The Project Gutenberg eBook of Le Laude This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook. Title: Le Laude Author: da Todi Jacopone Commentator: Giovanni Ferri Release date: September 13, 2009 [eBook #29977] Most recently updated: January 5, 2021 Language: Italian Credits: Produced by Claudio Paganelli, Emanuela Piasentini and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (Images generously made available by Editore Laterza and the Biblioteca Italiana at http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) *** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LE LAUDE *** Produced by Claudio Paganelli, Emanuela Piasentini and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (Images generously made available by Editore Laterza and the Biblioteca Italiana at http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) SCRITTORI D'ITALIA IACOPONE DA TODI LE LAUDE IACOPONE DA TODI LE LAUDE SECONDO LA STAMPA FIORENTINA DEL 1490 A CURA DI GIOVANNI FERRI BARI GIUS. LATERZA & FIGLI TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI 1915 PROPRIETÁ LETTERARIA GENNAIO MCMXV--40581 I DE LA BEATA VERGINE MARIA E DEL PECCATORE --O Regina cortese,--io so a voi venuto ch'al mio cor feruto--deiate medecare. Io so a voi venuto--com'omo desperato da omn'altro aiuto;--lo vostro m'è lassato; se ne fusse privato,--faríeme consumare. Lo mio cor è feruto,--Madonna, nol so dire; ed a tal è venuto,--che comenza putire; non deiate soffrire--de volerm'aiutare. Donna, la sofferenza--sí m'è pericolosa; lo mal pres'ha potenza,--la natura è dogliosa; siate cordogliosa--de volerme sanare. Non aio pagamento,--tanto so anichilato; faite de me stromento,--servo recomperato; donna, el prez'è dato:--quel ch'avest'a lattare. Donna, per quel amore--che m'ha avut'el tuo figlio dever'aver en core--de darm'el tuo consiglio; succurrime, aulente giglio,--veni e non tardare. --Figlio, poi ch'èi venuto,--molto sí m'è 'n piacere; adomandimi aiuto,--dollote voluntere; ètte oporto soffrire--co per arte voglio fare. Medecaro per arte--emprima fa la diita; guarda li sensi da parte--che non dien piú ferita a la natura perita--che se possa aggravare. E piglia l'oximello,--lo temor del morire; ancora si fancello,--cetto ce de' venire; vanetá lassa gire,--non pò teco regnare. E piglia decozione--lo temor de lo 'nferno; pens'en quella prescione--non escon en sempiterno; la piaga girá rompenno--farallate revontare. Denante al preite mio--questo venen revonta, ché l'officio è sio;--Dio lo peccato sconta; ca se 'l Nemico s'aponta,--non aia que mostrare. II DE LA BEATA VERGINE MARIA O Vergine piú che femina--santa Maria beata. Piú che femina, dico;--onom nasce nemico; per la Scrittura splico,--nant'èi santa che nata. Stando en ventre chiusa,--puoi l'alma ce fo enfusa, potenza virtuusa--sí t'ha santificata. La divina onzione--sí te santificòne, d'omne contagione--remaneste illibata. L'original peccato--ch'Adam ha semenato, omn'om con quello è nato:--tu se' da quel mondata. Nullo peccato mortale--en tuo voler non sale, e da lo veniale--tu sola emmaculata. Secondo questa rima--tu se' la vergen prima, sopre l'altre soblima;--tu l'hai emprima votata la tua vergenetate--sopr'omne umanetate ch'en tanta puritate--mai fosse conservata. L'umilitá profonda--che nel tuo cor abonda, lo cielo se sprofonda--d'esserne salutata. Virgineo proposito--en sacramento ascondito, marito piglia incognito--che non fosse enfamata. L'alto messo onorato--da ciel te fo mandato; lo cor fu paventato--de la sua annunziata: --Conceperai tu figlio,--será senza simiglio, se tu assenti al consiglio--de questa mia ambasciata.-- O Vergen, non tardare--al suo detto assentare; la gente sta chiamare--che per te sia aiutata. Aiutane, Madonna,--ca 'l mondo se sperfonna se tarde la responna--che non sia avivacciata. Puoi che consentisti,--lo figliol concepisti, Cristo amoroso desti--a la gente dannata. Lo mondo n'è stupito--conceper per audito, lo corpo star polito--a non essere toccata. Sopr'omne uso e ragione--aver concezione, senza corruzione--femena gravedata. Sopre ragione ed arte--senza sementa latte, tu sola n'hai le carte--e sènne fecundata. O pregna senza semina,--non fu mai fatt'en femina, tu sola sine crimina,--null'altra n'è trovata. Lo verbo creans omnia--vestito è 'n te Virginia, non lassando sua solia,--divinitá encarnata. Maria porta Dio omo,--ciascun serva 'l suo como; portando sí gran somo--e non essere gravata. O parto enaudito,--lo figliol partorito entro del ventre uscito--de matre segellata! A non romper sogello--nato lo figliol bello, lassando lo suo castello--con la porta serrata! Non siría convegnenza--la divina potenza facesse violenza--en sua cas'albergata. O Maria, co facivi--quando tu lo vidivi? or co non te morivi--de l'amore afocata? Co non te consumavi--quando tu lo guardavi, ché Dio ce contemplavi--en quella carne velata? Quand'esso te sugea,--l'amor co te facea, la smesuranza sea--esser da te lattata? Quand'esso te chiamava--e mate te vocava, co non te consumava--mate di Dio vocata? O Madonna, quigli atti--che tu avev'en quigl fatti, quigl'enfocati tratti--la lengua m'han mozzata. Quando 'l pensier me struge,--co fai quando te suge? lo lacremar non fuge--d'amor che t'ha legata. O cor salamandrato--de viver sí enfocato, co non t'ha consumato--la piena enamorata? Lo don della fortezza--t'ha data stabilezza portar tanta dolcezza--ne l'anema enfocata! L'umilitate sua--embastardío la tua, ch'ogn'altra me par frua--se non la sua sguardata. Ché tu salist'en gloria,--esso sces'en miseria; or quigna conveneria--ha enseme sta vergata? La sua umilitate--prender umanitate, par superbietate--on'altra ch'è pensata. Accurrite, accurrite,--gente; co non venite? vita eterna vedite--con la fascia legata. Venitel a pigliare,--ché non ne può mucciare, che deggi arcomperare--la gente desperata. III CONTENZIONE INFRA L'ANIMA E CORPO Audite una 'ntenzone--ch'è 'nfra l'anima e 'l corpo; battaglia dura troppo--fin a lo consumare. L'anima dice al corpo:--Facciamo penitenza, ché possiamo fugire--quella grave sentenza e guadagnar la gloria--ch'è de tanta piacenza; portimo onne gravenza--con delettoso amare.-- Lo corpo dice:--Turbome--d'esto che t'odo dire; nutrito so 'n delicii,--nollo porría patire; lo celebr'aio debele,--porría tost'empazire: fugi cotal pensiere,--mai non me ne parlare. --Sozo, malvascio corpo,--lussurioso, engordo! ad omne mia salute--sempre te trovo sordo; sostieni lo flagello--d'esto nodoso cordo, emprende sto discordo--ché t'è ci opo danzare! --Succurrite, vicini,--ché l'anima m'ha morto! alliso, ensanguenato,--disciplinato a torto! o impia, crudele,--ed ad que m'hai redotto? starò sempr'en corrotto,--non me porrò allegrare. --Questa morte sí breve--non mi siría 'n talento. Somme deliberata--de farte far spermento; dagl cinque sensi tollere--omne delettamento, e nullo piacemento--t'agio voglia de dare. --Si da li sensi tollime--li mei delettamenti, siragio enfiato e tristo,--pieno d'encrescementi; torrotte la letizia--nelli tuoi pensamenti; megli'è che mo te penti--che de farlo provare. --La camiscia spògliate--e vesti sto cilizo; la penetenza vètate--che non abbi delizo; per guidardone dónote--questo nobel pannizo, ché de coio scrofizo--te pensai d'amantare. --Da lo 'nferno recastela--questa veste penosa; tesseala 'l diavolo--de pili de spinosa; omne pelo pareme--una vespa orgogliosa; nulla ce trovo posa,--tanto dura me pare. --Ecco lo letto; pòsate,--iace en esto gratizo! lo capezal aguardace--ch'è un poco de paglizo: lo mantellino cuoprite,--adusate col miccio; questo te sia deliccio--a quel che te voglio fare! --Guardate a letto morbedo--d'esta penna splumato! pietre rotonde vegioce--che venner dal fossato; da qual parte volgome,--rompome el costato; tutto son conquassato,--non ce posso posare. --Corpo, surge; lèvate!--ché suona matutino; leva su, sonocchiate--en officio divino; legge nuove emponote--perfine a lo maitino; emprende esto camino--che sempre t'è opo fare. --Como surgo, levomi,--che non aggio dormito? Degestione guastase,--non aggio ancor padito; scorsa m'è la regoma--per lo freddo c'ho sentito; el tempo non è fugito,--lassame ancor posare! --Ed o' staisti a 'mprendere--tu questa medicina? per la tua negligenza--dotte una disciplina; si piú favelli, tollote--a pranzo la cocina; ché questa tua malina--penso de medecare. --Or ecco pranzo ornato--de delettoso pane nero, azemo e duro--che nol rosecára 'l cane! Non lo posso enghiuttire,--sí reo sapor me sane! Altro cibo me dáne,--se me voli sostentare. --Per lo parlar c'hai fatto,--tu lassarai el vino; né a pranzo né a cena--non mangerai cocino; se piú favelli, aspèttate--un grave disciplino; questo prometto almino--non te porrá mucciare. --Recordo d'una femena--ch'era bianca, vermiglia, vestita, ornata, morbeda,--ch'era una maraviglia; le sue belle fateze--lo pensier m'asutiglia; molto sí me simiglia--de potergli parlare. --Or attende 'l premio--de questo c'hai pensato; lo mantello artollote--per tutto sto vernato; le calzamenta lassale--per lo folle cuitato; ed un disciplinato--fin a lo scorticare. --L'acqua che bevo noceme,--caggio 'n etropesía; lo vino, prego, rendeme--per la tua cortesía! Se tu sano conserveme,--girò ritto per via; se caggio 'n'enfermaría,--opo me t'è guardare. --Poi che l'acqua nòcete--a la tua enfermentade e lo vino noceme--a la mia castitade, lassa lo vino e l'acqua--per la nostra sanetade; sostien necessitate--per nostra vita servare. --Prego che non m'occide!--nulla cosa demanno; en veritá promettote--de non gir mormoranno; lo entenzare veiome--che me retorna en danno; che non caggia nel banno--vogliomene guardare. --Se te vorrai guardare--da omne offendemento, sirotte tratta a dare--lo tuo sostentamento; e vorròme guardare--dal tuo encrescemento; sirá delettamento--nostra vita salvare. Or vedete 'l prelio--c'ha l'omo nel suo stato! tante son l'altre prelia,--nulla cosa ho toccato; che non faccian fastidio,--aggiol'abbreviato; finisco sto trattato--en questo loco lassare. IV DE LA PENITENZIA O alta penitenza,--pena en amor tenuta! grand'è la tua valuta,--per te ciel n'è donato. Se la pena teneme,--èmme despiacemento; lo spiacere recame--la pena en gran tormento; ma si aggio la pena--redutt'en mio talento, èmme delettamento--l'amoroso penato. Sol la colpa è 'n'odio--a l'anema ordenata; e la pena gli è gaudio--en vertut'esercetata; lo contrario sentese--l'anema ch'è dannata; la pena è 'n'odiata,--la colpa en delettato. O mirabil odio,--d'omne pena signore! nulla recev'ingiuria,--non se' perdonatore; nullo nemico trovite,--omn'om si è 'n'amore; tu sol el malfattore--degno del tuo odiato. O falso amor proprio,--c'hai tutto lo contraro! molta recepe engiuria--de perdonanza avaro; molti nemici troviti,--null'om te trovi caro; lo tuo vivere amaro--lo 'nferno ha comenzato. O alta penetenza,--en mio odio fondata, atto de la grazia--che fo per gratis data, fuga l'amor proprio--con tutta sua masnata, ché l'anema ha sozata--en bruttura de peccato. En tre modi pareme--divisa penetenza: contrizion è prima--ch'empetra la 'ndulgenza; l'altr'è confessione--che l'anema ragenza; l'altr'è satisfacenza--de deveto pagato. Tre modi fa nell'anima--peccato percussure: la prima offende Dio--ched è suo creatore; la simiglianza tolleglie--ch'avea de lo Signore, e dáse en possessore--del demone dannato. Contrizion adornase--de tre medicamente: contra l'offeso Dio--dágli dolor pognente, contra la deformanza--un vergognar cocente, ed un temor fervente--che 'l demone ha fugato. Per lo temore cacciase--quella malvagia schiera, la simiglianza rendeglse--per la vergogna vera, per dolor perdonase--l'offesa de Dio fera ed en questa manera--corre questo mercato. Confessione pareme--atto de veretade, occultata malizia--redutta a chiaritade; per la bocca reiettase--tutta la 'nfermetade; riman l'uom en sanetade,--dal vizio purgato. Lo satisfare pareme--iustizia en suo atto; fruttificata morte--fece l'arbor desfatto, fruttificata grazia--sí fa l'albor refatto, ciascun senso fa patto--de vivere regolato. L'audito entra en scola--a 'mprendere sapienza, lo viso getta lacreme--per la gravosa offenza, lo gusto entra en regola--en ordinata astinenza, l'odor fa penetenza,--'n'enfermaría s'è dato. E lo tatto puniscese--degli suoi delettamente, li panni molli spogliasi,--vestese panni pognente, de castetate adornase--guardata en argomente, e far de sé presente--a Dio molto è grato. V DE CINQUE SENTIMENTI Cinque sensi mess'on pegno--ciascun d'esser el piú breve; la lor delettanza leve--ciascun briga breviare. Emprima parla l'audito:--I' ho 'l pegno guadagnato; lo sonar ch'aio audito--dal mi' organo è fugato; en un ponto fo 'l toccato--e nulla cosa n'ha tenere; però ve dovería piacere--la sentenzia a me dare. Lo viso dice:--Non currite,--ch'i' ho venta la sentenza; le forme e color che vide,--chiusi li occhi e fui en perdenza; or vedete l'armagnenza--co fo breve abreviata! la sentenza a me sia data--non me par da dubitare. Lo gusto sí dá 'l libello--demostrando sua ragione: --La mia brevetá passa,--questo non è questione; a l'entrar de la magione--doi deta fo 'l passaio e lo delettar que n'aio--che passò co somniare. L'odorato sí demostra--lo breve delettamento: --D'oltramar venner le cose--per aver mio piacemento, spese grande con tormento--ce vedete che fuor fatte; qual me ne remaser parte--voi lo potete iudicare! Lo tatto lussurioso--ce vergogna d'apparire, le deletto puteglioso--lo vergogna proferire, or vedete 'l vil piacere--quegno prezo ci ha lassato! un fetor esterminato--ch'è vergogna mentovare. Non fia breve lo penare--c'ha sí breve delettanza; longo siría a proferire--lo penar esmesuranza; omo, vedi questa usanza--ch'è un ioco di guirmenella; posta ci hai l'anima bella--per un tratto che vòi fare. Anema mia, tu se' eterna,--eterno vòi delettamento; li sensi e lor delettanza--vedi senza duramento; a Dio fa' tuo salimento,--esso sol te può empire; loco el ben non sa finire,--ché eterno è 'l delettare. VI DE LA GUARDA DE SENTIMENTI Guarda che non caggi, amico, guarda! Or te guarda dal Nemico,--che se mostra esser amico; no gli credere a l'iniquo,--guarda! Guarda 'l viso dal veduto,--ca 'l coragio n'è feruto; ch'a gran briga n'è guaruto,--guarda! Non udir le vanetate,--che te traga a su' amistate; piú che visco apicciarate,--guarda! Pon' al tuo gusto un frino,--ca 'l soperchio gli è venino; a lussuria è sentino,--guarda! Guárdate da l'odorato,--lo qual ène sciordenato; ca 'l Signor lo t'ha vetato,--guarda! Guárdate dal toccamento,--lo qual a Dio è spiacemento, al tuo corpo è strugimento,--guarda! Guárdate da li parente--che non te piglien la mente; ca te faran star dolente,--guarda! Guárdate da molti amice,--che frequentan co formice; en Dio te seccan le radice,--guarda! Guárdate dai mal pensiere,--che la mente fon ferire, la tua alma enmalsanire,--guarda! VII DE PERICOLI CHE INTERVENGONO A L'UOMO CHE NON GUARDA BENE EL VISO ED ALTRI SENTIMENTI O frate, guarda 'l viso,--se vuoi ben riguarire! ca mortal ferite a l'alma--spesse fiate fon venire. Dal diavolo a l'alma--lo viso è ruffiano, e quanto può se studia--de mettergliela en mano; se ode fatto vano,--reportalo a la corte; la carne sta a le porte--per le novelle audire. Audita la novella,--la carne fa sembiaglia e contra la rascione--sí dá grande battaglia, e suo voler non smaglia--con la voglia emportuna; se trova l'alma sciuna,--fallase consentire. Conscienzia resiste,--demostra lo peccato: --Dio ne siría offeso--e tu siríe dannato.-- Lo corpo mal vezato--risponde com'è uso: --Dio sí è piatuso,--lo me porrá parcire.-- La veretá risponde:--Tu alleghi falsamente, ché Dio mai non perdona--se non è penitente; pentir sofficiente--non l'hai in tua redetate; partirte dai peccate--con verace pentire.-- La carne dice:--Io ardo,--non lo posso portare, satesfamme esta fiata,--che me possa posare; vogliote poi iurare--de starte sempre suietta; sirò sí casta e netta--che te sirá em piacere.-- Responde la ragione:--Seríe detoperata, e poi da omne gente--seríe sempre adetata; ecco la mal guidata--confusion de parente, che fa tutta sua gente--con gran vergogna gire!-- Lo diavolo ce parla--ed ensegna:--Questa posta tu la puoi far occulta,--d'omne gente nascosta; passa questa giostra,--nullo pensar facciamo; se piú lo 'nduciamo,--tosto porri' empascire.-- Tanti sono li tumulti--e gli émpeti carnale, che la ragion tapina--s'enchina a quisti male; doventa bestiale--e perde omne ragione; tanta confusione--non se porría scoprire. Da poi ch'è caduta,--conscienzia è mordace; l'acqua e lo vento posa,--de stimolar non tace! lo cor perde la pace--e perde l'allegreza e viengli tal tristeza,--non si può reverire. Sospicasi la misera--che 'l saccia omnechivegli; se vede gent'ensemora,--pensa de lei pispigli; se gli vol dar consigli,--non par che ci aian loco; perdut'ha riso e ioco--ed onne alegrez'avere. Borbotanse le cose,--le gente a pispigliare; li parenti sentolo,--coménzate a lagnare; lo cor vorría crepare,--tant'ha 'lbergate doglie! tentat'è de rei voglie--de volerse perire. Lo diavolo ce rieca--mala tentazione: --Que fai, detoperata--d'onne tua nazione? Questa confusione--non è da comportare; molte fa desperare,--en mala morte finire.-- Guarda, non glie credere!--ché gionge al mal el peio; ché questa tua caduta--sí pò aver remeio; contra te fa asseio--de volerte guardare, con pianto confessare;--sí porrai reguarire. Vedete li pericoli--con breve comenzate, che nascon gli omicidii--e guastan le casate; guardateve a l'entrate--che non entre esto foco! si se cce anida loco,--nol porrai scarporire. Or vedete el frutto--del mal delettamento: l'alma el corpo ha posto--en cotanto tormento; síate recordamento,--frate, la guarda fare; se vòi l'alma salvare,--non ce stare a dormire. VIII DE L'ORNAMENTO DELLE DONNE DANNOSO O femene, guardate--a le mortal ferute; nelle vostre vedute--el basalisco mostrate. El basilisco serpente--occide om col vedere, lo viso envenenato--sí fa el corpo morire; pegio lo vostro aspetto--fa l'anime perire da Cristo, dolce sire,--che care l'ha comparate. Lo basilisco ascondese,--non se va demostrando; non vedendo, iacese--e non fa ad alcun danno; peggio che 'l basalisco--col vostro deportanno, l'anime vulneranno--colle false sguardate. Co non pensate, femene,--col vostro portamento quant'anem'a sto secolo--mandate a perdimento? solo col desiderio,--senz'altro toccamento, pur che gli èi en talento,--a l'aneme macellate. Non ve pensate, femene,--co gran preda tollite, a Cristo, dolce amore,--mortal dáite ferite? serve del diavolo,--sollecete i servite; colle vostre schirmite--molt'anime i mandate. Dice che acóncete,--ché piace al tuo signore; ma lo pensier engannate,--ché nogl se' en amore; s'alcun stolto aguardate,--sospezion ha en core che contra lo su onore--facce mali trattate. Lagna poi e fèrite--e tiente en gelosia, vuol saper li luocora--e quegn'hai compagnia; porrate poi l'ensidie,--si t'ha sospetta e ria; non giova dicería--che facce en tuoi scusate. Or vede che fai, femena,--co te sai contrafare! la tua persona piccola--co la sai dimostrare! sotto li piede méttete--ch'una gigante pare, puoi con lo strascinare--cuopre le suvarate. Se è femena pallida,--secondo sua natura, arosciase la misera--non so con que tentura; se è bruna, embiancase--con far sua lavatura; mostrando sua pentura,--molt'aneme ha dannate. Mostrerá la misera--ch'aggia gran trecce avolte; la sua testa adornase--co fossen trecce acolte o de tomento fracedo--o' so pecciòle molte, cosí le gente stolte--da lor son engannate. Per temporal avenesse--che l'om la veda sciolta vedi che fa la demona--colla sua capovolta! le trez'altrui componese--non so con que girvolta; farattece una colta--che paion en capo nate. Que fará la misera--per aver polito volto? porrásece lo scortico--che 'l coio vecchio n'ha tolto; remette 'l coio morbedo,--parrá citella molto; sí engannan l'omo stolto--con lor falsificate. Poi che a la femina--èglie la figlia nata, co la natura formala,--pare una sturciata; tanto lo naso tiraglie,--strengendo a la fiata, che l'ha sí reparata--che porrá far brigate. Son molte che per omene--non fon nullo aconciato; delettanse fra l'altre--aver grand'apparato; non ce pense, misera,--che per van delettato lo cor s'è vulnerato--de molte enfermetate? Non hai potenza, femina,--de poter preliare; ciò che non puoi con mano,--la lengua lasse fare; non hai lengua a centura--de saperle gettare parole d'adolorare--che passan le corate. Non giacerá a dormire--quella che hai ferita; tal te dará percossa--che no ne sirai lita; d'alcun te dará 'nfamia--che ne sirai schernita; menarai poi tu vita--con molte tempestate. Sospicará maritota--che non sie de lui prena; tal glie verrá tristizia,--che gli secará omne vena; acoglieratte en camora--che nol senta vicena; qual ce trarai mena--de morte angustiata! IX CONSIGLIO DE L'AMICO A L'ALTRO AMICO CHE VOGLIA TORNARE A DIO --O frate mio, briga de tornare--nante ch'en morte si' pigliato. Nante che venga la morte,--sí briga de far lo patto; ca 'l tuo ioco è 'n quella sorte--ch'è apresso a udir matto; nante che sia 'l ioco fatto,--briga lassarlo entaulato. --Frate, ciò che tu me dici,--te ne voglio amor portare, ché fai co fan i bon amice--che de l'amico vol pensare; ma ho fameglia governare--che ne so molto embrigato. --Se tu regge la fameglia,--non la regger de l'altroi; al poder tuo t'arsomeglia,--quegne spese far ne pòi; non morir pro i figliol toi;--ca poco n'èi regraziato. --Frate, se l'altrui sí rendo,--giran li me' figli mendicati; nol posso far, tutto m'accendo--de lassargli desolati; dai vicin serían chiamati--figli di quel desprezato. --Frate, or pensa la sconfitta--che non aspetta el pate e 'l [figlio; e sí piglia la via ritta--da mucciar da quel empiglio; e quel ch'aspetta en quel piglio--el figlio e 'l pate è poi legato. --Frate, avuto agio en usanza--ben vestir e ben calzare; non porría soffrir vilanza--en questa guisa desprezare; faríame a deto mostrare:--Ecco l'uomo mal guidato. --Testo a l'amo s'arsimiglia--ca de for ha lo dolzore, e lo pesce, poi che 'l piglia,--sentene poco sapore; dentro trova un amarore--che gli è molto entossecato. --Non porría degiun suffrire--per la mia debeletate; mename a lo morire--le cocin mal frumiate; e sí per mia necessitate--voglio ciò che son usato. --Frate, or pensa le pregiune:--regi e conti ce son stati, e donzelli piú che tune--en tal fame s'on trovati, che i calzar s'on manecati;--con que loto ci on trescato! --Non porría veghiar la notte--e star ritto en orazione; parme cosa tanto forte--de metterme a derenzione; ché, se veghio per stagione,--tutto 'l dí ne vo agirlato. --Or pensa gli encastellati--co so attenti al veghiare! che da for so assediati--da chi lor sí vol pigliare; tutta notte sto a gridare,--ché 'l castel non sia robbato. --Frate, sí m'hai sbagutito--con lo tuo bon parlamento che nel cor sí so ferito--d'un divin accendimento; pigliar voglio pensamento--ch'io non sia piú engannato. Gir ne voglio a lo patrino--ad accusar la mia matteza; meglio m'è esser pelegrino--che d'aver questa riccheza, la qual me mena a la dureza--de quel fuoco acalurato. X COMO DIO INDUCE EL PECCATORE A PENITENZA --Peccator, chi t'ha fidato--che de me non hai temenza? Non consider, peccatore,--ch'io te posso nabissare? ed hai fatto tal fallore--ch'io sí l'ho cagion de fare; t'ho voluto comportare--perché tornasse a penetenza. --O dolcissimo Signore,--prego che sie paziente; lo Nemico engannatore--m'ha sottratto malamente; ritornato so a niente--per la gran mia niquitanza. --Test'è l'anvito che io agio--che pro 'l Nemico m'hai lassato; ed hai creso en tuo coragio---a ciò che t'ha consegliato; el mio consegli' hai desprezato--per la tua grande arroganza. --Lo conseglio me fo dato--ch'io devesse el mondo usare: Da poi che sera' envechiato,--tu te porrai confessare; assai tempo porrai dare--al Signor per perdonanza. --Testo era palese enganno--che te mettivi ad osolare; ché non hai termen d'un anno--ned un'ora pòi sperare; se tu credevi envechiare,--fallace era tua speranza. --La speranza che avea--de lo tuo gran perdonare a peccar me conducea--e facealme adoperare en speranza de tornare--a la fin con gran fidanza. --La speranza del perdono--sí è data a chi la vole; ed io a colui la dono--che del suo peccato dole, non a quel che peccar sole---ha spem ch'io non facci la vegnanza. --Po' 'l peccato avea commesso,--sí dicea del confessare; el Nemico dicea con esso:--Tu nol porrai mai fare; co porrai pena portare--de cusí grande offensanza? --La pena che è portata--en questo mondo del peccato, lebbe cosa è reputata--a pensar de quello stato nel qual l'uomo n'è dannato--per la sua gran nequitanza. --Col sozo laido peccato--me tenea col vergognare e diceame:--En esso stato--tu nol porrai confessare; co porrai al prete spalare--cosí grande abominanza? --Meglio t'è d'aver vergogna--denante al preite mio, che averla poi con doglia--al iudicar che farò io, che mostraraio el fatto tio--en cusí grande adunanza. --Ed io me rendo or pentuto--de la mia offensione ché non so stato aveduto--de la mia salvazione; pregote Dio, mio patrone,--che de me aggi piatanza. --Poi ch'a me te sei renduto,--sí te voglio recepire; e questo patto sia statuto--che non degge piú fallire; ch'io non porría suffrire--cusí grande sconoscenza. XI DE L'ANEMA CONTRITA DE L'OFFESA DI DIO Signore, damme la morte--nante ch'io piú te offenda; e lo cor se fenda--ch'en mal perseverando. Signor, non t'è giovato--mostrarme cortesia; tanto so stato engrato,--pieno di villania! pun' fin a la vita mia--ch'è gita te contrastando. Megli'è che tu m'occidi,--che tu, Signor, sie offeso; ché non m'emendo, giá 'l vidi;--nante a far mal so acceso; condanna ormai l'appeso,--ché caduto è nel bando. Comenza far lo iudicio,--a tollerme la santade, al corpo tolli l'officio--che non agia piú libertade; perché prosperitade--gita l'ha mal usando. A la gente tolli l'affetto,--che nul agi de me piatanza; perch'io non so stato deretto--aver a l'inferme amistanza; e toglieme la baldanza--ch'io non ne vada cantando. Adunense le creature--a far de me la vendetta; ché mal ho usate a tutture--contra la legge deretta; ciascuna la pena en me metta--per te, Signor, vendecando. Non è per tempo el corotto--ch'io per te deggo fare; piangendo continuo el botto--dovendome de te privare, o cor, co 'l poi pensare--che non te vai consumando? O cor, co 'l poi pensare--de lassar turbato amore, facendol de te privare--o' patéo tanto labore? or piagne 'l suo descionore--e de te non gir curando. XII COMO L'ANEMA DEVENTA MORTA PER EL PECCATO Sí como la morte face--a lo corpo umanato, molto peio sí fa a l'anema--la gran morte del peccato. Emprima la morte al corpo--sí glie fa mortal ferita che da omne membro i tolle--e scarporiscene la vita; glie membra perdon l'uso--poi che la vita è finita; l'anema poi s'è partita,--lo corpo torna anichilato. Lo peccato piú che morte--sí fa sua ferita dura; ché a l'alma tolle Dio--e corrompegl sua natura; lo ben non pò operare;--ma li mali en gran plenura cader en tanta affrantura--per cusí vil delettato. Questa morte tol al corpo--la bellezza e 'l colore, e la forma è sí desfatta,--ch'a veder dá un orrore; non se trova sí securo--che nogl generi pavore de veder quel terrore--de l'aspetto desformato. Lo peccato sí fa a l'alma--sí terribele ferita, che glie tolle la bellezza--che da Dio era insignita; chi vedere la potesse--sí glie tollería la vita; la faccia terribilita--crudel morte è 'l suo sguardato. Questa morte sí fa el corpo--putredissimo, fetente; e la puza stermenata--che conturba molta gente; non si trova né vicino--né amico né parente che voglia esser sofferente--de averlo un giorno a lato. Tutta puza che nel mondo--fusse ensemora adunata, solfenal de corpo morto--ed omne puza de privata sí sería moscato ed ambra--po' 'l fetor deglie peccata; quella puzza stermenata--che lo 'nferno ha 'nputedato. Questa morte naturale--a lo corpo par che dia la ferita che gli tolle--omne bona compagnia; d'esto mondo l'ha gettato--che privato fuor ne sia, co se fa la malsanía--che dai sani è separato. Lo peccato sí fa a l'alma--la ferita cusí forte, che li tolle Dio e i santi--e gli angeli con lor sorte; de la chiesa è sbandita--e serrate i son le porte e gli beni i son estorte--che nulla parte i sia dato. Questa morte naturale--dá la sua percussione che la carne sí sia data--a li vermi en comestione; e li vermi congregati--d'esto corpo fon stacione; non è fra lor questione--che 'l corpo non sia devorato. Lo peccato sí fa a l'alma--la terribel sua usanza; ché è data a le demonia--che stia en lor congreganza; non la posson consumare,--fongli mala vicinanza; dangli pene en abondanza--che convene al loro stato. L'ultima che fa la morte--che dá 'l corpo a sepultura; né palazo i dá né corte,--ma è messo en estrettura; la lungheza e la lateza--molto glie se dá a mesura; scarsamente la statura--so la terra è tumulato. Lo peccato mena l'alma--al sepolcro de lo 'nferno; e loco sí è tumulata--che non esce en sempiterno; frate, lassa lo peccato--che te ce mena traenno; poi ch'èi scritto nel quaderno,--averai cotal pagato. XIII COMO L'ANIMA VIZIOSA È INFERNO; E PER LUME DE LA GRAZIA POI SE FA PARADISO L'anema ch'è viziosa--a lo 'nferno è simigliata. Casa è fatta del demono,--halla presa en patremono; la superbia sede en trono--pegio è ch'endemoniata. Socce tenebre d'envidia,--ad onne ben post'ha ensidia; de ben non ci arman vestigia,--sí la mente ha ottenebrata. Ècce acceso fuoco d'ira--che a mal far la voglia tira; volgese d'entorna e gira--mordendo co arabbiata. L'accidia una freddura--ce reca senza mesura posta en estrema paura--con la mente alienata. L'avarizia pensosa--ècce verme che non posa; tutta la mente s'ha rosa--en tante cose l'ha occupata! De serpente e de dragone--la gola fa gran boccone; e giá non pensa la rascione--de lo scotto a la levata. La lussuria fetente,--ensolfato foco ardente, trista lassa quella mente--che tal gente ci ha 'lbergata. Venite gente a odire--e stupite del vedere: enferno era l'anema heri,--en paradiso oggi è tornata. Da lo Patre el lume è sciso,--don de grazia m'ha miso; fatto sí n'ha paradiso--de la mente viziata. Hacce enfusa umilitate,--morta ci ha superbietate che la mente en tempestate--tenea sempre enruinata. L'odio sí n'ha fugato--e lo cor ha 'namorato; nel prossimo l'ha trasformato--en caritate abracciata. L'ira n'ha cacciata fore--e mansueto ha fatto el core, refrenato omne furore--che me tenea ensaniata. E l'accida c'è morta--e iustizia c'è resorta; dirizat'ha l'alma storta--en omne cosa ordenata. L'avarizia n'è deietta--e pietate ce se assetta; larga fa la benedetta--la sua gran lemosinata. Enfrenata c'è la gola,--temperanza ce tien scola; la necessitate sola--quella sí gli è ministrata. La lussuria fetente--è cacciata da la mente; castetate sta presente--che la corte ha relustrata. O cor, non essere engrato--tanto ben che Dio t'ha dato! vive sempre ennamorato--con la vita angelicata. XIV COMO LI VIZI DESCENDONO DA LA SUPERBIA La superbia de l'altura--ha fatte tante figliole; tutto 'l mondo se ne dole--de lo mal che n'è scontrato. La superbia appetisce--omne cosa aver soietta; soprapar non vol niuno--e glie qual non gli deletta; glie menor mette a la stretta,--ché non i pò far tanto onore quanto gli apetisce el core--del volere sciordenato. Aguardando a soi maiure,--una invidia c'è nata; non la puote gettar fuore,--teme d'esser conculcata; l'odio sí l'ha 'mpreinata,--ensidie va preparando per farglie cader en bando,--ché del lor sia menovato. Per poter segnoregiare--sí fa giure ne la terra, e le parte ce fa fare--donde nasce molta guerra; lo suo cor molto s'aferra--quel che pensa non pò avere, l'ira sí lo fa ensanire--como cane arabbiato. Puoi che l'ira è su montata--e nel cor ha signoría, crudeltate è aparechiata--de star en sua compagnia; de far grande occidería--non li par sufficienza tant'è la malavoglienza--che nel cor ha semenato. Puoi che l'ira non pò fare--tutto quanto el suo volere, una accidia n'è nata,--entra 'l core a possedere; omne ben li fa spiacere,--posta è 'n'estremo temore, le merolle i secca en core--del tristor c'ha albergato. L'accidia molto pensosa--va pensando omne viagio; se l'aver ce fosse en alto,--empieríase el tuo coragio; l'avarizia che al passagio--entra a posseder la corte, destregnenza sí fa forte--ad ogne uscio far serrato. Ha sospetta la fameglia--che non i vada el suo furando; moglie, figli, nuore e servi--tutti sí va tribulando; or vedessi mal optando--che fa tutta la famiglia! ciascun morte gli asimiglia--d'esto demone encarnato. Rape, fura, enganna e sforza;--non ce guarda mal parere con guai l'omo ch'è 'mponente--che gli aiace el suo podere; ché gli menaccia de ferire--se 'l poder suo non li dona; entorno non ci arman persona--che da lui non sia predato. Or vedessi terre, vigne,--orta, selve per legnare! auro, argento, gioie e gemme--ne li scrigni far serrare, e molina a macenare,--bestie grosse e menute, case far fare enfenute--per servar suo guadagnato. El biado serva en anno en anno,--ch'aspetta la caristía; poi che guasto el se manduca,--en casa mette dolentía; or vedessi blasfemía--che la sua fameglia face! Esbandita n'è la pace--de tutto el suo comitato. Se la sua fameglia è grasa,--èglie gran despiacemento; el pane e 'l vin che va en casa--mette en suo reputamento; or vedessi iniuramento:--O fameglia sprecatrice! da Dio sí la maledice--ch'el ben suo s'on manecato. O avaro, fatt'hai enferno--mentre la tua vita dura; e de l'altro pres'hai l'arra;--aspetta la pagatura! o superbia de l'altura,--vedi ove sei redutta! l'onoranza tua destrutta,--da ogne gente se' avilato. Cinque vizia ne l'alma,--che de sopra agio contate, lo superbo, envidioso--ed iroso accidiate, l'avarizia toccate,--due ne regnan ne la carne che tutto sto mondo spanne:--gola e lussuriato. L'avarizia ha adunato--e la gola el se devura; en taverne fa mercato:--per un bicchiere una voltura; or vedessi sprecatura--che se fa de la guadagna! la lussuria l'acompagna--che sia vaccio consumato. Tutta spreca una contrata--per aver una polzella; or vedete sta brigata--a que è dutta sta novella! anema mia tapinella,--guárdate da tal ostiere! lo cielo te fon perdere--e lo 'nferno ha' redetato. XV COMO L'ANEMA RETORNA AL CORPO PER ANDARE AL IUDICIO --O corpo enfracedato,--io so l'anima dolente; lièvate amantenente--ché sei meco dannato. L'agnolo sta a trombare--voce de gran paura; opo n'è appresentare--senza nulla demora, stavimi a predicare--che non avesse paura, male te credette alora--quando feci el peccato. --Or se' tu l'alma mia--cortese e conoscente! puoi che t'andasti via,--retornai a niente; famme tal compagnia--che io non sia dolente, veggio terribel gente--con volto esvaliato. --Queste son le demonia--con chi t'è opo abitare; non t'è opo far istoria;--que te oporá portare non me trovo en memoria--de poterlo narrare; se ententa fosse el mare---non ne siría pontato. --Non ce posso venire,--ché so en tanta afrantura che sto su nel morire,--sento la morte dura; sí facisti al partire:--rompesti omne iuntura, recata hai tal fortura--che ogne osso m'ha spezato. --Como da tene a mene--fo apicciato amore, semo reiunti in pene--con eterno sciamore; l'ossa contra le vene,--nervi contra iunture; sciordenati onne umure--de lo primero stato. --Unquanco Galieno,--Avicenna, Ipocrate non sapper lo conveno--de mei enfermetate; tutte enseme iongono--e sòmmese adirate; sento tal tempestate--che non vorría esser nato. --Lièvate, maledetto,--ché non poi piú morare; ne la fronte n'è scritto--tutto el nostro peccare; quel che nascusi a letto--volevamo operare oporasse mostrare--vegente onne omo nato. --Chi è questo gran sire--rege de grande altura? sotterra vorría gire--tal me mette paura; ove porría fugire--da la sua faccia dura? terra, fa copretura!--ch'io nol veggia adirato. --Questo sí è Iesú Cristo,--lo figliolo di Dio; vedenno el volto tristo,--spiacegli el fatto mio; potemmo fare acquisto--d'aver lo regno sio; malvagio corpo e rio,--or que avem guadagnato! XVI COMO L'APPETITO DE LAUDE FA OPERARE MOLTE COSE SENZA FRUTTO --Que fai, anema predata?--Faccio mal ché so dannata. Agio mal ché infinito--omne ben sí m'è fugito; lo ciel sí m'ha sbandito--e lo 'nferno m'ha 'lbergata. --Dáime desperazione--de la mia condizione pensando la perfezione--de la vita tua ch'è stata. --Io fui donna religiosa,--settant'anni fui renchiosa; iurai a Cristo esser sposa--or so al diavolo maritata. --Qual è stata la cagione--de la tua dannazione, ché speravan le persone--che fosse canonizata? --Non vedeano el magagnato--che nel core era occultato; Dio, a cui non fo celato,--ha scoperta la falsata. Vergene me conservai,--el mio corpo macerai, ad om mai non guardai,--ché non fosse poi tentata. Non parlai piú de trent'agne--como fon le mie compagne; penetenze fece magne,--piú che non ne fui notata. Degiunar mio non esclude--pane ed acqua ed erbe crude, cinquant'anni entier compiude--degiunar non fui alentata. Cuoi de scrofe toserate,--fun de pelo atortigliate, cerchi e veste desperate--cinquant'anni cruciata. Sostenetti povertate,--freddi, caldi e nuditade; non avi l'umilitate,--però da Dio fui reprovata. Non avi devozione--né mentale orazione; tutta la mia entenzione--fo ad essere lodata. Quando udía chiamar la santa,--lo mio cor superbia enalta; or so menata a la malta--con la gente desperata. S'io vergogna avesse avuta,--non siría cusí peruta, la vergogna avería apruta--la mia mente magagnata. Forse me siría corressa,--che non sería a questa opressa; l'onoranza me tenne essa--ch'io non fosse medecata. Oimè, onor, co mal te vide--ca 'l tuo gioco me occide; begl me costa el tuo ride,--de tal prezo m'hai pagata! Se vedessi mia figura--moreri' de la paura; non porría la tua natura--sostener la mia sguardata. L'anema ch'è viziosa--orribil è sopr'onne cosa; tal dá puza estermenosa--en omne canto è macellata. O penar, non sai finire--né a fin giamai venire; sí perseveri tuo ferire--como fosse comenzata. Non fatiga el feredore,--el ferito non ne more, or te pensa el bello amore--che sta en questa vicinata. La pena è consumativa,--l'alma morta sempr'è viva e la pena non deriva--de star sempre en me adizata. --Penso ch'io sirò dannato,--nullo bene agio operato e molto male acumulato--en la mia vita passata. --Frate, non te desperare;--paradiso poi lucrare se te guarde dal furare--l'onor suo che t'ha vetata. Teme, serve e non falsare--e combatte en adurare si e' 'n bon perseverare,--proverai l'umiliata[1]. NOTE: [1] Le tre stanzie sequente erano in alcuni libri inanti le tre ultime: O lamento mio lamento,--o lamento con tormento, o lamento co m'hai tento,--de tal machia m'hai sozata! O corrotto mio corrotto,--o corrotto pien de lotto, o corrotto o' m'hai adotto,--che sia nel foco soterrata? Conscienzia mia mordace,--tuo flagello mai non tace; tolta m'hai dal cor la pace--e con Dio scandalizata. (Nota del Bonaccorsi). XVII DE FRATE RANALDO, QUALE ERA MORTO Frate Ranaldo, dove se' andato?--de quolibet sí hai disputato? Or lo me di', frate Ranaldo,--ché del tuo scotto non so saldo; se èi en gloria o en caldo--non lo m'ha Dio revelato. Honne bona conscienza--che 'l morir te fo en pazienza; confessasti tua fallenza--absoluto dal prelato. Or ecco iá la questione:--se avesti contrizione, quella ch'è vera onzione--che destegne lo peccato. Or sei ionto a la scola--ove la veritá sola iudica omne parola--e demostra omne pensato. Or sei ionto a Collestatte--do' se mostra li toi fatte; le carte son fore tratte--del mal e ben c'hai oprato. Ché non giova far sofismi--a quelli forti siloismi, né per corso né per risme--che lo vero non sia apalato. Conventato se' en Parese--a molto onor e grande spese; ora èi ionto a quelle prese--che stai en terra attumulato. Aggio paura che l'onore--non te tragesse de core a tenerte lo menore--fratecello desprezato. Dubito de la recolta--che dal debito non sia sciolta, se non pagasti ben la colta--che 'l Signor t'ha comandato. XVIII COMO L'OMO È ACECATO DAL MONDO Omo, tu se' engannato,--ché questo mondo t'ha cecato. Cecato t'ha questo mondo--coi delette e col sogiorno e col vestimento adorno--e con essere laudato. Li deletti c'hai avuti,--mo que n'hai? sonsene giuti; en vanetá sí t'hai perduti--e fatto ci hai molto peccato. Ed unqua non vol pentire--finché vieni a lo morire; da che sai non puoi guarire,--dice pro 'l prete sia mandato. Lo prete dice:--Figlio mio,--como sta lo fatto tio?-- e tu dice:--Sere, ch'io--so de mal molto gravato.-- Sí t'affligon li figlioli--ché gli lassi po' te soli; piú de lor che de te doli,--ché 'l fatto lor lassi embrigato. Quel dolor t'afflige tanto,--quando i figli piangon en alto, che 'l fatto tuo lassi da canto--de render el mal aquistato. Poi che veni a lo morire,--li parenti fon venire; non ti lassan ben uscire,--fuor de casa t'on gettato. Fin a santo von gridanno--e dicendo:--Or ecco danno!-- Torna a casa, briga entanno--che 'l manecar sia 'parechiato. Poi che s'onno satollati,--del tuo fatto s'on scordati; dei denar c'hai guadagnati--non hai teco alcun portato. O tapino, a cui aduni?--ad arriccar li toi garzuni? da ch'èi morto, i gran boccuni--se fon del tuo guadagnato. XIX DE L'OMO CHE NON SATISFECE IN VITA SUA DEL MAL ACQUISTATO --Figli, nepoti e frati,--rendete el maltolletto lo quale io ve lassai. Voi lo prometteste a lo patrino--de renderlo tutto e non [venir mino; ancor non me dest per l'alma un ferlino--de tanta moneta quant'io [guadagnai. --Se 'l te promettemmo or non te 'l sapevi?--ben eri sagio che tu [lo credevi! se tu nel tuo fatto non provedevi,--attèndeti a noi che 'l farimo [crai! --Io vi lassai el molto valore;--pochi presenti da voi ebbe [ancore; quando ce penso ho gran descionore,--ché m'ho abandonato quel che [piú amai. --Se tu n'amasti, devevi vedere--a quegno porto devive venire; de quel ch'aquistasti volem gaudere--e non è verun che curi en tuo [guai. --Io ve lassai le botte col vino,--lassavi li panni de lana e de [lino; posto m'avete nel canto mancino--de tanta guadagna quant'io [congregai. --Se tu congregasti tanta guadagna,--de darte covelle a noi non ne [caglia; ággete pace, se pate travaglia;--facesti tal fatti, captivo ne vai. --Io amesurai a sostenere--la terra la vigna per far lo podere; or non potete niente volere--darme una fetta de quel ch'aquistai. --Se tu fuste crudo ad esser tenace,--de darte chevelle a noi non [ne piace; stanne securo e fanne carace!--de le tue pene non ne curam mai. --Io v'alevai con molto sudore--e poi me dicete tal descionore! Penso che voi verrite a quel ore--che provarite che son li mei guai. XX DEL SCELERATO PECCATORE PENITENTE O me lasso, dolente--ca lo tempo passato male l'ho usato--en ver' lo Creatore. Tutto lo mio delettare,--da poi che m'allevai, fo del mondo amare;--de l'altro non pensai; or me conven lassare--quel che piú delettai ed aver pena assai--e tormento e dolore. Lo mangiare e lo bere--è stato el mio deletto, e posare e gaudere--e dormire a lo letto; non credeva potere--aver nullo defetto; or so morto e decepto,--ch'agio offeso al Signore. Quand'altri gi' al predecare--o a udir messa ad santo, ed io me gía a satollare--e non guardava quanto; poi me rendea a cantare;--or me retorna en pianto; quello fo lo mal canto--per me en tutto peggiore. Quando alcun mio parente--o amico deritto me reprendea niente--o de fatto o de ditto, respondeali mantenente,--tanto era maleditto: --Morto en terra te mitto--se ne fai piú sentore.-- Quando en assembiamento--bella donna vedía, faceagli sguardamento--e cenni per mastría; se non gli era en talento,--vantando me ne gía; da me non remanía--che non avesse descionore. Per la mala ricchezza--ch'a sto mondo agio avuta, so visso en tanta alteza,--l'alma n'agio perduta; la mala soperchianza,--com'è da me partuta, siramme meretuta--de foco e d'encendore. La vita non me basta--a farne penetenza, ché la morte m'adasta--a darne la sentenza; se tu, Vergene casta,--non acatte indulgenza, l'anema en perdenza--girá senza tenore. Regina encoronata,--mamma del dolce figlio, tu se' nostra advocata;--veramente assimiglio per le nostre peccata--che non giamo en esiglio; manda lo tuo consiglio,--donna de gran valore. XXI DE QUELLO CHE DOMANDA PERDONANZA DA POI LA MORTE --O Cristo pietoso,--perdona el mio peccato, ch'a quella son menato--che non posso piú mucciare. Giá non posso piú mucciare--ché la morte m'ha 'battuto; tolto m'ha el solazzare--desto mondo ove son suto; non ho potuto altro fare,--son denante a te venuto; èlme oporto el tuo aiuto--ché 'l Nemico volme accusare. --Non è tempo aver pietanza--po' la morte del peccato; fatta te fo recordanza--che tu fusse confessato; non voleste aver leanza--en quel che te fo comandato, la iustizia ha 'l principato--che te vole esaminare. Lo Nemico sí ce vene--a questa entenzagione: --O Signor, pregote bene--che m'entende a ragione; che a questo omo s'avene--ch'io lo mene en pregione, s'io provo la cagione--co el se de' condennare.-- El Signor che è statera--responde a questo ditto: --La prova, se ella è vera,--entenderolla a distritto; ché onne bono omo spera--ch'io sia verace e dritto; se hai il suo fatto scritto--or ne di' ciò che te pare. --Signore, tu l'hai creato--come fo tuo piacemento; de grazie l'hai ornato,--désteli descernemento; nulla cosa ha osservato--de lo tuo comandamento; a cui fece el servemento--lo ne deve meritare. Ché molto ben sapea--quando tollea l'usura, al povero sí daéa--molto manca mesura; ma ne la corte mea--li farò tal pagatura, ch'el non sentí ancura--de que i farò asagiare. Quando altri li dicía:--Pènsate del finire!-- e quel se ne ridía,--che non credea morire; cortese so a casa mia,--farollo ben servire; poi ch'a mi volse venire,--non lo sappi arnunzare. Se vedea assembiamento--de donne e de donzelli, andava con stromento--con soi canti novelli; facea acquistamento--per lui de tapinelli; en mia corte ho fancelli--che gl'insegnaran cantare. Se dico tutta storia,--mo è rencrescemento; ché pur de vanagloria--saría grande strumento; perché glie torne a memoria--fatto n'ho toccamento; senza pagar argento--la carta ne fei trare. Facciane testificanza--l'angelo so guardiano, se ho detto in ciò fallanza--verso quest'om mondano; credome en sua leanza,--ché 'l mentir non gli è sano; pregote, Dio sovrano,--che me degi ragion fare.-- L'angel viene encontenente--a fare testificanza: --Sappi, Signor, veramente--ch'egli ha detto la certanza; detto ha quasi niente--de la sua nequitanza; tenuto m'ha en vilanza--mentre lo stei a guardare. --Respondi, o malvagione--se hai nulla scusanza; far ne voglio ragione--de que è fatta provanza; non avesti cagione--de far tal soperchianza; far ne voglio vegnanza,--nol pos piú comportare. --De ciò che m'è provato--nulla scusanza n'agio, pregote, Dio beato,--che m'aiuti al passagio; che m'ha sí empaurato--menacciato del viagio, sí è scuro suo visagio--che me fa angustiare. --Longo tempo t'ho aspettato--che te dovessi pentire; con ragion sei condannato--che te déi da me partire; del mio viso sei privato--che mai nol porrai vedere, fate gli aversere venire--che 'l degian acompagnare. --O Signor, co me departo--da la tua visione! co so adunati ratto--che me menino in pregione! poi che da te me parto,--damme la benedizione famme consolazione--en questo mio trapassare! --Ed io sí te maledico,--d'ogne ben si' tu privato! vanne, peccator inico,--che tanto m'hai desprezato! se me fusse stato amico,--non saríe cosí menato; a lo 'nferno se' dannato--eternalmente ad estare.-- El Nemico fa adunare--mille de soi con forconi, e mille altri ne fa stare--che pagono co dragoni; ciascun lo briga d'apicciare--e cantar le lor canzone; dicon:--Questo en cor te poni,--ch'è t'opo con noi morare.-- Con grandissima catena--strettamente l'on legato, a lo 'nferno con gran pena--duramente l'on menato; poi gridan quelli con l'oncina:--Èsciti fore,--al condennato. Tutto el popol s'è adunato--e nel foco el fon gettare. XXII DE LA VITA DE L'OMO REDUTTA A LA VECHIEZA Audite una entenzone--ch'era fra doi persone vecchi e descaduti--ca, dopo eran perduti, l'uno era censalito--l'altro era ben vestito. Lo censalito piangea--d'uno figlio ch'avea impio e crudele--piú amaro che fele: --Vedi, o compar mio,--del mio figlio iudío! vedi co m'ha dobato--de lo mio guadagnato! la sua lengua tagliente--piú che spada pognente tutto me fa tremare--quando 'l vegio arentrare; non fina gir gridando--e de girme stravando: --O vecchio desensato,--demonio encarnato, non te poi mai morire--ch'io te possa carire.-- Aio una nuora santa--de paradiso pianta, certo io saría morto--non fosse el suo conforto; tutto me va lavando--e scegliendo e nettando; sí la benedica Dio--com'ell'è reposo mio! --Compar, co m'hai ferito--d'esto c'hai referito d'esta tua santa nura!--ché n'aio una sí dura! se tu oderai contare--quel che me fa portare, terraite ben contento--de lo tuo encrescemento. Aio una nuora astuta--con la lengua forcuta, con una voce enquina--che non ci arman vicina che non oda 'l gridato--del suo morganato; l'acqua, lo vento posa:--la lengua niquitosa non può mai posare--de starme a 'niuriare con parole cocente--che me fendon la mente; meglio siría la morte--che la pena sí forte! Agio un figlio ordenato--che Dio l'ha fabrecato; con meco paziente,--la sua lengua è piacente; a la moglie ha ferito--per quel che n'ha sentito; ma nulla cosa giova--tanto è de dura prova. --Compar, lo contamento--c'hai fatto en parlamento, mitigame el dolore--ch'aio portato en core; teneame lo piú afflitto--nel mondo derelitto, e cento piú hai peio,--c'hai mal senza remeio, ché passa onne malizia--ria femena en nequizia; non t'encresca contare,--ché me puoi resanare, le parole dogliose--piú che venenose che questa tua nuora dice,--che Dio la maledice! --Compar, puoi recordare,--sí como a me pare, donzello en bel servire--ed ornato cavaliere, bello e costumato;--or so cusí avilato da una mercenaia--figlia de tavernaia; con la lengua demostra--che m'ha vinto de giostra; fatto ha cantuzio--de lo mio repuzio: --O casa tribulata,--che Dio l'ha 'bandonata! lo vecchio desensato--en te si è anidato; strovele, obprobrioso,--brutto, puteglioso, con gli occhi reguardosi,--rosci e caccolosi, palpetra reversate,--paiono ensanguenate; lo naso sempre cola--como acqua de mola; como porci sannati--gli denti son scalzati; con quelle rosce gengíe,--che paiono pur sanguíe, chi rider lo vedesse--a pena che non moresse con quello guardo orribile--e la faccia terribile; ma pur lo gran fetore--che de la bocca esce fore, la puza stermenata--la terra n'è 'nfermata; la sarocchiosa tossa,--chi lo vede contossa; con lo sputo fetente--che conturba la gente; ròina secca serrata--che pare encotecata; como lo can c'ha 'l raspo,--le man mena co naspo; lo vecchio delombato--como arco piegato,-- e molte altre parole--che 'l mio cor dir non vole. --Compar, molto mi doglio--pensando el tuo cordoglio; como 'l poi soffrire--tanta vergogna udire? maraviglia è che 'l core--non t'è crepato fore. --Compar, non te dolire--che è 'l mal se de' punire; commise lo peccato,--ben è ch'io sia pagato; ch'abbi tanta allegreza--de la stolta belleza; ma non è maraveglia--s'io turbo mia fameglia; maraviglia m'ho fatto,--pensando d'esto tratto, co cane scortecato--non me gett'al fossato vedendome sí orribele,--puzulente e spiacevele. O gente che amate--en belleza delettate, venite a contemplare,--ché ve porrá giovare! mirate en questo specchio--de me desfatto vechio; fui sí formoso e bello,--né citade né castello chivel non ci armanea--ch'a me veder traea; or so cosí desfatto--en tutto scontrafatto, onomo ha gran paura--vedendo mia figura; vedete la belleza--che non ha stabeleza: la mane el fior è nato,--la sera el vei seccato. O mondo enmondo,--che d'ogne ben m'hai mondo; o mondo fallace--ad om ch'en te ha pace; o mondo barattiere,--bè glie costa el taoliere; lo tempo m'hai sotratto,--nullo servasti patto; col tuo mostrar de riso--perdut'ho 'l paradiso. Signor, misericordia!--fa' meco tua concordia! famme la perdonanza--de mia grave offensanza! rendome pentuto--ché non fui aveduto; per lo mondo aversire,--lassai lo tuo servire; or lo vorría fare,--non me posso aiutare; de la vergogna m'ardo--che m'avidi sí tardo. XXIII DE LA VILTÁ DE L'OMO Omo, méttete a pensare--onde te vien el gloriare. Omo, pensa de que semo--e de que fommo ed a que gimo; ed in que retornerimo--ora mettete a cuitare. D'uman seme se' concetto,--putulente sta subietto; se ben te vedi nel diretto,--non hai donde t'esaltare. De vil cosa se' formato--ed en pianto foste nato, en miseria conversato--ed en cenner déi tornare. Veniste a noi co pelegrino,--nudo, povero e tapino; menato en questo camino,--pianto fo el primo cantare. Menato en questo paese--non recasti da far spese; ma 'l Signor te fo cortese,--che il suo ben vòlsete prestare. Or te pensa el fatto tio:--se 'l Signor arvole el sio, non t'armar altro che 'l rio,--non hai donde t'alegrare. Gloria hai del vestimento--che t'aconce al tuo talento; ed hai pieno el cor de vento--per «meser» farte chiamare. Se la pieco arvol la lana--e lo fiore arvol la grana, lo tuo pensier è cosa vana--onde superbia vòi menare. Aguarda a l'arbore, o omo,--quanto fa suave pomo odorifero, e como--è saporoso nel gustare. De la vite que ne nasce?--l'uva bella ch'omo pasce; poco maturar la lasce,--nascene el vino per potare. Omo, pensa que tu mene--pedochi assai con lendinine, e le pulce son meschine--che non te lassan veniare. Se hai gloria d'avere,--attende un poco e mo 'l pòi scere que ne pòi d'esto podere--nella fin teco portare. XXIV COMO LA VITA DE L'OMO È PENOSA O vita penosa, continua battaglia, con quanta travaglia--la vita è menata! Mentre sí stette en ventre a mia mate, presi l'arrate--a deverme morire; como ce stette en quelle contrate chiuse, serrate,--nol so reverire; venni a l'uscire--con molto dolore e molto tristore--en mia comitata. Venni renchiuso en un saccarello e quel fo el mantello--co venni adobato: operto lo sacco, co stava chello assai miserello--e tutto bruttato, da me è comenzato--uno novo pianto; esto 'l primo canto--en questa mia entrata. Venne cordoglio a quella gente che stava presente;--sí me pigliâro; mia mate stava assai malamente del parto del ventre--che fo molto amaro. Sí me lavâro--e dierme panceglie, coprireme quigli--con nova fasciata. Oimè dolente, a que so venuto, ché senza aiuto--non posso scampare! A chi me serve sí do el mal tributo, com'è convenuto--a tale operare; sempre a bruttare--me e mie veste e queste meneste--donai en alevata. Se mamma arvenisse che racontasse le pene che trasse--en mio nutrire! la notte ha bisogno che si rizasse e me lattasse--con frigo suffrire staendo a servire;--ed io pur plangea; anvito non avea--de mia lamentata. Ella, pensando ch'io male avesse, che non me moresse--tutta tremava; era besogno che lume accendesse e me scopresse,--e poi me mirava e non trovava--nulla sembianza de mia lamentanza--perché fosse stata. O mamma mia, ecco le scorte che en una notte--hai guadagnato! portar nove mesi ventrata sí forte con molte bistorte--e gran dolorato, parto penato--e pena en nutrire; el meritire--male n'èi pagata. Poi venne el tempo mio pate è mosto, a leger m'ha posto--ch'emprenda scrittura; se non emprenda quel ch'era emposto, davame 'l costo--de gran battetura; con quanta paura--loco ce stetti, sirían longhi detti--a farne contata. Vedea li garzoni girse iocando, ed io lamentando--che non podea fare; se non gía a la scola, gíame frustando e svincigliando--con mio lamentare; stava a pensare--mio pate moresse, ch'io piú non staesse--a questa brigata. Tante le meschie ch'io entanno facea, ca pigliaría--le molte entestate; non ne gía a Lucca che cagno n'avea; capigli daea--e tollea guanciate; e spesse fiate--era strascinato e calpistato--com'uva entinata. Passato el tempo, empresi a giocare, con gente usare--e far grande spese; mio pate stava a dolorare e non pagare--le mie male emprese; le spese commesse--stregnéme a furare, lo biado sprecare--en mala menata. Poi che fui preso a far cortesía, la malsanía--sí non è pegiore; l'auro e l'argento che è en Suría non empiería--la briga d'onore: moriva a dolore--che non potea fare; el vergognare--non gía en fallata. Non ce bastava niente el podere a recoprire--le brighe presente; asti e paraggi, calzare e vestire, mangiare e bere--e star fra la gente; render presente--parente ed amice fuor tal radice--che l'arca on voitata. Se era constretto a far vendecanza per soperchianza--ch'avesse patuta, pagar lo bando non era en usanza e la briganza--non c'era partuta; la mente smarruta--crepava a dolore, che 'l descionore--non era vengnata. Se l'avea fatta, gíamene armato, empaurato--del doppio aravere; e stavamo en casa empregionato e paventato--nel gire e venire; chi el porría dire--quant'è la pena che l'odio mena--per ria comenzata! Volea moglie bella che fosse sana e non fosse vana--per mio piacere; con grande dota, gentile e piana, de gente non strana--con lengua a garrire; compíto desire--non è sotto 'l cielo e l'om como scelo--che qui l'ha cercata. Se non avea figli, era dolente, ché 'l mio a mia gente--volea lassare; avendo figli, non gli ho sí piacente che la mia mente--ne sia en consolare; or ecco lo stare--c'ha l'om en sto mondo, d'omne ben mondo--per gente acecata. Recolto el biado e vendegnato, arò semenato--per tempo futuro; mai non se compie questo mercato, sí continuato--conti en questo muro; lo tempo a Dio furo--ed hogli sotratto e rotto gli è 'l patto--de sua comandata. Battaglia continua del manecare, pranzo, cenare--e mai non ha posa; se non è aparechiato co a me pare, scandalizare--sí fa la sua osa; o vita penosa--ove m'hai menato cusí tribulato--continua giornata! Mai non se giogne la gola mia brutta; sapor de condutta--sí vol per usanza, viva exquisita e nuove frutta, e questa lutta--non ha mai finanza; o tribulanza,--ov'è 'l tuo finare, la ponga voitare--e l'anema en pecata! La pena grande che è de le freve, che non vengon leve,--ma molto penose, e non se parton per leger de breve; li medici greve--pagarse de cose, siroppi de rose--ed altri vaseglie; denar piú che griglie--ce vono a la fiata. A quanti mali è l'om sottoposto, non porría om tosto--per risme contare; glie medici el sanno, che contano el costo, che scrivon lo 'ncostro--e fonse pagare; abreviare--sí n'opo esto fatto che compiam ratto--la nostra dittata. Ecco lo verno che viene piovuso, diventa lotuso--e rio gir d'entorno; venti, freddura e neve per uso a l'omo è noioso--per far suo sogiorno; non è nel monno--tempo che piaccia e questa traccia--non è mai finita. Ecco la state che vien con gran calde, angustie grande--con vita penosa: de giorno le mosche d'entorno spavalde, mordendone valde,--che non ne don posa; passa sta cosa--ed entra la notte: le pulce son scorte--a dar lor beccata. Stanco lo giorno gíame a letto, pensava l'affetto--nel letto posare; ecco i pensieri, lá ov'era retto, aveanme constretto--a non dormentare; or al pensare,--volvendome entorno, tollendome el sonno,--per molte fiata. Fatto lo giorno, ed io arcomenzava; qual piú m'encalzava,--quella prendea; non venía fatta como pensava, adolorava--che nolla compía; el dí se ne gía--ed ecco la notte a darme le scorte--com'el'era usata. Compíta l'una, ed eccote l'altra; e questa falta--non pote fugire; molte embrigate enseme m'ensalta, pegio che malta--è 'l mio sufferire; o falso desire, ed o' m'hai menato, ché sí tribulato--passo mia stata? Cusí tribulato vengo a vecchieza, perdo belleza--ed omne potere; devento brutto, perdendo netteza, grande splaceza--dá el mio vedere, ed opo m'è gire--per forza a la morte a prender le scorte--che dá en sua pagata. O vita fallace do' m'hai menato e co m'hai pagato--che t'aio servito? Haime condutto ch'io sia sotterrato e manecato--dai vermi a menuto; or ecco el tributo--che dái en tuo servire e non pò fallire--a gente ch'è nata. O omo, or te pensa che è altra vita, la qual è enfinita--do' n'opo andare; e socce doi lochi lá 'v'è nostra gita: l'una compíta--de pien delettare, l'altra en penare--piena de dolore, o' so gli peccatore--con l'anema dannata. Se qui non lasse l'amor del peccato, serai sotterrato--en quel foco ardente; se qui tu lassi e senne mendato, serai translato--con la santa gente; ergo presente--facciam correttura, ché en affrantura--non sia nostra andata. XXV DE LA CONTEMPLAZIONE DE LA MORTE ED INCINERAZIONE CONTRA LA SUPERBIA Quando t'alegri, omo de altura, va', pone mente a la sepultura. E loco poni lo tuo contemplare, e pensa bene che tu de' tornare en quella forma, che tu vedi stare l'omo che iace ne la fossa scura. --Or me responde tu, omo sepelito, che cusí ratto de sto mondo e' scito! o' so i bei panni de que eri vestito, ch'ornato te veggio de molta bruttura? --O frate mio, non me rampognare, ché lo fatto mio a te può iovare; poi che i parente me fiero spogliare, de vil cilicio me dier copretura. --Or ov'è 'l capo cusí pettenato? con cui t'aragnasti che 'l t'ha sí pelato? fo acqua bullita che t'ha sí calvato? non te c'è oporto piú spicciatura. --Questo mio capo ch'avi sí biondo, cadut'è la carne e la danza d'entorno; nol me pensava quand'era nel monno ca entanno a rota facea portatura. --Or ove son gli occhi cusí depurati? fuor del lor loco sono gettati; credo che i vermi glie son manecati; del tuo regoglio non áver paura. --Perduto m'ho gli occhi con que gía peccanno, guardando a la gente, con essi accennanno; oimè dolente, or so nel malanno, ché 'l corpo è vorato e l'alma en ardura. --Or ov'è 'l naso ch'avevi per odorare? quegna enfermetate el n'ha fatto cascare? non t'èi potuto dai vermi aiutare, molto è abassata sta tua grossura. --Questo mio naso, ch'avea per odore, caduto se n'è con molto fetore; nol me pensava quand'era en amore del mondo falso pieno de vanura. --Or ov'è la lengua tanto tagliente? apre la bocca: non hai niente; fone troncata o forsa fo el dente che te n'ha fatta cotal rodetura? --Perdut'ho la lengua con la qual parlava, e molta discordia con essa ordenava; nol me pensava quand'io mangiava lo cibo e lo poto ultra misura. --Or chiude le labra per li denti coprire; par, chi te vede, che 'l vogli schirnire; paura me mette pur del vedire, caggionte i denti senza trattura. --Co chiudo le labra ché unqua non l'agio? poco pensava de questo passagio; oimè dolente, e come faragio quand'io e l'alma starimo en ardura? --Or o' son glie braccia con tanta forteza menacciando la gente, mostrando prodeza? ráspate 'l capo, se t'è ageveleza! scrulla la danza e fa portadura! --La mia portadura giace ne sta fossa; cadut'è la carne, remaste so gli ossa; ed omne gloria da me s'è remossa e d'omne miseria en me è empietura. --Or lèvate en piedi, ché molto èi iaciuto; acónciate l'arme e tolli lo scuto; en tanta viltate me par ch'èi venuto, non comportar piú questa afrantura. --Or co so adagiato de levarme em piede? forsa chi 'l t'ode dir, mo lo se crede; molto è pazo chi non provede en la sua vita la sua finitura. --Or chiama li parenti che te venga aiutare e guarden dai vermi che te sto a devorare; ma fuor piú vivacce a venirte a spogliare, partierse el poder e la sua mantatura. --No i posso chiamare, ché so encamato; ma fálli venire a veder mio mercato! che me veggia giacer colui ch'è adagiato a comparar terra e far gran chiusura.-- Or me contempla, o omo mondano, mentre èi nel mondo, non esser pur vano; pènsate, folle, che a mano a mano tu serai messo en grande strettura. XXVI COMO CRISTO SE LAMENTA DELL'OMO PECCATORE Omo, de te me lamento--che me vai pur fugendo ed io te voglio salvare. Omo, per te salvare--e per menarte a la via, carne sí volse pigliare--de la Vergene Maria; ma non me ce val cortesia,--tant'è la sconoscenza che ver' de me vol mostrare. Se io te fosse signore--crudele e molto villano, avería tua scusa valore--che me fugisse de mano; ma sempre vol esser ensano,--ché 'l ben che io t'ho fatto non vole meditare. Le creature ho create--che te degiano servire; e como sono ordenate--elle fon loro devere; haine recevuto el piacere,--e de me che l'ho create non te voli recordare. Como om ch'ama lo figlio--e quel è mal enviato, menacciagli e dá consiglio--che da mal sia mendato, de lo 'nferno t'ho menacciato,--e gloria t'ho empromessa se a me te voi tornare. Figlio, non gir pur fugenno!--tanto t'ho gito encalzanno, che darte voglio el mio renno--e trarte fuor d'onne danno, e vogliote remetter el banno--nel quale sei caduto, ché non hai donde el pagare. Non gire piú fugendo,--o dulcissimo frate! ché tanto t'ho gito cheendo--che me ce manda el mio pate; retorna en caritate,--ché tutta la corte t'aspetta che con noi te degi alegrare. El mio pate sí m'ha mandato--ch'io a la sua corte t'armine; e co stai sí endurato--ch'a tanto amor non t'encline? frate, or pone omai fine--a questa tua sconoscenza, ché tanto m'hai fatto penare! Fatt'ho per te el pelegrinagio--molto crudele ed amaro; e vei le man quegne l'agio,--como te comparai caro! frate, non m'esser sí avaro,--ca molto caro me costi per volerte ariccare. Aguarda a lo mio lato--co per te me fo afflitto! de lancia me fo lanciato,--el ferro al cor me fo ritto; en esso sí t'agio scritto,--ché te ce scrisse l'amore, che non me devesse scordare. A la carne enganar te lasse--perché de me te degi partire, per un piacer t'abasse,--non pensi a que déi venire; figlio, non pur fugire,--ché caderai en mala via, se da me departi l'andare. El mondo si mostra piacente--per darte a veder che sia bono; ma non dice com'è niente--e come te tolle gran dono; vedendo ch'io te corono--e ponote en sí grande stato, se meco te voli acostare. Le demonia te von pur guatanno--per farte cader en peccato; del ciel te cacciâro con gran danno--ed onte feruto e spogliato; e non voglion ch'arsalghi al stato--lo qual iustamente hai perduto; nante te von per engannare. Cotanti nemici hai dentorno,--o misero, e non te n'adai; ch'hai la carne, el diavolo, el monno,--e contrastar non li porrai; e non te porrai aiutare;--se meco non t'armi ed aiuti, che non te possano sottrare. Se tu signor trovassi--per te che fusse megliore, scusa averíe che mostrassi,--ed io non avería tal dolore; ma lasse me per un traditore--lo qual te mena a lo 'nferno, che te ce vol tormentare. Fuggi da la man pietosa--e vai verso la man de vendetta; molto será dolorosa--quella sentenza stretta, ché la daraio sí dretta--de tutto el mal c'hai fatto, e non la porrai revocare. Mal volentier te condanno,--tant'è l'amor ch'io te porto! ma sempre vai pegioranno--e non me ce val conforto, daragiote omai el botto--da ch'altro non me ce iova; ca sempre me voi contrastare. XXVII COMO L'ANIMA DOMANDA AIUTO CONTRA LA BATTAGLIA DE LI SENSI CORPORALI Amor diletto,--Cristo beato, de me desolato--agge pietanza. Agge piatanza--de me peccatore, che so stato en errore--longo tempo passato; a gran deritto--ne vo a l'ardore, ca te, Signore,--sí ho abandonato per lo mondo tapino,--lo qual m'è venino, e dato m'ha en pino--de pena abundanza. Abundame dentro--la grande pena, la qual me mena--l'amor del peccato; l'alma dolente--a peccar s'enchina; dev'esser serina,--or ha 'l volto scurato; perché a lei non luce--la chiara luce la quale adduce--la tua diritanza. Ma s'io me voglio--ad te dirizare e non peccare,--credo per certo che da te luce--verrá speregiare ch'allumenare--farrá lo mio petto; ma so acecato--en un fondo scurato nel qual m'ha menato--la mia cattivanza. La mia cattivanza--l'alma ha menata lá 'v'è predata--da tre nemici; e lo piú forte--la tene abracciata ed encatenata--e mostranse amici; dánno ferite--nascoste e coprite, le qual voi vedite--che me metton en erranza. Crudelemente--m'hanno ferita ed eschirnita--ed espogliata; la mia potenza--veggio perita perch'è 'nfragidita;--la piaga endurata or briga tagliare--e poi medecare; porraio sperare--che so en liberanza. Ora m'aiuta--me liberare, ch'io possa campare--dal falso Nemico; fasse da lunga--a balestrare ed assegnare--al cor ch'è pudico; la man che me fere--non posso vedere; tal cose patere--me dánno gravanza. Gravame forte--lo balestrire lo qual vol ferire--a l'alma polita; fatto ha balestro--del mondo aversire lo qual en bellire--me mostra sua vita; per gli occhi me mette--al core sagette, l'orecchie so aperte,--me recan turbanza. Turbame 'l naso--che vol odorato, la bocca assagiato--per dar conforto; e lo pegiore--che per me sia stato, lo qual m'ha guidato--ad uno mal porto, se be' gliei do mangiare,--me fa calciare, de l'amesurare--sí fa lamentanza. Lamentase el tatto--e dice:--Eo so oso d'aver reposo--en mio delettare; or lo m'hai tolto,--sarò rampognoso e corroccioso--en mio vivitare; s'allento lo frino--al corpo tapino, so preso a l'oncino--de la tristanza. XXVIII DE LA IMPAZIENZIA CHE FA TUTTI LI BENI PERDERE Assai me sforzo a guadagnare--se 'l sapesse conservare. Relioso sí so stato,--longo tempo ho procacciato; ed aiolo sí conservato,--che nulla ne pos mostrare. Stato so en lezione,--esforzato en orazione, mal soffrir a la stagione--ed al pover satisfare. Stato so en obedenza,--povertate e sofferenza; castetate abbe en placenza--secondo 'l pover mio afare. E molta fame sostenía,--freddo e caldo soffería; peregrino e longa via--assai m'è paruto andare. Assai me lievo a matutino--ad officio divino, terza e nona e vespertino--po' compieta sto a veghiare. E vil cosa me sia ditta,--al cor passa la saitta; e la lengua mia sta ritta--ad voler fuoco gettare. Or vedete el guadagnato,--co so ricco ed adagiato! ch'un parlar m'ha sí turbato--ch'a pena posso perdonare. XXIX DE LA IPOCRISIA Molto me so delongato--de la via che i santi on calcato. Delongato me so da la via--e storto me so en ipocrisía; e mostro a la gente che sia--lo spirito illuminato. Illuminato me mostro de fore--ch'aia umilitate nel core; ma se l'omo non me fa grande onore,--encontenente me so corrocciato. Corocciato me so per usanza--qual om en mio onore ha mancanza; ma quel che ci ha fede e speranza,--con lui me so delettato. Delettato me so en mostra fare,--perché altri me deia laudare; odendo 'l mio fatto blasmare,--da tal compagnía so mucciato. El mucciare aio fatto ad engegno,--perché altri me tenga de [meglio; ma molto m'apiccio e destregno--ché paia ch'el mondo ho lassato. Lassato sí l'ho nel vestire,--de pieco me voglio coprire; ma dentro so, al mio parire,--lupo crudele ed affamato. Affamato sí so en mostra fare--perché altri me deia laudare; odendo l'altrui fatto pregiare,--corrocciome se è com'io laudato. Laudato l'altrui fatto, m'endegno,--e dal canto de for sí [m'enfegno che me piaccia; ma poi docce un segno--che non è cusí pulicato. Pulicato me mostro a la gente,--per le case me metto pezente; ma molto me parto dolente--se del suo guidardon non m'è dato. Guidardone adimando per Dio,--acconciando ce vo el ditto mio; ma molto me par che sia rio--colui che me dá comiato. Comiatato sí mostro l'anvito--che so scalzo e mal vestito; el corpo mostro afrigolito--perché del suo me sia dato. A quello che covelle me dona,--mostroglie lieta persona; ma molto m'agrondo se sona--la voce che sia allecerato. XXX DE LA IUSTIZIA E FALSITÁ Solo a Dio ne possa piacere,--non me ne curo ciò che l'umana natura ne vuol dire. Se san Iovanni Baptista revenesse--a repigliar el torto, ancora mo siría chi l'uccidesse;--ché 'l mondo è en tal porto, ca li farisei son revenuti ca pro vertute--Cristo fier morire. Li farisei eran reliosi,--ch'erano en quel ore; ne lo lor cor erano invidiosi,--pieni de rancore; mostravase che non volea onore; ma lo lor cor--era en quel desire. O falso relioso, or me respundi--che 'l cor hai enfiato; l'umile per superbia confundi--ed ha' 'l quasi affollato; e crucifigi Dio ne l'alma sia, con diciría--el fai quasi morire. Lèvite en alto e faime gran sermone--c'ho l'occhio turbato; tiemmi a schierne, ché non vedi el travone--che hai nel tuo ficcato; en prima sí procura tua ferita, ch'ell'è sí aprita,--non se pò coprire. Poi ch'hai parata assai de la Scrittura,--sí vol predicare; mostreme che la mia vita è scura,--la tua non vol cercare; e mostreme da fuor tutto 'l megliore; non t'è en amore--chi dentro vol sapere. La relion te dá una ensegna--co se fa al balío; ma quel che dal suo officio s'enfegna,--la corte el voca rio; ed una gran catena glie mette en canna che onom banna--e vengal a vedere. Ch'aggio pate sí iusto e beato,--somene ensuperbito; ma quanto da sua via so delongato,--al mondo s'è scoprito; colui che ne la neve fa sozura, la sua fattura--se vorrá bannire. L'omo che è cieco dal peccato--ed ha gente a guidare, spesse fiade la guida nel fossato--e falle tralipare; e s'egli è omo che vol predecare, lo suo parlar--emprima de' adempire Lo falso Nemico s'è engegnato--a toller povertate, el suddito sí lega col prelato--ne la sua volontate; colui che t'ha tolta la povertate, la castetate--te fará perdire. Li nostri guidator de la bataglia--sí so en tradimento; e li gonfalon de la sembiaglia--sí so en cademento; o sire Dio, aiuta la sconfitta; la gente afflitta--ed o' porrá fugire? Erance forteze smesurate--poste en grand'altura; ma l'acque del diluvio son passate--de sopra le lor mura; ed ène tolto el vigor del notare: lo santo orare--che ne potea guarire. XXXI COMO LA CURIOSA SCIENZIA E L'AMBIZIONE SONO DESTRUTTIVE DE LA PURITÁ Tale qual è, tal è;--non c'è religione. Mal vedemmo Parisci--c'hane destrutto Ascisi; con la lor lettoría--messo l'ò en mala via. Chi sente lettoría,--vada en forestaría; gli altri en refettorio--a le foglie coll'olio. Esvoglierá el lettore--servito emperatore; enfermerá el cocinere--e nol vorrá om vedere. Adunansi a capitoli--a far li molti articoli; el primo dicitore--è 'l primo rompetore. Vedete el grand'amore--che l'un a l'altro ha en core! guardal co el muletto--per dargli el calcio en petto. Se non gli dái la voce,--porratte ne la croce; porratte poi l'ensidie--che moia a Renderenie. Totto 'l dí sto a cianciare,--co le donne a beffare; se 'l fratecel gli aguata,--è mandato a la malta. Se è figlio de calzolaio--o de vile mercenaio, menerá tal grossore--co figlio d'emperadore. XXXII COMO È DA GUARDARSE DA' LUPI CHE VENGONO SOTTO VESTA DE PECORA --O anema fedele--che te voli salvare, guárdate dagli lupi--che te von per morsecare. O anema fedele--che vol salvazione, guárdate dal lupo--che vien como ladrone; mostrandotese amico,--sí viene a tua magione, facendo suo sermone,--ché te crede engannare. --Lo Signor te lo merite--ché me dái tal conseglio! parme me die aiuto--de trarme de sto empiglio; tanto m'ò assediata,--che m'ò messo en esiglio; quando bene assimiglio,--non saccio ove campare. --Lo Signor te n'amaestra--che tu degge cavere dal lupo che da fuore--co pieco vol venére; venendo a tua magione--non se lassa vedere; poi briga de mordère--e la grege dissipare. Se te volesse dire--quel ch'io agio sentito, faría maravigliare--colui che non l'ha udito; tal viene como medico--che sia bene assendito; da poi ch'è discoprito,--briga d'atossecare. Non avere temenza--de dir tuo entendemento; ché io sí mo te dico--quel che nel cor sento; poi che 'l lupo apicciase,--dá mal mordemento; poi che n'hai sentemento,--brígate de guardare. --Co me posso guardare?--tanto m'ò assediata quegli da cui degio--essere predicata, mostrandomesi agnelli,--fin che m'on securata; da lor so morsecata,--non so en cui me fidare. --Se non te voi fidare--sí fai gran sapienza; ca cui la serpe morseca,--la lucerta ha 'n temenza; le pieco aggi en dubito,--ché non hai conoscenza; perché tua conscienza--non possa travagliare. XXXIII DE L'AMORE FALSO CHE OFFENDE LE VIRTÚ Amor contrafatto,--spogliato de vertute, non può fare le salute--lá 'v'è lo vero amare. Amor si fa lascivo--senza la temperanza; nave senza nuchiero--rompe en tempestanza; cavallo senza freno--curre en precipitanza; sí fa la falsa amanza--senza vertute andare. Amor che non è forte,--mortal ha enfermetate; l'aversitá l'uccide,--pegio en prosperitate, l'ipocrite mostranze--che for, per le contrate, mostravan santetate--de canti e de saltare. Amor che non è iusto,--da Dio è reprovato; parlando va d'amore--che sia de grande stato; la lengua ha posta en cielo,--lo cor è aterrenato; vilissimo mercato--porta chi vol mostrare. Amor che non è saggio,--de prudenza vestito, non pò veder gli eccessi,--però ch'è ensanito; rompe legge e statuti--ed omne ordenato rito, dice che è salito--a nulla legge servare. O amor enfedele,--errato de la via, non repute peccato--nulla cosa che sia; va seminando errori--de pessima resía; tal falsa compagnia--onom degia mucciare. Amor senza speranza--non viene a veritate; non pò veder la luce--chi fugge claritate; co pò amar lo cielo--chi en terra ha sua amistate? non dica libertate--om senza legge stare. O caritate, vita,--ch'ogn'altro amor è morto; non vai rompendo legge;--nante, l'observe tutto; e lá 've non è legge--a legge l'hai redutto; non pò gustar lo frutto--chi fugge el tuo guidare. Omne atto si è liceto;--ma non ad onnechivigli; al preite sacrificio,--a moglie e marito figli; al potestate occidere,--al iudece consigli; a li notari libigli,--a medici el curare. Non è ad ogne om licito--d'uccidere ladrone; la potestá ha officio--dannarlo per ragione; a l'occhio non è congruo--de far degestione, né al naso parlagione--né a l'orecchie andare. Chi vive senza legge,--senza legge perisce; correndo va a lo 'nferno--chi tal via sequisce; loco sí s'accumula--omne cosa ch'encrisce; chi ensemora fallisce,--ensemora ha penare. XXXIV DE LA DIFFERENZIA INTRA EL VERO E FALSO AMORE, ED INTRA LA SCIENZIA ACQUISITA ED INFUSA O libertá, subietta--ad omne creatura, per demostrar l'altura--che regna en bonitate. Non pò aver libertate--omo ch'è vizioso, che ha perduto l'uso--de la sua gentileza; lo vizio sí lega--legame doloroso, diventa fetidoso--e perde la forteza; deforma la belleza--ch'era simile a Dio, e fasse om sí rio--che lo 'nferno ha redetate. O amor carnale,--sentina puzolente, solfato foco ardente,--rascion de om brutata; che non ha altro Dio--se non d'empir lo ventre, lussuria fetente,--malsana, reprovata; o sommersa contrata,--Sodoma e Gomorra, en tua schiera sí corra--chi prende tua amistate. O amor contrafatto--d'ipocreta natura, pien de mala ventura--e nullo porti frutto; lo ciel te perdi el mondo,--el corpo en afrantura, sempre vive en paura,--peio se' vivo che morto; o casa de corotto,--enferno comenzato, nullo si trova stato--de tanta vilitate. O amore appropriato,--bastardo, spurione, privato de rascione--dal Patre onnipotente; regno celestiale,--la reale nazione non si confá al paltone,--ché 'l suo uso è pezente; o reprovata mente,--amar cosa creata, ribalda paltonata,--piena de feditate. O amor naturale,--nutrito en scienza, simile en apparenza--a lo spirituale; descernese a la prova,--ché vien men la potenza patere omne encrescenza,--tranquillo en omne male; non ha penne né ale--che voli en tanta altura; remanse en afrantura--ne la sua enfermetate. Amore spiritale,--poi ch'è spirato en core, 'nestante spira amore--en alto trasformato; amore trasformato--è de tanto valore, che dá sé en possessore--a quello c'ha enamato; se 'l trova desformato,--vencelo per vertute; enclina sue valute--ad trattabilitate. Se altura non abassa,--non può participare e sé comunicare--a l'infimo gradone; avaro entennemento--fa lo ben deguastare e deturpa l'amare--e sconcia la magione; veggiolo per ragione;--e Dio sí 'l n'ha mostrato quando s'è umiliato--a prender umanetate. Vertute se non passa--per longa esperienza, non può aver sua valenza--a fine solidato; omo nuovo ne l'arte--a pratecar scienza, grande è la differenza--fra 'l cuito e l'operato; fo breve lo pensato--e longa operazione; perseverazione--viene a la summitate. Scienzia acquisita--assai può contemplare; non può l'affetto trare--ad essere ordenato; scienzia enfusa,--poi che n'hai a gustare, tutto te fa enfiammare--ad essere enamorato; con Dio te fa ordenato--el prossimo edificando e te vilificando--ad tenerte en veritate. Potere, senno e bontate--en uguale statera de trenetate vera--porta figuramento; potere senza senno--fa deguastar la schiera; andar senza lumiera--va en precipitamento; de un reo comenzamento--molto male ne sale, e lo pentir non vale--poi che gl' mal son scontrati. Quando la voglia passa--lo senno e lo potere, parme un ensanire--ch'è senza remeio; sua trenetate guassa--che non è nel suo unire, non gli può ben sequire--secondo co io creio; faticase el suo veio--ed entra en gran ruina, ca li mal non se fina--come l'avea pensato. Omo posto en altura--en fievele scalone, se egli è en agone--parme gran follía; rompendose la scala,--la terra è sua mascione; fassene poi cancione--de la sua gran pazía; grande è la frenesia--non metterse a vedere ad que fin degon venire--tutte suoi operate. XXXV ESORTAZIONE A L'ANIMA PROPRIA CHE, CONSIDERATA LA SUA NOBILITÁ, NON TARDI LA VIA A L'AMOR DIVINO O anima mia--creata gentile, non te far vile--enchinar tuo coragio, ch'en gran baronagio--è posto el tuo stato. Se om poveretto--gioietta te dona, la mente sta prona--a darli el tuo core; con gran disío--de lui se ragiona, con vile zona--te lega d'amore; el gran Signore--da te è pelegrino, fatt'ha 'l camino--per te molto amaro; o core avaro,--starai piú endurato? Se re de Francia--avesse figliola ed ella sola--en sua redetate, giría adornata--de bianca stola, sua fama vola--en omne contrate; s'ella en viltate--entendesse, en malsano, e désseise en mano--a sé possedere, que porría om dire--de questo trattato? Piú vile cosa--è quello c'hai fatto: darte 'ntransatto--al mondo fallente: lo corpo per servo--te fo dato atto, ha' 'l fatto matto--per te dolente; signor negligente--fa servo regnare e sé dominare--en rea signoría; hai presa via--ca questo c'è entrato. Lo tuo contato--en quinto è partito: veder, gusto, udito,--odorato e tatto; al corpo non basta--che 'l tuo vestito lo mondo ha dimplito--tutto ad ha fatto; ponam questo atto:--veder bella cosa; l'udir non ha posa,--né l'occhio pasciuto en quarto frauduto--qual vòi te sia dato. El mondo non basta--a l'occhio vedere, che possa empire--la sua smesuranza; se mille i ne mostri,--faralo enfamire, tant'è 'l sitire--de sua desianza; lor delettanza--sottratta en tormento reman lo talento--fraudato en tutto; placer rieca lutto--al cor desensato. Lo mondo non basta--a li toi vasalli; parme che falli--de dargli el tuo core; per satisfare--a li toi castalli, mori en travalli--a gran dolore; retorna al core--de que viverai: tre regni c'hai,--per tuo defetto moron negetto,--lor cibo occultato. Tu se' creata--en sí grande alteza, en gran gentileza--è tua natura; se vedi e pensi--la tua belleza, starai en forteza--servandote pura; ca creatura--nulla è creata che sia adornata--d'aver lo tuo amore; solo al Signore--s'affá el parentato. Se a lo specchio--te voli vedere, porrai sentire--la tua delicanza; en te porti forma--de Dio gran Sire; ben pòi gaudire,--c'hai sua simiglianza; o smesuranza--en breve redutta: cielo terra tutta--veder en un vascello; o vaso bello,--co mal se' trattato! Tu non hai vita--en cose create, en altre contrate--t'è opo alitare; salire a Dio--che è redetate, che tua povertate--pò satisfare; or non tardare--la via tua a l'amore; se li dái el tuo core,--datese en patto se el suo entrasatto--è 'n tuo redetato. O amor caro,--che tutto te dái ed omnia trai--en tuo possedere, grande è l'onore--che a Dio fai quando en lui stai--en tuo gentilire; che porría om dire:--Dio n'empazao, se comparao--cotal derata, ch'è sí esmesurata--en suo dominato. XXXVI COMO L'ANIMA VESTITA DE VERTÚ PASSA A LA GLORIA Anima che desideri--d'andare ad paradiso, se tu non hai bel viso,--non ce porrai albergare. Anima che desideri--de gire a la gran corte, adórnate ed accónciate--che Dio t'apra le porte; se tu non se' ornata,--non troverai le scorte, e sacci: poi la morte--non te porrai acconciare. Se vòi volto bellissimo,--aggi fede formata; la fede fa a l'anima--la faccia delicata, la fede senza l'opera--è morta reputata; fede viva, operata--aggi, se vòli andare. La statura formosa--faratte la speranza; ella a Dio conducete--che 'l sa far per usanza; en ella corte è cognita--per longa costumanza, la sua vera certanza--non te porrá fallare. De caritate adórnate,--ch'ella te dá la vita, e do' ale compónete--per fare esta salita; l'amor de Dio e 'l prossimo--che è vita compíta, non ne serai schernita--se vai con tale amare. De prudenzia adórnate,--anima, se vol salire; ch'ella ha magisterio--ad saperte endrudire d'andar composta e savia,--co se déi convenire a sposa che déi gire--en gran corte ad estare. Se tu nuda gíssece,--siri' morta e confusa; la iustizia vèstete--la sua veste gioiosa, de margarite adórnate--che d'aconciare è osa; órnate como sposa--che se va a maritare. Anima, tu se' debile--per far sí gran salita; de fortetuden ármate--contra l'aversa ardita, non te metta paura--questa vita finita, ché ne guadagni vita--che non può mai finare. De temperanza acónciate--per compir tuo viagio, ella è magestra medeca--per sanar lo coragio; en prosperitate umile,--che 'l sa far per usagio, che facci esto passagio--co se convien de fare. Alma, po' che se' ornata,--vestita de virtute, sacci che da longa--le porte te so aprute e molto grandi eserciti--scontra te so venute e riècante salute--che te s'on da pigliare. Poi che fedelitate--en te è resplendente, gli patri santi envítanti--che si' de la lor gente: --Ben venga nostra cognita,--amica e parente, dégiate esser placente--con noi de demorare.-- Puoi che de speranza--tu hai sí bello ornato, gli profeti envítanti--che si' de loro stato: --Vien' con noi, bellissima,--al nostro gloriato, che è sí smesurato--noi te porram contare.-- Puoi che de caritate--tu porti el vestimento, gli apostoli t'envitano--che si' de lor convento: --Vien' con noi, bellissima,--gusta 'l delettamento, ca lo suo piacemento--non se può 'maginare.-- Puoi che de prudenza--tu porti l'ornatura, gli dottori t'envitano--che porti lor figura: --Una avemo regola,--una è la pagatura, la nostra envitatura--non se de' renunzare.-- Puoi che vai ornata,--anima, de forteza, gli martiri t'envitano--a lor piacevoleza: --Vien' con noi a vedere--la divina belleza che te dará alegreza--qual non se può stimare.-- Puoi che se' ornata,--alma, de temperanza, gli confessori e vergene--te fon grande envitanza: --Vien' con noi, bellissima,--ad nostra congreganza e gusta l'abondanza--del nostro gaudiare.-- Puoi che de iustizia--porti gli suoi ornate, gli prelati envítanti--a lor societate: --Vien' con noi, bellissima,--a la gran dignitate, veder la maiestate--che ne degnò salvare.-- Alma, se tu pensi--nel gaudio beato, non te serrá graveza--guardarte da peccato; osserverai la legge--che Dio t'ha comandato, serai remunerato--con i santi a redetare. Non t'encresca, anima,--a far qui penetenza ché tutte le virtute--con lei on convenenza; se tu qui non la fai,--oderai la sentenza, anderai en perdenza--nel fuoco a tormentare. XXXVII DE LA CASTITÁ, LA QUALE NON BASTA A L'ANIMA SENZA L'ALTRE VIRTUTE. O castitate, fiore--che te sostene amore. O fior de castitate,--odorifero giglio, con molta soavitate--sei de color vermiglio, ed a la Trenetate--tu representi odore. O specchio de belleza,--senza macchia reluce; la mia lengua è mancheza--de parlarne con voce, l'alma serve en netteza--senza carnal sozore. O luce splendiante,--lucerna se' preclara, da tutti si laudante--ed en pochi si cara; li tuoi dolce sembiante--piacevel so al Signore. O tesauro invento,--che non te può stimare né auro né argento,--non te posso aprezare; qual omo de te sta lento,--sí cade en gran fetore. O ròcca de forteza,--en la qual è gran tesoro, de fore sí pare aspreza--e dentro è mèl savoro; non se ce vol pigreza--a guardare a tutt'ore. O manna savorita--che è la castitate; l'alma conserva zita--con molta adornetate; poi che del corpo è 'scita--sí trova el suo Fattore. Alma, che vai a marito,--de castitate ornata, lo tuo marito è zito--e tu te se' ben portata, lo cielo te será aprito--e fattote grande onore. Alma, che stai 'narrata--de lo sposo diletto, sèrvate ben lavata,--el tuo volto stia netto, ché non si' renunzata,--e fattote descenore. Alma, non t'è bastanza--pur sola una gonella; se non ci hai piú adornanza,--giá non ce parrai bella; ne l'altre virtute avanza--che te dian bel colore. Alma, lo tuo vestire--sí sonno le virtute, nulla ne puoi avere--che siano sceverute; pur brigale d'envenire--con tutto el tuo valore. Alma, per te vestire--Cristo ne fo spogliato, per tuoi piaghe guarire--esso fo vulnerato, lo cor se fe' aprire--per renderte vigore. Alma, or te ben pensa--en que l'hai tu cagnato; per vil piacer de offensa--tu l'hai abandonato, el corpo sí t'è en placenza--e fatto l'hai tuo amadore. Alma, lo corpo è quello--che t'ha giurata morte, guárdate ben da ello,--ché ha losenghe molte ed è malvascio e fello--ed ètte traditore. XXXVIII COMO È DIFFICILE PASSARE PER EL MEGIO VIRTUOSO O megio virtuoso,--retenuta bataglia! non è senza travaglia--per lo megio passare. L'amor me costrenge--d'amare le cose amante, ne l'amore è l'odio--de le cose blasmante, amare ed odiare--en un coragio stante, socce battaglie tante,--non le porría stimare. L'amore quello che ama--desidera d'avere, lo 'mpedimento nascece--e gli è gran dispiacere; piacere e dispiacere--en un cor convenire la lengua nol sa dire--quanta pena è portare. La speranza enflammame--d'aver salvazione, 'nestante è desperanza--de mia condizione; sperare e desperare,--star en una magione, tanta contenzione--nolla porría narrare. Giogneme una audacia--sprezar pena e morte, 'nestante lo temore--vede cadute forte, securtá e temore,--demorare en una corte, tant'è le capevolte,--chi le porría stimare? So preso d'iracundia--contro lo mio defetto, la pace mostra, ensegname--che so de mal enfetto, pacifico ed iroso--contra lo mio respetto, gran cosa è de star retto--a nulla parte piegare. Lo delettar abracciame--gustando el desiato, lo tristore abatteme,--sottratto m'è 'l prestato, tristare e delettare--nello suo comitato, lo cor è passionato--en tal pugna abitare. Se io mostro al prossimo--la mia condizione, scandalizo e turbolo--de mala opinione; s'io vo coperto, vendoglme--e turbo mia magione; questa vessazione--non la posso mucciare. Despiaceme nel prossimo--se vive sciordenato, e piaceme el suo essere--buono da Dio creato, de stare en lui innoxio--grande è filosofato, lo core è vulnerato--en passionato amare. L'odio mio legame--a deverme punire, discrezion contrastali--che non deggia perire; de farme bene en odio--or chi l'odí mai dire? altro è lo patire--che l'udir parlare. Lo degiunare piaceme--e far grande astinenza per macerar mio asino--che non me dia encrescenza; ed esser forte arpiaceme--a portar la gravenza che dá la penitenza--nello perseverare. Lo desprezare piaceme--e de gir mal vestito; la fama surge, enalzame--de vanitá ferito; da qual parte volvome,--parme d'esser intuíto; aiuta, Dio infinito!--e chi porrá scampare? Lo contemplare vetame--d'essere occupato, lo tempo a non perderlo--famme enfacendato; or vedete el prelio--ch'ha l'omo nel suo stato! a chi non l'ha provato--non lo pò imaginare. Piaceme el silenzio,--báilo de la quiete; lo bene de Dio arlegame--e tolleme _silete_; demoro infra le prelia,--non ce saccio schirmete, a non sentir ferete--alta cosa me pare. La pietá del prossimo--vuol cose a sovenire, l'amor de povertate--gli è ordo ad udire, l'estremitate veggiole--viziose a tenire, per lo megio transire--non è don da giullare. L'offesa de Dio legame--ad amar la vendetta, la pietá del prossimo--la perdonanza affetta, demoro enfra le forfece,--ciascun coltel m'affetta; abbrevio miei detta--en questo loco finare. XXXIX COMO LA VITA DI IESÚ È SPECCHIO DE L'ANIMA O vita de Iesú Cristo,--specchio de veritate, o mia deformitate--en quella luce vedere! Pareame essere chevelle,--chevelle me tenea, l'opinion ch'avea--faceame esser iocondo; guardando en quello spechio,--la luce che n'uscía mostrò la vita mia--che giacea nel profondo; venneme pianto abondo,--vedendo smesuranza: quant'era la distanza--fra l'essere e 'l vedere. Guardando en quello spechio,--vidde la mia essenza: era, senza fallenza,--piena de feditate; viddece la mia fede:--era una diffidenza, speranza, presumenza,--piena de vanitate; vidde mia caritate,--amor contaminato; poi ch'a lui me so specchiato,--tutto me fa stordire. Guardando en quello spechio,--iustizia mia appare che sia un deguastare--de virtute e de bontate; l'onor de Dio furato,--lo innocente dannare, lo malfattor salvare--e darglie libertate; o falsa iniquitate,--amar me malfattore e de sottrar l'amore--a quel ch'io deve amare. Guardando en quello spechio,--vidde la mia prudenza: era una insipienza--d'anemalio bruto, la legge del Signore--non avi en reverenza, puse la mia entendenza--al mondo c'ho veduto; or, ad que so venuto,--omo razionale, de farme bestiale--e peggio se può dire! Guardando en quello spechio,--vidde mia temperanza: era una lascivanza--esfrenata senza frino; gli moti de la mente--non ressi en moderanza, lo cor prese baldanza--voler le cose em pino; copersese un mantino,--falsa discrezione, somerse la ragione--a chi fo data a servire. Guardando en quello spechio,--vidde la mia forteza: pareame una matteza--de volerne parlare, ca non glie trovo nome--a quella debeleza; quanta è la fieveleza--non so donde me fare; retornome ad plorare--el mal non conosciuto, virtute nel paruto--e vizia latere. O false opinione,--como presumevate l'opere magagnate--de venderle al Signore? En quella luce divina--poner deformitate sería grande iniquitate--degna de gran furore; partanne da sto errore,--ché non glie piace el mio, 'nante li sconza el sio--quando 'l ce voglio unire. Iustizia non può dare--ad om ch'è vizioso lo regno glorioso,--ché ce sería splacente; ergo chi non si sforza--ad esser virtuoso, non será gaudioso--con la superna gente; e non varría niente--buon loco a lo 'nfernale, ed al celestiale--luoco nogl può nuocere. Signore, haime mostrata--nella tua claritate la mia nichilitate--ch'è meno che niente; da questo sguardo nasce--sforzata umilitate legata de vilitate,--voglia non voglia sente; l'umiliata mente--non è per vil vilare, ma en virtuoso amare--vilar per nobilire. Non posso esser renato--s'io en men non so morto, anichilato en tutto,--el esser conservare del nichil glorioso;--nul om ne gusta frutto se Dio non fa 'l condutto,--ché om non ci ha que fare; o glorioso stare:--en nihil quietato, lo 'ntelletto posato,--e l'affetto dormire! Ciò c'ho veduto e pensato--tutto è feccia e bruttura, pensando de l'altura--del virtuoso stato; nel pelago ch'io veggio--non ce so notatura, farò somergitura--de l'om ch'è anegato; sommece inarenato--'n'onor de smesuranza, vinto da l'abundanza--del dolce mio Sire. XL COMO LI ANGELI DOMANDANO A CRISTO LA CAGIONE DE LA SUA PEREGRINAZIONE NEL MONDO --O Cristo onnipotente,--dove se' enviato? perché peligrinato--ve sete messo ad andare? Molto me maraviglio--de questa vostra andata, persona tanto altissima--metterse a desperata; non ne se' stata usata--de volere penare. --Lo divino consiglio--sí ha deliberato ch'io venga nel mondo--ad om ch'è desformato, e facciace parentato,--ch'io l'ho preso ad amare. --Que oporto t'ha l'omo--per cui vai fatiganno? Ène da te fugito,--a te non torna danno; déi pagar gran banno,--non lo può satisfare. --Tutto lo debito c'hane--io sí lo pagheraggio, ed enfra Dio e l'uomo--pace sí metteraggio, e sí la firmaraggio--che non se deggia guastare. --Como porrai far pace--fra Dio e l'om mondano, ché l'omo vol esser Dio--e Dio vol l'om sottano? E questo è tal trano--che nul om pò placare. --S'io me faccio omo,--omo ha suo entendimento ed, en quanto omo,--a Dio farò suiacemento; farocce giognemento--ciascun suo consolare. --Ecco che vien nel mondo,--como vorrai venire? buon è che l'om lo saccia;--facciatelo bannire, ché se possa sentire--como lo vol sanare. --Io l'ho fatto bannire--ch'ogn'om venga a la scola; la divina scienzia--ensegnar aggio gran gola; e questa è la cagion sola--che l'om voglio amaestrare. --En prima de la scola,--se ve piace, dicete; ove verrá la gente--a l'albergo ch'avete: bon è che glie narrete,--ché lo possa trovare. --El nome del mio albergo--di' che è umilitate; omo che vol venire,--trovame en veritate; e le spese dicete--che tutte le voglio fare. --Ancora me dicete--qual legerite arte; manda per tutto 'l mondo--che se leggan tue carte; vengan poi d'onne parte--a la scola a 'mparare. --Io ensegno amare,--e questa è l'arte mia; ed omo che la 'mprende,--con Dio fa compagnía; se nol perde a follía,--con lui sta a delettare. --Ed omo che non ha libro--como porrá emprendere? Ancor non l'audii--ch'om lo trovasse a vendere; rascion porramo ostendere--per nostra scusa mostrare. --Io son libro de vita--segnato de sette signi; poi ch'io siraggio aperto,--troverai cinque migni, son de sangue vermigni--ove porran studiare. --Forsa quella scrittura--ha sí forte construtto, che non la porría entendere--chi non fosse ben instrutto; staría tutto derutto--a non potendo pro fare. --'Nante è la scrittura--che omne studiante sí ce pò ben legere--e proficere enante; notace l'alifante--e l'aino ce pò pedovare. XLI COMO LI ANGELI SI MARAVIGLIANO DE LA PEREGRINAZIONE DE CRISTO NEL MONDO --O Cristo onnipotente,--ove sete enviato? perché poveramente--gite pelegrinato? --Una sposa pigliai--che dato gli ho 'l mio core; de gioie l'adornai--per averne onore; lassòme a descionore,--famme gire penato. Io sí l'adornai--de gioie e d'onoranza, mia forma l'assignai--a la mia simiglianza; hame fatta fallanza,--famme gire penato. Io glie donai memoria--ne lo mio piacemento, de la celeste gloria--glie diei lo 'ntendemento, e voluntá en centro--nel core gli ho miniato. Puoi glie donai la fede--ch'adempie entendanza, a memoria diede--la verace speranza, e caritate amanza--al voler ordenato. A ciò che l'esercizio--avesse compimento, lo corpo per servizio--diéglie per ornamento; bello fo lo stromento,--se non l'avesse scordato. Acciò ch'ella avesse--en que esercitare, tutte le creature--per lei volse creare; donde me deve amare,--hame guerra menato. A ciò ch'ella sapesse--como sé esercitare, de le quattro virtute--sí la volsi vestire; per lo suo gran fallire--con tutte ha adulterato. --Signor, se la trovamo--e vole retornare, voli che li dicamo--che gli vol perdonare, ché la possam retrare--del pessimo suo stato? --Dicete a la mia sposa--che deggia revenire; tal morte dolorosa--non me faccia patire; per lei voglio morire,--sí ne so enamorato. Con grande piacemento--facciogli perdonanza, rendogli l'ornamento,--donoglie mia amistanza; de tutta sua fallanza--sí me serò scordato. --O alma peccatrice,--sposa del gran marito, co iaci en esta fece--lo tuo volto polito? co se' da lui fugito--tanto amor t'ha portato? --Pensando nel suo amore--sí so morta e confusa; poseme en grande onore,--or en que so retrusa! O morte dolorusa,--co m'hai circundato! --O peccatrice engrata,--retorna al tuo Signore, non esser desperata--ca per te muor d'amore; pensa nel suo dolore--co l'hai d'amor piagato. --Io aggio tanto offeso,--forsa non m'arvorría; aggiol morto e conquiso;--trista la vita mia! Non saccio ove me sia,--sí m'ha d'amor legato. --Non aver dubitanza--de la recezione; non far piú demoranza,--non hai nulla cagione; clame tua entenzione--con pianto amaricato. --O Cristo pietoso,--ove te trovo, amore? Non esser piú nascoso,--ché moio a gran dolore; chi vide el mio Signore?--narrel chi l'ha trovato. --O alma, noi el trovammo--su nella croce appiso; morto lo ce lassamo--tutto battuto e alliso; per te a morir s'è miso,--caro t'ha comparato! --Ed io comenzo el corrotto--d'un acuto dolore: amore, e chi t'ha morto?--se' morto per mio amore; o enebriato amore,--ov'hai Cristo empicato? XLII COMO L'ANIMA PRIEGA LI ANGELI CHE L'INSEGNINO AD TROVAR IESÚ CRISTO. --Ensegnatime Iesú Cristo,--ché lo voglio trovare; ch'io l'aggio udito contare--ch'esso è de me 'namorato. Prego che m'ensegnate--la mia 'namoranza, faccio gran villanía--de far piú demoranza; fatta n'ha lamentanza--de tanto che m'ha 'spettato. --Se Iesú Cristo amoroso--tu volessi trovare, per la val de vilanza--t'è oporto d'entrare; noi lo potem narrare,--ché molti el ci on albergato. --Prego che consiglite--lo cor mio tanto afflitto, e la via m'ensignite--ch'io possa tener lo dritto; da poi ch'ad andar me mitto--ch'io non pos'esser errato. --La via per entrar en vilanza--è molto stretta l'entrata; ma poi che dentro serai,--lebbe t'è poi la giornata; serain'assa' consolata,--se c'entrera' en quello stato. --Opriteme la porta,--ch'io vogli' entrar en viltate, ché Iesú Cristo amoroso--se trova en quelle contrate; decetel ch'en veritate--molti el ci on albergato. --Non te lassamo entrare;--iurato l'avem presente che nullo ce può transire--ch'aia veste splacente; e tu hai veste fetente,--l'odor n'ha conturbato. --Qual è 'l vestir ch'i' aggio--el qual me fa putigliosa? ch'io lo voglio gettare--per esser a Dio graziosa, e como deventi formosa--lo cor n'ho 'nanemato. --Ora te spoglia del mondo--e d'onne fatto mondano; tu n'èi molto encarcata,--el cor non porti sano; par che l'aggi sí vano--del mondo ove se' conversato. --Del mondo ch'agio 'l vestire,--vegente voi, me ne spoglio, e nul encarco mondano--portar meco piú voglio; ed omne creato ne toglio--ch'io en core avesse albergato. --Non ne pari spogliata--como si converría; del mondo non se' desperata,--spene ci hai falsa e ria; spògliate e gettala via,--ché 'l cor non sia reprovato. --Ed io me voglio spogliare--d'omne speranza ch'avesse, e vogliomene fugire--da om che me sovenesse; megli' è se en fame moresse--che 'l mondo me tenga legato. --Non ne pari spogliata--che glie ne sia 'n piacemento, de spirital amistanza--grande n'hai vestimento; usate ché getta gran vento--e molti sí ci on tralipato. --Molto m'è duro esto verbo--lassar loro amistanza; ma veggio che lor usamento--m'arieca alcuna onoranza; per acquistar la vilanza--siragio da lor occultato. --Non t'è oporto fugire--lor usamento a stagione, ma ètte oporto fugire--de non oprir tua stacione; per uscio entra latrone--e porta el tuo guadagnato. --Opriteme la porta,--pregove en cortesia, ch'io possa trovar Iesú Cristo--en cui aggio la spene mia; respondemi, amor, vita mia,--non m'eser ormai straniato. --Alma, poi ch'èi venuta--respondote volontire: la croce è lo mio letto,--lá 've te poi meco unire; sacci si vogl salire--haveráme po' albergato. --Cristo amoroso, e io voglio--en croce nudo salire; e voglioce abracciato--Signor, teco morire; gaio seram'a patire,--morir teco abracciato. XLIII DE LA MISERICORDIA E IUSTIZIA E COMO FU L'OMO REPARATO: E PARLANO DIVERSI. L'omo fo creato virtuoso, volsela sprezar per sua follía; lo cademento fo pericoloso, la luce fo tornata en tenebría; lo resalire posto è fatigoso; a chi nol vede parglie gran follía, a chi lo passa pargli glorioso, paradiso sente en questa via. L'omo quando en prima sí peccao, deguastao l'ordene de l'amore; ne l'amor proprio tanto s'abracciao, che 'nantepuse sé al Creatore; la Iustizia tanto s'endegnao, che lo spogliao de tutto suo onore; omne virtute sí l'abandonao, al demone fo dato el possessore. La Misericordia, vedente che l'omo misero era sí caduto, de lo cademento era dolente, ché con tutta sua gente era perduto; gli suoi figliuoli aduna mantenente, ed ha deliberato de l'aiuto; mandagli messaggio de sua gente ca l'omo misero sia subvenuto. La Misericordia sí ha mandata de la sua gente fedel messagiera che vada ad omo en quella contrada che de lo desperare ferito era; madonna Penetenza c'è trovata, de tutta la sua gente fatt'ha schiera; e descurrendo porta l'ambasciata che l'omo non perisca en tal mainera. La Penetenza manda lo corrère che l'albergo li deia apparecchiare; la Contrizione è messagiere e seco porta cose da spensare; venendo a l'omo, miselse a vedere e giá non c'era loco da posare; tre suoi figliuoli sí fece venère e misegli ne l'omo al cor purgare. En prima sí ha messo lo Timore che tutto 'l core sí ha conturbato; la falsa Securtá reietta fore che l'omo avea preso ed engannato; poi mise Conoscenza de pudore vedendose sí sozo e deformato; e nella fin glie die' gran Dolore che Dio aveva offeso per peccato. Vedendo l'omo sé cusí sozato, comenza malamente a suspirare; la Compunzione gli fo a lato, gli occhi giá non cessano de plorare; la Penitenza col suo comitato entra nel cuore ad abitare; la Confessione sí ha parlato, ma en nulla guisa pò Dio satisfare. Ca l'om per sé avea fatto lo tomo, per sé deveva far relevamento; per nulla guisa non trovava el como, venneglie de sé diffidamento; l'angel non tenea d'aiutar l'omo e non potea con tutto el suo convento; Dio potea ben refar lo domo, ma non era tenuto per stromento. La Penetenza manda Orazione che dica a corte quel che è scontrato, com'ella sede en gran confusione, ché del satisfar troppo è l'om privato: --Misericordia peto e non Ragione ed io la voglio lei per advocato; de lacrime gli faccio offerzione del cor contrito e molto amaricato.-- La Misericordia entra en corte e la sua ragione sí ha allegato: --Mesere, io me lamento de mia sorte, ché la Iustizia sí me n'ha privato; se l'om peccò e fece cose torte, lo mio officio non c'è adoperato; me co l'omo ha ferito a morte de tutto mio onor sí m'ha spogliato.-- Iustizia s'appresenta 'nante 'l Rege, a la questione fa responsura: --Mesere, a l'om fo posto la lege, volsela sprezare per sua fallura; la pena gli fo data e non se tege secondo la offensanza la penura; cerca lo iudicio e correge se nulla cosa è fatta fuor mesura. --Meser, non me lamento del iudicio ch'ello non sia fatto con ragione; lamentome ch'io non ci agio officio, staragioce per zifra a la magione; so demorata teco ab initio giamai non sentíe confusione; del mio dolor veder ne poi lo 'ndicio quanto so amaricata ed ho cagione.-- Lo Patre onnipotente en caritate lo suo voler sí ha demostrato, e lo tesauro de la largitate a la Misericordia ha donato, che ella possa far la pietate a l'omo per cui è stata advocato, e la Iustizia segga en veritate con tutto lo suo officio ordenato. Lo Patre onnipotente, en chi è 'l potere, al suo Figliolo fa dolce parlamento: --O Figliol mio, sommo sapere, en tene iace lo sutigliamento; de raquistar l'omo è en piacere a tutto quanto lo nostro convento; tutta la corte farai resbaldire se tu vorrai sonar quello stromento. --O dolce Patre mio de reverenza, ne lo tuo petto sempre so morato, e la virtute de la ubidenza, per mene si será esercitato; tròvemese albergo d'avegnenza lá 've deggia essere albergato, ed io faraggio questa convegnenza de conservar ciascuna nel suo stato.-- Dio per sua bontá sí ha formato un corpo d'una giovene avenante; e poi che 'l corpo fo organizato, creocci l'alma en uno icto stante; ed enestante l'ha santificato da quello original peccato ch'ante per lo primo omo era seminato en tutte le progenie sue afrante. O terra senza tribulo né spina, germinatrice de onne bon frutto; de virtute e grazia sei pina, poneste fine ne lo nostro lutto; li qual per lo peccato eramo en pina de Eva che mangiò lo veto frutto; restauro de la nostra ruina, Vergene Maria, beata en tutto! Como lo Nemico invidioso giva a l'omo primo per tentare, e como scaltrito e vizioso se fe' a la moglier per engannare, cusí lo Patre dolce pietoso santo Gabriel volse mandare a Vergene Maria che stava ascoso per lo concepemento annunziare. --Ave plena di grazia en virtute, enfra le femene tu se' benedetta!-- Ella, pensando de queste salute, de lo temore sí fo conestretta. --Non te temere, ca en te son compiute omne profezia che de te è ditta; conceperai e parerai l'aiute de l'umana gente ch'è sconfitta. --Del modo te demando co serane ch'io concepa essendo vergen pura. --Lo Spirito santo sopra te verrane e la virtú de Dio fará umbratura; sempre vergene te conservarane e vergen averai sua genitura; ecco Elisabet concetto hane essendo vechia e sterile natura. Nulla cosa è impossibile a Dio, ciò che glie piace esso pote fare; però consenti al consiglio sio, e tu respondi e di' ciò che te pare. --Ecco l'ancilla de lo Signor mio; ciò che tu dici, en me deggia fare!-- Ed enestante Cristo concepío vergene stando senza dubitare. Como Adam en prima fo formato d'entatta terra, dice la Scrittura, cusí de vergen Cristo fosse nato che per lui venía far la pagatura; nove mesi ce stette albergato, nacque de verno e nella gran freddura, nascendo en terra de suo parentato né casa li prestâro né amantatura. Cetto encomenzâro la villanía e la impietate e l'offensanza; de cielo en terra per l'omo venía a patir pena per l'altrui offensanza: longo tempo gridammo el Messia che riguarisse la nostra malanza, ed ecco, nudo iace nella via e nul è che de lui aggia pietanza! Le Virtute ensieme congregate a Dio sí fanno grande lamentanza: --Meser, vedete la viduitate ch'avén patuta per altrui offensanza; ad alcuno sí ne desponsate che deggia aver a noi pietanza, che obprobrio ne tolla e vilitate e rendane lo pregio e l'onoranza. --Figliuole mie, andate al mio diletto ché a llui vi voglio desponsare; entro le soi mano sí ve metto che con lui deggiáti reposare; onore e pregio senza alcun defetto da tutta gente faròve mirare; e voi el me renderite sí perfetto che sopra il ciel lo farò esaltare.-- Li Doni, odendo lo maritamento, curreno con grande vivaceza: --Meser, noi que facemo a sto convento? staremo sempre mai en vedoveza; quigno parrá de noi star en lamento e tutta corte viver 'n alegreza? se noi ce sonarim nostro stromento tutta la corte terrimo en baldeza. --O figlioli miei, sete adunati per rendere a la mia corte onore; or currete ensemora, abracciati lo mio diletto figlio redentore, e le Virtute sí me esercitati en tutto compimento de valore, sí che con loro beatificati siate nella corte de l'Amore.-- Le Beatitudine, questo odenno, con gran vivaceza vengon a corte: --Meser, le pelegrine a te venenno, albergane ché simo de tua sorte; peregrinato avemo state e verno con molti amari dí e dure notte, onom ne caccia e pargli far gran senno, ché piú semo odiate che la morte. --Non si trovò nul omo ancora degno d'albergare sí nobile tesaro; albergove con Cristo e dolve 'n pegno e voi l'averiti molto caro; li frutti ve daragio poi nel regno, possederete tutto el mio vestaro, demostrariti Cristo como segno: ecco lo mastro del nostro reparo.-- Lo nostro dolcissimo Redentore a la Iustizia per l'omo ha parlato: --Que ademandi a l'om peccatore che deggia fare per lo suo peccato? recolta centro e suo pagatore de tutto quello che t'era obligato; aiutar lo voglio per amore e de satisfare so apparecchiato. --Mesere, se ve piace de pagare lo debito che per l'omo è contratto, voi lo podete, se ve piace, fare, ché sete Dio ed omo però fatto; comenzato avete a satisfare; volentiere tieco faccio el patto, ché tu solo sí me puoi placare e sí con tieco faccio lo contratto. --O Misericordia, que ademanni per l'omo per cui e' stata avocata? ---Meser, che l'omo sia tratto de banni che sbandito fo de sua contrata; tribulata sí so stata molt'anni; da poi che cadde, non fui consolata; tutta la corte si mo ci aremanni, se consoli me en lui compassionata. Ché la sua infirmitate è tanta, per nulla guisa se porría guarire; se omne lor difetto non t'amanta, de quil che fuoro e so e so a venire, potere, senno e la voglia santa de trasformare en omne suo devere, consolarai poi me misera afranta che tanto ho pianto con amar sospiri. --Sotilmente hai ademandato, ciò che demandi io sí voglio fare; de l'amore sí so enebriato, che stolto me faragio reputare a comparare sí vile mercato, e cosí gran prezo volere dare, che l'om conosca quanto l'aggio amato, morir ne voglio per lo suo peccare. --Mesere, ecco l'omo sí sozato e de sí vilissima sozura, s'egli en prima non fosse lavato, non si porría soffrir la sua fetura; or non se tarde ad esser medicato; se tu nol fai, non è chi n'aggia cura; da tutta gente sí è desperato e semivivo sta en gran frantura. --Uno bagno molto prezioso aggio ordenato, al mio parire; che non sia l'omo tanto salavoso che piú che neve nol faccia parire: lo battesmo santo glorioso, che d'omne male fa l'omo guarire; chi se ne lava, serane avetoso, se non recade per lo suo fallire.-- Iustizia, odendo questo fatto: --Mesere, io me voglio satisfare; l'omo sí fará meco el contratto che servo se deggia confessare; pensosse esser Dio rompendo 'l patto, voglio che se deggia umiliare; che fede me prometta e sirá atto ad omnia ch'io voglio comandare. --Respondi, omo, e di' ciò che te pare, se voli fare la promissione. --Meser, ed io prometto de servare, renunzo al demone ed a sua magione; fede te prometto conservare en omne gente ed en omne stagione; credo per fede poterme salvare e senza fede aver dannazione. --Meser, ecco l'uomo baptizato. èglie oporto forza con mastría, che contra lo Nemico sia armato che possa stare en sua cavallaría; ché lo Nemico è tanto esercitato, vencerallo per forza o per falsía; se da te non fosse confirmato, 'nestante sí pigliára mala via. --Mesere, quando l'om fece fallanza, sí me ferío molto duramente; stoltamente pose sua speranza ch'io non faría vendetta, al suo parvente; voglio che conosca la fallanza, e giammai non gli esca de mente, segno porti en fronte en remembranza quanto 'l peccato sí m'è dispiacente. --Meser, volontiere ne porto segno ch'io so reformato a tua figura; vedendome signato, lo Malegno non ma' potèra con sua fortura. --Ed io nella tua fronte croce segno de crismate salute a tua valura; confòrtate, combatte ch'io do regno a quel ch'en mia schiera ben adura.-- La Misericordia è parlante: --Meser, l'omo ha tanto degiunato, che se de cibo non fusse sumante, la debeleza l'ha giá consumato. --Ed io li do lo mio corpo avenante, el sangue ch'è uscito del mio lato, pane e vino en sacramento stante che da lo preite sará consecrato.-- Iustizia ce pete la sua parte: --'Nante che l'omo se deggia cibare, de caritate me fará le carte ch'esso Dio sopr'omnia deggi amare, el prossimo con Dio abbracciante e sempre omne suo ben desiderare. --Meser, ed io prometto de ciò farte ch'io ne so tenuto e deggiol fare.-- La Misericordia non fina ademandare la necessitate: --Meser, se l'omo cadesse en ruina, como faría de quell'infermitate? --Ordenata gli ho la medicina: la Penetenza, ch'è de tua amistate; se mai lo repigliasse la malina, recorra a lei: averá sanetate.-- Iustizia ce pete la sua sorte: --Meser, io deggio stare a questa cura; l'omo me sosterrá fin a la morte a patir pena ed omne ria sciagura. --Meser, ed io prometto de star forte ad omne pena non sia tanto dura; s'io obedisco, oprirai le porte del ciel qual perdei per mia fallura. --Meser, l'omo è vestito de cargne e nella carne pate grand'arsura; se la concupiscenzia lui affragne, dáglie remedio nella sua affrantura. --Mogli' e marito, ensemora compagne, usaranno enseme con paura che lor concupiscenzia non cagne lo entelletto de la mente pura. --Meser, se 'l matrimonio se usa con la temperanza che è virtute, la sua alma non sirá confusa, e camperá de molte rei cadute. --Mesere, la mia carne è viziosa, sforzarolla a tutte mie valute, perché la sua amistate m'è dannosa e molte gente son per lei perdute.-- La Misericordia non posa la necessitate ademandare: --Meser, ordenate questa cosa per chine sí se deggia dispensare. --Autoritate sí do copiosa ai preiti che lo deggian ministrare, de benedire e consecrare osa e de potere asciogliere e ligare.-- Iustizia, odendo questa storia, si dice che nulla cosa vale se de prudenza che virtute flòria non è vestito lo sacerdotale, e d'essa sia adornata la memoria; omo ch'è preite salga sette scale, e sia spogliato d'omne mala scoria, ch'a terra non deduca le sue ale. La Misericordia, vedendo la battaglia dura del finire, li tre nemici ensemor convenendo, ciascuno sí la briga de ferire: --Meser, dacce aiuto defendendo, che l'omo se ne possa ben schirmire. --Olio santo ne l'estremo ungendo lo Nemico non lo porrá tenire.-- Iustizia ce rieca una virtute che molto bisogna a questo fatto, la Fortetute contra rei ferute sí ce speza e dice al gioco: «matto»; le Sacramenta, ensemor convenute, con le Virtute hanno fatto patto de star ensieme e non sian devedute, e la Iustitia sí ne fa 'l contratto. Iustizia sí ademanda l'atto de la virtute en tutto suo piacere, e la Misericordia tal fatto per nulla guisa nol pò adempire; ma se con li Doni pò fare patto, ha deliberato de exercire; ensemora domandan questo tratto a Cristo che ce degia sovenire. Ad esercitare la caritate lo don de sapienzia c'è dato, e la speranza ch'è d'alta amistate, lo don de lo 'ntelletto c'è donato; la fede che gli cieli ha penetrate lo don de lo conseglio c'è albergato; li Doni e le Virtute congregate ensemor hanno fatto parentato. La Iustizia ad esercitare lo don de la forteza sí li dona; ma la Prudenza bella non ce pare, se 'l don de la scienzia non sona; la Temperanza non pò bene stare se 'l don de pietate non gli è prona; la Fortetute non pò ben andare se 'l don de lo timore non la zona. De la Fede e de lo Conseglio lo povero de spirito è nato; Forteza e Timore fatt'hanno figlio, beato mito en tutto desprezato; Iustizia e Forteza, lor simiglio, beato lutto hanno generato; Prudenza e Senno hanno fatto piglio, fame de iustizia han apportato. De la Temperanza e Pietate la Misericordia ne è nata; de lo 'ntelletto spene alta amistate mundicia de core on generata; de la Sapienzia e Caritate la pace de core si è tranquillata; or preghimo l'alta Trinitate che ne perdoni le nostre peccata. XLIV DE LE PETIZIONE CHE SONO NEL PATERNOSTRO En sette modi, co a me pare,--distinta è orazione; como Cristo la 'nsegnòne--en paternostro sta notata. La prima orazione,--che a Dio l'om degia fare, che lo nome suo ch'è santo--en noi degia santificare; cristiani ne fe' vocare,--en Cristo sim battizati, ché siam purificati--con la vita immaculata. La seconda orazione,--onde de' esser pregato, ch'esso venga ad abitare--lo cor nostro consecrato; e sèrvise poi sí mundato,--ch'esso ce possa regnare; siría laido l'allecerare--poi ch'è fatta la 'nvitata. La terza orazione,--che 'l Signor ne volse dire, com'è obedito en cielo--en terra se degia obedire: 'nanteposto el suo volere--ad omne cosa che sia, l'alma e 'l corpo en sua balía--sub la legge sua servata. La quarta che pete el pane,--tre pan trovo ademandate: lo primo è devozione,--l'alme en Dio refocillate; l'altro pan è el sacramento--ne l'altare consecrate, l'altro pan ciascun mangia--o' nostra vita è sostentata. El primo pan tien con Dio--nella sua gran delettanza; l'altro è 'l prossimo abracciato--nella fedel congreganza; l'altro sí ne dá abondanza--nella vita che menamo, che refezion agiamo--en omne cosa ch'è ordenata. La quinta, che pete a Dio--perdonanza del peccato; mala fronte glie porta enante--chi col frate sta turbato: ch'en suo figliol s'adottato,--tu porti sotta 'l coltello, oderai lo mal appello--se i vai 'nante en ambasciata. Bona fronte glie porta 'nante--chi ha 'l prossimo en amore; se glie pete perdonanza--che sia stato peccatore, fali piena lo Signore--e la grazia sua li dona; questa perdonanza bona--con la sua s'è acompagnata. La sesta che no ne lasse--enducere en tentazione; ché se esso n'abandona,--sem menati a la pregione: carne, mondo, li demòne--ciascun fa sua legatura, en quanta ne mena bruttura--lo mio cor non l'ha stimata. Se 'l Signor con noi demora,--piovan, nenguan le battaglie, ciascuna ne dá guadagno--de vittoria en travaglie; fa fugar quelle sembiaglie--de quigli forti nemici, fanne deventar felici--la sua bona compagnata. La settima orazione--che ne campi dagli mali, de le colpe e degl peccati--che è fuore d'enfernali, e de mali exterminali--che stan giú in quella fornace: omne cosa che despiace--loco sí sta cumulata. XLV COMO DIO APPARE NE L'ANIMA EN CINQUE MODI En cinque modi appareme--lo Signor en esta vita; altissima salita--chi nel quinto è entrato. Lo primo modo chiamolo--stato timoroso, lo secondo pareme--amor medecaroso, lo terzo amore pareme--viatico amoroso, lo quarto è paternoso,--lo quinto è desponsato. Nel primo modo appareme--nell'alma Dio Signore; da morte suscitandola--per lo suo gran valore, fuga la demonia--che me tenean 'n errore, contrizion de cuore--l'amor ci ha visitato. Poi vien como medico--ne l'alma suscitata, confortala ed aiutala,--ché sta sí vulnerata; le sacramenta ponece--che l'hanno resanata, ché l'ha cusí curata--lo medico ammirato. Como compagno nobile--lo mio amor apparuto, de trarme de miseria--donarme lo suo aiuto, per le virtute mename--en celestial saluto; non degio star co muto,--tanto bene occultato. Lo quarto modo appareme--como benigno pate, cibandome de donora--de la sua largitate; da poi che l'alma gusta--la sua amorositate, sente la redetate--de lo suo paternato. Lo quinto amore mename--ad esser desponsata, al suo Figliol dolcissimo--essere copulata; regina se' degli angeli,--per grazia menata, en Cristo trasformata--en mirabel unitato. XLVI COMO L'ANIMA PER FEDE VIENE A LE COSE INVISIBILE Con gli occhi ch'agio nel capo--la luce del dí mediante a me representa denante--cosa corporeata. Con gli occhi ch'agio nel capo--veggio 'l divin sacramento, lo preite me mostra a l'altare,--pane sí è en vedemento; la luce ch'è de la fede--altro me fa mostramento agli occhi mei c'ho dentro--en mente razionata. Li quattro sensi dicono:--Questo si è vero pane.-- Solo audito resistelo,--ciascun de lor fuor remane, so' queste visibil forme--Cristo occultato ce stane, cusí a l'alma se dáne--en questa misteriata. Como porría esser questo?--vorríal veder per ragione, l'alta potenzia divina--somettiriti a ragione; piacqueglie lo ciel creare--e nulla ne fo questione; voi que farite entenzone--en questa sua breve operata? A lo 'nvisibile cieco--vien con baston de credenza, a lo divin sacramento--vienci con ferma fidenza; Cristo che lí ce sta occulto--dátte la sua benvolenza, e qui se fa parentenza--de la sua grazia data. La corte o' se fon ste noze--sí è questa chiesa santa, tu vien' a lei obedente--ed ella de fé t'amanta; poi t'apresenta al Signore,--essa per sposa te planta, loco se fa nova canta--ché l'alma per fé è sponsata. E qui se forma un amore--de lo envisibile Dio; l'alma non vede, ma sente--che glie despiace onne rio; miracol se vede infinito:--lo 'nferno se fa celestío, prorompe l'amor frenesío--piangendo la vita passata. O vita mia maledetta,--mondana, lussuriosa, vita de scrofa fetente,--sozata en merda lotosa, sprezando la vita celeste--de l'odorifera rosa, non passerá questa cosa--ch'ella non sia corrottata. O vita mia maledetta,--villana, entrata, soperba, sprezando la vita celeste--a Dio stata so sempre acerba, rompendo la lege e statuti,--le sue santissime verba, ed esso de me fatt'ha serba,--ché non m'ha a lo 'nferno dannata. Anima mia, que farai--de lo tuo tempo passato? non è dannagio da gioco--ch'ello non sia corrottato; planti, sospiri e dolori--sirágione sempre cibato; lo mio gran peccato--ch'a Dio sempre so stata engrata. Signor, non te veio, ma veio--che m'hai en altro om mutato; l'amor de la terra m'hai tolto,--en cielo sí m'hai collocato; te dagetor non vegio,--ma vegio e tocco 'l tuo dato, ché m'hai lo corpo enfrenato--ch'en tante bruttur m'ha sozata. O castitate, que è questo--che t'agio mo en tanta placenza? ed onde speregia esta luce--che data m'ha tal conoscenza? vien de lo patre de lumi--che spira la sua benvoglienza e questo non è fallenza--la grazia sua c'ha spirata. O povertate, que è questo--che t'agio mo en tanto piacire, ca tutto lo tempo passato--orribel me fosti ad udire? piú m'affligea che la freve--quando venea 'l tuo pensire, ed or t'agio en tanto desire,--che tutta de te so enamata. Venite a veder meraveglia--che posso mo el prossimo amare, e nulla me dá mo graveza--poterlo en mio danno portare; e de la iniuria fatta--lebbe sí m'è el perdonare; e questo non m'è bastare--se non so en suo amor enfocata. Venite a veder meraveglia--che posso mo portar le vergogne, che tutto 'l tempo passato--sempre da me fuor da logne; or me dá un'alegreza,--quando vergogna me iogne, però che con Dio me coniogne--nella sua dolce abracciata. O fede lucente, preclara,--per te so venuto a sti frutti; benedetta sia l'ora e la dine--ch'io credetti a li toi mutti; parme che questa sia l'arra--de trarme a ciel per condutti; l'affetti mei su m'hai redutti--ch'io ami la tua redetata. XLVII DE LA BATTAGLIA DEL NEMICO Or udite la battaglia--che me fa el falso Nemico, e serave utilitate--se ascoltáti quel ch'io dico. Lo Nemico sí me mette--sutilissima battaglia, con quel venco sí m'afferra,--sí sa metter sua travaglia. Lo Nemico sí me dice:--Frate, frate, tu se' santo; grande fama e nomenanza--del tuo nome è en onne canto. Tanti beni Dio t'ha fatti--per novello e per antico, non gli t'avería mai fatti--se nogl fossi caro amico. Per ragione te demostro--che te pòi molto alegrare, l'arra n'hai del paradiso--non ne pòi mai dubitare. --O Nemico engannatore,--como c'entri per falsía! fusti fatto glorioso--en quella gran compagnia. Molti beni Dio te fece--se gli avessi conservati; appetito sciordenato--su del ciel t'ha trabocato. Tu diavol senza carne,--ed io demone encarnato, c'agio offes'el mio Signore--non so el numero del peccato.-- El Nemico non vergogna,--a la stanga sta costante, con la mia responsione--sí me fere duramente. --O bruttura d'esto mondo,--non vergogni de parlare, c'hai offeso Dio e l'omo--en molte guise per peccare? Io offesi una fiata,--enestante fui dannato, e tu, pieno de peccato,--pènsete d'essere salvato? --O Nemico, giá non penso--per mio fatto de salvare, la bontate del Signore--sí me fa de lui sperare. So securo che Dio è bono,--la bontá de' essere amata, la bontate sua m'ha tratta--d'esser de lui 'namorata. Se giamai non me salvasse--non de' essere meno amato; ciò che fa lo mio Signore--si è iusto ed èmme a grato.-- Lo Nemico sí remuta--en altra via tentazione: --Quando farai penitenza,--se non prendi la stascione? Tu engrassi questa carne--a li vermi en sepultura, deveríla cruciare--en molta sua mala ventura. Non curar piú d'esto corpo,--ché la cura n'ha 'l Signore né de cibo né de vesta--non curar del malfattore. --Falsadore, io notrico--lo mio corpo, no l'occido; de la tua tentazione--beffa me ne faccio e rido. Io notrico lo mio corpo--che m'aiuta a Dio servire, a guadagnar quella gloria--che perdesti en tuo fallire. --Gran vergogna è a te fallace--sostener carne corrutta, la battaglia cusí dura--guadagnar lo ciel per lutta. Tu me par che si' indiscreto--per lo modo che tu fai, cruciar cusí el tuo corpo--e de lui cagion non hai. Tu deveri aver cordoglio,--ché è vecchio e descaduto, non deveri poner soma--né che solva piú tributo. Tu deveri amar lo corpo--como ami l'anima tua, ché t'è grande utilitate--la prosperitate sua.-- --Io notrico lo mio corpo--dargli sua necessitate, accordati simo ensieme--che vivamo en castitate. Per l'astinenza ordenata--el corpo è deventato sano, molte enfirmitá ha carite--che patea quand'era vano. Tutta l'arte medicina--sí se trova en penetenza, che gli sensi ha regolati--en ordenata astinenza. --Un defetto par che aggi--che è contra la caritate; degli pover vergognosi--non par ch'agi pietate. Tu deveri toller frate--che te voi l'om tanto dare, sovenir a besognosi--che vergognan demandare. E faríe utilitate--molto grande al daitore, e siría sostentamento--grato a lo recepetore. --Non so piú che m'è tenuto--lo mio prossimo d'amare, e per me l'agio arnunzato--per potere a Dio vacare. S'io pigliasse questa cura--per far loro acattaría, perdería la mia quiete--per lor mercatantaría. S'io tollesse e daesse,--nogl porría mai saziare, e turbára el daitore--non contento del mio dare. --Un defetto par che agi--del silenzo del tacere, multi santi per quiete--nel deserto volser gire. Se tu, frate, non parlassi--siría edificazione, molta gente convertèra--ne la tua amirazione. La Scrittura en molte parte--lo tacere ha commendato, e la lengua spesse volte--fa cader l'om en peccato. --Tu me par che dichi vero,--se bon zelo te movesse; en altra parte vòi ferire--s'io a tua posta tacesse. Lo tacere è vizioso--chello o' l'om déi parlare: lo tacer lo ben de Dio--quando 'l deve annunziare. Lo tacer ha 'l suo tempo,--el parlar ha sua stagione, curre omo questa vita--fin a consumazione. --Un defetto par che agi:--che lo ben non sa' occultare, el Signor te n'amaestra--ch'en occulto el degi fare. De far mostra l'om del bene--pare vanaglorioso, el vedente exdificato--demostrarli l'om tal oso. Lo Signore che te vede--esso sí è 'l pagatore, non far mostra al tuo frate--che sia tratto a farte onore. --La mentale orazione--quella occulta rendo a Dio, e lo cor serrat'ha l'uscio,--ché nol vegia el frate mio. Ma la orazion vocale--quella el frate deve audire: ché siría exdificato,--se la volesse tacire. Non se deggon occultare--opere de pietate, se al frate l'occultasse,--cadería en impietate. --Frate, frate, haime vento:--non te saccio piú que dire: veramente tu se' santo,--sí te sai da me coprire! Non trovai ancor chivelli--ch'esso m'agia sí abattuto; en tante cose t'ho tentato--ed en tutte m'hai venciuto. Tal m'hai concio a questa volta--che de me sí sta securo; che giamai a te non torno,--sí t'agio trovato duro! --Or è bono a far la guarda--che m'hai data securtate; omne cosa che tu dici,--sí è pien de falsitate. Se en tuo ditto me fidasse,--piú siría che pazo e stolto ché da onne veritate--sí se' delongato molto. Io faraio questa guarda,--che staraio sempre armato contra te, falso Nemico,--ed encontra lo peccato. Or te guarda, anima mia,--che 'l Nemico non t'enganni ché non dorme né cotoza--per farte cadere nei banni. XLVIII DE L'INFIRMITÁ E MALI CHE FRATE IACOPONE DEMANDAVA PER ECCESSO DE CARITÁ O Signor, per cortesia,--mandame la malsanía! A me la freve quartana,--la contina e la terzana, la doppia cotidiana--colla grande idropesía. A me venga mal de dente,--mal de capo e mal de ventre, a lo stomaco dolor pungente,--en canna la squinantía. Mal de occhi e doglia de fianco--e l'apostèma al lato manco tiseco me ionga en alco--ed omne tempo la frenesía. Agia el fegato rescaldato,--la milza grossa, el ventre enfiato, lo polmone sia piagato--con gran tossa e parlasía. A me vengan le fistelli--con migliaia de carboncelli, e li granchi sian quelli--che tutto pieno ne sia. A me venga la podagra,--mal de ciglia sí m'agrava, la disintería sia piaga--e l'emoroide a me se dia. A me venga el mal de l'asmo--e ióngasece quel del pasmo, como al can venga rasmo--ed en bocca la grancía. A me lo morbo caduco--de cadere en acqua e 'n foco, e giamai non trovi loco--ch'io afflitto non ce sia. A me venga cechitate,--muteza e sorditate, la miseria e povertate--ed onne tempo en trappería. Tanto sia el fetor fetente,--che non sia nul om vivente che non fuga da me dolente,--posto en tanta enfermaría. En terribile fossato,--che Regoverci è nominato, loco sia abandonato--da onne bona compagnía. Gelo, grandine, tempestate,--fulguri, troni, oscuritate, non sia nulla aversitate--che me non agia en sua balía. Glie demonia enfernali--essi sian mei ministrali, che m'exerciten li mali--c'ho guadagnati a mia follía. Enfin del mondo a la finita--sí me duri questa vita, e poi, a la sceverita,--dura morte me se dia. Elegome en sepultura--ventre de lupo en voratura, e le reliquie en cacatura--en spineta e rogaría. Gli miracol po' la morte--chi ce vien agia le scorte, e le vessazion forte--con terribel fantasía. Onom che m'ode mentovare--sí se degia stupefare, colla croce sé signare--ché mal contro non sia en via. Signor mio, non è vendetta--tutta la pena c'ho detta, ché me creasti en tua diletta--ed io t'ho morto a villanía. XLIX DE LA COSCIENZIA PACIFICATA O coscienzia mia,--grande me dái mo reposo; giá non è stato tuo oso--per tutto lo tempo passato. Tutto lo tempo passato,--da poi ch'io me recordo, sempre m'hai tribulato--e vissa meco en descordo; e non èi passata co sordo,--sempre de me mormorando, ed onne mio fatto blasmando--giá non sia tanto occultato. Da puoi ch'io fui creata,--Dio ordinò mia natura, ed agiola sí conservata,--che non l'ho fallata a nul'ura; iudicio de dirittura--me fu ordenato nel core, scritto ne porto el tenore--de tutto el tuo operato. Qual è rason che mo tace,--e nulla me dái molesta? hame donato una pace,--sempre con teco agio festa; vita meno celesta,--poi ch'io non t'agio a ribello, ca lo splacer tuo è coltello--ch'entro al merollo ha passato. Ragion è ch'io deia posare,--poi che 'l iudicio hai fatto; iustizia sí t'è en amare--e messo i e' t'en man entrasatto; e nullo volesti far patto,--ciò che ne fae sí te piace, e loco si fonda la pace--che il mio furor ha placato. L DE LA GRANDE BATTAGLIA DE ANTICRISTO Or se parrá chi averá fidanza! la tribulanza ch'è profetizata, da onne lato vegiola tonare. La luna è scura, el sole ottenebrato, le stelle del cielo vegio cadere; l'antiquo serpente pare scapolato, tutto lo mondo vegio lui sequire; l'acque s'ha bevute da onne lato, fiume Giordan se spera d'enghiuttire, lo popolo de Cristo devorare. Lo sole è Cristo che non fa mo segna per fortificare li soi servente; miracoli non vedemo che sostegna la fidelitate nella gente; question ne fa gente malegna, obproprio ne dicon malamente, rendendo lor ragion nogl potem trare. La luna sí è la ecclesia scurata, la qual la notte al mondo relucía, papa e cardenal con lor guidata; la luce è tornata en tenebría; la universitate clericata è encorsata e pres'ha mala via: o sire Dio, chi porrá scampare? Le stelle che del cielo son cadute, la universitate reliosa, molte de la via sí son partute, entrate per la via pericolosa; l'acque del diluvio son salute, coperti i monti, sommerso onne cosa; aiuta, Dio, aiuta lo notare! Tutto el mondo veggio conquassato e precipitando va en ruina; como l'omo che è enfrenetecato, al qual non può om dar medicina, li medici sí l'hanno desperato, ché non glie giova encanto né dottrina, vedemolo en extremo lavorare. Tutta la gente vegio ch'è signata del caratte de l'antiquo serpente; ed en tre parte l'hane divisata; chi campa d'uno, l'altro el fa dolente; l'avarizia nello campo è entrata, fatt'ha sconfitta e morta molta gente, e pochi son che vogliano restare. Se alcun ne campa d'esta enfronta, metteglie lo dado del sapere; enfia la scienzia en alto monta, vilipende gli altri e sé tenere; a l'altra gente le peccata conta, li suoi porta drieto a non vedere, voglion dir molto e niente fare. Quigli pochi che ne son campati de questi doi legami dolorosi, en altro laccio sí gli ha 'ncatenati; de fare signi sí son desiosi, far miracoli, render senetati, de rapti e profezie son golosi; se alcun ne campa, sí pò Dio laudare. Ármate, omo, ché se passa l'ora che possi campare di questa morte; ché nulla ne fo ancora sí dura né altra ne sará giamai sí forte; gli santi n'áber molto gran paura de venir a prender queste scorte; d'essere securo stolto me pare. LI COMO LA VERITÁ PIANGE CH'È MORTA LA BONTADE La Veritade piange,--ch'è morta la Bontade; e mostra le contrade--lá 've è vulnerata. La Veritá envita--tutte le creature che vengano al corrotto--ch'è de tanto dolure; cielo, terra e mare,--aere, foco e calure fanno grande romure--de sta cosa scontrata. Piange la Innocenzia:--En Adam fui ferita, en Cristo resuscitata,--or so morta e perita; vendeca nostra eniuria,--Maiestate enfinita, che vegia om la fallita--per la pena portata.-- La Legge naturale--sí fa gran lamentanza, e fa uno corrotto--che è de gran pietanza: --O Bontá nobilissima,--chi ne fará vegnanza de tanta iniquitanza--ch'en te è demostrata?-- La Legge mosaica--con le diece Precetta fanno grande romore--de la Bontá diletta: --O Bontá nobilissima,--co te vedemo afflitta! chi ne fará venditta,--ché t'hanno sí sprezata?-- La Legge de la grazia--con lo suo parentato fanno clamore en alto--sopra lo ciel passato: --O Patre onnipotente,--pari adormentato de sto danno scontrato,--ché onne cosa è guastata.-- L'alta Vita de Cristo--con la Encarnazione fanno clamor sí alto--sopra omne clamagione; clama la sua Dottrina,--clama la Passione: --Signor, fanne ragione,--che sia ben vendicata.-- La divina Scrittura--con la Filosofia fanno uno corrotto--con grande dolentía: --O Bontá nobilissima,--nostro tesauro e via, grande fo villanía--averte sí sprezata.-- Gli Articoli de la fede--sí s'onno congregati: --Oi lassi noi, dolenti--co semo desolati! nostra fatica e frutti--sémone derobbati, la vita en tal peccati--non sia piú comportata.-- Le Virtude piangono--de uno amaro pianto: --O Bontá nobilissima,--nostro tesauro e canto, non trovamo remedio--de lo dannagio tanto, lo nostro dolor tanto--nulla mente ha stimata.-- Piangono le Sacramenta:--Noi volem morire, da poi che la Bontade--vedemo sí perire; non ne giova el vivere--non sapem ove gire; vendeca, iusto Sire,--ch'ell'è sí mal trattata.-- Li Doni de lo spirito--chiamano ad alta vuce: --Vendeca nostra eniuria,--alta divina luce; aguarda lo naufragio--che patem 'n esta fuce; se tu non ne conduce,--perim 'n esta contrata.-- Fanno grande corrotto--l'alte Beatitute: --Aguardace, Signore,--co sem morte e battute! oi lasse noi dolente,--a que sem devenute! peggio simo tenute--che vizia reprobata.-- Piangon le Relione--e fanno gran lamento: --Aguardace, Signore,--a lo nostro tormento; poi che Bontate è morta,--semo en destrugemento; come la polve al vento--nostra vita è tornata. Li Frutti de lo spirito--sí fanno gran romore: --Vendica nostra eniuria,--alto, iusto Signore; la curia romana,--c'ha fatto esto fallore, corriamoci a furore,--tutta sia dissipata. Fansi chiamar ecclesia--le membra d'Anticrisso! aguardace, Signore,--non comportar piú quisso; purgata questa ecclesia--e quel che ci è mal visso sia en tal loco misso--che purge i soi peccata. LII COMO CRISTO SE LAMENTA DE LA CHIESA ROMANA Iesú Cristo se lamenta--de la Chiesa romana, che gli è engrata e villana--de l'amor che gli ha portato. --Da poi ch'io presi carne--de la umana natura, sostenni passione--con una morte dura; desponsai la Ecclesia--fidelissima e pura, puse en lei mia cura--d'un amore apicciato. Gli mei pover discipoli--per lo mondo mandai, de lo Spirito santo--lor coragio enflammai, la fede mia santissima--per lor sí semenai, molti segni mostrai--per l'universo stato. Vedendo el mondo cieco--tanti segni mostrare, a omini idioti--tanto saper parlare, fuor presi d'amiranza,--credere e battizare, essi quegl segni fare--onde será amirato. Levossi l'idolatria--col suo pessimo errore, puose en arte magica--li signi del Signore, accecò gli populi;--rege, emperadore occisero a dolore--omne messo mandato. Tanto era lo fervore--de la primera fede, occidendone uno,--mille lassava erede; stancava li carnifici--de farne tanta cede, martirizata fede--vicque per adurato. Levosse la eresía--e fece gran semblaglia, contra la veritate--fece gran battaglia, sofisticato vero--sua seminò zizaglia, non fo senza travaglia--cotal ponto passato. Mandai li mei dottori--con la mia sapienza, disputaron e 'l vero--mostrâro senza fallenza, sconfissero e cacciâro--omne falsa credenza, demonstrâr mia prudenza--de vivere ordenato. Vedete el mio cordoglio--a que so mo redutto! lo falso clericato--sí m'ha morto e destrutto, d'ogne mio lavoreccio--me fon perder lo frutto, maior dolor che morte--da lor aggio portato. LIII DEL PIANTO DE LA CHIESA REDUTTA A MAL STATO Piange la Ecclesia, piange e dolura, sente fortura di pessimo stato. --O nobilissima mamma, que piagni? mostri che senti dolur molto magni; narrame 'l modo perché tanto lagni, ché sí duro pianto fai smesurato. --Figlio, io sí piango ché m'aggio anvito; veggiome morto pate e marito; figli, fratelli, nepoti ho smarrito, omne mio amico è preso e legato. So circundata da figli bastardi, en omne mia pugna se mostran codardi, li mei legitimi spade né dardi lo lor coragio non era mutato. Li mei legitimi era en concorda, veggio i bastardi pien de discorda, la gente enfedele me chiama la lorda per lo reo exemplo ch'i' ho seminato. Veggio esbandita la povertate, nullo è che curi se non degnetate; li mei legitimi en asperitate, tutto lo mondo gli fo conculcato. Auro ed argento on rebandito, fatt'on nemici con lor gran convito, omne buon uso da loro è fugito, donde el mio pianto con grande eiulato. O' sono li patri pieni de fede? nul è che curi per ella morire; la tepedeza m'ha preso ed occede, el mio dolore non è corrottato. O' son li profeti pien de speranza? nul è che curi en mia vedovanza; presunzione presa ha baldanza, tutto lo mondo po' lei s'è rizato. O' son gli apostoli pien de fervore? nul è che curi en lo mio dolore; uscito m'è scontra el proprio amore e giá non veggio ch'egl sia contrastato. O' son gli martiri pien de forteza? non è chi curi en mia vedoveza; uscita m'è scontra l'agevoleza, el mio fervore si è anichilato. O' son li prelati iusti e ferventi, che la lor vita sanava la gente? uscit'è la pompa, grossura potente, e sí nobel orden m'ha maculato. O' son gli dottori pien de prudenza? molti ne veggio saliti en scienza; ma la lor vita non m'ha convenenza, dato m'on calci che 'l cor m'ha corato. O religiosi en temperamento, grande de voi avea piacemento; or vado cercando omne convento, pochi ne trovo en cui sia consolato. O pace amara co m'hai sí afflitta! mentre fui en pugna sí stetti dritta, or lo riposo m'ha presa e sconfitta, el blando dracone sí m'ha venenato. Nul è che venga al mio corrotto, en ciascun stato sí m'è Cristo morto; o vita mia, speranza e deporto, en omne coraggio te veggio afocato! LIV EPISTOLA A CELESTINO PAPA QUINTO, CHIAMATO PRIMA PETRO DA MORRONE Que farai, Pier da Morrone?--èi venuto al paragone. Vederimo el lavorato--che en cella hai contemplato; se 'l mondo de te è 'ngannato,--séquita maledizione. La tua fama alt'è salita,--en molte parte n'è gita; se te sozzi a la finita,--agl buon sirai confusione. Como segno a sagitta,--tutto 'l mondo a te affitta; se non tien bilanza ritta,--a Dio ne va appellazione. Se se' auro, ferro o rame--proveráte en esto esame; quegn'hai filo, lana o stame--mostreráte en est'azone. Questa corte è una fucina--che 'l buon auro se ci afina; se llo tiene altra ramina,--torna en cenere e carbone. Se l'officio te deletta,--nulla malsanía piú è 'nfetta; e ben è vita maledetta--perder Dio per tal boccone. Grande ho aúto en te cordoglio--co te uscío de bocca:--Voglio;-- ché t'hai posto iogo en coglio--che t'è tua dannazione. Quando l'uomo virtuoso--è posto en luoco tempestoso, sempre el trovi vigoroso--a portar ritto el gonfalone. Grand'è la tua degnitate,--non è meno la tempestate; grand'è la varietate--che troverai en tua magione. Se non hai amor paterno,--lo mondo non girá obedenno; ch'amor bastardo non è denno--d'aver tal prelazione. Amor bastardo ha 'l pagamento--de sotto dal fermamento; ché 'l suo falso entendemento--de sopre ha fatto sbandegione. L'ordene cardenalato--posto è en basso stato; ciaschedun suo parentato--d'ariccar ha entenzione. Guárdate dagl prebendate--che sempre i trovera' afamate; e tant'è la lor siccitate,--che non ne va per potagione. Guárdate dagl barattere--che 'l ner per bianco fon vedere; se non te sai ben schirmere--canterai mala canzone. LV CANTICO DE FRATE IACOPONE DE LA SUA PREGIONIA Que farai, fra Iacovone?--se' venuto al paragone. Fusti al monte Pelestrina--anno e mezo en disciplina; pigliasti loco malina,--onde hai mo la pregione. Prebendato en corte i Roma,--tale n'ho redutta soma; omne fama mia s'afoma,--tal n'aggio maledezone. So arvenuto prebendato,--ché 'l capuccio m'è mozato, perpetuo encarcerato--encatenato co lione. La pregione che m'è data,--una casa soterrata; arescece una privata,--non fa fragar de moscone. Nullo omo me pò parlare,--chi me serve lo pò fare; ma èglie oporto confessare--de la mia parlazione. Porto getti de sparvire,--sonagliando nel mio gire; nova danza ce pò udire--chi sta presso a mia stazone. Da poi ch'i' me so colcato,--revoltome ne l'altro lato, nei ferri so zampagliato,--engavinato en catenone. Agio un canestrello apeso--che dai sorci non sia offeso, cinque pani, al mio parviso,--pò tener lo mio cestone. Lo cestone sta fornito--sette de lo dí transíto, cepolla per appetito,--nobel tasca de paltone. Po' che la nona è cantata,--la mia mensa apparecchiata; omne crosta è radunata--per empir mio stomacone. Rècamese la cocina,--messa en una mia catina; puoi ch'abassa la ruina,--bevo e 'nfondo el mio polmone. Tanto pane enante affetto,--che n'è statera un porchetto; ecco vita d'uomo stretto,--nuovo santo Ilarione. La cocina manecata,--ecco pesce en peverata; una mela me c'è data--e par taglier de storione. Mentre mangio ad ura ad ura--sostegno grande freddura, lèvome a l'ambiadura--stampiando el mio bancone. Paternostri otto a denaro--a pagar lo tavernaro; ch'io non agio altro tesaro--a pagar lo mio scottone. Se ne fosser proveduti--gli frati che son venuti en corte pro argir cornuti,--che n'avesser tal boccone! Se n'avesser cotal morso,--non faríen cotal discorso; en gualdana corre el corso--per aver prelazione. Povertate poco amata,--pochi t'hanno desponsata, se se porge vescovata--che ne faccia arnunzascione. Alcun è che perde el monno,--altri el lassa como a sonno, altri el caccia en profonno:--diversa han condizione. Chi lo perde è perduto,--chi lo lassa è pentuto, chi lo caccia ha 'l proferuto,--èglie abominazione. L'uno stando gli contenne,--l'altri dui arprende arprende, se la vergogna se spenne,--vederai chi sta al passone. L'ordene sí ha un pertuso--ch'a l'uscir non è confuso, se quel guado fusse archiuso--starían fissi al magnadone. Tanto so gito parlando,--corte i Roma gir leccando, c'ho ragionto alfin lo bando--de la mia presunzione. Iaci, iaci en esta stia--come porco de grassía! lo natal non trovería--chi déme lieve paccone. Maledicerá la spesa--lo convento che l'ha presa; nulla utilitá n'è scesa--de la mia reclusione. Faite, faite que volite,--frati che de sotto gite; ca le spese ce perdite,--prezo nullo de prescione. Ch'aio grande capitale,--ché me so uso de male, e la pena non prevale--contra lo mio campione. Lo mio campion è armato,--del mio odio scudato, non pò esser vulnerato--mentre ha collo lo scudone. O mirabel odio mio,--d'omne pena hai signorío, nullo recepi engiurío,--vergogna t'è esaltazione. Nullo te trovi nemico,--onnechivegli hai per amico; io solo me so l'inico--contra mia salvazione. Questa pena che m'è data--trent'ann'è che l'agio amata; or è gionta la giornata--d'esta consolazione. Questo non m'è orden novo,--ché 'l capuccio longo arprovo, ch'anni diece enteri truovo--ch'i' 'l portai gir bizocone. Loco feci el fondamento--a vergogne e schirnimento; le vergogne so co vento--de vessica de garzone. Questa schiera è sbarattata,--la vergogna è conculcata, Iacovon la sua masnata--curre al campo al gonfalone. Questa schiera mess'è 'n fuga,--venga l'altra che succurga; se nul'altra non ne surga,--anco attende al padiglione. Fama mia, t'aracomando--al somier che va raghiando, puo' la coda sia 'l tuo stando--e quel te sia per guidardone. Carta mia va', metti banda,--Iacovon pregion te manda en corte i Roma, ché se spanda--en tribú, lengua e nazione.[2] NOTE: [2] Questa stanzia sequente era piú in certi libri: E di' co iaccio sotterrato,--en perpetuo carcerato; en corte Roma ho guadagnato--sí bon beneficione. (Nota del Bonaccorsi). LVI EPISTOLA A PAPA BONIFAZIO OTTAVO O papa Bonifazio,--io porto el tuo prefazio e la maledizione--e scomunicazione. Colla lengua forcuta--m'hai fatta sta feruta, che colla lengua ligni--e la piaga me stigni. Ché questa mia feruta--non può esser guaruta per altra condizione--senza assoluzione. Per grazia te peto--che me dichi:--Absolveto-- e l'altre pene me lassi--fin ch'io del mondo passi. Puoi, se te vol provare--e meco esercitare, non de questa materia,--ma d'altro modo prelia. Se tu sai sí schirmire--che me sacci ferire, tengote bene esperto--se me fieri a scoperto. Ch'aio doi scudi a collo--e, se io non me li tollo, per secula infinita--mai non temo ferita. El primo scudo sinistro,--l'altro sede al diritto; lo sinistro scudato--lo diamante ha provato. Nullo ferro ci aponta,--tanto c'è dura pronta! Questo è l'odio mio,--ionto a l'onor di Dio. Lo diritto scudone--d'una pietra en carbone, ignita como fuoco--d'uno amoroso iuoco. Lo prossimo en amore--d'uno enfocato ardore; se te vuoli fare enante,--puòlo provare 'nestante. E, quanto vol, t'abrenca,--ch'io co l'amar non venca; volentiere te parlára,--credo che te iovára. Vale, vale, vale,--Dio te tolla omne male, e díelome per grazia--ch'io 'l porto en lieta facia. Finisco lo trattato--en questo loco lassato. LVII EPISTOLA SECONDA AL PREFATO PAPA Lo pastor per mio peccato--posto m'ha fuor de l'ovile, non me giova alto belato--che m'armetta per l'ostile. O pastor, co non te sveghi--a questo alto mio belato? che me tragi de sentenza--de lo tuo scomunicato, de star sempre empregionato;--se esta pena non ce basta, puoi ferire con altra asta,--como piace al tuo sedile. Longo tempo agio chiamato,--ancora non fui audito; scrissete nel mio dittato--de quel non fui esaudito; ch'io non stia sempre amannito--a toccar che me sia operto; non arman per mio defetto--ch'io non arentri al mio covile. Come 'l cieco che clamava--da passanti era sprobrato, maior voce esso iettava:--Miserere, Dio, al cecato. --Que adimandi che sia dato?--Meser ch'io revegia luce, ch'io possa cantar a voce--quello osanna puerile.-- Servo de centurione,--paralitico en tortura, non so degno ch'en mia casa--sí descenda tua figura; bastame pur la scrittura--che sia ditto:--Absolveto.-- Ché 'l tuo ditto m'è decreto--che me tra' fuor del porcile. Troppo iaccio a la piscina--al portico de Salamone; grandi moti sí fa l'acqua--en tanta perdonazione; è passata la stagione,--prestolo che me sia detto; ch'io me lievi e toll'al letto--ed artorni al mio casile. Co malsano, putulente,--deiattato so dai sane, né an santo né a mensa--con om san non mangio pane; peto che tua voce cane--e sí me dichi en voglia santa: --Sia mondata la tua tanta--enfermetate malsanile!-- So vessato dal demonio,--muto, sordo deventato; la mia enfermetate pete--ch'en un ponto sia curato, che 'l demonio sia fugato--e l'audito me se renna e sia sciolta la mia lengua--che legata fo con:--Sile!-- La puella che sta morta--en casa del sinagogo, molto peio sta mia alma,--de sí dura morte mogo! Che porgi la man rogo--e sí me rendi a san Francesco, ch'esso me remetta al desco--ch'io riceva el mio pastile. Deputato so en enferno--e so gionto giá a la porta; la mia mate Relione--fa gran pianto con sua scorta; l'alta voce udir oporta--che me dica:--Vechio, surge!-- Ch'en cantar torni luge,--che è fatto del senile. Como Lazaro soterrato--quattro dí en gran fetore, né Maria ce fo né Marta--che pregasse 'l mio Signore; puolse far per suo onore--che me dica:--Veni fuora!-- Per l'alta voce decora--sia remisso a star coi file. Un empiasto m'è 'nsegnato--e dittome che pò giovare; quel da me è delongato--non gli posso ademandare; scrivogli nel mio dittare--che me degia far l'aiuto: che lo 'mpiasto sia compiuto--per la lengua de fra Gentile. LVIII EPISTOLA TERZIA AL PREFATO PAPA DA POI CH'EL FO PRESO O papa Bonifazio,--molt'hai iocato al mondo; penso che giocondo--non te porrai partire. El mondo non ha usato--lassar li suoi serventi che a la sceverita--se partano gaudenti; non fará legge nova--de fartene esente, che non te dia i presente--che dona al suo servire. Ben me lo pensava--che fusse satollato d'esto malvascio ioco--ch'al mondo hai conversato; ma, poi che tu salisti--en officio papato, non s'aconfé a lo stato--essere en tal desire. Vizio enveterato--convèrtese en natura: de congregar le cose--grande hai avuta cura; or non ce basta el licito--a la tua fame dura, messo t'èi a robbatura--como ascaran rapire. Pare che la vergogna--derieto aggi gettata, l'alma e 'l corpo hai posto--ad levar tua casata; omo ch'en rena mobile--fa grande edificata, subito è ruinata--e non gli può fallire. Como la salamandra--se renuova nel fuoco, cusí par che gli scandali--te sian solazo e giuoco; de l'anime redente--par che te curi puoco; ove t'aconci el luoco,--saperálo al partire. Se alcuno vescovello--può niente pagare, mettegli lo flagello--che lo vogli degradare; poi lo mandi al camorlengo--che se degia accordare, e tanto porría dare--che 'l lasserai redire. Quando nella contrata--t'aiace alcun castello, 'nestante metti screzio--entra frate e fratello; a l'un getti el brazo en collo,--a l'altro mostre 'l coltello, se non assente al tuo appello,--menaccel de ferire. Pensi per astuzia--el mondo dominare, que ordene un anno,--l'altro el vedi guastare; el mondo non è cavallo--che se lasse enfrenare, che 'l possi cavalcare--secondo el tuo volere. Quando la prima messa--da te fo celebrata, venne una tenebría--en tutta la contrata; en santo non remase--lumiera arapicciata, tal tempesta è levata--lá 've tu stave a dire. Quando fo celebrata--la coronazione, non fo celato al mondo--quello che ce scontròne; quaranti omini fôr morti--a l'uscir de la mascione, miracolo Dio mostròne--quanto gli eri en piacere. Reputavete essere--lo piú sufficiente de sedere en papato--sopra onn'om vivente; chiamavi santo Pietro--che fosse respondente se esso sapea niente--respetto el tuo sapere. Poneste la tua sedia--da parte d'aquilone, de contra Dio altissimo--fo la tua entenzione; subito hai ruina,--sei preso en tua magione, e nullo se trovòne--a poterte guarire. Lucifero novello--a sedere en papato, lengua de blasfemia--che 'l mondo hai venenato, che non se trova spezie,--bruttura de peccato, lá 've tu se' enfamato--vergogna è a proferire. Poneste la tua lengua--contra la relione, a dicer la blasfemia--senza nulla cagione; e Dio sí t'ha somerso--en tanta confusione, che onom ne fa canzone--tuo nome a maledire. O lengua macellaia--a dicer villania, remproperar vergogne--con grande blasfemía, né emperator né rege--chi voi altri se sia, da te non se partía--senza crudel ferire. O pessima avarizia,--sete enduplicata, bever tanta pecunia,--non esser saziata; non ce pensavi, misero,--a cui l'hai congregata; ché tal la t'ha robbata--che non te era en pensiere. La settimana santa,--che onom stava en planto, mandasti tua fameglia--per Roma andar al salto, lance andar rompendo,--facendo danza e canto; penso ch'en molto afranto--Dio te degia punire. Entro per santo Petro--e per Santa Santoro mandasti tua fameglia--facendo danza e coro; li peregrini tutti--scandalizati fuoro, maledicendo tuo oro--e te e tuo cavalliere. Pensavi per augurio--la vita perlongare; anno, dí né ora--omo non pò sperare; vedemo per lo peccato--la vita stermenare, la morte appropinquare--quand'om pensa gaudere. Non trovo chi recordi--nullo papa passato ch'en tanta vanagloria--esso sia delettato; par che 'l timor de Dio--derieto aggi gettato, segno è de desperato--o de falso sentire. LIX DE LA SANTA POVERTÁ SIGNORA DE TUTTO Povertade enamorata,--grand'è la tua signoria. Mia è Francia ed Inghilterra,--enfra mar aggio gran terra, nulla me se move guerra,--sí la tengo en mia balía. Mia è la terra de Sassogna,--mia è la terra de Guascogna, mia è la terra de Borgogna--con tutta la Normandia. Mio è 'l renno Teotonicoro,--mio è 'l renno Boemioro, Ibernia e Dacioro,--Scozia e Fresonía. Mia è la terra de Toscana,--mia è la valle spoletana, mia è la Marca anconetana--con tutta la Schiavonía. Mia è la terra cicigliana,--Calabria e Puglia piana, Campagna e terra romana--con tutto 'l pian de Lombardia. Mia è Sardenna e renno Cipri,--Corseca e quel de Creti, de lá del mar gente infiniti--che non saccio lá 've stia. Medi, persi ed elamiti,--iacomini e nestoriti, giurgiani, etiopiti,--India e Barbaría. Le terre ho dato a lavoranno,--a li vasalli a coltivanno, gli frutti dono en anno en anno,--tant'è la mia cortesia. Terra, erbe con lor colori,--arbori e frutti con sapori, bestie, miei servitori,--tutte en mia befolcaría. Acque, fiumi, lachi e mare,--pescetegli e lor notare, aere, venti, ucel volare,--tutti me fonno giollaría. Luna, sole, cielo e stelle--fra miei tesor non son covelle, de sopra cielo sí ston quille--che tengon la mia melodia. Poi che Dio ha 'l mio velle,--possessor d'onnecovelle, le mie ale on tante penne--de terra en cielo non m'è via. Poi el mio voler a Dio è dato,--possessor so d'onne stato, en lor amor so trasformato,--ennamorata cortesia. LX DE LA SANTA POVERTÁ E SUO TRIPLICE CIELO O amor de povertate,--regno de tranquillitate! Povertate, via secura,--non ha lite né rancura, de latron non ha paura--né de nulla tempestate. Povertate muore en pace,--nullo testamento face, lassa el mondo como iace--e le gente concordate. Non ha iudece né notaro,--a corte non porta salaro, ridese de l'uomo avaro--che sta en tanta ansietate. Povertá, alto sapere,--a nulla cosa soiacere, en desprezo possedere--tutte le cose create. Chi despreza sí possede,--possedendo non se lede, nulla cosa i piglia 'l pede--che non faccia sue giornate. Chi desía è posseduto,--a quel ch'ama s'è venduto; s'egli pensa que n'ha 'vuto,--han'avute rei derrate. Tropo so de vil coragio--ad entrar en vasallagio, simiglianza de Dio ch'agio--deturparla en vanitate. Dio non alberga en core stretto,--tant'è grande quant'hai affetto, povertate ha sí gran petto,--che ci alberga deitate. Povertate è ciel celato--a chi en terra è ottenebrato; chi nel terzo ciel su è 'ntrato,--ode arcana profunditate. El primo ciel è 'l fermamento,--d'onne onore spogliamento, grande porge empedimento--ad envenir securitate. A far l'onor en te morire,--le ricchezze fa sbandire, la scienzia tacere--e fugir fama de santitate. La richeza el tempo tolle,--la scienzia en vento estolle, la fama alberga ed acolle--l'ipocresia d'onne contrate. Pareme cielo stellato--chi da questi tre è spogliato, ècce un altro ciel velato:--acque chiare solidate. Quattro venti move 'l mare--che la mente fon turbare, lo temere e lo sperare,--el dolere e 'l gaudiare. Queste quattro spogliature--piú che le prime so dure; se le dico, par errure--a chi non ha capacitate. De lo 'nferno non temere--e del ciel spem non avere; e de nullo ben gaudere--e non doler d'aversitate. La virtú non è perchene,--ca 'l perchene è for de téne; sempre encognito te tène--a curar tua enfermitate. Se son nude le virtute--e le vizia son vestute, mortale se don ferute,--caggio en terra vulnerate. Puoi le vizia son morte,--le virtute son resorte confortate da la corte--d'onne empassibilitate. Lo terzo ciel è de piú altura,--non ha termen né mesura, fuor de la magenatura--fantasie mortificate. Da onne ben sí t'ha spogliato--e de virtute spropriato, tesaurizi el tuo mercato--en tua propria vilitate. Questo cielo è fabricato,--en un nihil è fondato, o' l'amor purificato--vive nella veritate. Ciò che te pare non è,--tanto è alto quello che è, la superbia en cielo se'--e dannase l'umilitate. Entra la vertute e l'atto--molti ci ode al ioco «matto», tal se pensa aver buon patto--che sta en terra alienate. Questo cielo ha nome none,--moza lengua entenzione, o' l'amor sta en pregione--en quelle luce ottenebrate. Omne luce è tenebría,--ed omne tenebre c'è dia, la nova filosofia--gli utri vechi ha dissipate. Lá 've Cristo è ensetato,--tutto lo vechio n'è mozato, l'un ne l'altro trasformato--en mirabile unitate. Vive amor senza affetto--e saper senza entelletto, lo voler de Dio eletto--a far la sua volontate. Viver io e non io,--e l'esser mio non esser mio, questo è un tal trasversío,--che non so diffinitate. Povertate è nulla avere--e nulla cosa poi volere; ed omne cosa possedere--en spirito de libertate. LXI DE SAN FRANCESCO E DE SETTE APPARIZIONE DE CROCE A LUI E DE LUI FATTE O Francesco povero,--patriarca novello, porti novo vexello--de la croce signato. De croce trovam sette--figure demostrate, como trovamo scrette--per ordene contate, aggiole abbreviate--per poterle contare; encresce l'ascoltare--de longo trattato. La prima, nel principio--de tua conversione, palazo en artificio--vedesti en visione; piena la magione--de scude cruciate, l'arme demostrate--del popol che t'è dato. Stando en orazione--de Cristo meditanno, tale enfocazione--te fo enfusa entanno, sempre puoi lacremanno--quando te remembrava, Cristo te recordava--nella croce levato. Cristo te disse allora:--Se vuol po' me venire, la croce alta, decora--prende con gran desire; e te anichilire,--se vuol me seguitare, te medesimo odiare,--el prossimo adamato.-- La terza fiata stanno--a guardar a la croce, Cristo te disse entanno--con gran suono de voce; per nome clamò el doce--Francesco tre fiata: --La chiesa è sviata,--repara lo suo stato.-- Poi, la quarta fiata,--vidde frate Silvestro una croce enaurata--fulgente nel tuo petto; el draco maledetto,--ch'Asise circondava, la voce tua el fugava--de tutto lo ducato. Vidde frate Pacifico--la croce de duoi spade en te, Francesco angelico,--degno de gran laude; le spade son scontrade:--l'una da capo a piede, l'altra en croce se vede--per le braccia spiecato. Vidde te stare en aere--beato fra Monaldo, o' stava a predicare--santo Antonio entanno: en croce te mostranno,--frati benediceve, poi li despareve,--como trovam contato. La settima a la Verna,--stando en orazione, sopra quella gran penna--con gran devozione, mirabel visione,--serafin apparuto, crucifisso è veduto--con sei ale mostrato. Encorporòtte stimate,--lato, piede e mano, duro fôra a credere--se nol contam de piano; staendo vivo e sano--molti sí l'on mirate; la morte declarate,--da molti fo palpato. Fra l'altri santa Chiara--sí l'apicciò coi denti, de tal tesaro avara--essa con la sua gente; ma non gli valse niente,--ca gli chiovi eran de carne, sí como ferro stane--duro ed ennervato. La sua carne bianchissima,--co carne puerile, enante era brunissima--per gli freddi nevili; l'amor la fe' gentile--che par glorificata, d'onne gente amirata--de mirabel ornato. La piaga laterale--como rosa vermiglia, lo pianto era tale--ad quella meraviglia, vederla en la simiglia--de Cristo crucifisso, lo cor era en abisso--veder tal spechiato. O pianto gaudioso,--pieno d'amiranza, pianto delettoso,--pieno di consolanza; lacrime d'amanza--ce fuor tante gettate, veder tal novetate,--Cristo nuovo piagato. Giú da le calcagna--agli occhi tra' l'umore questa veduta magna--d'esto enfocato ardore; a li santi stette en cuore,--en Francesco fuor è uscito lo balsamo polito--che 'l corpo ha penetrato. En quella altissima palma--o' salisti, Francesco, lo frutto pigliò l'alma--de Cristo crucifisso; fusti en lui sí trasfisso,--mai non te mutasti; co te ce trasformasti--nel corpo è miniato. L'amore ha questo officio,--unir dui en una forma; Francesco nel supplicio--de Cristo lo trasforma, emprese quella norma--de Cristo ch'avea en core, la mostra fe' l'amore--vestito d'un vergato. L'amor divino altissimo--con Cristo l'abracciòne, l'affetto ardentissimo--sí lo cc'encorporòne, lo cor li stemperòne--como cera a sigello, emprimettece quello--ov'era trasformato. Parlar de tal figura--con la mia lengua taccio, misteria sí oscura--d'entenderle soiaccio; confesso che nol saccio--splicar tanta abondanza, la smesurata amanza--de lo cuor enfocato. Quanto fosse quel foco--non lo potem sapere; lo corpo suo tal gioco--non poté contenere; en cinque parte aprere--lo fece la fortura per far demostratura--que en lui era albergato. Nullo trovamo santo--che tal segni portasse; misterio sí alto,--se Dio non revelasse; buono è che lo passe,--non ne saccio parlare, quil el porran trattare--che l'averan gustato. O stímate amirate,--fabricate divine, gran cosa demostrate--ch'a tal segni convine; saperasse a la fine--quando sirá la giostra, che se fará la mostra--del popolo crociato. O anima mia secca--che non puoi lacrimare, currece a bever l'ésca,--questo fonte potare, loco te enebriare;--e non te ne partire, lássatece morire--al fonte ennamorato. LXII DE SAN FRANCESCO E DE LE BATAGLIE DEL NEMICO CONTRA LUI O Francesco, da Dio amato,--Cristo en te s'ène mostrato. Lo Nemico engannatore,--aversier de lo Signore, creato l'omo, ave dolore--che possedesse lo suo stato. Giendo a lui con fraudolenza--e cascollo d'obedenza, félli far grande perdenza,--del paradiso fo cacciato. Puoi che l'uomo fo caduto--e lo Nemico fo saluto, ed en superbia raputo,--ch'era signor deventato; Dio, vedendo questo fatto,--fecese om e dieglie 'l tratto, e tolseli tutto l'acatto--che sopre l'om aví' acquistato. Con la sua umilitate--tolseli prosperitate, e con la santa povertade--sí li die' scacco giocato. Per gran tempo fo sconfitto--lo Nemico maleditto, relevosse e fece gitto--e lo mondo ha rapicciato. Vedendo l'alta Signoria--che lo Nemico sí vencía, mandar ce vuol cavallaria--con guidator ben amastrato. San Francesco ce fo elesso,--per gonfalonier è messo, ma nullo ne vol con esso--che non sia al mondo desprezato. Non vol nullo cavalliere--che non serva a tre destriere: povertate ed obedere,--en castitá sia enfrenato. Ármase lo guidatore--de l'arme del Signore, ségnalo per grand'amore--de soi segni l'ha 'dornato. Tanto era l'amore acuto--che nel cuor avea tenuto, che nel corpo sí è apparuto--de cinque margarite ornato. De la fico ave figura,--che è grassa per natura, rompe la sua vestitura--en bocca rieca melato. Poi gl'insegna de schirmire,--de dar colpi e sofferire, enségnali co degia dire:--pace en bocca gli è trovato. Lo Nemico s'atremío,--vedendo lui s'empaurío, parvegli Cristo de Dio--che en croce avea spogliato. --S'egli è Cristo, non me giova,--ch'esso vencerá la prova; non so guerra che me mova,--sí par dotto ed amastrato. Lasso me, da cui so vento!--ancora non me sgomento, voglioce gire, e mo el tento,--ch'io possa far con lui mercato. O Francesco, que farai?--te medesmo occiderai del digiunio che fai,--sí l'hai duro comenzato. --Facciol con discrezione,--ch'agio 'l corpo per fantone, tengolo en mia pregione,--sí l'ho corretto e castigato. --Veramente fai co santo,--el tuo nom è en onne canto; móstrate co stai ad alto,--ché 'l Signor ne sia laudato. --Celar voglio lo migliore--e mostrarme peccatore; lo mio cor agio al Signore,--tenendo el capo umiliato. --Quegna vita vorrai fare?--non vorrai tu lavorare che ne possi guadagnare--e darne a chi non è adagiato? --Metteròmme a gir pezente--per lo pane ad onne gente, l'amor de l'Onnipotente--me fa gir co 'nebriato. --Frate, tu non fai niente,--periscerai malamente, gli sequaci fai dolente,--c'hai niente conservato. --Tener voglio la via vera,--né sacco voglio né pera, en pecunia posto èra--che non sia dagl miei toccato. --Or te ne va en foresta--con tutta questa tua gesta, piacerá a l'alta Maièsta--e l'om ne sirá edificato. --Non so messo per mucciare:--'nante, vengo per cacciare, ché te voglio assediare--ed a le terre agio attendato. --Molta gente me torrai--con questo ordene che fai, le femene me lasserai,--che non è buon misticato. --Ed io te voglio dir novelle--le qual non te paròn belle: fatto ho orden de sorelle,--da le qual sie guerregiato. --Qual será la scortegiante--che se voglia trare enante contra le mie forze tante,--che tutto 'l mondo ho conquistato? --Nella valle Spoletana--una vergen c'è soprana: Clara, de donna Ortulana,--templo de Dio consecrato. --Quilli che son coniugati--non siron da star coi frati, siron da te allecerati,--averògl so mio guidato. --Ed io te vogl far afflitto.--Uno ordine agio elitto: penitenti, orden deritto,--en matrimonio dirizato. --Or non me toccar la resía,--che è contra la tua via: questo non comportaría,--troppo ne siría turbato. --Farne voglio inquisizione--a destruger tua magione, metteraiolo en pregione--chi ne troverò toccato. --Oimè lasso, me tapino,--ché me s'è rotto l'oncino, haime messo en canna un frino--che me fa molto arafrenato. O Francesco, co m'hai strutto!--el mondo te arprendi tutto, ed haime messo en tal corrotto,--che m'hai morto e subissato. Non voglio piú suffrire,--per anticristo voglio gire; e vogliolo far venire,--ché tanto è profetizato. --Con lui te darò el tratto,--el mondo t'artorrò affatto, enfra li tuoi troverò patto--che i vestirò del mio vergato. --La profezia non me talenta,--a la fin sí me sgomenta, che te de' armaner la venta,--alora siraio enabissato.-- La battaglia dura e forte,--molti siròn feriti a morte, chi vincerá averá le scorte,--e d'onne ben sirá ditato. LXIII EPISTOLA CONSOLATORIA A FRATE IOANNI DA FERMO DITTO DA LA VERNA PER LA STANZIA DOVE ANCO SE RIPOSA: TRANSFERITA EN VULGARE LA PARTE LITTERALE, QUALE È PROSA A fra Ianne da la Verna,--ch'en quartana se scioverna, a lui mando questa scretta,--che da lui deggi esser letta. Gran cosa ho reputata e reputo sapere abundare de Dio. La ragione? perché in quello è esercitata la umilitá con reverenzia. Ma grandissima cosa ho reputata e reputo sapere degiunare de Dio e patirne caristia. La ragione? perché in quello la fede è esercitata senza testimonii: la speranza senza espettazione de premio: la caritá senza signi de benivolenzia. Questi fondamenti sono ne li monti santi. Per questi fondamenti ascende l'anima a quello monte coagulato, nel quale se gusta el mele de la pietra e l'olio de lo sasso durissimo. Vale, fra Ioanne, vale!--non t'encresca patir male. Fra la 'ncudene e 'l martello--sí se fa lo bel vasello; lo vasello de' star caldo,--perché 'l corpo venga en saldo. Se a freddo se battesse,--non falla che non rompesse; se è rotto, perde l'uso--ed è gettato fra lo scuso. Argoméntate a clamare--che 'l Signor te degia dare onne male e pestilenza,--ch'a questo è desplacenza. Malum pene è glorioso--se da colpa non è encloso; se per colpa l'omo el pate,--non se scusan tal derrate. LXIV CANTICO DE LA NATIVITÁ DE IESÚ CRISTO O novo canto,--c'hai morto el pianto de l'uomo enfermato. Sopre el «fa» acuto--me pare emparuto che 'l canto se pona; e nel «fa» grave--descende suave che 'l verbo resona. Cotal desciso--non fo mai viso sí ben concordato. Li cantatori--iubilatori che tengon lo coro, son gli angeli santi,--che fanno li canti al diversoro, davante 'l fantino,--che 'l Verbo divino ce veggio encarnato. Audito è un canto:--«Gloria en alto a l'altissimo Dio; e pace en terra,--ch'è strutta la guerra ed onne rio; onde laudate--e benedicete Cristo adorato!»-- En carta ainina--la nota divina veggio ch'è scritta, lá 'v'è 'l nostro canto--ritto e renfranto a chi ben ci afitta; e Dio è lo scrivano--c'ha 'perta la mano, che 'l canto ha ensegnato. Loco se canta--chi ben se n'amanta de fede formata; divinitate--en sua maiestate ce vede encarnata; onde esce speranza--che dá baldanza al cor ch'è levato. Canto d'amore--ce trova a ttut'ore chi ce sa entrare; con Dio se conforma--e prende la norma del bel desiare; co serafino,--deventa divino d'amor enflammato. El primo notturno--è dato a lo sturno de martirizati: Stefano è 'l primo,--che canta sublimo con soi acompagnati, ch'on posta la vita,--en Cristo l'ò insíta ch'è fior de granato. El secondo sequente--è dato a la gente de li confessori; lo Vangelista--la lengua ci ha mista ch'adorna li cori; ché nullo con canto--volò tanto ad alto sí ben consonato. El terzo sequente--a li innocenti par che se dia; ché col Garzone--ad ogne stagione so en sua compagnia: «Te Dio laudamo,--con voce cantamo ché Cristo oggi è nato!». O peccatori,--ch'a li mal signori avete servito, venite a cantare--che Dio pò om trovare, ch'en terra è apparito en forma de garzone,--e tiello en prigione chi l'ha desiato. Uomini errati,--che site vocati a penetenza, la quale onne errore--ve tolle dal core, e dá entellegenza da veritade--per pietade a chi è umiliato; uomini iusti,--che sete endusti, venite a cantare, ché sete envitati,--a Dio vocati a gloriare, a regno celesto,--che compie onne festo che 'l core ha bramato. LXV CANTICO SECONDO DE LA NATIVITÁ DE CRISTO Ad l'amor ch'è venuto--en carne a noi se dare, andiamo a laude fare--e canto con onore. Onòral, da che viene,--alma, per te salvare; via, piú non tardare--ad lui de pervenire! De sé non se retene--che non te voglia dare parte, perché vol fare--te seco tutto unire; porrai donqua soffrire--a llui che non te rendi, e lui tutto non prendi--e abbracci con amore? Pensa quanto te dona--ed a te que demanda, però che non comanda--piú che non possi fare; lo ciel sí abandona--e per terra sí anda, ed ante sé non manda--richeza per usare; en stalla sí vol stare,--palazo abandonato, seco non ha menato--alcun suo servitore. La sedia d'auro fino--de gemme resplendente, corona sí lucente--or perché l'hai lassata? orden de cherubini,--serafin tanto ardente, quella corte gaudente--co l'hai abandonata? corte tanto onorata--de tal servi e donzelli e per amor fratelli,--perché lassi, Signore? Per sedia tanto bella--presepe hai recevuto, e poco feno avuto--dove fussi locato; per corona de stelle--en pancelli envoluto, bove ed aseno tenuto--ch'eri sí onorato; ora se' acompagnato--da Iosef e Maria ch'avevi en compagnia--corte de tanto onore. Ebrio par deventato--o matto senza senno, lassanno sí gran renno--e sí alte richeze; ma com'è ciò scontrato--de tal matteza segno? Avereste tu pegno--altre trovar alteze? Vegio che son forteze--d'amor senza mesura, che muta tanta altura--en sí basso valore. Amor de cortesia,--de cui se' 'namorato, che t'ha sí vulnerato,--che pazo te fa gire? Vegio che t'ha en balía,--sí forte t'ha legato, che tutto te se' dato,--giá non pòi contradire; ben so che a morire--questo amore sí te mena, da poi che non allena,--né cessa suo calore. Giá non fu mai veduto--amor sí smesurato, ch'allora, quando è nato,--agia tanta potenza, poi che s'è venduto--emprima che sia nato; l'amor t'ha comparato,--de te non fai retenza; e non reman sentenza--se non che te occida l'amor e sí conquida--en croce con dolore. Ha fatto tal baratto--en la prima ferita, onne cosa rapita--con sí gran forteza; ad sé ha tanto tratto--senno, virtú e vita, piú ch'onne calamita--ferro; sí grande alteza ad cusí vil bassezza--en stalla farte stare, per amor non schifare--defetto né fetore. E che tu non conoschi--o non hai sentimento, ad tale abassamento,--Iesú, tu se' venuto; en te par che s'offoschi--luce de splendimento, potere e vedimento--pare che sia perduto; hatte l'amor feruto--e tu non te defendi, a sua forza t'arendi--donando tuo vigore. Ben so che, garzoncello,--hai perfetto sapere, e tutto quel potere--c'ha la perfetta etade; donqua, co picciolello--poteve contenere tutto lo tuo volere--en tanta vilitade? Grand'era caritade,--tutto sí te legava, ed en sé occultava--senno, forza e valore. En cusí vil pancelli--envolto te fe' stare, e forte a bisognare--che ricevissi aiuto. O cari cenciarelli,--potendo sí fasciare e l'alto Dio legare--co fosse destituto! En que era involuto--sí caro e fin tesauro sopr'onne gemma ed auro--en vil prezo e colore! Co se de' nominare--amor sí smesurato, lo qual sí ha legato--ad sé l'Onnipotente? Giá non se pò montare--ad grado de tal stato amor che fosse nato--de figlio o de parente, che prenda sí la mente,--legando onne forteza, traendo con dolceza--fuor d'onne suo sentore. Ben vegio che ama figlio--lo patre per natura, e matre con dolzura--tutto suo cuor li dona: ma che perda consiglio,--senno, forza e valura, questo non m'afigura--che tutto en lui lo pona; veggio che a sé perdona,--non volendo morire per lui, né sofferire--tormento né dolore. Chi per amor trovare,--volesse perder vita, nulla cosa gradita--ad sé piú retenere, povertá comperare--per cara margarita, mortale al cor ferita--per questo sostenere; chi dona, vol vedere--de que fosse cambiato, amando com'è amato--da lo suo amadore. Que dar può creatura--ad te, somma bontade, ché tu per caritate--ad lei te se' donato? Tutta la sua valura--alla tua dignitate è pegio che viltate;--dunqua, a cui te se' dato? Or, co sirai cambiato--de sí gran cortesia? La nostra malsanía--puòti donar sapore? Or ecco che tu ce abbi,--parme, sí vil guadagno, demanda l'auro stagno--per mostrar sua belleza; trovar par che n'arrabbi,--e pensa qual fai cagno, letizia dar per lagno,--per povertá richeza; or non è gran matteza--ad sé non retenere senno né suo volere--per comparar amore? Amor esmesurato,--grande sí hai forteza, che la divina alteza--puoi tanto abassare; lo cor hai vulnerato--de la somma belleza, nostra piacer laideza--per poter desponsare; de sé non pò curare,--Iesú pare empazito; l'amor sí l'ha ferito,--pena li par dolzore. O ennamorato Dio,--d'esto amor me novella, che sí ben renovella--gli amanti rengioire; contemplar sí poss'io--tua faccia tanto bella, reposome con ella--né altro vo' sentire; però vorrei udire--com'egli t'ha legato, se far posso mercato--sentir d'esto calore. --Sposa che me demandi,--ammiri lo gran fatto, pensando lo baratto--ch'amor m'ha fatto fare; pregando me comandi,--sí fuor de me son tratto, enverso te combatto,--l'amor me fa penare; donqua piú non tardare--ad me che non te rendi, como me do, sí prendi,--ad me dona tuo core. De te so 'namorato,--o sposa, cui tant'amo; soccorri tanto bramo--teco far parenteza. L'amor sí m'ha legato--e preso como l'amo; però sposa te chiamo--abracciar con nettezza; pensa ch'a tua basseza--per te sí so desceso, amor de te m'ha preso,--encende con ardore. Per te lasso richeze--e prendo povertade, forte penalitade--lassando onne diletto; commuto le dolceze--en grande aversitate, vera tranquillitate--en dolore e defetto; amor cusí perfetto--ora sia conosciuto da te e recevuto,--dando amor per amore. Se non me puoi donare--richeza né talento, né darme entendemento,--né poterme engrandire; de fuor de te que dare--me puoi per pagamento? Cosa de valimento--non è de tuo largire; questo famme empazire,--amor c'hai en balía che lo tuo cor me dia--qual demando tuttore. En ciò sta mio mercato--che tieco voglio fare, e per ciò voglio dare--me con tutta richeza; da cielo agio recato--tesauro per cambiare vita con gloriare--per morte d'amareza; prende da me dolceza,--dando dolor e pena, l'amor che non ha lena--m'ha fatto sprecatore. A tte poco ademando--e molto sí tte dono, e giá non me perdóno,--per te voglio morire; se pensi que comando,--en que cosa me pono, amor, chiedo, per dono---terráti de largire? Amor, faime empazire--altro non posso fare, tanto m'hai fatto dare--piú so che giocatore. Sposa dota marito,--da lui non è dotata; prima dota è trattata--che la voglia sponsare; nullo par sí smarrito--per cui dota sia data, giá se non ha trovata--donna de grande affare, volendo esaltare--sé per gran parenteza, levando sua basseza--ad dignitá d'onore. Alteza non aspetto--né alcuna magioría da te, o sposa mia,--ad cui sí me so dato; prendo per te defetto--vergogna e meschinía; or donque sempre sia--en me tuo amor locato, perché non m'hai dotato,--ma te voglio dotare, tutto mio sangue dare--en croce con dolore. En dota sí te dono--richeze esmesurate, che non fo mai pensate,--ben te porran rempire; en cielo sí le pono,--lí te son conservate, non ponno esser robbate,--né per sé mai perire; de luce te vestire--piú che sole sí voglio, però prima te spoglio--de colpa e de fetore. De corona de stelle--sirai encoronata, en sedia collocata--de gemme ed auro fino; de margarite e perle--será la veste ornata, la zambra apparecchiata--de drappi e baldachino; tutta sirá divino;--ma parlote en figura, perché non hai valura--pensar esso candore. Per darte questo stato--descesi a tal basseza, en stalla de laideza--aver vòlsi riposo; sia donque recambiato--amor de tanta alteza, che viene con tal richeza--per donarse gioioso; cor non stia ozioso--de me trovar fervente: rescaldese la mente,--abracci con fervore. Amor, priego, me dona,--sposa, ch'amor demando, altro non vo cercando--se non amor trovare; l'amor non me perdona,--tutto me va spogliando, forte me va legando,--non cessa d'enflammare; donqua prendi ad amare,--sposa cotanto amata, ben t'aggio comparata,--piú dar non ho valore. --Iesú, dolce mio sposo,--dimme que posso fare, ché io te possa amare--quanto te so tenuta; ch'a te non fo penoso--per me pena portare, volendome salvare--ch'en colpa era caduta; per me, vegio, è venuta--la Maiesta divina, de serva far regina,--trarmi d'ogni fetore. Amor, tutta so tua--poi che m'hai creata, ed hame recomparata--ch'era dannata a morte; chi la derrata sua--avesse retrovata, per lui è ben guardata--ed amata piú forte; nullo ce può aver sorte--en me, se non tu, Cristo; facesti questo acquisto,--síene conservatore. A tte piú che me tutta,--amor, se dar potesse non è che nol facesse;--ma piú non ho che dia; lo mondo e ciò che frutta,--se tutto el possedesse, e piú, se ancora avesse,--daríate, vita mia; dòtte che ho en balía:--voler tutto e sperare, amare e desiare--con tutto el mio core. So che non se' cambiato,--ma piú tu non demandi; dòtte quanto comandi--e volere enfinito che non è terminato,--che ancora piú non andi, e tutto non se spandi--en te stando rapito; l'amor ha el cor ferito,--che se morir potesse e mille vite avesse,--per te darebbe, amore. Demandi che piú dia,--amor, questa tua sposa che tanto è desiosa--te potere abracciare; o dolce vita mia,--non me far star penosa, tua faccia graziosa--me dona a contemplare; se non potesti fare--tu da l'amor defesa, co posso far contesa--portar tanto calore? Donqua, prendi cordoglio--de me, Iesú pietoso! Non me lassar, mio sposo,--de te star mai privata; s'io me lamento e doglio--quando tuo amor gioioso non se dá grazioso,--ben par morte acorata; da che m'hai desponsata,--sarestime crudele, lo mondo me par fiele--ed onne suo dolzore. Voglio ormai far canto,--ché l'amor mio è nato ed hame recomperato;--d'amor m'ha messo anello; l'amor m'encende tanto--ch'en carne me s'è dato, terrollome abracciato,--ch'è fatto mio fratello; o dolce garzoncello,--en cor t'ho conceputo ed en braccia tenuto,--però sí grido:--Amore!-- Amanti, voi envito--a noze sí gioiose, che son sí saporose--dove l'amor si prova; egli è con noi unito--con richeze amorose, delizie graziose--dove l'amor se trova; alma, or te renova,--abraccia questo sposo, el se dá sí delettoso,--gridiamo:--Amore, amore!-- Amor, or ne manteni--d'amore enebriati, teco stare abracciati--en amor trasformato; e sempre ne sovieni--che non siamo engannati, ma en amor trovati--col cor sempre levato; per noi, amor, se' nato,--d'amor sempre ne ciba, qual fariseo o scriba--non gusta per sapore. LXVI PIANTO CHE FA L'ANIMA PER LA OCCULTAZIONE DE LA GRAZIA Or chi averá cordoglio?--vorríane alcun trovare che vorría mostrare--dolor esmesurato. Vorría trovar alcuno--che avesse pietanza de lo mio cor afflitto,--pieno di tribulanza; o Dio de dirittanza,--come me se' indurato! Veggio che iustamente--haime de te punito, mostrato m'hai el defetto--perch'èi da me fugito, iustizia m'ha ferito--ed hamme de te privato. Non trovo pietanza--che m'armenava a corte; qual è lo serrime--che m'ha chiuse le porte? la 'ngratituden forte--tiemme l'uscio serrato. Veggio che non me giova--pianger né suspirare, né legger né orare--ch'io possa arvenire; la lengua nol sa dire--quant'è 'l mio cor penato. La lengua non sa dire--che 'l cor non pò pensare; ben va fin al dolore,--ma non ce può entrare, ch'è maior de lo mare--el dolor ch'i' ho portato. Vorría trovar alcuno--che lo s'endivinasse, non se porría soffrire--che non se ne plorasse; o Dio, ove me lasse--fra i nemici sciarmato? Giragio como Uria,--sciarmato a la battaglia, saccio che io ce morrò--en questa dura sembiaglia; null'è che gliene caglia,--morrò detuperato. E que s'è fatta l'arme--con que me defendea? tutti li miei nemici--con esse sconfigea, so preso en mala via,--como Sanson legato. Ben veggio beneficia,--perché te deggio amare, e volle revoltando--per poterte aretrovare, non me ce giova 'l cercare--poi ch'èi da me celato. Signor, io vo cercando--la tua nativitate, e mettome a vedere--le tue penalitate, non ci ho suavitate,--ché l'amor è rafreddato. Vedendo el mio cordoglio,--sí me se move pianto, ma è un pianto sciucco--che vien da cor affranto; ed ov'è 'l dolzor tanto--che me s'è sí encarato? LXVII COMO L'ANEMA SE LAMENTA DE L'AMORE DIVINO PARTITO --Amor, diletto amore,---perché m'hai lassato, amore? Amor, di' la cagione--de lo tuo partimento, che m'hai lassata afflitta--en gran dubitamento; se da schifeza èi vento,--vogliote satisfare; s'io me voglio tornare,--non te ne torne amore? Amor, perché me desti--nel cor tanta dolceza, da poi che l'hai privato--de tanta alegreza? non chiamo gentileza--om che dá ed artoglie; s'io ne parlo co folle,--io me n'ho anvito, amore. Amor, tua compagnia--tosto sí m'è falluta, non saccio do' me sia,--facendo la partuta; la mente mia smarruta--va chedendo 'l dolzore, che gli è furato ad ore--che non se nn'è adato, amore. Amore, om che fura--ad altri gran tesoro, la corte sí lo piglia,---fagli far lo ristoro; denante a la corte ploro--che me faccia ragione de te, grande furore,--che m'hai sottratto, amore. Amor, lo mercatante,--ch'è molto pregiato, e nascoso fa 'l sottratto--a chi li s'è tutto dato, da poi che è spalato,--perde la nomenanza; onon ha dubitanza--de crédergliese, amore. Amor, li mercatanti--c'han fatta compagnia, e l'un fa li sottratti,--non li se par chi sia; tutta moneta ria--lassa nello taschetto, la bona se n'ha scelto,--sí la rapisce, amore. Amor, om c'ha mercato--e véndolo volentire, vedendo quel che brama,--deve da lui fugire? Non lo devería dire:--Io vogl vender mercato?-- Ed en cor tien celato,--ché nogl vol dar, amore. Amor, lo tuo mercato--era tanto piacente, nol m'avessi mostrato,--non siría sí dolente; lassasteme ne la mente--la lor remembranza, facestilo a sutiglianza--per farme morir, amore. Amor, om ch'è ricco--ed ha moglie 'narrata, tornagli a grande onore--s'ella va mendicata? Ricchezza hai smesurata,--non trovi a chi ne dare, e pòimene satisfare--e non par che il facci, amore. Amor, tu se' mio sposo,--haime per moglie presa, tórnate a grande onore,--vetata m'è la spesa? sòmmete en mano mesa--ed haime en le tue mane; la gente desprezata m'hane,--sí so denigrata, amore. Amore, chi mostrasse--lo pane a l'afamato, e nolli volesse dare,--or non siría blasmato? Da poi chel m'hai mostrato--e vedemi morire, pòimene sovenire--e non par chel facci, amore. Amor, lo mio coraggio--sí l'hai stretto ligato, voglilo far perire,--ché gli hai el cibo celato; forse ch'en tal stato--mo me ne vuoi poi dare, ch'io nol porrò pigliare,--però tel recordo, amore. Amor, om c'ha l'albergo--ed hal tolto a pescione, sel lassa 'nante el tempo,--que ne vol la ragione? Ca torni a la magione--e paghi tutta la sorte, giá non vol cose torte--a chi me ne rechiamo, amore. --Omo che te lamenti,--brevemente responno: tollendo lo tuo albergo,--crédici far sogiorno; albergastice 'l monno--e me cacciasti via; donqua fai villania,--se tu mormori d'amore. Tu sai, mentre ce stetti,--quegne spese ce feci; non te puoi lamentare,--sí te ne satisfeci, ch'a nettarlo me misi,--ch'era pieno de loto; fecel tutto devoto--per abitarci amore. Quando me ne partíe,--se ne portai lo mio, como lo puoi tu dire--ch'io ne portassi el tio? tu sai ch'ell'è sí rio,--ch'a me non è em piacere; ergo, co lo puoi dire--che te tolesse amore? Quando alcuna cosa--ad alcuno è prestata, e non glie dá entrasatto,--non déi esser blasmata se la tolle a la fiata,--essendo colui villano, non conoscente de mano--de que gli ha prestato amore. Tu sai molte fiate--s'io ce so albergato, e sai con gran vergogna--sí me n'hai uor cacciato; forse non t'è a grato--che ce deggia abitare, facendo vituperare--sí nobilissimo amore. --Amor, ditt'hai la scusa,--ch'ella sí può bastare a lo mormoramento--ch'agio voluto fare; voglio 'l capo enchinare--che ne facci venditta; non me tener piú afflitta--de celarmete, amore. --Vedendote pentuta,--sí ce voglio artornare, ancor me fosse fatto--villano allecerare; non voglio che tuo pare--facesse lamentanza ch'io facesse fallanza--de lo legale amore. LXVIII COMO L'ANIMA PIANGE LA PARTITA DEL SUO AMORE Piangi, dolente anima predata, che stai vedovata de Cristo amore. Piangi, dolente, e getta suspiri, ché t'hai perduto el dolce tuo Sire; forsa per pianto mo 'l fai revenire a lo sconsolato tristo mio core. Io voglio piangere, ché m'agio anvito, ché m'ho perduto pate e marito; Cristo piacente, giglio fiorito, èsse partito per mio fallore. O Iesú Cristo, ed o' m'hai lassata enfra nemici cusí sconsolata? ònme assalita le molte peccata, de resistenzia non aggio valore. O Iesú Cristo, co 'l puoi sofferire de sí amara morte farme morire? Damme licenzia de me ferire, ché mo m'occido con gran desiore. O Iesú Cristo, avessi altra morte che me donassi che fosse piú forte! Sèmmeti tolto, serrate hai le porte, non par che c'entri a te mio clamore. O cor tapino, e que t'ha emprenato, che t'ha el dolor cusí circondato? recerca de for, ché 'l vaso è acolmato, non hai dannagio da non far clamore. O occhi miei, e como finati de pianger tanto che 'l lume perdati? Perduto avete la gran redetate de resguardare al polito splendore. Orecchie miei, e que ve deletta de udir pianto de amara setta? non resentiti la voce diletta che ve facea canto e iubilore? O trista mene, que vo recordando! La morte dura me va consumando, né vivo né muoio cusí tormentando, vo sciliata del mio Salvatore. Non voglio mai de om compagnia, salvaticata voglio che sia enfra la gente la vita mia, da c'ho perduto lo mio Redentore. LXIX ARBORE DE IERARCHIA SIMILE A L'ANGELICA: FONDATA SOPRA LA FEDE, SPERANZA E CARITATE Fede, spene e caritade--gli tre ciel vol figurare, gli tre ciel e l'arbor pare--sí t'ensegno de trovare. Ad onom chegio perdono--s'io parlo natoscono, ch'io lo dico per alcono--e non per me de poco affare. O tu, om, che stai en terra--e se' creato a vita eterna, vedi l'arbor che t'ensegna;--or non temer, briga d'andare. A nove angeli poni cura--l'un de l'altro piú en altura, molto è nobil tua natura,--tutti li pòi paregiare. Lo primo arbor ch'è fondato,--nella fede è radicato, passa lo cielo stellato--e giogne fin allo sperare. El primo rametel ch'è pento--de l'offeso pentimento, sia confesso e ben contento--de non voler piú peccare. Poi el secondo me mandòne--a ffar la satisfazione d'onne mia offensione--fin a Roma, com'appare. E lo terzo sí me disse--che de Cristo sí entendisse, povero fosse, s'io volisse;--allor me vòlsi spogliare. Om che giogne a tal stato,--sí se tiene per salvato, ché 'l primo angel ha trovato;--briga de perseverare. Poi al quarto me tiròne,--miseme en religione, penitenza m'ensignòne--e de lo 'nferno guardare. Tosto el quinto sí me disse--ch'en tal ramo piú non stesse, ma a l'orazion me desse,--se volea casto stare. Da lo sesto fui tirato--e de tacer amaestrato, obedir al mio prelato--meglio che sacrificare. Chi en tale stato si trova,--con gli arcangeli demora; benedetto el dí e l'ora--che Dio el vòlse creare. Nello settimo fui tirato,--d'uno ramo desprezato, fui battuto e descacciato;--ben me fu grave a portare. Poi l'ottavo me tentòne--fomme fatto grand'onore per la gran devozione--lá tratti faceva andare. Demorando enfra la gente,--al nono ramo pusi mente; disseme:--Tu fai niente.--Cominciai a meditare. Chi en tal stato è applanato,--dagli troni è acompagnato, ché la fede l'ha ben guidato;--sopra el ciel pò abitare. Poi ch'a pensar me misi,--tutto quanto stupefisi, e me medesmo reprisi--e vòlsi il corpo tralipare. Allora conobbi me dolente,--ch'io me tenea sí potente, e non sapea che fusse niente,--pur al corpo facea fare. Poi guardai l'arbor vermiglio,--ch'alla speranza l'assimiglio; nolla guarda, en mio consiglio,--nul om ch'en terra ha stare. Enverso l'arbor levai el viso,--disseme con chiaro riso: --O tu, omo, ove se' miso?--molto è forte l'apianare.-- Io resposi con tremore:--Non pos altro che 'l mio core, esforzato d'uno amore,--el suo Signor vol trovare.-- Respondendo, disse:--Or viene,--ma emprima lassa onne bene, e poi deventa en te crudene--e non t'enganni la pietade.-- Ma en tal ramo facea 'l fiore--ch'al secondo me mandòne, e lá trovai pomo d'amore--e cominciai a lacrimare. Poi nel terzo piú sentenno,--a Dio demandai lo 'nferno, lui amando e me perdenno--dolce m'era onne male. Chi en tal stato monta sune--è con le dominazione, al demonio porta amore--e grande prende securtade. Nello quarto fui poi levato,--el mio entelletto fu scurato, dal Nemico fui pigliato,--non sapea que me fare. Non potea el quinto patire,--per dolor andai a dormire, en fantasia fo 'l mio vedire--el diavolo a somniare. Nel sesto perdei el sonno,--tenebroso vidde el monno, furome nemici entorno--vòlserme far desperare. La memoria m'aiutòne--e de Dio me recordòne, lo mio cor se confortòne--e la croce volli abracciare. Chi la croce strigne bene,--Iesú Cristo li soviene, poi lo principato tiene--ne la gloria eternale. Fui nel settimo approbato,--e doppio lume me fo dato; fo el Nemico tralipato,--non potendome engannare. Mantenente retornòne--como un angelo el latrone, una chiesa me mostròne--ch'io l'andasse a relevare. Io, com'omo timorato--e del cader amaestrato, non ce vòlsi volger capo;--al ramo ottavo vòls'andare. Allor m'aparve como Cristo--e disse:--Io so tuo maistro; pígliate de me diletto,--ché te voglio consolare.-- Io respusi:--Cristo disse--ch'io en lui non me folcisse, nel suo Patre lo vedisse--ne l'eterna claritate.-- Como un angelo de luce--me apparve entro la fuce, e disseme en chiara vuce:--Te se' degno d'adorare.-- Io respusi:--Onne onore--sia del mio Creatore; en ciò conosce lo mio core--che non se' quel che tu pare.-- Vedendome 'l Nemico sagio,--se parti con suo dannagio; ed io, compiendo 'l mio viagio,--fui nel ramo del contemplare. L'onor dando a l'Onnipotente,--tutta si squarciò mia mente, vedendoci Dio presente--en ciò ch'avea resguardare. Questo è lo ciel cristallino,--ca speranza sí vien mino; chi de lo splendor è pino,--regna colle potestate. Al terzo ciel poi pusi mente,--piú che sol era lucente, tutta s'enfiammò mia mente,--de voler lá su andare. Per un arbor sí s'apiana,--caritate sí se chiama, en alto stende suoi rama--e la cima è che non pare. Vòlsi montar a cavallo;--disseme:--Cavalca sallo, o tu, om, agi el bon anno,--emprima scolta el mio parlare. Due battaglie hai tu vente:--lo Nemico e l'altra gente; ormai purifica tua mente,--se per me vorrai montare.-- Io respusi con amore:--Io so libero de furore, ciò me mostra lo splendore--ch'i' obedisca el tuo parlare.-- De la luce facea la tarza--e de la tenebra la lanza, posi mente a la bilanza--e comenciai a cavalcare. Al primo grado ch'io salía,--la pigrizia trovai empría, dissi:--Donna, male stia!--ché per te nasce onne male.-- Io sguardai: non era sola,--apresso lei stava la gola con un'altra ria figliola:--lussuria è suo vocare. Entanno disse l'alma mia:--Questa è mala compagnia.-- Con la lancia la fería--e sí la feci tralipare. Poi me n'andai nel seconno:--vanagloria me fo entorno, volea far meco sogiorno--como giá solea fare. Io li dissi villania,--tosto me rispose l'ira: --Noi avemo una regina--e semo de sí alto affare. Avarizia è el suo nome--e manten questo costume, ca racoglie e sí repone--ciò che potemo guadagnare.-- Io, vedendo tal brigata,--la targia m'ebbi abracciata, l'una e l'altra ebbi frustata--e sí le feci scialbergare. Poi, crescendo mia possanza,--fui al terzo con alegranza; lá trovai la ignoranza--e sí la presi a biastemare. Per sua camera cercava--e la superbia sí trovava, una donna molto prava--e ben me vòlse contrastare. Una ancilla venne cortese,--che allora facea le spese, e voluttate sí se desse,--essa l'ha presa a governare. Io, vedendo sí mal gioco,--dissi:--Questo non è poco; or al foco, al foco, al foco!--E tutte tre fei consumare. Chi le vizia ha venciute,--regna en ciel con le virtute, ormai cresce sue salute,--se lle virtú so concordate. Poi nel quarto ramo entrai,--en doi stati me trovai: collo poco e co l'assai,---con ciascun sapea Dio amare. Nel quinto poi andai gioioso,--lá su fui piú virtuoso, ché me fece lo mio sposo--obedire e comandare. Consumai onne graveza,--vidime en sí gran richeza; disseme l'alta Potenza:--Or fa ch'en te la sacci usare.-- Fui nel sesto senza entenza--ne la profonda sapienza, concordai con la potenza--ne la pura volontate. L'om che giogne tanto suso,--con li cherubini ha puso; ben pò vivere gloriuso,--ché vede Dio per veritate. Quando me vedi en tanta altura,--en me tenendo onne figura fomme ditto en quel ura:--Ora spendi, ché 'l poi fare.-- Io guardai al Creatore,--assentíme d'andar sune, e meditai a suo onore--onne sente en suo affare. Poi ne l'ottavo me n'andai,--e con gli angeli conversai nel mio Sire che tanto amai,--secondo lo lor contemplare. En alto se levò mia mente,--al nono ramo fui presente, laudo lo vero Onnipotente--en se medesmo vòlsi usare. Chi lí giogne, ben è pino--dello spirito divino, fatto è un serafino,--sguarda nella Trinitade. E tutti li stati ha lassati,--e li tre arbori ha spezati, e li tre cieli ha fracassati,--e vive nella Deitade. Om che giogni a tal possanza--per mercé per tua onoranza, priega la nostra speranza--che te possiam sequitare. LXX DE LE QUATTRO VIRTÚ CARDINALE Alte quattro virtute--son cardinal chiamate, o' nostra umanitate--perfece lo suo stato. Como l'uscio pòsase--nel suo cardinile, cusí la vita umana--è 'n questo quadrato stile; anima ch'amantase--questo nobel mantile, puòse chiamar gentile,--d'onne gioia adornato. La prima è la prudenza,--lume dell'entelletto; la seconda è iustizia--che esercita l'affetto; la terza è fortetude--contra l'averso aspetto, la quarta è temperanza--contra van delettato. Altissima prudenza,--báila de la ragione, demostri el ben, el meglio,--lo sommo a la stagione; demostri el male, el peio,--el pessimo e la cagione e la dannazione--c'hane l'uomo dannato. Altissima prudenza,--col mercatar sotile de trare cose utile,--non sia cosa sí vile; beato quel coragio--che tien ritto tuo stile, pòsse chiamar gentile,--degno de grande stato. Non par che la prudenza--possa ben operare senza l'altre virtute--che la degon aitare; envita la iustizia--che ce deggia albergare, che deggia esercitare--ciò che ella ha pensato. 'Nestante la iustizia--posta ha legge al core, che sopra onne cosa--sia amato Dio signore con tutte le potenzie--e con onne fervore; ché glie s'affá l'onore--d'esser cusí amato. Iustizia constregne--lo prossimo d'amare; ca, se è verace amore,--loco se vol mostrare; como l'auro al fuoco--se fa paragonare, cusí sí vol provare--l'amor ch'aggi albergato. La fortitude ha loco--a tal pugna portare, en amar lo prossimo--che te fa eniurare; tolle, fura, engánnate--e statte a menacciare; poterlo sempre amare--parme amor provato. Ch'en amar lo prossimo--è grande svalianza, ché 'l trovi deformato--pieno de niquitanza; poter amar suo essere,--orrir la mal'usanza ène esaminanza--de l'amor approvato. Agio lo corpo endomito--con pessimo appetito, la temperanza enfrenalo,--ch'è de mal nutrito; ad onne ben recalcitra,--como fusse ensanito, a gran briga è guarito,--de tal guisa è malato. Lo viso se fa povero--de forme e de coluri, l'audito spreza sonora--che son pien de vanuri, lo gusto en poche cibora--contemne li sapuri, desprezansi gli oduri--collo vestir ornato. Da poi che 'l corpo perdese--de fuor la delettanza, l'anima costregnese--trovar altra amistanza; la fede mostra, enségnate--lá 'v'è la vera amanza; ménate la speranza--lá 'v'è l'amor beato. LXXI COMO CRISTO SE REPOSA NE L'ANIMA ORNATA DE VIRTÚ, COMO SPOSO CON LA SPOSA. Omo che vol parlare,--emprima déi pensare se quello che vol dire--è utile ad udire. La longa materia--suol generar fastidia, lo longo abreviare--suole l'om delettare. Abbrevio mei ditta,--longheza breve scritta; chi ce vorrá pensare--ben ce porrá notare. Comenzo el mio dittato--de l'omo ch'è ordinato, ove Dio se reposa--nell'alma ch'è sua sposa. La mente sí è 'l letto--con l'ordinato affetto, el letto ha quattro piedi,--come en figura el vedi. Lo primo piè è prudenza--lume d'entelligenza, demostra el mal e 'l bene--e co tener se déne. L'altro piè è iustizia,--l'affetto en esercizia; prudenzia ha demostrato,--iustizia adoperato. Lo terzo piè forteza,--portar onne graveza, per nulla aversitate--lassar la veritate. Lo quarto è temperanza,--freno en abundanza ed en prosperitate--profunda umilitate. La lettiera enfunata--de fede articulata, l'articoli ligati--con li piè son catenati. De paglia c'è un saccone:--la mia cognizione, como so vile nato--e pieno de peccato. De sopre el matarazo--Cristo per me fo pazo, o' se mise a venire--per me poter avire. Ècce un capezale:--Cristo en croce sale, morto e tormentato,--con ladroni acompagnato. Stese ce son lenzola:--lo contemplar che vola, specchio de divinitate,--vestito d'umanitate. Coperto è de speranza--a darme ferma certanza de farme citadino--en quel albergo divino. La caritate iogne--e con Dio me coniogne, iogne la vilitate--con la divina bontade. E qui nasce un amore,--c'ha emprennato el core, pieno de desiderio,--d'enfocato misterio. Prenno liquidisce,--languendo parturisce: parturisce un ratto--e nel terzo ciel è tratto. Cielo umano passa,--l'angelico trapassa, ed entra en la caligine--col Figlio della Vergene. Ed en Dio uno e trino,--loco li se mette el frino d'entelletto posato,--l'affetto adormentato. E dorme senza somnia--c'ha veritate d'omnia, c'ha reposato el core--nello divino amore. Vale, vale, vale!--Ascende per queste scale, ché pò cader en basso,--farí' grande fracasso. LXXII COMO EL VERO AMORE DEL PROSSIMO IN POCHI SE TROVA. Vorría trovare chi ama;--molti trovo che sé ama. Credeva essere amato,--retrovome engannato, dividendo lo stato--perché l'omo sí m'ama. L'omo non ama mene,--ama quanto en me ène; però, vedendo bene,--veggio che falso m'ama. Se so ricco, potente,--amato da la gente, retornando a niente,--onne omo sí me sciama. Ergo l'avere è amato,--ca io son odiato; però en folle è stato--chi 'n tal pensier sí m'ama. Veggio la gentileza--che non aggia riccheza, retornará en vileza,--onom l'apella brama. L'omo enserviziato--da molta gente è amato; vedutolo enfermato,--onom sí lo sciama. L'omo te vole amare--mentre ne pò lograre, se nogl puoi satisfare,--tògliete la tua fama. L'omo c'ha santetate,--trova grande amistate; se gl vien la tempestate,--rómpegliese la trama. Fuggo lo falso amore,--che non me prenda 'l core; retornome al Signore--che solo vero ama. LXXIII DEL GRAN PREZO DATO PER VIL DERRATA, CIOÈ CRISTO PER L'OMO O derrata, guarda al prezo,--se te vuoli enebriare; ca lo prezo è 'nebriato--per lo tuo enamorare. Lo tuo prezo è 'nebriato,--de cielo en terra è desciso; piú che stolto reputato,--lo re de paradiso a que comparar s'è miso--a sí gran prezo voler dare? Aguardate esto mercato,--che Dio patre ci ha envestito, angeli, troni, principato--ostopiscon de l'audito: lo Verbo de Dio infinito--darse a morte per me trare. Ostupisce cielo e terra,--mare ed onne creatura; per finir meco la guerra--Dio ha presa mia natura, la superbia mia d'altura--se vergogna d'abassare. O ebrieza d'amore,--como volesti venire per salvar me peccatore?--Se' te messo a lo morire, non saccio altro ch'ensanire--poiché m'hai voluto ensegnare. Poiché lo saper de Dio--è empazato de l'amore, que farai, o saper mio?--Non vol gir po' 'l tuo Signore? Non pòi aver maiur onore--ch'en sua pazia conventare. O celeste paradiso,--encoronato stai de spina, ensanguinato, pisto, alliso--per darmete en medicina; grave è stata mia malina--tanto costa el medicare. Nullo membro ce par bello--stare so 'l capo spinato, che non senta lo flagello--de lo capo tormentato; vegio lo mio Sire empicato--ed io volerme consolare. O Signor mio, tu stai nudo--ed io abondo nel vestire, non par bello questo ludo:--io satollo e tu en famire, tu vergogna sofferire,--ed io onore aspettare. Signor povero e mendíco,--per me molto affatigato, ed io peccator iniquo,--ricco, grasso e reposato; non par bello esto vergato:--io en reposo e tu en penare. O Signor mio senza terra,--casa, letto, massaria, lo pensier molto m'afferra,--ché so errato de tua via; grande faccio villania--a non volerte sequitare. Or renunza, o alma mia,--ad onne consolazione, el penar gaudio te sia--vergogna ed onne afflizione, e questa sia la tua stazone:--de morir en tormentare. O gran prezo senza lengua,--viso, audito senza cuore, esmesuranza en te regna,--hai anegato onne valore; lo 'ntelletto sta de fore--o' l'amore sta a pascuare. Poi che lo 'ntelletto è preso--da la grande smesuranza, l'amor vola a desteso,--va montando en desianza; abracciando l'abundanza,--l'amiranza el fa pigliare. L'amiranza li mette el freno--a l'amor empetuuso, en reverenzia fasse meno,--non presume d'andar suso, lo voler de Dio gli è 'nfuso--che 'l suo voler fa nichilare. Poi che l'omo è anichilato,--nasce l'occhio da vedere, questo prezo esmesurato--poi l'acomenza sentire, nulla lengua lo sa dire--quel che sente en quello stare. LXXIV LA BONTÁ DIVINA SE LAMENTA DE L'AFFETTO CREATO La Bontade se lamenta--che l'Affetto non l'ha 'mata, la Iustizia è appellata--che ne degia ragion fare. La Bontade ha congregate--seco tutte le creature, e danante al iusto Dio--sí fa molto gran romure, che sia preso el malfatture--e síene fatta vendetta, c'ha offesa la diletta--nel suo falso delettare. La Iustizia enestante--l'Affetto sí ha pigliato, e con tutta sua famiglia--en prigione l'ha carcerato, che déi esser condennato--de la 'ngiuria c'ha fatta, tráglise fore una carta--qual non può contrariare. L'Affetto pensa ensanire,--poi che se sente en pregione; ché solea aver libertade,--or suiace a la ragione; la Bontá ha compassione,--succurre che non perisca, de grazia gli dá una lisca--e nel senno el fa tornare. L'Affetto, poi che gusta el cibo--de la grazia gratis data, lo 'ntelletto e la memoria--tutta sí l'ha renovata, e la volontá mutata--piange con grande desianza la preterita offensanza--e nullo consólo se vol dare. Empreso ha novo lenguaio,--ché non sa dir se non «amore». Piange, ride, dole e gaude--securato con timore; e tal segni fa de fuore,--che paiono de om stolto, dentro sta tutto racolto,--non sente da fuor que fare. La Bontade sí comporta--questo amore furioso, ché con esso sí confige--questo mondo tenebroso, el corpo luxurioso--sí remette a la fucina, perde tutta la sentina--che 'l facea deturpare. La Bontá sottra' a l'affetto--lo gusto del sentimento; lo 'Ntelletto, ch'è 'n pregione,--esce en suo contemplamento, l'Affetto vive en tormento,--de lo 'ntender se lamenta, ché 'l tempo gli empedimenta--del corrotto che vol fare. Lo 'Ntelletto, poi che gusta--lo sapor de sapienza, lo sapor sí l'asorbisce--nella sua gran complacenza; gli occhi d'entelligenza--ostopiscon del vedere, non voglion altro sentire--se non questo delettare. L'Affetto non se cci acorda,--ché vol altro che vedere, ché 'l suo stomaco se more--se non i porge que paidire; vole a le prese venire,--sí ha fervido appetito, lo sentir che gli è fugito--piange senza consolare. Lo 'Ntelletto dice:--Tace,--non me dare piú molesta, ché la gloria che io vegio--sí m'è gaudiosa festa; non me turbar questa vesta,--deveríe esser contento contentar lo tuo talento--en questo mio delettare. --Oimè lasso, que me dici?--par che me tenghi in parole, ché tutto el tuo vedimento--sí me paion che sian fole, ché consumo le mie mole,--ché non hone macinato, e tanto agio degiunato--e tu me ne stai mò a gabare. --Non te turbar se me vegio--beneficia create, ca per esse sí conosco--la divina Bonitate; siram reputati engrate--a non volerle vedere, però te devería piacere--tutto sto mio fatigare. --Tu ce offendi qui la fede--de gir tanto speculando, e la sua immensitate--de girla abreviando; e vai tanto asutigliando,--che rompe la ligatura, e toglime 'l tempo e l'ura--del mio danno arcoverare. Lo 'Ntelletto dice:--Amore--ch'è condito de sapere, pareme piú glorioso--che questo che vòi tenere; se io me sforzo a vedere--chi, a cui e quanto è dato, será l'amor piú levato--a poterne piú abracciare. --A me par che sapienza--en questo fatto è iniuriata, de la sua immensitade--averla sí abbreviata; per veder cosa creata,--nulla cosa n'hai compreso, e tiemme sempre sospeso--en morirme en aspettare.-- La Bontade n'ha cordoglio--de l'Affetto tribulato, poneglie una nova mensa,--ché ha tanto degiunato; lo 'Ntelletto è admirato,--l'Affetto entra l'ha tenuta, la lor lite sí è finuta--per questo ponto passare. Lo 'Ntelletto sí è menato--a lo gusto del sapore, l'Affetto trita coi denti--ed enghiotte con fervore, poi lo coce co l'amore,--tráine 'l frutto del paidato, ed ai membri ha dispensato--donde vita possan trare. LXXV DE LA DIVERSITÁ DE CONTEMPLAZIONE DE CROCE --Fuggo la croce che me devora, la sua calura non posso portare. Non posso portare sí grande calore che getta la croce, fuggendo vo amore; non trovo loco, ca porto nel core la remembranza me fa consumare. --Frate, co fuggi la sua delettanza? io vo chirendo la sua amistanza; parme che facci grande vilanza de gir fugendo lo suo delettare. --Frate, io fuggo, ché io son ferito; venuto m'è 'l colpo, e 'l cor m'ha partito; non par che senti de quel c'ho sentito, però non par che ne sacci parlare. --Frate, io sí trovo la croce fiorita, de soi pensieri me sono vestita, non ce trovai ancora ferita, 'nante m'è gioia lo suo delettare. --Ed io la trovo piena de sagitte ch'escon del lato; nel cor me son fitte, el balestrier en ver me l'ha diritte, on arme ch'aggio me fa perforare. --Io era cieco ed or veggio luce, questo m'avenne per sguardo de cruce; ella me guida, ché gaio m'aduce, e senza lei son en tormentare. --E me la luce sí m'ha acecato; tanto lustrore de lei me fo dato, che me fa gire co abacinato, c'ha li bel occhi e non pote mirare. --Io posso parlar, ché stato so muto, e questo ella croce sí m'è apparuto; tanto de lei sí aggio sentuto, ch'a molta gente ne pos predicare. --E me fatt'ha muto che fui parlatore, en sí grande abisso entrat'è el mio core, ch'io non trovo quasi auditore con chi ne possa de ciò ragionare. --Io era morto ed or aggio vita, e questo e la croce sí m'è apparita; parme esser morto de la partita ed aggio vita nel suo demorare. --Ed io non so morto, ma faccio el tratto, e Dio lo volesse ch'el fosse ratto! star sempremai en estremo fatto e non poterme mai liberare! --Frate, la croce m'è delettamento, nollo dir mai ch'en lei sia tormento; forsa non èi al suo giognemento che tu la vogli per sposa abracciare. --Tu stai al caldo, ma io sto nel fuoco; a te è diletto, ma io tutto cuoco; con la fornace trovar non pò loco, se non c'èi entrato non sai quegn'è stare. --Frate, tu parli che io non t'entendo, como l'amore gir vòi fugendo, questo tuo stato verría conoscendo se tu el me potessi en cuore splanare. --Frate, el tuo stato è en sapor de gusto, ma io c'ho bevuto, portar non pò el musto, non aggio cerchio che sia tanto tusto che la fortura non faccia alentare. LXXVI DEL IUBILO DEL CORE CHE ESCE IN VOCE O iubilo del core,--che fai cantar d'amore! Quando iubilo se scalda,--sí fa l'uomo cantare; e la lengua barbaglia--e non sa que parlare, dentro non pò celare,--tanto è grande el dolzore! Quando iubilo è acceso,--sí fa l'omo clamare; lo cor d'amore è preso--che nol pò comportare, stridendo el fa gridare--e non vergogna allore. Quando iubilo ha preso--lo cor enamorato, la gente l'ha en deriso,--pensando suo parlato, parlando smesurato--de que sente calore. O iubil, dolce gaudio,--ched entri ne la mente, lo cor deventa savio--celar suo convenente, non può esser soffrente--che non faccia clamore. Chi non ha costumanza--te reputa empazito, vedendo svalianza--com omo ch'è desvanito, dentro lo cor ferito--non se sente de fuore. LXXVII DE L'AMOR MUTO O amore muto--che non vòi parlare, che non sie conosciuto! O amor che te celi--per onne stagione, ch'omo de fuor non senta--la sua affezione, che non la senta latrone--per quel c'hai guadagnato, che non te sia raputo. Quanto l'om piú te cela, tanto piú foco abundi; om che te ven occultando--sempre a lo foco iugne, ed omo c'ha le pugne--de voler parlare, spesse volte è feruto. Omo che se stende--de dir so entendimento, avenga che sia puro--el primo comenzamento; vience da fuor lo vento--e vagli spaliando quel ch'avea receputo. Omo che ha alcun lume--en candela apicciato, se vol che arda en pace,--mettelo a lo celato; ed onne uscio ha enserrato--che nogl venga lo vento che 'l lume sia stenguto. Tal amor ha posto--silenzo a li suspiri, èsse parato a l'uscio--e non gli lascia uscire; dentro el fa partorire--che non se spanda la mente da quel che ha sentuto. Se se n'esce el suspiro,--esce po' lui la mente, va po' lui vanegiando,--lassa quel c'ha en presente: poi che se ne resente,--non puote retrovare quel ch'avea receputo. Tal amor ha sbandito--da sé la ipocrisia, che esca del suo contado--che trovata non sia; de gloria falsa e ria--sí n'ha fatta la caccia de lei e del suo tributo. LXXVIII DE L'AMOR VERO E DISCREZION FALSA L'amor lo cor sí vol regnare,--discrezion vol contrastare. L'amor ha presa la forteza,--la volontá de grande alteza, sagitta 'l cor, lancia dolceza,--da c'ha ferito, lo fa 'npazare. Discrezion de grande altura--d'onguento ha presa l'armatura, ed en ragion, lá 'v'ella mora,--con ella se vol defensare. L'amor non ce vol ragione,--'nante sagetta suo lancione, però che 'l cor vol per pregione--e 'l corpo mettere en penare, Discrezion al cor s'acosta--e fagli cordogliosa posta, la carne el sente, sí s'è mosta--a dargli tutto 'l suo affare. L'amor non cessa, 'nante manna--de grande ardor la sua vivanna, lo cor manuca e pur encanna--ed èi sí forte tal mangiare. Discrezion sí parla al core:--Se tu non hai me per signore, végiote che 'l tuo ardore--non porrá perseverare.-- L'amor udendo, sí sagitta--de gran secreto sua lancitta, la carne el sente, sta afflitta,--ché l'impeto non pò portare. Discrezion parla secreta,--al cor sí mostra sua moneta: --Or piglia pian la tua saleta,--che tu non possi enfermare.-- L'amor spera en sua forteza,--cotal parlar li par matteza, del gran Signor piglia largeza--ch'esso sí l'ha da mal guardare. Discrezion dice:--Sie saggio,--ca molta gente veduto agio, sequitando lor desiagio,--né dicer posson poi né fare.-- L'amor sí l'ode e non lo 'ntende,--de gran fervor suo arco tende, sagetta 'l cor, tutto l'accende--del gran Signor che non ha pare. La carne dice a la ragione:--Io me t'arendo per pregione, aiutame ch'io ho cagione,--ché l'amor me vol consumare. Ché non farían sufficenza--mille corpi a sua ademplenza, e con Dio sí se entenza--che 'l se crede manecare. Abraccia Dio e vollo tenere--e quel che vole non sa dire, sputar non lassa né ranscire--che non se possa travagliare. Su del cielo piglia parte,--poi con meco sí combatte, enganname con la sua arte,--sí sa dolce predicare. Ché parla sí dolcemente,--che me sottra' da tutta gente, poi si piglia sí la mente,--che non la lassa suspirare. Pregovi che m'aiutiti,--che un poco l'affreniti, ché i soi pensier me son feriti--che tutta me fan concussare. Pigliar voglio pensamento--a non adempir el suo talento, de star solo non gli assento--ch'io non possa contrastare. Del mondo sirò accompagnata,--de lui giragio enfacendata, ch'io non sia allapidata,--embrigarògli el meditare.-- La ragion dice:--Non te giova,--l'amor vencer vol la prova; s'egli en dí non te trova,--la notte tu non pòi mucciare.-- LXXIX DELLA BONTÁ DIVINA E VOLONTÁ CREATA La bontate enfinita--vol enfinito amore, mente, senno e core--lo tempo e l'esser dato. Amor longo fidele,--in eterno durante, alto de speranza,--sopra li ciel passante, amplo en caritate,--onne cosa abracciante, en un profondo stante--de core umiliato. La volontá creata,--en infinitate unita, menata per la grazia--en sí alta salita, en quel ciel d'ignoranzia--tra gaudiosa vita, co ferro a calamita--nel non veduto amato. Lo 'ntelletto ignorante--va entorno per sentire, nel ciel caliginoso--non se lassa transire, che fôra grande eniuria--la smesuranza scire, siría maior sapire--che lo saper ch'è stato. Lo 'ntelletto ignorante--iura fidelitate, sotto l'onnipotenza--tener credulitate, de mai ragion non petere--a la difficultate, vive en umilitate--en tal profondo anegato. O savia ignoranza,--en alto loco menata, miracolosamente--se' en tanto levata, né lengua né vocabulo--entende la contrata, stai co dementata--en tanto loco ammirato. --O alma nobilissima,--dinne que cose vide! --Veggo un tal non veggio--che onne cosa me ride; la lengua m'è mozata--e lo pensier m'ascide, miracolosa side--vive nel suo adorato. --Que frutti reducene--de esta tua visione? --Vita ordinata--en onne nazione; lo cor ch'era immondissimo,--enferno inferione, de trinitá magione--letto santificato. Cor mio, se' te venduto--ad alto emperatore, nulla cosa creata--m'archieda omai d'amore, ché non è creatura--posta en tanto onore, a me è 'n gran descionore--se en mio cor fosse entrato. Se creatura pete--per lo mio amor avere, vadane a la bontade--che l'ha distribuire, ch'io non aggio que fare,--ella ha lo possedere, può far lo suo piacere,--ché lo s'ha comparato. Lo tempo me demostra--ch'io gli ho rotta la legge, quando l'aggio occupato--en non servire de rege; o tempo, tempo, tempo,--en quanto mal sommerge a chi non te correge--passando te oziato! LXXX DE L'AMORE DIVINO DESTINTO IN TRE STATI --Sapete voi novelle de l'amore che m'ha rapito ed assorbito el core, e tiemme empregionato en suo dolzore, e famme morire en amor penato? --De l'amore che hai demandato molti amori trovamo en esto stato, se tu non ne declar del tuo amato, risponder noi non te ce saperimo. --L'amor ch'io ademando sí è 'l primo, unico, eterno e sta sublimo; non par che 'l conoscati, como stimo, da ch'en plurale avete la 'ntendenza. --Questo respondere giá non è fallenza, de lo tuo amor non avem conoscenza; se non t'encresce a dicerne sua valenza, delettane l'audito d'ascoltare. --L'amor ch'io ademando è singulare; cielo e terra empie col suo amare, en cosa brutta non pò demorare, tanto è purissimo. L'amor ch'io demando è umilissimo, el cor, o' se reposa, fa 'l ditissimo, umilia l'affetto superbissimo per sua bontade. Enfondeme nel cor fedelitate, famme guardar da le cose vetate, le cose concedute ed ordenate fammele usar con temperanza. Divide da la terra mia speranza, conducelame en ciel la vicinanza, famme citadin per longa usanza de la gran citade. Loco sí son le cose ordinate la scola se cce tien de caritate, tutte le gente de quelle contrate ciascuno en amore è conventato. Distinguese l'amore en terzo stato: bono, meglio, sommo, sublimato; lo sommo sí vole essere amato senza compagnia. Parlar de tale amor faccio follia, diota me conosco en teologia, l'amor me constregne en sua pazia e famme bannire. Prorompe l'abundanza en voler dire, modo non gli trovo a proferire, la veritá m'empone lo tacere, che non lo so fare. L'abundanza non se pò occultare, loco sí se forma el iubilare, prorompe en canto che è sibilare, che vidde Elia. Partámone ormai da questa via, a le doi distinzion che so empria, e logo sí figam la diceria che si convene. Sempre lo meglio sta sopra lo bene; se tu non ami el prossimo co tene, e te non ami como si convene, tu, cieco, el cieco meni a tralipare. Emprima t'è opo con Dio ordinare, e da lui prender regola d'amare, amor saggio e forte en adurare e mai non smaglia. Fame, sete e morte nol travaglia, sempre lo trovi forte a la battaglia, a patir pena ed onne ria travaglia e star quiito. Lo corpo sí ha redutto al suo servito, li sensi regolati ad obedito, gli eccessi sottoposti so a punito ed a ragione. Tutta sta quieta la magione, gli officia distinte per ragione; se nulla ce nascesse questione, ston al iudicio. Lo iudice che sede al malefizio ser Conscio è vocato per offizio, non perdona mai per pregarizio né per timore. Non perdona al grande né al minore, nulla cosa occulta gli sta en core, tutta la corte vive con tremore ad obedenza. Poi che l'alma vive a conscienza, contien amar lo prossimo en piacenza, amor verace par senza fallenza de caritate. Trasfórmate l'amor en veritate nelle persone che son tribulate, e, compatendo, magior pena pate che 'l penato. Quel per alcun tempo ha reposato, lo compatente ce sta cruciato, notte e giorno con lui tormentato e mai non posa. Non pò l'om sapere questa cosa se non la caritate chi l'ha enfusa, como nel penato sta retrusa a parturire. Partámone ormai dal nostro dire, e ritornimo a Cristo nostro sire, che ne perdoni lo nostro fallire e díene pace. --Lo vostro ditto, frate, sí ne piace, però che vostro dicer è verace; de sequir voi tal via sí n'aiace, che ne salvimo. Amen.-- LXXXI DE L'AMOR DIVINO E SUA LAUDE O Amor, divino amore,--amor, che non se' amato. Amor, la tua amicizia--è piena de letizia non cade mai en tristizia--lo cor che t'ha assagiato. O amor amativo,--amor consumativo, amor conservativo--del cuor che t'ha albergato! O ferita gioiosa,--ferita dilettosa, ferita gaudiosa,--chi de te è vulnerato! Amore, unde entrasti,--ché sí occulto passasti? Nullo signo mostrasti--unde tu fusse entrato. O amor amabile,--amor delettabile, amor encogitabile--sopr'onne cogitato! Amor, divino fuoco,--amor de riso e gioco, amor non dái a poco,--ché se' ricco smesurato. Amor, con chi te poni?--con delette persone, e lassi gran baroni,--ché non fai lor mercato. Tale non par che vaglia--en vista una medaglia, che quasi como paglia--te dái en suo trattato. Chi te crede tenere,--per sua scienzia avere, nel cor non può sentire--che sia lo tuo gustato. Scienzia acquisita--mortal sí dá ferita, s'ella non è vestita--de core umiliato. Amor, tuo magisterio--enforma el desiderio, ensegna l'evangelio--col breve tuo ensegnato. Amor che sempre ardi--e i tuoi coraggi inardi, fai le lor lengue dardi--che passa onne corato. Amore grazioso,--amore delettoso, amor suavetoso,--che 'l core hai saziato. Amor ch'ensegni l'arte--che guadagni le parte, de cielo fai le carte,--en pegno te n'èi dato. Amor, fidel compagno,--amor, che mal se' a cagno, de pianto me fai bagno--ch'io pianga el mio peccato. Amor dolce e suave,--de cielo, amor se' chiave; a porto meni nave--e campa el tempestato. Amor che dái luce--ad omnia che luce, la luce non è luce,--lume corporeato. Luce luminativa,--luce demostrativa, non viene a l'amativa--chi non è en te luminato. Amor, lo tuo effetto--dá lume a lo 'ntelletto, demóstrali l'obietto--de l'amativo amato. Amor, lo tuo ardore--ad enflammar lo core uniscil per amore--ne l'obietto encarnato. Amor, vita secura,--riccheza senza cura, piú ch'en eterno dura--ed ultra smesurato. Amor che dái forma--ad omnia c'ha forma, la forma tua reforma--l'omo ch'è deformato. Amore puro e mondo,--amor saggio e iocondo, amor alto e profondo--al cor che te s'è dato. Amor largo e cortese,--amor con larghe spese, amor, con mense stese--fai star lo tuo affidato. Lussuria fetente--fugata de la mente, de castitá lucente,--mundizia adornato. Amor, tu se' quel ama--donde lo cor te ama, sitito con gran fama--el tuo enamorato. Amoranza divina,--ai mali se' medicina, tu sani onne malina,--non sia tanto agravato. O lengua scotegiante,--come se' stata osante de farte tanto enante--parlar de tale stato? Or pensa que n'hai detto--de l'amor benedetto, onne lengua è en defetto--che de lui ha parlato. Se onne lengue angeloro--che stanno en quel gran coro parlando de tal foro,--parlaran scelenguato. Ergo co non vergogni?--nel tuo parlar lo pogni, lo suo laudar non giogni,--'nante l'hai blasfemato. --Non te posso obedire--ch'amor deggia tacire, l'amor voglio bandire,--fia che mo m'esce 'l fiato. Non è condizione--che vada per ragione, che passi la stagione--ch'amor non sia clamato.-- Clama la lengua e 'l core:--Amore, amore, amore! chi tace el tuo dolzore--lo cor li sia crepato. E ben credo che crepasse--lo cor che t'assagiasse; se amor non clamasse,--trovárese afogato.-- LXXXII COMO L'ANIMA TROVA DIO IN TUTTE CREATURE PER MEZO DE SENSI O amor, divino amore,--perché m'hai assediato? Pare de me empazato,--non puoi de me posare. Da cinque parte veggio--che m'hai assediato: audito, viso, gusto,--tatto ed odorato; se esco, so pigliato,--non me te pos'occultare. Se io esco per lo viso,--ciò che veggio è amore, en onne forma èi pento,--ed en onne colore; represèntime allore--ch'io te deggia albergare. Se esco per la porta--per posarme en audire, lo sono e que significa?--Representa te, sire; per essa non può uscire--ciò cche odo è amare. Se esco per lo gusto,--onne sapor te clama: --Amor, divino amore,--amor pieno de brama; amor preso m'hai a l'ama--per potere en me regnare.-- Se esco per la porta--che se chiama odorato, en onne creatura--te ce trovo formato; retorno vulnerato,--prendime a l'odorare. Se esco per la porta--che se chiama lo tatto, en onne creatura--te ce trovo retratto; amor, e co so matto--de volerte mucciare? Amor, io vo fugendo--de non darte el mio core, veggio che me trasformi--e faime essere amore, sí ch'io non son allore--e non me posso artrovare. S'io veggio ad omo male--o defetto o tentato, trasformome entro en lui--e face 'l mio cor penato; amore smesurato,--e chi hai preso ad amare? Prendeme a Cristo morto,--traime de mare al lito, loco me fai penare--vedendol sí ferito; perché l'hai sofferito?--Per volerme sanare. LXXXIII DE L'AMORE DE CRISTO IN CROCE, E COMO L'ANIMA DESIDERA DE MORIR CON LUI O dolce amore--c'hai morto l'amore, prego che m'occidi d'amore. Amor c'hai menato--lo tuo enamorato ad cusí forte morire, perché 'l facesti--ché non volesti ch'io dovesse perire? Non me parcire,--non voler soffrire ch'io non moia abracciato d'amore. Se non perdonasti--a quel che sí amasti, como a me vòi perdonare? Segno è, se m'ami,--che tu me c'enami como pesce che non pò scampare. E non perdonare,--ca el m'è en amare ch'io moia anegato en amore. L'amore sta appeso,--la croce l'ha preso e non lassa partire. Vocce currendo--e mo me cce appendo, ch'io non possa smarrire. Ca lo fugire--faríame sparire, ch'io non sería scritto en amore. O croce, io m'apicco--ed ad te m'aficco, ch'io gusti morendo la vita. Ché tu ne se' ornata,--o morte melata; tristo che non t'ho sentita! O alma sí ardita--d'aver sua ferita, ch'io moia accorato d'amore. Vocce currendo,--en croce legendo nel libro che c'è ensanguinato. Ca essa scrittura--me fa en natura ed en filosofia conventato. O libro signato--che dentro se' aurato, e tutto fiorito d'amore! O amor d'agno,--magior che mar magno, e chi de te dir porría? A chi c'è anegato--de sotto e da lato e non sa dove sia, e la pazia--gli par ritta via de gire empazato d'amore. LXXXIV COMO È SOMMA SAPIENZIA ESSERE REPUTATO PAZO PER L'AMOR DE CRISTO Senno me pare e cortesia--empazir per lo bel Messia. Ello me sa sí gran sapere--a chi per Dio vol empazire, en Parige non se vidde--ancor sí gran filosofia. Chi per Cristo va empazato,--par afflitto e tribulato; ma è maestro conventato--en natura e teologia. Chi per Cristo ne va pazo,--a la gente sí par matto; chi non ha provato el fatto--pare che sia fuor de la via. Chi vol entrare en questa scola,--troverá dottrina nova; la pazia, chi non la prova,--giá non sa que ben se sia. Chi vol entrar en questa danza,--trova amor d'esmesuranza; cento dí de perdonanza--a chi li dice villania. Ma chi va cercando onore,--non è degno del suo amore, ché Iesú fra doi latrone--en mezo la croce staía. Ma chi cerca per vergogna,--ben me par che cetto iogna; iá non vada piú a Bologna--a 'mparar altra mastria. LXXXV COMO SE DEVE AMAR CRISTO LIBERALMENTE COMO ESSO AMÒ NOI --O amor che m'ami,--prendime a li toi ami, ch'io ami co so amato. O amor che ami--e non trovi chi t'ami, chi sal per li toi rami--sempre se chiama engrato. O engrato nobile,--sommerso en ammirabile, non puoi salire equabile--d'amore adoguagliato. O amore attivo--che non trovi passivo, che venga a l'amativo--d'amor purificato. Amor c'hai nome amo,--plural mai non trovamo, da te fonte gustamo,--amor da te spirato. Amor, mostrame el como,--ché 'l quanto, non è omo che nol somerga el somo--del quanto smesurato. --El como te mostrai--quando me encarnai, per te peregrinai--en croce consumato. El quanto armáse en sete,--ché non for mai aprete l'altissime secrete--en subietto finato. Non reman dal daiente,--ma dal recipiente, non è sufficiente--a Dio nullo creato. Lo enfinito amare,--finito en demostrare, la mostra terminare--in amor sterminato. En quilli amorosi abissi--gli santi son sommersi, dentro e da fore oppressi--d'amore spelagato. L'alteza è infinita,--longeza non compíta, largeza sterminata,--profondo sprofondato. Non puòtte piú l'amore--mostrar fatto maggiore, che farme lo minore--en degli omini deiettato. Qual pazo vorria fare,--per formicaio campare, en formica tornare--per formicaio campato. Maggior fo mia stoltizia--la grande alteza mia de prender questa via--de farme om penato. Io non te amai per mene,--'nante te amai per tene, non me crebbe bene--del mio fatigato. Per te non fui maggiore,--né senza te minore, trasseme l'amore--che fusse reformato. Se m'ami per aver gloria,--mercenaia hai memoria; attento stai a mia solia--pur del remunerato. Non m'ami per amore,--ché 'l prezo te sta en core; se 'l prezo ne trai fuore,--l'amor tuo è anichilato. Se la tua utilitate--te trae ad amorositate, poco d'aversitate--te fa l'amor cagnato. Se l'amore è libero--che non sia avaro albitrio, gentil fa desiderio--non condizionato. Non c'è condizione--né messa per ragione, è fatta l'unione--che non veste vergato. Da l'amativo amabile--esce l'amor mirabile, l'amore è poi durabile--semper in idem stato. LXXXVI COMO L'ANIMA DIMANDA PERDONANZA DE L'OFFENSIONE E GUSTO D'AMORE Amor dolce senza pare--sei tu, Cristo, per amare. Tu sei amor che coniugni,--cui piú ami spesso pugni; onne piaga, poi che l'ugni,--senza unguento fai sanare. Amor, tu non abandoni--chi t'offende, sí perdoni; e de gloria encoroni--chi se sa umiliare. Signor, fanne perdonanza--de la nostra offensanza, e de la tua dolce amanza--fanne um poco assagiare. Dolce Iesú amoroso,--piú che manna saporoso, sopra noi sie pietoso,--Signor, non n'abandonare. Amor grande, dolce e fino,--increato sei divino, tu che fai lo serafino--de tua gloria enflammare. Cherubin ed altri cori,--apostoli e dottori, martiri e confessori,--vergene fai iocundare. Patriarche e profete--tu tragisti da la rete; de te, amor, áver tal sete,--non se crédor mai saziare. Dolce amor, tanto n'ame,--al tuo regno sempre clame, saziando d'onne fame,--tanto sei dolce a gustare. Amor, chi de te ben pensa,--giammai non déi far offensa; tu sei fruttuosa mensa--en cui ne devem gloriare. Nella croce lo mostrasti,--amor, quanto tu n'amasti; ché per noi te umiliasti--e lassasti cruciare. Amor grande fuor misura,--tu promission secura, de cui nulla creatura--d'amar non se può scusare. Dáite a chi te vol avere,--tu te vien a proferire, amor, non te puoi tenere--a chi te sa ademandare. Ademando te amoroso,--dolce Iesú pietoso, che me specchi el cor gioioso--de te solo, amor, pensare. Lo pensar de te, amore,--fa enebriar lo core, vol fugir onne rumore--per poterte contemplare. Contemplando te, solazo,--pargli tutto 'l mondo laccio, regemento fa de pazo--a chi non sa el suo affare. Tu se' amor de cortesia,--en te non è villania, dámmete, amor, vita mia,--non me far tanto aspettare. LXXXVII DE L'AMOR DIVINO LA MISURA DEL QUALE È INCOGNITA Amor che ami tanto,--ch'io non so dir lo quanto del como esmesurato! La mesura se lamenta--del como esmesurato, sua ragion vole a distenta--parli l'amor tribulato; la smesuranza s'è levata,--messo ha el freno a la mesura, non faccia sommergetura,--ché non sería piú comportato. Lo sapor de sapienza--l'affetto sí ha sotterrato, lo lume de intelligenza--udite tratto c'ha pensato: l'affetto sí ha pigliato--ed hallo messo en pregione, sottomesso a la ragione,--loco l'ha terrafinato. L'affetto, poi ch'è en pregione,--piange con gran desianza; nullo consólo se vol dare--de la preterita offensanza, de chi gli ha tolta la speranza--poi la comenza a biastemare, e non se vol consolare--sí sta en sé contaminato. O amor contaminato,--tutto pieno de furore, d'onne tempo hai mormorato,--ène entrato en possessore; la iustizia ch'è assessore,--sí t'ha preso a condennare, d'onne officio te privare,--ché non sai far bon iudicato. La iustizia sí è presa--da lo senno del sapere, una ragion gli è commessa--che non degia preterire, la scienzia far tacere--ed onne atto alienare, e le virtute esaltare,--se non sería excomunicato. O amor ch'èi tempestoso,--ch'en te non fai recetto, ètte sottratto el prestato,--conquassato sta l'aspetto; ma el desio del diletto--abracciato ha el disiare, con lo vile en sé vilare--non vederse en sé vilato. O audito senza audito,--che en te non hai clamore, entelletto senza viso--hai anegato onne valore; non hai en te possessore,--da altri non èi posseduto, onne atto sí t'è renduto,--sí sta l'amore affissato. L'odorato t'è renduto,--non sai dir que è delettare, lo sapore è fatto muto,--non sai dir piú que è gustare; lo silenzio ce appare,--ché gli è tolto onne lenguaio; allor par giá quietaio,--vive en sé ben roborato. Tutti gli atti vecchi e novi--en un nichilo son fondate, son formati senza forma,--non han termen né quantitate, uniti con la veritate;--coronato sta l'affetto, quietato lo 'ntelletto,--nell'amore trasformato. LXXXVIII COMO IN L'OMO PERFETTO SONO FIGURATE LE TRE IERARCHIE CON LI NOVI CORI DE ANGELI L'omo che può la sua lengua domare, grande me pare che agia signoria; ché raro parlamento può l'om fare che de peccar non agia alcuna via; agiome pensato de parlare, reprendomi, ché faccio gran follía; ca senno en me non sento né affare a far devere grande diceria; ma lo volere sforza el ragionare preso ha lo freno e tiello en sua balía. Però me sería meglio lo tacere, ma veggio ch'io non lo posso ben fare; però parlo e dico el mio parere ed a correzione ne voglio stare; pregove tutti che vi sia en piacere de volere lo mio ditto ascoltare, e recurriamo a Dio en cui è 'l sapere che l'asina de Balaam fece parlare, ch'ello me dia alcuna cosa dire che sia sua laude e a noi possa giovare. Pareme che l'omo sia creato a la imagine di Dio e semiglianza; lo paradiso pareme ordinato de nove orden d'angeli en ordenanza; en tre ierarchie è el loro stato de quella beatissima adunanza, or facciamo che l'uomo sia en stato che truove en sé quella concordanza; e pareme d'averlo retrovato, se io non fallo nella mia cuitanza. Tre ierarchie ha l'omo perfetto: la prima si è ben encomenzare; lo secondo stato è piú eletto ch'en megliorar fa l'om perseverare; ottimo lo terzo sopra eletto, omo che consuma en ben finare; non se ne trovò ancor decetto chi con questi tre volse albergare, molto me ne trovo en gran defetto ché io al primo ancor non volse entrare. Aggiome veduto e ben pensato che l'uom perfetto a l'arbor se figura, che, quanto piú profondo è radicato, tanto è piú forte ad onne rea fortura; de vil corteccia veggiolo amantato, conservace l'umore e la natura, de rami, foglie e frutto è adornato lavora d'onne tempo senza mura; da poi che 'l frutto hacce appicciato, conservalo, nutrica e poi el matura. La fossa dove questo arbor se planta parme la profonda umilitate; ché se la radicina loco achianta, engrossace ad trar l'umiditate, e fa l'arbor crescere ed enalta, non teme freddo né nulla siccitate; standoce gli ucelli, loco canta, esbernace con grande suavitate, nascondece lo nido e sí l'amanta, che non se veggia a sua contrarietate. Lo ceppo che la radice sí divide pareme la fede che è formata, e le radice dodece ce vide, gli articoli con essa congregata; se ensemora non gli tien, la conquide deguasta l'arbor tutta conquassata, se ensemora l'abracci, sí te ride, allítate nella buona contrata, e cámpate dal loco o' s'allide quilli che la tengono viliata. Lo stipite ch'en alto se depone pareme l'altissima speranza, divide da la terra tua magione, condúcetela en ciel la vicinanza; se loco ce demori onne stagione gaudio ce trovi en abundanza; cerchi la citade per regione, cantasi lo canto de alegranza, párete lo mondo una pregione, videlo pieno de grande fallanza. Lá 've gli rami hanno nascimento pareme che sia la caritate; la prima ierarchia è 'l comenzamento, tre rami ce trovi en unitate; destenguese per bello ordenamento ciascuna en sua proprietate; grande trovi en loro comenzamento pensando nella loro varietate, l'uno senza l'altro è sviamento e non verria a compíta veritate. Lo primo ramo d'esto encomenzare, lo qual al primo orden se figura, angeli sí audimo nominare, sí come n'amaestra la Scrittura; angelo se vole enterpretare messo nobilissimo en natura, messo che ne l'alma pòi trovare; paiome gli pensier senza fallura, lo Spirito santo halli ad inspirare che nullo gli pò aver per sua fattura. Poi che se' stato assai nello pensiere, che de lo star con Dio hai costumanza, lo diletto méttete a vedere gli ben c'hai recevuti en abundanza, e chi se' tu per cui volse morire, che rotta gli hai la fede e la lianza, e che esso Signor volse soffrire da me peccatore tanta offensanza; de vergogna vogliomene vestire, non trovo loco ne la mia cuitanza. De lo pensiere nasce un desio, che el secondo ramo puoi appellare; arcangeli figura, como creio, che summi messi puoti enterpretare; de pianger non trovo unqua remeio, enfiase lo core a suspirare, ed ov'è 'l mio Signor ch'io non lo veio? derrata so ch'el volse comperare; respondemi, Signor, c'altro non cheio; desidero morir per te amare. La lezione damme una ensegna ca, se voglio trovar lo mio Signore, ad opera compíta opo è ch'io vegna, se vol che viva e cresca lo suo amore; lo terzo ramo mostrame ed assegna nome de virtute per dottore; chi questo ramo prende, bene aregna, albergalo con l'altro emperadore, e de viver prende una convegna che sempre va crescendo per fervore. La seconda ierarchia, co a me pare, che en tre distinzione è ordinata, che nella prima non puoi dimorare; se con questa non fai tua giornata, con l'impedimenti opo t'è pugnare; se vol che vada en pace la contrata, li cinque sensi opo t'è domare che la morte al core hanno ministrata; dominazione si può appellare questa signoria cusí beata. Lo secondo ramo è principato, en elle creature ordinamento, che ciò che vede ed ode ed ha pensato, ciascuna rieca suo consolamento, laudando lo Signor che l'ha creato per sua pietate e piacemento; ciascuna conserva lo suo stato, reprèndete c'hai fatto fallimento, consèrvate lo core en uno stato che sempre de Dio trovi pascimento. Le vizia, che stanno a la nascosta, ciascuno se briga de aiutare, de non lassar l'albergo fanno rosta, ciascuno se briga de esforzare; l'orden de le potestá se cci acosta, tutte le virtude fa congregare: la battaglia dura sí s'è mosta l'una contro l'altra a preliare; le vizia sí fugono la iosta, lassan lo campo e brigan de mucciare. L'umilitate la superbia vide, d'un alto monte sí l'ha tralipata; la envidia, vedendo, sí se allide, la caritade l'arde ed ha brusata; e l'ira, ciò sentendo, sí se occide, la mansuetude sí l'ha strangulata; l'accidia, che unqua mai non ride, iustizia l'ha troppo ben frustata; avarizia, c'ha morti li suoi rede, la pietate sí l'ha scorticata. Lussuria sí sta molto adornata, pensa per sua belleza de campare; ma la castitate l'ha accorata, molto dura morte gli fa fare; ed en un pilo sí l'ha sotterrata, e loco agli vermi fala devorare; la gola sí n'è molto empaurata, discrezione volese amantare; ma la temperanza l'ha pigliata, tienla en pregione e fálase enfrenare. Poi che le virtute hanno venciuto, ordenano d'aver la signoria; lo terzo stato claman per aiuto, ché, senza lui, prendon mala via; cercano la Scrittura, han envenuto o' lo Signor de riposar desia, concordia sí hanno conceputo, ch'en trono de lo 'mperio segga dia; el per elezione l'hanno elegiuto che rega e tenga tutta la bailía. Le virtute fanno petizione a la signoria que deggian fare, ché ciascuna vol la sua ragione, ed estatuto vogliono ordenare; de la concordia trovan la magione, lá 'v'ella co lloro deggia reposare, e discordia mettono en pregione, che onne ben faceva deguastare; ed onne tempo vogliono ragione e nullo feriato voglion fare. Concordia non può bene regnare, se de sapere non ha condimento; lo secondo ramo fonno clamare che de sapere ha l'amaestramento; cherubini vogliono abracciare, contemplando el Signor per vedemento, ed en sua scola voglion demorare, che da lui recevan lo convento; lo 'ntelletto volsece apicciare, ché de legere ha forte entendemento. Ché, quanto piú el sapere va crescendo, tanto piú trova en Dio la smesuranza; lo 'ntendemento vasse devencendo, anegalo en profondo per usanza l'ordene serafico, apparendo nello 'nfocato viver per amanza; questo defetto vásecce ademplendo, abraccian lo Signor per desianza e cusí sempremai lo va tenendo, en ciò la caritate ha consumanza. Or preghiamo lo Signore potente che per sua bontade e cortesia esso dirizi sí la nostra mente, che sempre tengam la diritta via; sí ch'en futuro non siam perdente d'aver en cielo la sua compagnia; molto se porrá tener dolente chi nello 'nferno fatt'ha albergaria, ché sempre viverá en fuoco ardente; campene noi la Vergene Maria. Amen. LXXXIX ARBORE DELL'AMORE DIVINO Un arbore è da Dio plantato--lo qual amor è nominato. --O tu, omo, che c'èi salito,--dimme en que forma èi tu gito, perché 'l viagio me sia aprito,--ché sto en terra otenebrato. --Se 'l te dico, poco vento--mo m'encasca, sí sto lento! ancora non agio vento,--'nante so molto tempestato. --Giá non è tua questa storia--'nante è a Dio tutta gloria; non me trovo en mia memoria--che tu per arte l'aggi acquistato. Se 'l me dice, mo pò avenire--che mo me fai de loto uscire, se per te vengo a Dio servire--a Dio m'averai guadagnato. --A laude de Dio lo te dico--e per avermete ad amico: empaurato dal Nemico,--fui a questo arbore menato. Con la mente ci aguardai,--e de salir m'enfiammai, fui da pede ed io 'l mirai--ch'era tanto smesurato. Li rami erano en tanta altura,--non ne posso dir mesura; lo pedale en dirittura--era tutto desnodato. Da nulla parte non vedea--co salire ce potea, se non da un ramo che pendea--ch'era a terra repiegato. Questo era un rametello--ch'era molto poverello, umilitate era segello--de questo ramo desprezato. Adviáme per salire,--fóme ditto:--Non venire, se non te brighi de partire--da onne mortal peccato.-- Venneme contrizione,--lavaime con confessione, e feci satisfazione,--co da Dio me fo donato. Al salire retornando,--e nel mio cor gía pensando e gía molto dubitando--del salir afatigato. Pregai Dio devotamente--ch'al salir me fos iuvente, ca, senza lui, non è niente--de tutto quel ch'avea pensato. Da ciel me venne una vuce--e disse:--Ségnate con cruce, e piglia el ramo de la luce--lo qual a Dio è molto a grato.-- Con la croce me signai,--e lo ramo sí pigliai, tutto lo core ci afittai--sí ch'en alto fui levato. Poi, levato en tanta altura,--trovai amor de dirittura, lo qual me tolse onne paura--onde el mio cor era tentato. Encontenente ch'io fui gionto,--non me lassò figer ponto de far sopra me un gionto--en un ramo sopra me plantato. Poi ch'en quel ramo fui salito,--che da man ritta era insíto, de suspiri fui ferito,--luce de lo sponso dato. Da l'altra parte volse 'l viso--e ne l'altro ramo fui affiso, e l'amor me fece riso--però che m'avea sí mutato. Ed io, sopra me guardanno,--doi rami ce vidde entanno, l'uno ha nome perseveranno,--l'altro amor continuato. Salendo su cresi posare,--l'amor non me lassò finare, de sopra me féme guardare--en un ramo sopra me fermato. Salendo su sí resedea,--le poma scritte ce pendea, le lacrime ch'amor facea,--ché lo sponso gli era sí celato. Da l'altra parte volse 'l core--vidde el ramo de l'ardore, passando l'ha sentito amore--che m'avea sí rescaldato. Stando loco non finava,--l'amor molto m'encalzava, de menar me lá 've stava--en un ramo sopra me esaltato. Poi ch'en quel ramo me alzasse,--scritto era ch'io me odiasse, perché tutto amor portasse--a quel Signor che m'ha creato. Al ramo da l'altra parte--trasseme amor per arte a lo contemplar che sparte--lo cor d'onne amaricato. A lo ramo de piú alteza--sí fui tratto con lebeza, o' languisce en alegreza--sentendo d'amor con odorato. Da l'altra parte pusi mente,--vidi ramo ante me piacente, passando l'ardor pongnente--ferendo al cor l'ha stemperato. Stemperato de tal foco,--lo mio cor non avea loco, fui furato a poco a poco--en el ramo sopra me fidato. Tanto d'amor fui ferito,--ch'en quel ramo fui rapito o' lo mio sponso fo apparito--e con lui fui abracciato. En me medesmo venni mino,--menato en quel ramo divino, tanto viddi cosa en pino,--che lo cor ce fo anegato. A le laude del Signore--ditto t'aggio el suo tenore; se vol salire, or pone 'l core--a tutto quel ch'agio parlato. En el arbor de contemplare--chi voi salir, non dé' posare, pensier, parole e fatti fare--ed ita sempre esercitare[3]. NOTE: [3] Agionto en alcuni libri: Non è dato a creatura--salir ultra sta misura, la Trinitá sola è for misura,--lo sommo inaccessibil chiamato. Tredece ramora con li frutti,--de sette gradora produtti, se gli potrai salir tutti,--serai en perfetto stato. (Nota del Bonaccorsi). XC COMO L'ANIMA SE LAMENTA CON DIO DE LA CARITÁ SUPERARDENTE IN LEI INFUSA Amor de caritate,--perché m'hai sí ferito? lo cor tutt'ho partito--ed arde per amore. Arde ed incende, nullo trova loco, non può fugir però ched è legato, sí se consuma como cera a foco; vivendo more, languisce stemperato, demanda de poter fugire um poco, ed en fornace tròvase locato; oimè, do' so menato?--A sí forte languire? Vivendo sí, è morire,--tanto monta l'ardore! 'Nante che el provasse, demandava amare Cristo, credendo dolzura; en pace de dolceza star pensava, for d'ogni pena possedendo altura; pruovo tormento qual non me cuitava, che 'l cor se me fendesse per calura; non posso dar figura--de que veggio sembianza, ché moio en delettanza--e vivo senza core. Aggio perduto el core e senno tutto, voglia e piacere e tutto sentimento, onne belleza me par loto brutto, delize con riccheze perdimento; un arbore d'amor con grande frutto, en cor piantato, me dá pascimento, che fe' tal mutamento--en me senza demora, gettando tutto fòra,--voglia, senno e vigore. Per comperar amor tutto aggio dato, lo mondo e mene, tutto per baratto; se tutto fosse mio quel ch'è creato, daríalo per amor senza onne patto; e trovome d'amor quasi engannato, ché, tutto dato, non so dove so tratto; per amor so desfatto,--pazo sí so tenuto; ma, perché so venduto,--de me non ho valore. Credeame la gente revocare, amici che me fuoro, d'esta via; ma chi è dato piú non se può dare, né servo far che fugga signoria; prima la pietra porríase amollare ch'amor che me tien en sua bailía: tutta la voglia mia--d'amor sí è enfocata, unita, trasformata:--chi tollerá l'amore? Fuoco né ferro non li può partire, non se divide cosa tanto unita; pena né morte giá non può salire a quella alteza dove sta rapita; sotto sé vede tutte cose gire ed essa sopra tutte sta gradita; alma, co se' salita--a posseder tal bene? Cristo, da cui te vene,--abraccial con dolzore. Giá non posso vedere creatura, al Creatore grida tutta mente; cielo né terra non me dá dolzura, per Cristo amore tutto m'è fetente; luce de sole sí me pare oscura, vedendo quella faccia resplendente, cherubin son niente,--belli per ensegnare, serafin per amare,--chi vede lo Signore. Nullo donqua ormai piú me reprenda se tale amore me fa pazo gire, giá non è core che piú se defenda d'amor sí preso che possa fugire; pensi ciascuno co el cor non se fenda, cotal fornace co possa patire; s'io potesse envenire--alma che m'entendesse e de me cordoglio avesse,--ché se strugge lo core! Ché cielo e terra grida e sempre chiama, e tutte cose ch'io sí deggia amare; ciascuna dice con tutto cuor:--Ama l'amor c'ha fatto briga d'abracciare; ché quello amore, però che te abrama, tutti noi ha fatti per ad sé trare; veggio tanto arversare--bontade e cortesia de quella luce pia--che se spande de fuore.-- Amare voglio piú, se piú potesse, ma, co piú ami, lo cor giá non trova; piú che me dare con ciò cche volesse non posso, questo è certo senza prova; tutto l'ho dato perché possedesse quel amador che tanto me renova; belleza antiqua e nova,--da poi che t'ho trovata, o luce smesurata--de sí dolce splendore! Vedendo tal belleza, sí so tratto de for de me, non so dove portato; lo cor se strugge como cera sfatto, de Cristo se retrova figurato; giá non si trova mai sí gran baratto: vestirse Cristo, tutto sé spogliato; lo cor sí trasformato--amor grida che sente, anegace la mente,--tanto sente dolzore! Ligata sí la mente con dolceza, tutta se destende ad abracciare; e, quanto piú reguarda la belleza de Cristo, fuor de sé piú fa gettare en Cristo tutta possa con riccheza; de sé memoria nulla può servare, ormai a sé piú dare--voglia nulla né cura, né può perder valura--de sé onne sentore. En Cristo trasformata, quasi è Cristo; con Dio gionta tutta sta divina; sopr'onne altura è sí grande acquisto de Cristo e tutto lo suo star regina; or donqua co potesse star piú tristo de colpa demandando medicina nulla c'è piú sentina;--dove trovi peccato, lo vecchio m'è mozato,--purgato onne fetore. En Cristo è nata nova creatura, spogliato lo vechio, om fatto novello; ma tanto l'amor monta con ardura, lo cor par che se fenda con coltello, mente con senno tolle tal calura, Cristo me tra' tutto, tanto è bello! Abracciome con ello--e per amor sí chiamo: --Amor, cui tanto bramo,--famme morir d'amore!-- Per te, amor, consumome languendo, e vo stridendo per te abracciare; quando te parti, sí moio vivendo, sospiro e piango per te retrovare; e, retornando, el cor se va stendendo, ch'en te se possa tutto trasformare; donqua, piú non tardare:--Amor, or me soviene, ligato sí me tiene,--consumame lo core! Resguarda, dolce amor, la pena mia! tanto calore non posso patire; l'amor m'ha preso, non so do' me sia, que faccio o dico non posso sentire; como stordito sí vo per la via, spesso trangoscio per forte languire; non so co sofferire--possa tal tormento, emperò non me sento--che m'ha secco lo core. Cor m'è furato, non posso vedere que deggia fare o que spesso faccia; e, chi me vede, dice che vol sapere amor senza atto se a te, Cristo, piaccia; se non te piace, que posso valere? de tal mesura la mente m'alaccia l'amor che sí m'abraccia,--tolleme lo parlare, volere ed operare,--perdo tutto sentore. Sappi parlare, ora so fatto muto; vedea, mò so cieco deventato; sí grande abisso non fo mai veduto: tacendo parlo, fugo e so legato, scendendo salgo, tengo e so tenuto, de fuor so dentro, caccio e so cacciato; amor esmesurato,--perché me fai empazire, en fornace morire--de sí forte calore? Ordena questo amore, tu che m'ami, non è virtute senza ordene trovata, poiché trovare tanto tu m'abrami, ca mente con virtute è renovata a me amare, voglio che tu chiami la caritate qual sia ordenata; arbore sí è provata--per l'ordene del frutto el quale demostra tutto--de onne cosa el valore. --Tutte le cose qual aggio ordenate sí so fatte con numero e mesura, ed al lor fine son tutte ordenate conservanse per orden tal valura, e molto piú ancora caritate sí è ordenata nella sua natura. Donqua co per calura,--alma, tu se' empazita? For d'orden tu se' uscita,--non t'è freno el fervore. --Cristo, che lo core sí m'hai furato, dici che ad amor ordini la mente, come da poi ch'en te sí so mutato de me remasta, fusse convenente? Sí com'è ferro ch'è tutto enfocato, aurora da sole fatta relucente, de lor forma perdente--son per altra figura, cusí la mente pura--de te è vestita, amore. Ma, da che perde la sua qualitate, non può la cosa da sé operare; como formata sí ha potestate, opera con frutto sí puote fare; donqua si è transformata en veritate en te sol, Cristo, che se' dolce amare; a te si può imputare--non a me quel che faccio; però, se non te piaccio,--tu a te non piaci, amore. Questo ben sacci che, s'io so empazito, tu, somma sapienzia, sí el m'hai fatto; e questo fo da che io fui ferito e quando con l'amor feci baratto, che, me spogliando, fui de te vestito, ad nova vita non so co fui tratto; de me tutto desfatto--or so per amor forte, rotte si son le porte--e giaccio teco, amore. Ad tal fornace perché me menavi, se volevi ch'io fossi en temperanza? Quando sí smesurato me te davi, tollevi da me tutta mesuranza; poi che picciolello me bastavi, tenerte grande non aggio possanza; onde, se c'è fallanza,--amor, tua è, non mia, però che questa via--tu la facesti, amore. Tu da l'amore non te defendesti, de cielo en terra fecete venire; amore, ad tal basseza descendesti co omo despetto per lo mondo gire; casa né terra giá non ce volesti, tal povertate per noi arricchire la vita e nel morire--mostrasti per certanza amor de smesuranza--ch'ardea nello core. Como per lo mondo spesso andavi, l'amor sí te menava co venduto; en tutte cose, amor, sempre mostravi de te quasi niente perceputo, che stando nello tempio sí gridavi: --Ad bever venga chi ha sostenuto, sete d'amor ha 'vuto,--ché gli dirá donato amore smesurato--qual pasce con dolzore.-- Tu, sapienzia, non te contenesti che l'amor tuo spesso non versasse, d'amor non de carne tua nascesti, umanato amor che ne salvasse; per abracciarne en croce tu salesti, e credo che perciò tu non parlasse, né te amor scusasse--davanti da Pilato per compier tal mercato--en croce de l'amore. La sapienza, veggio, se celava, solo l'amore se potea vedere; e la potenza giá non se mostrava, che era la virtute en dispiacere; grande era quel amor che se versava, altro che amor non potendo avere, né l'uso nel volere,--amor sempre legando en croce ed abracciando--l'omo con tanto amore. Donqua, Iesú, s'io so sí enamorato, enebriato per sí gran dolceza, ché me reprendi s'io vo empazato, ed onne senno perdo con forteza? Poi che l'amore te sí ha legato, quasi privato d'ogne tua grandeza, co sería mai forteza--en me di contradire, ch'io non voglia empazire--per abracciarte, amore? Ché quel amore che me fa empazire a te par che tollesse sapienza, e quel amor che sí me fa languire, a te per me sí tolse la potenza; non voglio ormai né posso sofferire, d'amor so preso, non faccio retenza, daramme la sentenza--che io d'amor sia morto, giá non voglio conforto--se non morire, amore. Amore, amore che sí m'hai ferito, altro che amore non posso gridare; amore, amore, teco so unito, altro non posso che te abracciare; amore, amore, forte m'hai rapito, lo cor sempre se spande per amare; per te voglio pasmare,--amor, ch'io teco sia, amor, per cortesia,--famme morir d'amore. Amor, amor, Iesú, so gionto a porto, amor, amor, Iesú, tu m'hai menato; amor, amor, Iesú, damme conforto, amor, amor, Iesú, sí m'hai enflammato; amor, amor, Iesú, pensa lo porto, fammete star, amor, sempre abracciato, con teco trasformato--en vera caritate, en somma veritate--de trasformato amore. Amor, amore grida tutto 'l mondo, amor, amore, onne cosa clama; amore, amore, tanto se' profondo, chi piú t'abraccia sempre piú t'abrama. Amor, amor tu se' cerchio rotondo, con tutto 'l cor chi c'entra sempre t'ama, ché tu se' stame e trama--chi t'ama per vestire, cusí dolce sentire,--che sempre grida amore. Amore, amore, tanto tu me fai, amor, amore, nol posso patire; amor, amore, tanto me te dái, amor, amore, ben credo morire; amor, amore, tanto preso m'hai, amor, amor, famme en te transire; amor, dolce languire,--amor mio desioso, amor mio delettoso,--anegame en amore. Amor, amor, lo cor sí me se speza, amor, amore, tal sento ferita; amor, amor, tramme la tua belleza, amor, amor, per te sí so rapita; amor, amore, vivere despreza, amor, amor, l'alma teco è unita; amor, tu se' sua vita:--giá non se può partire; perché lo fai languire--tanto stregnendo, amore? Amor, amor, Iesú desideroso, amor, voglio morire te abracciando; amor, amor, Iesú, dolce mio sposo, amor, amor, la morte t'ademando; amor, amor, Iesú sí delettoso, tu me t'arendi en te transformando, pensa ch'io vo pasmando,--Amor, non so o' me sia, Iesú, speranza mia,--abissame en amore. XCI COME L'ANIMA PER SANTA NICHILITÁ E CARITÁ PERVIENE A STATO INCOGNITO ED INDICIBILE Sopr'onne lengua amore,--bontá senza figura, lume fuor de mesura--resplende nel mio core. Averte conosciuto--credea per entelletto, gustato per affetto--viso per simiglianza. Te credendo tenuto--averte sí perfetto provat'ho quel diletto,--amor d'esmesuranza. Or, parme, fo fallanza,--non se' quel che credea, tenendo non avea--vertá senza errore. O infigurabil luce,--chi te può figurare, ché volesti abitare--en la scura tenebría? Tuo lume non conduce--chi te veder gli pare potere mesurare--de te quel che sia. Notte veggio ch'è dia,--virtute non se trova, non sa de te dar prova--chi vede quel splendore. Virtute perde l'atto--da poi che giogne a porto, e tutto vede torto--quel che dritto pensava. Trova novo baratto--dove lume è aramorto, novo stato gli è porto--de quel non procacciava; e quel che non amava--e tutto ha perduto quel ch'avea posseduto--per caro suo valore. Se l'atto de la mente--è tutto consopito, en Dio stando rapito,--ch'en sé non se retrova, de sé reman perdente--posto nello 'nfinito, ammira co c'è gito,--non sa como se mova. Tutto sí se renova,--tratto fuor de suo stato, en quello smesurato--dove s'anega l'amore. En mezo de sto mare--essendo sí abissato, giá non ce trova lato--onde ne possa uscire. De sé non può pensare--né dir como è formato, però che, trasformato,--altro sí ha vestire. Tutto lo suo sentire--en ben sí va notando, belleza contemplando--la qual non ha colore. De tutto prende sorte,--tanto ha per unione de trasformazione,--che dice:--Tutto è mio.-- Aperte son le porte--fatta ha coniunzione, ed è en possessione--de tutto quel de Dio. Sente que non sentío,--que non cognove vede, possede que non crede,--gusta senza sapere. Però c'ha sé perduto--tutto senza misura, possedè quel'altura--de summa smesuranza. Perché non ha tenuto--en sé altra mistura, quel ben senza figura--receve en abondanza. Questa è tal trasformanza,--perdendo e possedendo, giá non andar chirendo--trovarne parladore. Perder sempre e tenere,--amare e delettare, mirare e contemplare,--questo reman en atto. Per certo possedere--ed en quel ben notare, en esso reposare--ove se vede tratto. Questo è un tal baratto,--atto de caritate, lume de veritate--che remane en vigore. Altro atto non ci ha loco,--lá su giá non s'apressa, quel ch'era sí se cessa--en mente che cercava. Calor, amor de fuoco,--né pena non c'è admessa, tal luce non è essa--qual prima se pensava. Quel con que procacciava--bisogno è che lo lassi, a cose nòve passi--sopr'onne suo sentore. Luce gli pare oscura--qual prima resplendea, que virtute credea,--retrova gran defetto. Giá non può dar figura--como emprima facea, quando parlar solea--cercar per entelletto. En quello ben perfetto--non c'è tal simiglianza, qual prese per certanza--e non è possessore. Emprima che sie gionto--pensa che è tenebría, que pensi che sia dia,--que luce oscuritate. Se non èi en questo ponto--che niente en te non sia, tutto sí è falsía,--que te par veritate. E non è caritate--en te ancora pura, mentre de te hai cura,--pènsete far vittore. Se vai figurando--imagine per vedere e per sapor sapere--que è lo smesurato, credi poter cercando--enfinito potere, sí come è possedere,--molto parmi engannato. Non è que hai pensato,--que credi per certanza, giá non se' simiglianza--de lui senza fallore. Donqua te lassa trare--quando esso te toccasse, se forsa te menasse--a veder sua veritate. E de te non pensare,--non val che procacciassi che lui tu retrovassi--con tua vanitate. Ama tranquillitate--sopra atto e sentimento, retrova en perdimento--de te el suo valore. En quello che gli piace--te ponere, te piaccia, perché non val procaccia--quando te afforzassi. En te sí aggi pace,--abraccial se t'abraccia, se nol fa, ben te piaccia,--guarda non te curassi. Se como déi amassi,--sempre seríe contento, portando tal talento--luce senza timore. Sai che non puoi avere--se non quello che vol dare, e quando nol vol fare,--giá non hai signoria. Né non puoi possedere--quel c'hai per afforzare, se nol vuol conservare--sua dolce cortesia. Perché tutta tua via--sí fuor de te è posta, ch'en te non è reposta,--ma tutta è nel Signore. Donqua se l'hai trovato,--cognosci en veritate che non hai potestate--alcun ben envenire. Lo ben che t'è donato--fal quella caritate che per tua primitate--non se può prevenire. Tutto lo tuo desire--donqua sia collocato en quello smesurato--d'ogne ben donatore. De te giá non volere--se none que vuol esso, perdere tutto te stesso--en esso trasformato. En tutti i suoi piaceri--sempre te trova messo, vestito sempre d'esso,--de te tutto privato. Però che questo stato--onne virtute passa, ché te Cristo non lassa--cader mai en fetore. Da poi che tu non ami--te, ma quella bontate, cerca per veritate--ch'una cosa se' fatto. Bisogno è che te reami--sí con sua caritate, en tanta unitate--en esso tu sie attratto. Questo si è baratto--de tanta unione, nulla divisione--pò far doi d'un core. Se tutto gli t'èi dato--de te non servando, non te, ma lui amando--giá non te può lassare. Quel ben che t'è donato,--en sé te commutando, lasserá sé lassando--en colpa te cascare. Donqua co sé lassare--giá non può quella luce, sí te, lo qual conduce--per sí unito amore. O alta veritate--cui è la signoria, tu se' termine e via--a chi t'ha ben trovato. Dolce tranquillitate--de tanta magioría, cosa nulla che sia--può variar tuo stato; però che è collocato--en luce de fermeza, passando per laideza--non perde el suo candore. Monda sempre permane--mente che te possede, per colpa non se lede,--ché non se può salire. En tanta alteza stane--ed en pace resede, mondo con vizio vede--sotto sé tutto gire. Virtute non ha sentire,--né caritá fervente, de stato sí possente--giá non possede onore. La guerra è terminata,--de le virtú battaglia, de la mente travaglia,--cosa nulla contende. La mente è renovata,--vestita a tal entaglia, de tal ferro è la maglia,--feruta no l'offende. Al lume sempre intende--nulla vuol piú figura, però che questa altura--non chiede lume de fuore. Sopra lo fermamento--lo qual sí è stellato d'ogne virtute ornato--e sopre al cristallino ha fatto salimento,--puritate ha passato, terzo ciel ha trovato,--ardor de serafino. Lume tanto divino--non se può maculare né per colpa abassare--né en sé sentir fetore. Onne fede sí cessa,--ché gli è dato vedere speranza, per tenere--colui che procacciava. Desiderio non s'apressa--né forza de volere, temor de permanere--ha piú che non amava. Veder ciò che pensava--tutto era cechitate, fame de tempestate,--simiglianza d'errore. En quello cielo empiro--sí alto è quel che trova, che non ne può dar prova--né con lengua narrare. E molto piú m'amiro--como sí se renova en fermeza sí nova,--che non può figurare. E giá non può errare,--cadere en tenebría, la notte è fatta dia,--defetto grande amore. Como aere dá luce,--se esso lume è fatto, como cera desfatto--a gran foco mostrata, en tanto sí reluce--ad quello lume tratto, tutto perde suo atto,--volontate è passata. La forma che gli è data--tanto sí l'ha absorto, che vive stando morto,--è vinto ed è vittore. Non gir chirendo en mare--vino se 'l ce mettessi, che trovar lo potessi--che 'l mar l'ha recevuto; e che 'l possi preservare--e pensar che restesse ed en sé remanesse--par che non fosse suto. L'amor sí l'ha bevuto,--la veritá mutato, lo suo è barattato,--de sé non ha vigore. Volendo giá non vole,--ché non ha suo volere, e giá non può volere--se non questa belleza. Non demanda co suole,--non vuole possedere, ha sí dolce tenere,--nulla c'è sua forteza. Questa sí somma alteza--en nichilo è fondata, nichilata, formata,--messa nello Signore. Alta nichilitate,--tuo atto è tanto forte, che apre tutte le porte,--entra nello 'nfinito. Tua è la veritate--e nulla teme morte, dirize cose torte,--oscuro fai chiarito. Tanto fai core unita--en divina amistanza, non c'è dissimiglianza--de contradir chi ha amore. Tanta è tua sutiglieza,--che onne cosa sí passi, e sotto te sí lassi--defetto remanere. Con tanta legereza--a la veritate passi, che giá non te rabassi---po' te colpa vedere. Sempre tu fai gaudere,--tanto se' concordata, e, veritá portata,--nullo senti dolore. Piacere e dispiacere--fuor da te l'hai gettato, en Dio se' collocato--piacer ciò che gli piace. Volere e non volere--en te si è anegato, desiderio remortato,--però hai sempre pace. Questa è tal fornace--che purga e non incende, a la qual non se defende--né freddo né calore. Merito non procacci,--ma merito sempre trovi, lume con doni nuovi--gli quali non ademandi. Se prendi, tanto abracci--che non te ne removi e gioie sempre trovi--ove tutta despandi. Tu curri, se non andi,--sali, co piú descendi, quanto piú dái, sí prendi,--possedi el Creatore. Possedi posseduta,--en tanta unione non c'è divisione--che te da lui retragga. Tu bevi e se' bevuta--en trasformazione, da tal perfezione--non è chi te distragga, onde sua man contragga,--non volendo piú dare, giá non si può trovare,--tu se' donna e signore. Tu hai passata morte,--se' posta en vera vita, né non temi ferita--né cosa che t'offenda. Nulla cosa t'è forte,--da te po' t'èi partita, en Dio stai enfinita,--non è chi te contenda. Giá non è chi t'entenda,--veggia co se' formata, se non chi t'ha levata--ed è de te fattore. Tua profonda basseza--sí alto è sublimata, en sedia collocata--con Dio sempre regnare. En quella somma alteza--en tanto se' abissata, che giá non è trovata--ed en sé non appare. E questo è tal montare--onde scendi, e salire, chi non l'ha per sentire,--giá non è entendetore. Riccheza che possedi--quando hai tutto perduto, giá non fo mai veduto--questo simel baratto. O luce che concedi--defetto essere aiuto, avendo posseduto--virtú fuor de suo atto, questo è novel contratto--ove vita s'enferma, enfermando se ferma,--cade e cresce en vigore. Defetti fai profetti,--tal luce teco porti, e tutto sí aramorti--ciò che puoi contradire. Tuoi beni son perfetti--tutti altri sí son torti, per te sí vivon morti,--gl'infermi fai guarire. Perché sai envenire--nel tosco medicina, fermeza en gran ruina--en tenebre splendore. Te posso dir giardino--d'ogne fiore adornato, dove sí sta piantato--l'arbore de la vita. Tu se' lume divino,--da tenebre purgato, ben tanto confermato--che non pati ferita. E, perché se' unita--tutta con veritate, nulla varietate--ti muta per timore. Mai trasformazione--perfetta non può fare né senza te regnare--amor, quanto sia forte. Ad sua possessione--non può virtú menare né mente contemplare,--se de te non ha sorte. Mai non si serran porte--a la tua signoria, grande è tua baronia,--star co l'emperadore. De Cristo fusti donna--e de tutti gli santi, regnar con doni tanti--con luce tutta pura. Però pregam Madonna--ched essa sí n'amanti, davanti a lei far canti,--amar senza fallura. Veder senza figura--la somma veritate con la nichilitate--del nostro pover core. XCII COMO PER LA FERMA FEDE E SPERANZA SE PERVIENE A TRIPLICE STATO DE NICHILITÁ La fede e la speranza--m'on fatta sbandigione, dato m'on calci al core,--fatto m'on anichilare. Anichilato so dentro e de fuore en ciò che se può dire, cotal sí me dá frutto ch'era amore en vita stabilire; non posso piú fugire né cacciare, ché l'amore m'ha folto; sí so convento, non posso parlare. Parlando taccio, grido fortemente, sacciol ove è atto, ch'io non lo veggio e sempre sta presente en onne creatura trasformato; da l'esser a lo none--ho fatta l'unione e per affetto el sí e 'l no mozzare. Mozzato da lui tutto e nulla perde e nulla pò volere; onne possede e de nulla è corrutto, però ch'ello n'è mozzo onne appetere; l'essere e possedere--lo nichilo tutto quel è condutto che me fa vilare. Vilisco onne cosa ed onne cosa opo t'è possedere; chi è cosa d'onne cosa, nulla cosa mai non può volere; questo è lo primo stato--de l'omo anichilato che ha abnegato tutto suo volere. Tutto lo suo voler sí è abnegato e fatt'ha l'unione, ed èsse messo en mano de lo svegliato per aver piú ragione; son tranquillati i venti--de li passati tempi, fatta è la pace del temporegiare. Passato 'l tempo del temporegiare, venuto è un altro tempo ch'è magiore, facciamo regemento per regnare nel primo e nel secondo e nel megliore; iura che ragion mantenga a tutte ore, en nulla parte faccia demorare. En nulla parte demoranza faccia, ma sempre sí se deggia esercitare, però che lo 'ntelletto non è posato, ché ancora va per mare;--chi ben non sa notare, non se vada a bagnare, subitamente porríase anegare. Anegar può l'omo per lo peccato, chi non vede el defetto; però ch'è dubitoso questo stato a chi non vei l'affetto;--privato lo 'ntelletto, sguardando ne l'affetto, la luce che luce tenebría me pare. O entenebrata luce che en me luce, que è ch'io en te non veggio? Non veggio quel che deggio e que non deggio veggio; la luce che luce--non posso testare. Staendo en questa altura de lo mare, io grido fortemente: --Succurre, Dio, ch'io sto su l'anegare!-- E per fortuna scampai malamente; non vadano a pescare nell'alto de lo mare, ché fa follia se d'onne cosa empría--non se vole spogliare. Spogliar se vole l'omo d'ognecovelle, cioè en questo stato, e ne la mente non posseder covelle; se nell'altro vuole essere chiamato, dé' esser purgato dal fuoco; quello è luoco da paragonare. Abnegare se vole onne volere che fin al cristallino è nagitto; e nulla cosa se pò possedere finente al tempo ch'io ho sopraditto; queste l'ho certo scritto;--de lo secondo stato non può essere operato, cioè piú en su la terra, ben me pare. L'autunni son quadrati, son stabiliti, non posson voltare; li cieli son stainati, lo loro silere me faccion gridare; o profondato mare,--altura del tuo abisso m'ha certo stretto a volerme anegare. Anegato onne entelletto è 'n un quiito, però che son ghiacciate tutte l'acque, de gloria e de pena so sbandito, vergogna né onor mai non me piacque, né nulla me despiace,--ché la perfetta pace me fa l'alma capace en onne loco potere regnare. Regnare nello regno e nello regno sta lo principato; navigase so segno, possede Roma e tutto lo senato, e questo senatore--sí sana onne langore, l'apostolo te puote esercitare. Puote esercitare un cielo, ché questo cielo sta molto celato; ha perduto onne zelo possede el trono e tutto el dominato, e lo patriarcato,--che tanto su è menato, in Israel sí vole militare. Lo patriarca sí vol dimorare entro ne l'arca degli suoi secriti, ed in Israel sí vole regnare, però en esso regno so fugiti, loco si so uniti ed han fugiti tutti gli altri regni: quella è la terra che voglion redetare. Terra de promission n'è promessa, ch'en essa terra regnò l'om perfetto; e tutti gli perfetti regna en essa che per virtute posto ci on l'affetto; privato lo 'ntelletto,--sguardando nell'aspetto, en onne loco se posson transformare. Formati senza forma, mozze tutte le facce per amore, però che son tornati en prima forma; e questa è la cagione:--chi sta nel terzo stato del novo Adam plasmato non vol pensar peccato né operare. XCIII PIANTO DE LA MADONNA DE LA PASSIONE DEL FIGLIOLO IESÚ CRISTO Donna del paradiso,--lo tuo figliolo è preso, Iesú Cristo beato. Accurre, donna, e vide--che la gente l'allide! credo che llo s'occide,--tanto l'on flagellato. --Como esser porría--che non fece mai follia, Cristo, la spene mia,--omo l'avesse pigliato? --Madonna, egli è traduto,--Iuda sí l'ha venduto, trenta denari n'ha 'vuto,--fatto n'ha gran mercato. --Succuri, Magdalena,--gionta m'è adosso piena! Cristo figlio se mena,--como m'è annunziato. --Succurri, Madonna, aiuta!--ch'al tuo figlio se sputa e la gente lo muta,--hanlo dato a Pilato. --O Pilato, non fare--lo figlio mio tormentare, ch'io te posso mostrare--como a torto è accusato. --Crucifige, crucifige!--Omo che se fa rege, secondo nostra lege,--contradice al senato. --Priego che m'entendáti,--nel mio dolor pensáti; forsa mò ve mutati--de quel ch'avete pensato.-- Tragon fuor li ladroni--che sian suoi compagnoni: --De spine se coroni!--ché rege s'è chiamato. --O figlio, figlio, figlio!---figlio, amoroso giglio, figlio, chi dá consiglio--al cor mio angustiato? Figlio, occhi giocondi,--figlio, co non respondi? figlio, perché t'ascondi--dal petto ove se' lattato? --Madonna, ecco la cruce,--che la gente l'aduce, ove la vera luce--déi essere levato. --O croce, que farai?--el figlio mio torrai? e que ci aponerai,--ché non ha en sé peccato? --Succurri, piena de doglia,--ché 'l tuo figliuol se spoglia; e la gente par che voglia--che sia en croce chiavato. --Se glie tollete 'l vestire,--lassatemel vedire come 'l crudel ferire--tutto l'ha 'nsanguinato. --Donna, la man gli è presa--e nella croce gli è stesa, con un bollon gli è fesa,--tanto ci l'on ficcato! L'altra mano se prende,--nella croce se stende, e lo dolor s'accende,--che piú è multiplicato. Donna, li piè se prenno--e chiavellanse al lenno, onne iontura aprenno--tutto l'han desnodato. --Ed io comencio el corrotto:--Figliolo, mio deporto, figlio, chi me t'ha morto,--figlio mio delicato? Meglio averíen fatto--che 'l cor m'avesser tratto, che, nella croce tratto,--starce desciliato. --Mamma, o' sei venuta?--mortal me dái feruta, ché 'l tuo pianger me stuta,--ché 'l veggio sí afferrato. --Figlio, che m'agio anvito,--figlio, patre e marito, figlio, chi t'ha ferito?--figlio, chi t'ha spogliato? --Mamma, perché te lagni?--voglio che tu remagni, che serve i miei compagni--ch'al mondo agio acquistato. --Figlio, questo non dire,--voglio teco morire, non me voglio partire,--fin che mò m'esce 'l fiato. Ch'una agiam sepultura,--figlio de mamma scura, trovarse en affrantura--matre e figlio affogato. --Mamma col core affletto,--entro a le man te metto de Ioanne, mio eletto;--sia il tuo figlio appellato. Ioanne, esta mia mate--tollela en caritate, aggine pietate--ca lo core ha forato. --Figlio, l'alma t'è uscita,--figlio de la smarrita, figlio de la sparita,--figlio attossicato! Figlio bianco e vermiglio,--figlio senza simiglio, figlio, a chi m'apiglio?--figlio, pur m'hai lassato. Figlio bianco e biondo,--figlio, volto iocondo, figlio, perché t'ha el mondo,--figlio, cusí sprezato? Figlio, dolce e piacente,--figlio de la dolente, figlio, hatte la gente--malamente trattato! O Ioanne, figlio novello,--morto è lo tuo fratello, sentito aggio 'l coltello--che fo profetizato. Che morto ha figlio e mate--de dura morte afferrate, trovarse abracciate--mate e figlio abracciato[4]. NOTE: [4] La soprascripta lauda pertinente a la Madonna è posta in questo loco per clausura de le precedente: el principio de le quali è pur da lei: e per uno separamento da le seguente laude trovate in diversi libri. Le due proxime erano in uno libro antiquo scripto de l'anno M.CCC.XXXVI. in la citá de Perugia: e non in altri libri maxime todini: et in la seconda si vede certi defecti (Nota del Bonaccorsi.) XCIV COMO L'ONORE E LA VERGOGNA CONTENDONO INSIEME Udite una entenzone--ch'è fra Onore e Vergogna, qual è piú dura pogna--ad om virtuoso passare. La Virtute, forteza armata,--tolle la sua schiera, e la Vergogna gli è contra--con la sua dura maniera; nella prima frontiera--Vergogna fa dura bataglia, l'altra e poi zanzavaglia,--ché nulla cosa può fare. Forteza, da poi ch'entra--ad la Vergogna patire, ella va vigorando--e la Vergogna avilire; non gli può enante fugire,--lá unqua la trova l'abatte, l'ascempio de Cristo combatte--che volse vergogna portare. Tanto è 'l gaudio che porta--chi va per la via del Signore, che onne vergogna sí abatte--e nullo gli ha 'nante valore; 'nante 'l se reputa onore--poter vergogna suffrire, ché séquita il dolce suo sire--che volse 'n vergogna finare. La Temperanza s'acconcia--armata d'umilitate, l'Onore armato sta contra--affolto con sua dignitate; battaglie ce son smesurate;--vencendol s'envigoresce, sempre piú forte ci aresce,--quando 'l te credi finare. De l'onor c'hai conculcato--nasce piú forte onore; se om terreno nol vede--battaglie t'en porti nel core, poi che per li signi de fore--odi che se' santo chiamato tu, Satanas encarnato,--odi de te tal parlare. Tutta la vita tua en pianto--parme che sia reputato, vedendo 'l Signor en vergogna--ed io so d'onore amantato; o cor mio tribulato,--l'arra porto d'enferno, vivo nel mio dispiacenno--e campo per tal preliare. Vergogna è 'l nimico palese,--puoite da longa coprire, l'Onor è el nimico de ciambra,--non li puo' enante fugire; parme piú forte ad transire--onore en profonda umilitate che non è soffrir mia vilitate--en forteza abracciata de core. XCV ALTRO CANTICO NEL QUALE PUR SE PARLA DE ANICHILAZIONE E TRASFORMAZIONE, COME NELLA XCII LAUDA DE SOPRA POSTA. ED IN DUE STANZIE DE QUESTA APPARE DEFETTO. Que farai, morte mia,--che perderai la vita? Guerra infinita--sirá tuo cuor demorare. Or que farai, morte mia,--che perderai la vita? Se io t'aggio nutrita--io me ne pento; e poi la morte non tornai a vita,--guerra infinita sí t'arepresento;--però taccio ed assento, quel che voglio non faccio--e quel che voglio desfaccio; la lengua ne taccio--co omo obstinato. Non enante la morte--se trova la vita; oimè! te vita--porríate trovare; ma po' la morte--se truova la vita, ma perde la vita--cotal demorare; elato me pare--cotal exercire, non può pervenire--a lo infinito stato. Oimè!--ed io per te vo te fugendo, parlando tazo,--lassando allazo, dentro a la pelle--sta lo encreato. Oimè! la tua pelle--è tanto rotta, che dentro non può stare;--or facciamo che sia morta, la vita sua fori a lo scorticare--per fede te convien passare, e desperanza trovare--del bene e del male esser scortecato. Dentro a lo scortecato s'è remesso--colui che vo cercanno, or faciam che sia quesso--voler morir per non vivere entanno; par molto cosa dura--la morte e la vita far una, mozzare onne figura--e non posseder nullo aspetto. Mozzata onne figura--de lo suo iudicato, cacciato onne sospetto--de lo suo principato, negato el suo volere--como non fusse nato, omo anichilato--vive nel suo avetare. El mio avetare è quesso--de sotto a onnecovelle e so en tal luoco messo--ben ne dirò le novelle, non sa fin ca ne stende,--agiogne en onne luoco, e questo molto par poco--a chi non l'ha comparato. Dentro a lo comparato s'è remesso--colui che s'è venduto, or facciam che sia quesso--voler morir per render lo tributo; e questa è la cagione,--per retribuzione a terzo dine serai resuscitato. Resuscitato, pareme morire,--en mente e 'n atto vergogna non fugire,--ed ad onore non so tratto, piacere e despiacere,--non far con nullo patto, desperato tragiatto--al viso[5] ioco ha passato. Passa fede e speranza--la credenza del certo, la caritate unisce,--spogliase ne l'affetto, cacciato onne volere,--mozzato onne sospetto, non ci ha trovato aspetto--el vero trasformato. Trasformato la imagine--de Dio la simiglianza, ha pensato e postose--de non far mai piú fallanza, li angeli de cielo sguardano--en questa simiglianza, presi da l'abundanza--de l'omo ch'è reformato. Reformato nell'essere--de la virtú creata, trasformata ne l'essere--envisibile encreata, visibile invisibile--non nobile avilare, el suo vilare--per nobile avilato. Quello che è non se può dire,--puòse dire quel che non è; lo dir vero si è mentire,--lo mentire è quello che è; ed è tanto alto quello che è,--non ha forma né mesura; e fuor de la imaginatura,--ché non me ci ho trovato. NOTE: [5] Una lacuna nel testo [Ed.]. XCVI EXCUSAZIONE CHE FA EL PECCATORE A DIO DE NON POTER FAR LA PENITENZIA A LA QUALE DA LUI È CONFORTATO[6] --Troppo m'è grande fatica,--Meser, de venirte drieto, ca 'l mondo è gionto con meco,--voglio a lui satisfare. --Se vuol satisfare al monno,--figliolo, andarai a lo 'nferno, e senza niuno cordoglio--ferito serai de coltello, e pisto serai de martello,--che mai men non te verrane. --Non posso far penitenza--mangiar una volta la dia, iacer con la tonica centa--mai non lo sofferiría, emprima me departo da tia--che questo possa durare. --Figliuol, se da me te parte,--en eterno non sería lieto, d'ogne ben perdi la parte--e d'ogne mal serai repleto; lá ove so strida, puza e gran fleto--anderai ad estare. --Begl me porest predecare--che gli tuoi fatti me mettan gola, bever voglio e mangiare--mentrunque la vita me dura, ché l'alma non girá sola--lá unque la vogli tu mandare. --Dimme perché non hai gola--de questo ch'io te promitto, parla e non far demora,--ch'io t'amonisco a diritto; aggiote tratto d'Egipto,--pare che ce vogli tornare. Quaranta dí degiunai--e stetti per te carcerato, ben lo potesti emparare,--tanto te fo predecato; ma, se me te parti da lato,--so che dannato serai. --Se vòi ch'io te dica el vero,--questo non m'è piacemento, la carne fresca e 'l bon vino--vorría manecar onne tempo, ma troppo m'è gran tormento--quando me fai degiunare. --Figliuol, non avesti cagione--per la qual tu m'èi fugito, ché so stato tuo servidore,--io te ho calciato e vestito; or t'èi arragnato con meco--e par che me vogli lassare. Figliuol, pur non me lassare,--paradiso averai en tua bailía, lá ove è dolce posare--né lite ce trovi né briga, e priegane santa Maria--che te ce deggia menare. Gran maraviglia me done--como l'hai tanto tardato, ma saccio c'hai freddo el core--e dentro sei tutto ghiacciato; ca l'amor non t'ha rescaldato,--ch'el non ci hai lassato entrare. Lassa entrar lo mio amore,--aguardame ritto, figliuolo, degli anni ben trenta e doi--bussai per farte gran dono, or par che vogli gir nudo--e veste non vòi portare. Or veni, entra a le nozze,--ch'onne cosa è apparechiato; io mò t'apro le porte,--sederai longhesso 'l mio lato, l'occhi e la bocca e lo naso,--io sí te voglio basciare. Como non te mette gola--questo ch'io t'ho proferito? Or viene e non far dimora,--credi quel ch'io te dico, veni a veder lo convito,--quanto è dolce e soave. --Or non me venir piú dentorno,--ch'io non ce voglio venire; stare me voglio col monno,--alegrar ed averme bene; da poi ch'io vengo a morire,--allora me mena a posare. --Figlio, non è tésta la via,--se tu vol campar da lo 'nferno; ch'io durai sí gran fatiga,--morte, ruina e flagello; per farte venir al mio renno,--en croce me fece chiavare. --Meser, ben è tésto vero--che tu fusti morto per mene, la carne non me dá pace,--combatteme la notte e lo dine; ma quando a te voglio venire,--non me lo lassa pensare. --Or non gli credere, figlio,--ca è nemica de Dio; ché Adam ne gí nello 'nferno,--però che a la carne assentío, pena e dolor ce patío,--però che poi lei volse andare. --Ben me ne piglia cordoglio,--amor, tanto m'hai bargagnato; portasti la croce su en collo--ed en essa ce fusti ferrato; ed io l'ho dementecato--e non ci ho potuto badare. --Se te ne piglia cordoglio,--figliuolo, a ragion lo fai, ch'hai sequitato lo mondo,--de que ragion renderai; e debito fatto ci hai--lo qual te convien pagare. Ora me rende ragione--de questo c'hai endebitato, ch'èi stato falso amadore--e me per altri hai lassato, ed a quel ch'io t'agio ensegnato--non hai voluto guardare. --Non la conobbi, Mesere,--questa tua santa scrittura, visso so a tentazione--beffe me n'ho fatto a tut'ura, ma la sentenzia tua è dura--e non ce pò l'om appellare. Io me ne appello a Madonna--de questa tua dirittura, ch'altri non è chi ci agiogna--che siede en ròcca sicura, ed essa t'è matre e figliuola--e tu me t'èi fatto carnale. Ca io per ragion te lo provo--che tu me déi far perdonanza, eri Dio e facestite omo--e questo me poni en bilanza; per darme de te securanza--mia forma volesti pigliare. NOTE: [6] Questa lauda sequente era pur nel dicto libro antiquo ed ancora in alcuni todini, benché paia assai bassa como la XX in ordine che incomenza: «Oimè, lasso dolente» (Nota del Bonaccorsi). XCVII AMAESTRAMENTO AL PECCATORE CHE SE VOLE RECONCILIARE CON DIO[7] O peccator dolente,--che a Dio vuol retornare, questa lauda t'ensegna--quello che déi fare. Tu déi esser pentuto--de tutto el tuo peccato, e déilo confessare--col core umiliato, e far la penitenza--sí como t'è comandato, e, poi che l'hai lassato,--noi déi mai repigliare. Tu déi ben perdonare--a chi t'ha fatto offensanza col core e con la bocca--senza niuna fallanza; e se tu hai altri offeso,--déi cheder perdonanza acciò che Iesú Cristo--ti degga perdonare. Se tu hai de l'altrui,--rendelo interamente, quanto puoi piú cetto,--non lo 'nduciar niente; e non ti confidare--né in figlio né in parente, perché hanno costumanza--del troppo retardare. Tu déi recessare--onne ria compagnia, per ciò che fa cadere--molto cetto in follia; e costumar con buoni--che ti don buona via, per la qual tu possi--l'alma tua salvare. La bocca déi aver chiusa--e la lengua affrenata, e non li trar lo freno,--se non poche fiata; e sempre sie sollicito--tenerla ben guardata, per ciò che ha costumanza--de molto morsecare. Chi la sua bocca ha aperta,--e la lengua tagliente, molto legiermente--deventa maldicente; ed onne ben che fai--poco ti vale o niente, ché la tua mala lengua--tutto tel fa furare. Al tuo corpo misero--non déi acconsentire, per ciò che sempre vole--manecare e dormire, e non cura niente--giamai a Dio servire, en ioco ed in solazo--sempremai vorría stare. Fallo levar per tempo--senza nulla pigrezza, e mettilo in fatica--che non li sia agevolezza, e vallo recessando--d'onne carnal vaghezza; se questo non li fai,--te fará tralipare. Falli fare astinenza,--che non sia piú goloso; portar li panni aspri,--che non sia piú gioioso; ed operare buone opere--che non stia piú ozioso, e, perché è mal servo,--délo disciplinare. Tu déi stare affissato,--non déi gir molto atorno, ché nuoce de vedere--le vanitá del monno; non portar gli occhi in alto,--ma portali in profonno, per ciò che son ladroni--de l'anima predare. Quello che l'occhio vede--sí lo riporta al cuore, el falo repensare--de lo carnale amore, e, poi che ci ha pensato,--sí retrova el pegiore, e perciò è buona cosa--sempre l'occhio guardare. Tu déi guardar l'orecchie--da li mali udimenti, e retener le mano--dai villan toccamenti, e déi esser ben composto--nelli tuoi portamenti, sí che onne om che ti vede--si possa edificare. Tu déi stare all'offizio--molto devotamente, e de onne adversitate déi essere paziente; ad qualunche te domanda,--rispondi umilmente, ed onne intenza inutile,--quanto puoi, recessare. Non déi essere schifo,--né molto desdegnoso, sí com'è lo zitello--che è superbo e lagnoso; le mano déi aver larghe--e lo core pietoso, ed onne cosa che dái,--molto volontier dare. Le parole de Dio--volontier déi udire, ed alli tuoi prelati--umilmente ubidire, e li santi sacerdoti--in reverenzia avere, perciò che son pastori--per l'anime salvare. E ciascuno in suo luoco--déi portare in amore, e conservare pace--sempre nel tuo core, ed onne altra persona--déi credere tuo migliore, e 'n tutti li tuoi fatti--te déi umiliare. L'umilitate è quella--che fa essere amato, e da Dio e dal mondo--essere esaltato, e lo tuo core sempre--te fa aver consolato, perciò la umilitate--molto la devi amare. Tu devi lo tuo core--conservare en netteza, non li lassar pensare--nulla laida laideza, acciò che possi fare--piú degna peniteza, en nullo male amore--te devi delettare. La tua confessione--déi far molto spesso, e li tuoi offendimenti--déi dicere tu stesso, acciò che Cristo Dio--sempre ti stia dapresso, de li suoi benefizi--lo déi regraziare. Tu te déi sforzare--de gire sempre inanti, e non tornare endrieto--sí como fon li granchi, acciò che tu aggi--la corona de li santi, nel ben c'hai cominciato--devi perseverare. NOTE: [7] Queste cinque laude proxime sequente erano nel libro todino in fine (Nota del Bonaccorsi). XCVIII COMO LA RAGIONE CONFORTA L'ANIMA CHE RETORNI A DIO Perché m'hai tu creata,--o creatore Dio, e poi recomperata--per Cristo Iesú mio? Amor, tu m'hai creata--per la tua cortesia, ma so villana stata--per la mia gran follia, fuor de la mia contrata--smarrita aggio la via, la vergine Maria--me torni all'amor mio. Anima peccatrice,--co l'hai potuto fare, o falsa meretrice,--senza lo sposo stare? Ché sai che esso lo dice:--Chi a me vorrá tornare, farollo delettare--nello dolce amor mio.-- Occhi miei, piangete,--non cessate a tutte ore, ché fare lo dovete--per trovar l'amore; ch'io n'aggio sí gran sete,--che me strugge el core, de Cristo Salvatore,--ché esso è l'amor mio. O Pier, Paulo e Giovanni,--lo dolce Evangelista, Gregorio ed Augustino--e l'amante Battista, rendeteme l'amore--ch'io non sia sí trista, morragio s'io sto in quista--ch'io non aggia l'amor mio. O umile Francesco,--de Dio tutto enfiammato, che Cristo crucifisso--portasti in cor formato, priega el mio gran Signore,--ch'io ho tanto aspettato, che tosto a l'apenato--soccorra l'amor mio. O crucifisso amore,--recòrdati la lancia, che te fo data al core--per me trar de pesanza; donqua ritorna, amore,--non far piú demoranza, fallami la speranza--s'io non t'ho, amor mio. Non posso piú soffrire--li tuoi lamenti, gli amorosi languire--che tu fai spessamente; or briga de venire,--lieva in alto la mente, farrotte esser gaudente--del dolce Iesú mio. Or te diletta, sposa,--de me quanto tu voli, ché ben sei gloriosa,--tanto d'amor tu oli! Non esser vergognosa,--non c'è perché te duoli, trovato hai quel che voli,--cioè el dolce amor mio. XCIX CONDIZIONE DEL PERPETUO AMORE L'amor ch'è consumato--nullo prezzo non guarda, né per pena non tarda--d'amar co fo amato. Consumato l'amore,--sí va pene cercando, se ama sé dilettando,--sta penoso. E con grande fervore--al diletto dá bando, per viver tormentando--angoscioso. Allora sta gioioso--e sé conosce amare, se fugge el delettare--e sta en croce chiavato. Servo che prezzo prende,--ch'ama sempre diletto, sí porta nell'affetto--pagamento. Per lo prezzo vendere--lo prezzo, gli è difetto; non è anco perfetto--lo stormento. Se amor non fo tormento,--sí non fo virtuoso, né sirá glorioso--se non fo tormentato. L'amor vero, liale--odia sé per natura, vedendosi mesura--terminata. Perché puro, leale--non ama creatura, né se veste figura--mesurata. Caritá increata--ad sé lo fa salire, e falli partorire--figlio d'amor beato. Questo figlio che nasce--è amor piú verace de onne virtú capace,--copiosa. Dove l'anima pasce--fuoco d'amor penace, notricasi de pace--gloriosa. E sta sempre gioiosa--e si 'namora tanto, che non potrebbe el quanto--esser considerato. C DE LA INCARNAZIONE DEL VERBO DIVINO Fiorito è Cristo nella carne pura, or se ralegri l'umana natura. Natura umana, quanto eri scurata, ch'al secco fieno tu eri arsimigliata! Ma lo tuo sposo t'ha renovellata, or non sie ingrata--de tale amadore. Tal amador è fior de puritade, nato nel campo de verginitade, egli è lo giglio de l'umanitade, de suavitate--e de perfetto odore. Odor divino da ciel n'ha recato, da quel giardino lá ove era piantato, esso Dio dal Padre beato ce fo mandato--conserto de fiore. Fior de Nazzareth si fece chiamare, de la Giesse Virgo vuols pullulare, nel tempo del fior se volse mostrare, per confermare--lo suo grande amore. Amore immenso e caritá infinita m'ha demostrato Cristo, la mia vita; prese umanitate in deitá unita, gioia compíta--n'aggio e grande onore. Onor con umilitá volse recepere, con solennitá la turba fe' venire, la via e la cittade refiorire tutta, e reverire--lui como Signore. Signor venerato con gran reverenza, poi condannato de grave sentenza, popolo mutato senza providenza, per molta amenza--cadesti in errore. Error prendesti contra veritade quando lo facesti viola de viltade, la rosa rossa de penalitate per caritade--remutò el colore. Color natural ch'avea de bellezza molta in viltade prese lividezza, con suavitade portò amarezza, tornò in bassezza--lo suo gran valore. Valor potente fo umiliato, quel fiore aulente tra piè conculcato, de spine pungente tutto circundato, e fo velato--lo grande splendore. Splendor che illustra onne tenebroso, fo oscurato per dolor penoso, e lo suo lume tutto fo renchioso en un sepolcro--nell'orto del fiore. Lo fior reposto giacque e sí dormío, renacque tosto e resurressío, beato corpo e puro refiorío ed apparío--con grande fulgore. Fulgore ameno apparío nell'orto a Magdalena che 'l piangea morto, e del gran pianto donògli conforto, sí che fo absorto--l'amoroso core. Lo core confortò agli suoi fratelli, e resuscitò molti fior novelli, e demorò nello giardin con elli, con quelli agnelli--cantando d'amore. Con amor reformasti Tomaso non credente, quando li mostrasti li tuoi fiori aulente, quali reservasti, o rosa rubente, sí che incontinente--gridò con fervore. Fervore amoroso ebbe inebriato, lo cor gioioso fo esilarato; quando glorioso t'ebbe contemplato, allora t'ebbe vocato--Dio e signore. Signor de gloria sopra al ciel salisti, con voce sonora degli angeli ascendesti, con segni di vittoria al Padre redisti, e resedisti--in sedia ad onore. Onor ne donasti a servi veraci, la via demostrasti a li tuoi sequaci, lo spirito mandasti acciò che infiammati fussero i sequaci--con perfetto ardore. CI COMO IL VERO AMORE NON È OZIOSO Troppo perde el tempo chi non t'ama, dolce amor Iesú, sopra ogni amore. Amore, chi t'ama non sta ozioso, tanto li par dolce de te gustare, ma tutta ora vive desideroso, como te possa stretto piú amare; ché tanto sta per te lo cor gioioso, chi noi sentisse, nol porría parlare quanto è dolce a gustare lo tuo sapore. Sapor che non si trova simiglianza, oh lasso, ché 'l mio cor poco t'assagia! Nulla altra cosa a me è consolanza, se tutto el mondo avesse e te non aggia; o dolce amor Iesú, in cui ho speranza, tu regge lo mio cor che da te non caggia, ma sempre piú strenga lo tuo amore. Amor che tolli forza ed onne amaro, ed onne cosa muti in tua dolcezza, e questo sanno i santi che 'l provâro, che fecero dolce morte in amarezza; ma confortolli il dolce lattuaro de te, Iesú, che vensero onne asprezza, tanto fusti suave nei lor core! Cor che te non sente, ben pò esser tristo; Iesú, letizia e gaudio de la gente, solazzo non puote esser senza Cristo; tapino, ch'io non t'amo sí fervente! Chi far potesse ogni altro acquisto e te non aggia, de tutto è perdente, e senza te sarebbe in amarore. Amaro nullo core puote stare cui de tua dolcezza ha condimento; tuo sapore, Iesú, non può gustare chi lassa te per altro entendimento, non sa né può el cor terreno amare; sí grande è el cielestial delicamento, che non vede te, Cristo, in tuo splendore. Splendor che dona a tutto 'l mondo luce, amor, Iesú, de li angeli belleza, cielo e terra per te si conduce e splende in tutte cose tua fattezza, ed ogni creatura a te s'aduce, ma solo el peccator tuo amor despreza e partese da te, suo creatore. Creatura umana sconoscente sopra qualunche altra creatura, como te puoi partir sí per niente dal tuo Fattor de cui tu sei fattura? Elli te chiama sí amorosamente, che torni a llui, ma tu li stai pur dura, e non hai cura del tuo Salvatore. Salvator, che de la Vergen nascesti, del tuo amor darme non ti sia sdegno; ché gran segno d'amor allora ce desti quando per noi pendesti su in quel legno, e nelle tue sante mano ce scrivisti per noi salvare e darce lo tuo regno; legge la tua scrittura buon scrittore. Scritti sul santo legno de la vita per tua pietá, Iesú, ci representa; la tua scrittura giá non sia fallita, el nome che portam de te non menta; la mente nostra sta di te condita, dolcissimo Iesú, fa che te senta e strettamente t'ami con ardore. Ardore che consumi ogni freddura, e sí purghi ed allumini la mente, onne altra cosa fai parere oscura, la quale non vede te presente, che omai altro amor non cura per non cessar l'amor da te niente, e non ratepidar lo tuo calore. Calor che fai l'anima languire, ed el core struggi de te infiammato, che non è lengua che 'l potesse dire, né cuor pensare, se non l'ha provato; oimè, lasso, fammete sentire, deh! scalda lo mio cor de te gelato! Che non consumi in tanto freddore! Freddi peccatori, el gran fuoco nello inferno v'è apparecchiato, se in questo breve tempo, che è sí poco, d'amor lo vostro cor non è scaldato; però ciascun se studie in onne luoco dell'amor di Cristo essere abrasciato e confortato dal suave odore. Odor che trapassi ogni aulimento, chi ben non t'ama, bene fa gran torto; chi non sente lo tuo odoramento, o elli è puzzolente o elli è morto; o fiume vivo de delettamento, che lavi ogni fetore e dái conforto e fai tornare lo morto in suo vigore! Vigoros'amante, li amorosi en cielo hanno tanta tua dolcezza, gustando quelli morselli saporosi che dá Cristo ad quelli c'hanno sua contezza, che tanto sono suavi e delettosi; chi ben li assagia, tutto el mondo sprezza e quasi in terra perde suo sentore. Sentítivi, o pigri e negligenti, bastevi el tempo ch'avete perduto! Oh quanto simo stati sconoscenti al piú cortese che si sia veduto! El qual promette celestial presenti, e mai nullo non ne vien falluto; chi l'ama, sí li sta buon servidore. Servire a te, Iesú mio amoroso, piú sei suave d'ogni altro diletto; non può sapere chi sta de te ozioso quanto sei dolce ad amar con affetto; giamai el cor non trova altro reposo se non in te, Iesú, amor perfetto, che de tuoi servi sei consolatore. Consolar l'anima mia non può terrena cosa, però ch'ella è fatta a tua sembianza; che piú de tutto el mondo è preziosa e nobile e sopr'onne altra sustanza; solo tu, Cristo, li puoi dar puosa e puoi empire de tutta sua bastanza, però che tu sei solo suo maggiore. Maggiore inganno non mi par che sia che volere quello che non se trova, e pare sopra onne altra gran follia de quel che non può esser farne prova; cusí fa l'anima che è fuor de la via, che vuol che 'l mondo li empia legge nova, e non può essere, ché 'l mondo è minore. Menorar sí vuole lo cor villano che del mondo chiamasi contento, che te vuole, Iesú, amor soprano, per terrene cose cambiare intendimento; ma se el suo palato avesse sano, che assaggiasse lo tuo delettamento sopra ogni altro li parría el migliore. Migliore cosa di te, amore Iesú, nissuna mente può desiderare; però deverebbe el cor teco lá su con la mente sempre conversare, ed onne creatura de qua giú per tuo amore niente reputare, e te solo pensare, dolcissimo Signore. Signor, chi ti vol dare la mente pura, non te déi dare altra compagnia; ché spesse volte, per la troppa cura, da te la mente si svaga ed esvia; dolce cosa è amar la creatura, ma 'l Creatore piú dolce che mai sia, però che è da temere onne altro amore. Amore e gilosia porta la mente che ama Iesú che non li dispiaccia, e partesi al tutto da onne altra gente, e te, dolce Iesú, suo cuore abraccia; onne altra creatura ha per niente enverso la bellezza de tua faccia, tu che de onne bellezza se' fattore. De te solo, Iesú, me fa pensare ed onne altro pensier dal cor mi caccia, ch'en tutto el mondo non posso trovare creatura chi a me satisfaccia; o dolce Creatore, fammite amare e dammi grazia che 'l tuo amor mi piaccia, tu che d'onne grazia sei datore. Damme tanto amore di te che basti ad amarte quanto so tenuto, del grande prezzo che per me pagasti, sia per me da te reconosciuto; o Iesú dolce, molto me obligasti a piú amarte, ch'io non ho potuto né posso senza te conforto avere. Conforta el mio cor che per te languesce, che senza te non vole altro conforto; se 'l lassi piú degiuno, deliquesce, ché 'l cor che tu non pasci vive morto; se 'l tuo amore assaggia, revivesce; or n'aiuta, Cristo, in questo porto, tu che sei sopra ogni altro aiutatore. Aiutami, amor, ch'io non perisca, amor dolce per amor t'adomando; pregoti che 'l tuo amor non mi fallisca, recevi i gran sospiri ch'io te mando; ma se tu voli ch'io per te languisca, piaceme, ch'io vo' morire amando per lo tuo amore, dolce Redentore. O Redentore, questo è 'l mio volere: d'amarte e de servir quanto io potesse; o dolce Cristo deggiati piacere che 'l mio core del tuo amor si empiesse, quella ora, buon Iesú, mi fa vedere ch'io te solo nel mio core tenesse e tu me fussi cibo e pascitore. Pascime de pane celestiale, e famme ogni altra cosa infastidire; cibo de vita sempre eternale, chi ben t'ama, mai non può perire; famme questo gran dono speziale che te, dolce amor, possa sentire per pietate largo donatore. Doname de te, dolcissimo, assaggiare; per te sopr'onne cibo delicato voglio de tutto degiunare; chi ben t'assagia la lengua e 'l palato tutto latte e mele li fai stillare, e d'onne altro amore el fai levato e renovar la mente en tuo fervore. Fervente amor di te li dá', Iesú, chi canta el detto di sí grande alteza, mentre che vive en terra de qua giú, tu reggi la sua vita en gran netteza, e poi gli dá' el solazzo de lá su, che prenda gioia de la tua conteza e sempre regni teco, vero amore. CII COME È DA CERCARE IESÚ PER SOMMO DILETTO, EL QUALE È NOSTRO FINE: E CUSÍ TERMINA IN LUI QUESTO VOLUME[8] Se per diletto tu cercando vai, cerca Iesú e contento serai. Cerca Iesú con ogni tuo desio anima mia, se te vòi delettare; la carne, el mondo e lo Nimico rio, se perir non vòi, non sequitare; nel proprio tuo parer non te fidare, se vòi campar dalli infiniti guai. Se vòi campar dall'infernal tormento, fa' che te spogli d'ogni amor vizioso, e con forteza e gran proponimento de non partire da quel grazioso Cristo Iesú, de ogni ben copioso, che per tuo sposo giá pigliato l'hai. Anima mia, tu sí sei sposata a quello sposo, re celestiale; sta' nella fede, perché l'hai giurata, amando lui d'amor perpetuale; e, ciò facendo, el gaudio eternale da lui in fine tu receverai. Receverai el merito secondo el mal e 'l ben che tu avrai commesso; el tuo volere non sia vagabondo, ma con fermeza t'accosta con esso; mira el suo lato ritto per te fesso, e de quel sangue te 'nebriarai. Inebriata per amor lo stringi in tal maniera che giamai nol lassi, e nel tuo core sua figura pingi, che privará de te li umani passi; per la sua morte spezará li sassi, per essa tua dureza spezarai. NOTE: [8] Questa lauda extravagante è posta per finire el numero perfetto de cento: benché ne sian due de piú sotto dui numeri, cioè XLVII e LXXVII per inadvertenzia: e cusí sono CII laude in tutto (Nota del Bonaccorsi). La numerazione è stata corretta in questa ristampa [Ed.]. NOTA Le rime di fra Iacopone da Todi videro dal secolo XV in poi la luce in parecchie edizioni. Le principali furono: la fiorentina del 1490[9], considerata come l'_editio princeps_, la bresciana del 1495[10] e la veneta del Tresatti, pubblicata nel 1617[11]. Dalla Principe derivarono l'edizione romana di G. B. Modio e la napoletana di Lazzaro Scoriggio[12]; dalla bresciana le due veneziane di Bernardino Benalio e al Segno della Speranza[13]. Ma all'edizione principe quanti sino ad oggi si occuparono del poeta tudertino concordemente riconobbero la maggiore autoritá, sia per ciò che concerne l'autenticitá delle laude in essa raccolte, sia per la lezione, che meglio d'ogni altra sembra conservare le impronte idiomatiche della regione ove il poeta nacque e dettò i suoi carmi spirituali[14]. Onde io, convinto di far cosa utile agli studi iacoponici col divulgare un testo ormai quasi introvabile, qualche anno fa ristampai per conto della Societá filologica romana l'edizione bonaccorsiana, limitandomi ad introdurvi le poche modificazioni imposte dall'uso invalso nella pubblicazione degli antichi testi, e che mi parve potessero notevolmente migliorarla[15]. Ed oggi l'edizione fiorentina, modificata ancora nella grafia, ma fin dove lo consenta il rispetto dovuto a una stampa autorevolissima del Quattrocento, vede nuovamente la luce nella collezione degli _Scrittori d'Italia_. Ma perché pubblicare ancora una volta quella stampa, in luogo di tentar finalmente l'edizione critica dei ritmi iacoponici, ripetutamente invocata da Alessandro D'Ancona?[16] Il perché esposi nella prefazione all'edizione della Societá filologica; e ad essa senz'altro potrei rimandar il lettore, se frattanto un egregio studioso, il prof. Biordo Brugnoli della R. Scuola normale di Perugia, nella dotta introduzione ad un suo faticoso e diligente lavoro di ricostruzione delle satire iacoponiche, non avesse sollevato molti dubbi sull'autoritá, da me nuovamente affermata, della stampa bonaccorsiana[17]. Esaminati i codici piú antichi, egli trova che il confronto non è sempre favorevole all'edizione fiorentina, nella quale rileva difetto di criteri sicuri nell'adozione delle forme grafiche e fonetiche, e tracce di alterazioni dovute all'uso di codici toscani o toscaneggianti; afferma inoltre che l'antichitá dei mss., a cui il Bonaccorsi attinse, è minore di quella che io non mostri di credere; e conclude che «per la ricostruzione del testo originale è non solo utile ma conveniente attingere ad altre fonti non meno e forse piú autorevoli»[18]. Potrei rispondere a queste osservazioni che io non ho mai ritenuto il testo dell'edizione fiorentina come la forma originale, nella quale primamente apparvero i canti del poeta tudertino, e che non ho escluso si possa in avvenire, quando fortunate ricerche ci portino al ritrovamento di mss. piú antichi di quelli che sono a nostra conoscenza, ricostruire un testo di gran lunga piú attendibile. Ma potrei anche aggiungere: perché il Brugnoli, conoscendo altre fonti «e non meno e forse piú autorevoli» della stampa bonaccorsiana, ha tuttavia creduto opportuno di sceglier questa a fondamento dell'edizione critica delle satire iacoponiche, e di contro al testo da lui ricostruito sulle varianti di numerosi codici ha sentito la necessitá di riprodurre integralmente le singole poesie nella lezione data dal Bonaccorsi? Ma, per non tediare il lettore con polemiche oziose, cercherò di rimettere la questione nei suoi veri termini, riassumendo quanto scrissi altra volta, e brevemente rispondendo alle obbiezioni mossemi dall'egregio studioso perugino. Io ho ritenuto e ritengo che il maggior valore dell'edizione principe, in confronto non solo di tutte le altre raccolte a stampa, ma ben anco dei codici del XIV secolo, consista nelle fonti a cui il Bonaccorsi attinse e nel metodo da lui tenuto--metodo che non esiterei a dichiarare rigorosamente scientifico--per ricavarne una lezione vicina il piú che fosse possibile all'originale forma umbra. Il proemio del Bonaccorsi ci dá preziose informazioni in proposito, e non parrá superfluo che io lo trascriva integralmente. Al Nome et honore della sanctissima trinitá: et della gloriosa vergine Maria: et de tutta la corte del cielo. Qualunque persona devota si delecta de havere et leggere le infrascripte laude del beato frate Iacopone da Todi de l'ordine de frati minori, le quali lui compose a diversi tempi per utilitá et consolatione di coloro che desiderasseno per via de croce et delle virtú seguitare el Signore: sapia per vero come circa la impressione presente, a fine che fusse emendata quanto piú si potesse: et reducta alla puritá anticha, che si trova molto alterata in piú libri: è stata usata questa diligentia, cioè che si sono havute due copie de tale laude cavate studiosamente da doi exemplari Todini assai antichi: et piú copiosi et migliori che si trovino in quella cittá: et doi altri volumi pur antichi in buona carta, facti con diligentia: de quali uno appare scripto nella cittá de Perugia: dell'anno MCCCXXXVI trovato in Firenze: de laude XC et non piú et molti altri volumi de diversi religiosi: et de altre particulare persone, trovati pur in Firenze. Da i quali tutti volumi, et spetialmente da li dicti piú antichi concordati molto insieme, si ha cavata nova copia per dare a l'impressori, servata la simplicitá et puritá anticha secondo quel paese di Todi, del modo di scrivere et de vocaboli, sí come è parso a piú persone devote et spirituale che si dovesse fare, senza mutare o agiongere alcuna cosa di novo. Et in tal modo fo cominciata tale impressione a dí XII de agosto passato, et continuata come si vede fino al numero centenario de laude, et due piú, non essendo maggior numero, ma piú presto minore in li predicti et molti altri volumi antichi, maxime della dicta citá di Todi, che fu la terrena patria del auctore: et dove se ne trova libri assai: dove etiam lui morí: et sono le sue ossa in veneratione. Non si dice però per questo che lui non facesse maggior numero de laude, né anco si afferma, che tutte queste siano facte da lui, per non se havere di ciò altro di certo. Quanto all'ordine de esse laude, vedendosi quello essere vario et incerto in molti libri: benché li Todini siano quasi ad uno modo, non è parso inconveniente cominciare da quelle due della Madonna: quale è porta et inventrice de ogni gratia, et da poi mettere le piú facile et successive le altre. Et anco distinguere le materie, et metterle insieme al meglio che si ha inteso, sí come si vederá facto. Della vita del prefato beato Iacopone in particulare non pare che si trovi certa narratione: ma della sua perfectione et trasformatione in l'amore divino, assai si vede per suoi scripti: et anco se intende el tempo nel quale lui fu, et scrisse. Siano adunque confortati li lectori a legere con attentione esse laude simplici quanto al stilo et parole: ma piene di sancta doctrina, et de alti sentimenti in piú de quelle: li quali non potendo cosí intendere essi lectori, vogliano honorarli: et pregare la divina bontá, che li illumini la mente all'intelligentia di quanto bisogna alla salute de l'anime loro. Le fonti menzionate dall'editore formano dunque tre gruppi distinti: 1º) i due codici todini =assai antichi=; 2º) altri due codici =pur antichi=, cioè della prima meta del secolo XIV (un d'essi, il perugino, è datato dal 1336); 3º) molti altri codici presumibilmente toscani o, per lo meno, trovati a Firenze[19]. È chiaro che la maggior importanza venne data dall'editore ai due todini assai antichi, i piú antichi di quanti erano allora a Todi; e da essi furon cavate studiosamente le copie che formarono il nucleo della raccolta bonaccorsiana. Orbene, quei mss. non esistono piú. Potranno esserne derivati, come asserisce il Brugnoli, il Tudertino 194 della Comunale di Todi e l'Angelicano 2216; ma il primo di tali codici è indubbiamente della seconda metá del secolo XV, quindi poco attendibile sia per l'autenticitá delle laude e sia per la lezione; e il secondo, importantissimo per essere del secolo XIV e perché meglio d'ogni altro reca intatte le primitive forme umbreggianti, non contiene malauguratamente che quattordici laude. Anche gli altri due codici menzionati, che pure debbono essere stati di grande aiuto all'editore, sono andati perduti. Del ms. perugino del 1336 il Brugnoli crede di ravvisare una copia nel cod. 1037 della Nazionale di Parigi; ma, in ogni modo, anche questo è del secolo XV e meno utile di altri codici umbri coevi, di cui non s'è ancor potuto rintracciare l'archetipo. Resta il terzo gruppo, quello dei codici toscani o toscaneggianti. Non avendoli l'editore menzionati partitamente, noi siamo anche disposti ad ammettere che si possano identificare con alcuni dei numerosi codici toscani che ancor possediamo. Non saprei dire però quanto e fino a che punto essi siano stati utilizzati. Quali sono adunque le fonti «non meno e forse piú autorevoli» della raccolta bonaccorsiana, alle quali si può ricorrere per la ricostruzione di un testo critico delle poesie iacoponiche? Per ciò che concerne il difetto di criteri sicuri nell'adozione delle forme grafiche e fonetiche, si può osservare che nel secolo XV la grafia non aveva ancor preso una forma definitiva, e che l'incertezza grafica si rileva in tutti i codici, piú grave anzi negli antichi--com'è naturale--che nei recenti. Perché dunque rimproverarla soltanto alla stampa bonaccorsiana? E, quanto al dubbio espresso dal Brugnoli intorno alla incapacitá dell'editore fiorentino di resistere, lui toscano, alla tentazione di alterare o di sostituire le primitive forme idiomatiche, si può opporre che il Brugnoli non ha elementi sufficienti da avvalorarlo, mancandogli appunto i termini di confronto, cioè i codici tudertini, che soli varrebbero a fargli riconoscere sicuramente le alterazioni e le sostituzioni. Il Bonaccorsi ci dice invece, e non so perché si debba dubitarne, ch'egli preferí la lezione dei testi todini. Ai difetti di questi avrá naturalmente supplito con l'aiuto degli altri due codici umbri, e per le poesie che mss. autorevoli o la tradizione giá formatasi al suo tempo attribuivano a Iacopone, si sará giovato dei mss. toscani e toscaneggianti. E qual metodo, se non questo appunto del Bonaccorsi, ha in sostanza seguíto il prof. Brugnoli nella ricostruzione del testo delle satire? Anch'egli s'è valso di tre gruppi di codici: 1º degli umbri, tra i quali comprende anche l'edizione principe; e ad essi ha dato quasi sempre la preferenza nella scelta della lezione; 2º dei toscani; 3º dei veneti. Ma dai toscani e dai veneti non trasse profitto «se non quando poté ritenere che essi, derivando forse da qualche lontano stipite in certi passi piú fedele all'originale, fossero sfuggiti a qualche manifesto equivoco piú o meno grossolano di trascrizione, da cui vanno tutt'altro che esenti i testi umbri, i quali attinsero probabilmente a fonte piú diretta, ma furono anche condotti da menanti assai rozzi ed incolti»[20]. Il Bonaccorsi non poté giovarsi, è vero, dei codici veneti, o almeno non ne fa cenno nel proemio: in compenso però egli aveva i codici todini assai antichi, dai quali nessuno di noi disgraziatamente può trarre profitto. Orbene, se l'acume critico di un egregio studioso come il Brugnoli può dare maggior affidamento di rigore scientifico nello studio dei codici e nella scelta della lezione, ciò non basta a compensare il difetto di quella pura fonte originale a cui attinse il Bonaccorsi, e della quale a noi son giunti soltanto alcuni piccoli e torbidi rigagnoli. Ma, sempre a proposito della lezione in alcun luogo incerta o toscaneggiante dell'edizione principe, mi sia lecito insistere sopra un concetto da me espresso altra volta e che il Brugnoli non ha creduto opportuno di confutare. Secondo il D'Ancona[21], la lingua originale dei ritmi iacoponici doveva esser l'umbra o, meglio, il volgare di Todi. «Se si volesse dare--io scrivevo--un valore assoluto all'opinione dell'illustre critico, bisognerebbe convenire che il testo dell'edizione fiorentina qua e lá si discosta notevolmente da quello che doveva essere il linguaggio tudertino del Duecento. Ma, quando si pensi che l'_editio princeps_, sebbene risulti dalla concordanza di piú raccolte diverse tra loro per l'etá e per l'origine, si fonda sopra tutto sui due codici todini =assai antichi=, e che le maggiori divergenze dall'uso umbro si riscontrano specialmente in quelle ultime poesie, della cui autenticitá si può a buon diritto dubitare anche per una certa ineguaglianza di stile, per la banalitá di alcune espressioni e, spesso, per la mancanza di quello che potrebbe chiamarsi 'sapore' iacoponico, vien da pensare che il fondo idiomatico primitivo non abbia poi subíto nel testo bonaccorsiano troppo profonde modificazioni. Ma c'è di piú. I biografi di Iacopone, che hanno seguíto cecamente la tradizione senza curarsi di separare i fatti positivi da tutti i particolari fantastici formatisi per false interpretazioni dei passi autobiografici e per analogia di altre leggende francescane, affermano concordi che l'_amor Dei usque ad contemptum sui_ fu cosí ardentemente sentito dal poeta tudertino, da indurlo a commettere, insieme con molte altre pazzie, anche quella di affettare il piú profondo disprezzo per la propria cultura e dottrina. Ora non è chi non veda il ridicolo di tale affermazione. Iacopone da Todi aveva fatto i suoi studi di diritto, forse a Bologna; aveva esercitato per lunghi anni la professione di avvocato nella sua cittá natia; aveva fors'anco dettato componimenti in rima prima di darsi a vita spirituale, ed è lecito supporre che non gli fosse ignota la bella fioritura della poesia lirica del suo tempo, i cui spunti e le cui immagini sin troppo profane ricorrono con molta insistenza nelle sue laudi-ballate. Per quanto profondo fosse l'orrore e il disprezzo degli anni trascorsi nelle vanitá del mondo, come avrebb'egli potuto far getto della propria coltura, di quel patrimonio intellettuale, caro sopra ogni altro perché frutto in ciascuno di inenarrabili fatiche, senza sentirsi miseramente inaridire quella ricca vena poetica, onde, come altrettanti ruscelli, scaturivano i suoi sacri ritmi, schiumeggianti e torbidi talvolta per l'impeto della discesa, ma sempre meravigliosi di vita e di freschezza? Iacopone parlava e componeva nel suo nativo dialetto cosí come solevano le persone della sua coltura. E non sarebbe giusto rifiutare inesorabilmente come alterazioni illegittime di amanuensi e di editori tutto ciò (e non è gran cosa) che nel testo dell'edizione fiorentina del 1490 sembra discostarsi dalle particolari caratteristiche del dialetto tudertino»[22]. Una delle questioni piú difficili e piú lungamente dibattute tra gli studiosi è quella che concerne l'autenticitá dei ritmi attribuiti a Iacopone. Le raccolte primitive dovevano contenere appena una novantina di laude, quante cioè ne contengono i codici del secolo XIV. Ma per la pronta diffusione che le poesie del Nostro ebbero nell'Umbria, nella Toscana e nell'Italia settentrionale (diffusione dovuta, oltre che al merito intrinseco dell'opera iacoponica, anche alla fiera discordia fervente nel seno stesso dell'ordine francescano tra i vari partiti, per alcuno dei quali il nome di Iacopone poté servire quasi di segnacolo in vessillo, e alla aureola di martirio che la leggenda non tardò a creare intorno all'austera figura del poeta tuderte), il primitivo corpo laudistico iacoponico andò a mano a mano aumentando, fino a raggiungere e a sorpassare nel secolo XVII il numero di duecento composizioni. Ma la critica ha ormai fatto giustizia di molte false attribuzioni; e mentre dopo lunghi dibattiti ha restituito al Nostro alcuno di quei componimenti, come Amor de caritate--perché m'hai sí ferito, che qualche erudito con inconsulta audacia gli aveva tolti per attribuirli al poverello d'Assisi, non ha esitato, d'altra parte, a rigettare inesorabilmente come apocrifi i canti dovuti alla larga imitazione iacoponica del XIV e XV secolo[23]. È dunque ormai pacifico che l'originaria produzione iacoponica debba restringersi a quel centinaio di ritmi contenuti nei codici del Trecento, vale a dire alle cento e due laude della raccolta bonaccorsiana[24]. Ma, per converso, tutti, assolutamente tutti i ritmi dell'edizione fiorentina debbono ritenersi autentici? L'onesta avvertenza del Bonaccorsi: «Non si dice però per questo che lui non facesse maggior numero de laude, =né anco si afferma che tutte queste sieno facte da lui= per non se havere di ciò altro di certo», ha per me un grande valore. Secondo la prima intenzione dell'editore, la raccolta doveva chiudersi con la XCIII lauda, con «Donna del paradiso», la quale «è posta in questo loco--egli scrive--=per clausura= de le precedente: el principio de le quali è pur da lei [cioè la lauda «O Regina cortese», anch'essa pertinente alla Madonna]: et =per uno separamento= dalle seguente laude trovate in diversi libri»[25]. L'autoritá di altri codici consultati, la forza della tradizione, la quale giá sul finire del Quattrocento aveva sanzionato molte attribuzioni, e fors'anco il desiderio--alquanto ingenuo--di raggiungere per il suo volume «el numero perfecto de cento»[26], poterono indurre il Bonaccorsi ad aggiungere quelle nove laudi con cui si chiude la raccolta, e sulla cui autenticitá è possibile, secondo me, sollevare qualche dubbio, tenuto conto anche delle annotazioni particolari con che il Bonaccorsi, mosso da quegli scrupoli, che tanto ragionevolmente ci fanno apprezzare l'opera sua di editore illuminato, volle mettere in guardia il lettore[27]. Il prof. Brugnoli (è doveroso discutere anche su questo punto la sua opinione per il largo ed esauriente esame ch'egli ha fatto delle stampe e dei codici iacoponici) non condivide i miei dubbi. «Invero--egli scrive--queste [cioè le ultime laude della raccolta] non si trovano, se non per eccezione, in altri mss., specie in quelli estranei alla famiglia umbra. Senonché questo avviene anche per altre laude pur contenute nella Principe e tuttavia non comprese fra le ultime e piú sospette di questa stampa. È appunto il caso dei ritmi: 'Fede, speme e caritate'; 'Amor dolce senza pace' (_sic_); 'Omè lascio dolente'. Dovremo noi escludere anche queste dal novero delle laude d'indubbia autenticitá?». No, poiché «quanto sin qui dicemmo--egli continua--intorno allo svolgimento e alla diffusione del materiale laudistico iacoponico, ci porta a concludere che solo gli antichi mss. umbri, e non giá i codici toscani e veneti, possono avere un gran peso nella bilancia»[28]. Son lieto che per una volta tanto sia proprio il Brugnoli a riconoscere il maggior valore dell'edizione principe. Senonché gli argomenti, ch'egli adduce, lasciano sempre adito al dubbio da me espresso. E invero, come si può escludere che l'editore stesso dubitasse dell'autenticitá delle ultime laude della sua raccolta, chi metta in relazione le parole del suo proemio con le avvertenze da lui premesse a quelle laude? È questo un elemento di critica che non deve essere trascurato, specie se va unito al giudizio che può farsi sul merito intrinseco di quelle poesie, meno caratteristiche, meno precise nel loro schema metrico e meno umbreggianti di tutte le altre. Quanto alle tre poesie citate dal Brugnoli, che non si trovano se non nei codici umbri, si potrebbe osservare che anche su quella che incomincia Oimè! lasso dolente l'editore fiorentino non ha mancato di esprimere qualche dubbio. L'avvertenza alla lauda XCVI dice infatti: «Questa lauda seguente era pur nel dicto libro antiquo [nel Perugino del 1336] et ancora in alcuni todini, benché paia assai bassa como la XX in ordine, che incomenza 'Oimè, lasso dolente'»[29]. Ma siano o no queste ultime rime da attribuire sicuramente a Iacopone, il fatto che solo di alcune poche poesie della raccolta bonaccorsiana si possa dubitare, e che il dubbio non sia condiviso da tutti gli studiosi, dimostra che l'edizione principe merita la maggiore fiducia in fatto di attribuzioni. Ed alla autoritá della Principe il Brugnoli stesso giustamente fa appello[30] a proposito della tanto discussa autenticitá della satira O papa Bonifazio--molt'hai iocato al mondo. Questa poesia, che fa parte di un gruppo abbastanza numeroso di satire contro i falsi prelati e contro colui che nella mente del fiero assertore della rigida regola francescana appariva come Lucifero novello--a sedere en papato, ebbe molta fortuna nel secolo XIV. Nell'ambiente religioso e politico non erano ancora spenti gli echi della feroce lotta combattutasi tra il papa e la parte ghibellina, sostenuta dal re di Francia; in quella satira o, meglio, in quella invettiva Iacopone si fa interprete di tutti i risentimenti provocati dal Caetani e con inaudita violenza di linguaggio, che ha sgomentato i suoi troppo ortodossi commentatori, investe il papa, accusandolo di simonia, di nepotismo, di aviditá verso i soggetti, di sete indomabile di potere, e gli predice l'ultima ruina. I famosi versi profetici: subito hai ruina--sei preso en tua magione e nullo se trovòne--a poterte guarire . . . . . . . . . . . . . . . . . . e Dio sí t'ha somerso--en tanta confusione, che onom ne fa canzone--tuo nome a maledire sembrano alludere alla cattura d'Anagni e alla morte del pontefice, seguíta di lí a pochi giorni. Il che ha fatto supporre che la poesia sia stata composta a fatti compiuti, cioè dopo il 1303. Ma il contesto della poesia non ammette dubbi: essa è un'invettiva contro Bonifacio ottavo vivo e nella pienezza della sua potenza. E come, d'altra parte, supporre che Iacopone giá molto vecchio, logorato dalla lunga crudele prigionia, e desideroso soltanto della pace del chiostro e della preghiera in comune, si inducesse a scrivere quella fierissima rampogna contro l'alto personaggio testé scomparso dalla scena del mondo? Di qui due ipotesi: che la poesia non sia stata composta dal Nostro, ma da alcuno dei numerosi nemici del Caetani durante la preparazione del processo, che alla memoria di questo pontefice aveva intentato Filippo il Bello; o che alla poesia scritta da Iacopone nel 1297, mentre si svolgeva la lotta tra i Colonnesi e Bonifacio ottavo e nella famosa protesta di Lunghezza si impugnava la validitá dell'elezione pontificia, si sieno aggiunte piú tardi, cioè dopo la cattura d'Anagni, le strofe che alludono a questo crudele episodio. Ma alla prima ipotesi, sostenuta dal Tenneroni, sembra contrastare il fatto che la poesia si trova nell'edizione principe e cioè nei codici todini piú antichi. Piú attendibile invece appare la seconda, caldeggiata dall'Ozanam[31] e ultimamente dal Brugnoli, il quale mette giustamente in rilievo come «la lauda controversa senza le strofe che l'esame critico aveva riconosciute come interpolate» si trova in un manoscritto del Trecento, il cod. Magliabechiano, II, 6, 63[32]. Ma, a parte questi ed altri problemi particolari, la questione dell'autenticitá è veramente fondamentale per la critica della leggenda iacoponica. Tutti sanno che le notizie certe sul poeta tudertino sono molto scarse[33], e che le minuziose informazioni sulla vita da lui trascorsa nelle vanitá del mondo e sulle stranezze commesse durante i primi anni di penitenza sono il frutto della elaborazione di elementi incertissimi, dovuti in parte all'arbitraria ricostruzione di circostanze che sembrano risultare dai passi cosí detti autobiografici, e in parte alla fantasia del primo anonimo biografo del Quattrocento, del quale giustamente il Novati ha scritto aver fatto opera «non di storico, ma di agiografo». Cosí nel tudertino, piuttosto che il =sacro giullare= girovagante pei monti e pei piani dell'Umbria noi amiamo riconoscere col Novati il poeta filosofo, il =teorico= del misticismo, spoglio di qualsiasi vincolo con le compagnie dei Disciplinati e coi Laudesi, e poetante «pe' confratelli suoi, per quell'anime ardenti, che sotto il vessillo francescano cercavano al pari di lui la via della croce, l'unione assoluta con la divinitá»[34]. Ma pur chi non voglia consentire col Novati in questa nuova, audace figurazione di Iacopone da Todi, e senta di non poter negare ogni valore ai dati tradizionali, dovrá imporsi un rigoroso lavoro di cernita nella farragine delle notizie tramandate dai biografi, per l'accertamento dei dati autobiografici contenuti nelle poesie che possono sicuramente attribuirsi al tudertino. E per il futuro biografo di Iacopone sará, anche per questo verso, preziosissima la raccolta contenuta nell'edizione fiorentina del 1490. NOTE: [9] _Laude di frate Iacopone da Todi_, impresse per ser Francesco Bonaccorsi in Firenze, a dí ventiotto del mese di septembre MCCCCLXXXX. [10] _Laudi del beato frate Iacopone del sacro ordine di frati minori de osservantia_, Bressa, per Bernardo de Misintis, 1495. [11] _Le poesie spirituali del beato Iacopone da Todi... accresciute di molti altri suoi cantici nuovamente ritrovati, con le scolie et annotationi..._, Venetia, Nicolò Misirini, 1617. [12] _Li cantici del beato Iacopo da Todi_, con diligenza ristampati con la gionta di alcuni discorsi et con la vita sua. App. Ippolito Salviano, Roma, 1558.--_Li cantici del beato Iacopone da Todi_, aggiuntivi alcuni canti cavati da un manoscritto antico non piú stampato, Napoli, Lazzaro Scoriggio, 1615. [13] Per queste due edizioni cfr. GAMBA, _Serie dei testi di lingua_, Venezia, 1828, nn. 478 e 479. [14] Cfr. GAMBA, op. cit., n. 477, e ED. BOEHMER, _Iacopone da Todi, Prosastücke von ihm, nebst Angaben über Manuscripte, Drucke und Uebersetzungen seiner Schriften_, in _Romanische Studien_, 1 (1871-75), 138. Il D'ANCONA nella recente ristampa del suo _Iacopone da Todi, il giullare di Dio del secolo XIII_, Todi, Casa editrice «Atanòr», 1914, p. 5, scrive: «Quanto piú posso, nel citare mi attengo alla edizione di Firenze 1490, presso il Bonaccorsi, riprodotta ne 1558 dal Modio: edizione condotta su antichi manoscritti di Todi e di Firenze, e la cui autoritá è affermata da G. Ferri nella riproduzione sopraccitata. Possono perciò credersi con molta probabilitá tutte autentiche le rime della stampa bonaccorsiana, sebbene l'editore stesso non osi darne certezza; pur ammettendo tal qualitá in alcune edite dal Tresatti e da altri, le quali in ogni caso servono a meglio determinare la forma e gli intenti della lauda spirituale antica». Il MOSCHETTI (_I codici marciani_, Venezia, 1883) esprime un giudizio anche piú favorevole all'ediz. principe, che afferma valere «quanto molti codici riuniti dei piú antichi e preziosi». [15] _Laude di frate Iacopone da Todi secondo la stampa fiorentina del 1490 con prospetto grammaticale e lessico_ a cura di GIOVANNI FERRI, in Roma, presso la Societá filologica romana, MDCCCCX. [16] D'ANCONA, op. cit., p. 5, nota 4. [17] _Le satire di Iacopone da Todi ricostituite nella loro piú probabile lezione originaria con le varianti dei mss. piú importanti e precedute da un saggio sulle stampe e sui codici iacoponici_ per cura di BIORDO BRUGNOLI, ordinario di lettere italiane nella R. Scuola normale maschile di Perugia, in Firenze, per Leo S. Olschki editore, MDCCCCXIV, p. XIV sgg. Di questo volume e della ristampa del D'ANCONA si legga l'ottima recensione di E. G. PARODI nel _Marzocco_ del 28 giugno 1914 (_Il giullare di Dio_), e l'articolo di CIRO TRABALZA, _Il glorioso ritorno di un giullare di Dio: «Iacopone da Todi» di A. D'Ancona_, nel _Giornale d'Italia_ del 21 luglio 1914. [18] Op. cit., p. VI. [19] Il prof. Brugnoli mi rimprovera (p. CVIII) di assegnare i codici todini =assai antichi= alla fine del XIII secolo e di «far gran caso della differenza di espressione usata [dall'editore] per quei codici =assai antichi= in confronto di quella adoperata per il cod. Perugino del 1336 e per un altro suo coevo, dei quali l'editore fiorentino dice che erano =pur antichi=». «Anche a voler dare importanza (egli continua) a questa lieve sfumatura--dico lieve perché l'induzione si fonderebbe tutta sulla mancanza dell'avverbio 'assai', mancanza in gran parte compensata dal 'pur'--non è possibile rimontare piú indietro del 1300, perché altrimenti sarebbero rimaste escluse da quei codici le laude composte da Iacopone durante e dopo la prigionia, laddove ce ne troviamo invece parecchie se non tutte». Riconosco che l'attribuzione (da me proposta, del resto, con molta circospezione) dei codd. todini piú antichi alla fine del XIII secolo (l'anno 1300 appartiene a quel secolo!) può parere arrischiata, ma non priva di qualsiasi fondamento, in quanto--trattandosi di codd. perduti--non si può ammettere senz'altro ch'essi contenessero le poesie iacoponiche composte durante e dopo la prigionia. Il fatto ch'esse si trovino nei codici del XV secolo derivati dai todini può anche spiegarsi con le aggiunte e le interpolazioni, che il Brugnoli stesso ammette a proposito di altre questioni. Quanto alla distinzione tra i codd. todini =assai antichi= e i due =pur antichi=, mi par proprio che il Bonaccorsi abbia voluto stabilire una gradazione cronologica tra i primi e i secondi. A meno che non si tratti di ipersensibilitá grammaticale da parte mia, io son d'avviso che l'avverbio «assai» abbia un significato ben differente dall'avverbio «pur». La mia induzione si fonda dunque sul diverso significato di due parole diverse, cioè su qualche cosa di piú consistente della «lieve sfumatura», di cui parla il Brugnoli. Pei raffronti di codici e di stampe iacoponiche si veda, oltre lo studio citato del BOEHMER, quello del TOBLER nella _Zeitschrift für roman. Philologie_, III, 178. Si veda anche A. FEIST, _Mittheilungen aus älter. Sanml. italienisch. geistlich. Lieder_, in _Zeitschrift f. rom. Philol._, XIII (1889), 115; e gli _Inizi di antiche poesie italiane con prospetto dei codici che le contengono_ e _Introduzione alle Laudi spirituali_, di A. TENNERONI, Firenze, Leo S. Olschki, 1909. [20] Op. cit., p. VII. [21] Op. cit., p 46. [22] Cfr. la mia prefazione alla ristampa della Societá filologica romana. [23] Fu il WADDING che attribuí pel primo questa poesia, insieme con l'altra «In fuoco l'amor mi mise», a san Francesco; ma il padre I. AFFÒ dimostrò vittoriosamente la falsitá di tale attribuzione. Cfr. per maggiori particolari A. D'ANCONA, op. cit., p. 56, nota 8. FRANCESCO NOVATI, nel suo discorso _L'amor mistico in san Francesco d'Assisi ed in Iacopone da Todi_, pubbl. nel volume _Freschi e minii del Dugento_, Tip. ed. L. F. Cogliati, Milano, MCMVIII, conclude a proposito di siffatte attribuzioni (p. 242): «Chi si illude di sorprendere i tripudi amorosi del Nostro [san Francesco] nelle laudi 'Amor di caritade', 'In foco l'amor mi mise', dimostra (ci sia lecito il dirlo) di non capir nulla di nulla né dell'anima di san Francesco né della storia della lirica sacra italiana». [24] Cfr. NOVATI, op. cit., p. 247. [25] Vedi p. 232. [26] Veramente la raccolta comprende 102 laude. Ma nella nota alla lauda CII (p. 255) l'editore avverte: «Questa =laude extravagante= è posta per finire el numero perfecto de cento: benché ne sian due de piú sotto doi numeri, cioè XLVII e LXXVII per inadvertentia: et cusí sono CII laude in tutto». Naturalmente la numerazione è stata corretta in questa ristampa. [27] Le annotazioni dell'editore si trovano alle pp. 232, 236, 239, 255. [28] Op. cit., p. CXLIV. [29] Vedi p. 236. [30] Op. cit., p. CXLVI sgg. E vedi anche D'ANCONA, op. cit., p. 84, n. 2, ove si confuta l'opinione di A. TENNERONI. [31] A. F. OZANAM, _Les poètes franciscains en Italie au XIII siècle_, Paris, V. Lecoffre, 1882. [32] Op. cit., p. CXLIX. [33] La cronologia piú probabile della vita di Iacopone è stata fissata da A. D'ANCONA, op. cit., p. 18 in nota. Circa le biografie tradizionali cfr. pure D'ANCONA, op. cit., p. 15 e BRUGNOLI, op. cit., p. CIV, nota 1. [34] Discorso e vol. cit., p. 245 sgg. GLOSSARIO Nota del Trascrittore: tra parentesi quadre si trovano le versioni alternative presenti nel testo. _abbi_, io ebbi. _abbreviata_, rimpicciolita, cfr. _breviare_. _áber_, ebbero. _abominanza_, vergogna. _abondo_, abbondante. _abracciata_, abbracciamento. _abramare_, bramare: _abrama, abrami_. _abrasciato_, ardente. _abrenca_ (_t'a._), adòperati, indústriati. _abreviare_, rimpicciolire: _abreviando_. _absolveto_, sii assolto. _abundi_, 'tanto piú foco _a._', tanto piú abbondi in ardore. _abissare_, inabissare: _abissame, abissata_. _acattaría_, acquisto, guadagno. _acatte_, acquisti. _acatto_, acquisto, guadagno. _achianta_, alligna, attecchisce. _acolle_, accoglie. _acolmato_, colmato, colmo. _acolte_, strette, raccolte. _acomenza_, incomincia. _aconciato_, acconciatura. _aconfé_, 's'_a._', si confece, si convenne. _adamato_ (imperativo), ama. _adarsi_, accorgersi; 'non te n'_adai_'; _adato_. _adasta_, eccita, spinge. _ademandare_, domandare: _ademando_, _ademandi_, _ademanda_, _ademandato_, _-e_. _ademanni_, domandi. _ademplendo_, riempiendo, colmando. _ademplenza_, soddisfazione. _adetata_, infamata. _adimandi_, domandi. _adizzata_, aizzata. _adoguagliato_, eguagliato. _adolorava_, mi addoloravo. _adomando_, domando. _adorato_ (sost.), adorazione. _adornanza_, ornamento. _adulterato_, 'con tutte ha _a._', ha tradito tutte. _adurare_, perseverare; 'en _a._', con perseveranza; _adura_, persevera. _adurate_, 'per _a._', con la perseveranza. _adúsate_ [_adusate_], abítuati. _adviáme_, mi avviai. _affare_, 'donna da grande _a._', ricchissima; 'de poco _a._', di poco conto; 'de sí alto _a._'; 'secondo 'l pover mio _a._', secondo le mie deboli forze; 'dargli tutto 'l suo _a._', tutto quel che possiede. _affá_, 's'_a._', si conviene. _affétta_ [_affetta_], desidera. _affetto_, passione, dolore, tribolazione. _afferrare_, tormentare: _m'afferra_; _afferrato_, tormentoso, doloroso; _afferrate_, tormentate. _affittare_ e _afi-_, affisarsi, osservare: _affitta_, _afitta_, _afittai_. _affletto_, afflitto. _afflitto_, ferito. _affollato_, oppresso, schiacciato. _affolto_, sostenuto, appoggiato, difeso. _affrantura_, debolezza, dolore, pena eterna. _affrenare_, raffrenare: _affrenata_, _affreniti_, freniate. _aficco_, 'm'_a._', mi figgo. _afigura_, 'non m'_a._', non posso figurarmi. _afocare_, infocare: _afocata_; e affogare: _afocato_. _afogato_, affogato o soffocato. _afoma_, 's'_a._' si offusca. _afranto_, sofferenza, dolore. _afrigolito_, infreddolito. _agirlato_, stordito, ebbro. _agne_, anni. _agno_, agnello. _agrondo_, 'm'_a._' mi rattristo. _aguardare_, osservare, rimirare: _aguarda_, _aguardame_, _aguárdate_ [_aguardate_], _aguardare_, _aguardáte_ [_aguardate_], _aguardai_, _aguardando_. _aguata_, guarda, osserva. _aiace_, conviene. _ainina_, 'carta _a._', cartapecora. _aino_, agnello. _aiutare_, salvare; '_aiuta_ la sconfitta', salvaci dalla sconfitta; '_aiuta_ lo notare', assistici nel nuoto. _aiute_, 'l'_a._', l'aiuto. _albergare_, ospitare e abitare: _albergalo_, _albergato_. _albergaria_, abitazione, stanza. _albergo_, abitazione. _albitrio_, arbitrio. _alcono_, alcuno. _alegranza_, gioia. _alegrare_, rallegrare: _alegrar_, _t'alegri_. _alentata_, 'degiunar non fui _a._', non lasciai di d. _alevata_, allevamento. _alienata_, vòlta ad altre cure. _alifante_, elefante. _alitare_, vivere. _allapidata_, lapidata. _allazo_, allaccio. _allecerare_, licenziare, scacciare: _allecerato_, _allecerati_. _allena_, diminuisce. _allevai_, 'da poi che m'_a._', poi che fui adulto. _allidere_, percuotere, rompere: _allide_, _alliso_. _allitate_ [_allítate_], ti allieta. _allore_, allora. _allumenare_ e _allumi-_, illuminare: _allumini_. _almino_, almeno. _alteza_, orgoglio, superbia; nobiltá, nobile e ricca condizione. _alto_, 'ad _a._', in alto, 'en _a._', altamente, 'fanno clamore en _a._', grande clamore. _altroi_, altrui. _altura_, altezza, nobiltá; 'de piú _a._', piú alto; 'piú en _a._', piú in alto. _ama_, amore. _amantare_, vestire; _t'amanta_, _se n'amanta_, _amantare_, _amantato_. _amanta_, ricoprono, rif. a nido. _amantatura_, vestito. _amantenente_, immantinenti. _amanza_, amore. _amaricato_, amarezza; amareggiato, doloroso; _-a_, addolorata. _amarore_, amarezza. _amastrato_, ammaestrato. _amativo_, che si deve amare; 'luce _amativa_' dell'amore. _amato_, amore. _ambiadura_, l'ambio. _amenza_, follía. _amesurare_, 'l'_a._', la misura, la quantitá. _amiranza_, ammirazione. _amistanza_, amicizia. _ammannito_, occupato, affaccendato. _amollare_, intenerire. _amoranza_, amore. _an Santo_, in chiesa. _ancilla_, ancella. _ancore_, fino ad oggi. _ancura_, ancora. _andare_: _andi_, vai; _anda_, va; _andi_, tu vada; _t'andasti_, te ne andasti. _andata_, viaggio o via. _áne_, ha. _anegato_, annegato. _anemalio_, animale (dispreg.). _angelicata_, 'vita _a._', degli angeli. _angeloro_, degli angeli. _anichilare_, annientare: _anichilato_, annientato e umiliato. _anno_, 'en _a._ en _a._', di anno in anno. _annunziata_, annunzio. _ante_, prima. _Anticrisso_, anticristo. _anvito_, causa, dolore. _apalato_, manifestato. _apenato_, addolorato. _apianare_, salire; _s'apiana_, si sale. _apicciare_ e _app-_, appiccare, unire, attaccare; _apicciarate_, si appiccicherá; _apicciase_, _appicciato_, afferrare; _apicciò_, accendere: _apicciato_; _apicciarsi_, restringersi: _mi appiccio_. _aponerai_, apporrai a colpa. _apontare_, opporre: _s'aponta_; intaccare: _ci aponta_. _apparato_, lusso. _apparito_, apparso. _apparuto_, apparso. _appellazione_, appello, nel sign. giuridico. _appetere_, appetire; il desiderio. _applanato_, salito. _appresentare_, 'opo n'è _a._', bisogna presentarci; _t'apresenta_. _appropriato_, 'amor _a._', amor proprio. _aprere_, aprire. _aprenno_, aprendo. _apresso_ (agg.), prossimo; (pr.) presso. _aprete_, aperte. _aprito_, aperto. _aprute_, aperte. _aquilone_, settentrione. _arafrenato_, raffrenato. _aragnare_ e _arr-_, far questione, venire alle mani: _t'aragnasti_, _arragnato_. _aramorto_, smorzato. _aramorti_, soffochi, metti in tacere. _arapicciata_, accesa. _aravere_, riavere. _archieda_, richieda. _archiuso_, richiuso. _arcomenzava_, ricominciava. _arcomperare_, riscattare, redimere. _arcoverare_, ricovrare, riparare. _ardita_, ostacolo, difficoltá. _ardore_, inferno. _ardura_, ardore, il fuoco eterno. _aregna_, regna. _aremanni_, rimandi. _arendi_, rendi. _arentrare_, rincasare: _arentri_. _arepresento_, presento di nuovo. _aresce_, riesce: _arescece_, ci si apre. _aretrovare_, ritrovare. _argento_, denaro. _argir_, ritornare. _argomente_, 'en _a._', ingegnosamente. _ariccare_, arricchire. _arlegame_, mi rilega. _armagnenza_, rimanenza. _armaner_, rimanere: _arman_, _armanea_, _armáse_. _armenare_, ricondurre: _armenava_; _armine_, io rimeni. _armetta_, rimetta. _arnunzare_, rifiutare, respingere: _arnunzato_. _arnunzascione_, rinuncia. _arósciase_ [_arosciase_], si tinge di rosso. _arpiaceme_, mi ripiace. _arprendere_, riprendere: _arprende_, _arprendi_. _arprovo_, provo di nuovo. _arrabbia_, tu riabbia. _arrate_, arre; 'presi l'_a._', m'impegnai. _arsalghi_, tu risalga. _arsimigliare_, rassomigliare: _arsimiglia_, _arsimigliata_. _arsomeglia_, 'al poter tuo l'_a._', règolati [regolati] secondo le tue forze. _articulata_, esposta per articoli. _artificio_, 'palazzo en _a._', costruito secondo le regole dell'arte. _artoglie_, ritoglie. _artollote_, ti ritolgo. _artornare_, ritornare. _artorrò_, ritoglierò. _artrovare_, ritrovare. _arversare_, riversarsi. _arvenire_, rivenire: _arvenisse_, _arvenuto_. _arvolere_, rivolere. _ascaran_, scherano. _ascempio_, lo scempio. _ascide_, mi assedia, mi preoccupa (?). _asciogliere_, assolvere. _Ascisi_, Assisi. _ascondito_, nascosto. _asino_, 'per macerar mio _a._', la mia carne, i miei desidèri. _Asise_, Assisi. _asmo_, l'asma. _aspetta_, guarda, osserva. _assagiato_, saggio, prova. _assegnare_, mirare al segno. _asseio_, assedio. _assembiamento_, radunanza. _assendito_, assennato. _assentare_, assentire. _assimigliare_ e _asi-_, rassomigliare e desiderare: _assimiglio_; augurare: _asimiglia_. _asti_, gare. _asutiglia_, tormenta. _aterrenato_, umiliato, avvilito. _atremío_, 's'_a._', s'impaurí. _attendato_, 'le terre agio _a._', ho posto tende nelle terre. _attèndeti_, affidati. _attumulato_, sepolto. _ave_, ebbe. _avegnenza_, convenienza. _avén_, abbiamo. _avenante_, avvenente. _avene_, 's'_a._', si conviene. _avere_; _avire_: _agio_ e _aggio_, ho; _avemo_, _avem_ e _aven_ [_avén_], abbiamo; _onno_, _on_ e _ò_, hanno; _ònme_, mi hanno, _ònte_ [_onte_], ti hanno; _abbi_, tu abbia; _aggia_, _agia_ e _aia_, io abbia; _agi_, io, tu o egli abbia; _agiamo_ e _agiam_, abbiamo (cong.); _aian_, abbiano; _ebbe_, io ebbi; _abbi_, io ebbi; _áber_, ebbero; _avi_, ebbi; _ave_, ebbe; _áver_, ebbero; _arò_, avrò; _arai_, avrai; _ággete_, abbiti; _averogl_ [_averògl_], li avrò; _averai_, _averá_; _averiti_, avrete; _averan_, _avería_, avrebbe; _averíe_, avresti; _avereste_, avresti; _averien_ [_averíen_], avrebbero; _aúto_, avuto. _aversere_, 'gli _a._', i diavoli. _aversier_, avversario. _aversire_, avversario, nemico. _avetare_, abitare, abitazione. _avetoso_, soave. _avi_, ebbi. _avilare_, avvilire: _avilato_, avvilito e anche tenuto a vile. _avivacciata_, pronta, sollecita. _ázemo_ [_azemo_], non fermentato. _azone_, azione. _bailía_, governo, potere. _báilo_, _-a_, custode, arbitra. _baldanza_, gioia. _baldeza_, gioia, allegrezza. _balestrare_, tirare con la balestra. _balestrire_, balestriere. _balestro_, balestra. _balio_ [_balío_], governatore. _banda_, 'metti _b._', grida, bandisci. _bando_, condanna, pena. _bandonata_, abbandonata. _bannire_, avvisare, parlar alto, palesare: _banna_. _banno_, v. _bando_. _barattere_, 'gli _b._', i barattieri. _baratto_, zuffa. _barbaglia_, balbetta. _bargagnato_, mercanteggiato. _baronagio_, nobiltá. _baronia_, valore, nobiltá. _basalisco_, basilisco. _basciare_, baciare. _bastanza_, 'non t'è _b._', non ti basta; 'empire de... sua _b._', di tutto ciò che gli basta, o finché gli basta. _bastare_, 'm'è _b._', mi basta. _batesmo_, battesimo. _bè_, bene: _se bè_, sebbene. _beatitute_, beatitudini. _beccata_, morso delle pulci. _befolcaria_ [_befolcaría_], dominio del bifolco. _begl_, bene. _bellire_, 'en _b._', in bel parere. _beneficione_, beneficio. _benvoglienza_, benevolenza. _besogno_, 'era _b._', bisognava. _biado_, la biada. _biastemare_, vituperare. _bistorte_, contorcimenti dolorosi. _bizocone_, bizzoco. _blasfemato_, bestemmiato. _blasfémia_ e _blasfemía_ [_blasfemia_], bestemmia. _boccuni_, bocconi. _bollon_, chiodo. _Boemioro_, dei boemi. _bonitate_, bontá. _borbótanse_, si bisbigliano. _botto_, caduta, punizione. _bramo_, desiderio. _brazo_, braccio. _breve_, decreto; piccolo; brevemente. _brevetá_, piccolezza. _breviare_, rimpicciolire. _briga_, lavoro, fatica, difficoltá; ostacolo; 'a gran _br._', con grande fatica; 'ha fatto _br._', si è sforzato. _briganza_, inimicizia. _brigare_, tentare, procurare: _briga_; ingegnarsi: _brigate_. _brigata_, fatica dolorosa: 'far _brigate_', lavorare. _brusata_, bruciata. _brutata_, imbestialita. _bruttur_, brutture. _bullita_, bollente. _buono_ (avv.), bene. _ca_ (cong.), che. _cademento_, caduta. _cadere_: _caggio_, cadono; _caggia_, cada; _cáder_ [_cader_], caddero. _cagnato_, cambiato. _cagne_, egli cambi. _cagno_, cambio. _calciare_, calzare: _calciato_. _caldo_, 'en _c._', all'inferno. _calura_, calore, ardore. _calure_, calore. _calvato_, reso calvo. _cambiato_ per _ri-_, remunerato. _camiscia_, camicia. _camora_, camera. _Campagna_, Campania. _campare_, trovare scampo; _campa_, _cámpate_, sálvati. _cancione_, canzone. _cane_, canti. _canna_, gola. _canta_, canto. _cantare_, menar vanto. _cantutio_, canto. _capigli_, '_c._ daea', strappavo capelli. _capovolta_, _-e_, mutamenti subitanei. _cattivanza_, schiavitú. _cattivo_, dannato. _capuccio longo_, il cappuccio dei penitenti. _carace_, taglia (?). _caratte_, impronta, segno. _carboncelli_, carbonchi. _cardenalato_, 'l'ordene _c._', dei cardinali. _cardinile_, cardine, intelaiatura dell'uscio. _cargne_, carne. _carire_, perdere; _carite_, perdute. _carnifici_, carnefici. _carta_, documento, prova, privilegio, garanzia. _cascollo d'obedenza_, lo indusse a disubbidire. _casile_, casa modesta. _castalli_, castaldi. _castello_ (fig.), l'utero. _catenati_, incatenati. _cavere_, 'tu degge _c._', guardarti. _cechitate_, cecitá. _cede_, strage. _celato_, 'a lo _c._', al coperto. _celebr'_, cervello. _celesto_, celeste. _celestío_, paradisiaco. _centa_, cinta. _censalito_, cencioso. _centro_, 'en _c._ nel core', in mezzo al cuore. _centura_, 'lengua a _c._', legata. _cerchi_, cilizi. _certanza_, sicurezza, assicurazione, veritá. _cestone_, paniere. _cetto_, presto. _ched_, che. _cheder_, chiedere: _chegio_, _cheio_, _chedendo_. _chedendo_, cercando. _cheendo_, cercando. _chello_, quello. _chevelle_, qualcosa. _chi_, il quale, la quale; _con chi_, col quale, coi quali; _en chi_, nel quale. _chiamare_, implorare. _chiavare_, inchiodare: _chiavato_. _chiavellanse_, si inchiodano. _chine_, chi. _chiovi_, chiodi. _chirendo_, cercando. _chivelli_, alcuno; _chivel_. _ciambra_, camera. _cibora_, cibi. _cicigliana_, siciliana. _cilizo_, cilizio. _circundato_, assediato. _citella_, giovine. _clamagione_, clamore. _clamare_, implorare, domandare, chiamare: _clame_, _clama_, _clamò_, _clame_ (imperat.). _clamore_, preghiera. _clericata_, 'la universitate _cl._', il clero. _clericato_, il clero. _co_, come, perché, quale, per la quale, quanto, appena che; col quale, nel quale. _cocina_, cibo cucinato: _le cocin_. _cocinere_, cuoco. _cocino_, cibo cucinato. _cogitato_, pensiero. _coglio_, collo. _cognita_, 'nostra _c._', amica. _cognosci_, conosci. _cognove_, conobbe. _coio_, epidermide. _Collestatte_, nome di un castello dell'Umbria, usato fig. per la morte. _colta_, accolta, gruppo, tributo, imposta. _coltivanno_, 'a _c._', per coltivare. _coluri_, colori. _comandata_, comando. _comencio_, comincio. _comenzare_, cominciare: _comenzo_, _comenza_; _coménzate_, ti cominciano. _comenzata_, cominciamento, principio. _comenzamento_, cominciamento. _comestione_, pasto. _comiatato_, licenziato. _comitata_, 'en mia _c._', in mia compagnia. _comitato_, compagnia, séguito; 'ne lo suo _c._', nel loro insieme. _como_, come; 'el _c._', la qualitá, la maniera. _compagnata_, compagnia. _compagnoni_, compagni. _comparare_, riscattare, redimere: _comparai_, _comparao_, _comparato_. _compassionata_, con signif. attivo: che ha compassione. _compíta_, piena. _complendo_, compiendo. _conceper_, concepire: _conceputo_. _concorda_, concordia. _concordate_, d'accordo, in pace. _concussare_, scuotere, dibattere. _condutta_, piatto, vivanda: _condutti_. _conestretta_, angustiata. _confirmato_, aiutato. _confortòne_, confortò. _congruo_, 'a l'occhio non è _c._', non si conviene. _coniugni_, congiungi. _coniogne_, congiunge. _conoscáti_ [_conoscati_], conosciate. _conoscente_, per _ri-_; benefattrice. _conoschi_, conosci. _conquassato_, rotto dai disagi, dalla fatica; scosso. _conquida_, finisca, distrugga. _conquide_, 'la _c._', la muffa (?). _conquiso_, distrutto. _conscio_, coscienza: 'ser _c._', la signora coscienza. _conseglio_, consiglio: _consegl'_. _conserto_, intrecciato. _conservarane_, conserverai. _consiglite_, consigliate. _consolanza_, consolazione. _consólo_, consolazione. _consonato_, armonizzato. _consopito_, assopito. _consumanza_, fine. _consumare_, morire: _consuma_, _consumi_, _consumavi_, _consumando_; uccidere: _consumi_, _consumava_, _consumato_; giungere a perfezione: _consumato_; sost., la morte. _consumazione_, morte. _consumativo_, mortale. _contagione_, contatto. _contamento_, racconto. _contata_, racconto. _contato_, esposizione, trattato. _contenne_, disprezza; contende, contrasta. _contenzione_, lotta, contrasto. _contina_, continua. _continuato_ (avv.), continuatamente. _continuo_, incontanente. _contossa_, attossica (?). _contrata_, proprietá (?). _convegna_, patto, regola. _convegnenza_, patto; 'non siría _c._', non sarebbe giusto. _convenente_, condizione. _convenenza_, 'non m'ha _c._', non si conviene; 'on _c._', si convengono. _conveneria_, convenienza. _conveno_, 'lo _c._', il convenuto. _conventato_, addottorato. _convento_, compagnia, collegio, monastero, laurea; partic. da _convencere_, abbattuto. _conversare_, dimorare: _conversai_, _conversato_; trattare, praticare: _conversato_. _convertèra_, convertiresti, volgeresti. _convine_, conviene. _copretura_, copertura. _coprire_, difendere; rif. a ferita, rimarginare: _coprireme_, mi coprirono; _coprite_, coperte. _coraggio_ o _coragio_, cuore: _coraggi_. _corate_, 'le _c._', i cuori. _corato_, addolorato; cuore. _cordo_, corda, staffile. _cordogliosa_, dolorosa. _cornuti_, ironico per mitrati. _corporeato_, trasformato in corpo. _correre_ [_corrére_], messaggero. _corressa_, corretta. _correttura_, 'facciam _c._', correggiamoci. _corrocciato_, corrucciato. _corroccioso_, 'sarò _c._', piangerò. _corrottato_, _-a_ (partic.), pianto. _corrotto_ e _cor-_. (sost.), pianto. _corso_, 'né per _c._ né per risme', né in prosa né in verso. _cortesia_, 'far _c._', menar vita elegante. _cotoza_, sta in ozio?. _covelle_, qualcosa, nulla. _crai_, domani. _credere_, affidare: _credergliese_ [_crédergliese_], _credome_, credere; _creio_, credo; _crédici_, ci credetti; _crédor_, credettero; _cresi_, credetti; _creso_, creduto. _Creti_, di Creta. _crociato_, 'popolo _cr._', i cristiani. _cruce_, croce. _cruciare_, mettere in croce; tormentare: _cruciar_, _cruciata_; addolorare: _cruciato_; fregiare della croce: 'scude _cruciate_'. _crudene_, crudele. _cuitanza_, pensiero. _cuitare_, pensare: _cuitava_. _cuitato_, pensiero. _cuito_, pensiero. _cuòprite_ [_cuoprite_], 'lo mantellino _c._', vesti il m. _currite_, correte. _Cypri_, 'renno _C._', regno di Cipro. _Dacioro_, 'renno _D._', regno dei daci. _daéa_, dava. _daesse_, io dessi. _dagetor_, donatore. _daiente_, colui che dá. _daitore_, donatore. _danante_, davanti. _dane_ [_dáne_], dá. _dannagio_, danno. _danza_, treccia, ghirlanda; schiera. _dare_: _dáite_, date; _don_, danno; _déme_, mi dia; _die_, tu dia; _díene_, ne dia; _dielome_ [_díelome_], me lo dia; _dien_, diano; _daéa_, dava; _daesse_, io dessi; _daragio_, darò; _daragiote_, ti darò; _daraio_, darò; _daría_, darei; _diei_, diedi; _dieglie_ [_diéglie_, _dièglie_], gli diedi; _die'_, _diêr_ [_dier_]; _désteli_, gli desti; _daiente_, che dá. _debile_, debole. _decepto_, ingannato, deluso. _decetel_, ditelo. _decora_, bella. _deduca_, abbassi. _defensare_, difendere. _deformanza_, bruttezza. _deguastare_, distruggere: _deguastar_, _deguasta_; _deguastao_, distrusse. _deiattato_, scacciato. _deietta_, scacciata. _deiettato_, scacciato. _delettanza_, diletto. _delettare_, amare, godere, dilettarsi; sost., diletto, piacere. _delicamento_, bellezza. _delicanza_, bellezza. _deliccio_, delizia, piacere. _delicii_, delizie, mollezze. _deliquesce_, cade in deliquio. _delize_, delizie. _delizo_, piacere. _délo_, lo devi. _delombato_, slombato. _delongato_, allontanato. _dementata_, uscita di senno. _dèmona_ [_demona_], diavola. _demonia_, 'le _d._' e 'glie _d._', i diavoli. _demono_, dimonio: _li demòne_. _demoranza_, dimora, indugio. _demostrare_, mettere in mostra: _demostra_, _demostrando_. _demostratura_, 'far _d._', mostrare. _dene_ [_déne_], deve. _denno_, degno. _departi_, 'se da me _d._ l'andare', se da me ti allontani. _deportanno_, 'col vostro _d._', portamento. _depurati_, chiari, limpidi. _deretto_, pronto, sollecito. _derieto_, di dietro. _deriso_, derisione. _deritto_, assennato, prudente. _deriva_, smette, cessa. _derobbati_, derubati. _derutto_, spossato, abbattuto. _derenzione_, separazione, morte. _deritto_, 'a _d._', giustamente. _descaduto_, malandato in salute. _descenore_, disonore. _desciliato_, guasto. _descionore_, disonore, vergogna. _desciso_ (sost.), discesa. _descordo_, danza. _descurrendo_, correndo giú. _desensato_, privo di senno. _desformato_, deformato dai peccati. _desiagio_, desiderio. _desiore_, desiderio. _despandi_, con sign. neutro: ti spandi. _despareve_, separavi. _desperanza_, disperazione. _despetto_, disprezzato. _desperata_, 'metterse a _d._', mettersi a far qualcosa senza indugio. _desperate_, 'veste _d._', di penitenza (?). _desperato_, abbandonato; '_d._ sentire', proprio di chi ha perduto ogni speranza di salvezza. _despiacemento_, dispiacere. _desplacenza_, dolore. _desponsore_, sposare: _desponsai_, _desponsato_, _-a_, _-e_. _desponsato_, sposalizio. _desprezato_, umile. _desse_, disse. _désseise_, gli si desse. _destegne_, lava, deterge. _destenguese_, si distingue. _destituto_, destituito. _destregnenza_, '_d._ si fa forte', si affretta. _destregno_, 'me... _d._', mi rimpicciolisco, mi umilio. _destrugemento_, distruzione. _desvanito_, svenuto. _deto_, dito: _deta_. _detoperata_, vituperata. _detta_ 'miei _d._', le mie parole. _detuperato_, disprezzato. _devante_, davanti. _devedute_, divise. _devencendo_, abbattendo, umiliando. _devenute_, 'a que sem _d._', a che siamo giunte. _devere_, dovere: _deverme_; _dé'_, devi; _déi_, devi e deve; _devem_, dobbiamo; _degon_, debbono; _degi_, tu debba; _degge_ e _deggi_, egli debba; _devevi_, dovevi; _devive_, dovevi; _devesse_, dovesse; _deveri_ e _dever'_, dovresti; _deverie_ [_deveríe_], dovresti; _deveria_ [_devería_] e _deverebbe_, dovrebbe. _deverila_ [_deveríla_], la dovresti. _deveto_, debito. _devura_, divora. _dia_, il giorno, la luce. _dia_, dea. _dicere_ e _dicer_, dire; _dicete_ e _decetel_; _dice_, dici; _dichi_ e _diche_, tu dica; _dicamo_, diciamo (congiuntivo). _diciria_ [_diciría_], discorso. _dicitore_, colui che detta articoli di legge. _diece_, dieci. _diffidamento_, diffidenza. _diffinitate_, definizione (?). _digiunio_, digiuno. _diita_, dieta. _diletta_, 'la _d._', l'affetto; 'en tua _d._', per amarti. _dimplito_, adempito. _dine_, 'la o lo _d._', il giorno; 'a terzo _d._', dopo tre giorni. _diota_, ignorante. _diretto_, 'se ben vedi nel _d._', se osservi giusto. _dirittanza_ e _diritanza_, giustizia. _diritto_, 'a _d._', giustamente. _dirittura_, giustizia e giudizio; 'en _d._', a destra (?). _diritto_, 'al _d._', a destra. _disciplina_, battitura. _disciplinato_, battitura. _disciplino_, disciplina. _discipoli_, discepoli. _discoprito_, scoperto. _discorda_, discordia. _discordo_, danza, canzone a ballo. _disinteria_ [_disintería_], dissenteria. _dispareve_, dividevi. _dispiacenno_, 'vivo nel mio _d._', nel disprezzo di me stesso. _dissipare_, 'la grege _d._', distruggere. _distenta_, 'a _d._', distintamente (?). _distritto_, 'a. _d._', imparzialmente (?). _ditato_, arricchito. _ditissimo_, ricchissimo. _ditta_, 'miei _d._', le mie parole. _dittare_ (sost.), scritto, componimento. _dittata_ e _-o_, componimento. _ditto_, 'el _d._ mio', le mie parole. _diversoro_, abitazione. _divisata_, divisa. _do'_, dove. _do_, due. _dobato_, vestito. _doce_, duce. _dodece_, dodici. _doi_, due. _dolentia_ [_dolentía_], lamento. _dolere_, per dolersi: _doli_, _dole_; _el dolere_, il dolore. _dolire_, dolere. _dollote_, te lo do. _dolorare_, lamentarsi. _dolorato_, dolore. _dolorusa_, dolorosa. _dolur_, dolori. _dolura_, si duole, si lamenta. _dolure_, dolore. _dolve_, ve lo do. _dolzore_ e _dolzor_, dolcezza, piacere, diletto. _dolzura_, dolcezza, piacere. _dominato_, dominio. _domo_, 'lo _d._', casa (fig.). _donna_, signora, padrona. _donqua_ e _-e_, dunque. _donzello_, scudiero; _-i_, giovani signori, giovinetti. _dormentare_, addormentarsi. _dornato_, adornato. _dota_, dote. _dottato_, adottato. _draco_, serpente. _dracone_, il diavolo; _-i_, i serpenti. _dretta_, giusta. _drieto_, dietro. _dritto_, giusto; 'tener lo _d._', la via retta. _dubitamento_, dubbio. _dubitanza_, dubbio, sospetto. _dubito_, 'en _d._', in sospetto. _ducere_, condurre: _dutta_. _dui_, due. _dunqua_, dunque. _duoi_, due. _dura_, cattiva. _duramento_, durata. _ebrieza_, ebrezza. _ebrio_, ebro. _edificata_, edificio. _egl mal_, i mali. _eiulato_, pianto. _ela_, _el'_, ella. _e la_, nella. _elato_, sollevato, alto. _elegiuto_, eletto. _elesso_, eletto. _ella_, nella. _embastardío_, oscurò. _embrigare_, impedire, render difficile: _embrigarògli_. _embrigate_, noie, fastidi. _emparuto_, manifesto (?). _empaurato_, impaurito, timoroso. _empazao_, impazzí. _empedimenta_, impedisce. _emperò_, perciò. _émpeti_, impeti, desidèri. _empetuuso_, impetuoso. _empiasto_, impiastro. _empicato_, impeciato, arso (?). _empieria_ [_emipería_], empirebbe. _empietura_, 'en me è _em._', son pieno. _empiglio_, impaccio. _empiro_, 'cielo _e._', empireo. _emponote_, ti impongo. _empregionato_, chiuso. _emprenato_, _emprenn-_, impregnato, riempito. _emprendere_ o _en-_, imparare; _emprende_, _emprenda_, _emprese_, _empreso_. _emprima_ e _empria_ [_empría_], dapprima. _emprimettece_, vi impresse. _empromessa_, promessa. _en_, in, contro, verso. _enalta_, innalza. _enamato_, rafforz. di amato. _enamorare_, 'lo tuo _e._', il tuo amore. _enamorata_, 'la piena _e._', la piena dell'amore. _enamorato_, 'el tuo _e._', amore o innamoramento. _enante_, innanzi, prima. _enaurata_, indorata. _encalzanno_, incalzando. _encanna_, ingozza. _encanto_, arte magica. _encarato_, fatto caro e difficile. _encarcata_, carica. _encarco_, carico, peso. _encasca_, rovescia. _encastellati_, chiusi nel castello. _encende_, accende. _encendore_, fuoco infernale. _encamato_, infrenato. _enchinar_, umiliare; _s'enchina_, si piega, si rassegna. _enclinare_, abbassare, umiliare: _enclina_, _encline_. _encloso_, incluso. _encogitabile_, incomprensibile. _encontra_, contro. _encorporòne_, incorporò. _encorsata_, male avviata. _encotecata_, fatta dura come il cuoio. _encreato_, 'lo _e._', ciò che è sempre esistito. _encrescemento_, sofferenza, dolore. _encrescenza_, dolore. _encrisce_, rincresce, addolora. _endegno_, 'm'_en._', mi corruccio. _endivinasse_, indovinasse. _endrieto_, indietro. _endrudire_, ammaestrare nell'amore. _enduplicata_, raddoppiata. _endurato_, indurito nel peccato. _endusti_, industri. _ène_, è; ne sei. _enestante_, subitamente. _enfacendato_, affaccendato. _enfamire_, desiderare ardentemente. _enfegna_, 's'_en._', s'infinge. _enfegno_, 'm'_en._', fingo. _enfenute_, infinite. _enfermaria_ [_enfermaría_], infermitá. _enfra_, tra, fra. _enfrenare_, raffrenare: _enfrénalo_ [_enfrenalo_], _enfrenato_. _enfrenetecato_, pazzo furioso. _enfronta_, assalto. _enfunata_, legata con funi. _engavinato_, impastoiato. _engegno_, 'ad _e._', ad arte, a studio. _engiurio_ [_engiurío_], ingiuria. _enami_, prendi all'amo. _enmalsanire_, ammalare. _ennervato_, rigido. _enquina_, equina (?). _enruinata_, in preda alla rovina. _ensalta_, assaltano. _ensaniata_, folle, demente. _ensanire_, impazzire: _ensanito_. _ensegnato_, insegnamento. _ensemora_ ed _ensemor_, insieme. _enserrato_, serrato. _enserviziato_, servizievole. _ensetato_, assetato. _ensignite_, insegniate (congiuntivo). _ensignòne_, insegnò. _ensolfato_, di zolfo. _entaglia_, modello (?). _entanno_, allora. _entaulato_, intavolato, incominciato. _entendanza_, intendimento. _entendere_: 's'ella en viltate _entendesse_', se si disponesse ad umiliarsi; 'de Cristo si _entendisse_', comprendessi o imitassi; _entendati_, ascoltiate. _entenebrata_, oscurata. _ententa_, inchiostro. _entenzare_, combattere: _se entenza_, si batte. _entenzone_, tenzone, contrasto, dialogo. _entinata_, posta nel tino. _entossecato_, veleno. _entrare_, cominciare. _entra_, fra, '_entra_ l'ha tenuta', l'ha trattenuta. _entrasatto_, di colpo, improvvisamente. _envenenato_, avvelenato. _envenire_, trovare; _envenir_, _envenuto_. _enverso_, verso, contro; _enverso a_, in confronto di. _enviato_, avviato; _mal env._, male avvezzato. _envigoresce_, 's'_e._', si rinvigorisce. _envitanza_, invito. _envitatura_, invito. _envoluto_, avvolto. _eo_, io. _equabile_, 'non puoi salire _e._', non puoi eguagliare. _era_, metallo. _ergo_, dunque. _erranza_, errore, peccato. _errato_, _-i_, fuorviato, allontanato. _errure_, errore. _esaminanza_, esame. _esbandita_, bandita, cacciata. _esbernace_, ci svernano. _eschirnita_, schernita. _escomunicato_, scomunicato. _esercizia_, esercizi. _esforzare_, far violenza; _esforzato_, costretto. _esmesuranza_, smisuratezza. _essere_: _eser_; _son_ e _so_; _sei_, _se'_, _èi_, _e'_, tu sei; _semo_, _sem_, _simo_, siamo; _site_, _èi_, siete; _so_, sono; _sone_, ci sono; _sonno_, sono; _sie_, tu sia; _siene_ [_síene_], ne sia; _sim_, siamo (cong.); _eramo_, eravamo; _fusse_, _fosse_, _fossen_, _fussero_; _serò_ e _sirò_, sarò; _sirotte_, ti sarò; _siragio_, _siraio_, sarò; _serai_, _sirai_, sarai; _será_, _serrá_, _seráne_ [_serane_], sará; _seráve_ [_serave_], vi sará; _siròn_, saranno; _sería_, _siria_ [_siría_] e _saría_, sarei e sarebbe; _siram_, saremmo; _siri_, sareste, _sirian_ [_sirían_] e _serian_ [_serían_], sarebbero; _fôra_, sarebbe; _fusti_, _fuste_; _fo_, fu; _fosse_, si fu; _fommo_, fummo; _fôr_, _fuoro_, _fuor_, furono; _fûrome_ [_furome_], mi furono; _suto_, stato. _estare_, stare. _estatuto_, statuto. _estermenosa_, infinita. _esterminato_, 'un fetor _e._', insopportabile. _esto_, cotesto. _estremo_, 'ne _l'estr._', in extremis. _estrettura_, luogo stretto, angusto. _esvaliato_, vario. _esvia_, svia. _esvoglierá_, toglierá la voglia. _eternale_, eterno. _eternalmente_, eternamente. _etiopiti_, etiopi. _exdificato_, scandalizzato. _exercire_, esercitare. _exquisita_, squisiti. _exterminali_, eterni. _facivi_, facevi. _faite_, fate. _falase_ [_fálase_], se la fa. _fali_, gli fa. _falla_, 'non _f._, che non rompesse', si romperebbe sicuramente. _fallace_, facile a peccare. _fallanza_, menzogna, inganno, tradimento. _fallata_, fallo, falsata. _fallenza_, inganno, fallo, errore; 'senza _f._', senza dubbio. _fallire_, trans., trasgredire; colpa; _falluto_, ingannato; _-a_, mancata. _fallita_, l'errore, la colpa. _fallore_, fallo, colpa. _fallura_, errore, inganno. _falo_, lo fa. _falsadore_, ingannatore. _falsare_, ingannare. _falsata_, inganno. _falsía_, inganno, menzogna; 'per _f._', con inganno. _falsificate_, frodi. _falso_, falsamente. _falta_, disagio. _fama_, fame, desiderio intenso. _fameglia_, famiglia, gente d'arme. _famiglia_, domestici. _fancello_, giovincello; _-i_, donzelli, servitorelli. _fantino_, bambino. _fantone_, servo. _farallate_, te la fará. _fare_: _fae_, _fai_, _face_, fa; _faite_, fate; _faccion_, _fonno_ e _fon_, fanno; _fonse_, si fanno; _facivi_, facevi; _facci_, faccia; _faci_ e _facce_, tu faccia; _facci_, egli faccia; _fece_ e _fei_, feci; _facisti_, facesti; _fé_, _féme_, fece, mi fece; _fiero_ e _fier_, fecero; _facciatelo_, fatelo, imp.; _faragio_, _faraggio_, _faraio_, farò; _farrá_, fará; _fari_ [_farí_], faresti; _faríeme_, mi farebbe; _farían_ e _faríen_. _fasciata_, fasciatura. _fasse da lunga_, si pone da lungi. _fastidia_, noia. _faticase_, si stanca. _fatiganno_, fatigando. _fatigato_, fatica. _fatte_, 'li toi _f._', le tue opere. _fatto_, opera, condizione. _fece_, feccia, lordura. _feditate_, fetore. _feno_, fieno. _fere_, ferisce. _ferete_, ferite. _feriato_, ferie, vacanza. _ferire_, colpire: _fere_, _fieri_, _feruto_, _-a_, _-e_. _feriti_, ferite. _ferlino_, moneta di pochissimo valore. _ferrato_, inchiodato. _fesa_, spaccata. _festi_, solennitá. _fetidoso_, fetido. _fetura_, fetore. _fiata_, 'a la _f._', talvolta, sua volta, allora. _fico_, 'la _f._', il fico. _fidanza_, fede. _fidato_, 'chi t'ha _f._', chi t'ha dato sicurezza. _fidenza_, fede. _fievele_, debole. _fieveleza_, debolezza. _figam_, figgiamo. _figer_, fissare. _figura_, persona. _figuramento_, figurazione. _figurare_, raffigurare: _se figura_. _file_, 'i _f._', i figli. _finanza_, fine. _finare_, finire, morire, morte: _fina_, finisce; _finava_, finiva; _finati_, finiate; _finato_, morto. _finente al tempo_, fino al tempo. _finire_ (trans.), uccidere. _finire_, 'il _f._', la morte. _finita_, 'questa vita _f._', alla fine di questa vita; 'a la _f._', alla fine, in fine. _finitura_, morte. _finuta_, finita. _firmaraggio_, renderò ferma. _fistelli_, 'le _f._', fistole. _fleto_, pianto. _floria_ [_flòria_], produca. _folcisse_, 'me _f._', mi sostenessi. _follia_, 'faccio _f._', son pazzo. _folto_, sostenuto. _fone_, fu. _fonno_, fanno. _fore_, fuori. _forestaria_ [_forestaría_], foresteria. _forfece_, forbici. _formice_, formiche. _forsa_, forse. _forte_, difficile; 'fa _f._', si affanna. _forteza_, forza. _fortura_, forza, violenza, dolore, disgrazia. _fragar de moscone_, odorare di muschio. _frantura_, angoscia, miseria, e simili. _frate_, fratello. _fratecello_, 'lo menore _fr._', il frate francescano. _frauduto_, frodato (?). _freddore_, freddo. _freddura_, freddo. _frenesio_ [_frenesío_], 'l'amor _fr._', frenetico. _Fresonia_ [_Fresonía_], Frisia. _freve_, febbre; _le fr._, le febbri. _frigo_, freddo. _frino_, freno. _frontiera_, fronte di battaglia. _frua_, vana. _frumiate_, preparate. _fuce_, foce. _fugato_, fuggito. _fugenno_, fuggendo. _fulguri_, folgori. _fuoro_, furono. _furare_, rubare: _furo_, _fura_, _furando_, _furato_. _furone_, ladro. _garzuni_, giovani eredi. _gaudere_, godere: _gaudente_. _gaudiare_, 'del nostro _g._', gioia. _gaudire_, godere; _gaude_. _gengie_ [_gengíe_], gengive. _gente_, famiglia, popolo. _gentile_, nobile. _gentileza_, nobiltá. _gentilire_, 'en tuo _g._', nella tua nobiltá. _gesta_, compagnía, turba. _gí_, andò. _giendo_, andando. _Giesse_, 'la _G._ virgo', la vergine di Iesse. _gigante_, 'una _g._', una gigantessa. _gilosia_, gelosia. _gioco_, azione. _giognemento_, congiungimento o raggiungimento. _giognere_ e _giongere_, giungere e raggiungere: _giogni_, _giogne_, _gionge_, _gionto_, _-a_. _gioietta_, gioia bassa e volgare. _giollaria_ [_giollaría_], 'me fanno _g._', mi festeggiano. _gionto_, nodo. _giornata_, soggiorno, dimora, lavoro; 'continua _g._', continuamente. _giostra_ (fig.), giudizio universale. _gire_, andare: _girse_, _gimo_, _gissece_ [_gíssece_]; _gí_, andò; _giragio_, andrò; _giria_ [_giría_], andrei; _giuti_, andati; _giendo_, andando. _girvolta_, giravolta. _gita_, 'lá 'v'è nostra _g._', lá dove dobbiamo andare. _gitto_, 'fece _g._', fece il colpo. _giullare_, 'don da _g._', cosa molto facile. _giurgiani_, abitanti della Georgia. _gloriare_, glorificare; 'el _gl._', la vanagloria. _gloriato_, gloria. _gloriuso_, glorioso. _gola_, desiderio, brama. _gradita_, 'sopra tutte sta _gr._', occupa il grado piú alto. _gradone_, scalino. _gradora_, gradi. _grana_, 'la _gr._', il seme. _granchi_, cancri. _grancia_ [_grancía_], malattia del cancro. _grasa_, grassa, in buona salute. _grassia_ [_grassía_], 'porco de _gr._', destinato a ingrassare. _gratizo_, stuoia. _grato_, 'è a _gr._', è gradito. _gravame_, mi addolora. _gravanza_, dolore. _gravedata_, resa incinta. _gravenza_, peso, affanno. _grege_, 'la _gr._', il gregge. _greve_, '_gr._ pagarse', pagarsi lautamente. _gridare_, implorare: _gridammo_, _gridanno_. _gridato_, le grida, il chiasso. _griglie_, grilli. _grossore_, vanagloria. _grossura_, superbia. _guadagna_, 'la _g._', il guadagno. _guadagnato_, guadagno. _guai_, 'che cura en tuo _g._', che si cura dei tuoi affanni. _guarda_, la guardia. _guardare_, conservare, custodire; _guarden_, difendano; _guarda_, _guardanno_. _guaruto_, guarito. _guassa_, guasta. _guatanno_, guatando. _guidardone_, premio, elemosina. _guidata_, séguito. _guidato_, guida, condotta, governo; 'mal _g._', sconsigliato. _guirmenella_, gherminella. _gustato_, sapore. _hame_, mi hai. _hane_, ha. _iá_, giá. _iace_, giaci (imperat.). _iaci_, giaci (imperat.). _Iacovone_, _Iacovon_; Iacopone. _Ianne_, Giovanni. _icto stante_, 'en uno _i._', subitamente, d'un tratto. _idem_, 'in _i._ stato', nella stessa condizione. _ignita_, infocata. _imaginatura_, immaginazione. _impio_, empio. _inanti_, innanzi. _inardi_, infiammi. _inarenato_, arenato. _incende_, trans., brucia; intr., fiammeggia. _increata_, non creata. _indurato_, fatto duro, crudele. _inferione_, 'inferno _i._', bassissimo. _infigurabil_, che non si può immaginare. _infinito_ (avv.), sempre. _infra_, fra. _iníco_ [_inico_], iniquo. _iniquitanza_, iniquitá. _iniuriamento_, sequela di ingiurie. _innoxio_, innocente. _insignita_, improntata. _insito_ [_insíto_], _-a_, piantato. _intenza_, combattimento. _intuito_ [_intuíto_], abbattuto, vinto. _invento_, trovato. _iocato_, 'molt'hai _i._', hai molto peccato. _ioco_, giuoco. _iocundare_, rallegrare. _iogna_, giunga. _iognere_ e _iongere_, giungere e aggiungere: _iogne_, _iongono_, _iogna_, _ionga_, _ióngasece_, _ionto_. _iosta_, giostra, combattimento. _iovara_ [_iovára_], gioverebbe. _istoria_, 'far _i._', tener discorsi inutili. _iubilore_, giubilo, allegrezza. _iudece_, giudice. _iudicato_, giudizio. _iudío_, crudele, cattivo, empio. _iuoco_, giuoco. _iura_, diritta. _iuvente_, 'me fosse _iu._', mi aiutasse. _labore_, fatica. _laccio_, vile. _lacremanno_, lagrimando. _lagnare_, rimproverare; _lagni_, ti duoli. _lagno_, dolore o tristezza in contrapp. a _letizia_. _lagnoso_, piagnucoloso. _lamentanza_, pianto. _lamentare_, 'con mio _l._', col mio pianto. _lamentata_, lamento, pianto. _lanciato_, ferito di lancia. _lancione_, lancia. _lancitta_, dardo. _langore_, languore. _languesce_, langue. _lanza_, lancia. _largeza_, larghezza. _largitate_, indulgenza, generositá. _lascivanza_, lascivia. _lassavi_, vi lasciai. _latére_ [_latere_], nascondere. _lateza_, larghezza. _lato_, fianco; 'da _l._', dal fianco. _lattare_, allattare. _lattuaro_, elettuario. _lá unque_, dovunque. _lavoranno_, 'a _l._', per lavorare. _lavorare_, agitarsi. _lavorato_, 'el _l._', il lavoro. _lavoreccio_, lavoro, opera. _leanza_, lealtá; 'aver _l._', ubbidire. _lebbe_, lieve, facile. _lebeza_, leggerezza. _lede_, offende, danneggia. _legale_, leale. _legnare_, far legna. _lemosinata_, elemosina. _lendinine_, uova di pidocchio. _lengua_, lingua. _lenguaio_, linguaggio. _lenno_, legno. _lento_, 'qual omo de te sta _l._', chiunque non ti apprezza. _lettiera_, letto. _lettoria_ [_lettoría_], studio. _levata_, 'de lo scotto a la _l._', al momento di pagare. _leve_, leggere. _lezione_, studio del Vangelo. _lianza_, lealtá, promessa. _liberanza_, libertá, salvezza. _libigli_, libelli o livelli, istrumenti notarili. _liceto_, lecito. _ligata_, legata. _lingni_, lecchi. _liquidisce_, cade in deliquio (?). _lisca_, piccola parte. _lita_, lieta. _locato_, collocato. _loco_, _-chi_, luogo. _loco_, lá, ivi. _logne_, 'da _l._', lungi. _lograre_, guadagnare. _longeza_, lunghezza. _longhesso_, lunghesso. _longo_, lungo, _-a_; _da longa_, da lungi. _losenghe_, lusinghe. _loto_, sozzura. _lotosa_, sozza. _lotuso_, fangoso, sozzo. _Lucca_, 'non ne giá a _L._ che cagno n'avea'. Il Tresatti spiega: 'proverbio di quel tempo in siffatti propositi: simigliante a quell'altro: se Africa pianse, Italia non rise'. _lucrare_, guadagnare. _ludo_, scherzo. _luge_, il pianto (imperativo sostantivato). _lumiera_, lume. _luminativa_, che illumina. _luminato_, illuminato. _luoco_, luogo. _luocora_, luoghi. _lussuriato_, lussuria. _lustrore_, splendore. _lutta_, lotta, contrasto. _ma'_, piú. _macellate_, tormentate. _maculare_, macchiare, oscurare: _maculato_, guasto. _magagnato_, 'el _m._', la magagna. _magenatura_, immaginazione. _magestra medeca_, medichessa. _maginare_, immaginare. _magioria_ [_magioría_], ingrandimento, miglioramento, superioritá. _magnadone_, mangiatoia. _magno_, _-a_, _-i_, _-e_, grande. _mai_, piú; _sempre mai_, sempre piú. _maièsta_, maestá. _mainera_, maniera. _maior_, maggiore. _maistro_, maestro. _maitino_, mattino. _maiure_, 'a soi _m._', ai maggiori di lui: _maiur_. _mala_, rif. a ricchezza, male acquistata; '_m._ soperchianza', il superfluo dannoso. _malanza_, malattia. _malavoglienza_, malevolenza. _maledezone_, maledizione. _maledicerá_, maledirá. _malefizio_, 'lo iudece che sede al _m._', a rendere giustizia. _malegno_, maligno. _malfatture_, malfattore. _malina_, malattia. _malsania_ [_malsanía_], malattia. _malsanile_, malsana. _malta_, supplizio, tormento eterno. _maltolletto_, 'el _m._', il maltolto. _malum pene_, il male della pena. _malvagione_, malvagio. _malvascio_, malvagio. _manca_ (agg.), minore. _mancanza_, 'en mio onor ha _m._', manca contro il mio onore. _mancheza_, 'la mia lengua è _m._', è impotente. _mancino_, 'posto m'avete nel canto _m._', mi avete trascurato. _mandòne_, mandò. _manduca_, mangia. _mane_, 'le tue _m._', mani. _manecare_ e _manecar_, mangiare: _manecato_. _manera_, maniera. _manna_, manda. _mano_, 'le _m._', le mani. _mantatura_, ciò che ricopre. _mantenente_, immantinenti. _mantile_, manto, veste. _mantino_, misero mantello. _manuca_, mangia. _maraveglia_, e _me-_, maraviglia. _margarita_, gemma. _maritota_, tuo marito. _mascione_, magione, chiesa. _masnata_, famiglia o brigata. _mastro_, 'lo _m._ del nostro reparo', il nostro redentore. _mastria_ [_mastría_], valentia, dottrina; 'per _m._', abilmente. _mate_, madre. _matteza_, follia. _matto_, scacco matto. _matutino_, 'a _m._', per tempo. _me'_, miei. _mea_, mia. _medecaro_, medico. _medecaroso_, che medica, che guarisce. _mediante_, 'del dí _m._', del mezzogiorno. _medicina_, arte medica. _meditanno_, meditando. _megio_, mezzo. _meglio_, 'me tenga de _m._' in maggiore considerazione. _mei_, miei: _mei enfermetate_, le mie infermitá. _melata_, dolce. _melato_, sapor di miele. _mele_, miele: _mel_ [_mèl_]. _melodia_, 'tengon la mia _m._', cantano le mie lodi. _mena_, maniera. _menata_, 'en mala _m._', in malo modo. _mendato_, emendato. _mendicati_, addolorati. _mene_, me. _meneste_, minestre; fig., ricompense. _menor_, 'glie _m._', gli inferiori. _menorar_, impiccolire. _menovato_, diminuito o privato. _mentrunque_, fino a che. _menuto_, 'a _m._', minutamente: 'bestie _menute_', piccole. _mercatantaria_ [_mercantaría_], mercatura. _mercato_, mercanzia, dolorosa condizione; 'non fai lor _m._', non convieni loro. _mercenaia_, donna da conio. _meritare_, ricompensare: _merite_, ricambi. _meritire_, 'el _m._', la ricompensa: _meretuta_, ricambiata. _merollo_, midollo; _le merolle_, le midolla. _meschie_, contese, baruffe. _meschine_, serve. _meschinía_, povertá, di contro ad _alteza_ e _magioria_. _messo_, mandato, destinato. _mesura_, quantitá. _mesuranza_, misura, equilibrio. _mettere_: _mettivi_, mettevi; _metteraggio_, metterò; _metteraiolo_, lo metterò; _mette_, lancia, scaglia. _mi_: a _mi_, a me. _miccio_, asino. _migni_, minii, segni. _miniato_, rappresentato. _ministrali_, ministri, aiutanti. _ministrata_, concessa. _mino_, meno; 'venir _m._', mancare alla promessa. _mio_, 'per _m._ piacere', per piacermi; 'en _m._ nutrire', nel nutrirmi. _miserere_, costruito con «a»: '_m._, Dio, al cecato'. _miso_, mandato. _misso_, mandato. _misteria_, misteri. _misteriata_, mistero. _misticato_, mescolanza. _mitto_, metto; 'me _m._', comincio. _mò_, ora. _moderanza_, moderazione. _moglier_, moglie. _mogo_, muoio. _mola_, mulino. _mole_, denti. _molesta_, affanno, dolore. _molina_, mulini. _mondata_, purgata, netta. _mondo_, privato, spogliato. _monno_, mondo. _morare_, indugiare. _mordére_ [_mordére_], mordere. _moreri_, moriresti. _moresse_, morissi o -e. _morganato_, canto mattutino, ma ironicamente, in senso di chiasso. _morire_: _mogo_, muoio; _moron_, muoiono, _morragio_, morrò; _moresse_, morissi o -e; _moreri_, morresti; _lo morire_, la morte. _morsecare_, mordere: _morseca, morsecata_. _morselli_, bocconcini. _morte_, supplizio. _moscone_, muschio. _mosto_, _-a_, mosso, -a. _mostra fare_, far pompa dei propri meriti. _mostramento_, mostra. _mostranze_, apparenze. _mostrare_, mostrare e opporre: _mostravase_, si mostravano; _mostròne_, mostrò; _mostraraio_, mostrerò; _mostrerate_ [_mostreráte_], ti mostrerai; _mostranno_, mostrando. _mozzare_ e _mozare_, distruggere, togliere: _mozzato_ e _mozato_, _-a_, impedito. _mozzo_, distrutto, scomparso: _mozze_. _'mparare_, imparare. _'mpiasto_, empiastro, fig. rimedio. _'mpotente_, impotente. _'mpreinata_, riempita, invasa. _'mprendere_, imparare; _'mprende_, impara. _mucciare_ e _mucciar_, fuggire: mucciato; _el mucciare_, la fuga. _mundicia_ e _-zia_, nettezza. _mura_, mora, riposo. _musto_, mosto. _mutti_, motti, parole. _'n_, in. _'nabissare_, inabissare. _nagitto_, affine a _negetto_ (?). _'namora_, innamora. _'namoranza_, l'oggetto dell'amore. _'namorato_, innamorato. _'nanemato_, inanimato, ben disposto. _'nante_, innanzi, anzi. _'nanteposto_, anteposto. _'nantepuse_, antepose. _'narrata_, impegnata, fidanzata. _narrete_, narriate. _nascondece_, ci nascondono. _nascoso_, di nascosto. _nascosta_, 'a la _n._', nascostamente. _nascusi_, nascosti. _naspo_, 'le man mena co _n._', annaspa con le mani. _natoscono_ (?). _nazione_, famiglia, parentado. _'ncostro_, inchiostro; 'glie medici... scrivon lo _'nc._', la ricetta. _'ncudene_, incudine. _'ndicio_, indizio, segno. _'nduciar_, indugiare: _'nduciamo_, differiamo. _'ndulgenza_, indulgenza. _'nebriare_, inebriare: _te 'nebriari_, _'nebriato_. _necessitate_, sofferenza, dolore. _ned un'ora_, né un'ora. _negetto._ Il Tresatti spiega: 'morir _negetto_ o _di negetto_, nelle nostre parti vale morir per carestia d'ogni cosa, cioè non per ferite o per febre; ma per non aver avuto niente da aiutarsi'. _Nemico_, per antonomasia, il diavolo. _nenguan_, nevichino. _nequitanza_, iniquitá. _'nestante_, subito, improvvisamente. _nettezza_, purezza. _nevili_, 'freddi _n._', freddi di neve. _'nfamia_, infamia. _'nfermata_, ammorbata. _'nfermetade_, infermitá. _'nferno_, inferno. _'nfetta_, infetta. _'nfondo_, bagno. _'nfra_, tra. _'nfragidita_, infradiciata. _'ngiuria_, ingiuria. _'ngratituden_, ingratitudine. _nichil_, nulla. _nichilare_, distruggere: _nichilato_. _nichilitate_, annientamento, nullitá. _nichilo_, il nulla. _niente_, 'retornai a _n._', nel nulla. _nihil_, cfr. _nichil_. _niquitanza_, iniquitá. _niquitosa_, malvagia. _nissuna_, nessuna. _'niuriare_, ingiuriare. _nobilire_, nobilitarsi. _nogl_, non gli. _nomenanza_, fama, buona reputazione. _nona_, sottintendi: ora. _none_, no e non. _notatura_, modo di notare. _notricare_, nutrire: _notrico_, _notricasi_. _novello_, 'per _n._', recentemente. _'npazare_, impazzire. _'nputedato_, impuzzolito. _'nsegnòne_, insegnò. _'ntelletto_, intelletto. _'ntendemento_, facoltá di sentire e di capire. _'ntendenza_, 'avete la _'nt._', comprendete, capite. _'ntenzone_, contesa, contrasto. _'ntrasatto_, affatto, in tutto. _nuchiero_, nocchiero. _nul om_, nessuno. _nullo_, _nul_, _nulla_, nessuno, -a. _null'om_, nessuno. _nura_, nuora. _'nvisibile_, invisibile. _'nvitata_, 'la _'nv._', l'invito. _o'_, ove, quando. _obedenno_, ubbidendo. _obedenza_, ubbidienza. _obedito_, ubbidienza. _obprobrio_, obbrobrio. _obprobrioso_, obbrobrioso. _obproprio_, obbrobrio. _occede_, uccide. _occideria_ [_occidería_], uccisione, strage. _occulto_, 'en _o._', di nascosto. _odenno_, udendo. _odiata_, odio. _odiato_, odio. _odire_, udire: _odorai_, _odendo_ e _odenno_. _odoramento_, odore. _oduri_, odori. _offendemento_, offesa. _offensa_, offesa. _offensanza_, offesa. _offenza_, offesa. _offerzione_, offerta. _officia_, uffici. _offoschi_, offuschi. _ognecovelle_, ogni cosa. _ogne om_ e _ogn'om_, ognuno. _oli_, odori. _oltra_, oltre. _om_, analogo al francese _on_. _omnechivegli_, e _onne-_, chiunque. _omn'om_, ognuno, ciascuno. _omnia_, ogni cosa. _on_, ogni. _oncina_, forcine. _oncino_, 'so preso a l'_o._', sono afferrato. _onomo_, _onom_, _onon_, ognuno. _onne_, ogni. _onnechivigli_, chiunque. _onnecovelle_, tutto. _onoranza_, reputazione, desiderio di lode, vanitá. _operata_, opera. _opo è_, è necessario. _oporá_, bisognerá. _oporasse_, si dovrá. _oporta_, bisogna. _oporto_, 'è _o._', bisogna. _opressa_, pena. _oprire_, aprire: _oprirai_, _opriteme_, _operto_. _optando_, 'mal _o._', il malaugurio, le maledizioni. _ora_, 'tutta _o._', sempre, continuamente. _ordenava_, 'discordia _or._', suscitava. _ordinare_, 't'è opo con Dio _o._', riconciliarti con Dio. _ordo_, spiacevole, disgustoso. _ore_, 'quel _o._', quel momento; 'a tutte _o._', in qualunque momento. _orgogliosa_, riferito a vespa, fastidiosa, dolorosa. _ornato_, ornamento: _gli suoi ornate_. _ornatura_, ornamento. _orrir_, aborrire. _orrore_, 'dá un _o._', fa inorridire. _orta_, orti. _Ortulana_, di Orte. _osa_, usa, abituata; sost., costume. _osante_, 'come se' stata _o._', hai osato, ardito. _oso_, uso, abituato; sost., costume. _osolare_, ascoltare. _ostendere_, mostrare. _ostile_, porta. _ostopiscon_, stupiscono. _ostupisce_, stupisce. _oximello_, ossimèle. _oziato_, in ozio. _paccone_, pezzo di carne. _padito_, digerito, smaltito. _pagata_, paga, ricompensa. _pagatura_, pagamento; 'far la _p._', la malleveria. _pagheraggio_, pagherò. _paglizo_, pagliccio, paglia molto trita. _pagono_, paiono. _paidato_, digerito. _paidire_, digerire. _paiome_, mi paiono. _palma_, croce. _palpetra_, palpebre. _paltonata_, viltá. _paltone_, vile, poltrone. _pancegli_, pannicelli. _panceglie_, pannicelli. _pancelli_, pannicelli, fasce. _pannizo_, misera veste. _papato_, 'officio _p._', di papa. _paraggi_, paragoni, gare. _paragone_, cimento, prova. _parata_, studiata. _parcire_, perdonare. _paregiare_, uguagliare in altezza. _parentenza_, parentado. _parenteza_, parentela. _parerai_, partorirai. _Parese_, Parigi. _Parige_, Parigi. _parire_, parere; 'al mio _p._', a mio avviso. _Parisci_, Parigi. _parlagione_, favella. _parlamento_, discorso. _parlara_ [_parlára_], parlerei. _parlare_ (transitivo), dire; _un parlar_, una parola. _parlasía_, paralisi. _parlato_, discorso. _parlazione_, il dire, il parlare. _parole_, 'par che me tenghi in _p._', in sospeso. _paron_ [_paròn_], paiono. _parrá_, 'or se _p._', si vedrá, si dimostrerá. _partámone_, dividiamoci, allontaniamoci; '_p._ dal nostro dire,' terminiamo di parlare. _partanne_, allontaniamoci. _parte_, 'le _p._', i partiti, le fazioni. _partierse_, si divisero. _partimento_, partenza. _partire_, morire. _partuta_, 'la _p._', la partenza. _partute_, divise. _paruto_, parso; 'nel _p._', in apparenza. _parvente_, 'al suo _p._', a suo giudizio. _parviso_, 'al mio _p._', a mio avviso. _pasce_, nutre. _pascimento_, cibo. _pascitore_, colui che pasce. _pascuare_, far festa. _pasmare_, spasimare: _pasmando_. _pasmo_, spasimo. _passa_, trascura, passano. _passaio_, passaggio. _passe_, 'buono è che lo _p._', che lo taccia. _passi_, passioni. _passone_, 'chi sta al _p._', l'accusato. _pastile_, pasto parco, modesto. _pastor_, 'lo _p._', il papa. _pate_, padre. _patéo_, patí. _patere_, patire; _pati_, patisci; _pate_, patisci e patisce; _patem_, soffriamo; _patea_, _patéo_, _patío_, _patuta_. _paternato_, paternitá. _paternoso_, paterno. _patremono_, possesso. _patrino_, prete confessore. _patto_, 'troverò _p._', stringerò amicizia. _paura_, 'voce de gran _p._', che incute terrore. _paventato_, spaventato. _pavore_, spavento. _pecata_, 'l'anema en _p._', nella pece (?). _peccare_: _peccanno_, peccando. _peccata_, peccati. _peccate_, peccati. _pecciole_ [_pecciòle_], pellicine. _pede_, 'da _p._', al piede; 'piglia 'l _p._', impedisce. _pedochi_, pidocchi. _pedovare_, andare a piedi. _pegioranno_, peggiorando. _peio_, peggio. _pelegrinato_ e _peli-_, a guisa di pellegrino. _pelegrino_, misero, randagio; _-e_, meschine, poverette. _Pelestrina_, 'monte _P._', monte di Palestrina. _penace_, doloroso. _penalitade_, _-ate_, pene, sofferenze. _penato_, addolorato, doloroso; _'l penato_, chi è sottoposto a pena; pena, sofferenza. _peniteza_, penitenza. _penna_, cima, vetta. _penosa_, 'me fai star _p._', in pena. _pensamento_, pensiero. _pensar_, pensiero. _pensarsi_, pensare. _pensato_, pensiero. _pensire_, pensiero. _pentire_, pentirsi. _pento_, colorato, dipinto, rappresentato. _pentura_, il volto dipinto. _pentuto_, _-a_, pentito, -a. _penura_, sofferenza. _pera_, tasca, bisaccia. _perceputo_, percepito. _perchene_, ''l _p._', la causa. _percussure_, percussore. _perdati_, perdiate. _perdenno_, perdendo. _perdente_, 'non siam _p._', non perdiamo; 'de tutto è _p._', perde tutto. _perdenza_, perdita, dannazione; 'fui en _p._', perdetti. _perdére_, perdere. _pèrdese_ [_perdese_], perde. _perdimento_, perdita. _perdire_, perdere. _perdonanza_, perdono, indulgenza; 'far _p._', perdonare. _perdonazione_, perdono. _perdono_, 'non me _p._', non mi risparmio. _perfece_, perfezionò. _perfine a_, fino a. _perim_, periamo. _perire_, dannare; _perita_, deperita. _periscerai_, perirai. _perlongare_, prolungare. _perpetuale_, perpetuo. _perpetuo_, per sempre. _perseveranno_, 'l'uno ha nome _p._', perseveranza. _perseverare_ (transit.), continuare: _perseveri_; 'si e' 'n bon _perseverare_', se bene perseveri. _perseverazione_, perseveranza. _persona_, espressione del volto; alcuno. _perta_, aperta. _pertuso_, pertugio. _peruta_, perita. _pesanza_, sofferenza, dolore. _pescetegli_, pesciolini. _pescione_, pigione. _petere_, chiedere: _peto_, _pete_. _Petro_, 'santo _P._', san Pietro. _peverata_, salsa piccante. _piacemento_, piacere; 'non m'è _p._', non mi talenta; 'como fo tuo _p._', come ti piacque. _piacenza_, piacere. _piacire_, piacere. _piana_, facile. _piangea d'uno figlio_, si lamentava d'un figlio. _piano_, 'de _p._', in forma facile. _piatanza_, pietá. _piatuso_, pietoso. _picciolello_, piccolino. _pieco_, pecora; 'le _p._', le pecore; 'de _p._ me voglio coprire', di lana. _piena_, affanno, dolore. _pietanza_, pietá. _pigliara_ [_pigliára_], piglierebbe. _pigliaría_, piglierei. _piglio_, difficoltá; 'hanno fatto _p._', han fatto presa. _pili_, peli. _pilo_, pila. _pina_, pena. _pingi_, dipingi. _pino_, _-a_, pieno, -a; 'en _p._', pienamente. _piovuso_, piovoso. _pisto_, pesto. _piú_, maggiore; 'donzelli _piú_ che tune', di piú alto lignaggio. _placare_, pagare. _placenza_, piacere. _plenura_, abbondanza. _plorare_, piangere, lamentarsi: _ploro_, _plorasse_. _po_, appo, in confronto di. _po_ (prep.), dietro, dopo, poi. _po'_, posso. _podere_, la proprietá; 'al _p._ tuo t'arsomeglia', non fare piú di quanto puoi. _pogna_, pugna. _pognente_, pungente e pungenti. _pogni_, poni. _poi lei_, dietro a lei. _polito_, _-a_, puro, gentile, avvenente. _polzella_, ragazza. _poma_, pomi. _ponere_, porre: _poner_; _pono_, _pònote_ [_ponote_], ti pongo; _pogni_, poni; _pona_, ponga e _ponam_ (cong.), poniamo; _pone_, _pon_ e _pun_ (imperat.), poni. _ponga_, borsa. _pongnente_, pungente, doloroso. _pontato_, appuntato, notato. _ponto_, punto, momento; avv., affatto. _porri_, potresti. _portadura_, vanitá; 'fa' _p._', pavonéggiati. _portare_, sopportare; _portar_, _porto_; _portimo_, sopportiamo; _portata_. _portatura_, 'a rota facea _p._', mi pavoneggiavo. _porto_, 'lo _p._', la sofferenza. _pos'_, io possa. _posa_, riposo, refrigerio. _posare_, riposare; 'l'affetto _p._', cessare dalle tribolazioni. _possedere_, 'lo _p._', il possesso. _possessore_, possesso. _posta_, 'questa _p._', questa volta; 'a tua _p._', a tuo piacimento; 'fagli cordogliosa _p._' gli dá dolore. _posto_ (avv.), colá. _potagione_, il bere. _potare_, bere. _potere_: _pos'_, _po_, posso; _pote_, _puote_, _potemo_, _potem_, _ponno_, _potere_; _possam_ (cong.), possiamo; _porraio_, potrò; _porrò_, _porrai_, _porrá_, _porrán_ [_porran_], _porría_, _poresti_, potresti; _porri_, potresti; _potera_ [_potèra_], potrebbe; _porramo_, _porram_, potremmo. _poto_, bevanda. _pozolente_, puzzolente. _prebendato_, fornito di prebende: _gli prebendati_. _precetta_, i precetti. _precipitamento_, rovina. _precipitanza_, precipizio. _predata_, 'anima _pr._', presa dal diavolo. _predicata_, esortata. _prefazio._ Il Tresatti spiega: 'è quel che nella messa si dice in voce dal sacerdote dopo l'offertorio. Ma in questo luogo è posto invece della sentenza data dal papa contro di lui [Iacopone], di condennazione a perpetuo carcere; la quale credo gli fusse cantata per commissione papale in tuono di _Prefatio_ coll'_In saecula saeculorum. Amen_'. _pregarizio_, preghiera. _preghimo_, preghiamo (imperat.). _pregiune_, 'le _pr._', le prigioni. _preite_, prete. _prelazione_, dignitá ecclesiastica. _prelato_, prete. _prelia_, battaglie. _preliare_, combattere. _prelio_, battaglia. _prena_, gravida. _prenno_, pregno. _prenno_, prendono. _prescione_, prigione. _prese_, 'ionto a quelle _p._', strette, difficoltá. _presente_, 'far _pr._', regalare; 'render _pr._', offrire. _presente_, ora; 'en _pr._', presentemente. _prestolo_, domando, sollecito. _presumenza_, presunzione. _preferire_, trascurare, trascorrere: _preferita_. _primero_, _-a_, primo, -a. _primitate_, prioritá. _principato_, i principati, in senso teologico. _principato_, prevalenza. _privare_, separare: _privato_. _privata_, latrina. _pro_, per. _procaccia_, 'non val _pr._', è inutile affannarsi. _procura tua ferita_, abbi cura della tua ferita. _pro fare_, imparare, profittare. _profetti_, vantaggi, di contro a _defetti_. _proficere_, imparare, profittare. _proferito_, offerto. _proferuto_, offerto. _profete_, profeti. _profondo_, 'en _pr._', in basso; 'giacea nel _pr._', nell'abbiezione; 'en un _pr._ stante', stando umiliato. _profunda_, profonda. _promissione_, promessa. _promitto_, prometto. _pronta_, tempra. _prova_, 'tanto è de dura _pr._', è a tutta prova. _provarite_, proverete. _pugne_, 'ha le _p._', sente il desiderio. _pugni_, pungi. _pulicato_, pulito, netto. _pun_ (imperativo), poni. _punito_, punizione. _puo' la coda_, dietro la coda. _puoco_, poco. _puoi_ (avv.), poi. _puolo_ [_puòlo_], lo puoi. _puosa_, posa, riposo. _puose_ [_puòse_], si può. _pur_, solamente; rafforzativo in alcune frasi, come: 'paiono _pur_ sanguíe', ecc. _puse_, posi. _puso_, posa, riposo. _puteglioso_, puzzolente. _putigliosa_, puzzolente. _putire_, puzzare. _putredissimo_, putridissimo. _putulente_, puzzolente. _puzulente_, puzzolente. _qual_, il quale, la quale, qualunque; _glie qual_, coloro i quali, se pur non si debba dividere _gli equal_, gli uguali. _qual omo_ e _qual om_, chiunque. _qualunche_, chiunque, qualunque. _quanto_, quantitá; ''l _q._', la misura. _que_, che, che cosa, quello, -a, -i, -e; il quale, la quale, i quali, le quali. _quegno_, quale; _quegn'_, _-a_, _-e_. _quella_, 'a _q._ son menato', son ridotto a tale. _quesso_, cotesto. _quietaio_, quiete. _quegl_, quello, quelli; _quigli_, quelli. _quigno_, chi; _-a_, quale. _quiito_, quieto; sost., quiete. _quil_, quelli. _quille_ e _quilli_, quelli. _quinto_, 'en _q._ è partito', è diviso in cinque parti. _quisso_, cotesto. _rabassi_, inchini. _radicina_, piccola radice. _ragenza_, ingentilisce. _ragione_, giustizia; 'a _r._', secondo giustizia; 'per _r._', giustamente, ragionevolmente. _rama_, 'suoi _r._', rami. _rametello_ e _rametel_, ramicello. _ramina_, recipiente di rame. _ramora_, rami. _rampognoso_, 'sarò _r._', rampognerò. _rancura_, odio. _ranscire_, raschiare. _rape_, rapisce. _rapicciato_, riacceso. _raputo_, rapito. _rascione_ e _rascion_, ragione. _rasmo_, prurito. _rason_, ragione, causa. _raspo_, malattia del cane. _ratepidar_, intiepidire. _razionata_, 'mente _r._', ragionevole, capace di ragionare. _reami_, riami. _rebandito_, sparso, diffuso. _recepe_, ricevere: _recepi_, _recepe_, _receputo_. _recepetore_, chi riceve. _recepire_, ricevere. _recerca_, versa, trabocca. _recessare_, allontanare: _recessando_. _recezione_, ricevimento. _recipiente_, ricevente. _recolta_, premio. _recomparata_, riscattata, redenta. _recomperato_, riscattato. _recoprire_, compensare, rimediare. _recordamento_, 'siate [síate] _r._', ricòrdati. _recordanza_, 'fatta te fo _r._', ti fu ricordato. _recordòne_, ricordò. _rede_, 'li suoi _r._', eredi, figli. _redetare_, ereditare. _redetata_, ereditá. _redetate_, 'lo 'nferno ha _r._', ha in ereditá. _redire_, ritornare: _redisti_. _redutto_, ridotto; _-a_, _redutt'_. _refrenato_, frenato. _regnare_ (transitivo), dominare, governare. _regoglio_, orgoglio. _regoma_, 'la _r._', il reuma. _Regoverci_. Il Tresatti spiega: 'nome finto da lui [Iacopone], propriissimo al caso di quel fossato, ove vorrebbe essere abbandonato: quasi rivo guercio, torto'. _regraziare_, ringraziare: _regraziato_, ricompensato. _reguardosi_, sospettosi. _reiunti_, ricongiunti. _relevamento_, 'far _r._', rilevarsi, alzarsi. _relione_ e _relión_ [_relion_], religione. _relioso_, _-i_, religioso. _relustrata_, fatta chiara, lucente. _remagni_, tu rimanga. _remanía_, rimaneva. _remeio_, rimedio. _remortato_, affatto spento. _rempire_, arricchire. _remproperar_, rimproverare. _remunerato_, remunerazione. _remuta_, cambia. _renchioso_, _-a_, rinchiuso. _rencrescemento_, 'è _r._', rincresce. _rendeglse_, gli si rende. _Renderenie_. Il Tresatti spiega: 'Le rondini con corrotto vocabolo sono chiamate a Todi dalla plebe _rendene_, dalla qual voce il poeta formò _Renderenie_, per cui vòlse intendere un paese lontano: cioè quello stesso ove circa il fine dell'autunno le rondinelle tornano'. _renfranto_, 'canto _r._', di contro a canto _ritto_, cioè fermo. _rengioire_, rallegrare. _renna_, renda. _renno_, regno. _renunzata_, ripudiata. _reprisi_, ripresi. _reprobata_, 'vizia _r._', riprovati. _reputamento_, addebito. _repuzio_, riputazione. _rebaldire_, rallegrare. _resedisti_, sedesti nuovamente. _resguardare_, contemplare: _resguarda_. _resía_, eresia. _respetto el_, riguardo al. _respondente_, 'fosse _r._', rispondesse. _responna_, risposta. _responno_, rispondo. _responsione_, risposta. _responsura_, 'fa _r._', risponde. _respusi_, risposi. _restesse_, ristesse, si fermasse. _resurressío_, risorse. _retener_, trattenere. _retenza_, resistenza o ritegno. _retornimo_ (imperat.), ritorniamo. _retornòne_, ritornò. _retrare_, ritrarre. _retrusa_, rinchiusa, nascosta. _retto_, diretto. _revenesse_, rivenisse. _reverire_, riferire. _reversate_, rovesciate. _revivesce_, rivive, risorge. _revocare_, richiamare, distogliere. _revontare_, vomitare: _revonta_. _ria_, riferito a moneta, falsa. _ricevissi_, ricevessi. _ride_, 'il tuo _r._', il tuo riso. _rima_, ritmo, componimento rimato. _rio_ (sost.), colpa. _risme_, rime. _riso_, 'col tuo mostrar de _r._', col tuo aspetto ridente. _ristoro_, restituzione, rimborso. _ritto_, _-a_, diretto, fermo, pronto, giusto: 'lato _r._', il lato destro. _robbata_, _-e_, rubata. _robbatura_, 'messo t'èi a _r._', ti sei messo a rubare. _roborato_, rinvigorito. _rodetura_, corrosione. _rogaria_ [_rogaría_], roveto. _rogo_, domando. _ròina_, rogna. _Roma_, 'en corte i _R._', 'corte _R._', corte di Roma. _rompenno_, rompendo. _romure_, rumore. _rosci_, rossi, infiammati: _roscie gengíe_, prive di denti. _rosecava_, roderebbe. _rosta_, resistenza, impedimento. _rota_, 'a _r._ facea portatura', mi pavoneggiavo. _rubente_, rosseggiate. _ruina_, 'puoi c'abassa la _r._'. Il Tresatti spiega: 'l'uscio della cateratta, ovvero quell'ordegno che si abassa'. _saccarello_, piccolo sacco. _sacci_, sappi. _saccia_, sappia. _saccio_, so. _sacrificio_, la messa. _sagetta_, saetta. _sagettare_, saettare, scagliare: _sagetta_. _sagitta_, _-e_, saetta. _sagittare_, saettare: _sagitta_. _saitta_, saetta. _salamandrato_, 'cor _s._', che vive nel fuoco come la salamandra. _Salamone_, Salomone. _salaro_, salario. _salavoso_, sporco. _saldo_, 'non so _s._', non sono soddisfatto. _salesti_, salisti. _saleta_, 'piglia pian la tua _s._', sali dolcemente. _salimento_, salita. _salire_, insudiciare. _sallo_, 'cavalca _s._', saldo, saldamente. _salto_, assalto. _salute_, salite; 'cresce sue _s._', sale di piú; 'fare le _s._', salire. _salute_, saluti. _saluto_, 'celestial _s._', salute celeste. _saluto_, salito. _salvaticata_, selvaggia. _salvimo_ (congiuntivo), salviamo. _sane_, 'sí reo sapor me _s._', ha sí cattivo sapore. _sanguie_ [_sanguíe_], sanguinose. _sannati_, sganasciati. _sano_, 'non gli è. _s._', non gli giova. _Santa Santoro_, Sancta Sanctorum. _santade_, salute. _santificòne_, santificò. _santo_, chiesa. _sapere_: _sapire_: _saccio_ e _sacci_, _saccia_, _sapem_; _son_, sanno; _saperálo_, lo saprai; _saperasse_, si saprá; _saperimo_, sapremo; _sappi_, seppi; _sapper_, seppero. _sapienza_, 'fai gran _s._', operi molto saggiamente. _sapire_, sapere. _sapuri_, sapori. _Sardenna_, Sardegna. _sarocchiosa_, catarrosa. _Sassogna_, Sassonia. _satesfamme_, soddisfami. _satisfacenza_, soddisfazione. _satisfare_, soddisfare. _savorita_, saporita. _savoro_, dolce, saporito. _sbagutito_, sbigottito. _sbandegione_, 'ha fatto _sb._', è stato cacciato. _sbandigione_, 'm'on fatta _sb._', mi hanno cacciato. _sbarattata_, sbaragliata. _scacco giocato_, scacco matto. _scalone_, scala. _scandalizata_, 'con Dio _sc._', perduta dinanzi a Dio. _scapolato_, liberato. _scarporire_, strappare, sradicare. _scelenguato_, 'parlaran _sc._', balbetteranno. _scelo_, lo sa. _scere_, sapere. _sceverita_, 'a la _sc._', al momento della separazione, della morte. _sceverute_, separate, divise. _Schiavonia_ [_Schiavonía_], Slavonia. _schierne_, 'tiemmi a _sch._', mi schernisci. _schirmere_, schermire, difendere. _schirmete_, difese, ripari. _schirmire_, difendere. _schirmite_, 'con le vostre _sch._', male arti, civetterie. _schirnimento_, scherno. _schirnire_, schernire. _scialbergare_, sgombrare. _sciama_, odia. _sciamore_, odio. _sciarmato_, disarmato. _sciliata_, slegata, separata. _sciordenato_, _-i_, disordinato, smodato. _scioverna_. Il Tressati spiega: 'Nelle nostre parti colui il quale va or a mangiare con uno or con un altro e cosí sparambia il suo, si dice sciovernarsi qua e lá'. _scire_, sapere. _scito_, _-a_, uscito. _sciucco_, 'pianto _sc._', arido, senza lacrime. _sciuna_, sola, sprovvista. _scolta_, ascolta. _scomunicato_, la scomunica. _sconfitta_, fig., la morte. _sconoscenza_, ingratitudine. _sconta_, 'Dio lo peccato _sc._', toglie dal conto, dal debito. _scontra_, incontro, verso, contro. _scontrafatto_, deformato. _scontrare_, avvenire, accadere; _scontròne_, accadde; _scontrato_, _-i_, _scontrade_. _scontro_, 'mal _sc._', cattivo incontro. _sconza_, sconcia, guasta. _scoperto_, 'a _sc._', apertamente. _scopresse_, scoprisse. _scoprito_, scoperto. _scorta_, compagnía; _-e_, ricompense. _scorte_, pronte, accorte. _scorteggiante_, guida, conduttrice. _scortico_, pomata per render morbida la pelle. _scotegiante_, superba, orgogliosa. _scottone_, scotto. _scretta_, scritta; _-e._ _Scrittura_, l'Evangelo. _scrofizo_, 'coio _scr._', di scrofa. _scrulla la danza_, scuoti le tue trecce, i tuoi ornamenti. _scudato_, scudo; difeso dallo scudo. _scudone_, scudo. _scura_, infelice, addolorata, peccaminosa. _scurato_, oscurato; _-a_, infelice. _scusan_, 'se _sc._', si rifiutano. _scusanza_, scusa. _scusate_, 'en tuoi _sc._', per tua scusa. _scuso_, rifiuto. _scuto_, scudo. _se'_, siede. _sea_, sua. _secará_, segherá. _secolo_, il mondo. _seconno_, secondo. _secrete_, 'l'altissime _s._', segreti. _secriti_, segreti. _securanza_, certezza. _securato_, reso certo, sicuro. _sedile_, sedia apostolica. _segellata_, 'mate _s._', vergine. _segello_, sigillo. _segna_, 'non fa _s._', non dá segno, non si mostra. _segno_, vessillo. _sembiaglia_, mischia, combattimento. _semblaglia_, 'fece gran _s._', raccolse molta gente. _semina_, semenza. _sempremai_, vieppiú, sempre. _senile_, il vecchio. _sentenno_, sentendo. _sentina_, bruttura. _sentino_, sentina. _sentitivi_, svegliatevi. _sèntolo_ [_sentolo_], lo sentono. _sentore_, facoltá di sentire, sentimento; 'se ne fai piú _s._', se ancora ne parlerai. _sequaci_, seguaci. _sequire_, seguire: _sequir_; _sequisce_, segue; _sequente_. _seráne_ [_serane_], sará. _serba_, 'de me fatt'ha _s._', mi ha salvato. _sere_, signore (vocativo). _serina_, serena. _sermone_, 'facendo suo _s._', parlando il proprio linguaggio. _serrá_, sará. _serrata_, 'ròina _s._', rogna fittissima. _serrato_, 'far _s._', serrare. _serrime_, chiusura. _servare_, conservare ed osservare: _servar_; _serva_, tien chiuso; _sèrvate_, consèrvati; _sèrvise_, si conservi; _servando_, _servandote_; _servata_. _servemento_, 'fece el _s._', serví. _servente_, 'li soi _s._', i servi. _servire_, 'lassai lo tuo _s._', il tuo servizio; 'en tuo _s._', per servirti. _servito_, 'al suo _s._', servizio. _servo_, schiavo. _setta_, 'amara _s._', dolorosa compagnia. _sforzare_, far violenza: _sforza_; _sforzarolla_, la costringerò. _sguardamento_, 'faceagli _sg._', la occhieggiavo. _sguardare_, mirare, osservare: _sguarda_, _sguardano_, _sguardai_, _sguardando_. _sguardata_, 'la mia _sg._', il mio aspetto; _-e_, sguardi. _sguardato_, il contemplare, il mirare. _sguardo_, 'per _sg._ de cruce', per rimirar la croce. _side_, la sede. _signorio_ [_signorío_], 'hai _s._', trionfi. _silenzo_, silenzio. _silere_, 'lo loro _s._', il lor silenzio: _sile_, taci; _silete_, tacete. _siloismi_, sillogismi. _simiglia_, 'en la _s._', a somiglianza. _simiglio_, 'lor _s._', a loro somiglianza; 'senza _s._', senza pari. _sinistro_, a sinistra. _sio_, _-a_, suo, -a. _sirágione_, ne saró. _siron da star_, dovranno stare. _site_, siete. _sitire_, 'tant'è 'l _s._ de tua desianza', tanto forte è il tuo desiderio; _sitito_, desiderato. _smaglia_, vien meno. _smarruta_, smarrita. _smesuranza_, grandezza, immensitá, sproporzione. _smesurato_, 'parlando _sm._', oltre la capacitá dell'umano intelletto. _so_, suo. _so_, sotto. _soblima_, sublime. _sofferente_, 'esser _s._', sopportare. _sofferenza_, indugio. _sofferire_, sopportare, permettere: _sofferiría_, _sofferito_. _sofficiente_, sufficientemente. _sofficiente_, 'esser _s._', sopportare. _soffrire_, indugiare. _sofisticato vero_, veritá apparente. _sogiorno_, fasti, lusso; 'far _s._', divertirsi. _soi_, suoi; 'le _soi_ mano' le sue mani. _solfenal_, odore di zolfo. _sòlia_ [_solia_], trono, sede celeste; 'attento stai a mia _s._', mi attendi al varco. _solidato_, solido; 'acque _solidate_', ghiacciate. _sollazzare_, 'il _s._', il divertimento, il piacere. _sollicito_, sollecito. _solva_, paghi. _soma_, premio (iron.). _somergitura_, 'farò _s._', mi sommergerò. _sommergetura_, 'faccia _s._', si sommerga. _sommettiriti_, sottometterete. _somnia_, sogni. _somniare_, sognare. _somo_, peso. _son_, sanno. _sonagliando_, mandando suono di catene. _sonarim_, suoneremo. _sonno_, 'a _s._', spensieratamente. _sonòcchiate_ [_sonocchiate_], svégliati. _sònora_ [_sonora_], suoni. _soperba_, superba. _soperchianza_, il superfluo; prepotenza. _soprano_, sovrano. _sopre_, sopra. _sorte_, 'pete la sua _s._', quel che le spetta; 'aver _s._', diritto; 'paghi la _s._', quello che deve; schiatta, progenie. _sospetta_, 'ha _s._', ha in sospetto. _sospezion_, sospetto. _sospicasi_, sospetta. _sostenetti_, sostenni, sopportai. _sostenía_, sosteneva. _soterrata_, 'nel fuoco _s._', gettata nel fuoco. _sotilmente_, giudiziosamente. _sotta_, sotto. _sottano_, soggetto, inferiore. _sottratto_, derubato; 'fa 'l _s._', 'fa li _sottratti_', ruba. _sottrare_, sottrarre, sapere: _sottra'_, sottrae. _sovenesse_, sovvenisse. _sozare_, insozzare: _sozata_. _sozore_, sozzura. _spalare_, manifestare, palesare: _spalato_. _spaliando_, sparpagliando, spargendo all'aria. _spanne_, 'tutto sto monno _sp._', invade. _sparita_, divisa, abbandonata. _sparte_, divide, allontana. _sparvire_, sparviere. _spavalde_, riferito alle mosche. _spechiato_, immagine. _spelagato_, 'amore _sp._', infinito, smisurato. _spenne_, spende. _spensare_, dispensare. _speregiare_, raggiare: _speregia_. _sperfonna_, 'se _sp._', sprofonda, rovina. _spermento_, esperimento. _spettato_, aspettato. _speziale_, speciale. _spezie_, forma. _spiacemento_, 'è _sp._', dispiace. _spicciatura_, pettinatura. _spiegato_, spiegato. _spinato_, coronato di spine. _spineta_, luogo irto di spine. _spinosa_, riccio. _spiritale_ e _spirital_, spirituale. _splacente_, sgradito. _splaceza_, disgusto. _splanare_, spiegare, dimostrare. _splendiante_, splendente. _splendimento_, splendore. _splicar_, spiegare: _splico_. _splumato_, fatto di piume. _spogliamento_, 'è _sp._', spoglia. _spogliao_, spogliò, privò. _spogliature_, spogliamenti, privazioni. _sponsare_, sposare: _sponsata_. _sponso_, sposo. _sprecatura_, lo spreco. _sprobrato_, disprezzato, discacciato. _spurione_, bastardo. _squinantia_ [_squinantía_], angina. _stabeleza_, stabilitá. _stabilezza_, stabilitá. _stacione_, abitazione; fig., l'animo, il cuore. _staendo_, stando, rimanendo. _staesse_, stesse. _stagione_, tempo: 'a la _st._', talvolta; 'a _st._', per sempre; 'en onne _st._', 'ad ogne _st._', 'onne _st._', sempre; 'per _st._', per qualche tempo. _staía_, stava. _stainati_, fermi, fissi. _stampiando_, urtando, spingendo. _stando_, ''l tuo _st._', il tuo posto. _stane_, tu stai; sta. _stanno_, stando. _stare_, rimanere: _stando_, restando; 'lo _st._', la condizione; _stane_, stai e sta; _ston_ e _sto_, stanno; _staía_, stava; _stetti_, _stai_, _staisti_, stessi; _stava_, _gioce_ e _staraio_, starò; _staesse_ e _stesse_, stessi, _starían_; _stia_ (imp.), sta'; _staendo_ e _stando_. _stascione_, 'se non prendi la _st._', se non cogli l'occasione. _stata_, 'mia _st._', la mia vita. _statera_, giustizia. _statura_, 'scarsamente la _st._', relativamente alla persona. _stazone_, dimora, prigione; meta, destino. _stemperòne_, intenerí, liquefece. _stenguto_, spento. _stermenare_, abbreviare. _stermenata_, 'puza _st._', fortissima, insopportabile. _stile_, costume. _stímate_ [_stimate_], stigmate. _stingni_, estingui. _sto_, _-a_, _-i_, _-e_, cotesto, ecc. _stomacone_, stomaco. _stromento_, strumento. _storto me so en ipocrisia_, mi son fatto ipocrita; 'l'alma _storta_', peccatrice. _straniato_, fatto estraneo. _stravando_, strapazzando. _stregnéme_, mi costringevano. _strenga_, stringa. _stretto_, misero, infelice; _-a_, crudele; 'mette a la _stretta_', opprime. _strettura_, difficoltá, tormento. _stromento_, 'fai te de me _str._', fate un contratto per riscattarmi; 'non era tenuto per _str._', per contratto. _strovele_, turpe, vergognoso. _strutto_, _-a_, distrutto. _studiante_, studente. _stupefisi_, rimasi stupefatto. _sturciata_, storpia. _sturno_, schiera. _stuta_, spegne, uccide. _su_, suo. _suavetoso_, soave. _sublimato_, sublime. _sublimo_, sublime. _subvenuto_, aiutato. _succurga_, soccorra. _succurre_, soccorri. _succurri_, soccorri. _succurrite_, soccorrete. _suddito_, di contro a _prelato_. _sufficiente_, 'lo piú _s._', il piú idoneo. _sufficienza_, 'non li par _s._', non gli pare abbastanza; 'non farien _s._', non basterebbero. _suiace_, soggiace. _suiacemento_, soggezione. _sumante_, 'fosse _s._', prendesse. _sune_, su. _suo maggiore_, maggiore di lui. _superbietate_, superbia. _surgere_, sorgere: _surgo_, _surge_, _surga_. _Suria_ [_Suría_], Siria. _sutigliamento_, intelligenza. _sutiglianza_, 'a _s._', con astuzia. _sutiglieza_, intelligenza. _sutilissima_, astutissima. _suto_, stato. _suvarate_, pianelle di sughero. _svalianza_, varietá, differenza. _sveghi_, svegli. _sviamento_, traviamento. _svincigliando_, frustando col vinciglio. _tacire_, tacere. _talento_, 'essere in _t._', piacere. _tanto_, 'en _t._ levata', cosí in alto; col superl.: 'persona _t._ altissima'. _taoliere_, banco, tavola da giuoco. _targia_, scudo. _targa_, targa, scudo. _tasca_, borsa, bisaccia. _taschetto_, borsa. _tazo_, taccio. _tege_, copre, nasconde. _temenza_, timore. _temperamento_, 'en _t._', temperati, austeri. _tempestanza_, tempesta. _tempestate_, difficoltá; disgrazie, avversitá. _tempestato_, combattuto, osteggiato; tempesta. _tempo_, 'non è per _t._', non è opportuno; 'onne _t._', sempre, continuamente; 'longo _t._ passato', da lungo tempo. _temporal_, 'per _t._', per caso, qualche volta. _tene_, te. _tenebría_, tenebra profonda. _tenebroso_, 'onne _t._', ogni tenebra. _tenere_, pregiare: _tenerte_, _tengam_, teniamo. _tenire_, tenere. _tenore_, aiuto, sostegno, carattere. _tentato_, tentazione. _tento_, _-a_, tinto. _tentòne_, tentò. _Teotonicoro_, 'renno _T._', regno di Germania. _tepedeza_, freddezza di affetto. _terrafinato_, confinato. _terráti_, ti asterrai. _terribilita_, spaventata. _terza_, sost., ora. _tesaro_, tesoro. _tesaurizi el tuo mercato_, guadagni lautamente. _testificanza_, testimonianza. _testo_, _-a_, cotesto. _tia_, 'da _t._', da te. _tieco_, teco. _tio_, tuo. _tiròne_, tirò. _toccamento_, tatto; 'fatto n'ho _t._', ne ho parlato. _toccar_, bussare. _toi_, tuoi. _tollere_ e _toller_, togliere: _tollo_, _tolle_, _tol_, _tolleme_, _tolli_, _tollime_, _tolléte_ [_tollete_], _tollíte_ [_tollite_]; _tolla_; _tollevi_; _tollerá_; _tollería_; _tolesse_; _tollesse_; _torrotte_; _torrai_; _tollendo_; _tollendome_. _tomento_, pomata. _tomo_, caduta. _tormentare_, soffrire: _tormentando_. _tornare_, volgere: _torna_, tornano; _tornata_, vòlta, trasformata. _torte_, ingiuste. _torto_, 'a _t._', crudelmente. _toserate_, tosate. _tossa_, tosse. _totto_, tutto. _traccia_, cammino. _trademento_, 'so en _tr._', tradiscono. _traduto_, tradito. _tragesse_, traesse. _tragiatto_, passaggio (?). _tragisti_, traesti. _traenno_, 'te ce mena _tr._', per forza. _tralipare_, cadere o gettar giú dalla riva: _tralipato_, _-a_, rovesciato. _trangoscio_, mi angoscio. _trano_, discordia, lotta. _tranquillata_, fatta tranquilla. _transire_, passare: _transito_ [_transíto_]. _translato_, trasportato. _trapperia_ [_trappería_] (?). _trare_, trarre, salvare, riscattare: _tra'_, trae; _traine_ [_tráine_], ne trae; _tragi_, tragga; _traga_, traggano; _tragesse_, traesse; _tragisti_, traesti; _trarai_, trarrai; _traenno_, traendo. _trasfisso_, trasformato. _trasformanza_, trasformazione. _trasse_, 'le pene che _tr._', che sopportò. _trasversío_, confusione. _trattabilitate_, possibilitá di trattare. _trattato_, componimento poetico; 'te dái en suo _tr._', in sua balía; 'facce mali _trattate'_, commetta male azioni. _tratto_, mossa, gesto, atto, mala azione, astuzia: 'dièglie 'l _tr._', lo assalí; 'faccio 'l _tr._', sono agli estremi. _trattura_, estirpamento. _travaglia_, dolore, molestia; 'metter _tr._', tormentare: _travaglie_. _travagliare_, soffrire. _travalli_, travagli. _travone_, trave. _tredece_, tredici. _tremore_, tremito, paura. _trez'_, trecce. _tribulanza_, dolore, pena. _tristanza_, tristezza. _tristare_, soffrire. _tristore_ e _tristor_, tristezza, dolore. _trombare_, suonare la tromba. _troni_, tuoni. _trovárese_, si troverebbe. _trovòne_, trovò. _ttutore_, 'a _tt._', sempre. _tuo_, 'lo _t._ servire', il servirti; 'en _t._ servire', per servirti; 'lo _t._ affidato', chi si è affidato a te; '_t._ miglior', miglior di te. _turbanza_, turbamento. _turbara_ [_turbára_], turberei. _tusto_, duro, resistente. _tutt'ore_, 'a _t._', sempre. _tutture_, 'a _t._', sempre. _ubidenza_, ubbidienza. _uccidesse_, ucciderebbe. _udimenti_, l'ascoltare. _umbratura_, 'fará _u._', celerá. _umiliata_, umiltá. _unitato_, unione. _unqua_, non mai: _unqua mai_, non mai; _lá unqua_, dovunque. _unquanco_, non ancora mai. _unque_, 'lá _u._', dovunque. _ura_, occasione, modo; 'a nul' _u._', non mai; 'ad _u._ ad _u._', sempre. _usagio_, 'per _u._', abitualmente. _usamento_, pratica, famigliaritá. _usanza_, 'non era en _u._', non si usava; 'per _u._', abitualmente. _usare_, operare. _uscire_, spirare, morire; 'venni a l'_u._', nacqui. _uso_, 'per _u._', abitualmente; 'me so _u._', mi sono abituato. _usura_, 'tollea l'_u._', esercitava l'usura. _utri_, otri. _vacare_, 'a Dio _v._', attendere a Dio. _vaccio_, presto. _valde_, 'mordendone _v._', fortemente. _valenza_, valore. _valimento_, valore. _valore_, 'il molto _v._', una ricca ereditá. _valura_, valore. _valuta_, valore; _valute_, 'a tutte mie _v._', con ogni mia possa. _Vangelista_, Evangelista. _vanura_, vanitá. _vanuri_, vanitá. _vasallaggio_, vassallaggio. _vascello_, vasetto. _vasecce_ [_vássece_], ci si va. _vaseglie_, vasetti di medicinali. _vedemento_, vista. _vedere_ e _vedire_: _veio_, vedo; _vei_, vede; _vedemo_, _vedite_; _vederimo_, vedremo; _vedia_ [_vedía_] e _vidivi_; _vide_, _vidde_, _viddi_; _vede_ e _vide_ (imperat.); _vedisse_, _veggia_, _veia_, _vegente_, _vedenno_, _viso_; 'il mio _vedere_', il mio aspetto, 'col _v._', con lo sguardo; _vederse_, vedere. _vedimento_, vista. _vedoveza_, privazione. _veduto_, ''l _v._', le cose che si vedono. _vegente onne omo nato_, dinanzi agli occhi di tutti. _veghiare_ e _veghiar_, vegliare: _veghio_. _veio_, 'el suo _v._', la sua vista. _velle_, ''l mio _v._', la mia volontá. _vencer_, vincere; _véncelo_ [_vencelo_], lo vince; _vencía_; _vicque_, vinse; _vensero_, vinsero; _venciuto_, _-e_, vinto; _vento_, _-e_. _venco_, vinciglio. _vendecanza_, vendetta. _vendegnato_, vendemmiato. _venditta_, vendetta. _venen_, veleno. _venenato_, avvelenato. _venenno_, venendo. _venenose_, velenose. _venére_, venire. _venga_, vengano. _vengnata_, vendicata. _veniare_, riposare. _venino_, veleno. _venta_, 'la _v._', la vittoria. _ventrata_, il ventre pregno. _ver_ ed _en ver_, verso. _vergata_, diversitá. _vergato_, abiti di piú colori. _vergognare_, vergognarsi: _vergogni_, _vergogna_, _vergognan_; 'col _vergognare_', con la vergogna. _vermigni_, vermigli. _vernato_, inverno. _vero_, veramente. _verráne_ [_verrane_], verrá. _vertá_, veritá. _vescovata_, vescovado. _vespertino_, all'ora del vespro. _vessazion_, tormenti. _vessica_, vescica. _vestaro_, vestiario, ma nel senso di luogo ove si conservano le vesti. _vestigia_, braccia. _vestute_, vestite. _vetare_, vietare: _vétame_ [_vetame_], _vétate_ [_vètate_, _vetate_]; _véto_ [_veto_], vietato. _vexello_, vessillo. _vezato_, 'mal _v._', male avvezzo. _via_, 'longa _v._ assai m'è paruto andare', m'è parso d'aver fatto lungo viaggio. _vicena_, vicina. _vicinanza_, compagnia. _vicinata_, compagnia. _vicque_, vinse. _viduitate_, privazione. _vigorando_, acquistando vigore. _vilanza_, avvilimento, umiltá; 'tenuto m'ha en _v._', mi ha tenuto a vile. _vilare_ e _vilar_, avvilire e umiliarsi: _vilato_. _vileza_, di contro a _gentileza_. _viliata_, avvilita. _vilisco_, ho a vile. _vina_, vini. _virginia_, vergine. _virgo_, 'Giesse _v._', la vergine di Iesse. _visagio_, sguardo. _visco_, vischio. _visione_, contemplazione. _viso_, vista, sguardo, aspetto, visione. _visso_, _-a_, vissuto. _vittore_, vincitore. _vivacce_, presti, pronti. _vivaceza_, prestezza, prontezza. _vivamo_, viviamo (congiuntivo). _vivanna_, vivanda. _vivesce_, vive. _vivitare_, 'en mio _v._', durante tutta la mia vita. _vocare_, 'lussuria è suo _v._', si chiama l.: _vocava_, _vocato_, _-a_. _voce_ 'gli dái la _v._', lo approvi. _voitare_, vuotare: _voitata_. _vol_, vogliono. _volentire_, volentieri. _volere_: _vo'_, voglio, _vòli_ [_voli_], _vòle_ [_vole_], _vuoli_, _vòl_, _vuol_; _volem_, vogliamo; _vono_ e _vol_, vogliono; _vogli_, tu voglia; _volea_, volevano; _volisse_, volessi; _vòlse_ [_volse_], _vòlsi_ [_volsi_] e _vòls'_, volli; _vòlse_ [_volse_] e _vuolse_, volle; _vòlsete_, ti volle; _vòlser_ [_volser_], vollero e _vòlserme_, mi vollero. _volontire_, volentieri. _volta_, 'a questa _v._', per questa v. _voluntere_, volentieri. _von_, vanno. _vono_, vogliono. _vorato_, divorato. _voratura_, 'lupo en _v._', che divora. _vuce_, voce. _vulneranno_, ferendo. _'vuto_, avuto. _zambra_, camera. _zampagliato_, intricato, impedito nelle gambe. _zanzavaglia_, combatte. _zifra_, 'staragioce per _z._', non conterò nulla. _zitello_, bambino. _zito_, fanciullo, vergine. _zizaglia_, zizzania. _zona_, fascia, cintura. _zona_, cinge. INDICE DEI CAPOVERSI Ad l'amor ch'è venuto--en carne a noi se dare pag. 146 A fra Ianne da la Verna--ch'en quartana se scioverna » 142 Alte quattro virtute--son cardinal chiamate » 165 Amor che ami tanto,--ch'io non so dir lo quanto » 198 Amor contrafatto--spogliato de vertute » 66 Amor de caritate,--perché m'hai sí ferito » 210 Amor, diletto amore,--perché m'hai lassato, amore » 155 Amor diletto,--Cristo beato » 57 Amor dolce senza pare--sei tu, Cristo, per amare » 196 Anima che desideri--d'andare ad paradiso » 74 Assai me sforzo a guadagnare--se 'l sapesse conservare » 59 Audite una entenzone--ch'era fra doi persone » 41 Audite una 'ntenzone--ch'è 'nfra l'anima e 'l corpo » 6 Cinque sensi mess'on pegno--ciascun d'esser el piú breve » 11 Con gli occhi ch'agio nel capo--la luce del dí mediante » 106 Donna del paradiso,--lo tuo figliolo è preso » 230 En cinque modi appareme--lo Signor en esta vita » 105 Ensegnatime Iesú Cristo,--ché lo voglio trovare » 88 En sette modi, co a me pare,--distinta è orazione » 103 Fede, spene e caritade--gli tre ciel vòl figurare » 160 Figli, nepoti e frati,--rendete el maltolletto » 34 Fiorito è Cristo nella carne pura » 245 Frate Ranaldo, dove se' andato?--de quolibet sí hai disputato? » 32 Fuggo la croce che me devora » 175 Guarda che non caggi, amico,--guarda! » 12 Iesú Cristo se lamenta--de la Chiesa romana » 119 La bontate enfinita--vòl enfinito amore » 181 La Bontade se lamenta--che l'Affetto non l'ha 'mata » 172 La fede e la speranza--m'on fatta sbandigione » 226 L'amor ch'è consumato--nullo prezzo non guarda » 244 L'amor lo cor sí vòl regnare,--discrezion vòl contrastare » 179 L'anema ch'è viziosa--a lo 'nferno è simigliata » 24 La superbia de l'altura--ha fatte tante figliole » 26 La Veritade piange,--ch'è morta la Bontade » 117 L'omo che può la sua lengua domare » 200 L'omo fo creato virtuoso » 90 Lo pastor per mio peccato--posto m'ha fuor dell'ovile » 128 Molto me so delongato--de la via che i santi on calcato » 60 O alta penitenza,--pena en amor tenuta » 9 O amor che m'ami,--prendime a li toi ami » 194 O amor de povertate--regno de tranquillitate » 134 O Amor, divino amore,--amor che non se' amato » 187 O amor, divino amore,--perché m'hai assediato » 190 O amore muto,--che non vòi parlare » 178 O anema fedele--che te vòli salvare » 65 O anima mia--creata gentile » 71 O castitate, fiore--che te sostene amore » 77 O corpo enfracedato,--io so l'anema dolente » 28 O coscienza mia,--grande me dái mo reposo » 114 O Cristo onnipotente,--dove se' enviato » 84 O Cristo onnipotente,--ove sète enviato » 86 O Cristo pietoso,--perdona el mio peccato » 38 O derrata, guarda al prezo,--se te vuoli enebriare » 170 O dolce amore,--c'hai morto l'amore » 191 O femene, guardate--a le mortal ferute » 15 O Francesco, da Dio amato,--Cristo en te s'ène mostrato » 139 O Francesco povero,--patriarca novello » 136 O frate, guarda 'l viso--se vuoi ben riguarire » 13 O frate mio, briga de tornare--nante ch'en morte si' pigliato » 17 O iubilo del core,--che fai cantar d'amore » 177 O libertá, subietta--ad omne creatura » 68 O megio virtuoso,--retenuta bataglia » 79 O me lasso, dolente,--ca lo tempo passato » 36 Omo che vol parlare,--emprima déi pensare » 167 Omo, de te me lamento--che me vai pur fugendo » 54 Omo, mettete a pensare--onde te vieti el gloriare » 44 Omo, tu se' engannato,--ché questo mondo t'ha cecato » 33 O novo canto,--c'hai morto el pianto » 143 O papa Bonifazio,--io porto el tuo prefazio » 127 O papa Bonifazio,--molt'hai iocato al mondo » 130 O peccator dolente,--che a Dio vuol retornare » 239 Or chi averá cordoglio?--vorríane alcun trovare » 153 O Regina cortese,--io so a voi venuto » 1 Or se parrá chi averá fidanza » 115 Or udite la battaglia--che me fa el falso Nemico » 109 O Signor, per cortesia,--mandame la malsanía » 112 O Vergine piú che femina--santa Maria beata » 3 O vita de Iesú Cristo,--specchio de veritate » 81 O vita penosa, continua battaglia » 45 Peccator, chi t'ha fidato,--che de me non hai temenza » 19 Perché m'hai tu creata,--o creatore Dio » 242 Piange la Ecclesia,--piange e dolura » 121 Piangi, dolente anima predata » 158 Povertade enamorata,--grand'è la tua signoria » 133 Quando t'alegri, omo de altura » 51 Que fai, anema predata?--Faccio mal, ché so dannata » 30 Que farai, fra Iacovone?--se' venuto al paragone » 124 Que farai, morte mia,--che perderai la vita » 234 Que farai, Pier da Morrone?--èi venuto al paragone » 123 Sapete voi novelle de l'amore » 183 Senno me pare e cortesia--empazir per lo bel Messia » 193 Se per diletto tu cercando vai » 255 Sí como la morte face--a lo corpo umanato » 22 Signore, damme la morte--nante ch'io piú te offenda » 21 Solo a Dio ne possa piacere,--non me ne curo » 62 Sopr'onne lengua amore,--bontá senza figura » 219 Tale qual è, tal è;--non c'è religione » 64 Troppo m'è grande fatica,--Meser, de venirte drieto » 236 Troppo perde el tempo chi non t'ama » 248 Udite una entenzone--ch'è fra Onore e Vergogna » 233 Un arbore è da Dio plantato--lo qual amor è nominato » 207 Vorría trovare chi ama;--molti trovo che sé ama » 169 INDICE I. De la beata Vergine Maria e del peccatore pag. 1 II. De la beata Vergine Maria » 3 III. Contenzione infra l'anima e corpo » 6 IV. De la penitenzia » 9 V. De cinque sentimenti » 11 VI. De la guarda de sentimenti » 12 VII. De pericoli che intervengono a l'uomo che non guarda bene el viso ed altri sentimenti » 13 VIII. De l'ornamento delle donne dannoso » 15 IX. Consiglio de l'amico a l'altro amico che voglia tornare a Dio » 17 X. Como Dio induce el peccatore a penitenza » 19 XI. De l'anema contrita de l'offesa di Dio » 21 XII. Como l'anema deventa morta per el peccato » 22 XIII. Como l'anima viziosa è inferno; e per lume de la grazia poi se fa paradiso » 24 XIV. Como li vizi descendono da la superbia » 26 XV. Como l'anema retorna al corpo per andare al iudicio » 28 XVI. Como l'appetito de laude fa operare molte cose senza frutto » 30 XVII. De frate Ranaldo, quale era morto » 32 XVIII. Como l'omo è acecato dal mondo » 33 XIX. De l'omo che non satisfece in vita sua del mal acquistato » 34 XX. Del scelerato peccatore penitente » 36 XXI. De quello che domanda perdonanza da poi la morte » 38 XXII. De la vita de l'omo redutta a la vechieza » 41 XXIII. De la viltá de l'omo » 44 XXIV. Como la vita de l'omo è penosa » 45 XXV. De la contemplazione de la morte ed incinerazione contra la superbia » 51 XXVI. Como Cristo se lamenta dell'omo peccatore » 54 XXVII. Como l'anima domanda aiuto contra la battaglia de li sensi corporali » 57 XXVIII. De la impazienzia che fa tutti li beni perdere » 59 XXIX. De la ipocrisia » 60 XXX. De la iustizia e falsitá » 62 XXXI. Como la curiosa scienzia e l'ambizione sono destruttive de la puritá » 64 XXXII. Como è da guardarse da' lupi che vengono sotto vesta de pecora » 65 XXXIII. De l'amore falso che offende le virtú » 66 XXXIV. De la differenzia intra el vero e falso amore, ed intra la scienzia acquisita ed infusa » 68 XXXV. Esortazione a l'anima propria che, considerata la sua nobilitá, non tardi la via a l'amor divino » 71 XXXVI. Como l'anima vestita de vertú passa a la gloria » 74 XXXVII. De la castitá, la quale non basta a l'anima senza l'altre virtute » 77 XXXVIII. Como è difficile passare per el megio virtuoso » 79 XXXIX. Como la vita di Iesú è specchio de l'anima » 81 XL. Como li angeli domandano a Cristo la cagione de la sua peregrinazione nel mondo » 84 XLI. Como li angeli si maravigliano de la peregrinazione de Cristo nel mondo » 86 XLII. Como l'anima priega li angeli che l'insegnino ad trovar Iesú Cristo » 88 XLIII. De la misericordia e iustizia e como fu l'omo reparato: e parlano diversi » 90 XLIV. De le petizione che sono nel paternostro » 103 XLV. Como Dio appare ne l'anima en cinque modi » 105 XLVI. Como l'anima per fede viene a le cose invisibile » 106 XLVII. De la battaglia del Nemico » 109 XLVIII. De l'infirmitá e mali che frate Iacopone demandava per eccesso de caritá » 112 XLIX. De la coscienzia pacificata » 114 L. De la grande battaglia de Anticristo » 115 LI. Como la veritá piange ch'è morta la bontade » 117 LII. Como Cristo se lamenta de la Chiesa romana » 119 LIII. Del pianto de la Chiesa redutta a mal stato » 121 LIV. Epistola a Celestino papa quinto, chiamato prima Pietro da Morrone » 123 LV. Cantico de frate Iacopone de la sua pregionia » 124 LVI. Epistola a papa Bonifazio ottavo » 127 LVII. Epistola seconda al prefato papa » 128 LVIII. Epistola terzia al prefato papa da poi ch'el fo preso » 130 LIX. De la santa povertá signora de tutto » 133 LX. De la santa povertá e suo triplice cielo » 134 LXI. De san Francesco e de sette apparizione de croce a lui e de lui fatte » 136 LXII. De san Francesco e de le battaglie del Nemico contra lui » 139 LXIII. Epistola consolatoria a frate Ioanni da Fermo ditto da la Verna per la stanzia dove anco se riposa: transferita en vulgare la parte litterale, quale è prosa » 142 LXIV. Cantico de la nativitá de Iesú Cristo » 143 LXV. Cantico secondo de la nativitá de Cristo » 146 LXVI. Pianto che fa l'anima per la occultazione de la grazia » 153 LXVII. Como l'anema se lamenta de l'amore divino partito » 155 LXVIII. Como l'anima piange la partita del suo amore » 158 LXIX. Arbore de ierarchia simile a l'angelica: fondata sopra la fede, speranza e caritate » 160 LXX. De le quattro virtú cardinale » 165 LXXI. Como Cristo se reposa ne l'anima ornata de virtú, como sposo con la sposa » 167 LXXII. Como el vero amore del prossimo in pochi se trova » 169 LXXIII. Del gran prezo dato per vil derrata, cioè Cristo per l'omo » 170 LXXIV. La bontá divina se lamenta de l'affetto creato » 172 LXXV. De la diversitá de contemplazione de croce » 175 LXXVI. Del iubilo del core che esce in voce » 177 LXXVII. De l'amor muto » 178 LXXVIII. De l'amor vero e discrezion falsa » 179 LXXIX. Della bontá divina e volontá creata » 181 LXXX. De l'amore divino destinto in tre stati » 183 LXXXI. De l'amor divino e sua laude » 187 LXXXII. Como l'anima trova Dio in tutte creature per mezo de sensi » 190 LXXXIII. De l'amore de Cristo in croce, e como l'anima desidera de morir con lui » 191 LXXXIV. Como è somma sapienzia essere reputato pazo per l'amor de Cristo » 193 LXXXV. Como se deve amar Cristo liberalmente como esso amò noi » 194 LXXXVI. Como l'anima dimanda perdonanza de l'offensione e gusto d'amore » 196 LXXXVII. De l'amor divino, la misura del quale è incognita » 198 LXXXVIII. Como in l'omo perfetto sono figurate le tre ierarchie con li novi cori de angeli » 200 LXXXIX. Arbore dell'amore divino » 207 XC. Como l'anima se lamenta con Dio de la caritá superardente in lei infusa » 210 XCI. Come l'anima per santa nichilitá e caritá perviene a stato incognito ed indicibile » 219 XCII. Como per la ferma fede e speranza se perviene a triplice stato de nichilitá » 226 XCIII. Pianto de la Madonna de la passione del figliolo Iesú Cristo » 230 XCIV. Como l'onore e la vergogna contendono insieme » 233 XCV. Altro cantico nel quale pur se parla de anichilazione e trasformazione, come nella XCII lauda de sopra posta. Ed in due stanzie de questa appare defetto » 234 XCVI. Excusazione che fa el peccatore a Dio de non poter far la penitenzia a la quale da lui è confortato » 236 XCVII. Amaestramento al peccatore che se vòle reconciliare con Dio » 239 XCVIII. Como la ragione conforta l'anima che retorni a Dio » 242 XCIX. Condizione del perpetuo amore » 244 C. De la incarnazione del verbo divino » 245 CI. Como il vero amore non è ozioso » 248 CII. Come è da cercare Iesú per sommo diletto, el quale è nostro fine: e cusí termina in lui questo volume » 255 Nota » 257 Glossario » 273 Indice dei capoversi » 309 * * * * * NOTA DEL TRASCRITTORE L'ortografia e la punteggiatura originali sono state mantenute. Sono stati inoltre corretti i seguenti refusi (correzione nella riga sotto): --Del mondo ch'agio 'l vestire,--vegente voi, me ne spoglio. --Del mondo ch'agio 'l vestire,--vegente voi, me ne spoglio, COMO DIO APPARE NE L'ANINA EN CINQUE MODI COMO DIO APPARE NE L'ANIMA EN CINQUE MODI Pareme cielo stellato--chi da questi tre è spogliato. Pareme cielo stellato--chi da questi tre è spogliato, Cristo adorato!-- Cristo adorato!»-- todini: et in la seconda si vede certi defecti (Nota del Benaccorsi) todini: et in la seconda si vede certi defecti (Nota del Bonaccorsi) che si trovino in quella cittá: et doi altri vilumi pur antichi che si trovino in quella cittá: et doi altri volumi pur antichi Il testo spazieggiato è delimitato dal carattere =. *** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LE LAUDE *** Updated editions will replace the previous one—the old editions will be renamed. Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright law means that no one owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United States without permission and without paying copyright royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to copying and distributing Project Gutenberg™ electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG™ concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you charge for an eBook, except by following the terms of the trademark license, including paying royalties for use of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for copies of this eBook, complying with the trademark license is very easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports, performances and research. 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It exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from people in all walks of life. Volunteers and financial support to provide volunteers with the assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg™’s goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will remain freely available for generations to come. In 2001, the Project Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org. Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit 501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by U.S. federal laws and your state’s laws. The Foundation’s business office is located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to date contact information can be found at the Foundation’s website and official page at www.gutenberg.org/contact Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread public support and donations to carry out its mission of increasing the number of public domain and licensed works that can be freely distributed in machine-readable form accessible by the widest array of equipment including outdated equipment. 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