The Project Gutenberg EBook of La pergamena distrutta, by Virginia Mulazzi This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org Title: La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI Author: Virginia Mulazzi Release Date: February 24, 2006 [EBook #17850] Language: Italian Character set encoding: ISO-8859-1 *** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA PERGAMENA DISTRUTTA *** Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano at http://www.braidense.it/dire.html) LA PERGAMENA DISTRUTTA ROMANZO DEL SECOLO XVI DI VIRGINIA MULAZZI MILANO TIPOGRAFIA già DOMENICO SALVI e C. (Direttore Lodovica Bortolotti.) Via Larga, 19 1872 Quest'opera, di proprietà della ditta editrice SOCIETA' ANONIMA, _Tipografia già Domenico Salvi e C._, è posta sotto la salvaguardia della legge sulla proprietà letteraria. INDICE. Al lettore PARTE PRIMA. Il segreto PARTE SECONDA. Il viaggio PARTE TERZA. La duchessa dell'Isola AL LETTORE _Affidata ai gentili incoraggiamenti, che mi furono fatti da diverse egregie persone, mi decisi a pubblicare questo Romanzo da me composto per mio piacere. Ho scritto liberamente, come la ispirazione mi dettava, senza la cura costante di seguire alcuna scuola dei grandi autori. Sarò paga se questo mio lavoro varrà a far passare piacevolmente qualche ora ed a ravvivare ed accrescere il sentimento del dovere e l'amore alla virtù._ L'AUTRICE. PARTE PRIMA Il segreto I. Era una notte di gennajo dell'anno 1574. In uno dei più bei palazzi, che contasse allora Catania, fra i meno danneggiati dal terremoto del 1563, si poteva notare un va e vieni insolito a quell'ora; e dietro le antiche finestre scorgere in molte camere dei lumi. Perchè si vegliava sì tardi in quel palazzo? Il vecchio duca dell'Isola, suo proprietario, era stato colpito la notte istessa da grave malore, e trovavasi in fil di vita. L'infermo, che conservava ancora tutte le sue facoltà mentali, aveva compresa la gravità della sua posizione, e chiesto con istanza di confessarsi, non però al solito religioso, ma ad un benedettino, giunto da poco in Catania per predicarvi, e tenuto in gran conto da tutti. Tal desiderio era stato tosto soddisfatto; ed il frate trovavasi rinchiuso coll'ammalato nella camera da letto, che aveva già un aspetto mortuario. In una sala attigua stavano riuniti il figlio e le due figlie del duca. Il primo, don Francesco dell'Isola, erede del titolo e dei beni del padre morente, era un uomo che non varcava i trentacinque anni, ed al quale nondimeno se ne sarebbero dati di più; tanto la sua fisonomia regolare e distinta aveva un carattere serio e riflessivo. Soltanto i suoi occhi neri erano di una vivacità estrema; non si poteva quasi afferrare l'espressione di quello sguardo, ma se ne rimaneva soggiogati. Quando don Francesco taceva, o fissava gli occhi al suolo, l'osservatore più acuto non avrebbe potuto leggere sul suo volto che la più grande impassibilità, l'indifferenza più altiera. L'insieme del di lui aspetto era burbero ed imperioso. Da due anni era ammogliato. La sua sposa, unica figlia del marchese del Faro, uno dei più ricchi signori della Sicilia, morto quasi subito dopo quelle nozze, trovavasi nella notte, di cui si parla, ad un vicino castello con suo figlio, bambino di un anno. Le sorelle di don Francesco erano molto più giovani di lui: quantunque entrambe belle, presentavano due tipi diversi. Donna Maria contava poco più di vent'anni: bionda, dagli occhi nerissimi e lucenti, dai tratti fini ed incantevoli, aveva veramente alcun che di affascinante. Donna Rosalia, la sorella minore, aveva pure occhi neri: bellissime trecce, parimenti nere, circondavano perfettamente il suo volto bruno, pallido e melanconico. Toccava appena i diciassette anni, e non pertanto sembrava che il dolore avesse già stampata la sua traccia su quella fronte pensosa. Tutti tacevano. Aspettavano per entrare dal duca che il confessore ne uscisse: se non si fosse udito un leggiero bisbiglio nella camera dell'ammalato, avrebbero cominciato a temere qualche accidente. Infatti il tempo di una confessione ordinaria era già spirato da un pezzo. Perchè mai quella durava sì a lungo? Don Francesco e le sue sorelle se lo chiedevano forse tacitamente, ma non iscambiavano le loro riflessioni. Finalmente la porta si aprì, ed il padre benedettino disse con agitazione: --Non vi è tempo da perdere. Il duca vi attende: io tornerò fra breve. Ed escì. I figli del duca entrarono tosto nella camera di lui. Donna Rosalia sola sembrava comprendere quanto quell'istante avesse di terribile: l'indifferenza si leggeva sul volto degli altri. Certo, malgrado il turbamento del frate, credevano si trattasse soltanto di un addio supremo, e compivano quest'atto come una formalità. Quando il vecchio duca vide i suoi figli, tentò rizzarsi, e con voce tronca disse loro: --Avvicinatevi tutti ed ascoltate. Essi obbedirono. Il morente sembrava agitatissimo. La più viva ansietà era dipinta sul suo volto livido e contraffatto. Egli parve riunire tutte le sue forze: indi, prendendo la destra di suo figlio e stringendogliela: --Devo chiedervi molto, don Francesco, gli disse: un sacrificio: ma spero che voi me lo farete. Don Francesco lo guardò sorpreso. --Devo palesarvi, continuò l'ammalato, ciò che ho palesato ora al confessore: un segreto importantissimo, che riguarda la nostra famiglia. --Un segreto! esclamarono attoniti i figli. --Sì: ma non ho tempo da perdere: udite, udite! Io aveva un fratello, il sapete, figlio della seconda moglie di mio padre, il cavaliere dell'Isola, che tutti credono morto. --Come, egli esiste forse? chiese don Francesco accigliato. --Non lo so: lasciatemi continuare. Mio padre lo prediligeva: lo preferiva di gran lunga a me suo primogenito.... Io lo odiava.... ed avrei voluto.... Qui parve che al morente mancasse il respiro: ed infatti per qualche momento non potè proseguire. Ma quella specie d'affanno si dileguò, grazie a qualche goccia di un cordiale che donna Rosalia gli aveva appressato alle labbra. --Avrei voluto nuocergli, riprese; farlo cadere in disgrazia di nostro padre; rovinarlo.... Il duca s'interruppe ancora, vedendo la porta aprirsi. --Il conte di San Giorgio, disse il cameriere di confidenza dell'ammalato, che Vostra Eccellenza mi aveva ordinato di andar a chiamare. E si ritirò per lasciar passare colui che aveva annunciato. Un uomo di circa trentasei anni entrò nella stanza. Era il figlio dell'unica sorella del duca. Vestiva di velluto nero, ed era fregiato della croce ottagona dei cavalieri di Malta. Quell'abito severo dava maggior risalto alla maschia bellezza dei suoi lineamenti. Alla vista di lui un lampo di soddisfazione apparve sul pallido viso del duca. Donna Rosalia guardò il conte come se sperasse qualche cosa dalla sua venuta. Donna Maria e don Francesco fecero un gesto d'impazienza. --Avvicinatevi, cavaliere, esclamò l'infermo. --Ma, disse sommessamente don Francesco a suo padre, è conveniente ch'egli oda?... --Oh sì! rispose l'ammalato ad alta voce: io lo voglio! D'altronde egli è della famiglia. --Ma che avviene? domandò il cavaliere di Malta, accostandosi al letto. --Lo vedete, disse il duca con un tristissimo sorriso: sto per morire. E continuò subito: --Mentre giungeste, conte, stavo confidando a' miei figli un segreto di famiglia. Rimanete: voi pure dovete udirlo.... Vi ho mandato a prendere espressamente....--Così, aggiunse tra sè, don Francesco non potrà.... Ma sentiva la vita spegnersi nel suo seno, e si affrettò: --Il cavaliere dell'Isola, mio fratello secondogenito, non è forse morto.... --Come? che dite? interruppe il conte. --La verità; lo odiavo: ascoltate. Vedevo con dispetto che, malgrado quella mia avversione, nostro padre, che l'adorava, avrebbe fatto in favor suo tutto quanto gli fosse stato possibile. Fu dunque con una gioja grandissima che mi avvidi dell'amore appassionato di mio fratello per una giovane avventuriera di meravigliosa bellezza, da poco giunta a Catania. Favorii segretamente quella sua inclinazione, consigliando ad un tempo la fanciulla ad essere severa seco lui. Mi guardai bene dal parlarne per allora a nostro padre: volevo attendere che le cose fossero giunte ad un punto che quel disgraziato, il quale contava appena venti anni, non potesse più retrocedere.... Ah che feci?... Quali rimorsi mi preparai!... Ma ora sono vani i rimpianti!... Almeno si potesse riparare!... --Riparare? chiese freddamente don Francesco. --Sì, rispose il vecchio, guardandolo fiso con ansietà mista a terrore. Sospirò profondamente; indi proseguì: --Io tacqui dunque, e mi adoperai in modo che mio fratello sposasse segretamente la sua amante. Non sostenni poi apertamente la parte di delatore; ma nostro padre fu istrutto presto d'ogni cosa per opera mia. Gli si fornirono le prove: non potè dubitare. La sua collera, nell'apprendere quelle nozze così ineguali, fu terribile, maggiore di quanto lo avessi sperato. Ne provai una infernale soddisfazione!... Oh! mio Dio! come potei esser sì tristo?... Il vecchio duca era oltremodo commosso: sollevava al cielo lo sguardo, come per chiedergli perdono. Tutti i testimoni di quella scena tacevano. --Mio fratello, continuò il morente, fu diseredato, scacciato.... Le sue preghiere, le sue lagrime riescirono vane. Nostro padre fu inflessibile: sembrava ch'ei volesse tenere, nel punire il suo secondogenito, la stessa misura tenuta nell'amarlo.... --Dunque, interruppe di nuovo il conte di San Giorgio, fu allora che si disse il cavaliere dell'Isola partito per una guerra lontana, ove si credette poi da tutti che avesse trovato la morte? --Sì: mio padre volle così, perchè l'onore della nostra famiglia ne rimanesse illeso: comperò coll'oro il silenzio del prete che aveva celebrato il matrimonio, e quello di due vecchi servi, i soli che conoscessero il vero. Così nessuno ebbe mai il menomo sospetto. Tutti considerarono il cavaliere dell'Isola come estinto. Sua madre da qualche anno era già morta, come la vostra, conte: sicchè nessuno tentò placare il duca. --Oh sventurato! esclamò donna Rosalia: sapete che ne sia avvenuto? --Ohimè no!... Un sorriso impercettibile ed alquanto ironico sfiorò le labbra di don Francesco. Donna Maria rimase impassibile. --Ma, come volete mai rimediare allora, signore? domandò il cavaliere di Malta. --Vi è un mezzo, in cui spero molto. Tutti si fecero attentissimi. Il morente impallidiva ad ogni istante più: si comprendeva facilmente come gli abbisognasse un supremo sforzo di volontà per non lasciarsi ricadere supino sul letto. --Mio fratello, continuò con voce tronca, si era recato nell'Italia settentrionale, ed aveva preso servizio nell'armata della repubblica veneta sotto un falso nome, che non conosco. Facendo fare delle indagini però, si potrebbe trovare il cavaliere dell'Isola; o, se egli non vivesse più, ritrovare i suoi figli; poichè ne ebbe due, un maschio ed una femmina. Ecco quanto nei primi anni seppi a caso di lui. Mi sembra che si dovrebbe far pubblicare che nostro padre prima di morire aveva revocato l'atto col quale diseredava il cavaliere dell'Isola. Mio fratello od i suoi figli si presenterebbero colle carte di famiglia, ch'egli aveva portate seco. Oh, voglia il cielo che ciò avvenga! S'interruppe ancora: indi con molta pena proseguì: --Perchè nostro padre aveva difatti revocato quell'atto negli ultimi istanti di sua vita: si era pentito amaramente della durezza usata verso quel figlio, un dì tanto amato.... Mi aveva supplicato distruggere quell'atto, che contiene anche la rinuncia di mio fratello, il quale era stato costretto a firmarla.... Così mai avrebbe potuto presentarsi a reclamare.... Eppure non era soltanto della parte, che gli spettava degli averi paterni, che si era privato quell'infelice: ma anche di metà della dote vistosissima di sua madre.... L'altra metà il duca gliela fece consegnare in oro al momento della partenza.... Prima di morire, mio padre mi ordinò di rendere al cavaliere dell'Isola il suo nome, e dargli la terra di S.... colle vastissime sue dipendenze.--È quanto, disse, gli è ancora dovuto.... La fisonomia di don Francesco si faceva sempre più cupa, ed il morente ne sembrava spaventato.... --No, continuò poi, io non distrussi quell'atto ingiusto, quella carta fatale: ma voglio farlo adesso.... datemela! È sola nel mio scrigno, nel cassetto a destra: eccone la chiave, che portai sempre sopra di me.... Tenete, conte;.... là, nel mio gabinetto.... Il cavaliere di Malta obbedì, e tornò quasi subito con una vecchia pergamena, che porse all'infermo, il quale la prese esclamando: --È questa! Don Francesco gliela tolse all'istante: sino ad allora non si era mosso. --Datemela, figlio mio, supplicò il morente: non disubbiditemi come feci io a mio padre.... Non preparatevi rimorsi simili a quelli che mi lacerano l'anima! Don Francesco rimase impassibile. Il conte lo guardò indignato: fece per parlare; ma egli glielo impedì. --Non accetto consigli da voi, cavaliere, gli disse: so come devo condurmi nell'interesse della mia casa. --Avete ragione, esclamò donna Maria,--che sembrava volersi cattivare il fratello. Il vecchio duca sospirò. --Come! voi pure, figlia mia! Alle parole, indirizzategli un istante prima da don Francesco, una vampa di rossore era salita al viso del conte di San Giorgio; ed involontariamente forse aveva appoggiata la mano sull'elsa della spada. Suo cugino se ne avvide, e: --Quando vorrete, gli disse. --No! esclamò spaventato il vecchio: ve ne supplico entrambi! Donna Rosalia si volse piangendo al fratello: --Come? mormorò: anche una sfida! Ma non vedete che nostro padre sta per morire? Non comprendete quanto soffre?... Deh! rimediate al male che fece, e di cui è tanto pentito!... Fate che muoja in pace!... --Tacete! rispose don Francesco, guardandola in modo, che la fanciulla atterrita non osò più proferire parola. Il morente girava con angoscia lo sguardo intorno a sè, mentre andava mormorando: --Ed il confessore, che mi assolse soltanto a condizione che venisse riparata la mia colpa! Indi con forza: --Don Francesco, distruggete quella carta: io ve lo impongo! --Rifletterò, rispos'egli tranquillamente. --Ah! voi non volete annientarla! Pietà!... Ed io che confidai in voi!... E dopo un istante: --Se fosse qui donna Livia!... Ella sola forse.... Quel nome di donna Livia parve fare un grande effetto su tutti gli attori di quella funebre scena. --Sì: ella sola infatti! mormorò sommessamente il cavaliere di Malta. Don Francesco sembrò alquanto scosso. Suo padre continuò a bassa voce: --Avevo ordinato si andasse a prenderla! Perchè non mi hanno obbedito? --Sono andati, padre mio; gli susurrò all'orecchio donna Rosalia: anzi.... Ed escì inosservata: aveva udito il rumore di una carrozza: ma gli altri non vi avevano fatto attenzione. --Oh! disse tra sè il vecchio: se potessi commuoverlo! Se il cielo lo permettesse! E come incoraggiato alla speranza dell'ajuto celeste, tentò ancora: --Don Francesco, disse con voce quasi inintelligibile, ve ne prego; distruggete quella pergamena!.... Non fate che Dio vi maledica! Nell'accento del vecchio vi era quella esaltazione religiosa che al momento di lasciare la terra, s'impadronisce talvolta di coloro che in vita commisero grandi colpe. E tale esaltazione, possibile sempre, era naturale nel duca in un'epoca in cui la fede non poteva quasi essere intieramente soffocata in alcuno: e si riaccendeva allo spegnersi della vita con tutte le proporzioni della superstizione. Così allora quell'uomo, il quale aveva negato a suo padre moribondo ciò che a lui, moribondo pure, negava ora il figlio, e che di più era stato prima causa della ingiustizia cui voleva rimediare sì tardi, sentivasi sinceramente compreso d'orrore per la condotta di Don Francesco. Era pentimento? Era certezza che Dio punirebbe suo figlio, come puniva lui? Forse eravi anche questo nella sua disperazione. Vedendo don Francesco risoluto a non distruggere la pergamena, egli si chiedeva con terrore se quel segreto passerebbe così di padre in figlio, senza che mai vi fosse chi volesse rimediare. Ma ora non era però più un vero segreto: altre persone, oltre a don Francesco, lo conoscevano: ma, ove anche parlassero, che mai potrebbero fare se egli conservava la pergamena? Dunque a che giovava? Poi suo figlio, che egli conosceva pur troppo ostinato e duro, non vorrebbe ottenere il silenzio di tutti, a qualunque costo? Ed allora le sue ultime parole, invece di cancellare una colpa antica, aprirebbero mai il varco a nuovi delitti?... Come finirebbe tutto?... Queste idee tormentose traversavano lo spirito del duca colla rapidità del lampo, ed aggiungevano ancora, se possibile, agli strazj che già lo laceravano. E la morte veniva. La sentiva avvicinarsi a passi accelerati!... Ah perchè, perchè non aveva evitate sì crudeli angosce?... Vedendo che il cavaliere di Malta voleva parlare, il morente gl'impose colla mano silenzio. --Io muojo! esclamò disperatamente, volgendosi a suo figlio: se voi non mi obbedite, Dio non vi perdonerà! Distruggete, distruggete quella pergamena!... --Voi, rispose don Francesco con un rispetto che sembrava una derisione, voi non ragionate più, signore! Perciò non comprendete quel che comprendeste in passato: che l'interesse cioè ed il decoro della nostra casa esigono venga conservata questa pergamena; poichè altrimenti, oltre il danno, si provocherebbe uno scandalo. --Oh cielo!... Siete dunque risoluto?... Ed il vecchio duca si lasciò cadere affranto sui ricchi guanciali. --Sì, riposate, signore, continuò il figlio: vi fa male agitarvi tanto!... E don Francesco, girando il suo sguardo imperioso intorno a sè, aggiunse lentamente: --Chi mi impedirà di lasciare le cose come sono sempre state? --Io!... disse entrando una giovane dama, seguita da donna Rosalia. E strappò nello stesso tempo quasi di sorpresa la pergamena dalle mani di don Francesco attonito, interdetto. --Donna Livia! esclamarono insieme il vecchio ed il conte. E prima che gli astanti si riavessero dallo stupore. donna Livia aveva già gettata la pergamena sulla vivissima fiamma che splendeva nel camino, e che in un attimo la consumò. Comparsa, parola, azione, tutto era stato l'opera di un istante. --Oh! grazie! mormorò il vecchio duca: grazie! --Il cielo vi ha mandata, signora! disse il cavaliere di Malta, contemplando con emozione donna Livia. Don Francesco si avvicinò a lei, dicendole con voce concitata e tremante per la collera, per il dispetto: --Che avete voi fatto? --Nostro padre è morto! esclamò in quell'istante donna Rosalia, che trovavasi più vicina al letto. Era vero! L'ultima scossa era stata violenta! La speranza aveva precorso di qualche istante l'opera della morte! II. Vi fu qualche minuto di confusione. Intanto il frate benedettino rientrò nella camera. Tornava dal convento, ove era andato ad annunziare che passerebbe tutta la notte presso il duca dell'Isola: aveva certamente creduto in una più lunga agonia. S'inginocchiò presso il morto, e si mise a pregare. Donna Rosalia si univa sola a quelle preci: gli altri erano ancora sotto l'impressione della scena di poco prima. Anche la giovinetta non l'aveva dimenticata: ma pure poteva piangere il padre.... Sembrava che la morte, questo grande mistero, esercitasse sopra di lei una specie di attrazione. Certo dessa vi guardava senza timore, fors'anche con desiderio. Don Francesco fissava severamente donna Livia, come se avesse voluto fulminarla col suo sguardo nero. Vi era del furore in quello sguardo, e nel furore una minaccia per ciò che ella aveva fatto. Ella evitava di mirarlo. Donna Livia era una bella dama, che dimostrava venticinque anni al più: i suoi magnifici capegli neri, eppure morbidi e fini, formavano un magico contrasto colla bianchezza abbagliante della sua pelle. Ma la bellezza principale di quel volto erano gli occhi, dell'azzurro più puro: grandi, profondi, perfettamente ombreggiati, ma forse un po' troppo severi per una giovane donna. Però i tratti di lei erano poco accentuati; e ciò le toglieva in severità, e le aggiungeva in grazia. La sua statura era di poco più alta dell'ordinaria, e la persona elegante in modo, d'avere nei minimi suoi atti della seduzione. Donna Livia portava quella notte un ricco mantello da viaggio, specie di zimarra di velluto nero, foderata di seta azzurra. Era la moglie di don Francesco, ora duca dell'Isola. Il cavaliere di Malta seguiva con inquietudine lo sguardo di suo cugino: forse temeva per donna Livia la collera di lui. Ed infatti come le perdonerebbe egli, per natura violento ed altiero, di aver distrutta quella pergamena, che teneva preziosa, e l'insulto ricevuto innanzi alla famiglia?... Opporsi, come ella aveva fatto, alla volontà del marito, sfidarla in un tempo in cui questi aveva sulla moglie un'autorità illimitata, era certamente correre grave rischio. In faccia alla morte sembra che ogni sdegno dovrebbe tacere: ed invece in quella circostanza i rancori si risvegliavano, nascevano forse. E chi cercherebbe il cavaliere dell'Isola, od i suoi figli? Ove sarebbero? Don Francesco che farebbe, nel caso si ritrovassero suo malgrado?... Il benedettino conosceva la causa dell'agitazione che regnava tra i membri della nobile famiglia dell'Isola: aveva confessato il defunto, che a lui per primo rivelava il segreto. Non sapeva però nulla della scena accaduta allora. Il vecchio duca gli aveva detto che, se non veniva distrutto l'atto col quale si diseredava nella forma più solenne il cavaliere dell'Isola, e che ne conteneva anche la rinuncia, non si potrebbe rimediare: giacchè se don Francesco lo avesse conservato malgrado gli ordini del padre, non avrebbe che a mostrarlo per rendere vano ogni sforzo. Quel frate era veramente un uomo dedicato esclusivamente a Dio, e che metteva nell'adempimento dei suoi doveri una convinzione sincera e profonda. Buono, caritatevole, cercava ogni mezzo per far del bene: si chiedeva adunque con vera angoscia come dovrebbe agire in quella circostanza, che poteva metterlo in difficile situazione. Ah! nessuno pensava veramente al morto! Tutti sembravano impietriti. Donna Livia si strappò prima a quella immobilità. Si accostò al letto, e s'inginocchiò presso donna Rosalia. Nel passare dinanzi a don Francesco aveva incontrato il di lui sguardo, che non l'aveva mai lasciata un istante. --Grazie, diss'ella quindi alla giovane cognata, quando le fu vicina; senza di voi, donna Rosalia, non sarei forse giunta in tempo. --Sono io che vi devo molta riconoscenza, rispose la giovinetta: per voi mio padre non è morto disperato.... Ah! possa Dio perdonargli! Donna Maria notò quel breve colloquio, e lo fece con un cenno rimarcare al fratello. --Ah, mormorò questi, sì?... Donna Rosalia le era andata incontro senza che me ne avvedessi.... L'aveva prevenuta di tutto.... Sciagurata anch'ella! Donna Maria non potè reprimere intieramente un leggiero sorriso. Il cavaliere di Malta le si avvicinò: --Oh! le disse sommessamente e con indignazione: non arrossite voi, donna Maria? Invece di calmare voi attizzate gli odj! Come lo potete in questo istante? Ma ella era nel numero di coloro che credono lecita ogni colpa, purchè siano essi che la commettano. Alzò sul cugino i suoi grandi occhi neri, e rispose poi, torcendo il bel capo: --Come potrei io rispondere a tali rimproveri? Cosa strana! Quell'uomo era coraggioso, franco: eppure rimase intimidito: si pentì quasi di aver ceduto ad un subito impulso di collera. Certe sensazioni non si ragionano: non si comprendono nemmeno talvolta: ma si provano, benchè non abbiasi il coraggio di confessarle. Don Francesco si era pure avvicinato al letto funebre del padre, ed immergeva i suoi sguardi ora in questo, ora nella sposa, ora in donna Rosalia. Era impaziente: il prolungarsi di quella situazione gli pesava: ma però si conteneva perfettamente, tanto che il conte di San Giorgio, il quale l'osservava di continuo, si chiese se egli si fosse risolto a perdonar tutto ed a riparare la colpa del padre. Dopo breve tempo il cavaliere di Malta si congedò freddamente da don Francesco: non sapeva che fare: andò a stringere con amicizia le mani di donna Rosalia, sua figlioccia: poi fece per parlare alla giovane duchessa; ma in quell'istante vide donna Maria guardarlo in un modo che lo spaventò: sicchè senza proferir parola, salutò profondamente donna Livia, ed escì. Che significava tutto ciò? Don Francesco fece sortire le sue sorelle: indi si rivolse a donna Livia: --Venite, signora, le disse. Ella si alzò e lo seguì. Era commossa; ma nulla indicava che fosse atterrita. Il duca silenzioso la condusse nel loro appartamento in una sala, di cui rinchiuse gli usci: indi, piantandosi in faccia a lei, la fissò qualche momento senza parlare: finalmente diede libero sfogo alla sua collera. --Ah! esclamò, voi pensaste dunque di potermi offendere impunemente? Mi credeste vostro schiavo, vostro trastullo? Non mi conoscete ancora?... Vi pentirete, signora, di quanto avete fatto: ve ne do la mia parola!... --Mai! rispose donna Livia con voce sicura; mai mi pentirò di un'azione giusta. --Un'azione giusta!... Osate chiamarla tale in faccia mia?... Ed il duca furibondo fece un passo verso di lei: ma subito si arrestò. Gli è ch'ella era pur bella in quell'istante, in cui un nobile sdegno aveva acceso delle scintille ne' suoi grandi occhi, e ch'egli l'amava con vera passione. Pure si vedeva ch'ella non cercava di affascinarlo: forse perciò appunto riesciva intieramente. --Ah! mormorò tra sè don Francesco retrocedendo; mi sarebbe impossibile offenderla troppo! Dunque, cederò io questa volta a lei? No! E si mise a percorrere la sala agitatissimo. Egli aveva sposato donna Livia sapendo ch'ella non lo amava: anzi dopo che ella stessa lo aveva pregato di rinunziare alla sua mano, adducendo a motivo di quel rifiunto l'essere stata perdutamente innamorata di un cavaliere morto poco prima. Bella, nobile, ricchissima, don Francesco aveva tentato ugualmente ogni mezzo per conseguirla; ma allora egli sperava dominarla facilmente: sin là aveva creduto la donna un oggetto di piacere, una distrazione, non di più; ma quando ebbe sposato donna Livia, comprese che ciò non era: non voleva convenirne però, e si rivoltava contro sè stesso per pensare talora il contrario. Ed intanto si sentiva ogni giorno più trascinare verso quella donna giovane e bella, che metteva nel bene tanta forza quanta ei ne metteva nel male; e che al fascino della bellezza, della grazia, della gioventù, aggiungeva quello della superiorità del carattere. Dopo aver passeggiato qualche tempo come un pazzo, il duca si rivolse di nuovo a donna Livia, che era rimasta in piedi dinanzi al camino. --Voi non parlate, signora? le chiese con amarezza; perchè? --Perchè parlando non potrei che ripetere quanto ho già detto, rispose ella freddamente. Egli tacque: eppure soffocava dalla collera. Quando si vuol dir troppo non si dice nulla, talvolta.... Ma poi, ritornando alla sua idea fissa, che cioè non doveva cedere, nè sopportare in pace un'offesa, abbandonò quella calma forzata. --Oh, disse, io saprò punire quelli che non rispettarono il mio volere, che tentarono farmi arrossire!... E colei che venne ad incontrarvi, ad informarvi di tutto, proverà prima il mio sdegno... Donna Rosalia... --Voi non farete ciò, signore, rispose la duchessa; d'altronde su di me sola deve pesare la responsabilità di quanto io sola feci. --Ah! è così che voi... Ma neghereste che mia sorella vi aveva avvertita, prevenuta? --Non lo nego. --Dunque? --Dunque è egualmente inutile che vi adiriate con donna Rosalia: perchè, ove anche ella non mi avesse informata a tempo, e non mi fosse stato possibile distruggere quella pergamena.... --Ebbene? --Mi sarei opposta a che voi la conservaste, e non cercaste rimediare.... --Oh, voi non avreste potuto nulla, signora! disse egli alzando le spalle. --Perchè? Il segreto non era noto a voi solo, ed io certo lo avrei presto conosciuto. --E che m'importa se mi rimaneva in mano quella prova? disse il duca con veemenza. Ed aggiunse con maggior calma: --Allora non avreste potuto cangiare assolutamente la menoma cosa, nè vincere la mia volontà, ve lo assicuro.... Vedete dunque che senza quella sciocca fanatica.... --Non insultate vostra sorella, che meriterebbe invece la vostra stima.... Poi, ve lo ripeto: è vano.... Non so ciò che avrei fatto; ma in ogni modo non avrei mai permesso che rimanesse a mio figlio ciò che non gli appartiene. Don Francesco durava veramente fatica ad ascoltare ancora: meravigliava di sè stesso, della sua sofferenza. Certo la situazione, in cui si trovava, era penosa: poichè l'orgoglio, l'interesse, il risentimento combattevano nel suo cuore coll'amore una lotta orribile. --Ah! esclamò dopo un istante; ciò che non gli appartiene? Eppure, signora, quell'atto era fatto volontariamente, e colui che lo fece aveva il potere di diseredare un figlio ribelle, che era disceso ad una unione disonorante. --Sì; ma lo aveva revocato. --Ah, sapete anche questo? chiese il duca con sdegno. --Sì, disse donna Livia: e guardate, aggiunse con fermezza; per persuadervi che io avrei riparato egualmente, anche malgrado l'esistenza della pergamena, vi dirò in qual modo avrei agito. --E come? --Disponendo delle mie sostanze, di cui sapete che, per volere di mio padre, ho quasi per intiero l'assoluta proprietà, sino all'ammontare della parte di eredità legittima che spetta a vostro zio, e... Il duca interruppe. --E credete che ciò vi sarebbe stato possibile? le domandò con ironia. --Nulla è impossibile quando la giustizia lo esige. --Che volete dire con ciò? Che io sono ingiusto? --No; ma che ringrazio il cielo, il quale non permise.... --Tacete! tacete! esclamò il duca furioso. Egli si sentiva tratto con violenza ad imporre colla forza silenzio a sua moglie, a gettarle almeno in viso una di quelle parole umilianti che trafiggono coloro cui sono dirette, ed avviliscono tante donne, le quali cadono allora ai piedi di chi le insulta; ma donna Livia! Ei la conosceva: guai se non l'avesse rispettata! Che avrebbe dato in quell'istante per non amarla?... Ed invece la fermezza di lei, il suo coraggio gliela rendevano maggiormente cara. Ella sembrava riflettere. --Signore, disse poi con calma; io voglio sperare che, quando vi rifiutaste a distruggere quella pergamena, non avevate calcolato quanto ciò sarebbe stato ingiusto; e che ora mi approvate, perchè troncai delle esitazioni senza dubbio involontarie.... Voi dovete comprendere,--aggiunse con qualche alterezza,--che io ho bisogno di udir questo dall'uomo di cui porto il nome. --Ma come! quale ardire? Siete voi ora che interrogate? --Sì: pensate anche che, operando come avevate divisato, non avreste potuto rammentarvi vostro padre, la sua morte, senza rimorsi amari e crudeli. --Non colmate la misura, donna Livia, esclamò il duca impazientato. --Chiamate voi colmar la misura parlando così? Ah no! È dirvi la verità, la sola verità! --Ma credete voi che io sopporterò d'essere insultato a tal segno? Non sapete dunque, signora, che potrei, se lo volessi, punirvi severamente? Che ne ho il diritto? --Il diritto? disse la giovane duchessa con amarezza: dite il potere, signore, ma non il diritto. Del resto usatene, se lo credete. Non sarà già il timore che mi chiuderà le labbra. --La vostra temerità è grande, donna Livia: oh lo riconosco! ma non so se la conservereste sempre in faccia al pericolo.... Ed il suo pensiero ricorse forse un momento ai bravi, ai trabocchetti, ai veleni ed alle altre galanterie di simil genere, che in quei tempi di felice memoria sbarazzavano più di un nobile marito di una sposa o nojosa, od incomoda. Ma egli non avrebbe potuto rassegnarsi a non veder più colei che gli stava dinanzi, la sola donna che avesse amata, che amasse ancora. Si sarebbe punito egli stesso. Non poteva dunque ascoltare tali tentazioni.... Soltanto se avesse creduto donna Livia infedele, sarebbe stato capace di essere crudele verso di lei; ma, benchè l'avesse sempre sorvegliata con tutta la gelosia che può suggerire la passione più viva, l'amor proprio più sconfinato, non aveva mai trovato nulla a rimproverarle. Però in quell'istante avrebbe voluto atterrirla, perchè da ciò dipendeva in parte la riuscita di un piano ch'egli avea concepito subito dopo la distruzione della pergamena. --Voi non parlate più, le disse ironicamente: oh dunque cominciate a temere!... --No, signore: stavo pensando come mai ad un gentiluomo possa essere venuta l'idea di conservare un patrimonio non suo. --Un gentiluomo deve pensare prima di tutto a sostenere il decoro della sua casa, e mio padre istesso fece per sì lunghi anni ciò che io vorrei fare. --Ma si era pentito! --Bene! sarò sempre a tempo a pentirmi anch'io. --Ora non avete più prove, e.... --Perchè voi distruggeste quella pergamena! esclamò don Francesco con furore. --Sì: e ve lo ripeto: vorrei udire da voi che mi approvate; che siete disposto a riparare la colpa di vostro padre. Fatelo, signore, ed io cercherò dimenticare questa scena dolorosa. Ella fissò in lui il suo sguardo severo e profondo, che sembrava volergli leggere in cuore. --Orgogliosa! mormorò egli. --Ascoltatemi, riprese donna Livia lentamente. Voi credete davvero che il rendere al cavaliere dell'Isola quanto gli si deve possa essere di gran danno alla vostra casa?... Ebbene, riflettete che ciò non è; od almeno che essa può sopportare tal danno senza perdere nulla in splendore. La maggior parte delle sostanze che possedete vi rimarrà ancora: tali sostanze saranno considerevolissime, ed unite alle mie assicureranno sempre a nostro figlio una delle rendite più ragguardevoli della Sicilia... D'altronde la pergamena è distrutta, e voi... --La pergamena è distrutta sì, interruppe egli con forza, ma se tutti tacessero, nessuno forse verrebbe a reclamare; anzi è probabilissimo.... --Oh mio Dio! voi pensate... --Sì: penso che voi dovrete serbare il silenzio, come le mie sorelle... A questo patto soltanto vi perdonerò il grave oltraggio che ho da voi ricevuto.... Ve lo perdonerò perchè.... La guardò un istante con passione. --Ma, chiese donna Livia, ed il padre benedettino, ed il cavaliere?... --Del padre benedettino non vi preoccupate; me ne incarico io. Quanto al cavaliere, vedremo.... Il suo sguardo si fece minaccioso. --Dunque, disse la giovane duchessa con sdegno e con dolore, voi persistete? --Sì, rispose don Francesco con fuoco: e voi rammentatevi, signora, che guai se parlerete! --Che io taccia? Che assecondi un simile progetto?... Ah, non sarà mai! Non lo sperate!... Il duca fece un gesto di rabbia. I suoi occhi scintillarono di collera: e non potendo contenersi più a lungo, escì dopo aver detto a donna Livia con accento minaccioso: --Riflettete, riflettete molto, signora: ve lo consiglio nell'interesse vostro. E per distrarsi, pensò occuparsi del frate benedettino che aveva confessato suo padre moribondo: si proponeva correre sulle di lui traccie verso il convento dove abitava. III. Il convento dei benedettini, a cui ricorrevano in quell'istante i pensieri dei duca, era un vasto e comodo edifizio situato nel centro di Catania. Là vivevano quei padri nella più completa pace, dedicandosi allo studio dei libri antichi ed alle ricerche scientifiche e storiche. Attiguo al convento eravi un bellissimo giardino, che gli stessi monaci lavoravano, ciò che loro serviva di distrazione, di riposo. Nella città e nei dintorni si aveva per quei religiosi grande considerazione e rispetto, e si ricorreva sovente a loro per consiglio ed ajuto. Molte volte taluno di essi aveva consolato degli infelici, rasciugate delle lagrime ed impedita qualche prepotenza. Anche i cavalieri avevano talora, talora fingevano avere dei riguardi per quei frati. Malgrado tutto questo però, don Francesco credeva facilissimo ridurre il benedettino, ch'ei ricercava, al silenzio. Era questo per lui come il primo passo che farebbe in una via la quale doveva divenire aspra soltanto procedendo. Donna Livia, il cavaliere di Malta gli sembravano i soli, i veri ostacoli, nei quali avrebbe forse ad inciampare. Il suo amore per la sposa gl'impediva non solo di punir lei, ma ben anche di punir donna Rosalia, come lo avrebbe voluto, come lo aveva detto. Ciò gli allontanerebbe troppo, lo sentiva, donna Livia, La sapeva capacissima di qualunque più forte risoluzione, ed anche avveduta tanto da mandarla ad effetto. La sofferenza da lui avuta quella notte, i rimproveri sopportati dalla duchessa lo facevano arrossire di sè medesimo. Cedere, riparare la colpa del padre gli sarebbe sembrato una gran debolezza; come se fosse debolezza il saper vincere i pregiudizii creati da un amor proprio eccessivo. Il potere, che donna Livia aveva sopra di lui, umiliava il duca; ma era grande, immenso: tale che, se ei non fosse stato sì orgoglioso, sì ostinato soprattutto, sarebbe caduto a' suoi piedi quella notte; sì, quella notte istessa in cui ella aveva sì arditamente distrutta la pergamena. Grazie alla di lui alterigia però, colla quale in apparenza soffocava la sua passione, nessuno, donna Livia istessa, sapeva fino a qual punto egli l'amasse. Quell'amore era una specie di tormento per un uomo del carattere del duca. In un tempo in cui le donne non sapevano opporre ai voleri ed anche alle ingiustizie dei mariti, dei padri, dei fratelli che una barriera di eterne lagrime, il carattere eccezionale della duchessa poteva spiegare in parte l'ascendente ch'ella aveva su don Francesco. Per altro, se non ne fosse stato tanto innamorato, è certo che la temerità di donna Livia, com'ei la chiamava, avrebbe potuto costarle assai cara: e questa volta, nell'affrontare la volontà del marito, ella aveva pensato poter correre pericoli reali. Dopo averla lasciata, il duca si era dunque occupato del padre benedettino. Ma il monaco poteva essere ancora al capezzale del morto: e prima di recarsi al convento, don Francesco se ne informò dai domestici. Gli fu risposto che il frate era partito da qualche tempo per un paesello vicino, che gli nominarono, e ch'ei doveva essere ancora per via. Don Francesco pensò che con un buon cavallo gli sarebbe facile raggiungerlo. Preferiva parlargli sulla strada, anzichè entrare nel convento, ove la sua presenza farebbe un chiasso che non si curava di provocare. Poi il segreto sull'affare, che tanto gli premeva, verrebbe certo più facilmente serbato. Ordinò dunque gli si sellasse tosto un cavallo, e quando questo fu pronto, gettatosi sulle spalle un ricco mantello, partì. Era nel mese di gennaio, come fu detto. L'aurora, spuntava appena; sicchè il freddo era abbastanza vivo. Il duca cavalcava pensieroso, colla maggior rapidità che consentisse il terreno ineguale: poichè il villaggio additatogli era situato nella direzione dell'Etna, di cui il sole cominciava a colorire la vetta. Ma tratto tratto don Francesco si arrestava, onde osservare innanzi a sè. Cominciava ad impazientarsi di non scorgere il frate. Finalmente lo vide; mise il cavallo al galoppo, ed in pochi istanti gli fu vicino. Quegli si era già rivolto, e si scosse riconoscendo il duca. Che vorrebbe da lui? Ahi, che temeva d'indovinarlo! Indirizzò al cielo una muta e calda invocazione, e salutò rispettosamente don Francesco. Questi rispose con un leggiero cenno del capo; indi: --Devo parlarvi, padre, gli disse, e con accento alquanto imperioso, senza perdere tempo continuò:--Mi risponderete come vi parrà; ma, rammentatevelo bene, con precisione, con chiarezza. In quell'istante il povero benedettino aveva a sopportare non soltanto l'abituale alterigia del duca, ma anche tutta la collera che questi sentivasi in cuore per tante cagioni, e che desiderava sfogare contro qualcheduno. Quel frate non poteva davvero trovar don Francesco in un'ora peggiore. --Vi ascolto, Eccellenza, rispose. --Voi, riprese il duca, avete confessato mio padre, ed egli vi ha confidato un segreto. --Ebbene? --Ebbene, quel segreto io voglio sia sepolto per sempre: sicchè, mi comprendete.... Guai a voi se lo aveste a svelare! --Ma la mia coscienza.... --Che coscienza! interruppe don Francesco: cosa c'entra la vostra coscienza in un affare che riguarda soltanto la mia famiglia? Vorrei vedere che ve ne immischiaste!... E volse sdegnosamente il capo. --Vostro padre dopo la confessione, disse il benedettino, mi aveva incaricato di svelare quel segreto; dunque.... Anche questa volta il marito di donna Livia non lo lasciò continuare, e: --Questo non è affar vostro, ve lo ripeto: d'altronde il povero duca non ragionava più: era fuori di sè:... e voi dovete convenirne, se vi preme la vostra vita: od almeno dovete obbedirmi. --La mia vita è consacrata a Dio, e nulla mi dorrebbe perderla in servizio suo,--rispose il frate con qualche esaltazione. --Oh, non declamazioni, ve ne prego! Vi ho già prevenuto; vi ho detto di rispondermi con precisione, con chiarezza. Alle corte, tacerete? Il benedettino rimase silenzioso. --Che? pensò il duca, avrei dato anche in un frate che non ha paura? Non so cui mi tenga dal finirla a dirittura con costui!... Ma.... Ei seppe contenersi. Don Francesco non era uno di quei signori scapestrati che si gloriavano delle loro prepotenze. Egli invece desiderava coprire con un velo abbastanza fitto le sue. Sino ad allora non aveva avuto occasione di usarne molte, grazie al suo carattere freddo e pochissimo inclinato ai piaceri. Assai gli premeva d'altronde esser tenuto per degno capo di una casa illustre: e siccome la venerazione, che circondava i benedettini, e quella in particolare che si aveva per quel predicatore era grandissima, ei non volle per allora porre le minacce ad effetto, benchè ne sentisse gran voglia. Pertanto non rinunciava certo allo scopo che si era prefisso. Solo pensò tentare altra via; poichè non era riescito subito, come lo aveva sperato, ad atterrire il frate. Si volse a lui con una certa benevolenza mista di ironia, e: --Credo comprendere, padre, le vostre reticenze, gli disse: voi non volete mancare alla promessa fatta al duca moribondo, senza che ciò torni.... a profitto di Dio--non è così! --Che intendete? chiese il monaco un po' confuso. --Intendo che con una buona somma data a voi.... perchè.... l'adoperiate.... come crederete.... in servigio del Signore.... vi disfereste dei vostri scrupoli. --No, Eccellenza! esclamò il benedettino con indignazione. Don Francesco fece un gesto di vivissima impazienza. --Osereste rifiutare? chiese con alterigia anche maggiore del solito. --Ma io non devo, non posso mancare a' miei doveri! In quell'istante il duca riflettè che il monaco non era presente quando donna Livia aveva dato alle fiamme la pergamena: pensò approfittare di tal circostanza. --Del resto, disse quindi al religioso, voi non potete far nulla. Mio padre ha dovuto dirvi che sta in mia mano un atto importantissimo, indiscutibile, e che senza il mio assenso.... --È vero! mormorò il frate. --Dunque non comprendete che il vostro silenzio non mi è necessario, benchè ve lo abbia chiesto e lo desideri, onde evitare scandali inutili? Voi non volete tacere? Ebbene, sarete voi responsabile di quanto potrà accadere di male!... Se veramente vi premesse servire a Dio, come dite, capireste che vale assai meglio serbare un segreto, che non vi appartiene, anzichè mettervi sulla coscienza tutto ciò che io sarò forse costretto a fare, onde sostenere le mie ragioni ed il decoro della mia casa. Parlate pure!... Oh, farete la grand'opera meritoria!... aggiunse con motteggio sprezzante. Il povero benedettino rimase interdetto: ignorando la distruzione della pergamena, trovava le parole del duca di una logica inesorabile. Volle provarsi ad impietosirlo, benchè nulla sperasse. --Non abusate, eccellenza, della vostra posizione elevata, gli disse: perdonate la mia arditezza, ma è a nome di Dio che vi parlo... Egli... --Tacerete sì o no? È questo che vi domando. --Io tacerò: tacerò con tutti, se voi stesso riparate a quella ingiustizia. Chiamare ingiustizia ciò ch'ei voleva fare!... Il duca si sentì tentato di far tosto pentire il frate d'aver pronunziata quella parola. Donna Livia l'aveva pronunziata anch'ella, è vero: aveva detto anche assai più; ma certo don Francesco non sopporterebbe dal benedettino ciò che aveva a suo dispetto sofferto da lei. Quel vecchio frate, coperto da un povero sajo, benchè fosse rivestito d'un carattere sacro, non faceva sul duca la centesima parte d'impressione della vezzosa sua sposa. Don Francesco si guardò attorno adirato, e certo, se non avesse scorto alcuno, non avrebbe tardato ad insegnare al frate il modo di contenersi con uno dei più potenti baroni di Sicilia. Ma il mattino si avanzava: il sole appariva sull'orizzonte, e molti contadini passavano lì presso per avviarsi alla città. Si propose dunque di rimandare la sua vendetta a tempo migliore, se il benedettino non avesse voluto assolutamente promettergli il silenzio: quel silenzio che, ad onta di quanto aveva detto, gli era indispensabile. --Vi accordo una dilazione di quattro giorni, disse seccamente al religioso, grazie al vostro abito soltanto. --Una dilazione! --Sì: vi do tempo a decidervi; la riflessione vi persuaderà a tacere, giacchè comprenderete benissimo che il parlare, mentre non gioverebbe ad alcuno, e sarebbe affatto inutile, vi esporrebbe a funeste conseguenze. Guai se parlerete in questo frattempo! aggiunse con piglio minaccioso.... Guai!... Dunque? Il frate riflettè un istante: indi: --Per quattro giorni tacerò, disse. --Bene, rispose il duca. Volse la briglia al cavallo; lo mise al galoppo, e si allontanò come un fulmine. ................................................................. ................................................................. In breve giunse a Catania: entrò inosservato nel suo palazzo per una porta segreta, nascosta da un gruppo d'alberi del giardino, e di cui egli solo da lungo tempo teneva la chiave. Diede il cavallo ad un palafreniere; indi si recò nel gabinetto ove suo padre serbava le carte d'importanza, e dove cavaliere di Malta aveva tolta la pergamena da uno scrigno. Rinchiuso in quella stanza, don Francesco cominciò un minuto esame di tutto quanto essa conteneva; rovistando in ogni mobile che avesse dei cassetti, in ogni suppellettile che potesse nascondere qualche cosa. Infatti vi potevano essere altre carte, delle lettere, che senza avere l'importanza della pergamena, riguardassero quel segreto, e gli convenisse conservare, o distruggere. Ma nulla trovò che avesse rapporto col cavaliere dell'Isola. Allora si assise dinanzi ad uno scrittoio, e vi rimase immobile, pensieroso. La sua fisonomia in quell'istante, tetra e cupa oltre ogni dire, faceva un singolare contrasto collo splendido sole che penetrava a larghi sprazzi nel gabinetto. Sì!... mormorò finalmente: io voglio ottenere il silenzio di tutti, e l'otterrò!... Voglio che il fratello di mio padre, od i suoi eredi non vengano mai a reclamare ciò che... ciò che loro appartiene!.. direbbe donna Livia ed anche quel benedettino temerario.... Se veramente colui non vuole obbedirmi, se ne pentirà, lo giuro!... Ah! se il pensiero di alienarmi troppo donna Livia non mi trattenesse, avrei forse già castigato quel frate; ed in un modo o nell'altro obbligata donna Rosalia al silenzio!... Ed il conte, che questa notte osò quasi minacciarmi... Anche per lui lo troverei il mezzo!... Oh, sì lo troverei!... Eppure niuno è colpevole come mia moglie!... nessuno avrebbe ardito fare ciò che ella fece.... Ah, perchè sono io costretto ad essere seco lei tanto diverso da quello che sono con tutti gli altri?... Perchè mio malgrado sono trascinato ad amarla? più che ad amarla anzi; giacchè non è amore soltanto che io sento per lei... è delirio, è frenesia!... Arrossisco in pensarlo; ma... che fare?... Oh la ingrata!... Egli si alzò. Ma io non devo accusarla, aggiunse tra sè: non l'ho sposata forse contro il suo volere?... Non sapevo, non mi disse ella stessa che... Ah! ma come mi sorprendo ad occuparmi di lei sì sovente... per non dir sempre?... Ma sia pure che io l'ami: non per questo, lo giuro, sarò il suo trastullo.... E questa volta ella dovrà obbedirmi... Non sarà mai che io ceda su tal punto... giammai!... Quantunque colei abbia su di me il potere di una maliarda.... Poi.... se mi fosse dato abbassare la sua alterigia riuscendo nel mio progetto, ne avrei doppia soddisfazione!... D'altronde che direbbero di me coloro, innanzi ai quali ricusai a mio padre di rendere al cavaliere dell'Isola il nome e le sostanze? Mi deriderebbero, vedendomi cedere a donna Livia... Poi, chi sa quali scandali si provocherebbero? quali vergogne forse ne verrebbero alla mia casa?.... Sì: tutti dovranno tacere: lo voglio!... Il gabinetto, nel quale si trovava il duca, era diviso dalla camera mortuaria da una gran sala soltanto. Egli, dopo qualche altro momento di riflessione, aperse l'uscio: traversò quella sala: socchiuse leggermente la porta della camera ove giaceva cadavere suo padre. Vide dei religiosi e molti servi in orazione. Nessuno si accorse di lui, ed egli rientrò inosservato nel gabinetto, ove rimase fin verso la sera. Non temeva che nè donna Livia, nè il conte di San Giorgio prendessero per quel giorno risoluzione alcuna: aveva saputo dal suo cameriere che entrambi avevano passato gran parte della giornata nella stanza del defunto, unendosi alle preghiere della gente ivi raccolta. Mentre usciva dal gabinetto, per recarsi nel suo appartamento, fu arrestato da donna Maria. --Che volete? le chiese egli. --Devo comunicarvi una cosa importantissima, rispose la sorella. --Venite, disse don Francesco. E la condusse nel gabinetto. Con lei sola il duca non era adirato; perchè comprendeva ch'ella lo asseconderebbe intieramente: sola lo aveva approvato nella notte precedente. --Donna Livia, cominciò ella a bassa voce.... --Ebbene? --Ha chiesto un abboccamento al conte nella prima sera che seguirà i funerali di nostro padre. --E dove? --Al suo castello: certamente ella conta ritornarvi subito dopo le cerimonie funebri. Il duca durava fatica a frenare la sua agitazione, a contenersi. --È lo zelo per l'onor vostro, che mi consigliò ad avvisarvene, continuò la giovane. --Spiegatevi più chiaramente, disse don Francesco con fuoco: voi offendete la duchessa. --Che io mi spieghi?... riprese donna Maria un po' sconcertata.... Un abboccamento... la notte... in quel castello isolato, non è forse abbastanza? --No: e voi v'ingannate nelle vostre temerarie supposizioni. --Come? --Questo abboccamento, disse il duca, benchè alquanto alterato, questo abboccamento non deve avere altro scopo che di consigliare al cavaliere il silenzio. --Ma se donna Livia ha gettato ella stessa sul fuoco la pergamena! Don Francesco fece un vivissimo movimento di rabbia insieme e di dispetto. --Che importa? disse quindi; se io voglio che tutti tacciano. Donna Maria rifletteva. --Basta, riprese dopo un momento: sarà come dite; ma io avevo pensato il contrario. --E perchè? --Perchè so che il cavaliere.... E si arrestò un istante, come se non osasse proseguire. Indi: --Perchè l'ama, disse. --Ama donna Livia?... E voi credete ch'ella lo riceverebbe per... domandò il duca alterato... Voi mentite! esclamò poi: la vostra è una perfida insinuazione. --No, non mento; e non è questa una perfida insinuazione... Del resto sta in voi l'accertarvene. E fece per allontanarsi. Ma suo fratello la trattenne con un cenno. --Che vi fece pensare che il conte ama donna Livia?--le chiese a voce bassissima e concitata. Donna Maria in quell'istante era un po' pentita di aver ceduto al suo odio per la duchessa; ma era troppo audace per iscoraggiarsi tosto: per altro, siccome aveva sempre avuto gran soggezione di suo fratello, tremò un momento, temendo averlo irritato contro di lei, ora ch'egli era il capo della famiglia. Così prese una scappatoja. --Me ne avvidi io, rispose, già da molto tempo. Però non intendo con questo offendere la vostra sposa.--Ella forse lo ignora....--aggiunse con un mezzo sorriso. Vi fu un breve silenzio, che il duca ruppe primo, dicendo seccamente a donna Maria: --Lasciatemi, e scacciate sì ingiuriosi sospetti. Ella escì dal gabinetto poco soddisfatta, molto indispettita. Che? pensò: ei le ha dunque perdonato la distruzione della pergamena, l'insulto ricevuto innanzi a tutti?... Egli!... così violento, superbo, irascibile?... L'ama dunque a tal punto?... Non vuole che si sospetti di lei nemmeno in questo giorno?... Oh! ma avrà dissimulato; è sì geloso, sì diffidente;... le mie parole non saranno perdute.... Si recherà certo segretamente al castello, ed io potrò senza periglio dare un abboccamento al principe.... Se colei perdesse la sua influenza su don Francesco, sarebbe meglio per me. Mia sorella, ne sono sicura, l'avrà pregata di sollevare ostacoli al mio matrimonio col principe, ed ella forse glielo ha promesso... Per altro ogni speranza di donna Rosalia è vana: egli mi ama tanto!... Mai ella sarà sua sposa... Mai!... Ma io ho d'uopo di vederlo solo una volta almeno... Egli è sì debole!... Se non avessi detto al duca che il cavaliere è invaghito di donna Livia, non sarei stata certa ch'ei si sarebbe assentato.... D'altronde pensava poterla in questo giorno accusare audacemente... Speravo che l'abboccamento da lei dato al conte bastasse solo a perderla... Ma, chi sa?... il cavaliere l'ama... Posso lusingarmi ancora!... IV. Sono scorsi due giorni.... I funerali del vecchio duca erano finiti. Il sepolcro, che sembra aver l'incarico di compiere l'opera della morte, nascondendo ad ogni sguardo gli avanzi inanimati che richiamano in modo sì crudele la persona estinta, aveva accolto quelli del padre di don Francesco. Ah! perchè un ribrezzo irresistibile allontana tosto dai cadaveri? E perchè tale ribrezzo viene sentito maggiormente dai parenti, dagli amici che dagli indifferenti? È forse ciò effetto della disperazione che si prova in pensare come lo spirito immortale, che animava prima quelle membra, non sarà mai per farvi ritorno?... Mai! E non vi è lagrima, non vi è preghiera, che valga a richiamarlo nemmeno un istante! Sembra quasi impossibile che non sia dato ottenere risposta veruna da chi poco prima poteva ancora comprendere, amare, soffrire! Ecco forse perchè si fuggono abitualmente, appena la morte gli ha toccati, coloro che furono cari in vita, e che divengono quasi oggetti di terrore. Ma non si può condannare un tal terrore, che in certe persone è davvero invincibile. Niuna di tali sensazioni aveva però accompagnato nella tomba il vecchio duca dell'Isola. Le sue ultime parole, il segreto da lui rivelato avevano destato in tutti preoccupazioni gravissime: ed all'estinto non si pensava che per contraccolpo di esse; come cioè alla prima causa che le aveva fatte nascere. Se egli fosse disceso nel sepolcro col suo segreto, avrebbe aumentata innanzi a Dio la propria responsabilità; ma quanti odj, quante colpe fors'anco avrebbe evitate! Le preghiere di donna Rosalia, che chiedevano disperatamente a Dio di perdonare a suo padre, erano state le più ardenti che avessero seguito il vecchio duca. Appena finiti i funerali, la duchessa, come lo aveva pensato donna Maria, era ritornata al suo castello. Quel castello era stato lasciato a donna Livia dal padre di lei, e colle vaste dipendenze formava parte delle sue cospicue sostanze. Benchè in inverno, la duchessa vi si recava sovente per più giorni insieme al suo bambino. Questa volta aveva condotto seco lei donna Rosalia, temendo forse lasciarla in palazzo. Il duca non aveva mostrato la menoma emozione nell'udire da sua moglie ch'ella ripartiva pel castello. Nei precedenti giorni don Francesco aveva cercato contenersi come in un tempo di tregua; e come al benedettino, data una dilazione alla duchessa, e chiestane una per iscritto al cavaliere di Malta, perchè riflettessero meglio. Nulla del resto,--aveva aggiunto con entrambi,--potrebbe smuoverlo dal partito preso, cioè di ottenere il silenzio con tutti i possibili mezzi. E tale dilazione momentanea era stata accettata dal conte di San Giorgio e da donna Livia. Il giorno era per finire, quando la duchessa arrivò con donna Rosalia al castello. Quasi subito condusse la cognata in una sala del piano superiore: indi si assise vicino a lei senza parlare. Donna Rosalia ruppe prima il silenzio. --Dunque, disse, voi sperate, donna Livia, di poter giungere così a compiere il voto del mio sciagurato padre? --Sì: non vedo via migliore di questa. --Ma bisognerà che nessuno possa mai sospettare... --Nessuno sospetterà, lo spero: e se, come credo, il vostro padrino asseconda il mio progetto, giungeremo presto forse allo scopo che desideriamo ottenere. --Lo volesse il cielo! --Basta; fra poco lo sapremo; il conte non dovrebbe tardar molto. E donna Livia si alzò: andò a mettersi a una finestra: guardò pel vasto orizzonte che le si stendeva dinanzi. --Nessuno! mormorò volgendosi alla cognata; nessuno ancora! Donna Rosalia non l'intese. Vedendo la duchessa alla finestra, aveva abbassato gli occhi, e lagrime silenziose scorrevano sulle sue pallide guance. Donna Livia la considerò qualche tempo. Sventurata! pensò; ah, non è soltanto la morte e la colpa di suo padre che ella piange! Quanto deve soffrire! Eppure quali angosce le sono serbate ancora! Adesso ella dubita soltanto: che sarà fra poco quando comprenderà che il principe non l'ha mai amata, o che almeno non l'ama più?--Cielo, perchè permetti che donna Maria debba, come ne sono sicura, venir preferita a questa fanciulla?... Donna Maria sì egoista, sì falsa ed insensibile!... Ah, non sono ingiusta pensando così di lei! Troppo bene la conosco. E si passò una mano sulla fronte, mormorando: Oh! io so quanto costi rinunciare alla felicità vagheggiata! E nei begli occhi della giovane duchessa brillò una lagrima... Ma ella scacciò tosto la sua emozione... Alfine, disse quindi tra sè, ho mio figlio, che tanto amo!... Sì: egli potrà forse farmi in parte dimenticare.... E come per non pensare a sè stessa, tornò ad esaminare donna Rosalia. Temo, rifletteva, ch'ella non sappia sopportare il disinganno che l'attende... Vorrei incoraggiarla: vorrei dirle che so ciò che la fa soffrire:... ma no! D'altronde ora devo pensare a far quanto mi detta la mia coscienza, cercando realizzare il progetto che ho concepito. E donna Livia tornò a guardare nella campagna. Mentre poco prima stava considerando la giovane cognata, si sarebbe durato fatica a riconoscere in lei la donna che aveva strappato la pergamena a suo marito nella notte fatale, e che era quindi rimasta di ghiaccio alle di lui minacce. Passò qualche tempo. Ad un tratto la duchessa esclamò: --Il cavaliere giunge. Donna Rosalia alzò il capo. --Sì, riprese donna Livia, allontanandosi dalla finestra. Egli si avvicina al galoppo. Io vado tosto a riceverlo, e vi comunicherò poi la sua risposta. Ciò detto, sortì rapidamente. Donna Rosalia le guardò dietro un istante. Sì, disse tra sè; ella otterrà forse quanto mio padre desiderava... Riescisse almeno quel progetto! Indi a sua volta si mise alla finestra, ove stava prima appoggiata la moglie del duca. I suoi sguardi non errarono a lungo, e si arrestarono tosto nella direzione di Catania. La notte, che si avvicinava, non le permetteva di scorgerla... Per qualche tempo donna Rosalia rimase immobile. Quella fanciulla, benchè nata in seno all'opulenza, era davvero degna di compassione! Sua madre era morta nel darle la luce; ed ella, al pari di donna Maria, aveva passato l'adolescenza in un monastero, ove le religiose cogli scrupoli, le continue pratiche di pietà, i sermoni;--le compagne colle immagini fallaci del mondo, col fantasticare in regioni sconosciute--avevano sviluppato nelle due sorelle gl'istinti diversi: così donna Rosalia, per natura sensibile e generosa, era divenuta appassionata ed insieme molto pia, fanatica quasi;--e donna Maria, d'indole perversa ed egoista--scettica, falsa, avendo ella presto volto il suo naturale ingegno, il brio, la perspicacia all'intrigo ed al male. Ritornate nella casa paterna dopo qualche anno, quelle due ragazze erano state abbandonate a sè stesse ed alle influenze non sempre buone delle governanti e delle cameriste. L'abitudine del vecchio duca di ricevere società numerosa, onde certo soffocare colle distrazioni i rimorsi; l'egoismo, l'indifferenza di don Francesco, il quale non si era mai dato alcun pensiero delle sue giovani sorelle,--avevano compita l'opera funesta di quella educazione viziata. Ed ecco perchè, mentre donna Maria si occupava a sorvegliare la cognata, che ella odiava senza motivo; a condurre di pari passo gli amori col giovine cavaliere, ch'ella aveva da poco rapito a donna Rosalia; questa non sapeva far altro che piangere e pregare. Così anche quella sera ella andava mormorando lagrimosa: Ah! egli è là fra quelle mura, ed ella pure! Gli è di me più vicina! Sarà dunque vero, gran Dio, che è dessa ch'egli ama ora?... Eppure vi fu un tempo in cui i suoi occhi cercavano i miei, e che di rado mi lasciavano!... Ma allora ella non era là; non la conosceva; non l'aveva veduta mai!... Ah, perchè è tanto bella? Forse in questo istante il principe le parla, le dice d'amarla!... Perchè non sono io rimasta a Catania? Gli osserverei almeno!... Preferirei la collera di don Francesco all'idea che, mentre io sono qui, essi sono insieme.... Insieme!... Ah, questa sola parola mi uccide!... Se venisse il giorno fatale che gli unisse per sempre, sento che non potrei più vivere... Cielo! perdona! E donna Rosalia allontanò colla mano i suoi abbondanti capegli neri, che le cadevano sulla fronte. Indi con un movimento di disperazione: Oimè! disse amaramente tra sè; a che mi varrebbe esser presso di loro, sorvegliarli?... Se ei non mi ama più!... Non farei che venir riguardata come un testimonio importuno... All'indifferenza che il principe comincia, lo temo, a provare per me, si aggiungerebbero la noja, il tedio.... Me infelice!... Eppure, se il cielo mi ajutasse, potrei forse venir preferita ancora; perchè infine io non sono certa; dubito soltanto.... Gran Dio, perdonate a mio padre la sua colpa, ed abbiate anche pietà di me!... E se mi confidassi a donna Livia?... Ella forse potrebbe.... Ma no!... ma no!... La giovinetta appoggiò il capo ad una mano, e di lì a qualche tempo: Ah! perchè donna Maria non è ella rimasta ancora a Palermo?... Quale stella a me fatale decise sì presto il suo ritorno?... Se almeno tardava un anno, qualche mese, avrei forse già sposato il principe; ed invece!... Ella venne ad attraversarmi la via della felicità.... Poteva maritarsi in casa di quella nostra parente; essere contenta; ma lungi di qui!... Donna Livia starà ora persuadendo il cavaliere: ei non le negherà certamente quanto ella gli chiederà.... È sì buono il mio padrino!... Se riescissi presto a veder restituire ai nostri parenti spogliati quanto è loro dovuto, mi sembra che, oltre la soddisfazione che ciò mi cagionerebbe, ne trarrei anche un lieto presagio pel mio avvenire... Il rumore lontano di un cavallo che sembrava venire verso il castello, interruppe le riflessioni di donna Rosalia. Ella si scosse, e cercò collo sguardo di penetrare attraverso l'oscurità che avvolgeva la campagna; ma nulla distinse. Ed intanto quel rumore andava avvicinandosi sempre più... Ella attendeva con un'agitazione piena di ansietà.... Ah! pensava, se fosse il principe che, sapendomi a questo castello, venisse qui per vedermi nascostamente, parlarmi lungi da donna Maria, rassicurarmi!... E se la notte non lo avesse vietato, si sarebbe potuto vedere un vivissimo rossore animare le sue guance abitualmente scolorite. Ma era illusione la sua, e durò poco. Quel rumore, che tanto l'aveva scossa, era già cessato. Certamente qualche cavaliere era passato nelle vicinanze, poi sì era allontanalo. Donna Rosalia sospirando rinchiuse allora la finestra ed andò a sedere dinanzi al camino. Intanto un cavaliere grande, coperto da un ampio mantello, sotto al quale scorgevasi appena la spada, si avanzava a piedi, leggermente, verso il castello, per una stradicciuola remota che metteva alla porta rustica del fabbricato. Era il duca. Un servo, che certo lo aspettava da qualche tempo, gli mosse incontro. Non parlò, ed attese. --Conducimi all'istante nel luogo ove sai, mormorò don Francesco. Il servo obbedì. Entrambi, colla rapidità ed il silenzio di due fantasmi, entrarono per una porticina nel castello. --Hai ben preso ogni precauzione, perchè nessuno possa sospettare la mia presenza? domandò il duca. --Sì, Eccellenza. --Bene. E disparvero per un lungo e deserto corridojo. V. Dopo aver lasciato donna Rosalia, la duchessa si era recata in una sala terrena, la più piccola di tutte, ove abitualmente soleva trattenersi quando era al castello. Quasi all'istante il cavaliere di Malta fu introdotto. Allora donna Livia gli accennò di chiudere la porta; indi: --Sedete, conte, gli disse: devo pregarvi di una grazia. --Comandate, rispose egli commosso. Sapete che io sono interamente ai vostri ordini. Ah, vorrei mi chiedeste molto, onde potervi testimoniare la mia assoluta devozione! Queste parole furono pronunciate in un modo che non lasciava dubbio alcuno sulla loro sincerità. --E molto vi chiederò infatti, riprese con calma la duchessa. Ascoltatemi. Il cavaliere di Malta attendeva in silenzio. --È del segreto rivelato dal vecchio duca che io intendo parlarvi, continuò donna Livia. Voi certamente lo avrete immaginato. Il conte fece un cenno affermativo, ma non l'interruppe. --Perciò, proseguì ella, ho voluto vedervi oggi in questo castello. Io ho concepito un progetto, e col vostro mezzo spero poterlo realizzare. Ora ve lo comunicherò. Sulle prime ero decisa ad oppormi risolutamente a don Francesco, come avevo cominciato a fare; ma poi cangiai avviso. Compresi che egli vuole ottenere assolutamente il silenzio di tutti su quel disgraziato affare, con ogni mezzo; mezzi estremi forse, a cui io devo evitare che egli ricorra. Non crediate però, conte, che io acconsenta a vedere in pace il cavaliere dell'Isola ingiustamente spogliato: quando penso che mio marito può accogliere tale idea, mi sento fremere; ma ei non la manderà ad effetto sinchè avrò vita. Ella si arrestò un istante; indi: --Ho riflettuto: ho pensato che forse don Francesco ritiene in buona fede di non essere colpevole operando in tal modo, facendo quanto infine fece suo padre per tanti anni.... Egli non ha certamente afferrato il vero concetto di.... Insomma la cosa non gli appare forse come a voi, conte, come a me.... sotto la sua vera luce.... --Voi lo scusate!... --Lo devo: poi, comprendete, desidero anche persuadere a me stessa ciò che vi dico: cioè che l'orgoglio, l'ostinazione, sì forti in lui, siano i suoi soli moventi. --Ah, donna Livia, io quella notte ho temuto assai la sua collera per voi.... Faceste bene a desistere da una aperta opposizione: sarebbe stata troppo pericolosa. La duchessa sorrise amaramente. --Non è il timore che mi consigliò; ma il pensiero di mio figlio: e d'altronde che avrei ottenuto, continuando a provocare don Francesco? Nulla.... Ma per mio figlio istesso io desidero riparare a quella ingiustizia.... E per farlo senza destare troppi odj, e per evitare altre scene tristi, ecco quanto ho pensato. Il conte di San Giorgio si fece attentissimo. --Ora, proseguì donna Livia, la pergamena non esiste più: e se vostro zio od i suoi eredi venissero a reclamare, attestando, come potranno certamente farlo, con prove autentiche, la loro identità; don Francesco non potrebbe rifiutarsi a rendere ad essi quanto è loro dovuto. Mi comprendete? --In parte: continuate, signora. --Ma, onde non contrastare troppo apertamente col duca, bisognerebbe cercare di loro segretamente: ed una volta trovatili, fare che essi reclamino, mostrando però non essere stati consigliati da alcuno, e soltanto perchè la morte del vecchio duca dell'Isola giunse casualmente a loro cognizione. --Vi comprendo, donna Livia: ed io, sì, io li cercherò. --Vi ringrazio, cavaliere: sapevo non contare invano sopra di voi. --Sì: avete ragione: questo è il mezzo migliore infatti. Sono pronto a secondarvi intieramente. Come credete che io debba agire? La giovane duchessa parve commossa da sì completa devozione; indi: --Mi diceste che un ordine vi chiama a Malta tra breve: mostrando quell'ordine come per caso a don Francesco, ei non potrebbe concepire il menomo sospetto. Giunto a Malta, potrete disimpegnarvi ed ottenere un lungo permesso? --Sì, lo posso: mi basterà vedere un momento il gran maestro: fra qualche giorno partirò. E prima che ella rispondesse, riprese: --Avevo pensato un istante a prendere sopra di me ogni responsabilità, svelando il segreto, poichè voi avevate distrutta la pergamena; ma allora.... Voi conoscete don Francesco!... Un duello a morte con lui sarebbe stato inevitabile. È inutile dirvi perchè ne rifuggii. --Aveste ragione, conte: un duello tra voi e mio marito, qualunque risultato avesse, mi sarebbe causa d'eterna amarezza. --Ma, e come eviterete lo sdegno del duca, quando questi nostri parenti venissero a reclamare? --Don Francesco mi disse che, se io serbo il silenzio, mi perdona la distruzione della pergamena. Voi fate in modo che il cavaliere dell'Isola, od i suoi figli non suscitino scandali. Così il duca si persuaderà più facilmente, e sarà possibile far credere che nessuno di noi conosceva la loro esistenza. Pur troppo il vostro compito non sarà facile; perchè ignoriamo qual nome essi portino; ma siccome il vecchio duca prima di morire disse sapere che suo fratello aveva preso servizio nell'armata della repubblica veneta, così dimorerà ancora su quelle terre: o, se egli più non esiste, è là che potrete aver contezza de' suoi figli. --Infatti, questa è l'ipotesi più verosimile: l'avevo già pensato anch'io. Per iscoprire quei parenti farò tutto il possibile, e spero riescire ad onta del mistero che ce li nasconde... Ed al duca dirò che acconsento a serbare il silenzio?.. aggiunse con qualche esitazione. --Potete dirgli che, obbligato ad assentarvi per un tempo di cui ignorate la durata, dovete rinunciare per ora ad occuparvi della rivelazione di vostro zio. --Gli dirò che, finchè rimango a Malta, serberò il silenzio da lui chiestomi! Non gli sembrerà strana la mia lunga assenza, benchè non sia tempo di guerra; poichè già diverse volte, il sapete, ebbi missioni che durarono mesi e mesi..... D'altronde, mostrandogli l'ordine.... Ma, e gli altri taceranno? --Il benedettino giungerà qui tra breve: egli è un uomo sicuro: gli confiderò tutto, ed ei mostrerà d'aver ceduto a don Francesco che, lo so, ha insistito con forza presso di lui.... Quanto a donna Rosalia, il duca non la teme molto: la crederà facilmente scoraggiata. Ed io gli dirò aver deciso tacere, nella speranza ch'ei si persuada da sè a riparare quella ingiustizia. Ella si arrestò; indi con una specie di disgusto: --Oh! mi ripugna scendere ad una finzione: ma è necessario. --No, donna Livia, questa non è finzione; od almeno lo scopo che vi proponete la giustifica. Tale scopo è santo! --Riesciste almeno! --Speriamo: il cavaliere dell'Isola, come saprete, ha portato seco le sue carte di famiglia: dunque.... --Infatti.... Tranquillizzeremo donna Rosalia, che è ansiosissima di veder compito il voto di suo padre. --Povera donna Rosalia! Mi dispiace lasciarla infelice. La duchessa alzò il capo. --Che volete dire? domandò. --Voglio dire che, come ve ne sarete certamente avveduta, ella ama il giovane principe degli Alberi, e ch'ei non pensa se non a donna Maria. Me ne duole assai per la mia figlioccia, che ho sempre amata molto; ma non vedo rimedio alcuno.... Ella soffre.... --Sì: eppure credo non abbia perduta ogni speranza. --La perderà fra poco. Io so che il principe conta chiedere presto la mano di donna Maria. --Come lo sapeste? --Ora vi racconterò. Il principe stesso me lo disse... In quell'istante, se il conte e donna Livia avessero prestato attenzione, avrebbero potuto udire un lieve rumore dietro la tappezzeria. Era don Francesco, che giungeva nel suo nascondiglio. Trovavasi un po' in ritardo; perchè aveva pensato esser meglio partire da Catania a qualche intervallo dal suo parente, anzichè seguirlo troppo davvicino, o prevenirlo, e dar sospetto. Poi, siccome la gelosia era stata il solo suo movente, erasi detto che, ove anche perdesse una parte di quella conversazione, ne udirebbe sempre abbastanza per sapere quali rapporti regnassero tra la duchessa ed il cavaliere di Malta. Donna Maria non si era ingannata: benchè il duca avesse mostrato non crederle, le insinuazioni di lei gli avevano suscitato in cuore un inferno. «Il principe stesso me lo disse.» Ecco le prime parole che don Francesco doveva udir pronunciare dal conte di San Giorgio. Il cielo certamente non permise che egli sentisse quanto riguardava il segreto rivelato dal padre. Intanto il cavaliere proseguiva: --Incontrai il principe fuori della città: egli era a cavallo: io pure. Mi si avvicinò, e mi chiese se volessi acconsentire che per qualche tempo mi accompagnasse. Accettai. Sembrava ch'egli avesse qualche cosa a dirmi, ed io attendeva che parlasse. Infatti quasi subito esclamò:--Ah! la morte del duca vostro zio venne a spezzare i miei più cari progetti.--Lo guardai sorpreso, come per interrogarlo, ed egli continuò:--Avevo risolto chiedere donna Maria in isposa in questi giorni, e non ebbi il tempo di farlo.--Io pensai tosto a donna Rosalia, e mi sentii stringere il cuore.--Ah! dissi, voi amate una delle mie giovani cugine, principe?--A queste parole, che avevo pronunciate appositamente, mi parve che egli arrossisse: ciò mi persuase sempre più che in passato deve avere lasciato credere a donna Rosalia di amarla.--Amo donna Maria, mi rispose con qualche imbarazzo, e temo che la morte di suo padre possa, non solo ritardare, ma impedire le mie nozze con lei; perciò desiderai consultar voi, che come stretto parente conoscerete forse le idee di don Francesco. Credete che ei possa concedermela?--Voi siete di famiglia illustre, risposi; siete ricchissimo, non dovete dunque temere un rifiuto.--Gli è che il duca potrebbe avere per donna Maria qualche altro progetto.--Io rimasi un istante perplesso; indi:--Non credo, ribattei.--Cercate voi, riprese egli, d'interpellare don Francesco in proposito.--Io non ho con lui grande intimità, risposi: mi sembra sia meglio che voi stesso, quando ve ne parrà giunto il tempo, facciate la vostra domanda.--Voi comprendete, donna Livia, che io non potevo acconsentire ad immischiarmi d'un matrimonio che darà tanta pena alla mia figlioccia.--Farò come mi consigliate, disse il giovane: più presto che sarà conveniente, parlerò al duca.--E dopo essersi trattenuto ancora qualche istante meco, mi lasciò un po' freddamente. Mi parve alquanto offeso per non aver io voluto accogliere la sua preghiera.--Volli narrarvi tutto ciò, donna Livia, perchè pensiate voi se vi par meglio preparare un po' per volta al disinganno donna Rosalia. La duchessa riflettè un istante. --No, disse quindi, non la preverrò. Perchè anticiparle il dolore, la disperazione forse, in cui la getterà il sapere che il principe vuole sposare donna Maria? Alle volte la verità, per quanto possa essere crudele, è preferibile ai dubbj, è vero, ma non per tutti.... D'altronde ella non mi ha parlato mai del suo amore, ed io non posso provocare le di lei confidenze senza commettere un'indiscrezione. --Non so che dire; ma non potremo evitare che fra poco ella conosca il vero; poichè infatti, se il principe non l'ama, mi sembra inutile cercar d'impedire le nozze di lui con donna Maria. D'altronde ciò dipende dal duca. --Certamente. Se donna Maria avesse cuore, potrebbe ella... Io non la credo innamorata propriamente del principe. --Nemmeno io: ella non è capace di amare alcuno; ma non rinuncierà mai ad un gran partito come questo per generosità. Il lusingarsene sarebbe un assurdo. Guardate, donna Livia, io provo per quella fanciulla, quantunque tanto bella, una repulsione grandissima. La duchessa non rispose: perchè avrebbe difeso donna Maria? Non era suo costume prodigare elogi a chi non stimava. --Ed io, continuò il cavaliere, voglio dirvi che vi guardiate da lei: anche conoscendola, come certo la conoscete, non la temete forse abbastanza. Siete al disopra di ogni sospetto; ma colei potrebbe egualmente nuocervi. Diffidate... La notte, in cui morì mio zio, io feci per accostarmi a voi: volevo dirvi qualche parola sul disgraziato affare della pergamena, mentre eravate appoggiata al letto. --Ebbene? --Io vidi donna Maria esaminarmi in modo che rabbrividii. Ella sorrideva impercettibilmente; ma quel sorriso era sì malvagio, che io vi lessi macchinazioni infernali, come ne lessi ne' suoi sguardi... Oh! donna Livia!--aggiunse con viva emozione--io che so per prova come voi siate fra il numero raro di quelle donne che saprebbero morire prima che mancare anche in ispirito all'onore, al dovere; posso dirvi che ella sospetta di voi: posso dirvelo senza timore d'offendervi. --Vi ringrazio, conte, rispose la duchessa tristamente: mi prevarrò di questo vostro avviso. Il rumore, che si poteva aver udito poco prima, si rinnovò; ma neanche questa volta nè donna Livia, nè il cavaliere lo notarono. Il duca, scosso e persuaso dalle ultime parole del cavaliere di Malta, ed arrossendo d'aver potuto un momento dubitare della duchessa, non aveva voluto trattenersi maggiormente. D'altronde da un istante all'altro il conte poteva lasciare il castello, ed ei non voleva esporsi ad incontrarlo in cammino. La risposta, che donna Livia aveva data all'avvertimento del cavaliere, pareva dover terminare il colloquio; pensò che si sarebbe fatta chiamare donna Rosalia, e che ella entrando poteva avvedersi di lui: non gli rimaneva forse che il tempo strettamente necessario per ritornare a Catania senza essere raggiunto dal cugino. Fu fortuna; poichè, se si fosse trattenuto ancora, avrebbe inteso parlare del progetto che riguardava il cavaliere dell'Isola. --Chi sa quali cangiamenti avverranno qui forse durante la mia assenza? disse il conte di San Giorgio a donna Livia. --Non cerchiamo d'interrogar l'avvenire, rispose ella: disponiamoci ad accettar con coraggio quanto potrà darci di male, e forse sarà meno triste di quanto potremmo presumere in mezzo a tante preoccupazioni. I presagi, che talora si credono scorgere in esso, sono più fallaci di una sibilla menzognera. Vi era in queste parole della giovane duchessa un senso di sconforto, che ne traspariva suo malgrado, come una rimembranza di speranze distrutte, di necessità subíte. Il cavaliere la esaminò con una certa agitazione; indi: --Avete ragione, signora, le disse: vi fu un tempo in cui io guardavo al futuro con una specie di temeraria fiducia: credevo non dover trovarvi mai se non che pugne felicemente sostenute, soddisfazioni di un guerriero.... ed invece.... La duchessa lo guardò attentamente. --Non temete, donna Livia, proseguì egli con dolore ed insieme con esaltazione; io non mancherò giammai alla promessa che vi ho fatta; riguardatemi senza timore come il vostro amico più devoto. --Vedete che come tale vi riguardo, caro conte; non metto ora forse la vostra amicizia alla prova, ed a dura prova? Ella sorrise leggermente, e dopo qualche istante: --L'unica cosa, che temo indovinare nell'avvenire, è il dolore di donna Rosalia. Questa fanciulla, credetemelo, cavaliere, mi preoccupa assai. --Ed io pure: ma che fare? d'altronde presto partirò. Voi la consolerete, duchessa. --Lo tenterò almeno. Ora ella è meco al castello: volete salutarla? --Volentieri. Donna Livia fece chiamare la sua giovane cognata. Dopo un momento questa entrò. Era sì pallida, sì abbattuta, che il suo padrino e la duchessa si scambiarono uno sguardo di compassione: essi, che sapevano come tutto fosse finito per lei. Donna Rosalia si conteneva però: desiderava far credere che la morte del padre, ed il segreto di famiglia fossero causa del suo turbamento. E ciò in parte era anche vero. Ma ahi! in piccola parte soltanto. --E così? domandò ella a donna Livia. --Il conte è pronto ad assecondarci, rispose la duchessa: se otterremo il nostro scopo, sarà grazie a lui. Ei partirà prestissimo: forse prima non lo rivedremo più. Donna Rosalia guardò il cavaliere di Malta; e nei suoi occhi neri grandi e belli si dipinse una viva riconoscenza. --Grazie, grazie, dissegli, per mio padre e per me. --Fo il mio dovere, cara figlioccia: io pure desidero assai togliermi la parte di responsabilità, lasciatami in questo affare dal duca morente. E poi colui, che cercherò reintegrare ne' suoi diritti, non è forse mio zio? Non avrei osato agire solo, perchè personalmente io non devo una riparazione. E come per distrarre la giovane, per occuparla di altro che del principe, aggiunse: --Siate cauta, cara donna Rosalia: adoperatevi colla duchessa, affinchè non si penetri da alcuno il vero motivo della mia assenza. --Oh non temete! quel progetto mi sta tanto a cuore! --Ora, riprese il conte, ritorno subito a Catania. Prima di partire mi recherò da don Francesco: se sarete ritornate in città, avrò il piacere di salutarvi ancora: altrimenti, pazienza! Egli contemplò qualche istante donna Rosalia e la duchessa; la prima con una tenera compassione; la seconda un po' più a lungo, e con espressione indefinibile. Indi decidendosi, si strappò alla specie d'incanto, che lo tratteneva in quella sala: e dopo aver abbracciata donna Rosalia, e baciata tremando la mano alla duchessa, partì. La moglie e la sorella di don Francesco rimasero silenziose: entrambe erano commosse, agitate. Il progetto di donna Livia era generoso; ma chi sa dove poteva condurre? Quasi subito una vecchia che era sempre stata governante di donna Livia, sin da quando questa era bambina, venne ad avvertirla che il benedettino, invitato segretamente da lei a recarsi al castello, era giunto non visto da alcuno, ed attendeva nella cappella. Donna Livia vi si recò all'istante. VI. Sul cadere dello stesso giorno, in cui il duca ed il conte si recavano al castello di donna Livia per fini diversi, donna Maria passeggiava sola nel giardino del palazzo. La passeggiata aveva certamente uno scopo; perchè l'affascinante bionda camminava rapidamente, e non si arrestò che dinanzi un rustico padiglione, situato in fondo al giardino istesso. Entrò in una stanza terrena di quel fabbricato, la cui finestra dava su di una via isolata e deserta. Donna Maria sedette sopra un rozzo sgabello di legno: attesa un poco, indi si alzò: guardò dalla finestra, e:--Non viene ancora, disse tra sè. Ma, a che mi lagno? Non gli ho io fatto raccomandare di aspettar la notte? Mio fratello è sì violento, esigente, bizzarro, che, se mi sorprendesse in colloquio con un cavaliere, sarebbe capace di un eccesso... Ma egli è assente.... Ah! lo comprendevo bene: sapevo di non arrischiarmi troppo, dando al principe un appuntamento... Ero sicura che don Francesco si sarebbe recato al castello, onde sorprendere la sua cara sposa col cavaliere!... Chi sa che cosa può accadere?... Ma ecco il principe: e non è ancor notte fatta.... Ora temo quasi sia troppo presto... Guardò intorno a sè. Ma nessuno mi vede, pensò. Quasi subito un giovane gentiluomo entrò dalla finestra, che potè facilmente scavalcare. Era desso il principe degli Alberi, colui che donna Rosalia amava con tanta passione. Era piccolo, bruno, delicato; con un certo che di languido nella fisonomia assai più dolce e gentile di quanto addicasi ad un uomo. Donna Maria lo salutò con un sorriso molto espressivo, e gli porse la mano, ch'ei baciò con trasporto. --Finalmente! esclamò il giovine, vi trovo sola: posso dirvi finalmente, lungi da ogni sguardo importuno, quanto vi amo! La sorella del duca ascoltava coll'aria di una donna che è certissima del suo potere, e che si tiene egualmente certa non si possa mai eccedere nell'adorarla. Dagli sguardi, che il principe fissava in lei, era facile comprendere che quella fanciulla era tutto per lui... Se donna Rosalia lo avesse veduto in quell'istante, non avrebbe più conservato la menoma lusinga! Si sarebbe sentita trafiggere il cuore da una mortale ferita. --Vedendovi, diceva egli a donna Maria, trovandomi solo con voi, mi illudo: mi sembra che la felicità, di cui godo, debba essere duratura; che nulla al mondo possa aver forza bastante per farla cessare, per costringermi ad allontanarmi da voi! Ella sorrise ancora. --Speriamo, rispose. --Oh certamente! Se non sperassi farvi mia, non potrei vivere.... E pensare che devo differire a chiedere la vostra mano! Credete che tale dilazione dovrà esser lunga? --Di qualche mese almeno. --Quale fatalità! --Ne soffro al pari di voi, principe,--disse donna Maria, alzando al cielo i begli occhi, nei quali sembrava fremere una viva passione, repressa soltanto dall'onore e dalla modestia. Il giovane la contemplava estatico agli ultimi chiarori del giorno; sembrava che volesse prolungarli col desiderio, ed impedire alle tenebre di avvolgere quella seducente bellezza. Certo, se egli aveva dei rimproveri ad indirizzarsi sulla sua condotta passata, se il pensiero di donna Rosalia poteva cagionargli rimorsi; rimproveri e rimorsi dovevano essere ben leggieri. E forse non sospettava nemmeno le lagrime amare che la sua incostanza faceva scorrere in quegli stessi istanti. Ah! perchè si può impunemente distruggere la felicità di una persona, senza che tal colpa, la quale molte volte ha conseguenze più funeste di un delitto, venga punita?--Ma non è infamia mancare a promesse che talora un uomo, talora una donna ebbero l'ingenuità, la sciocchezza di credere sacre.... È invece cosa naturalissima!... Non è crudeltà dimenticare d'aver pronunciate parole che forse s'impressero a caratteri indelebili nella mente, nel cuore di chi non si vuole, non si può più amare; è soltanto cedere alla natura che spinge verso un altro oggetto; il quale, simile al sole, che oscura co' suoi fulgidi raggi le faci trovate talvolta al mattino, fa impallidire ogni altra immagine. E coloro, che agiscono in tal modo, credono in buona fede di non far gran male. Il principe, per esempio, mentre stava contemplando donna Maria, non si preoccupava molto di tutto questo: è vero ch'egli aveva a scusa una passione più forte della sua ragione, che lo conduceva, che lo trascinava: ma bastava ciò?... --Credeva, proseguiva egli, aver trovato un mezzo per affrettare il compimento de' miei voti. --E qual mezzo? --Non so se devo parlarvene: esso non è riescito. --Comunicatemelo egualmente. --Già da molti giorni non potevo vedervi, e ciò mi addolorava assai; questa privazione mi rendeva più crudele l'idea del contrattempo che tanto mi affligge. Pensai che facendo parlare al duca da qualcheduno della vostra famiglia mi avrebbe giovato, e m'indirizzai al conte di San Giorgio. --A lui? --Sì. Donna Maria parve riflettere. --E che vi rispose? domandò poi. --Mi disse ch'ei non ha alcuna influenza su don Francesco, e mi consigliò a chiedergli direttamente la vostra mano, quando lo giudicherò conveniente. --Ah, egli vi disse questo? E donna Maria si volse: aprì una piccola lanterna che stava in un angolo della stanza, e chiuse le pesanti imposte della finestra, onde nessuno potesse scorgere il lume dalla via. Dopo un istante il principe continuò: --Compresi che il conte non voleva forse adoperarsi per noi: però anche senza il suo concorso.... Donna Maria lo interruppe: --Quel concorso non ci sarebbe stato di grande utilità. --È dunque vero che il duca non si sarebbe lasciato persuadere da lui? --È verissimo: ed è forse meglio ch'egli abbia rifiutato. Ed intanto pensava alla scena che forse avveniva al castello, e che ella stessa aveva preparata. Ma ad un tratto una subita riflessione venne a turbarla grandemente... Il principe aveva parlato al cavaliere di Malta... E se fosse stato per comunicar ciò alla duchessa che il conte.... Ella aveva udito dell'abboccamento; ma qualche parola appena, mentre stava nascosta dietro una portiera... E se il duca riconoscesse infondate le sue accuse?... Ei, che già le aveva proibito dubitare di donna Livia!... Oimè! pensava; avrei fatto una bella cosa!... Qual sarebbe la sua collera!... Egli, così violento, brutale!... Oh bene! gli dirò chiaro che acconsento a serbare il segreto rilevato da nostro padre, a condizione soltanto ch'ei mi lasci sposar presto il principe. Quest'ultima idea la rassicurò alquanto, e si rivolse sorridente al giovane. --Quali pensieri vi occupano, donna Maria? chiese egli. Nei vostri begli occhi mi parve leggere come dell'inquietudine, e... Ella non lo lasciò terminare. --Nulla, disse: pensavo che faceste male ad agire senza consultarmi: vi avrei risparmiato un inutile passo. --Purchè tal passo non ci riesca dannoso, che m'importa di averlo sprecato? Tutto è per me indifferente fuorchè il nostro amore. --Sì; ma bisogna condurci con prudenza. Prudenza!... Questa parola, proferita freddissimamente da donna Maria, fece sull'innamorato principe l'effetto d'un pezzo di ghiaccio sul fuoco. La giovane nel pronunciarla non aveva pensato che alla collera di don Francesco, provocata forse inconsultamente da lei, e non si era lasciata trasportare dall'entusiasmo del suo innamorato, come aveva finto sino ad allora. --Ah! mormorò il giovine tristamente; voi non mi amate, come io vi amo, donna Maria. Ella comprese tosto l'errore commesso, e con una adorabile languidezza: --Non vi amo, disse, perchè tremo per voi? Perchè pavento che qualche passo troppo azzardoso possa suscitare nuovi ostacoli alle nostre nozze?... Impedirle forse?... E voi potete dirmi che non vi amo? --Perdonate! esclamò il principe. --Non dubiterete più di me? gli chiese donna Maria con accento incantevole. --Mai più: lo giuro. --Bene, allora ascoltatemi, e lasciate che io vi dica come dovrete contenervi. --Sì, consigliatemi voi, donna Maria: che farò per ottenere l'assenso del duca? --Fate quanto vi disse il cavaliere di Malta. --Voi credete dunque che il suo consiglio sia buono? --Sì, sì. --E quando dovrò porlo ad effetto? --Ve ne avviserò io. --Non sarà mai tanto presto quanto lo desidero. --Ma, caro principe, bisogna concedere un ritardo un po' lungo per la morte di mio padre. --È vero! Vi fu un momento di silenzio, dopo cui il giovine disse a donna Maria: --E potrò almeno qualche volta vedervi ancora.... sola.... come... stasera? --Sola non so. --Ma la duchessa è al castello: per qualche tempo senza dubbio vi rimarrà. --Sì; ma io non avrò gran libertà egualmente: poi potrebbero sorgere accidenti impreveduti, che affrettassero il ritorno di donna Livia,--aggiunse con una esitazione che sembrava oscillare tra il timore e la speranza. --Come? --Che volete? Temo sempre. Queste ultime parole, pronunciate con dolcissima espressione, incantarono il principe. --Non so, disse, se dovrò cessare le visite che facevo in palazzo di tanto in tanto, vivente vostro padre. --Vedremo. Se fosse necessario un tal sacrificio, aggiunse ella sospirando, esso costerebbe a me non meno che a voi. In quel momento l'essere più diffidente avrebbe giurato che donna Maria diceva il vero: sì grande è l'ascendente di un vago volto. Come adunque non l'avrebbe creduto il principe, che l'adorava?... Aveva errato nell'amare quella fanciulla d'indole più che perversa, sopratutto se per lei aveva tradito un'altra; ma ora, come presumere ch'ei si arrestasse? Chi saprebbe farlo su un delizioso pendío cosparso di fiori, ai piedi del quale non scorge il precipizio in cui può cadere? Donna Maria non ingannava intieramente il suo innamorato però: per esempio, quando diceva soffrire del ritardo, degli ostacoli forse, che la morte del padre aveva suscitato alle loro nozze, era nel vero. Mai ella avrebbe trovato un miglior partito del principe!... Era avida di libertà, di piaceri, di dominio! Ogni suo voto sarebbe stato soddisfatto, appena fosse sposa di lui. Affezioni simili non datano dal dì d'oggi, benchè la educazione diversa, i diversi costumi potessero renderle assai più rare in quel tempo. Donna Maria aveva dunque in sè degli elementi preziosi di progresso: perchè ogni sua parola, ogni sorriso, ogni sguardo era calcolato, gettato per fare effetto. E con questi difetti, o qualità, come si vorrà chiamarle, cattivava intieramente il principe. --Oimè! il tempo di separarci è venuto, gli disse ella. --Che! di già? Mi sembra sì poco che son qui presso di voi, cara donna Maria! --A me pure; ma... --Il duca non è assente? Non siete voi libera per qualche ora? --Ei non mi disse quanto sarebbe durata la sua assenza. Seppi a caso che doveva partire... Una passeggiata a cavallo può durare anche pochissimo. --Ah sì! avete ragione: mi converrà lasciarvi. Al suo ritorno don Francesco potrebbe chiedere di voi... Ma non temete l'indiscrezione di qualche servo? --Non temo; perchè mi vedono molte volte passeggiare in giardino, quantunque sia nel verno. Poi ho una delle mie donne, che mi è intieramente devota, quella che impiegai sempre per comunicare con voi.... Fu dessa che, sotto un suo particolare pretesto, ottenne dal giardiniere la chiave di questa stanza. Ora ella veglia qui presso. --Addio dunque, donna Maria: rammentatevi di me. --Potete voi dirmelo? --Chè non mi è dato rattenere il tempo? --Vedete, caro principe: la notte è già discesa: partite; addio. Il giovane dovette rassegnarsi: e dopo qualche altra parola di commiato piena di passione, si allontanò colle più grandi precauzioni. La notte era discesa infatti, e donna Maria non indugiò a rientrare. Era agitata. Ormai si teneva sicurissima, è vero, d'aver affascinato il principe in modo, che ei non potesse più sfuggirle. Quel primo colloquio, avuto con lui da sola a solo, ne la accertava: per questo pensava meno al giovane di quanto lo avesse fatto prima di recarsi all'appuntamento. Ma altri timori le impedivano gioire intieramente del suo trionfo. Il duca adirato le passava dinanzi come un fantasma terribile. Una sola persona, lo sapeva, poteva farsi perdonare da lui; ed era quella persona appunto, ch'ella aveva accusata. Le restava minacciare il duca di rivelare il segreto del padre; ma questo pensiero, che dapprima l'aveva rassicurata, non le infondeva più tanto coraggio. Ella non potrebbe egualmente forse salvarsi da una esplosione di collera. «Ma a che temer tanto? dicevasi poi, aggiungendo, come sempre accade, nuove riflessioni alle antiche.... Io posso sostenere arditamente, se don Francesco mi rimprovera, che credevo esser nel vero.... D'altronde gli dirò che intendevo parlare del cavaliere soltanto, non di donna Livia.... Poi, chi sa!... Se il duca avesse sorpreso una sola frase equivoca, allora!... Sì, ciò basterebbe a renderlo furioso, e spingerlo ad un eccesso. »E mia sorella? Oh avrà bel fare!... Il principe ama me sola.... di questo non voglio più preoccuparmi; non devo nemmeno parlargli di lei.... no; non voglio mostrare di temer donna Rosalia.» Qualche momento dopo, donna Maria era seduta tranquillamente dinanzi al camino in una sala di riunione. Attendeva il ritorno del duca con viva ansietà. Molte volte aveva già chiesto di lui alla fidata camerista, che erasi guadagnata colla promessa di condurla seco e di migliorarne la condizione, quando ella sposerebbe il principe degli Alberi. Ma il duca non era ancor ritornato. Eppure le stelle già da qualche tempo brillavano in cielo. «Mi sembra ch'egli indugi, pensava donna Maria: che sarà mai avvenuto? Si sarebbe egli già pacificato con donna Livia?... Ma il castello è lontano una buona lega dalla città.... Andare, venire, fermarsi.... vi vuole il suo tempo!» Poi, vedendo entrare la camerista senza che l'avesse chiamata: --Ebbene? le domandò. --Il signor duca è ritornato, rispose l'interrogata. --Viene qui? --No: è già salito nel suo appartamento, e vi si è rinchiuso. Donna Maria si alzò. --Accompagnami alle mie stanze, disse alla camerista, che la seguì in silenzio. Era collera verso di lei, o verso la moglie, che faceva desiderare al duca di essere solo? Donna Maria se lo chiedeva con qualche timore. VII. «Donna Livia non ama il conte!...» Ecco il primo pensiero del duca; le prime parole che gli erano venute alle labbra, appena lasciato il suo nascondiglio! E tale convinzione gli aveva fatto provare un istante di gioja purissima! Essa per un momento aveva scacciato dallo spirito di lui ogni altra preoccupazione!... Persino il segreto rivelato dal padre; il cavaliere dell'Isola; i suoi eredi; la pergamena distrutta erano stati dimenticati in quel punto! Tutto era sparito, come una tetra fantasmagoria, costretta ad indietreggiare dinanzi alla dolce realtà. Il marito felice, nel riconoscere accusata a torto una sposa adorata, aveva vinto il signore orgoglioso, ingiusto; l'uomo ostinato, irascibile, avido soprattutto di comando. Ma ahi! come per poco! Perchè quella sensazione, che egli aveva provata vivamente, non aveva cercato rattenerla? Perchè doveva essere passaggiera, fugace, come tante sentite talora contro volere; senza saperlo quasi; soltanto per un istinto di natura? Quella sensazione aveva lasciato nel duca, è vero, una traccia del suo passaggio; ma essa col suo entusiasmo, colla sua poesia si era allontanata come luce sovrumana, incantevole; come sogno delizioso e fuggitivo, di cui è dato serbare soltanto il ricordo. Altri sentimenti nè entusiastici, nè poetici, radicati fortemente in don Francesco, non avevano voluto cedere per molto il campo ad un'ubbia generosa. Atterriti, per così dire, del momentaneo esilio che in grazia di quell'ubbia avevano dovuto subire, essi si adoperarono tosto nel dimostrare al duca come il mettere in oblio per una donna ogni altra cosa sarebbe stato mancare di dignità. Così quei sentimenti tornarono a signoreggiare il suo cuore.... Senza di essi don Francesco, spinto dall'amore, avrebbe saputo rinunciare a' suoi ingiusti progetti; acconsentire alla perdita di qualche parte delle sue ricchezze; sopportare il disdoro che egli credeva dovesse venire alla sua famiglia, alla sua casa da quella riparazione. E tutto questo per ottenere l'approvazione della duchessa! Donna Livia non lo aveva sposato per inclinazione; ma era buona, sensibile: sarebbe stata commossa nel vedergli fare un sacrifizio che ella più d'ogni altra avrebbe apprezzato.... E.... chi sa!... Al sentimento del dovere, che solo l'aveva guidata sino allora, si sarebbe forse aggiunta un'affezione non appassionata, ma riconoscente e sincera.... Ella aveva amato un altro, amato moltissimo; ma colui era morto: e se ella avrebbe voluto restargli fedele egualmente: se perciò aveva desiderato assai rimaner sempre libera: non rifiuterebbe ora forse un giusto affetto all'uomo di cui portava il nome: al padre di suo figlio, ove ei sapesse meritarlo: gli perdonerebbe alla fine di averla fatta sua quasi forzatamente. E ciò non sarebbe stato grandissimo compenso ad un sacrificio d'orgoglio, d'interesse, d'amor proprio? Questa era la via, che la gioja provata nel veder donna Livia sempre degna dell'amor suo, aveva per un istante additata al duca; e dalla quale lo allontanarono poi le altre sue passioni. Egli si vergognò come sempre di amar tanto; e come sempre si promise di non cedere. Eppure questa vittoria di un cattivo démone gli costava, ne soffriva assai. Non si ha l'idea delle pene strane che deve provare un cuore trabalzato continuamente da un sentimento all'altro, incatenato da pregiudizii che non ha la forza di svellere, e che lo rinchiudono in una prigione di ferro. Dopo essersi dibattuto tra l'amore, che lo spingeva al bene, e l'orgoglio che lo trascinava al male, don Francesco aveva finito per cedere al secondo: e così la sua volontà, nell'esigere ad ogni patto che il segreto di famiglia fosse serbato, era rimasta eguale. Escito dalla dolce esaltazione di poco prima, tornava a veder le cose dal lato pratico: però alcun che di quella esaltazione gli era rimasto, ed unito agli altri suoi pensieri creava una specie di caos nel suo cervello. E donna Maria? Il duca vi aveva pensato un istante con vero orrore; ma poi riflettendo si era sforzato a calmarsi; aveva gran motivi per non abbandonarsi all'ira, ma per frenarsi aveva bisogno di non veder subito la sorella, e per questo al ritorno dal castello era salito tosto nel suo appartamento. Seduto innanzi ad un gran fuoco, egli riandava nella sua mente tutto quanto gli era avvenuto in pochi giorni, dalla morte del padre sino a quella sera. «Dunque, pensava, era per prevenire donna Livia dell'amore del principe per donna Maria; della sua intenzione di chiedermela in isposa, che il cavaliere si recò al castello? Ed io avevo sospettato?... Mi ero sentito ardere di gelosia?... Eppure.... se avessi riflettuto, non avrei dovuto temere.... Ella non mi diede mai motivo di dubitare.... Perchè ho io prestato fede a donna Maria, quando da lungo tempo avrei dovuto comprendere ch'ella odia mia moglie?... Poi avrà temuto che la duchessa mettesse ostacolo al suo matrimonio col principe; che cercasse impedirlo per compassione di donna Rosalia.... »Anche di costei mi si spiega ora l'eterna malinconia.... Avrei dovuto avvedermi da me medesimo di tutto questo; ma per verità non me ne sono mai preoccupato.... Basta: ora penserò.... Ah! donna Rosalia ama il principe senza speranza?... E donna Livia ne ha pietà?... Ciò è naturale!... Ella deve aver riflettuto a lungo sul sentimento!... Ella!...» Ed il volto del duca si annuvolò.... Una specie di sorriso amarissimo sfiorò le sue labbra; ma fu un lampo!... «Devo io negare donna Maria al principe? pensò poi.... Devo rifiutargli la sua mano, quando me la chiederà?... Colei lo meriterebbe: ma la conosco!... Si vendicherebbe di me, col palesare il segreto, che voglio tenere celato.... Nulla l'arresterebbe.... Lasciandole invece sposare il principe, tacerà.... Ne sono certissimo: non ha gli scrupoli della duchessa.... Ma ella pure dovrà obbedirmi.... Che mai conterà fare?... Mi sembra impossibile imporle la mia volontà.... Ed il cavaliere?... Ah, egli avvisò donna Livia che si guardasse da mia sorella!... Aveva compreso che questa si era avveduta del suo amore per la duchessa.... In questo donna Maria non mi ha ingannato.... Forse mi rese un servigio; ma ella m'offese.... Sì, il conte ama donna Livia!... L'ama con idolatria: lo compresi dalle sue parole, dal fremito della sua voce!... Indegno!... Basta: lo tratterò in avvenire con tanta freddezza, che non oserà frequentare la mia casa!... Non è che io tema della duchessa!... Mai ella amerà il cavaliere, come mai non amerà alcuno!... Per questo saprò contenermi con mio cugino.... Ho d'uopo del suo silenzio; e se me lo promette, tacerò per ora.... Un duello con lui sarebbe in questo momento uno scandalo.... Del resto il mio onore è illeso; ed io non devo preoccuparmi di una folle passione del cavaliere, che d'altronde da un istante all'altro può lasciar la Sicilia, per sempre forse.... Sì, otterrò il silenzio di tutti!» ................................................................. ................................................................. Il giorno dopo, don Francesco ordinò ad un servo d'invitare donna Maria a passare da lui. Aveva stabilito un piano che doveva cominciare dall'intendersi colla giovane. Ella non si fece aspettare: era ansiosissima di sapere qualche cosa, benchè non fosse affatto senza timore su quel colloquio. Esaminò rapidamente, con grande attenzione, il volto del duca; ma non potè trarre alcuna congettura da tale esame, tanto quel volto rimase impassibile. --Che volete da me? domandò al fratello, sedendo sulla seggiola ch'ei le additava in faccia a lui. L'accento di donna Maria era il più naturale del mondo. Il duca la fissò un momento senza parlare: sotto quello sguardo incisivo e duro la giovane si sentì arrossire a suo dispetto. Fu costretta ad abbassare gli occhi, quantunque tutt'altro che timidi; ma la sua coscienza non era tranquilla. --Bramo, le rispose lentamente il duca, sapere su qual fondamento basava l'ingiusta accusa che lanciaste alla duchessa. L'ingiusta accusa? Dunque don Francesco l'aveva riconosciuta tale.... Ella non aveva temuto invano: bisognava ricorrere senza esitare ai mezzi di difesa preparati.... E donna Maria vi ricorse all'istante. --Questo rimprovero mi sorprende: vi avevo già detto che io non intendevo menomamente offendere la vostra sposa: intendevo parlare del cavaliere soltanto; e credetti darvi coll'avvertirvi del suo amore per la duchessa una prova di devozione. Se voi pensate diversamente, mi giudicate male, ve lo giuro. Il duca sorrise con incredulità. --Ciò potrebbe anche essere, mormorò. Donna Maria non fu per nulla rassicurata da quelle parole. La calma di don Francesco le sembrava forzata; e soltanto l'idea che egli aveva bisogno del suo silenzio le infondeva coraggio: poichè infatti, pensava, se egli, così violento, si contiene, vuol dire che teme disgustarmi. --Ciò non toglie, riprese il duca, che voi abbiate commesso un gravissimo errore, una colpa anzi, tentando gettare in me dei dubbj su donna Livia. --No, poichè sapevo che l'amate al punto da.... Donna Maria aveva detto ciò con qualche ironia, trasportata dalla sua animosità per la duchessa, involontariamente fors'anche. Don Francesco l'interruppe. --Vi avverto, donna Maria, le disse alterato, che non sono disposto a tollerare la menoma celia, per quanto velata essa sia. La giovane si era fatta pallida, ma si rimise tosto. --Credeva parlando così, disse, giustificarmi, rispondere alle vostre domande. Ella aspettavasi che suo fratello le dicesse da un momento all'altro il motivo pel quale il cavaliere si era recato al castello, motivo che ella credeva conoscere; ma così non fu: gliene increbbe assai, perchè aveva stabilito valersene ad ottenere l'assenso alle sue nozze col principe. --No, riprese il duca: voi non credeste rispondere alle mie domande, asserendo tenervi certa che io non avrei dubitato di donna Livia. Voi pensate tutto all'opposto. Credete voi che io non vi conosca? E si arrestò, volendo giudicare dell'effetto che farebbero queste sue parole. Ma donna Maria seppe questa volta contenersi mirabilmente e credette dover metter mano senz'altro all'ultimo colpo, cioè al segreto del padre. --Ecco, disse senza alterarsi, quanto ottenni da voi in ricambio della mia devozione. --Spiegatevi. Era su quel terreno ch'egli aveva voluto condurla. --Sì, riprese donna Maria, non ho io forse rispettato senza discuterlo il vostro volere, quando tutti gli altri vi contrastavano?... quando la vostra sposa... --Basta, interruppe il duca alzandosi e mettendosi a passeggiare: basta. E dopo un istante di silenzio, che donna Maria non osò rompere: --Ebbene, sì, disse: voi in quella notte mi avete ubbidito, secondandomi. Non istarò ad indagare se il faceste unicamente per vostro particolare interesse; lo riconosco senza restrizione: è tutto quanto posso fare per voi. «Ah, egli scende finalmente a patteggiare,» pensò donna Maria...--E fatta più ardita da questa riflessione, si rivolse al duca: --A proposito, e gli altri taceranno? Don Francesco si accigliò; quella domanda risvegliava tutte le sue inquietudini; pur nondimeno rispose con un cenno affermativo. --Ne sono contentissima. --Davvero? --Certamente. --Se è così, tacerete, senza chiedervelo, voi. Donna Maria parve imbarazzata; poi decidendosi: --Sì, tacerò; ma anch'io voglio facciate qualche cosa per me. --E che cosa? --Prima di chiedervela.... Ed ella esitò. --Continuate. --Poco fa mi sembraste non prestar fede alle mie parole... ed io.... --Donna Maria, disse il duca cangiando tuono, non voglio più udirvi parlare dei vostri indegni sospetti. Spiegatevi.... Voi mi avete offeso, gravemente offeso calunniando la duchessa, il sapete: e sapete altresì che, se vi perdono, è soltanto a condizione che il segreto di famiglia non venga mai svelato da voi. Lasciate ogni reticenza: che volete da me? E la guardò attentamente. Donna Maria, sorpresa da quel cangiamento, rimase sulle prime un po' stordita. Perchè don Francesco non le aveva parlato così a dirittura? Se sapeva quanto doveva chiedergli, ed ei lo sapeva certamente.... Era dunque per non darle la soddisfazione di confessare che era stato al castello?... Ma, qualunque fosse la causa che lo avesse guidato, ella comprendeva che era risoluto a comperare il suo silenzio... E senza occuparsi maggiormente a spiegare a sè stessa ciò che vi era di strano nel procedere del duca, rispose quasi subito: --Voglio chiedervi non disponiate di me senza consultarmi, e non diversamente di quanto contava fare nostro padre. --Nostro padre pensava maritarvi, disse affrettatamente il duca, che voleva finirla.... Comprendo: voi volete che vi pensi anch'io.... Infatti, siete nata pel mondo voi.... Egli sorrise sarcasticamente, passando le dita nei suoi folti baffi neri. Ma donna Maria non si spaventò di quel contegno: provò per altro un vivissimo senso di dispetto nel pensare che don Francesco, il quale sembrava farsi un piacere d'umiliar tutti, ed a cui per allora ella era soggetta, aveva potuto perdonare a donna Livia, che ella odiava, la distruzione della pergamena; sdegnarsi, soffrire delle offese fatte a colei. Ma perchè invidierebbe la duchessa? Fra poco non l'attendava forse un eguale destino? Migliore anzi: perchè ella comprendeva bene che donna Livia non era felice.... Non avrebbe ella presto uno sposo che l'amerebbe quanto il duca amava sua moglie, e che di più le sarebbe facile dominare, perchè nè orgoglioso, nè ostinato? Scacciò dunque quel movimento di rabbia, e rispose tranquillamente al duca: --Ebbene, sì: desidero vivere nel mondo; ma ho temuto, perchè so che una volta consigliaste nostro padre a mettermi in un ritiro. --La vostra domanda riguarda anche donna Rosalia? chiese il duca ironicamente. Era un altro rimprovero: e se donna Maria avesse prima dubitato che don Francesco non fosse stato al castello, quelle parole ne l'avrebbero accertata. Ma, guardando all'avvenire sì ridente per lei, pensò non doversene offendere per allora, e rispose: --Io non conosco i gusti di donna Rosalia. --Bene, bene: se mi si presenterà per voi un buon partito, non lo rifiuterò. Ei non parlava del principe, e donna Maria si decise finalmente a farlo ella stessa. --Il principe degli Alberi mi ama, disse: egli vi chiederà la mia mano. --Ah, voi mantenete corrispondenze amorose? domandò allora il duca con una severità piena per altro d'indifferenza. --Vedevo il principe soltanto quando veniva da nostro padre, e.... --Basta, basta: vi dispenso dal giustificarvi. Quella specie di sprezzo ferì molto donna Maria; ma si propose rimandare la vendetta a tempo migliore; e senza darsene per intesa: --Dunque se il principe verrà al palazzo, e mi chiederà se deve sperare, potrò rispondergli affermativamente? --Sì, sì; ma non colloqui sotto le finestre, non abboccamenti misteriosi; perchè ciò sarebbe sconveniente, e non lo permetterei. Donna Maria pensò che non aveva tremato invano d'essere scoperta la sera prima: si felicitò della prudenza avuta. --Non dubitate, rispose.... E quando potrò... --Bisogna attendere un poco, mi pare: per convenienza almeno.--Ed aggiunse con ironia:--Oh, avete la gran fretta di aver marito!... --Non è questo: soltanto volevo sapere ad un dipresso.... --Fra tre o quattro mesi, diss'egli seccamente. --Benissimo, vi ringrazio. Era soddisfattissima della buona riescita di quel colloquio. Benedisse al segreto del padre, grazie a cui soltanto il duca assecondava i di lei voti. Don Francesco le si avvicinò, e guardandola fissamente: --Ora, le disse, non vi raccomando di nuovo di serbare il silenzio sull'affare che sapete, e non parlarne mai nemmeno col vostro sposo istesso: non avete alcun interesse a tradirmi: solo vi dirò che, se mai per animosità o per dispetto lo faceste, io ve ne farei pentire. Nessuno, rammentatevelo bene, nessuno vi salverebbe allora dalla mia collera; vostro marito mi risponderebbe, ed alla menoma indiscrezione.... Donna Maria non aveva mai pensato a rivelare quel segreto; la responsabilità colpevole, che assumerebbe tacendo, era la cosa di cui meno si preoccupava; ma, ove anche fosse stato il contrario, le parole minacciose del duca l'avrebbero tosto persuasa. La calma, con cui egli le aveva parlato dapprima, non l'aveva illusa: aveva compreso ch'essa era simulata a fatica, e non indizio d'aver don Francesco cangiato carattere. --Non parlerò mai, esclamò, lo giuro! --E sarà meglio per voi. Ora potete ritornare nelle vostre camere. Donna Maria partì. «Sì, costei tacerà, pensò il duca. Ah, quante noje per riparare a ciò che fece donna Livia!... E se a malgrado di esse non riescissi?...» Un movimento di rabbia gli sfuggì; indi: «Domani vedrò il benedettino, vedrò il cavaliere: e se tutti tacciono, nessuno ha mai reclamato sin qui... È vero che la morte di mio padre, conosciuta da coloro, potrebbe... Ma no, no: è impossibile!...» VIII. Il giorno dopo, il duca attendeva con impazienza la risposta del benedettino. Quella sera spirava la dilazione accettata dal frate. Don Francesco non dubitava che mancasse: prima, perchè si teneva sicurissimo che non si oserebbe farlo aspettare; secondariamente, perchè il monaco aveva preso tutt'altro che leggermente quell'affare di tanto rilievo. Infatti il religioso non mancò. Non era molto che don Francesco attendeva, quando un servo venne ad annunziarlo. Dunque aveva deciso tacere: poichè altrimenti come ardirebbe affrontare colla sua presenza la collera dì un potente signore? Ma la risposta che doveva dare riguardava un affare sì delicato, che affidarla ad un'altra persona o ad una carta sarebbe stato quasi impossibile. Queste domande il duca se le fece colla rapidità del pensiero, e mentre ordinava fosse introdotto il frate all'istante. Quando questi fu nel gabinetto, e chiuse le porte, don Francesco lo interrogò. --Dunque, gli disse, siete deciso a serbare il silenzio? Il frate s'inchinò in segno di assenso. Un lampo di soddisfazione brillò negli occhi del duca; ma fu passaggiero più del lampo istesso, e pressochè impercettibile. La fisonomia di don Francesco rimase compassata ed altiera. --Ero sicuro, riprese volgendosi di nuovo al monaco, che la riflessione vi avrebbe giovato; che, grazie ad essa, avreste riconosciuto la giustezza delle mie osservazioni. Bene: potete contare sopra di me. «Ah! pensò il frate, ei crede che io abbia avuto paura!» Ma la sua adesione era stata muta: per non dar sospetto qualche cosa bisognava dire, e le ultime parole del duca gliene fornirono occasione. --Non potrò approfittare delle vostre offerte, Eccellenza, rispose. Io non sono qui che di passaggio: presto devo abbandonare questi luoghi. Era vero: il duca lo sapeva: non poteva dunque meravigliarsene: eppure, provò una certa apprensione, pensando che non gli sarebbe possibile sorvegliare quel frate. Chi lo assicurava che colui, assente, manterrebbe una promessa strappatagli, egli almeno lo credeva, dal solo timore?... Lo esaminò un istante con diffidenza: il monaco comprese quel che passava nell'animo di don Francesco, ma non proferì parola. --Io, disse il duca lentamente, vi ritengo impegnato al silenzio per sempre. Rammentatevelo bene... Per sempre! ripetè con accento minaccioso. --Non è mia intenzione mancarvi, rispose con gravità il padre benedettino. --Datemene un giuramento sacro.--E gli additò la croce attaccata al grosso rosario, che gli pendeva dal fianco. --Giuro su questa croce, disse il frate, che mai rivelerò il vostro segreto. «Cielo! pensò poi; più tardi questo cavaliere, se la duchessa riesce nel progetto comunicatomi, crederà forse che io abbia mancato a sì sacra promessa.» Il duca si era atteso a reticenze all'atto di quel giuramento solenne: e non avendo scorta nel monaco la menoma esitazione, credette poter esser tranquillo. Vedendo il frate restare innanzi a lui in silenzio, pensò ch'ei volesse, e non osasse, reclamare la promessa fattagli poco dopo la morte del padre. --Accettate dunque, disse, la ricompensa che vi aveva offerta. Un movimento di penosa perplessità sfuggì al benedettino. Il duca non vi abbadò: estrasse da un gotico scaffale una borsa piena d'oro e la porse al monaco. Questi impallidì: pensò che rifiutando avrebbe potuto far nascere dei sospetti; ma quell'oro gli avrebbe abbruciato le mani, anche adoperato esclusivamente in opere pie. «No, disse fra sè, non posso fingere a tal segno, per quanto Dio non debba condannare l'artifizio a cui degli animi nobili sono costretti ricorrere, onde riparare una ingiustizia crudele, ed evitare fors'anche dei delitti: ma non accetterò quest'oro!» E volgendosi al duca: --Eccellenza, non vogliate offendervi se io rifiuto. --Che? --La sola circostanza che le mie parole, rivelando quel segreto, sarebbero state inutili, mi persuase a tacere: non posso dunque accettare ricompensa alcuna. Il duca, benchè molto indispettito, si felicitò di aver celato al frate la distruzione della pergamena, e di averne con tal mezzo ottenuto il silenzio. Salutò con freddezza il benedettino, che s'inchinò profondamente ed escì. ................................................................. Qualche ora dopo, il duca udì bussare al suo gabinetto. --Chi è là? domandò. --Io, Eccellenza, gli rispose il suo cameriere. Don Francesco andò ad aprire. --Che hai? chiese con asprezza: avevo ordinato non mi si sturbasse. --Nè io avrei ardito farlo senza ragione; ma il conte dì San Giorgio desidera di.... --Ah, egli è qui? domanda di me? --Stava per dirlo; ma se vostra Eccellenza non vuol riceverlo, andrò ad avvisarlo. --No, no: fallo entrare subito: sbrigati. Il servo escì, e poco dopo introdusse il cavaliere di Malta. I due cugini si salutarono in silenzio, mentre il domestico si ritirava. Per un istante entrambi rimasero muti. Non erano mai stati in termini molto cordiali, e dopo il diverbio avuto la notte della morte del vecchio duca, diverbio che era stato per degenerare in aperta contesa, l'imbarazzo, che provavano trovandosi l'uno in faccia all'altro, sarebbe stato giustificato, se anche forti ragioni segrete non vi avessero contribuito. Sembrava che nessuno di loro volesse parlare il primo, e si squadrarono con qualche alterigia. Al duca pareva, durante quel rapido esame, udire il cavaliere parlare d'amore a donna Livia, ed a quell'idea il suo sangue si rimescolava: mentre sembrava al conte veder don Francesco comandare, imporre il silenzio a colei, per obbedire alla quale stava per intraprendere un lungo, periglioso e forse inutile viaggio; per la quale senza esitare avrebbe data la vita. A lui non venne neppure in pensiero che il duca, anzichè aver assistito ad una parte del suo abboccamento con donna Livia, ne avesse avuto la menoma contezza. L'aria accigliata, con cui veniva ricevuto, non poteva sorprenderlo: era abituale a don Francesco: epperò ruppe primo il silenzio. --Sono venuto per salutarvi, duca, disse: domani io parto. --Partite? come? per dove? --Per Malta. Un ordine pressante mi vi chiamava già da qualche giorno. Il duca provò un movimento di soddisfazione; ma tosto un sospetto gli attraversò lo spirito, però non lo lasciò scorgere per allora al cugino. --Vi ringrazio, cavaliere, gli rispose, della vostra premura: ve ne sono doppiamente grato, perchè non ignorate certamente che io sono solo al palazzo con donna Maria. Dicendo questo, lo guardava fissamente. Il conte si turbò. «Ah sì! disse tra sè: è meglio che io parta, che mi allontani: avrei dovuto farlo prima senza esitare.» E con gravità rispose: --Non dovreste esser sorpreso della mia visita; oltre al congedarmi da voi, essa ha un altro scopo, che conoscete. --È vero. Ebbene, che cosa avete risolto? --Finchè rimango a Malta, vi prometto il silenzio da voi chiestomi col vostro foglio. Queste parole gli costarono assai. --Bene, rispose il duca: il tempo vi farà persuaso certamente che io ho ragione di voler evitare alla nostra famiglia degli scandali... Ma quanto rimarrete assente da Catania? Non potete dirmi nulla di più, conte? Ei lo guardava con insistenza. Il cavaliere di Malta comprese che non era senza sospetti. Per rassicurarlo, soprattutto per evitare a donna Livia dei dispiaceri, benchè si sentisse internamente indignato per la domanda fattagli, estrasse un foglio, e lo porse al duca, dicendo con una certa indifferenza: --Non saprei: vedete voi stesso l'ordine del gran maestro, che già da due settimane ho ricevuto: mi dice di recarmi a Malta, appena ciò mi è possibile, senza precisarmi il perchè. Jeri vidi uno dei miei confratelli reduce dall'isola, che mi rinnovò a voce le istanze del gran maestro... Infatti differii anche troppo. Il duca, benchè con qualche esitazione, esaminò attentamente quel foglio: la sua fronte si spianò; l'ordine era preciso, autentico: ogni dubbio gli era impossibile. Restituì il foglio al conte, non senza pensare che l'indugio, posto da questo a partire, proveniva dal suo folle amore per la duchessa. «In ogni modo, disse tra sè, tal partenza mi giova, e comincio a credere che la sorte mi favorisce.» E vedendo il cavaliere già disposto a partire: --Volete salutare donna Maria? gli chiese: la farò chiamare. --No, no: non voglio disturbarla a quest'ora inopportuna. Il duca era già certo di tale risposta, sin da quando aveva fatto l'offerta. Il conte, temendo che suo cugino gli chiedesse promesse più formali, che sapeva non poter attenere, si congedò. --Addio dunque, duca, disse: vi prego presentare a donna Livia ed alle vostre sorelle i miei saluti di commiato. --Non vi mancherò, rispose don Francesco,--cercando dissimulare l'ironia, della quale era improntata la sua risposta.--Vi auguro fortuna nel vostro viaggio. --Grazie, rispose il conte. «Ah, se ne sospettasse il finale scopo, pensò, non mi augurerebbe fortuna! Ma già lo conosco: non fu sincero egualmente.» Ed escì, dopo avere scambiato col duca un altro addio freddo e cerimonioso. Don Francesco gli guardò dietro per qualche istante. «Sì! egli va davvero a Malta, disse tra sè: comprendo ora.... Ei prese pretesto dall'amore di donna Rosalia per veder sola la duchessa almeno una volta prima di partire... Maledetto! Benchè ei non possa nutrire alcuna speranza, pure sono doppiamente lieto ch'ei si allontani... A Malta potrà forse trovare imbarazzi grandissimi: e quando ritornerà, vedremo... Se non vorrà promettermi il silenzio, ebbene... un duello deciderà.... Io sono sicuro della mia spada, quanto egli della sua, benchè tra le più temute dei cavalieri di Malta. Ora non mi rimane che donna Livia: mi prometterà ella il silenzio? Lo dovrà.... Feci già troppo perdonandole la distruzione della pergamena... Ma a che pensarvi? Io non avrei mai avuto il coraggio di punirla; perchè, prescindendo dalla sua ostinazione, ella merita assai....» Ei si lagnava sempre tra sè di quella ostinazione, eppure... nessuno era più ostinato di lui: e se anche donna Livia lo avesse supplicato, non avrebbe certamente ceduto su tal punto. Fu detto che il contrasto di due volontà egualmente ferme non regge; che, simili a lame di buon acciajo, volano in frantumi forzando troppo: una di quelle volontà deve spezzarsi alla fine se non piega, e ciò è verissimo. Così donna Livia dovette mostrare di piegare la sua. Un istante ella aveva pensato di pregare il duca; ma se ne era dissuasa tosto. Pregare può riescire con una tempra forte, ma moderata dal cuore sensibile, dall'intimo gentile: mentre invece non conduce a nulla con chi, pure esigendo l'umiliazione negli altri, e servendosene, non comprende ciò che essa ha di meritorio e la disprezza. La duchessa sapeva benissimo che suo marito era nel numero di questi: così aveva pensato riparare nascostamente alla colpa del vecchio duca, per quanto fosse in lei. Obbedire don Francesco in quella circostanza nol poteva: perchè, se cedere in cose di poco rilievo è virtù necessarissima, e non, come credono tanti, indizio di debolezza; lo diviene quando ci rende complici, non foss'altro che col subirli in silenzio, di atti che offendono il decoro ed i diritti della famiglia, della società. Si hanno dei doveri anche verso sè stessi: guai a chi li dimentica! Tanti uomini che sopportarono di essere disonorati impunemente; tante donne sventurate, che per una eccessiva arrendevolezza contribuiscono a mantenere i loro mariti sulla via del vizio, ne sono una dolorosissima, incontrastabile prova. Che avrebbero ottenuto, si dirà, resistendo? Nulla forse; ma almeno non si sarebbero contaminate anch'esse. Certo non si deve ricorrere alla resistenza che quando si riconoscono inutili gli altri mezzi; ma allora bisogna averne il coraggio. Anche il più grande amore non giustifica certi errori. L'amore, per essere grande, ha d'uopo d'essere puro: allora si ha ragione di sacrificargli tutto; ma se la stima, la fede, su cui dovrebbe sempre basare, mancano; si deve saperlo combattere come uno strumento di corruzione; è lacerare una tela logora, che finirebbe egualmente per cadere a brandelli. Accingersi a tale impresa, compirla non vuol dire mancare di sensibilità; preferir sè agli altri: no; poichè è soltanto per una via difficilissima, seminata di ostacoli grandi che vi si giunge: via che spaventerebbe gettandovi gli occhi assai più di quella che tiene l'eterna condiscendenza. Ma tutte queste idee vengono diversamente intese; così, mentre tanti avrebbero bisogno di rara fermezza per non lasciarsi avvilire dall'amore, il duca, che poteva farsi condurre da esso ad una nobile meta, non lo aveva voluto: emetteva tutto il suo coraggio, tutta la sua ostinazione a resistere, ed era risolutissimo a farlo, altrimenti avrebbe arrossito di sè stesso. Dopo la partenza del cavaliere di Malta, egli rimase qualche momento pensieroso. Indi si alzò mormorando: --Questa sera istessa ella dovrà promettermi il silenzio, perchè infine io posso esigerlo. Anzi voglio vederla senza indugio, subito. E chiamato un servo, ordinò si mettessero i cavalli ad una carrozza. Pochi momenti dopo partiva pel castello. PARTE SECONDA Il viaggio. I. Verso la metà di marzo dello stesso anno 1574, il conte di San Giorgio sbarcava nel porto di Manfredonia, seguito da un solo servo che da molti anni gli era sempre compagno in ogni suo viaggio. Giungeva da Malta, ove, come lo aveva detto a donna Livia, gli era stato facile ottenere dal gran maestro, a cui lo legava personale amicizia, un lungo permesso; ed essere disimpegnato da una missione in Ispagna, per affidargli la quale era stato chiamato nell'isola. Il conte non aveva voluto imbarcarsi direttamente per Venezia, desiderando percorrere, giacchè ne aveva occasione, gran parte dell'Italia, ed anche nella speranza di trovare forse in cammino qualche indizio di coloro che cercava. Il paese, che doveva percorrere, gli era affatto ignoto: mai vi si era recato, benchè molte volte avesse sentito desiderio in addietro di andare a combattere nell'Italia superiore, su quei campi inaffiati di continuo sangue. Ma la sua qualità di cavaliere di Malta gli aveva lasciato sempre pochissima libertà. Aveva preso parte alla difesa dell'isola, quando questa era stata assediata nel 1565, da Solimano II, e là vi si era grandemente distinto. Dopo che i Musulmani furono costretti a levare l'assedio di Malta, il conte di San Giorgio l'aveva lasciata anch'egli; ma sino al 1572 era quasi sempre rimasto assente dalla Sicilia, a motivo di diversi incarichi affidatigli. Ritornato in patria, aveva conosciuto donna Livia, da poco sposa a don Francesco; e quella conoscenza gli aveva fatto desiderare vivamente di restare a Catania per lungo tempo. Ma ei sapeva benissimo poter essere chiamato a Malta da un momento all'altro, come lo sapeva il duca suo cugino, che per questo non si era meravigliato della sua partenza. Dopo qualche giorno di fermata a Malta, il conte di San Giorgio aveva avuto la fortuna di trovare un piccolo bastimento mercantile, che salpava per Manfredonia. Là si provvide di cavalli e di una mula: malgrado la sua impazienza, contava viaggiare a piccole giornate. Egli si chiedeva se potrebbe giungere a scoprire il cavaliere dell'Isola: e la sua ragione pur troppo gli rispondeva che forse mai vi perverrebbe. Quando si ha la certezza di raggiungere uno scopo, sia esso pure lontanissimo, si misura la distanza con fiducia; ma invece chi assicurava il cavaliere di Malta ch'ei non correva dietro ad una chimera? Che vedeva egli, cercando consultare il futuro? Quali probabilità gli si presentavano? Ben poche ed incerte. Tutto gli appariva oscuro, come la strada che doveva percorrere: poichè, se anche gli riescisse incontrarsi col cavaliere dell'Isola, o co' suoi figli, come li riconoscerebbe? non solo; ma come lì sospetterebbe benanco sotto un falso nome, egli che mai gli aveva veduti? Quando aveva accettata la missione affidatagli dalla duchessa, non aveva pensato molto a tutto ciò. Compiere un'azione giusta; soprattutto obbedire a donna Livia; fare ciò ch'ella desiderava: ecco quanto allora aveva scorto. Non aveva nemmeno diviso i dubbj della duchessa, i suoi timori dì non riescire: l'aveva anzi rassicurata. Ma ora, nella solitudine, alla prospettiva di quel viaggio lungo e difficile forse, che doveva intraprendere, mille riflessioni scoraggianti gli si presentavano allo spirito. Però, se esse potevano raffreddare il suo entusiasmo, non iscemavano la sua devozione; e mai una sola volta si pentì dì quanto aveva promesso. Ciò non era poco: molti, il cui zelo si accende e si spegne coll'incostanza di una fiamma fittizia, avrebbero maledetto l'impegno assunto, se si fossero trovati in luogo suo. Per giudicare della abnegazione di chi si sobbarca ad un compito pericoloso e difficile, bisognerebbe poter attendere, quando sfumata l'ebbrezza dei primi momenti, chi promise si trova di fronte ad ostacoli che forse non previde nemmeno, e che per questo non sa affrontare. Allora cadrebbero molte di quelle illusioni, su cui tante volte appoggiano le speranze persino di un popolo intiero. Sarebbe doloroso assai certamente; ma forse più saggio, più salutare. Ma il cavaliere di Malta, benchè avesse subito la influenza che esercita su tutti il contatto della fredda realtà, la quale sembra farsi una gioja di spargere negli animi una specie di acqua diacciata, non si scoraggiava, e cercava il mezzo migliore per trovare la via più breve e sicura. Vedendo che non vi riescirebbe facilmente da sè, si decise a prendere tosto una guida. Aveva creduto dapprima non averne bisogno: poi gli ripugnava anche un poco affidarsi a persone che non conosceva. Egli era valorosissimo: non sapea che fosse la paura: però non ignorava che vi sono perigli, contro cui la spada non giova; agguati, nei quali una volta caduti, la destra più forte è impotente a trarne: ma questi dubbj, queste esitazioni le vinse, perchè gli premeva non perder tempo. Solo si promise sorvegliare colla massima attenzione la persona che gli sarebbe di scorta. Trovar questa persona non gli fu cosa agevole: le lunghe gite, che tentano sempre poco i contadini, spaventavano la maggior parte di coloro ai quali il conte di San Giorgio si indirizzava. Non poteva ricorrere se non che a villici, poichè si era alquanto discostato da Manfredonia: e come orizzontarsi per que' luoghi montuosi ed ignoti? La ricompensa, che ei prometteva, allettava bensì l'avidità di molti; ma la paura, la diffidenza finivano sempre per avere il sopravvento. Legato alla sua casa, al suo villaggio da un affetto tenace, sospettoso per natura, il contadino prova a staccarsi, sia pure per poco, dai luoghi ove nacque una ripugnanza grandissima, quasi superstiziosa: ed in quei tempi tal ripugnanza non poteva essere che maggiore. D'altronde per questo motivo istesso pochissimi erano andati molto in là. E la via, che il conte voleva farsi additare, era sconosciuta a molti del pari che a lui. Finalmente nella locanda di un paesello trovò una specie di mulattiere che acconsentì ad essergli di guida sino a Chieti, ove del resto doveva recarsi egualmente per commissione dei padri cappuccini, che lo impiegavano sposso. --Là giunti, disse al cavaliere di Malta, Vostra Eccellenza potrà probabilmente accompagnarsi con qualche cappuccino, che tratto tratto ve ne sono che si recano in Romagna per predicarvi o per altro. --Lo farei volentieri, rispose il conte. --Allora, riprese la guida, io condurrò Vostra Eccellenza nel convento dei Padri, che trovasi nei dintorni di Chieti. Il cavaliere di Malta accettò, e si rimise in cammino col servo e col suo conduttore, il quale montava una grossa mula carica di diverse bisacce contenenti carte ed altri oggetti diretti ai padri cappuccini. Il freddo era ancora abbastanza vivo in mezzo a quei monti: e le lunghe notti, le pioggie, che cadevano talora, obbligavano a fermate più lunghe di quanto il cavaliere avesse previsto. Nulla stancava la sua costanza: eppure per natura egli era poco paziente. Ma l'idea che le noje, cui sottostava, erano necessarie per obbedir donna Livia, bastava ad alleggerirgliene il peso. Amava la giovine duchessa come si ama di rado; immensamente cioè, e senza speranza alcuna di mercede. Una volta che egli aveva accennato tremando al suo amore, ella, se lo rammentava ad ogni istante, gli aveva detto che tale amore per la sposa di un altro, di suo cugino, era indegno di lui, che ogni sua lusinga sarebbe stata follia verso sè stesso, offesa grandissima a lei, ed egli aveva giurato di non parlarne giammai. L'amicizia, che poi ella gli aveva accordata, la fiducia che in lui riponeva lo rendevano altiero; gli bastavano, o faceva almeno il possibile perchè gli bastassero. Ed a lui era vietato persino ciò che è sempre concesso agli innamorati: pascersi cioè d'illusioni: immaginare, circostante imprevedute e lontane che possono venire a cangiare qualunque situazione più difficile. Donna Livia in ogni modo mai lo avrebbe amato; mai sarebbe stata sua. Libero, la morte di don Francesco gli sarebbe forse balenata un istante come ipotesi possibile; Vi avrebbe fermato il pensiero involontariamente, arrossendo fors'anco, ma con trepidazione; avrebbe veduto aprirglisi dinanzi una fuggitiva probabilità, una via nascosta, nella quale pur ripugnando d'entrare, avrebbe creduto scorgere una meta. Ma egli, legato da voti eterni, non aveva nemmeno mai guardato a tal via: fra il suo amore e donna Livia vi era un abisso: lo sapeva, e nondimeno la adorava sempre. Ella in quel viaggio gli era ad ogni istante presente: si chiedeva ciò che ella farebbe, che le avverrebbe in quella Catania da cui sempre più andava allontanandosi. Pensava anche a donna Rosalia: un segreto presentimento gli faceva temere che la sua figlioccia non resisterebbe alle pene che l'attendevano. Confrontava tra sè quell'assenza alle altre: provava una voluttà amara e melanconica, nel dire a sè stesso che mai si era sentito come allora legato a Catania tanto fortemente. Precorreva col pensiero il giorno in cui vi ritornerebbe: lo desiderava e lo temeva insieme. Ed intanto procedeva, ma lentamente. Era contento della sua guida, che conosceva perfettamente le strade, e che faceva quanto era in poter suo per assecondare l'impazienza che egli mostrava. Quel buon uomo era d'altronde poco voglioso di prolungarsi l'onore di viaggiare in compagnia d'un cavaliere generoso ed affabile, ma che non proferiva mai dieci parole di seguito, e che coll'esempio forse aveva reso il suo servo poco ciarliero. Ad Ambrogio, chè tale era il nome della guida, era occorso più volte far cammino insieme a frati di diversi ordini, e mai ne aveva trovato alcuno che serbasse con più regolarità il silenzio di questi suoi compagni. Credeva la parola una necessaria manifestazione del pensiero, e fra sè diceva che il suo momentaneo signore doveva pensare assai poco. Non immaginava come invece il povero conte fantasticasse continuamente; come, mentre sembrava fissare la criniera del suo bel cavallo nero, il suo cervello non potesse trovare un momento di riposo. Ambrosio in buona fede credeva, ed avrebbe scommesso, che quel gentiluomo non sapeva sostenere una conversazione; egli al contrario si sentiva nato per la società: così ad ogni momento rivolgeva il discorso al servo, non osando farlo al padrone. Non lo lasciava per un pezzo, accontentandosi della brevità con cui gli si rispondeva. Sin dal principio aveva chiesto e chiedeva ancora al fedele seguace del conte di San Giorgio il nome di questi; ma tali domande riescivano sempre inutili: il cavaliere aveva detto al suo servo Antonio che desiderava non si sapesse chi egli fosse, e ciò era bastato a chiudergli le labbra in proposito. Invano la guida diceva goder tutta la fiducia dei padri cappuccini; che quindi si poteva contare sulla sua segretezza, se la segretezza era necessaria. Il servo rispondeva colla più gran flemma che ne era intieramente persuaso. L'altro interrogava ancora su diversi argomenti. La curiosità, tutti lo sanno, è la facoltà che si stanca meno; essa si ravviva cogli ostacoli. Per questo Ambrogio non aveva rinunciato affatto all'idea di conoscere il nome del gentiluomo che accompagnava, e non isfuggiva occasione alcuna per riescire in tale intento. Un giorno egli disse ad Antonio con aria trionfale: --Ho veduto per la prima volta che il vostro padrone è un cavaliere di Malta. Ho osservato la gran croce dell'ordine sotto al suo mantello. --Sì, bravo, rispose Antonio. --Oh, io li conosco i cavalieri di Malta; i padri cappuccini me ne hanno mostrati alcuni.... Allora voi sarete stato alla guerra col vostro padrone. --Siete curioso, messer Ambrogio. Ed il bravo domestico spronò il cavallo, onde raggiungere il conte di San Giorgio, che senza avvedersene forse era sempre innanzi un buon tratto. Così si fece quel viaggio sino al principio degli Abruzzi: così probabilmente sarebbe continuato sino a Chieti, se una pioggia dirottissima non avesse costretto il conte ed i suoi compagni a passare due giorni nella meschina osteria di un paesello situato tra i monti, nascosto quasi tra le ramificazioni degli Apennini. II. Contro gli elementi è inutile impazientarsi! Ed il cavaliere di Malta, benchè a malincuore, decise, entrando nel suo meschino alloggio, di starvi finchè il tempo fosse cangiato. Sarebbe stato follia pensare altrimenti. Il cielo era carico di nubi nere, che si aprivano per lasciar cadere la pioggia con una violenza estrema. Le vie erano allagate, ed i poveri tetti di quelle case, che avevano tutte il carattere più deciso di capanne, erano scossi da sì impetuosa bufera, e sembravano barcollare. Il timore che potessero crollare, se quel temporale perdurava, non sarebbe stato infondato. Tutti si rinchiudevano in casa. Il conte di San Giorgio si affacciò alla finestruccia mal connessa della povera stanza che gli era stata fissata. Contemplò la scena che si offriva a' suoi sguardi. Non un'anima viva, non un rumore il quale contendesse anche debolmente con quello della pioggia, che infuriava sempre più. Le nubi fittissime e scure sembravano avere abbassata la vôlta del cielo, mentre gettavano una specie di tetro manto sulla campagna e la avvolgevano intieramente con esso. Il delizioso paesaggio, il vasto orizzonte che da quella finestra sarebbe stato possibile scorgere, erano spariti; non si sarebbero sospettati in quel giorno. Quella scena era triste, ma non faceva sul cavaliere una impressione penosa. Essa armonizzava coll'animo suo: lo spingeva maggiormente verso la malinconia. cui già inclinava. Dopo qualche tempo si venne a toglierlo alle sue meditazioni. --La cena è all'ordine, disse Antonio, arrestandosi sulla soglia ed inchinandosi. Il cavaliere lo seguì in silenzio; la sala da pranzo era la cucina; non ve n'era altra nell'osteria. L'oste istesso venne ad incontrare quello che aveva indovinato essere un ospite di gran conto, e lo pregò umilmente a perdonargli se non gli era possibile servirlo in luogo migliore. Il conte rispose con distrazione che ciò gli era indifferentissimo. Si assise ad una tavola preparata per lui in fondo alla stanza. La guida intanto era già installata dinanzi al fuoco e stava discorrendo coll'ostessa, a cui narrava essere il gentiluomo, che egli accompagnava, un cavaliere di Malta. Tale qualità sembrava far poco effetto sull'ostessa, che chiedeva se quel signore era ricco e generoso. In quel momento furono interrotti da Antonio, che si avvicinava per ricevere dall'oste un piatto d'uova da recare al conte. Quella modestissima cena si componeva di ben poca cosa, ed il cavaliere la terminò presto. La pioggia continuava sempre con eguale violenza: nulla faceva presumere che il cielo avesse a rasserenarsi presto; l'oste diceva al cavaliere che alle volte tali pioggie primaverili duravano tre o quattro giorni di seguito. Tale prospettiva non doveva certo allettare il conte. Che mai poteva far egli onde ingannare il tempo, lungo forse, che dovrebbe passare in quella miserabile osteria: egli, abituato alla società più scelta ed aristocratica? Se lo chiese però senza timore; la solitudine anche in quel luogo orribile non lo spaventava, poichè mai gli avveniva d'annojarsi. L'oste lo invitò a sedere dinanzi al camino sgombrato dagli utensili di cucina, e nel quale ardeva un gran fuoco. Il cavaliere vi si assise infatti: benchè fosse nobilissimo ed avesse avuto in vita sua grandi soddisfazioni d'amor proprio, non era orgoglioso: non riguardava con disprezzo quelli che la Provvidenza aveva fatti nascere al disotto di lui; per questo non isdegnò trattenersi in quella cucina, al contatto della povera gente che vi si trovava. «Donna Livia, diceva tra sè, sì generosa ed indulgente farebbe lo stesso.» Ogni qualvolta egli trovava qualche rassomiglianza tra i suoi sentimenti e quelli della duchessa provava un senso di gioja; gli sembrava avvicinarsi a lei. Era un'ingenuità, direbbero molti. E sia; ma di quelle ingenuità che si possono rinvenire in persone di spirito, e che fanno sorridere di compassione tanti sciocchi. Un'ora dopo, il cavaliere di Malta era ancora seduto nello stesso luogo. La notte era venuta: nessun avventore aveva colla sua presenza rotta la monotonia che regnava in quella vasta cucina, resa ancora più triste dalla meschina lampada ad olio che sola la rischiarava. Finalmente il conte si alzò: il servo lo precedette con un lume: da un pezzo Antonio era già pronto. Un letto abbastanza pulito attendeva il cavaliere: egli avrebbe dato assai assai perchè il sonno venisse a toglierlo tosto ai pensieri continui, che quasi lo stancavano. Ma è allora appunto che il sonno si fa attendere; e tutti dormivano nell'osteria che il cugino del duca vegliava ancora. L'indomani il cattivo tempo imperversava come nel giorno precedente: come il precedente lo passò il conte, e verso sera, alla stessa ora del dì prima, era assiso al fuoco della cucina. Vi stava da qualche tempo: da qualche tempo Ambrogio un po' discosto ciarlava colla moglie dell'oste, quando si udì battere con forza all'uscio di strada. Si andò ad aprire, ed un uomo sulla sessantina entrò tutto stravolto. L'oste al vederlo mise un grido di sorpresa; un altro ne mise la moglie. --Voi qui! esclamarono insieme, volgendosi al nuovo venuto. --Sì, per mia disgrazia, rispose egli. --Che volete dire? --Che sono ben sfortunato! Oh se sapeste che cosa è avvenuto a me ed a mio figlio! --Spiegatevi una volta. --Adesso, lasciatemi sedere. E si avanzò verso il camino; ma ad un tratto si arrestò imbarazzato, scorgendo il cavaliere di Malta, che non aveva veduto prima; non seppe più se avanzare o retrocedere; rimase perplesso, confuso. --Non temete, gli susurrò all'orecchio l'oste; è un cavaliere buonissimo; la sua presenza non vi impedirà che mi narriate.... Egli era curioso di conoscere il motivo di quella agitazione; curioso quasi al pari di Ambrogio, che non molto discosto attendeva con un'ansietà mista di piacere il racconto che starebbe per fare il vecchio. Eppure non lo conosceva: le sue parole, non lo riguarderebbero menomamente; ma che monta? Quando si è presi dal desiderio di sapere, saper sempre senza ragione, non si pensa tanto: nella brava guida tal desiderio era ad ogni istante vivo. Del resto questa volta aveva compagni; non soltanto l'oste, ma anche sua moglie attendeva con impazienza. Essi erano parenti di colui che doveva parlare, è vero; ma probabilmente non avrebbero, anche in caso diverso, gran che differito da Ambrogio. Il conte aveva prestato poca attenzione a quanto succedeva intorno a lui; in quell'istante donna Livia ed anche gli altri suoi parenti, i loro segreti, le loro preoccupazioni orano assai più presenti allo spirito di lui, delle persone che gli stavano vicine. Non vide nemmeno l'oste esaminarlo rapidamente, come per accertarsi della verità di quanto aveva asseverato al vecchio. Dopo un tale esame, l'oste scostò una sedia dalla tavola, e collocandola a qualche passo dietro il conte l'additò al suo parente, dicendogli: --Sedete e parlate. Sapete quanto ci interessiamo a voi e a vostro figlio. Il cavaliere volse il capo a quelle parole. Tutti gli sguardi si fissarono sopra di lui; ma egli aveva già ripreso la sua prima posizione. Certo, pensò, quanto costui vuol narrare si può udire senza indiscrezione, poichè si dispone a parlare in presenza di tutti; e persuaso d'udir cose indifferenti, tornò ad immergersi ne' suoi pensieri. Antonio non divideva la curiosità degli altri; formava eccezione col conte, malgrado non avesse, come questi, preoccupazioni particolari. Ei non si dava pensiero che di quanto risguardava il suo servigio; da questo in fuori non aveva da molti anni pensato assolutamente ad altro; da ciò la flemma indifferente che gli era naturale in ogni cosa, che si leggeva sulla sua fisonomia, in ogni suo atto, e che tanto meravigliava la guida. Intanto il parente dell'oste si disponeva a soddisfare alle domande fattegli, e dopo aver dato in qualche altra esclamazione di dolore, incominciò: --Ero andato quindici giorni fa con mio figlio a Teramo: poveretto! chi avrebbe immaginato ciò che lo attendeva! Certo allora non si sarebbe mosso di qui. Ed il vecchio si arrestò un momento, come se volesse accrescere la curiosità degli uditori. Era per questo, o perchè il dolore gl'impediva veramente di continuare, troncandogli la voce? Nessuno glielo chiese; che ad interrompere un contadino non si finisce più. Si aspettava che riprendesse da sè il racconto, e ciò non tardò molto. --Sapete, proseguì, che mio figlio doveva sposare, appena arrivato a Teramo, quella ragazza, cui voleva gran bene, che credeva ne volesse altrettanto a lui, ma ciò non era, a quanto sembra. Fidatevi dunque delle donne, delle forestiere soprattutto!... Vi è noto difatti che quella giovane è di Ancona, o forse di più lontano ancora; e che mio figlio la conobbe per essere ella camerista di quella dama, che ha la bella villa qui presso.... --Affrettatevi, Adriano, disse l'oste, che tutto ciò il sappiamo. --Eh lasciatemi dire con ordine... Insomma mio figlio e colei si erano data parola di sposarsi: questo bisogna ve lo richiami; ed io ero contento, perchè la padrona della ragazza, che se la tiene assai cara, aveva promesso dotarla: mio figlio non vedeva più che pe' suoi occhi... dunque, senza andare a saper tanto pel sottile chi ella fosse, che famiglia avesse, si erano concluse le nozze; convenuto che verso Pasqua il mio Battista ed io saremmo andati a Teramo, e che dopo le feste si sarebbe fatto il matrimonio in casa della signora. Di lettere non ne corsero da quest'autunno a quando partimmo; però non doveva essere avvenuto cangiamento alcuno nelle idee della ragazza, perchè il mese scorso ci mandò a salutare da un dipendente della sua padrona, come faceva sempre quando ne aveva l'occasione, e ci fece dire che ne aspettava. Noi partiamo dunque. --Che uomo nojoso! disse piano l'ostessa ad Ambrogio. Come se non sapessimo anche questo! --Eh via, lasciatelo dire, rispose la guida pure a bassa voce. --Sì, sì, tacete sussurrò l'oste. Questa leggiera interruzione era durata un batter d'occhio, ed il vecchio continuava. --Partiamo dunque. Appena giunti a Teramo, naturalmente ci rechiamo a casa della padrona di Carolina. Facciamo chiedere di questa, ed ella vien subito, sì; ma come ci tratta! Ha un'aria da signora davvero: sembra sdegnare di salutarci, ed in poche parole dice chiaramente a mio figlio che non può più divenire sua moglie, perchè un gran cangiamento è avvenuto nella sua condizione. --Ma era vero questo? interruppe l'oste. --Eh sì; aspettate. Mio figlio senza chieder altro si mette a piangere come un ragazzo. Gli è che, vedete, era stregato da colei; povero bernardone! --Ed ella? domandò l'ostessa; e voi, che faceste? --Ella non parve molto commossa dalla disperazione di Battista; dissegli si consolasse, che ella non aveva colpa, se impreveduti avvenimenti le impedivano mantenere un'antica promessa. Se avesse trattato così con un altro non l'avrebbe passata liscia... Ma Battista! Ella lo conosce; si contenterebbe, ne era sicura, di singhiozzare. --Ehi? chiese l'oste; come andò poi a finir tutto? --Carolina, continuò il vecchio che sembrava parlare anche per proprio conto, e come desideroso di sfogarsi, aveva certamente dato parola a mio figlio, soltanto per la poca terra che possediamo; non abbadò a Battista che cercava intenerirla. Carolina, le diceva tra i singhiozzi, non vi ricordate dunque più d'avermi voluto bene ed assicurato tante volte che non vedevate l'ora di diventare mia sposa? Ella non rispose subito; indi: Che cosa ho da farci? Allora io non sapevo... --Che cosa siete diventata dunque? l'interruppi io, qualche dama?--Non una dama, mi disse in collera un bel giovane che entrava allora, e che forse vuole sposarsi lui quella gioja; ma non è più in condizione eguale a vostro figlio. Farebbe una pazzia se lo sposasse.--Dite almeno una volta, domandai a colui, che cosa le è avvenuto; spiegatevi. --Oh per questo vi soddisferò, ribattè egli; è giusto; volete che parli io per voi? chiese tutto sorridente a Carolina: mi date licenza?--Fate pure diss'ella, ed io andrò dalla signora, che mi aspetta. E quasi senza salutarci, si allontanò, contenta di liberarsi di noi. Grande acquisto che avrebbe fatto mio figlio!... Ma ei non vuol darsi pace e continua a piangere. --Ma che cosa vi narrò poi quell'uomo? domandò l'ostessa. --Carolina, mi disse, ha ragione; per obbedirla, per accontentarvi vi dirò tutto.--Aveva un'aria d'importanza che bisognava vedere.--Ma io non mi lasciai mettere soggezione. Attesi si spiegasse. Mio figlio attendeva pure con ansietà certamente; ma senza ristare dal piangere e col volto nascosto fra le mani,--Saprete forse, continuò colui, che Carolina aveva una zia che l'amava molto e che sempre aveva servito da governante; da molti anni era andata con un vecchio padrone a Venezia. Venezia! questo nome scosse il cavaliere di Malta; gli sembrava strano venisse a ferire il suo orecchio in quel luogo solitario, tanto lontano dalla città delle lagune. Quale combinazione! Dapprima, non aveva quasi ascoltato il racconto del vecchio; poi lo aveva udito con qualche interesse; certo non vi era confronto alcuno tra il suo amore per la duchessa e quello di Battista per Carolina; ma pure si lasciava involontariamente cattivare da tutto quanto riguardava quel sentimento, che viene sì diversamente provato, che spinge ora al bene ed ora al male.... Adesso l'interesse del conte si era fatto maggiore; si parlerebbe forse dei luoghi, ove doveva recarsi. Il vecchio continuava, e ripeteva le parole di quello, che egli sospettava rivale a suo figlio.--Questa zia è morta da due anni: ma Carolina non ne ebbe mai contezza: quand'ecco che alcuni giorni fa viene chiamata ad un convento; trova un frate forestiere, che le annunzia la morte di quella donna, e le rimette molto danaro, moltissimo danaro, dicendole che le era stato lasciato dalla zia già da molto tempo, ma che, non avendola sino allora potuta trovare, si aveva dovuto aspettare tanto a rimetterglielo. Ed ecco tutto. Colui fece per andarsene, ma io lo trattenni.--Quanto mi aveva narrato sembravano inverosimile.--Come mai, chiesi, questa zia era divenuta sì ricca?--Questo non so, rispose: sembra fosse stata al servizio di un padrone generosissimo; forse ammassò quell'oro a poco, a poco: nessuno, disse quel frate, sa però chi fosse tale padrone, ed ella morì improvvisamente, senza nemmeno avere potuto confessarsi; morì tanto improvvisamente, che corse per Venezia la voce fosse stata avvelenata.--Bene; replicai io a quel giovane; se lo tenga Carolina il suo oro: chi sa da qual parte viene! Datti pace, Battista, dissi quindi a mio figlio: ma ei non mi udiva, e dovetti condurlo via per forza da quella casa. Ora è qui che mi vuol far impazzire. Da due giorni che siamo ritornati, tento invano consolarlo. L'ho lasciato un momento solo con sua madre per disperazione.... Non potevo più resistere a vederlo sì afflitto. Il vecchio aveva terminato il suo racconto; l'oste e la moglie si diedero a consolarlo. Ambrogio tanto per parlare fece lo stesso. --Mandatemelo qui quel ragazzo, disse l'oste; cercheremo distrarlo un poco. --Non vuol andare da nessuno; vi assicuro che fa scoppiare il cuore. --Sventurato! mormorò il cavaliere. Questa parola ei l'aveva pronunciata senza avvedersene, sommessamente tanto, che nessuno la udì. Il dolore di quel giovane contadino, che appariva sì profondo, lo aveva vivamente commosso; e non era questa la sola impressione, che gli avesse destata la narrazione udita. Il conte pensava anche a quella donna morta, a quanto dicevasi, di veleno a Venezia, e si sentiva tratto a fantasticare su quella circostanza; ma cessò presto dall'occuparsene. Sapeva che non bisogna mai lasciarsi trasportare dalla immaginazione, che può condurre lontanissimo dal vero, e fare scorgere misteri, laddove non sono che cose naturalissime. Eppure lo spaziare in regioni ideali poteva essere in quel tempo errore più perdonabile. L'oscurità generale, i costumi dell'epoca, non bellissimi al certo, avevano però alcun che di ribelle, che si sottraeva all'impero assoluto della realtà. Ma il conte resistette; e vide in quella storia un fatto naturale, e che non poteva avere certo alcun rapporto cogli sconosciuti parenti, che egli sperava rinvenire a Venezia. Vi soffermava ancora il pensiero; ma soltanto per occuparsi del povero Battista, o piuttosto per riflettere quante pene si possono trovare ovunque; quanti affanni di cuore è possibile rinvenire in ogni ceto di persone: pene tante volte ignorate, affanni degnati tante volte appena d'uno sguardo dai felici, cui tutto sorride, che non comprendono come si possa soffrire, e temono forse lasciare un lembo della loro felicità a contatto del dolore. Il conte amava osservare, riflettere; egli era alquanto filosofo. Quando era entrato in quella meschina osteria, non aveva creduto certamente trovarvi diversioni, che potessero occupare anche per poco il suo spirito. Però si sentiva più che mai preso dal desiderio di proseguire il suo viaggio nel modo più sollecito. Ah! come bramava condurlo a termine; ritornare a Catania; riveder donna Livia; fare in modo che il duca non giungesse mai a sapere ch'ella lo aveva mandato in traccia dei loro parenti spogliati! Intanto il vecchio Adriano era partito; l'osteria aveva ripreso il solito aspetto; vi si parlava sommesso come prima. Il cavaliere di Malta si alzò: accennò al suo servo di seguirlo e passando da una loggia di legno, che metteva alla sua camera fredda e mal riparata, vi si soffermò per consultare il cielo. La pioggia era cessata, ma l'oscurità era ancora profonda; non si vedeva brillare alcuna stella. Domani, pensò il conte, benchè il cielo non sia ancora sereno, potrò partire egualmente, lo spero... Ed entrò nella sua stanza. III. L'indomani spuntò torbido e nero, e la pioggia, cessata la sera prima, aveva ripreso a cadere, se non con gran violenza, senza interruzione però. Le strade erano poi ancora più impraticabili; agli abitanti del paesello ciò non dava gran pena; nessuno ne fu dunque contrariato la centesima parto di quanto lo fosse il cavaliere di Malta. Si era alzato all'alba, ansioso di sapere se potrebbe continuare la sua via. Ei provò un senso di dolorosa impazienza nel vedere che ciò gli sarebbe impossibile ancora; ma durerebbe sempre quella situazione? Donna Livia per sicuro lo credeva assai più innanzi; ed invece tanti ostacoli ritardavano il suo cammino, ad onta della buona volontà, dell'ansietà sua; ed ora doveva fermarsi di nuovo! Tutte queste cose il conte le pensava sospirando; per incoraggiarsi diceva a sè stesso essere la strada che gli rimaneva lunga sì, ma certamente più conosciuta, più agevole, ma non vi riusciva; il pensiero di dover aspettare ancora lo tormentava. Il giorno precedente non si era tanto impazientato. Perchè mai questo? Era forse semplicemente effetto dell'essere intieramente riposato dalle fatiche del viaggio. In ogni modo tale indugio gli pesava assai. Dopo aver passeggiato un pezzo su e giù per la sua stanzaccia, discese nella cucina. L'oste venne, come già aveva fatto la mattina innanzi, a complimentarlo, unendo ai rispettosi saluti qualche imprecazione al cattivo tempo, che perseguitava il cavaliere. Il conte ebbe bisogno di tutto il suo buon senso per non adirarsi di quelle ciarle. Era in una disposizione d'animo tutta diversa del solito. Quante volte non accade ciò, e talora anche senza cagione alcuna? L'oste era ben lontano dal dolersi della pioggia, grazie a cui soltanto il cavaliere forastiero si tratteneva. La guida aveva preso in paco il suo partito; aveva ciarlato tutta mattina coll'oste e la moglie, prendendo a tema la storia del povero Battista; si era occupato con loro a commentarla, e senza impazienza alcuna aspettava che il tempo smettesse il broncio. Quanto al servo del conte, comprendendo che il suo padrone era di cattivo umore, malediva alla pioggia, ed usciva dalla sua abituale placidezza. Ma verso sera le nubi si diradarono come per incanto; un vento impetuoso le aveva scacciate in pochi istanti; il cielo tornò sereno, ed il sole apparve circondato da un'aureola dorata, splendido e puro. Mai esso era giunto sì caro al conte di San Giorgio. Le sue speranze ritornarono con esso, come se si fossero riaccese a quella fulgida luce. Però ei non poteva pensare a partire sino al giorno seguente. La notte non era lontana; ed il sole, che aveva quasi terminato il suo corso, benchè allora soltanto si fosse mostrato sull'orizzonte, non doveva tardare a nascondersi di nuovo. Il cavaliere di Malta si ritirò presto, ordinando al servo ed alla guida di tenersi pronti a lasciar l'osteria l'indomani per tempo. E così fu; poichè le strade, grazie al vento che aveva continuato tutta la notte impetuoso, si erano alquanto asciugate. Fu con vero piacere che il conte si allontanò da quei luoghi; quasi ora pentito di non aver pazientato qualche giorno a Malta per attendervi una nave, che direttamente lo conducesse a Venezia; ma ormai la cosa era fatta. Ah! se avesse potuto varcare, come lo faceva col desiderio, lo spazio, che il divideva da quella città, cui era diretto, come presto vi sarebbe giunto! con quale rapidità! Ma il desiderio, per vivo che sia, non dà mai l'impossibile, benchè possa far conseguire il difficile; ed al conte non rimaneva che usare dei mezzi posti a sua disposizione onde affrettarsi. Ambrogio durava fatica assai più del servo a seguirlo su d'una strada difficile, ove il pantano giungeva ancora ad una incomoda altezza. Ma si fece il possibile per arrivare a Chieti prima della notte, e fale scopo fu raggiunto. La giornata non era ancora finita, quando Ambrogio esclamò: --Ecco Chieti! E poco dopo si fermarono ad una locanda. Il mattino seguente la guida condusse il conte al convento dei cappuccini situato fuori della città. Quei padri accolsero benissimo i viaggiatori, e fecero mille offerte al cavaliere di Malta. Ambrogio si era apposto al vero. Un padre cappuccino doveva partire per una città delle Romagne, Loreto; ed il conte vi si recherebbe con lui. Ciò gli era assai caro, tanto più che poteva costeggiare l'Adriatico, come desiderava. Ambrogio fu largamente ricompensato; ma dovette separarsi da' suoi compagni di viaggio, senza saperne di loro più di quanto ne aveva indovinato. Il padre cappuccino lo rimpiazzò presso di loro, e partirono insieme il giorno dopo. Quel frate si recava a Loreto per predicarvi, ed assicurò il cavaliere che, il tempo permettendolo, vi giungerebbero fra cinque o sei giorni. --Dunque, cavaliere, diss'egli al conte, voi siete diretto a Venezia? --Sì. --Venite da lungi? --Da Manfredonia, ove arrivava da Malta. --Come mai non vi imbarcaste direttamente per Venezia? --Non mi fu possibile ritrovar subito un bastimento; ma forse ad Ancona mi imbarcherò. Il frate troncò quel dialogo; pensava che andar per mare a Venezia sarebbe stato il partito più ragionevole. Ed il conte era sempre più pentito di non averlo adottato, perchè avrebbe fatto più presto ed evitato mille noje. Il cappuccino, che viaggiava col cavaliere, era un giovane di una fisonomia simpatica e dolce, dai modi gentili e distinti. Era stato detto al conte esser egli un bravo predicatore; ed infatti sembrava molto istruito. La finezza di sentire, che rivelava sempre ne' suoi discorsi, contribuiva a rendere la sua compagnia piacevole. Il cavaliere lo ascoltava volentieri, e sovente si interteneva seco a lungo, felicitandosi sinceramente di averlo compagno. Un giorno avvenne al conte di dimenticare in una osteria di villaggio, ove avevano passato la notte, una piccola valigia, che portava sempre seco; mandò tosto il suo servo a cercare di essa, ed egli medesimo pregò il frate a ritornare un poco sui loro passi, onde sapere più presto su la valigia fosse ritrovata. Il cavaliere era agitatissimo. --Se la smarrissi, disse al padre Leone, non me ne consolerei giammai, --Oh! spero la ritroverete, ed intatta; poichè certamente avrete con voi la chiave. --Sì, ma temo lo stesso; per me quella piccola valigia è preziosa; contiene delle carte importantissimo, delle lettere, poi anche il ritratto di mia madre che non ho mai conosciuta, ed i cui tratti mi sono noti soltanto, grazie a quell'effigie. --Comprendo allora la vostra ansietà, signor cavaliere; ma, ne sono persuaso, ricupererete quella valigia; conosco l'oste che ci albergò, per aver alloggiato da lui diverse volte; sì egli che la sua famiglia sono persone onestissima; ed a quest'ora non vi sarà stato dopo di noi alcun forastiero. Il conte, incoraggiato da quelle parole, attese Antonio più tranquillamente. Questi giunse poco dopo; portava seco la valigia, che rimise al suo padrone. Essa era chiusa, nessuno poteva averla toccata; pure il conte la aprì e la osservò. Tutti volsero la briglia alle loro cavalcature; ritornarono a fare il tratto di strada già percorso due volte in sì breve tempo. Pel momento si procedeva lentamente; perchè il cavaliere era ancora occupato ad esaminare la valigia. Prima di rinchiuderla, ei mostrò al padre cappuccino un quadretto, legato in oro e cesellato con molta finezza, dicendogli: --Ecco il ritratto di mia madre, di cui vi parlai. Un distinto pittore glielo fece appena sposa. Il giovane frate lo prese tra le mani e l'osservò. --È singolare! esclamò tosto. --Che cosa? --Questo ritratto..... --Ebbene! --Mi rammenta in modo straordinario una giovane signora, che vidi diverse volte a Pesaro. --Che dite? --Il vero; sono le stesse fattezze, e soprattutto l'impronta della fisonomia, il taglio degli occhi, il loro colore, lo sguardo... tuttociò non potrebbe essere più eguale. Il cavaliere era agitato... Sua madre rassomigliava al vecchio duca dell'Isola, a donna Rosalia, che anche per questo gli era sempre stata cara; ma più che a tutti rassomigliava, per quanto ne aveva udito dire, al parente diseredato, di cui in casa non si serbava alcun ritratto. E vi era a Pesaro una giovane donna, che tanto veniva richiamata dall'effigie della contessa?... Come mai? Pure alle volte si danno di questi casi; ma nelle circostanze, in cui si trovava il conte di San Giorgio, ei non poteva riguardare quella somiglianza come un semplice capriccio della natura. --È cosa strana infatti! disse dopo un momento al cappuccino con preoccupazione, prendendo il ritratto, ch'ei gli rendeva e rinchiudendolo nella valigia. --Sì, rispose egli; sono sicuro che, se voi vedeste la donna, di cui vi parlai, sovverreste che io non esagerai menomamente; soltanto vi è nel ritratto di vostra madre maggior brio, maggior freschezza di colorito. Sembrano entrambe della stessa famiglia; tanto che io l'avrei pensato tosto se voi, signor cavaliere, non mi aveste detto non aver parenti da questo parti. Il cavaliere di Malta rimase perplesso; il suo imbarazzo consigliò il giovane frate a parlar d'altro: gli sembrava che il suo compagno di viaggio non desiderasse continuare il discorso di prima. Ben presto comprese che la preoccupazione del conte non faceva che aumentare; per questo, dopo qualche frase indifferente, il frate si tacque. Il cavaliere non s'avvide quasi di quel silenzio; era fortemente impressionato, e questa volta gli sembrava aver davvero ragione di fantasticare. Andrò a Pesaro, pensava; vedrò questa donna; ah si! bisogna che io la veda; ma vi sarà ella ancora? A questo dubbio, natogli dopo qualche tempo di silenzio, egli si volse al giovane, frate, e: --La persona, che diceste assomigliare a mia madre, abiterà ancora a Pesaro? --Non saprei. Allora vi abitava; io non la conoscevo che di vista. Il cavaliere ebbe un istante d'angoscia. Non importa, pensò poi; mi recherò egualmente a Pesaro; io spero in ogni modo di trovarvela. E come per distrarsi, senza sapere quanto si dicesse, s'indirizzò nuovamente al cappuccino: --Vi ho chiesto ciò, perchè avrei voluto giudicare io stesso di questa rassomiglianza prodigiosa. Il padre Leone sorrise leggermente; non poteva comprendere il motivo reale, che guidava il cavaliere di Malta; ma era persuaso che esso nascondeva un mistero. Benchè assai giovane, non doveva aver più di ventitre anni, ei possedeva molta esperienza, e soprattutto molta penetrazione; ma non mostrò dubitare delle parole del conte. Ed il viaggio, grazie a quell'incidente, continuò per un pezzo senza che nè il cavaliere, nè il padre Leone profferissero parola. Il primo non cessava dal pensare a quella donna, che il giovane religioso aveva veduta a Pesaro, e che forse era strettamente legata alla famiglia dell'Isola. Che non avrebbe dato per intrattenerne donna Livia, per mostrarle il debole lume, che gli era apparso nelle tenebre, e che sperava potesse guidarlo ad una intiera luce? Ma perchè avrebbe desiderato far dividere alla duchessa la sua agitazione, il disinganno che forse lo attendeva?... perchè infatti poteva essere una falsa lusinga la sua. Poi pensava che non s'imbarcherebbe ad Ancona; che terrebbe la via di terra, e che il recarsi a Pesaro non lo devierebbe quasi dalla sua strada. Non sarebbe un gran ritardo, se anche i suoi passi in quella città riuscissero inutili. Ma perchè non avverrebbe il contrario? Ora sperava, ora temeva senza poter renderne ragione a sè stesso. Il giovane frate, che lo accompagnava, si occupava forse della straordinaria impressione cagionata dalla osservazione da lui fatta; osservazione semplicissima. Infatti se il cavaliere non aveva parenti colà, se diceva il vero, perchè commuoversi a tal segno, se una. donna sconosciuta richiamava i tratti di sua madre? Intanto si continuava a procedere in silenzio. Il servo, che per rispetto si teneva sempre un po' indietro dal suo signore e dal religioso, non si era avveduto di nulla; nulla aveva inteso; egli era anche quel giorno, ciò che era sempre, un automa movente, che sembrava aver ricevuto per sua parte di felicità la calma più grande ed inalterabile. Si avanzava, e Loreto non era gran che discosto. Il momento di lasciare il padre cappuccino si avvicinava: il conte pensava anche a questo. La sua ansietà di procedere raddoppiava però; benchè sentisse un'emozione penosa nel dire a sè stesso, come ogni lega, che lo approssimava alla meta, lo allontanava sempre più dalla sua isola natale, da Catania, dalla duchessa. In mezzo alle sue preoccupazioni ei si chiedeva alle volte se mai la rivedrebbe; era veramente il suo un grande amore, e colla lontananza sembrava accrescersi. Certo contribuiva assai a fargli desiderare di affrettarsi. Il conte non sarebbe stato sì ansioso senza di esso; per quanto l'idea di compiere il voto del vecchio duca, di riparare alla sua colpa, portando a dei parenti sventurati delle speranze, un perdono che era loro dovuto, e che forse meritavano, avesse potuto bastare ad agitarlo. Ma in quale posizione troverebbe quei parenti? Potrei saperlo in parte ora, pensò, se.... E senza finire di spiegare a se stesso ciò che intendeva, si volse di nuovo al padre Leone. --Perdonate, gli disse, la mia curiosità, che deve sembrarvi davvero stravagante. La giovane donna, di cui parlaste, che conosceste a Pesaro, in quale condizione si trovava? Il giovane religioso lo esaminò rapidamente; ma rispose tosto: --Non era ricca, a quanto credo. Era vedova da poco, per quel che ne intesi; aveva due bambini. --Il suo nome non lo conoscete? --No. --E, perdonate, dove solevate vederla? Il padre Leone parve riflettere. --Vi giuro, disse il conte, pensando che il frate potesse temere, rispondendo, di cagionar danno a quella, donna; vi giuro che le mie domande sono dettate da un giusto motivo; che soddisfacendomi, dicendomi quanto sapete di quella donna, non le nuocerete menomamente. Ebbi torto, il vedo, nel volervi far credere che la sola curiosità.... Il cappuccino l'interruppe. --Non vi chiedo i vostri segreti, signor cavaliere rispose con una dignità, che poteva sorprendere in mi povero frate; e poichè mi date parola che non comprometto quella giovane donna parlando, vi dirò il poco che ne so, o piuttosto che ne penso.... La credo una infelice perseguitata dalla fortuna; ma la sua origine, le sue vicende mi sono intieramente sconosciute.... Io solevo vederla nella chiesa di San Domenico, ove l'anno scorso predicava. La sua tristezza, l'abbattimento che si leggeva sul suo volto, il mistero, di cui pareva circondarsi, chiamarono su di lei la mia attenzione. Molte volte, nelle ore del giorno, in cui le chiese sono più deserte, potei esaminarla lungamente; chè sovente, come ve lo dissi, ella era in chiesa: abitava lì presso, e diverse volte la vidi entrare in una casa vicina. --Dunque non sapete se avesse parenti? --Lo ignoro; ma secondo me, non crederei; però tale mia convinzione potrebbe essere erronea.... Diceva egli il vero, oppure conosceva particolarmente quella donna?... O non voleva dirlo, legato da qualche promessa, fors'anco dalla confessione?... Il conte pensò che in ogni modo il frate sembrava persuaso che ella non avesse parenti: sa tale supposizione era vera, essa veniva a distruggere in parte le sue speranze. Ringraziò il cappuccino, e non fece altre domande su quell'argomento; perchè comprese che il suo compagno o non voleva dir altro, o in realtà non ne sapeva di più. L'indomani giunse, senza che essi parlassero ancora di quella donna. Arrivarono a Loreto; il padre Leone si accommiatò dal cavaliere di Malta, perchè doveva recarsi tosto alla chiesa. --Sempre, gli disse il conte salutandolo, rammenterò con piacere i giorni, che passammo insieme. --Ed io pure, rispose il giovane. --Se mai il caso ci riunisse, ritroverete, padre, in me un amico: come a me sembrerà ritrovarne uno in voi. --Non ne dubitate, signor cavaliere, rispose il giovane commosso alquanto. E si allontanò. Il conte di San Giorgio lo seguì un istante collo sguardo: aveva lasciato molte volte vecchi conoscenti, senza sentirne dispiacere, come ora ne sentiva nel separarsi da quel cappuccino. Ma altri pensieri lo occupavano troppo, perchè tale impressione durasse a lungo. Discese ad una locanda, deciso a fermarvisi fino all'indomani, perchè i cavalli avevano bisogno di riposo. Visitò il santuario della Vergine, scopo allora di appositi viaggi; e la sera ritirandosi ordinò al suo servo di tenersi pronto a partire l'indomani di buon'ora. IV. Il giorno dopo il conte giungeva ad Ancona due ore prima del mezzogiorno. Ormai in tre giornate si troverebbe a Pesaro: saprebbe allora se aveva sperato invano trovar colà il bandolo dell'arruffata matassa. Affrettava col desiderio quel giorno: eppure con esso potevano svanire le speranze concepite. Per non impazientarsi troppo, se ciò doveva avvenirgli, si preparava a restare deluso; ma a che serve? Alle volte si ha un bell'antivenire colla immaginazione una pena, un disinganno, come si volesse con ciò evitarli; non si soffre meno quando giungono. Ad Ancona il conte, che era andato a fare un giro per la città, si vide ad un tratto sbarrare la via da un gentiluomo sulla cinquantina, che sbucava allora da una stradicciuola. Alzò gli occhi sopra di lui, e provò una sorpresa non molto aggradevole, riconoscendo uno dei suoi confratelli, col quale da più anni non si era trovato. Sino ad allora il caso lo aveva favorito; mai eragli avvenuto d'incontrarsi in alcuno, che lo conoscesse; per questo aveva sperato con qualche fondamento di poter condurre a termine il suo viaggio nell'ombra più completa, come desiderava; ma dissimulò la sua impazienza e rispose ai saluti dell'amico nel modo più amabile che gli fu possibile. --Per quale combinazione vi trovo qui? chiese al conte l'altro cavaliere di Malta. --Devo recarmi nelle terre venete per un affare. --Ah comprendo! Infatti un sì lungo viaggio non si può far senza scopo. --Certamente. Nel rispondere così asciutto, il conte sembrava contrariato, e l'altro non persistè con nuove domande; chè temeva essere indiscreto. Quel gentiluomo si chiamava il barone Fiordispina: era un'ottima persona; amava assai il conte, di cui più volte a Malta, durante l'assedio di Solimano, aveva ammirato il valore, il coraggio. Da queste qualità soltanto soleva il barone misurare la stima, che accordava ai suoi amici. --Perdonate, disse al suo confratello, prendendogli amichevolmente il braccio; io non credeva.... Il conte arrossì: quell'uomo gli aveva sempre dato prove di affezione sincera, ed egli si era adirato ad una sua domanda naturalissima? nè bastava; la vista di lui lo aveva messo di malumore. Qual colpa aveva il barone, se ei non desiderava essere incontrato? Ma che? Non avrebbe dunque più se non pensieri esclusivi? Per essi tratterebbe con asprezza un amico?... Si pentì di quella involontaria collera; le gentilezze, le prove di amicizia ricevute dal barone, le strette relazioni avute sempre con lui gli tornarono in un istante alla memoria; sicchè gli strinse fortemente la mano sorridendo. --Eccovi dunque pacificato, caro conte, disse allora sorridendo pure il barone, contentissimo di quel cangiamento. --Attribuite la mia perplessità alla sorpresa; non potevo aspettarmi trovar qui voi, fiorentino. --È un caso infatti; sono venuto a passare ad Ancona un mese, in casa di mia nipote Elvira, maritata da poco ad un gentiluomo ili qui. --Ah vedo! --Lo sapete: non ho altri parenti fuori di lei; voi, caro conte, ne avete invece molti a Catania. Queste parole cagionarono nel conte una penosa impressione. Quai parenti! pensava; divisi fra loro da rancori, da odj, da passioni violente! parte di essi spogliati, sconosciuti, nascosti! --E da Malta, continuò il barone, che notizie abbiamo? --La lasciai da poco, e per ora non vi è nulla d'importante. --Me ne dispiace, perchè sono annojato di questa vita. È da Lepanto che io non combatto! Fu quella davvero una bella giornata: peccato che voi, conte, non vi siate trovato colà. --Ah sì! Ero allora in Ispagna. --Avete perduto una bella occasiona per dar prova del vostro valore. Il conte sorrise. --Voi siete sempre lo stesso, disse quindi. --Eh, mio Dio, sì. Che volete? mi annojo senza guerre. Ma, lasciamo questo; se avete a recarvi in qualche luogo, non restate per cagion mia. --Stavo dirigendomi al mio alloggio. --Vi fermate molto qui? --Sino a domani, e soltanto per lasciar riposare i cavalli. --Non avete dunque alcun impegno quest'oggi? --Nessuno. --Pel momento dunque siete libero? --Sì. --Allora vi chiederò un favore. --Quale? --Che vi lasciate presentare ai miei nipoti. --Sono dolentissimo di rifiutare, rispose il conte, ma.... --Perchè? --Ho dei motivi per desiderare tener celato il mio viaggio. Il barone parve sorpreso, ma riflettè poi che il conte di San Giorgio godeva di tutta la fiducia del gran Maestro, che aveva avuto da lui missioni segretissime, che poteva averne anche questa volta... e... --Non importa, disse; se non è che per questo, qui nessuno può conoscervi; non negatemi dunque la grazia che vi chiedo. Il conte riflettè un istante. --Ebbene, accetto, rispose poi. --Del resto, continuò il barone, potete star tranquillo; ad Ancona non havvi alcuno dei nostri confratelli. Ora, venite. Il conte seguì il suo amico, che lo condusse in una delle più belle case di Ancona. Un servo li fece entrare subito in una sala, ove per solito si tratteneva donna Elvira. Ella si alzò premurosamente, onde ricevere l'ospite, che le conduceva suo zio. Bruna, vivace, graziosa, donna Elvira piaceva subito, quantunque non bellissima; ed il suo amabile sorriso, la sua voce argentina facevano non si avesse quasi il tempo di notare ciò che eravi di poco corretto ne' suoi tratti. Il conte salutò profondamente quella dama, che gli riuscì simpatica assai. --Vi presento, mia cara nipote, dissi il barone, il conte di San Giorgio, uno de' miei migliori amici e confratelli. Ella salutò con grazia il forastiero, dicendo: --Gli amici di mio zio sono i benvenuti in mia casa, e la onorano. Poi, udendo dei passi nella sala attigua: --Mio marito, disse. E ripetè il nome del conte ad un gentiluomo che entrava allora, e che accolse perfettamente il nuovo venuto. --Spero, conte, gli disse, che durante il vostro soggiorno ad Ancona accetterete l'ospitalità da noi. Donna Elvira appoggiò con gentile insistenza questa offerta: pareva che quei due sposi avessero comuni i pensieri ed i desiderj. E ciò era infatti; essi erano nel numero di coloro, che Dio vuole felici; niuna nube era mai sorta sulla loro esistenza; mai tempestose passioni non l'avevano intorbidata; nulla minacciava il loro avvenire, il quale non prometteva ad essi che delle gioje. --Accettate, caro conte, disse a sua volta il barone, vedete con quanta cordialità vi preghiamo. Egli era contentissimo; che i suoi nipoti non avrebbero potuto accogliere meglio il conte. Questi non potè rifintare sì reiterati inviti, ed accetto; tanto un giorno si sarebbe fermato ugualmente ad Ancona. In quella casa poteva trovare qualche distrazione, non lo sperava, ma comprendeva averne bisogno; perchè nulla stanca tanto la fantasia, nulla la affatica di più che pensieri costanti, e sopratutto idee fisse. Poi da tanto tempo si trovava lungi dalla sfera, in cui era nato!... Ritornarvi per un momento non gli dispiacque. Prese dunque di buona grazia il suo partito; promise ritornare pel pranzo; e dopo qualche tempo si recò al suo alloggio per dare gli ordini al servo. Il barone volle accompagnarlo, ed escirono insieme. Poco dopo, e per l'ora convenuta, ritornarono alla dimora di don Ottavio, il nipote del barone. Vi trovarono alcune dame e diversi cavalieri, che erano pure invitati pel pranzo: e quel giorno per combinazione si festeggiava da don Ottavio il ritorno di un suo fratello, che veniva di Francia, ove aveva passato due anni. Quasi subito fu servito il pranzo con una profusione ed una splendidezza veramente grandiosa. Il conte di San Giorgio aveva sulle prime provato un po' di contrarietà nel trovarsi in una compagnia più numerosa di quanto aveva creduto; ma poi, pensando che nessuno lo conosceva, si rasserenò, e divenne ciò che era in natura, il cavaliere di Malta, più aristocratico che religioso, benchè senza alterigia. Gli pareva quel giorno, nel vedersi in una sala addobbata con gusto, in mezzo a persone del suo ceto: col lusso di numerosi domestici riccamente vestiti; a quella tavola, ove i cibi più ricercati venivano serviti in preziose supellettili, di trovarsi in Sicilia, al palazzo dell'Isola: ma quella illusione non poteva durare a lungo, svaniva quando egli alzava gli occhi sulle dame. Nessuna di loro richiamava la duchessa! Dopo qualche tempo di cerimoniosa freddezza, I discorsi si animarono, si parlò di guerra; era un argomento inevitabile, dove si trovava il barone. Ei non mancava toccarlo, se gli altri nol facevano prima di lui. In quel momento di guerra in Italia non ve n'era alcuna; sicchè l'amico del conte non potè parlare a lungo sul suo tema favorito. Si chiesero al fratello di don Ottavio particolari sulle stragi della Saint Barthélemy, durante le quali aveva egli detto essersi trovato a Parigi. Ei soddisfece alle domande fattegli, e dipinse con vivacità quell'orribile massacro, la desolazione degli sventurati ugonotti. --Vidi, disse, moltissime scene strazianti: il corpo dell'ammiraglio di Coligny fatto segno ad infiniti oltraggi, e trascinato sino a Monfalcone, ove venne appiccato sulla forca destinata ai più gran malfattori. Non posso rammentarmi tale spettacolo senza rabbrividire. Quale ferocia in quella plebe fanatica! --E nelle provincie la strage fu pur grande, a guanto ne intesi, interruppe il barone. --Certo, riprese il fratello di don Ottavio, particolarmente a Lione, a quanto ne udii. Il re fu di una severità crudele. --Ah sì! esclamò il conte di San Giorgio, tale massacro fa esecrando; come si può in tal modo opprimere vilmente degli infelici, se anche si ingannano nelle loro credenze? --Avete ragione, caro conte, dispose il barone: vilmente è la parola. Infierire contro gente, che non è in numero per difendersi, non è certo prodezza; coloro, che non arrossiscono di mettersi cinquanta contro uno, secondo me, sono subito giudicati. Vili e crudeli. --Sì, replicò il fratello di don Ottavio; dite bene: colle vostre parole delineate, barone, la plebaglia di Parigi; quella plebaglia che festeggiava intorno al cadavere del signor di Coligny, e che mi destò tanto ribrezzo. Gli altri convitati ad intervalli appoggiavano più et meno caldamente tali opinioni; che per verità taluno di loro si dava poco pensiero degli ugonotti, già morti da un pezzo, e trovava che tale discorso non era il più adatto ad allietare un pranzo. Ma ciò malgrado questo discorso continuava ancora. --In Italia, disse don Ottavio, io ne ho la credenza, tali eccessi non si sarebbero forse potuti commettere, ne è prova il vedere che nel marchesato di Saluzzo gli ordini venuti di Francia non furono eseguiti: degli autorevoli ecclesiastici stessi s'interposero, ed Emanuele Filiberto, a malgrado le suggestioni di Castrocaro, che voleva perseguitare i protestanti fuggiaschi, ordinò a tutti che fossero accolti e lasciati liberi. --Ed il papa, azzardò ridendo un giovane e bel cavaliere, che fece celebrare come una vittoria quel massacro? Ed il cardinale di Lorena, che ne ordinò clamorose dimostrazioni di gioja? --Lasciate stare il papa ed i cardinali, interruppe ridendo pure il barone, e voi, caro mio, che bazzicate alla corte di Firenze, pensate che anche Cosimo di Toscana mandò ambasciatori speciali a felicitare il re e la regina di Francia, ed a rallegrarsene.... Ma lasciamo sì lugubre argomento, tanto più che Carlo IX è morto, ed a quanto pare tutti preparano grandi feste anche in Italia pel passaggio di Enrico, il nuovo sovrano di Francia, che per sì poco tempo regnò in Polonia. --Infatti, disse un altro, a Venezia sopratutto si devono far cose grandi, per quanto ne udii jeri in porto da gente giunta di là. E dopo qualche altra parola su tali feste, si pensò ad occuparsi delle dame, un po' trascurate, un po' dimenticate per quella discussione, che probabilmente non le aveva divertite. Sicchè con allegria terminò il pranzo. Alla sera i parenti e gli amici di don Ottavio ritornarono alle loro dimore. Il conte di San Giorgio rimase ultimo a congedarsi da' suoi ospiti; non aveva accettato di fermarsi in casa loro la notte, adducendo a scusa che doveva partire da Ancona all'alba. Ed essi non osarono insistere. Il barone era veramente contrariato di perdere si presto il suo amico; ma, comprendendo che egli desiderava veramente partire, e che probabilmente aveva gravi motivi per ciò, imitò don Ottavio e donna Elvira, non si oppose alla partenza di lui; perchè eccedere anche nella cortesia può toccare l'indiscrezione. Volle però accompagnare il conte al suo alloggio: sortirono insieme dopo che don Ottavio e sua moglie ebbero pregato il conte a venirli a vedere se ripassava da Ancona, e ch'egli l'ebbe loro promesso, ringraziandoli delle gentili accoglienze. --Voi avete dei nipoti molto cortesi ed amabili. disse il conte di San Giorgio al barone, appena furono nella via. --Eh sì! godo nel vederli giudicati tanto favorevolmente da voi, caro amico; quanto mi dispiace vedervi partire.... --Ci rivedremo presto a Malta: chi sa! --Lo desidero, ma poichè i musulmani ci lasciano per ora tranquilli.... Ed egli scosse il capo in segno di malcontento. --Che? chiese sorridendo il conte, voi rimpiangete Solimano? --Quasi per dirla!... Ed il barone si mise a ridere colla bonarietà, che gli era abituale. Anch'io, pensò osservandolo il conte di San Giorgio. mi rallegravo un tempo quando vi erano guerre! Ove mai fuggì esso? I due cavalieri di Malta giunsero in breve alla locanda. Il fedele Antonio attendeva da gran tempo sulla porta il suo padrone. Egli riconobbe il signor di Fiordispina, che non aveva veduto nella giornata, quando si era recato alla locanda col conte. Si rammentò che a Malta era stato uno dei più intimi amici del suo padrone. Il barone, vedendo Antonio, esclamò volgendosi all'amico: --Avete ancora il vostro fido servo? --Il vedete, rispose il conte, mentre Antonio s'inchinava rispettosamente. Costui, pensò il barone, ne sa più di me; conosce la meta del viaggio, che deve fare il conte, od almeno la conoscerà tra poco. E dopo aver salutato con effusione il suo confratello, si allontanò. --Eccomi libero, mormorò allora il conte; domani riprenderò l'esistenza, che conduco da tanto tempo, ma presto sarò a Pesaro. V. Ed egli vi giunse finalmente in quella città, che le parole del giovane padre Leone gli avevano fatto desiderare sì vivamente. Fu con una grande speranza, e bisogna anche dirlo, con una certa sicurezza, che dopo essersi riposato qualche istante si diresse verso la chiesa di San Domenico, nelle cui vicinanze, glielo aveva detto il religioso, aveva abitato ed abitava probabilmente ancora quella giovane donna, ch'ei non conosceva, e che pur nondimeno con tanto ardore desiderava rinvenire. L'agitazione, che provava in quel breve tragitto. era tale che sorprendeva lui stesso. Gli sembrava che una forza superiore lo guidasse, lo spingesse. Presto si trovò dinanzi a San Domenico; rimase un istante perplesso, poi principiò le sue indagini. --Abita qui, domandò egli ad una donna, che vide ferma sulla porta di una casa poco lontano, abita qui una giovane signora, bruna, vedova, con due bambini?... --Illustrissimo no, rispose l'interrogata. Il cavaliere di Malta non ne fu sconcertato; certo era quasi impossibile trovare colei che cercava nella prima casa, in cui ne aveva chiesto. Si volse ad una specie di mercante girovago, che vide presso alla chiesa, e gli ripetè la domanda già fatta invano. --Io son forastiero, eccellenza, rispose quell'uomo: non posso soddisfarla; chiamerò qui il sagrestano. che è mio amico e pesarese; si farà premura di rispondere ad un cavaliere, e forse potrà servirla. --Sì, chiamatelo, rispose il conte di San Giorgio, mi farete piacere. E siccome colui aveva più del povero che del mercante, gli mise fra le mani una moneta d'argento. --Come mai non ho pensato io stesso? disse tra sè... Ed intanto l'altro correva a cercar del sagrestane. Presto ritornò; conduceva seco il suo amico, ed entrambi s'affrettavano. --Sapreste dirmi, domandò il conte al nuovo venuto, dove dimora una giovane signora, bruna e vedova, che l'anno scorso di quaresima, abitava qui vicino, e che spesso si recava in San Domenico, e vi si fermava a lungo? Questa volta attendeva in preda ad una ansietà vivissima. Il sagrestano, vecchietto che si dava qualche importanza, si fece pensieroso, chè certo richiamava le sue memorie. --Una giovane signora.... vedova.... bruna.... madre ad un fanciulline.... che spesso si recava in questa chiesa.... disse lentamente. --Sì, sì. Il conte di San Giorgio s'impazientava. --Rispondete presto, sussurrò al sagrestano il suo amico, dandogli una spinta. --Me la rammento perfettamente, esclamò alla fine il vecchio. Il cavaliere si scosse. --Ebbene? domandò. --Abitava qui vicino infatti, eccellenza, lì in quella casa:--e ne additava una poco discosta. --Ma ora, ora? --Ora non vi abita più. --Ma però dimorerà sempre in Pesaro? Insegnatemi dove, e.... Il sagrestano lo interruppe. --Perdonate, eccellenza, è andata via: da più di sei mesi ha lasciato questa città. Il cavaliere impallidì; aveva dunque sperato invano, invano si era lusingato. Restò un momento immobile, indi: --Siete ben certo di quanto mi dite? mormorò. --Oh! certissimo; non mi sarei permesso altrimenti dare questa notizia. --Non potrei sapere da alcuno ove quella signora si sia recata? --Non saprei: ella viveva nella solitudine più completa, non frequentava anima viva, però.... --Continuate. Ed il conte, annojato da quelle esitazioni, mise del danaro fra le mani del vecchio. Sino d'allora, a quanto pare, tal mezzo era il più possente per ottenere quanto si voleva. Ed il sagrestano non vi fu insensibile. --È davvero un gran signore, pensò. --Eccellenza, rispose rispettosamente, vi è una vecchia, che ajutava talvolta la domestica di quella signora: può darsi che ella sappia in qual luogo.... --Conducetemi da lei all'istante. Il sagrestano si affrettò ad obbedire. Gli fu necessario correre per secondare l'impazienza del conte di San Giorgio. --Chi lo avrebbe detto, borbottava tra sè, che quella signora, certo non ricca, avesse ad essere ricercata con tanta premuna da questo cavaliere? Si chiedeva quali motivi ne fossero causa; ne trovava parecchi, sceglieva tra loro, li confrontava, li respingeva. Condusse il conte in una bruttissima via, stretta e sucida, la peggiore di Pesaro; si arrestò dinanzi ad una meschina casupola. --È qui, disse, che quella vecchia abita. --Andatemela a chiamare, rispose il conte, spaventato quasi, disgustato certo dalla specie di fogna, in cui si trovava. Il sagrestano entrò nella casa, Il cavaliere di Malta girò lo sguardo intorno a sè. --Che? pensò: sarebbe possibile che in questo luogo potessi avere gli schiarimenti che desidero? Che qui trovassi chi possiede i segreti forse di colei, che ritengo mia prossima congiunta? Cielo! che mai accadde del cavaliere dell'Isola?... Egli, nato in seno all'opulenza.... Ed i suoi figli dove precipitarono essi? Delle voci che si avvicinavano strapparono il conte a quelle riflessioni. Una vecchia accompagnava il sagrestano.... Saprebbe dessa?... Non le disse nulla, non interrogò.... Doveva essere già informata... D'altronde non ne avrebbe avuto il tempo; chè il sagrestano esclamò tosto: Non sa nulla. Eccellenza. Queste parole fecero svanire l'ultima speranza del cavaliere di Malta. Dunque tutte era finito!... Non saprebbe che fosse avvenuto della donna che cercava? Colei, che un istante si era tenuto quasi certo di rinvenire... Perdeva le sue tracce, quando soltanto per suo mezzo avrebbe potuto forse aver notizia degli altri suoi parenti... Se il cavaliere Dell'Isola era morto, come mai ritroverebbe quel figlio, di cui il vecchio duca moribondo aveva palesato l'esistenza?... Dovrebbe dunque ritornare a Catania senza nulla scoprire; e non saprebbe riportare alla duchessa che delle congetture confuse, incerte, infondate fors'anche... che maggiormente l'agiterebbero? Mentre egli rifletteva a tutto ciò, il sagrestano e la donna, che gli aveva condotta dinnanzi, lo esaminavano ed attendevano quanto direbbe loro. Infatti, dopo qualche istante, ei rivolse la parola alla vecchia. --Che disse quella signora prima di lasciare Pesaro? Quale motivo addusse? --Nessuno, assolutamente nessuno; balbettò la povera donna posta in gran soggezione. --Quella partenza fu dessa precipitosa, o vi parve fosse stabilita da lungo tempo? --Partì improvvisamente colla sua domestica, non ne so di più, perchè soltanto qualche volta andavo in quella casa. Quella signora parlava pochissimo; era sempre assai triste. --E non giungeste mai a conoscere qualche importante particolare, che la riguardasse? L'interrogata riflettè. --Non so davvero che mi dire, mormorò; era assai affezionata al suo bambino, che non toccava ancora, i due anni; so che ne aveva un altro più piccolo da una nutrice, che ignoro ove abitasse; ella vestiva sempre a bruno, da poco era vedova, e di suo marito non parlava mai. --E non diceva talvolta di aver padre, fratello? --Io non ne ho mai udito parlare. --Nessuno veniva a vederla? --Nessuno a quanto credo. Mi sembra impossibile, pensò il conte, che se veramente era mia cugina avesse a vivere in tal modo. La sua famiglia non dovrebbe essersi tutta spenta. Poi ad un tratto. --Ed il suo nome? --Io la udii chiamar soltanto la signora Gabriella. Gabriella! pensò il conte... Ma era questo il nome della seconda moglie del duca suo avo!... della madre del cavaliere Dell'Isola... Ah sì! doveva esser sua cugina... E per accertarsene, spinto da un impulso involontario, irresistibile, senza darsi pensiero che quanto stava per fare era forse sconveniente per lui, e poteva cagionar sospetti, trasse rapidamente dalla valigia di pelle, che portava sotto al mantello, il ritratto della contessa sua madre, e lo mise sotto gli occhi della vecchia e del sagrestano. Essi fecero un movimento di sorpresa. --È il suo ritratto! sclamarono insieme. Dunque il giovane padre Leone non aveva esagerato!... Ah perchè non la ritrovai? pensò il conte. La sorte si prendeva davvero giuoco di lui. Come potrebbe riescire se essa non lo favoriva? Dopo un istante di immobilità dolorosa rimise l'effigie della contessa nella valigia. Le due persone, alle quali egli l'aveva mostrata, fissavano in lui degli sguardi pieni di curiosità. Certo, pensavano entrambi, questo cavaliere deve conoscere assai la signora Gabriella. Forse è suo fratello!.. forse qualche suo amante!... Quanto s'ingannavano in quest'ultima congettura sopratutto!... Eppure... chi non avrebbe pensato come loro, vedendo la premura, l'agitazione del conte? È così che talora si crede ciò che non è, e si riesce poi a persuadersene in modo, che rende in seguito difficilissimo il convincersi di avere errato. Il conte di San Giorgio, pensando che quella vecchia non potrebbe ormai essergli utile a nulla, la congedò dopo aver dato anche a lei del danaro. Dal suo contegno e da quello del sagrestano il cavaliere aveva compresa la maraviglia cagionata in entrambi dalla sua singolare condotta. Ma che gl'importava di loro? Già nessuno sapeva chi fosse. --Vostra eccellenza comanda ancora qualche cosa da me? gli chiese il sagrestano. --No, no, rispose il conte, che si allontanò frettolosamente. Ah, pensava, a che ci condurrà il progetto della duchessa? A nulla; comincio a crederlo. E sarà per nulla che io la lasciai; che mi privai dell'unica felicità, che mi può dare la vita!... Vederla talora, parlarle qualche volta... Perchè io non iscoprirò nulla nemmeno a Venezia: me lo dicono i miei presentimenti... Oh quella donna è davvero della nostra famiglia!... Gabriella! non m'inganno... dove mai si troverà dessa?... Se potessi saperlo; indovinare ove dimora!... Queste idee stancavano l'immaginazione del conte. Forse, diceva tra sè, è in questi dintorni, in qualche campagna isolata, che ella si nasconde! Ma è dunque sola?... Perchè?... Se mi provassi a cercarla nelle adiacenze!... Ma allora non mi recherei mai a Venezia!... Ed io voglio andarvi presto... Cercherò questa Gabriella nel ripassare di qui... e se a Venezia non avrò scoperto nulla, farò di trovarla ad ogni patto.... E dopo aver preso questa risoluzione, il conte di San Giorgio si sentì più tranquillo. Per qualche tempo aveva esitato tra proseguire e fermarsi senza sapere a qual partito attenersi. Ma ora ne aveva adottato uno, e si era deciso fermamente per esso. È sempre un bene escire dalla perplessità. Poi rifletteva che quella donna poteva essere ritornata a Venezia insieme a' suoi parenti; che disgiunta forse da loro par qualche colpa commessa, o per qualche fatalità, avesse finito poi per riconciliarsi con loro, o per ritrovarli... Se ciò fosse?... Ed egli, che poco prima si era proposto di non voler più sperare, si lusingò ancora:... chè nuovi avvenimenti, nuove congetture gli erano balenate dinanzi a rischiarargli l'orizzonte sconosciuto. Appena ritornato alla locanda, il cavaliere di Malta ordinò ad Antonio di sellare i cavalli, che avevano fatto quel giorno poche leghe. Il servo rimase sorpreso, poichè quel mattino istesso il conte gli aveva detto che probabilmente si sarebbero fermati a Pesaro più che nelle altre città, negli altri paesi già percorsi. Ma Antonio non si permise la menoma osservazione ed obbedì in silenzio. Il conte si disponeva a lasciar Pesaro con una specie di gioja. Pesaro, in cui era giunto con tante speranza, e che per tanto tempo aveva desiderata! Quante noje! Ma il pensiero di donna Livia lo sorreggeva. Sì, il duca aveva avuto ragione nel trovare che suo cugino amava quella donna con idolatria, non meno di quanto l'amava egli stesso! Se avesse veduto quante pene il conte si prendeva per obbedirla, ne avrebbe riso; ma detto anche fra sè che l'amore del cavaliere era, se non più appassionato, assai più devoto del suo! Il conte di San Giorgio era già a cavallo, nella corte della locanda; stava per escirne, quando vide il sagrestano, che si avvicinava correndo. Chiedeva di lui? Sì. --Eccellenza, gli disse, mi è venuto un pensiero dopo averla lasciata; sono andato a chieder notizia di quella dama ad una sua vicina. --Ebbene? --La signora Gabriella, dopo una breve assenza, ritornò a prendere le sue robe, e quella vicina udì dal carrettiere che si recava a Rimini. Ah! pensò il conte, io vi sarò stassera. Ringraziò il sagrestano, lo regalò ancora, e partì. Presto fu fuori della città. Spronò il cavallo, dicendo al servo di affrettarsi più che poteva. L'Adriatico sembrava seguire il cavaliere di Malta in quella rapida corsa. Quel mare, che ei costeggiava da tanto tempo, gli pareva ormai un compagno, un amico. La sera istessa giunse a Rimini. Ma la notte era troppo inoltrata, perchè potesse tentar subito indagini. L'indomani per tempo entrò nella chiesa di San Francesco, pensando che probabilmente troverebbe là quella donna, poichè aveva sentito passar ella gran parte del suo tempo in chiesa. Se non la vedeva entrare quel giorno, ed era domenica, in San Francesco per le funzioni, farebbe altre ricerche, ma la sorte lo favorì. Tra le prime persone che entrarono in chiesa, vide una giovane signora, che a prima vista lo colpì... La riconobbe.... Sì, è dessa! mormorò... Ah quanto rassomiglia anche a donna Rosalia.... La seguirò quando escirà di chiesa; vedrò dove entra... e quindi mi recherò da lei.... VI. Qualche settimana prima in una camera d'apparenza modesta di una modestissima casa di Rimini la giovane donna, che il conte di San Giorgio aveva cercata invano a Pesaro, Gabriella, se ne stava sola, appoggiata ad una finestra, come se avesse bisogno di respirare un po' d'aria. Pareva immersa in riflessioni dolorose. Sì, quei grandi occhi neri e languidi, quel profilo dolce, eppure troppo spiegato, quel volto pallidissimo, vezzoso, ma triste, e sino il complesso della persona alta, ma delicata ed esile rammentavano in modo particolare donna Rosalia; erano i medesimi tratti, ma assai più affaticati e stanchi. Gabriella vestiva a bruno, e ciò faceva sembrar maggiore la sua pallidezza. Ad un tratto si mosse: aveva udito battere alla porta. --Siete voi, Giovanna? disse; ma perchè ricondurre subito i bambini?... Intanto apriva; le parole morirono sulle sue labbra. Invece della servente e de' suoi figli vide un uomo ancora assai giovane intieramente avvolto in un gran mantello di color cupo. Ella lo riconobbe; ed una specie di esasperazione parve impossessarsi di lei. Il nuovo venuto rimase un momento immobile; indi rinchiuse la porta, e prendendo per una mano la donna, che non profferiva parola, la condusse nella seconda stanza, e la fece sedere. --Sì; sono io, Gabriella, disse poi; e la mia presenza non deve incutervi alcun timore. Ella lo guardò un momento in silenzio; indi: --È vero, mormorò; chi vi disse che io ero in Rimini? --Nessuno me lo disse, io stesso vi vidi; da qualche giorno ho arrestata in questo porto la mia nave; vi riconobbi in chiesa, ed attesi per venirvi a vedere che la vostra domestica fosse escita per qualche tempo. Oggi quando sortì la interrogai, seppi che per gran parte della giornata sarebbe assente, e venni... Venni come un amico, chè come tale, il sapete, vi amai sempre. --È vero, rispose ella, grazie. E gli stese la mano, che ei strinse in silenzio. Poi: --Sventurata! disse; che fu di voi? che mai faceste? Dunque, una passione vi trascinò? --No! esclamò Gabriella; voi vi ingannate, come certo s'ingannarono tutti. La fatalità soltanto mi ha trascinata, non passioni... --E dove vi trascinò essa? --Alla sventura, Marco. Mi chiedete ciò che fu di me in questi quattro anni? ciò che io feci? Nulla. Le pene, che ho patite, io non le ho cercate. Il giovane la guardò con compassione profonda. --Spiegatevi, Gabriella; pensate, che quanto a me direte nessuno lo saprà in eterno, se così bramate: parlate dunque. --Prima di farlo, lasciate che io vi chieda una cosa. --E quale? --Vedeste mio fratello? Da quanto tempo? --Da quasi due anni. --Oh allora non sapete.... e nulla poteva dirvi di me.... --Nulla mi disse; sapete che io non gli ho parlato che due volte; egli ignorava perfino che voi avevate accettata la mia mano, durante la sua assenza..... D'altronde non si avvide di me; era in gondola con una donna.... Ed il giovane si arrestò, come se non volesse proseguire. Gabriella fece un movimento di terrore. --Sarà stata lei! mormorò a voce bassissima, ed il suo volto si contrasse. --Che avete? le domandò il forestiero. La giovano donna si alzò; poi dopo un istante si lasciò cadere di nuovo sulla sua sedia; le lagrime la soffocavano. --Se il parlare deve riuscirvi troppo doloroso, ebbene tacete; esclamò il giovane, che all'accento si riconosceva facilmente per veneziano. --No, no; voglio dirvi tutto, giustificarmi; vedrete che non sono indegna dell'interesse che mi dimostrate. --Vi ascolto. E prendendo una sedia, Marco Sabbia, tale era il nome di quel giovane, ricco armatore veneziano, si assise vicino a Gabriella. --Sì, voi mi compatirete, cominciò ella; siete calmo e riflessivo; l'idea soltanto che mio fratello non poteva occuparsi di me vi spinse ad offrirmi la vostra mano una volta.... E tutto posso dirvi.... Egli la interruppe: --No, Gabriella, io vi voleva bene; siete la sola donna, che avrei sposata; vi amava senza esaltazione. ma molto: e quando vi perdetti, rimasi profondamente rattristato.... Tanto che mi recai in Levante, viaggiai continuamente, quantunque avessi potuto vivere tranquillo a Venezia con ogni agio: ma la mia città natale mi era divenuta insopportabile, mi vi fermava soltanto il tempo necessario a ricevere nuovi incarichi dalla signoria, che tante volte mi aveva già spedito come mio padre in Dalmazia, in Morea, in Asia. --E che diceste allorquando io sparii? --Mi fu detto che eravate fuggita con un giovane; pensai fosse il vostro amante; mi pareva strano, il confesso, ma dovetti persuadermene.... Faccia Dio, mi dissi, che mai ella si penta dell'error suo! --Ah! mormorò Gabriella: voi avete creduto ciò di me. No, mai avrei commesso una tal colpa, affrontata la collera divina! --Infatti, voi sì pia, sì religiosa: ma dunque raccontatemi tutto. --Marco, voi credeste la mia partenza una fuga, invece fu un rapimento. --Come? Che dite? Chi fu il vile? Come mai potè effettuare?... Proseguite. --Negli ultimi giorni, che passai in casa della signora Lorini vostra zia, a cui mio padre mi aveva affidata, io vedeva, ogniqualvolta andava alla finestra, un uomo guardarmi fissamente, ed in modo che quasi mi spaventava. Credetti però non dovermene dar gran pensiero; per questo non ne dissi nulla alla signora Lorini. Voi eravate assente. Ah! credeste che io non fossi soddisfatta della sorte che mi promettevate, che mi attendeva.... ed invece la guardavo con fiducia... Oh, non fui io che volli cangiarla.... Una sera, mentre stavo discorrendo colla signora Lorini, si venne ad avvertir questa che una sua amica, le se ne disse il nome, stava per morire, e che chiedeva istantemente di vederla. Senza riflettere molto ella entrò nella gondola, che attendeva ai piedi della nostra casa, e che dicevano mandata dai parenti della inferma. Così io rimasi sola. Andai alla finestra, e stavo guardando allontanarsi la signora Lorini, quando ad un tratto mi sentii afferrare per un braccio. Mi rivolsi; al lume della lampada, che ardeva nella camera, riconobbi l'uomo che mi trascinava... Era lui!... quello, che da qualche giorno vedevo sempre dalla finestra. Feci per parlare, ma egli me lo impedì:--Gabriella, mi disse, non vi spaventate, siete con un uomo che vi adora; seguitemi... Ed intanto mi trascinava per le scale.... Stordita per la sorpresa, e per lo spavento, io non feci resistenza come lo avrei potuto del resto? Le forze mi abbandonavano, volevo gridare, chiamar soccorso, ma la mia voce moriva nella strozza. D'altronde e' continuava a minacciarmi; poi tutto fu l'affare di pochi istanti.... Giunti ai piedi della piccola scala, che voi conoscete, egli mi depose in una gondola; prima di allontanarsi, io lo vidi parlare ad una persona, che stava in un'altra gondola. La luna illuminava le lagune; uno de' suoi raggi cadde sul volto di quella persona, nell'atto che metteva fra le mani di colui che mi rapiva qualche cosa, che non distinsi; quantunque più morta che viva, ed incapace di muovermi, io concentrai tutto quanto potevo avere di forza visiva, di attenzione, sul volto della persona, che parlava col mio rapitore... Era una donna.... una donna giovine e bellissima. Marco rabbrividì. --Quale interesse, continuò Gabriella, poteva spingerla a prender parte a quel rapimento? ah non lo so ancora, quantunque.... Ella parve fare a sè stessa una domanda penosa; i singhiozzi, che avevano sempre interrotta la sua voce, cessarono un istante, la collera, l'odio quasi si dipinsero sulla sua fisonomia, abitualmente dolce. --Infelice! esclamò il marinajo, che sembrava assai preoccupato. --Infelice! aspettate a darmi tal nome; voi non sapete ancora quanto soffrii.... Dopo che ebbe parlato con colei, e fu per un momento, l'uomo che mi rapiva si assise vicino a me. Le ultime mie forze mi abbandonarono, e svenni.... Ei mi fece fiutare qualche cosa, che invece di scuotermi mi intorpidì affatto. Quando rinsensai, ero in una specie di cameretta di una nave straniera, sola con lui. Mi chiesi un istante con angoscia inesprimibile se non ero in preda ad un orribile sogno.... Ahimè no! lo compresi tosto. I miei sentimenti confusi si risvegliarono insieme, mi risovvenni con chiarezza di essere stata strappata a forza dalla casa ove abitavo, deposta nella gondola, e mi risovvenni benanco della donna, di cui vi ho parlato, che sembrava essere stata l'anima di quella trama, e che forse l'aveva ordita ella sola.... Quali penosi ricordi gran Dio! A misura che essi mi persuadevano della realtà crudele della mia situazione, il mio cuore si stringeva, il sangue mi affluiva con violenza al cervello: com'è che non divenni pazza? Pensai anche a voi, Marco, vi desiderai a me vicino; voi mi avreste forse salvata.... --Lo avrei tentato almeno! esclamò egli; e se non perdevo la vita nella lotta, sarei riescito. --Lo credo. Per qualche istante rimasi silenziosa, poi mi rivolsi piangendo a colui. Insensata! credevo di commoverlo; mi gettai a' suoi piedi: Riconducetemi a casa, esclamai; Dio vi benedirà! Egli mi rialzò; Acquetatevi, Gabriella, mi disse; io non posso soddisfarvi.--Perchè?--Perchè vi amo, ed ho risoluto siate mia per sempre. Prima che rinunziare a voi io saprei uccidervi.--Egli pronunziò quelle parole in modo, che ne fui atterrita, e ritenni inutile ogni altra prece. Mi costrinse quasi a bere qualche goccia di un'acqua, che ei diceva mi avrebbe calmata. Tosto fui presa da un sonno pesante, che mi aggravava le palpebre. Benchè tentassi rimanere svegliata, non lo potei.... ogni sforzo fu inutile.... E m'addormentai.... Certo avevo preso qualche narcotico possente. L'altra volta il mio torpore non era durato molto; ma invece questa, lo compresi in seguito, aveva durato due giorni e due notti.... Mi risvegliai in una camera di locanda; ero sdrajata su di una lunga seggiola a bracciuoli.... Egli mi aveva coperta col suo mantello.... Stava in piedi dinanzi a me.... Cielo! che era mai avvenuto?... Mi misi a piangere.... Egli mi prese le mani. Gabriella, mi disse, perchè non vi rassegnate al vostro destino? Io sono giovane e vi amo: perchè non mi amerete voi pure? Sposatemi, e tutto sarà finito, chè veramente, non potrei sempre vedervi a piangere.... E certo io non voglio rinunziare a voi.... Mi sembra parlarvi ragionevolmente... Un prete ci attende. Venite..... Rimasi un istante perplessa tra l'idea di rachiudermi in un chiostro; narrar tutto ad un confessore; od accettare l'offerta di colui, che in quell'istante mi guardava dolcemente. L'onore mi spinse a prendere il secondo partito. Andiamo, esclamai alzandomi, andiamo tosto. Egli mi parve soddisfatto e sorpreso insieme da quel subito consenso. Mi condusse in una chiesa vicina senza indugio; sembrava temesse che io avessi a cangiarmi. Tutto era pronto per la cerimonia. Un'ora dopo io era sua moglie; e qualche giorno prima egli mi era straniero. --Vi amò egli almeno? chiese il marinajo. --Sì, benchè poi divenisse assai brutale e non mi lasciasse la menoma libertà. --Ed in qual luogo lo sposaste? --A Ravenna. E riprendendo il filo del suo racconto: --Ero maritata ad un uomo, di cui ignoravo la condizione e gli antecedenti. Chi era egli mai? Glielo domandai con qualche terrore, appena fummo di ritorno dalla chiesa. Esercitai sempre il mestiere dell'armi, mi disse; ora ne sono annojato, e voglio ritirarmi in campagna. Non sono molto ricco, ma possiedo una fortuna sufficiente per vivere. Questa fortuna. l'ho meco: e mi mostrò una gran borsa piena d'oro. Voi siete mia, continuò egli; nulla ormai può spezzare i legami, che a me vi uniscono; dunque prendete il vostro partito. Io vi amo. Rimasi silenziosa; non era il sapere che ei non fosse nobile, nè ricco che mi opprimeva; egli mi aveva strappata, è vero, ad un avvenire sicuro, ad un'esistenza agiata, fatto provare angosce terribili; ma infine io stessa ero figlia d'un guerriero di ventura, non possedevo ricchezze; mio padre era nobile sì, ma orfano, solo; insomma.... colui mi aveva sposata senza esitare; ciò tranquillava la mia coscienza. Intanto egli mi parlava d'amore, le sue parole, piene di una passione selvaggia, mi facevano tremare, ma risvegliavano in me sentimenti, sino ad allora sconosciuti.... Voi eravate il solo, che mi avesse prima amata; e, benchè mio fidanzato, eravate sempre stato per me più un fratello che un amante; io non conoscevo dunque l'amore, poichè non era amore ancora quello, che provavo per voi.... Eppure con voi sarei stata felice!... Poi colui, benchè in modo sì strano, era mio marito; io non poteva rifiutarmi ad ascoltarlo.... non potevo.... Il cielo istesso m'imponeva verso di lui dei grandi doveri.... Marco, aggiunse Gabriella alzandosi con vivacità passaggiera e convulsa, nella posizione, in cui io mi trovavo di fronte a quell'uomo che mi aveva rapita, che avevo sposato per necessità, che dovevo fare? Una donna altiera, energica avrebbe preferito morire prima che viver seco; si sarebbe precipitata nell'onde sin dalla notte fatale, anzichè rimanere sola con lui.... ma io, timida, inesperta, mi lasciai trascinare..... Marco, quell'uomo, che mi aveva strappata a forza dalla casa, ove abitavo, non poteva essermi indifferente; bisognava, o lasciarmi trascinare verso di lui, od odiarlo.... Ed io non sapeva odiare.... Gabriella si lasciò cadere nuovamente sulla sua seggiola, e nascose il volto tra le mani. Il giovane veneziano rispettò un istante quel silenzio, come quello che proveniva da mille affetti diversi. Egli la comprendeva, non si era condotta come una eroina, ma era sventurata, non colpevole. --Dunque, lo amaste? le chiese con dolcezza. --Sì, lo amai, come la schiava ama il suo padrone, di un amore, che mi avviliva a' miei proprj occhi.... In pochi giorni lo amai così... Tanto ei mi dominava, che un solo suo sguardo arrestava sulle mie labbra le parole, quando volevo rimproverargli il modo, col quale aveva agito meco; sicchè quasi non osai più tentarlo.... Fu virtù la mia, o fu viltà?... Ahimè! che io stessa.... Marco la interruppe. --Gabriella, le disse con dolcezza ed insieme con dignità, io non vi chiedo di più; comprendo qual dolore si debba sentire nel narrare, sia pure all'amico più devoto, le umiliazioni patite.... Non devo esigere che a tal dolore vi assoggettiate per me.... --Grazie, mormorò la giovane. --Io, riprese Marco, devo cercare soltanto di alleviare le vostre sventure; vi offro ancora la mia mano e la mia fortuna, che in questi anni coi traffici e colla mercatura divenne ancor più considerevole.... --Che dite? --Che io sarò, se il volete, il padre dei vostri figli. Se avessi provato per voi una di quelle vive passioni che sconvolgono la fantasia, non potrei forse parlarvi in tal modo: avrei orribilmente sofferto nell'udire che amaste un altro; ma io che non ho la mente offuscata dalla gelosia, posso sopportare tale idea.... Comprendo lo stato, in cui vi trovaste, e vi compatisco... Accettate la mia offerta, e potrete essere ancora, se non felice, amata e tranquilla. Gabriella rimase immobile: sembrava che la voce non potesse escire dalle sue labbra. Finalmente, dopo un forte accesso di tosse: --Marco, mormorò, io non posso, non devo accettare. --Perchè? --Perchè non sono più quella che fui. Voi vi pentireste della vostra generosità; guardatemi!... Io non ho ancora venticinque anni, eppure il mio cuore non sa più schiudersi alla speranza.... D'altronde.... --Ebbene? --Poco forse mi rimane di vita.... una malattia sottile mi distrugge.... I medici, che ho consultati, me lo lasciarono travedere.... Il veneziano la guardò con terrore; sin dal primo momento l'eccessiva pallidezza di lei lo aveva colpito. --Perchè temer ciò? le disse. Siete pallida, sfinita. ma foste sempre delicata.... Una nuova esistenza, la pace soprattutto potranno facilmente, lo spero, rendervi la salute.... --Oh quanto siete buono! Come potei atterrirmi in vedervi?... Temere di essere disprezzata da voi?... Oh ma voglio terminare di narrarvi i miei casi.... --Vi commovete troppo; ciò vi affaticherà. --No, no; lo desidero.... È tanto tempo che non parlo ad un amico.... Mai confidai ad alcuno le mie pene.... --Come credete, Gabriella. --Mio marito si chiamava Ferdinando Alboni; era di Perugia. Comperò una casa ed un podere fra gli Apennini, in un luogo deserto, quasi nascosto; pareva volesse celarsi.... Là diedi alla luce i miei figli.... Io ero diventata una specie di automa.... La mia testa si era indebolita assai, assai.... Fu effetto dei narcotici presi?... Lo pensai tante volte.... Marco fremette. --E talora, continuò ella, anche adesso io ho degli istanti, in cui mi sembra smarrire la memoria di ogni cosa.... Per più di due anni vissi in quel modo: mi angosciava talvolta il non saper nulla di Federico, il quale era assente quando avevo lasciata Venezia, il non saper nulla di voi, della signora Lorini.... Che era avvenuto di tutti?... Ahimè! non me lo chiedevo lungamente!... Accasciata sotto il peso della fatalità io non ardivo sperare più nulla.... non sapevo quasi avere una volontà.... mi lasciavo condurre da mio marito.... gli obbedivo senza rendermene ragione.... Eppure, a misura che io mi era fatta più dolce, egli era divenuto più imperioso.... Per lui ero un oggetto di sua proprietà esclusiva, non molto di più; ed io ne ero quasi persuasa.... Gabriella si arrestò un istante, indi: --Mio marito mi aveva sempre amata materialmente; la mia poca energia, la mia obbedienza passiva, il non saper oppormi, nemmeno quando lo avrei dovuto, volse quel materialismo in brutalità... Marco, voi mi guardate sorpreso: voi temete che io soffra nel dirvi così.... No; certe pene io non le provo più.... Il veneziano si scosse. --Cielo! pensò, dunque è vero che amare in tal modo, con tale sofferenza, possa condurre all'abbiezione? Ed egli non interruppe quella sventurata. Certo abbisognava tutto il suo buon cuore, tutta la sua indulgenza, perchè la pietà profonda, ch'ella gli ispirava, non avesse nulla d'umiliante per lei. Gabriella era stata un istante silenziosa; poi ad un tratto il suo volto si animò, l'espressione di dolce ebetismo, che vi stava dipinta poco prima, disparve quasi. Una specie di vivacità brillò nel suo sguardo. Era rossore di quanto aveva detto? Era la speranza, che le ritornava in cuore?... Fatto sta che ella riprese con voce più ferma: --Non voglio abusare della vostra attenzione, Marco, amico mio; perdonate ad una povera donna, che alle volte non sa più quel che si dica.... Ascoltate: Tale dunque fu la mia esistenza vicino a quell'uomo. Dopo due anni di essa egli morì alla caccia, dove passava molto tempo.... venne ucciso da un bufalo selvaggio.... Dopo la sua morte un vecchio coltivatore, nostro vicino, che mi aveva sempre dimostrata molta premura, s'incaricò di far valere le mie poche terre, e mi promise d'inviarmi due volte all'anno i danari ricavatine, ovunque fossi.... Volevo lasciar quei paesi, avvicinarmi a Venezia, benchè non contassi ritornarvi. La mia salute già da qualche tempo era alterata; un medico, che quel vecchio coltivatore fece venire dalla vicina Spoleto, mi consigliò a soggiornare in riva al mare.... Mi recai a Pesaro, mi vi fermai otto mesi, vi sarei ancora.... quando.... un giorno, che mi ero recata a passeggiare in porto, fui riconosciuta da un guerriero della repubblica, amico di Federico, il quale mi disse aver appena veduto questo a Bologna, ove contava fermarsi un mese per affari.... Quel guerriero non aggiunse altro, chè soltanto di vista mi conosceva; ma aveva mostrata una gran sorpresa, vedendomi, perchè mi credeva morta. Federico era il solo parente che mi rimanesse: lo avevo sempre amato molto, benchè egli mi avesse un po' trascurata, a motivo anche della sua carriera, e poi ei mi credeva estinta o colpevole.... Non seppi resistere al desiderio di vederlo, di giustificarmi.... Partii per Bologna coi miei figli e colla mia servente, una buona donna, che intieramente mi è devota.... Presi meco il mio atto di matrimonio, chè non volevo arrossire dinanzi a Federico, buono, gentile, ma orgoglioso e suscettibile.... Giunta appena in quella città, chiesi di lui.... Volle fortuna che mi fosse tosto additata la locanda, ove aveva preso alloggio.... Era in casa.... chiesi al suo cameriere di parlare a lui solo, e fui introdotta all'istante.... Rimase più che sorpreso in vedermi; io, dopo poche parole, gli mostrai l'atto del mio matrimonio, perchè compresi esser ciò necessario a distruggere i sospetti, che leggevo sul suo volto. Fui rapita, Federico, gli dissi; non sono colpevole.... Allora egli, che è poi facile a commoversi, mi abbracciò: Vi credo, Gabriella, rispose; sono contento di ritrovarvi, e spero combineremo di poter vivere vicini. Nulla noi potemmo dire di più.... Non ebbi il tempo di raccontargli i dettagli del mio rapimento, nè di accennare alla donna, che vi aveva preso parte; neppure gli chiesi della sua posizione attuale.... Portava una brillante assisa militare; non mi pareva più vestito come prima però.... ma probabilmente sarà ancora al servizio della repubblica; vi sono tante fogge diverse di abiti, io non ne ho pratica.... Insomma, pochi minuti rimanemmo soli.... Una porta dietro a me si aprì, prima che io mi volgessi a vedere chi entrava:--Ecco mia moglie: disse Federico.--Che? siete ammogliato? domandai sorpresa, e mi alzai, mi rivolsi:... Vidi la sua sposa.... Oh mio Dio!... rimasi come colpita dal fulmine!... Riconobbi in lei la donna che aveva assistito al mio rapimento, che forse aveva dato a mio marito l'oro ch'ei possedeva, giacchè tale dubbio sempre mi aveva perseguitata, benchè egli mi avesse assicurata del contrario.... Marco parve spaventato, ma dissimulò tale spavento. --Come? domandò. --Sì; era dessa, riprese Gabriella: ah non è tal volto, che si possa dimenticare.... Un debole grido mi sfuggì, ma sì debole, che mio fratello non lo udì nemmeno.... Stava presentandomi alla sua sposa, narrandole in poche parole la mia storia.... Certamente ella mi riconobbe; forse sin da quella notte fatale sapeva che io ero sorella a Federico di Chiarofonte; ma non un atto la tradì, e fissò su di me il suo sguardo, ove non iscorsi il menomo turbamento.... Marco sempre più si atterriva; ma si sforzava di mostrarsi calmo. Gabriella continuò. --La moglie di mio fratello mi ripetè le offerte di lui, ma esse non facevano che spaventarmi: nel sorriso di lei continuo ed insinuante io leggevo la menzogna; ne' suoi begli occhi orribili minacce. Indi: Venite meco, mi disse, prendendomi per la mano; vi riposerete e vi ristorerete. Sì, sì, andate, interruppe Federico, io non vi pensava.--Che doveva fare? Dire a mio fratello tutto?... Ero sì confusa.... non avrei potuto parlare.... La seguii macchinalmente, benchè a stento; quando fui sola con lei, mi fece sedere, quindi ella pure sedette in faccia a me. La guardai un poco spaventata; poi torsi gli occhi; non sapevo che dire, che pensare.... Chi ci avesse vedute in quell'istante avrebbe creduta me colpevole verso di lei; poichè io sola mi mostravo confusa.... Non potevo dubitare dei miei occhi; l'avevo perfettamente riconosciuta: eppure fui quasi per chiedermi se non mi fossi ingannata; tal era la sua franchezza, la sicurezza che mostrava ed ostentava in faccia mia.... Certamente, od almeno lo pensai, ella mi condusse seco, onde vedere se le riuscisse possibile il farmi credere che io mi ero ingannata..... persuadermi che per la prima volta ci vedevamo.... Lo compresi dalle parole seguenti: Sono lieta, mi disse, dell'avermi mio marito fatto sperare che dimorerete con noi per qualche tempo almeno. Pronunciò questa frase lentissimamente, esaminandomi, onde giudicare dell'impressione cagionata in me. Ella sorrideva intanto, e nel suo esame sembrava mettere una certa sbadataggine.... Immaginate, Marco, come io dovevo sentirmi. --Che faceste? dissimulaste? --No; benchè un istante ne avessi avuta l'idea, ma nol potei, chè le lagrime mi soffocavano.... Dimorare con voi! signora, mormorai, quella che....--Che volete dire? non vi comprendo. In quell'istante io vidi come in un sogno la mia vita dal giorno, in cui avevo per la prima volta veduta quella donna, la sposa di Federico... Pensai quanto diversa, quanto tranquilla sarebbe stata la mia esistenza senza di lei!... Pensai agli avvilimenti sofferti senza poter lagnarmi; alla mia salute distrutta; provai un senso di dolore, che mi esasperò.... Ed alzandomi: Ditemi almeno il perchè, le chiesi convulsamente, mi avete fatta rapire.... Ella impallidì; si alzò alla sua volta: Voi mi scambiate con un'altra, mi disse. Io non sono molto fina, ma non le credetti però. Non abbisognava un'osservatrice profonda per notare in quell'istante sul volto di lei una passaggiera, ma indicibile espressione di terrore. Anche i cattivi non sanno sempre dissimulare colla stessa perfezione. Vi sono dei momenti, in cui Dio permette che si tradiscano loro malgrado. Vedendo che io non volevo crederle, che non le riusciva ingannarmi, prese ad un tratto altra via.... Si avvicinò a me, e stringendomi un braccio: Gabriella, mormorò con voce concitata, contate voi parlare a mio marito dei vostri sospetti?--I suoi occhi lanciavano fiamme: erano sì minacciosi, che non osai rispondere.--Voi nol farete, riprese ella collo stesso tuono, altrimenti.... Io feci uno sforzo e rialzai il capo.... altrimenti, continuò, voi avete dei bambini, Gabriella, gli amate?--Signora, perchè tale domanda? mormorai atterrita.--Se gli amate, vi premerà conservarli!--E si arrestò, guardandomi fissamente. Un brivido mi corse per le membra. Che mio marito non sappia mai, proseguì ella, mai!.... Che mai una parola mi accusi dinanzi a lui.... Mi avrete compresa.... Giuratemi di non dirgli nulla.--Spaventata, pensando ai miei poveri figli, io non seppi resistere.--Ve lo giuro, balbettai.--E non potendo più a lungo trovarmi sola con quella donna, corsi all'uscio più vicino, e mi precipitai fuori della stanza.--In un batter d'occhio ella mi raggiunse. Calmatevi, mi sussurrò all'orecchio; la vostra agitazione è pericolosa. Soggiogata, obbedii. Obbedire alla forza per me era un'abitudine. --Povera Gabriella! --Ah Marco! voi solo non mi atterrite. Come potei mai temere di voi? E dopo avergli gettato uno sguardo, in cui si dipingeva tutta la sua gratitudine, la giovane donna continuò: --Passai tutta la giornata presso Federico; sua moglie non mi lasciò un istante. Rimarrete dunque con noi un poco? mi disse mio fratello. Io non potevo rispondere. Ella vuol ritornare domani a Pesaro, interruppe sua moglie. Pronunciando queste parole, mi guardò; compresi ciò che ella voleva e non esitai.--Sì, dissi, voglio ritornare a Pesaro. Federico meravigliato di quel rapido cangiamento, me ne chiese il motivo.--Sono abituata a viver sola, risposi; mi dispiace cangiare: ho riflettuto che la mia salute ha proprio bisogno di una vita monotona; poi forse quest'aria mi farebbe male.--Mentiva; ma come non avrei mentito?--Federico si mostrò dolente, ma non insistè. Verrò io presto a trovarvi a Pesaro, mi disse. Credetti veder sua moglie spaventarsi; ma così non fu. Mio fratello parve persuaso delle mie ragioni, che il mio aspetto delicato e triste giustificava.--Mandò a prendere i miei bambini alla locanda, perchè voleva conoscerli, vederli. Fece loro molte carezze; sua moglie pure gli abbracciò.... Oh mio Dio! que' suoi baci mi fecero rabbrividire.... Ella che aveva detto.... Così passò quel giorno. La sera, dopo cena, abbracciai Federico, che volle accompagnarmi alla locanda: sua moglie con una gentile insistenza chiese seguirci, e venne con noi.... Così terminò la mia visita a Federico. Ero andata da lui, sperando averne qualche consolazione; sperando che la sua vista mi facesse dimenticare alquanto le circostanze orribili, in cui mi ero trovata.... Ed invece! fu là che i miei ricordi penosi dovevano maggiormente risvegliarsi; che dovevo provare terribili scosse.... E Federico?.... Ma come mai aveva amata quella donna? Come mai l'aveva sposata?.... Chi è dessa?.... Io nulla potei chiedergli, poichè, se anche mi avesse lasciata poi sola con lui, non lo avrei osato.... Marco era pensieroso: pareva non potesse decidersi a parlare. --E così, lasciaste Pesaro allora? domandò, come per dir qualche cosa. --Sì; mi recai qui a Rimini, perchè ella non sapesse ove io fossi: non per me, che di me poco preme, ma i miei figli.... Ah Marco! che sarà di loro? --Voi me lo chiedete? Perchè non siete tranquilla sul loro avvenire?... Avete dimenticato quanto vi ho detto? --No, Marco, no: ma... Ed ella sospirò. Indi: --Ora vi ho narrato tutto quanto mi è accaduto, dacchè lasciai Venezia: una cosa sempre mi chiedo; nè mai so rispondervi... Perchè quella donna assecondò mio marito, e lo spinse forse a rapirmi?... E se sino da allora amava mio fratello, quale ostacolo poteva io essere alla sua unione con lui?... Ajutatemi voi: ditemi quanto ne pensate... Marco rifletteva. --Non saprei, rispose quindi. Io pure non vedo una ragione chiara abbastanza... molte me ne suggerisce la fantasia... ma non una che mi persuada... Infatti, voi non potevate essere per lei un ostacolo, di cui le fosse necessario sbarazzarsi... Può darsi che, senza sapere chi eravate, avesse secondato vostro marito... che, legata a lui da qualche segreto, da qualche mistero, non abbia potuto rifiutarsi ad ajutarlo... Non vi disse egli mai di conoscerla?... Non le chiedeste mai di lei?... --Più volte, ma invano. Mai voleva rispondermi su tal punto... Non vi dissi già come ei mi dominasse?... Non soleva darmi molti schiarimenti.... E quando gli faceva domande che il contrariavano, s'impazientava tosto... Ah Marco! voi forse conoscerete quella donna... Certo Federico la vide a Venezia. --Guardate, Gabriella.... --Che cosa? --Io inclino a credere che, quando agì in danno vostro, ella non vi conosceva. Gabriella scosse il capo: benchè non ne comprendesse il motivo, era persuasa del contrario. --Poi, continuò Marco, vostro fratello, un cavaliere brillante, che sempre frequentò le case patrizie, che ebbe già molti intrighi galanti, non può essersi impegnato eternamente con una donna così senza conoscerla bene... --Oh lo avrà ingannato! Ingannerebbe voi pure... se la vedeste.... se la udiste.... --Può darsi: ma insomma io non lo credo... --Ma perchè?... --Non so. Ma io penso che ella sia soltanto l'amante di vostro fratello.... Non vi sarebbe nulla di strano.... --Ah se fosse vero! Se non la vedessi eternamente posta tra me e lui! Ed un lampo di fuggitiva soddisfazione brillò negli occhi di Gabriella. Ma ricadde poi subito nell'abbattimento consueto. --Perchè, mormorò, se anche voi vi apponete al vero, io dovrei temere egualmente, più forse... Se Federico non è suo marito, maggiormente temerà di perderlo. --Non vi lasciate dominare da soverchi timori: d'ora innanzi io veglierò su voi.... Io credo non sia sua moglie; però potrei ingannarmi. Sono persuaso esser ella la donna, che vidi seco lui in gondola.... Quanto udii da voi maggiormente me ne assicura.... È molto bella, diceste? --Sì; immaginatevi una grandiosa statua, corretta, ed insieme espressiva.... che cammina, che parla.... ed avrete una idea della bellezza di lei.... --Ciò non fa che confermare le mie supposizioni; in ogni modo, se vostro fratello la sposò, la sposò affascinato senza sapere chi ella fosse.... Deve essere davvero colei che io vidi.... Dite che è grande.... --Sì, grande, maestosa.... --Bruna? --Perfettamente. --Occhi neri, brillanti, grandissimi, che volge continuamente, ma troppo aperti, sfrontati.... --Sì, sì.... --Il suo profilo è greco? --Come una statua. Ma voi la conoscete, il vedo.... --Qual età potrà avere.... --Dai venticinque ai trent'anni, penso. --Ha nome Camilla? --Federico la chiamò così. Ditemene qualche cosa.... Marco stette alquanto perplesso; indi; --Sentite: io vi dirò quanto ne so; non date poi maggior peso di quel, che è saggio, alle mie parole... --Dite, dite.... --Se è la persona che io intendo, è dalmatina di nascita; ma suo padre viaggiava continuamente; si fermava ora in un luogo, ora in un altro.... Anche a Venezia aveva una casa.... Egli.... E Marco si arrestò, come non sapesse risolversi. --Ebbene? --Era di origine zingaro; guadagnò tesori in fabbricare veleni potentissimi, anche di quei veleni, che uccidono col solo olfato.... --Oh mio Dio! Ella forse pensava servirsi di qualcheduno di essi contro i miei figli, se io parlavo.... Gabriella impallidì come la morte; poi: --E Federico vive seco! Oh sventurato! --Vi dissi questo, per quanto mi dolga spaventarvi: così per una precauzione.... Del resto è probabile che non sarà scellerata al segno da adoperare la perfida mercanzia di suo padre. Ne è prova il non essersene servita contro di voi. --È vero, sì: disse Gabriella rassicurata alquanto. Comincio a credere che voi aveste ragione nel pensare, che, legata a mio marito da qualche segreto, l'abbia ajutato senza conoscermi.... Egli l'avrà minacciata.... --Oh sicuro.... Ma verrà forse un giorno, in cui ne sarà dato scoprire tutti questi misteri.... --Purchè non sia per il peggio.... --Calmatevi, cara Gabriella. --Mio fratello avrebbe sposato una donna di tal nascita.... --Insomma, che cosa volete fare?... Come avevo principiato a dirvi, suo padre divenne ricchissimo: non vendeva soltanto veleni, ma anche droghe strane per mille usi diversi, filtri, che so io?... Si andava la notte da lui: mi fu quasi accertato che anche molti principi vi ricorsero talvolta.... Ma non so se sia vero.... Egli morì che sua figlia non aveva più di vent'anni.... Ma siccome era sempre stata nascosta, nessuno la conosceva; dopo la morte del padre ella assunse il nome di Camilla Bosconero, ed apparve come una ricca orfana, senza parenti.... --Ma voi come sapete tutto questo? --Oh io!... fu per un caso strano.... Sono diversi anni che ella transitò dalla Dalmazia a Chioggia sopra la mia nave.... Uno de' miei marinaj, che poi in uno scontro coi corsari, avvenuto qualche mese dopo, rimase prigioniero, me la mostrò; dicendomi che egli era stato inviato segretamente e a più riprese da suo padre: che ella però non poteva certo riconoscerlo, perchè una sol volta l'aveva veduta.... Mi narrò di lei in segreto quanto ve ne dissi, aggiungendomi che in avvenire io solo forse conoscerei con lui la vera origine di quella giovane e la sorgente delle sue ricchezze.... Ella era accompagnata da una vecchia domestica.... La imponente bellezza di Camilla aveva già attirato sopra di lei la mia attenzione.... Dopo quanto m'aveva narrato quel marinajo, la esaminai di nuovo; ma siccome non è mio costume incantarmi nella contemplazione di una donna, per quanto sia bella, cessai tosto dall'occuparmene.... Poi avemmo una notte di bufera orribile, nella quale Camilla pure arrischiò di rimaner sommersa, fu salva a stento, e mi deve quasi la vita.... Marco si arrestò, colpito da una subita idea.... Ma non lasciò scorgere a Gabriella il suo turbamento, eppure era grande. In quell'istante si era chiesto ad un tratto se quella donna, ch'egli aveva creduta addormentata, avesse mai udito il marinajo, quando gli rivelava i segreti di lei.... Ohimè! pensò, sarebbe mai possibile?... Sarei stato io senza saperlo cagione di...? E guardò Gabriella colla più tenera compassione. Per qualche tempo rimase muto. La giovane non si era avveduta di quell'improvviso arrestarsi; od almeno lo credette cagionato soltanto dai dubbj, dai sospetti, che entrambi provavano. E volgendosi al veneziano: --Dopo non la rivedeste più? gli chiese. --La rividi diverse volte, sempre con giovani cavalieri; è per questo che non mi meravigliai vedendola con vostro fratello, e la credetti sua amante.... Però, potrebbe averla sposata.... Ella è molto bella: in un istante di pazzia uno sproposito è presto fatto.... --Chi sa? Federico è un po' stordito: voglia il cielo non abbia a pentirsi!... --Del resto, continuò Marco, io non so a carico di quella donna che quanto mi narraste voi stessa.... Non credo abbia commesso altre cattive azioni.... Potrebbe darsi davvero che vostro marito conoscesse l'origine di lei.... che per questo fosse stata trascinata a secondarlo, non per naturale perversità.... Il veneziano diceva questo, perchè gli sembrava crudele spaventar Gabriella: ma invece pensava tutto all'opposto, e ne aveva ben d'onde. --Ma, interruppe la giovane, e le minacce che ella mi fece in Bologna.... --Avrà conosciuto che eravate dolce, timida; che era agevole atterrirvi, e vi avrà ricorso come ad uno spauracchio. --Bisogna dire che le prema assai non alienarsi mio fratello. --Così credo anch'io. Marco era quasi pentito di quanto aveva detto. Temeva aver gettato nell'animo di Gabriella un nuovo germe d'angoscia: ma non aveva saputo resistere all'idea di premunirla.... Avrebbe richiamate le sue parole forse.... Ma no: potevano divenir necessarie.... E se fosse stato d'uopo dire anche più.... Ma non ne ebbe il coraggio.... Egli era in una di quelle situazioni dolorose, nelle quali non si sa a che risolversi: si teme dir poco, si teme dir troppo, e si finisce per prendere una via di mezzo, la più pericolosa sovente. Ah se Gabriella avesse letto nell'animo dell'amico suo, quanto maggiormente sarebbe stata atterrita! Il giovane veneziano, benchè d'indole più che calma, provava un'amarezza profonda; ma richiamò tosto la sua ragione: pensò che quanto di meglio gli rimaneva a fare era vegliar su Gabriella ed i suoi figli. Quindi: --Ho veduto i vostri bambini, le disse: sono vezzosi e vi rassomigliano. --Oh quanto temo per loro, Marco! --Via, via, non inquietatevi: quando saranno più grandicelli, penseremo insieme al loro avvenire. --Come devo io condurmi, secondo voi? Devo rimanere a Rimini? Egli rifletteva. La voce della sua antica fidanzata lo tolse a' pensieri, che riguardavano però lei ancora. E con quella rapidità, colla quale si risponde sempre, quando si teme lasciare scorgere una preoccupazione qualunque, disse: --Oh per ora non vi vedo alcun pericolo. Quest'aria vi fa bene? --Così, non saprei: non ho migliorato, ma non ho peggiorato nemmeno. --Bene, stateci per adesso: nessuno verrà a cercarvi, credetelo: non si sa nemmeno dove siate. Dei vostri figli non vi preoccupate; penseremo poi in seguito a tutto.... E si alzò. --Quando vi rivedrò ancora? domandò Gabriella, alzandosi parimenti. --Fra poco: devo fare un piccolo viaggio, da cui non posso esimermi, quindi tornerò da voi. --Come mai posso ringraziarvi d'avermi serbata tanta affezione? --Riguardandomi come il vostro migliore amico; mi conoscete da lungo tempo: sapete che quanto fo, lo fo di cuore. --Ah finalmente non sono più sola! --No, Gabriella: e se vi decideste ad accettare la mia mano, io sono sempre disposto, benchè non abbia voluto insistere, onde lasciarvi tempo a riflettere.... Addio intanto. --Addio: vi attenderò con vera impazienza. Marco le strinse la mano, la guardò qualche istante; indi sortì dalla stanza, soffocando un sospiro. Gabriella volle accompagnarlo sino alla porta. --Ah! esclamò: chi mi avrebbe detto, quando sono venuta ad aprirvi, che dopo tanto tempo vi ritroverei sempre lo stesso?... Il veneziano cercò sorriderle: --Vedete dunque, disse, che non bisogna mai disperare di nulla, e che non dovete più atterrirvi come lo faceste vedendomi. E dopo averla salutata nuovamente, escì. VII. Quasi subito dopo Marco entrava nella locanda, ove dimorava dopo il suo arrivo a Rimini, cioè da pochi giorni; durante i quali aveva preso tutte le informazioni, che gli era stato possibile avere su Gabriella, che egli credeva disonorata e perduta. La vita che ella conduceva sì ritirata ed oscura, la tristezza letta sul suo volto le poche volte, che nascostamente l'aveva veduta; l'affetto, che mostrava a' suoi bambini, tutto ciò lo aveva deciso ad andare da lei. Gabriella, se era stata colpevole, era pentita; poichè sembrava aver molto sofferto. Questa idea, unita a timori ancor vaghi, lo aveva guidato alla dimora della giovane vedova: e quando ella gli ebbe detto che non era fuggita, ma stata condotta via suo malgrado, egli non aveva dubitato un istante: lo aveva mostrato, offrendole la sua mano. La sua emozione, nell'udire i casi di Gabriella, era stata profonda; assai più di quanto si sarebbe potuto supporre dal contegno serbato da lui dinanzi alla giovane donna. Appena fu solo nella sua stanza, vi si rinchiuse: aveva bisogno di riflettere, di non vedere alcuno. Non pensava, come si sarebbe potuto immaginare, che, se Gabriella non era fuggita di sua volontà con un altro aveva finito però per amarlo, od almeno per rassegnarsi. No: la cognata di Gabriella soltanto lo preoccupava. La sentiva come un incubo pesargli sul cuore: la vedeva, nell'immenso orizzonte della fantasia, apparirgli ora minacciosa, ora insinuante; ma sempre fatale a Gabriella, fors'anche a lui medesimo.... E rabbrividiva, temeva, esitava.... Poi provava come una specie di rimorso, che non meritava avere, eppur crudele assai, nel dire a sè stesso che egli solo forse aveva cagionato le sventure di Gabriella. --Ohimè! pensava, sarebbe vero? Sì, pur troppo lo temo.... Ecco dunque per una trama, ordita da colei, che cosa è divenuta una fanciulla pura, buona, che io avrei resa una donna rispettata e felice! Ah! se avessi potuto prevedere tutto questo in quella notte d'uragano.... Ma no, non avrei avuto cuore.... Eppure gettarla in mare non sarebbe stato meglio? Non avrei evitato con ciò mille sciagure, anche per l'avvenire forse?... Ah perchè una di quelle onde impetuose, che entravano nella nave, non l'ha travolta seco?... Ed io che feci il possibile per salvarla?.... Dunque, si può pentirsi del bene, rimpiangere di non aver fatto il male?.... Non lo avrei mai creduto, ma, a quanto vedo, sì.... E seguendo il corso delle sue idee: --Ma non è possibile che Federico di Chiarofonte l'abbia sposata.... Oh perchè non indovinai la perfida mano di Camilla nella disparizione di quella povera ragazza? Certe perversità io non so nemmeno immaginarle.... Le immaginerei ora, ne immaginerei molte, ma a che varrebbe? il male è fatto. Ah se avessi saputo tutto il giorno ch'io la vidi in gondola con Federico! sarei corso a loro.... l'avrei accusata innanzi a lui, poichè è questo che ella teme.... Ma dunque lo ama.... Ma che? tali donne possono amare?... Perchè no?... Non amano talvolta anche i più grandi scellerati?... Ed allora.... Ohimè! guai a chi è posto tra essi e le loro passioni!.... Sì, ella potè invaghirsi perdutamente di Federico di Chiarofonte:.... egli è di quegli uomini, pei quali si fanno pazzie.... Non se ne fecero già molte per lui a Venezia, persino da orgogliose patrizie?... Ed io, che sempre provai una specie di terrore per le passioni sfrenate, devo occuparmene per gli altri?... Oh fui felice io ascoltando la sola ragione! Una specie di sorriso ben amaro, come derisorio verso sè medesimo, gli sfiorò le labbra: --Chi mi avrebbe detto che Gabriella.... Ah gli eccessi d'ogni genere sono sempre pericolosi! Se io avessi amato quella fanciulla con passione, se non fossi stato sì fiducioso, sarei stato spinto dalla gelosia ad occuparmi maggiormente di lei; a badare, osservare con cura se alcuno ne fosse invaghito.... avrei scoperto colui, impedito forse quel rapimento.... Disgraziata! Di chi dunque fu sposa? Chi amò dessa? A chi perdonò?... Oh potessi almeno metterla al coperto da ulteriori perigli!... Ma Camilla! come potrò io mai lottare contro di lei? Indovinare i suoi raggiri?... E se il motivo, che la guidò a far rapire Gabriella, è quello che io presumo, com'è che non cercò colpire me a dirittura?... Ma non lo avrà potuto.... Ero sempre in mare.... E se m'inganno?... Se.... Pure, è impossibile quasi che sin d'allora ella amasse Chiarofonte.... Nulla discerno in questa confusione d'idee, d'impressioni.... E, ritornando ad un pensiero, che un istante prima lo aveva preoccupato: --Chi sarà stato mai il marito di Gabriella? Certo egli promise a Camilla che mai avrebbe riveduta la fanciulla che rapivano: pare fosse un uomo rozzo, un militare di ventura.... Non compresi bene.... Povera Gabriella!.... Ove fuggì quel suo sorriso, sì calmo e puro, in cui leggevo le promesse di un avvenire sereno? di una esistenza senza scosse, senza dolori, la sola che potesse tentarmi?... Ohimè! non provo che amarezze, inquietudini tormentose, terrori orribili!... Marco si assise dinanzi ad una tavola, col capo fra le mani. Per la prima volta in sua vita aveva provato emozioni fortissime, terribili.... ed esse, come per vendicarsi di averle egli sino ad allora sapute evitare, gli facevano sentire tutta la loro forza; lo agitavano; gli destavano in cuore tormenti sconosciuti; rimpianti inutili, e perciò crudeli: l'opprimevano insomma; lo schiacciavano.... Marco soffriva! Egli, che aveva con tristezza, ma senza disperazione sopportata la fuga di una fidanzata, fuga che credeva allora spontanea; non sapeva resistere all'idea di aver egli involontariamente cagionate le sventure di Gabriella. Non aveva fatto nulla di male, ed era pentito; non aveva mai provato gli entusiasmi dell'amore; ma ne sentiva tutte le amarezze, tutti i disinganni. E, più che tutto, temeva l'avvenire. Lo temeva, ed a ragione. Non era soltanto il modo indegno, con cui Gabriella era stata data in mano ad uno sconosciuto, che gli faceva credere scellerata l'amante, o la moglie di Federico di Chiarofonte; no, per quanto odioso fosse stato un simile procedere, egli, come aveva detto e lasciato pensare a Gabriella, avrebbe trovata nell'origine di Camilla, nel suo timore di vederla rivelata, una scusa, o piuttosto una causa: ed avrebbe dubitato, diffidato di quella donna; ma non si sarebbe lasciato prendere da sì grande spavento, da sì crudeli angosce.... Ben altro sapeva di Camilla, benchè avesse assicurato Gabriella del contrario. Una vecchia, sconosciuta a tutti, era morta due anni prima in Venezia in modo strano, improvviso: talchè si era detto da un medico fosse stata avvelenata.... Ma siccome non si sapeva chi accusare, e che nessuno si curava di quella vecchia, non si aveva abbadato alle parole del medico.... Ma Marco l'aveva veduta a caso morta; riconosciutala per la compagna della bella Camilla Bosconero. Ed ora ei dicevasi che certo quel medico non si era ingannato. Come dunque avrebbe potuto lusingarsi che un delitto, per quanto terribile potesse essere, arresterebbe colei? Chi muove il primo passo nella via del vizio o della colpa, chi non s'arresta inorridito una volta, di rado si arresterà alla seconda; come colui che, dovendo passare sopra un precipizio per un piccolo ponte od un fragile assicello, si arrischia tremante; e ritornando affronta con minor timore, con maggior sicurezza lo stesso periglio, ripassa senza grande difficoltà: perchè i suoi occhi si sono avvezzati all'abisso, ove potrebbe cadere. Soltanto l'interesse proprio può arrestare gli scellerati. Ed in questa circostanza sperava Marco: in essa sola trovava qualche fiducia. Il pentimento sincero, profondo, che rende possibile la riabilitazione innanzi a sè stessi, il veneziano lo credeva impossibile. Infatti pur troppo, checchè se ne dica, è una splendida utopia, che soltanto può venire realizzata da coloro, che commisero il male sotto l'impulso di qualche passione. Marco, sì onesto, abborrente per natura dal vizio, non comprendeva come si possa cangiare il cuore. Se quella donna non fosse stata malvagia, pensava, non avrebbe fatto, no, quanto fece. --Ma, poichè Gabriella l'ha obbedita; poichè vive nascosta, ignorata; e Camilla si tien sicura del suo silenzio.... perchè mi atterrisco?... Passarono già sei mesi dacchè l'ha veduta.... dunque: se avesse voluto sbarazzarsene, lo avrebbe già fatto.... D'altronde ignora dove sia.... Pure.... ma come posso io indovinare i pensieri di una persona da me sì diversa?... E come mai di me non si occupò?... Questa domanda veniva ad ogni tratto a mettersi tra Marco e le sue congetture.... Se la faceva ad ogni istante: non sapeva rispondervi in modo che lo soddisfacesse intieramente, ed essa finiva di gettare la confusione, il caos nel suo cervello. Prima di aver riflettuto che il suo colloquio col marinajo, di cui aveva parlato, poteva aver cagionato la sventura di Gabriella, egli aveva scôrti gli stessi perigli; se ne era spaventato per la sua amica; ma non come lo faceva ora.... Non era soltanto terrore che provava adesso, ma afflizione profonda. Marco sapeva opporre il coraggio ai mali, che gli venivano dalla sorte, senza che gli fosse stato possibile scansarli: ma la sua fermezza era caduta innanzi a quel continuo pensiero, che gli replicava ad ogni istante come se ei non si fosse fermato ad udire quel marinajo, forse.... Tal pensiero era fisso; lo stancava; gli suscitava l'inferno nel cuore. Veramente era il solo, che potesse gettar lui in tanta costernazione. E se voleva occuparsi d'altro, si sentiva trascinato a confrontare Gabriella qual era stata in passato, qual era adesso.... Che amara diversione! Gabriella, giovane d'anni, ma sì abbattuta, sì vicina forse alla tomba; Gabriella che aveva esaurito ogni forza di volere, la sua parte di felicità: stanca, umiliata, avvilita.... Accettando la mano, ch'ei le aveva offerta, Gabriella non contribuirebbe certo a mantenere alcuna delle illusioni, di cui ha bisogno per sin l'amicizia; chè anzi farebbe cadere le sue, se gliene potevano rimanere dopo sì crudeli scosse.... Non si pentiva però di quell'offerta. --D'altronde, pensava, non sarà più generosità la mia, se veramente senza volerlo fui causa che la si rapisse.... Sarà una riparazione, che le è dovuta; un dovere, che io compirò. Dopo qualche tempo trascorso in sì angosciose preoccupazioni Marco pensò che, comunque fossero le cose, il meglio che gli restasse fare era cercar dei rimedj; tentare di antivenire dei perigli; e benchè a fatica, vinse l'abbattimento in cui era caduto. Richiamò la sua energia; ma l'amarezza, ch'ei si sentiva in cuore, non poteva certo vincerla; e per allora ogni tentativo sarebbe stato vano. Si propose partire subito, chè gli conveniva affrettarsi; benchè una specie d'afa pesante lo avvolgesse, sembrasse inchiodarlo ove si trovava, lo condannasse all'inerzia. Malgrado di ciò, poco dopo con passo fermo, pallido ma risoluto escì dalla locanda. Si diresse verso il porto. La sua nave l'attendeva. I marinai sapevano che dovevano andare in Dalmazia; ma ad un tratto egli, colpito da una subita idea: --A Venezia, disse: a Venezia; e tosto. Fu obbedito.... si spiegaron le vele.... --Qualche giorno mi basterà, mormorò Marco allontanandosi dalla spiaggia, oh sì qualche giorno; tanto per ora Gabriella è sicura.... Camilla non sa ove ella sia.... poi io l'ho messa in guardia.... ................................................................. ................................................................. VIII. Sul finir della settimana Marco era nella sua città natale. Si recò tosto in un ritiro di vecchie signore, ove dimorava la zia, che lo aveva fidanzato a Gabriella ed allevata questa. --Dite alla signora Lorini che Marco Sabbia desidera parlarle all'istante, rispose egli ad un servo del luogo, che gli chiedeva cosa volesse colà. Fu obbedito. Quel servo ritornò subito, dicendo che la signora Lorini lo attendeva con impazienza. Marco seguì il domestico, che lo introdusse in una piccola sala. Rinchiuse la porta, e si avanzò verso sua zia, che lo abbracciò piangendo. Era la signora Lorini una donna di circa cinquant'anni, ma ancor bella ed imponente. Il marinajo era pallidissimo: nel suo aspetto aveva qualche cosa di duro e di tetro, che non gli era abituale. La signora Lorini ne rimase tosto colpita. --Che avete mai? gli chiese. --Ho ritrovato Gabriella, signora. --Che? sarebbe vero? e dov'è dessa? dove è stata sinora? Con chi era fuggita? A queste domande, fatte con precipitazione estrema, Marco non rispose subito: per qualche momento rimase muto. La signora Lorini lo guardava atterrita. --Ma spiegatevi dunque, balbettò. Marco fece uno sforzo, ed in succinto, più che gli fosse possibile, narrò i casi di Gabriella; ma senza accennare però nè a Federico, nè alla moglie di lui. Solo disse che era stata rapita da uno sconosciuto. La signora Lorini ascoltava con emozione vivissima. --Povera fanciulla! andava mormorando: povera fanciulla! E quando Marco ebbe finito: --Mi sembrava impossibile, disse, che ella ci avesse ingannati.... E non potrò vederla? --Per ora no: è un po' ammalata. --Ma se mi recassi da lei a Rimini? --No: per ora, credetelo, val meglio non agitarla. --Siete venuto per narrarmi tutto questo, è vero? --Per questo, e per altro ancora, zia, rispose un po' imbrogliato il marinajo. Ella lo interruppe. --Vi credeva disgustato meco. --Perchè? --Dacchè Gabriella è sparita, non vi ho più veduto quasi. --Oh sono sempre stato in viaggio.... Ed egli si arrestò fissando un istante sua zia, indi: --Ho offerto nuovamente a Gabriella di sposarla. --Voi siete sempre generoso, mio buon Marco. Il giovane si turbò, ma cercò nascondere la sua emozione. --Non so se ella accetterà, disse, stante la sua mala salute, ma in ogni modo desidero conoscere la vera origine di Gabriella. --La sua origine? non la conoscete? rispose un po' accigliata la vedova. Marco la esaminò attentamente; quel turbamento accrebbe i suoi sospetti; poi: --La conosco, la conosco.... cioè so quanto me ne diceste voi.... So ch'ella è figlia d'un guerriero di ventura; sorella ad un altro guerriero di ventura, Federico di Chiarofonte.... Una volta ciò poteva bastarmi, ora no.... Io non ho più vent'anni.... L'esperienza, che feci degli uomini, mi insegnò a diffidare di tutto ciò che è oscuro. L'accento secco di Marco spaventò la signora Lorini; mai egli le aveva parlato in tal modo. --Io non vi riconosco più, nipote mio, mormorò. Marco si sforzava a soffocare gl'impulsi del cuore, e col tuono di prima: --Signora, rispose, voi sapete sui parenti di Gabriella più di quanto me ne avete detto sin qui... Del resto, l'ho sempre pensato, aggiunse. In quel momento egli mentiva, e davvero vi aveva cattiva grazia. La vedova rimase silenziosa. --Zia! esclamò Marco. --Che sospettate voi? Quale motivo vi sprona? domandò ella. --Il motivo mi sembra avervelo detto, signora. Prima di sposar Gabriella, voglio saper meglio chi sia. Rispondetemi francamente. Vi è dunque qualche vergogna legata alla nascita di quella ragazza? La vedova arrossì vivamente. --No, rispose con sdegno; e poichè siete sì diffidente, poichè avete bisogno di saper tutto, vi soddisferò. --Parlate, disse Marco, lasciando alquanto il tuono burbero di prima. Perchè non foste più franca meco in passato? --Avete ragione, amico mio, rispose la vedova tristamente; avrei dovuto, forse sin dal giorno, in cui acconsentiste a fidanzarvi a Gabriella, dirvi quanto sapeva di lei; ma mi pesava troppo il farlo: ora ve ne dirò il perchè... Marco era impaziente. --D'altronde, continuò ella, voi nulla mi chiedeste allora; vi accontentaste di quanto vi dissi... --Proseguite, proseguite... --Ebbene... la origine di Gabriella e di Federico è illustre... --Illustre? --Per questo, continuò la vedova alquanto confusa, ero lietissima di averla fidanzata a voi... --Che diavolo dite? Io non sono un patrizio... --No, ma ricco e di nobili costumi. Gabriella certo non poteva sperare di più... Avevo temuto tanto essere costretta dalle circostanze, in cui versavo allora, ad unirla a qualcheduno che non avesse per lei i riguardi che meritava... Ahi! che quei miei timori si realizzarono invece, a quanto mi narraste... Se suo fratello se ne fosse occupato!... Marco sospirò. --Basta, chi sa che voi possiate ancora renderla felice. --Felice! interruppe amaramente il giovane: poi, temendo di lasciar indovinare la sua agitazione, aggiunse con calma. Speriamo!... La vedova interpretò quel momentaneo imbarazzo, come cagionato dall'idea che Gabriella era stata d'un altro, e lo trovò naturale. Ritornò al tema di prima. --Vent'anni sono, disse, io conobbi il signor di Chiarofonte; egli era ancora assai giovane e militava nell'armata della repubblica. Non vi dirò in qual modo una semplice relazione divenne sincera amicizia, intrinsichezza anzi; benchè i nostri rapporti non abbiano mai assunto, ve lo giuro, il carattere dell'amore.... Entrambi eravamo infelici: io, per causa di un marito che mi aveva abbandonata per un'altra donna; egli, per ragione di una moglie infedele; ignoravamo entrambi se eravamo vedovi o liberi. Però mai, ad onta nella stima che mi professava, dell'affezione, ch'egli aveva per me, mi disse il suo vero nome; nè mai io glielo chiesi, benchè comprendessi che quello da lui portato non era il suo... La voce della signora Lorini era assai commossa: al turbamento, con cui parlava del padre di Gabriella, era facile scorgere che i suoi sentimenti per lui avevano varcato i contini dell'amicizia.... che lo aveva amato insomma... E Marco lo comprese; ma non se ne dava pensiero molto; che gl'importava?... --Io non aveva figli, proseguiva la signora Lorini; egli invece due: Gabriella era allora nell'età di cinque anni, suo padre l'amava assai, e se ne preoccupava ad ogni istante. Federico non gli dava tanta pena... Era già grandicello; il signor di Chiarofonte l'aveva consegnato ad un precettore. Sarà soldato al pari di me, diceva egli tristamente. Ha molta inclinazione per le armi, molto brio, molta vivacità... Ma Gabriella?... Non posso condurla meco, e da un istante all'altro sarò costretto recarmi a guerreggiare in qualche luogo lontano... Io gli proposi presto di confidarmela; egli accettò con gioja, a condizione però che acconsentissi a ricevere una pensione per lei e... Marco durava fatica a frenare la propria impazienza. Sua zia non era molto prolissa, eppure... Gli sembrava ch'ella andasse per le lunghe; ma non la interruppe, temendo sprecare altro tempo. --Infatti, finchè egli visse, ricevetti da lui tale pensione; negli ultimi anni di sua vita fu quasi sempre assente. Veniva a vedermi alla sfuggita quando si recava a Venezia.... Federico contava appena diciotto anni, Gabriella tredici, quando il loro padre morì lontano da tutti... Marco, questo lo sapete. --Sì, sì, continuate; ma non capisco, non vi fece altre confidenze?... --A voce no, ma... Ella si arrestò; sembrava perplessa ancora... Il giovane marinajo la fissò; il suo sguardo era insistente, pieno di domande e di eccitamenti. La vedova ne comprese l'espressione. --Sì, voi volete saper tutto, Marco, ed io promisi soddisfarvi... --Bene. --Qualche mese dopo la sua morte ricevetti una lettera di lui; uno de' suoi soldati, che gli era intieramente devoto, me la recò; egli solo aveva assistito alla morte del signor di Chiarofonte... --E questa lettera? La signora Lorini non rispose, ma si mosse; aprì uno scaffale, e ne trasse un foglio, che porse a Marco con mano poco ferma. --Oh che io manco a quanto ei mi chiese! mormorò; ma è pel bene di sua figlia; d'altronde io potrei morire; tale responsabilità mi pesa troppo.... Marco non la udì; stava spiegando la lettera; la lesse; ecco che cosa conteneva. «_Mia buona signora e cara amica...._ »Quando partii da Venezia l'ultima volta, quando mi recai ad abbracciare allora i miei figli, un segreto presentimento sembrava avvertirmi che mai gli avrei riveduti. Vel rammentate? Voi cercaste combattere le idee melancoliche, da cui mi sentivo preso, ma non poteva riuscire a scacciarle... I miei timori si realizzarono. Muoio qui solo, abbandonato, lontano... Giammai rivedrò Federico, giammai rivedrò Gabriella.... A stento posso tracciare queste parole... »Io voglio prima di morire confidarvi tutto.... Sì tutto.... Anche il mio nome di famiglia, che mio padre mi aveva ordinato, sotto le più terribili minacce, di non profferire mai con alcuno; ma prima di morire.... alle volte.... io sono tanto certo del vostro silenzio.... Ebbene, io sono il figlio secondogenito del duca dell'Isola di Catania. »Un amore insensato, violento fu la prima causa de' miei mali; per esso io perdetti famiglia, averi; dovetti rinunziare ad un nome illustre.... E quella donna, cui avevo tutto sacrificato, benchè non sapessi allora quando la sposai di essere così terribilmente punito; quella donna, la madre de' miei figli... io vi dissi che mi fu infedele, ma non vi narrai ancora in qual modo... »Voi, coll'usata vostra discrezione e delicatezza, non mi domandaste mai più di quanto io vi dicevo... Oh mia buona amica! quanta riconoscenza!... »Ma sulla incertezza di poter ultimare questa lettera, mi conviene affrettare... »Col denaro, che avevo ricevuto dalla mia famiglia, io comperai nel Vicentino una terra isolata, chiamata Chiarofonte, e ne assunsi il nome.... Ma fui presto obbligato a venderla... Mia moglie, ella, che avevo tratto dalla miseria.... anzi da.... ma non voglio dire di più... Ohimè! consumò presto la nostra fortuna abbastanza ragguardevole, e colla quale ai miei figli avrei potuto assicurare un'agiata esistenza... »Prima di essere ridotto nella miseria presi servizio nell'armata della repubblica veneta; comperai un grado... ero alla guerra da qualche mese, quando mia moglie fuggì con un ricco condottiero di un reggimento tedesco, che da poco era giunto ove ella si trovava. »Ora una cosa voglio dirvi; ella condusse seco l'ultimo dei nostri figli... Fu una bizzarria, chè certo non poteva essere sensibilità; ma lo amava con trasporto, a quanto mi si disse.... Era nato un mese dopo la mia partenza, io non l'ho mai veduto. »Ohimè! quel fanciullo lo odiai un tempo, perchè sua madre lo amò; ma in questi istanti supremi sento che il suo ricordo mi trafigge il cuore.... esiste egli ancora?... od è morto?... Lo ignoro, e nulla posso fare, nulla posso dire, perchè lo troviate.... Io non ho voluto cercarlo; mai l'ho tentato, perchè di sua madre non volevo saper più nulla, temendo vendicarmi in modo orribile.... »Non potrò più continuare a lungo. Ora una preghiera vivissima... Che mai Gabriella, che mai Federico istesso sappiano il mio nome e quanto vi rivelai... Inutilmente, e parlo con fondamento, i miei figli potrebbero aprire il cuore a speranze vane... Io fui costretto firmare un atto, in cui rinunziavo ad ogni diritto.... Speravo, il confesso, che prima di morire mio padre mi perdonasse... ma egli non è più... Me ne informai segretamente; morì senza ritirarmi la sua maledizione. »Oh se potessi rifabbricare il passato!... Che i miei figli ignorino dunque.... Io vi confidai ogni cosa, perchè, se il duca mio fratello provasse un sentimento di pietà, facesse cercar di me nell'armata della repubblica, questa lettera potrebbe servir di prova; ma non mostratela ai miei figli che in un supremo momento... Io non possiedo più le mie carte di famiglia, che avevo portate meco da Catania, e che stavano, con qualche memoria scritta di mia mano, rinchiuse in una cassetta d'ebano intarsiata d'argento. Mia moglie deve averla involata; per quale scopo non so!... Voleva ella forse provocare scandali, accrescere il mio rossore?... Indegna!... »Non parlate mai a' miei figli della loro madre.... Gabriella ve la raccomando.... Addio... Federico è ora un uomo; mi si promise dargli il mio grado, entrerà tosto nell'armata, e si farà onore... »Fra poco io non sarò più... »Addio... signora Matilde... addio... »_Anselmo cavaliere dell'Isola_». Durante la lettura di questo foglio mille sensazioni diverse colorivano e scolorivano a vicenda il volto di Marco; quel volto sì bruno, che sembrava non dover lasciare scorgere impressione alcuna. Quando ebbe finito di leggere, che sperò? che disse?.. Nulla disse, nulla sperò. Aveva voluto conoscere esattamente l'origine di Gabriella, pensando che tale conoscenza potesse condurlo a qualche scoperta, che gli alleggerisse il peso enorme, da cui sentivasi oppresso; onde vedere se altri motivi, fuorchè quello supposto prima, avessero guidato Camilla... Ma che scorgeva ora? Nulla, od almeno supposizioni orribili, che accrescevano la sua confusione, il suo terrore. Era agitato... e lo diveniva sempre più... Pallido, commosso, senza sapere ciò che doveva fare, si alzò... Si appoggiò ad una tavola, e rimase immobile. La signora Lorini, benchè agitatissima ella pure, si scosse prima di lui; prima di lui ruppe il silenzio. --Ebbene? Marco? mormorò; perchè tale agitazione, tale perplessità?... Gabriella non è forse degna di voi? Il giovane non rispose. --Comprendete, continuò la vedova, tra la sorpresa ed il timore, come la sola speranza di render felice la figlia del migliore amico che abbia avuto al mondo, potè persuadermi a mostrarvi questa lettera;... ma perchè tacete? Non comprendete quanto mi è costato il permettervi di leggerla? E con qualche veemenza la tolse al nipote, che la lasciò fare: sembrava pietrificato. Povero Marco! non era nato per gl'intrighi, per i delitti. Il suo pensiero vi si smarriva.... Quella curiosa penetrazione, che spinge talvolta delle persone onestissime ad occuparsi di essi con ardore, onde prevenirne di nuovi, ei non la possedeva.... Però sapeva cercare di comprendere qualche cosa, come aveva già fatto a Rimini.... --Sono confuso, disse a sua zia; mai avrei immaginato che Gabriella fosse una gran dama; credevo suo padre nobile sì, ma senza parenti, che potessero rimproverarla d'aver contratto matrimonio con un capitano di nave. La signora Lorini sospirò. Però Marco aveva lasciato il tuono secco e brusco di prima; ciò la tranquillizzava. --Ohimè! disse: mi avevate atterrita! --Che volete? mi sembra naturale il mio stupore. --Infatti. Ella si appagò di quella risposta. --Vedete dunque, riprese poi, che potete senza timore offrire di nuovo la vostra mano a Gabriella? --Oh no!... Ora che so chi ella è, non oserei! --Ma non vedete che mai sarà riconosciuta?... Suo padre non nutriva alcuna speranza, e passarono tanti anni dalla sua morte.... --È vero.... E dopo un istante di esitazione dubbiosa; --Ma questo figlio, di cui parla il signor di Chiarofonte?... Non giungeste mai a saperne qualche cosa?... Ed intanto tra sè diceva: Ah sì! lo temo; Camilla ha sposato davvero Federico.... --Come lo avrei potuto? rispondevagli intanto la signora Lorini. Sua madre lo avrà condotto seco in Alemagna.... Chiarofonte non dice il nome del seduttore della sua sposa.... Forse lo ignorava, e per tal mezzo soltanto sarebbe stato possibile.... --Ciò che dite è giusto, interruppe Marco. E si chiese un istante se dovesse confidar tutto a sua zia, onde ella lo ajutasse a decifrare nell'orribile bujo, in cui temeva penetrar collo sguardo, allucinato dalle immagini terribili, che sole vi scorgeva. La signora Lorini amava Federico e Gabriella: sapeva serbare anche per lunghi anni un segreto; egli ne aveva avuto la prova quel giorno istesso; senza timore adunque poteva confidarle le sue inquietudini, narrarle.... Per qualche momento riflettè, esitò.... Ma ad un tratto si decise a respingere una tale idea.... Lo spavento, la tenerezza istessa potrebbero condurre la vedova a qualche passo imprudente.... Perchè d'altronde far dividere a quella povera donna l'inferno, ch'ei sentivasi in cuore?... Se fosse necessario, sarebbe sempre a tempo a parlare con franchezza in avvenire... --Marco, gli diceva intanto sua zia, voi non comunicherete mai a Gabriella, a nessuno ciò che sapeste quest'oggi, n'è vero? --Mai, a meno che impreveduti casi mi vi costringessero. --Come? io credeva ad un silenzio incondizionato... E poichè la famiglia del signor di Chiarofonte lo ha dimenticato, perchè agitare i suoi figli?... Ed aggiunse con amarezza: --Vi fu un tempo, in cui non avreste esitato a promettermi quanto vi chiedo; possibile che siate divenuto sì diffidente.... che di tutto sospettiate?... Marco alzò un poco le spalle. Era stato lì, lì per gridare: Se sapeste quanto ne so io!... sospettereste assai più di me; ma non profferì parola. --Che casi potete voi prevedere? continuava la vedova.... Vedete bene.... --Non so; io dissi così perchè certo, se venisse un giorno, nel quale il parlare potesse essere necessario a Gabriella, parlerei.... --Almeno promettetemi che non lo farete senza di ciò. --Ve ne ho già data parola. La signora Lorini non rispose; bisognava che si accontentasse. Intanto una nuova idea aveva attraversato lo spirito del giovane; se avesse avuto motivo di credere fondata questa idea, egli avrebbe scorto più in là di quanto vedeva. Per sapere se potesse accoglierla, fece alla vedova la seguente domanda: --La madre di Gabriella non sarà stata sempre in Alemagna? Sapete voi di sicuro che non sia più ritornata in Italia?... --Nulla so di sicuro, ma presumo questo, perchè la collera di suo marito offeso dovrebbe averla tenuta lontana di qui. È probabile che il timore di una vendetta l'avrà persuasa a non riporre il piede sulle nostre terre. Chiarofonte non l'ha più riveduta; da lungo tempo è morto, è vero, ma forse ella lo crederà ancora in vita.... Forse ella stessa non è più!... --Potrebbe essere! --Ma che importa questo? Ella è morta pei suoi figli; e voi, se sposate Gabriella, non dovete preoccuparvene. Marco si accontentò di rispondere con un cenno equivoco. --E siccome, continuò la vedova, parlai di entrambi i suoi figli, sapreste dirmi ora ove si trova Federico? So che si è ammogliato: me lo hanno detto. Marco fece un movimento di terrore, ma sì impercettibile, che non fu notato dalla zia.--Ah sì! l'ha sposata davvero, pensò. Colei sa forse tutto. La signora Lorini proseguiva. --So che egli ha lasciato bruscamente Venezia; so che la sua sposa è ricca.... Mi sembra impossibile ch'ei non sia più militare; forse prese servizio in qualche altra armata.... Dite: non ne sapete nulla? --No; l'ho veduto una volta, ma non gli ho parlato. --Colla sua sposa? Chiedere di colei a Marco.... obbligarlo a parlarne... ah veramente era più di quanto potesse fare in quel momento! --No, no, rispose. --Ahimè! nulla potete dirmi di Federico? --Nulla. Marco era sazio di fingere; ma non voleva partire ancora. Che sperasse trattenendosi? Nol sapeva.... Gli sembrava aver a fare altre domande importanti.... Eppure non ne trovava alcuna. Quanti non hanno provato in certe circostanze quella specie di speranza, che resiste alla volontà, che trattiene in un luogo ove si trova male?... E Marco era ben lungi dal sentirsi a suo agio, dinanzi a quella donna, che gli aveva confidato sì importante segreto.... che nulla gli aveva nascosto.... lasciatogli leggere persino nel proprio cuore.... indovinare i sentimenti, che lo avevano fatto battere quando era giovane e bella... sentimenti celati sin là... Egli la ingannava:... era pel bene istesso di lei, per la sua pace.... Ma quel simulare, che per tanti è una graziosa abitudine, a lui era una cosa insopportabile. Eppure si tratteneva ancora. --Federico, continuava la vedova, mi ha sempre trascurata; e dopo la disparizione di Gabriella non è più venuto in mia casa. Era a Venezia di rado, è vero, poi certamente ha creduto che io non avessi vegliato bene su sua sorella.... Lo compatisco.... Ah se avesse saputo quanto ho sofferto nel perdere quella fanciulla!... che amavo ed amo ancora come fosse mia figlia!... E la signora Lorini si mise a piangere. Marco si sentì commosso. --Via, le disse dolcemente: non vi affliggete. Vedrete Gabriella, ve lo prometto, appena sarà ristabilita.... combinerò di condurvela; vi vedrà tanto volentieri. Un raggio di gioja apparve sul volto della signora Lorini. --Temevo, disse, che non mi aveste perdonato di avervi mentito un giorno. --No, zia, vi compatisco; alle volte si sa, bisogna mentire per forza. Ed infatti egli la compativa davvero. --Povera donna! aggiunse, stringendo tra le sue mani la destra ancor delicata di lei. Se in quell'istante il giovane non si fosse fatto forza, avrebbe pianto con essa; tanto era amareggiato! Se trattenne le lagrime che sentiva vicino, non fu però per timore di mostrarsi debole, ma perchè comprendeva essergli necessario conservare il suo sangue freddo più che gli fosse possibile. Per qualche tempo ella pianse, ed e gli cercò farle coraggio, e soprattutto infonderne a sè medesimo. Ad un tratto la signora Lorini si rasserenò: --Perdonate la mia debolezza, disse al nipote; ma ora sono vecchia, ed i vecchi, il sapete, piangono talvolta senza ragione. Infatti, continuò cercando sorridere, come volesse far dimenticare lo sfogo involontario di prima; io non ne ho alcuno, non devo essere forse più lieta? Credevo Gabriella perduta, ed invece la ritrovaste; un po' sofferente, ma alfine non disonorata, come lo temetti per tanto tempo.... Il suo stato di salute è malfermo, ma non disperato, mi diceste. --Oh no, no.... --Dunque non so davvero quali idee mi vennero; da tanto tempo conduco una vita sì uniforme, sì isolata.... La vostra venuta.... quanto mi narraste.... le domande che mi faceste.... la lettera di Chiarofonte che vi mostrai.... tutto ciò mi scosse.... mi alterò.... Mi sentii come mancare.... Marco non era sorpreso da queste parole, che ad un altro avrebbero potuto sembrare incoerenti.... Aveva sempre conosciuto sua zia per una donna energica, ferma tanto, che per indurla alle confidenze ottenutene, gli era sembrato necessario prenderla un po' colle brusche. Quella sua emozione, quel cangiamento rapido non gli facevano dunque gran colpo.... Poi da qualche giorno nella mente di lui eranvi stati tanti contrasti, che non poteva meravigliarsi di trovarne negli altri, nè aver tempo e voglia di occuparsi ad osservarli. --Ora, caro Marco, vi aprii il mio cuore, disse la signora Lorini con dolcezza ed insieme con dignità. Sono sicura di non aver a pentirmi. I casi impreveduti, cui accennaste, io li ritengo affatto impossibili.... Chiarofonte, lo vedeste, desiderava il segreto.... Non lo approvate voi di aver voluto evitare a' suoi figli agitazioni inconsulte, rifiuti umilianti se si fossero presentati alla sua famiglia? ed anche di aver loro impedito d'arrossire della loro madre?... --Certamente. --Dunque sono tranquilla, Marco; e spero in un più lieto avvenire. Ed ella asciugava le ultime vestigia delle lagrime, che suo malgrado aveva versate. Ebbi ragione, pensò il giovane, di non dirle nulla. Perchè gettare in lei le angosce, che io provo? Ella ha in passato abbastanza sofferto.... Che non darei per sperare, come ella spera? --Di Federico, continuava ella, non posso dolermi molto, non ha mai saputo quale amicizia mi legasse a suo padre; ignora che io possiedo i suoi segreti.... È naturale che egli, cavaliere brillante, ricercato, non abbia potuto occuparsi di me: suscettibile, come tutti i militari valorosi, è giusto che il disonore di una sorella lo abbia offeso al punto, da rendergli impossibile il parlarne.... soprattutto con chi l'aveva in custodia... Ma non dispero disingannarlo.... Se sapesse la verità, si pentirebbe; tornerebbe a vedermi.... Cercatelo, Marco, narrategli tutto, ditegli che io comprendo la sua freddezza verso di me e la scuso, e che prima che io muoja mi dia la consolazione di vederlo ancora una volta.... Ditegli che mi conduca la sua sposa.... --Sì, sì, interruppe Marco. Cercherò,--ora, aggiunse, volendo dare un altro indirizzo al discorso, capite come io voglia pensare soltanto a Gabriella.... --Sì, e vi approvo.... Oh se desidero tanto veder Federico, che non ho allevato, pensate come brami stringere fra le mie braccia quella povera ragazza, la quale, come vi dissi altra volta, è il ritratto dello sventurato suo padre. Seguendo i vostri consigli, non recandomi a vederla, io vi faccio un gran sacrifizio.... un sacrifizio che mi costa infinitamente.... --Voi, chiese Marco, non diceste mai nulla a Federico, n'è vero, che potesse fargli sospettare la sua origine? --Mai, mai una parola più di quanto dissi a Gabriella ed a voi in passato. Comprendete che i segreti bisogna serbarli intieramente, e che le mezze confidenze sono più dannose delle complete. --Egli non sa dunque nemmeno che soltanto per affetto teneste per tanto tempo luogo di madre a Gabriella? --No; vi è noto come io asserissi sempre essere stata pagata per lunghi anni da suo padre; ei forse ha creduto fare abbastanza per me, non chiedendomi conto alcuno--aggiunse con qualche amarezza: ma poichè ignora ogni cosa, non è colpevole; mi duole soltanto che allora io non potei far vivere Gabriella che ristrettamente.... Voi lo sapete, non fu se non dopo la morte di mio marito, che ricuperai tutto il mio. --Non voleste mai accettar nulla da me.... --Potete voi biasimarmi di ciò, caro Marco? Non avreste voi fatto lo stesso?--Ed aggiunse con un mezzo sorriso---Ma il so, serbate per gli altri una misura diversa che per voi.... Severo nel giudicarvi, siete indulgente con tutti.... --Non ho tanta virtù, zia; non vi ho forse rimproverata quest'oggi stesso?... --Non parliamone più; io vi approvo, benchè abbia penato nel soddisfarvi: sarà per il meglio.... Ella nuovamente cercava persuadersi che tutto andava bene... Marco non voleva turbarla. Posso partire, pensò, più nulla mi rimane a chiederle, e giacchè le mie domande imprevedute non le destarono alcun sospetto, a che rimango? --Nuovamente vi prego, gli disse la vedova, vedendo che egli stava per partire; appena Gabriella non avrà più bisogno di voi cercate di Federico.... Desidero tanto ch'ei sappia ciò che è avvenuto di sua sorella.... Un tal riguardo d'altronde gli è dovuto....--E con qualche esitazione:--Sperate voi che ei crederà tutto, e non dubiterà di Gabriella? --Come? Pensate dunque che ella non meriti piena fede? Ed un sospetto, che non aveva ancora provato, gli avrebbe attraversato la mente forse, se Camilla non si fosse immischiata al rapimento.... Ma no, la sua fiducia in Gabriella sarebbe stata intiera egualmente. La domanda fatta da Marco aveva atterrita la signora Lorini. --Oh mio Dio! no.... sarei, disse, sfortunata a segno d'avervi fatto nascere io stessa dei dubbj sulla mia figlia adottiva? E con vivacità estrema, stringendo le mani del nipote: --Ditemi che non è vero! esclamò. Il suo accento era sì straziante, che Marco ne ebbe pietà. --Oh! io non ho dubitato un istante, rispose. Sono persuasissimo di Gabriella. --Non m'aspettavo meno da voi; però io ebbi torto di gettarvi un sospetto, credendo comunicarvi un mio pensiero.... Comprendete ciò che volevo dire.... --Sì, sì. --E poichè avevo principiato, mi spiego. Federico visse sempre in un altro mondo di noi. Egli frequentò nobili dissipati, dame viziose.... Vi fu trascinato anche dalla sua posizione, dalle sue brillanti qualità personali, che lo facevano sì ricercato dovunque. Le storie di seduzioni, gli amori sfrenati, colpevoli, gli intrighi, che a noi appajono come attraverso un velo, egli forse li vide in effetto.... E questo può averlo reso incredulo e sospettoso.... Perciò temetti potesse dubitare di sua sorella; benchè io le creda, come le credeste voi, senza restrizione alcuna. --Avete ragione, ma.... Egli si arrestò; stava per dire: Le ha creduto, ed invece: --Le crederà, disse. --Oh spero! adoperatevi, perchè ciò avvenga presto. --Farò il possibile. Ora, zia, devo lasciarvi; ho qualche affare qui in Venezia; un piccolo viaggio in Dalmazia, da cui non posso esimermi senza dar sospetto.... Desidero terminar tutto presto, onde recarmi sollecitamente a Rimini da Gabriella, che mi attende... Ve la condurrò poi. --Grazie; ditele quanto io pensi a lei, e che mai l'ho dimenticata. --Non vi mancherò. Voi pure le foste sempre a cuore, ella stessa me lo disse. --Poveretta! --Intanto non narrate ad alcuno che l'abbiamo ritrovata, è un mio desiderio. --Farò quanto mi chiedete; d'altronde io non vedo più alcuno de' miei antichi conoscenti. --Bene, taceremo entrambi. E Marco, fatto un cenno d'addio alla signora Lorini, escì. «Quali avvenimenti! mormorò allora la vedova, mentre riponeva nello scaffale la lettera del signor di Chiarofonte.... Tante interrogazioni mi avevano fatto temere qualche cosa di male. Povero Marco! egli è davvero generoso e buono. Qual altro uomo avrebbe al pari di lui compatita Gabriella di non aver tentato sfuggire al suo rapitore?... di averlo amato?.... Eppure.... che poteva ella fare?... Quando mai la rivedrò?... Basta, seguirò il consiglio di Marco, checchè me ne costi.... Non andrò a Rimini.» E si assise. Voleva riandare nella sua memoria gli avvenimenti trascorsi, le cose udite, le parole di Marco, la storia di Gabriella.... Aveva d'uopo di pensarvi sola ed a lungo.... Poi tutto ciò la conduceva ad altre riflessioni. Le memorie del passato si erano risvegliate in lei tutte quel giorno.... Esso gli appariva non come un sogno lontano, ma come realtà vicina ancora.... e con precisione si rammentava il bene ed il male, che vi aveva trovato. Il lungo periodo d'esistenza passiva e monotona da lei condotta, che aveva cicatrizzato delle ferite, cancellato dolci emozioni.... in quell'istante era scomparso.... E Marco intanto? A che pensava?... Quali deduzioni aveva tratte dal segreto rivelatogli?... Una sola, che Camilla doveva saper tutto.... IX. Dopo la visita di Marco, l'animo di Gabriella si era per così dire rinnovato. Un raggio di speranza era penetrato in quel cuore, amareggiato anzi tempo dai disinganni e dalle umiliazioni. L'idea che un amico devoto vegliava sopra lei ed i suoi figli le alleggeriva il peso dei passati affanni: le permetteva sopportare con qualche coraggio i timori, cui era in preda. Quando una persona è giovane, per quanto essa sia sazia della vita, stanca di sè medesima, vi sono momenti, nei quali si sente portata a non disperare affatto. La tenerezza dimostrata da taluno, le promesse di un migliore avvenire, se anche in esse non si può avere intiera fiducia, bastano a creare tali momenti. La visita di Marco, la sua bontà, le offerte tanto semplici quanto generose avevano lasciato in Gabriella una specie di gioja; erano discese come un farmaco nel cuore di lei, ed a intervalli sembravano farle dimenticare le pene provate, i motivi di terrore per l'avvenire; ed il suo cervello, che, come lo aveva detto a Marco, si era alquanto indebolito, si prestava a tali momentanei oblii; vi contribuiva. Sua cognata atterriva Gabriella meno di prima; ciò non era strano. Il rapimento, di cui era stata vittima, le minacce fattele in Bologna, l'avevano convinta, persuasa che quella donna era malvagia. Marco col narrargliene l'origine l'aveva fatta rabbrividire un istante, è vero; ma non certo spaventata più di quanto lo fosse già; e lasciandole scorgere i motivi plausibili, che potevano aver guidata Camilla, l'aveva un po' tranquillata. Vedeva finalmente, o sembravale veder chiaro in quel mistero, nel quale per tanto tempo erale riuscito affatto impossibile scorgere la benchè menoma traccia del vero. «Ora, diceva tra sè, trovo alfine una spiegazione... Sì, Marco non s'inganna; Camilla avrà ajutato, pagato anche mio marito.... ohimè mio marito!... perchè conscio dell'origine di lei.... per timore che la scoprisse.... Ha operato male certamente; ma infine, la paura di veder palesato il suo nome l'avrà determinata.... la vergogna, che avrebbe provata in tal caso, atterrita.... e senza essere forse perversa come credevo, le sarà stato impossibile resistere alle minacce di mio marito; avrà ceduto ai suoi voleri con ripugnanza forse.... sarà stata trascinata dalle circostanze.» Queste cose Gabriella cercava sovente persuaderle a sè stessa; rabbrividiva però ogniqualvolta si rammentava il suo incontro con Camilla, l'abboccamento avuto con lei.... Quella rimembranza scuoteva fortemente le credenze, che andavano formandosi nell'animo suo, ma non le distruggeva, chè delle ragioni apparentemente giuste la fortificavano contro quegli assalti dello spavento. Le ragioni erano che, se Camilla fosse stata veramente crudele, avrebbe ucciso Ferdinando Alboni, si sarebbe sbarazzata di lui, invece che secondarlo.... Dunque il delitto le ripugnava. «Ella è innamorata di Federico, pensava Gabriella, perdutamente innamorata; lo compresi: il timore di arrossire innanzi a lui avrà fatto che mi minacciasse in quel modo.» E Gabriella con tali congetture finiva a darsi qualche pace. Marco non le aveva detto che Camilla poteva averlo udito parlare al marinajo, che la conosceva.... Gabriella non pensava dunque a ciò; il sospetto, che tanto aveva fatto soffrire il giovane veneziano, non le aveva nemmeno attraversato lo spirito. Non era tranquilla ancora, ma attendava però il ritorno di Marco senza agitazioni convulse. Si trovava in tale situazione d'animo, quando un giorno la sua domestica le disse che un forastiero desiderava parlarle. Credette fosse Marco, ed ordinò lo s'introducesse all'istante. Lo straniero entrò subito. Gabriella, che si era mossa per riceverlo, rimase sorpresa, confusa.... Invece di Marco, le stava dinanzi un cavaliere di aspetto distinto, imponente, che le era affatto sconosciuto. Il conte di San Giorgio, poichè era lui, la salutò profondamente, mentre per un istante stette a riguardarla. Dal canto suo Gabriella non potè far altro che inchinarsi. Che poteva voler da lei quel cavaliere?.... Da lei, straniera a tutti, a tutti ignota?... Se lo chiedeva tra la confusione ed il timore; poichè le sembrava dover paventare di tutti, fuorchè di Marco.... Ed in quel momento la calma, ottenuta nei giorni precedenti con tante riflessioni, si dileguò; e fu con accento tremante che chiese finalmente al conte: --Signore, quale motivo vi conduce in questa casa? --Un affare di somma importanza, rispose con dolcezza il cavaliere di Malta; ma voi mi sembrate agitata.... Di grazia, signora, tranquillatevi.... Nulla devo dirvi di male; anzi.... --Ebbene, sedete, cavaliere, mormorò Gabriella, sedete. Il conte di San Giorgio obbedì, dopo aver pregato la giovane donna a sedere la prima. --Parlate, disse allora Gabriella. --Nessuno può udirci? --Nessuno. Perchè? --L'affare, di cui devo intrattenervi, è, signora, assai delicato, e desidero che nessuno infuori di voi intenda ciò che sto per dirvi. Lo stupore di Gabriella raddoppiava, ma la fisonomia simpatica e franca del conte, i suoi modi gentili, quasi affettuosi le infondevano qualche coraggio. --Ascolto, disse. Il conte di San Giorgio non si saziava dal contemplarla; per lui quella donna non era straniera; le parlava la prima volta, eppure gli sembrava conoscerla da lungo tempo. Ella personificava per lui la sua famiglia lontana.... «No, pensava, io non m'inganno.... ma saprà ella?...» E con ansietà, simile a quella con cui la giovane attendeva, incominciò: --Signora, le disse, prima di spiegarvi il motivo della mia visita, io devo principiare dal farvi alcune domande, che vi sembreranno stravaganti non solo, ma sconvenienti.... Ma deh! attendete a giudicarle tali, e rispondete con sincerità.... --Signore, io non comprendo.... --Perdonate, chi è vostro padre? Voi mi guardate attonita.... --Ma, disse Gabriella, non mi avreste presa per un'altra persona? Se non sapete chi sono, come mai venite da me? --Voi sola potete darmi gli schiarimenti che cerco; non vi ho presa in fallo.... So che siete vedova, ma ciò non preme; è di vostro padre che voglio aver contezza. --Voi lo conoscevate mio padre? Ah comprendo!.... la rassomiglianza, ch'egli aveva con me, vi ha fatto immaginare che io era sua figlia. E Gabriella più fiduciosa schiuse le labbra ad un triste sorriso. Il cavaliere di Malta, aveva ascoltato quelle parole di lei con attenzione estrema; se ella rassomigliava a suo padre, voleva dire che i suoi tratti, il suo tipo della famiglia dell'Isola non erano una stravaganza della natura. Provò una vera soddisfazione, ma anche un senso di dolore pensando che il cavaliere dell'Isola non doveva esser più.... --Assomigliavate a vostro padre! disse a Gabriella, dunque egli è morto? --Ohimè sì! ma come mai lo ignorate? E rimase perplessa. «Ah egli è morto davvero! pensò il conte. Sventurato! morto, credendo che più nessuno della sua famiglia si occupasse di lui.... che suo padre non gli avesse perdonato.... ritirata neppure la sua maledizione.... Rejetto! esiliato!...» Tali idee cagionavano una vera pena al cavaliere di Malta, che rimaneva silenzioso. Gabriella lo esaminava inquieta: --Come? ignorate la sua morte? chiese di nuovo; ma allora.... Essa è avvenuta da un pezzo, signore, da dodici anni.... Perdonate; quando lo avete mai conosciuto? Siete giovane ancora! E siccome il conte continuava a tacere: --Ma non fu dunque vostro amico? Il cavaliere, vedendo che Gabriella non sapeva che pensare, che fors'anche diffidava di lui, credette dover affrettarsi. --Signora, disse, io non conobbi vostro padre: ma credo conoscere moltissimo la sua famiglia. --La sua famiglia! interruppe la giovane, ma mio padre non ne aveva! Questa risposta, stravagante per un altro, era naturale pel conte. Il cavaliere dell'Isola non poteva certo avere una famiglia conosciuta. Era stato lui!... Credeva potersene tener sicuro!... --E, domandò alla giovane donna, sapete perchè vi s'impose il nome di Gabriella? --Era il nome della madre del mio genitore, a quanto egli mi diceva. --E vostro padre, come si chiamava? --Anselmo di Chiarofonte, rispose sempre più confusa Gabriella. Anselmo era il nome di battesimo del cavaliere dell'Isola. Il conte pensò che tutto giustificava sempre più le sue speranze, --E de' suoi parenti non parlava mai? --Ma voi credete veramente conoscerli? --È per loro mandato che v'interrogo. Nessun altro motivo mi guida, ve ne dò la mia parola. --Vi credo, signore, ma.... Nella situazione di Gabriella era naturale ch'ella, sospettasse di tutto ed esitasse; le sembrava sì strano che dopo tanti anni, in quel tempo appunto, in cui Marco le aveva detto di diffidare, si venisse a cercare di suo padre.... Quel nobile cavaliere non aveva certo l'aria d'un mandatario di Camilla: ma Gabriella, fatta sospettosa dalla sventura, si chiese con angoscia se la mano di quella donna non istesse per colpire lei ed i suoi figli.... Il suo spavento era visibile, e fece sul cavaliere di Malta una cattiva impressione: --Signora, le disse un po' severamente, perchè vi turbate in tal modo? Vi sono sconosciuto, è vero; pure sperai che poteste egualmente prestarmi fede. --Perdonate, signor cavaliere,--e non sapendo risponder altro, aggiunse:--fui molto infelice; più volte ebbi a pentirmi di non aver saputo evitare i lacci, che mi si tesero.... Il conte la guardò stupito. --Perdonate, ve lo ripeto, lasciate che mi rimetta un momento.... che rifletta.... Ella voleva riflettere; e risultato della sua riflessione fu se le risposte, che doveva dare a quel cavaliere, fossero mai un segno di riconoscimento. Il conte attendeva; finalmente, vedendo che quella situazione si prolungava un po' troppo, decise ricorrere ad un ultimo mezzo, mostrare cioè a Gabriella il ritratto della contessa di San Giorgio. Alla vista di quel dipinto, la giovane donna si scosse. --Chi è questa dama? domandò, e come mai mi rassomiglia tanto? --Questa dama, rispose il conte, ho tutte le ragioni per credere sia stata sorella a vostro padre; ma per accertarmene ho bisogno che lasciate ogni reticenza, e non perduriate in un contegno, che finirebbe per offendermi, e per tornare in vostro danno. Gabriella fu persuasa; e nol fosse stata, non avrebbe saputo egualmente resistere ancora.... Ma quel ritratto l'aveva convinta. --Vi soddisferò, signore, disse al cavaliere di Malta; vi prego a scusare la mia esitazione, ma gli è che nulla, o ben poco io posso dirvi. Non avevo che tredici anni quando mio padre morì; mi aveva confidata fin da bambina ad una buona signora, che mi tenne seco anche dopo la morte di lui.... sino a quando.... Ella si arrestò involontariamente, indi: --Sino a quando mi maritai, proseguì. --Vostro padre era guerriero della repubblica veneta, n'è vero? --Sì. --Sempre più mi persuado esser egli stato quel desso, che io ricevetti incarico di cercare. Continuate. --Egli veniva a vedermi sovente, mi amava assai; era sempre molto triste.... ecco tutto quanto mi rammento di lui. --È ben poco infatti.... Ma non mi parlate di vostra madre? --Non la conobbi mai, signore; la perdetti a due anni. «Dunque, pensò il conte, quella donna, per la quale il cavaliere dell'Isola era stato scacciato, morì presto! Ah perchè non tentò egli allora di ottenere il perdono di suo padre! Quante inquietudini si sarebbero evitate a donna Livia ed a me anche!» E rivolgendosi a Gabriella: --Vostro padre non diceva nemmeno in qual paese fosse nato? --Mai.... diceva essere un gentiluomo senza sostanze. --Oh ma.... Cercheremo saperne di più.... Attendete.... la signora che vi allevò potrà darmi forse degli schiarimenti.... --Non credo; ella non avrebbe taciuto meco per tanti anni. Molte volte nella mia adolescenza le chiedevo se mio padre fosse rimasto orfano presto; se non avesse più alcuno della sua famiglia; ed ella non faceva che ripetermi quanto mi era già noto. --Ma come mai, se non conosceva intimamente vostro padre, vi tenne seco per sì lunghi anni? --Diceva essere stata pagata in anticipazione per molto tempo: e che in ogni modo, siccome mi voleva bene, e non aveva figli, non si sarebbe divisa egualmente da me. Tutto ciò era naturale, ed il conte lo credette vero. --Ma, disse poi, voi dunque eravate figlia unica? Credeva aveste un fratello; morì forse bambino? Gabriella rabbrividì: «Ohimè, pensò, tutto questo finirà per mettermi a contatto di Camilla!» --Voi non rispondete, signora? perchè? --Ho un fratello infatti, mormorò la giovane vedova. --Oh esiste ancora dunque? --Sì. --Come mai non me ne parlaste? Siete disgustata forse con esso lui? Ditemi ove si trova; ho bisogno di saperlo. --Non lo so, signor cavaliere. L'agitazione di Gabriella, il tremito, che in quell'istante si sentiva nella sua voce cagionarono mille sospetti al conte di San Giorgio; gli pareva che ella mentisse; si chiedeva se per odio al fratello, o per timore di divider seco delle ricchezze, che forse sospettava vicine, ella non fosse sincera.... «Sarebbe mai possibile? disse tra sè; sembra sì dolce... rassomiglia tanto a mia madre ed a donna Rosalia.... eppure le sue continue perplessità mi fanno sospettare.... Sarà ella degna del nome, che credo le appartenga? tutto la atterrisce.... Che mai può significar questo?...» E la esaminò tristamente. Ad un tratto provò per lei un sentimento di compassione indulgente; cercò persuaderla colla dolcezza: --Non sapete dove abita vostro fratello? le domandò; egli non s'interessa dunque a voi? --Oh non è questo, signore, rispose Gabriella; mio fratello è buono, mi ama; soltanto una serie di circostanze, indipendenti dalla nostra volontà, me lo fecero perdere affatto di vista. --Se questo è, tenterò riavvicinarvi. Datemi qualche indizio e lo ritroverò, spero.... Dite che lo perdeste affatto di vista: sono molti anni dunque che nulla sapete di lui.... --Qualche mese, balbettò Gabriella Il timore che, dicendo la verità, essa avrebbe potuto tornarle forse fatale, l'aveva per un istante consigliata a mentire, ma non aveva saputo farlo.... Ormai ogni suo proposito di stare in guardia era vinto, ogni coraggio l'abbandonava; decise non tentar più nulla, affidarsi alla provvidenza, ma lo faceva tremando.... Il conte non sapeva che pensare di lei, ma si serbò calmo, onde ottenere più facilmente lo scopo, per cui aveva lasciato la Sicilia, poi Malta; non potè però reprimere un leggiero sorriso. --Se è soltanto qualche mese, disse, che nulla sapete di vostro fratello, mi sembra probabile il rinvenirlo. Ove lo vedeste l'ultima volta? --A Bologna. --Vi dimorava? --Credo vi fosse soltanto di passaggio. --Ve lo disse egli? --Sì Gabriella rispondeva macchinalmente. Ella era nella situazione di chi, vedendo inutile ogni scampo, si decide a fermarsi in un lungo pericoloso. --Vostro fratello è militare? --Lo è sempre stato. --Ed ora? --Credo lo sia anche adesso. Il conto la guardò attonito. Indi: --Nell'armata della repubblica veneta? --Una volta, ma ora non ne sono certa. --Come? non ne siete certa? --No, lo giuro. --Ma non glielo chiedeste? --No. --Basta; e poichè servì sempre la repubblica, è probabile che la servirà ancora.... È da molto tempo nell'armata? --Da quando morì nostro padre. --Dunque egli è maggiore di voi? --Di cinque anni. --Pensate che io lo troverò a Venezia? --Oh sicuro! --Allora mi vi recherò senza indugio. Egli porta certamente il nome che portava vostro padre? --Sì, Federico di Chiarofonte. --Bene: adesso lasciate, signora, che io vi rassicuri... Credevo recarvi qualche consolazione, ed invece vi vedo sempre più spaventata. Non voglio essere indiscreto: ma permettetemi dirvi che trovo strano non vi rallegriate menomamente, vedendovi prossima a ritrovare la famiglia di vostro padre, e... --Oh signor cavaliere, io sono piena di riconoscenza per voi, e per chi vi ha inviato: credetemelo... ma gli è che sono assai ammalata, ed ogni cosa mi turba. Era questa l'unica scusa che avesse potuto trovar Gabriella; ma commosse il conte. Il pallore di quella giovane donna, le sue stravaganze istesse gli parvero spiegate da quel motivo. Ah! ei non sapeva come il destino di quella poveretta fosse crudele tanto da cangiare per lei il bene in male; da farle scorgere a ragione od a torto minacce future là ove altri avrebbero intravvedute brillanti speranze! --Voi non mi dovete alcuna riconoscenza, le disse il cavaliere: solo desidero persuadervi che quanto conto fare può tornare in vostro vantaggio... Voi avete dei bambini, lo so... ebbene se il migliorare posizione vi è indifferente, pensate che ciò nol sarà per essi.... Aspettava una risposta, ma Gabriella non parlò. Ella si domandava se anche pe' suoi figli non sarebbe stato meglio avere la sola protezione di Marco. Ma per non offendere quel gentiluomo, che le parlava con tanta dolcezza, tentò sorridere... --Sì, continuò il conte, pensate ai figli vostri, e sperate. Fra poco, ne ho fiducia, potrò provarvi che non vi esortai a ciò invano... Vi dirò allora il mio nome; comprenderete le mie domande.... Egli la fissava sì affettuosamente in quell'istante, che un subito baleno del vero venne a rischiarar Gabriella sul conto di lui. --Ah, signore, mormorò, sareste voi pure della famiglia, che credete rendermi? --Ebbene, sì; rispose il conte: ma per ora permettetemi che io non vi dica di più. Se non m'inganno, saprete presto quali legami ci uniscono, e conoscerete insieme il nome di vostro padre. Malgrado le angosce che la torturavano, Gabriella guardò con emozione il cavaliere di Malta; provò come un rimescolamento nel sangue all'idea ch'egli forse le fosse prossimo congiunto; indi: --Voi siete assai buono per me. Ma nulla gli disse di più, nulla gli chiese. Era di troppo quanto aveva detto, quanto involontariamente aveva poco prima chiesto. Ed il conte di quel suo contegno fu, come sempre, sorpreso. «Com'è, pensò, che non mi domanda nemmeno la posizione dei parenti di suo padre?... Temevo trovare dell'avidità nei figli del cavaliere dell'Isola, mai al certo tanta indifferenza.... Essa mi agghiaccia. È possibile provenga dal solo disinteresse? Questa giovane donna è ammalata; ma nondimeno.... Non parlò ella di lacci tesile, di sventure?...» E per rischiarare un dubbio, quello cioè che Gabriella avesse sposato qualcheduno, di cui temesse profferire il nome, le disse: --Siete vedova da un pezzo, signora? Gabriella si turbò ancora più. Ai timori abituali si aggiungeva quello di dover narrare i suoi casi a dei parenti ricchi, orgogliosi, che potrebbero giudicarla senza indulgenza; fors'anche non prestarle fede. Ma come preoccuparsi d'incidenti lontani, in mezzo a perigli vicini forse? Dio solo poteva salvarla, e con una muta preghiera si raccomandò a lui. Indi, colla solita tristezza: --Sono vedova da quasi due anni, rispose. --Ora che sapete perchè m'interessi a voi, riprese il conte, non troverete strano che v'interroghi sull'esser vostro. Egli dubitava sempre più. --Chi era vostro marito? Come si chiamava? --Ferdinando Alboni. --Militare anch'egli? --Sì, ma aveva lasciato il servizio. Il conte desiderava altre spiegazioni, eppure temeva, persistendo in quella specie di esame inquisitorio, di essere indiscreto e di offendere Gabriella. Ma sì viva era la sua inquietudine, che non seppe resistere ai timori che l'agitavano. E: --Aveva parenti vostro marito? --Credo di no; era di Perugia; vivevamo in una sua piccola terra;--aggiunse arrossendo, come per rispondere a nuove interrogazioni. Quell'imbarazzo strinse il cuore al cavaliere per diverse ragioni. «Proverrà, si chiese, perchè mi trova indiscreto, o perchè ha paura che io le domandi di più?... Ohimè! pensò poi, se questa donna fu moglie a qualche tristo soggetto, come mai ottenere dal duca che la riconosca? Ed anche, come mai dargli torto in tal caso?» Il conte di San Giorgio non era altiero della nascita, come se ne mostrava don Francesco; ma non era neanche un democratico. In quel tempo, con pregiudizii sì radicati nella nobiltà, ciò sarebbe stato impossibile. «Basta, dicevasi, io attenderò a rivelare a lei ed a suo fratello il vero; se anch'egli ignora ogni cosa, mi sarà sempre facile il retrocedere.... Non vorrei poi introdurre nella nostra famiglia persone che..... Ah donna Livia non previde, come non previdi io stesso, che vi potessero essere circostanze da farci adottare il partito del duca.... Eppure non sarebbe grave ingiustizia questa?... Ohimè! se il padre di don Francesco avesse riparato in tempo, nulla forse di quanto temo sarebbe avvenuto.... Ma no, non devo scoraggiarmi; io, che tanto pazientai, che tanto sospirai per trovar questa donna!...» Quella donna, Gabriella, ispirava al conte sentimenti diversi. La sua rassomiglianza colla madre di lui, con donna Rosalia, le sue sofferenze fisiche che apparivano evidenti, le morali, che egli sospettava, lo spingevano verso di lei; lo spronavano ad interessarsi con ardore per essa; ed il suo contegno, i suoi modi, le parole a diffidarne. Ella non mostrava avvedersi che da qualche istante, il cavaliere taceva. Era rimasta immobile, cogli occhi bassi, confusa, tremante.... «Null'altro saprò da lei, pensò il conte. È di suo fratello che devo cercare; agirò verso lui con maggior precauzione; poichè, se era già un giovane quando suo padre morì, potrebbe sapere.... Ah voglia il cielo che ei possa accertarmi della verità, e sopratutto dissipare i miei sospetti.... Chi sa poi anche che in questa giovane donna null'altra colpa siavi, tranne qualche sventurato amore?... Suo fratello me lo dirà.... Sì, sì....» E si alzò. --Partite, signor cavaliere?--chiese Gabriella alzandosi parimenti, e coll'aria di chi esce da un sogno. --Sì, o signora; oggi stesso partirò per Venezia; mi recherò in traccia di vostro fratello. Ella fu per esclamare: Deh! non gli parlate di me, non ne parlate ad alcuno!... Occupatevi di lui soltanto, lasciatemi stare!...--Ma non osò. Eppure lo avrebbe desiderato ben vivamente!... Comprese anche dover qualche riguardo a quel cavaliere, che le aveva lasciato credere essere suo parente, alle cui prove d'interesse era rimasta sì fredda: e cedendo ad un subito rammarico per la condotta tenuta con lui, lo ringraziò con vivacità quasi convulsa, e si scusò seco.... Il conte sorpreso, ma anche soddisfatto di quel cangiamento, accettò gentilmente le scuse di Gabriella, chiedendosi però se ella non fosse un po' pazza. Tante stranezze, delle quali non conosceva il vero motivo, lo confondevano davvero, e sempre più accrescevano il suo desiderio di veder Federico di Chiarofonte. --Vi rammento, signora, disse a Gabriella, che non dovete parlare ad alcuno di questa mia visita e del suo scopo. --Non dubitate. --Comprendete, finchè non ho rischiarato meglio.... --Oh! non parlerò. Non avrebbe ella fatto un'eccezione per Marco? In quel momento forse non sapeva nemmeno ciò che le si chiedeva, che cosa aveva promesso. Il cavaliere di Malta non insistè più oltre; la salutò ed escì. Eppure in lasciarla provò come un rincrescimento; la compassione sembrava richiamarlo. Gabriella lo aveva accompagnato sino alla porta, e quando fu partito guardò smarrita intorno a sè, indi si assise, nascose il volto fra le mani, e pianse. --Mio Dio, mormorò, la mia testa si spezza!... E nessuno mi consiglierà!... X. In quello stesso mese di aprile a Milano, in una sala riccamente ammobiliata di una casa situata nelle adjacenze di Sant'Ambrogio, due persone stavano sedute l'una in faccia all'altra dinanzi alla tavola, già mezzo sparecchiata. La cena era finita, e quelle due persone, un uomo ed una donna, sembravano discutere con qualche vivacità. --Perchè mai tale capriccio, Federico?--diceva al suo commensale la donna, che era davvero bellissima, e della quale uno sfarzoso abito di raso rosso cupo faceva maggiormente risaltare le forme classiche ed i tratti perfettissimi. --Come potete mai chiamar capriccio un desiderio sì naturale? Il giovane, che aveva proferito questo parole, eguagliava la sua compagna in avvenenza, grande, ben fatto, con alcun che di sì elegante, di sì marziale nella persona, nei bei lineamenti, che non si poteva a meno di lasciarsi all'istante trascinare verso di lui. Vestiva una brillante e ricca assisa di ufficiale spagnuolo; poteva avere trent'anni circa. Era Federico di Chiarofonte. Non mostrava rassomiglianza alcuna con Gabriella, nè colla famiglia del duca; dei tratti caratteristici di quella famiglia ei non aveva che il nero eccessivo degli occhi, se tuttavia vi possono essere occhi troppo neri; ma la loro forma più bella, lo sguardo meno fiso e più simpatico davano loro una espressione diversa. --No, non è capriccio, riprese poi, fissando con qualche distrazione la lampada d'argento, che pendeva dalla vôlta della sala. La donna, che aveva parlato prima, lo esaminava con ansietà; un lampo di collera apparve in quell'istante sul suo volto, ma Federico non se ne avvide: quando si volse nuovamente verso di lei, ella aveva già ripreso la sua abituale fisonomia. --Se chiamai capriccio, disse, la vostra idea di recarvi in traccia di Gabriella, ho le mie ragioni per questo. --Voi parlate sempre come una sibilla, rispose l'ufficiale con leggiera ironia. Già altre volte mi sconsigliaste dal recarmi da mia sorella; per soddisfarvi ho sempre procrastinato, ma ora... --Ora, perchè non farete lo stesso? --Perchè, signora, ciò che era perdonabile qualche mese fa non lo è più; perchè mi sembrerebbe mancar di cuore. --Voi parlate in un modo che mi offende; è come se diceste che io non ho cuore, perchè vi sconsiglio dal fare quanto bramate. --Io non intesi ciò; ma per approvarvi ho d'uopo che mi spieghiate i vostri motivi. Parlate, aggiunse, guardandola tra la preghiera ed il comando. Ella lo fissò a sua volta; vi era veramente della passione negli sguardi, che immergeva in lui. --Prima di tutto, disse con un seducente sorriso, che errava quasi costantemente sulle sue labbra, mi duole vedervi partire. --Questo motivo non mi appaga, Camilla: non è la prima volta che vi lascio. Camilla rifletteva; stava chiedendosi se dovesse ricorrere a qualche colpo risoluto; così rimase un istante silenziosa. --D'altronde, riprese l'ufficiale.... --Ebbene? --Voglio recarmi anche a Venezia. --A Venezia?... --Sì. --Ma se vi eravate proposto di non riporvi più il piede.... --Credete che non è per vaghezza di ritornarvi.... per desiderio di rivederla, che conto recarmivi. --Ma e perchè dunque? --Per gli stessi motivi, che mi consigliano ad andare da Gabriella; per affetto.... per dovere. --Io non vi capisco. Se Camilla era agitata, nulla in lei lo rivelava: il suo sguardo era sempre eguale, sempre fiso. --Sapete, riprese l'ufficiale, che Gabriella fu allevata da una certa signora Lorini.... Ella accennò che sì; ascoltava con un'attenzione profonda. --Vi è noto altresì, continuò egli, com'io credessi causa quella donna, o la sua poca vigilanza, del disonore di mia sorella, poichè ignorava fosse stata rapita a forza.... Camilla scosse leggermente il capo, ma ei non vi abbadò, e proseguendo: --Mi ero sdegnato per questo colla signora Lorini, nè più mi recai a vederla; ma dopo che seppi il vero, mi pentii del mio errore, e dal giorno, in cui vidi Gabriella e ne intesi la storia, ho sempre pensato far una visita a quella signora, e dirle che sono dolente d'essermi ingannato. Mio padre la teneva in gran conto; l'ultima volta ch'io lo vidi mi pregò, mi consigliò insieme a coltivarne la relazione. Dunque ora non voglio più indugiare a recarmi da lei. --Vi siete risoluto? --Risolutissimo. --E contate andarvi nello stesso tempo che da vostra sorella? --Sì, o nell'andata, o nel ritorno.... Mi fermerò a Venezia soltanto qualche ora. Camilla lo interruppe. --Ma prima dicevate volervi recare da Gabriella soltanto.... --Gli è che non sapevo bene cosa fosse avvenuto della signora Lorini; ma jeri ne ebbi sicure notizie. --Da chi? --Da un veneziano. --Da un veneziano?... Questa volta l'emozione di Camilla non si nascose intieramente; dovette essere stata ben grande, se una piccola parte di essa apparì nella voce di lei. --Fu un mio compagno d'arme, che qualche volta mi aveva seguito dalla signora Lorini, quando Gabriella vi dimorava. --Ah vedo! --Dunque domani parto; ne ho già avvertito il governatore; e voi non dite nulla? Oh ne ero sicuro,--aggiunse con un mezzo sorriso, che le vostro obbiezioni non potevano essere serie. --V'ingannate, io le mantengo. Federico la guardò attentamente, alzò un poco le spalle, indi: --Ebbene allora, spiegatevi, disse. Quel mezzo decisivo, a cui Camilla aveva pensato poco prima ricorrere, lo adottò all'istante, audacemente, senz'altre esitazioni. --Vi ubbidirò, rispose, ma temo abbiate poi a dolervi. --In verità mi spaventate: ma non importa, proseguite. --Mi sarei spiegata prima d'ora, Federico, fors'anco sarebbe stato mio dovere; ma volevo evitarvi una pena; eppure.... sarebbe stato meglio. --Deh terminate! --Ebbene; voi avrete notato certamente che vostra sorella a Bologna, prima che mi presentaste a lei, aveva accettate, a quanto mi diceste, le vostre offerte d'ospitalità, di assistenza, e che ad un tratto poi cangiò d'avviso. Ciò vi sembrò strano, ne sono certa.... --Infatti; ma da che derivava dunque? --Dal sapere che io per una combinazione ero al fatto de' suoi casi, e che potevo benissimo, ove lo avessi voluto, smentire la storia, ch'ella vi aveva narrata. --Dunque Gabriella? --Era fuggita di sua volontà, perchè innamorata probabilmente. E ciò che per tanto tempo credeste di lei, era vero pur troppo.... --Sarebbe possibile? Avrebbe mentito a tal segno? Ma siete ben certa di non errare?... Alle volte avvengono degli equivoci.... sì sovente succede di ingannarsi.... Camilla lo esaminò con inquietudine, come se avesse voluto scrutare ogni suo sentimento.... Per un istante rimase perplessa, ma fu un istante, e non di più. --Non mi sono ingannata, rispose poi con accento convinto.... Credete voi che io potrei affliggervi, se non fossi certa d'esser nel vero?.... Voi, che tanto amo... Queste ultime parole erano sincere; Federico lo sapeva; così credette anche le prime. Pure formavano con esse, uno strano miscuglio di verità e di menzogna. Ei non rispose, ma parve commosso. --Ahimè! proseguì Camilla, mi pento, sì, di non avervi tosto narrato tutto.... Ma gli è che speravo poter tacervelo sempre.... Ora però vi narrerò ogni cosa..... Sapete che io, prima di conoscervi, ero stata a Venezia una sola volta con quella parente di mio padre, presso cui dimoravo in Dalmazia. Fu nel 1569.... Un giovane, quello che fuggì con vostra sorella, veniva in casa di quella mia parente, le era stato raccomandato da un vecchio amico... --Ebbene? --Colui narrava di essere innamorato di una fanciulla di Venezia, nobile, ma senza fortuna, che era affidata ad una signora alquanto severa. La mia parente credeva dovergli dare qualche consiglio; ma io prestava poca attenzione a quanto dicevano.... Avevamo per abitudine di andar sovente la sera in gondola a fare una passeggiata sulla laguna. Era il nostro unico divertimento, perchè a Venezia non conoscevamo alcuno. Ora una volta, durante una di queste passeggiate, notammo dinanzi ad una casa una gondola ferma. Nello stesso momento Ferdinando Alboni, il marito di vostra sorella, ne discese, entrò nella casa.... La mia parente ordinò al nostro gondoliere di fermarsi:--Voglio osservare, mi disse, che cosa fa colui. --Ebbene? --Poco dopo egli ritornò; non era più solo.... una donna lo accompagnava. Era vostra sorella.... vostra sorella, che vi narrò essere stata rapita a forza, e che lo seguiva invece leggermente, senza esservi per nulla costretta, colle più grandi precauzioni.... --Tanta falsità! --Lasciatemi proseguire. La mia vecchia parente, che per verità era troppo curiosa forse, fece avanzare la nostra gondola, voleva consigliare quegli amanti a non fuggire in tal modo; e quando fummo loro vicini, tanto vicini, che ella potè prendere per una mano Ferdinando Alboni:--Che cosa fate? gli disse.... Voi fuggite con una fanciulla, la vostra innamorata senza dubbio. Riflettete meglio.... Fermatevi.... Sapete che vi parlo anche a nome del nostro vecchio amico, e... Egli rimase un istante attonito; ma la sua compagna, spaventata forse da quell'incidente, si alzò un poco, indi:--La signora Lorini potrebbe ritornare, fate presto, è vero! esclamò egli; e, lasciando precipitosamente la mia parente, sedette vicino a Gabriella. Un momento dopo la gondola, in cui stavano, si allontanava colla maggior velocità possibile.... Mi sembra esser crudele narrandovi questo di vostra sorella, che eravate sì contento di credere innocente, ma non potevo soffrire ch'ella si prendesse ancor giuoco di voi.... Poi altre ragioni più gravi mi costrinsero finalmente a parlare. L'ufficiale non la interrompeva; era agitato: tratto tratto una vampa di rossore saliva alla sua fronte, come dei flutti di sangue gettativi dallo sdegno. --La luna, bellissima quella notte, proseguì Camilla, mi permise distinguere i tratti di vostra sorella, che del resto avevo già veduta benissimo al lume di una lanterna, ch'ella stessa teneva in mano al sortire della porta di casa.... Anch'ella certamente mi aveva rimarcata, perchè a Bologna mi riconobbe all'istante. --Faceste male a tacer sin qui. --Lo so; ma lasciate che io continui. Vi rammentate che condussi Gabriella nella mia stanza? --Sì, sì. --Volevo avere una spiegazione con lei; la rimproverai di avervi mentito; le dissi non permetterei continuasse a farlo. --E che vi rispose? --Che aveva avuto vergogna a narrarvi il vero, e sarebbe partita tosto. Indi mi supplicò a tacervi tutto. Io promisi di farlo, per qualche tempo almeno.... Se differii, fu anche per questo. Vedendo che non vi ha dato più sue notizie, penso creda che io vi abbia narrato ogni cosa.... Ecco le mie obbiezioni. --Comprendo, e le trovo giuste. --Io speravo persuadervi a non andare da Gabriella senza narrarvi tutto ciò; benchè mi fosse assai doloroso essere, anche per un istante, tacciata da voi di durezza e d'insensibilità, come quasi faceste. Il volto dell'ufficiale era ancora assai triste. Camilla si era arrestata, --Che volete? Datevi pace: sono di quelle cose che avvengono, riprese poi con un certo scoraggiamento. Alfine vi eravate rassegnato altravolta a che ella fosse fuggita.... --Sì, è vero; ma ora che l'avevo trovata.... poi l'esserne stato ingannato.... l'avermi ella narrato una falsa storia mi offende. --Ha avuto rossore, non vel dissi? Per me la compatisco.... Svanito l'incanto, che l'aveva trascinata a seguire colui, si sarà pentita della colpa commessa. Suo marito era morto: pel desiderio di ricuperare la vostra stima, lo avrà accusato solo del male fatto insieme. --Che uomo era? domandò l'ufficiale. --Oh non saprei; mi sembrava un po' sciocco, inconseguente, leggiero; ma credo fosse onesto. La mia parente se ne teneva sicura.... Era guerriero nell'armata fiorentina. --Meno male allora; avevo creduto peggio ancora. E come colpito da una subita idea, aggiunse: --Com'è che voi, Camilla, non mi avete mai detto nulla di questa sì strana avventura? Tale domanda ella l'attendeva, e già era preparata a rispondere. --Perchè per verità io non vi pensavo molto. Voi non mi diceste mai d'avere una sorella.... Come potevo io supporre che la giovane, da me veduta fuggire col suo amante quella notte, potesse interessarvi, essere a voi legata?... D'altronde, il ripeto, era già, scorso molto tempo quando vi conobbi.... Avevo quasi dimenticato quell'avventura. Il naturale riservato di Camilla, la sua nessuna tendenza a ciarlare di cose indifferenti fecero che Federico trovasse plausibili tali ragioni. --Se mi aveste parlato della signora Lorini, proseguì ella, questo nome, che avevo udito pronunziare da vostra sorella la notte della sua fuga, avrebbe risvegliate le mie memorie, mi avrebbe certamente condotta a narrarvi in qual congiuntura era già giunto al mio orecchio... Ma voi aveste sempre poca fiducia in me... E guardò attentamente l'ufficiale, che non mostrò udirla. --Non fu che a Bologna, riprese Camilla, il giorno in cui mi presentaste vostra sorella, che mi narraste della signora Lorini, delle vostre relazioni con essa, della collera risentita contro di lei; ma è inutile vi richiami tutto questo. --E la vostra parente, quella che era con voi quella notte, esiste ancora? Camilla provò un momento d'angoscia. Tale interrogazione deriverrebbe mai da qualche dubbio?... Ma senza perdere secondo: --È morta in Dalmazia, rispose, appena che io fui ritornata presso mio padre. --Gli è che avrei voluto chiederle dettagli più esatti sul marito di mia sorella. Camilla respirò; dunque egli non aveva dubitato. --Perchè, proseguì Chiarofonte, colui fu davvero suo marito; ella mi mostrò in Bologna il suo atto di matrimonio, che portava la data dei giorni, in cui avevo udito fosse fuggita. È molto che le abbia tenuto la parola. --Oh! non è strano; voleva ammogliarsi, lasciar la vita militare; aveva appena fatto una piccola eredità. Pel momento egli era innamoratissimo di vostra sorella; avrebbe chiesto la sua mano invece di fuggire con lei, se non avesse temuto un rifiuto per parte della signora che l'aveva in custodia. --Il marito di Gabriella aveva fatto un'eredità dunque?... Infatti ella mi disse che poteva vivere senza bisogno d'ajuto.... --Vedo con piacere che andate calmandovi. --Non so che fare; e se fosse stata sincera meco, forse le avrei perdonato, vedendola maritata. --Perdonatele egualmente. L'ufficiale la guardò, come se non la comprendesse bene. --Vi sorprende che io dica questo? continuò Camilla; ma non è perchè la trovassi indegna d'ogni scusa, che vi sconsigliai dal recarvi da lei, ma perchè ero certa che, invece di farle piacere, la vostra visita l'avrebbe turbata. Dopo che io l'avevo riconosciuta, è naturale che si trovasse imbarazzata dinanzi a voi. Sono persuasa che, ove anche le avessi promesso il silenzio, ella non m'avrebbe creduto. Del resto, ora che vi ho detto tutto, agite come credete; e se volete andare egualmente da vostra sorella, partite pure. Era più che arditezza, più che audacia aggiungere così; era temerità, ma naturale in Camilla, portata istintivamente a valersi di mezzi perigliosi ed arrischiati. Attendeva per altro la risposta di Federico in preda ad un'ansietà angosciosa. --No, no; diss'egli alzandosi, non voglio cercare di lei, per ora almeno. La bella dalmatina respirò, ma la sua soddisfazione non apparve. --Mi rammento, disse l'ufficiale passeggiando, mi rammento ora diverse circostanze, che avrebbero dovuto farmi presentire la verità, e che trovai allora soltanto strane.... Il turbamento estremo di Gabriella nel vedervi, che io attribuii a timidezza; la sua agitazione, che sembrava contenere a fatica; il timore, ch'ella mostrava d'incontrare i vostri sguardi, benchè cercaste incoraggiarla.... --Infatti, interruppe Camilla, io le avevo detto dianzi che non l'avrei smentita in faccia vostra; ma, vel ripeto, sembrava poco disposta a credermi... Ella non mi conosceva... Via, non affliggetevi più oltre... È vostra sorella, capisco bene; ma infine, non viveste mai seco; grande intimità non l'aveste con lei.... --Sì; ma non ho altri parenti.... E l'ufficiale si tacque. Camila voleva fare un'altra domanda, che molto le stava a cuore, ma non osava. Federico la antivenì. --Dunque, disse dopo qualche momento di silenzio, la signora Lorini non mancò di sorveglianza, poichè Gabriella temeva essere sorpresa da lei la notte della sua fuga. --Così credo anch'io. --Bisogna dire che con qualche pretesto Gabriella ed il suo amante l'avessero allontanata. --Può essere. --Mi dispiace dunque d'aver accusata a torto la signora Lorini e trascuratala.... Pure non so se andare a vederla.... Sarebbe mio dovere, ma mi converrebbe parlare di Gabriella, ed io non mi sento disposto a farlo, basta, rifletterò.... --Chi sa? forse vostra sorella l'avrà veduta quella signora dopo la morte dell'Alboni. --È possibile; ed è possibile anche abbia narrato a lei quello che narrò a me. Così è inutile che vada dalla signora Lorini; non farei che inquietarmi.... Egli fece un gesto d'impazienza, ed andò a sedere in fondo alla sala in un vasto seggiolone. Camilla credette bene non dir altro; temeva compromettere la sua vittoria. Dopo qualche tempo di silenzio, Federico si alzò; cinse la spada, gettò sulle spalle un corto mantello alla spagnuola, prese il suo cappello a larghe falde, ornato di una lunga piuma bianca, e fece per escire. --Partite già? domandò Camilla. --Sì, devo trovarmi con alcuni amici. --Addio, diss'ella, stendendogli la mano. --Addio, rispos'egli ed escì. ................................................................. Per qualche instante Camilla rimase immobile, impensierita. Il suo sorriso era scomparso, una specie di terrore dava alle belle linee del suo volto alcun che di strano e di spaventoso.... Finalmente si scosse. «Oh, mormorò, se un giorno Federico giungesse a scoprirmi, a saper tutto?... se ei mi sfuggisse?... Ma a che rabbrividire all'idea di un periglio lontano, e che io renderò impossibile?... Farò che Federico non interroghi mai Gabriella, che mai ella gli sveli il vero.... Basta, per lungo tempo ei non tenterà di rivederla, ed al primo cangiamento penserò al da farsi....» Ad un tratto impallidendo, e con una specie di collera verso sè stessa: «Ah! pensò, io agii troppo precipitosamente con colei!... quel rapimento fu davvero la più grande sciocchezza, che io commisi!... E sprecai tant'oro, quando un delitto facilmente poteva.... Ma il timore mi arrestò.... Gabriella non era sola.... È naturale che io profittassi di Alboni, il quale mi aveva giurato di nascondere per sempre sua moglie.... Sapeva che, non facendolo.... Basta; ora sarò più saggia, più cauta.... Eppure l'idea che io, riuscendo a sposar Federico, avrei avuta per cognata Gabriella, fidanzata a Marco Sabbia, l'unica persona forse al mondo, che mi conosce e sa il mio vero nome!... non importa.... Avrei potuto commoverlo quel giovane; non è molto fino, lo compresi; ne avrei ottenuta promessa di tacere in eterno ciò che di me sapeva.... Ma a che mi pento!... Guai se mi scoraggiassi!... Non fui fortunata sin qui?... Non ebbi amica la sorte?... Ebbene, ciò sarà ancora....» Ed aggrottando le nerissime sopracciglia si alzò risolutamente, come per non lasciarsi prendere da dubbii, che avrebbero potuto scuotere il suo coraggio, se è coraggio commettere il male.... Camilla era decisa a persistere nella via fatale, intieramente decisa;... eppur nondimeno dava ancor maledizioni alla troppa fretta avuta nel fare sparir Gabriella!... Un segreto presentimento le diceva che quel rapimento, poichè secondo lei non era per nulla un delitto, le sarebbe eterna cagione di perigli; che in esso inciamperebbe ad ogni tratto, e sempre lo troverebbe innanzi a sè come un ostacolo.... E nuovamente s'adirava contro sè medesima, accusandosi di imprevidenza!... Per tranquillizzarsi, pensava ai pericoli scongiurati con esso, e li bilanciava con quelli cagionatile, ma un genio a lei nemico le diceva ancora che i primi erano immaginari, e le sarebbe stato facile antivenirli, mentre i secondi erano più gravi assai. Non sapeva se quanto aveva raccontato a Federico bastasse per mascherarla eternamente agli occhi di lui! Scacciava tutti quei timori con forza: li respingeva violentemente; ma a che vale la forza, a che giova la violenza contro il pensiero? questo nemico invisibile, che non è dato colpire, che penetra nel cuore con maggior crudeltà di una lama?... Dal giorno, nel quale aveva veduto Gabriella in Bologna, Camilla era tormentata sovente da tali angosce; ma mai come in quella sera.... Esse si erano risvegliate al suono delle tante menzogne da lei dette all'ufficiale; con esso si risvegliavano tutte le memorie di un passato vizioso, tutti i rimorsi di una coscienza colpevole.... Gli avvenimenti principali della sua vita passavano in folla dinanzi a' suoi occhi, come agitati da un démone furioso, incaricato di farglieli intravedere per prepararla al castigo. Di quegli avvenimenti, tutti strani, tutti di un tetro interesse, il rapimento di Gabriella le appariva come il più vicino, il più fatale.... Ah! ella avrebbe voluto strapparlo da quel fascio abbominevole!... E soltanto perchè poteva venir conosciuto.... Perchè, quando aveva creduto Gabriella eternamente divisa da Federico, riguardata da lui come estinta, ella si era felicitata di averla senza esitanza colpita.... Una cosa andava chiedendosi: «Non sarebbe più utile agire ancora con precipitazione?... Sbarazzarsi intieramente di colei?...» Stette un istante perplessa. «Ma no, mormorò quindi: non voglio più essere troppo audace.... Per ora ho riparato....» E scacciando le paure, ella si tranquillizzava: poco a poco la calma le ritornava; chè alfine non doveva essere tanto impressionabile!... Ella, cresciuta all'ombra del male, nascosta per tanti anni insieme ai veleni, ella che si era trovata in mille congiunture terribili!... Ottener dalla vita tutto quanto le fosse possibile, assaporare il piacere più a lungo che sapesse, ecco qual'era la sua meta; non ve n'era altra per lei!... Era questa che le abbisognava ottenere arditamente, con ogni mezzo, fosse anco inferiore alla situazione, e minacciasse spezzarsi sotto un peso soverchio!... Ed ella, capace di meditare freddamente un delitto, ma insieme ambiziosa, appassionata, furente, poteva dare pur troppo in uno di quei fili fatali!... Camilla quella sera trovavasi in preda ad una di quelle esaltazioni malefiche, che danno agli sciagurati, i quali soli possono provarle, una ebbrezza vertiginosa, che dopo la sua disparizione lascia dietro a sè o una conversione, od una maggior dose di perversità, d'ipocrisia sfrontata!... Ed era questa che doveva trovare Camilla; non era già una conversione, che poteva tentarla, poichè perdere il frutto del male operato era la sola cosa che l'angosciasse. Passata quella specie di febbre, Camilla sentì come d'uopo di qualche distrazione.... Si era abituata a recitare una parte dinanzi agli altri, tanto abituata, che alle volte le sembrava identificarsi in essa. La sua esistenza era un eterno dramma, di cui paventava lo scioglimento; scioglimento, che in certi istanti avrebbe voluto intravedere audacemente: per timore d'intravedere il quale chiudeva gli occhi in certi altri. Ma ella era forte!... Procedeva senza pensare che ogni giorno l'avvicinava alla fine del dramma, come ogni istante l'avvicina alla morte!... Escì dalla sala, salì alla sua stanza da letto, si mise ad uno specchio, come se avesse bisogno di contemplare la sua immagine per non farsi orrore. «Ah sì, mormorò, la mia bellezza mi gioverà!... Ed io, che per una sequela di veri miracoli, giunsi a sposar Federico, che so quanto egli ignora, otterrò forse lo scopo splendido che mi sono proposta! «Devo aver fiducia nel mio astro, tanto più che saprò sempre rendermelo benigno.... «Sì, quello scopo, pel quale misi a tortura il mio cervello, lo otterrò; pel quale dovetti persino....» Ed un tremito, involontario certamente, agitò le sue labbra corrette. Ma ella finiva sempre per vincersi.... «Oh sì! io ho bisogno di lasciar questi luoghi, nei quali ad ogni istante sono costretta a tremare; lasciarli per lontani, ove assumerei un nome illustre, ove colla fortuna di Federico potrei colmare i vuoti della mia, che sprecai spensieratamente, e della quale non molto mi rimane!... E Gabriella nulla avrebbe diviso seco.... «Federico nulla sa: a lui nascosi sempre il vero stato delle cose; non seppe mai nemmeno quanto fossi ricca in passato.... Egli non pensa agli affari, ma tal noncuranza fu ventura per me!... «Se potessi sapere che il fratello del cavaliere Dell'Isola fosse morto, io parlerei.... esorterei Federico a reclamare, perchè quel duca forse prima di morire potrebbe per rimorso aver distrutto quell'atto.... La madre di Federico lo credeva probabile....» E Camilla riflettè per lungo tempo. «Poi la famiglia potrebbe spegnersi: quel duca aveva soltanto un figlio maschio, non ammogliato ancora!... E se morisse senza eredi, il suo titolo, le sue immense ricchezze, tutto spetterebbe a Federico.... Ed io.... sì, io potrei divenire la duchessa Dell'Isola....» Ed ella parve esaltarsi a tale idea! I suoi occhi scintillarono; certo ogni rimorso cessava.... «Ah sì! per conoscere lo stato presente della famiglia Dell'Isola farò ogni sacrificio; manderò qualche persona fidata in Sicilia, segretamente.... segretissimamente.... chè Federico non deve saper nulla. «Se fosse meno delicato, meno altiero, io gli avrei svelato il segreto.... Ma lo conosco, mai reclamerebbe, se non vi fosse invitato dalla famiglia, o che le circostanze ve lo obbligassero!... Forse in un momento di sdegno contro i parenti, che scacciarono suo padre, distruggerebbe le prove.... Egli è così orgoglioso!... «Oh! ma io non posso rinunciare a sì brillante sogno!...» E Camilla si mise a passeggiare agitata per la stanza.... «Ah! disse quindi, se non amassi tanto Federico, non avrei pazientato sin qui!... Tale amore, sì appassionato, non mi permise seguir sempre la via, che mi ero tracciata!...» XI. Il conte di San Giorgio giungeva a Venezia una settimana dopo il suo colloquio con Gabriella. Vi giungeva precisamente nel giorno, in cui quella città festeggiava con gran pompa l'arrivo di Enrico III, che dalla Polonia, ove appena aveva regnato tre mesi, passava per l'Italia, onde recarsi in Francia, dove era chiamato a succedere a Carlo IX suo fratello. Tutti i sovrani della Penisola si proponevano riceverlo con magnificenza, sperando forse con quelle adulazioni renderselo amico. I Veneziani furono i primi a tributargli onore, ed In quella occasione spiegarono la loro vantata ricchezza. Per quanto il conte di San Giorgio fosse poco disposto a darsi pensiero del re di Francia, pure risolse, giacchè era a Venezia, di starvi fino alla fine delle feste, tanto più che esse gli fornirebbero occasione di vedere i principali guerrieri della repubblica, fors'anche Federico di Chiarofonte, od almeno saperne qualche cosa. Egli era agitatissimo: non vedeva l'ora di avere nuovi schiarimenti. Durante il suo lungo viaggio, aveva provato tante emozioni diverse, che era stanco persino di pensare. Alle volte chiedevasi se non avesse fatto un sogno, e se donna Livia lo avesse davvero sobbarcato a quella strana impresa. L'errore del cavaliere Dell'Isola, la colpa del vecchio duca, l'ostinazione di don Francesco, pareva che Dio avesse destinato farle espiare anche a lui, e non in piccola parte. Alle stravaganze di Gabriella il povero conte pensava meno che potesse, onde non impazzire affatto. Se, riescendo finalmente, poteva veder soddisfatta la duchessa, certo era quello un guiderdone meritato. Ma per quanto cercasse serbarsi sempre calmo, non lo poteva intieramente. Ed i clamori, che trovò nella festosa Venezia, non sapevano distrarlo. Gli sembravano come l'eco rumoroso dei mille pensieri, che si urtavano nel suo cervello. Per non essere riconosciuto da qualche cavaliere di Malta, mentre girava per Venezia, guardava con circospezione intorno a sè, ed era contento di poter confondersi in una folla immensa. Il Senato veneziano aveva mandato Jacopo Foscarini, Giovanni Micheli ed altri con numeroso stuolo di nobili, ad incontrare Enrico III a Ponteba, villaggio di confine tra il territorio della repubblica e la Carniola. Intanto erano già arrivati a Venezia, per prender parte al gran ricevimento ed ossequiare il re di Francia, i duchi Alfonso di Ferrara, Francesco di Mantova, Emmanuele Filiberto di Savoja ed il cardinale di San Sisto nipote del papa e suo legato speciale in quella circostanza. Enrico, dopo essere stato festeggiato assai ad Udine, a Treviso, dovunque era passato, veniva ricevuto alle Malghere da sessanta senatori vestiti di porpora, poi finalmente arrivava per Murano in Venezia. Qui il fracasso era grandissimo, la folla compatta, molte grida di giubilo, rumore immenso di cannoni, di tamburi, di trombe; un grande spettacolo insomma, a cui assisteva senza volerlo il conte di San Giorgio, che seguiva l'onda della gente assordato e confuso. Il suo malumore, invece di dissiparsi, si accresceva con quell'allegria di tutti. Il re di Francia sostò al palazzo dei Capelli; fu là che il doge Moncenigo andò a ritrovarlo; dopo di che Enrico salì sul Bucintoro ed andò a vedere la città, tenendo la via del Canal Grande. Egli ammirava assai la magnificenza, la quantità dei palagi, la bellezza delle donne, il brio generale, ed il numero veramente straordinario delle persone, che erano salite persino sui tetti per veder lui; cosa di cui certo sentivasi lusingato; poi le molte e poderose navi da guerra, ornate a festa. Infatti Venezia aveva quel giorno un aspetto unico. Gli storici assicurano che la gioja si leggeva in viso a tutti. Di sì gran gioja non si comprende davvero il motivo. Perchè mai difatti i Veneziani erano così felici di vedere ed accogliere Enrico III? ma probabilmente, allora come adesso, essi prendevano volentieri pretesto del passaggio dei sovrani per divertirsi, senza guardar tanto in là. Il re ebbe alloggio nel palazzo di Alvise Foscari, palazzo che era quasi una reggia. Trenta giovani patrizii furono posti a disposizione di Enrico, come oggetti di parata e di ossequio. Sul canale, alla presenza del re, vennero fatti i giuochi più graditi ai Veneziani. Poi nella basilica ebbero luogo solenni funzioni, concerti sacri. A quelle funzioni il re di Francia assisteva col legato del pontefice alla destra, e circondato dai principi venuti a Venezia, dal Senato e dai nobili. Vi furono altre cerimonie, che troppo lungo sarebbe richiamare partitamente, e durante le quali il re nominò senatore Jacopo Contarini. Enrico visitò dopo l'arsenale, che gli destò gran meraviglia; gli si mostrarono le navi prese ai Turchi e le altre spoglie che si avevano dei Turchi stessi. Il re passò otto giorni a Venezia, ove, a quanto dicesi, si divertì assai. Partì poi per Ferrara, accompagnato sino a Fucina sulla nave dal doge, con gran corteggio formato dai principi italiani, dal Senato, dalla nobiltà e da molto stuolo di popolo. Le bandiere, i pennoni, le vele, le insegne, la moltitudine, tutto ciò era sì compatto, che impediva veder le onde. Il re, nel congedarsi dal doge, gli presentò un grosso diamante, che venne quindi incastonato magnificamente e conservato nel tesoro di San Marco. Enrico fece altri regali a Foscari, che lo aveva ospitato, ed ai giovani patrizii, restatigli presso durante il suo soggiorno in Venezia. E così finirono le feste della bella città. In quegli otto giorni il conte di San Giorgio aveva chiesto il nome dei giovani guerrieri, che più gli sembravano degni di attenzione, ma mai aveva udito chiamare alcuno di loro col nome di Chiarofonte, ed altre informazioni gli era stato impossibile poter prendere in mezzo a tanta confusione. «Com'è, dicevasi, che non potei veder questo giovane? Dunque ei non è a Venezia? oppure lasciò il servizio?...» Ma il cavaliere di Malta non poteva accontentarsi di far supposizioni, ed il dì dopo la partenza del re si propose interrogare qualche guerriero. La sorte gli fu questa volta favorevole; fe' ch'ei si indirizzasse ad un giovane gentiluomo, che molto aveva conosciuto Federico di Chiarofonte. Il conte provò quasi della sorpresa, udendo rispondersi subito che si poteva dargli notizie certissime di colui, che cercava. Era sì abituato alle noje, ai disinganni; tante ne aveva subite, tanti provati durante il suo viaggio, che gli sembrava impossibile non incontrarne anche questa volta. Fu in una bella locanda, ove alloggiava, che interrogò l'amico di Federico. --Ah lo conoscete? esclamò con gioja. --Perfettamente, cavaliere, ve lo ripeto, rispose l'altro; chi è fra noi che non lo conobbe? Era l'anima delle nostre riunioni; più di una bella dama veneziana lo rimpiange ancora, e vi direbbe che assai si duole di non veder più nelle parate e nelle feste Federico di Chiarofonte. --Come lasciò Venezia? domandò il conte; e dove si trova? L'interrogato scosse il capo, indi: --Dove si trova vel dirò, cavaliere; ma quanto al perchè abbia lasciato Venezia ed il servizio della repubblica, non ho mai potuto spiegarmelo. Tutti gli volevano bene; era, come vi dissi, ricercatissimo ovunque. Dopo la battaglia di Lepanto, dove si è assai distinto e dove era rimasto ferito, egli rinunciò al suo grado, ed appena rimesso in salute, partì da Venezia colla sua sposa, che lo aveva appunto avuto in casa ferito. --Ah, egli è ammogliato? --Sì; sua moglie è una bellissima donna, che vidi di rado in Venezia; la credo forestiera e molto ricca. «Perchè mai, pensò il conte, sua sorella non me lo disse?» E volgendosi nuovamente al guerriero della repubblica: --Ma dunque non è più militare? --Lo è ancora; ha un grado distinto nell'armata spagnuola ed è assai caro al governatore di Milano. Abita in quella città, non molto lungi dalla chiesa di Sant'Ambrogio. Se voi, cavaliere, lo cercate, è là che dovete recarvi. --Mi vi recherò infatti: intanto vi ringrazio, signore. Ed il conte fece per partire, ma il giovane lo trattenne. --Perdonate, cavaliere, gli disse: aspettate un momento, voglio pregarvi di salutare Chiarofonte a nome di Prato, senza accennargli che io mi stupii della sua improvvisa risoluzione. --Oh non temete! --Sarebbe stato naturale; ma alle volte potrebbe averne dispiacere; quando lo vidi a Milano, mi parve desiderasse non gli si facessero molte interrogazioni. «Perchè mai questo? si chiese il conte.» --Basta, continuò il militare, è padrone di far quel che vuole certamente; ma pure mi sembra strano che non abbia più voluto rimanere con noi per andare al servizio della Spagna; egli, che ebbe sempre antipatia per gli Spagnuoli. Forse s'immischiò a loro senza pensarvi, fors'anche a Lepanto contrasse amicizia con alcuno di essi. Il conte di San Giorgio, prima di lasciare il suo interlocutore, pensò indirizzargli qualche domanda sul padre di Federico. Forse colui potrebbe fornirgli particolari importanti. --Vedo, gli disse, che conoscete molto Chiarofonte; tale conoscenza data certamente da lungo tempo. --Da dieci o dodici anni Federico ed io entrammo giovanissimi nell'armata. --So infatti che egli si fece soldato appena morto suo padre. --Sì, interruppe l'altro, un bravo e valoroso guerriero anch'egli, a quanto ne intesi dire; io però non l'ho conosciuto. Il conte si sentì tentato di chiedere a quel militare se Federico gli avesse mai parlato di sua sorella, quella giovane donna, che tanto lo aveva preoccupato, che lo imbarazzava ancora, e che gli aveva lasciato mille memorie diverse; ma nol fece. Fra poco non vedrebbe egli Federico? Si congedò dunque tosto dal guerriero veneziano, ringraziandolo degli schiarimenti fornitigli. «Che vorrà mai questo cavaliere di Malta da Chiarofonte? pensò il militare, seguendo collo sguardo il conte di San Giorgio. All'aria, ai modi pare un gran signore; davvero che ne saprei qualche cosa volentieri.» Un'ora dopo il cavaliere partiva da Venezia; si faceva mille domande, si chiedeva sopratutto come agirebbe nel caso, in cui Federico non ne sapesse più di Gabriella sul loro padre. «Possibile, pensava, che il cavaliere Dell'Isola, poichè sono certissimo che era lui, non abbia lasciato ai suoi figli, se non il suo segreto, una memoria almeno, alcun che, che potesse farli riconoscere? «Questo Federico sembra un giovane valoroso, considerato, ed io sono certo ch'egli è mio cugino; ma se non ha prove, a che mi gioverà tale certezza? A che soprattutto varrà essa a sostenere dei reclami presso il duca? «Donna Livia cercherebbe convincerlo, ma poco gioverebbe, lo temo; non rifiutò già d'ascoltarla?... Ah come il potè?... Eppure, se don Francesco così altiero, così violento le perdonò la distruzione di quella pergamena, l'insulto ricevuto dinanzi a tutti, convien dire che l'adori!... Qual amore, è mai il suo?... «Io so bene che nulla avrei negato a donna Livia. Potessi rivederla almeno! compiere i suoi voti!... Ah questo amore sarà il mio tormento!... Ma pure....» Pure, pensava forse, quel tormento gli era talvolta caro. Quell'affetto senza speranza, che la sua ragione poteva comprimere, ma non soffocare, lo inebbriava colla sua medesima amarezza. Si era identificato colla sua esistenza, soltanto con essa sarebbe finito. Intanto, immerso sempre ne' suoi soliti pensieri, il conte procedeva verso la città, ove troverebbe Federico di Chiarofonte. Le terre venete, parte delle lombarde gli passarono innanzi come una fantasmagoria, cui non badava. Finalmente arrivò a Milano. Là tutto doveva finire, là tutto si deciderebbe!... XII. Fu con questa convinzione, tra l'ansietà, la speranza, il timore, che il cavaliere di Malta si fece annunziare a Federico di Chiarofonte, il brillante ufficiale spagnuolo, marito di Camilla, come un gentiluomo forastiero, che doveva parlargli. Egli fu ricevuto all'istante. Federico era solo colla sposa in una vasta sala. All'entrare in quella stanza, il conte provò una forte emozione. Camilla lo colpì colla sua maestosa ed imponente bellezza; e Federico, benchè non gli richiamasse come Gabriella la sua famiglia, lo impressionò vivamente. Mai aveva egli veduto un cavaliere, che riunisse maggiori pregi esteriori; quell'aspetto distinto e gentile, quei tratti belli e nobili, ai quali una leggiera impronta d'orgoglio dava maggior risalto, lo prevennero all'istante in favore di Federico. --Voi avete a parlarmi, signore? chiese questi al conte di San Giorgio alzandosi. E notò allora la croce ottagona, che fregiava l'abito nero del forastiere. Che può volere da me questo cavaliere di Malta? pensò. --Sì, devo parlarvi, rispose il conte, e di cose importantissime. Camilla ascoltava con ansietà; ella aveva mille motivi per sperare e temere di tutto; ma, come sempre, nulla la tradì. --Segretamente? domandò l'ufficiale. --Sì; ma vostra moglie può rimanere, disse il conte, inchinandosi a Camilla. --Vi ascolto, cavaliere. Sedete. E Chiarofonte porse una sedia al forastiero, e prese poi posto egli stesso su di un'altra. Camilla era adagiata sovra un gotico seggiolone di velluto rosso. Il conte non era sorpreso della ricchezza del mobilio, della servitù abbastanza numerosa veduta prima, poichè gli era stato detto possedere la moglie di Federico una sostanza ragguardevole. Solo trovava strano che Gabriella fosse in una posizione tanto diversa. Mentre egli, pensando a questo, rimaneva ancor silenzioso, mentre Camilla tentava vincere l'emozione che le cagionava quella impreveduta visita, giacchè dall'accento del conte ella aveva sospettato ch'egli potesse essere siciliano, Federico richiedeva il forastiero del suo nome. --Mi duole, rispose questi, dover attendere a soddisfarvi; ma spero poter poi dirvi le ragioni che a ciò mi astringono, ed esse, ne son sicuro, vi convinceranno. --Come credete, cavaliere. Camilla turbossi a quell'esordio misterioso. Ah! le abbisognava un grande imperio sopra sè stessa, per attendere colla immobilità di una statua. --Vi espongo tosto lo scopo della mia visita, disse il conte all'ufficiale; io vengo da Rimini, là vidi vostra sorella. Per diversi motivi Federico provò una sensazione penosa; sua moglie una terribile. --Ah! interruppe il giovane con accento, da cui traspariva una sorpresa poco aggradevole. Vedeste mia sorella? --Sì; grazie a lei soltanto potei giungere sino a voi. Fu una combinazione fortunata; senza la gran somiglianza della signora Gabriella con vostro padre, mai vi sarei riescito forse. Federico fece un movimento di sorpresa, Camilla trattenne il respiro. --Come? È di mio padre che avete a parlarmi? chiese l'ufficiale. --Sì; e vi dirò tutto senza indugio. I pochi dettagli fornitimi da vostra sorella m'inducono a credere che il vostro genitore sia stato un cavaliere, scacciato giovanissimo dalla casa paterna per aver contratto nozze ineguali. Federico rimase attonito. La sorpresa lo rendeva muto. Non così di Camilla; era agitata, ma sembrava comprendere benissimo. --E voi che potete dirmi? proseguì il conte. --Nulla, cavaliere; io non avrei mai sospettato... Mio padre mi fece credere sempre ch'egli era rimasto orfano presto, e che i suoi genitori, nobili del Vicentino, non avevano più alcun parente. --Ohimè! Allora voi non potete fornirmi prova alcuna. Nulla sapete più di vostra sorella, alla quale abbadai poco perchè mi sembrò un po' alterata di mente, forse a motivo della sua cattiva salute... Ella mi parlò assai confusamente e pochissimo di voi; non mi disse nemmeno che aveste moglie. Camilla respirò. Intanto il conte proseguiva. --Ed io, che avevo sperato!... Ma non possedete voi qualche memoria di vostro padre, qualche lettera almeno?... --No. --Quale fatalità! esclamò il conte; nessuno dunque potrà rischiarare queste tenebre? --Lo posso io; disse Camilla alzandosi. Ella si era decisa: Gabriella tacerebbe. --Voi!.. esclamarono insieme attoniti Federico ed il conte. --Sì! Io... Attendete un istante, signori. Ed escì. --Che significa questo? mormorò l'ufficiale. --Come? ella sa alcun che sulla vostra nascita, che voi ignorate? domandò il conte. Federico non rispose. Mille diverse idee lo turbavano. Si era alzato, come il cavaliere di Malta; ed in piedi pallido, commosso attendeva. L'aspettazione non fu lunga; eppure essa parve eterna. Dopo qualche momento Camilla rientrò. Portava tra le mani una cassetta d'ebano intarsiata d'argento, chiusa con una piccola chiave d'oro. La fisonomia della dalmatina era animata; i suoi occhi brillavano di strano splendore. Oh, pensava, Gabriella non mi arresterà! Il conte e Federico la guardavano stupiti, come si può guardare una fata. --Che contiene quella cassetta? chiese l'ufficiale. --Lasciate che prima di dirvelo, prima d'aprirla innanzi a voi mi spieghi. Pazientate un istante, signor cavaliere, e voi pure, Federico; ascoltatemi. Il suo bel volto era sì grave, tanta convinzione eravi ne' suoi sguardi, la sua voce era sì persuasiva, che quei due uomini ne furono colpiti; si sentirono tratti ad udirla, senza osare domandar di più. --Parlate dunque, signora, disse il cavaliere di Malta. --Sì, parlate, ripetè l'ufficiale. Allora ella, a voce bassa, e concitata, cominciò in tal modo, unendo come sempre la menzogna alla verità: --Sulla fine del 1570 io mi trovavo in Dalmazia con mio padre, che da poco era ritornato in patria dalla Germania. Aveva di là condotta seco una signora dalmatina d'origine, che per questo aveva fatto il viaggio con lui. Ella andò ad abitare in una casa vicina alla nostra. Quella signora era ancora assai bella, ma molto triste; si chiamava Emma di Chiarofonte. --Mia madre! interruppe Federico; come? se la credevo morta da lunghi anni!... --Infatti! mormorò meravigliato il conte; anche vostra sorella mi aveva detto lo stesso. Camilla proseguì. --Sì: era vostra madre, Federico; divisa da un pezzo da suo marito, per quale motivo non so. L'ufficiale parve annuvolarsi. Il conte non sapeva che pensare. Se i suoi parenti di Catania erano stravaganti, quelli che andava ritrovando lo erano certo ben più. --Dopo qualche tempo, continuò Camilla, la signora di Chiarofonte ammalò gravemente; fece supplicare mio padre di recarsi da lei, perchè aveva un importante segreto da rivelargli. Vi andò subito; quando ritornò in casa, ella era già morta; egli portava seco questa cassetta. Per qualche tempo non mi disse che cosa gli avesse confidato quella signora. Ma poi, sentendosi in fin di vita, l'otto settembre 1571, mi fece appressare al suo letto e mi disse: la signora di Chiarofonte mi confidò che suo marito, guerriero della repubblica veneta, morto già da molto tempo, portava un nome falso; che era stato diseredato, scacciato dalla sua famiglia per avere sposata lei, e che era il figlio secondogenito del duca dell'Isola... --Non più dubbi, esclamò il conte; e se queste prove... --Lasciate che io continui, signor cavaliere, è necessario per qualche momento ancora. --Affrettatevi, disse l'ufficiale con qualche vivacità e con sdegno. --Mio padre proseguì;--la signora di Chiarofonte mi aveva incaricato di consegnare una cassetta, quella che vedesti, e che contiene tutte le prove di quanto ella asseriva, a suo figlio Federico, guerriero della repubblica Veneta... Non potè più continuare; morì la notte istessa.... Dopo i primi giorni di lutto, pensai al segreto rivelatomi; mi chiesi ciò che doveva fare, esaminai la cassetta, che trovai nella stanza di mio padre. Tra le carte, che provano in modo incontestabile la vostra origine, Federico, trovai una memoria scritta dal vostro genitore, che vedrete, e nella quale ei mostra desiderio che i suoi figli nulla sappiano, a meno che la famiglia stessa faccia cercare di loro. In tal caso vi ordina di accettare. Questa memoria è una specie di testamento, nella quale dice anche che il nome di Chiarofonte lo assunse da una terra comperata nel Vicentino. E senza prender fiato, come se temesse che la interrompessero. --Io, disse volgendosi a Federico, pensai tosto a mettermi in traccia di voi. Partii per Venezia, dove avevo passato qualche mese con una mia parente, e dove contavo stabilirmi. Là seppi che eravate alla guerra contro i Turchi; il 6 ottobre avvenne la battaglia di Lepanto: dai primi guerrieri, che giunsero di là, mi informai di voi; mi si disse che eravate rimasto ferito, ma che presto forse giungereste a Venezia. Vi giungeste di lì a non molto, ferito infatti; vi feci trasportare in mia casa, perchè non volevo tardare a consegnarvi le vostre carte.... Ma intanto vi amai, e voi sapete quanto... Ah non ebbi il coraggio di agitarvi inutilmente! Feci quanto desiderava vostro padre; lo feci senza scrupolo, poichè egli nella sua memoria, il vedrete, dice che nulla spera; perchè era stato costretto dal duca a firmare una rinunzia assoluta al suo nome ed alle sue sostanze.... Spero, Federico, non mi condannerete dunque se tacqui sin qui. L'ufficiale non rispose, rifletteva; era colpito dalla importanza di quella rivelazione. Il conte pure taceva; pensava, tra le altre cose, che probabilmente il povero cavaliere dell'Isola era stato anche tradito, abbandonato da quella donna, alla quale aveva tutto sacrificato.... Bisognerà, diceva tra sè, nascondere a tutti questa nuova onta!.. Mi pare che questo giovane tacerà volentieri... Che ne direbbe il duca? Sarebbe un altro imbarazzo. Federico chiese per prima alla moglie la memoria scritta da suo padre. Era lunghissima, ed egli la lesse attentamente, e con viva emozione. Intanto il conte scorreva le altre carte. Vi era l'atto di matrimonio tra Emma X. ed il cavaliere dell'Isola, firmato dal prete, di cui si aveva poscia coll'oro comperato il silenzio, e l'atto di nascita del cavaliere dell'Isola. Eravi un biglietto dell'avo di don Francesco, col quale ordinava al cavaliere suo figlio nei termini più duri di apporre la propria firma ad un atto di rinunzia, col quale anche lo si diseredava, e che gl'inviava da un servo fidato. È la pergamena distrutta da donna Livia, pensò il conte. Poi vi erano copie degli atti di nascita di Federico e di Gabriella e diverse lettere, che il cavaliere dell'Isola conservava religiosamente come ricordi della famiglia, tra le quali due della contessa di San Giorgio. Dinanzi a quelle prove importantissime, autentiche, indiscutibili, il cavaliere di Malta perdeva quasi la memoria di quanto aveva narrato Camilla; comprendeva solo che quelle prove dovevano bastare anche per don Francesco. L'ufficiale terminava allora la lettura dello scritto di suo padre. --Ebbene? gli chiese il conte. --Ebbene, rispose egli, mio padre mi ordina di accettare; ubbidirò. Comprendo che desiderava vivamente che io portassi il suo nome, e che lo avrà desiderato anche negli ultimi istanti di sua vita. --Sì; obbeditelo, riprese il cavaliere di Malta, è vostro dovere. E stendendogli la mano: --Voi siete mio cugino, gli disse; mi chiamo il conte di San Giorgio; mia madre fu sorella al vostro genitore. L'ufficiale strinse la destra del cavaliere; entrambi erano commossi. Camilla li considerava sorridendo, mentre macchinava nell'animo mille progetti. --Ora vi dirò come dovete condurvi per farvi rendere il vostro nome ed i vostri beni. E dopo essersi arrestato un poco: --Il duca dell'Isola, fratello a vostro padre e nostro zio, morì nel gennaio scorso: negli ultimi momenti di sua vita rivelò che il cavaliere dell'Isola, creduto da tutti estinto, viveva forse ancora nelle terre Venete sotto un falso nome, e che doveva aver figli. Aggiunse che suo padre aveva perdonato al figlio diseredato un giorno, ordinando gli si rendesse il nome e la terra di S... colle vastissime dipendenze. Mio zio non lo fece; se ne pentì però amaramente, e qualche momento prima di morire fe' distruggere l'atto fatale, ed espresse il desiderio che si venisse in traccia di voi... Ma...--ed esitò un poco.--Don Francesco, l'attuale duca dell'Isola, non divideva intieramante le idee di suo padre moribondo... Credeva bastasse la distruzione di quella pergamena.... Il povero conte si arrestò ancora... indi: --Egli non sa dunque ch'io sia venuto a cercarvi; ed io desidero lo ignori sempre.... --Non vorrei che i miei reclami sollevassero contrarietà, interruppe l'ufficiale. --Oh non temete; il duca sa benissimo che da un momento all'altro potete reclamare; è il vostro diritto; vi consiglio a farlo valere. Abbastanza foste spogliati, abbastanza soffriste della severità eccessiva, colla quale si trattò vostro padre, che gioirà nel suo sepolcro; egli che tanto desiderò veder placata la famiglia.... Io vi parlai con franchezza, ma del resto sono certo che tutto procederà quietamente e benissimo.... Anzi dirò di più; è per miei particolari motivi che desidero non si parli di me al duca. --Non temete; ve ne do la mia parola, esclamò Federico. --Voi pure, Signora? Camilla s'inchinò in segno d'assenso con molta nobiltà. --Voi, continuò il conte, reclamerete appena saremo in Sicilia. --È là che dimora la famiglia di mio padre? --Sì, a Catania. Bisogna affrettare le cose; quando potrete voi seguirmi? --Fra qualche giorno, lo spero. --Quanto a vostra sorella, vorrei farvi qualche domanda. Camilla ascoltava con ansietà. --Ella mi sembrò assai singolare; le sue reticenze, i suoi discorsi sconnessi, dai quali non potei trarre che congetture incomplete, mi fecero temere che sia disgustata con voi.... Desidererei vivamente rischiaraste i miei dubbj in proposito. Ah! pensò Camilla, se non avessi già parlato a Federico! ma ormai la cosa è fatta. --Mia sorella, rispose l'ufficiale pensieroso, non la vedo da qualche tempo, ma non sono disgustato seco. Ella si maritò mentre ero assente. La delicatezza aveva suggerito al giovane questa risposta. Accusar Gabriella, che del resto erasi maritata, sarebbe stato far credere al conte ch'ei tentava farla escludere dalla famiglia, temendo divider seco i diritti di entrambi. --Allora, disse il cavaliere, cercheremo persuaderla venir con noi in Sicilia. È giusto ch'ella pure.... Camilla fremette, ma non si perdette d'animo. Aveva già pensato qual partito adottare in tal caso. L'ambizione l'aveva messa in una posizione difficile, ma aveva ingegno bastante per escirne. --Io la credo molto sofferente, proseguiva il conte; ella m'interessa assai! La sua meravigliosa rassomiglianza colla famiglia dell'Isola fu un vero bene, ripeto; fu essa che mi guidò. Guardate il ritratto di mia madre, col quale soltanto potei persuadere vostra sorella della verità delle mie parole. E mostrò l'effigie della contessa ai due sposi. Essi misero una esclamazione di sorpresa. Dunque colei era necessaria, pensò Camilla. --Questa rassomiglianza è straordinaria davvero, disse Federico contemplando il ritratto. Vi fu un istante di silenzio. Il conte lo ruppe per dire all'ufficiale: --Sentite, cugino; il cavaliere vostro padre disse a voi, a tutti che sua moglie era morta, mentre eravate bambini: sembra da ciò desiderasse assai lo si credesse, e noi continueremo a rispettare ii suo desiderio. --Avete ragione, conte, rispose Federico stringendogli la mano; vi ringrazio, e nemmeno a mia sorella io nulla dirò. --Sono lieto di aver trovato in un guerriero valoroso il figlio del cavaliere dell'Isola; ah quanto mi duole che egli non abbia vissuto abbastanza! Federico sospirò. Per qualche tempo egli ed il conte serbarono il silenzio. Camilla non voleva turbarlo; la sua aria pensierosa si spiegava colla parte, che la provvidenza sembrava averle dato in quel riconoscimento. --Dunque, disse il conte alzandosi, fra qualche giorno partiremo insieme. E dopo aver salutata Camilla, e stretta nuovamente la mano dell'ufficiale, escì. Quando furono soli, Federico si volse a sua moglie; la fissò qualche momento senza profferir parola, come attendesse da lei una spiegazione, indi: --Perchè quando vi sposai non mi svelaste il segreto? Il suo accento era più triste che severo. --Il perchè ve lo dissi, rispose Camilla: certo feci male, lo comprendo pur troppo ora che ricupererete tutti i vostri titoli... Ohimè! quale distanza mi separerà da voi.... Perdonatemi.... Ella era sì bella, che pochi uomini avrebbero avuto il coraggio di non perdonarle. Federico non l'amava appassionatamente, ma, bisogna dirlo, era lungi dall'essere insensibile a tanta bellezza. Poi Camilla gli aveva prodigato sì affettuose cure, con tanta gioja gli aveva data la sua fortuna, respinto per lui l'amore di tanti.... Ah! tali memorie non si possono facilmente cancellare. Ed egli mostrò persuadersi delle ragioni, plausibili del resto, che Camilla adduceva per giustificarsi. --Voi non siete contento, Federico, gli diss'ella dopo qualche tempo, di riacquistare il nome di vostro padre?... Mi sembrate sì preoccupato!... --Gli è che non vorrei essere considerato come un intruso da questo duca dell'Isola, e conto lasciar la Sicilia appena sarò reintegrato ne' miei diritti. --Ah volete ritornar qui? --Sì, il più presto che mi sarà possibile. Ve lo confesso, è soltanto per ubbidire mio padre che accetto; Il nome, che ora porto, non mi appartiene; e ciò mi fa desiderare riprendere quello della famiglia. La nostra condotta non lo disonorò. Camilla rabbrividì a queste parole. Ah nessuno, disse a sè stessa, nessuno saprà ciò ch'io feci! --E Gabriella? riprese poi Federico; udiste? Verrà con noi; io non voglio accusarla in faccia al conte. --Vi approvo, ed anzi.... --Ah! interruppe l'ufficiale, a voi avvengono cose, che hanno del prodigio.... Camilla impallidì. Dubitava egli? Ah sempre lo temeva.... E poi raggiungerebbe ella lo scopo?... Il bene acquistato colla colpa vien pagato da molte torture. --Non so che dire, rispose; io stessa ne sono maravigliata.... Quante volte non fui per confidarvi tutto!... La sera, per esempio, che vi narrai della fuga di Gabriella, ero quasi decisa a parlare, a non aver più segreti per voi, ma non osai.... Mi sono ora levata una gran spina dal cuore. Vi voleva veramente molta dose d'ipocrisia sfacciata, per aggiungere questo con viva emozione. E di lì a poco: --Sentite, disse al marito, non rimproverate vostra sorella. --Io non intendo farlo. --Voglio dire, trattatela come se io non vi avessi parlato.... Mi sembra meglio ch'io vada sola da lei appena giunti a Rimini. Le dirò che tutto ignorate, altrimenti si mostrerebbe troppo imbarazzata anche davanti a quel cavaliere. Del resto voi diceste al conte che non eravate sdegnato con Gabriella, dunque è necessario agire così. --È vero: alfine fu maritata; è meglio evitare ogni spiegazione. L'ufficiale si mise a passeggiare su e giù per l'ampia sala: --Quali avvenimenti! mormorava, e non è un sogno?... Basta, mi regolerò secondo le circostanze.... XIII. Il conte di San-Giorgio aveva ottenuto il suo scopo, ed i desiderii di donna Livia si realizzavano. La colpa del padre di don Francesco stava per venir riparata: i figli del cavaliere dell'Isola riacquisterebbero i loro diritti, quei figli, che il conte aveva tante volte disperato rinvenire. Ed erano degni del nome, che gli attendeva. Uno era un ufficiale valoroso, considerato; l'altra una donna triste e sofferente, ma che nulla di male aveva fatto. Nulla eravi in essi, che potesse dare a don Francesco pretesto di arrossirne. Egli, perdonando alla sua sposa la distruzione della pergamena, doveva essersi preparato a subir le conseguenze di una tale distruzione, benchè poi con tanta pertinacia si fosse ostinato ad ottenere il silenzio di tutti, benchè tanto contrario ad una riparazione. Ecco quanto dicevasi il cavaliere di Malta: ecco ciò che andava ripetendosi.... Eppure non era tranquillo! Tristi contraddizioni del cuore!... Egli, che il giorno prima ancora avrebbe data una fortuna per sapere quanto sapeva, si domandava ora involontariamente se il progetto di donna Livia non fosse stato troppo ardito. Per lei sola se lo domandava, per lei soltanto temeva!... Era forse frutto della solita tendenza, che si ha di trovar cagione di rammarico in una meta appena raggiunta? dietro cui si corse per molto tempo? Pure il conte era ansioso di veder restituire ai suoi cugini sconosciuti sin là quanto loro si doveva; ma avrebbe voluto fare egli stesso tale restituzione. Nè Gabriella nè Federico avevano accolto con trasporto la rivelazione, che li riguardava; in entrambi eravi più sorpresa che gioja. E l'ufficiale, dopo i primi istanti di meraviglia, fors'anche di soddisfazione, aveva mostrato accettare, consentito a reclamare più per obbedire al padre, che per altro. Quel giovane sembrava assai suscettibile; tale suscettibilità, lodevole certamente, potrebbe però cagionar gravi mali se don Francesco non si persuadeva tosto. In tal caso che avverrebbe? Federico aveva promesso fingere di reclamare soltanto per aver saputo la morte del fratello di suo padre.... Ma forse qualche sarcasmo del duca, qualche parola offensiva di lui potrebbero spingere l'ufficiale ad un estremo.... senza volerlo, potrebbe dire di non essersi presentato da sè. Ed allora?... Donna Livia?... Il cavaliere di Malta si preparava ad una tale evenienza, ed era risoluto di addossarsi allora tutta la responsabilità del progetto generoso, ma forse imprudente della duchessa; scongiurar lei a lasciarlo fare. Ella gli aveva detto che un duello tra lui ed il duca l'avrebbe addolorata, ma qual altro rimedio in sì triste caso? Il conte non ne scorgeva alcuno. Basta, pensava, per quanto possa penare in disubbidirla vi sarei forzato. Se rimango vincitore, ebbene? Farò il possibile per non ucciderle il marito; se il vantaggio rimane al duca, ciò che può avvenire benissimo perchè ei si batte perfettamente, la mia morte avrà evitato dei mali a donna Livia. Ma ella forse non lo permetterà.... Cielo! il suo coraggio potrebbe perderla. Ah! ora vedo tutti i pericoli del suo progetto!... E se avessi persuaso questo nostro cugino ad una rinuncia? sarebbe stato facile condurvelo, come anche sua sorella.... Ed invece lo esortai a reclamare.... Ma era mio dovere.... Operando altrimenti sarebbe stato mancare a mio zio moribondo, che mi volle presente alle sue confidenze, alle sue disperate preghiere!... E donna Livia non mi approverebbe!... Eppure i miei timori riguardano lei sola! Ah! senza lei non sarei stato, no, sì sofferente col duca.... Poi in coscienza io non posso prestarmi ad una spogliazione indegna; ne proverei eterno rimorso!.. Basta, il dado è gettato!... Ed io, che approvai le idee di donna Livia, che feci quanto ella mi chiese, non devo arrestarmi!... Penserò al modo migliore.... Chi sa?... Questo mio cugino non pare disposto a fermarsi in Sicilia; tanto meglio... Tutto si potrà forse fare senza scandali, ed il riconoscimento non lascerà odj dietro a sè, od almeno tali odj non avranno conseguenze. Sarebbe possibile terminar tutto in pochi giorni.... La terra di S..... è pronta, e don Francesco non può rifiutarsi ad una restituzione.... Ma.... Tutto questo pensava, passando dal timore alla speranza e ritornando poi al timore, sì ritornandovi. Egli, il cui freddo coraggio era stato tante volte ammirato dai suoi valorosi confratelli! Comprese però che il meglio per lui, la cosa più utile per donna Livia, onde sottrarla alla collera del duca, era agire con precauzione: fare che don Francesco non sospettasse il vero. Già aveva cominciato chiedendo a Federico ed a sua moglie il silenzio sulla parte da lui avuta.... Eppure non era poco sacrificio per lui mostrar temere ogni contrasto col duca. Donna Livia non sapeva forse abbastanza quanto il povero conte avesse sofferto per obbedirla, quanto preferitala al suo amor proprio.... Ma finalmente egli prese il suo partito. Gli sembrava aver trovato il mezzo di condurre il duca ad una restituzione senza garrir seco, senza ch'ei potesse offendere Federico. Aveva scorta la via, era risoluto a seguirla, ad additarla al figlio del cavaliere dell'Isola. In essa molto sperava.... Ah che avrebbe dato per indovinare la fine!... per volgere ad un tratto molte pagine del libro della vita! essere cioè a Catania, e veder tutto terminato! Ma la vita è un libro, che si è forzati a leggere poco per giorno, quel poco soltanto, che la Provvidenza destina, e di cui non si può indovinare il termine. Il conte di San Giorgio lo sapeva; egli, tormentato da sì lungo tempo da preoccupazioni, che mai avrebbe sospettate in passato! Comprendeva che donna Livia aveva avuto ragione nel dirgli che non bisogna mai tentare d'indovinar l'avvenire! Sì, ei doveva soltanto prepararsi alle circostanze difficili, nelle quali potrebbe trovarsi; serbarsi calmo, non temere. Il modo singolare, con cui Camilla possedeva le carte del cavaliere dell'Isola, quel lungo tacerne col marito, la di lei narrazione gli avevano fatto, per dirla, una certa impressione; ma poi finì per non darsene più pensiero, che troppo era preoccupato d'altro. D'altronde gli erano accadute tante cose strane che era in posizione di non maravigliarsi più di nulla. Lo smarrimento della valigia, grazie a cui il padre Leone aveva veduto il ritratto della contessa di San Giorgio, parlatogli di Gabriella: la storia istessa del cavaliere dell'Isola, tutto ciò non aveva anch'esso dell'inverosimile? Soltanto le persone, che camminano sempre nelle vie strette ed eguali della vita monotona, possono stupirsi, non prestar fede a quanto esce dal consueto. L'indomani, alla sera, il cavaliere di Malta ritornò in rasa di Federico. Vi fu accolto perfettamente. L'ufficiale lo ringraziò di nuovo della premura, ch'ei si era preso per iscoprire dei parenti ignoti, portar loro il perdono di una famiglia riconciliata. Il conte rispose con affettuose parole; credette inutile parlar ancora del duca. Camilla non prendeva al colloquio che una parte secondaria e passiva. --Avete ottenuto il vostro permesso? chiese il conte all'ufficiale. --Sì, rispose egli, più presto di quanto credevo. Ho parlato col governatore. --Ora vi dirò il modo, con cui dovremo agire. --Vi ascolto, cavaliere. Era la sera, come fu detto. Una dolce luce, projettata dalla lumiera d'argento, si spandeva nella sala. Le tappezzerie formavano come un'alcova intorno alle seggiole di Federico e del conte, e comprendevano nella specie di circolo da esse tracciato anche Camilla, che stava un po' più lungi. L'ambiente, l'ora, il luogo invitavano davvero a parlare di cose delicate e segrete. Quella donna sì ammirabilmente bella, quel cavaliere di Malta dai tratti regolari, fortemente improntati e severi, quel bell'ufficiale, che accarezzavasi preoccupato i baffi fini e nerissimi, formavano un quadro, che avrebbe impressionato qualunque immaginazione. Quanti si sarebbero soffermati ad osservarlo, trattenendo il respiro, per tema di vederlo svanire al menomo soffio! Quanti forse si sarebbero augurati in uno di quei personaggi, che a primo aspetto sembravano tanto favoriti dalla natura, dalla fortuna! Quanti avrebbero desiderato un loro sorriso! E se avessero conosciuto il vero, gli è con orrore che si sarebbero allontanati da quella donna sì bella, riguardato con compassione il suo sposo, e fors'anche il conte di San Giorgio, per tanti motivi pensieroso, tormentato da un amore vivissimo, destinato pur nondimeno ad essere eterna chimera! È così che molte volte, ingannati dall'esteriore, si ammira chi si dovrebbe disprezzare, si invidia chi è di noi più infelice. --Ecco quanto ho pensato, disse il conte a Federico. Vostro padre era figlio della seconda moglie del nostro avo; lo avrete compreso dalle carte che possedete. Il duca, morto nel gennajo scorso, e la contessa di San Giorgio erano nati dal primo matrimonio. --Ebbene? --La madre del cavaliere dell'Isola ha ancora un fratello, superiore in un convento di cappuccini, tenuto in gran conto dal papa, e che gode molta opinione presso la nobiltà siciliana. È della famiglia principesca della Concordia, e l'unico parente materno, che vi rimane. Quando vostro padre fu scacciato, egli era a Roma, a quanto ne udii; al ritorno in Sicilia avrà creduto, come tutta la famiglia, che suo nipote avesse perduto la vita in una guerra lontana. Sino alla morte del duca nostro zio, io pure credetti sempre lo stesso. Avrete forse compreso anche questo dalla memoria scritta da vostro padre. Federico annuì, ma non interruppe il cavaliere di Malta; Camilla fece altrettanto. --Ora dunque, proseguiva il conte, io penso essere a quel vostro parente che prima dovremo indirizzarci, mostrargli le prove, che attestano in modo indiscutibile la vostra identità, incaricarlo di reclamare al duca, e fare presso lui i primi passi. Accetterà con gioja; io non lo conosco personalmente, perchè dopo la creduta morte di vostro padre mantenne colla famiglia soltanto relazioni lontane, ma so che amava molto suo nipote, e che assai si dolse del perderlo. Credo che, operando così, giungerete presto e senza difficoltà alcuna a farvi rendere il vostro nome e le vostre sostanze. --Infatti, disse Federico riflettendo. Indi: --E mio padre non avrà mai scritto a questo zio? --Vostro padre sapeva che, sin quando esisteva l'atto, col quale lo si diseredava, e dove egli stesso aveva firmata la sua rinunzia, sarebbe stato inutile ogni tentativo. --È vero. --D'altronde non avrà ardito confessare allo zio l'errore.... giovanile.... pel quale era stato scacciato. Se gli avesse detto che per tale errore il duca lo aveva punito, suo zio, anche perdonandogli per tenerezza, lo avrebbe esortato a subire in pace la punizione inflittagli dal duca. Poi vostro padre era di natura mite; si sarà spaventato all'idea di suscitar delle lotte, di ridestare la terribile collera del suo genitore, che lo aveva maledetto. Federico sospirò. --Ma di quella maledizione, proseguì il conte, il duca si era pentito poi; intieramente la revocò; e se i suoi desideri fossero stati esauditi, i suoi ordini seguiti, il cavaliere dell'Isola già da vent'anni avrebbe riacquistato i diritti perduti, e la posizione ov'era nato; perchè, quantunque il duca fosse stato spinto dall'orgoglio ferito, dalla collera a punirlo, lo aveva in passato amato moltissimo, in modo affatto esclusivo.... Ah vostro padre fu molto infelice!... Espiò crudelmente un istante d'oblio.... Il conte era lì per aggiungere:--E nemmeno l'amore gli rimase!--ma credette meglio non dirne nulla. --Farò quanto mi consigliate, disse dopo un momento Federico; è molto vecchio questo mio zio? --Credo di si; fu anche padrino a vostro padre, che si chiamò Anselmo come lui. --Ma a questo zio dovrò dire, mi sembra, che voi, conte, mi riferiste che si era perdonato a mio padre? domandò l'ufficiale con esitazione. --Sì certamente è necessario, che altrimenti non saprebbe come agire. Io stesso vi accompagnerò da lui; gli narrerò ogni cosa: la disperazione del duca nostro zio negli ultimi istanti di sua vita; la distruzione della pergamena; come io vi scoprii.... non vi ho nessuna difficoltà. Sono certo ch'ei mi prometterà il silenzio con don Francesco. --Mi duole veder questo signore così contrario ad una riparazione. E l'ufficiale aggrottò alquanto le sopraciglia. Il conte, benchè si sentisse tratto a temere più di lui, lo rassicurò invece. Donna Livia lo avrebbe certamente approvato. Ella, se anche i figli dei cavaliere dell'Isola avessero rinunciato, non avrebbe permesso che il duca conservasse a lungo ciò che loro spettava. Don Francesco non aveva il diritto di opporsi ai voleri dell'avo, agli ordini del padre moribondo; persistendo nella sua ingiustizia, finirebbe per pentirsi anch'egli, per quanto l'istante del pentimento sembrasse assai lontano. Penetrato da queste idee, il conte disse a Federico che i suoi reclami erano troppo giusti, perchè il duca non gli accettasse tosto. Ed aggiunse: --Egli è ricchissimo egualmente; sua moglie pure; senza il menomo danno può rendervi quanto spettava a vostro padre. Don Francesco non disse mai, ve lo giuro, che, ove vi presentaste, si rifiuterebbe a fare il suo dovere.... Credeva inutile cercarvi per certe sue idee, ma non per interesse. Il cavaliere scusava il duca, quantunque fosse ben lungi dall'amarlo; ma donna Livia sarebbe stata contenta di queste sue parole; non aveva ella detto voler credere don Francesco traviato soltanto da pregiudizii, spinto all'ingiustizia senza comprenderla? Nessuna donna certo poteva essere amata con maggior abnegazione ch'ella lo fosse dal conte.... Quell'amore si compendiava in una sola parola: sacrificio! Era tale che egli rimaneva freddo dinanzi alle più seducenti bellezze, e non sentiva per loro più di quanto sentisse per Camilla: una passiva, glaciale ammirazione. Senza la duchessa non ne avrebbe mai amata alcuna.... Tutte, tranne lei, tutte gli erano sempre state indifferenti. Le ultime parole del cavaliere parvero persuadere affatto l'ufficiale. --Vi credo, conte, rispose, ma voi non verrete a Catania? --No: dopo avervi accompagnati da vostro zio, dopo aver combinato seco ogni cosa, vi lascerò. Attenderò segretamente in una mia casa isolata, vicina alla città, l'esito dei vostri reclami; indi partirò per Malta.... Io fui sempre lontano dalla Sicilia; è miracolo mi vi sia trovato all'epoca della morte del duca. Federico rifletteva. Il conte desiderava un poco sapere di qual famiglia fosse Camilla; era ricca, ma null'altro gli era stato detto di lei; per questo, dopo qualche momento, le chiese se fosse anche nata in Dalmazia. --Sì, rispose ella. --Vi avete ancora dei parenti? --Nessuno. Il conte era poco soddisfatto, e non sapendo come fare altre domande: --Vi piaceva stare a Venezia, signora? le disse. --Moltissimo. --Ha lasciato quella città per motivi di salute, interruppe Federico. In quel momento la porta si aprì. Era un servo: --Un capitano, disse all'ufficiale, desidera parlare a vossignoria; attende nella stanza attigua. --Sarà qualche amico, che verrà a salutarmi, disse Federico alzandosi. Avrà udito che chiesi un permesso; perdonate, conte, è l'affare di un istante. --Andate pure, vi attenderò. L'ufficiale escì. Allora Camilla si volse al cavaliere di Malta, e con qualche esitazione: --In verità, disse, mi sembra un sogno che Federico stia per acquistare il nome di suo padre; mai lo avrei creduto; per questo non parlai prima. Ero sempre perplessa però; quelle carte erano una grande responsalità. --La vostra situazione infatti, signora, fu penosa, lo comprendo. --E lo è ancora. --Perchè? --Io non sono nobile, benchè la mia famiglia fosse molto ricca.... Temo che i parenti di Federico non assomiglino tutti a voi, signor conte. E si arrestò. Egli era per risponderle che non s'ingannava, ma tacque. --Temo, prosegui ella, si possa nutrire per me dell'allontanamento. --Oh non affliggetevi per questo, signora; nessuno sarà sì ingiusto.... D'altronde, aggiunse con indifferenza, vostro marito pare non voglia stabilirsi in Sicilia, sicchè i vostri rapporti colla famiglia del duca avranno breve durata. --È vero. --Agendo come stabiliamo, tutto terminerà presto. --E dove ci imbarcheremo? --A Rimini, mi pare, dopo aver preso con noi vostra cognata. --Mio marito desidera che io la istruisca di tutto, la disponga a partire.... Ella è assai timida, come avrete veduto, signor conte, e.... --Dunque vi conosce? interruppe egli. --Sì. --Non capisco perchè non mi fece parola di voi, signora. --Sarà stato per imbarazzo, per confusione. --Certamente. --Ciò è naturale in lei; suo marito, a quanto ella mi narrò, la teneva sempre rinchiusa: vivevano in una loro terra affatto isolata. --Bisognerebbe però persuaderla proprio a partire con noi.... Desidero che venga riconosciuta nello stesso tempo di vostro marito. Poi probabilmente lo zio, di cui parlai, si dorrebbe di non vederla. --Oh verrà! Camilla era decisa a convincer Gabriella; le sembrava meno pericoloso tenerla sotto la sua sorveglianza per qualche tempo, anzichè lasciarla libera, ora che Federico avrebbe per necessità in avvenire rapporti con lei. La dalmatina contava per riescire in una di quelle sequele continue di equivoci, di mezze parole, male interpretate, fraintese, che alle volte mantengono a lungo in errore; in una di quelle situazioni insomma che, abilmente preparate, abilmente mantenute, rendono impossibile a due persone, anche vicine, di spiegarsi intieramente. Camilla aveva già principiato a porre, e porrebbe poi affatto, Gabriella e Federico in tale posizione. Ma prima occorreva veder sola la cognata. Di qui i grandi riguardi, che diceva indispensabili verso una donna così timida e sofferente; la necessità ch'ella dovesse prepararla poco a poco alla partenza. Intanto Federico rientrò. Come aveva detto, erasi trattato semplicemente di ricevere i saluti d'un suo compagno d'arme, uno spagnuolo, col quale aveva contratto qualche amicizia. Era sempre con un vivo sentimento d'interesse e di simpatia che il conte arrestava i suoi sguardi sull'ufficiale. Provava un vero senso di pena nel pensare che quel bel cavaliere, adorno di tanti pregi, sarebbe stato eternamente straniero alla famiglia, se i desiderii di don Francesco si fossero realizzati. Dopo essersi trattenuto ancora qualche tempo, il cavaliere di Malta si congedò. --Addio dunque, cugino, disse a Federico, ormai vi considero come un parente. --Io, conte, rispose, attenderò ancora a chiamarvi cugino, quantunque come tale mi siate già caro. Quelle esitazioni, quella delicatezza accrescevano nel conte il desiderio di veder presto l'ufficiale autorizzato a portare il nome, che gli spettava, ed escire da una situazione precaria. --Ora permettetemi che io vi accompagni al vostro alloggio, conte, disse ancora Federico. --Accetto con piacere, rispose il cavaliere di Malta inchinandosi a Camilla. Ed escì col cugino. Dopo aver camminato qualche tempo in quella vecchia parte di Milano scambiando poche parole sul misterioso affare di famiglia, che egualmente li preoccupava, Federico domandò al conte se fosse entrato nella chiesa di Sant'Ambrogio, innanzi a cui passavano. --Sì, rispose egli. Quest'oggi ho girato molto la città, e no ho vedute le cose più degne di attenzione. Ho ammirato il duomo, che, quantunque non terminato, mi destò meraviglia; molte altre chiese; le vie principali; i palazzi, e sopratutto presi piacere ad osservare le fabbriche d'armi, per le quali va tanto celebre Milano. Acquistai anzi due magnifiche spade, che forse serviranno pei Turchi, nel caso volessero prendersela ancora coi cavalieri di Malta. Federico sorrise. Io pure li conobbi i Musulmani a Lepanto, disse; e me ne lasciarono ricordo. Erano intanto giunti dinanzi alla locanda, ove alloggiava il conte. I due cugini si separarono, ripetendosi: --A domani. XIV. Dodici giorni dopo Gabriella era sola, più che mai spaventata ed atterrita. La sua povera ragione si smarriva in mezzo alle idee orribili, che la tormentavano. Dal dì che il conte di San Giorgio era venuto in sua casa, la vita era stata per lei un vero peso. Che mai sarebbe avvenuto? Fu al cavaliere di Malta che prima pensò, udendo quella mattina battere alla sua porta, ove non si presentava quasi mai alcuno. Ordinò si aprisse, ma non più colla speranza, colla fiducia, colla quale altra volta aveva ordinato d'introdurre il conte, credendolo Marco. Attese tremante. La persona che aveva battuto entrò sola, e rinchiuse l'uscio dietro a sè. Era una donna: era Camilla. Gabriella mise un grido, ma debole, ma soffocato. Sua cognata si avanzò verso di lei; le si assise vicino; le prese una mano. --Non vi spaventate, Gabriella, disse con accento insinuante. Io sono venuta a chiedervi perdono. --Perdono! mormorò la giovane vedova attonita, ma pur sempra paurosa. --Sì, ascoltatemi, ve ne supplico. Ma ditemi prima che di me non temete. Camilla non sorrideva come al solito; pareva anzi assai triste, e forse quella tristezza, grazie ai timori che l'agitavano, non era simulata. Nella povera Gabriella destò una specie di compassione. --Parlate, signora, balbettò. --Gabriella, io non voglio negare i torti, che ebbi verso voi; ma se sapeste per qual motivo possente fui costretta ad assecondare vostro marito, avreste pietà di me, fors'anche mi compatireste. Gabriella aprì i suoi languidi occhi, li fissò in volto a Camilla, tra la timidezza, il timore, l'emozione. Ella pensò a Marco, pensò che la causa da lui addotta per giustificare Camilla doveva essere vera. «Sì, disse tra sè, queste parole mi provano che mio marito conosceva la sua origine, e ch'ella ne comperò il silenzio.» Pure non era certo rassicurata: Marco non le aveva anche detto di diffidare di Camilla? Ma ella non poteva molto riflettere; ogni sua forza di spirito si ora esaurita sin da quando il conte di San Giorgio era venuto a porla sossopra.... Ed anche di quel cavaliere, dei segreti, dei parenti, ai quali egli aveva accennato, parlerebbe Camilla?... Gabriella, dopo qualche istante d'angoscioso silenzio, non potè far altro che dire alla dalmatina: --Continuate. Ed ella continuò. --Sì, disse; voi, mia cara, mi compatireste.... Ah! Ella non immaginava la visita di Marco a Gabriella, e ch'ei le avesse rivelato ciò che tanto ella temeva. Eppure il genio del male che la favoriva aveva voluto che quella visita, che quella rivelazione servissero a persuadere la giovane vedova. --Ma ora, proseguiva Camilla, devo dirvi quanto sono pentita delle minacce che vi feci in Bologna. Gabriella fremette. --Ohimè! che cosa avrete voi pensato della sposa di Federico, del fratel vostro? Nessuno mentiva meglio di quella donna; possedeva tutte le doti che illudono, che ingannano, e sapeva piegarsi a tutto. Ella, orgogliosa per natura, soffocava quando era d'uopo l'orgoglio, e per scusarsi innanzi a sè medesima, che talvolta ne sentiva il bisogno, dicevasi che ben altri avrebbero agito come lei, se si fossero trovati nella posizione sua. Le circostanze, ripetevasi, l'avevano trascinata! Quanti non adducono a giustificazione tale scusa! E dessa talvolta viene tenuta buona anche da chi, negli istanti più crudeli, terribili, non saprebbe mai ricorrere ad un delitto. La filosofia può compatire gli eccessi, essa, che conosce il cuore, ne anatomizza le passioni; pure mai vedrà tali eccessi senza orrore, chè allora perderebbe della sua grandezza, diverrebbe per eccessiva indulgenza incitamento al male. Camilla, dopo qualche esitazione, proseguì: --Vi ho minacciata senza sapere che mi dicessi, e soltanto sotto l'impressione della paura che mi metteste in disgrazia a Federico, che tanto amo.... Perchè, guardate, io fui più sventurata che colpevole; pure, prima che perdere l'amore di lui, sarei pronta a tutto.... o piuttosto mi ucciderei qui.... in questa stanza.... I suoi occhi neri lanciavano fiamme. Gabriella la guardò con terrore.... ma quella esaltazione di Camilla fu breve. --Io, riprese colla dolcezza di prima, vi dico questo perchè mi comprendiate, Gabriella, e mai riveliate a Federico il vero.... Deh! non fatelo!... Ed in eterno vi sarò riconoscente.... Iddio stesso ve ne ricompenserà.... Come poteva ella parlar di Dio? Ma Gabriella, dessa lo aveva compreso, era divota, scrupolosa, e per ridurla a ciò che voleva, le sembrava necessario ricorrere a Dio, profferirne il nome! --Sì, se non per me, continuò Camilla, promettetemi il silenzio per religione.... Voi mi eviterete di far male, altrimenti io mi perderei.... La sua disperazione sembrava grande! Forse approfittava della sola circostanza, in cui potesse giustificare quei trasporti, onde, una volta almeno, sfogarsi dinanzi a qualcheduno. E quella disperazione, che rivelava angosce orribili, commosse Gabriella, la convinse. Poi credette veramente che, non promettendo il silenzio, ella toglierebbe quell'anima a Dio, rabbrividì a tale pensiero; ella, che, dinanzi agli altari, con una fede pura, quasi fanatica aveva sempre bisogno di pregare! Povera Gabriella! Più che per le agitazioni, i perigli del mondo, l'amore, era nata per la vita contemplativa.... All'oscuro di tutte le passioni, non sarebbe stata tranquilla, felice forse? E per obbedire a Dio, che ordina perdonare ai nemici, ella, benchè confusa: --Vi perdono, mormorò, e giuro il silenzio che mi chiedete. Camilla respirò; il suo piano riesciva. --Grazie, disse stringendo le mani della cognata, grazie. Gabriella non rispose allora; che avrebbe potuto dire! Aveva provata una sì violenta emozione, che la sua testa si spezzava. Si chiese un istante se dovesse parlare di Marco a Camilla, ma la paura la consigliò a non farlo. Era diffidente, senza essere avveduta. --Potrete voi guardarmi in avvenire senza timore? domandò Camilla. --Vi ho perdonato, signora; Dio m'impone di farlo intieramente. La dalmatina, benchè sì malvagia, fu scossa da quelle semplici parole. Ma tali emozioni in lei erano sempre passaggiere. Una sola meta le stava innanzi: per ottenerla era decisa ad altri delitti; dunque, come poteva arrestarsi per così poco? «Tutto va bene, pensò.» --Perchè, disse a Gabriella, noi dovremo dimorare insieme qualche tempo. La giovane vedova provò una sensazione penosa. --Ah! fu la sola parola che potè pronunciare. --Non avrete dimenticato la visita, che poco tempo fa, vi fece un cavaliere di Malta; ei vi confidò che cercava di vostro padre, che lo credeva suo parente. --Ebbene? --Ci fu dato fornirgli le prove necessarie.... se sapeste.... pare un miracolo.... Basta, vi narrerò in seguito.... Insomma voi e Federico non siete quelli, che credevate essere. Quel cavaliere non s'ingannava.... Vostro padre portava un nome falso.... Egli era il cavaliere dell'Isola, figlio secondogenito di un duca ricchissimo.... Era stato diseredato, scacciato per aver contratto nozze ineguali. --Oh! dunque era vero? Ma già il ritratto, che quel cavaliere mi mostrò.... --Sì, bastava per dare una certezza morale. La vostra gran rassomiglianza colla famiglia dell'Isola fu causa che si scoprisse tutto. «Ahimè? pensò Gabriella.... Certo ella avrebbe preferito esser lasciata in pace.» --Comprendo, disse poi. Ah! mio padre l'avevano scacciato!... --Sì, ma gli si perdonò, e da gran tempo il suo genitore lo aveva fatto. Ma il fratello primogenito tenne segreto quel perdono; soltanto qualche istante prima di morire, nel gennajo di quest'anno, confessò ogni cosa, si pentì ed ordinò venisse riparato. Gabriella non sapeva dir altro che qualche parola sconnessa.... Era sorpresa?... agitazione?... nuovo terrore?... Forse; ma tutto ciò si traduceva in un profondo abbattimento. --Ma perchè, mormorò, dite che devo venire con voi? Dove si vuole condurmi? --Nella patria del vostro genitore. --Quale è dessa? --La Sicilia. --Cielo! sì lontano! Ma io non posso sopportare un tal viaggio. Camilla pensò che le conveniva persuaderla. --Non temete, le disse; anzi questo viaggio vi farà forse bene. --Ma gli è che vorrei rimanere, io! Ed i miei figli? --Bisogna vi rassegniate a quest'assenza, Gabriella, è necessario. Il conte di San Giorgio, quel cavaliere vostro cugino, assicura che uno zio materno di vostro padre, un superiore di cappuccini, il quale verrà incaricato di ottenere presto il vostro riconoscimento e quello di Federico, si dorrebbe se non ci accompagnaste.... Volete si rimproveri vostro fratello di poco amore per voi? Certo ei non lo merita.... Sarà già imbarazzato.... Gabriella aveva sempre amato moltissimo Federico, e forse nel promettere a Camilla il silenzio aveva pensato che sarebbe stato inutile e crudele affliggere suo fratello, poichè la dalmatina era davvero sua moglie. --Sì, Federico desidera vivamente che ci accompagniate, riprese Camilla; alfine quest'assenza sarà breve; tra poco potrete lasciar la Sicilia e ritornare ove vi piacerà.... Pensate ai vostri bambini; volete privarli della eredità, dei vantaggi grandi, che legittimamente vi spettano? Nol potreste: un giorno ve lo rimproverebbero forse. --È vero. --Poi i vostri parenti sospetterebbero forse qualche cosa di male. --Oh! ma mi sembra che Federico potrebbe rappresentarmi. La mia cattiva salute è sufficiente giustificazione. Più Camilla vedeva Gabriella contraria a partire, più pensava essere necessario condurla a ciò. Non potrebbe ella in quell'intervallo recarsi a Venezia dalla signora Lorini, vedere Marco fors'anche? E quando Federico andrebbe da lei per informarla dell'esito dei loro reclami, tutto forse sarebbe perduto per Camilla. Per questo proseguì nella solita via. --V'ingannate, nol potreste. Poi il conte, vedendovi sì indifferente, ne rimarrebbe offeso: dareste dispiacere a tutti, ed a voi, ai figli vostri rechereste danno. Ve lo dissi, è per poco tempo. I bambini potete affidarli alla domestica: non è ella sicura forse? --Sicurissima, gli ama molto, per questo posso essere tranquilla. --Dunque, quando una risoluzione è necessaria, bisogna farsi coraggio ed adottarla. Tutto questo dialogo Camilla lo aveva condotto colla maggiore semplicità. Indi sospirando: --Se sapeste, quanto dispiace anche a me di venire.... --A voi? --Certamente; voi e Federico siete della famiglia, ma io, che non sono nobile, verrò trattata forse con dello sprezzo. Era sì triste, che Gabriella s'intenerì: ella, che conosceva l'origine di Camilla, ne provò compassione, ma nullameno la sua ripugnanza ad andarsene con lei non si dileguava. --E.... questi parenti di nostro padre sono contenti poi tutti di ritrovarci?... chè altrimenti mai io mi deciderei.... --Oh sì.... --Io non presagisco nulla di buono, dei perigli forse.... --Ma non vi è periglio alcuno.... Alfine non è necessario che abbiate gran relazione colla famiglia dell'Isola.... Federico sulle prime pensava come voi, era quasi per rinunziare.... --Oh! sarebbe stato meglio. --Ma non ardì farlo perchè in una memoria scritta da vostro padre, che sta in mano di Federico, egli ordina a suo figlio di accettare se mai la famiglia perdonasse.... Tale memoria la vedrete anche voi. --Allora comprendo, rispose Gabriella. Non trovava altre obbiezioni, eppure avrebbe voluto rimanere. --Siete decisa? --Se assolutamente si vuole che io parta.... --Nessuno vi costringe, ma vi si prega, disse Camilla con affettuosa dignità. --Bene, verrò. --Ora, mia cara, credo che tutti saranno contenti. Federico disse al conte di San Giorgio che vi eravate maritata, mentr'egli era assente; così non vi si farà alcuna domanda sul vostro passato. Camilla ormai era salva. Di lì a poco si udì battere. Il cuore di Gabriella si strinse; era rassegnata, ma non di più. Quasi subito il cavaliere di Malta e l'ufficiale spagnuolo entrarono. La dalmatina aveva avuto appena il tempo necessario. Gabriella si alzò confusa, s'inchinò al conte e si avanzò verso il fratello. Era sì pallida in quell'istante, sì commovente che l'ufficiale, il quale era facile ad impressionarsi, non potè far a meno di abbracciarla con tenerezza. Pensò che forse poco le rimaneva di vita, e ch'egli alfine le doveva protezione ed amore. Ella provò un istante di gioja tra le braccia di lui. «Ah! pensò, perchè la fatalità vuole che io lo inganni tacendo? ma è per non essere crudele parlando. Poi ho promesso; Dio vede le mie intenzioni.» Il conte era lieto nel vedere che nulla di quanto aveva sospettato si realizzava, e che Gabriella e Federico si amavano. Epperò si persuase sempre più che quella giovane donna era di testa un po' debole. Le si avvicinò appena Federico l'ebbe abbracciata, la guardò con dolcezza e le baciò la mano dicendole: --Vedete, signora, che non vi esortai invano a sperare.... Siete mia cugina. Ella arrossì molto, rammentandosi in qual modo lo aveva ricevuto. Tentò sorridere, e rispose a quei cordiali saluti il meglio che seppe. --Ella verrà con noi, disse Camilla. Gabriella non poteva più ritirarsi. D'altronde il conte e l'ufficiale la ponevano in soggezione. Federico volle vedere i bambini, che vennero trovati vezzosi ed accarezzati da tutti. Dopo qualche tempo, l'ufficiale si volse alla sorella, dicendole: --Ora vi lasceremo; dobbiamo partire domani, avrete appena il tempo di prepararvi. --Verremo a prendervi noi di buon'ora, disse il conte alzandosi. E, dopo qualche altro saluto, Gabriella rimase sola. Era confusa, sbalordita, ma l'affezione dimostratale da Federico, la gentilezza del conte la confortavano. La prima cosa che fece fu di porsi a scrivere un biglietto: era per Marco. Gli annunziava soltanto che partiva per la Sicilia col fratello. Consegnò il biglietto alla sua domestica, dicendole: --Se viene qui un signore, chiamato Marco Sabbia a chiedere di me, glielo rimetterai. Combinò ogni cosa colla fidata servente, le raccomandò i bambini, dopo di che fu più tranquilla. Il mattino seguente il conte con Antonio venne a prenderla. Federico e Camilla attendevano nel porto. Al momento d'imbarcarsi, un giovane cappuccino si avvicinò al conte di San Giorgio, il quale lo salutò cordialmente. Era il padre Leone, che sorrise vedendo Gabriella fra i compagni del cavaliere. --Questo giovane frate, disse il conte, appena il cappuccino si fu allontanato, notò a caso la rassomiglianxa di Gabriella, che aveva veduta molte volte in chiesa, col ritratto di mia madre; è grazie a lui che vi ho ritrovati. --Infatti l'ho riconosciuto, interruppe la giovane; predicava a Pesaro; si chiama il padre Leone, ed è del convento di Chieti. Camilla ascoltava con una certa trepidazione, ma non profferì parola. Era timore che quel frate conoscesse i segreti di Gabriella? Intanto entrarono nella nave. Camilla pensava che la cattiva salute di sua cognata le fornirebbe un pretesto per non lasciarla mai. Per quali miracoli di dissimulazione doveva ella riescire a scongiurare ogni pericolo durante quel viaggio; a far che nemmeno si venisse a parlare ancora del modo, col quale ella aveva potuto fornire le carte del cavaliere dell'Isola? Forse le preoccupazioni personali e vivissime de' suoi compagni dovevano grandemente ajutarla. FINE DELLA PARTE SECONDA. PARTE TERZA La duchessa dell'Isola. I. Intanto a Catania succedevano altri avvenimenti. Il duca dell'Isola, dopo aver tentato invano ottenere da donna Livia la promessa di un eterno silenzio sul segreto rivelato dal padre, ed essersi sdegnato seco lei perchè gli rispondeva consentire a tacere soltanto nella speranza che ei si persuadesse da sè a riparare quella grave ingiustizia, aveva immaginato poi che tale risposta fosse una scusa, una palliativa dietro la quale la duchessa voleva mettere al coperto il suo orgoglio, onde non mostrare di cedere, obbedire al marito. E ciò aveva detto con qualche ironia a donna Livia, che credette meglio lasciarglielo pensare. Tal contegno di lei lo aveva convinto di aver dato nel segno; sicchè, fino al ritorno del conte di San Giorgio da Malta, pensava poter vivere tranquillo. Ed una specie di pace era rientrata nella nobile famiglia. I soliti rapporti fra i suoi membri erano stati ripresi dopo poco tempo. Donna Rosalia aveva giurato al duca il silenzio senza la menoma difficoltà, sapendo di poterlo fare senza scrupolo. Ella viveva sempre nelle stesse angosce; nulla sapeva delle intenzioni del principe, nè della promessa fatta dal duca a donna Maria, o piuttosto del patto conchiuso fra loro. La giovinetta continuava a piangere in segreto, compatita soltanto, in segreto pure, dalla duchessa. Il principe degli Alberi veniva di rado assai al palazzo, perchè il duca, all'opposto del padre, non amava le visite. Era sempre in presenza di tutti che il giovane parlava a donna Maria, e per soggezione di don Francesco, si strano ed altiero, non osava farlo a lungo, nè in modo che accennasse al loro amore. Talora però donna Rosalia sorprendeva tra lui e la sorella di quei lunghi sguardi, che sono come il dizionario degli innamorati, e che talvolta dicono più di un poema. E quegli sguardi la gettavano nella costernazione. Eppure tentava illudersi ancora, ed almeno voleva attendere a perdere ogni speranza l'ultimo istante; come il condannato a morte, che talora non vuol persuadersi di dover perire se non al momento della esecuzione. E sì che il contegno di donna Maria poteva bastar solo a farle indovinare il vero. La leggiadra bionda sembrava non darsi pensiero d'alcuno; si tratteneva a lungo sola; era sempre sorridente; parlava poco col duca, pochissimo con donna Livia, e trattava la sorella colla più completa indifferenza. Mostravasi insomma contenta e calma, come chi sa di trovare in un avvenire vicino sicure gioje, e se ne compiace in anticipazione. Povera donna Rosalia! il suo cuore, lacerato da mille ferite, indovinava prossimo l'ultimo colpo, lo attendeva, ma senza prepararvisi. Don Francesco aveva sempre comandato in casa anche prima, perchè suo padre mostrava per lui una deferenza che rasentava la soggezione; ma ora era assoluto padrone; nessuno, nè anche nelle più piccole cose, poteva contrastargli; era sempre accigliato, sempre burbero, ma sempre però invaghito di donna Livia. Come mai avesse ella potuto cattivarlo tanto era un mistero. Forse perchè portato per natura a sprezzare i caratteri deboli ed a desiderare soltanto il difficile? E l'indole ferma di donna Livia, la freddezza istessa contribuivano mai a mantener viva la sua passione per lei? I cuori orgogliosi hanno degli strani capricci; alle volte sprezzano ciò che facilmente potrebbero avere. In ogni modo è probabile che, ove al duca fosse toccata una sposa troppo dolce e sommessa, se ne sarebbe presto annoiato. Ma a che frugare in certi lati reconditi del cuore? Pur troppo si verrebbe a concluderne soltanto che talora la tenerezza soverchia riesce a danno e nulla altro. Quante povere donne non lo provarono! Riguardo alla duchessa non sarebbe agevole definire ciò ch'ella sentisse per suo marito. Comprendeva certo ch'egli l'amava con passione; ma quell'amore era di tal natura, ch'ella non poteva spiegarselo. Mai il duca le aveva fatto un sacrifizio, e la di lui naturale durezza distruggeva l'effetto, che forse la sua costante affezione avrebbe potuto poco a poco ottenere. Egli aveva voluto donna Livia, benchè sapesse che ella non lo amava; dunque gli bastava esserle marito. La duchessa evitava quasi di guardare troppo addentro in quel cuore per tema di atterrirsi. Ma il sentimento del dovere, un figlio, più di due anni di convivenza la legavano al duca; ed ella, sin dal giorno, in cui era stata forzata a sposarlo, col cuore pieno di un'altra immagine, si era proposta di fare il possibile onde avere per lui qualche affezione, e la sua freddezza abituale col duca non assumeva mai il carattere della noja; era troppo saggia per questo, giacchè don Francesco non avrebbe tollerato troppo. Non imitava insomma quelle donne, che, anche mostrando accettare di buon grado un marito, si propongono di odiarlo perchè hanno già amato. Volentieri ella avrebbe temperato la durezza del duca, come sinceramente aveva desiderato evitargli una colpa, ed anche per lui stesso tentato ripararla suo malgrado. Donna Livia non era certo una donna comune; vi erano nel suo cuore dei tesori di sentimento, e nel suo spirito una rara facilità di comprendere, d'indovinare. Poi era una di quelle persone capaci di sacrificar tutto all'onore perchè hanno bisogno di potersi stimare. La giovane duchessa era forse un po' troppo seria, un po' troppo inclinata alla tristezza; molti al vederla la giudicavano fredda, fors'anche insensibile; nessuno immaginava quanto invece sentisse vivamente, come s'affliggesse per mille motivi diversi. Certo ella meritava l'amore del duca, per quanto grande fosse; soltanto una donna come lei poteva cattivar don Francesco, il quale, prima di conoscerla, aveva sempre avuto per le donne la più grande indifferenza, tanto che non aveva potuto decidersi più presto a scegliersi una sposa. Egli era di un carattere difficilissimo; violento, superbo, dispotico sopratutto; voleva che la duchessa non escisse mai, che non ricevesse alcuno. Ma che importava ciò a donna Livia? In questo si uniformava volontieri ai voleri del duca; ma la diffidenza, da cui comprendeva essere dettati, la offendeva, come la offendeva la sorveglianza continua, di cui si sapeva oggetto. Al suo castello però ella credeva essere più libera; pensava che il duca si accontentasse, per osservarla, delle lunghe visite, che le faceva sempre quando meno l'aspettava, e ad ore diverse. Per questo non aveva temuto dare al cavaliere di Malta un abboccamento appena giunta al castello, la sera, in cui gli aveva affidato quella missione, che si conosce. Dopo la morte del vecchio duca però donna Livia poteva difficilmente recarsi al suo castello. Don Francesco, che prima ve la lasciava volentieri, perchè il palazzo era frequentato da diversi cavalieri amici e parenti, ora che quelle visite, grazie al suo contegno freddo ed altiero, erano divenute rarissime, pretendeva non si dovessero lasciar sole le sorelle in palazzo. Donna Livia aveva passato dunque tutto il resto del verno a Catania, ove ella non era conosciuta che dagli sventurati pei numerosi suoi benefici, per le sue elemosine intelligenti e segrete. ................................................................. Una sera, in sul finir dell'aprile, la duchessa si trovava in giardino colle cognate, quando don Francesco apparve sul principio di un lungo viale. Donna Rosalia stava su di un rustico sedile, pallida e silenziosa, come al solito. Donna Maria in piedi sfogliava sorridendo un fiore; la duchessa passeggiava sola un po' più lungi. Il duca le raggiunse in pochi istanti; passando dinanzi a donna Maria si arrestò. --Vi devo dare una nuova, le disse in modo da essere inteso dalle altre; siete fidanzata, fra otto giorni sposerete il principe degli Alberi, che quest'oggi stesso mi ha chiesto la vostra mano. Ella provò un senso di vivissima gioja; poichè davvero era annoiatissima della vita monotona e triste, che conduceva in quel palazzo. E donna Rosalia? Fu su di lei che la duchessa portò tosto gli sguardi alle parole del duca; la vide tremare, vacillare, farsi più pallida del marmo. Don Francesco si era già allontanato da donna Maria, ed avvicinatosi alla duchessa, le prese il braccio, dicendole: --Rientriamo, è tardi. Infatti cominciava ad imbrunire. Donna Livia lo seguì macchinalmente; macchinalmente rispose a qualche parola, ch'ei le indirizzava: ma fatti pochi passi, si rivolse. Ella non vide più donna Rosalia: guardò attorno, e la scorse dirigersi verso piccolo lago, che chiudeva da un lato il vasto giardino. Una subita e terribile idea colpì donna Livia, che lasciò tosto il braccio del duca. --Che cosa fate? le disse trattenendola. --Attendete, rispose agitata. --Ma che c'è? --Donna Rosalia vostra sorella si sentiva assai male: non la vedo; voglio andarne in traccia. E senz'altro si allontanò rapidamente. Donna Maria era già rientrata. Il duca si fermò a guardar dietro a donna Livia, che, colla leggerezza di una figura fantastica, andava scomparendo. Ah! capisco, disse tra sè: ella teme qualche follia, qualche eccesso di disperazione. Veramente si dà un gran pensiero per donna Rosalia... Quella fanciulla è pazza; se il principe non se ne cura, a che?... Basta, non voglio pensarvi. E guardò ancora... Nessuno ritorna; che fanno?... Si mise a passeggiare lentamente, riflettendo... Da qualche tempo, pensava, la duchessa mi sembra talvolta agitata, benchè non lo dia a divedere... Se non avessi udito ciò che il cavaliere le disse quella sera, crederei quasi che la sua assenza le duole... Quando accenno al suo ritorno, quando profferisco il nome di lui, mi pare che donna Livia si turbi... Oh! ma che avviene? Qualche scena sicuro... Mi piacerebbe udire ciò che mia moglie starà dicendo a donna Rosalia per consolarla... Oh saprà farlo dolcemente... È d'animo così gentile, benchè un po' altiera meco talvolta... Ma è così che mi piacque. Ed aggrottando le sopraciglia, come faceva sempre quando gli sembrava persuadersi troppo in donna Livia... Ah, pensò, quando rifletto che per sua colpa un giorno forse quei parenti verranno a reclamare, provocare degli scandali, farmi arrossire... perchè poi chi sa che gente sono... Maledizione al cavaliere dell'Isola!... E mio padre co' suoi scrupoli... Quanto sarebbe stato più saggio tacere! Quel segreto naturalmente preoccupava ancor molto il duca. Sperava che il suo piano riescisse, ma non era sicuro... A questo pensiero, che lo tediava, se ne aggiungeva un altro, che pure gli dava pena. Si chiedeva sempre se donna Livia tacerebbe assolutamente, e se il ricordo di quel segreto, o l'assenza del conte fosse causa della sua preoccupazione. Eppure donna Livia non era cangiata; ma per quanto grande fosse l'imperio che aveva sopra sè stessa, non le riusciva nascondere intieramente le ansietà, cui era in preda, ad un marito che notava tutto, persino i menomi movimenti. Ella si domandava sempre che avverrebbe al ritorno del conte di San Giorgio; benchè fosse preparata a tutto, benchè nulla potesse atterrirla, non era certo tranquilla. Chiedevasi anche talora se il conte non incontrerebbe perigli nell'obbedirla.... E se morisse in quei luoghi lontani?... Tali timori in quell'epoca non erano irragionevoli. Allora donna Livia provava una vera pena, pensava che forse sarebbe stato meglio agire altrimenti; ma altrimenti.... come fare?... chè il duca su quell'argomento era invulnerabile.... Pareva ne avesse fatto una questione di puntiglio.... E quando si reclamerebbe, come persuaderlo?... Però ella faceva ogni sforzo per contenersi: ed un altro, meno sospettoso di don Francesco, non avrebbe scorto nella duchessa alcun turbamento. Tuttavia alle volte attribuiva anch'egli la preoccupazione, la tristezza di donna Livia al carattere poco espansivo di lei, a cause segrete, che egli conosceva benissimo, ed alla sua salute, che non era delle migliori. Per questo, quando rifletteva sul segreto, che tanto lo aveva agitato, finiva per sperare in un buon esito e per felicitarsi della fermezza avuta. Quanto al conte, don Francesco vi pensava con sdegno. Quegli non soltanto possedeva il suo segreto, ma aveva osato innalzare i pensieri sino a donna Livia, e per quanto questo amore fosse platonico, e la duchessa vi si mostrasse indifferente, pure tale idea bastava sola perchè il duca odiasse il cavaliere di Malta. Se i suoi voti avessero potuto realizzarsi, il conte non sarebbe più ritornato; alle volte don Francesco diceva tra sè che i Musulmani avrebbero dovuto tornare ad assediar Malta, e tener occupati per lungo tempo tutti i suoi cavalieri. Passeggiò un poco ancora pel viale attendendo donna Livia; poi, vedendo ch'ella non veniva, si diresse verso il palazzo mormorando: Che diavolo è accaduto?... Convien dire che donna Rosalia stia male davvero, od abbia bisogno di lunghe consolazioni! Basta; ora ho fretta di maritar donna Maria; chè io non voglio lunghi preamboli.... Il principe ne è pazzamente invaghito.... Si soddisfi pure.... chè infatti ella è bella assai.... Per altro.... senza quel secreto, donna Maria con tutti i suoi vezzi l'avrei cardata fra quattro mura.... Vi sarebbe morta di rabbia, oppure per distrarsi vi avrebbe immaginato mille intrighi.... Eh la conosco! perversa, finta, vendicativa al massimo segno.... Quando sarà maritata, me ne aspetto delle belle.... Il principe è un imbecille.... basta, vi pensi lui.... Ed entrò in palazzo. Nella gran sala terrena, che dava sul giardino, e le cui larghe invetriate erano ancora aperte, il duca vide, appena postovi il piede, la nutrice di suo figlio, che entrava da un'altra parte col bambino. La buona donna a quell'incontro arrossì per la confusione. Ed infatti il duca co' suoi lunghi baffi, la sua aria imperiosa, il suo sguardo altiero non era un cavaliere da mettere a bell'agio. La nutrice stava per ritirarsi senza parlare; ma, vedendo ch'egli si era accorto di lei, si trattenne. --La signora duchessa, disse, mi aveva ordinato di condurle un momento il bambino prima di porlo a dormire. Ed additava il fanciullo, che teneva fra le braccia avvolto in ricche vesti infantili. Era vezzoso assai; rassomigliava a donna Livia; solo aveva come il duca gli occhi nerissimi. Don Francesco lo guardò un poco; degnò sorridere e lo accarezzò, vedendo ch'ei mostrava di riconoscerlo. --Coricatelo, disse quindi alla donna; la duchessa per ora non verrà qui. La nutrice obbedì tosto; certo non desiderava prolungarsi l'onore di quella conversazione. Il duca entrò in un'altra sala, dicendosi: anche questo fanciullo avrà un giorno forse da pensare a coloro.... II. La duchessa non si era ingannata nel temere una disgrazia, nel credere necessario non perder tempo onde impedirla. Donna Livia possedeva una intuizione pronta e sicura, colla quale aveva sempre preveduto che la sorella minore del duca non reggerebbe al colpo fatale. Quella natura appassionata, generosa, ma esaltata e fanatica quasi, aveva sempre spaventato donna Livia; per questo non nutriva speranza, come lo aveva detto al conte di San Giorgio, l'ultima volta che si era trovata con lui, che giovasse preparar donna Rosalia al disinganno, persuaderla a poco a poco. Comprendeva che non voleva essere interrogata, e che agire nel modo consigliato dal conte avrebbe fatto arrossire la giovinetta, ed esacerbato forse le sue ferite, null'altro. Vi erano in donna Rosalia dei contrasti di carattere, che non isfuggivano alla duchessa; una gran dolcezza, ed insieme una diffidenza selvaggia. Donna Livia aveva compreso che alle ferite della sua giovane cognata ogni farmaco sarebbe riuscito vano: che forse ella aveva bisogno di abbandonarsi ad un eccesso di dolore, di disperazione. Soltanto una crisi violenta poteva salvarla.... Ma la religione, assai viva in donna Rosalia, aveva sempre fatto sperare alla duchessa ch'ella mai oserebbe attentare a' suoi giorni. Eppure per quale altro scopo poteva dirigersi verso il lago in quel momento? Con tale idea donna Livia era corsa sulle sue traccie. ................................................................. L'impressione, che viene provata da chi, in mezzo ad un incendio, comprende non esservi più scampo alcuno, e dover tra poco perir nelle fiamme,--da chi, sorpreso in alto mare da un uragano impetuoso su d'una fragile barca, vede che questa sarà sommersa prima di toccar la riva,--da chi, fra una strage sente che, per essere risparmiato un momento, non otterrà se non che di penar più degli altri,--non può paragonarsi a quella cagionata in donna Rosalia da queste parole dei duca, indirizzate all'altra sorella:--Voi siete fidanzata; fra otto giorni sposerete il principe degli Alberi, che quest'oggi stesso mi ha chiesto la vostra mano;--perchè quelli si vedono innanzi la morte come panorama terribile, mentre ella invece vi guardò come all'unico mezzo per sottrarsi a spasimi orribili, ad angosce insopportabili. Immaginò il principe e donna Maria sposi, felici!... Ah che mai ella avrebbe potuto vederli!... La sua ragione soccombette. Il sangue le affluì al cervello con tal violenza, che lo sconvolse. La fredda e dura voce del duca le aveva passato il cuore più di una lama avvelenata. E si era diretta livida e palpitante verso il lago. Prima di precipitarvisi, s'inginocchiò sulla riva; con lagrime disperate chiese a Dio di perdonarle. La sua risoluzione era presa; pochi momenti ancora, ed ella non sarebbe più! Ed intanto sua sorella si compiaceva pensando alla felicità vicina; e colui, che cagionava si violenta disperazione, fremeva di gioja all'idea che donna Maria sarebbe sua fra poco. Sventurata! La duchessa, che l'aveva perduta di vista un momento, respirò nel vederla in ginocchio; credette poter rallentare il passo, e leggierissimamente si accostò alla fanciulla. Si pose dietro un albero, vicino tanto a donna Rosalia, da potere al primo movimento di lei trattenerla.... Benchè fosse persuasa che la giovinetta era decisa a morire, pure volle attendere l'ultimo istante. Chi sa!... poteva al momento fatale indietreggiare.... Ma ella non indietreggiò!... Con un gemito soffocato fece atto di precipitarsi nel lago. Quell'atto fu sì improvviso che, se la duchessa fosso stata meno pronta del lampo, non avrebbe potuto arrestarla. L'afferrò con forza per le vesti, e la trasse a sè. Donna Rosalia si volse spaventata. Chi poteva trattenerla così?... Riconoscendo donna Livia, diede in un dirotto pianto. --Voi! mormorò tra i singhiozzi, e con amara ironia verso sè stessa, aggiunse: Oh infatti! niuno fuori che voi poteva interessarsi a me. --Sì, io, che il cielo scelse per salvarvi. --Perchè non mi lasciaste morire? Ma non potrete impedirmelo sempre. E nel suo sguardo smarrito brillò un lampo tale di disperazione, che mise un brivido alla duchessa. Eppure la morte non poteva spaventare la coraggiosa donna Livia. Per qualche istante credette inopportuno ogni conforto; chè il voler troncare uno sfogo di dolore talvolta è interromperlo soltanto. Val meglio lasciarlo dileguare da sè. Ella fissò in donna Rosalia i suoi begli occhi, che sembravano un riflesso del cielo, nel quali, attraverso le lunghe ciglia, pareva brillare un raggio sovrumano: ma non profferì parola. Ed ebbe ragione; chè pel momento donna Rosalia non l'avrebbe nemmeno udita, sì grande era la sua esasperazione! Finalmente cominciò a piangere con minor violenza; per quanto vivi sieno i trasporti del dolore, finiscono sempre per calmarsi. Chi non muore guarisce. Donna Livia comprese che poteva parlare. --Sì, piangete, cara donna Rosalia, disse dolcemente alla fanciulla, e chiedete perdono a Dio di quanto volevate fare. Donna Rosalia rabbrividì. --Ma io sono pazza! esclamò, e Dio perdona ai pazzi! --Lo eravate, ma più nol siete, voi riflettete ora... Fu in un istante di delirio che voleste privarvi di vita; ma non siete pazza, bensì responsabile in faccia a Dio delle vostre azioni. Ciò che avrebbe potuto perdonarvi in quell'istante di delirio, ora più non vel perdonerebbe. La duchessa sapeva d'esser crudele parlando così; ma, con quella fanciulla d'indole esaltata, tal crudeltà era necessaria. La ragione su di lei non avrebbe potuto assolutamente nulla. --Ohimè! mormorò, Dio non mi perdonerebbe? --No, donna Rosalia, ed egli vi chiede che gli sacrifichiate il vostro amore. La duchessa tremò nel profferir questi accenti, perchè nessuno aveva amato più di lei. --Che glielo sacrifichi? mormorò amaramente donna Rosalia; eh non si può strapparmi il cuore! Quella frase era un grido straziante. Donna Livia ne fu profondamente commossa, eppure cercò serbarsi calma. --Ditemi almeno che non vi dorrete più perchè non vi lasciai morire. Donna Rosalia non rispose. --Siete pentita? Ella tacque ancora. La duchessa continuò: --Come mai voi, che tanto vi atterriste all'idea della collera divina, affrontata da vostro padre, come mai non vorrete evitarla per voi medesima? Non vi spaventa essa? ~ Ah sì! ma perchè mi diceste che non sono pazza? --Perchè è vero. L'esaltazione non è follia, e voi vi rassegnerete. --Giammai! esclamò ella, come se la passata febbre si riaccendesse. --Quanti, proseguì donna Livia, che al pari di voi vollero togliersi la vita in un istante di disinganno, si felicitarono in seguito di non aver ceduto alla disperazione. --Eh signora, voi non sapete quanto io soffro. La duchessa fu per esclamare: Se sapeste quanto ho sofferto io!... ma quelle parole non varcarono le sue labbra, e le ridiscesero in cuore. --Ah! se acconsento a vivere, continuò donna Rosalia, è soltanto per timor di Dio... che la vita per me sarà un fardello insopportabile!... Ed aggiunse con fuoco: --Oh fosse insopportabile tanto da schiacciarmi tra breve sotto il suo peso!... Potessi presto morire senza un delitto!... Indi prendendo la mano della duchessa, e stringendogliela convulsamente, con voce concitata, tremante: --Se sapeste ciò ch'io penso, donna Livia, vi farei paura!... Mia sorella... donna Maria.... --Ebbene? --Io la odio! Vorrei vederla infelice! Ah che anche vivendo non potrò salvarmi, la mia anima è perduta!... A che vivere dunque? Il suo accento era sì cupo in quell'istante che donna Livia temette fosse per riprenderla l'antica tentazione. Ed esclamò: --V'ingannate, quest'odio sarà fugace; la gelosia sola lo mise nel vostro cuore, e voi non siete colpevole per avervelo accolto, senza volerlo, soltanto cedendo alla natura. La voce della duchessa era sì persuasiva, che impressionò vivamente donna Rosalia. --Oh mio Dio! sarebbe vero? disse. --Ma sì, certamente, non ne dubitate. Poi, proseguì donna Livia,--a cui il desiderio di vendetta lasciatole scorgere dalla fanciulla aveva additato altra via,--trovate in quest'odio istesso, trovate nella gelosia la forza di cui avete bisogno. --Che volete dire? --Di non lasciare scorgere a donna Maria le vostre pene; non vi sentite fremere all'idea di divenire per lei un oggetto di compassione? Tali parole destarono il fuoco dello sdegno in donna Rosalia. --Ah sì ella mi schernirebbe! esclamò; seco lui forse deriderebbe la mia sciocca passione!... Sì, donna Livia, vi comprendo. La duchessa respirò; aveva condotto quella sventurata ove si era proposta. --Grazie, donna Livia, che non mi lasciaste morire. E lacrime soffocate le troncaron la voce. Soffriva molto, ma era più calma. Ah! pensò donna Livia, la credevo più dolce, ed invece vi è in lei alcun che della violenza del duca; ma è religiosa assai, e ciò la rattempra. Dopo qualche istante di silenzio, donna Rosalia si volse alla giovine duchessa. --Non voglio però mi crediate affatto stolida, cara donna Livia, le disse; se amai il principe, è perchè ei mi fece credere d'essere invaghito di me. Ed il suo volto, abitualmente pallido, si fece di fuoco. Ma la notte discendeva, e celava in parte quel rossore. --Narratemi tutto, mia cara, le disse donna Livia facendola sedere a lei vicina sopra una panca di pietra. Tale confessione l'attendeva, benchè non avesse voluto provocarla con domande. --Oh voi sola mi amate, signora! Voi sola siete buona meco. Perchè non ebbi in voi maggior fiducia? Perdonate. --Che dite? Vi comprendo. Ella la ringraziò, stringendole le mani. Ah sì aveva bisogno di un'amica indulgente!... Poi, a voce bassa e tremante, cominciò le sue confidenze: --Quando l'anno scorso il principe degli Alberi venne a stabilirsi a Catania, per la morte dello zio, che gli aveva lasciato tutte le sue sostanze, fu tosto ricevuto da mio padre, il sapete. Donna Maria allora non era qui; da poco era partita con quella nostra cugina per Palermo, ove si trattenne sei mesi, vel rammentate? --Certamente. --Ah perchè lasciò Catania? Prima egli l'avrebbe amata, ma almeno non avrebbe lusingato me.... Il mio avvenire non sarebbe distrutto; perchè vedete, donna Livia, io potrò tentare di rassegnarmi, ma mai di amare un altro. La duchessa non rispose; ella, che avrebbe voluto serbarsi fedele ad una tomba, non poteva trovare quelle parole insensate. Per quanto il suo carattere fosse superiore, per quanto ella fosse ragionevole, aveva amato con passione, era ancora giovanissima, sicchè le sue memorie erano sempre vive. --Il principe, continuò donna Rosalia, cercava sempre d'incontrarmi, procurava vedermi. Io allora avevo molta libertà. Voi eravate al vostro castello un po' ammalata; don Francesco vi si recava tutti i giorni; tante volte vi si tratteneva la notte; il principe veniva da nostro padre anche alla sera, e sempre mi parlava. Io non lasciavo mai sfuggire occasione alcuna d'intertenermi seco, ei ne sembrava sì contento; con tanta insistenza me lo diceva.... Ah, donna Livia, credete voi ch'ei si sia preso giuoco di me? --Non lo credo, non avrebbe ardito farlo. --Allora dunque vuoi dire che.... Ed ella si arrestò.... Dal fremito della sua voce si comprendeva che essa si rifiutava al terribile ufficio di confessarla illusa.... Eppure non poteva arrossire dinanzi a donna Livia. La vezzosa duchessa, si altiera talvolta, era quella sera una giovane triste come lei, che non la giudicava, la compativa.... --Era incostanza adunque! sospirò dopo un istante donna Rosalia.... Indi: E donna Maria l'amerà egli sempre? --Non chiedete questo, rispose donna Livia. Dio solo lo sa. Voi perdonerete quando il primo impeto della passione sarà cessato.... E ditemi, vi fece il principe formali promesse? --No; ma tante volte mi disse che ero bella, che.... E se ella fosso rimasta assente ancora, io ne sono certa, lo avrei sposato.... Una volta, mentre mio padre parlava ad un servo, e si era un poco allontanato, il principe mi si avvicinò, mi prese una mano, e baciandomela: donna Rosalia, mi disse, vicino a voi io sono felice.... L'emozione impedì alla giovinetta di continuare.... e la notte vietava scorgere le lagrime negli occhi della duchessa. Con maggior calma e dopo qualche istante, donna Rosalia riprese: --A che dirvi di più, donna Livia? Appena vide mia sorella, fu su di lei che arrestò i suoi sguardi;... donna Maria è di me più bella, ed egli si felicitò certo di non essersi impegnato maggiormente meco. Pensò fors'anco che io dovevo prendere per semplici galanterie le attenzioni usatemi, le sue dolci parole.... Voi ritornaste, ritornò don Francesco; il principe venne più di rado al palazzo.... Mai io sorpresi una parola d'amore a donna Maria; ma poco a poco egli diveniva indifferente per me. La gelosia mi faceva presaga della mia sventura.... Una volta però mi parve vederlo consegnare qualche cosa a donna Maria, certamente era una lettera: forse molte se ne scrissero.... lo comprendo ora... Il resto voi il sapete, voi, che qui mi seguiste, che prevedeste la disperazione, in cui mi avrebbero gettata le parole del duca a donna Maria.... Tutto vi è noto... Questo racconto finì come era principiato, fra i singhiozzi. --Oh, disse poi, n'è vero ch'io non fui una stolida, che non mi lusingai invano? --No, rispose donna Livia, ed il principe, prima di gettare il turbamento in una fanciulla, doveva riflettere: egli ha indegnamente.... Donna Rosalia la interruppe, e con accento appassionato: --Ohimè! esclamò, guardate: io odio donna Maria perchè accolse il suo amore sapendo, ne sono sicura, che io lo amava; perchè me lo rapì.... Egli è più colpevole di lei, il so; eppure io non posso sentire accusarlo.... Tacete, donna Livia, tacete.... E se un solo istante io lo vedessi, se mi parlasse, io tutto perdonerei, perchè lo amo ancora.... Quale contraddizione era questa? La duchessa pensò che donna Rosalia non si sarebbe mai consolata.... Lo sdegno soltanto può uccider l'amore. La giovinetta continuava: --E l'idea che mia sorella sarà sua sposa mi uccide! Nascose il volto fra le mani, e dopo qualche tempo: --Però sono pentita, donna Livia: fate che nessuno, tranne voi, conosca la mia debolezza. Cercherò rivolgermi a Dio, espiare i miei delirj in un monastero. --Che! volete farvi religiosa? --Sì. In un chiostro soltanto potrò sopportare il mio destino.... Ebbi torto di non pensarvi prima di voler morire.... Ma, poichè voi mi avete salvata, sarò in tempo ancora.... È l'unica esistenza, cui possa rassegnarmi.... Se mi trovassi ancora con lui, con loro, non potrei resistere.... La mia ragione si smarrirebbe nuovamente.... La tristezza di queste parole era sì profonda, sì amara che la duchessa ne fu atterrita.... Prima ch'ella rispondesse, donna Rosalia proseguì: --Non ditemi di riflettere, cara donna Livia: ho riflettuto. Soltanto nel servire Iddio posso trovare qualche pace; per lui solo vivrò.... Ah nessuno fu di me più infelice!... La duchessa l'abbracciò, ed ella di nuovo pianse. --Mia cara, pensate ai tanti sventurati, che vivono sulla terra; riflettete che la vita è breve, anche se non viene troncata prima del tempo.... Riguardatela come un luogo di passaggio, di prova.... È il meglio che possiate fare.... Anche i più felici devono poi lasciarla!... lasciar con essa persino le rimembranze di ogni gioja, di ogni felicità.... Amori, delirj, tutto passa, donna Rosalia, tutto finisce.... --Oh, esclamò la fanciulla, un istante di felicità vale un'esistenza intiera! La duchessa si scosse: forse anch'ella lo aveva pensato!... Era più che commossa! Ma quel suo turbamento durò poco: eppure quanti affanni non si sentiva in cuore! Donna Rosalia almeno aveva un solo pensiero.... Ella invece delle consolazioni sì; ma quanti affetti contrarj, quanti ricordi penosi, quante inquietudini!... --Ah! continuò la sorella del duca, io non posso più pensare a lui! Quando sarò consacrata a Dio, spero staccare questo amore dal mio cuore. Io devo offrire al cielo un animo puro, o mi sforzerò di purificare il mio.... Deh fate, donna Livia, che domani istesso mi si mandi in un monastero! Io non voglio essere qui in questi giorni; ne morrei!... --Farò il possibile per ottenerlo; ma se vi si vede entrar subito in monastero, se ne indovinerà il motivo... Non desiderate voi tenerlo celato? --Vorrei che don Francesco annunziasse che già da qualche tempo io avevo chiesto di farmi monaca.... Se ei dicesse così, donna Maria non dubiterebbe.... Non oserei chiederglielo io stessa.... D'altronde non me l'accorderebbe.... Ma voi lo otterrete forse.... Parlategliene subito.... --Lo farò questa sera, appena verrà da me. --Grazie.... Ah! ch'ei non sappia che io volevo uccidermi.... --Nessuno il saprà mai, lo giuro! --Nemmeno il mio padrino? --Nemmeno lui. --Gli direte di venirmi a vedere al suo ritorno. Donna Livia sospirò. --Al suo ritorno!... Ah qual sarà esso!... --Temete voi? --Sì temo, lo confesso, ma non sono pentita.... Basta, vedremo. --Oh mio Dio! qual anno fatale! Indi con qualche vivacità, prendendo una mano della duchessa: --Se io, mormorò esitando, vi chiedessi di dire al principe qualche parola di me, lo fareste voi? Donna Livia rimase attonita. --A che gioverebbe? --A nulla il so.... Ma non vel dissi? io lo amo ancora!... assai io amo.... Vorrei che almeno avesse per me un pensiero!... --Ma allora il vostro desiderio di nascondere la passione che v'ispirò.... --Desidero nasconderla agli altri, a mia sorella soprattutto.... Ma a lui.... Ah egli sa bene che io l'amo! A donna Maria non dirà nulla: non dirà nulla ad alcuno.... Promettetemi.... L'animo sensibile della giovane duchessa la esortava a non respingere quella preghiera.... Il principe meritava del resto dei rimproveri. La sua condotta, leggiera soltanto agli occhi dei più, appariva indegna a donna Livia; ma quel fondo di alterigia, che vi era in lei, la faceva ripugnante assai a soddisfar donna Rosalia. --Una sola parola, supplicò questa piangendo.... Ditegli soltanto che io gli perdono. La duchessa non resistette. --Vo le prometto, rispose, senza sapere quasi a che s'impegnasse. --Oh grazie! In bocca vostra tali parole nulla avranno d'umiliante per me.... Forse desteranno in lui qualche impressione.... soddisferanno l'ultimo desiderio di una sventurata.... l'ultima sua follia!... Tal desiderio sembrava davvero follia a donna Livia. Ella non lo comprendeva; non comprendeva come quella fanciulla potesse amare ancora il principe dopo ch'ei l'aveva abbandonata, disprezzata... Eppure donna Rosalia non mancava di fierezza. La sua natura era davvero affatto particolare.... Ma quanta passione in essa!... Quanta abnegazione in quell'amore!... «Oh, pensò donna Livia, sua sorella la vendicherà...» Un servo, che si avvicinava con una lanterna, interruppe quel colloquio. --Il signor duca, disse inchinandosi, le invita a rientrare perchè incomincia a piovere. Donna Livia si alzò; così pure donna Rosalia. Entrambe seguirono il servo, che le precedeva colla lanterna. Il cielo si era infatti annuvolato d'un tratto, e la pioggia cominciava a cadere. Le due giovani non se ne erano avvedute. Entrarono anch'esse nella gran sala terrena. Là il servo fu congedato. --Vado nella mia camera, disse donna Rosalia prendendo un lume: parlate senza indugio a don Francesco, ve ne prego. Strinse la mano della duchessa ed escì. Donna Livia rimase un istante pensierosa. La disperazione di donna Rosalia, il suo tentativo d'uccidersi, i suoi detti l'avevano non soltanto vivamente commossa, ma avevano risvegliato benanco nel suo cuore mille ricordi.... Cercò soffocare tale emozione; ella tormentata da tante altre preoccupazioni, ella, che della vita conosceva la triste realtà.... Salì al suo appartamento. Le sue vesti erano umide per la pioggia; le cangiò con un ricco abito da camera. Si soffermò un istante a guardare suo figlio, che dormiva; indi recossi in un gabinetto tappezzato di velluto azzurro, e nel quale si tratteneva quasi sempre quando era in città. Fu un momento per far chiedere del duca, ma poi pensò che sarebbe venuto egli stesso.... Ed attese.... III. Chi avesse veduto quella sera la giovane duchessa mentre ora sola nel suo gabinetto, seduta in un vasto seggiolone, pensosa ed immobile, avrebbe compatito il povero conte di San Giorgio se non poteva staccarsene dal cuore l'immagine, compreso perchè il duca le avesse perdonato la distruzione della pergamena. Molte donne l'avrebbero invidiata; nessuno forse avrebbe creduto che quella giovane vezzosa avesse altravolta formato il divisamento di vivere sempre sola, e che ora potesse sentirsi infelice. Ella non attese molto il duca: di lì a poco egli entrò. Si assise vicino a donna Livia colla solita serietà, senza profferire parola, ma dopo qualche tempo: --Che avvenne? le chiese.... --Vostra sorella era svenuta; mi occorse molto tempo a farla risensare; quindi volle trattenersi in giardino a respirare un po' d'aria. --Ah vedo! Ed ora dov'è! --Nella sua stanza. Si arrestò un istante, indi: --Devo parlarvi, disse. --Di donna Rosalia? --Di lei appunto. L'argomento non era dei più divertenti pel duca, ma pure era curioso di saper qualche cosa; sospettava una crisi, che dovesse sbarazzarlo anche dell'altra sorella, e quasi prevedeva la verità. --Parlate, rispose. --Donna Rosalia desidera consacrarsi a Dio. --Ottima risoluzione! La duchessa, era sicura che don Francesco non si opporrebbe a che sua sorella minore entrasse in un monastero, chè sempre aveva accarezzato l'idea di mandarvele tutte e due. --Vuole, riprese donna Livia, farlo al più presto. --Dopo il matrimonio di donna Maria la soddisferò. --Ella desidererebbe fosse prima. --Ah vedo!... comprendo, perchè ama il principe degli Alberi, non è così? ~ Che? voi sapete.... --Certamente: credete che non m'avvegga di nulla io? E sorrise tra l'ironia e l'amarezza guardando attentamente donna Livia. Ella si turbò, benchè nulla ne apparisse. Che! sospetterebbe mai il duca della missione affidata al cavaliere di Malta?... Ma no! ciò era impossibile, che allora non avrebbe taciuto sin là. Comprese che tali parole di lui doveva prenderle soltanto come uno di quei rimproveri velati, che non mancava mai di darle quando se ne presentava l'occasione. E con calma rispose: --Mi fa meraviglia poichè credevo tale amore segreto. Ella non immaginava che il duca avesse appreso dalla bocca del conte al castello ciò che voleva far credere aver indovinato per penetrazione. Indi: --E perchè se lo sapevate, gli disse fissandolo a sua volta con una certa arditezza e con qualche sdegno, perchè annunciaste in quel modo sì secco dinanzi a lei che il principe vi aveva chiesto la mano di donna Maria? Egli alzò le spalle. --Eh, signora, non lo avrebbe forse saputo egualmente? --Infatti, mormorò donna Livia. E pensò che forse la reazione cagionata in donna Rosalia dai pochi riguardi del duca aveva prodotto una crisi pericolosa, ma necessaria, che, grazie all'intervento di lei, era finita in modo salutare. E volgendosi al duca: --La soddisferete dunque presto, come ella lo desidera? --No. --Perchè? --Perchè questa improvvisa risoluzione, effettuata proprio appena combinato il matrimonio di donna Maria, darebbe luogo a strani commenti, s'indovinerebbe il vero; ed io non voglio che una mia sorella divenga soggetto ad una ballata sentimentale. E con indifferenza, tratto dalla cintura il suo pugnale, si mise ad esaminarlo facendovi passar sopra le dita. Donna Livia era abituata a que' suoi modi. --Forse avete in ciò ragione, disse; pure io comprendo che ella soffrirebbe molto se fosse costretta a trovarsi qui in questi giorni. --Suo danno! Non doveva scaldarsi il cervello.... Una fanciulla savia, signora deve aspettar ad amare quando le viene presentato un marito.... Ella non deve sceglierselo.... Se la duchessa era fina, il duca non era certo uno sciocco. Ed ella comprese bene ciò ch'egli intendeva con questo, ma non si arrestò per quanto quei sarcasmi, cui del resto si era attesa, non le riescissero indifferenti. --Io le ho promesso evitarle tal pena, disse; e se non volete che entri questa settimana in un monastero, spero non mi negherete che la invii al castello per questi giorni... Manderò con lei nostro figlio, ch'ella ama molto, e che le servirà di distrazione. Che ve ne sembra? --Che voi siete sempre feconda in ritrovati, signora. E vedendo donna Livia farsi alquanto seria: --Ma quale motivo addurre? aggiunse placato. --Ch'ella da qualche tempo aveva divisato farsi religiosa; che perciò non può assistere a delle cerimonie, nelle quali del resto una fanciulla sì giovane sarebbe fuori di luogo.... Ella desidera molto che voi diciate questo a donna Maria. --Cosa vuole? che io menta per assecondare i suoi capricci? --Oh, signore, non vi credo poi tanto scrupoloso! Fu la volta del duca ad annuvolarsi.... Ed il cavaliere dell'Isola, che senza alcun diritto, lo sapeva benissimo, voleva spogliare, gli apparve tosto dinanzi; ma di quel maledetto affare, com'ei lo chiamava, non voleva più parlare colla duchessa per non udirsi rispondere freddamente, come al solito, che mai lo avrebbe approvato.... --Bene, bene, disse poi, mandatela pure al castello. --Direte a donna Maria.... --Sì, sì; ma sembrami che di ciò basti. E col suo pugnale, che teneva ancor fra le mani, si mise a scherzare col cordone d'argento, che ratteneva la veste di donna Livia. Ella si alzò. --Dove andate? le chiese. --Da donna Rosalia per dirle che acconsentite a soddisfarla: una tale attenzione le è dovuta. --Mandate una delle vostre donne a vedere come sta; è inutile andiate voi stessa. --Oh che dite? io sola era presente quando svenne. E, prendendo dalla tavola un candelliere d'argento cesellato, si allontanò. Il duca si sdrajò nella sua seggiola. «Donna singolare! disse; ma, tranne lei, nessuna mi piace.» Poi bestemmiando: --Oh mi toccherà attenderla un pezzo, lo prevedo! Dopo qualche momento di riflessione si alzò e fece un giro pel gabinetto. Per la prima volta forse ei vi si trovava solo. La duchessa non lasciava quasi mai quel gabinetto, che era come il suo santuario, ed era sempre con lei ch'egli vi si tratteneva. Guardò qua e là, e scorgendo dei libri su di un tavolino andò ad esaminarli.... Vi erano varj volumi riccamente legati; vi si trovava Virgilio nel suo testo latino, lingua ancora in voga in Italia, e che la duchessa conosceva perfettamente; eravi Plutarco, le lettere di Plinio, un libro dei Vangeli ricco d'immagini e molti altri.... Ciò non poteva sorprendere il duca. Donna Livia aveva ricevuto una educazione affatto eccezionale non soltanto per quell'epoca, nella quale le più illustri dame non erano molto dotte, ma anche superiore per ogni tempo. Il marchese Del Faro, di lei padre, era un vecchio scienziato, che profondeva la maggior parte delle cospicue sue rendite in radunar libri preziosi ed antichi, in soccorrere letterati, e trattenere ad un castello solitario vicino a Messina dotti teologi, distinti poeti e religiosi di gran sapere. Aveva allevato donna Livia, rimasta priva della madre ancor bambina, più come un muschio che come una fanciulla. Egli stesso le poneva fra le mani i classici greci e latini, i poemi più in voga, compiacendosi della grande facilità di comprensione, ch'ella addimostrava. Giovinetta ella assisteva a discussioni teologiche, allo svolgere di tesi filosofiche e scientifiche, a discorsi letterarj; ascoltava i commenti che si facevano sugli autori; insomma nulla aveva donna Livia di comune, per l'intelligenza e per gli studj, con quelle timide fanciulle, che passavano i giorni a trapuntare gli arazzi, a ricamare le sciarpe pei loro fidanzati. E certa fermezza di volontà, certi istinti un po' maschili, che in lei si univano alla più squisita delicatezza di sentire, si erano, per dirla, alquanto sviluppati. Donna Livia era dunque molto istruita, benchè mai facesse la saccente, che troppa finezza aveva, troppo tatto per imitare quelle donne, che si atteggiano a professori, anche quando ne sanno poco. Delle sue cognizioni si giovava onde saper escire dalle situazioni difficili, e degli studj, della lettura per occupare lo spirito, e ricreare la sua solitudine. Il duca suo marito era dottissimo: perciò si era cattivato il marchese del Faro. Don Francesco aveva molto ingegno, uno spirito pronto, che talora volgeva all'aspro, al mordace. Anch'egli nulla aveva di comune coi cavalieri del tempo, tranne la passione per la caccia, per le armi. Aveva fama d'essere la prima spada di Sicilia. Egli era stato allevato da un benedettino di gran dottrina, che, a forza di volerlo approfondire nei dogmi della fede, aveva finito per render lui, portato per natura alla diffidenza più eccessiva, uno dei signori più increduli del suo tempo. Il duca studiava ancor molto perchè nessuno potesse prenderlo in fallo. Era fra gli ammiratori più appassionati di Machiavelli, scrittore allora recente. Quello storico, quel politico, che insegna ricorrere ad ogni mezzo quando può condurre allo scopo, doveva piacer molto al duca. Di tali massime egli era convintissimo; ne aveva dato una prova nella condotta tenuta verso i parenti spogliati. Alle volte, ad onta del suo sapere, trovava però che il marchese del Faro aveva allevato donna Livia in modo forse un po' eccezionale, e soprattutto abituatala troppo a far la propria volontà. Eppure era così che gli era piaciuta quando si era trattenuto a lungo in casa del marchese prima di sposarla. Però egli si era proposto, quando fosse divenuta sua moglie, di cangiarla, e vi si era provato tenendola in qualche soggezione. Ma donna Livia, che in certe cose si uniformava senza commenti e quasi con indifferenza a' suoi voleri, che acconsentiva a viver sempre ritirata, non era su certi punti meno ferma di lui. Nondimeno ella sapeva piegarsi quando la necessità lo richiedeva; per questo aveva desistito dal contrastargli apertamente nell'affare della pergamena, e tentato riparare in segreto a quella grave ingiustizia. Ed il duca, che avrebbe reso prestissimo schiava qualunque altra sposa, non poteva umiliar donna Livia: e si era convinto che bisognava rassegnarsi e prenderla tale qual era. Dopo aver dunque, esaminato in quella sera diversi volumi con quell'aria burbera, che gli era tutta particolare, notò che un cordone nero stava per segno in uno di essi. Il libro era l'Inferno di Dante; la pagina segnata quella ove il poeta racconta della Francesca da Rimini. Era combinazione? oppure?... Che? mormorò il duca; donna Livia ha bisogno di meditar questo canto, dove si parla delle pene, che attendono una sposa infedele?... Od è per vaghezza che vi si trattiene?... Che vuol dir ciò? Non è ella indifferente per tutti?... Che io non la comprenda bene.... E l'amore poetico del cavaliere di Malta potrebbe mai finire per commuoverla?.. Ah! egli accarezzò le sue idee filantrope.... mostrò aver compassione di donna Rosalia, della quale non credo poi gl'importasse molto.... Ma, no! non ho io udito?... Ed ora che fa? Ella sa però che io l'attendo.... Si prenderebbe giuoco di me?... Preferirmi la conversazione di donna Rosalia?... Oh non soffrirò poi questo!... E fece un passo verso la porta. Donna Livia rientrava in quell'istante. Aveva trovato donna Rosalia in lagrime sul suo inginocchiatojo. Dopo averle detto che il duca la soddisferebbe, dopo qualche parola, che la consolasse senza ferirla, l'aveva lasciata pensando che la solitudine e la preghiera erano i migliori rimedii per lei. Ma non si era affrettata molto a ritornare. Vedendola il duca si calmò. --E così donna Rosalia? --Sta meglio e vi ringrazia. S'avvide del libro che il duca teneva fra le mani, della sua affettazione nell'esaminarlo; riconobbe quel libro e credette indovinare, ma non mostrando accorgersi di nulla, andò a rimettere al loro posto i volumi, che don Francesco aveva gettati sossopra. Il duca avrebbe preferito essere interrogato; ma, vedendo che ella non lo farebbe, si decise a parlar lui. --E.... vi piace molto, signora, questo passo? Vedo che lo segnaste.... --Lo segnai unicamente perchè fui interrotta mentre stavo leggendo, rispose la giovane duchessa. --È bellissimo. --Certamente. --Mi pare.... mi pare che l'amante di questa sciagurata fosse fratello al marito... Fratello... o cugino?.. L'insistenza, che da qualche tempo ei poneva a parlare del conte di San Giorgio, fece comprendere a donna Livia il perchè di questa domanda.... Dunque di tutto sospettava.... Ella era veramente un po' indignata. --Fratello, rispose con indifferenza; ma credo il sappiate al pari di me. --Non me ne rammentavo. --Vi credevo maggior memoria. Ella non sembrava dare a quell'incidente importanza alcuna. --Pensate voi, riprese il duca, che, se questa Francesca da Rimini si fosse attesa a venire uccisa, si sarebbe trattenuta? --Come volete che lo sappia? Certo io non l'ho conosciuta.... E la duchessa non dissimulò intieramente un leggiero moto d'impazienza; chè alle volte egli era un po' nojoso. Don Francesco notò quel moto, ma proseguì: --Vi chiedo la vostra opinione in proposito. --La mia opinione, signore, è che le minacce non arrestano mai una donna quando vuole errare; e che sono inutili con chi sa condursi da sè. --Meno ardire, donna Livia, fece il duca tra la celia e la collera. --Che? mi chiedete ciò che penso; io ve lo dico. --Ma è davvero quanto pensate? --Ne dubitereste? --Che so io? Voi siete una dama di tanto spirito.... Donna Livia parve offesa e fece per escire. Infatti quella sera il duca era stato un po' troppo mordace. --Ho scherzato, cara donna Livia, diss'egli con una grazia ironica eppur tenera, quale spesso soleva prendere con lei. ................................................................. ................................................................. IV. Otto giorni dopo spuntava l'aurora del dì, che doveva unire il principe a donna Maria. Come dire degli strazj, a cui doveva essere in preda la povera fanciulla, che tanto lo aveva amato? Certo le era d'uopo di tutta la sua fede, di tutta la sua religione, per non essere presa ancora dal funesto proposito di togliersi la vita. La duchessa l'aveva ella medesima condotta al suo castello sin dal dì seguente al colloquio da lei avuto col marito. Ve l'aveva lasciata con suo figlio e colla fidata governante, ingiungendo a questa di vegliare sulla sorella del duca continuamente, dicendole che soffriva di convulsioni ed era necessario non perderla di vista; aggiunse facesse in modo ch'ella non s'avvedesse di una tale sorveglianza poichè se ne sarebbe atterrita. Donna Livia aveva fatto ciò per una precauzione di più; ella era persuasa che donna Rosalia, fattasi ragionevole si era rassegnata a vivere. La duchessa provava per lei una compassione profonda, un affetto sincero, mentre sentiva per donna Maria una specie di ripugnanza; e tal ripugnanza non era nuova. Mai ella aveva potuto amare la bella fidanzata del principe; la loro antipatia era reciproca; solo donna Livia non aveva mai tentato nuocere alla cognata, mentre invece questa si era provata a perder lei. La duchessa si rammentava la promessa fatta a donna Rosalia, e benchè di contraggenio si proponeva di adempirla; ma ciò era difficile. Ella non voleva certo essere udita da donna Maria e neppure dal duca, sempre sì pronto al motteggio. Perciò aveva deciso attendere il giorno del matrimonio: in mezzo alla gente, che non si mancherebbe d'invitare per le nozze, troverebbe bene un momento per parlare al principe da sola a solo. Era il primo di maggio. La campagna già ridente pareva invitare alla gioja: un sole splendido e puro sorrideva a donna Maria ed al suo fidanzato. All'ora stabilita il principe degli Alberi pallido, commosso, ma felice entrò, seguito da diversi parenti, nella gran sala terrena del palazzo del duca. Era vestito con magnificenza: portava al collo una grossa catena d'oro, ed aveva l'elsa della spada tempestata di gemme. Fu ricevuto da don Francesco, il quale era pure vestito assai riccamente, benchè, seguendo il suo costume, in modo alquanto severo. La sua spada, come quella del principe, scintillava di gemme all'impugnatura. Gl'invitati non erano numerosi. Don Francesco aveva preso pretesto dalla morte ancora recente del padre per non celebrare le nozze con soverchio chiasso. Finalmente entrò la sposa accompagnata dalla duchessa. Donna Maria era divina; mai il suo sorriso era stato più seducente, i suoi occhi più scintillanti. Un magnifico abito di raso bianco ricamato in oro, i giojelli che l'adornavano, l'acconciatura elegante, il candido e finissimo velo, che formava come una fantastica nuvola intorno al di lei volto, facevano risaltare maggiormente la sua rara bellezza. La duchessa portava un vestito di raso azzurro ricamato in argento. Quel vago colore armonizzava coi suoi begli occhi; ella era adorna di grossissime perle di un gran prezzo, che s'intrecciavano a' suoi capegli, e le circondavano il collo bianco ed elegantissimo. Quel vestire dava maggior risalto alla grazia voluttuosa ed insieme severa, che formava il fascino principale di donna Livia, un fascino che le era tutto particolare, e che anche le più belle non possedevano. Sembrava un po' seria, ed era facile comprendere che assisteva a quella cerimonia per pura formalità. Il principe si avvicinò quasi tremante alla bella donna Maria, che gli sorrise come sapeva sorridere. Come l'ama! pensò la duchessa. Indegno! E quella povera ragazza... Il duca, che certamente non si divertiva molto e voleva affrettarsi, disse che si poteva recarsi tosto nella cappella del palazzo ove tutto era pronto. E così si fece. La cerimonia religiosa fu molto lunga. Al ritorno dalla cappella donna Maria si appoggiava al braccio del giovane principe, che sembrava quasi non poter sopportare l'eccesso della felicità. Il duca lo guardava sott'occhio un po' ironicamente: egli, che sì bene conosceva donna Maria, non poteva certo essere senza dubbj sull'avvenire del cognato. Vedendo quegli sposi così sorridenti, pensava alle sue nozze con donna Livia ben diverse da queste; fatte quasi in segreto, sotto gli occhi del marchese del Faro moribondo: nozze tristissime, eppur tanto desiderate da lui. L'amore per donna Livia era veramente l'unico affetto, ch'egli avesse avuto mai: ma tale affetto era grande davvero! Sembrava che un genio onnipossente lo avesse gettato in quel cuore orgoglioso per mitigarne la durezza. Gl'invitati erano tutti vecchi, comprese le poche dame, che si tenevano diritte ed impacciate nei loro ricchi abbigliamenti. Donna Maria e la duchessa parevano due rose smarrite in un gineprajo. Appena la comitiva fu di ritorno in palazzo suonò il mezzo giorno: e quasi subito entrarono in una magnifica sala, ove venne servito un pranzo sontuoso. Ma l'atmosfera era per così dire fredda, glaciale. La conversazione languiva: nondimeno quel pranzo fu di una lunghezza interminabile, tanta era la copia dei cibi, delle bevande, delle pasticcerie. Il principe e donna Maria, seduti l'uno vicino all'altro, sorridevano soli. Forse il contegno del duca, sempre freddo ed altiero, contribuiva a mantenere in tutti una cerimoniosa etichetta. Tuttavia i brindisi ai nuovi sposi non mancarono, ma non poterono destare l'allegria ed il chiasso. Dopo il convito, che terminò quasi a sera, tutti si recarono in una magnifica sala illuminata con molta splendidezza, uve numerosi servi vestiti sfarzosamente giravano dì continuo con bacili d'argento carichi di rinfreschi e di confetture. Il duca parlava con diversi gentiluomini; donna Maria era accerchiata dai parenti del principe; la duchessa credette giunto l'istante di attenere la promessa fatta a donna Rosalia. Si assise sola in un canto dell'ampia sala; il principe era li vicino, ma donna Livia non sapeva ancora decidersi. Forse, forse non lo avrebbe potuto; quella sera sentivasi inquietissima. Non sarebbe ella stata più felice, pensava, sola, ricca, padrona di sè, anzichè in quella casa insieme a persone, che tanto da lei differivano? con un marito, che l'amava molto, ma sì ostinato, sì sospettoso; per rimediare alla colpa del quale le era occorso adoperar mezzi segreti, di cui attendeva il risultato senza terrore, ma con apprensioni, che il carattere violento del duca giustificava pur troppo? Ed ora, per soddisfare ai desiderj di una sventurata fanciulla, doveva fare un passo, che le riesciva oltremodo penoso. Eppure non era giusto dir qualche cosa al principe di donna Rosalia? Ma in quel giorno non sembrerebbe una insinuazione contro la giovine sposa, a cui, lo comprendeva, ella era odiosa!... che ella conosceva perfettamente, che non stimava? e della quale perciò appunto le sembrava più indegno di lei tentare, anche con una sola parola, di turbare la felicità? Era per bontà di cuore ch'ella aveva promesso senza riflettere; e nessuno, donna Livia aveva troppo buon senso per non comprenderlo, nessuno gliela avrebbe creduto. Ah le abbisognava molta forza d'animo, tutta la sua ragione per mantenersi in una situazione tanto difficile! Povera duchessa! esitava ancora; forse non si sarebbe mai risolta, ma le sue esitazioni il principe istesso doveva troncarle. Gli era sembrato durante il pranzo che donna Livia lo guardasse con una insistenza affatto nuova in lei, e siccome egli non era senza rimorsi e senza inquietudini, dacchè aveva inteso che donna Rosalia si faceva religiosa, si era chiesto se mai ella avesse parlato, e se ciò potrebbe nuocergli nello spirito di tutti, di donna Maria istessa. Sì poco conosceva donna Rosalia, sì poca memoria serbava della impressione da lei fatta sopra di lui, che soltanto per conto proprio se ne preoccupava! Infine io non le feci promesse, dicevasi; ciò bastava a tranquillare la sua coscienza. Amava un'altra, l'adorava; era scusa sufficiente dinanzi a sè stesso. Sapeva che la duchessa aveva per donna Rosalia dell'affezione. Il principe non conosceva molto a fondo la famiglia Dell'Isola. L'animosità fra le due sorelle, ch'egli aveva accresciuta ma non fatta nascere, in faccia sua non si era mai dimostrata. L'etichetta l'aveva sempre dissimulata a' suoi sguardi. Per questo credeva in buona fede che donna Maria nulla sapesse delle galanterie usate da lui in passato alla sorella minore, e che sapendolo avesse a dolersene. L'amore per lei gli sarebbe una grande scusa, è vero; ma appunto perchè quell'amore era grande, egli la credeva delicata e buona. La duchessa sola forse, diceva tra sè, sa qualche cosa; vorrei fare in modo ch'ella, tacesse con tutti... col conte di San Giorgio soprattutto, che tanto ama donna Rosalia.... Al suo ritorno da Malta potrebbe.... Basta, proverò ad interrogar donna Livia, e mi regolerò secondo le sue risposte.... Ella è lì sola. E le si avvicinò senz'altro. --Vi ringrazio, duchessa, le disse, della, bontà che aveste per noi in questi giorni. Perdonate le noje, che vi cagionammo. --Non mi dovete ringraziamento alcuno, principe, e godo nel vedervi felice. Donna Livia non sapeva proprio risolversi, ed il principe, udendo quelle sue parole, pensò che nulla sapesse. Per questo si fece più ardito, e per essere intieramente tranquillo interrogò addirittura: --E donna Rosalia è tuttora al vostro castello, duchessa? Attendeva un po' impensierito: Donna Livia si decise. --Sì, rispose; vi sembra forse strana la sua assenza? E fissò in lui quello sguardo profondo, che sembrava aver il dono di leggere nei cuori. Ella era un giudice, cui era difficile non rispondere. Il principe si turbò; che feci? disse tra sè.... Ella sa tutto; basta, mi scuserò.... --Sì, mormorò un po' esitante. --E tale assenza getterebbe mai qualche ombra sulla vostra gioja, principe? --Vi comprendo, duchessa, e desidero giustificarmi. Confesso che la mia condotta verso donna Rosalia fu un po' leggiera, ma non vorrei mi credeste più colpevole che nol sia. Non ho a rimproverarmi che qualche parola irriflessiva. E non feci alcuna promessa;... chè altrimenti, son cavaliere, non avrei ardito mancarvi. E senza lasciarle tempo di rispondere: --Pregate donna Rosalia a perdonarmi, aggiunse. --Ella vi ha già perdonato, principe; e desidera che il sappiate; lo desidera ben vivamente, se mi risolvo dirvelo in questo giorno. --Ringraziatela per me; e voi, duchessa, compatitemi.... Oh se sapeste quanto amo donna Maria!... Dal dì in cui la vidi, compresi che sino ad allora non avevo amato, che mi ero ingannato sui miei sentimenti per donna Rosalia.... Tutto per me divenne indifferente fuorchè quella, che ora è mia sposa. --È perchè comprendo questo che risposi alle vostre domande circa a donna Rosalia, chè altrimenti mi avrebbe ripugnato gettare un germe d'amarezza nell'animo vostro... Forse anche quella fanciulla fu troppo facile a lusingarsi, ma ora, lo spero, troverà nella vita religiosa la pace. --Lo voglia il cielo! disse il principe. Egli era più leggiero che cattivo, eppure quanta indifferenza, quanto egoismo nel modo, con cui profferì queste parole! La duchessa ne provò un senso di disgusto. Se donna Rosalia lo udisse! pensò. --Sono lieto nel vedermi compatito da voi, duchessa, continuava egli: guardate, per darvi un'idea del mio amore per donna Maria, vi dirò che, se mi si costringesse a scegliere tra la vita, che io conduco, invidiata da molti, ma privo di lei, ed una esistenza oscura ignorata, divisa colla mia sposa, non esiterei nella scelta. Donna Livia non rispose.... Ah era così ch'ella aveva amato un giorno.... --E, chiese il giovane, il duca non saprà nulla certamente di.... --No, e ciò il dovete a donna Rosalia. --Ah! disse il principe arrossendo un poco, povera donna Rosalia! ma spero si consolerà!... Temevo, proseguì con qualche titubanza, che si venisse a conoscere da qualcheduno.... che donna Maria istessa potesse sapere.... Certamente ella mi rimprovererebbe... ne sarebbe dolente.... E si arrestò confuso. Quale illusione! Ma la duchessa era troppo delicata per farla cadere. --Certamente, rispose. Quella menzogna era pietosa. Donna Maria non avrebbe creduto sì generosa la moglie di suo fratello. --Perdonate, duchessa, continuò il principe, se ho osato prendermi la libertà d'interrogarvi.... siete tanto gentile! --Non mi dovete alcuna scusa. Donna Rosalia conoscerà il vostro pentimento; poi ella vi ha già perdonato colla maggiore abnegazione. --Grazie, duchessa, delle vostre parole: esse mi fanno bene.... Sono più tranquillo. Era più tranquillo perchè era sicuro del silenzio. Se io fossi in donna Rosalia, pensò la duchessa, non avrei più un pensiero per lui.... Egli stava, per allontanarsi quando vide il duca fermo a qualche passo, che lo guardava attentamente. Certo non poteva essere geloso di lui in quel giorno, pure parve poco soddisfatto nel trovarlo vicino a donna Livia. Si accostò senza parlare. Il principe credette necessario spiegare il perchè del suo colloquio. --Stavo ringraziando la duchessa, disse, delle gentilezze usateci, e ne ringrazio voi pure, duca. --Oh immaginatevi! Il principe si allontanò. --Che vi diceva? domandò il duca a sua moglie; non credo già gli abbiate parlato di donna Rosalia... --Me ne parlò egli; mi chiese se era tuttora al castello. --Che stravaganza è questa? E raggiunse di nuovo gl'invitati. La duchessa dopo un momento fece altrettanto. Ella pensava, che donna Maria, occupata a prodigare parole gentili e sorrisi a' suoi nuovi parenti, a riceverne le congratulazioni, gli omaggi, non avesse notato il suo breve colloquio col principe. D'altronde, diceva tra sè, non è poi strano ch'egli mi abbia rivolto la parola... Ma donna Maria, che diffidava assai della cognata, si era avveduta di tutto, ed aveva immaginato che donna Livia avesse tentato nuocerle nello spirito del principe. E non arrossisce, pensò, con tutta la sua alterigia di sì basso procedere?... Me la pagherà.... Oh se verrà un'occasione sicura per vendicarmi, non la lascerò sfuggire!... Perchè mai tant'odio?.... Ed ella era bella, giovane: l'avvenire, l'amore, la fortuna le sorridevano. Perchè non ne godeva senza sentir desiderio di amareggiare l'esistenza degli altri? che sarebbe stata in altre condizioni donna Maria, se nemmeno la felicità, il miglior farmaco pei cattivi istinti, guariva i suoi?... È facile immaginare con quanta sincerità donna Maria esprimesse alla cognata il rammarico, che doveva mostrare in lasciarla. Sì! ella in mezzo alla gioja fremette di rabbia, pensando allo sprezzo, col quale l'aveva trattata il duca per causa di donna Livia, dopo il giorno, in cui ella l'aveva accusata ingiustamente. Donna Maria non aveva mostrato offendersi prima per timore soltanto, ed ora il ricordo di quello sprezzo si risvegliava più che mai nell'animo suo. Vedendosi sì ammirata, sì corteggiata, più viva provava l'amarezza delle umiliazioni subite, e più ardente il desiderio della vendetta. Ma tutta la collera era per donna Livia, chè del duca aveva troppo paura. E quando, al momento della partenza, ei con uno sguardo espressivo le rammentò la sua promessa, ella, con un altro non meno eloquente, mostrò d'averlo inteso. Essi si conoscevano perfettamente! Niuna sposa provò mai minor pena di donna Maria nell'abbandonare la casa paterna. Con quanta gioia si lasciò dietro quel tetro palazzo! Ma ormai non più noie, non più umiliazioni. Una nuova esistenza cominciava per lei. V. Il giorno dopo la duchessa si recava al suo castello, ove contava passare il resto della settimana con donna Rosalia. Il duca aveva accompagnato donna Livia, verso cui si sentiva sempre attirato da un sentimento invincibile, che subiva talora di buona grazia, talora bestemmiando, ma che subiva sempre. D'altronde credette necessario andare al castello per parlare a donna Rosalia. Aveva riflettuto che, all'istante di consacrarsi a Dio, ella potrebbe per iscrupolo rivelare il segreto della loro famiglia: ciò gli dava alquanto a pensare. Le minacce, diceva tra sè, buone per donna Maria, a nulla valgono coi fanatici. Questa ragazza, così sentimentale e poetica, mi ha un po' la stoffa dei martiri... Ora, non avendo potuto aver l'amore, aspira al paradiso; non vorrei che per guadagnarselo ritenesse utile mancare alla promessa che mi fece... Credo che le monache confessino anche i pensieri... Donna Rosalia non sarà una religiosa volgare... La sua nascita, il nome potrebbero destare delle curiosità in qualche direttore spirituale troppo zelante. Costoro hanno una manìa insopportabile di immischiarsi in quanto non li riguarda... Non vi è di loro chi sappia meglio scavare a poco a poco... Potrebbero condurre dolcemente donna Rosalia a... Bisognerà che io provveda. E lo stesso giorno del suo arrivo al castello, per tranquillare questi dubbi, questi timori, da cui sentivasi preso, si recò verso sera in giardino e, mentre donna Livia faceva un po' più lungi passeggiare suo figlio, il duca con un cenno chiamò la sorella. --Ehi, donna Rosalia, seguitemi. Ella obbedì macchinalmente, forse non immaginò nemmeno quanto ei volesse dirle. Ormai nel suo spirito vi erano due soli pensieri: la rimembranza del principe, che lottava col sentimento religioso, e che talvolta tentava soverchiarlo ancora. Nell'orribile naufragio, in cui la ragione di donna Rosalia aveva arrischiato sommergersi, la tavola, sulla quale si era salvata, era stata la fede; la fede, che in certe tempre è necessarissima, checchè se ne dica. Tutti possono comprendere la sua voce; mentre la filosofia è intesa da pochi, fraintesa da molti, ed allora fa più male che bene. Donna Livia aveva detto alla giovane che il principe aveva chiesto egli stesso il suo perdono, che era pentito; e ciò alla povera donna Rosalia era di qualche consolazione. La duchessa aveva in modo sì pietoso e delicato nascosto l'egoismo del principe da temperare alla fanciulla l'amarezza dell'abbandono. Il duca non s'ingannava nel dire che donna Livia era sempre feconda in ritrovati. Ma chi avrebbe potuto biasimarla, se soltanto pel bene ella si serviva di quei ritrovati? Donna Rosalia era dunque più calma; e fu con una dolce tristezza che seguì il duca, il quale dopo pochi passi: --Sentite, le disse un po' più rabbonito del solito, guardatevi bene dal dire a qualche confessore quanto sapete, chè non ne avete il diritto... Mi avete dato una sacra promessa, e se anche qualche frate vi insinuasse, capite... sarebbe assai più peccato parlare che tacere. A donna Rosalia queste parole, benchè non molto gentili, parvero di una grazia eccessiva. Ella non sapeva quanto ei fosse fino; provò quasi rimorso di doverlo ingannare. --Non temete, rispose commossa, io non vi mancherò, ve lo giuro nuovamente. --Brava, vedo che siete ragionevole. Ei fece per allontanarsi: ma donna Rosalia lo trattenne, incoraggiata dal suo contegno. --Perdonate un istante, don Francesco, gli disse: vorrei pregarvi permetteste alla duchessa di venirmi a vedere sovente. Ella verrebbe egualmente, il so, ma pure esprimo anche a voi il mio desiderio.... La vedrò tanto volentieri.... --Ve la condurrò io, rispose egli. --Grazie; ah! nessuno fu meco buono come donna Livia; prima di lasciarvi sento il bisogno di dirvelo, don Francesco. E si allontanò tristamente. Il duca ebbe quasi paura d'intenerirsi. Veramente, pensò, non è cattiva ragazza; e senza la parte, che prese contro di me in quella notte.... Ama la duchessa, mentre donna Maria tentò di perderla... Basta, donna Rosalia tacerà. La sera istessa ritornò a Catania. Alcuni giorni dopo accompagnava colla duchessa, in un monastero di Messina, donna Rosalia. La rassegnazione di questa era sì dolce, sì triste era la calma succeduta ai gravi turbamenti del suo spirito, che il di lei pallido volto aveva qualche cosa di celeste. Non tutti, no, le avrebbero preferita la brillante donna Maria! Ma il principe? Ah! per lui non vi era altra donna!... Nato sotto un cielo ardente, ove i cuori sembrano partecipare al fuoco del suolo vulcanico, il principe degli Alberi, debole per natura, leggiero, aveva concentrato ogni sua forza nell'amare donna Maria. E le parole della duchessa non ebbero proprio altro risultato che di tranquillarlo. Pensava che donna Rosalia, così religiosa, non dovesse soffrire della vita claustrale. Poi i loro gusti non avrebbero armonizzato. Che avrebbe fatto d'una sposa così melanconica?... Insomma egli trovava cento buone ragioni per felicitarsi di non averla presa in moglie. I vezzi di donna Maria facevano il resto. La bella principessa veniva ammirata dai parenti, lodata, corteggiata da tutti. Suo marito se ne compiaceva vivamente. Gli elogi prodigati a donna Maria lo lusingavano; chiedevasi persino se ei fosse degno di tanta bellezza, di tanta vivacità, di tanto brio, di tanta grazia. I giovani sposi non avevano lasciato Catania; vi si divertivano molto. Il principe, benchè avesse parlato alla duchessa di esistenza oscura ed ignorata, non vi era portato per nulla, e donna Maria odiava la vita pastorale. Suo marito trovava talvolta, è vero, ch'ella era un po' troppo prodiga di bei sorrisi, di sguardi affascinanti; ma ella con uno di quei sorrisi, con uno di quegli sguardi, che lo preoccupavano, calmava la sua gelosia, distruggeva i suoi sospetti, talora lo faceva pentire, lo incantava sempre. Ed ei finiva per dirsi che quegli sguardi, che quei sorrisi facevano solo che da molti s'invidiasse la sua felicità. Ad un gran convito, dato dal principe tre settimane circa dopo le nozze, furono invitati anche il duca e la duchessa. Don Francesco solo vi intervenne. Era egli in voce di essere stravagantissimo ed eccessivamente geloso; così l'assenza della giovane duchessa non poteva meravigliare alcuno in una riunione, di cui facevano parte brillanti cavalieri e militari di distinzione. Don Francesco peccava nell'eccesso opposto al principe. Questi si compiaceva di soverchio nel vedere ammirata donna Maria, mentre egli invece credeva aver solo il diritto di guardar la duchessa. Ed intanto la duchessa era tormentata da mille pensieri. Ella diceva a sè stessa che il conte non doveva tardar molto a ritornare, se veramente gli era stato possibile ottenere dal gran maestro il permesso... E la sua agitazione era grande naturalmente. Quando trovavasi sola, e vi si trovava quasi sempre, immaginava le ipotesi più possibili, gli scioglimenti più probabili che avrebbe quel doloroso affare. Il duca era egoista. Perdonandole la distruzione della pergamena aveva pensato più per sè che per lei; ma al momento di un reclamo, quando quell'atto abbruciato gli sarebbe indispensabile, che le direbbe? E se si ostinava ancora? E se i reclami fossero fatti in modo, ch'ei potesse respingerli?... E se veniva soprattutto a sapere della missione affidata al conte.... Eppure, come sempre, non era pentita. Nulla poteva abbattere il suo coraggio; pochi uomini possedevano la sua fermezza; così era agitatissima ma risoluta. Attendeva. Il duca si assentava sovente. Ora le caccie, ora gli affari, le visite alle numerose tenute, che egli e donna Livia possedevano, ne erano causa. La diffidenza estrema, che provava per tutti, l'attività, l'irrequietudine del suo carattere lo portavano ad occuparsi ed a sorvegliare attentamente quelli, che da lui dipendevano. Alle volte, vedendo la vita brillante, che conduceva donna Maria, sempre in società numerosa, chiedeva a sè stesso se ei non tenesse troppo rinchiusa la duchessa, e se ciò potesse finire per annojarla. Ma poi, secondo il solito, trovava che era per il meglio, che d'altronde donna Livia non amava i piaceri; dicevasi che la di lui conversazione doveva bastarle, e che a forza di veder lui solo finirebbe per trovarvi piacere. Lo sperava perchè da qualche tempo la duchessa gli pareva meno taciturna. Ciò era infatti, perchè ella, in previsione dei futuri avvenimenti che aspettava, credeva necessario non alienarsi troppo don Francesco. VI. Sulla fine di giugno, un dopo pranzo, donna Livia era sola come al solito nel suo gabinetto; aveva appena rimandato il bambino colle donne, quando ad un tratto don Francesco entrò chiudendo con impeto l'uscio dietro di sè. Era alterato, agitatissimo. Dal suo contegno donna Livia indovinò qualche avvenimento importante, non preveduto da lui. Egli teneva nelle mani due lettere; si piantò in faccia alla duchessa. --Ecco, esclamò dopo un istante, ecco, signora, il frutto dell'opera vostra! --Che volete dire? --Che gli eredi del cavaliere dell'Isola reclamano, e che io per colpa vostra mi trovo in una situazione ridicola. «Ah, pensò donna Livia, ecco giunto il momento.» --Ebbene? disse, voi renderete quanto è loro dovuto. --Eh, signora! se non aveste abbruciato quella pergamena!... Tutte le mie precauzioni furono vane; quella carta sola poteva.... E si mise a camminare su e giù pel gabinetto, gettando a terra tutti gli oggetti, in cui s'imbatteva. Donna Livia taceva: le sembrava più saggio lasciarlo calmare da sè. Dopo qualche momento egli le si avvicinò furioso: --Ah! le disse, che feci io mai perdonandovi la distruzione di quell'atto! Maledetta la mia debolezza!... Perdonar tanto ad una donna, che mi subisce, che non mi ama!... Tutti ora si rideranno di me.... Badate... La duchessa impallidì di collera, ma la ragione la consigliò a non urtarlo troppo violentemente. --Perchè tale sdegno? gli disse guardandolo. --Perchè.... Me lo chiedete? Ah se sapessi chi fu colui, che andò ad annunziare agli eredi del cavaliere dell'Isola la morte di mio padre!... che gli esortò a reclamare!... E fece un gesto di furore. La duchessa riescì a serbarsi calma. --Però sospetto, aggiunse egli allontanandosi da donna Livia. Ella non potè resistere. --Sospettate? chiese, di chi? --Di quel maledetto frate; è un frate che reclama, dunque fu istrutto da colui. La duchessa rimase attonita. «Un frate! pensò, che cosa vuol dire?» --Ah! riprese poi il duca, ma io sono uno stolido a dare spiegazioni a voi, signora.... Donna Livia, donna Livia, voi non sapete qual rischio corriate!... chè non sareste così tranquilla. --Che rischio? Voi mi perdonaste la distruzione di quella pergamena.... dunque voi manterrete la vostra parola, la vostra promessa. Il duca parve sorpreso da quella calma. «Giammai la comprenderò!» disse tra sè. E tra la rabbia e l'amore: --La mia promessa!... Che so io ciò che vi promisi?... Voi sapete che vi amo, e questo vi fa ardita. --Di questo amore, domandò la duchessa, quali prove mi avete voi date? --Quali prove! Che? Non vi ho amata sempre? Perchè non accarezzai le vostre utopie poetiche, perchè feci quanto m'imponeva il decoro della mia casa?... Se non v'amassi, donna Livia, non avrei cercato dimenticare l'offesa, che da voi ricevetti la notte, in cui morì mio padre; offesa, il cui solo ricordo mi fa fremere.... Ed ora, ora.... --Che fareste? --Vedrei in voi soltanto la donna, che mi provocò, che m'insultò dinanzi alla mia famiglia strappandomi dalle mani quella pergamena, distruggendola poi a mio dispetto.... Vedrei in voi soltanto una moglie, che.... Il duca si arrestò.... Egli soffriva. Donna Livia era commossa, ma nulla ne apparve. --Vi sono grata, disse, se il perdonarmi la distruzione di quell'atto vi costò più di quanto io credeva... Ma perchè non mi ascoltaste allora? Il duca si scosse. «Che! pensò: dunque ella mi avrebbe amato forse se io.... ma come potevo.... poi tutti avrebbero riso di me....» Egli era entrato coll'idea di fare una scena terribile, invece andava già calmandosi. «Ah per me, disse fra sè medesimo, ella è sempre donna Livia Del Faro!...» Egli non era perverso come donna Maria benchè d'indole feroce, capace di tutto in un trasporto di collera, benchè orgoglioso, ostinato al maggior segno... Rimase immobile, alterato ma perplesso! La duchessa respirò. «Cielo fate che tutto termini bene!» mormorò. Ella credette poter giungere allo scopo. Tacque per qualche momento, indi: --Riparate, disse, don Francesco poichè se ne presenta l'occasione.... Ah mi si toglierà una spina dal cuore nel vedervi liberato da tanta responsabilità.... --Eh, donna Livia, che importa a voi di me? --Se nulla me ne importasse non avrei tentato oppormi a quella ingiustizia; questi vostri parenti io non so chi sieno, ed è perchè desidero stimarvi che bramai tanto vedervi riparare. Il duca la guardò; indi con molta amarezza: --Era per vostro figlio, a quanto diceste. --Sì, per lui pure, ma anche per voi. --Donna Livia, non vorrei poi che vi burlaste di me! --Come? --Eh voi siete una donna particolare, ed io alle volte sono uno sciocco. La duchessa tacque un poco, indi: --Persuadetevi, non vi ostinate ancora.... Che cosa è per voi la terra di S....? Nulla, o ben poco assolutamente.... Ah io darei quanto possiedo per vedervi riparare tale ingiustizia..... Ditemi che ebbi ragione in pensare che soltanto un capriccio d'orgoglio, dei pregiudizii di casta vi consigliarono finora ad ostinarvi. Il duca non rispose, si mise di nuovo a passeggiare.... «Ed io cederei! pensò: ma per altro non posso rifiutarmi a restituire ora.... Credo ch'ella abbia ragione.... Ah! crudelmente ella si è vendicata costringendomi ad amarla sempre più!.... E forse se avessi acconsentito allora, invece di persistere, di obbligarla a tacere!... » La duchessa per molto tempo non profferì parola; finalmente: --Pensate anche a vostro padre, disse, rammentatevi la sua disperazione; voi, che parlate sempre di autorità, che siete sì geloso della vostra, come poteste mai disconoscer la sua? --Egli era pazzo, già vel dissi, chè altrimenti non avrebbe avuto scrupoli sì tardivi.... Quel benedettino l'aveva spaventato; io non disconobbi la sua autorità, facendo quanto ei fece. --Ma perchè avvelenare la vostra esistenza? --Non mi avveleno niente affatto, signora. Il cavaliere dell'Isola disonorò la sua famiglia, dimenticò sè stesso; perdette quindi i diritti che gli spettavano, tutto ciò è chiaro. --V'ingannate. --Come? --Suo padre, l'avo vostro, aveva solo il diritto di punirlo; lo fece, ma se ne pentì.... D'altronde ora che vostro zio reclama, a che varrebbe opporsi? --Oh non so! non è lui, vel dissi, che reclama, è suo figlio, un ufficiale spagnuolo. --Ma che vorreste fare per questo? --Oh vi sarebbero dei mezzi assai.... --Ma quali mezzi?... Non pensatevi nemmeno.... E questo ufficiale reclama con insistenza? --No, per dirla, si rimette in me, ma si esprime con un certo orgoglio.... --Ciò prova.... Ed ella si arrestò con un mezzo sorriso. --Che cosa? chiese egli. --La sua parentela con voi. Il duca stette un po' a riflettere, indi: --Donna Livia, disse guardandola ed esitando, se io.... vedendo che questa gente non ci disonora.... rendo loro il nome del padre e le sostanze.... che fareste voi per me? Il sacrifizio non era molto meritorio. Don Francesco comprendeva benissimo, checchè ne avesse detto, che non poteva rifiutarsi a restituire senza disonorarsi e provocare degli scandali assai più gravi di quelli temuti prima. Donna Livia lo comprese bene; ei voleva farsi un merito d'una necessità, egli, che prima aveva disprezzati i suoi consigli, dettole che non doveva ingerirsi in quell'affare. --Ve ne sarò grata, contenta per voi stesso: già il dissi. Egli fece un movimento di dispetto. --Ecco il solito, faccio, faccio, e non faccio mai nulla.... E tornò a passeggiare. --Basta, riprese, vedrò chi sono costoro. --Ma non lo sapete già? --Non so nulla di positivo. Una di queste lettere è del cognato del mio avo, fratello alla sua seconda moglie, la madre del cavaliere dell'Isola.... Io lo conosco di nome soltanto.... È un frate tenuto in gran conto, superiore d'un convento di cappuccini a Messina. Si chiama don Anselmo dei principi Della Concordia. Indi con un vivo movimento di rabbia: --Sono sicurissimo che è stato avvertito da quel maledetto benedettino; tra di essi hanno come una rete costoro.... Guai a colui se mi capitasse tra i piedi, se ritornasse a Catania.... Giurar sulla croce.... rifiutare il mio oro.... fare il santo.... Maledettissimo!... Quel povero frate non si era ingannato pensando che un giorno il duca lo terrebbe per mancatore. E lo stratagemma del conte di San Giorgio, l'aver egli impiegato un religioso doveva ingannare don Francesco. La sua congettura era la più naturale. A donna Livia dolse vedere ingiustamente accusato colui, che ella aveva persuaso a tacere soltanto confidandogli tutto. Ma, poichè quel benedettino non era a Catania, credette inutile scusarlo. Dire la verità al duca sarebbe stato doppiamente pericoloso per lei.... Crederebbe che il conte l'avesse assecondata per amore soltanto. Comprendeva che suo marito si era avveduto della passione del cavaliere di Malta; rammentava le parole dettele sulla Francesca da Rimini.... ed allora, parlando, come evitare un duello tra i due cugini? Dunque tacque. --Tenete questa lettera, le disse il duca assai più calmo, è quella del superiore. La duchessa prese il foglio, ch'ei le porgeva e lesse. «Duca, »Il cavaliere dell'Isola, che tutti credevano perito in una guerra lontana da più di trent'anni, morì invece molto tempo dopo. Si era ammogliato; lasciò un figlio ed una figlia. Essi sono venuti da me, dopo aver appreso la morte di vostro padre, per mostrarmi le carte lasciate da mio nipote, il cavaliere dell'Isola, e che in modo indiscutibile attestano la loro identità. »Mi richiesero di consiglio, ed io non esitai ad esortarli a reclamare, persuasissimo che voi, duca, non opporrete alcuna obbiezione. »Il figlio del cavaliere è un militare valoroso, ufficiale nell'armata spagnuola, considerato, degnissimo per ogni titolo di assumere il nome illustre degli Isola. È qui in Catania colla moglie e la sorella: questa è vedova, ancora giovanissima. »Spero renderete giustizia ai miei nipoti. Essi non intendono insistere, si rimettono in voi, duca: non sono di quei parenti spogliati, che suscitano mille imbarazzi. Per darvi un'idea delle intenzioni di vostro cugino, vi mando una sua lettera a me diretta, nella quale egli spiega le sue idee, ed il modo, con cui intende condursi. »Quest'oggi stesso mi presenterò al vostro palazzo onde avere con voi, o duca, un'abboccamento, e mostrarvi le prove, sulle quali appoggiano i reclami dei figli di vostro zio, il cavaliere dell'Isola. »Certo voi pure, duca, come io stesso, come tutti, credeste alla sua morte immatura.» Seguivano i complimenti d'uso e la firma. «Il conte si condusse bene, pensò donna Livia: comprendo; fu lui, che presentò al superiore i figli del cavaliere dell'Isola: lo avrà pregato del segreto.... La collera del duca ricadrà sul povero benedettino, ma poichè è assente, sarà per il meglio....» E rendendo la lettera a don Francesco: --Ho letto, disse. --Che ve ne pare? --Che tutto finirà senza gli scandali, che temevate. --Capite che io non credo una parola di questa lettera.... Il superiore sa benissimo che io conoscevo l'esistenza del cavaliere dell'Isola, o de' suoi figli, come sa non esistere più l'atto, che diseredava suo nipote, e conteneva la di lui rinuncia.... Eppure.... aggiunse arrestandosi, rifletto che il benedettino non era presente quando voi distruggeste la pergamena.... Ciò mi dà da pensare. Ed egli si annuvolò. La duchessa aveva già preveduto quella osservazione, ma non mostrò badarvi. --Oh via, giacchè siete deciso! --Basta, mostrerò credere al superiore; vedremo se questo ufficiale spagnuolo meriterà gli elogi prodigatigli da suo zio. Eccovi la lettera di lui. E gliela porse sopra pensiero. Quella lettera portava per firma queste sole parole: _Vostro nipote_ FEDERICO La duchessa vi gettò gli occhi, ma una nube glieli coperse. Il suo cuore si strinse. Cielo! che aveva ella dunque veduto? --Sono perduta! mormorò. Il duca, che passeggiava pel gabinetto, le si accostò, credendo ch'ella avesse terminato la lettura. Rimase colpito del suo turbamento. --Che avete? le disse. Voi impallidite! Voi tremate!... Ma che avete dunque? Donna Livia fece uno sforzo. --Mi sento male, rispose. Stavo per leggere, mi si oscurò la vista, nulla più distinguo. Ed infatti ella non distingueva più nulla. --Ma in qual modo? --Non so. --Sarà un accesso convulso, come ne aveste altre volte. --Credo infatti, diss'ella debolmente. E svenne, chè la forza di volontà nulla può contro i veri deliquii. Ella aveva certamente provato una emozione terribile. Era caduta rovesciata all'indietro sulla sua seggiola. --Credeva fosse quasi guarita... disse don Francesco. Ma che devo fare? Ah sì, mi rammento, il giorno che la sposai potei farla rinsensare soltanto col gettarle in viso dell'acqua; eccone là. E prendendo una tazza d'acqua che stava sul tavolino, ne spruzzò in volto alla duchessa. Per molto tempo tutto fu inutile. Finalmente ella si scosse, parve atterrita vedendosi vicino il duca. Ma richiamò tutto il suo coraggio. --Come state ora? le chiese egli. --Meglio, signore, grazie. --Infatti andate riprendendo un po' di colore... Che fu? --Un deliquio. --Ah! ne soffrite ancora? --Sì, alle volte.... Ora ho bisogno di riposo. Ella si alzò; traballava. --Mi sembra che vacilliate. --No, è soltanto perchè non vedo chiaro. E fece per escire. --Vado nella mia stanza, mormorò. --Vi condurrò io. Voi sembrate soffrire assai. Ella non potè rispondere. Il duca la portò quasi nella sua camera da letto, la fece sedere, indi: --Devo chiamare alcuno? --È inutile; un po' di riposo mi basterà. In quel momento una camerista chiese d'entrare. --Che c'è? disse il duca, aprendo l'uscio. --Il cameriere di Vostra Eccellenza l'avverte che è domandata. --Da chi? --Da un religioso accompagnato dal principe degli Alberi. E la donna si allontanò. --Il principe degli Alberi! esclamò don Francesco furioso, comprendo ora.....Ah! donna Maria mi tradì, ed è sì sciocca da mandar qui suo marito.... Ed egli sì stolido.... Ma non ne saprà nulla l'imbecille.... Colei vuol dunque già rimaner vedova! La duchessa parve scuotersi un istante a quelle parole. --Ripasserò, le disse il duca. Ora vado da costoro. Ah! donna Maria me la pagherà!... Ed escì. Donna Livia si alzò, si guardò attorno smarrita. «Ohimè! disse, Federico esiste! Non è morto a Lepanto? Egli che mi salvò la vita! Che sparse per me il suo sangue! Egli che solo amai! Ed ha moglie!... Ingrato!... Ed è lui, che io feci cercare dal conte?... Lui figlio del cavaliere dell'Isola?... Ah! tutto è finito per me!... Che dirà il duca quando saprà....e lo saprà tra breve, che questo suo cugino è Chiarofonte?... Oh me infelice!...» In quel momento la vecchia governante entrò agitatissima. --Che vuoi? chiese smarrita donna Livia. --Fui domandata, sarà una mezz'ora, da uno sconosciuto, che mi obbligò a seguirlo. Mi condusse in chiesa, ove un cavaliere mi attendeva. Misi un grido, riconoscendo il signor di Chiarofonte, lui, che credevate morto. Vuole parlarvi un istante, subito, dice che è urgente, indispensabile; l'ho introdotto nell'oratorio segretamente, che per fortuna, essendo oggi domenica, è ancora aperto. Donna Livia provò un'emozione vivissima, angosciosa, indi: --Sì, disse, è necessario; io devo evitare un duello tra lui ed il duca, a qualunque costo. Il cielo forse lo manda, mentre quel superiore ed il principe sono qui. E dopo aver detto alla governante di seguirla, escì precipitosamente. VII. Come mai il principe degli Alberi accompagnava dal duca lo zio di Federico?... Dopo aver udito dal conte di San Giorgio tutto, e pressochè tutto quanto riguardava il cavaliere dell'Isola, ed aver data parola di mantenere il segreto, il frate aveva pensato tosto ad agire. Era rimasto un po' scandalizzato, per dirla, della condotta tenuta dal defunto cavalier suo nipote. Ma udendo che il padre gli aveva prima di morire perdonato, si era promesso adoperarsi con impegno per gli eredi spogliati. Con tenerezza gli aveva accolti, perchè erano gli unici parenti, che gli rimanessero. Non gli sembrava molto difficile persuadere il duca dell'Isola a riconoscerli. Sapeva esser egli un cavaliere alquanto violento ma troppo altiero per rifiutarsi ad una restituzione quando la cosa fosse pubblica. D'altronde sarebbe stato un delitto, pensava il superiore, opporsi alla volontà dell'avo ed ai comandi del padre moribondo. E vedendo Federico perplesso e quasi ripugnante, Gabriella più atterrita che contenta, lo zio si era sentito maggiormente spinto ad adoperarsi a pro loro. Insomma, come si fa talvolta, metteva dell'ambizione a riescire. Il conte di San Giorgio, uno dei più illustri cavalieri di Malta, gli aveva detto che egli solo poteva ottenere il riconoscimento dal duca, che la sua influenza era tale da.... Quel frate era un po' vano, il conte lo sapeva, e lo aveva colpito nel lato debole. Il superiore giuro a sè stesso che, a costo d'andar dal papa, i suoi nipoti verrebbero reintegrati nei loro diritti. Il cavaliere di Malta non gli aveva fatto che una visita, poche ore si era trattenuto a Messina ove aveva lasciato i parenti da lui rinvenuti. Desiderando il segreto, come lo desiderava, non voleva esser veduto. Si recò ad una sua casa di campagna vicino a Catania, ove si doveva fargli conoscere il risultato dei passi, che tenterebbe il superiore dei cappuccini. «Se don Francesco si persuade, diceva tra sè il conte, andrò a Malta senza entrare in Catania, per quanto mi dolga non riveder donna Livia; tornerò fra qualche mese ed allora.... Ma se il duca si rifiuta, o se sospetta di sua moglie, andrò da lui, avrò seco una spiegazione completa, quale ei la vorrà...» E così si era diviso dai figli del cavaliere dell'Isola. È inutile dire che durante il viaggio Camilla si era perfettamente condotta. Non una parola, che non fosse meditata; con una strategia finissima aveva saputo evitare qualunque spiegazione pericolosa tra il conte, Federico e Gabriella. E con questa quante attenzioni per la sua salute! La povera amica di Marco aveva finito quasi per non più temer Camilla, per credere ad un sincero pentimento di colpe involontarie. Del resto la conversazione aveva sempre languito assai, chè tutti avevano pel capo mille cose gravi. Federico erasi mostrato il più distratto di tutti. La sua preoccupazione pareva aumentare a misura che si procedeva verso la Sicilia. Subito dopo la partenza del conte di San Giorgio, l'ufficiale si recò nuovamente dal superiore suo zio, che lo aveva fatto chiamare. --Ho deciso, gli disse il frate, che quest'oggi istesso partiremo per Catania. --Quest'oggi? domandò Federico un po' esitante. --Sì, nipote. Ho già divisato come devo agire. Ho scritto una lettera al duca dell'Isola, nella quale lo metto al fatto, o piuttosto, aggiunse con un sorriso un po' sardonico, mostro metterlo al fatto di tutto. Vi unisco la vostra lettura, che mi mandaste jeri dal conte di San Giorgio, ove esprimete le vostre idee. Discenderemo al palazzo di un gentiluomo che ospitai molte volte, che mi fece reiterate offerte, ed il cui zio fu mio grande amico. Da qualche mese non lo vedo, ma abita Catania. Si chiama il principe degli Alberi, è molto cortese; sarà lietissimo, ne sono sicuro, di ospitarvi per quei pochi giorni che dovrete trattenervi a Catania. Non potreste, comprendete, alloggiare in alcuna locanda per non dar luogo a ciarle, che forse offenderebbero il duca dell'Isola.... Andate ad avvertire vostra moglie e Gabriella, nipote. Io sono pronto anche adesso. --Vado, rispose il giovane. E si accommiatò dallo zio. Si diresse verso una locanda vicina, ove il giorno prima era disceso col conte. Nel breve tragitto fu avvicinato da un uomo, che gettò un grido di sorpresa in vederlo. --Oh! signor di Chiarofonte, esclamò, voi non siete dunque morto a Lepanto? --No, il vedi, ero soltanto ferito gravemente. E il tuo padrone? --Abita qui a Messina, venite da lui, illustrissimo. Oh come rimarrà attonito, contento! tanto si dolse della vostra creduta morte! --Lo vedrei con gran piacere, ma ora non posso; digli che vado a Catania, che desidero assai parlargli.... Ma bisogna mi affretti.... Addio. E l'ufficiale entrò come un fulmine nella locanda. Avvertì la sorella e la moglie; pochi momenti dopo partivano col superiore dei cappuccini in una grande carrozza chiusa. Federico era agitatissimo. «Al dal Pozzo soltanto, andava dicendo tra sè, posso chiedere ciò che sia avvenuto di donna Livia: a nessun altro no, perchè temerei comprometterla.... Ah! quante volte fui per domandare di lei al conte! ma egli non sapeva che fossi già stato in Sicilia; che avrebbe mai detto, che avrebbe mai pensato chiedendogli di una dama di qui?... Ah feci bene.... Ella sarà maritata; il marchese me l'aveva promessa per tenerezza verso di lei, per riconoscenza verso di me; ma era pentito, lo comprendevo bene!... Non avrà tardato a valersi della libertà, che resi a sua figlia.... Poi, credendomi morto.... Basta, saprò ogni cosa da dal Pozzo.... Povera donna Livia! ella mi amava molto!... Ah non vi è donna superiore a lei!... Comprendo ora.... Quale purezza d'idee, e tanto spirito insieme!... Mia moglie è bella, divinamente bella!... Ma quale diversità di carattere.... Poi, ho dei dubbii, che voglio rischiarare.... Ed appena saremo partiti di qui, dovrà rispondermi di tutto.... Dovetti mostrare di crederle in faccia del conte, per convenienza.... Basta, rifletterò.... Ma donna Livia non posso rivederla.... Conosco il mio dovere, non debbo turbarla.... Dal Pozzo è segreto come una tomba, e nessuno saprà.... Il riconoscimento, dice mio zio, dev'esser condotto nella più grande ombra.... Dunque.... il nome di Chiarofonte non verrà pronunciato qui.... Mi allontanerò però presto da questi luoghi, giammai io vi dimorerò.... Provo per altro una viva emozione pensando a quel tempo, a quel castello del marchese, qui vicino.... ove fui trasportato ferito, dopo aver salvato lui e donna Livia dai corsari.... dove mi trattenni quasi cinque mesi.... e senza la battaglia di Lepanto.... Ma il marchese era pentito.... non avrei sofferto umiliazioni... Ah giammai!... Fu un sogno.... una poesia quell'amore.... è meglio tentare dimenticarlo....» L'ufficiale non abbadava molto a suo zio, il quale trovava però la preoccupazione del giovane naturalissima e l'approvava. Giunti l'indomani a Catania, il superiore mandò un servo coll'ambasciata al principe degli Alberi, dinanzi al cui palazzo si era fermata la carrozza. Il principe, udendo il nome dal cappuccino, venne egli stesso ad incontrarlo. Fece a lui ed ai suoi nipoti mille offerte insistenti, chè davvero egli aveva delle obbigazioni con quel frate, e molta considerazione per lui, al quale doveva la cospicua eredità dello zio. Fece discendere i forastieri nel palazzo, assicurandoli della gioja che avrebbe ad ospitarli. Appena furono in una gran sala, mentre continuavano i saluti e le cortesie, Gabriella alzò il velo. Il principe si turbò, e diede in una esclamazione di sorpresa. --Che! donna Rosalia! È mai possibile?... Tutti si guardarono, ed il superiore sorridendo: --Ah! comprendo, principe, disse, siete meravigliato della rassomiglianza di questa dama colla sorella minore del duca dell'Isola... Infatti mi fu detto essere tale rassomiglianza prodigiosa. --Prodigiosa davvero! interruppe il giovane; vedo ora che non è lei.... Ma alla prima.... --Voi dunque conoscete la famiglia del duca, principe? --Ho sposato da poco donna Maria, l'altra sorella di don Francesco. --Ma questa è una felicissima combinazione, esclamò il frate. Ebbene sappiate che questa dama, ed accennava Gabriella, e questo ufficiale dell'armata spagnuola, miei nipoti, sono figli del cavaliere dell'Isola, creduto morto in guerra da molti anni.... --Che sento! Ma allora sono miei parenti pure, disse il principe. E stese la mano all'ufficiale, che gliela strinse sorpreso e distratto. Vi fu un istante di confusione, di parole gentili e di complimenti. Dopo di che il principe chiamò: un servo accorse. --Prega donna Maria di recarsi qui all'istante, disse. Poi, volgendosi al superiore: --Ma narratemi, padre, narratemi come mai.... Donna Maria entrò. Rimase immobile per la sorpresa. --Mia sorella! esclamò aggrottando le sopraciglia. In poche parole il principe le spiegò tutto. Ella, che sapeva del segreto, che conosceva il duca, rabbrividì. «Ohimè! pensò, crederà che io lo abbia tradito!... Che cosa avverrà mai?...» Ed intanto i suoi sguardi s'arrestavano sui parenti, che le venivano presentati dal principe. Trovò Camilla bellissima, poi guardò Federico, che le s'inchinava profondamente. Ah! mai nessun uomo le aveva cagionato tanta impressione. «Che bel giovane è questo cavaliere! disse tra sè. Qual'aria marziale senza esser burbero!... È un mezzo tra il duca e mio marito....» Ed indirizzò all'ufficiale uno de' suoi più vezzosi sorridi. Però era turbata assai. «Mio fratello, pensava, è capace di provocare il principe.... Egli, che nei duelli uccide sempre l'avversario!... Ma in qual modo questi cugini sono qui?... Chi dunque gli ha avvertiti?... Ah donna Livia!... devo accusar lei se voglio salvar me.... È indispensabile.... Quale idea!... Il cavaliere, che ebbe con lei quell'abboccamento al castello, subito dopo la distruzione della pergamena.... Il duca certo non ha udito tutto.... Sì, sì, fu il conte; avrà finto partire per Malta.... Oh lo saprò! li farò parlare, e prendendoli di sorpresa, riescirò....» --Sono lietissimo, principessa, le disse il superiore avvicinandosele, di aver trovato una sorella del duca dell'Isola nella moglie del principe, al quale mi lega tanta amicizia.... Voi ci ajuterete.... Donna Maria, ad onta della sua franchezza, non seppe rispondere che con un cenno. «Sarò a tempo? chiedevasi.» Il frate continuava. --Venite qui, caro principe, che combineremo fra noi, mentre vostra moglie farà più ampia conoscenza coi suoi cugini. Vi racconterò tutto. E prendendo il braccio del giovane, lo condusse nel vano di una finestra dell'ampia sala. Donna Maria non perdette tempo. --Dove vi trovò il conte di San Giorgio, cugino? chiese sorridendo all'ufficiale. Federico rimase attonito. --Che! voi sapete, principessa.... Donna Maria respirò. «Ah! disse tra sè, il mio ardire mi ha giovato.» --Oh, rispose, non è un segreto! la duchessa mia cognata inviò ella stessa il conte. Anch'io lo sapeva. Non ve ne disse nulla il cavaliere? --No. --La duchessa lo aveva inviato? chiese Camilla. È giovane questa dama? --Sì. --È qui di Catania? domandò ancora Camilla, tanto per dir qualche cosa. --No, è di Messina. --Di Messina? chiese Federico. --Sì, è la figlia del marchese del Faro, morto da qualche tempo. Oh molto premeva a donna Livia il ritrovarvi! Al nome di donna Livia del Faro, Camilla guardò l'ufficiale, che si era fatto pallidissimo. «Ahimè, pensò, che sento! Cielo! ella è moglie del duca! di questo duca tanto orgoglioso!... E mi crederà sì basso, sì vile da reclamare, sapendo tutto ciò? Perchè non rimasi a Milano!... Insensato!... Oh! ma voglio giustificarmi, se credessi morire.... E mentre costoro parleranno al duca.... Alfine che può avvenire? La mia spada non è di quelle, che piegano.... Potessi trovare almeno la vecchia governante!... Se ella esiste, donna Livia non se ne sarà divisa....» E senza badare a sua moglie, senza pensare alla sconvenienza, che stava per commettere, s'inchinò a donna Maria, ed escì, adducendo a scusa che un servo attendeva i suoi ordini. Camilla gli guardò dietro con rabbia. «Oh! pensò, chi mi avrebbe detto che qui dovevo trovare l'innamorata di Federico? Trovarla nella duchessa dell'Isola!... Ma egli crede che io tutto ignori!... Non gli ho mai parlato di quelle lettere, che trovai nella sua valigia mentre era ferito in mia casa....» Uno strano silenzio regnava tra quelle donne.... Gabriella guardavasi attorno confusa; non sapeva che pensare.... Donna Maria cercava indovinare, ma non poteva... In quel momento il principe ed il superiore si avvicinarono a loro. --Abbiamo pensato, disse l'aristocratico frate a donna Maria, che è inutile differire. Spedisco una lettera, che avevo già preparata, al duca vostro fratello, nella quale gli chiedo un colloquio. Fra qualche ora ci recheremo da lui. Intanto andremo dal vescovo e da qualche altro amico, che desidero vedere. Perdonate se conduco meco il principe. Donna Maria era sì confusa che li lasciò partire senza poter rispondere. Alfine, pensò, in faccia a questo superiore il duca si conterrà, ne sono certa. Poi, comprendendo dall'aria smarrita di Gabriella che le sarebbe stata d'impaccio: --Cugina, le disse, voi siete assai pallida: sembrate bisognosa di riposo, volete ritirarvi? Gabriella annuì ringraziando. La giovane principessa la fece subito accompagnare da una camerista in una magnifica stanza da letto del piano superiore, ove il principe aveva fatto assegnare ai cugini un vasto appartamento. Subito dopo donna Maria si volse a Camilla, che le sembrava un prezioso ausiliare. --Signora, le disse, spiegatemi, ve ne prego, la causa della vostra emozione. Vostro marito rimase come colpito dal fulmine nell'udire da me il nome, il casato della duchessa. Che vuol dir ciò?... Confidatevi meco senza timore. E strinse le mani di Camilla. --Ah! esclamò questa con esasperazione, vuol dire ch'egli l'ha amata.... Ma voi vorrete salvarla! --Io! oh io la odio! esclamò donna Maria con fuoco. Ed aggiunse: --Ditemi tutto; non vi è tempo da perdere; affrettatevi. Camilla comprese dal fremito di rabbia della principessa che ella non l'ingannava. Poi non era dessa abituata ad agire con precipitazione?... Si decise all'istante. --Ebbene, sì, disse: egli ha amato donna Livia del Faro, ma crede che io non lo sappia. Tutto mi è noto soltanto per due lettere, che gli ho involate. --Due lettere? Lettere di donna Livia? --Sì. --E le possedete? Le avete con voi? --Certamente. --Ah questa volta, mormorò la principessa, ella non si salverà!... Sentì un movimento di giubilo infernale. Strinse di nuovo le mani a Camilla. --Se sapeste quanto ho sofferto per causa di colei, esclamò, quante umiliazioni dal duca! --Ma che! se tanto l'odiate, come mai vi aveva ella narrato del conte? --Nulla mi narrò: ho indovinato a caso, ma non vi è tempo da perdere!... Sospettavo soltanto; interrogai vostro marito di sorpresa.... Ma ora ci vendicheremo insieme.... Mio fratello, il duca, è il più geloso dei mariti.... Sua moglie, l'ho sempre compreso, non lo ama, benchè nulla ne appaja; dunque ama ancora il vostro sposo.... Voi potete perdere la vostra rivale quest'oggi stesso.... Ah capisco tutto: il conte di San Giorgio ama la duchessa appassionatamente, ed ella si valse di lui perchè le rintracciasse l'amante. Donna Maria si esprimeva con vivacità convulsa; le sue parole sembravano un fiume vorticoso. --Sentite, signora, le disse Camilla; io vi narrerò tutto, ne abbiamo il tempo poichè vostro marito e lo zio di Federico non si recheranno dal duca che fra qualche ora, come udiste. Però devo avvertirvi che la duchessa non poteva sapere che mio marito era figlio del cavaliere dell'Isola. Io sola, ve lo giuro, possedeva il segreto, e non lo rivelai a Federico che all'arrivo del conte a Milano, rimettendogli le carte di suo padre. --Veramente? --Di questo siate certa; non odio però meno la duchessa, e non desidero meno di perderla.... Si potrà far credere egualmente al duca?... --Sì, sì; con quelle lettere che possedete sarà facilissimo.... Narratemi ora tutto: come ella amò vostro marito e come.... --Mio marito fu gravemente ferito a Lepanto, interruppe Camilla; io ritengo che ella lo credette morto..... --È probabilissimo. E quindi: --Lepanto!... Aspettate!... quella battaglia non avvenne nell'ottobre del 1571? --Precisamente. --Bene; ella sposò il duca qualche mese dopo. --Sì, appena avrà saputo che mio marito era morto. --Infatti, ma non monta. --Ed al duca sarà noto ch'ella ha amato Federico di Chiarofonte? Donna Maria riflettè, poi: --Non credo che il duca, sospettoso, diffidente come è, acconsentisse a sposar donna Livia sapendola innamorata d'un altro. --Ma se lo credeva morto? --Dite bene; dei morti per solito non si è gelosi. E la principessa sorrise. --Pure, aggiunse, mi pare impossibile, a meno che.... Egli ritiene che le donne sieno nate per obbedire.... che sieno cose affatto secondarie.... Tante volte me l'ha detto.... Eppure nessuno vi è caduto più di lui.... È impazzito dietro la moglie in modo ridicolo, benchè si vergogni darlo a divedere.... --Se ne è tanto innamorato, le crederà tutto.... --No, oh per questo non dubitate.... Egli è brutale, violento per natura, è una vera bestia.... Io vi parlo con confidenza, signora.... È superbo all'eccesso, geloso soprattutto.... Non esiterà a punir donna Livia se la crede infedele.... punirla terribilmente a costo di morire poi.... Credetemi, cugina.... Ella trattava già Camilla da amica; si erano conosciute, apprezzate.... La moglie di Federico era molto pallida, non sorrideva, no.... La gelosia, mille strazii, mille terrori l'agitavano.... Certo, pensava, egli è sulle tracce della duchessa.... mi vendicherò.... Sarebbe indegno di me non farlo.... Egli l'ama ancora! --Se vostro fratello sa di questo amore, disse alla principessa, crederà più facilmente ancora. --È vero. --È bella questa duchessa? domandò Camilla. Tale interrogazione era naturale. --Oh bella!... così.... non bellissima.... Ha certi occhi azzurri.... un certo che tutto suo.... Poi è molto fina: si regola secondo coloro, coi quali parla.... Conosce il debole di tutti.... innamora di sè gli uomini stravaganti:... chè anche il conte è stravagantissimo.... --Ma mio marito allora? --Vostro marito sa il cielo in qual modo lo ha amato!... --Sì, disse Camilla, voglio aver fiducia in voi, principessa. --Oh io parlo schietto; vi secondo e perchè lo meritate, e per conto mio. --Vi credo, e lascio ogni esitazione. Io, degli amori di Federico colla duchessa, non so altro che quanto potei rilevarne dalle due lettere di cui vi parlai, e che egli, ne sono sicura, ritiene di avere smarrite a Lepanto. Dunque senza dir altro, e perchè è meglio affrettarsi, vi mostrerò quelle lettere; le ho meco, come vi dissi: sono in uno scrignetto coi miei giojelli. E si alzò. Donna Maria la fece accompagnare da un servo.... Attendeva con impazienza.... Con questa donna, pensava, si conchiude a dirittura. Dopo pochi istanti la dalmatina rientrò. --In qual modo, le domandò donna Maria, non ne diceste mai nulla al vostro sposo? --Si sarebbe alterato vedendo che io possedevo queste lettere.... Non volevo scene; poi non credevo trovare la donna, che le aveva scritte, in Sicilia.... Non mi aveva mai detto d'esservi stato. --Date qui; ora comprendo la tristezza di donna Livia. E, spiegando una delle lettere, si assise vicino a Camilla, e lesse. Era proprio donna Livia quella, che aveva scritto... La prima lettera presa da donna Maria conteneva queste parole: «_Federico_, »Quando jeri sera voi mi diceste:--Ah, donna Livia, quanto v'amerei se non foste sì ricca!--Io rimasi muta. Pur troppo vedevo degli ostacoli. Volevo, prima di rispondervi, parlare a mio padre. »No, non fui insensibile all'amor vostro, che da tanto tempo mi lasciaste indovinare--Perchè non morii salvandovi, invece di rimaner ferito?--Questa frase, che ho udito tante volte da voi, non l'avevo dimenticata. »Federico, io dissi a mio padre che con voi soltanto potevo essere felice, che avrei rifiutato ogni altro sposo... »Egli, che molto mi ama, che molto vi deve, s'intenerì ed accordò il suo assenso. »Andate da lui: vi accetterà per genero, e come tale vi presenterà a me quest'oggi stesso. _Donna Livia del Faro_.» --Oh, disse donna Maria, per iscrivere ciò lei così austera, così seria, bisogna dire che fosse innamorata alla follia.... Ma già comprendo.... E si arrestò, chè certo non le era conveniente lodar Federico dinanzi a Camilla. Quindi volgendosi a questa: --A quanto sembra, vostro marito l'ha salvata da qualche periglio, fu ferito per lei.... --Sì, e dall'altra lettera ciò appare più chiaramente. --Date, date. E la principessa lesse di nuovo: «_Federico_, »Ricevetti la lunga lettera di congedo, che mi faceste consegnare dall'amico vostro. »Voi mi offrite rendermi la mia libertà, sciogliermi dall'impegno perchè temete che io mi penta, perchè paventate sempre la distanza, che, secondo voi, ci disgiunge. »Approvo la vostra delicatezza, la lodo, ma giammai mancherò alla promessa che vi feci. »Vi amo, Federico: dunque perchè temete?... Nessuno potrà mai forzarmi ad un altro nodo, che mi sarebbe odioso.... Non dubitate che io mi abbia a pentire: desidero esser felice e non nuove ricchezze. »Mio padre non dimenticherà che senza di voi sarebbe morto, ed io precipitata nelle onde prima che cadere fra le mani dei corsari. »Continuate dunque ad amarmi, scacciate dei timori, delle perplessità lodevoli, ma soverchie. »Alfine siete nobile, valoroso; che m'importa se non siete ricco! »Amo voi solo, vi amerò sempre; sarò vostra in ogni modo se il cielo vi salverà dai perigli, che l'onore vi consiglia ad affrontare. _Donna Livia del Faro_.» --Ora capisco tutto, disse donna Maria, l'ha salvata dai corsari, che tante volte infestano le nostre rive, e fu ferito nello scontro. Il marchese del Faro abitava un magnifico castello sulla riva del mare. Era molto ricco, ma viveva ritiratissimo, perchè assai originale. Allevò donna Livia, originale ella pure, in un modo tutto suo. La teneva sempre seco, ed il castello era il ritrovo di poeti, letterati, filosofi, che so io?... ma tutti vecchi, a quanto credo.... Vostro marito, dopo il servigio reso, avrà passato qualche tempo al castello del marchese per guarire dalle ferite. Egli era un'eccezione a tutti gli ospiti avuti fin là, sicchè è facile comprendere come donna Livia lo abbia amato tosto... Ecco spiegata ogni cosa dunque; egli è colui, che la duchessa fece cercare dal conte; ciò basterà a perderla.... Ora però penso che il duca deve saper qualche cosa di questi amori. --Davvero? --Sì; fu a quel castello vicino a Messina ch'egli sposò donna Livia, dopo avervi passato qualche tempo. Anch'egli è un letterato, ed era anche perciò molto caro al marchese. Questi certamente gli avrà narrato della miracolosa avventura e del cavalier salvatore. Dopo la creduta morte di lui, avranno concluso tra loro le nozze. Il marchese era gravemente ammalato: morì quasi subito dopo il matrimonio. Tal matrimonio fu celebrato quasi segretamente: nessuno vi assisteva, nemmeno il duca mio padre. La malattia del marchese ne fornì il pretesto. A don Francesco premeva molto sposar donna Livia perchè ricchissima. L'amante era morto, dunque.... Donna Livia, quando venne a Catania, era molto triste, molto seria, come del resto lo è ancora.... E suo marito non mostrava preoccuparsene. Ciò prova che sapeva tutto.... Ma non importa: quando saprà che il suo rivale è vivo ed è figlio del cavaliere dell'Isola, quello zio che donna Livia fece ricercare a suo dispetto dal conte, salirà in furore.... Una di queste lettere finirà di esasperarlo. --Non gliele mandate entrambe? --No, l'altra servirà per il cavaliere di Malta, il fedele paladino della duchessa. L'ama tanto, che, se non lo disingannassi, sarebbe capace di voler morire per difenderla. --Ma, principessa, obbiettò Camilla, il conte sa benissimo che Federico credevasi figlio di un nobile veneziano senza fortuna. --Eh che importa? Il conte è innamorato: vedendo quanto donna Livia amò vostro marito, pensando che forse lo ama ancora, si allontanerà da lei. Ora scriverò al duca, poi mi occuperò del cavaliere. Venite meco, vi confiderò ciò che conto fare. Camilla la seguì in un gabinetto vicino. VIII. Appena lasciata donna Livia, il duca si recò nella sala, ove l'attendevano il principe degli Alberi ed il superiore dei cappuccini. Don Francesco, benchè ardente di sdegno contro la sorella, appariva come al solito freddo ed altiero. Nondimeno gettò uno sguardo fulminante al giovane cognato, e dall'aria sorpresa e gentile di questo, comprese ch'ei nulla sapeva. Pensò dunque non prendersela per allora col principe, e con molta flemma salutò il superiore. --Ho ricevuto la vostra lettera, padre, gli disse, ed ora vedrò di combinare. --Non m'attendevo meno da voi, duca, rispose il frate, perciò consigliai mio nipote a rimettersi in voi. Vedo che siete persuaso della giustizia de' suoi reclami. --Prima d'altro però, interruppe don Francesco, vorrei avere maggiori schiarimenti, qualche dettaglio sulla vita passata del cavaliere defunto e de' suoi figli... Comprenderete facilmente, padre, che prima di vederli portare il mio nome.... E si arrestò con una certa affettazione. Il duca era molto insolente in quell'istante.... Eppure avrebbe desiderato far peggio... Quanto volentieri avrebbe trattato quel nobile superiore come altra volta il povero benedettino; ma sapeva bene che ciò non gli sarebbe stato possibile. --Duca, rispose il frate anch'egli con alterigia, se io m'interposi a favore de' miei nipoti, se gli ho riconosciuti, vuol dire che essi ne sono degni, e degni quindi anche di portare il nome degli Isola. Maledetto! disse tra sè don Francesco.... Però senza il menomo imbarazzo: --Ne sono persuasissimo, padre; ma mi sembra naturale che desideri saperne anch'io quanto ne sapete voi. Tutti erano seduti: il principe serbava un contegno affatto passivo; faceva ogni sforzo per mantenersi serio. --Vi narrerò tutto in brevi parole, disse il superiore al duca. --Poi, riprese questi, guardando con indifferenza il principe, vorrei anche sapere in qual modo la notizia della morte di mio padre giunse a cognizione dei figli del cavaliere. Il superiore non aveva creduto conveniente parlare al duca della sorpresa, che avrebbe dovuto cagionargli la sua lettera. Don Francesco era troppo di malumore per simularla. --Lo seppero a caso, rispose il cappuccino, da persone giunte a Milano dalla Sicilia. --Ah vedo! E tra sè: Come mai donna Maria ha potuto in sì breve tempo.... Stavan dunque coll'orecchio teso! Poi ad alta voce: --Il