la sua patria, di riudire la sua favella la strinse, la straziò; e nulla potè più calmare quella sofferenza. Ripensando la sua patria sanguinante sotto il calcagno dell’invasore, più forte e più struggente si faceva in lei quella tortura che si chiama il male del paese. Finalmente il senso dell’esilio le divenne intollerabile. Tutto ciò che era inglese la urtava, la feriva; odiava la vista della gente inglese, il suono delle voci inglesi, il modo di pensare inglese. Nelle tempestose acque della Manica che la separavano dalla sua patria dolorosa sentiva sommerso ed affogato il cuore. Dieci giorni dopo aver detto a Chérie di non parlarne mai più. Luisa non pensava ad altro, non sognava altro che quel ritorno a casa — alla sua casa devastata, profanata. Ivi voleva rifugiarsi, ivi aspetterebbe Claudio, nella fede, nella speranza e nella preghiera. Si sentirebbe più vicina a lui quando il deserto grigio di quelle nordiche acque non li separasse più. Là, nel giorno beato della liberazione e della redenzione del Belgio, egli la troverebbe, ferma, fedele, aspettante il suo ritorno. — Ah! certo, certo quel giorno non poteva ormai più essere lontano! .... Ma ahimè, che direbbe Claudio trovando la sua bambina, muta, inconscia, vagante nell’ombra della vita come un piccolo spettro?... trovando sua sorella Chérie — Luisa, al pensiero di Chérie si torceva le mani piangendo. Una notte, torturata dall’insonnia, ella entrò nella camera della cognata. Aveva aperto adagio la porta per non svegliarla; ma Chérie non dormiva. Stava seduta accanto al fuoco cucendo e canticchiando piano. Appena vide Luisa balzò in piedi arrossendo, e cercò di nascondere il lavoro che teneva in mano. Ma Luisa lo vide. Era una mantellina bianca da neonato che Chérie stava ricamando. Allora anche le guancie pallide di Luisa si fecero di fiamma. «Chérie.» balbettò esitante, «ho pensato.... ho pensato... che cosa diresti se tornassimo davvero a casa?» «Ma sì, Luisa. Torniamo pure,» acconsentì Chérie, colla blanda serenità di chi non ha altra missione che l’attesa. «Allora partiremo. Partiremo presto,» disse Luisa febbrile. «Arrivate a Bomal, metteremo la casa in ordine; la faremo bella per quelli che torneranno...» «Sì,» rispose quieta Chérie. «Poichè torneranno! Torneranno, e ci troveranno là ad aspettarli. Se pure la tempesta è passata sopra di noi,» la voce le si ruppe in un singhiozzo, «tuttavia Mirella guarirà — lo so, lo sento. E tu, tu — oh, Chérie!» cadde a ginocchi accanto alla fanciulla tremante — «tu devi purificarti, redimerti.... sì! anche tu, anche tu devi distruggere questa fonte di vergogna, d’odio e d’orrore... te ne prego, te ne supplico...» Chérie volse a lei il volto grave, inesorabile, ispirato. «Luisa, nessuna tua parola, nessuna tua preghiera può mutare l’animo mio. Ognuna di noi è arbitra dei proprî destini. Ciò che per te è vergogna, odio, orrore — per me è amore, meraviglia, estasi. Non so spiegarlo; io stessa non lo comprendo. Ma sento che prima di distruggere volontariamente questa vita che porto in me, mi strapperei il cuore — vivo e pulsante — dal petto.» Luisa tacque, impallidendo. Ma troppo il pensiero del ritorno in patria le stringeva il cuore. «Chérie.... ma se torniamo a casa?... Pensa — pensa che cosa dirà la gente che ci ha conosciute?» Chérie sospirò e non rispose. «E quando Claudio ritornerà — pensa, Chérie! quando Claudio ritornerà!...» Chérie abbassò il capo e non rispose. Luisa le si fece più vicino. «E Florian? Hai tu scordato Florian? Florian che ti ama?... che vuol farti sua sposa?» Gli occhi di Chérie si soffusero di lacrime, ma ancora tacque. La voce di Luisa divenne quasi un grido. «Chérie, ma non ricordi che il padre di questa creatura è l’abbietto soldato ubbriaco che ti prese e ti legò?... Non pensi che tu — belga — sarai la madre di un figlio tedesco?» .... Ma Chérie non ascoltava nulla, non pensava nulla, non ricordava nulla. Non udiva che una voce — la voce del figlio non nato — che attendeva da lei il dono della vita. E quella voce le diceva che nelle superne lande mattutine dove attendono le creature umane che vivranno, non vi sono nè belgi nè tedeschi, nè vinti nè vincitori. Non vi sono che gli innocenti fiori dell’avvenire — le bianche colombe del Signore, le candide agnella di Gesù... PARTE TERZA XX. Il Feldwebel Karl Sigismund Schwarz giaceva nel pendio interno di un cratere, sotto un cielo vespertino cosparso di nuvolette rosse. Aveva gli occhi chiusi, ma non dormiva. Stava dicendo a sè stesso che bisognava muovere il braccio sinistro. Aveva qualche cosa di anormale quel braccio; un peso infinitamente grave pareva schiacciarlo; se lo sentiva plumbeo e infocato. Certo bisognava muoverlo; bisognava alzarlo e agitarlo nella fresca aria serale perchè vi tornasse la circolazione. Sì, sì, tra un momento avrebbe mosso il braccio. Presa questa decisione, Feldwebel Karl Sigismund Schwarz si sentì in diritto di riposare da tanto sforzo mentale, e si addormentò. Si risvegliò più che mai deciso che bisognava muovere il braccio. E per muovere il braccio cosa bisognava fare? Dov’era questo braccio? E lui stesso, Karl Sigismund Schwarz, dov’era?... E cos’era quel violoncello che gli suonava così da vicino?... Se lo sentiva vibrare profondamente nelle orecchie e nella testa: «Zuum... zuum-zuum... zuum-zuum....» Ah, un momento!... Ecco — adesso sapeva dov’era. Era a Charlottenburg, nel Caffè des Westens e il direttore d’orchestra — l’ungherese Makowsky — suonava il contrabasso. Precisamente. Zuum... zuum-zuum... Gli altri dell’orchestra aspettavano il loro turno per cominciare... Ma intanto cosa diavolo aveva al braccio? Gemette forte e fece per alzarsi sul gomito destro. Non vi riuscì. Ma nel volgere la testa scorse a pochi passi da lui un uomo in uniforme belga, steso a terra col profilo rivolto al cielo. Ma allora — si disse Schwarz — non si era a Charlottenburg? No; si era nelle Fiandre, vicino a un’infetta città chiamata Ypres, e lui stava sdraiato in una buca fatta da una mina. Gettò di traverso un’occhiata al belga; poi urlò forte: «Olà! dite un po’ — cos’ho io al braccio?» Ma costui non rispose, nè si mosse; e Schwarz riflettè che probabilmente non capiva il tedesco, e che più probabilmente era morto. Allora Karl Sigismund Schwarz si riabbandonò supino, e stette ad ascoltare il contrabasso che gli ronzava nella testa. Il tramonto purpureo era svanito in un crepuscolo grigio, quando a sua volta il belga aprì gli occhi. Sospirò e si rizzò a sedere; e vide sdraiato accanto a sè, colle gambe tese e inerti, con un braccio sfracellato e il volto incrostato di sangue, un tedesco ferito. Costui aveva gli occhi aperti, e il belga lo salutò con un cenno del capo. «_Eh bien? Ça va, mon vieux?_» «_Verfluchter Schweinehund_,» rispose il tedesco. E Florian Audet, non comprendendo l’improperio gli fece un altro amichevole cenno col capo. Poi tacquero entrambi, occupato ognuno dai propri pensieri. Florian cercò di comprendere ciò che era accaduto. Mosse prudentemente un braccio; poi l’altro; poi i piedi e le gambe. Indi si spostò un poco colle spalle. Tutto pareva sano. Non sentiva che un dolore sordo alla nuca, una specie di crampo che gli saliva fino alla sommità del cranio. Del resto in complesso niente di male. Oh, come mai si trovava qui? Riordinò alla meglio gli sconnessi ricordi; c’era stato l’ordine di attaccare... Lui e i suoi soldati si erano slanciati sulla bianca via di Ypres, e traverso i campi verso il sud.... poi — poi un formidabile rombo, una scossa immane.... Ed eccolo a giacere in questa buca, colla terra smossa che ogni tanto gli scendeva a cascate sulla testa e sulle spalle. Chissà il resto della sua compagnia dov’era e come era andato l’attacco?... Si udiva ancora, non molto lontano, il fragore di spari. Florian tentò di rizzarsi in piedi, ma pareva che il terreno si alzasse con lui; non poteva staccare le mani da terra. Il cratere e il cielo gli turbinavano d’intorno e dovette tornarsi a sdraiare. Sorse dal tonante oriente la notte, e spense il crepuscolo. Frattanto il Feldwebel Karl Sigismund Schwarz era di nuovo nel Caffè des Westens. Sì, sì, era perfettamente così. Il Caffè des Westens. L’orchestra di centomila contrabassi gli rimbombava nelle orecchie, ed egli batteva, a tempo colla musica, il suo braccio pesante sul marmo della tavola; e gridava al cameriere Max che gli portasse qualche cosa da bere. Max arrivava correndo e gli porgeva un vassoio carico di bevande: grandi schoppen ghiacciati di Münchener e Lager, e bicchieri colmi di limonata gelida — scegliesse. Quale voleva? E Karl non poteva decidersi. Colla gola arsa, collo stomaco in fuoco dalla sete stava a guardare quelle fresche bibite, le birre gelide, le limonate aspre e ghiacciate — e sentiva di non poter prenderne una per non lasciare le altre. Avrebbe voluto versarle tutte insieme sul fuoco che gli ardeva dentro. Vediamo.... beverebbe prima la birra — no, prima la limonata — no, prima la birra.... D’un tratto si avvide che la Wasserleiche — (sapete bene, la Wasserleiche del Caffè des Westens.... quella donna che chiamano «l’Annegata» perchè ha l’aspetto così cadaverico, le carni così verdognole, come se fosse rimasta sott’acqua due giorni e poi ripescata...) ebbene, l’Annegata si slancia sul cameriere e lo abbraccia. E giù i bicchieri dal vassoio!... Ping! — pang! — giù tutti! tutti fracassati! — Ping! — pang! Quando mai si è sentito dei bicchieri fare un fracasso simile?... E non restava più nulla da bere; nulla — in tutto il mondo!... Allora il Feldwebel Schwarz si mise a piangere. Egli stesso si udiva gemere e mugolare mentre l’Annegata gli pizzicava il braccio... E poi non era Max che l’Annegata aveva abbracciato. Già, quella non abbracciava mai gli uomini. No; era la sua amica Mélanie, che adesso stava lì anche lei e rideva colla bocca aperta come ne aveva il vezzo, mostrando il palato roseo e i piccoli denti da lupacchiotto, bianchi e aguzzi. Il cameriere Max susurrò a Karl Schwarz che se voleva qualche cosa da bere doveva fare la corte a Mélanie. Allora per lusingare quella viperetta Karl volle cantare la canzone della famosa contessa sua omonima: _«Unter Bäumen_ _«süsses Träumen_ _«liebte Gräfin_ _«Mélanie!»_ Ma, strano a dirsi, invece di quelle parole gliene venivamo sulle labbra delle altre: _«Die Flundern —_ _«Werden sich wundern.»_ Cantò innumerevoli volte questo brano di romanza da Cabaret senza mai arrivare a finirla. Il cameriere Max, sdraiato per terra in mezzo ai bicchieri rotti, applaudiva rumorosamente. Era insopportabile il fragore di quegli applausi; gli penetravano nel cervello, gli spaccavano il cranio.... e Mélanie frattanto non gli dava nulla da bere. Allora cercò di abbracciarla, ma l’Annegata, che non permetteva a nessuno di abbracciare Mélanie, si slanciò su di lui rabbiosamente e gli morse il braccio. Karl gridò per lo spasimo; e allora anche Mélanie si curvò su di lui, mostrando i suoi denti da lupo, ed anche lei lo morse al braccio. Gli strappavano, gli sbranavano le carni; non gli riusciva di liberare il braccio da quelle due terribili creature. «_Verdammte Sauweiber!_» urlò. E quell’urlo stesso lo svegliò. Vide il cielo notturno tempestato di stelle: e là accanto giaceva ancora la figura prona del belga. Probabilmente — pensò Karl — quelle belve, Mélanie e l’Annegata, avranno azzannato e sbranato anche costui. Bisognava tenerle lontane ad ogni costo. Perciò egli dovette seguitare a cantare colla sua gola arsa ed arida: _«Die Flundern,_ _«Werden sich wundern...»_ _«Die Flundern_ _«Werden sich wundern...»_ Gli pareva che queste parole dovessero esercitare qualche occulto potere contro le sue tormentatrici; e così egli continuò a ripeterle per tutta la notte. . . . . . Verso le due del mattino Florian Audet riaprì gli occhi e girò il capo per guardarsi intorno. La voce del tedesco ferito — una voce rauca e rantolante — l’aveva strappato al sonno; o al deliquio, forse. Ora, desto, si domandava vagamente che cosa mai potessero significare quelle parole continuamente ripetute: «_Die Flundern werden sich wundern...._» Forse era qualche frase nazionale, un grido di vittoria o di sfida, come sarebbe: «La libertà o la morte!» o «Tutto per la Patria!» Certo doveva essere qualche cosa di simile. Il suono mugolante di quelle parole gli si conficcò nel cervello. Girando appena il capo Florian vedeva, alla sua sinistra, la figura supina del nemico, colle molli gambe distese, i piedi abbandonati rivolti in su negli scarponi gialli infangati, e udiva nel respiro già rantolante il suono spezzato di quelle parole: «Die Flundern.... werden sich wundern....» Una subitanea immensa pietà lo invase, pietà di quel corpo spezzato accanto a lui, pietà di sè stesso, pietà del mondo intero. Con uno sforzo eroico, poichè gli pareva di avere le membra infrante, egli si volse sul fianco e si trascinò penosamente vicino al moribondo. Quando l’ebbe quasi raggiunto riposò alquanto, poi si cercò indosso la fiaschetta del cognac, la trovò, l’aprì e tendendo il braccio l’accostò al viso del morente. «_Prends, bois!_» disse. Ma il tedesco non si mosse ed in breve il respiro rantolante cessò. Florian mosse le mani plumbee e si trascinò ancora più vicino all’altro; con un immenso sforzo riuscì a passargli un braccio sotto al capo sollevandoglielo un poco. Allora, alla scialba luce del giorno nascente, vide sgorgare da una ferita che quell’uomo aveva alla testa un fiotto scuro che gli piovve giù per la faccia. Il tedesco aprì gli occhi: che cosa facevano ora quelle donne diaboliche? Gli versavano del vino caldo sulla testa?... Traverso quel tiepido velo scarlatto gli occhi morenti fissavano Florian pieni di infinito terrore e smarrimento. Un’onda di mortale debolezza e nausea invase Florian. Allentò il braccio, e su di esso ricadde all’indietro la spaventosa testa insanguinata del nemico. Florian si abbattè accanto a lui svenuto. Così giacquero per lunghe ore, fianco a fianco, come fratelli — il vivo e il morto, l’ufficiale belga col braccio intorno al soldato tedesco. E così due militi della Croce Rossa li trovarono nei brividi dell’alba, allorchè scesero a sdruccioloni entro il pendio del cratere portando tra loro una barella ripiegata. Erano entrambi giovanissimi i due militi; avevano troncato a mezzo i loro studi di filosofia all’Università di Bonn allo scoppio della guerra, lasciando da parte Kant e Hegel per intraprendere un rapido corso di chirurgia. Il più giovane dei due — che aveva i capelli biondi come il miele — si dilettava a scrivere delle insensate poesie latine ch’egli asseriva essere nello stile di Lucrezio. Deposero la barella. Stettero silenziosi e immobili a guardare quelle due figure irrigidite nel fraterno abbraccio; quell’atteggiamento narrava tutta la storia dell’agonia. La mano di Florian poggiava sul petto del tedesco morto tenendo ancora nelle dita rilassate la fiaschetta aperta del cognac; il volto sanguinoso del loro camerata posava fidente sul braccio ripiegato del nemico. Un’emozione profonda strinse alla gola i due che guardavano. Il più giovane — quello che scriveva i versi latini — si chinò e pose la mano quasi invocando una benedizione, sulla fronte pallida di Florian. Trasalendo si volse al compagno. «E’ vivo!» esclamò. L’altro a sua volta toccò la fronte del belga; poi ne sollevò la mano inerte per sentirgli il polso. Inginocchiati accanto a lui gli versarono dell’acquavite in bocca; indi con tutti i mezzi noti alla scienza, muti, tenaci, persistenti lo contesero alla morte; dopo qualche tempo un tremulo soffio di vita alitò su quelle labbra cenericcie e le spente pupille azzurre oscillarono in uno sguardo vago. I due tedeschi si rimisero subito in piedi. Finchè il belga giaceva svenuto col braccio attorno al collo del loro morto compagno, egli era per loro un eroe e un amico. Ora, vivo, con gli occhi aperti, era il loro nemico e prigioniero. Gli rivolsero la parola, non scortesemente, in tedesco; poi, un po’ più bruschi, in francese. Ma quegli non rispose. Una stupefazione torpida lo teneva; sembrava paralizzato. Non poteva nè parlare nè reggersi in piedi. Allora lo sollevarono e lo posero sulla barella. «Poveraccio,» mormorò il più giovane accomodandogli lungo i fianchi le braccia inerti, e indicando al compagno la manica dell’uniforme belga inzuppata di sangue tedesco. «Poveracci! Potevamo tralasciare di salvarlo. Per mandarlo a quell’inferno di Wittemberg, tanto valeva —» «Già. Povero diavolo,» mormorò l’altro. «Senti un po’» esclamò il biondo poeta, «e se gli lasciassimo una via di scampo? Perchè non abbandonarlo al caso?... Affidarlo al capriccio della sorte?... . . . . . Florian non seppe mai in qual modo e per quali circostanze egli venne a trovarsi sdraiato su una coperta da campo in una cascina per metà demolita. Alzando il capo indolenzito per guardarsi intorno vide accanto a sè, per terra, una scodella di latte, una pagnotta e del cognac. Vi era anche un pacchetto di sigarette, qualche fiammifero ed una tavoletta di cioccolatta. Bevve avidamente il latte, ingoiò un sorso di cognac e si levò in piedi. Traballava e aveva la vista torbida; una terribile vertigine gli dava nausea allo stomaco; tuttavia potè reggersi in piedi e stette così ritto qualche istante appoggiandosi con una mano al muro calcinato. E tutt’a un tratto si avvide di essere completamente nudo. Intorno a sè non una traccia d’indumento, non una vestigia della sua uniforme. Nulla. In mezzo al pavimento stava un paio di scarpe gialle e fangose che gli ricordavano quelle vedute ai piedi del tedesco ferito sul pendio del cratere. Queste scarpe e la coperta di lana grigia stesa per terra, ecco tutto ciò che avrebbe potuto mettersi indosso. Nulla rimaneva di quanto era stato suo; perfino il cognac era in una fiaschetta che non aveva mai veduto. Florian si guardò intorno nel luogo deserto; notò le mura sbrecciate e crollanti, demolite da bombe ed obici; in un angolo un aratro rotto e rugginoso e qualche arnese agricolo poggiavano al muro. Null’altro. Dopo breve riflettere Florian si decise a mettere quelle scarpe. Poi finì il latte, il pane e il cognac. Finalmente annodò in un angolo della coperta la cioccolatta, le sigarette ed i fiammiferi, poi avvolgendosi la ruvida flanella grigia intorno al corpo uscì ad affrontare il mondo. Era un mondo vuoto e desolato. Sulla strada fangosa che attraversava la pianura non si vedeva che il gonfio cadavere di un cavallo. Giudicando dal sole Florian si disse che potevano essere le sette del mattino. Gli parve di riconoscere la località: doveva trovarsi a due o tre chilometri dal terreno di combattimento del giorno innanzi. Sì, ecco, lì, a sinistra, la via bianca e diritta che va da Poperinghe a Ypres.... ben riconosceva quel duplice filare di alberi... Ed ora, dove andare? In quale direzione si trovavano le linee belghe? Florian si sentiva ancora assai debole, le ginocchia gli tremavano e nel cervello vuoto non aveva che una confusione di suoni insensati. Le parole che il tedesco morente aveva continuato a ripetere per tutta la notte gli ronzavano nella testa incessantemente, ed anch’egli si trovava a mormorarle sommesso: «Die Flundern werden sich wundern...» Gli pareva di essere ancora nelle spire di un sogno faticoso e incoerente. Doveva fare un grande sforzo mentale per persuadersi che realmente lui, Florian, s’aggirava per il mondo vestito d’un paio di scarpe e d’una coperta da campo. Probabilmente nulla di tutto questo era vero. «Probabilmente» — si disse Florian — «io sono ferito, sono in un ospedale con qualche lesione al cervello, e questo è parte del mio delirio.» Era inverosimile, era impossibile che qualcuno potesse avergli rubato tutti i suoi abiti lasciandogli in cambio il latte, la cioccolata e le sigarette. Come conciliare la viltà da parte di chi lo aveva derubato quand’era incosciente, collo spirito di fraternità e di affetto dimostrato nell’avergli fatto trovare a portata di mano latte e cognac, cioccolatta e sigarette?... Era tutta una cosa assurda e fantastica. «Di due cose, l’una,» ragionò Florian procedendo nella direzione di un bosco che vedeva non lontano, e inciampando ad ogni passo nella sua coperta: «o sono stato la preda di un pazzo, oppure sono io che in questo momento non ho la testa a segno... («Die Flundern werden sich wundern.») Dovette fare un enorme sforzo per non dire quelle parole insensate ad alta voce; sentiva che se le diceva sarebbe impazzito davvero. Gli pareva che finchè se le teneva chiuse dentro al cervello ne era padrone lui, ma guai se gli sfuggivano di bocca: sarebbero diventate più forti di lui, e certamente avrebbe continuato a dirle e a ripeterle come quel povero tedesco delirante... Ah, sì; decisamente non aveva il cervello a posto; bisognava tenersi bene in freno. Non bisognava.... «Die Flundern werden sich wundern.» D’un tratto vide uscire dal bosco dei soldati a cavallo. Li riconobbe subito per una pattuglia tedesca. Pensò di tornare indietro e nascondersi nella cascina; ma ormai era tardi. Già l’avevano scorto e venivano a grande galoppo verso di lui. «Basta; la partita è persa,» disse Florian tra sè e sè; l’avrebbero preso. Già non poteva uccidere nè sè stesso nè altri con un pezzo di cioccolatta e un pacchetto di Josetti. Sostò, incrociò le braccia e attese, ritto e immobile, il loro arrivo. («Die Flundern werden sich wundern.») Gli otto o dieci cavalleggeri arrivavano al galoppo e Florian potè notare anche da lontano il loro sbigottimento alla sua vista. Gli gridarono qualche cosa in tedesco, ma egli non rispose. Ritto, come una statua egli disse a sè stesso che incontrerebbe il suo fato con dignità. Ma non aveva fatto i conti col suo grottesco abbigliamento. Due soldati smontarono ed uno di loro gli rivolse la parola in tedesco, mentre tutti lo guardavano da capo a piedi con un largo sorriso. Ma l’altro — un giovane ufficiale — imponendo bruscamente agli altri di tacere si volse a Florian con fosco cipiglio e gli domandò in francese cosa diavolo facesse vestito così. «Dov’è la vostra uniforme?» chiese, aggrottando minaccioso le ciglia. Anche Florian aggrottò le ciglia e lo fissò senza rispondere. Aveva deciso che non aprirebbe bocca. («Die Flundern werden sich wundern.») L’ufficiale diede un ordine; due soldati lo presero per le braccia e gli strapparono da dosso la coperta. Egli rimase così, nelle sole scarpe, nudo alla grande luce del giorno, col viso, le mani e i capelli imbrattati di fango. Era una forte e magnifica figura d’uomo. L’ufficiale e gli uomini avevano rivolto la loro attenzione al nodo nell’angolo della coperta. Lo sciolsero e vuotarono del suo contenuto quella tasca improvvisata. Si guardarono l’un l’altro; poi riguardarono l’uomo nudo. Il cioccolatto era tedesco; le sigarette erano tedesche; le scarpe erano tedesche. — E l’uomo cos’era? «_Meschugge_,» mormorò il tenente, a spiegazione non della nazionalità di Florian, ma della sua condizione mentale. «Meschugge! Meschugge!» Ripeterono gli altri sghignazzando. Tuttavia l’ufficiale sembrava incerto. Dopo aver fissato lungamente Florian si volse a parlare a bassa voce cogli altri. Florian capiva che discutevano di lui. A quale decisione arriverebbero? L’arresterebbero come un astuto belga che, spogliatosi della sua uniforme, aveva rubato le scarpe e la coperta ed ora si fingeva muto e demente? O lo crederebbero un tedesco ammattito e lo manderebbero in un ospedale? Meglio se fosse così. Certo sarebbe più facile la fuga da un ospedale che da una prigione tedesca. Una prigione tedesca!... Florian digrignò i denti. Dall’atteggiamento dell’ufficiale Florian lo giudicò incline a quest’ultima decisione. «Die Flundern werden —» A momenti lo diceva forte! Sentiva nel palato una smania, un solletico, quasi una necessità fisica di pronunciare quelle parole insensate. Erano certamente quelle voci tedesche intorno a lui, era il suono gutturale di quegli accenti che gliele strappavano di bocca. Già le sue labbra si movevano a formularle.... L’ufficiale l’osservava intento. Invano Florian strinse le labbra, morse la lingua tra i denti — d’improvviso le grottesche parole gli scapparono dalla bocca: «_Die Flundern werden sich wundern..._» L’effetto di quella frase fu istantaneo e inatteso. Tutti ruppero in un grande scoppio di risa; persino il fosco volto dell’ufficiale si spianò in un largo sorriso. I soldati ripetevano le parole, commentandole. «Avete sentito? _Die Flundern!..._ Ah, bellissima! Sarà stata una canzonettista dell’Ueberbrettel a mettergli i topi nel cervello!» E si smascellavano dalle risa, battendogli le spalle nude e chiedendogli in quale Kabaret avesse lasciato il cuore ed il senno. Di quanto dicevano Florian non capiva una sillaba; ma questo capì: era salvo. Almeno per il momento. Qualunque fosse il significato di quelle parole, certo ad esse doveva la sua salvezza e l’ilarità amichevole di quegli uomini. Per quanto ancor confuso e debole, ebbe la lucidità di prenderà un’immediata decisione: se quelle parole l’avevano salvato non ne pronuncerebbe altre. E difatti fece così. Un po’ più tardi aggiunse un vocabolo di più al suo repertorio: «Meschugge.» Florian stesso non aveva la più lontana idea del significato di «Meschugge,» ma lo udì pronunciare molte volte dal tenente prussiano e dai soldati che lo ricondussero, dignitosamente avvolto nella sua coperta, alle linee tedesche. «Die Flundern werden sich wundern,» e «Meschugge.» Con queste sei parole, mormorate a intervalli tre o quattro volte al giorno, Florian passò incolume il fronte e le retrovie tedesche; con questo frasario entrò in un ospedale da campo prima, e poi in una infermeria di Liegi. Ufficiali e medici lo visitavano, ridevano, gli battevano sulle spalle. «_Famoser Kerl!_» Qui non c’era errore. Costui non poteva essere nè belga, nè francese, nè inglese. Giammai un forestiero avrebbe potuto scegliere dal ricco vocabolario tedesco proprio la parola «Meschugge,» nè avrebbe scoperto nella letteratura poetica tedesca il verso dei «Flundern.» _Ach nein!_ bisognava essere un autentico figlio del Vaterland per capirne puranco il significato. Questo bel matto arrivato fra loro in costume adamitico e scarpe gialle era un Berlinese purosangue!... _Er lebe hoch!_ *** E fu in questo modo che la famigerata Wasserleiche — l’Annegata del Caffè des Westens — e la sua amica Mélanie salvarono la vita ad un valoroso ufficiale belga. Ed è questa, probabilmente, l’unica buona azione ch’esse abbiano mai compiuta nella loro deplorevole e sciagurata esistenza. XXI. Nei primi giorni di maggio, il lento fiume Ourthe e la spumeggiante Aisne, incontrandosi nei pressi di Bomal, si salutarono coi soliti frizzi e spruzzi. «Eccoti qui, pettegola,» brontolò l’Ourthe. «Non si può mai fare questa strada in pace.» «Sei tu che ti spingi vicino,» protestò l’Aisne. «Guarda che gomito fai! Stammi più lontano.» «Devo pur passare sotto il ponte,» borbottò l’Ourthe. «Anch’io!» «Ah, vedo già che tu vuoi farmi straripare,» gorgogliò l’altro stringendosi nelle sponde. «Oh, guarda, guarda!» fece l’Aisne, per cambiar discorso. «C’è una cicogna che passa sopra di noi. «E che me n’importa?» «E’ la cicogna che porta i bambini! Guarda — ne ha uno nel becco!...» «Farebbe meglio a lasciarlo cadere,» brontolò l’Ourthe; «qui sono molto profondo.» L’Aisne che lo era poco non comprese il bisticcio. «Come sei plumbeo,» disse, avvicinandosi sempre più, sinuosa e serpentina. «Sarà che vuol piovere.» «Se piove,» mugghiò l’Ourthe, rabbrividendo, «farai bene a stare nel tuo letto.» «Io no!» esclamò l’Aisne. «Vengo nel tuo!» E con un balzo gli fu accanto, tutta arricciata e increspata. «Oh, che ti pigli la Mosa!» spumeggiò l’Ourthe, gonfio ed iroso. .... E a Liegi la Mosa se li prese tutt’e due. ———— La cicogna frattanto era volata alta sopra il ponte di Bomal. Scese a cerchi digradanti sopra la casa del dottor Brandès. Pose una zampa sul tetto e si fermò. Schiuse con precauzione il becco. «Apri gli occhi, bambino umano,» disse: «Eccoci arrivati.» XXII. _«Rockaby, lullaby,_ _«bees in the clover..._» cantava Nurse Elliot, facendo dondolare la culla e guardando distrattamente dalla finestra donde si scorgeva il campanile della chiesa di Bomal e le cime ondeggianti degli alberi nel cimitero. «Forse,» sospirò Miss Elliot, infermiera della Croce Rossa Americana, «forse questa povera creaturina starebbe meglio se dormisse già laggiù, sotto quegli alberi....» Quasi in assentimento il bimbo nella culla emise un malinconico vagito. Allora Miss Elliot ricominciò a ninnare la culla ed a cantare. Il bambino rinunciò subito a gareggiare con quella poderosa voce di contralto e per disperazione si riaddormentò. Non era al mondo che da sette giorni e, a dir vero, non vi aveva trovato gran che da rallegrarsi; Vi era molto trambusto e canto, poco nutrimento e parecchi dolori di qua e di là. «Questa è la vita!» gli disse la cicogna che stava ancora sul tetto, ritta su una gamba sola, a riposarsi dal viaggio. «Potevi stare dov’eri!» «Non si potrebbe tornar via?» pianse il piccino. «Si stava assai bene nell’azzurra landa dell’inesistenza, sdraiati nel calice d’un fiore di loto.» La cicogna si strinse nelle ali e si pettinò le piume col becco. «Abbi pazienza. La vita dura poco.» «Quanto tempo dura?» chiese il bambino umano, un poco inquieto. «Meno di cent’anni,» rispose la cicogna. Allora il bambino pianse più di prima. «Ma come? Ma perchè dura così poco?» «Ah, questa stolta, illogica umanità, quanto la disprezzo,» disse la cicogna; e volò via. ———— Erano arrivate a Bomal dieci giorni prima, Luisa, Chérie e Mirella, dopo un viaggio terribile traverso l’Olanda e le Fiandre. Alla stazione di Liegi Chérie stava così male da muovere a compassione anche le autorità, che permisero a un’infermiera di accompagnarla fino a Bomal. La buona Nurse Elliot ottenne dalla Croce Rossa il consenso di rimanervi ad assistere l’ammalata fino ad evento compiuto. Al loro arrivo a Bomal Luisa non era andata direttamente a casa. Le mancava il coraggio di condurvi Mirella. Tremava — ella stessa non sapeva di che. Avrebbe la bambina riconosciuto quei luoghi? Quale effetto produrrebbe sulla piccola anima sensitiva la scossa di tali ricordi?.... Luisa si sentì incapace di affrontare una nuova emozione; le fatiche e le angoscie del viaggio aggiunte alla tormentosa inquietudine, d’ora in ora crescente, per lo stato di Chérie, l’avevano affranta. Decise dunque di condurre Mirella in casa della loro vecchia amica, Madame Doré. Incerta dell’accoglienza che ne riceverebbe, tremante dei mutamenti che vi potrebbe trovare dopo nove mesi d’assenza, Luisa battè con tremante mano alla porta della «Maisonnette des Lilas.» Fu Madame Doré in persona che venne ad aprire. Ma era questa veramente Madame Doré? Questa donna dai capelli bianchi, dal volto stralunato, che la fissava senza riconoscerla? «Madame Doré! Sono io, Luisa e la piccola Mirella! — Non ci riconoscete?» La donna sussultò. «Zitta, parla piano. Entra, entra!» E prendendole il braccio la trasse rapida nell’anticamera e chiuse a chiave e col catenaccio la porta di casa. Il suo sguardo era oscillante, smarrito, e di tratto in tratto uno spasimo nervoso le contraeva il volto. «Oh, mia cara!» esclamò Luisa, e l’abbracciò piangendo. Madame Doré la condusse di sopra nella sua camera da letto, ed anche là chiuse la porta a doppio giro: aveva l’ossessione di essere costantemente spiata e vigilata. Allora sottovoce, tra il pianto, narrò a Luisa la sua terribile storia — Andrea ucciso nella notte del 4 agosto sul piazzale della chiesa; Jeannette, quindicenne, preda della soldataglia tedesca e morta in un ospedale di Bruxelles; Cecilia fuggita in Inghilterra. Ed a sua volta la triste donna apprese dalle labbra di Luisa il loro triplice martirio. Col cuore stretto da un’infinita pietà Madame Doré accarezzava i morbidi capelli di Mirella. «Sì, sì; lasciala pure con me. Puoi essere tranquilla sul suo conto. Sarà anzi un grande conforto averla qui. Ah, se ci fosse anche Cecilia che l’amava tanto!» «Come mai Cecilia ha trovato il coraggio di partire così, tutta sola?» chiese sommessa Luisa. «Altre quattro donne di Bomal sono andate con lei. Ve n’era una che aveva dei parenti nella contea di Surrey... Qui Cecilia non poteva più vivere,» singhiozzò la madre, «dopo la morte di Jeannette e di suo fratello Andrea. —» Di nuovo lo spasimo nervoso le contrasse il viso macilento. «Tu sapevi di lui... che l’avevano ammazzato a fianco del nostro povero curato in quella notte....» Sì, Luisa sapeva. E strinse forte tra le sue le mani scarne e tremanti della vecchia amica. Parlarono di tutti i loro amici e conoscenti. Su tutti, su tutti era passata la procella, travolgendo, rovinando quelle esistenze, mandandole disperse per il mondo.... «Taci!» sussurrò improvvisa Madame Doré afferrando il braccio di Luisa. «Ascolta! Ascolta!» Fuori si udivano i passi cadenzati della soldatesca, e un vociar rude, ed imprecazioni e risa. «Li senti, i nostri padroni?» susurrò Madame Doré stringendosi convulsa a Luisa. «Entrano nelle nostre case quando vogliono, anche nel cuor della notte. Entrano e frugano da per tutto; portano via i nostri denari; leggono le nostre lettere; ci comandano, consultano a piacer loro. A noi non è lecito nè parlare, nè pensare, nè esistere senza il loro consenso e la loro approvazione. Viviamo sotto la minaccia perenne della prigione o della deportazione. E abbiamo fame... si, abbiamo anche fame! Ah! perchè, perchè non ho avuto il coraggio di partire anch’io? Potevo rifugiarmi con Cecilia in Inghilterra....» «Era forse meglio,» disse Luisa a bassa voce. «Che vuoi? Non ho osato abbandonare i miei morti.... E poi mi sentivo così vecchia, così vecchia e spaventata... Ed ora eccomi qui rinchiusa nel Belgio come in un carcere — e Cecilia è lontana e sola!» Invano Luisa tentò confortarla con parole soavi e tenere carezze. La vecchia donna era colpita al cuore e desolata. Il solo fatto che Luisa, quando era in Inghilterra, non aveva veduto Cecilia nè avuto nuove di lei, le empiva l’animo di sgomento. Chissà che ne era di Cecilia in quel lontano paese, tra quella gente straniera! «Non temete per lei,» la confortò Luisa. «Non le accadrà alcun male. Gli inglesi sono brava gente.» E, mentre lo diceva, un improvviso senso di rimpianto, di struggimento quasi nostalgico le morse il cuore. Ah, invero gli inglesi — che brava gente! L’Inghilterra! che porto sicuro, che rifugio di salvezza! Come placida e calma e forte nella sua cerchia di acque grige!... «Forse,» pensò Luisa ritornandosene sola traverso il villaggio e cercando di schivare lo sguardo di gente estranea e dei soldati tedeschi che camminavano da padroni in mezzo alla via, «forse era meglio rimanere in quel nostro lontano esilio, e non tornar qui per essere alla mercè delle belve che ci hanno conquistate...» E ripensando a Jeannette, Luisa impallidì. ———— Frattanto in casa del dottor Brandès l’energica e attiva Miss Elliot non aveva perduto tempo. Data una rapida rivista alla dimora saccheggiata aveva constatato che, sebbene gli invasori avessero portato via argenteria, quadri e ogni altra cosa di valore, restava tuttavia intatta la biancheria di casa, nè mancavano gli utensili domestici più necessari. Energica e gaia ella accomodò Chérie in un letto candido, le spazzolò i bei capelli e glieli raccolse in due lunghe treccie lucenti; le diede da mangiare del pane e del latte; poi, chiuse le imposte, con un bacio sulla fronte la lasciò. Indi si mise risoluta a ripulire la casa; bisognava far sparire il disordine e la confusione prima dell’arrivo di Luisa. Dal pianterreno alla soffitta la casa era sparsa di piatti sporchi, di bicchieri, di bottiglie, di mozziconi di sigari e di sigarette. Materassi e coperte colle impronte di scarpe fangose ingombravano i pavimenti; cassetti e armadi erano stati vuotati e il loro contenuto rovesciato per terra. Stoviglie, brocche e catinelle d’acqua sporca erano su tutti i mobili — sulle credenze, sulle tavole, sulle sedie. Miss Elliot pulì, spazzò, vuotò, strofinò, indi aprì tutte le finestre, accese tutti i fuochi nei caminetti — e quando Luisa, ansante e pallida, battè al portone Miss Elliot le aprì con un sorrisetto di soddisfazione. Indi la seguì di stanza in stanza notando commossa il fluttuante raggio di gioia che appariva su quel pallido viso alla vista di tante cose note e care.... Ah, questa era casa sua! Casa sua!... E Luisa guardandosi intorno nell’ambiente famigliare sentì tornarle in cuore — trepida ospite desueta — la speranza. XXIII. Il bambino aveva già tre settimane, ed ancora Chérie non aveva veduto nè amiche nè conoscenti; nessuno era venuto a trovarle ed ella non osava uscire. Di giorno si vergognava di farsi vedere per le vie, e dopo il tramonto i regolamenti dell’invasore vietavano agli abitanti di Bomal di uscire dalle loro case. Chérie tremava al pensiero di doversi incontrare con qualcuno di conoscenza. Vero è che ben pochi ne rimanevano nel villaggio; chi aveva potuto partire, era partito. Gli uni si erano rifugiati all’estero, gli altri si erano radunati nelle grandi città, come Liegi o Bruxelles, sperando forse di trovarvi libertà maggiore e di sentirvi meno amaramente il loro stato di sottomissione e di schiavitù. Venne un giorno un telegramma che richiamava Mary Elliot a Liegi. Era un soleggiato pomeriggio verso la fine di maggio, e l’infermiera, chiusa la sua valigia, ripiegato il suo mantello, si accinse alla partenza. Chérie piangeva. «Restate ancora, Nurse Elliot, restate ancora con me!...» «Impossibile, mia cara,» rispondeva Miss Elliot, che non voleva sembrare commossa. «Devo tornare al mio posto a Liegi. Del resto qui non avete più bisogno di me.» «Oh! tanto bisogno abbiamo di voi!» pianse Chérie. «Io mi sentirò così sola, così abbandonata!» «Abbandonata? Col vostro bambino? Con vostra cognata? Sciocchezze!» disse l’infermiera in tono energico, scoccando un bacio sulla guancia pallida di Chérie. «Ma Luisa mi parla appena!» singhiozzò quella, desolata. «Sapete pure ch’essa odia il mio bambino e me!» «Sciocchezze!» ripetè, Miss Elliot. Ma in cuor suo sentiva che Chérie diceva il vero. Era infatti impossibile non accorgersi dell’avversione quasi morbosa che Luisa provava per il povero piccolo intruso. Luisa stessa, per quanto tentasse di vincere o di nascondere questo sentimento non ci riusciva. Ogni lineamento di quel minuscolo viso, ogni filo dei fini capelli d’oro chiaro, e la piccolissima bocca imbronciata, e gli strani occhi d’un grigio chiarissimo — tutto, tutto le era odioso, tutto le faceva orrore e ribrezzo e paura. Quando vedeva Chérie sollevarlo e baciarlo, si sentiva impallidire; quando vedeva al petto di Chérie quella piccola testa impaziente, e le manine cercanti e tastanti sul giovane seno materno, era presa da un senso di nausea e di esecrazione. Per quanto ella dicesse a sè stessa che questo era irragionevole e crudele, pure non riusciva a vincere un sentimento che aveva le sue radici nella più profonda essenza della sua anima belga. Il suo odio era un istinto primitivo, ingenito, come ingenito ed istintivo era l’amore di Chérie per la sua creatura. «Oh, sì, si, Mary! Luisa ci odia, ci odia entrambi,» ripetè Chérie stringendosi con gesto disperato le mani sul cuore. «Se mai per un istante mi accade di scordare le nostre tristezze, se gioco col piccino e gli sorrido, subito sento gli occhi di Luisa fissi su di noi, ostili, implacabili. Luisa ci odia. E tutti, tutti ci odieranno così. Sì! Sì! Tutti ci guarderanno con quegli occhi d’ira e di disprezzo. Ahimè! Dove, dove andremo a nasconderci, io e quel povero piccolo essere sfortunato?» E volse una sguardo lacrimoso alla porta della camera che celava la culla. Mary Elliot sospirò; poi si legò la cuffia sotto al mento e si mise i guanti. Era pronta alla partenza. «Mia piccola amica,» disse gravemente ponendo le due mani sulle esili spalle di Chérie, «il fato, qualunque esso sia, lo dovrete affrontare. E lo affronterete con coraggio.» La baciò affettuosamente sulle due guancie. «Ed ora se mi volete un po’ di bene, se in questi tristi giorni ho potuto confortarvi un poco — ecco venuto il momento di compensarmene!» «Ah, come — come potrò mai compensarvi?» singhiozzò Chérie. «Mettendovi il cappello, prendendo il vostro bambino tra le braccia, ed accompagnandomi alla stazione.» «Alla stazione! Io!... col bambino! — oh, no! Non me lo chiedete!» Una vampata di rossore le era salita al viso. In quel punto entrò Luisa pronta ad uscire. «Sì,» ripetè l’infermiera fissando in volto a Chérie i suoi occhi risoluti. «Mi accompagnerete alla stazione — voi, vostra cognata ed il bambino. Verrete tutti e tre a dirmi addio e ad augurarmi buona fortuna.» «Ve ne supplico, non mi chiedete questo,» mormorò Chérie. «Lo chiedo,» disse Mary gravemente; «e voi non me lo potete rifiutare. Non vi ho forse dato molti giorni e molte notti di veglia e di cura? E molto affetto e molta tenerezza? Ebbene, questo è l’unico compenso che io vi chiederò.» Si avvicinò ancor più a Chérie e la circondò col braccio. «Ma non capite, cara, che prima o poi, oggi o domani, dovrete pur decidervi a questo passo che tanto vi spaventa? Non vorrete già chiudervi per sempre fra queste quattro mura, voi e il vostro bambino! Su dunque, prendete il vostro coraggio a due mani e venite fuori ad affrontare il mondo! Oggi — immediatamente — mentre ancora io sono con voi.» Chérie esitava, pallida e titubante. D’un tratto si volse a Luisa: «Tu — tu usciresti con me?» Vi era tanta umiltà, tanta angoscia in quella domanda che Luisa ne fu tocca. «Ma certo, cara,» rispose. «Corri, corri a vestirti.» A quella risposta il cuore di Chérie ebbe un palpito di gioia. Afferrò la mano di Luisa e la baciò; poi corse rapida nella sua camera. Indossò il modesto vestito nero che aveva portato nel viaggio dall’Inghilterra; ma il bambino lo vestì con tutto ciò che aveva di più bello. Gli mise il mantello bianco ricamato da lei, e la cuffietta di merletti adorna di nastri celesti, e le più eleganti scarpette a maglia di seta azzurra. Poi lo prese in braccio e andò a mettersi con lui davanti allo specchio. Insomma, dopo tutto, era un gran bel bambino, non è vero? Non si poteva dire che non fosse bello come un cherubino. La gente avrebbe forse potuto odiarlo non conoscendolo.... ma appena l’avessero visto!... Tremante, arrossente, sorridente, ella apparve al cancello del cortile dove già Mary Elliot e Luisa l’aspettavano. In mezzo a loro due uscì nella via e s’avviò tremante. Assai giovane, assai commovente ell’era, colle guancie vermiglie per l’emozione, volgendo in giro gli occhi lucenti e timorosi. Chissà se incontrerebbero qualcuno? Qualcuno di loro conoscenza?.... Sì. Incontrarono Mademoiselle Veraender, la maestra di scuola. Questa le guardò, trasalì, poi facendosi di fuoco in viso, passò dall’altra parte della strada. Poi incontrarono Madame Linkaerst con sua figlia Clairette, compagna di scuola di Chérie. La ragazza diede un’esclamazione di gioia nel riconoscerle, ma la madre la prese bruscamente pel braccio e svoltò con lei in una via laterale. Incontrarono quattro soldati tedeschi che fumavano e parlavano ad alta voce tra di loro; questi si fermarono a guardare con curiosità l’infermiera della Croce Rossa americana; poi guardarono Luisa; poi Chérie, col suo bambino in braccio. Uno di loro fece un’osservazione e gli altri dettero in una grande risata. Si fermarono tutt’e quattro in mezzo alla strada a guardare le tre donne, e quello che pel primo aveva parlato, fece con la mano un gesto di saluto a Chérie. «_Was haben wir da? Ein Vaterlandskindlein, gewiss!_» E gettò un bacio al piccino. Tre o quattro monelli che correvano dietro ai soldati beffeggiandoli e imitando la loro andatura arrogante, videro quel gesto e l’interpretarono colla malizia che caratterizza il monello d’ogni paese. Anch’essi si misero ironicamente a gettare baci a Chérie e al bambino, gridando: «_Petit boche, quoi?... Fi donc le petit Prussien!_» Chérie tremava come una foglia. Un uomo che passava, zoppo e non più giovane, comprese la situazione e rincorse i ragazzi col suo bastone. Allora altra gente si fermò. Qualcuno tra essi riconobbe Luisa e Chérie; ma nessuno le salutò; nessuno sorrise al bambino nella sua cuffietta coi nastri ceruli e il suo mantello ricamato.... Tre o quattro oziosi seguirono le donne fino alla stazione, ridacchiando e lanciando frizzi grossolani ed insultanti. Mary Elliot partì. Fu una triste separazione. Allora Luisa e Chérie tornarono a casa silenziose, facendo un gran giro per evitare le strade più frequentate. Mentre risalivano il viottolo ombroso dietro la casa, Luisa volse uno sguardo alla cognata e si sentì stringere il cuore. Povera piccola Chérie! Quanto era bambina ancora, nonostante i suoi diciannove anni! E come triste, spaurita e vergognosa! Come aiutarla? Quale conforto porgerle? Quale speranza? Nessuna! Nessuna! A meno che il bambino morisse. Ma perchè avrebbe dovuto morire quella nefasta creatura? Non era esso forse frutto della giovinezza potente e della brutale vitalità? Non traeva il suo sostentamento dalle più pure sorgenti della vita? Perchè avrebbe dovuto morire? No, il bambino vivrebbe — vivrebbe per essere fonte di danni e di dolori, per portare vergogna e tristezza a tutti. Vivrebbe a ricordo eterno dell’oltraggio nemico, vivrebbe per tenere accesa eternamente la fiamma dell’odio nei loro cuori. Chérie sentendo su di sè lo sguardo di Luisa si volse a lei con un rapido palpito di speranza. All’anima sua sensibilissima non era sfuggito quel primo soffio passeggero di compassione e di tenerezza. Che Luisa volesse rivolgerle una parola di conforto e di pietà?... Che la vista del povero piccolo innocente le avesse finalmente toccato il cuore? Ah, no! no! Ecco ancora negli occhi di lei quel lampo di risentimento, quel fiammeggiare terribile d’ira e di vergogna. Abbassando ancor più il capo sul suo bambino, Chérie affrettò il passo e rientrò in casa. XXIV. Dopo la partenza di Miss Elliot la casa sembrò più che mai deserta e malinconica. Luisa stava per lo più chiusa in camera sua e Chérie non parlava mai. Già, con chi avrebbe parlato? E di che cosa avrebbe parlato se non del suo bambino? Altre mamme — rifletteva Chérie con amarezza — parlavano tutto il giorno dei loro bambini; anch’ella avrebbe voluto parlarne. Ma chi le avrebbe dato ascolto? A chi poteva essa raccontare tutte le meraviglie che andava scoprendo di giorno in giorno nella sua creatura? A chi dire che nei sogni il piccino sorrideva sempre? (E questo, tutti lo sanno, significa che gli angeli gli vengono a parlare!) A chi mostrare la fossetta nel mento, le fossette nei gomiti, i morbidi riccioli d’oro chiaro, i piedini rosati come petali di eglantina? Luisa stessa di tutte queste meraviglie non sapeva nulla, nè Chérie osava parlargliene. No. Il silenzio — un silenzio profondo e crudele — era intorno a quella povera culla. Per timore che il bambino disturbasse Luisa, Chérie aveva lasciato fin dai primi giorni la sua camera, e dormiva nella stanza degli ospiti accanto al salotto — quella stanza dalla portiera rossa che, strano a dirsi, pareva non ridestare in lei alcuna memoria. Un giorno ch’ella vi sedeva malinconica, col suo bambino tra le braccia, Luisa — che non varcava quasi mai quella soglia — aprì l’uscio ed entrò. Con un sorriso di gioia Chérie alzò il viso per darle il benvenuto, ma vedendo che Luisa distoglieva lo sguardo da lei e dal bambino dormente, non osò dir nulla. «Vengo a dirti,» fece Luisa ad occhi bassi, «che questa sera verrà qui Mirella. Vado adesso da Madame Doré a prenderla.» Chérie sussultò. «Mirella!... Mirella verrà qui?» «Pensavi forse ch’io volessi lasciarla eternamente in casa d’estranei?» Gli occhi di Luisa si riempirono di lacrime. «Ho sofferto già troppo della sua lontananza.» «Oh, lo so.... lo capisco,» balbettò Chérie. «Ma... io — che cosa farò?» «Che cosa vuoi fare?» chiese con infinita amarezza Luisa. Chérie si chinò sul piccino. «Non so. Vorrei che ci potessimo nascondere, il bambino ed io; nascondere dove nessuno mai ci potesse trovare.» Luisa non rispose. Sedette, volgendo altrove il capo, cercando di non essere spietata, lottando contro quel senso di feroce, implacabile rancore di cui ella stessa era la prima a soffrire. «Mirella verrà qui!» ripetè Chérie sommessa. «E quando vedrà il bambino — che cosa dirà?» Luisa alzò il capo con un singulto di selvaggio dolore. «Ah, non dirà nulla, povera Mirella! Non dirà nulla.» No! No! qualunque cosa accadesse, Mirella — quel folletto un tempo così allegro e chiacchierino — non direbbe nulla. Vedrebbe Chérie con un bambino tra le braccia, e non direbbe nulla. Vedrebbe sua madre inginocchiata davanti a lei implorando una parola — e non direbbe nulla. Vedrebbe tornare suo padre dalle trincee — ed ella resterebbe muta. O forse, egli non tornerebbe più, ed alla notizia della sua morte ella non schiuderebbe il labbro. Quest’altro bambino, questo intruso, questo essere aborrito e funesto, crescerebbe allegro e sano, imparerebbe a parlare, imparerebbe il riso ed il sorriso; chiamerebbe Chérie col dolcissimo nome che a Luisa nessuno direbbe mai più. Mentre Mirella.... Chérie si era alzata col piccino in braccio. Trepida venne a inginocchiarsi ai piedi della cognata. «Luisa! Luisa!... Non puoi amarci un poco? Non puoi perdonarci? Che cosa ti abbiamo fatto, Luisa? Che cosa ti ha fatto di male questo povero piccolo essere, perchè tu debba odiarlo così? Non è per me, vedi, non è per me che imploro la tua pietà, il tuo affetto. Io posso vivere disprezzata e odiata, perchè so... perchè capisco.... Ma per lui t’imploro, per lui! che entra nella vita credendo di essere come tutti gli altri bambini, credendo che tutti l’ameranno... Ah, per lui ti supplico, t’imploro — una parola di tenerezza, Luisa, una parola di benedizione!» Aveva afferrato con mano tremante l’orlo della veste di Luisa, e si chinava a baciarlo piangendo. «Luisa, se tu mettessi la mano sulla sua fronte e dicessi: «Iddio ti benedica!» credo che io ne morrei di felicità. Non puoi dirle, Luisa, queste tre parole che tutti dicono, anche ai più poveri, anche ai più reietti? «Iddio ti benedica!...» Che cosa ti costa? Questa piccola preghiera, la più breve di tutte — dilla, dilla per lui!» Silenzio. Luisa non si mosse. «Luisa,» singhiozzò disperata Chérie. «Pensa, pensa ai giorni di dolore che verranno per me e per lui. E non vuoi fargli un augurio? Non vuoi che Dio lo salvi e benedica?... Ah, Luisa, è troppo triste, è troppo crudele che nessuno, nessuno abbia mai invocato una benedizione sopra un bambino così derelitto e disgraziato!» Gli occhi di Luisa si soffusero di pianto. Chinò lo sguardo sul tenero viso del piccino — e trasalì. Aveva incontrato lo sguardo strano di quegli occhi chiarissimi fissi nei suoi. Erano occhi crudeli. Erano gli stessi occhi che l’avevano fissata beffardi e canzonatori dal fondo della stanza, quand’ella a ginocchi davanti all’oppressore implorava pietà. Sì; nel momento supremo in cui le sue preghiere e quelle di Mirella parevano aver commosso il cuore del nemico — quegli occhi, quegli stessi strani occhi grigio-chiari che ora vedeva aperti nel piccolo volto di fiore, avevano lampeggiato su lei freddi, ironici, spietati.... .... «_Il suggello della Germania deve essere impresso sul paese nemico...._» Erano quegli occhi che avevano pronunciato la sua condanna. «Non posso, non posso benedirlo,» singhiozzò Luisa. E distolse il viso. XXV. Era calato il crepuscolo, e la nebbia sottile saliva strisciante su dai due fiumi, allorchè Luisa col capo avvolto in una sciarpa nera, uscì di casa per andare alla Maisonnette des Lilas. Si guardò intorno. Le strade erano deserte e quasi buie. Per arrivare alla casa di Madame Doré senza passare dal piazzale della chiesa dove a quest’ora si riunivano a crocchi i soldati tedeschi, Luisa decise di passare per la straduccia scura e stretta detta Ruelle de la Bise. Già stava per svoltarvi allorchè scorse in fondo al vicolo una figura curva e sbilenca; era un contadino fiammingo, che s’avvicinava lento e zoppicante. Borbottava tra sè e sè, ed aveva un aspetto così poco rassicurante sotto il cappellaccio di feltro calato sugli occhi, che per evitarlo Luisa preferì tornare indietro e attraversare la piazza. I soldati che vi stavano raggruppati chiacchierando e fumando non badarono a lei ed ella s’affrettò, quasi correndo, verso la casa dell’amica. Nel suo cuore era nata una nuova ineffabile speranza. Ella andava a prendere Mirella; l’avrebbe ricondotta a casa. Per la prima volta da quella terribile alba in poi, la fanciulletta si sarebbe ritrovata nell’ambiente noto alla sua infanzia, e — Luisa lo pensò con un sussulto — e nella stanza stessa in cui si era compiuto il suo martirio. Ora, ritrovandosi d’improvviso in quell’ambiente in cui il trauma psichico lo aveva tolto la favella, non poteva darsi — Luisa quasi non osava formulare nel suo pensiero la folle speranza — non poteva darsi che Mirella sarebbe d’un tratto guarita? Casi simili se ne erano pur dati. Luisa ricordava d’aver sentito dire — o forse l’aveva letto? — di persone dementi che ritrovavano subitamente la ragione, di persone mute che ritrovavano la favella sotto la scossa morale di qualche grande emozione. Col cuore in tumulto ella affrettò il passo per le silenziose vie. Frattanto, nella Ruelle de la Bise, l’uomo che Luisa aveva scorto proseguiva zoppicante per la sua strada. Uscendo dal vicolo egli volse a destra e si trovò di fronte alla casa del dottor Brandès. Si fermò di botto e guardò su. Le finestre erano aperte, tutte aperte alla fresca aria vespertina. A quella vista un fiero palpito di gioia gli scosse il cuore. La casa era dunque abitata. Da chi? Da chi? Erano tornate le esule? Erano tornate sane e salve a Bomal? Claudio aveva pur scritto che erano partite dall’Inghilterra per tornarsene in patria.... Erano dunque qui — qui a due passi da lui? Un brivido di gioia scosse Florian Audet. Era stata questa speranza che gli aveva ispirato il coraggio di tentare un’impresa quasi impossibile — la fuga dall’ospedale di Liegi traverso il paese invaso. Era il pensiero di rivedere Chérie che lo aveva sorretto in quel viaggio temerario traverso tante miglia di terreno battuto dalle pattuglie tedesche. Quando per la prima volta in quell’ospedale, dove tutti parevano ancora incerti se trattarlo da ammalato o da prigioniero, gli era balenata l’idea della fuga, egli l’aveva scacciata da sè, dicendosi che era una follia del suo cervello indebolito. Ma sempre la visione di Chérie pareva invocarlo; ella gli era al fianco, fantasma incalzante, quando nel cuor della notte colle mani lacere e sanguinanti egli lavorò ad allentare e sciogliere le maglie del reticolato che sorgeva intorno all’infermeria; la bianca sua mano lo aveva guidato per monti e valli, la sua voce soave lo aveva confortato nelle lunghe giornate senza cibo, nelle lunghe notti di veglia; lo aveva incalzato a celarsi nei boschi, ad accovacciarsi nei fossati, a traversare a nuoto i fiumi, a scavalcare muraglie e roccie, a vincere perigli d’ogni sorta, ad affrontare mille morti per arrivare a lei. Ed ora ella forse era là! Là in quella casa davanti a lui — a portata della sua voce, in vista de’ suoi occhi! Là, dietro quelle gaie finestre aperte!... Florian ricordò come in quella sera fatale, non anco un anno fa — ah, come la Morte e la Devastazione erano passate sul mondo in quel frattempo! — egli era venuto a galoppo per queste vie tranquille ed aveva veduto, come ora, le finestre spalancate alla blanda aria serale. Come allora, gli parve di udire un coro di chiare voci che cantavano: _«Sur le pont_ _«D’Avignon_ _«On y danse_ _«On y danse....»_ Dette una rapida occhiata in giro, poi alzando il capo, fischiò sommesso il ben noto motivo. _«Sur le pont_ _«D’Avignon_ _«On y danse_ _«Tout en rond....»_ . . . . . Chérie era rimasta sola col suo bambino che le dormiva fra le braccia. Ella aveva sentito uscire Luisa; l’aveva udita chiudere la porta esterna; per un istante anche il suono dei suoi passi che s’allontanavano leggeri e frettolosi le era giunto all’orecchio, tanto era silenziosa e deserta la via. Ed ora Chérie era sola; sola coi suoi pensieri. Ecco. Luisa andava a prendere Mirella. Tra poco sarebbero ritornate insieme. Bisognava venire ad una decisione. Che cosa doveva fare Chérie? Come poteva incontrarsi con Mirella? Andarle incontro col bambino tra le braccia? Ah, mai, mai! No, bisognava nascondersi, nascondersi col bambino perchè Mirella non lo vedesse. Certo, come diceva Luisa, la povera Mirella non avrebbe detto nulla — nulla, cioè, che orecchio umano potesse percepire. Ma l’anima di Mirella che cosa avrebbe detto? Chi poteva sapere ciò che Mirella vedeva o non vedeva? Come essere certi che non fosse capace di vedere, di ricordare, di odiare, forse, come Luisa odiava? Ah, Chérie sentì che tale odio — l’odio silenzioso di quella piccola anima di mistero — sarebbe anche più terribile, più impossibile a sopportare che non l’esecrazione palese di Luisa. Già, era possibile anche questo strazio. Mirella, la piccola Mirella, vedendo quegli occhi strani, chiarissimi, spalancati nel viso del bambino — forse ricorderebbe.... Ricorderebbe l’uomo che l’aveva martirizzata, che l’aveva torturata e legata alla ringhiera, legata col piccolo viso folle rivolto all’uscio.... già, proprio a quest’uscio dalla tenda rossa.... Sì, potrebbe essere così. Il ricordo e l’orrore tornerebbero alla mente smarrita di Mirella ogni volta che scorgeva quei grandi occhi chiari del bambino.... Chérie abbassò lo sguardo per vederli; in questo momento erano dolcemente socchiusi, mentre la testolina s’annidava assonnata sul petto materno. Chérie si chinò sopra la sua creatura, baciò i biondi capelli e gli occhi assonnati e la piccola bocca dolce. E che importava a lei se tutti l’odiavano? Essa lo amava, lo amava coll’amore di tutte le mamme, lo amava d’un amore fatto più grande dalla sofferenza, dalla disperazione, dalla vergogna. «Piccolo mio,» susurrò, «perchè non ci hanno lasciati morire tutt’e due in quel mattino di maggio, quando tu non eri ancora entrato nella vita ed io ero già così vicina alla morte? Perchè non ci hanno lasciati sparire, dileguare nell’eterna pace, te ed io insieme, lontani da queste tristezze e da queste pene?» Ma il bambino dormiva sorridendo agli angeli. E poichè era tardi, ed era l’ora di metterlo nella culla, ella si levò e con passo leggiero e colla guancia appoggiata al piccolo capo biondo, se lo portò nella stanza vicina, allontanando col gomito, nel passare, la tenda rossa che pendeva sull’uscio. «Ninna-nanna,» mormorò mettendolo nella culla. E mentre così faceva si trovò d’improvviso a rammentare, senza una ragione, la sera del suo compleanno; le veniva in mente — chissà perchè? — la danza con Jeannette, Cricri, Cecilia.... Questo ricordo correva come un filo luminoso e sconnesso tra mezzo ai suoi foschi pensieri. Come mai le ritornava alla mente in quest’ora? Perchè mai riviveva così d’un tratto quella breve ora felice che aveva preceduto la catastrofe immane, lo scoppio della procella che l’aveva travolta e ruinata? Le fanciullesche parole di quella vecchia canzonetta, ecco, le tornavano alla mente. _«Sur le pont_ _«D’Avignon_ _«On y danse_ _«Tout en rond.»_ Chérie sostò; un brivido la percorse. C’era una ragione per quel ricordo. Qualcuno nella strada fischiettava quella melodia. Gli occhi le si riempirono di lagrime per i ricordi che quel puerile motivo le rievocava in cuore. _«Sur le pont_ _«D’Avignon_ _«On y danse_ _«On y danse_ _«Sur le pont_ _«D’Avignon_ _«On y danse_ _«Tout en rond.»_ Piano e pur chiara la melodia persisteva. Non cessava. Non si allontanava. Persisteva con sommessa insistenza. Chérie accomodò la coperta e i guanciali della culla, si chinò a baciare il piccino; poi andò alla finestra. Dovette rizzarsi in punta de’ piedi per guardar fuori, poichè quella stanza aveva una finestrina ogivale, alta e tonda come quella della cabina d’una nave. Appena ella guardò fuori il fischiare cessò. Laggiù nella via una figura si mosse staccandosi dall’ombra del muro. Il cuore di Chérie dette un balzo — poi si fermò. _Florian!_ XXVI. Indietreggiò vacillante dalla finestre e si guardò intorno, folle, smarrita, Florian! Era Florian! Che cosa fare? Il bambino — dove nascondere il bambino? Il fischio sommesso riprese, ma più urgente con una nota di fretta e d’ansia. Sì — sì — bisognava far entrare Florian. Come mai era giunto?... Certo lo minacciavano mille pericoli laggiù sulla strada aperta... Chérie abbassò gli occhi e si guardò. Guardò la sua vestaglia bianca ancora slacciata sul petto — tepido nido del pargolo lattante — e l’allacciò colle mani che tremavano. Poi scorse uno scialle nero di Luisa gettato sopra una seggiola; se ne avvolse in fretta le spalle e corse giù ad aprire. Florian entrò rapido e chiuse subito la porta dietro a sè. Che strano aspetto aveva con quel cappotto di tela cerata gialla, e il cappellaccio calcato sulla testa! Chérie al primo sguardo lo vide cambiato; le parve più alto, e scuro e scarno in faccia. Ora, chiusi nel vestibolo buio, ella non ne distingueva più i lineamenti. «Chérie!» Egli le aveva afferrato la mano e gliela stringeva forte. «Sei tu, mia piccola Chérie!...» Aveva la voce rauca per l’emozione. «Dimmi — chi c’è qui con te?» «Nessuno,» rispose lei. «Nessuno? Ma come? Sei sola in casa?» «Sì —» mormorò Chérie, ritraendo la sua mano. «Cioè —» E tacque. «Ma tu — vivi qui sola? Ma gli altri dove sono? Luisa? Mirella?» «Luisa è qui — è uscita... » balbettò Chérie. Florian trasse un gran sospiro di sollievo. «Ah, Luisa è qui!... Conducimi di sopra. Guarda che ho poco tempo.» Si chinò per guardarla meglio. «Cos’hai? T’ho fatto paura?» «Sì,» rispose Chérie. «Ma sei livida! Sei spettrale... Chérie —» una nota d’ansia, di terrore nuovo gli vibrò nella voce. «Cos’hai? Sei ammalata?» «Sì,» ripetè Chérie e la sua voce era un soffio. Egli non le chiese altro; la cinse col braccio, sorreggendola nel salire le scale. La porta del salotto era aperta e Florian entrò rapido guardandosi intorno nella stanza famigliare. «Ah, sia lodato Iddio,» disse piano, e traendo seco Chérie che pareva quasi svenuta, chiuse la porta. Gettò su una seggiola il largo cappello lacero e il lungo cappotto, ed apparve vestito di un’uniforme di tela scura come Chérie ne aveva veduto indosso ai feriti tedeschi. «Vieni qui, accanto alla finestra — ch’io ti veda.» E la trasse a sedere dove l’ultima luce di quel crepuscolo di maggio le illuminava il viso. «Dimmi, Chérie, dimmi! Che cosa hai avuto?... Che ne è di te?» Gli occhi di lui non si staccavano da quel pallidissimo volto, dalle fragili forme ritrose, dal chiarore delle chiome raggianti. «Dammi tutte le notizie. Pur troppo non potrò restar qui molto —» le strinse forte la piccola mano fredda — «sarebbe pericoloso per voi e per me.... A quest’ora le pattuglie batteranno tutta la regione per ritrovarmi — e per ritrovare il cappotto del giardiniere!» soggiunse con un rapido sorriso che lo fece per un attimo rassomigliare al Florian d’una volta. «Sono fuggito sette giorni or sono dall’ospedale di Liegi —» «Dall’ospedale? Sei ferito?» «No, affatto. Sono stato semplicemente intontito da un’esplosione. I tedeschi m’hanno trovato, m’hanno creduto «boche» e «meschugge» — che in berlinese vuol dir pazzo — e da tre settimane mi tengono a letto col ghiaccio sulla testa....» E rise. «Forse nei primi giorni sarò stato davvero un po’ tocco nel cervello.... ti vedevo sempre là, ritta a’ piedi del mio letto.... Ma dimmi, dimmi di te! Come stai? Come sta Luisa?» «Luisa sta bene.» «E la piccola? E’ qui?» «Mirella?» Vi fu una pausa. «Sì, Mirella è qui.» Qualche cosa nella voce di lei lo colpi. «Che cosa c’è? E’ accaduto qualche cosa?» Ella non rispose. Florian si sentì d’un tratto il respiro più corto. La guardò. Gli parve improvvisamente che questa timida creatura nella sua veste bianca, nel suo scialle nero, fosse aliena da lui, estranea a lui e avvolta nel mistero. «Che cosa c’è stato?» ripetè. «Rispondi. — Luisa dov’è?» E si guardava intorno nella stanza amica, morso al cuore da un cattivo presentimento. «E’ andata a prendere Mirella,» balbettò Chérie. «A prendere Mirella? Dove? Perchè?» Chérie alzò gli occhi — erano gli occhi di preda inseguita — e li fissò in volto a lui. «Mirella... non è più quella di prima.» Florian si sentì stretto alla gola come se una tigre l’avesse azzannato. «Cos’ha?» «Non riconosce nessuno... » balbettò Chérie, «e non parla più.» «Non parla più?» Florian stentava a respirare. «Che cosa — che cosa vuoi dire?» «E’ muta,» disse con un singulto Chérie. «Muta!!...» Ansante Chérie continuò: «Si è spaventata... in quella notte... quella notte della mia festa...» Non potè dir altro. Tacque. Ed anche Florian improvvisamente non parlò più. Il silenzio di lui sembrò cadere come una roccia sul cuore di Chérie. Il sudore freddo le perlò sulla fronte. «Parla,» disse lui alfine con voce rauca. «Sono venuti qui i nemici...» «Lo so, lo so che attraversarono Bomal,» gridò Florian soffocato. «Ma non vennero in questa casa?» Per tutta risposta Chérie lo guardò negli occhi. E di nuovo cadde su loro il silenzio — il silenzio fatidico, sinistro. Allora Florian si levò in piedi e si scostò un poco da lei. «Vennero in questa casa,» ripetè come se parlasse in sogno. Aveva le labbra secche e la gola arida; udiva la sua propria voce, e gli sembrava remota, come se non appartenesse a lui. «Che cosa — che cosa accadde a Mirella?... Le fecero del male?» «No. Aveva paura.... strillava.... allora l’hanno presa... e l’hanno legata là, a quella ringhiera —» additò colla mano tremante la balaustra di ferro battuto a fogliami e fiori. Ed anco una volta il terribile silenzio di Florian le cadde sul cuore come un masso pesante, soffocandola, togliendole il respiro e la vita. Dopo molto tempo Florian si mosse. Indietreggiò, scostandosi ancora più da lei; le sue labbra si movevano senza ch’egli potesse pronunciare le parole. «E a te.... » la voce gli uscì rauca, a scatti, di tra i denti chiusi, «a te?... Cos’hanno fatto?» Silenzio. Egli attese, attese a lungo, poi ripetè la domanda. «A te — cos’hanno fatto?» D’improvviso Chérie cadde in ginocchio e si nascose il volto tra le mani. Con un ruggito di belva egli si slanciò su lei, le afferrò i polsi, le strappò le mani dal viso. «No! Non è vero!» urlò. «Non è vero! Dimmi che non è vero!» E frattanto sentiva con odio nella sua stretta quei polsi delicati e pieghevoli, vedeva con furore quella frale creatura accasciata davanti a lui in tutta la sua debolezza, in tutta la sua femminea acquiescente fragilità. Avrebbe voluto sentirla d’acciaio e d’adamante, per poterla spezzare e frantumare — per poterla stritolare e distruggere. Prona a terra ai suoi piedi ella singhiozzava e piangeva. Florian per non colpirla, per non ucciderla serrava i pugni così stretti che le unghie gli si conficcavano nelle palme. Guardava quel capo chino, i capelli vaporosi, la nuca bianca, le fragili spalle sussultanti.... Ah, Dio! Il nemico l’aveva avuta! Il nemico l’aveva tenuta e forzata e posseduta! Questa creatura che gli era parsa quasi troppo sacra per il suo amore, questa eterea vergine liliale di cui egli non aveva mai osato baciare la fronte, i capelli, le labbra — aveva saziata la bestiale voglia dell’invasore!... Immondi soldati ubriachi avevano soddisfatto su di lei le loro lubriche brame — ed eccola lì, spezzata, contaminata, perduta!... Con un grido di creatura ferita egli levò al cielo i pugni serrati; il sangue gli scorreva sui polsi dalle palme lacerate, e le lagrime — le lagrime roventi che corrodono l’anima d’un uomo — gli scorrevano sul volto scarno e straziato. Eccola lì, la creatura rovinata e infranta! Eccola lì, prona davanti a lui; simbolo della sua patria — della sua patria rovinata e devastata. Perdute, perdute entrambe!... Spezzate, contaminate, impure. Ah, invano egli verserebbe per loro tutto il suo sangue e tutte le sue lagrime. Nulla, nulla più varrebbe a salvarle, nulla più varrebbe a rialzarle nella loro primiera gloria e purità! Perduta l’anima della donna, straziata l’anima della patria!... Iddio! dov’è la Tua giustizia? — Dov’è la Tua pietà? Scese su loro il grigio crepuscolo e velò d’ombra il viso della donna che doveva terminare la tragica confessione. L’uomo non parlò più. Accasciato su di una seggiola, colla fronte nelle mani, gli pareva di essere morto — morto in un universo morto. Tutte le fiamme della sua ira, tutti i furori della sua disperazione erano spenti. La sua anima era ridotta in cenere. Non rimaneva più nulla. Nulla per cui si dovesse vivere, combattere o pregare. La donna gli stava ai piedi, singhiozzante. Ma egli non udiva ciò ch’ella diceva. Una parola soltanto — una parola continuamente ripetuta gli martellava il cervello come batte il maglio sul ferro rovente. «Il bambino... il bambino...» Era la parola che ricorreva costantemente sulle labbra di Chérie: «il bambino.» «Se non fosse per il bambino, vedi — vorrei morire,» piangeva essa e s’abbatteva colla fronte a terra. «Ma come faccio a lasciare il bambino? Un bambino così piccolo, così abbandonato! Nessuno lo guarda, nessuno gli dice mai una buona parola — mai! Anche Luisa diventa crudele, diventa come una furia quando vede il bambino. Mio Dio! Mio Dio! Come passeremo nella vita lui ed io, tra l’odio, il disprezzo, il dileggio di tutti? Di me importa poco, ma che ne sarà del bambino?...» Alzò a lui il viso stravolto e lagrimoso. «Ah, forse aveva ragione Luisa! Avrei dovuto fare come lei — strapparmelo dal seno prima che nascesse....» Un brivido profondo scosse Florian. «Ma non potevo, no, non potevo! Vi era qualche cosa in me di più forte della mia vergogna, di più forte del mio dolore!... Era come se una voce — la voce stessa di Dio — mi gridasse: «_La maternità è sacra. Tu non ucciderai!_» Florian abbassò lo sguardo su quella figura prona. Era questa la piccola Chérie, la sua fidanzata? Questa la Chérie dal sorriso luminoso, dalle guance a fossette, la creatura eterea tra fiore, farfalla e bimba ch’egli aveva conosciuta e amata? Un gemito gli uscì dalle labbra. Ma ella non l’udì, non se ne curò. Il dolore dell’uomo non giungeva al cuore di lei fatto spietato dalla imperiosa, inesorabile passione materna. «Ah! lo vorrebbero morto — sì! Io lo so che lo vorrebbero morto. E se potessimo fuggir via dalla vita, lui ed io insieme, ne sarei contenta. Ma come — come farlo morire? Quando apre gli occhi e mi guarda, quando colle piccole mani mi tocca la faccia, come posso io pensare a fargli del male? Posso io forse colle mie mani stringere quella tenera gola e soffocare l’alito dolce della sua bocca?...» Alzava a Florian gli occhi inondati di lagrime, ma non vedeva Florian. Non vedeva che il suo strazio materno, non vedeva che la sua creatura, sangue del suo sangue. Disperata si torceva le mani. «E perchè, perchè, non deve vivere lui? Vivere ed essere felice come tutti gli altri bambini? Che cosa ha fatto, povero innocente, per essere odiato, disprezzato, maledetto?» «Basta!» gridò Florian, «basta di lui —». Ma ella non l’ascoltava, non l’udiva. Neppure udiva la sfrontata fanfara tedesca che passava sotto le finestre, lanciando al cielo vespertino l’insolenza trionfante della «Wacht am Rhein.» No, Chérie non udiva nulla, non si curava di nulla fuorchè della creatura sua — sua, e del nemico! E Florian — soldato — si sentì ribollire il sangue. «Ed è questo» — gridò sdegnato — «questo che tu trovi a dirmi, quando ritorno a te scampato dagli artigli della morte? Questo, questo tutto il tuo pensiero mentre la nostra patria sanguina, straziata dagli immondi bruti che vi hanno violate entrambe? Ah, maledizione su loro — maledizione eterna su loro e sulla creatura —» «No!» con uno strillo ell’era balzata in piedi e gli copriva la bocca colle mani. «Noi no! Non maledirlo!... Non maledirlo anche tu quel bambino — che nessuno mai ha benedetto!» «In nome del Belgio,» tuonò forsennato Florian, «in nome delle donne del Belgio violentate e straziate, in nome dei loro figli torturati, dei loro uomini trucidati — io maledico la creatura a cui tu hai dato la vita. In nome dei nostri cuori lacerati, in nome delle nostre città incendiate, dei nostri focolari distrutti, dei nostri altari abbattuti e profanati — lo maledico, lo maledico! Nei nomi sacrosanti di Louvain, di Lierre, di Mortsel, di Waehlen, di Herselt —» I nomi sacri al martirio e alle fiamme gli sgorgavano dalle labbra accrescendo la furia del suo cuore. La donna gemeva, coprendosi gli orecchi per non udire, per non udire quei nomi tragici e famigliari — il rosario di fuoco e di strazio del Belgio. Stringendosi il capo fra le mani, ella piangeva: «Che Iddio non ti ascolti! Che Iddio non ti ascolti!» Ma egli alzava la voce fremente nell’atroce litania: «E Malines, e Fleron, e Notre Dame, e Rosbeck, e Muysen —» D’improvviso ristette. Un suono — un suono gli aveva colpito l’orecchio. Che cos’era? Era un breve grido — il breve, fievole grido d’un neonato. L’uomo ristette immobile, come impietrito. Gli occhi iniettati di sangue parevano uscirgli dall’orbita tanto si fissavano ardenti sulla porta drappeggiata di rosso, donde era venuta quella voce. Chérie, cieca di terrore, gli si gettò ai piedi gemendo, abbracciandogli i ginocchi. «Pietà! Abbi pietà! Uccidimi — ma non far male a lui!» E sempre Florian restava immobile, come impietrito, cogli occhi fissi sulla porta donde era uscito quel suono. Le disperate parole di lei, il suo pianto di terrore, non giungevano al suo orecchio. Egli non udiva che un suono, non udiva che quel grido querulo — il pianto del bambino. Vincendo i lamenti della donna, vincendo il frastuono dell’inno nemico che ancora frangeva l’aria, vincendo il tuono delle armi e il fragore della guerra, ecco saliva dalla terra questo acuto grido di vita — il pianto dell’umanità. E questo pianto gli entrò nel cuore come una spada. Gli pareva che in esso fosse tutta la desolazione e il dolore del mondo. Pareva dire tutta la tristezza, tutta l’inutilità irrimediabile d’ogni cosa. Sdegno, ira e furore gli caddero dall’animo come cose morte. E il bisogno di vendetta e la bramosia d’uccidere — tutto si spense in lui, lasciandogli il cuore silenzioso e vuoto. La disperata donna che si aggrappava a lui vide i fieri occhi velarsi, vide la feroce bocca tremare. Nel lungo silenzio che seguì ella comprese che più nulla aveva da temere. E più nulla da sperare. ———— L’uomo si scosse alfine. «Povera Chérie!» disse. «Povera, povera Chérie!» La sollevò da terra; prese tra le due mani quel viso pallido e disfatto; e lungamente la guardò negli occhi: «Povera Chérie! Che ne sarà di te?» Chérie non rispose. Fissava su lui quegli occhi di pianto, senza pensiero, senza comprensione, senza speranza. «Dimmi addio, Chérie, dimmi addio. E che i nostri Santi ti proteggano.» «Ah, dove vai? Dove vai?» singhiozzò lei. «Perchè mi lasci?... Mio Dio!... Che cosa vuoi fare?» «Molto c’è da fare per me.» la voce di Florian era grave e ferma. «Molto c’è da fare.» E volse lo sguardo verso la finestra aperta, donde giungeva ancora da lungi lo squillo della fanfara tedesca. Allora ella comprese che davanti a lei non stava più colui ch’ella aveva conosciuto: Florian, il compagno della sua giovinezza, l’amico, l’innamorato, era sparito. Qui non vi era che il soldato — remoto da lei, estraneo a lei — il soldato, solo, faccia a faccia col suo grande dovere. Con uno schianto ella sentì ch’egli le sfuggiva, che lo perdeva per sempre; e la donna rinacque in lei, la donna creatura d’amore, creatura di spasimo e di passione. «Ah, non lasciarmi, non lasciarmi, Florian, amor mio! Mio diletto, non lasciarmi! Che cosa farò al mondo senza di te? Se m’abbandoni che cosa più mi resta?» Quasi a risponderle, il debole grido della creatura si levò di nuovo. L’uomo non pronunciò parola. Grave, solenne, alzò la mano e additò quella porta. Chérie chinò il capo e si nascose il volto nelle mani. Giù nella via ripassava la fanfara. _«Deutschland, Deutschland über Alles_ _«Über Alles in der Welt...._» . . . . . Chérie era sola. Il suo bambino piangeva ancora.... Allora, mansueta, ella si levò e andò a lui. Ed umilmente riprese il suo posto — il posto della donna — accanto alla culla. XXVII Gli squilli di tromba che ingiungevano agli abitanti di Bomal di rientrare nelle loro case echeggiavano già, mentre ancora Luisa si affrettava traverso le vie del paese, ormai deserte e buie. Teneva stretta nella sua la fredda manina di Mirella, e le parlava a voce bassa, concitata, come se la fanciulletta potesse comprenderla. «Vedrai, vedrai, Mirella, ora quando entri in casa tua, ti ricorderai di tutto. Appena avrai varcato quella soglia, ecco, vedrò sorgere nei tuoi occhi il ricordo, come un’aurora improvvisa. Allora li volgerai a me, trasognata forse, come chi si sveglia da un lungo sonno, come chi ritorna da un lungo viaggio. E schiuderai le labbra alla parola.» «Ah! Quale sarà la tua prima parola, Mirella? Forse quella più dolce di tutte, quella parola che tu sola mi puoi dire?... E colla parola ritroverai le altre due soavi cose perdute: il sorriso e il pianto. Come reggerà il mio cuore, Mirella, quando ti vedrò sorridermi colle lagrime negli occhi?....» «La tua piccola anima, Mirella, ch’era volata via, volata via come una rondinella spaventata dalle infamie degli uomini, stasera tornerà quaggiù. Mirella, Mirella, io so, io sento che questa sera riudrò la tua voce.» E Luisa affrettava il passo traendo con sè la bimba silenziosa. ———— (In quell’ora, sopra i lontani monti delle Ardenne, sorse la grande fulgida luna di maggio). ———— Arrivando davanti alla casa Luisa si accorse con sorpresa che il cancello del cortile era aperto. Chi mai poteva essere entrato o uscito durante la sua assenza? Alzò gli occhi alle finestre: erano aperte, ma buie. Il senso di timore, quasi di panico che non le era mai lontano dal cuore dacchè era ritornata nel Belgio, la riafferrò come una mano di ghiaccio. Era forse accaduto qualche cosa? Perchè Chérie non aveva acceso i lumi? E chi mai aveva lasciato aperto il cancello? Ma subito il pensiero di Mirella, la folle speranza della sua guarigione — divenuta improvvisamente quasi una delirante certezza — le rifiammeggiò nel cuore, ed ogni altra cosa fu scordata. Era sola nel mondo, sola con Mirella..... Tenendo gli occhi fissi su quel piccolo viso immoto, essa guidò i passi della bambina oltre il cancello, e dentro al cortile, e traverso l’erbosa spianata percorsa le mille volte dai piedini saltellanti della bimba ne’ suoi giocondi anni infantili. Ma sul calmo volto di Mirella non un fremito passò; non una favilla si accese negli occhi sognanti; e con un singulto Luisa strinse più forte quella piccola mano inerte traendola rapidamente verso il portone di casa. Anche questo era socchiuso come se qualcuno l’avesse lasciato così, nella fretta, immemore degli ordini severi che volevano dopo il tramonto tutte le porte chiuse. Per un istante Luisa pensò di chiamare Chérie, e interrogarla. Ma subito il bisogno di sentirsi sola con Mirella, sola con quella piccola anima al momento del suo risveglio, la trattenne. Entrò con Mirella nel vestibolo, chiuse la porta, e con gesto rapido accese i lumi. «Mirella!... Mirella!...» mormorò ansiosa. «Guarda, cara ... non ricordi? Non ricordi?» Le quiete pupille della bimba vagarono dagli arazzi appesi alla pareti, alla panoplia d’armi incrociate sopra l’arco del vestibolo; dall’antico oriolo a pendolo, ai paesaggi invernali del Van der Welde nelle loro cornici nere. Ma non un raggio di rimembranza illuminò il suo viso immobile, puro e bello come un fiore chiuso. Col cuore in tumulto Luisa la cinse col braccio e ne guidò i passi leggeri e incerti lungo il corridoio e su per le scale. L’uscio del salotto era aperto. Luisa con mossa rapida illuminò la stanza. Mirella, sulla soglia, trasalì; e quel lieve sussulto mandò un fremito immenso nel cuore di Luisa. Sostò, senza respiro, ad osservarla. Certo, certo, la bimba doveva riconoscere questa stanza: là, a destra, il grande camino fiammingo, col vecchio sedile di quercia — qui il breve tratto di scala colla balaustrata di ferro battuto, che conduce alle camere superiori — e là, di faccia, la porta drappeggiata di rosso.... Portata improvvisamente davanti alla scena stessa del suo martirio, ecco — il velo dell’oblio le sarebbe caduto dall’anima. Luisa lo sentiva, Luisa lo sapeva. E attendeva trepida il sussulto, il grido col quale sua figlia si sarebbe rivolta a lei, cadendole tra le braccia. Nulla. Non avvenne nulla. Per un fuggevole attimo un fluttuar vago, un bagliore pallido come di paura aveva tremato su quel piccolo volto calmo. Sì, la fanciulla aveva trasalito sul limitare della stanza — si era fermata d’improvviso cogli occhi fissi sulla tenda che drappeggiava in lunghe pieghe rosse la porta della camera di Chérie. Ma subito quel fuggitivo raggio d’emozione era svanito, come un piccolo lume che il vento spegne. Poi — nulla più. Colle mani inerti, le braccia pendenti lungo il corpo, i ceruli occhi senza sguardo, ella rimase immota nel consueto atteggiamento d’abbandono — bianca, eterea, irreale, una creatura di serenità e di sogno. E più che mai pareva un serafino stanco, che avesse smarrita la via di ritorno al cielo. Nell’anima materna la torcia fiammeggiante della speranza cadde e si spense. E il mondo per lei fu desolato e nero. XXVIII. Nella sua camera Chérie, inginocchiata presso la culla, le aveva udite entrare. Si alzò lenta, trepidante. Bisognava andare al loro incontro, salutare Mirella.... dire a Luisa che Florian era tornato — tornato.... e ripartito. Il silenzio profondo nella stanza attigua la colpì. Ella si chiese, movendo esitante verso l’uscio, perchè mai Luisa non parlava? Era pur solita a parlare con Mirella, a parlarle sempre con quella tenera voce sommessa, con quel dolce tono materno un po’ insistente che pareva volere ad ogni costo ridestare la mente assopita della bimba. Che cosa significava questo silenzio? Non si udiva un soffio; pareva che la stanza fosse vuota. D’un tratto Chérie comprese. Luisa attendeva silenziosa, immobile, che il miracolo si compiesse — attendeva la prima parola di Mirella! Allora Chérie non osò più avanzare. Congiunse le mani in atto di preghiera, e anch’essa attese. Attese un suono, una parola, un grido. Nulla. Il silenzio durava profondo. S’udì infine il pianto di Luisa, un pianto sommesso e desolato, e poco dopo i loro passi lievi sul tappeto della scala.... Indi, di nuovo, il silenzio. Chérie rimase immobile colla fronte appoggiata allo stipite della porta chiusa. Se ne erano andate. Luisa conduceva Mirella nella sua camera... la metteva a dormire. E non aveva chiamato Chérie! Non le aveva dato la buona notte; non l’aveva chiamata a salutare Mirella. No. Nessuno, nessuno aveva bisogno di Chérie. Luisa, anche nel suo grande dolore, non aveva pensato di chiedere conforto a lei. Era andata via, sola con Mirella, a chiudersi nella sua camera, a piangere le sue amarissime lagrime... Avrebbe pianto, avrebbe pregato, avrebbe dormito alfine — senza neppur sapere che Florian era venuto.... senza sapere che se ne era tornato via per sempre, senza sapere che il cuore di Chérie era spezzato!... Con un singhiozzo di appassionato dolore Chérie si ritrasse dalla porta e si abbattè piangendo presso la culla. ———— (Grande, diafana, luminosa, la luna di maggio sorgeva dalle colline delle Ardenne; e salendo come un disco opalescente nei cieli, trovò la piccola finestra ogivale, e raggiò, blanda e luminosa su Chérie e sul bambino dormiente). ———— All’orologio della vecchia chiesa di Bomal scoccarono le undici. Sveglia nel suo letto, al buio, Luisa contò i lenti rintocchi. Le onde sonore si spensero e di nuovo nella camera silenziosa non si udì che il lieve respiro di Mirella. Luisa ascoltò quell’alito leggero e regolare. Poi pensò a Claudio, e pregò Dio che lo salvasse da ogni male. Ma per il suo ritorno non pregò. Esausta dalle emozioni, alfine si assopì. Ma Mirella non dormiva. Nonostante il suo respiro tranquillo e regolare, i suoi occhi erano aperti. Immobile nel buio ella ascoltava qualcosa che lentamente si svegliava in lei: la Memoria. .... L’orologio della chiesa battè le undici e mezza. Luisa dormiva col respiro singhiozzante, spasmodico di chi ha molto pianto prima di addormentarsi. La stanza era completamente buia, le imposte chiuse, le tende calate. Silenziosa e sicura come una sonnambula Mirella scese dal letto e traversò, lieve fantasma bianco, la camera. Trovò l’uscio, l’aprì silenziosamente, percorse il corridoio e scese la scala — i passi dei piedini ignudi cadevano sul tappeto con la leggerezza di petali di fiore.... Dove andava? Quale pensiero la guidava così per la casa oscura e silenziosa? Il ricordo! — Il ricordo della porta drappeggiata di rosso. Null’altro vedevano i suoi occhi ossessionati, null’altro ricordava il suo spirito allucinato — nulla se non quella tenda rossa calata sopra una porta chiusa. Doveva rivederla.... rivederla.... ricordarsi perchè, come, quando l’aveva già veduta. Sì, bisognava rivederla.... _E se quella porta si apriva_ — A quel pensiero il terrore indefinito in cuore di Mirella raggiungeva il parossismo — perchè sapeva, sentiva che se quella porta si apriva ella sarebbe morta. Così, come sospinta da una forza irresistibile, ella giunse all’ultimo breve tratto di scala — i quattro larghi gradini costeggiati dalla ringhiera di ferro — e qui si soffermò trasecolante. Anche nel buio sapeva dov’era quella porta. Era là, di faccia a lei — nera sul nero sfondo dell’oscurità. Colle mani strette dietro la schiena, si addossò convulsa alla ringhiera. E rimase così, nella positura identica del suo passato martirio; le pareva di essere legata, le pareva di dover restar per sempre immobile, cogli occhi fissi nel buio, verso quella porta — quella terribile porta dalla tenda rossa.... . . . . . Accasciata per terra accanto alla culla, col viso tra le mani, Chérie aveva udito scoccare le undici ore; poi il quarto, poi la mezza. Per lei tutto era finito. La sua decisione era presa. Ora che aveva riveduto Florian non c’era altro da aspettare. Nulla più, nè gioia nè speranza, poteva venirle dalla vita. Che cosa avrebbero fatto al mondo lei e il suo bambino? Nessuno aveva bisogno di loro. Nessuno desiderava mai di vederli, di parlare con loro; tutti li sfuggivano; tutti li disprezzavano. Neppure Luisa aveva voluto invocare su di lui una benedizione. No, era un bambino esecrato e maledetto; era uno sventurato che portava sventura. Chérie si levò in piedi e s’appressò alla finestra — la finestra tonda come quella della cabina d’una nave — e la spalancò. La luce lunare piovve per entro la stanza innondandola d’un effuso, latteo chiarore. «Luna, addio!» disse Chérie. «Addio, notte. Addio, cielo. Addio, tutto!» Poi si volse e tornò presso la culla. Si chinò e sollevò tra le braccia il bambino che dormiva. Come era tepido e tenero e piccolino! Non bisognava che prendesse freddo — pensò istintivamente — e si guardò intorno cercando qualcosa con cui coprirlo. Prese dal cassetto una grande sciarpa di seta celeste, e l’avvolse intorno a sè ed al piccino: faceva fresco fuori in quella bianca chiarità lunare, e dovevano andare lontano.... bisognava passare il ponte sull’Ourthe e scendere per l’altra riva del fiume, attraversando tutta quell’erba alta e umida intorno al vecchio mulino.... Più in là vi era un posto dove la sponda scendeva meno ripida e la corrente era più forte; ivi, chiudendo gli occhi e affidandosi a Gesù, sarebbe entrata, correndo, nell’acqua.... Le pareva già d’esserci, tanto sentiva vivida l’impressione che ne avrebbe avuto. Tante volte a Westende l’anno scorso era corsa così dentro alle fresche onde increspate del mare.... Assai bene se ne ricordava. E adesso sentirebbe, come allora, l’acqua fredda cingerle le caviglie, le ginocchia... poi quel fresco e forte abbraccio le salirebbe alla cintola, mozzandole il respiro... poi al petto... poi alla gola.... Allora ella avrebbe stretto a sè con maggior passione e maggior forza il suo bambino, gli avrebbe posata la bocca sulla bocca per non sentirlo piangere, e coll’ultimo alito avrebbe bevuto il dolce respiro di quella piccola bocca, socchiusa sempre ai baci, fragrante d’erbe e di violette.... Alzò di nuovo lo sguardo alla finestra ogivale. «Addio!» disse ancora una volta al cielo, alla terra, alla vita. Poi risoluta volse le spalle a quel cerchio di bianca luminosità. Si avvolse meglio nella lunga sciarpa azzurra, coprendosene il capo e le spalle, incrociandosela sul petto ed avvolgendo nelle pieghe cerule anche il bambino, che le posava ancor dormente al seno. Poscia, pianamente, aprì la porta. Davanti a lei scendeva a lunghe pieghe la portiera rossa, ed essa la scostò col braccio facendola correre indietro sugli anelli. Dalla finestra rotonda dietro al suo capo si proiettava su lei un fascio d’argentee lucentezze. Così — tutta velata d’azzurro, diafana nella luce lunare — ella mosse un passo innanzi. Poi si fermò, trasecolante, impietrita. Chi c’era là, nell’ombra? Chi stava immobile là sulla scalinata, a pochi passi da lei? _Mirella!..._ ———— Sì; Mirella era là, immota, quasi catalettica, cogli occhi pazzi di terrore fissi su quella porta. Quella porta si apriva — si apriva! Ecco — ecco — uno spiraglio di luce bianca appariva sotto alla tenda.... Ah! La porta era aperta... la tenda si scostava!... Ora Mirella sarebbe morta. Lo sapeva! Ciò che stava per vedere l’avrebbe uccisa, come già una volta aveva uccisa l’anima sua. Sì... sì... la tenda rossa si moveva ancora, lo spazio di luce s’allargava.... Mirella ansava, soffocata, morente — Quand’ecco in quella luce — oh, meraviglia! oh, estasi infinita! — in quella luce apparve una Visione! Inondata dai raggi della luna, tutta velata di rilucente azzurrità, stava una Madre col suo Bambino. Dietro a lei brillava un grande cerchio di luce. Ah, ben la conosceva Mirella quella dolce figura! Rapita delirante, tese le mani giunte verso lei. Con quali parole doveva salutarla?... Le sapeva, le sapeva, quelle parole; le ricordava.... le sentiva, salire su dal cuore, farle ressa alla gola — ma le labbra convulse non le potevano formulare. Spasimando, torcendo le mani congiunte, Mirella taceva — taceva mentre quelle parole si aprivano come fiori di luce nella sua mente, risuonavano come note d’organo nel suo cuore. La visione si mosse, parve ondeggiare, trasalire.... Ah, sarebbe dunque svanita, svanita per sempre? E Mirella ricadrebbe ancora nell’abisso della solitudine e del silenzio? Qualche cosa sembrò spezzarlesi nella gola — e un grido, un grido acuto e vibrante le irruppe dal petto. Ecco aperta, aperta la chiusa fonte della sua voce! ecco dalle sue labbra fluire le parole del saluto immortale: «_Ave Maria!..._» Ed ora l’eterea visione sorrideva, sorrideva movendo verso di lei.... Soverchiata dall’estasi Mirella le cadde ai piedi. *** Luisa s’era svegliata di soprassalto, udendo un grido... Che voce era quella? Intorno a lei la camera era immersa nel buio, ma Luisa sentiva d’essere sola, sentiva che Mirella non era più accanto a lei. Dalla porta socchiusa veniva un fioco chiarore. Colla rapidità del lampo Luisa fu nel corridoio e giù per le scale. Scendeva a precipizio. Ma giunta all’ultimo pianerottolo — si arrestò irrigidita. Là, nell’effuso chiarore lunare stava una luminosa forma nell’atteggiamento umile e sacro della immortale Maternità. Davanti a lei, inginocchiata, era Mirella. E Mirella parlava. «_Benedicta tu..._» Chiare, spiccate, argentine cadevano dalle sue labbra quelle parole: «_Benedicta tu..._» La benedizione che Luisa e tutti avevano negata, ecco — usciva ora quasi un annunzio profetico da quelle labbra innocenti da tanto tempo mute; risuonava come un decreto divino in quella pura voce da tanto tempo silenziosa. Mirella era guarita! Guarita in grazia di Chérie e del bimbo suo, figlio dell’onta, della violenza e del dolore. ... Scossa da un brivido immenso Luisa cadde a ginocchi presso la sua bambina, e ripetè con lei le consacrate parole.... Tremante ed estasiata Chérie stringeva più forte al seno la sua creatura piegando il capo sotto l’ala di quella divina benedizione. *** Ed ora addio — addio a Chérie, a Luisa, a Mirella. Esse vivono ancora nel lontano villaggetto del Belgio aspettando, invocando l’alba della liberazione. E con essa il ritorno della speranza, della gioia, del perdono... Intorno a loro tuona ancora la guerra; turbina la procella. Ma forse il termine del loro affanno non è lontano. _Fine._ Opere di ANNIE VIVANTI LIRICA L. 4, — I DIVORATORI (Romanzo) » 5, — CIRCE (Il romanzo di Maria Tarnowska) » 3,50 L’INVASORE (Dramma in tre atti) » 3, — VAE VICTIS! (Romanzo) » 4,50 ZINGARESCA » 3,50 ———— GIUDIZI DELLA STAMPA SU *«CIRCE»* _Ettore Janni_ nel *Corriere della Sera*. _Annie Vivanti_ ha composto un’opera di spasimante umanità e di bellezza.... Col suo nobile ingegno e col suo istinto poetico, ha dato delle memorie di Maria Tarnowska una interpretazione che ha una sua poesia intrinseca.... un romanzo che appassiona di capitolo in capitolo, intensamente, che è tutto profumato, nel suo tetro groviglio di errori e di orrori, di passaggi candidi e luminosi.... *Pall Mall Gazette.* — Documento umano di meraviglioso e soggiogante interesse. Una combinazione di poesia e di verità sui modello dato da Goethe... Narrazione di maestria vivida e potente. *Mail.* — Raramente accade di trovarsi dinnanzi ad un documento umano di così tragico e patetico interesse. *Times.* — _Annie Vivanti Chartres_ ci ha dato un documento umano di straordinario fascino, uno studio dell’aberrazione del temperamento femminile e della psicologia del crimine che ci lascia turbati e atterriti. ———— GIUDIZI DELLA STAMPA SU *«I DIVORATORI»* *Herald.* — Qui ci troviamo davanti a quella rara cosa — un’opera di genio. *Telegraph.* — Questo meraviglioso libro è un’opera di bellezza creata da chi possiede il più grande dono dello scrittore — lo stile. *Daily Mail.* — Questo romanzo, scritto da un poeta, ha tutta la ossessionante potenza della Poesia. *The Times.* — Con questo libro _Annie Vivanti_ ha compiuto un’opera stupefacente. Sciegliendo un tema finora non mai trattato da un romanziere essa ci ha dato un libro del più strano ed avvincente fascino. *** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK VAE VICTIS! *** A Word from Project Gutenberg We will update this book if we find any errors. This book can be found under: http://www.gutenberg.org/ebooks/38259 Creating the works from public domain print editions means that no one owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United States without permission and without paying copyright royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to copying and distributing Project Gutenberg™ electronic works to protect the Project Gutenberg™ concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you charge for the eBooks, unless you receive specific permission. 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Donations are accepted in a number of other ways including checks, online payments and credit card donations. To donate, please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works. Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™ concept of a library of electronic works that could be freely shared with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project Gutenberg™ eBooks with only a loose network of volunteer support. Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper edition. Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook’s eBook number, often in several formats including plain vanilla ASCII, compressed (zipped), HTML and others. 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