Canzoni de' miei padri, antiche istorie
Che a' felici d'infanzia anni imparai
Nel mio alpestre idioma (inculta lingua
Ma d'affetti guerrieri e di mestizia
Gentilmente temprata e dolce al core!)
Riedete nel mio spirto: e col soave
Risovvenir delle pietose note
Illudetemi sì che a' miei dolori
E al carcere ov'espio vani ardimenti
Togliermi io creda, e a me ritornin l'ore
Di mie gioje infantili—o di Saluzzo
Nell'amato che prima aere spirai—
O sui fragranti colli onde di fiori
E limpid'acque Pinerolo è lieta—
O per gli Eridanini ameni poggi,
Ove la sera il Torinese ascolta
Della lontana villanella il metro
Che avventure d'eroi dice e d'amore.
Oh poetica terra! oh popolata
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D'alte cavalieresche rimembranze
Or gaje or triste, commoventi sempre!
Tu la prima onda porgi e le tue valli
Il primo letto al giovin re de' fiumi,
Ed ei ne' campi tuoi cresce educato
Come in orto di fiori! E di quell'orto
Mentre il voluttuoso aere m'inebbria
Veggio intorno—ove ch'io l'occhio sollevi—
Con fiero atto seder sovra le alture
Negre castella, e scemasi a tal vista,
Ma no, non cessa e sol natura cangia
La voluttà che mi ridea nel core
E più seria diventa e non men dolce;
E allora il pastoral flauto lasciando
Toccar desio la trobadoric'arpa.
Musa, o patria, a me sien le tue memorie:
Rosilde io canto.—
Bella era ed amata
E al suo sposo e signor tenera amante:
E—come a fiore un fiorellin s'appoggia—
Nelle braccia materne un pargoletto
Della madre al sorriso sorridea.
Se torna dalla caccia il cavaliere
Teodomiro, oh quanto gli par lunga
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La salita al castel! non perchè il domi
Grave stanchezza, ma perchè alla sposa
Adorata il pensier vola ed al figlio:
Erge ei gli occhi alla torre—e v'apparìa
Lui desiando la venusta dama
Col leggiadro bambin, quasi dal cielo
Scesa fosse d'Iddio la Vergin Madre
A consolar d'un suo sguardo i mortali.
Ma improvviso precipita il dolore
Sui dì felici! Era un mattino, e in riva
Stava al Lemna natio Teodomiro
Inseguendo il cinghial. Vibra la freccia,
E tra questa e la belva, ahi, dal cavallo
Spinto è il giovin Denigi, e cade esangue!
Denigi il fratel d'arme, il fido amico
Dell'uccisore! (Vive ancor negli inni
Di tue vaghe fanciulle, o Pinerolo,
La beltà di Denigi e il suo coraggio.)
Oh rammarco! rammarco! e dacchè tinto
Del sangue dell'amico è il cavaliero,
Sfuma ogni gioja sua. Sovra il castello,
Così beato in pria, siede e vi spande
I negri vanni suoi l'angiol del male;
E dello spirto scellerato il riso
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Fama è che molti udir di notte tempo,
Quando consunto da languor si spense
Di Rosilde il figliuolo, e del materno
Pianto ulular le desolate sale.
Nè qui del mal le orribili minacce
Termine han pure. Ahi! di Rosilde istessa
Le giovanili guance scolorarsi
Vede lo sposo, e andarsi a poco a poco
Estinguendo in que' grandi occhi il bel raggio
Onde dianzi splendean con tanta vita:
E in segreto ei sospira, e mentre asconde
Con ridenti parole il suo timore,
Gli s'arriccian le chiome immaginando
Un'altra tomba—e in questa tomba chiusi,
Chiusi quegli adorati occhi per sempre!
Presso a morte ella venne. E allor proruppe
Nel già incredulo cor del cavaliero
Religïon con tutta sua possanza:
E sceso a Pinerolo, al maggior tempio
Ricchi doni profonde, e con solenni
Riti espiar l'involontario cerca
Omicidio commesso, e (se mai peni)
Suffragar di Denigi il caro spirto,
Onde placato il ciel renda a Rosilde
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Vita e gioja e di madre il dolce nome.
Ahi! nel sonno gli appar l'amico spettro,
E non irato è il volto suo, ma mesto
Come d'un che pietoso asconder brami
Le proprie, e più d'altrui senta le pene,
Nè gli si doni il sollevarle; e porti
Una coppa amarissima, e non sia
Quella coppa un rimedio, e ber si debba!
—Deh, spiegati! dicea Teodomiro,
Spiegati!—Ed il fantasma una lontana
Strada additava, e in fondo a quella strada
Con eccelse basiliche sorgea
Una grande città: dir sembra—«Vanne,
Là Dio ti chiama!» e mentre ivi lo affretta
Con una man si copre il volto e piange.
Atterrito si desta il cavaliere:
L'oscuro sogno medita; ispirato
Alfin si crede. «Ah! non v'ha dubbio, è Roma
Quella grande città: col pio vïaggio
Te, Denigi, da tue fiamme, e da morte
La cara donna liberar degg'io»—
Dice, e ad un tempo a ciò s'astringe in voto.
Esultate, o colline! ad abbellirvi
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Torna col redivivo occhio Rosilde.
Di festive ghirlande olezzan tutte
Del castello le sale: echeggian l'arpe;
Stagion tornò di danze e di conviti:
L'angiol della sventura è dileguato.
Ma fido al voto suo prende il bordone
Teodomiro e seco uno scudiero,
Nè che la sposa il segua egli consente;
Perocchè a lei vicino ardua non fora
Più penitenza alcuna, e potrìa il cielo
Gravemente punirnelo.—«Addio, sempre
Più sempre amata! i giorni tuoi mi serba
E l'amor tuo! qui fra due lune io riedo.»
Piangea Rosilde, e dalle care braccia
Strapparsi non potea: nè di Rosilde
Tutte eran quelle lagrime che il volto
Inondavano al sire.—Oh dolorose
Partenze, sì, ma di dolcezza miste,
Quando due cuori che batteano insieme
Breve tempo si staccano, ma l'ora,
La lieta ora si dicon del ritorno!
Ahimè che di partenze altre son conscio
Più dolorose! allorchè a forza svelti
Da geloso tiranno eran due cori,
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Nè dirsi addio potean, nè lor rimase
Speme che di ritorno ora risplenda!
Compie una luna dacchè orando e cinta
D'umil cilicio, infra i digiuni e il pianto,
Quasi pia vedovella, entro il solingo
Castel vivea la innamorata donna,
Di niun pensier curando altro che un solo,
Quando dal suo veron gli occhi volgendo
Giù sul pendio, salir vede un canuto
Che pare (ed è) il fedele Ugger, che il sire
Accompagnato ha in romeaggio.—«Ahi lassa!
Solo ritorna? Oh palpiti! oh funesti
Presentimenti!»—E indietro si ritrae:
Si riaffaccia indi al veron: prestigio
Creder vorria ciò ch'ella vede; e il santo
Segno si fa della salute, e sclama,
«No, mio Gesù, no, non sia ver! non sia!»
Ma giunto è il vecchio, e a' pie della signora
Singhiozzando si getta.
«O mio buon servo!
Tu mi rechi la morte, io già t'intendo:
Narra ov'ei cadde; ah, ch'io sovra la terra
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Che lo ricopre, almen mi tragga e spiri!&ra