The Project Gutenberg eBook of I Bagni di Lucca, Coreglia e Barga This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook. Title: I Bagni di Lucca, Coreglia e Barga Author: Arnaldo Bonaventura Release date: December 10, 2012 [eBook #41600] Language: Italian Credits: Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive) *** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK I BAGNI DI LUCCA, COREGLIA E BARGA *** Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive) COLLEZIONE DI MONOGRAFIE ILLUSTRATE Serie 1.ª — ITALIA ARTISTICA 75. I BAGNI DI LUCCA, COREGLIA E BARGA Collezione di Monografie illustrate Serie ITALIA ARTISTICA DIRETTA DA =CORRADO RICCI=. 1. RAVENNA di CORRADO RICCI. VIII Edizione, con 157 illus. 2. FERRARA e POMPOSA di GIUSEPPE AGNELLI. III Ediz., con 138 illustrazioni. 3. VENEZIA di POMPEO MOLMENTI. III Ediz., con 140 illus. 4. GIRGENTI di SERAFINO ROCCO; DA SEGESTA A SELINUNTE di ENRICO MAUCERI. II Edizione, con 101 illustr. 5. LA REPUBBLICA DI SAN MARINO di CORRADO RICCI. II Edizione, con 96 illustrazioni. 6. URBINO di GIUSEPPE LIPPARINI. III Ediz., con 120 illus. 7. LA CAMPAGNA ROMANA di UGO FLERES. II Edizione, con 112 illustrazioni. 8. LE ISOLE DELLA LAGUNA VENETA di P. MOLMENTI e D. MANTOVANI. II Edizione, con 133 illustrazioni. 9. SIENA d'ART. JAHN RUSCONI. III Ed., con 153 illustrazioni. 10. IL LAGO DI GARDA di G. SOLITRO. III Ediz., con 149 illus. 11. SAN GIMIGNANO di R. PÀNTINI. II Ediz., con 153 illus. 12. PRATO di ENRICO CORRADINI; MONTEMURLO e CAMPI di G. A. BORGESE. II Edizione, con 136 illustrazioni. 13. GUBBIO di ARDUINO COLASANTI. II Ediz., con 119 illust. 14. COMACCHIO, ARGENTA E LE BOCCHE DEL PO di ANTONIO BELTRAMELLI, con 134 illustrazioni. 15. PERUGIA di R. A. GALLENGA STUART. III Ed., con 169 ill. 16. PISA di I. B. SUPINO. II Edizione, con 156 illustrazioni. 17. VICENZA di GIUSEPPE PETTINÀ. II Ediz., con 157 illustraz. 18. VOLTERRA di CORRADO RICCI. II Ediz., con 174 illustraz. 19. PARMA di LAUDEDEO TESTI. II Ediz., con 170 illustrazioni. 20. IL VALDARNO DA FIRENZE AL MARE di GUIDO CAROCCI, con 138 illustrazioni. 21. L'ANIENE di ARDUINO COLASANTI, con 105 illustrazioni. 22. TRIESTE di GIULIO CAPRIN, con 139 illustrazioni. 23. CIVIDALE DEL FRIULI di GINO FOGOLARI, con 143 ill. 24. VENOSA E LA REGIONE DEL VULTURE di GIUSEPPE DE LORENZO, con 121 illustrazioni. 25. MILANO, Parte I. di F. MALAGUZZI VALERI, con 155 ill. 26. MILANO, Parte II. di F. MALAGUZZI VALERI, con 140 ill. 27. CATANIA di F. DE ROBERTO, con 152 illustrazioni. 28. TAORMINA di ENRICO MAUCERI, con 108 illustrazioni. 29. IL GARGANO di A. BELTRAMELLI, con 156 illustrazioni. 30. IMOLA E LA VALLE DEL SANTERNO di LUIGI ORSINI, con 161 illustrazioni. 31. MONTEPULCIANO, CHIUSI E LA VAL DI CHIANA SENESE di F. BARGAGLI-PETRUCCI, con 166 illustrazioni. 32. NAPOLI. Parte I. di SALV. DI GIACOMO. II Ediz., con 192 ill. 33. CADORE di ANTONIO LORENZONI, con 122 illustrazioni. 34. NICOSIA, SPERLINGA, CERAMI, TROINA, ADERNÒ di GIOVANNI PATERNÒ CASTELLO, con 125 illustrazioni. 35. FOLIGNO di MICHELE FALOCI PULIGNANI, con 165 illustraz. 36. L'ETNA di GIUSEPPE DE LORENZO, con 153 illustrazioni. 37. ROMA, Parte I. di DIEGO ANGELI. II Ediz., con 128 illustr. 38. L'OSSOLA di CARLO ERRERA, con 151 illustrazioni. 39. IL FÙCINO di EMIDIO AGOSTINONI, con 155 illustrazioni. 40. ROMA, Parte II. di DIEGO ANGELI, con 160 illustrazioni. 41. AREZZO di GIANNINA FRANCIOSI, con 199 illustrazioni. 42. PESARO di GIULIO VACCAJ, con 176 illustrazioni. 43. TIVOLI di ATTILIO ROSSI, con 166 illustrazioni 44. BENEVENTO di ALMERICO MEOMARTINI, con 144 illustraz. 45. VERONA di GIUSEPPE BIÀDEGO. II Ediz., con 179 illustraz. 46. CORTONA di GIROLAMO MANCINI, con 185 illustrazioni. 47. SIRACUSA E LA VALLE DELL'ANAPO di ENRICO MAUCERI, con 180 illustrazioni. 48. ETRURIA MERIDIONALE di SANTE BARGELLINI, con 168 ill. 49. RANDAZZO E LA VALLE DELL'ALCANTARA di F. DE ROBERTO, con 148 illustrazioni. 50. BRESCIA di ANTONIO UGOLETTI, con 160 illustrazioni. 51. BARI di FRANCESCO CARABELLESE, con 173 illustrazioni. 52. I CAMPI FLEGREI di GIUSEPPE DE LORENZO, con 152 ill. 53. VALLE TIBERINA (DA MONTAUTO ALLE BALZE — LE SORGENTI DEL TEVERE) di PIER LUDOVICO OCCHINI, con 158 ill. 54. LORETO di ARDUINO COLASANTI, con 129 illustrazioni. 55. TERNI di LUIGI LANZI, con 177 illustrazioni. 56. FOGGIA E LA CAPITANATA di ROMOLO CAGGESE, con 150 illustrazioni. 57. BERGAMO di PIETRO PESENTI, con 139 illustrazioni. 58. IL LITORALE MAREMMANO (GROSSETO-ORBETELLO) di C. A. NICOLOSI, con 177 illustrazioni. 59. BASSANO di GIUSEPPE GEROLA, con 160 illustrazioni. 60. LA MONTAGNA MAREMMANA (VAL D'ALBEGNA — LA CONTEA URSINA) di C. A. NICOLOSI, con 181 illustrazioni. 61. IL TALLONE D'ITALIA: I. LECCE E DINTORNI di GIUSEPPE GIGLI, con 135 illustrazioni. 62. TORINO di PIETRO TOESCA, con 182 illustrazioni. 63. PIENZA, MONTALCINO E LA VAL D'ORCIA SENESE di F. BARGAGLI-PETRUCCI, con 209 illustrazioni. 64. ALTIPIANI D'ABRUZZO di EMIDIO AGOSTINONI, con 206 ill. 65. PADOVA di ANDREA MOSCHETTI, con 193 illustrazioni. 66. LA BRIANZA di UGO NEBBIA, con 171 illustrazioni. 67. TERRACINA e LA PALUDE PONTINA di ATTILIO ROSSI, con 156 illustrazioni. 68. IL TALLONE D'ITALIA: II. GALLIPOLI, OTRANTO E DINTORNI di GIUSEPPE GIGLI, con 150 illustrazioni. 69. ASCOLI PICENO di CESARE MARIOTTI, con 165 illustraz. 70. DA GEMONA A VENZONE di G. BRAGATO, con 178 illustr. 71. SPELLO, BEVAGNA, MONTEFALCO di GIULIO URBINI, con 107 illustrazioni. 72. L'ISOLA DI CAPRI di ENZO PETRACCONE, con 130 illustr. 73. I MONTI DEL CIMINO di SANTE BARGELLINI, con 184 illustrazioni. 74. L'ARCIPELAGO TOSCANO di JACK LA BOLINA, con 86 illustrazioni. 75. I BAGNI DI LUCCA, COREGLIA E BARGA di A. BONAVENTURA, con 152 illustrazioni. TRADUZIONE IN LINGUA INGLESE _Serie Artistic Italy_ RAVENNA by CORRADO RICCI. VENICE by POMPEO MOLMENTI. Translated by Alethea Wiel. TRADUZIONE IN LINGUA TEDESCA _Das Kunstland Italien_ VENEDIG von POMPEO MOLMENTI. Deutsch von F. I. Bräuer. TRIEST von G. CAPRIN. Deutsch von F. I. Bräuer. DER GARDASEE von GIUSEPPE SOLITRO. Deutsch von F. I. Bräuer. Inviare cartolina-vaglia all'Istituto Italiano d'Arti Grafiche — Bergamo. ARNALDO BONAVENTURA I BAGNI DI LUCCA COREGLIA E BARGA CON 152 ILLUSTRAZIONI BERGAMO ISTITUTO ITALIANO D'ARTI GRAFICHE — EDITORE 1914 TUTTI I DIRITTI RISERVATI Officine dell'Istituto Italiano d'Arti Grafiche — Bergamo. INDICE DEL TESTO Albiano, 138, 144 =Bagni di Lucca=, 13, 100 — _Bagni Caldi_, 27, 36 — — Grande Albergo delle Terme, 37 — — S. Martino, 37 — _Ponte a Serraglio_, 22-26 — — Bagno Bernabò, 27 — — Bagno Giovannini, 26 — — S. Giovanni, 29 — — Cappella Demidoff, 26 — — Casino Reale, 19, 24, 26 — — Chiesa, 24 — — Doccie basse (Bagno rosso), 28 — — Ospedale Demidoff, 26 — — Villa Fiori, 24 — _Villa_, 45 — — Bagno alla Villa, 42 — — Casa Giorgi, 45 — — Chiesa Anglicana, 19, 42 — — Cimitero Inglese, 45 — — Corsena, 16, 29, 38-42 — — — Bagno Caldo, 29, 42 — — — Pensione Margherita, già Casa Buonvisi, 39 — — — S. Pietro, 42 — — Palazzo Comunale, 45 — — Pian della Villa, 38 — — Ponte a Mocco, 45 — — Teatro, 45 Balzo della Vergine, 80 =Barga=, 101-147 — Annunziata, 126 — Conservatorio di S. Elisabetta, 125 — Crocifisso, 126 — Duomo, 109, 114 — S. Felice, 126 — S. Francesco, 120 — S. Fruttuoso, 126 — Monumenti pubblici, 131 — Palazzi, 127 — Palazzo Pretorio, 110 — Piazze, 132-134 — Porte, 107 — Teatro, 134 Battifolle, 64 Belvedere, 99 Benabbio, 60 — Assunta, 61 — Belvedere, 63 — Castello, 62 — — S. Michele, 62 — Compagnia della Vergine, 62 Brandeglio, 63, 85 Bugnano, 68 Cappella (La), 69 Casabasciana, 64 Cascata del Tino, 78 Casoli, 79 S. Cassiano di Controne, 69 Castelvecchio di Sopra, 140, 144 — di Sotto, 140, 144 Cembroni, 69 Chifenti, 27 Cocciglia, 78 Cocolaio, 69 Colichi, 68 Colle, 37 — Annunziata, 37, 38 Controneria, 68 =Coreglia=, 90-96 — La Croce, 96 — S. Martino, 93 — S. Michele, 93 — Palazzo Rossi, 96 Crasciana, 64 Fabbriche (Le), 64 Focecolonia, 68 Foce a Giovio, 10 Fornaci, 140 Fornoli, 65 S. Gemignano di Controne, 69 =Ghivizzano=, 97 — Castello, 98 — Ss. Pietro e Paolo, 97 Gombereto, 69 Granajola, 65 — S. Michele, 65 Grotta, 34 Grumignano, 97 Guzzano, 69 Limano, 80 Livizzano, 69 Longojo, 69 Loppia, 138, 140 — Pieve, 140 Lucchio, 85 Lucignana, 97 Lugliano, 56 Luna, 26 Luniano, 68 Mobbiano, 69 Montefegatesi, 76 Monte Forato, 97 Monti di Villa, 68 Ospedaletto, 99 Palleggio, 78 Palmaja, 68 S. Piero in Campo, 140, 144 Pieve, 68 — di Controne, 68 Ponte all'Ania, 140 — a Calavorno, 91 — alla Fegana, 91 — della Maddalena o del Diavolo, 15 Ponte a Moriano, 21, 22 Pratofiorito, 71, 76 Riolo, 68 Romitorio delle Pizzorne, 59 Rondinajo, 99 Sasso a Mottone, 99 Sommocolonia, 138, 143 Strette di Lima o di Cocciglia, 79, 80 — di Limano, 80 Tana a Termini, 85 Tereglio, 99 Tiglio di Sopra, 138, 142 — di Sotto, 138, 142 Vetteglia, 69 Vico Pancellorum, 80 Villa Diana, 63 — Trebilliani alla Torre, 26 Vitiana, 97 Vizzata, 69 INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI =Bagni di Lucca:= Bagni caldi, 39, 40 Bagno Bernabò (da una vecchia stampa), 18 — caldo (id.), 16 — S. Giovanni (id.), 19 — alla Villa (id.), 15 — — e Corsena, 45 Balzo della Vergine presso Ponte Maggio, 84 Benabbio — Chiesa dell'Assunta — Fonte battesimale: Particolare del cancello in ferro, 63 — — La Vergine e l'arcangelo Gabriele (statue in legno), 62 — Piazza e fianco della chiesa, 61 Carta topografica (da una vecchia stampa), 14 Casabasciana — Lavatoio, 65 Casino Reale, 28 — Salone, 29 Chiesa Anglicana, 47 Cimitero Inglese, 56 Confluenza Lima e Serchio, 36 =Coreglia=, 94 Corsena e Bagno alla Villa, 44 — Chiesa di S. Pietro, 48 — — Croce processionale in argento, 51 — — Interno, 49 — — La Vergine e il Figlio (statuetta in argento), 50 Corsena — Chiesa di S. Pietro — Oratorio della Madonna del Soccorso: Banchi e postergali in legno intagliato, 52 — Panorama, 41 Doccie basse (da una vecchia stampa), 17 Granajola, 66 — Opera di S. Michele — Croce processionale in metallo, 67 Grotta a vapore, 38 Heine Enrico (ritratto), 13 Lago Santo, 98 Lima, 34 Limano — Panorama, 87 — Piazza, 85 Lucchio — Panorama, 90 — Ruderi della Fortezza, 89 Lugliano, 58 Montefegatesi, 76 — Piazza XX Settembre, 75 Monte Forato, 96 — “La Pania„, 95 Monti di Villa, 68 — Chiesina di Focecolonia, 69 — Riolo, 70 — Piazza, 60 Ponte a Calavorno, 92 — del Diavolo, 20 Ponte di ferro, 66 — a Mocco, 55 — Nero, 77 — sulla Buliesima, detto Ponte Conte di Torino, 57 — sul torrente la Lima e veduta di Villa, 57 Ponte a Serraglio — Chiesa, 25 — Ospedale e Cappella Demidoff, 31, 32, 33 — Panorami, 21, 22, 23 — Piazza, 27 — Villa Fiori, 24 Rondinajo, 100 S. Cassiano di Controne — Chiesa e torre campanaria, 73 — — L'Annunziata e l'Angiolo (statue in legno), 74 — — S. Martino (id.), 74 — Località detta Vizzata, 72 S. Gemignano di Controne — Piazza, 71 Stabilimento del Bagno alla Villa, 47 — idroterapico, 37 Strette di Cocciglia, 78, 79 — di Limano, 86, 88 Torrente la Lima col ponte Camajone, 30 Valle della Lima presso Ponte Maggio, 80 — vista dalla Villa Trebilliani, 35 — Ponte Maggio, 83 Vico Pancellorum — Chiesa di S. Paolo, 81 — — Campanile ed abside, 82 Villa — Panorami, 42, 43, 46, 53 — e torrente la Lima, 54 Villa Diana, 64 =Barga:= Chiesa del Crocifisso — Coro in legno scolpito, 132 — di S. Elisabetta — Altare della Madonna: L'Ascensione di Maria, 131 — — La Madonna e S. Giuseppe che adorano Gesù (vetro dipinto), 130 — — Madonna con Gesù, 130 — di S. Francesco o dei Cappuccini — La nascita di Gesù, 123 — — Le stimmate di S. Francesco, 125 — — Madonna della Cintola, 124 — — S. Andrea e S. Antonio, 128 Conservatorio di S. Elisabetta, 129 Duomo, 106 — Agape (sec. XII), 13 — Ambone, 113 — Calice, 122 — Campanile e la Scalaccia, 110 — Croce d'argento, 122 — Facciata, 111 — Frammento di ornamentazione esterna, 107 — Interno, 112 — L'Adorazione dei Magi (particolare dell'ambone), 115 — L'Annunciazione e il Presepio (id.), 115 — Lato sud ed ovest, 109 — Particolare dell'archeggiatura della facciata, 107 — — della porta maggiore, 108 — Pianeta di damasco e fregio, 126 — Pianete con fregi, 126 — Pile dell'acqua santa, 119 — Piviale di damasco, 127 — Porta di ponente: Frammenti di architrave, 108 — Reliquiario di S. Cristoforo, 121 — S. Cristoforo (statua in legno), 120 — S. Giov. Battista (particolare del pulpito), 114 — Tabernacolo, 118 — Trina di Milano a fuselli, 127 — Vedute di Barga antica (particolari di una tavola), 116, 117 Loggia del Podestà, 136 Monumento ad Antonio Mordini, 135 Palazzo Municipale e busto a Pietro Angelio, 133 Panorami, 101, 102 Pieve di Loppia, 138, 139 — Particolare dell'abside, 140 Porta Macchiaia, 105 — — Esterno, 104 — Reale o Mancianella, 103 Stemma di terra di Montelupo, 137 — robbiano dei Rondinelli, 137 Targa-ricordo in bronzo a Salvo Salvi, 134 Una via, 105 _Dintorni:_ Albiano, 144 — Villa Mordini, 145 Castelvecchio, 146 — Casa di Giovanni Pascoli, 146 Sommocolonia, 143 Tiglio di Sopra, 140 — Chiesa — Madonna e Angelo, 141 Tiglio di Sotto, 142 I BAGNI DI LUCCA, COREGLIA E BARGA [Illustrazione: BARGA — DUOMO: AGAPE (SEC. XII). (Fot. Magri).] I BAGNI DI LUCCA. Le abitazioni dei Bagni di Lucca «sono situate in un villaggio circondato da alte montagne, o sono assise su l'una di queste montagne, non lungi dalla sorgente principale. Un gruppo pittoresco di case guarda la vallata incantevole. Ma ve ne sono alcune solitarie, sparse su pei declivî, alle quali bisogna arrampicarsi penosamente traverso a vigne, mirti, caprifogli, allori, olivi, geranî e altri fiori e piante nobili, vero paradiso selvaggio. Io non ho mai veduto più incantevole vallata, soprattutto quando dalla terrazza del Bagno superiore s'immerge lo sguardo giù nel villaggio. Si vede il Ponte che passa sopra un piccolo fiume chiamato Lima, che, dividendo in due parti il villaggio, si precipita ad ogni estremità in piccole cascatelle su massi di roccia e vi fa gran chiasso, come se volesse dire le più leggiadre cose e la sua voce fosse incessantemente coperta dal molteplice cicaleccio degli echi. [Illustrazione: ENRICO HEINE.] «L'incantesimo massimo di questa vallata sta senza dubbio in ciò, ch'essa non è troppo grande né troppo piccola: che l'anima dello spettatore non si sente punto violentemente strappata, ma ch'essa, invece, può riempirsi del delizioso spettacolo. Le stesse cime delle montagne, come in tutta la catena degli Appennini, lungi dall'essere sfigurate in frastagliamenti grotteschi come le caricature di montagne che troviamo in Germania, altrettanto spesso quanto le caricature di uomini, si svolgono per lo contrario in forme arrotondate e verdeggianti, che sembrano esprimere una civiltà artistica e armonizzano melodiosamente col pallido azzurro del cielo.» [Illustrazione: CARTA TOPOGRAFICA DEI BAGNI DI LUCCA. (Da una vecchia stampa).] Così, mescendo sempre il suo sarcastico _humor_ al palpito che tanta bellezza di natura destava nel suo cuore d'artista, scriveva, de' Bagni di Lucca, Enrico Heine nei suoi _Reisebilder_. E acutamente, da osservatore profondo, poneva in rilievo la ragion vera della loro bellezza resultante dall'armonica proporzione di tutte le parti concorrenti a formare il quadro, _né troppo grande né troppo piccolo_ ed esprimenti quasi una _civiltà artistica_. Così, nel seguente capitolo dei suoi _Reisebilder_, egli affermava che _in Italia la natura è piena di passione come il popolo stesso_. E certo all'indole peculiare e caratteristica del popolo nostro toscano ben sembra conformarsi e rispondere il paesaggio dei Bagni di Lucca. Non qui la grandiosità della natura selvaggia come nei borghi alpini bianchi e scintillanti di neve: non qui le desolate e pur suggestive pianure della campagna romana: non qui i parchi e i giardini pieni di aranci e di rose onde s'allietano le campagne del Napoletano e della Sicilia. Qui la semplice e pura eleganza naturale del paesaggio toscano, colle montagne lussureggianti di verde, coi colli dal dolce declivio, colle valli solcate da freschi ruscelli d'argento, colle praterie erbose, coi viottoli romiti, colle aiuole coltivate; qui un succedersi di bozzetti leggiadri, di amene vedute, di _combinazioni di luce e di prospettiva_, come scriveva a proposito di questi luoghi Giuseppe Giusti, _da incantare pittori e non pittori, purché abbiano occhi da vedere e animo che accompagni la vista_. Le naturali bellezze e l'efficacia curativa delle acque termo-minerali che vi si trovano, dettero ai Bagni di Lucca molta rinomanza fino da tempi antichissimi. Ché se mancano documenti comprovanti la tradizione che fossero noti ai Romani e che vi soggiornasse perfin Giulio Cesare, certo è che nel medio evo se ne diffuse largamente la fama e che godettero successivamente un lungo periodo di celebrità mondiale. [Illustrazione: IL BAGNO ALLA VILLA. (Da una vecchia stampa).] Il primo documento finor conosciuto, nel quale si faccia menzione di questi luoghi, è una pergamena del 983 esistente nell'Archivio arcivescovile di Lucca, relativa a un livello che ne formò il vescovo Teudogrimo, nominandone visconte un certo Fraolmo. Ma la vera celebrità dei Bagni di Lucca comincia al tempo della Contessa Matilde: la quale per agevolarne l'accesso ai numerosi infermi che vi si recavano, specialmente dalla parte di Lombardia, fece costruire, probabilmente nel 1101, in sostituzione del vecchio ponte a Chifenti, quell'arditissimo e meraviglioso Ponte detto alla Maddalena che è comunemente conosciuto sotto il nome di Ponte del Diavolo. Esso rientra, veramente, nella circoscrizione territoriale del Borgo a Mozzano; ma poiché tocca quasi il confine dei Bagni di Lucca, dal lato inferiore, e forma a questi l'accesso dalla Garfagnana, gioverà ricordarne anche qui la leggenda, quale fu narrata da un contadino a Giuseppe Giusti che così la riferisce in una sua lettera ad Andrea Francioni, da Pescia: «Raccontano che san _Giugliano_, quando fece il Ponte, per finire quest'arco chiamò quell'amico e gli disse che l'aiutasse: ma chi sa poi se è vero?... Perché no? Dunque? Chiese aiuto al... gli chiese aiuto (qui ci accorgemmo che il buon uomo aveva scrupolo a nominare il Diavolo) e gli promesse la prim'anima che ci fosse passata su. Quando fu finito, san _Giugliano_, per canzonarlo, di laggiù di fondo aizzò un cane e poi gli tirò una stiacciata su per il ponte: il cane corse dietro e qui, dove tocco col piè, agguantò la stiacciata: quello che stava a vedere chi passava il primo, subito gli dà addosso, e quando trovò ch'era un cane invece d'un cristiano lo prese, lo scaraventò con tanta rabbia in terra che sfondò qui, passò di sotto. Ma non sarà vero: lo dicono, ma chi c'era allora?....» [Illustrazione: IL BAGNO CALDO (Da una vecchia stampa).] Il Ponte che, come dice il Tegrimi, _fu già magnificamente et con lavoro bellissimo fabbricato da quella nobilissima donna Matilde_, venne più tardi, _perché indebolito et guasto dalla vecchiezza et dal tempo_, restaurato per opera di Castruccio Castracane e venne poi, recentemente.... guastato per opera degli ingegneri che costruirono la ferrovia Lucca-Bagni di Lucca e che non si ritrassero dallo smozzicarne una fetta! Nell'anno 1245, secondo che attestano il Dalli, nella sua manoscritta cronaca di Lucca, e il Civitali e il Bendinelli e il Sesti ed altri annalisti, si recò ai Bagni di Corsena (come allora chiamavasi tutto il paese, mentre oggi il nome di Corsena è rimasto solo ad una sua parte) l'imperatore Federico II con largo seguito e vi si trattenne più giorni. Pare che in quella occasione il Comune di Lucca, impressionato per la venuta del potente imperatore e sospettando in lui disegni di conquista a' suoi danni, ordinasse la frettolosa demolizione di un Castello che si ergeva sulla vetta del Colle, Castello che fu poi ricostruito e poi nuovamente e definitivamente abbattuto nel 1345. [Illustrazione: LE DOCCIE BASSE. (Da una vecchia stampa).] Cresceva frattanto e sempre più si diffondeva la fama delle virtù curative del Bagno a Corsena: e nel 1284 ne faceva menzione Guido da Corvaja nelle sue _Cronache pisane_, dalle quali si rileva che allora usavasi cominciare la bagnatura a' primi di marzo per la credenza che nella notte antecedente al primo venerdì di quel mese un angelo scendesse a benedir le sorgenti: e nel 1291 si costituiva la consorteria _Capitanei societatis sociorum balneorum dictorum de Corsena_, la quale _sponte et concorditer pro remedio et salute animarum eorum sociorum_ cedeva a Jacopo detto Puccio, fabbro, cittadino lucchese, un appezzamento di terra in vicinanza dei Bagni per costruirvi un ricovero per gli ammalati poveri, bisognosi di curarsi con quelle acque. In quel tempo le sorgenti appartenevano alla Repubblica di Lucca che, sebbene _cum multa angustia_, le aveva acquistate per il prezzo di L. 4000. Puccio, nominato custode dei Bagni, vi spese attorno molteplici diligenze e premure: li arricchì di nuovi fabbricati, ne restaurò le vasche, ne disciplinò il servizio e fece anche edificare a sue spese la chiesa di s. Martino, al Bagno Caldo, anc'oggi esistente. Le agitazioni guerresche e politiche che sconvolsero nel medio evo tanta parte d'Italia, si ripercossero naturalmente anche sulle vicende delle Terme lucchesi e il Comune de' Bagni ora fu indipendente, ora fu assoggettato alla Repubblica di Lucca, ora dai governanti fu trascurato, ora invece favorito e protetto. Peraltro, anche fra tanto mutar di vicende, le Terme conservarono la loro fama. Succeduto al tirannico governo dei Faggiolani quello di Castruccio, furono da lui fatti costruire i ponti di Fornoli, di Serraglio e di Palmaja, e fu fatto restaurare quello alla Maddalena o del Diavolo. [Illustrazione: IL BAGNO BERNABÒ. (Da una vecchia stampa).] La signoria di Lucca passava quindi, successivamente, nelle mani di Lodovico il Bavaro, di Marco Visconti, di Gherardo Spinola, del re Giovanni di Boemia (che emanava diversi ordinamenti in favore dei Bagni) e poi degli Scaligeri signori di Verona (Mastino ed Alberto); il procuratore dei quali, capitano generale Guglielmo Canacci, riformava le discipline delle Terme in vista del gran numero di indigeni _et extraneorum gentium_ che vi accorrevano anche _a remotis terris_. Finalmente il dominio passò in mano ai Pisani che concessero a Francesco Castracane, parente di Castruccio, il profitto delle gabelle del Bagno a Corsena. Presto peraltro i Lucchesi scossero il giogo di Pisa e allora un nuovo Statuto regolò le Terme e le lor dipendenze, affidandone l'amministrazione al Consiglio dell'ospedale della Misericordia, e la direzione ad un podestà. I continui dissidî fra gli ottimati ed il popolo, le continue guerre intestine, le molteplici agitazioni del tempo fecero nuovamente pericolare le sorti dei Bagni: fortunatamente valse a difenderli l'opera illuminata di Francesco Guinigi, proclamato dal Governo della Repubblica _Padre e difensore della Patria_. Alla sua morte, avvenuta nel 1384, nuove divisioni, nuovi odî e contese condussero ad una vera guerra civile, cui s'aggiunse, nel 1399, il flagello di una pestilenza. Fu in quella occasione chiamato a Lucca il celebre medico Ugolino da Montecatini, lettore di scienze mediche nell'Ateneo pisano, il quale, recatosi ai Bagni, ne studiò le qualità terapeutiche e scrisse un libro per dimostrarne la grande efficacia. Troppo ci vorrebbe, né sarebbe qui conveniente, a narrare le posteriori vicende storiche di questi luoghi che spesso i successivi governi lasciarono in assoluto abbandono, non riuscendo per altro a diminuire il concorso dei bagnanti che, specie nel 500, fu molto notevole. Le acque si usavano allora anche per bibita: e di questo uso e della loro notorietà fa fede la lettera che il Duca Alfonso di Ferrara dirigeva a mezzo di Bonaventura Pistofilo suo segretario, a Ludovico Ariosto, allora Governatore della Garfagnana, e così concepita: _Commissario nostro generali in Carfagnana Castelnovj Alfonsus dux Ferr._ _M. Ludovico: Noi volemo che subito, voi ce mandiate per la via de vetturali diecj some d'acqua de bagni de la Villa, facendola pigliare del migliore loco et con quella diligentia che più sia possibile et usando ogni sollecitudine perchè siamo serviti bene et presto. Et a questo fine ve mandamo lo exibitore della presente nostro cavall.ro Bene valeas._ _Ferrara XI Maij 1525._ _Bon.ra._ [Illustrazione: IL BAGNO S. GIOVANNI. (Da una vecchia stampa).] Avvenuta, nella seconda metà del secolo XVI, la trasformazione della Repubblica lucchese da democratica in aristocratica, anche i Bagni ebbero a subire le conseguenze del mutato regime, che ad altro non mirava se non a spogliare e cittadini e forestieri con tasse e balzelli. Né meglio andaron le cose nei secoli seguenti, finché, nell'epoca napoleonica, la principessa di Lucca, Elisa Baciocchi, e poi la reggente Maria Luisa dettero opera a rialzare le sorti dei Bagni, curandone l'incremento con intelletto d'amore. Allora furono migliorate le strade, ingranditi gli stabilimenti, costruiti nuovi edifizî. Ma più ancora si accrebbe lo splendore e si intensificò la vita dei Bagni di Lucca sotto il duca Carlo Lodovico, che, regolata con maggior larghezza l'Amministrazione delle Terme, aumentati i divertimenti e i ritrovi, soggiornandovi a lungo colla Corte egli stesso, promuovendo lavori e costruzioni bellissime, tra cui quella del sontuoso Casino e della Chiesa anglicana, nulla trascurò di quanto potesse giovare al paese. Verso il quale anche la Famiglia granducale di Toscana fu poi sollecita di amorevoli cure, scegliendolo per sua dimora estiva e favorendone il progressivo sviluppo. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — PONTE DEL DIAVOLO.] Agli avvenimenti pei quali l'Italia si destò a libertà e si compose ad unità di nazione, anche i buoni paesani dei Bagni di Lucca dettero con entusiasmo il loro concorso, partecipando coll'opera al nostro risorgimento politico. Le Terme divennero allora proprietà dello Stato che però, nel 1880, le cedette alla provincia di Lucca. Per qualche tempo furono cedute in affitto: ora sono proprietà del Comune. [Illustrazione: PONTE A SERRAGLIO — PANORAMA (Fot. Pellegrini).] * * * Fino a pochi anni or sono il forestiero che voleva recarsi ai Bagni doveva fare in carrozza o in diligenza la strada che vi conduce da Lucca. Con tali mezzi di trasporto non era breve il tragitto: ma, in compenso, lo allietava la vista di un paesaggio che ora, nella rapida corsa del treno, quasi sfugge allo sguardo. Si usciva dalla Porta santa Maria o di Borgo e, traversato il grosso sobborgo del Giannotti, si prendeva una larga e bella via lungo l'argine del Serchio, via un tempo faticosa e scabrosa, poi ridotta dai principi Baciocchi comoda e piana. Lasciata a destra la grandiosa fabbrica di filatura e tessitura di juta del Balestrieri, e incontrato il Ponte a Moriano, architettonicamente pregevole, si proseguiva il cammino in mezzo a mirabili scene che facean l'impressione di un continuo succedersi di quadri dissolventi. Prima strette gole e strane sagome di monti selvaggi e rocciosi: poi colli verdeggianti e coltivati, vallate larghe solcate dal fiume, prati verdi e distesi. Salutavano dall'alto il passante il casale di Sesto e quello di Brancoli, biancheggiando sulla vetta il candido Monastero dell'Angelo. Salutavano, insinuati tra i monti, i paeselli di Valdottavo e di Diecimo, e poi il popoloso Borgo a Mozzano, e Chifenti e la Rôcca col suo castello antichissimo e l'_Osteria dell'Olmo_ ove trovò rifugio Bianca Cappello. Oggi si trasvola e si sorvola colla ferrovia e, scesi alla stazione dei Bagni di Lucca, si raggiunge in breve il paese, o, più precisamente, il Ponte a Serraglio che è uno dei tre paesi che formano propriamente i Bagni di Lucca: gli altri due sono i Bagni Caldi e la Villa. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — PONTE A SERRAGLIO.] Primo ad incontrarsi, non fu peraltro primo a sorgere il Ponte a Serraglio. Il ceppo dei moderni Bagni di Lucca risiede nel villaggio di Corsena posto sul colle donde più tardi provennero, come propaggini al piano, la Villa ed il Ponte. Su l'uno e su l'altro di questi due borghi aveva giurisdizione il Comune di Corsena e per gran tempo essi formarono un tutto unico e solo. Soltanto nel 1661 la chiesa del Ponte a Serraglio, che era stata sempre una cappellanìa succursale della parrocchia principale, ottenne di divenir chiesa parrocchiale e di sciogliersi dalla dipendenza di quella. Questo fatto valse a meglio distinguere i paesi formanti, nel loro complesso, la Vicaria di Val di Lima: e qui giova notare che appunto in quell'epoca il nome di Bagno a Corsena fu dato a quello che oggi chiamasi Bagno Caldo, mentre quello veramente e, dirò così, geograficamente di Corsena si chiamò allora Bagno alla Villa. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — PONTE A SERRAGLIO.] Il Ponte a Serraglio, donde prese nome la località, fu costruito nel 1317 da Castruccio Castracane, per chiudere o _serrare_ la Val di Lima. _Et perchè_ (narra il Mannucci) _si poteva passare, venendo dalla banda verso Bologna, per le montagne di Sestola et capitare alli Bagni de Corsena et de quivi a Lucca, fra due monti traversò un Ponte, sotto il quale scorreva la Lima, con due porte, nominandolo il Serraglio, tenendovi di continuo le guardie, le quali in tempo di bisogno lo serravano del tutto_. Si trattava adunque di uno di quei fortilizî che nel medio evo si chiamavano appunto _Serragli_ e che solean collocarsi fra le strette di due monti, quasi a serrarli. Quello di cui parliamo serrava il monte di Lugliano ed il Colle, tra lor vicinissimi e separati soltanto dal corso del fiume. Più tardi, cessata l'importanza militare di tali fortificazioni che l'invenzione della polvere pirica aveva reso ormai inutili, il Ponte a Serraglio rimase come una specie di porta d'ingresso e d'egresso ai Bagni di Lucca e divenne il punto di sosta di quanti vi passavano. Per conseguenza si cominciò a costruirvi case ove abitavano quelli che sovvenivano i viandanti e case per alloggiare chi vi si tratteneva: e a poco a poco s'impiantarono fondachi e botteghe, si eressero alberghi e altri alloggi, fu costrutto il Casino e, crescendo l'affluenza dei villeggianti o bagnanti, il paese del Ponte divenne il loro preferito ritrovo, specialmente serale. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — PONTE A SERRAGLIO: VILLA FIORI.] Le abitazioni di questa frazione sono collocate parte da un lato e parte dall'altro del fiume e il ponte è quasi nel mezzo. Delle quattro strade che la circoscrivono, la via di Serraglio, che è quella che giunge da Lucca, passa a traverso il principal gruppo di case. Da questa parte è la Chiesa, ben poco notevole ed oggi orribilmente dipinta nella facciata a finte colonnine, ma che ha al fianco un grazioso campaniletto. E pure da questa parte la casa, ove solitaria visse e morì la scrittrice Ouida, e poco oltre è la Villa Fiori, una delle più belle del paese per la sua costruzione e pei grandiosi giardini. La via che, nella stessa direzione di questa prima, prosegue, passato il ponte, è la via Letizia che muove verso la Villa. Dall'altro lato del ponte si apre la piazza principale, dalla quale partono le altre due strade: una pur verso la Villa, l'altra nel senso opposto verso la località detta a Lima. Presa quest'ultima, s'incontra dopo breve tratto il Casino reale, elegante edificio a un sol piano elevato, colla facciata a colonnine di ordine jonico, con spaziosa terrazza, con sale da giuoco, da lettura, da caffè, e con un vasto salone da ballo che nelle sere di feste, sotto la luce delle molteplici lampade elettriche, è di bellissimo effetto. Questo Casino fu fatto costruire nel 1840 all'architetto Giuseppe Pardini di Lucca da una società di francesi: per molto tempo vi fervé il giuoco accanito, poco meno che a Montecarlo, giuoco che fu poi proibito dal granduca Leopoldo II. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — PONTE A SERRAGLIO: CHIESA. (Fot. Pellegrini).] Oltrepassato di poco il Casino si trova uno stabilimento balneare di proprietà privata, il Bagno Giovannini, sotto al quale, nel muro, è una fonte alla quale i paesani sogliono accorrere o per berne l'acqua leggermente purgativa o per curare con quella le piaghe ai cavalli. Lo stabilimento Giovannini era quello preferito dalla defunta Principessa di Capoa, Vittoria Augusta di Borbone. Ancora pochi passi ed eccoci al torrente Camajone che, come cantò il Beverini nel suo poema latino _Aesar_, _per rupes, amne sonoro,_ _Camalion subito turbidus imbre venit_ e che è uno degli affluenti della Lima. Prima di passarne il ponte, voltando a destra si va all'Ospedale Demidoff ed alla annessa Cappella. Ho già detto che un ricovero — l'Albergherìa dei poveri e degli infermi — era stato fondato anticamente da Puccio. Quel ricovero era su ai Bagni Caldi: ma quando lo stabilimento balneare venne ingrandito e il piano superiore fu destinato a luogo di ritrovo dei villeggianti, fu necessità sloggiarne i poveri infermi che vennero provvisoriamente accolti nell'ospizio dei Francescani alla Villa. Il Governo borbonico studiò la costruzione di un nuovo locale ma, come suole accadere, urtò in insormontabili difficoltà finanziarie. Sovvenne, nel 1825, la generosità del conte Nicolò Demidoff il quale regalò 25000 lire per la fondazione del nuovo Ospedale che, nel 1827, era fatto. Ma la famosa e terribile alluvione del 1836, così vivacemente descritta dal Giusti nella citata lettera all'amico suo Andrea Francioni, rovinò in gran parte l'edifizio e il ponticello che lo congiungeva all'attigua Cappella. Allora, seguendo i nobili esempî paterni, il principe Anatolio Demidoff ne curò il restauro spendendovi oltre diecimila lire, e mise a disposizione del medico-direttore una ingente somma per l'arredamento dell'ospedale e per sovvenzioni agli infermi. Il Governo granducale, per riconoscenza, dette all'ospedale il nome della famiglia benefica. Esso ospedale, che contiene più di 50 letti, dipende da quello di Lucca e sta aperto ogni anno dal 15 giugno al 15 settembre. Dal punto di vista artistico è degna di nota la Cappellina, costruita dall'architetto Marcacci, di puro stile romano: un piccolo Pantheon d'Agrippa, tutto però biancheggiante. Proseguendo ancora la via, traversato il ponte sul Camajone e passata la bella villa Stefani, si giunge alla località detta a Lima, donde si può salire alla villa Trebilliani, alla Torre, dalla quale si gode una vista incantevole. Di là si scopre un anfiteatro di monti dal dorso che sembra velloso, tale essendo l'effetto che producono, a distanza, le fittissime selve: sulle cime e sui fianchi spiccano vaghi paeselli aggruppati ciascuno intorno alla sua chiesetta e al suo campanile: giù si allarga la valle traversata dalla Lima che l'occhio può seguire fin che seco viene a maritarsi innamorato il Serchio presso il villaggio di Chifenti, nome, a quanto pare, derivato da _ad confluentes_. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — PONTE A SERRAGLIO: PIAZZA. (Fot. Pellegrini).] Ora torniamo sulla piazza del Ponte a Serraglio e prendiamo l'ombroso viale a sinistra, in salita, che conduce ai Bagni Caldi. Dopo breve tragitto incontriamo l'elegante stabilimento chiamato Bernabò, in memoria di un pistoiese di tal nome che nel 1578 trovò in quelle acque la guarigione di una terribile malattia cutanea per la quale aveva inutilmente fatto ricorso ad altri bagni termali. Il De-Filippis Delfico, autore di una specie di poema polimetro intitolato _Ricordi e Fantasie sui Bagni di Lucca_, stampato a Firenze nel 1854, al proposito di questo bagno cantava: V'è scritto Bernabò: non lo cancelli Mano mortale. Aggiunto sol vorria Un epitaffio che così favelli: Dall'Onda Pia Fluente Qui Sanato Questo Delubro Sacro A La Salute D'Animo Umile E Grato Con Doccie Varie Vasche In Marmo E Belle Agiate Celle Per Gli Egri Nella Cute Nel Settantotto Cinquecento Mille Il Pistoiese Bernabò Che Rose Avea Pria L'Ossa Da Marciose Stille Pose. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — CASINO REALE.] Questo Stabilimento ha dinanzi una vasta terrazza dalla quale si presenta allo sguardo una veduta magnifica: di là si domina la borgata del Ponte a Serraglio colle spalle appoggiate ai monti e col piè nella Lima che, _splendidior vitro_, corre e si frange in cascatelle biancheggianti sui ciottoli sporgenti del greto: si vede la foce del Camajone che si congiunge alla Lima e, tutt'intorno, si disegna un mirabile quadro, incorniciato dai monti, col paesello di Granajola da una parte, con quello di Lugliano dall'altra, mentre in fondo s'erge la punta del Bargiglio, obliqua, minacciosa, selvaggia. Il viale bellissimo, ombreggiato da castagni e da platani, continua, dopo passato il Bagno Bernabò, su per il Colle dal quale scaturiscono tutte le acque termo-minerali dei Bagni di Lucca, incontrando altri tre stabilimenti. Il primo, dopo Bernabò, è quello chiamato Doccie basse e anticamente conosciuto sotto il nome di Bagno Rosso forse a causa, dice il Moscheni, della materia rossa di cui le sue acque fanno abbondante deposito. Esso si compone di undici polle: alcune raccolte sotto il comune nome di _Trastulline_ e le altre dette rispettivamente la _Rossa_, la _Disperata_, la _Coronale_, e l'_Innamorata_, alla quale ultima fu dato questo nome per quella virtù onde il poeta cantava: ... la pronuba Gìuno ai freddi sposi donò per voi fecondità beata, e alla quale oggi è stato mutato il nome d'_Innamorata_ in quello di _Maritata_, forse in omaggio alla moralità! Subito dopo si trova il Bagno s. Giovanni, ricordato fin dal 1483 da Matteo Bendinelli e dedicato al Battista (di cui vi si vede l'immagine) per l'antico uso che i paesani avevano di bagnarvisi nella vigilia della festa del Santo. Esso ha una sola sorgente che alimenta le molteplici vasche: è curioso notare che in antico aveva sette bagnetti destinati a sette diverse categorie di persone, così: per i cavalieri, per le dame, per i cittadini, per le cittadine, per gli ebrei, per le ebree, per i servitori! Dalla terrazza di questo bagno si scopre quella veduta che Enrico Heine descrisse nella pagina che abbiamo sopra citata. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — SALONE DEL CASINO REALE.] Tornando un poco addietro e riprendendo la via, si giunge finalmente allo stabilimento principale cioè al Bagno Caldo il quale, come dissi, un tempo chiamavasi Bagno a Corsena, e che è il più antico e il più celebre. Del Bagno alla Villa parleremo tra breve, quando saremo giunti a far menzione del capoluogo. Ora, poichè siamo allo stabilimento centrale, giova accennare, sebbene sommariamente e come per me si possa, alla struttura geologica del paese e alla natura delle sue acque. * * * L'ossatura principale dei monti dei Bagni di Lucca è costituita dagli strati di arenaria-macigno del periodo terziario inferiore che, diretti da S. E. a N. W. e spingendosi fino ai contrafforti dell'alpe di Montefegatesi, di Tereglio, di Barga e di Coreglia — onde il colle di Corsena si considera come una propaggine dell'Appennino toscano — appoggiano sopra le grandi masse del calcare grigio-cupo del periodo cretaceo che formano da un lato — risalendo il corso del torrente Lima — i monti del Pratofiorito, di Controne, di Lucchio, dall'altro, sulla sponda destra del Serchio, la montagna di Diecimo. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — TORRENTE LA LIMA COL PONTE CAMAJONE. (Fot. Brogi).] Strati di scisto argilloso e di calcare nummulitico sono interposti tra l'arenaria-macigno e possono vedersi emergenti non lungi da Montefegatesi in luogo detto le Fontanacce. Presso il Bagno Bernabò e sopra il Bagno alla Villa si incontrano masse di travertino che furono riferite al quaternario antico. I resti organici fossili sono assai scarsi in questi terreni, qualora si eccettuino le comuni impronte di fucoidi che si riscontrano nello scisto eocenico di Montefegatesi. Tuttavia il Murchison che studiò la struttura geologica dei Bagni di Lucca, continuando le ricerche del Savi, dice di aver trovato nei calcari neocomiani del Pratofiorito una impronta di cefalopodo che ritenne del genere _Crioceras_: ma il Carina non ne confermò la scoperta, non essendo riuscito a trovare altro fossile appartenente all'êra mesozoica se non un ammonite che il Meneghini ritenne per l'_Ammonites liasicus_. Infine il Lotti osservò nel travertino del Bagno Bernabò impronte di univalvi che riferì al genere _Bithynia_. La flora, ricchissima e varia, comprende un numero ben grande di specie che trovano le condizioni adatte alla loro vita nel clima mite di quei luoghi, all'ombra delle selve di castagno, l'albero caratteristico della regione, e lungo i ruscelli che tanto numerosi scendono giù da quei monti: una flora costituita prevalentemente da felci, da muschi che, insieme con molte specie di funghi, cuoprono la terra umida dei boschi, e da molte piante dagli splendidi fiori; dagli iperici gialli, dall'assenzio, dalle mente, dai timi e da abbondanti _composte_ del genere _Carlina_ (_Carlina acaulis_, con la varietà _caulescens_) conosciute nel paese sotto il nome di fiori di s. Pellegrino, nonché da cedronelle, giaggioli e molte altre. Vi abbondano le fragole, le more, i lamponi. Sono specialmente interessanti, per il botanico, i dintorni di Montefegatesi e del Pratofiorito ove crescono piante che non si trovano in altri luoghi della regione. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — PONTE A SERRAGLIO: OSPEDALE E CAPPELLA DEMIDOFF. (Fot. Pellegrini).] Le fitte selve di castagni sono state, in questi ultimi tempi, un po' diradate: e si deve lamentare l'iniziato diboscamento dei monti nell'intento di adoprare la scorza del castagno per la fabbricazione del tannino, senza riflettere ai danni immensi che ne derivano e senza trarre insegnamento dalla catastrofe avvenuta nel 1784 a s. Gemignano di Controne ove un intero poggio franò, distruggendo il paese, per l'azione erosiva delle acque d'infiltrazione. Altrettanto ricca di forme è la fauna. — Non popolano più le vette di quei monti gli orsi, i cinghiali, i lupi che pur vi abitavano in epoche storiche, né i cervi che lasciarono ad una località vicina a Benabbio il nome di Cerbajola. Ma anc'oggi vi si trovano, sebbene rare, la lontra, la faina, la martora, la puzzola, la donnola; mentre frequenti sono la volpe, la lepre, lo scojattolo, il ghiro e molte specie di topi e di pipistrelli. — Tra gli uccelli, o fissi o di passaggio, si notano il falco, il gufo, il barbagianni, molti passeracei e rampicanti, pernici e quaglie e alcuni trampolieri. I diversi ordini dei rettili vi sono rappresentati, ad eccezione di quello dei _cheloni_. Tra i pesci abbondano i barbi, gli squali, le perche, le anguille, le lamprede e le trote; tra gli invertebrati, gli insetti e i molluschi, tra cui la _Bitinella lucensis_ che si trova esclusivamente negli scoli delle acque termali presso l'Ospedale. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — PONTE A SERRAGLIO: OSPEDALE DEMIDOFF. (Fot. Pellegrini).] Venendo ora a fare un rapido cenno delle acque termo-minerali dei Bagni di Lucca rileveremo innanzi tutto come la grandissima profondità da cui esse provengono e la natura dei terreni che attraversano, sieno rispettivamente le cause della loro termalità e della loro mineralizzazione. Narra la leggenda come la scoperta di queste fonti sia dovuta all'avere alcuni pastori osservato che le loro bestie guarivano dalla scabbia quando s'immergevano in una specie di laghetto formato da tali acque. La temperatura delle diciannove sorgenti è varia e va dai 35 ai 54 centigradi, offrendo in tal modo una gradazione utilissima alle diverse applicazioni per le diverse malattie. La loro composizione chimica differisce dall'una all'altra sorgente più per la quantità che per la diversità dei sali che vi sono disciolti: dalle analisi fatte nei tempi passati dal Moscheni, dal Donati, dal Davy e più recentemente dal prof. Bechi e da altri, resulta che i minerali disciolti in queste acque sono il cloruro di sodio, il cloruro di magnesio, il carbonato di calcio, il solfato di sodio, di calcio, di potassio, con tracce di solfato di stronzio e di silice; vi si trovano pure i gas cloro, anidride carbonica, anidride solforica. Per conseguenza le acque dei Bagni di Lucca sono prevalentemente _salino-terroso-alcaline_. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — PONTE A SERRAGLIO: CAPPELLA DEMIDOFF. (Fot. Spooner).] Adoprate fino dai tempi in cui non la scienza, ma la osservazione empirica ne aveva rilevate le proprietà terapeutiche, le acque dei Bagni di Lucca hanno indiscutibile efficacia in molte malattie, sia per ragione della loro temperatura che influisce nelle affezioni derivanti da alterato ricambio, sia per ragione della loro composizione chimica che agisce sul sangue e sullo stomaco, nonché sulla pelle e sul sistema uterino. Perciò esse sono specialmente indicate nelle malattie d'indole artritica, reumatica e gottosa, nelle rigidità muscolari anche se derivate da lussazioni o fratture, nelle varie forme di malattie della pelle collegate alla _diatesi erpetica_, in quelle delle vie urinarie, esercitando una potentissima azione sullo scioglimento dei calcoli, nella scrofola e in generale in tutte le affezioni dell'apparecchio glandolare linfatico, nelle malattie delle donne e nella loro sterilità, onde Vincenzo Monti (venga un poeta a recare un'alata parola in mezzo a questa arida enumerazione di morbi) immaginando che appunto la fecondità si assidesse sul celebrato margine di questa fonte amica che occulto foco ed alcali a sanità nutrica, invitava a scendervi Sua Eccellenza la signora Principessa D.na Costanza Braschi-Onesti nata Falconieri dicendole: All'onda salutifera le care membra affida: ecco, son io la Najade che la governa e guida. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — LA LIMA.] Oltre a quella delle acque, possono farsi, ai Bagni di Lucca, le cure della grotta a vapore e dei fanghi. La Grotta, segnalata già nella seconda metà del secolo XVIII dal Benvenuti, che la descrive come «una Grotta non artefatta che molto salubre si sperimenta nella cura di quelle malattie ove sia necessario promuovere il sudore e principalmente nel morbo gallico», è invece, in parte artefatta. Dal calidario che vi fa da ingresso si passa nei _tepidarî_, camerette che servono per spogliarsi, riposarsi, vestirsi e quindi si entra nella spelonca, larga due metri e lunga quattordici. La temperatura, dai 37 giunge ai 40 centigradi e l'atmosfera di vapore è prodotta dalla sorgente del Doccione (che è la più calda) la quale si trova appunto nell'interno di quella Grotta. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — VALLE DELLA LIMA VISTA DALLA VILLA TREBILLIANI. (Fot. Pellegrini).] Finalmente i Fanghi sono prodotti dal deposito delle acque. Ignorati o misconosciuti per moltissimo tempo, tanto che lo Zambeccari li segnalava quasi a dispregio delle acque, furono recentemente riconosciuti ricchi di sali ferrosi e ferrici fino al 92 per cento. A questa loro particolare composizione si deve, secondo il prof. Queirolo, l'azione straordinariamente benefica che esercitano sulle affezioni delle articolazioni, su quelle dei nervi, dei muscoli, delle glandole ecc. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — CONFLUENZA LIMA E SERCHIO. (Fot. Pellegrini).] Onde, concludendo, potremo colle parole dello stesso insigne clinico soggiungere che «la chimica, rivelando la composizione di queste acque e di questi fanghi, la osservazione clinica determinandone il meccanismo di azione sulle funzioni organiche, hanno dato la sanzione scientifica alla osservazione empirica che ne aveva constatate le proprietà curative». * * * Ma è tempo che riprendiamo il cammino e che, lasciato lo stabilimento dei Bagni Caldi, diamo un'occhiata al paese. Dinanzi allo stabilimento medesimo si apre una piazzetta, fatta costruire dai principi Baciocchi nel 1808: da un lato si partono lunghe scale che conducono al gruppo principale di case, in mezzo alle quali troneggia il grandioso palazzo che fu già residenza dei Granduchi di Toscana e che è ora il Grande Albergo delle Terme: così tutto si trasmuta nel mondo ed _habent sua fata_ anche i palagi dei principi. Poco discosto è la chiesa di s. Martino, quella che sappiamo eretta da Puccio: non vi ha di notevole che un piccolo «tondo» di terra invetriata di Scuola robbiana, incastonato sulla facciata e ritraente la figura del Santo titolare, l'immagine del quale, in atto di partire ravvolto nel suo misero pallio, fu pur riprodotta dallo Stradano in una tela del coro. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — STABILIMENTO IDROTERAPICO. (Fot. Brogi).] Tornando sulla piazzetta dello stabilimento e prendendo il viottolo a sinistra si entra, dopo passata la villa Ruspoli, in una selva magnifica di castagni, in mezzo ai quali si sale per un'agevole via, ben tenuta, fino a raggiungere il luogo detto _Paretajo_ o _Due fontane_, per le due fontanine di gelida acqua che vi si trovano. E qui siamo al bivio: o salire ancora per lo stradello che mena alla vetta del Colle o scendere dal lato opposto per andare alla Villa. Noi prima saliremo al Colle, per poi ritornare al Paretajo e far la discesa. Demolito, come dicemmo, l'antico castello, non restano ora al Colle altro che poche casupole ed una chiesetta consacrata alla ss. Annunziata, costruita nel secolo XV da un Matteo Della Lena, appartenente alla stessa famiglia di quell'originale abate Eusebio in casa del quale abitò Massimo D'Azeglio che nel libro _I miei ricordi_ ne descrisse così vivacemente il tipo bizzarro e le bizzarre abitudini, ricordando anche il proprio coraggio nell'ammazzare le innocue serpi che si aggiravano intorno alla casa e che entravano talvolta fin nelle camere. La chiesetta dell'Annunziata possiede un calice pregevole per finezza di fregi, un'antica trina da altare e un bel messale del 1620. [Illustrazione: GROTTA A VAPORE.] Oltrepassato il gruppo di case, che costituisce il piccolo villaggio del Colle, si giunge ad un boschetto di lecci e d'altri grossi alberi che circonda una _Croce di ferro_ ed una _Rotonda_ ove si conservava fino a poco fa un Albo ricco delle firme di illustri visitatori, quali Alessandro Dumas padre, Arnaldo Fusinato, Mehemet Ali Pascià ed altri. La veduta da quell'altura è stupenda perchè abbraccia i due versanti del Colle, l'uno verso il Ponte a Serraglio, che s'addossa al monte di Lugliano di faccia e costeggia la Lima, l'altro verso la Villa, il cui piano si distende sotto lo sguardo come un immenso parco fiorito. Torniamo ora al Paretajo per recarci, scendendo, alla Villa. Ma prima diamole un'occhiata dall'alto. La parte superiore, sul monte, è quella che si chiama Corsena, nome derivato, come avverte il D'Ancona, da quello di antica famiglia ricordata in carte del secolo X e forse ramo della famiglia dei Porcaresi. Ai piedi del monte che tocca la Lima si distende il Pian della Villa, di aspetto cittadinesco nella sua signorile eleganza. La Lima traversa il paese e, toccatane la fine, si volge e si perde tra le montagne, in giro tortuoso, seguita dalla via biancheggiante che conduce verso s. Marcello e poi all'Abetone. Intorno, i monti incorniciano il quadro, vero quadro nel senso pittorico della parola, come dovette sentire Enrico Heine allorquando ne' suoi _Reisebilder_ esclamava: «Come vi pare questa contrada? Che creazione! Guardate gli alberi, le montagne, il cielo, l'acqua laggiù... Non par tutto come dipinto?». Anche il celebre Falloppio fu così colpito dalla bellezza di questo panorama da lasciare scritto come il Bagno della Villa sembrasse piuttosto un paradiso che una villa... (_non villa sed potius paradisus videatur_). E l'immagine del paradiso fu recentemente ripresa da Olindo Guerrini che ne' suoi _Brandelli_ (Serie I, p. 134) volle ricordare _il verde paradiso dei Bagni di Lucca dove persino l'acredine germanica di Enrico Heine si temperò fino all'atticismo_. Ma raggiungiamo senz'altro il paese. In Corsena troviamo una casa, ora adibita a Pensione (Pensione Margherita), meritevole di essere specialmente ricordata. È l'antica casa Bonvisi, colla famosa fontana, di cui fece cenno il Montaigne: «Il y a en ce lieu une maison beaucoup plus magnifique que les autres, des sieurs Bonvisi et certes fort belle: ils la nomment le Palais. Elle a une _fontene_ belle et vive dans la salle et plusieurs autres commodités». [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — BAGNI CALDI.] In questa casa abitò nel 1721 Giovanni III pretendente al trono d'Inghilterra; e la moglie di lui, che allora assunse il titolo di Regina, vi riacquistò la salute. Casa Buonvisi fu inoltre residenza dello Shelley, che vi ospitò Giorgio Byron. Altre ville notevoli sono quella Macbean (ora Archivolti) e quella del Marchese Maurigi, già appartenente al Duca di Lucca. Da Corsena alla Villa si può scendere per vie diverse, taluna delle quali ampia e spaziosa sotto la verde vôlta dei platani, tal altra piccola ed erta come vero sentiero. Secondo che si prende l'una o l'altra di queste vie, s'incontrano edificî e ville diverse, quali il Convento coll'annessa scuola e colla vicina Cappella, lo Stabilimento dei Bagni, le ville suddette e altre ancora come quelle Mansi, Bernardini, Mezzacapo, Gualerzi, la chiesa principale e, dal lato opposto, la Chiesa anglicana. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — BAGNI CALDI. (Fot. Pellegrini).] Lo Stabilimento dei Bagni, angusto e severo, conserva ancora la struttura sua medievale. Costruito assai anticamente, fu restaurato nel 1469 da Domenico Bertini di Gallicano, ascritto nel 1414 alla cittadinanza lucchese, segretario pontificio, conte palatino, ambasciatore del Papa a Venezia. [Illustrazione: PANORAMA DI CORSENA (Fot. Pellegrini).] Egli, nel vestibolo, fece apporre per ricordo una pietra con una epigrafe in cui sono enumerate, con evidente esagerazione, la quale peraltro dimostra quanta fama godessero quelle acque minerali, tutte le virtù curative ch'esse posseggono. [Illustrazione: VILLA — PANORAMA.] Appunto verso quell'epoca le terme del Bagno alla Villa presero il sopravvento, non poi mantenuto, su quelle del Bagno Caldo o Bagno di Corsena: e i più si curarono in quelle, e il Vicario si trasferì in quei pressi e le principali famiglie, comprese, in progresso di tempo, quella Baciocchi e quella Borbonica, presero colà residenza e in tal modo la Villa divenne il capoluogo e la residenza ufficiale della pubblica autorità. [Illustrazione: PANORAMA DI VILLA.] Da un altro dei viali che scendono giù per le falde del colle si giunge alla Chiesa anglicana, di architettura gotico-normanna, eretta nel 1839 su disegno dell'architetto lucchese Pardini, elegante edificio dalla facciata di stile veneziano, colle finestre gotiche e ornato di terre-cotte nel portico. Dal lato opposto si giunge alla chiesa principale, dedicata a s. Pietro. [Illustrazione: CORSENA E BAGNO ALLA VILLA.] Questa rimonta al secolo XII circa; ma non molte traccie rimangono della primitiva sua costruzione. L'interno ha tre navate e il soffitto è sostenuto da dieci colonne a bozzette di pietra. Vi si ammira un bel tabernacolo di marmo, del secolo XV, con sportello di bronzo ornato da un bassorilievo rappresentante un martire inginocchiato, nel momento di subire la decapitazione. Dello stesso secolo XV è il fonte battesimale. Nel centro è il sepolcreto della famiglia Lena: dietro l'altare è una moderna copia, su tavola, del Principe degli Apostoli e, a destra, una pittura del fiorentino Gasparo Mannucci (1629) rappresentante la Madonna del Rosario. Di questa Madonna la chiesa possiede una immagine d'argento, alta cm. 56 col piedistallo, del secolo XVIII: possiede pure un'antica croce processionale d'argento (sec. XV) e qualche notevole paramento di velluto e di seta. La chiesa di s. Pietro a Corsena, la cui facciata attuale fu costruita per ampliamento sopra un portico archiacuto del XIV sec., addossato alla facciata originale, venne, più che ripristinata, rinnovata in parte, e non felicemente, dall'artista Luigi Norfini tra il 1902 e il 1906. Né più felici furono le decorazioni pittoriche del Marcucci e il nuovo altare disegnato dall'arch. Domenico Martini. Contiguo alla chiesa è l'oratorio della Madonna del Soccorso. Ivi si ammirano un altare, di belle proporzioni, ad azzurro e oro, e alcuni panconi di legno, intagliati nel 1662. Accanto alla chiesa si erge il campanile, costruito nel 1693 in sostituzione all'antico. Tra il campanile e la chiesa è una pittoresca veranda con esili colonne marmoree e capitelli del sec. XIV. Presso è la cappellina di s. Marco, di origine anche più vetusta, ma ora interamente rinnovata. [Illustrazione: BAGNO ALLA VILLA E CORSENA.] Sceso un breve stradellino si giunge alla Villa che è, come ho detto, il capoluogo dei Bagni di Lucca. Ivi è il Palazzo comunale, dalla severa facciata in pietra arenaria, con un prezioso archivio di antichi statuti rurali: ivi è il Teatro, costruito nel 1790, assai elegante e grazioso: ivi il Circolo dei Forestieri, la casa Giorgi col busto dell'insigne medico comm. Giorgio Giorgi, e molte ville e case signorili, e alberghi decorosi con vasti parchi e giardini, e fondachi e magazzini e botteghe di ogni genere. Il paese della Villa è chiuso dalla parte superiore dal Ponte a Mocco che conduce alla via di S. Marcello: dalla parte inferiore si apre il gran viale che sembra una galleria verde di platani e che congiunge la Villa al Ponte a Serraglio. Anche lungo questo viale si incontrano palazzine e ville bellissime, tra le quali è degna di particolare menzione la Villa Stisted coll'attigua Libreria Circolante. S'incontra pure, a metà strada, il caseggiato in cui sono gli Ufficî postale e telegrafico e le Scuole comunali. Ma per tornare dalla Villa al Ponte a Serraglio si può anche prendere l'altra strada che fiancheggia dal lato opposto la Lima, cioè la Via Letizia, e visitare, passando, il Cimitero inglese in cui sono alcuni monumenti pregevoli. È ivi sepolta la scrittrice Ouida. Nel far questa strada si traversano il Ponte sulla Benabbiana e quello sulla Buliesima ora detto Ponte Conte di Torino. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — VILLA.] Compiuto così il nostro rapido giro a traverso i tre paesi (Ponte a Serraglio — Bagni Caldi — Villa) che formano propriamente i Bagni di Lucca, gioverà aggiungere, a compimento del nostro discorso, che il luogo, per essere molto ombroso, è assai più fresco di quanto non comporterebbe la sua poca elevazione sul livello del mare: che gli abitanti sono eccellenti persone, di sicura onestà e di modi cortesi: che il loro aspetto fisico, specie quello delle donne, è di una inusitata gentilezza e finezza: che i loro costumi, pur essendo semplici, mostrano la consuetudine del trattare coi signori villeggianti, dal che hanno acquistato disinvoltura e scioltezza: che la lingua, a parte qualche difetto di pronunzia, caratteristico nella regione lucchese, è schietta, colorita, vivace. Come ognun sa, i contadini e i montanari di questi luoghi hanno una spiccata tendenza all'emigrazione e passano molti anni della giovinezza in America, donde tornano quasi sempre con un discreto peculio che permette loro di acquistare qualche palmo di terra e di finirvi in pace la vita. Alcuni vanno oltre Oceano per lavorare: ma i più per vendere le famose statuette di gesso note sotto il nome di _Figurine belle_, per virtù delle quali i _Figurinai_ son celebri ormai in tutto il mondo. Da qualche tempo fioriscono anche sul luogo molteplici industrie: vi sono cartiere, fabbriche di polvere pirica, di tannino, di cucirini, di paste alimentari, cotonificî, filande di seta etc. etc. I principali prodotti agricoli sono il grano, il granoturco, i cereali, le olive: abbondano i lamponi, le fragole, i funghi, le castagne, le quali ultime forniscono ai poveri il principale alimento colla loro farina che adoprano per fare i _nécci_ chiamati anche _pane di legno_. La corrente della Lima fornisce una notevole energia per muover molini e per generare la luce elettrica da cui è illuminato il paese. A voler ricordare tutti gli illustri personaggi che frequentarono o visitarono i Bagni di Lucca dai tempi antichi fino ai nostri, ci sarebbe da stendere una lista più lunga di quella in cui Don Giovanni notava i nomi delle donne da lui conquistate. Ci furono tempi in cui la celebrità del luogo era tale che si considerava quasi un dovere il venirvi: né v'era straniero che scendendo in Italia non avesse in nota, tra i luoghi da visitare, anche i Bagni di Lucca. Limitandoci pertanto a pochissimi nomi di visitatori antichi e moderni, ricorderemo tra le figure storiche, oltre alla Contessa Matilde, all'Imperatore Federico II e a Castruccio Castracane, Giuliano De Medici, Galeazzo Manfredi, s. Luigi Gonzaga, i cardinali Angelo De Medici e Michele Ghislieri che furon poi Pio IV e Pio V, la Duchessa di Mantova sorella di Ferdinando I imperatore d'Austria, la principessa Vittoria moglie di Ferdinando II, la principessa Caterina di Savoia, Giovanni III pretendente al trono d'Inghilterra e la sua Consorte, Giuseppina Beauharnais più tardi moglie di Napoleone, Letizia e Paolina Bonaparte, Vittorio Emanuele I, Maria Teresa vedova di Carlo Alberto, Luigi Bonaparte già re d'Olanda e padre di Napoleone III, il viceré d'Egitto Mehemet, il principe di Metternich, il maresciallo Radetzki, l'ammiraglio Tegetthoff vincitore di Lissa, la Principessa di Capoa, i principi regnanti nel Ducato di Lucca e nel Granducato di Toscana e tanti e tanti altri. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — STABILIMENTO DEL BAGNO ALLA VILLA. (Fot. Pellegrini).] [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — CHIESA ANGLICANA.] [Illustrazione: CORSENA — CHIESA DI S. PIETRO. (Fot. Pellegrini).] [Illustrazione: CORSENA — CHIESA DI S. PIETRO: INTERNO. (Fot. Pellegrini).] Ma più ancora gioverà ricordare i letterati e gli artisti, primo fra i quali l'arguto poeta e novellatore toscano Franco Sacchetti che celebrò i Bagni di Lucca in varî sonetti, dedicati all'amico suo Michele Guinigi. Il più noto è quello che riassume e compendia i vantaggi del luogo: vantaggi che noi, nella volgar prosa moderna, la quale quando parla di stazioni balnearie prende subito un tanfo di clinica e di ospedale, chiamiamo cura idrologica, cura climatica, cura dietetica, ma che nelle pure forme poetiche trecentistiche suonan così: Michel mio caro, s'io ragguardo bene Il loco e la virtù di questo fonte, I' credo che giammai sotto Fetonte Non fusse bagno di sì dolci vene. L'aëre fine questo loco tiene: Fiumi corsivi a piè di ciascun monte; Vostri costumi e vostre donne conte Con belli e dolci canti di Sirene. Vin, carni, pesci ed ogni frutto sano, E ciascun'altra cosa che conforta, Che pare il paradiso deliciano. Qui si purga ogni morbo o e' s'ammorta: Et oltre a questo, quel ch'è più sovrano, Aver vostra virtù con Amor scorta. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — S. PIETRO A CORSENA: LA VERGINE E IL FIGLIO. STATUETTA IN ARGENTO. (SEC. XVIII).] Un altro sonetto di Franco Sacchetti allude ad un incidente spiacevole occorsogli nel fare una di quelle gite sul somaro o sul mulo che pare usassero anche a' suoi tempi come usano anc'ora. Questo sonetto, forse in omaggio al mulo, ha la coda: ed è pure rivolto al Guinigi, che rispose con altri versi al Sacchetti: Sempre ho veduto che ogni diletto Nel fine suo convien che senta pena, Ma nol credea al Bagno di Corsena Tanto era fisso al vostro lieto aspetto. Com'io salii su un mulo maledetto Subito s'erse ed annodò la schiena, In forma che su' sassi e non su rena Mi fece in terra angoscioso letto. La gran percossa per sì aspro cammino A Pescia mi condusse a scemar sangue Dov'ebbi colpi più che San Bastiano. Poi a Pistoja un barbier più fino Rifece il gioco onde il mio corpo langue Per tanti mali ed ancora non sano. Chi dice: poni Assenzio e chi Marobbio; Così in mio luogo fosse il vostro Gobbio! La schiera dei letterati e poeti che frequentarono i Bagni di Lucca si illustra altresì dei nomi di Vittoria Colonna, di Michel Montaigne, di Enrico Heine, di Jules Janin, di Alfonso Lamartine, di Francesco Redi (che nella ricordata fontana di casa Buonvisi fece molti suoi esperimenti scientifici), di Giorgio Byron, dello Shelley, di Roberto e di Elisabetta Browning, del Tennyson, di Vincenzo Monti, di Agostino Cagnoli, del Giusti, del D'Azeglio, del Regaldi, dello Strocchi, del Dumas padre, di Ouida, del Carducci, della Vacaresco etc. etc. Lo Shelley, in una lettera del 10 luglio 1818, diretta dai Bagni di Lucca a M.r e M.rs Gistorne a Livorno, parla di una sua gita al Pratofiorito, aggiungendo di non riuscire a descriverne la bellezza: e dei Bagni di Lucca riportò tale impressione e serbò tal ricordo che in altra lettera dell'8 ottobre 1818 da Este affermò non essere ad essi paragonabili per bellezza i Colli Euganei, ove allor si trovava. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — S. PIETRO A CORSENA: CROCE PROCESSIONALE IN ARGENTO. (SEC. XV).] Il Regaldi dette ai Bagni di Lucca una accademia di improvvisazione nella sera dell'8 agosto 1840. Giosuè Carducci, scrivendo dai Bagni di Lucca, esclamava: _qui tutto è fiamma e azzurro!_ — Ed Elena Vacaresco, la gentil poetessa rumena alle cui vicende palpitarono tutti i cuori gentili, associando alla celebrazione di questi luoghi il pensiero della sua patria lontana, ne magnificava le bellezze con alcuni versi che ho tentato di tradurre così: Pei vaporosi vesperi, Sotto il ciel trasparente od a traverso Le chiare albe che nascono Quasi cantando un inno a l'Universo, La coorte fantastica Dei sogni d'or che dal tuo cuore emana Ai nostri cuori elévasi, O benedetta terra di Toscana. E par che le incantevoli Tue valli amiche intendano il desio E il bisogno de l'anime Anelanti a la pace ed a l'oblio; E che i tuoi monti vogliano Destare a noi ne l'intimo del cuore Quel sogno fier, che suscita Nei fianchi loro il sol fecondatore. Quando il giorno, che rapido Fugge, lambisce come roseo velo Di corallo diafano L'ultimo lembo de l'azzurro cielo, Se a lungo il guardo figgere Volessi in una stella e un caro voto Formar, mentre per l'aere Scende filando e perdesi nel vuoto, Me gioverebbe il chiederle D'esser la brezza lieve e folleggiante E, in magica vertigine, Attraversar lo spazio in un istante: D'esser il vento ch'esula Di corolla in corolla; e in corsa strana Errar tra la mia patria E questa dolce terra di Toscana! Ma lo scrittore che più si diffuse a trattare dei Bagni di Lucca fu il Montaigne: tanto che io debbo rimandare chi volesse averne contezza a leggere quanto egli ne scrisse nel suo _Journal de voyage_. Noterò solo che questo suo libro, scritto nella prima parte in francese, comincia proprio al giungere dello scrittore ai Bagni di Lucca l'uso della lingua italiana. E il Montaigne ne dà così la ragione: «Assaggiamo di parlare un poco questa altra lingua, massime essendo in queste contrade dove mi pare sentire il più perfetto favellare della Toscana, particolarmente tra li paesani che non l'hanno mescolato ed alterato con li vicini». [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — S. PIETRO A CORSENA: ORATORIO DELLA MADONNA DEL SOCCORSO. BANCHI E POSTERGALI IN LEGNO INTAGLIATO. (SEC. XVII).] Venuto ai Bagni per curarsi di mal de' reni e di calcoli, il Montaigne, nel suo Diario, rende conto giorno per giorno, con ispietato verismo, delle cure che faceva e degli effetti che ne risentiva: ma anche coglieva occasione per descriver luoghi e costumi. È ben noto il suo incontro coll'improvvisatrice Divizia, la quale faceva, com'egli narra, _versi di una prontezza la più mirabile che si possa_, mescolandovi _le favole antiche, nomi delli Dei, paesi, scienze, uomini clari, come se fosse allevata agli studî_. Egli ci lasciò inoltre la descrizione dei balli contadineschi cui assisté o che fece fare, regalando galantemente le ballerine più esperte o quelle ragazze che più gli piacevano (una volta regalò un paio di scarpette _ad una bella giovane fuori del ballo!_) ed elogiando la loro grazia squisita, sì da esclamare: «_È bella cosa e rara a noi altri francesi di veder queste contadine tanto garbate, vestite da signore, ballar tanto bene_». Parla anche dei prodotti e delle industrie del luogo e della vita a buon mercato che, allora, vi si conduceva: «_Si vive qui a bonissimo mercato. La libra di carne di vitella bonissima e tenerissima circa 3 soldi francesi_ (oggi però costa di più!). _Ci fa assai trutte_ (trote) _ma piccole. Ci sono buoni artigiani a far parasoli e se ne porta di qui per tutto. Il paese è montuoso e si trova poche strade pari. Tuttavia ce ne sono d'assai piacevoli: e fino alli viali della montagna sono la più parte lastricati. Feci dopo pranzo un ballo di contadine e ci ballai ancor io per non parer troppo ristretto[1]. In certi lochi d'Italia, come in tutta la Toscana et Urbino, fanno le donne gli inchini, alla francese, delli ginocchi_». [1] Cioè _riguardoso_: nel qual senso il vocabolo fu usato pur dal Boccaccio. [Illustrazione: VILLA — PANORAMA. (Fot. Pellegrini).] Finalmente, a tacer d'altro, il Montaigne accenna, da acuto osservatore qual era, ai dissidî, alle inimicizie, alle divisioni che furono e sono tuttavia di tanto danno al paese e ch'egli paragona a quelle de' Guelfi e de' Ghibellini, soggiungendo: «_Questo loco è pienissimo d'invidi fra li abitatori e d'inimicizie occulte, mortali, conciò che_ (sebbene) _siano tutti parenti_». [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — PANORAMA DI VILLA E TORRENTE LA LIMA. (Fot. Brogi).] In tempi a noi più vicini molti furono anche i musicisti illustri che soggiornarono ai Bagni di Lucca, e tra questi il Rossini, il Meyerbeer, il Verdi, il Campana, il Tosti, il Rotoli, il Vannuccini, Giovanni Sgambati, Giacomo Puccini, Pietro Mascagni. Vi passarono anche i più reputati concertisti, che vi trovavano un pubblico numeroso e plaudente. Oggi le cose sono mutate. All'epoca dello splendore è succeduto il periodo dei decadimento, in parte dovuto alla moderna musoneria, in parte alla concorrenza di tanti altri luoghi di villeggiatura, in parte anche (bisogna riconoscerlo) all'essersi fatto troppo poco per mettere i Bagni di Lucca al corrente della vita moderna, per arricchirli di quelle comodità e di quelle attrattive che ormai tutti richiedono. Ma, se non manchi loro un nuovo impulso, i Bagni di Lucca potranno tornare all'antico splendore e riconquistare quella floridezza che per la bellezza dei luoghi e per la virtù delle acque non dovrebbe loro mancare. [Illustrazione: PONTE A MOCCO.] * * * Ma chi voglia veramente formarsi un'idea esatta della regione e veramente gustarne le molte e varie bellezze deve visitare i dintorni dei Bagni di Lucca, specialmente salendo ai paesetti molteplici che stanno come appollaiati sui monti circonvicini. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — CIMITERO INGLESE. (Fot. Pellegrini).] Una delle ascensioni che i villeggianti fanno più di frequente è quella a LUGLIANO: ascensione non lunga né difficile, ma che pure offre il godimento di uno stupendo spettacolo. La strada mulattiera si parte dalla Via Letizia e si arrampica su per una bellissima selva di castagni. In cima è il paese, fosco, nero ed ottuso, traversato da una lunga e stretta viuzza. Sull'origine del suo nome si hanno due diverse opinioni: ché alcuni, fondandosi anche sul fatto che lo stemma del paese reca la testa di Giano, dicono derivare da _Lucus Jani_, immaginando che il bosco fosse sacro a quel nume: altri da _Julianus_ colono romano che vi avrebbe fissato la sua residenza. Oggi il paese presenta un aspetto eminentemente medievale; nessuna traccia pertanto della sua precedente, e del resto ipotetica, romanità. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — PONTE SUL TORRENTE LA LIMA E VEDUTA DI VILLA. (Fot. Brogi).] [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — PONTE SULLA BULIESIMA, DETTO PONTE CONTE DI TORINO.] Le memorie veramente storiche di Lugliano risalgono all'anno 825 in cui resulta feudo del vescovo di Lucca. Passò poi ai Soffredinghi e ai Corvampi, finché, nel 1244, fu donato da Federico II al Comune di Lucca. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA (DINTORNI) — LUGLIANO.] A mezzogiorno del paese sorge un'assai vetusta Cappella che fu già la parrocchia dell'antico Castello della Cerbaja, distrutto dai Fiorentini nel 1334. Dall'altro lato si trova una piccola piazza, colla caratteristica fontana, dovuta in parte alle elargizioni di una dama e di un lord inglesi che, innamoratisi del luogo, vi trascorrevano anche l'inverno nevoso, beneficando le buone popolazioni. Del che serba memoria la seguente epigrafe apposta sulla fontana: QUESTA FONTE A COMODO PUBBLICO FECERO GLI UOMINI DELLA SEZIONE DI LUGLIANO A PROPRIE SPESE E COI DONI DI LORD SANDONE DI LADY BULE A. 1775. ATTINGA IL PASSEGGIER LA LIMPID'ACQUA, ABBEVERI IL PASTOR GREGGI ED ARMENTI, E I SAVI DONATOR SEMPRE RAMMENTI. Lugliano possiede inoltre un Osservatorio meteorologico che fu istituito dal celebre Padre Cecchi: né il visitatore ometta di recarsi nel giardino Politi, dove s'erge un frassino gigantesco, tra i rami del quale sta una specie di stanza con sedili, capace di oltre venti persone. A chi giunge sulla vetta del monte si mostrano due panorami, uno più bello dell'altro. Il primo è quello complessivo dei Bagni di Lucca, i due paesi del quale, il _Ponte_ e la _Villa_, son collocati l'uno da un lato, l'altro dal lato opposto del Colle, per modo che questo Colle potrebbe dirsi, allungando amenamente l'endecasillabo dantesco, .... il monte per cui quelli del Ponte veder la Villa non ponno! Ora Lugliano, che al Colle è di faccia, è tanto più alto di questo, che se ne veggono insieme entrambi i versanti e lo sguardo abbraccia contemporaneamente l'uno e l'altro villaggio, che lega insieme, come un immenso e tortuoso nastro d'argento, la Lima. L'altro panorama poi si vede più acconciamente dall'estremità del paese, ove si trova la chiesa, ed è quello della valle del Serchio, che si allontana e si perde fino nelle vallate della Garfagnana inferiore, tempestate di paeselli graziosi. * * * Coloro che amano le più lunghe escursioni, giunti a Lugliano, proseguono la via per recarsi al ROMITORIO DELLE PIZZORNE, posto su quelle montagne da cui nasce il torrente Pizzorna che finisce poi nella Lima. Si prende uno stradello assai stretto che, sempre salendo, conduce ad un luogo detto Falciprato. Da quel luogo lo stradello comincia a pianeggiare e quindi è men faticoso. S'incontra, avanzando, la chiesa di S. Bartolommeo che mostra nell'architettura la sua antichità. Quivi la strada, ora si distende tra floridi campi, ora gira sull'orlo della montagna, producendo un brivido a chi guardi nel fondo. Sparsi qua e là appaiono tugurî di montanari e capanne di pastori: ad ogni passo, freschi ruscelli cristallini, che scendono romoreggiando tra i vasti silenzî: qua, caverne scavate nella roccia viva e macigni spaventosi; là, verdi prati e poggi ridenti. Finalmente si perviene al Romitorio. La chiesetta ha un dolce e poetico titolo, quello della _Madonna della neve_. E certo, trovandosi lassù nel cuor dell'estate, vien fatto di pensare all'aspetto che deve presentare quel luogo nella stagione più cruda, quando tutto lo copre la neve. Vi stava, in altri tempi, un vero e proprio eremita, un buon cappuccino che ospitava i rari passanti e correva in soccorso di chi si trovasse in pericolo, ciò che non di rado accadeva, quando le nevi cancellano ogni orma di guida, ogni indicazione di strada e, gelandosi, divengono assai pericolose, specie nei punti in cui bisogna girare sul ciglio della montagna sospeso su profondi burroni. Anc'oggi vi è lassù un eremita: ma un eremita... moderno, con moglie e figliuoli, che presta volentieri ai visitatori qualche seggiola e una tavola per far colazione! Raggiunta finalmente la vetta delle Pizzorne, buona parte della Toscana si svela allo sguardo: nel mezzo appare Lucca, rotonda, cerchiata dalle sue celebri mura: nel lontano si disegna tra le brume Firenze: in fondo, brilla una striscia lucida e scintillante... il mare! il mare! [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA (DINTORNI) — LUGLIANO: PIAZZA. (Fot. Pellegrini).] * * * Sul monte rimpetto a Lugliano è un altro paese meritevole di esser visitato, BENABBIO; al quale, oltre che per la via mulattiera, si può, da qualche tempo, accedere per la bella strada carrozzabile che dovrà in avvenire andar fino a Pescia, congiungendo così la Val di Lima alla Val di Nievole. [Illustrazione: BENABBIO — PIAZZA E FIANCO DELLA CHIESA. (Fot. Pellegrini).] Benabbio è un borgo importante, ove il soffio del progresso è giunto colla istituzione di una scuola agraria, di una biblioteca circolante, di una scuola di musica. La chiesa principale, dedicata all'_Assunta_, è assai interessante. Come appare dall'esame delle varie sue parti e come si rileva da alcune iscrizioni, fu costruita in tre epoche diverse: la parte centrale, nel 1338; le altre, respettivamente, nel 1529 e nel 1534. Nel seicento, fu, secondo il solito, guastata e ritinta, e venner chiuse le luci di varie finestre. Il coro vi è stato aggiunto da pochi anni. La chiesa, a tre navate, possiede un pregevole trittico (sec. XV), rappresentante _la Vergine, il Figlio e quattro Santi_, e una tela raffigurante la _Madonna dei dolori_, tela che ha una ricca cornice dorata e scolpita, del secolo XVII, di scuola toscana. Meritano pure di essere osservati: il Fonte battesimale col suo caratteristico bassorilievo in cui è figurato il _Battesimo di Gesù_ e colla bella cancellata quattrocentesca in ferro battuto, a quadrilobi, riadattata per questo luogo forse posteriormente: inoltre una croce processionale in argento e due statue scolpite in legno della fine del XIV secolo, rappresentanti l'Angelo annunziatore e la Vergine; quest'ultima danneggiata perchè ridotta in progresso di tempo a «manichino». Per l'antichità dell'architettura sono anche notevoli: la piccola chiesetta che s'incontra prima di arrivare al paese, e l'altra della Compagnia della Vergine che ha un discreto dipinto rappresentante la _Madonna col Bambino_. [Illustrazione: BENABBIO — CHIESA DELL'ASSUNTA. STATUA IN LEGNO DELL'ARCANGELO GABRIELE (SEC. XIV) — STATUA IN LEGNO DELLA VERGINE (SEC. XIV).] Dal paese si può ascendere fino al così detto _Castello_, i cui ruderi cingono ora la chiesa di S. Michele, ove è il ricordo delle numerose vittime che anche in quei luoghi fece nel 1855 il cholèra. Il Castello era stato costruito dai Lupari, signori di Benabbio, dei quali fu Luparo Lupari, poeta, amico di Castruccio Castracane, che lo aiutò a riconquistare il potere toltogli nel 1306 dai Guelfi; ma poi lo destituì, geloso della supremazia che esercitava sul popolo. Veramente mirabile è lo spettacolo che da quell'altura si gode, potendo l'occhio abbracciare una vasta serie di montagne e di valli e posarsi su ben venticinque paesi, bizzarramente sparsi all'intorno. Sullo stesso monte di Benabbio, più in basso, è il _Belvedere_, donde è stata recentemente derivata, pei Bagni di Lucca, una conduttura di purissima acqua potabile. Né molto lontano, ma sopra diversa montagna, è il paese di BRANDEGLIO, sulla piazza del quale è un oratorio con lavori in bronzo molto apprezzati. La chiesa ha un bel quadro rappresentante l'_Assunta_, attribuito allo Zacchia, una croce col Cristo, tutto in massello d'argento squisitamente lavorato. Per andare a Brandeglio dai Bagni di Lucca si passa dinnanzi a _Villa Diana_, così chiamata dal torrente che la fiancheggia precipitando in una spumeggiante cascata. Ivi abitò, nel 1866-67, il conte Teleky, esiliato dall'Austria, che la rese centro politico e luogo d'incontro de' suoi partigiani, che di là corrispondeva con Garibaldi, con Victor Hugo, con Kossuth, e che poi, com'è noto, combatté a fianco dell'eroe di Caprera contro gli Austriaci per l'indipendenza d'Italia. [Illustrazione: BENABBIO — CHIESA DELL'ASSUNTA: FONTE BATTESIMALE (PARTICOLARE DEL CANCELLO IN FERRO).] Altro punto di partenza, o di ritorno, per Brandeglio può essere il luogo detto _Le Fabbriche_, così chiamato dai varî opificî che vi si trovano. Passato il quale s'incontrano le montagne su cui sono Casabasciana e Crasciana, donde si va al Battifolle. * * * CASABASCIANA, che fu anticamente un castello, possiede una chiesa bellissima, tutta in pietra serena, con logge formate da colonnine: l'interno è a tre navate con archi a sesto acuto e il _coro_ è sorretto da belle colonne di pietra. La chiesa di Casabasciana fu fatta costruire, secondo la tradizione, dalla Contessa Matilde. Meno antica, poiché risale al secolo XV, è la chiesa dell'altro paese che, passato il torrente Granchio, s'incontra, cioè di CRASCIANA: ma vi si ammira un pregevole bassorilievo Robbiano raffigurante l'_Annunciazione_. Vicina vi è una cappella con moderne pitture del Tofanelli. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — VILLA DIANA.] Da Crasciana, traversata la macchia del _Sargentino_, si arriva al BATTIFOLLE, antico fortilizio che tutti i Comuni della vallata erano obbligati a custodire a vicenda. Ivi era l'antico confine tra il Fiorentino e il Lucchese. La vista, come può immaginarsi, è stupenda. Da torno si elevano gli Appennini, formando una successione di monti che si rincorrono fra loro fin che sfumano in dolci ondeggiamenti entro vapori di viola e d'oro. Da ogni parte si scoprono alte giogaie, valli fresche e ubertose solcate da nitidi fiumi, rocce nude e profondi burroni, macchie selvose e praterie verdeggianti, paesi innumerevoli, sparsi qua e là, tutti aggruppati intorno alla loro pieve, dalla quale partono i suoni delle campane che si rispondono da una chiesa all'altra, con varietà di toni e di ritmi, mescendosi in una dolce e malinconica armonia che si diffonde solennemente all'intorno. [Illustrazione: CASABASCIANA — LAVATOIO. (Fot. Pellegrini).] I paesi di cui ho fatto menzione fin ora, tutti appartenenti al Comune dei Bagni di Lucca, son situati sulla riva sinistra della Lima. Giova ora andare dall'altra riva e visitare rapidamente i paesetti sparsi sui monti che da quest'altro lato circondano i Bagni di Lucca e che pur fanno parte del lor territorio. Prima però di salire sui monti, convien ricordare il piccolo borgo di FORNOLI, antico feudo dei Soffredinghi, ove era un castello che i Lucchesi distrussero nel 1187. Fornoli è presso al confluente della Lima col Serchio ed in prossimità dell'elegante ed elastico Ponte di ferro. Oggi è là la stazione ferroviaria dei Bagni di Lucca. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — PONTE DI FERRO.] [Illustrazione: GRANAJOLA. (Fot. Pellegrini).] Dal luogo del Ponte a Serraglio detto _a Lima_, e che ho già ricordato, si sale su a GRANAJOLA, grosso borgo disteso sulla vetta del monte e derivante dal grano il suo nome, comune del resto ad altri villaggi. Nella sua chiesa, che data dal secolo XII e che è dedicata a s. Michele, oltre ad un quadro raffigurante il Santo protettore e ad una piccola tavola con l'immagine della Vergine e del Bambino, si ammira un antico Crocifisso di legno a metallo sbalzato, opera della fine del secolo XIII. In Granajola vide la luce uno dei più antichi musicisti lucchesi, Nicolò Dorati, nato nel 1513 morto nel 1593, autore di madrigali, di salmi e di altre composizioni profane e chiesastiche che contribuirono ad affermare in quel tempo il primato della scuola italiana su quelle straniere. [Illustrazione: GRANAJOLA IN VAL DI LIMA — OPERA DI S. MICHELE: CROCE PROCESSIONALE IN METALLO (SEC. XIII). (Fot. Alinari).] Da Granajola non è lungo il cammino ai varî paesi che formano i così detti MONTI DI VILLA. Prima s'incontra la _Pieve_, pittoresco villaggio, da cui si accede al vero e proprio _Monte di Villa_ (l'antica _Villa Terenziana_), composto però di tre diversi gruppi respettivamente chiamati _Bugnano_, _Luniano_ e _Colichi_. Di artistico vi ha da notare soltanto la chiesa di Luniano, ricca di marmi nei molteplici altari, di pitture d'ignoti e di bei paramenti sacerdotali, tra i quali primeggiano una _pianeta_ e un _piviale_. Graziosa è anche la solitaria chiesina di Focecolonia. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — MONTI DI VILLA. (Fot. Pellegrini).] Bugnano fu patria al noto educatore e patriotta Matteo Trenta, ad onore del quale fu collocata una lapide nella casa in cui nacque. Dai _Monti di Villa_ giova passare a RIOLO e di là tornare, pel _Molino di Fronzola_, ai Bagni di Lucca. Altro e più importante gruppo è quello formato dai molteplici paesi che assumono nel complesso il nome di CONTRONERIA. Chi vi si rechi dai Bagni, traversa, oltrepassata la Villa, il luogo detto _Palmaja_, ove Castruccio Castracane aveva fatto costruire un ponte che il tempo distrusse: incontra il torrente Refubbri, le chiesette della Madonna di Refubbri e di S. Lucia, il paesello di _Guzzano_ e giunge quindi alla PIEVE DI CONTRONE ove erano anticamente un monastero ed una fortezza di cui vedesi ancora il vallo. La chiesa ha un bel quadro dell'_Assunzione_, un altro che imita il _Volto Santo_ di Lucca e un terzo della _Madonna del Rosario_. Accanto alla chiesa è una torre, di costruzione moderna, dalla cui cima si scopre un esteso e bellissimo panorama che abbraccia quasi tutti i paesi già ricordati e attornianti i Bagni di Lucca e, inoltre, parte della valle del Serchio verso la Garfagnana. Dalla Pieve di Controne dipendono altri paesetti minori, quali _Guzzano_, _Vetteglia_, _Gomereto_: mentre altri, tra cui _Mobbiano_ e _Longojo_, dipendono dal paese di S. GEMIGNANO che ha una chiesa antica e pregevole; ed altri finalmente, quali _La Cappella_, _Vizzata_, _Cembroni_, _Livizzano_, _Cocolaio_, dipendono dal terzo e per noi più interessante tra i paesi grossi della Controneria, cioè da SAN CASSIANO DI CONTRONE. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — MONTI DI VILLA: CHIESINA DI FOCECOLONIA. (Fot. Pellegrini).] Questo villaggio possiede una chiesa bellissima, che è stata dichiarata monumento nazionale e che è di antichissima costruzione, giacché fu edificata nel secolo X circa, nel luogo ove narrasi già esistesse un tempio di Diana. Più tardi venne ampliata. La facciata, del secolo XIII, fu fatta con marmi estratti dai monti vicini ed è ornata di sculture, con colonnine e con archi, tra i quali il più notevole è quello sulla porta centrale. Vi si possono osservare una processione di animali e, al di sotto, tre figure rappresentanti Gesù fra i due ladroni. Di questi, l'uno, quello pentito, è in attitudine di essere sollevato verso il paradiso; l'altro in atto di cadere all'inferno. L'interno della chiesa è semplice, severo, solenne: vi aggiunge carattere di austerità il pavimento con formelle a intagli geometrici in pietra dura nera, pur trovata nelle vicinanze. Dieci colonne massiccie con capitelli arcaici sostengono il soffitto e sulla terza di esse, a destra, è dipinta l'immagine di santa Lucia: varî emblemi sono scolpiti sulle pareti del tempio. Sul fonte battesimale spicca una grande aquila romanica di pietra che tiene fra le zampe un coniglio. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA (DINTORNI) — MONTI DI VILLA: RIOLO. (Fot. Pellegrini).] Recenti e ben intesi restauri consolidarono il campanile, costruttivamente anteriore alla facciata: fu ripristinata la tettoja a capriate e riaperta la porta di tramontana. La parte absidale è del sec. XVIII. È da augurarsi che nuovi lavori rimuovano questa bruttura, così che la chiesa torni in modo compiuto al suo primitivo carattere. [Illustrazione: S. GEMIGNANO DI CONTRONE — PIAZZA. (Fot. Pellegrini).] Tra gli oggetti preziosi che si conservano nella sacrestia è da ricordare un Crocifisso d'argento, alto 44 centimetri, con le figure del Redentore nel mezzo, della Vergine, di s. Pietro e di s. Paolo intorno e, nella parte posteriore, gli emblemi dell'agnello, dei quattro Evangelisti e la figura di s. Paolino primo vescovo di Lucca. Notevoli paramenti del sec. XVII, due candelieri in ferro battuto, ceramiche, coperte perugine e più statue scolpite in legno. Tra queste un s. Martino a cavallo del XV secolo: opera più unica che rara, e degna di essere accolta in un museo. Di grande interesse sono pure le statue della Vergine e dell'Angelo annunziatore, dovute forse a un maestro pisano. [Illustrazione: S. CASSIANO DI CONTRONE — LOCALITÀ DETTA VIZZATA. (Fot. Pellegrini).] Da S. Cassiano si può proseguire per la celebre vetta del Pratofiorito, alta 1298 metri sul livello del mare, ma più che altro famosa per la sua singolarità e per la bellezza della veduta che di là si scopre. Chi la osserva dal basso non comprende certamente il suo nome: ché non potrebbe invero immaginarsi montagna più rocciosa, più arida, nuda e priva di vegetazione. Ma a chi giunge sul culmine si distende improvvisamente dinanzi, oasi incantevole, un vasto altipiano che, specialmente nei mesi di maggio e di giugno, è tutto smaltato di fiori, occhieggianti colla vivezza delle loro tinte in mezzo al verde smagliante dell'erbe: fiori ed erbe che i botanici raccolsero e studiarono e di cui il dottor Giannini compilò un catalogo, pubblicato in appendice al libro del Carina sui Bagni di Lucca, al quale potrà ricorrere chi s'interessa di simili studî. Noi starem paghi ad ammirarli vivi sul luogo, sotto la luce del sole che li investe e li accende e ne rende più ardenti i colori; ed anche a valercene come di molle tappeto per riposarci dalla fatica della non breve ascensione. E là sdrajati, ci sarà dolce ricordare come piacesse a Franco Sacchetti immaginare che questi luoghi fossero dimora alle _vaghe montanine pastorelle_ da lui cantate così soavemente, in quei versi nei quali è pure esplicitamente nominato il Pratofiorito: Noi stiamo in Alpe presso ad un boschetto; Povera capannetta è il nostro sito, Col padre e con la madre in picciol letto. Torniam la sera dal Pratofiorito Dove Natura ci ha sempre nodrito. Guardando il dì le nostre pecorelle. [Illustrazione: S. CASSIANO DI CONTRONE — CHIESA E TORRE CAMPANARIA.] [Illustrazione: S. CASSIANO DI CONTRONE — L'ANNUNZIATA E L'ANGIOLO. STATUE IN LEGNO. (SEC. XV).] [Illustrazione: S. CASSIANO DI CONTRONE — S. MARTINO. STATUA EQUESTRE IN LEGNO. (SEC. XV).] [Illustrazione: MONTEFEGATESI — PIAZZA XX SETTEMBRE. (Fot. Pellegrini).] È costume di coloro che si recano al Pratofiorito partir nella notte, per trovarsi in cima al monte al sorger del sole che, apparendo di mezzo alle montagne pistoiesi, inonda a un tratto di luce quella immensa distesa di paese, infiammando le creste dei monti, avvivando le vaste pianure, illuminando i borghi e i villaggi, lasciando scoprire allo sguardo sia le vette del Rondinajo, delle Piastre, delle Tre Potenze, del Pizzo d'Uccello, della Penna e d'altre montagne, sia le isole Corsica, Elba, Capraja, Gorgona e qualche altra dell'arcipelago toscano. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — MONTEFEGATESI.] Al Pratofiorito si può andare anche per altra via, o può da questa tornare chi vi sia andato da S. Cassiano: intendo pel caratteristico paese di MONTEFEGATESI che trasse il suo nome, secondo alcuni, dal torrente Fegana, secondo altri, e con maggiore probabilità, dal colore _fegatoso_ delle sue argille e de' suoi diaspri. Le case del paese sono aggrappate penzoloni sul monte in pittoresca disposizione: né meno caratteristico è l'interno del paese, colle sue strette viuzze, coi vecchi muraglioni, cogli avanzi di antichi archi, colla porta di Federico Barbarossa, colla secentesca chiesa, notevole per la forma esterna dell'abside arrotondata, per la facciata, pel campanile, pel portico e, all'interno, per due terrecotte raffiguranti la _Madonna del Soccorso_ e la _Madonna della Concezione_. Nella sacrestia una iscrizione di Domenico Bartoli, sacerdote e poeta, accenna alla erezione della chiesa e ai relativi diritti: vi si leggono anche altre lapidi. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — PONTE NERO. (Fot. Pellegrini).] Di Montefegatesi è fatta per la prima volta menzione in un documento del 991 da cui si rileva come il vescovo di Lucca ne costituisse un feudo a favore di Ranieri e Fraolmo, figli del visconte di Corvaja. Come ho già detto, nel 1245 Montefegatesi veniva ceduto a Lucca dall'imperatore Federico II. In quei pressi avvenne, nel 1613, una battaglia tra i Lucchesi e gli Estensi: e in quella occasione metà del paese fu incendiata e distrutta. A compiere il giro dei paesi che formano l'esteso Comune dei Bagni di Lucca, non resta altro ormai che prendere quella larga via carrozzabile la quale, partendo dal Ponte a Mocco, alla Villa, volge verso S. Marcello, e dare un'occhiata ai varî borghi che stanno sui monti fiancheggianti, or da un lato or da l'altro, la Lima, di cui, naturalmente, si segue il corso a ritroso. [Illustrazione: STRETTE DI COCCIGLIA.] I primi che s'incontrano, quasi rimpetto l'uno all'altro, e appunto per ciò in altri tempi rivali, sono gli antichi castelli di PALLEGGIO e di COCCIGLIA ai quali si accede dai pressi del _Ponte sulla Scesta_, piccolo ma rovinoso torrente che forma la famosa _Cascata del Tino_, meritevole di essere visitata per lo stupendo spettacolo che offre in mezzo all'orrido della natura selvaggia. La storia delle antiche rivalità fra i due ricordati castelli fa particolare menzione di una sanguinosa battaglia nella quale il guerriero Chiarello di Cocciglia vinse quei di Palleggio. A Cocciglia sopravanzano ancora i ruderi delle antiche mura cingenti il Castello e quelli della fortezza e della casa ove nacque il Chiarello. Vi è anche una vetusta chiesa che, oltre ad una pittura ritraente s. Bartolommeo, possiede un pregevole antico Crocifisso d'argento, recante nel centro la figura del Salvatore, con vicini s. Giovanni e s. Michele e, ai lati, Giuseppe e Maria. Nel rovescio sono varî simboli, l'agnello, l'aquila, il leone, il bove: al disotto la Vergine. [Illustrazione: STRETTE DI COCCIGLIA.] Tornando sulla strada maestra e proseguendo in avanti, si traversa il bel _Ponte Nero_, presso al quale è una graziosa cappella. Indi, per una folta selva di annosi castagni, si raggiunge il villaggio di CASOLI, ove si notano la caratteristica _Casa Matteo_ e l'antichissima chiesa di S. Andrea. Ivi sono due quadri del Puccini: la _Madonna dell'Umiltà_ coi santi Andrea e Donato e la _Madonna del Rosario_ coi santi Domenico ed Elisabetta. I ruderi di una fortezza, di cui si vede ancora il vallo massiccio, dimostrano la vetustà del villaggio che, in origine, era ancora più alto. Presso è la _Chiesina del Castello_, contenente una Madonna in terracotta, della bottega dei Della Robbia. A chi, ripresa la via carrozzabile, prosegua ancora in avanti, si presenta, dopo breve tratto, lo spettacolo bellissimo e singolarissimo delle _Strette di Lima_, chiamate anche _Strette di Cocciglia_. Esse sono formate da enormi massi situati nel profondo letto del fiume e moventisi incontro dalle opposte sponde fino quasi ad incrociarsi come ingranaggi di ruote dentate. Da ciò deriva la strettezza dello spazio lasciato al corso del fiume, che sembra lottare contro quelle angustie, e balza e spumeggia, frangendosi ai massi di pietra striata, con mirabili effetti di colori e di suoni. [Illustrazione: VALLE DELLA LIMA PRESSO PONTE MAGGIO.] Passati il _Giardinetto_ e il bel _Ponte Maggio_, vicino al quale s'incontra il masso pauroso conosciuto sotto il nome di _Balzo della Vergine_, troviamo sulla riva destra del fiume, altri due borghi appartenenti al Comune dei Bagni di Lucca. L'uno è LIMANO, borgo oltre millenario, come attestano gli avanzi di antiche costruzioni e soprattutto i ruderi di un cimitero. Pare che i primi abitatori vi immigrassero dalla Corsica. La Contessa Matilde, si dice, vi aveva fatto edificare una chiesa che era reputata di grande bellezza artistica: ma fu abbattuta nel '500 e sui resti di essa fu costruita, nel 1550, la chiesa attuale. Molte traccie del medio evo rimangono tuttora in Limano, come valli e ruderi di fortezze e vôlte sotterranee e ruine di altre costruzioni del tempo. Oggi il paese ha industrie fiorenti, tra cui specialmente quella del carbone. Anche nei pressi di Limano le acque del fiume si restringono fra grandi massi, formando le _Strette di Limano_. [Illustrazione: VICO PANCELLORUM — CHIESA DI S. PAOLO.] L'altro paese dalla stessa parte del fiume, è VICO PANCELLORUM. Lo stemma del villaggio posto sopra una porta, chiarisce il significato del nome latino, giacchè mostra una coppa da comunione e il _panis coelorum_, donde, per corruzione, il vocabolo _Pancellorum_. Questo raccontano gli abitanti; ma il preteso «stemma» altro non è che un segno cristiano che sta simbolicamente a significare per quale rito ai fedeli venga aperta la porta del cielo. Si deve piuttosto pensare al casato di una famiglia: Pancelli o Pacelli. Per singolare coincidenza, il dialetto del luogo, diverso da quelli degli altri villaggi circonvicini, ha strane attinenze con quello romano. Ed anche è singolare che, come ai tempi de' Romani, si fanno qui pubbliche lamentazioni per morti, ciò che si usa anche a Brandeglio: nel quale ultimo luogo vige ancora il costume dei banchetti funebri, offerti alla desolata famiglia dai parenti e dagli amici del morto. Sono pure tuttavia in uso i _maggi_ e le _befanate_. [Illustrazione: VICO PANCELLORUM — CAMPANILE ED ABSIDE DELLA CHIESA DI S. PAOLO.] [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — VALLE DELLA LIMA: PONTE MAGGIO. (Fot. Pellegrini).] [Illustrazione: BALZO DELLA VERGINE PRESSO PONTE MAGGIO. (Fot. Pellegrini).] [Illustrazione: LIMANO — PIAZZA. (Fot. Pellegrini).] Il paese si distende sul monte in forma quasi piramidale: poco distante è la chiesa di S. Paolo, la cui antica torre fu di recente restaurata. La chiesa appartiene al XIII sec. I rammodernamenti del '700 hanno chiuso in pilastri di muratura gli originali capitelli romanici e le grosse e basse colonne delle navate. Nacquero in Vico Pancellorum le due eroiche fanciulle Anastasia e Lucia, i nomi delle quali ci conducono a parlare dell'ultimo paese del Comune dei Bagni di Lucca che noi dobbiamo illustrare, cioè di Lucchio, alla cui storia quei nomi sono intimamente connessi. LUCCHIO è posto sull'altra riva del fiume, poco dopo la _Tana a Termini_, così chiamata perché indicante il confine tra la provincia di Firenze e quella di Lucca. La Tana a Termini è una immensa grotta, della quale inutilmente fu ricercata la fine e che contiene numerose stalattiti dalle forme strane e bizzarre, ed ospita, tra gli altri, uno speciale insetto senz'occhi. Veduto dal piede della montagna, Lucchio presenta un singolarissimo aspetto per la sua posizione a picco, onde sembra penzolare sul precipizio sottostante, per le sue case che sembrano addossate l'una sull'altra, per le aride roccie di cui si circonda. Quando vi si giunge e si traversano le sue vie strette ed oscure e si veggono gli antichi archi e i resti della famosa fortezza, si prova l'illusione di rivivere in pieno medio evo. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — STRETTE DI LIMANO.] E allora il pensiero ritorna ai molteplici assedî che Lucchio sostenne al tempo della Repubblica di Lucca e specialmente a quello del 1437, quando Gaspero da Stazzema, castellano di Lucchio, stava per cedere la rôcca a prezzo d'oro ai Fiorentini assedianti e già aveva riscosso il denaro e si apparecchiava a compiere il suo tradimento. Fu allora che le due giovinette di Vico Pancellorum, Anastasia e Lucia, simulando amore per Gaspero, lo trassero seco in luogo remoto con adescanti lusinghe e, là giunte, gli furono addosso e lo legarono ad un dirupo, chiamando quindi a raccolta e consegnandolo al popolo perché ne facesse vendetta. Così fu sventata la trama e Lucchio fu salvo. Il Senato rimeritò di pubbliche lodi e di pubblica dote le eroiche fanciulle. [Illustrazione: PANORAMA DI LIMANO. (Fot. Pellegrini).] La fortezza di Lucchio data dal secolo XII ed è una gigantesca costruzione, dai valli massicci, dalle corti coperte di cui si veggon le tracce, dal vasto fabbricato per la guarnigione. La chiesa, intitolata a s. Pietro, è pur di costruzione assai antica ma fu rinnovata più volte: vi è di notevole un altare in pietra nera. Anche assai antiche sono, per la maggior parte, le case: anzi sulla porta di una di esse si legge la data 1420. Recente invece, poichè del 1848, è la bella villa che Lady Harvey contessa di S. Giorgio ebbe la fantasia di farsi costruire in quel luogo alpestre e roccioso e ove passa ora buona parte dell'anno il figlio di lei conte Alberto. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — STRETTE DI LIMANO.] Lucchio, ai tempi della Repubblica di Lucca, godé di una certa autonomia; ma, trovandosi al confine tra il territorio fiorentino e il lucchese, fu soggetto a scorrerie, a guerre, ad assedî, e più volte conquistato e ripreso. Quanto al suo nome, v'ha chi lo fa derivare da un Lucio romano che vi avrebbe fondato il castello, chi da _Lucus_, bosco, o più propriamente dal _Lucus Feroniae_ ché a questa dea sarebbe stato dedicato quel luogo. La vista che da Lucchio si gode è stupenda: e alla vista si accompagna il ricordo degli avvenimenti che nelle sottostanti vallate si svolsero, dalla vittoria di Metello su Catilina all'uccisione di Tedici traditor di Pistoia e alla lotta che tragicamente finì al non lontano castello di Gavinana, ove Francesco Ferrucci spirò l'anima grande e con lui si spense la libertà di Firenze. [Illustrazione: LUCCHIO — RUDERI DELLA FORTEZZA.] [Illustrazione: LUCCHIO — PANORAMA.] Molte e molte altre escursioni possono farsi dai Bagni di Lucca pur rimanendo nei loro dintorni: ma di queste non faccio menzione, perché escono dalla circoscrizione territoriale che mi sono assunto di brevemente illustrare. COREGLIA. Il nome che questo paese ancor reca, cioè Coreglia Antelminelli, dice da sé com'esso sia stato baluardo importante e residenza preferita della famiglia Castracane degli Antelminelli, alla quale appartenne Castruccio. Ma le memorie del luogo risalgono ad epoca molto anteriore giacché ne troviamo menzione perfino in documenti del secolo X. Dipendeva allora dalla Pieve di Loppia, nel Barghigiano; e un atto del 994 prova che le rendite ecclesiastiche dovute dagli abitanti di Coreglia alla detta Pieve, furono dal vescovo Gherardo cedute in enfiteusi ad un Rolando di Giovanni, progenitore dei Rodalinghi di Loppia. Nel 1048 ne era signore Uberto di Rodilando che ne donò parte a un Giovanni detto Ghezio e a un Guidone figlio di Tenzio: nel 1272 era già capoluogo di Vicaria e contendeva con Castiglione e con Barga, provocando più volte l'intervento del Comune di Lucca. Finalmente, salito al potere Castruccio, Coreglia divenne sulle prime centro dei suoi avversarî: ma il gran capitano la strinse d'assedio e dopo 58 giorni la costrinse ad aprirgli le porte. Morto Castruccio, ebbe Coreglia per vicario Santi Castracane dei Falabrini di Lucca: ma il re Giovanni di Boemia lo destituì e pose in suo luogo Francesco Castracane degli Antelminelli. A lui, verso il 1340, il castello fu tolto dai Fiorentini: se non che, nel 1352, egli riuscì a riconquistarlo e assunse allora il titolo di Conte di Coreglia, riconfermatogli nel 1355 da Carlo IV. A lui, i Pisani, divenuti padroni di Lucca, avevano assegnato _per anni quindici il profitto delle gabelle del Bagno a Corsena_. Pochi giorni dopo avvenuta tale solenne investitura, Francesco Castracane moriva ucciso, con un de' figliuoli, per mano di Valeriano e di Arrigo, figli del grande Castruccio. Successe allora nella signoria di Coreglia l'altro figliuolo di Francesco, Nicolò: poi il castello, alla morte di Paolo Guinigi signore di Lucca, tornò in potere dei Fiorentini, i quali peraltro, nel 1438, lo rilasciarono alla Repubblica di Lucca, cui rimase lungamente soggetto, con tutti i paesi della sua Vicaria. Successivamente una parte di tal Vicaria passò al Comune del Borgo a Mozzano e l'altra formò quello che è anc'oggi il Comune di Coreglia, circoscritto dalla Fegana che lo separa dai Bagni di Lucca, dall'Ania che lo separa dal Barghigiano, e dal Serchio che lo divide dal Comune del Borgo a Mozzano. In questi tre corsi d'acqua passano, ai punti di confine, tre ponti che meritano di essere qui ricordati. Il primo a incontrarsi, da chi si rechi dai Bagni di Lucca a Coreglia, è quello sulla Fegana, torrente che scende dalle vette dell'Appennino e si getta nel Serchio. Il ponte, ideato con ardito disegno dall'architetto Nottolini cui si debbono molti pregiati lavori nel territorio lucchese, fu cominciato a costruire sotto il Governo Borbonico, nel 1841. Gli avvenimenti politici del '47 ne fecero sospendere i lavori, né il Governo Lorenese si curò mai di riprenderli. Finalmente, dopo ben 27 anni, nel 1874 la grandiosa opera fu tratta a compimento e riuscì degna di vera ammirazione, poiché consta di un unico arco avente metri 48,50 di luce e 7 di saetta, senza alcun appoggio, per modo che il Ponte alla Fegana occupa, per la sua ampiezza, uno dei primi posti fra i ponti d'Italia. L'altro ponte che successivamente s'incontra, cioè il _Ponte a Calavorno_, merita di essere ricordato per altre ragioni: cioè per la sua antichità e per la bizzarra sua architettura. Il nome gli derivò dal Castello di _Calavorno_ anticamente esistente in quel luogo. Si argomenta che sia stato costruito dagli Orlandinghi o Rodalinghi, signori feudatarî di Loppia, i quali erano patroni dell'ospedale di S. Leonardo in Calavorno. È noto che, nel medio evo, gli ospedali si costruivano abitualmente in vicinanza dei ponti, per renderne più facile l'accesso, ed è quindi probabile che i Rodalinghi curassero la edificazione sì del ponte e sì dell'ospedale. Si opina da taluni storici, ma non è certo, che il primitivo ponte a Calavorno venisse distrutto dall'incendio che i Lucchesi appiccarono a quel Castello nel 1171: certo, nel secolo XIV, il ponte era così mal ridotto che, nel 1376, gli ufficiali delle varie Vicarie circostanti chiesero più volte, alle pubbliche autorità, sussidî per effettuarne il restauro: e i sussidî furono in parte concessi e il ponte ricostruito nella forma che anc'oggi conserva. La sua architettura ricorda quella del Ponte del Diavolo per lo sbilancio di altezza tra i soli due archi che lo compongono: l'uno de' quali ha 47 braccia di luce e una curva molto accentuata, mentre l'altro, a sostegno della parte pianeggiante, è appena un terzo del principale: ponte, per conseguenza, assai scomodo al valico: ma bello e pittoresco alla vista, tanto più perché incorniciato dalle alte e verdi montagne, dall'alto delle quali lo guardano i paesi di Ghivizzano, di Coreglia, di Vitiana, di Lugnana da un lato, di Gioviano, di S. Romano, di Cardoso dall'altro. — Meno notevole è il terzo dei ponti su ricordati, cioè quello in pietra sull'Ania, ove è anche un popoloso borgo di cui dovremo far parola tra breve. — Ora torniamo a dire di Coreglia. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — PONTE A CALAVORNO. (Fot. Spooner).] Le case del grosso paese si aggruppano fitte tra loro e stanno, a dir così, scaglionate lungo le vie ripide e anguste: una volta eran difese da solide costruzioni militari, giacché Coreglia, come sappiamo, fu castello e fortilizio di molta importanza al tempo dei Castracane. — Ora sono state ammodernate e ritinte in varî colori ed hanno, per buona parte, assunto un aspetto di pulitezza ed eleganza, indizio delle floride condizioni economiche de' lor proprietarî. Delle antiche fortificazioni non mancano resti, specialmente nella rôcca o fortezza, che domina il paese dal vertice del monte e che mostra ancora i ruderi de' suoi muraglioni. — Fino al principio del secolo XIX vi esisteva accanto una bellissima torre, che un prete insipiente, divenutone possessore, distrusse per adoprarne le pietre come materiale da costruzione. All'ingresso del paese è una delle più antiche tra le chiese della provincia di Lucca, cioè la chiesa dedicata a s. Martino e costruita nel secolo VIII, come si rileva da un documento dell'archivio parrocchiale. Questa però non è la chiesa principale di Coreglia: la principale è quella di S. Michele, costruita nel 1200. Doveva esser bellissima di architettura, come si rileva da qualche tratto del lato destro in cui le antiche forme non sono del tutto scomparse; ma le modificazioni apportatevi col rialzarne il soffitto, coll'aprirvi dei finestroni barocchi, sostituendoli alle primitive finestre a feritoia, col sopraccaricarne le pareti di stucchi, ne hanno alterata la fisonomia e guastato l'aspetto. Per fortuna si rispettò la facciata, ove fa ancora bella mostra di sé una statua di s. Michele, attribuita a Matteo Civitali. Il campanile, invece, fu deturpato e ai vecchi suoi merli fu sostituito un terrazzo a colonnine che, dice il Pierotti, è, dal punto di vista dell'insipienza, una meraviglia a vedersi! Meno male però che gli sono rimaste tre antiche pregevoli campane. — Nell'interno della chiesa colpiscono l'occhio del visitatore due statue rappresentanti l'_Annunziazione_, statue che per la grazia delle forme, per l'espressione nei volti della Vergine e dell'Angelo, per la nobiltà dello stile, furono attribuite a Nino pisano o, per lo meno, alla scuola ed al tempo del celebrato scultore. La stessa chiesa possiede una magnifica croce processionale del secolo XV, nella quale non sai se più ammirare l'originale genialità del disegno o la finezza del cesello; un calice, pur cesellato, del secolo XVI ed una ricca pianeta. Sott'altro aspetto è pur meritevole di esser visitato, a Coreglia, il palazzo Rossi, nel quale è accolta una ricca collezione etnografica di oggetti svariatissimi, ma specialmente di armi, appartenenti a popoli selvaggi. La vista di questi oggetti, portati direttamente a Coreglia da abitanti del luogo tornati da regioni lontane, ci fa subito ricordare che siamo nella patria degli emigranti, oltre che nella metropoli dei «figurinai», come la definisce Matteo Pierotti in un gustoso suo scritto, al quale mi permetto di attingere qualche notizia e di stralciare qualche periodo. Se l'arte di formare in gesso è diffusa nella maggior parte dei paesetti del territorio lucchese, essa ebbe peraltro le origini sue e il suo maggiore sviluppo in Coreglia. Pensa il Pierotti che le figurazioni simboliche sui frontoni delle chiese, gli angeletti preganti sui tabernacoli e sulle urne per gli olii santi, le fonti battesimali scolpite con figure di re e di guerrieri, di papi e di martiri, i capitelli aggraziati in tutte le forme più varie e più singolari, le terre vetrinate robbiane che nelle chiese dei paeselli più umili gettano un sorriso di cieli azzurri e di figure bianche fra le colonne marmoree degli antichi altari, sieno stati pei figurinai una scuola perenne di sentimento d'arte e di visioni poetiche. Lo stesso scrittore riferisce un suo colloquio col nestore dei figurinai di Coreglia, dal quale resulta che l'arte del formare in gesso esiste in quel paese da due o tre secoli e che fu trovata — secondo la tradizione — da un frate, per caso. Questo frate tentava di restaurare alla meglio, con un po' di gesso, una figura robbiana della chiesa, quando il gesso, cadendo, andò a posare sulla faccia di un piccolo Crocifisso, disteso sopra l'altare. Quando il frate andò a riprendere il gesso, lo trovò secco e, con sua grande meraviglia vide, dopo averlo staccato, che vi era rimasta una impronta nitidissima del volto di Gesù Cristo. Così si sarebbe trovata l'arte del formare in gesso, arte che a Coreglia si diffuse ben presto e andò a mano a mano perfezionandosi. [Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — COREGLIA.] Si cominciò, come comportavano l'indole dei tempi e il desiderio degli acquirenti, dalla riproduzione di soggetti sacri o allegorici: poi si passò ai busti di sovrani e di uomini illustri: finalmente ai monumenti e alle opere d'arte, non senza trascurare, per il pubblico minuto e volgare, le figurine dozzinali di uomini, donne e animali... specialmente di animali; onde il Fucini poteva ricordare, nel noto sonetto, .... l'amìo di Lucca che fa' gatti (li fa cor gesso, creda da sbagliassi!) Del resto, i figurinai si dedicano anche alle decorazioni in gesso; e quelle, ad esempio, dei padiglioni che figuravano all'esposizione di Chicago erano tutte opera loro. Taluno di essi ebbe realmente valore d'artista: e si ricorda quel Pier Angelo Sarti che fu ammirato dal Canova e che, nominato dal governo inglese _formatore_ del _British Museum_, formò in gesso tutte le sculture del Partenone e ne presentò, sempre per incarico del governo, la riproduzione a Luigi Filippo. Il Sarti fu pure poeta ed ebbe l'amicizia del Foscolo. Anche Vincenzo Barsotti di Tereglio (Comune di Coreglia) vissuto nella seconda metà del secolo XVIII, divenne _formatore_ abilissimo ed ebbe studio a Roma e riprodusse le più celebrate sculture classiche, per incarico di Pio VI e di Luigi XIV. [Illustrazione: IL MONTE “LA PANIA„.] I figurinai cominciano da ragazzi, come _garzoni_: poi divengono padroni e formano la _compagnia_. — Vanno in ogni parte del mondo: in Germania, in Russia, in Oriente, ma più specialmente in America. Perciò, al loro ritorno, sono designati col nomignolo di _americani_: e perciò, come scrive il Pierotti, «Le osterie, i caffè, le rivendite portano il nome di qualche città americana: passa il _Caffè Nord-America_, la _Trattoria Buenos-Ayres_, la _Drogheria Brasiliana_, tutti esercizî che si aprono in casette e villini nuovi e puliti, fabbricati per lo più da figurinai che hanno lasciato di girare il mondo e si sono ritirati in patria a godersi le sudate agiatezze. Sulle porte e per la strada si vedono a colpo d'occhio questi fortunati possessori di migliaia di dollari e di milioni di _reis_, si indovinano dal taglio degli abiti, dalle forme esotiche dei cappelli, dall'aria di lavoratori in vacanza, occupati tutt'al più a sorseggiare il _punch_ nero e l'arzillo vinetto montanino, che offrono liberalmente, con una curiosa passione anfitrionica, agli amici del paese ed ai forestieri che non conoscono né di nome né di vista. Nei giorni di festa anzi, troneggiano nei caffè e nelle osterie, attorniati dagli ammiratori trincanti e pagano invariabilmente le consumazioni di tutti gli avventori noti ed ignoti che si trovano agli altri tavolini». [Illustrazione: IL MONTE FORATO.] Dal lavoro dei figurinai è derivata a Coreglia quell'agiatezza che spira da tutto il suo aspetto. — Essi, per lo più, riescono, in varie serie di viaggi, a mettere insieme discrete fortune e tornano poi a godersele nel loro paese, ove comprano e edificano o restaurano qualche villetta e vivono e muoiono in pace. Taluno è anche riuscito ad ammassare vistose sostanze, mettendo negozî di lusso nelle principali città d'Europa e d'America. Tra questi il Barone Vanni, già figurinaio egli stesso ed oggi lor mecenate, fondatore di una scuola di plastica e di disegno pei figurinai, nominato barone dall'imperatore d'Austria e commendatore dal Re d'Italia, raccoglitore di opere d'arte da servir di modelli, di quadri, di medaglioni robbiani, di sculture e maioliche, con cui ha formato un Museo che è al tempo stesso un'_Accademia di Belle Arti_ pei formatori in gesso o, come il Pierotti li chiama, per gli scultori del popolo. Ma una visita a Coreglia non sarebbe compiuta, da chi non salisse al luogo detto _La Croce_ per ammirare di lì la distesa delle Alpi Apuane che, in quel punto, sono battezzate col nome di _Uomo morto_, sembrando che dalla Pania della Croce si distenda una figura umana colle mani giunte, e per ammirarvi altresì l'effetto di quello che Giovanni Pascoli chiamava il secondo tramonto: cioè l'infiltrarsi dei raggi solari, dopo che l'astro è scomparso dietro le montagne selvose, a traverso il fóro di quel monte che fu per questo chiamato _Monte forato_. Come in quasi tutti i paesi di montagna, così, anche a Coreglia, il ceppo del paese collocato sull'altura ebbe le sue propaggini al piano: e così, al di sotto del paese primitivo se ne formò un altro che reca appunto il nome di _Pian di Coreglia_. — Ma di questo nulla è da dire: né molte parole occorreranno per alcuni degli altri paeselli formanti il Comune di Coreglia. — Così di VITIANA basterà ricordare l'antica esistenza, se uno strumento del 994 parla delle decime pagate dai suoi abitanti e cedute a Rodilando dal vescovo Gherardo di Lucca. — Vitiana rientrava anticamente nel piviere di Loppia e passò in quello di Coreglia più tardi. — Piccoli borghi, ma pur essi di antica origine e tutti ammirevoli per la graziosa posizione e per le belle vedute, sono GRUMIGNANA e LUCIGNANA o LUSIGNANA, anche quest'ultimo passato dal piviere di Loppia a quel di Coreglia e ricordato tra i casali o castelli concessi a titolo di contea dall'imperatore Carlo IV a Francesco Castracane degli Antelminelli. Più interessante di tutti, per l'aspetto suo e per le memorie storiche, è certamente GHIVIZZANO. Il visitatore che vi si rechi ha l'impressione di trovarsi dinanzi un pezzo di medio evo rimasto quasi immutato nei secoli: quasi, perché, in questi ultimi tempi, qualche stonata ritintura alla facciata di alcune case, qualche intonacatura delle vecchie pietre e qualche altro infelice racconciamento hanno un po' alterato le linee del quadro: ma ancora l'interna struttura del paese e i viottoli tortuosi e gli oscuri sotterranei nei quali si aprono di quando in quando gli spiragli delle feritoie, e i ruderi delle mura e la rôcca ridestano i ricordi e l'immagine della vita medievale e riconducono il pensiero a quell'età di delitti e di fede, di battaglie e di amori. Il documento più antico in cui si trovi notizia di Ghivizzano è l'atto del 994 col quale il vescovo di Lucca Gherardo II ne faceva cessione ai Rolandinghi di Loppia. — Allo stesso anno 994 risale la costruzione della chiesa, primamente dedicata a s. Martino, ma successivamente passata sotto la protezione dei santi Pietro e Paolo. In questa chiesa è una pittura di ignoto maestro, rappresentante la Circoncisione. Vi si trovano pure, incastrate nel pavimento e ben conservanti gli antichi intagli e le antiche sculture, le tombe di Giovanna e di Filippo Castracane: moglie la prima di Francesco, cugino del gran Capitano, e figlio l'altro di lei. Queste tombe serbano ancora le loro iscrizioni che, rispettivamente, son le seguenti: Sulla tomba di Giovanna: _Sepulcrum Nobilis Dominae Dominae Giovannae Uxoris Nobilis Comitis Domini Francesci Kastrakanis Quae Obit De Mense Maii. A. D._ MCCCXXXVI Sulla tomba di Filippo: _Hic iacet Filippus filius D. Francesci Comitis Coreliae qui obit A. D._ MCCCLXVII _Die_ XXI _Mensis Augusti._ [Illustrazione: LAGO SANTO (M. 1501 SUL MARE). (Fot. Pellegrini).] Il castello di Ghivizzano che, come vedemmo, andò nel 994 in possesso dei Rolandinghi, rimase sotto la giurisdizione di quelli fino al secolo XIV, nel quale passò ai Castracane, che lo elessero a lor residenza e a centro delle loro operazioni guerresche, dalle quali gli derivarono insieme penose agitazioni e fulgida gloria. Occupato, poco dopo la morte di Castruccio, dai Fiorentini, fu nel 1357 ripreso da Francesco Castracane, che vi dimorò lungamente e vi condusse, dopo perduta la prima moglie Giovanna e il figliuoletto Filippo, la sua seconda moglie Tobiola, figlia di Bandino dei Conti Guidi di Romena, dalla quale ebbe più figli. Dopo di lui, vi dimorò il figlio Nicolao fino al 1369, nel quale anno, Carlo IV, che aveva liberato Lucca dalla signoria dei Pisani, tolse ai Castracane il possesso di Ghivizzano e lo passò alla Repubblica lucchese, lasciando a quelli solo pochissime terre tra cui il castello di Tereglio. — Fu allora che i Castracane emigrarono a Fano, ove tuttora dura la lor discendenza. Dopo varie vicende, alla morte di Paolo Guinigi tiranno di Lucca, il castello di Ghivizzano fu assalito e conquistato dai Fiorentini guidati dal conte Francesco Sforza, il quale lo tenne fino al 14 maggio 1441, nel qual giorno ne fece restituzione alla Repubblica di Lucca, ai cui Anziani gli abitanti di Ghivizzano, al pari di quelli di tutta la Vicaria di Coreglia, fecero giuramento di fedeltà. Né la storia di quel castello registra, da allora in poi, altri eventi di speciale importanza. Solo gioverà ricordare che nel 1592 la famosa rôcca, testimone di tante guerre sanguinose e di tante cavalleresche avventure, fu ceduta a un Marcantonio lucchese _per abitarvi avendo promesso di racconciarla_, e che oggi vi si trova collocato, molto praticamente se anche molto prosaicamente, un granajo! — Ebbe, in quei tempi, Ghivizzano molti uomini preclari o nelle armi o nella diplomazia o nelle leggi: tra i quali i Nucchi o Nucxi da Ghivizzano che si distinsero nei servizî prestati alla Repubblica di Lucca e dai quali derivò la nobile e ancora esistente casata dei Ghivizzani, e ser Nicolò notaro della Repubblica e Giovanni ambasciatore al Duca di Milano e Arrigo giureconsulto, uno dei compilatori dei nuovi Statuti della Repubblica ordinati dal re Giovanni di Boemia. Veramente stupenda è la veduta che dal piazzale della chiesa di Ghivizzano si gode: ché, mentre al di sotto si stende il paese cupo e severo nella sua antichità pittoresca, dinanzi si scoprono verdi praterie ed ampie vallate in mezzo alle quali si snoda tortuosamente il Serchio come un immenso serpe d'argento e il quadro s'incornicia di alte montagne sparse di numerosi villaggi e in fondo s'innalza maestosamente la catena delle Alpi Apuane. Onde non a torto il castello di Ghivizzano fu considerato come uno dei più belli ornamenti delle pendici appennine della provincia lucchese. L'ultimo paese del Comune di Coreglia, al quale dobbiamo accennare, è TEREGLIO: grosso borgo disteso sul vertice d'una montagna in guisa tale da aver dato origine al detto popolare Tereglio lungo lungo Se avesse la cappellora somiglierebbe un fungo. Vi si accede da una strada ruotabile che aveva fatto costruire, spendendovi ingenti somme, la duchessa di Lucca Maria Luisa, e che avrebbe dovuto continuar fino a Modena, passando al di sotto del Rondinajo. Ma rimase interrotta e anche il tratto esistente è in condizioni deplorevolissime. Tereglio, nel secolo XIV, fu un castello continuamente disputato fra i Guelfi e i Ghibellini: passò poi, come vedemmo, ai Castracane per cessione fattane loro dal re Carlo IV: quindi seguì le vicende del Comune di Coreglia e fu poi ceduto alla Repubblica di Lucca per 11000 fiorini d'oro. Nel 1848 fu punto di sosta alle truppe toscane moventi alla guerra. La chiesa serba reliquie di s. Bonifazio e contiene alcuni dipinti non ispregevoli e un Crocifisso dipinto, del secolo XIII, opera di uno dei Berlinghieri di Lucca. Devonsi pure notare: un ciborio in marmo (sec. XIV), un bel lavabo in pietra serena del sec. XV con ornamenti scolpiti a bassorilievo e infine una statua dell'Angelo annunziatore da assegnarsi al sec. XIV sebbene porti la data 1588 che sta certo a indicare un posteriore restauro. Fanno generalmente capo a Tereglio coloro che vogliono tentare l'ascensione del RONDINAJO, la cui vetta, alta 1964 m. sul livello del mare, dista da quel villaggio circa 10 chilometri, ed è la più elevata dell'Appennino toscano. Una strada scabrosa e difficile, ma rallegrata dall'alternarsi di panorami svariati e stupendi, conduce innanzi tutto al luogo detto _Sasso a Mottone_, e così chiamato per essere appunto un masso colossale tagliato nella viva roccia ed alto circa 40 metri. Più di una volta ne precipitarono le povere contadine che si arrischiarono a salirvi per farvi erba. L'incantesimo principale dell'ascensione consiste nei contrasti che presentano le diverse vedute: ora burroni scoscesi e precipizî spaventosi in fondo ai quali rumoreggiano le acque di impetuosi torrenti: ora praterie verdeggianti e valli incantevoli e poggi vestiti di selve maestose. — Oltrepassato l'_Albero della Madonna_ del quale narra la leggenda che fu improvvisamente fatto sorgere dalla Vergine del Soccorso per salvare un uomo che stava per precipitare nel fondo, si giunge all'_Ospedaletto_, ove erano l'antica dogana e un ricovero pei viandanti, donde il nome del luogo, cioè _Ospitale_, _Ospitaletto_ e poi _Ospedaletto_. Superiormente s'incontra il _Belvedere_, del quale veramente può dirsi che il nome gli fu con ragione attribuito, giacché più bel vedere di quello che presenta quel punto non si potrebbe immaginare, mentre l'occhio raggiunge la pianura fiorentina e i monti del Casentino e quei del Valdarno. Traversato il _Ponte del Poeta_, oggimai rovinato, ma serbante i segni della vecchia architettura pregevole, si raggiunge la _Foce a Giovio_, dalla quale lo sguardo spazia per la vallata modenese, riconoscendone varî paesi, quali Fiumalbo, Sant'Andrea, Le Tagliole, Pieve a Pelago etc. — Di là, per raggiungere la vetta del Rondinajo, occorre girar la montagna, che dal lato di mezzogiorno è assolutamente inaccessibile: e così s'incontrano i resti di una antichissima via, costruita di ciottoli, che reca il nome di Strada d'Annibale e che la tradizione afferma costruita dal grande guerriero cartaginese. Poi, superando passi difficili e talora anche pericolosi, sì che i contadini, in certi punti, prima di passare si fanno il segno della croce, e traversando rupi e massi e macchie e frane innumerevoli, si arriva alla vetta del Rondinajo, dalla quale sembra infinito il mondo che si svela allo sguardo. La grandiosità dello spettacolo è tale che non solo la parola sarebbe impotente a descriverla, non solo la fotografia sarebbe incapace a ritrarla; ma anche l'arte del pittore rimarrebbe sgomenta, come dinanzi ad impresa soverchiante le sue forze. [Illustrazione: RONDINAJO. (Fot. Pellegrini).] Lassù pare quasi istintivo il silenzio. Chi oserebbe parlare, dinanzi a quella solennità, che vorrei dir religiosa, della natura? Chi oserebbe turbare col suon della voce quei misteriosi silenzî, quella pace profonda, infinita? L'anima si riempie dello stupefacente spettacolo e, in sé raccolta, ammira, palpita, gode: pure è un godimento che porta in sé una strana mestizia. E poi, anche quando si è giunti ben alto, è pur fatale e necessario discendere. BARGA. «Terra nobile e popolosa, dalla natura più che dall'arte munita, capoluogo della Garfagnana granducale, di vicariato e di comunità nella dioc. di Pisa, già di Lucca, comp. Pisano. — Risiede a mezza costa dell'Appennino che scende nella valle del Serchio, fra i torrenti _Corsonna_ ed _Ania_, nel 28° 9′ long., 44° 4′ 6″ latit., 20 miglia a sett. di Lucca, 34 da Pisa, 64 a maestro di Firenze. È di figura sferoidale con un interrotto recinto di mura e tre porte, circondata da due burroni che fiancheggiano due opposti risalti del monte Romeccio, sul cui fianco meridionale essa giace». Così, nel _Dizionario della Toscana_, al principio del suo articolo su Barga, il Repetti. — L'altitudine del paese è di 410 metri sul livello del mare: onde ben si comprende come abbia sedotto l'animo del nostro poeta georgico, Giovanni Pascoli, cui suggerì tante immagini e tanti motivi della vita campestre. Io ne riassumerò più brevemente che per me si possa la storia, più ancora premendomi di ricordare le molteplici e stupende opere d'arte che Barga possiede, nuovo documento che la nostra _Italia Artistica_ non si restringe alle raccolte di capolavori radunati nelle Gallerie e nei Musei delle grandi città, ma ha sparsi e disseminati i suoi tesori anche nei più piccoli e alpestri villaggi. [Illustrazione: PANORAMA DI BARGA.] Per ciò che si riferisce all'antica storia di Barga (lasciando da parte la questione se alla Barga di Garfagnana o ad altre del Pietrasantino si riferisca un documento del 754) basterà ricordare che nel secolo X vi signoreggiarono i già più volte nominati Rolandinghi, come appare da pergamene del tempo che si conservano nell'archivio arcivescovile di Lucca. Vi signoreggiarono, ma più che altro dal punto di vista economico, riscuotendone rendite e decime: ma giurisdizione politica vi esercitava la Repubblica di Lucca, con l'annuenza degli Imperatori o dei Marchesi di Toscana loro vicarî. — Di speciali privilegî le fece concessione la Contessa Matilde, la quale poi, col suo atto del 17 novembre 1102, ne fece, insieme cogli altri suoi possedimenti, donazione alla Chiesa. Però anche dopo la morte della Contessa, Barga continuò a dipendere dal governo lucchese, come gli annali e le cronache attestano in modo non dubbio, narrando de' suoi tentativi di emancipazione e delle punizioni che le inflisse il governo di Lucca e dell'assedio che contro questo sostenne, aiutata dai Pisani e dai Pistoiesi, quando papa Gregorio IX fulminò l'interdetto contro i Lucchesi e del successivo ritorno sotto il dominio di questi che per denari l'ottennero da Federigo II. Intanto avvenivano frequenti lotte tra Barga e i paesi circonvicini della Garfagnana, specialmente per motivi di confini, come quando nel 1298 vi fu questione tra la Vicaria di Barga e quella di Castiglione, in seguito alla quale i Lucchesi, guidati dal podestà Osimo, l'assalirono e ne smantellaron le mura. [Illustrazione: BARGA — PANORAMA. (Fot. Jacopetti).] [Illustrazione: BARGA — PORTA REALE O MANCIANELLA (VEDUTA DALLA PARTE INTERNA).] Successe un periodo di relativa tranquillità, fino alla morte di Castruccio avvenuta nel 1328. Allora i Barghigiani reputarono di lor convenienza darsi alla Repubblica fiorentina, anche per liberarsi dalle agitazioni che lor procuravano le continue lotte tra Lucchesi e Pisani: e con contratto 31 gennaio 1331, a mezzo dei loro rappresentanti Neri di Monte Garullo, Bizzarro e Natino Bizzarri, giurarono obbedienza al Comune di Firenze che vi spedì un presidio, e promisero di guerreggiare come ai Fiorentini fosse piaciuto e di non far tregua coi loro nemici e di accogliere quanti uomini a piedi o a cavallo fosse loro piaciuto mandar nel paese: di contro i Fiorentini si obbligarono a difender la terra di Barga e le sue adiacenze contro ogni aggressore e di mantenervi la pace. Ma furono vane speranze. Ben presto Simone Filippi pistoiese, vicario in Lucca pel re Giovanni di Boemia, mandò ad assediare il castello di Barga, provocando un primo intervento delle milizie fiorentine al comando di Amerigo Donati. L'anno seguente (1332) i Lucchesi sfidarono nuovamente a battaglia i Barghigiani che, sprovvisti di vettovaglie, dovettero cedere. Ma nel 1341 Barga tornò sotto la signoria di Firenze per atto di compra stipulato con Mastino della Scala, allora signore di Lucca. Se non che di nuovi assedî la stringevano ora Francesco Castracane, ora le milizie di Pisa, ma senza risultati: ché i Barghigiani, fedeli a Firenze, coll'aiuto delle truppe di questa città e col concorso perfino delle proprie donne, si difendevano eroicamente e riuscivano a sgominare i nemici. Né miglior resultato ebbero alcuni successivi tentativi di toglier Barga a Firenze, tra i quali è più specialmente da rammemorare quello del famoso condottiero Nicolò Piccinino: al quale pertanto, come narra nella sua _Istoria fiorentina_ Scipione Ammirato, i Barghigiani inflissero una tale lezione che lo costrinsero a levarsi dal campo in rotta, con vergogna e con perdita di molta sua gente. [Illustrazione: BARGA — ESTERNO DI PORTA MACCHIAIA. (Fot. Magri).] Del valore e della fedeltà degli abitanti di Barga restano molte testimonianze, tra le quali è notevole quella che il citato storico Scipione Ammirato lasciò al proposito del pericolo corso dal paese, nel 1554, di cadere in mano dei Francesi. «Né si temeva, egli scrive, dei Barghigiani, uomini avvezzi alla guerra e soprattutto animosi e fedeli: ma questo non bastava, per esser la muraglia vecchia e debole e perché essendo alcuni fuorusciti di fuori, avriano avuto caro che la sua patria si volgesse a parte francese». [Illustrazione: BARGA — PORTA MACCHIAIA. — UNA VIA DI BARGA. (Fot. Magri).] [Illustrazione: DUOMO DI BARGA. (Fot. Magri).] Tuttavia non piegarono: e le lusinghe tentatrici del generale Foureaux non fecero presa negli animi retti e inflessibili dei Barghigiani. — Tanto che allorquando alcuni Francesi passarono di là vicino, il commissario fiorentino Pandolfo Cortinelli e quello di Barga capitano Grandi, reputandoli spie di Carlo VIII, subito dettero opera «a rinforzare Barga, scavando li fossi fatti dai rivellini, ponti levatoi, rialzare le mura e approvvigionare la terra». — Ma i Francesi si allontanarono per altre vie, come per altre vie si allontanò il bolognese Annibale Bentivoglio, pur sospettato di voler prendere Barga, come importante luogo strategico, quando da Bologna muoveva verso Pisa: e chi sa che non ne avesse intenzione e ne venisse dissuaso dai preparativi di difesa fatti immediatamente dai Barghigiani sotto la guida dei capitani Ciriaco da Borgo S. Sepolcro e Ceccone Turignoli da Barga. Oggetto, ancora per qualche tempo, di contese tra Pisani, Fiorentini e Lucchesi, finì Barga col restare a Firenze durante la dominazione dei Medici e fu quindi annessa, nel 1847, alla Toscana, della quale seguì le ulteriori vicende fino alla unificazione del Regno d'Italia: né pochi furono i Bargei che valorosamente combatterono e perirono per la libertà della patria. La figura del paese, posto sopra un ripiano terminante con due opposti rialti, su per giù come Fiesole, somiglia a quella di una barca; onde il nome di Barga e lo stemma del luogo, rappresentante appunto una barca sopra un monte. [Illustrazione: BARGA — DUOMO: PARTICOLARE DELL'ARCHEGGIATURA DELLA FACCIATA. (Fot. Magri).] Le vie sono per la maggior parte irregolari, ripide e strette, come nel medio evo solevasi fare in quasi tutti i paesi, per ragioni strategiche; ad alcune peraltro recano ornamento ricchi palazzi ed altri decorosi edificî. — Meritano di essere specialmente ricordate le tre porte di Barga. — Quella principale, che serve d'ingresso al paese, si chiama Porta Reale o Porta Mancianella perché conduceva al popolo di Manciana: la coronano una bertesca e alcuni merli, opere tutte però o restaurate o totalmente rifatte. Anche vi si vede un quadro della Madonna, fattovi porre nel 1814 dalla signora Carrara-Cardosi per voto in occasione del suo primo parto: e da allora la popolazione vi tiene un lume acceso. La Porta Mancianella è annoverata tra i monumenti della Toscana, anche per ragione della sua importanza storica, pei molteplici fatti d'arme dei quali fu testimone. I bastioni che la fiancheggiavano, il baluardo e la torre che la proteggevano furono demoliti. Porta Macchiaia, così chiamata perchè metteva alla Macchia dell'Appennino, ma detta anche Porta Latria perché conduceva nel popolo di Latriani, ebbe a sopportare nel 1437 l'assalto delle truppe milanesi e lucchesi guidate da Nicolò Piccinino: e fu in quella occasione smantellata e guasta, sebbene eroicamente difesa dai Barghigiani sostenuti dai soldati fiorentini inviati da Francesco Sforza: tanto che gli assalitori furono respinti e dovettero ritirarsi con gravi danni e con non poco disdoro. La porta fu immediatamente restaurata e affidata alla custodia di un capitano e munita di una piccola torre dalla quale veniva esercitata la vigilanza durante la notte, quando la porta era chiusa. [Illustrazione: BARGA — DUOMO: FRAMMENTO DI ORNAMENTAZIONE ESTERNA. (Fot. Magri).] La terza porta, che occorre qui ricordare, è quella detta di Borgo che fu testimone della battaglia avvenuta l'8 febbraio 1437 fra i Fiorentini e i Lucchesi guidati da Nicolò Piccinino. Questa porta aveva un'antica lunetta che fu demolita. — Pochi passi fuori di essa è il sobborgo detto delle Fornacette. Ivi i Della Robbia, si dice avessero le loro fornaci. [Illustrazione: BARGA — DUOMO: PARTICOLARE DELL'ARCHITRAVE DELLA PORTA MAGGIORE. (Fot. Magri).] [Illustrazione: BARGA — DUOMO: PORTA DI PONENTE. FRAMMENTI DI ARCHITRAVE. (SEC. XII).] Barga possiede varie chiese notevolissime per antichità e per opere d'arte. [Illustrazione: BARGA — IL DUOMO: LATO SUD ED OVEST CON GLI AMPLIAMENTI DEI SECC. XIII, XIV, XVII. (Fot. Magri).] Il Duomo si erge maestoso su di un vasto piazzale, detto l'Arringo, circondato da alte mura, ove in antico si radunava il Consiglio. Veramente incantevole è la veduta che di là si presenta allo sguardo: in basso il largo e verdeggiante piano di Barga: all'intorno innumerevoli e vaghi paeselli: in fondo le Alpi Apuane, colla ripida Pania e col singolarissimo Monte forato. — Sul piazzale dell'Arringo vedasi l'antico Palazzo Pretorio, già residenza dei commissarî e potestà di Barga. All'esterno dell'ingresso, sorretta da un pilastro d'angolo, sporge una grande tettoia. Sui muri sono gli stemmi de' governatori di Barga, nominati a rappresentare la Signoria di Firenze. [Illustrazione: BARGA — DUOMO: IL CAMPANILE (SECC. XIII E XVIII) E LA SCALACCIA. (Fot. Magri).] Una iscrizione del 1614-15 ricorda che il potestà Fabio di Carlo Serragli, restaurò in quel tempo la pittoresca loggetta del Pretorio; ma l'edificio ebbe poi a soffrire nuovi e più gravi danni per il terremoto del 1739. Durante i varî restauri perdette in parte l'originale carattere: le porte, con archi in pietra, vennero ostruite o ridotte, e riscialbati i muri esterni, ricoprendo antichi stemmi affrescati a colori, dei quali stemmi rimane tuttavia qualche visibile traccia. [Illustrazione: BARGA — FACCIATA DEL DUOMO (SEC. XII E PORTALE DEL XIII). (Fot. Magri).] Lo stemma scolpito più remoto è del 1396: † ARMA VENERABILIS VIRI BARTOLOMEI GERARDI ONORABILIS CAPITANEI BARGE PRO COMVNI FLORENTIE ANNO MCCCLXXXXVI DIE VIII IVNII. Al sec. XV appartengono quelli de' Rondinelli, de' Giachi, de' De Rossi, de' Serragli; al sec. XVI altri de' Galluzzi, de' Rondinelli, de' Petrucci, degli Strozzi; al sec. XVII gli stemmi de' Gori, de' Serragli, de' Filicaja, de' Monaldi, de' Petrucci, de' Bartoli. Di Francesco Del Nero d'Empoli, potestà e commissario dal 1730 al 33, è lo stemma più moderno. Degno di speciale menzione è quello robbiano del XVI sec. con l'arme de' Rondinelli cinta da una ghirlanda in rilievo, di fiori e frutta, sorretta dalle ali di un cherubino. Vi si legge: RINALDO DI NOFRI RONDINELLI P.A ET COMESSARIO MDXXVIII. [Illustrazione: BARGA — INTERNO DEL DUOMO: NAVATE DEI SECC. XIII E XIV E CAPPELLONE DEL SEC. XVII.] Notevole è pure lo stemma policromo di terra di Montelupo, del sec. XVI: FAUSTUS BELTRAMINUS NICOLAI IVR. CONS. FILI AEQUES DIVI STEP[H]ANI POTESTAS BARGIE MDLXXXV. [Illustrazione: BARGA — AMBONE NEL DUOMO (SEC. XIII). (Fot. Magri).] Sul prato dell'Arringo si solevano giustiziare tanto i colpevoli di delitti comuni, quanto coloro che cadevano in mano dell'Esecutore di Giustizia per reati politici: come avvenne a quel tal Marchetto da Montefegatesi, che, per aver favorito i Pisani contro i Fiorentini, fu preso e «fu impiccato lì in Aringo, al pero, a dì 4 marzo 1501», secondo narra Jacopo Manni nelle sue _Cronache di Barga_. Dall'Arringo discende una lunga scalinata, chiamata comunemente Scalaccia. [Illustrazione: BARGA — DUOMO: PARTICOLARE DEL PULPITO. S. GIOV. BATTISTA (SEC. XIII). (Fot. Magri).] Ma osserviamo senz'altro il Duomo. — Questo mirabile edifizio, annoverato tra i monumenti nazionali, fu costruito a più riprese, dal secolo XII al sec. XVII, sopra una più antica chiesa. Il Muratori cita, in proposito, una pergamena del 913 in cui è fatta menzione del Duomo di Barga. Esso è in travertino ed ha sul davanti una scalinata di sei gradini. La facciata attuale, semplice e nuda, — già fianco sud della chiesa del XII sec. — non ha altra ornamentazione se non quella di una doppia serie di archetti a sesto intero (fuorché uno a sesto acuto, posteriormente sostituito all'antico) ricorrenti sotto il cornicione e aventi nei capitelli varî disegni di animali e di figure umane. Nel mezzo si apre la porta maggiore, alla quale sovrasta un arco scolpito a foglie d'acanto, con un architrave a basso rilievo recante grappoli d'uva e due uomini intenti a coglierla. La porta è fiancheggiata da due colonne: al sommo di esse si affacciano due leoni, uno dei quali rotto, l'altro recante tra le gambe una figura umana. [Illustrazione: BARGA — DUOMO: L'ANNUNCIAZIONE E IL PRESEPIO. PARTICOLARE DELL'AMBONE (SEC. XIII). (Fot. Alinari).] [Illustrazione: BARGA — DUOMO: L'ADORAZIONE DEI MAGI. PARTICOLARE DELL'AMBONE (SEC. XIII). (Fot. Alinari).] L'interno della chiesa è a tre navate, sostenute da colonne con archi a sesto intero e diviso in due piani, uno superiore ed uno inferiore. La luce discende nel tempio da strette e lunghe finestre, per le quali filtra tenue, soave, diffondendosi con mistica dolcezza all'intorno. Il Duomo di Barga contiene varie pregevoli opere d'arte. Senza soffermarmi su quelle di minore importanza, come l'affresco rappresentante santa Lucia, notevole del resto per la antichità, come il quadro dell'Annunziata, attribuito a Federico Zuccari e come altri quadri, tra' quali: una grande Crocifissione su tavola sagomata (sec. XIV), una interessante tavola del XVI sec. coi tre santi Rocco, Giuseppe e Antonio e nel fondo la veduta dell'antica Barga, una bella _Deposizione di Cristo_, del 1600, firmata da Giovanni di Francesco Bizzelli, pittore fiorentino, discepolo di Alessandro Allori, una _Decollazione di s. Giovanni_, dipinta nel 1626 da Baccio Ciarpi discepolo di Santi di Tito, il _san Niccolao_ vescovo, il _san Pietro_, la _Madonna del Rosario_ in parte dovuti pure al pennello del Ciarpi, sino alla gigantesca figura di _san Cristoforo_ di Niccolao Landucci da Lucca — tavole e tele sparse nelle varie cappelle — ricorderò ora quelle opere che sono veramente degne di particolare menzione. [Illustrazione: BARGA — DUOMO: VEDUTA DI BARGA ANTICA. (PARTICOLARE DI UNA TAVOLA DEL SEC. XVI).] Tra queste l'ambone in marmo che, nelle sue linee generali e nell'aspetto suo complessivo, si presenta condotto alla stessa maniera di quelli esistenti a Brancoli e a Pistoia. Le sculture per quanto primitive e rozze acquistano un carattere di rude sincerità e d'ingenua schiettezza. Il pulpito è del secolo XIII e appartiene, senza dubbio, ad una maestranza comacina. — È sorretto da colonne di marmo rosso, due delle quali poggiano sui corpi di grossi leoni. Uno di questi ha tra le gambe un drago alato: un altro tiene fra le zampe un uomo disteso che gli pone in bocca la mano sinistra, mentre colla destra lo trafigge alla gola. Un'altra delle colonne poggia sulla schiena gibbosa di un vecchio barbuto, più che originale, grottesco. Tutte le colonne hanno capitelli lavorati: tre a foglie di acanto, uno a figure diverse di animali reali e mitologici. Le facciate del pulpito sono adorne di bassorilievi e quella anteriore ha inoltre un leggìo sorretto dai quattro simboli degli evangelisti. — Questa facciata rappresenta, nel bassorilievo, l'Adorazione dei Magi: di essi, due sono a cavallo e procedono verso la Vergine recante in collo il Bambino: il primo è ormai giunto e presenta, inginocchiato, l'offerta. — Compiono il riquadro alcune figure di Santi. L'altra tavola è divisa in due e suddivisa in tre distinti scompartimenti. — Uno è occupato dalla rappresentazione dell'Annunziazione fatta dall'arcangelo Gabriele a Maria: l'altro comprende, nei suoi due quadri, la figurazione della Natività del Signore. — Nel primo di questi due quadri si vede la Vergine in letto, con accanto s. Giuseppe: sopra è una figura non precisabile, in veste talare, ma colle ali d'angelo, aperte: da presso è il Bambino in culla, fasciato, con accanto l'asino e il bue. — Nel secondo quadro si osserva il lavacro del Bambino compiuto dalle due donne dei vangeli apocrifi, Zelemi e Salomè, una delle quali versa acqua nell'urna. Tanto attorno a questa, quanto attorno all'altra facciata precedentemente descritta, girano alcune iscrizioni di responsorî, alle quali sovrastano i cornicioni intarsiati a fiorami. [Illustrazione: BARGA — DUOMO: VEDUTA DI BARGA ANTICA. (PARTICOLARE DI UNA TAVOLA DEL SEC. XVI).] Tra le varie cappelle del Duomo la più importante è quella del Sacramento nella quale, oltre ad un altare di stile secentesco e ad alcune opere moderne, si ammirano due pregevoli lavori Robbiani. Uno di questi, anzi, fu attribuito da taluni allo stesso Luca, il che è discutibile. Si tratta di un ciborio incastrato nel muro, in forma di piccolo altare. Nel mezzo si apre una porticina, fiancheggiata da due angeli che, in vago atteggiamento, sostengono l'aperta cortina. Il volto di uno di questi angeli è soavemente mesto, quello dell'altro, sorridente e grazioso: al di sopra volteggia un arco intagliato. Più in alto si vede la tazza rituale e su di essa si innalza la figura di Gesù Bambino benedicente, assistito ai lati da due angeletti preganti. — Ai lati del ciborio stanno le figure bellissime di altri due angeli coi candelabri, uno dall'aspetto pienamente virile, sebbene di giovinetto, l'altro dalle sembianze quasi femminee: gentili e dolci figure, piene di espressione e di vita. Due cornucopie, ali d'aquile e una testa di putto costituiscono l'ornamentazione della parte inferiore di questo ciborio. L'insieme rivela la maniera di Giovanni Della Robbia. Nella stessa cappella è un altro lavoro Robbiano rappresentante la Vergine e s. Giuseppe, in adorazione di Gesù nella culla. Maria è inginocchiata, a mani giunte in atteggiamento compunto: Giuseppe, seduto, ha gli occhi rivolti verso di lei, con una espressione interrogativa, come se volesse scrutarne l'anima. Intorno al quadro gira un cerchio a fiorami. [Illustrazione: BARGA — DUOMO: TABERNACOLO. (MANIERA DI GIOVANNI DELLA ROBBIA).] Dal piano superiore del tempio, anticamente riservato agli uomini, si entrava nel Chiostro detto degli Anelli. Ivi era una scultura notevolissima per la sua vetustà, in origine collocata sulla porta della primitiva chiesa: è opera gruamontesca del XII sec. Nel 1784 fu dall'archeologo Francesco Bertacchi, bargeo, fatta trasportare in quel chiostro affinchè, come dice l'epigrafe, il tempo edace non la consumasse. Recentemente venne accolta nell'interno del Duomo. — Rappresenta un'agape, divisa in due tavole. Nell'una si osserva un Re barbuto che sedendo in capo della tavola si liscia con una mano la barba: una corona, o un berretto, gli copre la testa. Presso a lui sta una donna velata, avvolte le spalle in un manto: seguono tre altre persone, sedute alla tavola imbandita con piatti contenenti pesci, e servite da una specie di nano, recante una zuppiera: sul capo di lui posa la mano un uomo che tiene un fazzoletto nell'altra. — Subito dopo, ma vòlto in senso opposto, vedesi un altro nano servitore con somigliante zuppiera e pure accompagnato da un uomo che gli posa la mano sul capo. Questo uomo peraltro ha presso di sé una figura di donna che sembra togliergli la zuppiera di mano. — Per la sua direzione parrebbe che il nano si avviasse a servir l'altra tavola, alla quale seggono cinque persone, la prima delle quali, per una specie di corona che ha in capo, sembra pure di aspetto regale. — Questi commensali però hanno, dal lato opposto, un altro nano intento a servirli, onde resta difficile definire a che cosa si appresti quello di mezzo. — La presenza, nel bassorilievo, di due campane, attribuendogli il carattere di un'agape cristiana, fa escludere l'ipotesi del Targioni che possa ravvisarvisi un banchetto del re Assuero. Né io starò ad avanzare altre ipotesi che non avrebbero più solido fondamento. [Illustrazione: BARGA — DUOMO: PILA DELL'ACQUA SANTA. (SEC. XIII).] [Illustrazione: BARGA — DUOMO: PILA DELL'ACQUA SANTA. (SEC. XII).] Dopo aver finalmente ricordato, tra le altre opere d'arte possedute dal Duomo di Barga, il marmoreo parapetto del coro — notevole per la sua policromia resultante dalla unione dei marmi bianchi e rossi, dei diaspri e delle nere cornici e ornato di teste umane e di fronde variamente intrecciate — il battistero con vasca di marmo rosso cinta da una cancellata di ferro, il secentesco altare della Annunziata, le pilette per l'acqua santa recanti intagli e mascheroni, richiamerò per un momento l'attenzione del lettore, e del visitatore, sulla grottesca e strana figura di legno, rappresentante s. Cristoforo, che spicca dietro l'altar maggiore in fondo al coro. Il Santo, vestito di rosso (la tinta suol rinnovarsi di quando in quando) e pur vivacemente colorito nel volto, reca sulla spalla sinistra il Bambino Gesù e nella mano destra un tronco di pino. La statua, anticamente, posava sopra un gran carro: poi fu adattata nella nicchia ove si trova attualmente. Fu detto che, per tale operazione, fossero segate al Santo le gambe e si sparse da ciò la credenza che l'operaio segatore e i suoi discendenti dovessero morire di male alle estremità inferiori. Il Groppi però combatte questo asserto, osservando che se la statua avesse avuto le gambe, le sue proporzioni sarebbero divenute inverosimili, che traccie di mutilazione non si riscontrano e che i due tronchi su cui la figura riposa non hanno affatto la forma di gambe incipienti. Secondo lui, per l'adattamento, fu segato invece il carro, su cui prima poggiava la statua. Checché sia di ciò, essa apparisce evidentemente sproporzionata: se a questo s. Cristoforo non furon segate le gambe, esso è un s. Cristoforo enormemente rachitico! Ad ogni modo, la statua merita di essere osservata come curiosità e come opera risalente certo ad una remota età medievale (sec. XIII). Le cronache narrano che questa statua, in tempo di guerra, veniva recata sopra un carro sul luogo del combattimento o sopra le mura: e pur si dice che, fino al tempo di Napoleone I, si usasse trasportarla in certe solennità sopra una delle pubbliche piazze ove i giovani sposi le giravano tre volte a torno giurandosi fedeltà. Di san Cristoforo, verso il quale i Barghigiani furono sempre molto devoti, mostrando anche in questa predilezione per un Santo guerriero la fierezza del loro carattere, il Duomo conserva un dito, in un reliquiario d'argento a forma di braccio, donato, nel 1671, dal cardinale Carlo de Angeli: _Abbas Carolus de Angeli, anno Domini 1671._ [Illustrazione: BARGA — DUOMO: STATUA IN LEGNO DI S. CRISTOFORO. (SEC. XII).] Di sotto la nicchia, in cui è la statua di s. Cristoforo, si può, per una porta, passare alla sagrestia ove si conservano antichi arredi preziosi, tra cui primeggiano: un calice smaltato, finissimo lavoro del celebre orafo fiorentino del XIV sec. Francesco Vanni, come rilevasi dall'iscrizione: FRANCISCHUS VANNIS DE FRORENTIA ME FECIT (Adolfo Venturi nella sua _Storia dell'Arte_ riproduce il calice senza dirne l'autore); una grande croce d'argento del XV sec. recante il seguente ricordo: QUESTA CROCIE FECIE FARE GIOVANNI SALVUGLI OPERAIO DI SANTA MARIA DA BARGHA, FATTA NEL MILLE CCCC VIII (1408) DEL MESE DI LUGLIO; piviali e pianete di «damasco fiorato», con fregi d'oro di Cipro, del sec. XVI, istoriati con rappresentazioni del _Battesimo di Cristo_ e della _Resurrezione_; sete, velluti, trine, tra le quali notevoli una trina di Fiandra a fuselli del XVII o XVIII sec. e una trina di Milano, pure a fuselli, del sec. XVIII. Il campanile del Duomo è pure antichissimo, ma subì, nel 1478, molti restauri ed altri più tardi specie dopo che, nel 1771, fu diroccato dai fulmini. D'altra parte la sua architettura lo dimostra coevo alla chiesa: del che sono più speciale documento i due cornicioni di archetti che corrono intorno ai due piani di mezzo e che sono in tutto uguali a quelli che già abbiamo notato sulla facciata del Duomo. Dalle campane armoniose trae il suono, urtandole col suo battente, l'orologio pubblico, dal quale, per dirla col Pascoli, il suon dell'ore viene col vento, dal non veduto borgo montano: suono che uguale, che blando cade, come una voce che persuade. Un'altra delle più importanti chiese di Barga, è quella di S. Francesco, detta anche dei Cappuccini, una famiglia dei quali risiede nell'attiguo convento fondato nel 1470 da fra Ludovico Turignoli, cioè dal beato Michele da Barga di cui, nella detta chiesa, son conservate le ossa. In questa chiesa sono i tre più belli e più pregevoli lavori Robbiani, rappresentanti rispettivamente la _Natività_ del Redentore, la _Madonna della Cintola_ e _s. Francesco_ che riceve le stigmate. [Illustrazione: BARGA — DUOMO: RELIQUIARIO DI S. CRISTOFORO (SEC. XVII).] La _Natività_ era, come ha notato il Reymond, uno dei motivi favoriti di Giovanni Della Robbia, il quale ne compose varie, tra cui quella di Bibbiena e quella della Verna assai somiglianti a questa di Barga. Ma questa, sempre secondo l'opinione del citato scrittore, rappresenta il culmine dell'arte sua, giacchè appartiene alla sua seconda maniera nella quale affermò più vivamente la propria personalità e più sembrò avvicinarsi alla grandezza del padre. [Illustrazione: BARGA — DUOMO: CROCE D'ARGENTO (SEC. XV).] In tutte le arti si avvertono agevolmente gli stessi fenomeni: a un primo periodo di classica purezza ne succede uno di maggiore sviluppo espressivo e sentimentale nel quale già si annunziano i segni del decadimento che si manifesterà poi nel terzo periodo. Al secondo di tali periodi appartiene l'arte di Giovanni Della Robbia, il quale avviva le opere sue colla ricchezza della fantasia, col calore del sentimento, colle gradazioni e colla varietà dei coloriti, ma anche le intèsse di complicazioni e di artificî per cui vanno gradatamente allontanandosi dalla primitiva purezza dell'arte accogliendo i germi della prossima decadenza. Ad ogni modo questa _Natività_ è veramente mirabile per la intensità di sentimento e di fede che vi è trasfusa, come per la sua potenza espressiva. Riferisco, né potrei far di meglio, quanto ne scrive il Reymond. «L'opera è squisita per sentimento: la Vergine che si piega verso Gesù Bambino è un'ammirevole figura esprimente tutte le gioie dell'amor materno. I Santi che circondano la culla, s. Girolamo e s. Francesco, sono di un sentimento meno ascetico che nelle opere di Andrea, di forme meno scarne e, come la Vergine e s. Giuseppe, recano sui loro volti l'espressione del più tenero amore. La parte superiore della composizione è ornata di teste di Cherubini e di figure d'Angeli disposte con una vera intuizione del sentimento decorativo». Aggiungerò che questa parte superiore del quadro acquista qualche cosa di trascendentale e di paradisiaco dalla luminosità che ne promana riversandosi in giù verso la culla del Bambino e dalla vaporosità delle figure degli Angeli volanti al di sotto di quello che reca la scritta «Gloria in excelsis Deo», in notazione musicale quadrata. Aggiungo inoltre che nella parte inferiore del quadro è rappresentata in piccolo, la Resurrezione del Cristo con ai lati figure di donne e di frati. Ad onta del giudizio del critico francese, da altri invece la _Natività_, data la sua fattura e la sua invetriatura, viene attribuita a Benedetto Buglioni. [Illustrazione: BARGA — DUOMO: CALICE DEL XIV SEC. DELL'ORAFO FIORENTINO FRANCESCO DI VANNI.] Un altro bel lavoro, della bottega di Giovanni, è _La Madonna della Cintola_: mirabile per la ricchezza della immaginazione e per l'armonia dell'insieme. Vi campeggia la figura della Vergine raggiante di felicità in volto, circondata da piccole teste di cherubini: da presso si vedono due splendidi gruppi di angeli festosamente inneggianti colle trombe dritte e ricurve, coi liuti, coi flauti: né meno ammirevoli sono le figure di santi e di religiosi che occupano la parte inferiore e che si volgono in estasi verso l'Assunta. Al di sotto alcune figure di angeli e di frati, all'intorno un festone di foglie e di frutta compiono la decorazione della Robbiana che, per la genialità dell'invenzione, per la squisita eleganza della esecuzione, per l'effetto poderoso dell'insieme, come per la bellezza dei particolari, può ben dirsi un vero e proprio capolavoro. Di carattere assai diverso dall'uno e dall'altro è il terzo quadro Robbiano esistente nella chiesa di S. Francesco e raffigurante, come ho già detto, il poverello d'Assisi che riceve le stigmate. [Illustrazione: BARGA — CHIESA DI S. FRANCESCO O DEI CAPPUCCINI. LA NASCITA DI GESÙ. (BENEDETTO BUGLIONI).] Qui domina su tutte la nota del sentimento: anzi, per dir meglio, la nota di due sentimenti, quello dell'estasi dolorosa ed intensa e quello dello stupore profondo. Tali sentimenti erompono dalle due figure che campeggiano nella parte inferiore del quadro. La fisonomia di s. Francesco che, inginocchiato, presenta le mani e il costato alla miracolosa incisione, è così espressiva e così piena di angoscia rassegnata e di mistica idealità, che non si saprebbe immaginare più felice rappresentazione dell'animo suo: e piena di verità è l'altra figura, quella di Nicodemo, che, stupito pel miracolo, cade a terra pien di _spavento_, adoprando questa parola nel significato in cui l'usò il Petrarca nella nota canzone. Tale spavento, oltre che nella mossa di Nicodemo e in quel suo aggrapparsi alla roccia, si rivela a meraviglia negli occhi di lui, mentre, singolare contrasto, pieni di dolcezza e di estatiche visioni son gli occhi di s. Francesco, rivolti al Cristo che gli appare, crocifisso, dall'alto. Il resto del quadro vale a compier l'ambiente: figura un bosco, con casette sparse qua e là e con alcuni animali. Nel gradino inferiore si vede la Madonna col Bambino, e verso lei volgono, d'ambo i lati, angeli e devoti le mani giunte con vivo fervore. Attorno al quadro corrono una ghirlanda di alati cherubini ed una di fogliami e di frutta. È lavoro che ricorda la maniera di Santi Buglioni. [Illustrazione: BARGA — CHIESA DI S. FRANCESCO O DEI CAPPUCCINI: MADONNA DELLA CINTOLA. (BOTTEGA DI GIOV. DELLA ROBBIA).] Nella stessa chiesa di S. Francesco, addossate al coro, sono finalmente da osservare due statue Robbiane, raffiguranti s. Andrea e s. Antonio del _Tau_. Sono da attribuirsi alla bottega di Giovanni. Si afferma dal Groppi che anche altri lavori Robbiani si conservassero un tempo nella chiesa di S. Francesco, tra i quali un Cenacolo, che fu rubato nel 1853, e una Vergine col Bambino, pure dolosamente asportata da un quadro senza invetriate, di cui restano i santi Rocco e Sebastiano, e che è nel chiostro esterno della chiesa suddetta. Nella cappella del Sacramento, di patronato Mordini, erano pure due statuette Robbiane, della bottega di Giovanni, rappresentanti l'_Angelo_ e l'_Annunziata_. Gli eredi Mordini le conservano ora presso di sé. È da augurarsi ritornino all'ammirazione degli studiosi, nelle due nicchie della cappella rimaste vuote. [Illustrazione: BARGA — CHIESA DI S. FRANCESCO O DEI CAPPUCCINI: LE STIMMATE DI S. FRANCESCO. (MANIERA DI SANTI BUGLIONI).] In una delle più ridenti posizioni di Barga si erge un fabbricato che già fu un Convento e che oggi è un Regio Istituto adibito alla educazione delle fanciulle, sotto il nome di Conservatorio di S. Elisabetta. Anche qui sono da ammirare una finestra istoriata, con un motivo di Lorenzo di Credi, del sec. XV, e due pregevoli prodotti dell'arte Robbiana: nell'atrio un tondo, raffigurante la Madonna col Bambino, circondato di foglie e di frutta; nell'interno una grande pala, attribuita a Giovanni, o meglio, alla sua bottega, pala ove è rappresentata l'Ascensione di Maria tra schiere festose di angeli, mentre in basso pregano divotamente alcune figure di religiosi e di santi. L'ornamentazione del quadro, a testine di cherubini e a fogliami, è simile a quella che per gli altri quadri Robbiani ho descritto. [Illustrazione: BARGA — DUOMO: PIANETA DI DAMASCO E FREGIO (SEC. XVI).] Tra le più notevoli chiese di Barga va pure annoverata quella del Crocifisso che, costruita nel secolo XIII, è la più antica. Vi dimorarono un tempo i frati Francescani di S. Bernardino di Nebbiana, passati poi nel convento di S. Francesco. La facciata ha, ai lati della porta, due statue marmoree, rappresentanti s. Giovanni e s. Caterina e, sopra una porticina che prospetta le mura, un quadro con Gesù e le Marie. Nella sagrestia è una statuetta di autore ignoto raffigurante la Pietà. Bellissimo è il coro, in legno intagliato, della seconda metà del Seicento, alla quale epoca appartiene anche l'altar maggiore, in legno intagliato e dorato, opera, credesi, del Verzoni da Barga. Delle altre chiese è meno da dire. Quella di S. Felice ha un quadro del santo titolare, modernamente restaurato: ivi ha sede l'Arciconfraternita della Misericordia. Più bella è la chiesa della Annunziata edificata nel 1600 e fatta a croce, con due cappelle laterali. Pregevoli sono l'altar maggiore e gli altri altari, finamente lavorati in pietra bigia di Fiesole: nella chiesa sono varî quadri di santi, lavori di secondaria importanza. [Illustrazione: BARGA — DUOMO: PIANETA CON FREGIO. LA RESURREZIONE (SEC. XVI).] [Illustrazione: BARGA — DUOMO: PIANETA CON FREGIO. IL BATTESIMO DI GESÙ (SEC. XVI).] Di fronte a questa chiesa è il soppresso convento di S. Domenico. Altra chiesa è quella di S. Fruttuoso, ove si conservano le ossa del santo racchiuse in una cassa di lavoro squisito, che fu, nel 1676, trasportata a Barga dalle catacombe di Roma per opera di Francesco Simoni e Francesco Angelo Bartolini: in questa chiesa sono due affreschi, uno collo Sposalizio di Maria, l'altro colla Presentazione di Gesù bambino, pittura del Giovanmattei di Lucca. [Illustrazione: BARGA. DUOMO: PIVIALE DI DAMASCO. (SEC. XVI).] Della chiesa e convento di S. Agostino, basterà fare il nome. Ed ora passiamo ai palazzi, di cui non è, a Barga, penuria. E soffermiamoci innanzi tutto al palazzo Menchi, sulla piazza del mercato, per ammirare, dalla terrazza del Caffè, apertovi nel 1896, la meravigliosa veduta e per leggere l'epigrafe che, dettata da Giovanni Pascoli, vi fu apposta a ricordo dell'impressione di meraviglia che a quella vista provarono, trovandosi insieme, due nobili patriotti italiani, Antonio Mordini e Matteo Renato Imbriani. Dice l'epigrafe: DA QUESTA TERRAZZA IL 3 D'AGOSTO DEL 1897 ANTONIO MORDINI E MATTEO RENATO IMBRIANI CONTEMPLARONO IL TRAMONTO E IL SOLE ILLUMINANDO LE FRONTI SEVERE E SERENE DEI DUE APOSTOLI DELL'IDEALE SEMBRAVA RICINGERE D'UN FULGOR DI GLORIA LE DUE FORTI GENERAZIONI CHE FECERO L'ITALIA. SOLE CHE QUANDO TRAMONTI NON FAI CHE PROMETTERE L'ALBA SIA DELL'ITALICA IDEA, SIA DELLA GLORIA COSÌ! [Illustrazione: BARGA — DUOMO: TRINA DI MILANO A FUSELLI (SEC. XVIII).] I Menchi erano di nobile famiglia fiorentina ed ebbero uomini notevoli nelle scienze e nei commerci, oltre che nelle armi. [Illustration:128.jpg BARGA — CHIESA DI S. FRANCESCO O DEI CAPPUCCINI. S. ANDREA. — S. ANTONIO. (BOTTEGA DI GIOV. DELLA ROBBIA). (Fot. Alinari).] Uno dei più antichi palazzi di Barga è quello Barghigiani ove dicesi che verso il 1310 nascesse Bolognino di Barghesano, onde il cognome della famiglia spentasi al principio del secolo XIX. Sulla porta della casa è lo stemma gentilizio, somigliantissimo a quello del Comune, non essendovi altra diversità che l'avere nella barca, invece dell'albero colla vela, una querce circondata da cinque stelle. Di aspetto assai più imponente e grandioso è poi il palazzo Bertacchi in via XX Settembre, costruito sui ruderi di un'antica torre di cui si vedono anc'oggi gli avanzi. Questo palazzo era la residenza dei granduchi di Toscana allorchè si recavano a Barga. [Illustrazione: BARGA — CONSERVATORIO DI SANT'ELISABETTA.] Per antichità e per bellezza di architettura merita di essere ricordato il palazzo Micheluccini che vuolsi costruito innanzi al 1300. Specialmente sono ammirevoli le finestre di stile gotico, che si aprono, parte a ponente e parte a mezzogiorno: come dal lato della curiosità storica giova ricordare che la facciata meridionale reca tuttora (sebbene intonacati) i segni impressivi dalle palle di cannoni e di spingarde sparate contro la casa nel 1553 quando vi era rinchiuso il rivoluzionario Capitano Galletto, assediato dalle armi Medicee. [Illustrazione: BARGA — CHIESA DI SANT'ELISABETTA. MADONNA CON GESÙ.] Anche la casa Ricci è di antica origine e mostra tuttora i resti della torre su cui fu edificata e che venne abbattuta verso il 1169. La casa è costruita in pietra serena e ha due portoni con elegantissimi archi a sesto intero; altri archi furono chiusi per ridurre certi locali a bottega e varrebbe la pena di ritornarli alla luce. Di stile assai somigliante è la casa Groppi, in Piazza Angelio, pur con portoni sormontati da grandi archi e con finestre ben lavorate in pietra serena. Il sig. Groppi proprietario, autore di alcuni scritti su Barga dei quali assai mi sono giovato, aggiunge che i portoni della sua casa mettevano anticamente ad un grande Loggiato ove i passanti si riparavano dalla pioggia e i soldati pernottavano e cuocevano vivande. Se nelle case or ricordate è caratteristico l'arco a sesto intero, per lo contrario l'arco a sesto acuto trionfa nel palazzo Tallinucci (oggi Cola) in Piazza Angelio. Quei quattro archi che sono sulla facciata formano una specie di Loggia, restaurata e restituita alla primitiva architettura dal proprietario attuale. In questa casa tennero nel secolo XVIII adunanze letterarie alcuni studiosi barghigiani che poi vi fondarono un'Accademia intitolata al Bargèo. Alla nobile famiglia dei Tallinucci appartennero quel Pietro che fu celebrato chirurgo e quel Roberto che si segnalò come prode soldato sui campi lombardi nel 1848 e cadde eroicamente nell'11 maggio del 1849 alla difesa di Livorno. [Illustrazione: BARGA — CHIESA DI SANT'ELISABETTA. LA MADONNA E S. GIUSEPPE CHE ADORANO GESÙ. (VETRO DIPINTO).] Nella stessa piazza è il palazzo Angeli, di antica costruzione, adorno di archi e di stemmi e dell'arma Medicea, degno soprattutto di essere ricordato per gli illustri uomini che vi videro la luce, dei quali farò cenno tra breve. Meritevoli per varie ragioni di essere osservati sono anche i palazzi Nardi, Salvi, Carlini, Falconi, Galgano Carrara, Orlandi, Mordini, Pistoja, Pieracchi, Lugani ed altri ancora, che attestano l'antica floridezza del luogo e delle cospicue famiglie che vi ebbero e, in parte, vi hanno anc'oggi dimora. Ho lasciato per ultimo, tra i palazzi, quello detto di Piazza, ove oggi risiede il Municipio, perché merita speciale menzione. Edificato dalla nobile famiglia Pancrazi di Barga, ha una facciata di singolare eleganza con pietre scalpellinate a bozze piramidali, intorno al portone e alle finestre del primo piano. Nell'ingresso è lo stemma di casa Pancrazi; nella cantonata verso la piazza quello Mediceo, al disotto del quale fu collocato il busto al Bargèo colla seguente iscrizione: ALL'INSIGNE POETA PIETRO ANGELIO BARGEO I CITTADINI XX SETTEMBRE 1896. Anche un'altra lapide ricorda il famoso Umanista ed è posta sulla facciata del palazzo ed ha questa epigrafe: A PIETRO ANGELI BARGEO INSIGNE LETTERATO DEL SECOLO XVI LESSE CON GRAN PLAUSO NELLO STUDIO PISANO E COI POEMI LA «SIRIADE» E IL «CINEGETICO» FECE IMMORTALE IL SUO NOME CREBBE DECORO ALL'ITALIA IL DECIMO ANNO DELLO STATUTO IL MUNICIPIO. [Illustrazione: BARGA — CHIESA DI SANT'ELISABETTA: ALTARE DELLA MADONNA. L'ASCENSIONE DI MARIA. (GIOVANNI DELLA ROBBIA).] Altre lapidi ricordano il Padre della Patria, il Re buono, i prodi bargèi morti per l'indipendenza d'Italia. Il Palazzo del Municipio racchiude un importantissimo archivio. Non lontano dal busto dell'Angelio si vede quello di Salvo Salvi, spiccante dalla targa in bronzo, opera di Raffaello Romanelli. In Salvo Salvi i concittadini vollero onorare il garibaldino ardimentoso che seguì il Gran Capitano fin presso Trento, il giureconsulto sapiente e il provvido amministratore. Né, come era naturale, obliarono i Barghigiani di erigere un monumento all'Eroe dei due mondi: e una statua di lui fu posta nella piazza che ora ne reca il nome glorioso. [Illustrazione: BARGA — CHIESA DEL CROCIFISSO: CORO IN LEGNO SCOLPITO (SEC. XVII).] Giova finalmente ricordare altri due monumenti: quello a Pietro Tallinucci, il chirurgo insigne già nominato, capitano medico con Garibaldi nel 1866, iniziatore, dicesi, degli studî sull'operazione cesarea; e quello ad Antonio Mordini, ben collocato in fondo alla piazza Vittorio Emanuele, sull'alto di un'erbosa gradinata, protetto da un immenso e rigogliosissimo cedro del Libano. Così Barga a quelli tra i suoi figli che più le resero onore ha nobilmente e giustamente reso onore. Oltre alle due piazze, Vittorio Emanuele e Garibaldi, già ricordate, e alle altre non poche che Barga possiede, sono più specialmente notevoli quella del Mercato e quella intitolata all'Angelio. [Illustrazione: BARGA — PALAZZO MUNICIPALE E BUSTO A PIETRO ANGELIO.] La prima si chiamava anticamente Piazza del Leone, da quello che sta sulla colonna della loggia e che è il Marzocco, simbolo della dominazione fiorentina. La colonna è in pietra serena, ha forma cilindrica e poggia su di un piedestallo, mentre reca in alto lo stemma Mediceo. Questa colonna fu eretta dai Barghigiani nel 1598 in onore del Duca Cosimo I ed è opera di maestro Battista da Settignano. La loggia fu adibita, nel 1554, al mercato delle granaglie e di altri generi, che si effettuava sotto la vigilanza di cinque birri, delegati a ciò dal Comune, mentre uno speciale incaricato sorvegliava all'esatta osservanza delle misure e dei pesi. Molteplici decreti ducali e prefettizî andarono via via disciplinando le norme da seguirsi nel pubblico mercato e i privilegî dei mercatanti che vi tenevan botteghe. [Illustrazione: BARGA — TARGA-RICORDO IN BRONZO A SALVO SALVI. (SCULT. R. ROMANELLI).] Quanto alla Piazza Angelio, essa è la principale del paese ed oggi vi si trovano gli ufficî postale e telegrafico, i primarî negozî, caffè, farmacie ecc. ecc. Vi era una volta il convento di S. Agostino ed esiste tuttora parte della chiesa annessa al convento. La piazza si chiamava prima Ajaccia, poi, sotto il governo di Firenze, fu detta di S. Maria Novella: finalmente prese il nome del più illustre cittadino bargèo. A compiere questa rapida descrizione dei più notevoli edifizî di Barga, non resta altro che ricordare il teatro, detto dei Differenti, la costruzione del quale fu promossa, nel 1689, da un'Accademia letteraria fondatasi in Barga l'anno innanzi e che si esercitava, oltre che in gare poetiche, nello studio della recitazione. Poco più di un secolo dopo il teatro apparve troppo ristretto ai cresciuti bisogni della cittadinanza e, nel 1792, fu ampliato e ridotto nella forma e nelle proporzioni attuali. Protetta dall'ultimo Granduca mediceo, Gian Gastone, l'Accademia dei Differenti aveva per stemma un'Iride sorgente da due corsi d'acqua congiuntisi insieme, col motto «_Ad unum_». Il teatro dei Differenti si apre a pubblici spettacoli di prosa e di musica, durante la stagione della villeggiatura. Nella guida pratica e storica di Barga, compilata dal sig. Pietro Groppi, è una assai lunga lista degli uomini illustri che ivi ebbero i loro natali: ed è certo singolare che l'alpestre villaggio abbia prodotto, in ogni età, tanti uomini insigni. Tra i più antichi si fa menzione di un Simone da Barga, diplomatico profondo, al quale fu dovuta la conclusione della pace tra i Lucchesi, i Fiorentini e i Pisani, nel 1384. Molti antichi Barghigiani salirono in fama per le loro virtù religiose e tra essi Ludovico Turignoli, santificato sotto il nome di beato Michele da Barga: egli visse nella prima metà del quattrocento. Nelle armi si segnalò sopra gli altri quel Galletto o Galeotto da Barga che già abbiamo nominato e che fu, nel 1527, comandante delle fortificazioni di Livorno e grande difensore della libertà barghigiana contro Cosimo I. Di lui parla anche il Varchi nelle sue Istorie e a lui la patria deve grato ricordo per l'opera spesa a prò della sua indipendenza contro le sopraffazioni Medicee. Nelle vicende politiche del '500 ebbe anche parte importante il barghigiano Agostino Bigiolotti, seguace del lucchese Francesco Burlamacchi, che congiurò contro i Doria e uccise Giannettino figlio di Andrea, combattendo per la libertà genovese. Pur nelle armi acquistò fama Francesco Turignoli, difensore di Barga nel 1495, capo delle milizie barghigiane nel 1533, difensore, in quell'anno, della fiorentina Porta a Prato nella guerra contro Siena e vincitore delle schiere nemiche. [Illustrazione: BARGA — MONUMENTO AD ANTONIO MORDINI. (SCULT. R. ROMANELLI).] Non come guerriero, ma come architetto militare si rese poi illustre Raffaello da Barga che, tra l'altro, nel 1570 fortificò Famagosta nell'Isola di Cipro, con Marcantonio Bragadino. Antonio Menchi, Giulio Balduini e altri ancora, furono, nel '600, valorosi capitani e di cose militari espertissimi. Le Belle Arti ebbero pure, tra i Barghigiani, non pochi valorosi cultori, tra cui primeggia Baccio Ciarpi pittore, vissuto nella prima metà del seicento e allievo reputatissimo di Santi di Tito. La medicina vanta alcuni insigni scienziati bargèi, varî dei quali appartenenti alla famiglia Angeli, come Michelangelo, professore dell'Ateneo pisano, precursore del Redi nello studio delle acque minerali, autore di varî trattati, uno dei quali trovasi manoscritto alla Biblioteca Riccardiana in Firenze, vivamente elogiato dal Fabroni; come anche Giulio, egli pure insegnante a Pisa, chiamato a curare Francesco de' Medici che sospettavasi avvelenato, medico di Corte, passato poi a Roma ove resse l'Ospedale di S. Spirito ed ebbe in cura il pontefice Clemente VIII; come finalmente Ferdinando, lodato dal gran Cesalpino. Pur nella medicina, come insegnanti e come esercenti, acquistarono ai tempi loro non piccola fama Gaetano, Cristofano, Francesco e Nicola Verzani, Michele Guidi e altri ancora. [Illustrazione: BARGA — LOGGIA DEL PODESTÀ.] La stessa famiglia Angeli dette agli studî legali giureconsulti di fama, come Jacopo vissuto all'alba del '600, lettore nell'Ateneo pisano, adoperato da Francesco de' Medici in negoziati importanti, oratore facondo e cultore elegante delle lettere greche e latine; come Giovanni e Francesco, dotti legisti e pregiati insegnanti. Nella Giurisprudenza acquistarono inoltre meritata rinomanza Matteo Carrara e G. B. Balduini. Finalmente la Letteratura vanta tra i Barghigiani non pochi illustri cultori, quasi tutti appartenenti alla già ricordata famiglia Angeli, che dette alle lettere un Antonio, autore di epistole in versi latini e di rime in volgare, un Cristofano, valente grammatico e letterato del sec. XVI e, sopra tutti, il celebre Pietro. [Illustrazione: BARGA — STEMMA ROBBIANO DEI RONDINELLI.] [Illustrazione: BARGA — STEMMA DI TERRA DI MONTELUPO. (SEC. XVI).] Questi nacque il 22 aprile 1517 e mostrò, fin dalla prima età, attitudine singolare agli studî, tanto che a dieci anni era già versatissimo nelle lingue greca e latina. Ma la morte dei genitori e la necessità di procurarsi di che vivere lo costrinsero a lasciare i libri per le armi e ad arruolarsi collo zio Francesco Turignoli capitano delle milizie di Barga. Però, inviato a Bologna, trovò modo di tornare a' suoi cari studî letterarî, per quanto studiasse Legge presso quell'antica Università. Una avventura amorosa e la pubblicazione di certi versi satirici contro un rivale lo costrinsero a fuggire e a riparare a Venezia. Fece poi lunghi viaggi a Costantinopoli e nell'Asia Minore: e certa volta, trovato sopra una galera un francese che in sua presenza insultò gli Italiani, prima lo schiaffeggiò e poi l'uccise; onde a stento poté salvarsi dall'ira dei connazionali del morto e recarsi prima a Genova, poi a Milano presso il Marchese del Vasto che onorevolmente l'accolse. Dopo aver riveduto la Toscana, fu nel 1546 lettore di greco a Reggio ove stette tre anni: quindi passò professore di lettere a Pisa ove rimase 17 anni, insegnando anche l'Etica. E quando Piero Strozzi assediò quella città, egli, chiamati a raccolta gli scolari, la difese strenuamente, ponendo in opera le antiche sue virtù militari. Successivamente il cardinale Ferdinando de' Medici lo chiamò a Roma e largheggiò con lui in ricompense e in onori: si narra che per la dedica fattagli delle sue poesie, gli regalasse duemila fiorini d'oro. L'Angelio trascorse a Pisa gli ultimi anni della sua vita, spentasi il 29 febbraio 1596, ed ebbe quivi onorevole sepoltura nel monumentale Camposanto di Piazza del Duomo. [Illustrazione: LA PIEVE DI LOPPIA.] Molteplici e di genere vario sono le opere da lui lasciate, in parte pubblicate e in parte inedite ancora. Ma più che le orazioni, più che gli studî su romani argomenti, più che le poesie italiane e le lettere, dettero a lui rinomanza i versi latini e, tra questi, più specialmente i due poemi _Cynegeticon_ e _La Siriade_. Del primo dice il Flamini che «appare anche a noi di squisita fattura e tale da assicurare all'autore un bel posto fra quanti in Italia e fuori verseggiarono durante i secoli XV e XVI nell'idioma di Virgilio». Coll'altro volle l'Angelio tentare il genere epico trattando un argomento simile a quello che, quasi contemporaneamente, era stato scelto dal Tasso: vi fu anzi disputa tra gli storici della letteratura sulla priorità della scelta e vi fu anche chi affermò avere il Tasso preso l'idea dal poema del Bargèo, a lui già noto. Checché sia di ciò, è certo che tale stima fece di lui il cantor di Goffredo che lo incaricò di rivedere e correggere la sua _Gerusalemme_, insieme con Scipione Gonzaga, collo Speroni, col De Nobili e con Silvio Antoniano. Ben a ragione, dunque, Barga va superba di questo illustre suo cittadino. * * * [Illustrazione: LA PIEVE DI LOPPIA.] I villaggi che si trovano compresi nel Comune di Barga, fatta astrazione da qualche minore aggregato di case, sono Loppia, Tiglio, Sommocolonia, Albiano, S. Pietro in campo e Castelvecchio: e anch'essi meritano, qual più qual meno, di essere visitati, o per la bellezza della natural posizione o per qualche opera d'arte. [Illustrazione: BARGA (DINTORNI) — TIGLIO DI SOPRA.] Intanto, Loppia — alla quale chi dai Bagni di Lucca move verso Barga giunge dopo aver passato il borgo del _Ponte all'Ania_, ricco di opificî e di fabbriche, e quello delle _Fornaci_, dal nome abbastanza significativo — è di origine così antica che si trova ricordata in documenti anteriori al mille, quando vi dominava la famiglia longobardo-lucchese dei Rolandinghi. Al X sec. deve assegnarsi la interessantissima Pieve di Loppia: uno de' documenti architettonici più sconosciuti e preziosi che possa vantare la diocesi pisana, alla quale Loppia venne aggregata nel XVIII sec. In quelle mura possiamo ancora nettamente distinguere i ricordi di tre diverse epoche. Il periodo della fondazione è il più interessante. Ad esso appartiene la parte inferiore della facciata, costruita con immensi lastroni rettangolari e spartita da un colonnato cieco, con residuo di capitelli ravennati. Le mezze colonne aggettanti, invece delle solite lesene, spartivano anche i fianchi; ma per potere intonacare la facciata a sud — che tuttavia mostra una originale finestra a feritoia — vennero subbiate. [Illustrazione: PIEVE DI LOPPIA — PARTICOLARE DELL'ABSIDE.] Ne' primi decennii del XIII sec. i Lucchesi posero a sacco, con altre chiese, la Pieve di Loppia: — _profanaverunt_, scriveva Gregorio IX all'arcivescovo di Pisa, fulminando la scomunica a Lucca, _diruerunt ecclesias et altaria suffuderunt_, e menando prigione il mio diletto figlio, il pievano di Loppia, lo hanno serrato in carcere. Da questa prima rovina la Pieve risorse rapidamente. Sono della fine del 1200 la parte superiore della facciata, la navata mediana, i transetti e parte dell'abside. Fu il momento del maggior fiore. Dalla Pieve di Loppia dipendevano 28 chiese e tra le altre S. Cristoforo di Barga. Ma verso il 1340 nuove incursioni e nuovi saccheggi distruggono castello, pieve e paese. In un documento di Giovanni, vescovo di Lucca, del 23 gennaio 1390, col quale si concede la riunione della Pieve di Loppia alla chiesa di S. Cristoforo di Barga, è detto come le mura della Pieve e le case a questa appartenenti, nonchè quelle de' parrocchiani, da oltre 50 anni fossero oramai disabitate e ridotte per i malefici e il flagello della guerra ad un mucchio di rovine. E con accenti di dolore e di rimpianto disperato, tali da ricordare l'_Ecclesiaste_, il detto Vescovo così si esprimeva: _et factus est locus ille solitudinis et vasti, nec est spes aliqua quod diebus viventium instauretur_. Non per nulla qualche secolo più tardi si scolpivano sulla facciata della Pieve queste parole: VA: VA: ET OM: VA. _Vanitas vanitatum et omnia vanitas!_ [Illustrazione: MADONNA E ANGELO (SEC. XIV) NELLA CHIESA DI TIGLIO DI SOPRA.] Nel sec. XVI, per la pietà di alcuni fedeli, la Pieve risorse ancora dalla sua rovina e venne di nuovo uffiziata e riebbe parte degli antichi privilegî. Devesi a questo tempo la costruzione del campanile addossato all'esterno della Pieve, in angolo, fra il transetto di sinistra e la facciata nord. È rettangolare con tre ordini di celle campanarie, con finestroni divisi da colonne sormontate da capitelli dorici, ionici e corinzii. Un ordine architettonico per ogni ripiano di celle. [Illustrazione: BARGA (DINTORNI) — TIGLIO DI SOTTO.] L'interno è a forma di croce e a tre navate, con sei archi e sei colonne per ogni navata: le finestre sono a feritoia. Sull'altar maggiore è un quadro dell'Assunzione: notevole, nell'altare del Sacramento, il ciborio in legno dorato, di squisito lavoro. Si vede pure, nella chiesa, il gruppo di una Pietà, in gesso, finamente modellato, opera moderna di paesani residenti a Chicago donde lo mandarono in dono al paese nativo, documento dell'arte e del memore affetto dei _figurinai_ verso la patria lontana. TIGLIO è formato di due borgate: Tiglio di sopra e Tiglio di sotto, fra i torrenti Loppora ed Ania. Esisteva fin dal secolo X e fu soggetto a varie traversie politiche, prima sottoponendosi al Duca d'Atene, poi cadendo in mano di Francesco Castracane. In Tiglio di sopra era l'antico castello ed ivi è la chiesa di S. Giusto, in forma di croce, con otto colonne di materiale ed una vasta cupola dipinta. Se assai goffe e primitive sono le due statue in legno che si vedono sull'altar maggiore, rappresentanti s. Giusto e s. Antonio, bellissime invece sono quelle in marmo rappresentanti la Vergine e l'Arcangelo Gabriele, che gli intendenti dicono di ottima scuola. Accanto alla chiesa è il campanile formato coll'antica torre, di bellissime pietre. In Tiglio di sotto è l'Oratorio di S. Andrea di Seggio, notevole soprattutto perchè di costruzione antichissima, e quello di S. Rocco con un bassorilievo Robbiano: un tabernacolo centinato, cinto da fiori e frutta, e sorretto da un cherubino ad ali spiegate. Nel centro la Vergine, in piedi, col Bambino. [Illustrazione: BARGA (DINTORNI) — SOMMOCOLONIA.] Anche il paese di SOMMOCOLONIA era un feudo dei soliti Rolandinghi; la struttura delle sue vie, dei suoi fabbricati, delle sue mura, dice ben chiaramente ch'era esso pure un castello, non posteriore al secolo X. Giace sul monte, a destra del torrente Corsonna e ha, dinanzi a sé, una vista magnifica. La sua storia si identifica con quella di Barga, di cui subì le vicende, essendo spesso teatro di guerre e di assedî. Al visitatore piacerà osservare le mura cingenti il castello, la chiesa di S. Frediano, sebbene barbaramente intonacata nelle pareti che erano di pietra scalpellinata, la piazzetta a levante della chiesa stessa, detta, come quella di Barga, l'_Arringo_, il bel campanile, la chiesina di S. Rocco e i resti dell'antica rôcca, alla quale, come a tanti altri edifizî o monumenti di questi luoghi, la tradizione riconnette il nome della Contessa Matilde. [Illustrazione: BARGA (DINTORNI) — ALBIANO.] ALBIANO risiede sopra un poggio, alla destra del torrente Corsalone e fu castello che i Lucchesi munirono di fortificazioni al tempo della guerra contro Federico I. Ma della sua chiesa, dedicata a s. Michele, si trova menzione perfino in una pergamena del 774, che si conserva nell'Archivio arcivescovile di Lucca. Null'altro di importante potrei aggiungere intorno a questo piccolo borgo che si nasconde, quasi pudicamente, in mezzo alla lussureggiante vegetazione che da ogni parte lo ravvolge e lo attornia. Né molto è da dire, non volendosi estendere in particolari che sarebbero qui fuor di luogo, intorno al paese di S. PIERO _in campo_. Ivi era un antico monastero di donne, anteriore al 1256, del quale, in seguito a scavi, si rinvennero alcuni muramenti. La chiesa attuale è recente e nulla ha di notevole. [Illustrazione: ALBIANO — VILLA MORDINI.] Ho lasciato per ultimo CASTELVECCHIO, perché questo villaggio ha acquistato notorietà da quando divenne residenza preferita di Giovanni Pascoli. Anche Castelvecchio, come Tiglio, si divide in due frazioni: Castelvecchio di sopra e Castelvecchio di sotto. Nel primo si vede ancora un'antica torre quadrata, con feritoie e altissime porte, oggi chiuse. Anche di altri fortilizî si incontrano qua e là alcuni resti. La chiesa non ha grande importanza, sebbene l'architettura non sia di cattivo stile. Castelvecchio di sotto non ha invece alcuna traccia di opere militari e sembra che, anche nei tempi passati, fosse, più che altro, centro di fiorenti commerci. [Illustrazione: BARGA (DINTORNI) — CASTELVECCHIO.] Chi, traversando castagneti rigogliosissimi e praterie fiorite e ubertosi vigneti, salga pei ripidi viottoli che menano su a Castelvecchio, vede, dal basso, biancheggiare al sole una casa che, a mano a mano va perdendosi tra il folto degli alberi, per poi scomparire del tutto, divisa dalla via per mezzo di un orto e circondata da case coloniche. È quella la villa ove abitava il poeta che cercava in quei monti, in quelle selve, in quei viottoli, le sue ispirazioni e che tendendo di lassù l'orecchio al lontano e misterioso rumoreggiare del Serchio, cantava: O Serchio nostro, fiume del popolo! Tu vai sereno, come un gran popolo, Lasciate le placide cune, Muove all'officina comune. . . . . . . . . . . . . . . . Lavoratore lieto, coi giovani Figli, Ania, Lima, Fraga, le Tùrriti, Gigante coi figli giganti Tra il lungo lavoro tu canti. Anch'egli, il poeta che lamentiamo anzi tempo scomparso, cantava tra il lungo lavoro e illustrava coi _Canti di Castelvecchio_ l'alpestre suo romitaggio ove ora _abita eterno_. [Illustrazione: CASTELVECCHIO — LA CASA DI GIOVANNI PASCOLI.] Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (terrecotte/terre-cotte, bargeo/bargèo, perché/perchè, pro/prò e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. *** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK I BAGNI DI LUCCA, COREGLIA E BARGA *** Updated editions will replace the previous one—the old editions will be renamed. Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright law means that no one owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United States without permission and without paying copyright royalties. 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INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in accordance with this agreement, and any volunteers associated with the production, promotion and distribution of Project Gutenberg™ electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees, that arise directly or indirectly from any of the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg™ work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any Project Gutenberg™ work, and (c) any Defect you cause. Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™ Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of electronic works in formats readable by the widest variety of computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from people in all walks of life. Volunteers and financial support to provide volunteers with the assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg™’s goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will remain freely available for generations to come. In 2001, the Project Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org. Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit 501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by U.S. federal laws and your state’s laws. The Foundation’s business office is located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to date contact information can be found at the Foundation’s website and official page at www.gutenberg.org/contact Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread public support and donations to carry out its mission of increasing the number of public domain and licensed works that can be freely distributed in machine-readable form accessible by the widest array of equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status with the IRS. The Foundation is committed to complying with the laws regulating charities and charitable donations in all 50 states of the United States. Compliance requirements are not uniform and it takes a considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up with these requirements. We do not solicit donations in locations where we have not received written confirmation of compliance. To SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state visit www.gutenberg.org/donate. While we cannot and do not solicit contributions from states where we have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition against accepting unsolicited donations from donors in such states who approach us with offers to donate. 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