The Project Gutenberg EBook of Nel paese dei dollari, by Adolfo Rossi This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. 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Em., 12-14-16 Nel libro _Un italiano in America,_ pubblicato nel 1892 dai fratelli Treves, dopo aver raccontato i viaggi e i casi occorsi ad un ragazzo spensierato, che ero io, prima sulla costa atlantica e poi nel lontano ovest nord-americano, narravo come fossi stato invitato a tornare a New-York per assumere la direzione del _Progresso Italo-Americano_. E chiudevo il volume con queste parole: «Feci le valigie, presi il treno quel giorno medesimo e tornai alla metropoli dove mi fermai più di tre anni, fino a quando, cioè, la nostalgia mi richiamò in patria. «Di quegli ultimi miei tre anni d'America molte cose avrei da dire; ma il racconto è già diventato troppo lungo, e sarà bene, per non abusare della pazienza dei lettori, troncarlo qui. Parlerò forse in un altro libro della vita giornalistica americana e delle impressioni che si provano tornando in Italia dopo aver vissuto per qualche anno negli Stati Uniti.» Le pagine che seguono sono appunto i ricordi di quell'ultimo triennio passato nell'isola di Manhattan su cui sorge New-York. ADOLFO ROSSI I. La forca. Angelo Cornetta era un povero e ignorante suonatore d'organetto, nativo di Serre di Persano, in provincia di Salerno, il quale in età di ventiquattro o venticinque anni era emigrato in America, come fanno tanti. Sei o sette anni dopo egli conviveva a New-York con una irlandese che un giorno si ammalò e che prima di morire all'ospedale lo accusò di averla orribilmente maltrattata. Non essendo risultato bene dal processo se quella donna era morta di _whiskey_--il _cognac_ nord-americano--o di bastonate, Cornetta fu condannato a due anni di reclusione nel penitenziario di Sing-Sing. Stava scontando la pena quando una mattina attaccò lite con un altro prigioniero e lo uccise. Durante il secondo processo io, che dirigevo l'unico giornale italiano quotidiano esistente allora nell'America del Nord, andai a trovare Cornetta nel carcere di White Plains, a trenta miglia da New-York, bello e tranquillo paese circondato da ridenti colline e formato di casette bianche e di gaie palazzine sepolte nella verdura. È una strada pittoresca, che si percorre in un'ora coi treni della _New-York and Harlem R. R._, in prossimità del fiume Hudson, il Reno d'America; s'incontrano allegri villaggi, s'attraversano boschetti di pini appiedi dei colli, si respira un'aria purissima. Introdotto subito nel carcere con quella premura cortese con cui negli Stati Uniti si ricevono i _reporters_, cominciai col domandare al detenuto la causa della sua condanna nel penitenziario di Sing-Sing. --Vi dirò la verità--mi rispose.--Io vivevo da qualche tempo con una irlandese, la quale formava la mia disperazione. Giravo tutto il santo giorno a suonare e alla sera tornando a casa, trovavo quella donna ubbriaca. Ella spendeva in liquori i denari che io guadagnavo. Una notte aveva bevuto tanto che, quando rincasai, al primo rimprovero che le feci diventò furiosa e si mise a gridare come un'ossessa. Il vicinato, tutto sottosopra, chiamò un _policeman_, il quale la fece portare all'ospedale, dove essa morì quella notte stessa. Allora mi arrestarono e accusarono me di averne causata la morte. --Ma voi non la maltrattavate quando si ubbriacava? --Ecco: io ebbi molti diverbi con quella donna. L'ho sempre rimproverata di consumare in liquori tutti i miei risparmi, ma non sono io che l'ha fatta morire: furono le bevande che la uccisero. --Tuttavia vi hanno condannato, --Sì, a due anni di prigione che stavo terminando di scontare a Sing-Sing, quando avvenne la lite con Daniel Cash. --Come andò? --Mancavano due mesi soli per finire la condanna, quando per la mia buona condotta fui mandato dai guardiani nella cucina dello stabilimento a sbucciar patate insieme con un prigioniero americano, di origine irlandese: il Cash. Costui mi odiava e specialmente dopo che un mio connazionale, certo Mangano, aveva ucciso nella stessa prigione un negro, mi colmava di ingiurie e chiamava noi altri italiani porci e sudici. Quella mattina io non mi sentivo bene e gli dissi: «Cash, sono mezzo ammalato, e non posso lavorare: vorrei tornare nella mia cella e buttarmi sul letto.» Egli mi rispose: «Lavora, lavora, italiano, se non vuoi che ti getti in faccia queste patate.» Gli replicai: «Guardatene!» Egli, allora, si avvicinò, e, dandomi uno schiaffo, disse: «Credi forse di farmi paura perchè sei italiano?» Acciecato dalla rabbia, esasperato dagli insulti e dallo schiaffo, io gli scagliai una tazza sulla testa. L'irlandese mi si gettò addosso e col coltello mi menò un colpo che parai, riportando una leggera ferita alla mano destra. Guardate. (E mostrò la mano che conservava la cicatrice.) Appena vidi il sangue, brandii io pure il coltello e glielo ficcai nel cuore. Dico la verità, io: perchè negare? --Erano lunghi quei coltelli? --No, erano i coltellucci con cui si mondavano le patate. Anzi non avrei mai creduto di poter con uno di quelli causare una ferita mortale. La _County Jail_, cioè la prigione della contea in cui Cornetta stava rinchiuso a White Plains, era un edifizio quadrato di tre piani, in pietra grigia. Le quattro muraglie esterne, che invece di finestre avevano alcune strette feritoie, formavano una specie di cinta coperta della vera prigione di due piani, che sorgeva di dentro, come un edifizio affatto separato dal tetto e dai muri che lo circondavano. Cornetta si trovava al secondo piano, in una cella di quattro metri su tre, nella quale non penetrava che una luce scialba, e che conteneva un materasso appeso a due catene, un piccolo _water closet_ in un angolo, un secchio d'acqua, un bicchiere di latta e una tavoletta infissa nel muro, ad uso di scaffale, su cui giaceva un polveroso volume del _Nuovo Testamento_: sulla parete di fronte alla porta erano incollati i ritratti di Lincoln e di Arthur. Cornetta aveva un viso solcato da brutte rughe, la carnagione giallastra e gli occhi chiari, senza espressione: era di statura ordinaria e mentre prima si sbarbava e teneva i capelli tagliati corti, durante il secondo processo se li era lasciati crescere alla nazarena. Prima della sentenza si mostrava fermamente convinto che non sarebbe stato condannato a morte. --A morte, io?--diceva sbarrando gli occhi. Ma giammai! Non sapete che --ho tirato a colui per difendermi? Non capite che stavo per uscir di --prigione quando avvenne la lite? No, no: chiunque nei miei panni --avrebbe fatto altrettanto. Dovevo farmi ammazzare come una pecora? --Potevo subire in pace tutti gli insulti di cui quell'uomo mi --colmava? Quando sentì che era stato condannato a morte, montò su tutte le furie: tentò da principio di suicidarsi tagliandosi la gola con un pezzo di ferro acuminato che aveva strappato dalla porta della cella; ma, sorpreso nell'atto, non si produsse che una leggera ferita. Allora egli annunziò la sua determinazione di voler sfuggire alla forca lasciandosi morir di fame. E per cinque giorni non si cibò e invano i custodi lo tentarono presentandogli dei piatti appetitosi. Lo si dovette nutrir per forza. Man mano che si avvicinava il giorno fatale, la ragione di Cornetta vacillava. Il condannato ora piangeva e implorava le guardie di salvarlo, ora rideva e diceva che dovevano metterlo in libertà. Quando mancavano sei giorni soli a quello fissato per l'esecuzione, io andai a rivederlo, insieme con un suo conoscente e benefattore, il negoziante Aliano di New-York. Cornetta appariva tutto cambiato e non ci riconobbe. Mentre la prima volta s'era confessato reo, quel dì negava tutto. --Vi apparecchiate dunque al gran passo?--disse Aliano. --Che passo?--fece Cornetta stralunando gli occhi. --Eh! l'avvocato vostro tenta gli ultimi sforzi per salvarvi; ma c'è ben poca speranza: è meglio che vi rassegniate e che vi prepariate. --Ma che prepararmi!--gridò drizzandosi e torcendosi le mani.--Io non devo morire: sono innocente! --Eppure fareste molto meglio se vi preparaste da uomo e da cristiano. --Mio caro Antonio--piagnucolò Cornetta, asciugandosi col fazzoletto le lagrime che non uscivano--io ti giuro che sono innocente; io non _aggio_ ucciso alcuno. --Mi dispiace di sentirvi parlare così: vi credevo più franco e più forte. --Come?--disse il condannato, cambiando improvvisamente tuono e maniere.--Voi venite dunque a trovarmi per insultarmi? Invece di difendermi, voi prendete la parte dei miei assassini? Se continuate a dire che sono reo, vi faccio arrestare! E mostrò i pugni al buon Aliano, con uno sguardo feroce. Aliano, persuaso che il disgraziato aveva l'intelletto turbato, gli offrì una manata di sigari. Cornetta li rifiutò con piglio sdegnoso e villano. Stavamo per uscire, quando il direttore del carcere, Duffy, sottosceriffo ci disse: --Domandatategli un po', _if you please_, che cos'è quella lettera che ha ricevuto giorni fa. --Quella lettera?-esclamò Cornetta.--Non voglio mostrarla. Nessuno deve sapere ciò che contiene. --Come?--disse il Duffy.--Io non voglio misteri. Ho in consegna quest'uomo, ne sono responsabile e devo vedere quella lettera appunto perchè la cela. Invitato reiteratamente a porgerla, Cornetta rifiutò. Allora il Duffy, pezzo d'uomo grande e robusto, chiamò due suoi dipendenti, aprì la porta ed entrò nella cella. --Volete dare quella lettera, sì o no?--chiese per l'ultima volta. --No--fece Cornetta risolutamente. Duffy afferrò il condannato e lo gettò sul letto. Gli altri due uomini lo presero per le gambe e lo tennero fermo. Cornetta si dibatteva urlando. Duffy lo frugò, trovò la lettera e ce la porse. Era una lettera ancora chiusa, proveniente da New-York. L'aprimmo. Un amico scriveva a Cornetta che aveva saputo la sua condanna e che gli dispiaceva di non poterlo andar a salutare per la difficoltà di ottenere il permesso. Nient'altro. Tutto era già pronto, per l'esecuzione e stava per rizzarsi la forca, quando, qualche giorno dopo la nostra visita, il Comitato giudiziario del Senato avvertì che la Legislatura aveva approvato un _bill_, il quale stabiliva che se un condannato, come aveva fatto Cornetta, si appellava al _General Term_, si doveva sospendere l'esecuzione fino a che la Corte del suddetto _General Term_ non avesse esaminato il caso e preso una decisione in proposito. L'esecuzione, quindi, era stata sospesa: ma ben presto si venne a sapere che la legge citata, la quale emendava alcuni articoli del codice criminale dello Stato di New-York, non era valida nel caso di Cornetta, perchè votata ed approvata dopo il processo e la condanna del Cornetta stesso. L'esecuzione, perciò, non poteva essere rimandata. Ma, viceversa, fu accordata una dilazione, essendo sorta una questione sull'effetto retroattivo della nuova legge. E intanto, con queste alternative di vita e di morte, il condannato si trovava in uno stato orribile e diventava completamente pazzo. Infatti, quando il 5 aprile veniva condotto davanti al giudice della Corte _Oyer and Terminer_ di White Plains per sentirsi confermare la sentenza, portava in mano un piccolo crocifisso che teneva rivolto verso il giudice, e richiesto se aveva qualche cosa da opporre, pronunziava in italiano, fra pianti e sospiri, un discorso sconclusionato che non aveva nulla da fare col processo. Solo quando il giudice gli disse che doveva essere giustiziato il giorno 11 maggio successivo: --_Me not die!_--esclamò il prigioniero col suo orribile inglese.--Io non morirò! E mostrò al giudice il crocifisso. Si dovette usare la forza per farlo uscire: tirava calci, mordeva sceriffo e _policemen_ con ferocia bestiale, facendo fuggire tutti gli astanti impauriti. Legato e rinchiuso nella cella, ora dava in terribili smanie, imprecando contro lo sceriffo e rifiutando di cibarsi; ora stava sdraiato, immobile sul letto, e ricusava i conforti religiosi mentre continuava a tener sempre con sè il crocifisso. Nelle ultime settimane s'era messo in testa che l'11 maggio, giorno fissato per l'esecuzione, egli doveva essere messo in libertà. Appariva così evidente che con tutte quelle lungaggini lo sciagurato era impazzito, che alcune caritatevoli persone pregarono lo sceriffo Horton di affidare ad una commissione medica l'esame delle condizioni mentali del condannato. Lo sceriffo acconsentì, ma incaricò della perizia i due medici del paese, i quali visitarono Cornetta quella sera stessa e lo dichiararono sano! Intanto ai preti, che lo invitavano a pensare a Dio, Cornetta rispondeva: --Non sono cattolico, io: sono democratico. Alla vigilia dell'esecuzione io tornavo a White Plains insieme coi _reporters_ dell'_Herald_, del _Sun_, del _Times_ e del _World_. Nel cortile della _County Jail_, fra il carcere e la _Court House_, vicino a un ponticello che unisce i due edifizi e che si chiama dei sospiri, sorgeva la forca senza palco: le solite tre travi, due verticali e una di traverso; una forca alta sedici piedi e larga dodici, con un contrappeso di ferro pesante 275 libbre. Varie persone entravano ed uscivano liberamente dal cortile ed esaminavano con curiosità il patibolo. Lo sceriffo ci permise di vedere il Cornetta, ma non volle che alcuno gli parlasse. Appena lo salutammo, il condannato, pallido, cogli occhi stravolti, si affacciò alle sbarre della porta e ci guardò fissi: non mi riconobbe. --Come va, Angelo?--gli dissi in italiano. Egli salutò col capo, fu agitato da un tremito nervoso e strinse convulsivamente i ferri della porta. Davanti alla cella stavano seduti due uomini, le guardie della morte. Il padre Giulio, un prete cattolico, ci raccontava che quel giorno aveva parlato due ore con Cornetta, ma non era riuscito a convincerlo che all'indomani doveva morire. Il condannato s'era fitto in mente che invece del 10 quel giorno era l'11 maggio e affermava che doveva essere messo in libertà. E quando il prete lo esortava a pensare all'anima, rispondeva:--Mi confesserei, padre, se dovessi essere giustiziato, ma io invece devo essere posto in libertà. --Insomma--ci diceva il padre Giulio--non ha la coscienza dell'orribile posizione in cui si trova e temo che domani mattina la scena dell'impiccagione debba riuscire raccapricciante. --Ella è persuaso, padre, che il disgraziato sia veramente impazzito? --Sì, e credo che lo stesso sceriffo ne sia convinto, ma ha dovuto rimettersi al giudizio superficiale dei due medici che non parlano l'italiano e che non capivano perciò quello che Cornetta diceva. Ritornammo al carcere verso mezzanotte. Ci dissero che il condannato aveva passata la serata abbastanza tranquillamente e che dormiva, sicuro di essere liberato all'indomani. Il villaggio era tranquillo e la notte stupenda. * * * La mattina dell'11 maggio, siccome si era annunziato che l'esecuzione avrebbe avuto luogo di buon'ora, entrammo pochi minuti dopo le sei nel cortile del carcere, dove s'erano già radunate quasi cento persone, le quali facevano circolo intorno, alla forca. Il boia, certo Stephen Marshall, un ometto grasso, prese una scala, l'appoggiò al patibolo, salì, si mise a cavallo della trave orizzontale e infilò nel buco la corda; una corda nuova, provvista di un anello di ferro da una parte e assicurata dall'altra al contrappeso. Poi discese e ne provò la solidità attaccandovisi, dondolandosi e sorridendo con compiacenza. Il cielo era nuvoloso; minacciava di piovere. Continuava a entrar gente, e alle sette c'erano nel cortile quasi quattrocento persone, mentre la sera innanzi lo sceriffo aveva detto che trattandosi di un pazzo come il Cornetta, non avrebbe accordato più di cinquanta permessi. Quella gente fumava, rideva e chiacchierava ad alta voce, tanto che pareva di essere a un mercato, o in attesa di uno spettacolo di Barnum. Uno dei presenti era già completamente ubbriaco di _whiskey_, traballava e salutava lo sceriffo dicendogli: _Helloo, Bill_! E lo sceriffo gli stringeva cordialmente la mano. Mentre il cortile riempivasi di questo pubblico da circo equestre, il Cornetta si alzava. Nella sua cella, invece degli abiti ordinari, trovò una camicia di bucato con cravatta di seta nera e un abito nero completo. Quando le guardie gli dissero che doveva indossare quei panni nuovi, la sua faccia si rischiarò. --Ah! ve lo dicevo io--esclamò--che oggi dovevo essere condotto alla _Court House_ e messo in libertà. Vedete, è il giudice che mi manda questo magnifico vestito. Che bravo giudice: lo voglio baciare. E si vestì adagio, con cura, assaporando tutto il piacere di mettersi dopo tanto tempo degli abiti nuovi. Appena giunsero il padre Giulio e più tardi il padre Edgerton, egli li salutò e ripetè loro le stesse parole. Inutilmente il prete cattolico e il ministro protestante, ciascheduno alla sua volta, tentarono di richiamare in sè l'infelice e di fargli riflettere che quella era l'ultima sua ora; egli sorrideva loro sul viso con aria di compassione e non mostrava altro che l'impazienza di essere accompagnato davanti al giudice. La sentenza di morte gli era stata letta alla vigilia, in italiano e in inglese, senza che egli la comprendesse, cosicchè quella mattina lo sceriffo e le guardie non avevano altro da annunziare al condannato che l'ora dell'esecuzione; e lo fecero; ma il Cornetta protestò che mentivano e dichiarò che li avrebbe fatti arrestare! Allora lo lasciarono nella sua illusione e, visto che era quieto, gli permisero di uscire dalla cella e di aspettare nel corridoio il momento fatale. Frattanto entrarono nel cortile il capitano Mangin con cinque _policemen_ che si disposero intorno alla forca, facendo fare un po' di largo: altri nove _policemen_ erano di guardia all'esterno della prigione. Il boia salutava alcuni amici vicino alla forca. Da una tasca gli usciva un pezzo del laccio destinato al Cornetta. Pochi minuti prima delle sette e mezzo giunsero gli undici deputati sceriffi della Contea e furono introdotti nel carcere. Allora il capo sceriffo s'affacciò al cancello di ferro che dava sul cortile e chiamò il boia e il suo assistente. Erano le sette e mezzo precise. Il boia, il suo aiutante, il carceriere e altri due robusti sottocarcerieri si avvicinarono a Cornetta nel corridoio interno della prigione e gli dissero di star fermo, perchè gli dovevano legar le braccia. Appena Cornetta vide le corde, diventò giallo in viso, stralunò gli occhi, strinse i pugni, diede un urlo e minacciò chiunque gli si accostava. I cinque uomini gli si gettarono simultaneamente addosso: due gli afferrarono le braccia, due le gambe, e il quinto, il boia, s'accingeva a legargli i gomiti insieme dietro la schiena; ma il condannato gridava, si torceva come un serpente e tentava di mordere come un cane idrofobo. Altri cinque uomini dovettero intervenire e Cornetta fu legato da dieci persone. Egli diceva con voce altissima e lamentevole: --Ma che fate? Che fate? Sono democratico, io! Nessuno può condurmi alla morte. Ah! lasciatemi... Appena fu domo e legato, il boia trasse di tasca il laccio e glielo accomodò intorno al collo, aggiustando il nodo scorsoio sotto un orecchio: poi gli mise in capo il cappuccio nero, lasciandogli però scoperto il viso. Cornetta, livido, esausto, guardò, sentì, singhiozzò e gemette: nelle confuse parole che gli uscivano dalla gola c'era insieme come il pianto di un bambino, l'angoscia di uno che trema e ha paura, la rabbia di chi vorrebbe resistere ed è impotente. Appena gli fu messo il laccio al collo vi fu un istante in cui stette immobile fissando il boia e gli astanti. Che cosa passò per la mente dell'infelice in quel momento? Forse ebbe un lucido intervallo, durante il quale si vide irremissibilmente perduto. Ma fu un lampo e tornò subito a piangere e a dibattersi furiosissimamente. Tutto ciò avvenne in meno di quattro minuti. Alle sette e trentaquattro minuti precisi si riaprì la porta del carcere e in mezzo al più profondo silenzio dei presenti Cornetta apparve fra le braccia di quattro uomini che lo trascinavano a stento. La forca distava dalla porta del carcere quattro passi soli. Il condannato vi fu portato sotto di peso, senza che i suoi piedi toccassero terra, mentre si dibatteva e urlava: --No, no, che fate? Che fate? Ah! Ah! Giunti i quattro uomini sotto la corda, in meno che non lo si dice il boia calò il cappuccio sul viso del condannato, attaccò il laccio all'anello, battè il piede destro per terra, e a quel segno, tagliata dall'assistente la corda che sosteneva il peso, tac: la massa di ferro cadde sopra un materasso e Cornetta venne tirato su, a sei piedi da terra. Uno degli astanti più vicini alla forca stramazzò svenuto. Il corpo nero del condannato pendette, rivolto verso l'occidente, il collo si allungò e le mani si raggrinzarono. Si fermò immobile qualche secondo e poi fu tutto agitato da una terribile contrazione; le gambe si allungarono e tremarono parecchie volte: poi tutto finì. Il collo di Cornetta diventò prima paonazzo, quindi livido e finalmente nero: le mani bianche. I medici gli sbottonarono il gilè, accostarono l'orecchio al petto, ma non dissero dopo quanti secondi precisi Cornetta era spirato: il cadavere fu staccato dalla corda e deposto nella cassa dopo quattordici minuti. La giustizia americana era soddisfatta: aveva strozzato un pazzo furioso. II. La danza dei milioni. Quella orribile esecuzione era stata uno dei primi spettacoli a cui avevo dovuto assistere nella mia qualità di giornalista negli Stati Uniti: mi fece, naturalmente, una tristissima impressione. --Ma si può impiccare un pazzo?--dicevo alla sera in una famiglia italiana stabilita da ventiquattro o venticinque anni a New-York.--Che modo è questo di amministrare la giustizia? Si fissa la data dell'esecuzione, poi si accorda una dilazione, si perdono settimane su settimane e il condannato impazzisce. E dopo aver descritto la scena, domandavo: --Quando si è visto che un condannato ha perduto la ragione, deve essere permesso in un paese civile di impiccarlo? --E che cosa avreste voluto che si facesse?--m'interruppe uno degli interlocutori, un giovane mio amico di ventidue anni, figlio di genitori italiani, ma nato negli Stati Uniti.--Metterlo in un manicomio, curarlo perchè guarisse e, appena il disgraziato avesse riacquistato l'uso della ragione, condurlo sulla forca in tutta la pienezza dei suoi sentimenti? Dal momento che qui si mantiene la pena di morte, che in Italia dite di aver abolito, ma che conservate ancora nell'esercito, e posto che Cornetta era stato condannato a morte, fra il giustiziarlo col cervello sconvolto e il giustiziarlo con le idee ben chiare e ordinate, mi pare anzi più umano l'averlo soppresso quando non capiva nulla. --Infatti Cornetta aveva la fissazione che oggi doveva essere liberato. Ma dovreste considerare che pazzo significa malato moralmente. Se un condannato, supponiamo, alla vigilia dell'esecuzione, fosse malato fisicamente, avesse il tifo o qualche cosa di simile che gli impedisse di alzarsi dal letto, lo si impiccherebbe? Io non capisco come voi americani o americanizzati trattiate i pazzi come i malvagi sani. Se vi fu mai un assassino col cervello guasto era certo l'uccisore del presidente Garfield, Guiteau, affetto da mania religiosa, che si credeva inviato da Dio e che in prigione sorrideva dolcemente contemplando nel soffitto il seggio di gloria e l'aureola luminosa che l'attendevano nella Nuova Gerusalemme. Ora neppure per Guiteau si volle riconoscere che un manicomio era più opportuno della forca. --Ah! sì, il manicomio! Se non si sbrigavano a impiccarlo, sarebbe stato linciato! --Eh! già: ricordo che vi fu perfino uno, il sergente Mason, che gli tirò una revolverata mentre lo conducevano dal carcere al tribunale. E appena fu fissato il giorno dell'esecuzione, quanti cittadini si offrirono di sostituire il boia! Fu spedita a Washington una vera collezione di corde per il collo di Guiteau; le signore americane mandarono una cappa nera, filettata di rosso con le loro mani, per incappucciare il condannato! E il dì dell'impiccagione fu giorno di gioia in tutta l'Unione. Alla mattina, di buon'ora, in diverse città, Guiteau veniva anticipatamente impiccato in effigie da una folla entusiasta. Ve ne ricordate? I birrai distribuivano gratis _lager-beer_ ed _ale_ per celebrare l'esecuzione dell'assassino presidenziale che saliva il patibolo gridando con voce ferma e inspirata: _Gloria, gloria, alleluia!_ --Ebbene?--fece il giovane italo-americano--e non è meglio sbarazzarsi di simili pazzi più presto che si può? I buoni _yankees_ credono che non valga la pena di mantenerli in un carcere o in un manicomio: sarebbero denari spesi molto male. --Oh! volete finirla con questi lugubri discorsi?--saltò su a dire in inglese, perchè l'italiano lo parlava con imbarazzo, la signorina Mary, sorella del mio amico, nata essa pure a New-York, una giovane diciottenne molto colta e intelligente, che studiava nel _Normal College_.--Se parlaste un po' invece del gran ballo in costume che darà domani W. K. Vanderbilt, uno dei più famosi milionari newyorkesi, nella sua residenza di Fifth Avenue, lo splendido palazzo la cui sola costruzione costò cinque milioni di dollari? --Io ho potuto procurarmi un biglietto--disse il fratello.--Venite anche voi--continuò rivolgendosi a me--coll'invito che avrà ricevuto il vostro giornale: così dopo domani sera avremo cose più allegre da raccontare a mia sorella e ai miei genitori. --Da parecchi giorni--seguitò la signorina Mary--non si parla d'altro. Si dice che sarà una festa di cui non si è veduta mai l'uguale nella metropoli; che il ballo storico dato a New-York qualche anno fa da Augusto Belmont non reggerà al confronto con questo di Vanderbilt, il quale servirà a dimostrare l'enorme progresso della società nordamericana in fatto di buon gusto e di eleganza. Si citano le grosse somme prodigate in fiori e si assicura che i milleduecentocinquanta invitati vedranno splendori degni del conte di Montecristo e delle _Mille e una notte_. La signorina Mary m'aveva messo addosso una grande curiosità e la sera appresso non mancai di recarmi alla gran festa con suo fratello. Alle dieci e mezzo centinaia e centinaia di carrozze cominciavano ad arrivare davanti alla reggia di Vanderbilt e ne uscivano dame e cavalieri vestiti di ricchissimi costumi di tutte le epoche, dai colori smaglianti, carichi di gioielli, di collane, d'anelli preziosissimi. Man mano che giungevano, le coppie salivano il principesco scalone sovra il quale le statue e i busti di pietra di Caen guardavano in basso con quella stupida tranquillità che Mark Twain attribuiva alle mummie egiziane; imboccavano i vasti corridoi illuminati da migliaia di candele di cera ed entravano negli sfarzosi saloni. Per la maggior parte degli invitati l'ingresso nel palazzo Vanderbilt tutto decorato internamente in istile gotico medioevale e _rénaissance_ costituiva un vero avvenimento: a New-York sono ben rari gli interni artisticamente lavorati. Era la prima volta che uno sfoggio reale di ricchezza architettonica veniva gettato in faccia all'_high-life_ della città. Un artista avrebbe condannato la soverchia ornamentazione delle sale e notato che se tutte indistintamente le pareti non fossero state dipinte a quadri, l'insieme ci avrebbe guadagnato. Ma gli intervenuti non erano tipi da preoccuparsi di ciò: per essi anzi la confusione degli stili e l'eccesso degli ornamenti davano maggior pregio al palazzo; si accorgevano di questo solo, che la ricchezza era buttata là a piene mani e ne rimanevano sbalorditi. E passando dall'esame delle sale a quello di loro stessi, gli invitati, anzichè ai costumi, badavano prima di tutto ai milioni di dollari che erano rappresentati al ballo, --Vogliamo provare a fare il conto?--diceva uno in un gruppo.--Cominciamo dal padrone di casa. W. K. Vanderbilt, venticinque milioni di dollari; suo fratello più giovane, due; gli Astor, duecento; Russel Sage, sessantacinque; Josè Navarro, dieci; Cyrus Field, quindici; George Pulmann, venti; i Lorillard, quaranta; i Belmont, quindici; D. O. Mills, dieci; la signora Stevens, otto; gli Iselin, la famiglia Fish, Sidney Dillon e Henry Clews, dieci milioni di dollari per ciascheduno; i Goelet, venticinque... --Senza contare--aggiunse uno--i patrimoni da cinque milioni di dollari, come quelli di Horace Porter, di Galloway, di J. B. Houston, di Livingstone, dei Schermerhorn, e trascurando tutti quei _gentlemen_ che valgono quattro, tre, due, un milione di dollari. --E pensare--osservò il mio amico--che quasi tutta questa gente lavora e commercia sempre, e che nei loro negozi di Broadway domani possiamo comperare due metri di tappeto o un'oncia di tabacco! Vedete là quella signora alta, magra, col naso rosso? È una milionaria anch'essa, che va in persona a esigere i fitti delle sue case e bestemmia peggio di un facchino del porto. Quella aristocrazia nord-americana non era che una congrega di giuocatori di borsa, di speculatori, di mercanti arricchiti; ebbene, cosa curiosa, la maggioranza dei costumi indossati rappresentava la nobiltà storica europea: erano tutti re e regine, imperatori e imperatrici, principi, duchi, conti e marchesi; Enrichi VIII e conti di Guisa; Franceschi I e Marie Antoniette; cardinali Mazzarino e regine Elisabette; Marie di Borgogna e Marie Stuarde; Luigi XV e Kings Lear; Don Carlos e Luigi XII; Enrichi IV e Carli IX: pochissimi i vecchi Knickerbockers, cioè i veri nobili americani, le famiglie blasonate d'Europa emigrate sulla costa dell'Atlantico quando gli attuali Stati Uniti erano colonie inglesi. In mezzo a quella strana ricerca della nobiltà del vecchio mondo una circostanza mi colpì: Arthur, allora presidente della repubblica, passò quasi inosservato nella festa; ottennero un maggior successo di curiosità certe rose fresche, che costavano dieci lire l'una. W. H. Vanderbilt, padre del padrone di casa, arrivò tardi, ed evitando la folla salì inosservato al secondo piano del palazzo. Me lo additò il mio amico, facendomi notare come le spalle del vecchio milionario apparissero più curve del solito e come i di lui occhi sembrassero inquieti. --Chissà--mi diceva il fratello di Mary--che egli non tema di vedere la figura arcigna di suo padre, il rozzo barcaiuolo di Staten-Island, guardare con sarcasmo queste pompe; o chissà che non pensi al fratello suicida, o non deplori l'acquisto forzato della _Nickel Plate Railroad_, che in un giorno solo creò sei milionari. Forse si augura semplicemente che la sua puledra prediletta, _Maud S._, la cavalla più veloce che si conosca, vinca anche alle corse di domani. Comunque sia, quest'uomo che _vale_ (come si dice) duecentotrenta milioni di dollari d'oro, cioè millecentocinquanta milioni di lire italiane, è di cattivo umore e non mostra di divertirsi. * * * Meno di cinquant'anni fa non si aveva idea a New-York di tante ricchezze. Da una curiosa statistica, pubblicata nel 1846 negli uffici del _Sun_, si rileva che allora il più ricco americano del Nord era John Jacob Astor, che possedeva per circa venticinque milioni di beni stabili a New-York. Venivano quindi i patrimoni di Van Rensealeur, valutato dieci milioni, e di William B. Astor, cinque. La lista dei cittadini e dei patrimoni valutati ciascuno mezzo milione o meno d'un milione conteneva appena quarantacinque nomi. Allora non si parlava nè di Bennett, nè di Cyrus Field, nè di Jay Gould, nè di Russel Sage. Dopo il 1846, la maggior parte di coloro che trovavansi nella lista, sono diventati molto più ricchi, essi o i loro discendenti; ma nel frattempo si formarono altre fortune enormi, la cui origine è meravigliosa quanto la nascita di Minerva dal cervello di Giove. I soli patrimoni riuniti di Jay Gould e di Vanderbilt costituiscono più del doppio delle ricchezze, di tutti i milionari e mezzo milionari della metropoli di cinquant'anni fa. --Come mai--domandavo quella notte al mio amico uscendo dal ballo--hanno potuto questi individui accumulare tanto rapidamente ricchezze così enormi? Non era difficile la risposta: con le speculazioni più arrischiate, con la frode e con le corruzioni. La vita di tutti i re della Borsa e dei magnati ferroviari americani, non è che una storia di imbrogli. È impossibile mettere insieme dal nulla, con mezzi onesti e in pochissimi anni, simili sostanze. Il più meschino dei predetti magnati delle ferrovie è molto più ricco dell'opulento ed arrogante Marco Crasso, la cui fortuna veniva considerata la più colossale della Repubblica Romana. I fondatori delle dinastie reali degli Asburgo, degli Hohenzollern e via dicendo erano briganti o soldati di ventura, ma almeno arrischiavano continuamente la vita per la fama e per la fortuna. La nuova aristocrazia americana, invece, ha sostituito la scaltrezza al coraggio, la frode e le arti della corruzione nella politica ai pericoli del campo di battaglia. La maggior parte di questi milionari si sono insomma arricchiti ingannando il pubblico e corrompendo le persone alle quali il popolo aveva affidata la legislazione degli Stati e della Nazione. --Certe operazioni di Borsa--mi diceva il mio amico, pratico di Wall Street--sono così immorali che quando si verificarono ultimamente alcuni grossi fallimenti, avendo la stampa gridato allo scandalo, il governo ordinò una inchiesta sui _corners_ e sui _futures_. --Che cosa significano queste parole? --Sono colpi di mano che gli speculatori più furbi e più pratici fanno a danno dei piccoli capitalisti: sono nuovi imbrogli non preveduti dai codici. Il Comitato incaricato dell'inchiesta credette bene di cominciare le sue investigazioni chiedendo informazioni e schiarimenti ai giuocatori più famosi e fortunati, a Vanderbilt, Gould e Hatch, tre colossi di Wall Street, la trinità che impera sulla Borsa di New-York. Figurarsi se costoro, che s'ingrassano di _corners_ e di _futures_, hanno dato al Comitato risposte tali da provocare una legge contro le loro speculazioni! --Mi pare che sia come se un agente di polizia incaricato di una investigazione sulle gesta di una banda di briganti, si rivolgesse per avere spiegazioni ai capi della banda stessa! --Precisamente. I milionari interrogati risposero scherzando. Essi sapevano che l'inchiesta sarebbe finita in nulla. Gli speculatori, che rovinano spesso tante famiglie, che riducono tanti giuocatori a farsi saltare le cervella, sono gente fuori delle leggi. Basta pensare che le ferrovie degli Stati Uniti sono valutate sei miliardi di dollari e che meno di una ventina di individui amministra a suo talento più della metà di questo immenso capitale. Non c'è da meravigliarsi se questi signori spadroneggiano anche nei tribunali. Le amministrazioni stesse degli Stati si trovano alla loro mercè, poichè nella maggior parte degli Stati i loro impiegati sono abbastanza numerosi per eleggere i pubblici funzionari. Venti dei principali direttori di strade ferrate se si coalizzano possono decidere delle principali elezioni per mezzo degli impiegati di cui regolano i voti. --Vedo, pur troppo, che tutto il mondo è paese. --Sapete come fa spesso il presidente o uno dei principali azionisti di una società di ferrovie o di altre imprese per assicurarsi il voto del Consiglio amministrativo? Col mezzo di uno speciale servizio di polizia segreta, egli si procura un archivio nel quale è documentata la vita di ciascun membro del Consiglio stesso. Siccome quasi tutti questi signori speculatori all'ingrosso hanno qualche magagna sulla coscienza, venuto il giorno in cui si ha bisogno del loro voto, se qualcheduno è contrario, riceve all'improvviso la visita di un misterioso _dectetive_, il quale gli dice: «Domani dovete dare il vostro voto al tale progetto: se non lo farete saranno pubblicate queste interessanti notizie di cui vi rilascio copia.» E gli consegna un manoscritto in cui il ricattato trova esattamente narrati con nomi e date certi fatti che lo riguardano, che egli credeva ignorati da tutti e che divulgati causerebbero scandali e processi. --Sembrano fantasie da romanzo! --Eppure vi assicuro che queste sono cose comuni in Wall Street e che molti milionari sono legati in tal modo come schiavi ai carri di speculatori milionari più astuti di loro. Vedete: quando Jay Gould e altri pezzi grossi come lui si recano alla Borsa, sono sempre pedinati da parecchie guardie in borghese che non li lasciano un minuto senza sorveglianza. Gould e compagni si sono straordinariamente arricchiti usando tali arti e riducendo alla disperazione tante persone, che temono di trovare ad ogni angolo di strada qualcheduna delle loro vittime con un revolver in mano. * * * Eppure la vita di alcuni di questi briganti della Borsa e del monopolio ci presenta un esempio meraviglioso di attività, di ingegno, di audacia e di perseveranza. Ecco qui, per esempio, brevemente, quella di Jay Gould, il colosso delle finanze nord-americane. Egli nacque miserabile, nel 1836, in Roxbury, Stato di New-York, da una famiglia di contadini che possedeva poche vacche, e la sua prima occupazione fu quella di aiutare le sorelle a pascolare e mungere le bestie. A quattordici anni disse a suo padre che non amava la vita dei campi e che voleva partire per procurarsi una buona educazione e cercar fortuna. Il padre lo lasciò libero di fare a modo suo e il ragazzo, andatosene, trovò in una vicina città di provincia un fabbro ferraio il quale acconsentì di dargli vitto ed alloggio, purchè nelle ore in cui era libero dalla scuola gli tenesse i libri di bottega. A quindici anni il futuro milionario diventava commesso in un piccolo negozio in cui doveva fare di tutto: servire gli avventori, badare ai conti, spolverare e scopare il locale. Il suo lavoro cominciava alle sei del mattino e finiva alle dieci di sera. Siccome però aveva una grande passione per la matematica, si alzava alle tre e studiava fino all'ora di aprir bottega. Ben presto ne seppe tanto da ottenere la patente di agrimensore e si mise, per venti scudi al mese, come assistente al servizio di un ingegnere incaricato di rilevare le mappe della Ulster County. Questi lo mandò in campagna a eseguire certe misure e a tracciare dei disegni, dicendogli di prendere a credito lungo la strada ciò che gli abbisognava: egli lo avrebbe seguito a pochi giorni di distanza e si sarebbe incaricato di pagare. Jay Gould partì, ma il terzo giorno essendosi presentato in una osteria, non trovò credito nè per il pranzo nè per l'alloggio: gli fu detto che il suo padrone aveva fallito tre volte ed era pieno di debiti per tutto il paese. Gould, che non aveva un centesimo, continuò la strada molto mortificato: a un certo punto si buttò sull'erba e si mise a piangere dirottamente; ma ben presto si vergognò e decise d'andare avanti. Poco distante trovò una fattoria dove una buona donna gli offrì del pane e del latte: stava per partire ringraziando, quando la contadina gli domandò se sapeva disegnare una meridiana. Il giovane rispose di sì e fece immediatamente quanto gli veniva richiesto. Col dollaro che gli diede la massaia per tale lavoro, pagò il pane e il latte; poi proseguì contento il suo cammino: aveva trovato un'industria lucrosa. Così continuò tutta l'estate a girare per la contea, rilevando le sue mappe e pagando le sue spese col disegnar meridiane sulle case di campagna. Verso la fine del giro, l'ingegnere fallì per la quarta volta e Gould perdette tutto il suo stipendio, sul quale non aveva mai ricevuto un soldo di acconto: ma da tale fallimento cominciò la sua fortuna. Due ricchi ingegneri furono incaricati di continuare il lavoro delle mappe, e, conoscendo la capacità di Gould, gliene affidarono la cura, accordandogli una parte d'interesse nell'operazione. Gould, poi, assunse simili lavori per altre contee, e in breve tempo mise da parte cinque mila dollari. Con questa somma si associò con un conciatore di pelli, e i suoi affari prosperarono in modo che quando sopraggiunse la crisi economica del 1857 egli ebbe credito abbastanza per comperare tutte le azioni della piccola ferrovia _Rutland-Washington_, cadute al dieci per cento, senza sborsare un soldo. Sotto la sua abile amministrazione la ferrovia prese un nuovo sviluppo; egli la estese fino a metterla in comunicazione con la linea _Rensslaer-Saratoga_, ed avendone così aumentato enormemente l'importanza ed il valore, rivendette al 120 per cento le azioni comperate al dieci: e realizzò una somma vistosissima. D'allora in poi Gould non s'occupò d'altro che di comperare, vendere e costruire ferrovie: e la sua fortuna continuò ad accrescersi con rapidità vertiginosa. Avendo danari alla mano in un'epoca di terribile disagio economico, potè fare ciò che volle; tutti i possessori di azioni ferroviarie, stretti dal bisogno, minacciati di bancarotta ad ogni istante, vendevano a rotta di collo, pur di avere il danaro per far fronte ai loro impegni. Così pochissimi poterono attraversare la crisi senza naufragare; molti finirono col farsi saltar le cervella. Fu in tale occasione che Jay Gould comperò al quindici per cento tutte le azioni della _Union-Pacific_, rappresentanti una somma enorme al valore nominale. Quando le rivendette valevano il centoventi ed erano ricercatissime. Un simile aumento, è giusto riconoscerlo, non si doveva solo alla cessazione della crisi, ma anche all'abilità, alla pratica, al colpo d'occhio di Jay Gould in affari ferroviari. Una linea passiva diventava presto produttiva nelle sue mani; le azioni considerate prima quasi prive d'ogni valore, salivano sempre sotto la sua direzione a prezzi superiori a quelli d'emissione, e in tal modo Gould non investì mai i suoi capitali senza almeno triplicarli: qualche volta li decuplicò. Col medesimo successo egli si è dedicato negli ultimi anni anche alla costruzione di linee telegrafiche e alla speculazione sulle azioni delle medesime. Fece da principio costruire la linea _Atlantic and Pacific_ perchè fosse una rivale della _Western Union_; ma vedendo che la concorrenza tornava più rovinosa a lui che alla _Western_, seppe adoperarsi con tanta scaltrezza che la _Western_ acconsentì a consolidarsi, come si dice nel gergo della Borsa, colla _Atlantic and Pacific_, si rialzarono le tariffe, e il pubblico dovette sottomettersi a pagare tutto ciò che gli si chiese. Per dare un'idea della tenacia di questo milionario, basti l'aneddoto seguente. Quando fu operata la fusione delle due grandi compagnie or ora nominate, Gould credeva che un suo intimo amico, il generale Eckert, sarebbe stato nominato direttore dell'unione delle compagnie stesse. Invece non lo fu, e allora Gould volendo ad ogni costo che il suo amico si trovasse alla testa di quella grande amministrazione, si mise a costruire una nuova linea, la _American Union_, e ne affidò la direzione al generale Eckert. Dopo poco tempo, come doveva accadere, l'_American Union_, entrò nel consorzio delle altre due compagnie e il generale Eckert fu nominato direttore delle tre linee consolidate. Io ebbi occasione di conoscere Jay Gould all'epoca di un grande sciopero dei telegrafisti della colossale compagnia _Western Union_, sciopero che durò parecchie settimane con danno gravissimo del commercio, del pubblico, della compagnia e degli scioperanti. I telegrafisti sostenevano giustamente che la fusione delle linee telegrafiche (negli Stati Uniti queste non sono nelle mani dello Stato) e di gran parte delle ferroviarie, levando la concorrenza che prima esisteva fra esse, rendeva pochi individui (direttori delle gigantesche compagnie monopolizzatrici) arbitri assoluti tanto di fissare la paga giornaliera delle molte migliaia d'uomini e di donne che erano al loro servizio, come di imporre ai privati e al commercio quei prezzi che essi volevano pei trasporti e per le comunicazioni. Il pubblico era in favore degli scioperanti e sperava che questi l'avrebbero spuntata, perchè non si credeva possibile che la Compagnia potesse sostituire subito un numero così grande di esperti impiegati. Durante lo sciopero il servizio telegrafico sulle linee della _Western_ era fatto in modo così lento che conveniva meglio servirsi della posta anzichè del telegrafo e sembrava che i reclami e l'indignazione del pubblico avrebbero dovuto forzare i monopolisti a capitolare. Invece accadde il contrario. La Compagnia, enormemente ricca, fece orecchie da mercante ai lamenti della popolazione ed aspettò che gli impiegati ribelli fossero costretti ad arrendersi per fame. Quando i poveretti ebbero esauriti i fondi loro e quelli delle associazioni per sostenere lo sciopero, dovettero curvare la fronte e tornare al lavoro alle stesse condizioni di prima. Questo fatto provocò un'inchiesta. Un comitato di senatori dello Stato fu incaricato di vedere quanto di vero e di fondato vi fosse nei lamenti della classe lavoratrice, e quali fossero i rimedi che, senza offendere le leggi nè i diritti individuali di chicchessia, si potessero adottare per impedire che poche persone o corporazioni giungessero ad accumulare nelle loro mani la maggior parte dei capitali del paese e diventassero in tal modo padroni di imporre la loro volontà, non solo al numeroso personale da essi dipendente, ma anche all'intiera popolazione. Jay Gould, W. H. Vanderbilt, Cyrus Field, Russel Sage e pochi altri rappresentanti il monopolio causa dello sciopero, furono interrogati. Per tutta spiegazione, Jay Gould raccontò al Comitato e ai _reporters_ presenti la sua storia e quella della sua fortuna, come furono brevemente riassunte in questo capitolo. In quanto poi all'ultimo conflitto fra capitale e lavoro, egli emise delle opinioni che non nutriva certamente quando batteva le campagne per disegnar mappe e meridiane. Disse, per esempio, che qualora si elevasse il salario degli operai e degli impiegati, i capitalisti e fabbricanti troverebbero maggior convenienza nel far eseguire i loro lavori altrove: non aggiunse però se egli sarebbe andato a costruire ferrovie o linee telegrafiche in Europa. Concluse il suo interrogatorio con questa bella trovata: le grandi corporazioni finanziare non sono monopolii, perchè non impediscono ad alcuno di formarne altre consimili! In occasione di quello sciopero vi fu una interessante polemica. Qualche giornale espresse l'opinione che non costituendo gli scioperanti che una minima parte del pubblico, non avevano alcun diritto di far danno a tutto il pubblico. Se non piaceva loro di lavorare per la _Western Union_, potevano cambiare. Dal momento che le ferrovie ed i telegrafi devono essere sempre al servizio del pubblico, bisogna che gli impiegati pensino a questa necessità prima di entrare a lavorare per le compagnie ferroviarie o telegrafiche. C'è questa differenza, rispondevano i giornali difensori degli scioperanti, che le Società telegrafiche ricevono dal pubblico grandi e speciali vantaggi, e necessariamente devono avere verso il pubblico speciali obbligazioni: mentre invece gli impiegati, nulla ricevendo dal pubblico, nessuna obbligazione devono avere. Vengono pagati dalle Società, non sono responsabili che verso le Società, non hanno da trattare per il loro lavoro che con le Società. In altre parole, la questione non era fra gli impiegati e il pubblico, ma fra gli impiegati e le compagnie che sono una minima frazione del pubblico. Il pubblico era davanti al fatto che gli impiegati volevano essere pagati discretamente e che le Società volevano pagare troppo poco. A chi la responsabilità? --Non si può ammettere--venne fuori a dire la _New-York Tribune_--che da un momento all'altro un comitato di scioperanti possa alzare audacemente la mano e guastare, se non rompere del tutto, il delicato organismo di una grande impresa nella quale esso non ha alcun interesse personale. --Che non abbiano alcun interesse si fa presto a dirlo--replicarono in coro quasi tutti gli altri giornali, amici e difensori delle classi lavorataci--eppure gli uomini che compongono questo comitato rappresentano qualche cosa; essi rappresentano venti mila operai, come il Consiglio della _Western Union_ rappresenta alcuna migliaia di azionisti; essi rappresentano il loro pane quotidiano e quello dei loro compagni, come gli amministratori rappresentano il loro dividendo e quello dei loro cointeressati. --Voi--disse allora la _New-York Tribune_--siete colpevoli di una vergognosa indifferenza verso gli interessi commerciali del vostro paese. --Gli interessi commerciali di chi?--esclamarono i telegrafisti.--Noi pure siamo dei commercianti e vendiamo il nostro lavoro alle Società telegrafiche. Nei giorni passati trovammo che il nostro lavoro non veniva pagato abbastanza e lo togliemmo dal mercato. E ciò facemmo per favorire i nostri interessi, poichè nel commercio ognuno cerca innanzi tutto il proprio tornaconto. Il pubblico non ci ha accordato nulla e nulla noi dobbiamo al pubblico, come non gli devono nulla i calzolai o i muratori. Tutti i nostri doveri sono verso i nostri padroni e il pubblico non può ritenere che i padroni responsabili di una interruzione di servizio causata da una contestazione a proposito di salari. Dopo lunghe e inutile trattative con la Compagnia, lo sciopero era cominciato una mattina, dietro un segnale telegrafico convenuto, dato da un giovane telegrafista dell'ufficio centrale, nello stesso minuto, i ventimila impiegati avevano abbandonato tutti il loro posto. Ora, durante quella lotta, mentre il servizio rimaneva sospeso, io dovetti notare che lo Stato non si sognò mai di intervenire in qualsiasi modo; si lasciarono tenere tutti i comizi che si vollero e se ne tennero da migliaia di cittadini non telegrafisti anche contro la Compagnia, alla quale fu detto che coi suoi lauti guadagni poteva pagar meglio la sua gente. Molti fili telegrafici vennero tagliati da ignoti amici dei telegrafisti, ma la _Western Union_ non chiese alla polizia l'arresto dei capi scioperanti e non pensò di ritenere i suoi impiegati responsabili dei guasti. III. Gli alimenti nervosi. La signorina Mary mi dava sulla voce ogni volta che io dicevo male degli Stati Uniti e mi rimproverava di fermarmi a considerare solamente i difetti del paese. Dopo il ballo di Vanderbilt facemmo una grande discussione. Ma prima di continuare il racconto bisogna ch'io presenti ai lettori la signorina Mary. Vi sono degli stranieri che, visitando gli Stati Uniti e osservando la grande libertà che godono e in cui sono allevate le fanciulle, notando la differenza dei culti e delle idee nelle signore, rilevando la vita che conducono molte, le quali non pensano che a divertirsi con le amiche e a visitare i magazzini di mode, s'affrettano a scrivere ai loro amici: --Le signore nord-americane sono belle, spiritose, disinvolte, ma noi altri del vecchio continente non le piglieremmo per ispose.-- Giudizi superficiali. Negli Stati Uniti non si può parlare di una donna americana tipo, come si potrebbe fare in Europa della russa o dell'inglese, perchè nell'Unione, e specialmente nelle grandi città della costa atlantica, si trova nelle donne una varietà di tipi e di caratteri straordinaria. Vi sono le donne nate nell'America del Nord da americani ricchi o poveri, vi sono quelle nate da genitori europei, vi sono quelle sbarcate negli Stati Uniti da bambine; e ciascuna di esse, secondo la razza, la nazionalità e la famiglia da cui è uscita, e secondo l'educazione avuta, presenta una fisionomia speciale, un tipo che più o meno si scosta da quello delle altre. In generale è vero che le ragazze non crescono negli Stati Uniti come nel vecchio continente, sempre attaccate alle gonnelle della mamma; sono più franche, più ardite, più coraggiose; escono sole di casa e vanno pei fatti loro senza bisogno di farsi accompagnare; e nondimeno riescono spose e madri che non hanno nulla da invidiare alle nostre, anzi curano di più l'educazione pratica, la pulizia e l'igiene dei figli, e sono più amanti del _comfort_ della casa. La signorina Mary, nata a New-York da genitori italiani emigrati poco dopo il matrimonio (suo padre era un distinto architetto), aveva diciassette anni. Di statura ordinaria, possedeva bellissime forme, aveva i capelli e gli occhi grandi e neri e la carnagione un po' pallida, come quella di quasi tutte le donne nate a New-York: era intelligentissima e studiosa, e frequentava i corsi dell'ultimo anno del principale collegio normale della città come studente libera. I genitori, cresciuti nella religione cattolica, lasciavano ai figli la scelta delle loro credenze. Mary era libera pensatrice, e, senza alcuna affettazione, senza sparlar mai della fede altrui, alla domenica assisteva alle conferenze che sul libero pensiero facevano a New-York gente di gran talento, come il prof. Adler. Sebbene la sua famiglia fosse di agiata condizione, attendeva molto volentieri al disbrigo delle faccende domestiche. Sapeva cucire e ricamare magnificamente, ma era anche buona cuoca. Solo ogni tanto l'assalivano delle velleità da bambina. Quando fioccava la neve, indossava improvvisamente il _waterproof_ e correva in istrada a farsi tirare in una piccola slitta dal fratello minore e a baloccarsi insieme con alcune amiche. Non assumeva mai quelle arie sentimentali che hanno spesso le fanciulle d'Europa appena arrivate alla pubertà; era anzi allegra, vivacissima, e si abbandonava sovente a risate rumorose che mettevano in mostra i suoi bellissimi denti. Si recava alle lezioni del collegio sola, come tutte le compagne, coi suoi bravi libri sotto il braccio, viaggiando nell'_Elevated Railroad_, la strada ferrata che attraversa la città. Vestiva con buon gusto senza civetteria ed amava i fiori, ma preferiva i confetti. Quando io la conobbi non sapeva forse ancora esattamente ciò che fosse l'amore. Probabilmente ne sentiva già il bisogno senza volerlo e fra un capitolo della breve storia degli Stati Uniti e un problema aritmetico, intravvedeva qualche paio d'occhi neri e di baffetti nascenti. Forse non ci aveva ancora pensato e il giorno in cui avesse trovato la cosidetta incarnazione dell'ideale sotto le forme di un bel giovinotto, avrebbe perduto gli ultimi giocondi vestigi della fanciullezza e il suo carattere avrebbe subito qualche modificazione, come avviene in tutte le giovinette quando il loro cuore s'apre per la prima volta all'ignoto dio. Intanto rideva e studiava, e i suoi giorni trascorrevano lieti e sereni. --Ebbene?--mi disse quando ci rivedemmo dopo il ballo di Vanderbilt. --Ohimè!--feci io--dove sono andati i tempi semplici e patriarcali di Washington e di Franklin? --La costituzione della nostra repubblica dice però ancora oggi che nessun titolo di nobiltà sarà concesso dagli Stati Uniti. --Sì, voi non avete principi, duchi, marchesi, conti o baroni. Molte giovani ricche acquistano un titolo col mezzo del matrimonio; ma, all'infuori di quelle che si vendono a un nobile spiantato straniero per sentirsi dire contesse o marchese e farsi ricamare una corona sul fazzoletto, non potete vantarvi di avere neppure un meschino cavalierato come quello che viene conferito in Inghilterra a mercanti di candele arricchiti o a sarti in voga, le cui mogli hanno l'ambizione di essere chiamate _my lady_. --E dunque? --Con tutto ciò avete anche voi la vostra aristocrazia. La ricchezza guadagnata, non importa come, prende il posto del merito o del sangue turchino. Come nessuno domanda da noi se gli antenati di un conte abbiano rubato del bestiame, così qui nessuno chiede se il padre d'una milionaria abbia rubato delle ferrovie. Ho veduto da Vanderbilt che quando un americano conta le sue ricchezze a centinaia di milioni, prende il suo posto alla testa della società, precisamente come il duca di Norfolk ha la precedenza, nella sua qualità di primo duca e conte, alla Corte d'Inghilterra. Ho veduto a quel ballo che, per appartenere all'aristocrazia americana, una signora può avere le mani rosse, la pelle ruvida, la voce rauca, i modi più volgari, ma deve essere molto ricca e vestire sfarzosamente. Allora può entrare nella migliore società e ricevere gli omaggi del mondo americano. --Queste sono eccezioni--fece la signorina Mary. --Sì, ma quando in un paese la coltura e la virtù non contano nulla e tutto è l'oro, visto che col danaro solo si ottiene quello che si vuole, si fanno pazzie per cercare di arricchirsi rapidamente. L'altro giorno un medico mi diceva che è incredibile la quantità di morfina che si usa a New-York per lavorare con attività febbrile. --Questo è vero, pur troppo. --Il caffè, il the, il tabacco, mi raccontava, e tutti gli altri alimenti nervosi, narcotici ed eccitanti di cui si contentavano finora gli uomini, non hanno più alcun effetto sopra i nervi malati di moltissimi nostri giovani. Essi ricorrono all'oppio e alla morfina. Cominciano coll'iniettarsi piccole dosi di quest'ultima quando hanno l'emicrania, l'insonnia o il mal di denti, e poi finiscono per prenderne tutti i giorni, aumentandone la quantità, vivendo in uno stato di benessere fattizio, sparito il quale si sentono spossati, malinconici, tristissimi. Quel medico mio amico conosce parecchi di questi infelici i quali hanno la pelle delle braccia tutta bucherellata dall'ago con cui si fanno le iniezioni. Un giorno gliene capitò uno in ufficio, pallido, cogli occhi semispenti. Lo pregò di dargli della morfina, ne prese una fortissima dose sottocutanea e gli confessò: «Non avevo più denaro per comprarne, e non posso più vivere senza questo narcotico.» --È proprio così--appoggiò Giorgio, il fratello di Mary.--Abusano degli alimenti nervosi coloro specialmente che lavorano col cervello: vi sono giornalisti e pubblicisti che ricorrono all'oppio per trovare l'energia e la forza d'ingegno che non hanno; scrivono con maggior facilità sotto l'influenza della droga asiatica, ma finiscono poi col logorarsi le cellule e diventano ben presto incapaci di fare quello che facevano prima di ricorrere all'oppio. --Guai--disse il signor Antonio, l'architetto padre di Mary e di Giorgio--se l'emigrazione non versasse sulla costa atlantica dei veri torrenti di sangue fresco e sano! --Gli americani--continuò Giorgio--sono il popolo più nervoso che esista. I costumi, le faccende politiche, finanziarie, sociali ed intellettuali contribuiscono a mantenerli in uno stato di eccitabilità permanente. Noi (essendo nato qui posso parlare in plurale) abbiamo la sensibilità dei francesi senza la loro elasticità, la serietà del temperamento inglese senza la sua flemma; come razza siamo trascuratissimi per tutto ciò che riguarda le abitudini sistematiche della vita. La maggior parte dei decessi succede relativamente fra i giovani, e la causa deve ricercarsi nell'esaurimento del sistema nervoso. Quando abbiamo spinto a forza i nostri nervi nello stato cronico di un'incessante e dolorosa irritabilità, allora cominciamo «a medicarci». E ricorriamo sempre a casaccio a certi narcotici (io pure mi lasciai tentare dalla morfina e mi ci volle una gran fatica a smettere per quanto il vizio non fosse in me radicato), a certi eccitanti della cui natura poco o nulla sappiamo. Se non ci sembra di soffrire sotto i loro effetti, ne soffrirà la prossima generazione. --Avete notato--riprese il signor Antonio--il tipo uniforme che vanno prendendo i giovani americani della classe media? Sono per lo più magri, dal collo sottile, dalle mani e dai piedi lunghi... --Chicago feet!--interruppe Mary ridendo, alludendo all'opinione corrente a New-York che gli americani dai piedi più lunghi siano quelli di Chicago. --Pare--continuò il signor Antonio--che dalla mescolanza delle razze emigrate nell'America del Nord stia per uscire una razza nuova. È stato notato che dopo la seconda generazione il yankee mostra segni del tipo indiano; più tardi la pelle diventa secca, il colore vermiglio delle guancie sparisce e dà luogo, negli uomini, ad una tinta terrosa, e nelle donne ad una livida pallidezza. La testa diventa più piccola, rotonda e persino acuminata; si osserva un grande sviluppo degli zigomi; le fosse temporali si fanno più profonde, più massiccie le mascelle, e gli occhi giacciono in occhiaie incavate e molto vicine: le ossa lunghe si allungano, specialmente nelle membra superiori... --Tant'è vero--interruppe nuovamente Mary che in nessun altro paese, --neppure in Inghilterra, che è tutto dire, si fabbricano guanti dalle --dita lunghe come negli Stati Uniti. --Il clima--seguitò il signor Antonio--deve forse entrare per qualche cosa nella formazione di questo nuovo tipo e nella fretta nervosa degli americani del Nord. Ne possiamo far fede noi europei, che diventiamo qui più attivi e irritabili, che cambiamo professione con tanta facilità e che acquistiamo il mutabile istinto girovago, la febbre degli affari e delle cose nuove. Eppure, a parte il clima, gli alimenti nervosi e la vita che conducono, io sono persuaso che una causa della magrezza dei giovani nord-americani sia il loro genere di alimentazione. Da noi (il signor Antonio era oriundo milanese e conservava il culto del patrio risotto) si fanno dei pasti regolari, abbondanti, si mangiano delle buone minestre fatte col brodo, dei pollastri e della carne, e si beve del buon vino; qui si fanno delle refezioni che sembrano apparecchiate per bambini: fettoline di pane spalmate di burro, piattini dolci, piattini di riso con lo zucchero, piattini di verdura, acqua ghiacciata e the o caffè alla mattina, a mezzogiorno, alla sera e prima di andare a letto. Non hanno di buono che il _roast-beef_. Se dite ad un popolano di scegliere fra un _beefsteak_ da venticinque soldi e un pezzo di pasticcio dolce da dieci soldi, vi lascerà il _beefsteak_ e si rassegnerà ai _fish balls_ (polpette di pesce) per godersi l'_home made pie_ (pasticcio di mele cotte o d'altre frutta conservate). --Nella mia qualità di newyorkese--osservò Giorgio--io devo farvi notare che per la razza, non può prendersi come modello la città di New-York, la quale sopporta la maggior parte dei danni e gode la minima parte dei vantaggi dell'emigrazione europea. Gli emigranti che hanno qualche soldo, passano e vanno nell'interno: qui, nel porto, restano i miserabili e i viziosi. Il 25 per cento rimane e il resto procede oltre. New-York è stata giustamente paragonata ad un filtro, attraverso il quale si purifica il fiume dell'emigrazione nel suo corso verso l'ovest. --Avete mai veduto New-York--mi domandò la signorina Mary--in tutta la sua lunghezza percorrendola coll'_elevated railroad_ dal Battery Park fino ad Harlem? È una gita molto interessante: vi sono da vedere delle cose curiose, ignorate dagli stranieri. La faremo insieme dopodomani, che è domenica? --Con vivissimo piacere--risposi, desideroso com'ero di studiare la grande città. * * * Dopo la China, l'America del Nord è oggi il paese dove si fuma la maggior quantità di oppio. Secondo le statistiche della dogana di San Francisco, dopo il 1879 gli Stati Uniti hanno cominciato ad importare ogni anno dalle 140 alle 150 mila libbre d'oppio preparato, per le quali l'amministrazione delle gabelle incassa da 880 a 900 mila scudi di tassa. Fino a pochi anni addietro l'oppio si fumava liberamente negli Stati dell'Unione, ma, dopo essersi accorte dei danni che produceva, le autorità fecero chiudere tutte le sale chinesi dove si fumava la droga perniciosa. Tuttavia si continua a fumare egualmente in segreto e il vizio va diffondendosi. A San Francisco, a New-York e nelle altre principali città della repubblica, malgrado il divieto della polizia, esistono sale clandestine pei fumatori eleganti e luoghi sotterranei per la gente poco denarosa, dove per un dollaro o due nei posti migliori, e per cinquanta soldi nei più bassi, si può abbandonarsi allo snervante letargo. Il peggio si è che i chinesi si servono spesso dell'oppio per condurre nelle loro spelonche molte ingenue ragazze, le quali finiscono poi col non tornare più ai loro genitori, per darsi completamente alla mala vita. Un giorno si trovò in Pell Street, a New-York, una cantina dove le fanciulle dai dieci ai venti anni venivano indotte a entrare da qualche donna loro conoscente già corrotta; là, dopo alcune pipe d'oppio, perduta la ragione, le disgraziate si abbandonavano al primo capitato. Una volta gustato l'oppio, dopo aver superato le prime nausee, le infelici non hanno più la forza di astenersene, e, anche condotte a casa dai loro parenti, fuggono alla prima occasione per procurarsi i piaceri inebbrianti della droga fatale. Il signor O'Brien, presidente di un Comitato costituitosi per fare la guerra ai ridotti dei fumatori d'oppio, mi raccontava che questi andavano prosperando e crescendo in modo spaventevole. I chinesi, non solo pagavano fitti enormi, ma, per entrare in possesso di un nuovo locale, sborsavano forti indennità agli inquilini, i quali, naturalmente, le accettavano e andavano a stare in un altro quartiere, lasciando così il posto libero ad una nuova sentina di corruzione. Quando io mi trovavo a New-York non passava quasi settimana senza che i giornali registrassero o la scoperta di un nuovo _salon_ o i casi toccati alla gente annoiata e disutile che si dà all'uso della droga chinese. Eccone qualche saggio. Una sera un giovane americano entrò in una sala pei fumatori d'oppio in Bowery. Quando si svegliò, s'accorse che durante il sonno gli erano stati rubati i cento dollari che aveva in tasca. Contemporaneamente s'avvide della presenza di una donna che giaceva addormentata sul sofà accanto al suo. Sospettò che essa fosse la ladra e la denunziò alla polizia. Ma la donna, che era una pallida giovanetta, ammise di essere un'arrabbiata fumatrice d'oppio, respingendo però l'accusa di furto. E siccome i denari rubati non si trovarono nelle sue tasche, si dovette rilasciarla libera. Una notte, il capitano di polizia Petty essendosi assicurato che, all'ultimo piano della casa N. 8 Pell Street, un certo Ah Foo, chinese, teneva un ridotto pei fumatori d'oppio, vi entrò con alcuni agenti e fece arrestare quanti vi si trovavano, cioè il padrone, la moglie e quindici fumatori. Di questi ultimi, tre erano donne di malaffare, sei uomini chinesi e sei bianchi, fra cui un attore del teatro di Union Square. Quasi tutti gli arrestati avevano indosso una piccola bottiglia d'oppio; uno teneva un limone la cui scorza era bucata in vari punti per saturarlo d'oppio. Sul tappeto giacevano molte pipe e una provvista di oppio da fumare, che il capitano raccolse e portò seco come corpi di reato. Un'altra notte il dottor Cowles notificava alla polizia che in un vasto fabbricato, al N. 98 Mott Street, vi erano due appartamenti che servivano da ridotti pei fumatori d'oppio. Erano tenuti da chinesi, rimanevano chiusi tutto il giorno e si aprivano alle sette di sera. Nelle ore tarde vi entravano donne giovani, signorilmente vestite, e molti chinesi. La cosa continuava già da parecchi mesi. Oltre che nei ridotti segreti, si era trovato modo di fumare l'oppio anche nelle pubbliche vie. In certe botteghe si vendevano in eleganti scatolette delle piccole sigarette fatte col tabacco più fino esposto al fumo dell'oppio ardente sopra un braciere, finchè si era impregnato ben bene degli effluvi della droga. I vecchi fumatori usano scientemente tali sigarette allo scopo di poter abbandonarsi alla loro passione in pubblico senza destar sospetti. Un giorno avevo deciso di entrare in un _Opium Saloon_ a fumare il narcotico famoso per provarne e descriverne le sensazioni. Ma ne fui dissuaso con una semplice osservazione. --La prima volta--mi si disse--non sentireste piacere di sorta; l'oppio, anzi, vi causerebbe nausee ed emicrania. Se per abituarvi lo fumaste poi a piccolissime dosi, aumentandole volta per volta, non provereste da principio alcuna sensazione piacevole, e quando poi foste arrivato a gustarlo, sareste perduto. Diventereste un vizioso incorreggibile e non vi curereste più di analizzare l'ebbrezza. Per queste ragioni non ho mai provato a fumare una sola pipa d'oppio e mi contentai di interrogare qualche magro e pallido fumatore, ottenendone risposte molto laconiche. --È impossibile--mi disse un giovane, vittima del vizio fatale--parlarvi dell'effetto che fa l'oppio. È come se un cieco nato domandasse ad uno che ci vede che cos'è la luce. È tutto un mondo nuovo che mi si schiude davanti quando ho fumato; sotto l'influenza del narcotico possiedo tutto quello che un uomo può desiderare; e quando mi sveglio, mi sento così fiacco, la vita reale mi sembra tanto meschina e noiosa, che non vedo il momento d'immergermi nuovamente nel letargo. --Ma non pensate che vi rovinate il corpo, che vi logorate il cervello, che diventate una mummia e v'accorciate la vita? --E che m'importa? Non vi sono molti che se si sentissero offrire un patrimonio colossale a patto di dover morire dopo otto o dieci anni di una vita da nabab, accetterebbero con entusiasmo? Ebbene, nello stesso modo io preferisco vivere pochi anni nelle ebbrezze che mi procura l'oppio, di quello che passare una vita ordinaria, regolare ed insipida. _The opium is the key of paradise!_ (L'oppio è la chiave del paradiso!) Così i fumatori non ignorano che dopo il periodo dei godimenti viene un momento in cui il narcotico non produrrà loro che degli spasimi; sanno che allora raddoppieranno, triplicheranno, moltiplicheranno le dosi per non averne in compenso che il delirio e la morte; ma non si curano dell'indomani. La maggior parte, invece di fare confessioni umilianti ai profani, negano il loro vizio. Una sera, ricordo, un giovane che cercava la sorella fuggita di casa da alcuni giorni, accompagnò la polizia in una retrobottega di Mott Street. Là, distesi per terra sulle stuoie, c'erano dieci o dodici chinesi e cinque o sei donne bianche, fra le quali la sorella del giovane. Parte fumavano l'oppio, parte ne erano già inebriati e dormivano. La stanza era piena d'un fumo che tramandava un odore forte ed acre. Condotta dal fratello alla stazione di polizia, la giovane negò freddamente di essere una fumatrice disse che, condotta da un'amica, visitava per la prima volta un _opium eden_ per semplice curiosità. Dopo pochi giorni fuggiva nuovamente di casa per non tornarvi mai più. IV. Il riposo festivo. Ma una delle cose che mi sorprese di più nell'America del Nord, paese che è considerato il più libero e più pratico del mondo, fu di veder conservate ancora negli statuti di alcuni Stati certe leggi puritane, quacchere, ridicole, odiose, medioevali, che fanno ai pugni con le idee e con le consuetudini moderne. Alcuni articoli di quegli statuti di origine inglese, sono assolutamente contrari ad ogni principio di libertà, allo spirito medesimo della costituzione americana; eppure non furono ancora aboliti. La maggior parte delle leggi più assurde caddero in disuso, ma non in tutti gli Stati. In quelli dell'Est specialmente, sulla costa atlantica, si ritrovano nei codici delle disposizioni degne di un governo teocratico. Ecco un saggio di queste leggi che ricordano quelle di Cromwell. Nel codice penale di New-York la bestemmia è punita di multa e prigionia. È considerata come bestemmia la semplice evocazione del nome di Dio o di Gesù Cristo in senso profano, cioè in ogni altra circostanza che non sia la preghiera o il rito ecclesiastico. È ugualmente punita di multa e prigionia la violazione della festa. Il codice dice: --Ogni occupazione mondana, sia di piacere, sia di speculazione, è proibita alla domenica: in tal giorno, non solo ogni luogo di divertimento dovrà rimaner chiuso, ma la misura sarà estesa ad ogni negozio piccolo o grande, non esclusi quelli per gli oggetti di prima necessità. È fatta eccezione per quelle case, come gli alberghi, dove la merce si consuma sul luogo stesso, per le farmacie, pei venditori di latte, carne e pesce, i quali però non devono tener aperto il negozio che fino alle nove del mattino.-- Lo stesso codice così punisce il suicidio: --Colui o colei che tenta di togliersi la vita, è passibile d'una condanna a due anni di carcere e a mille lire di multa, mentre chi presta mano al suicidio di un'altra persona si rende colpevole di omicidio in primo grado.-- Per il duello c'è questo gingillo: --Chiunque si batte in duello, sia che lo scontro venga seguito da morte o no, sarà punito con la pena da due a dieci anni di carcere e perderà il diritto di occupare per tutta la vita alcuna carica pubblica, civile o militare.-- Gli articoli più strani, tuttavia, sono quelli sul riposo della domenica. Eccoli testualmente: --Ogni sorta di lavoro servile è proibito nel primo giorno della settimana, eccettuati i casi di necessità pubblica. Ogni sorta di tiro a segno, la caccia, la pesca, le corse di cavalli, i trattenimenti musicali, i giuochi e ogni genere di pubblici esercizi, passatempi o rappresentazioni, sono proibiti nel primo giorno della settimana, come pure è proibito qualunque rumore che disturbi la quiete di tal giorno. La violazione di questa legge sarà punita col carcere, da uno a cinque giorni, e con la multa, da uno a dieci dollari. Le merci esposte in vendita verranno sequestrate a beneficio dei poveri. Chi contravvenisse alla proibizione delle rappresentazioni teatrali _et similia_ pagherà cinquecento dollari di multa e perderà la licenza.-- Gli articoli di questo codice erano a poco a poco caduti in disuso: si osservava solo apparentemente quello che impone la chiusura delle birrerie durante la domenica; anche tale disposizione si violava continuamente dai birrai, dagli osti e dai liquoristi, tenendo chiusa la porta davanti delle botteghe e socchiusa quella di dietro, d'accordo coi _policemen_. Ma, verso la fine del 1882, vi fu un risveglio di puritanismo, e col I° dicembre di quell'anno il codice penale di New-York venne rimesso in vigore in tutta la sua forza. Ciò significava che, alla festa, non si poteva comperar un sigaro, nè un caffè; che tutte le botteghe dovevano esser chiuse; che qualunque lavoro era proibito; che per le strade non si vedevano nè vetture, nè omnibus, nè carri dei _tramways_, nè vagoni dell'_Elevated_. Non dimenticherò mai la prima domenica che passai sotto la restaurazione di quel codice. Uscito di casa alle otto di mattina, secondo il solito, cercai coll'occhio, nelle vie deserte, un lustrascarpe. Vana ricerca. Gli innumerevoli italiani, negri e americani che hanno il loro deschetto e la sedia in quasi tutte le cantonate, erano irreperibili. Anche il lustrare le scarpe è un'opera servile, proibita dalla legge. Soltanto dopo una mezz'ora all'angolo della 22^a strada e dell'ottava Avenue, scoprii, sulla soglia di una porta, un povero ragazzo irlandese col viso paonazzo, che, in attitudine sospetta, celava sotto la giacca la sua scatola di lustrascarpe. Mi accostai a quel povero ribelle e gli chiesi se aveva il coraggio di violare la legge. Egli si guardò intorno e non vedendo alcun _policeman_, s'inginocchiò mormorando: --_Hurry up, boss!_ (Facciamo presto, principale!). --Che cosa pensi della nuova _Sunday law?_ (legge della domenica)--gli domandai. --Penso--rispose--che io sono un povero orfano e che devo mangiare anche alla domenica. Uno stivale era già lucidato alla bell'e meglio e il ragazzo s'accingeva a lustrare anche il secondo, quando comparve improvvisamente sulla cantonata un _policeman_, col suo bravo _club_ (bastone corto) in mano. Io non potei trattenere una risata, ma il _policeman_ si accostò con aria minacciosa e disse al ragazzo spaventato: --_Boy_, tu vuoi proprio che t'arresti? È la seconda volta che stamane ti colgo in contravvenzione. A casa subito: se ti vedo ancora, ti conduco alla _Station House_. --Lascerete almeno che finisca le mie scarpe!--osservai io. --No--interruppe severamente l'ufficiale di polizia.--Ringraziatemi se vi lascio andare per la vostra strada; osservate la legge! Con uno stivale lucido e l'altro no, andai verso la bottega del mio barbiere: era chiusa e sulla porta stava scritto tanto di _closed_. Mi avvicinai alle porte di parecchie altre; tutte chiuse egualmente. Mi rassegnavo a passar la festa con la barba da fare, quando bussando per l'ultima volta all'uscio della bottega di un barbiere tedesco vidi un occhio al buco di una tendina abbassata. Quando quell'occhio si convinse che non ero nè un _policeman_, nè un _detective_, una voce mormorò: --Entrate per la porticina laterale. Tre barbieri, alla luce del gas, stavano radendo tre persone, cogli usci chiusi a chiave, silenziosamente. Parevano malfattori in atto di commettere qualche brutto delitto. Di lì a qualche minuto un _policeman_ bussò, ma nessuno gli rispose. Soltanto il padrone bestemmiava fra i denti e diceva: --Ho cinque figli da mantenere, io. Senza il guadagno della domenica mattina, potrei chiudere durante il resto della settimana. Quella mattina un cittadino veniva arrestato ai Five Points mentre si faceva radere e condotto in prigione con mezza barba fatta e l'altra guancia insaponata, insieme col barbiere. Il direttore della sala dei concerti «Koster and Bial's» che volle provare a dare una rappresentazione con un programma sul quale era scritto:--A beneficio dell'Ospedale tedesco--dovette prestare una cauzione di cinquecento dollari per non essere arrestato, e lo spettacolo venne interrotto. Lo stesso accadde all'Alcazar. Prima di mezzogiorno una cinquantina di persone si trovavano alla Corte di Polizia, accusate di violazione della legge domenicale. Nel sedicesimo distretto erano stati arrestati due lustrascarpe negri. Quattro barbieri sorpresi mentre lavoravano segretamente e condotti subito davanti al giudice, ebbero un bel dire che se non sgobbavano alla festa perdevano la maggior parte dei loro guadagni, e invano protestarono ricordando che perfino ai tempi della Santa Inquisizione fu fatta un'eccezione pel lavoro dei barbieri: dovettero pagare quattro dollari di multa per ciascheduno. Un episodio buffo. A mezzogiorno un tedesco usciva con un canestro coperto sotto il braccio dalla porta laterale di una birraria di Houston Street. Essendo proibito di comperare alla domenica qualunque cosa, anche il pane, un _policeman_ lo fermò e gli chiese: --Che cosa avete in quella cesta? Il tedesco, che aveva un boccale di birra, rispose prontamente: --Un gatto arrabbiato che vado ad annegare nel fiume. È anche questo un lavoro proibito dal codice? Alla domenica successiva si rinnovarono le medesime scene. Non solo i _saloons_ grandi e piccoli, ma anche i principali alberghi della metropoli vennero attentamente sorvegliati e alcuni di essi, come l'_Astor House_, sospesero totalmente la vendita delle bevande spiritose, rifiutandone perfino alle persone alloggiate nella casa. Nei vari quartieri della città si eseguirono più di cento arresti, per lo più di uomini e di ragazzi colti mentre uscivano dalle porte di servizio dei _Lager Beer Saloons_ con qualche pinta di birra. Quelli fra i contravventori che vennero arrestati al mattino poterono prestare una cauzione e tornare a casa nello stesso giorno; ma coloro che si lasciarono prendere ad ora tarda dovettero passare la notte nelle _Station Houses_ in attesa che la Corte di polizia si riunisse il giorno appresso. La terza domenica si ebbe un omicidio. Il _policeman_ John W. Smith era stato mandato in giro, vestito in borghese, alla scoperta di qualche violatore della legge domenicale. Per la solita porticina laterale egli entrò nella birraria di un certo Patrick Reagan in Madison Street e, senza farsi conoscere, domandò un bicchiere di salsapariglia che gli fu servito dal padrone stesso. Poco dopo entrarono tre avventori i quali chiesero tre _schooners_ (grandi bicchieri di birra). Mentre il Reagan spillava il liquido da un barile, il _policeman_ travestito si bagnò un dito sotto il rubinetto del barile stesso, e, portatolo alla bocca e assicuratosi che la bevanda versata era realmente birra, dichiarò senz'altro il birraio in arresto. In prova della sua autorità gettò sul banco la placca metallica che è il distintivo degli addetti alla polizia. Il Reagan prese la placca e gliela scagliò sulla testa, dicendo che non si curava di tutte le spie della città: quindi, levando di sotto al banco una vecchia sciabola (il birraio apparteneva ad una di quelle associazioni militari che costituiscono la guardia nazionale), si avventò contro il _policeman_. Questi lo prese di mira col revolver, fece fuoco e lo ferì mortalmente al petto. Il Reagan spirò poco dopo, mentre gli venivano amministrati gli ultimi sacramenti. Questo omicidio, accaduto per causa di una legge la cui applicazione richiedeva un odioso spionaggio, provocò un grido di protesta da parte del pubblico, e i giornali si misero alla testa dell'agitazione. --Invece della statua di Bartholdi da erigersi nella baia--diceva il _Puck_--invece della Libertà che illumina il mondo, gli americani dovrebbero eternare la memoria del codice penale di New-York col seguente monumento. E disegnava il progetto di una statua della libertà incatenata, che sorgeva in mezzo a una strada, la quale, essendo domenica, era tutta deserta: soltanto davanti a ogni albergo, teatro, bottega di qualsiasi genere, stava ritto, col bastone in mano, un _policeman_. Sotto il disegno si leggevano queste parole:--La metropoli nazionale nell'anno 107° della indipendenza americana.-- Vennero poi i _meetings_ e si formarono delle associazioni, le quali si proponevano di ottenere la abrogazione di tutti quegli articoli del codice che, col pretesto del rispetto della domenica, violano la libertà del commercio e sono una vera rovina. La questione fu portata alla Camera dei rappresentanti di Albany--la capitale dello Stato di New-York--e suscitò una vivace discussione, specialmente a proposito dell'articolo che proibisce le corse dei cavalli e gli esercizi ginnastici. Il signor Murphy suscitò una grande ilarità chiedendo che fosse eccettuata dalla proscrizione domenicale almeno la pesca alla canna. Ma tutto fu inutile: la maggior parte degli oratori fecero dei discorsi da predicatori, sulla utilità morale e igienica dell'assoluto riposo festivo, ed espressero una profonda indignazione contro qualunque tentativo di europeizzare la domenica nord-americana. Così il codice dello Stato di New-York rimase invariato: si tollera solo che, alla domenica, i cittadini si facciano lustrare le scarpe e radere la barba. Le porte principali delle birrarie e delle botteghe di liquori sono chiuse, ma si può entrare per la porticina di dietro. Ipocrisie grottesche. Quello che vidi a New-York in fatto di leggi domenicali è un nulla in confronto di ciò che osservai a New-Haven nel Connecticut. * * * Quello Stato, come la Nuova Inghilterra, è già famoso da un pezzo per le sue _blue laws_ votate al principio del secolo. Eccone una pagina: --Nessuno potrà dare il suo voto se non è iscritto in una chiesa di questo dominio. Nessuno camminerà in giorno festivo o passeggerà nel suo giardino o altrove, eccetto che, con compunzione, dalla sua casa alla chiesa e viceversa. Nessuno viaggerà, cuocerà cibi, rifarà letti, spazzerà case, si taglierà i capelli o si farà la barba in giorno festivo. Nessuna donna bacerà i suoi figliuoli nei giorni consacrati dalla Chiesa a pregare il Signore.-- Se i baci erano proibiti alle madri, figurarsi ai giovani! Sentite un po' quello che toccò a Sara Tuttle e a Jacob Newton per aver osato di trasgredire al codice _blue_. Sara era una buona ragazza, nella primavera della vita, che aveva una gran voglia di prendere marito ed era innamorata di Jacob, un povero e bravo giovinetto del vicinato. Ella avrebbe voluto fare all'amore con lui, ma il pudore le impediva di essere la prima a parlare, e, da parte sua, il giovinotto non ardiva di farsi avanti perchè Sara era troppo ricca per lui. Ma in questi casi, ove manca il coraggio dell'uomo, supplisce l'astuzia della donna. Una domenica mattina Sara incontrò Jacob per la strada, e, per trovar modo d'attaccar discorso, lasciò cadere i guanti fingendo di non avvedersene. Jacob li raccolse e disse sorridendo a Sara: --Se li volete, desidero una ricompensa. --Ma io non ho denaro con me--rispose la biricchina.--Che cosa posso fare per voi? Jacob mise insieme tutto il suo coraggio e disse: --Vorrei un bacio! Sara non se lo fece dire due volte e lo baciò. Una pinzochera ingiallita e invecchiata nel desiderio di baci che non aveva mai ottenuti, osservò e denunziò il fatto. E i due colpevoli furono citati davanti al competente magistrato, il quale li condannò a pagare la multa di cinquanta scellini per ciascheduno. Ma torniamo alla capitale del Connecticut. Una domenica di novembre del 1883 mi recai a New-Haven a trovare un amico. Da New-York si va a New-Haven in un paio d'ore, attraversando, fra gli altri paesi, Bridgeport, la patria di Barnum, dove il famoso _showman_ teneva i suoi quartieri d'inverno pieni di cavalli e di bestie feroci. Da quelle stalle, per far parlare di sè, di tanto in tanto Barnum lasciava scappare qualche elefante che scorrazzava per i campi circostanti e rovesciava parecchie siepi, affinchè non languisse la cronaca dei giornali locali. New-Haven conta più di sessanta mila abitanti, ma è tranquilla come un villaggio; ha strade belle e larghe, fiancheggiate da filari d'alberi, e le sue case sono quasi tutte di legno, piccole, eleganti e simpatiche come tante palazzine di villeggiatura. È rinomata pel collegio Yale, per le sue fabbriche di carrozze e per la severità con cui si osserva il riposo della domenica. _Yale Colege_--uno dei più rinomati e importanti degli Stati Uniti--è un complesso di edifizi che non hanno nulla di grandioso. A vederli così semplici non si direbbe che in essi studiano e alloggiano circa 1300 giovani provenienti da tutti gli Stati dell'Unione, insieme con un centinaio di professori, fra cui alcuni di gran fama, come O. C. Marsh, direttore dell'istituto; Dana, un dotto geologo; e Whitney, profondo in filologia e lingua sanscrita. Del corpo insegnante faceva parte anche un italiano, il professore C. L. Speranza. Un uso notevole fra gli studenti più intelligenti è quello di unirsi in una associazione segreta i cui membri si promettono di conservarsi amici anche dopo finiti gli studi e di aiutarsi sempre a vicenda nel corso della vita: una specie di ciò che dovrebbe essere la massoneria. La colonia italiana di New-Haven conta circa un migliaio e mezzo di pacifici e laboriosi operai, i quali non fanno mai parlar di loro per risse e coltellate, e che anzi sono assai ben visti dalla popolazione. Quasi tutti lavorano nelle numerose fabbriche di carrozze e di oggetti di gomma. Per provare il buon conto in cui li tiene, il Municipio aprì per essi una scuola nella quale si danno lezioni gratuite serali d'inglese. Straordinario è il numero di chiese d'ogni culto. Nel solo centro della città ne sorgono cinque, a pochi passi l'una dall'altra. Mentre le esaminavo, vidi spuntare da una strada un distaccamento della _Salvation Army_ (Esercito della Salute), con pifferi e tamburo alla testa: alcune donne leggevano ad alta voce, camminando, non so quali salmi o canzoni. Sembrava una mascherata carnevalesca. Soltanto, invece dell'allegria, quei disgraziati apostoli avevano i segni del cretinismo sulle loro faccie angolose. Uno dei punti più belli di New-Haven è dove la città finisce sulla riva del Sound. A levante sorgono alcune collinette e a ponente si stendono fino a perdita d'occhio le acque calme del fiume, popolate di barche e di qualche _schooner_. Quella vista deve essere molto pittoresca nella bella stagione, quando gli alberi sono verdi, quando il fondo scuro del paesaggio fa risaltare lo specchio limpido del Sound e il bianco delle case lontane. Mentre io e l'amico tornavamo in città, facemmo quella domenica uno strano incontro. Ventun persone, fra uomini e donne, elegantemente vestiti, venivano condotti a New-Haven prigionieri, scortati da alcuni _policemen_. Gli arrestati appartenevano alla miglior società ed ecco di che cosa si erano resi colpevoli. Ignorando che le autorità avevano deciso di rimettere in vigore le puritane _blue laws_, quei signori erano usciti a passeggiare in carrozza come il solito di tutte le feste. Giunti a un certo punto vennero arrestati come contravventori alla legge sulla domenica, rinchiusi in una masseria come un branco di montoni, e condotti quindi tutti insieme a New-Haven. Tradotti davanti al giudice, alcuni furono rilasciati pagando una cauzione di venticinque dollari, altri trattenuti in prigione. Quella inattesa risurrezione di leggi cadute in disuso era dovuta all'iniziativa del gran constabile Thompson, il quale agiva dietro richiesta degli abitanti della borgata di Foxon. Costoro si lagnavano che «quelli di New-Haven violavano costantemente la domenica passando in vettura a Foxon, con grande noia e scandalo dei buoni cittadini.» È comico il modo usato dal Thompson per fermare quelli che passavano in carrozza, i quali, se avessero dubitato del minimo pericolo, avrebbero potuto sfuggire facilmente alla cattura frustando i cavalli. Il signor Thompson aveva imboscato i suoi uomini in un punto in cui la strada era tutta coperta dalle noci che il vento aveva fatto cadere dalle piante circostanti. Come il malizioso constabile aveva preveduto, tutti quelli che arrivarono in carrozza a quel punto, vedendo le belle noci, scesero per riempirsene le saccoccie. In quella sbucarono i _policemen_ e li dichiararono in arresto. V. In ferrovia aerea. Quella mattina che si era stabilita, insieme con la signorina Mary e con suo fratello Giorgio feci la gita di nove miglia dalla Battery fino alla 155^a strada sul ramo ovest dell'_Elevated Railroad_, la ferrovia aerea che attraversa New-York in tutta la sua lunghezza. Partendo dalla stazione che sorge in fondo al Battery Park, si gode una magnifica vista della baia newyorkese, meno incantevole del Corno d'oro di Costantinopoli, ma bella quanto quella di Napoli, di Rio Janeiro e di San Francisco e importante per movimento di navi quanto queste tre ultime riunite insieme. All'ingresso del porto si costruivano le fondamenta per la statua colossale della Libertà col faro in mano. I miei due amici mi mostrarono il balcone dal quale Giorgio Washington pronunziò il giuramento come primo presidente degli Stati Uniti. Dove sventolò per la prima volta la bandiera americana, vi sono oggi le insegne di due mercanti di grano; nulla che ricordi il patriottico avvenimento. Girando verso Greenwich Street, si oltrepassa Castle Garden, la stazione d'arrivo degli emigranti, che una volta era un forte che difendeva sull'Hudson la punta dell'isola di Manhattan, e che poi fu un teatro d'opera dove la Jenny Lind, col famoso Barnun per impresario, andava a cantare passando sotto un arco trionfale degno di una regina. Si fiancheggia Broadway, oggi tutta palazzi e magazzini, e pochi anni fa l'unica strada carrozzabile che conduceva a Boston e sulla quale crescevano l'erba e i fiori di prato; e si giunge alla ricca Trinity Church. S'intravvedono la chiesa di San Paolo, già frequentata da Washington, e i tetti del palazzo del _New York Herald_ fabbricato nel luogo dove per tanti anni Barnum tenne un museo di curiosità e di fenomeni; poi gli edifizi della Posta e dei grandi uffici di giornali della Printing House Square (piazza della Stampa). Si costeggiano fabbriche, negozi, magazzini a migliaia e quartieri uno diverso dall'altro; Union Square, con la bella statua di Lafayette, con quella di Lincoln bruttissima e con un discreto monumento a Washington; la 23^a strada col massiccio Tempio Massonico e col non meno solido teatro Booth, palazzone di marmo che costò un milione di dollari e che allora si stava demolendo per dar luogo a nuovi magazzini. Verso Madison Square sorge il palazzo dove pochi anni fa venne assassinato il vecchio banchiere Nathan. Fu un orribile delitto che rimase avvolto nel più profondo mistero. Una mattina di luglio un figlio del defunto, senza scarpe e con le calze macchiate del sangue del padre, apriva la porta di quel palazzo gridando al soccorso. Il banchiere era stato trovato morto nella sua stanza, con la testa schiacciata. Vicino al cadavere giaceva una grossa mazza di ferro che l'assassino aveva preso nella stalla dietro la casa. Fra l'ucciso e l'uccisore doveva esservi stata una lotta tremenda, perchè il pavimento e i muri erano tutti insanguinati; persino lungo le scale c'erano delle chiazze rosse. E non si seppe mai nulla. Quella notte dormivano nel palazzo due figli del banchiere, uno al quarto, l'altro al terzo piano. Al secondo trovavasi il padre e al primo stava una vecchia portinaia. Tutti dichiararono di non aver udito alcun rumore. Solo un medico dimorante nella casa accanto depose di aver sentito del baccano nella stalla. I più abili _detectives_ non riuscirono a scoprire la minima traccia degli assassini. Ma il treno procede rapido e senza rumore: le case si succedono alle case, le strade alle strade. A poco a poco i fabbricati diventano più rari; però le aree sono carissime egualmente. La grande massa scura che si stende a destra è il Central Park. Ci troviamo nella vasta zona, fra il parco e il fiume Hudson, fra la 62^a e la 110^a strada. --Facciamo un conticino--disse Giorgio.--Questi 192 _blocks_ di 64 lotti di terreno cadauno formano 12288 lotti, i quali, al valore medio di seimila dollari per ciascuno, rappresentano la somma di quasi 74 milioni di dollari. Più avanti, dalla 110^a alla 155^a strada, dalla quinta Avenue al fiume, vi sono 45 strade e 315 _blocks_: un capitale di più di 141 milioni di dollari. E al disopra della 155^a strada si trovano altri 414 _blocks_ stimati 13 milioni e mezzo di dollari. Giacciono qua, dunque, più di 228 milioni di dollari di capitali morti: terreno sassoso e desolato che gli speculatori vendono, man mano che la popolazione aumenta, ai ricchi, i quali vi costruiscono i loro palazzi. --E intanto--osservavo io--mentre qui c'è tanta aria pura e tanto spazio libero, nella città bassa migliaia e migliaia di famiglie languono negli oscuri e malsani _tenement houses_. Appunto la settimana prima l'Assemblyman Oakley aveva fatto un rapporto alla Commissione sanitaria di New-York intorno a certe case di Mulberry Street occupate da un numero di italiani molto superiore a quello che possono contenere. La relazione concludeva così:--In molti appartamenti delle case summenzionate gli abitanti vennero trovati che dormivano sul pavimento, a mucchi, senza letti.-- La zona di terreno di cui mi parlava Giorgio è tutta dentro nell'isola su cui sorge New-York; ve n'ha un'estensione altrettanto vasta al di là di Harlem e l'enorme capitale infruttifero raddoppia di valore ogni dieci anni. In pochi lustri tutta quella terra sarà coperta di case: quell'anno stesso le fabbriche sorgevano come funghi. Da Battery ad Harlem l'isola di Manhattan sarà zeppa di edifizi, intersecata da nuove ferrovie, e non basterà a contenere la massa della popolazione che aumenta di giorno in giorno. Quando si è giunti al cimitero della Trinità si sono percorse le nove miglia della ferrovia alta. A pochi passi scorrono le acque tranquille dell'Hudson: quale contrasto fra la calma che regna lassù e il baccano della metropoli che si stende abbasso! Scendemmo dalla stazione: facendo una passeggiata in quei recessi silenziosi, Giorgio descriveva lo sviluppo meraviglioso di New-York in questo secolo. Ottant'anni fa la città non contava settantamila abitanti; oggi ne ha più di un milione e mezzo nei soli limiti del Municipio; coi sobborghi e con le città che le fanno corona e dalle quali non è separata che da pochi minuti di _Steam-boats_, è più popolata della stessa Londra. E pensare che solo al principio del secolo venivano selciate Broadway, Duane e Reade Streets e che si doveva scavare un fosso lungo il percorso attuale di Canal Street per raccogliere gli scoli dei prati di Lispenard! Facendo la nostra gita passammo davanti ad una trattoria dove un certo W. S. Walcott di Harlem aveva scommesso di mangiare ogni giorno per un mese un paio di quaglie arrosto. Simili scommesse sono comuni negli Stati-Uniti e vengono spesso organizzate da proprietari di alberghi e di _restaurants_ per chiamar gente: poi servono a un certo pubblico per scommettere pro o contro come alle corse dei cavalli. I mangiatori straordinari, possessori di stomachi da struzzo, diventano celebri nell'America del Nord e fanno parlar molto di sè quando si misurano con avversari della medesima forza. Uno dei più conosciuti era un certo Peter Ellison di Albany, un robustissimo vecchio che, per una scommessa, il giorno in cui compiva sessant'anni, mangiò, in un solo pasto e nel tempo che si impiega usualmente per pranzare, un tacchino ripieno che pesava quasi ventidue libbre inglesi. Qualche tempo prima, uno _sportsman_ offrì di scommettere contro il senatore John Morrissey, gran mangiatore anche lui, che avrebbe trovato un uomo capace di mangiare un tacchino di ventitrè libbre in un pasto solo. Prima di accettare la scommessa, Morrissey volle sapere il nome del mangiatore e quando intese che era Ellison:--Lo conosco--rispose, e non volle scommettere. In quell'epoca una gran gara aveva avuto luogo fra Ellison e un altro potente divoratore all'albergo Snedicker nel Long Island. Si trattava di mangiare polli giovani cotti alla graticola. Ogni pollo veniva spaccato a mezzo con grande precisione e l'albergatore ne dava, di mano in mano, una metà ad ognuno dei due scommettitori. Ellison ne mangiò trentadue metà, cioè sedici pollastri, e vinse. Qualche volta le scommesse hanno luogo fra donne. Due negre si sfidarono un giorno a chi mangiava la maggior quantità di granturco verde bollito. Una ne mangiò ventisei pannocchie e l'altra ventinove. Quest'ultima non soffrì minimamente; ma la prima morì in trentasei ore. --Se continua questa volgare e antigienica mania--disse Giorgio--ne sentiremo presto delle belle. Leggeremo nei giornali: «il celebre dinamitardo O'Donovan Rossa ha depositato cinquanta _cents_ nell'ufficio del _Clipper_ con una sfida, aperta a tutti, di misurarsi con lui nella sua grande specialità di mangiare mille pagnottelle in mille quarti d'ora consecutivi.» --Oppure--disse la signorina Mary che si divertiva a quei discorsi--il seguente: «Un _gentleman_ dimorante a Brooklyn ha vinto ieri una forte scommessa mangiando tre solini di carta al giorno per cento e sette giorni consecutivi. L'unica bevanda accordatagli dai termini della scommessa per inaffiare il suo pasto piuttosto asciutto era amido diluito in poca acqua.» --Uno sconosciuto--riprese Giorgio--scommette di mangiare un paio di tavolette di lievito compresso, bevendo acqua tepida, per trenta giorni consecutivi. Accetta di sottomettersi alla prova accanto ad una stufa ben riscaldata. --Un tristissimo caso d'insuccesso--seguitò Mary.--Il signor Smith, avventore della pensione di Mrs. Lodyett, ha scommesso recentemente di mangiare in una settimana una delle bistecche che fornisce quella pensione. Il tentativo è fallito completamente, quantunque il signor Smith abbia impiegato della dinamite e una leva di ferro. VI. La città della luce. Alla domenica mattina non c'è famiglia americana che non si rechi a messa se è cattolica o al sermone se è protestante. Le chiese di tutte le varietà del protestantismo, che è la religione dominante, sono numerose, e alcune di esse si fanno la concorrenza come i teatri, scritturando i migliori oratori. I pochi che non professano alcun culto sono ascritti a qualche associazione filantropica e si raccolgono egualmente per curare qualche opera di beneficenza: scuole, ricoveri e via dicendo. La signorina Mary apparteneva alla _Ethical Culture Society_, di cui è presidente il prof. Felice Adler, uno dei più profondi pensatori degli Stati Uniti, il quale tutti gli inverni tiene a New-York un pubblico corso di conferenze sul libero pensiero. Figlio di un celebre e ricco rabbino newyorkese, dopo avere molto studiato e viaggiato, Adler divenne ateo, abbandonò la religione dei suoi avi, rinunziò alla successione paterna e fondò un'associazione che cresce tutti i giorni, per diffondere le sue idee, per spiegare, cioè, come si possa essere buoni cittadini senza credere in un dio personale, come si debba lavorare ed essere onesti per l'obbligo che incombe a ciascheduno di adempiere ai propri doveri nella società, e per l'onestà per sè stessa, non per timore di essere puniti in un'altra vita o per guadagnarsi gli ozi beati di un paradiso. Bob Ingersoll (altro campione del libero pensiero negli Stati Uniti) combatte la religione col motteggio e con la satira, analizzando tutti gli errori e le contraddizioni delle cosidette sacre scritture; egli riscatta gl'ingenui dalla schiavitù della fede con la sferza del ridicolo. Adler, invece, serio, semplice, sereno e più profondo, converte al libero pensiero senza far ridere; egli fa anzi fremere d'ira e di compassione per tutti i miliardi d'uomini che furono e per i milioni di viventi che calcolano la vita come un semplice viaggio, fanno del bene per egoismo, per interesse, per amore della futura ricompensa, e si astengono dal male per paura della collera divina. Bob Ingersoll qualche volta è volgare; i suoi giuochi di parole, i suoi scherzi su certi versetti della Bibbia non sono di buon gusto. Felix Adler, al contrario, è spesso poeta: quando dimostra come sono egoisti i credenti e chiede se è più nobile, più generoso, l'uomo ateo intemerato e buono, o il credente pure buono e senza macchia, ma guidato nelle proprie azioni dal sentimento religioso, la sua fronte s'illumina, la sua parola è ispirata. E convince e persuade più di Ingersoll: la serietà di Adler fa più impressione del sorriso volterriano dell'avvocato delle Star Routes. Una domenica in cui accompagnavo la signorina Mary alla conferenza, il professor Adler si occupava di un fatto avvenuto nella Pensilvania. In un tribunale di Filadelfia, un onesto cittadino era stato citato, giorni prima, come testimonio, in una causa. Invitato a prestare il giuramento prescritto dalla legge, rispose: --Giuro sul mio onore, sulla mia coscienza, ma non in nome di un dio personale nel quale io non credo. Il tribunale rifiutò la testimonianza del libero pensatore e lo fece uscire dalla sala. --Capite?--esclamò Adler indignato.--Le leggi americane non accettano la testimonianza nostra, se non pronunciamo una formula medioevale. La maggioranza dei cittadini che crede a un dio foggiato a sua imagine, rifiuta il giuramento di noi liberi pensatori, i quali riconosciamo un ordine supremo, ma non la deità personificata. La sala del Chickering-Hall era piena zeppa di un pubblico scelto e attentissimo. --E poi si ha il coraggio di affermare--continuò l'oratore--che negli Stati Uniti tutte le credenze e tutte le religioni sono eguali davanti alla legge? No, no, no! Questa vantata eguaglianza non è estesa che alle religioni cristiane: il presbiteriano è eguale al cattolico, l'anabattista all'episcopale. Ma un ebreo, un libero pensatore, un maomettano non è riconosciuto eguale al cristiano. Che vergogna per la giurisprudenza americana! Che onta per un governo sedicente civile! Quando si comprenderà che un governo non deve immischiarsi delle coscienze dei cittadini, che deve essere al di sopra di tutte le religioni, di tutte le credenze religiose e irreligiose? Non vedete che oggi, in pieno secolo decimonono, ciascuna religione è intollerante, esclusivista, e distruggerebbe tutte le altre, se lo potesse? Non vedete che si sgozzano, si massacrano ancora gli ebrei e si costringono a esiliare, a fuggire dai luoghi nativi, ad abbandonare i loro beni, i loro negozi? E combattè fieramente il pregiudizio da cui sono ispirate tante leggi, che cioè la moralità dipenda dal cristianesimo. --Noi non avremo--disse--una libera costituzione finchè si manterranno nelle nostre leggi elementi di inquisizione. Infatti, l'intollerante spirito del prete traspira sempre dalle costituzioni americane. In sei Stati dell'Unione tutti coloro che non credono nell'esistenza di un dio personificato sono dichiarati ineleggibili a qualsiasi impiego e vengono così privati di uno dei diritti essenziali del cittadino. La costituzione della Carolina del Nord dice:--Le seguenti classi di persone sono dichiarate inabili a qualunque impiego: Primo, tutti coloro che negano l'esistenza di Dio onnipotente....-- La costituzione della Carolina del Sud dice:--Nessuna persona che nega l'esistenza dell'Essere Supremo potrà avere un pubblico impiego sotto questi statuti.-- Le costituzioni del Mississipì e del Maryland contengono gli stessi articoli. Gli statuti di Pensilvania e del Tennessee non si contentano della semplice credenza in un dio personificato, ma richiedono anche che si creda in una ricompensa o in un castigo oltre tomba. Tutti coloro che professano opinioni differenti sono legalmente incapaci di coprire qualsiasi impiego. Non basta: senza una dichiarazione di fede in un divino capo di polizia che ricompensa i buoni e punisce i malvagi in questa o nell'altra vita, la deposizione di un testimonio non può ritenersi come attendibile. Solo una metà degli Stati--e New-York è nel numero--ha adottato nella costituzione la clausola di escludere l'incompetenza per mancanza di credenza religiosa. È permesso tuttavia di far sorgere la questione del credo di un testimonio, allo scopo di pregiudicarne la deposizione. Chiunque sia membro di associazioni di liberi pensatori o abbia semplicemente espresso opinioni avanzate in fatto di religione, può trovarsi ogni giorno esposto alla mortificazione di sentire queste opinioni citate in una corte di giustizia, col solo scopo di denigrare il suo carattere e d'invalidare la sua testimonianza di fronte a un giurì che spesso è composto di ignoranti. --Nell'udire queste cose--diceva Adler--il nostro primo impulso è di domandare se, nelle leggi di una repubblica della quale Thomas Paine fu uno dei fondatori e la cui dichiarazione d'indipendenza fu firmata da Thomas Jefferson, può essere possibile una tale flagrante violazione dei principi di eguaglianza e di libertà religiosa. L'unica scusa per gli americani è che tali leggi non sono state fatte da loro, ma conservate dai loro avi quali esistevano quando le Colonie si separarono dall'Inghilterra e quando il cristianesimo era inteso come facente parte del diritto comune.--Il cristianesimo--diceva lord Hale--è una parte della legge d'Inghilterra, e il parlar contro la religione cristiana è un discorrere sovversivo alla legge.-- --E così--esclamava Adler--questo è rimasto un paese puramente cristiano, e noi non siamo che poveri intrusi a cui la cittadinanza è accordata per un favore, non per un diritto. Stefano Girard aveva espressamente stabilito nel suo testamento che nessun prete, ministro o missionario di qualsiasi setta fosse ammesso ad un impiego qualunque nella famosa istituzione da lui fondata, e che a tali persone non venisse accordato l'ingresso nella casa neppure come semplici spettatori. Egli voleva che gli alunni fossero allevati unicamente coi principi della moralità e dell'onestà e che solo fattisi adulti scegliessero il culto religioso che più loro conveniva. Ebbene, Daniele Webster, il grande, il celebrato oratore, nell'impugnare il testamento, giunse perfino a dire che la carità di Girard, tendente a diminuire il rispetto dell'umanità verso il cristianesimo, non era affatto carità. Un altro bel discorso che sentii da Adler era contro la preghiera. Dopo averne analizzato diligentemente le forme diverse, egli diceva: --Vi sono molte forme di preghiera, ma in generale la preghiera è una petizione con cui il credente chiede qualche cosa al suo dio. La stessa parola _preghiera_ in tutte le lingue significa chiedere umilmente qualche cosa, supplicare, mendicare. Come! L'uomo sano, intelligente, che col proprio lavoro mantiene sè e la famiglia e si rende utile alla società, è obbligato a inginocchiarsi davanti al dio per chiedergli egoisticamente un aumento di guadagno, una stagione propizia e via dicendo? E a questo dio onnisciente, che tutto vede e di tutto è informato, il fedele deve specificare la domanda, fare una lunga e minuziosa storia dei propri bisogni? E perchè? Perchè, vi rispondono, l'uomo non è che una creatura, venuta alla luce del sole a propria insaputa e senza averlo chiesto, ma che deve essere riconoscente al Creatore d'averla messa al mondo, anche quando è miserabile, storpia, stupida, piena di difetti fisici e morali. Per il credente non vi deve essere carattere, dignità personale, fiducia nelle proprie forze: no, tutto dipende dal capriccio di quel padrone che gli ha fatto il regalo dell'esistenza.-- Adler ha espresso la sua fede nel progresso e nel miglioramento della razza umana in una poesia intitolata: _La città della luce (The city of light)_, che anche nel testo inglese, sebbene i versi siano belli e semplicissimi, ha una nebulosità che risalta maggiormente nella prosa povera e nuda della traduzione. Ma l'autore ha usato forse a bella posta il linguaggio mistico e figurato che meglio colpisce la mente delle masse. Ecco la traduzione letterale: «Udiste mai parlare della città d'oro menzionata nelle antiche leggende? Eterna luce risplende sopra di essa e si narrano di essa storie meravigliose. «Solo uomini e donne giusti abitano entro le sue mura lucenti: il male è bandito da' suoi confini; la giustizia vi regna suprema su di tutti. «Se voi domandate dov'è questa città in cui regna la perfetta giustizia, io devo rispondervi che cercate invano dov'essa sorge. «Potete vagare per monti e per valli, attraversare il mare e la terra, cercar per tutto il vasto mondo; è quella una città che ha ancora da nascere. «Noi siamo i costruttori di questa città; tutte le nostre gioie e tutti i nostri dolori contribuiscono ad innalzare le sue mura risplendenti: tutte le nostre vite sono le pietre che la compongono. «I più non possono fare che gli umili servizi, spaccar rozze pietre e scavare il suolo; mentre pochi solamente raccolgono gloria e onore dal loro lavoro. «Mentre pochi possono edificare gli archi, le graziose e artistiche colonne e realizzare un pensiero grande e una ideale bellezza in quel luogo. «Ma umili o superiori, tutti sono chiamati a un còmpito grandioso, tutti aiutano a condurre a termine un sublime disegno. «Quale sia questo piano noi non lo sappiamo; noi non sappiamo quanto sia alto il seggio della giustizia, come codesta città delle nostre visioni apparirà all'occhio umano. «Nessuna mente può figurarsi ciò, nessuna lingua può dirlo; noi possiamo soltanto intuire le glorie della città del futuro. «Solo per essa noi dobbiamo sempre lavorare, per essa sopportare pene e dolori, in essa trovare il fine dell'esistenza nostra. «Pochi e brevi anni noi lavoriamo; presto finiscono i nostri giorni, altri lavoratori ci sostituiscono e il nostro posto non si riconosce più. «Ma l'opera che noi abbiamo edificata, spesso con mani insanguinate, con lagrime, con confusione e angoscia, non perirà col termine de' nostri anni. «Essa sarà, alla fine, resa perfetta; essa coronerà gli sforzi delle legioni d'uomini lavoratori. «Essa sarà compiuta e brillerà trasformata nel regno finale della giustizia; essa emergerà fra lo splendore della Città della Luce.» Dopo quella fondata da Adler, la più importante società nord-americana di liberi pensatori è la _Freethinkers' Association_ (Associazione dei liberi pensatori). Eccone la _platform_: «Noi domandiamo che le chiese e le altre proprietà ecclesiastiche non restino più a lungo esenti dalle tasse. «Noi domandiamo che gli impieghi di cappellani nel Congresso, nelle legislature degli Stati, nella marina, nell'esercito, nelle prigioni, negli asili e in tutte le altre istituzioni mantenute col pubblico denaro, vengano aboliti. «Noi domandiamo che cessi ogni stanziamento di danaro pubblico per qualsiasi istituzione di educazione e di carità di carattere religioso. «Noi domandiamo che ogni servizio religioso ora sostenuto dal Governo venga soppresso, e specialmente che l'uso della Bibbia nelle scuole pubbliche, sia come libro di testo, sia come trattato religioso, sia proibito. «Noi domandiamo che cessi completamente il diritto, sia nel presidente degli Stati Uniti, sia nei governatori dei differenti Stati, di fissare giorni dedicati a pubbliche feste religiose o digiuni. «Noi domandiamo che il giuramento nei tribunali e dovunque venga abolito e che vi sia sostituita la semplice affermazione, sottoposta, in caso di riconosciuta falsità, alle stesse penalità dello spergiuro. «Noi domandiamo che vengano abrogate tutte le leggi tendenti, direttamente o indirettamente, a imporre l'osservanza della domenica. «Noi domandiamo che tutte le leggi che tendono a imporre la moralità cristiana siano abolite, e che esse vengano rifatte sui principi della morale naturale, dei diritti eguali e della libertà comune. «Noi domandiamo che non venga concesso alcun vantaggio o privilegio alla religione cristiana nè ad altra qualsiasi; che il nostro intero sistema politico sia basato su di un principio puramente civile, e che qualunque modificazione alle nostre convenzioni trovata necessaria per raggiungere questo scopo venga eseguita in modo pronto ed efficace.» La _Freethinkers' Association_ tiene ogni anno un gran congresso in una sala, intorno alla quale si leggono le seguenti iscrizioni: --Il Governo degli Stati Uniti non è basato sulla religione cristiana.--_Giorgio Washington_. --Questo mondo è la mia patria; far bene, la mia religione.--_Tommaso Paine_. --Datemi le tempeste del pensiero e dell'azione piuttosto che la morta calma dell'ignoranza e della fede.--_Roberto Ingersoll_. --In ogni paese e in ogni età il prete fu ostile alla libertà.--_Tommaso Jefferson_. VII. La guerra ai mormoni. L'intolleranza delle varie religioni cristiane si manifesta negli Stati Uniti anche nella guerra continua ai mormoni. Ogni nuovo presidente finisce generalmente il suo primo discorso col promettere che cercherà di combattere e di distruggere la poligamia nell'Utah. Per realizzare questo progetto bisognerebbe sopprimere l'autonomia del territorio dei mormoni e sostituirvi il Governo federale. E con quale diritto può il potere esecutivo di Washington imporre le sue leggi in un paese che non è uno Stato dell'Unione? --Per la morale--si risponde--perchè la poligamia è una barbarie, un insulto alla civiltà dei popoli vicini. Ma bisogna ricordarsi che i mormoni non abitano con le loro famiglie nelle città americane e non vanno in giro a sfoggiare i loro _harems_: risiedono nel paese che essi soli hanno coltivato, popolato e reso ricco. La pluralità dei loro matrimoni offende il popolo degli Stati Uniti? Non è vero, come non è vero che le nazioni cristiane del vecchio continente si siano mai sognate di offendersi della poligamia dei Turchi. Un amico che tornava a New-York, dopo aver visitato il paese dei mormoni, mi confessava: --Io ti dico in confidenza che in fondo in fondo codesti bravi mormoni sono da invidiarsi. Essi hanno realizzato un sogno classico. Quando sono ricchi, diventano nelle loro case altrettanti patriarchi, circondati da donne e da fanciulli. Li credo più franchi e onesti di noi che giuriamo fede a una donna sola e poi rompiamo il giuramento nostro, non curandoci che di salvare le apparenze. Nell'Utah c'è meno ipocrisia. Laggiù non trovi donne pubbliche nè fanciulli abbandonati, ma lavoro e armonia. E infatti, esaminandola da un certo lato, non è antipatica questa gente che si separò volontariamente dal consorzio umano e che, guidata da un nuovo Mosè, lasciò i paesi nativi per andarsene in mezzo ai deserti a vivere indipendente, secondo i dogmi della sua religione. Brigham Young ha detto al mondo cristiano:--Io sfido che mi si provi con la Bibbia che non ho diritto di prendere quante spose mi garbano: Salomone ha ben avuto mille mogli!-- A parte le idee bibliche che risveglia lo spettacolo della tribù dei mormoni, tranquilla e laboriosa, la quale non domanda che di essere lasciata in pace in mezzo alle sue praterie e alle sue montagne, è evidente che--ammesso pure nel Governo federale degli Stati Uniti il diritto di tentar di distruggere la poligamia nel territorio dell'Utah--non è con la violenza che si riuscirà nell'intento. Furono appunto il martirio del profeta e le persecuzioni contro i suoi seguaci che consolidarono la Chiesa detta dei Santi. Molti ricorderanno i disordini avvenuti nel 1871, quando il generale Grant--come un dì Napoleone I con Pio VII--fece mettere in prigione il papa e gli apostoli del mormonismo, i quali non volevano saperne di abrogare l'istituzione, che è una delle pietre angolari della loro religione. E poi i mormoni sono calunniati. Generalmente vendono creduti una razza lussuriosa, mentre invece chi li visita a casa loro dice di non aver mai veduto un popolo più serio e di costumi più semplici: i mormoni praticano la poligamia senza scandali e senza tener le donne a guisa di tante schiave, come avviene presso i musulmani. Nessuno di essi prende due mogli se non ha i mezzi di mantenerle agiatamente (molti non ne hanno neppur una) e non avvengono mai, fra loro, divorzi. Si contano sulle dita le mogli di mormoni che abbandonano il marito e il paese. Spesso è la prima moglie che indica al consorte una brava ragazza e lo consiglia di sposarla, per essere aiutata nel disbrigo delle faccende domestiche. La fede compie il miracolo di distruggere fra i mormoni la gelosia: le donne cresciute nell'Utah credono di piacere a Dio col vivere d'accordo fra loro e sottomesse al loro capo. Per colpire la poligamia si approvò a Washington una legge in forza della quale tutti coloro che vivono o hanno vissuto in relazioni maritali con più di una donna perdono i diritti elettorali. Si voleva con ciò far decadere dai loro diritti i mormoni e mettere il meccanismo governativo del territorio in mano della piccola minoranza dei gentili (così i mormoni chiamano i dissidenti dell'Utah). Per la migliore esecuzione della legge si mandarono sul luogo dei commissarii incaricati di far prestare a tutti i mormoni, prima di ammetterli a votare, il giuramento che non erano poligami. Questa misura ebbe per conseguenza di tener lontani dalle urne migliaia di cittadini, ma non si ottenne l'effetto desiderato, poichè fino dal primo esperimento tutti i candidati mormoni riuscirono trionfalmente coi voti dei mormoni che hanno una sola moglie. I mormoni trovarono poi degli alleati anche fra i liberali non appartenenti alla loro religione nel sostenere che la legge è ingiusta e che l'esigere un giuramento da chi si accosta alle urne è anticostituzionale. I mormoni o i _Santi degli ultimi giorni_, come essi si chiamano, sono adesso circa 160 mila e aumentano continuamente. Quasi tutte le settimane sbarca nei porti della costa atlantica qualche carovana di neofiti, guidata da un missionario, che va diritta a stabilirsi nell'Utah. La maggior parte dei neofiti provengono dalla Svezia, dalla Norvegia, dalla Danimarca, dalla Scozia e dall'Inghilterra. Viaggiando lungo la linea del Pacifico se ne incontrano spesso dei vagoni pieni. Io ne vidi arrivare a New-York, parecchie volte. Erano vigorosi contadini e robusti operai che avevano l'aria di recarsi al Lago Salato per isfruttare quelle vergini terre e darsi all'industria e al commercio allo scopo di procurarsi una buona posizione, non già per diventare tanti piccoli pascià e possedere una casa piena di donne e di marmocchi. Infatti, la maggior parte degli emigranti mormoni sono maritati e si può star sicuri che le mogli e le madri di famiglia non si deciderebbero al gran viaggio se non fossero persuase che ai loro mariti non frulla in capo l'idea di prender in casa altre donne, come permette la nuova religione. La giovane sposa di un neofita, interrogata sulle cause che l'avevano decisa a emigrare nell'Utah, rispose che la ragione per cui s'era potuta risolvere a cambiar religione stava nella certezza di migliorare la sua posizione. --E non temete--le fu chiesto--che a vostro marito salti poi il ticchio di prendere un'altra moglie? --Lo vorrei un po' vedere--esclamò la giovane sgranando tanto d'occhi. I convertiti che arrivano già ammogliati nell'Utah, non possono pigliare altre donne senza un certificato del presidente della chiesa che attesti la bontà della loro condotta e della loro riputazione e dichiari inoltre che essi sono in grado di mantenere una seconda o una terza moglie e i figli che ne potrebbero venire. Un missionario, certo signor King, mi diceva che non c'è paese oggi più favorevole dell'Inghilterra pel mormonismo. Di cento missionari che lavorano per la propagazione della fede in Europa, più di quaranta si trovano in Inghilterra. In Irlanda non c'è nulla da fare: sarebbe anzi pericoloso predicare colà la nuova religione. Il fondatore della setta è stato com'è noto il _profeta_ Giuseppe Smith, figlio di un povero fittaiuolo, nato nel 1805 nello Stato di New-York, il quale nel 1827 annunziò che un angelo gli aveva rivelato le nuove tavole della legge, e battezzò per immersione i suoi primi discepoli, che in numero di sei furono i suoi apostoli. Nel 1830 la «Chiesa di Gesù Cristo dei Santi dell'ultimo giorno» era definitivamente costituita: aveva insieme del giudaismo, del maomettanismo e del protestantesimo, il tutto mescolato a pratiche più o meno barocche e a credenze più o meno misteriose, raccolte in un libro. La propaganda cominciò subito attivamente e i neofiti, trasformati in coloni, costituirono nell'Ohio e nel Missouri negozi, fattorie e mulini. La prosperità della nuova chiesa le suscitò contro un mondo di invidiosi e di nemici. Una notte il profeta Smith fu sacrilegamente strappato dal suo letto, incatramato, impiumato (supplizio che per molti anni fu una specialità del popolaccio americano) e crudelmente percosso. Si tentò anche di fargli inghiottire dell'acqua ragia. E da allora in poi le persecuzioni non ebbero più tregua. Gli stabilimenti dei mormoni furono in gran parte saccheggiati e distrutti. Ma i santi non si scoraggiarono. Nel 1837 sette missionari, partiti dagli Stati Uniti senza un soldo in tasca, viaggiando alla ventura come una volta gli apostoli di Cristo, predicarono per la prima volta il nuovo vangelo in Inghilterra e fecero ben presto un migliaio di aderenti. L'anno seguente, temendosi la loro ingerenza vittoriosa nelle elezioni del Missouri, i mormoni furono in gran numero trucidati; gli altri, cacciati e spogliati dei loro beni, andarono a fondare Nauvoo, nell'Illinois. Questa città diventò in breve importante, ma neppure là cessarono le persecuzioni e nel 1844 Giuseppe Smith fu arrestato e poi ucciso nella prigione insieme con suo fratello. Due anni dopo, guidati da Brigham Young, il successore di Smith, i mormoni erano costretti ad abbandonare anche l'Illinois, per andar a cercare un po' di pace nelle solitudini dell'Utah, sulle rive del Gran Lago Salato. Il memorabile esodo cominciò nella primavera del 1847. Nuovo Mosè, Brigham Young partì coi suoi pionieri per il Far-West. Dovettero lottare spesso cogli indiani. Le donne, i fanciulli e i vecchi duravano fatica a tirar innanzi. Parecchi rimasero per istrada, estenuati, morenti. Mancavano di bestie da tiro, di carri. Alcuni infermi furono trascinati su carretti a mano, lungo tutta la strada. In causa dell'inverno precoce e terribile, la traversata delle Montagne Rocciose fu una vera rotta, come una ritirata di Russia. Già strada facendo erano mancate l'acqua e l'erba pel bestiame. Quanti mormoni caddero nella neve per non rialzarsi più! Finalmente, dopo parecchi mesi di stenti e di fatiche inenarrabili, Brigham Young e i suoi scorsero, dall'alto delle montagne, il Lago Salato, e, nella pianura, un ruscelletto che si gettava nel lago. Erano il Mar Morto e il Giordano del nuovo popolo di Dio: così furono battezzati dai mormoni che si chiamarono essi stessi i Santi dell'ultimo giorno. Lì presso risolvettero di gettare le fondamenta della nuova Sion. --Condotti--dice Brigham Young;--dall'Onnipotente, perchè nessuno di noi conosceva il paese, noi arrivammo il 24 luglio al Lago Salato, dopo aver percorso quattrocento miglia d'un sentiero da cacciatori, e aperta una nuova strada sopra seicento cinquanta miglia. Il paese non produceva che delle erbe sottili, alte appena quattro o cinque pollici, e il suolo era coperto da miriadi di cavallette, che servivano di nutrimento agli indiani. Durante l'autunno del 1847 arrivarono settecento carri pieni di emigranti, con tutte le loro famiglie. Brigham Young ripartì per cercare gli altri, che giunsero l'inverno seguente su mille carri. All'arrivo, altri fastidi aspettavano gli emigranti. Le cavallette avevano divorato la raccolta e si erano talmente moltiplicate, che l'Altissimo--dice Brigham Young--«dovette mandare una nuvola d'uccelli per mangiarle, senza di che le cavallette non avrebbero lasciato un filo di verde.» Si potrebbe--osserva uno storico--domandare a Brigham se Dio, che si prende tanta cura dei mormoni, in luogo di mandare gli uccelli per divorare le cavallette, non avrebbe fatto meglio non mandando le cavallette stesse!... I mormoni non piantarono gli alberi fruttiferi e i cereali soltanto nei dintorni della città del Lago Salato e lungo il Giordano. In tutte le valli irrigate, al nord e al sud del territorio, dovunque la terra può ricevere sementi e farla fruttificare, il colono andò, e la fertilità del suolo ricompensò ben presto i suoi sforzi. Nel sud dell'Utah si piantò il cotone, il gelso, e si stabilirono manifatture per filare; nel centro si seminò la canapa, il lino e si premettero i semi per estrarne l'olio. Sulla maggior parte dei corsi d'acqua si stabilirono segherie di legnami, mulini di farina. Sopra altre parti più aride si allevarono pecore, la cui lana fu tessuta. Tutti gli apostoli si arricchirono in queste operazioni agricole e industriali. Dal 1848 in poi i mormoni non cessarono di prosperare. Il territorio di Utah fu costituito nel 1851, e Brigham Young venne riconosciuto governatore con un atto del governo federale. Appena la popolazione oltrepassò i trentamila abitanti, il territorio avrebbe dovuto essere ricevuto come Stato nella federazione degli Stati Uniti ed esercitare il diritto di mandare a Washington due senatori e un numero di congressisti proporzionato ai suoi abitanti. Ma, per la questione della poligamia, l'Utah è ancora un semplice territorio. Per finire. Si attribuisce a Brigham Young un ragionamento molto curioso per difendere la pluralità delle mogli. --O il matrimonio è buono, o è cattivo. Ora esso è buono, dal momento che tutti si ammogliano; e siccome delle cose buone è utile essere bene provveduti, così è saggio colui che prende più di una moglie. San Paolo non era dello stesso parere. Se piglierete moglie--diceva--farete bene e se non la piglierete farete meglio. VIII. La distruzione delle Pelli Rosse. Non parliamo poi del modo disumano con cui gli americani del Nord vanno distruggendo gli ultimi indiani. Dopo averli confinati in certe zone di terreno chiamate _reservations_ violano i patti; i soldati fanno invasioni continue e si abb