The Project Gutenberg eBook of Poesie scelte This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook. Title: Poesie scelte Author: Silvio Pellico Release date: February 3, 2006 [eBook #17671] Language: Italian Credits: Produced by Carlo Traverso, Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by the Bibliothèque nationale de France (BnF/Gallica) at http://gallica.bnf.fr) *** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK POESIE SCELTE *** Produced by Carlo Traverso, Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by the Bibliothèque nationale de France (BnF/Gallica) at http://gallica.bnf.fr) POESIE SCELTE DI SILVIO PELLICO DA SALUZZO. VOLUME UNICO. PARIGI, BAUDRY, LIBRERIA EUROPEA, 3, QUAI MALAQUAIS. 1840. BIBLIOTECA POETICA ITALIANA CONTINUATA DA QUELLA DEL BUTTURA. TOMO XXXVI. CONTINUAZIONE TOMO VI. DALLA STAMPERIA DI CRAPELET, RUE DE VAUGIRARD, Nº 9. SI VENDE PURE DA STASSIN E XAVIER, 9, RUE DU COQ-SAINT-HONORÉ. AL LETTORE. Amore sotto le più nobili forme ne' gaudi, amore e rassegnazione ne' mali sono anima al vivere di Pellico, sono l'espressione de' suoi versi; chè in essi l'anima di lui tutta è diffusa. In questo giudizio speriamo verran coloro che leggeranno le seguenti poesie, le quali abbiam scelte, toltone la _Francesca_, dalle molte pubblicate dall'autore dopo la sua liberazione dallo Spielberg. Inclinando alquanto col secolo fummo parchi nel dare di quelle rime del nostro autore in cui egli trascorre alla contemplazione delle cose divine. Un libro ascetico o quasi ascetico sarebbe letto da pochi, forse da nessuno di coloro che ne abbisognano, e resterebbe quindi senza frutto. L'armi spirituali lampeggino sole nelle sacre bigonce, ma ne' libri di amena letteratura portino miste agli umani diletti le salutari punture. A. RONNA. FRANCESCA DA RIMINI TRAGEDIA. Noi leggevamo un giorno per diletto, Di Lancillotto come amor lo strinse, Soli eravamo e senza alcun sospetto. Per più fiate gli occhi ci sospinse Quella lettura e scolorocci il viso. Ma solo un punto fu quel che ci vinse. Quando leggemmo il disïato riso, Esser baciato da cotanto amante, Questi, che mai da me non fia diviso, La bocca mi baciò tutto tremante. PERSONAGGI. LANCIOTTO, signor di Rimini. PAOLO, suo fratello. GUIDO, signore di Ravenna. FRANCESCA, sua figlia e moglie di Lanciotto. UN PAGGIO. GUARDIE. _La scena è in Rimini nel palazzo signorile._ FRANCESCA DA RIMINI. ATTO PRIMO. SCENA PRIMA. _Esce_ LANCIOTTO _dalle sue stanze per andare all'incontro di_ GUIDO, _il quale giunge. Si abbracciano affettuosamente._ GUIDO. Vedermi dunque ella chiedea? Ravenna Tosto lasciai; men della figlia caro Sariami il trono della terra. LANCIOTTO. Oh Guido! Come diverso tu rivedi questo Palagio mio dal dì che sposo io fui! Di Rimini le vie più non son liete Di canti e danze; più non odi alcuno Che di me dica: Non v'ha rege al mondo Felice al pari di Lanciotto. Invidia Avean di me tutti d'Italia i prenci: Or degno son di lor pietà. Francesca Soavemente commoveva a un tempo Colla bellezza i cuori, e con quel tenue Vel di malinconia che più celeste Fea il suo sembiante. L'apponeva ognuno All'abbandono delle patrie case E al pudor di santissima fanciulla, Che ad imene ed al trono ed agli applausi Ritrosa ha l'alma.--Il tempo ir diradando Parve alfin quel dolor. Meno dimessi Gli occhi Francesca al suo sposo volgea; Più non cercava ognor d'esser solinga; Pietosa cura in lei nascea d'udire Degl'infelici le querele, e spesso Me le recava; e mi diceva.... Io t'amo. Perchè sei giusto e con clemenza regni. GUIDO. Mi sforzi al pianto.--Pargoletta, ell'era Tutta sorriso, tutta gioja, ai fiori Parea in mezzo volar nel più felice Sentiero della vita; il suo vivace Sguardo in chi la mirava, infondea tutto Il gajo spirto de' suoi giovani anni. Chi presagir potealo? Ecco ad un tratto Di tanta gioja estinto il raggio, estinto Al primo assalto del dolor! La guerra, Ahimè, un fratel teneramente amato Rapiale!... Oh infausta rimembranza!.. Il cielo Con preghiere continue ella stancava Pel guerreggiante suo caro fratello... LANCIOTTO. Inconsolabil del fratel perduto Vive, e n'abborre l'uccisor; quell'alma Sì pia, sì dolce, mortalmente abborre! Invan le dico: I nostri padri guerra Moveansi; Paolo, il fratel mio, t'uccise Un fratello, ma in guerra; assai dorragli L'averlo ucciso; egli ha leggiadri, umani, Di generoso cavaliero i sensi. Di Paolo il nome la conturba. Io gemo Però che sento del fratel lontano Tenero amore. Avviso ebbi ch'ei riede In patria, il core men balzò di gioja; Alla mia sposa supplicando il dissi, Onde benigna l'accogliesse. Un grido A tal annunzio mise. Egli ritorna! Sclamò tremando, e semiviva cadde. Dirtelo deggio? Ahi l'ho creduta estinta, E furente giurai che la sua morte Io vendicato avrei... nel fratel mio. GUIDO. Lasso! e potevi?... LANCIOTTO. Il ciel disperda l'empio Giuramento! L'udì ripeter ella, Ed orror n'ebbe, e a me le man stendendo: Giura, sclamò, giura d'amarlo: ei solo, Quand'io più non sarò, pietoso amico Ti rimarrà... Ch'io l'ami impone, e l'odia, La disumana! E andar chiede a Ravenna Nel suo natio palagio, onde gli sguardi Non sostener dell'uccisor del suo Germano. GUIDO. Appena ebbi il tuo scritto, inferma Temei foss'ella. Ah, quanto io l'ami, il sai! Che troppo io viva... tu mi intendi... io sempre Tremo. LANCIOTTO. Oh, non dirlo!.. Io pur, quando sopita La guardo... e chiuse le palpebre e il bianco Volto segno non dan quasi di vita, Con orrenda ansietà pongo il mio labbro Sovra il suo labbro per sentir se spiri: E del tremor tuo tremo.--In feste e giochi Tenerla volli, e sen tediò: di gemme Dovizïosa e d'oro e di possanza Farla, e fu grata ma non lieta. Al cielo Devota è assai: novelle are costrussi. Cento vergini e cento alzano ognora Preci per lei, che le protegge ed ama. Ella s'avvede ch'ogni studio adopro Onde piacerle, e me lo dice, e piange. Talor mi sorge un reo pensier... Avessi Qualche rivale? O ciel! ma se da tutta La sua persona le traluce il core Candidissimo e puro!... Eccola. SCENA II. FRANCESCA E DETTI. GUIDO. Figlia, Abbracciami. Son io... FRANCESCA. Padre... ah, la destra ch'io ti copra di baci! GUIDO. Al seno mio, Qui... qui confondi i tuoi palpiti a' miei Vieni, prence. Ambidue siete miei figli: Ambidue qui... Vi benedica il cielo! Così vi strinsi ambi quel dì che sposi Vi nomaste. FRANCESCA. Ah, quel dì!... fosti felice, O padre. LANCIOTTO. E che? forse dir vuoi che il padre Felice, e te misera festi? FRANCESCA. Io vero Presagio avea, che male avrei lo sposo Mio rimertato con perenne pianto, E te lo dissi, o genitor: chiamata Alle nozze io non era. Il vel ti chiesi; Tu mi dicesti che felice il mio Imen sol ti farebbe... io t'obbedii. GUIDO. Ingrata, il vel chieder potevi a un padre A cui viva restavi unica prole? Negar potevi a un genitor canuto D'avere un dì sulle ginocchia un figlio Della sua figlia? FRANCESCA. Non per me mi pento. Iddio m'ha posto un incredibil peso D'angoscia sovra il core, e a sopportarlo Rassegnata son io. Gli anni miei tutti Di lagrime incessanti abbeverato Avrei del pari in solitaria cella Come nel mondo. Ma di me dolente Niuno avrei fatto!... liberi dal seno Sariano usciti i miei gemiti a Dio, Onde guardasse con pietà la sua Creatura infelice, e la togliesse Da questa valle di dolor!... Non posso Nè bramar pure di morir: te affliggo, O generoso sposo mio, vivendo: T'affliggerei più, s'io morissi. LANCIOTTO. O pia E in un crudele! Affliggimi, cospargi Di velen tutte l'ore mie, ma vivi. FRANCESCA. Troppo tu m'ami. E temo ognor che in odio Cangiar tu debba l'amor tuo... punirmi... Di colpa ch'io non ho... d'involontaria Colpa almeno.... LANCIOTTO. Qual colpa? FRANCESCA. Io... debolmente Amor t'esprimo... LANCIOTTO. E il senti? Ah, dirti cosa Mai non volea ch'ora dal cor mi fugge! Vorresti, e amarmi, oh ciel! nol puoi... FRANCESCA. Che pensi? LANCIOTTO. Rea non ti tengo... involontarii sono Spesso gli affetti... FRANCESCA. Che? LANCIOTTO. Perdona. Rea Io non ti tengo, tel ridico, o donna: Ma il tuo dolor... sarebbe mai... di forte Alma in conflitto con biasmato... amore? FRANCESCA. (_Gettandosi nelle braccia di Guido._) Ah, padre, salva la mia fama. Digli, E giuramento abbine tu, che giorni Incolpabili io trassi al fianco tuo, E che al suo fianco io non credea che un'ombra Pur di sospetto mai data gli avessi. LANCIOTTO. Perdona: amore è di sospetti fabbro.-- Io fra me spesso ben dicea: Se pure, Fanciulla ancor, d'immacolato amore Si fosse accesa, e or tacita serbasse Il sovvenir d'un mio rival, cui certo Ella antepone il suo dover, qual dritto Di esacerbar la cruda piaga avrei, Indagando l'arcano? Eterno giaccia Nel suo innocente cor, s'ella ha un arcano! Ma dirlo deggio? Il dubbio mio s'accrebbe Un dì che al fratel tuo lodi tessendo, Io m'accingeva a consolarti. Invasa Da trasporto invincibile, sclamasti: Dove, o segreto amico mio del cuore, Dove n'andasti? Perchè mai non torni, Sì che pria di morire io ti riveggia? FRANCESCA. Io dissi? LANCIOTTO. Nè a fratel volti que' detti Parean. FRANCESCA. Fin nel delirio, agl'infelici Scrutar vuolsi il pensier? Sono infelici, Nè basta: infami anch'esser denno. Ognuno Contro l'afflitto spirto lor congiura; Ognun... pietà di lor fingendo... gli odia; Non pietà no, la tomba chieggon... Quando Più sopportarmi non potrai, la tomba Aprimi sì; discenderovvi io lieta: Lieta pur ch'io... da ogn'uom fugga! GUIDO. Vaneggi? Figlia... LANCIOTTO. Quai su di me vibri tremendi Sguardi! Che li fec'io? FRANCESCA. Di mie sciagure La cagion non sei tu?... Perchè strapparmi Dal suol che le materne ossa racchiude? Là calmato avria il tempo il dolor mio; Qui tutto il desta, e lo rinnova ognora... Passo non fo ch'io non rimembri...--Oh insana! Fuor di me son. Non creder, no... LANCIOTTO. ... A Ravenna, Francesca, sì, col genitor n'andrai. GUIDO. Prence, t'arresta. LANCIOTTO. Oh, a' dritti miei rinunzio. Dalla tua patria non verrò a ritorti: Chi orror t'ispira, ed è tuo sposo, e t'ama Pur tanto, più non rivedrai... se forse Pentita un giorno e a pietà mossa, al tuo Misero sposo non ritorni... E forse, Dall'angosce cangiato, ah, ravvisarmi Più non saprai! Ben io, ben io nel core La tua presenza sentirò: al tuo seno Volerò perdonandoti. FRANCESCA. Lanciotto, Tu piangi? GUIDO. Ah figlia! FRANCESCA. Padre mio! Vedesti Figlia più rea, più ingrata moglie? iniqui Detti mi sfuggon nel dolor, ma il labbro Sol li pronuncia. GUIDO. Ah, di tuo padre i giorni Non accorciar, nè del marito vane Far le virtù per cui degna e adorata Consorte il ciel gli concedea! Più lieve Sarà la terra sovra il mio sepolcro, Se un dì, toccando, giurerai che lieto Di prole festi e del tuo amor lo sposo. FRANCESCA. Io accorcerei del padre mio la vita? No. Figlia e moglie esser vogl'io: men doni Lo forza il ciel. Meco il pregate! GUIDO. Rendi A mia figlia la pace! LANCIOTTO. ... Alla mia sposa! SCENA III. UN PAGGIO E DETTI. PAGGIO. L'ingresso chiede un cavalier. FRANCESCA. (_A Guido._) Tu d'uopo Hai di riposo: alle tue stanze, o padre, Vieni. (_Parte con Guido._) SCENA IV. LANCIOTTO E IL PAGGIO. LANCIOTTO. Il suo nome? PAGGIO. Il nome suo tacea: Supporlo io posso. Entrò negli atrii, e forte Commozïone l'agitò: con gioja Guardava l'armi de' tuoi avi appese Alle pareti: di tuo padre l'asta E lo scudo conobbe. LANCIOTTO. Oh Paolo! Oh mio Fratello! PAGGIO. Ecco a te viene. SCENA V. PAOLO E LANCIOTTO _si corrono incontro e restano lungamente abbracciati._ LANCIOTTO. Ah, tu sei desso, Fratel! PAOLO. Lanciotto! mio fratello!--Oh sfogo Di dolcissime lacrime! LANCIOTTO. L'amico, L'unico amico de' miei teneri anni Da te diviso, oh, come a lungo io stetti. PAOLO. Qui t'abbracciai l'ultima volta... Teco Un altr'uomo io abbracciava: ei pur piangea... Più rivederlo io non doveva? LANCIOTTO. Oh padre! PAOLO. Tu gli chiudesti i moribondi lumi. Nulla ti disse del suo Paolo? LANCIOTTO. Il suo Figliuol lontano egli moria chiamando. PAOLO. Me benedisse?--Egli dal ciel ci guarda, Ci vede uniti e ne gioisce. Uniti Sempre saremo d'ora innanzi. Stanco Son d'ogni vana ombra di gloria. Ho sparso Di Bizanzio pel trono il sangue mio, Debellando città ch'io non odiava, E fama ebbi di grande, e d'onor colmo Fui dal clemente imperador: dispetto In me facean gli universali applausi. Per chi di stragi si macchiò il mio brando? Per lo straniero. E non ho patria forse Cui sacro sia de' cittadini il sangue? Per te, per te, che cittadini hai prodi, Italia mia, combatterò; se oltraggio Ti moverà la invidia. E il più gentile Terren non sei di quanti scalda il sole? D'ogni bell'arte non sei madre, o Italia? Polve d'eroi non è la polve tua? Agli avi miei tu valor desti e seggio, E tutto quanto ho di più caro alberghi! LANCIOTTO. Vederti, udirti, e non amarti... umana Cosa non è.--Sien grazie al cielo, odiarti Ella, no, non potrà. PAOLO. Chi? LANCIOTTO. Tu non sai: Manca alla mia felicità qui un altro Tenero pegno. PAOLO. Ami tu forse? LANCIOTTO. Oh se amo! La più angelica donna amo... e la donna Più sventurata. PAOLO. Io pur amo; a vicenda Le nostre pene confidiamci. LANCIOTTO. Il padre Pria di morire un imeneo m'impose, Onde stabile a noi pace venisse. Il comando eseguii. PAOLO. Sposa t'è dunque La donna tua? nè lieto sei? Chi è dessa? Non t'ama? LANCIOTTO. Ingiusto accusator, non posso Dir che non m'ami. Ella così te amasse! Ma tu un fratello le uccidesti in guerra, Orror le fai, vederti niega. PAOLO. Parla, Chi è dessa? chi? LANCIOTTO. Tu la vedesti allora Che alla corte di Guido... PAOLO. Essa... (_Reprimendo la sua orribile agitazione._) LANCIOTTO. La figlia Di Guido. PAOLO. E t'ama! Ed è tua sposa?--È vero; Un fratello... le uccisi... LANCIOTTO. Ed incessante Duolo ne serba. Poichè udì che in patria Tu ritornavi, desolata abborre Questo tetto. PAOLO. (_Reprimendosi sempre._) Vedermi, anco vedermi Niega?--Felice io mi credeva accanto Al mio fratel.--Ripartirò... in eterno Vivrò lontano dal mio patrio tetto. LANCIOTTO. Fausto ad ambi ugualmente il patrio tetto Sarà. Non fia che tu mi lasci. PAOLO. In pace Vivi; a una sposa l'uom tutto pospone. Amala...--Ah, prendi questo brando, il tuo Mi dona! rimembranza abbilo eterna Del tuo Paolo. (_Eseguisce con dolce violenza questo cambio._) LANCIOTTO. Fratel... PAOLO. Se un giorno mai Ci rivedrem, s'io pur vivrò... più freddo Batterà allora il nostro cuor... il tempo Che tutto estingue, estinto avrà... in Francesca L'odio... e fratel mi chiamerà. LANCIOTTO. Tu piangi. PAOLO. Io pure amai! Fanciulla unica al mondo Era quella al mio sguardo.... ah, non m'odiava, No; non m'odiava. LANCIOTTO. E la perdesti? PAOLO. Il cielo Me l'ha rapita! LANCIOTTO. D'un fratel l'amore Ti sia conforto. Alla tua vista, a' modi Tuoi generosi placherassi il core Di Francesca medesma... Or vieni... PAOLO. Dove?... A lei dinanzi... non fia mai ch'io venga! FINE DELL'ATTO PRIMO. ATTO SECONDO. SCENA PRIMA. GUIDO E FRANCESCA. FRANCESCA. Qui... più libera è l'aura. GUIDO. Ove t'aggiri Dubitando così? FRANCESCA. Non ti parea La voce udir... di... Paolo? GUIDO. Timore Or di vederlo non ti prenda. Innanzi Non ti verrà, se tu nol brami. FRANCESCA. Alcuno Gli disse ch'io... l'abborro? glien duol forse? GUIDO. Assai glien duol. Volea partir; Lanciotto Ne lo trattenne. FRANCESCA. Egli partir volea? GUIDO. Or più quieto hai lo spirto. Oggi Lanciotto Spera che del fratel suo la presenza Tu sosterrai. FRANCESCA. Padre, mio padre! Ah, senti... Questo arrivo... deh, senti, come forti Palpiti desta nel mio sen!--Deserta Rimini mi parea; muta, funebre Mi parea questa casa; ora... Deh, padre, Mai non lasciarmi, deh, mai più! Sol teco Giubilar oso e piangere; nemico Tu non mi sei... Pietà di me tu avresti, Se... GUIDO. Che? FRANCESCA. Se tu sapessi...--Oh, quanto amaro M'è il vivere solinga! Ah, tu pietoso Consolator mi sei!... Fuorchè te, o padre, Non evvi alcun dinanzi a cui non tremi, Dinanzi a cui tutti del core i moti Io non debba reprimere... Nascosto Non tengo il cor; facil s'allegra e piange: E mostrar mai nè l'allegria nè il pianto Lecito m'è. Tradirmi posso; guai, Guai se con altri un detto mi sfuggisse!... Tu... più benigno guarderesti i mali Della tua figlia... E se in periglio fosse... Ne la trarresti con benigna mano. GUIDO. No, il cor nascosto tu non tieni... I tuoi Pensier segreti... più non son segreti, Quando col tuo tenero padre stai. FRANCESCA. Tutto... svelarti bramerei... Che dico? Ove mi celo? Oh terra, apriti, cela La mia vergogna! GUIDO. Parla; il ciel t'ispira. Abbi fiducia. Il fingere è supplizio Per te... FRANCESCA. Dovere è il fingere, dovere Il tacer, colpa il dimandar conforto; Colpa il narrar sì reo delitto a un padre, Che il miglior degli sposi alla sua figlia Diede... e felice non la fe'! GUIDO. Me lasso! Il carnefice tuo dunque son io? FRANCESCA. Oh buon padre! nol sei...--Vacillar sento La mia debol virtù.--Tremendo sforzo, Ma necessario! Salvami, sostienmi! Lunga battaglia fin ad ora io vinsi; Ma questi di mia vita ultimi giorni Tremarmi fanno... Aita, o padre, ond'io Santamente li chiuda.--Ah, sì! Lanciotto Ben sospettò, ma rea non son! fedele Moglie a lui son, fedel moglie esser chieggo!..-- Padre... sudar la tua fronte vegg'io... Da me torci gli sguardi... inorridisci... GUIDO. Nulla, figlia, raccontami... FRANCESCA. Ti manca Lo spirto. Oh ciel! GUIDO. Nulla, mia figlia.--Un breve Disordin qui... qui nella mente...--Ah, dolce A vecchio padre è l'appoggiar le inferme Membra su figli non ingrati! FRANCESCA. Oh, è vero! Giusta è la tua rampogna; ingrata figlia, Ingrata io son: puniscimi. GUIDO. --Qual empio Di sacrilega fiamma il cor t'accese? FRANCESCA. Empio ei non è, non sa, non sa ch'io l'amo; Egli non m'ama. GUIDO. Ov'è? Per rivederlo Forse a Ravenna ritornar volevi? FRANCESCA. Per fuggirlo, mio padre! GUIDO. Ov'è colui? Rispondi; ov'è? FRANCESCA. Pietà mi promettesti; Non adirarti. È in Rimini... GUIDO. --Chi giunge! SCENA II. LANCIOTTO E DETTI. LANCIOTTO. Turbati siete?... Eri placata or dianzi. GUIDO. Diman, Francesca, partirem. LANCIOTTO. Che dici? GUIDO. Francesca il vuol. FRANCESCA. Padre! GUIDO. Oseresti?... (_Parte guardandola minacciosamente._) SCENA III. LANCIOTTO E FRANCESCA. FRANCESCA. Ahi, crudo Più di tutti è mio padre! LANCIOTTO. Abbandonarmi Più non volevi; io ti credea commossa Dal dolor mio. Per fuggir Paolo, d'uopo Che tu parta non è; partir vuol egli. FRANCESCA. Partir? LANCIOTTO. Funesta gli parria la vita Ne' suoi penati, ove abborrito ei fosse. FRANCESCA. Tanto gl'incresce? LANCIOTTO. Invan distornel volli; Di ripartir fe' giuramento. FRANCESCA. Ei molto Te ama... LANCIOTTO. Soave e generoso ha il core. Debole amor (pari m'è in ciò) non sente... E pari a me, d'amor vittima ei vive! FRANCESCA. D'amor vittima? LANCIOTTO. Sì. Non reggerebbe Il tuo medesmo cuor, se tu l'udissi... FRANCESCA. Or perchè viene a queste piagge adunque? Cred'ei che m'abbia alcun altro fratello Onde rapirmel?... Per mio solo danno, Certo, ei qui venne. LANCIOTTO. Ingiusta donna! Ei prega, Pria di partir, che un sol istante l'oda, Che un solo istante tu lo veggia.--Ah, pensa Ch'ei t'è cognato; che novelli imprende Lunghi viaggi; che più forse mai Nol rivedrem! Religion ti parli. Se un nemico avess'io, che l'oceàno In procinto a varcar, la destra in pria A porgermi venisse... io quella destra Con tenerezza stringerei, sì dolce È il perdonar. FRANCESCA. Deh, cessa!.. Oh mia vergogna! LANCIOTTO. Chi sa, direi, se quel vasto oceàno, Fin che viviam, frapposto ognor non fia Tra quel mortale e me? Sol dopo morte, In cielo... E tutti noi là ci vedremo... Là non potremo esser divisi. Oh donna, Il fratello abborrir là non potrai! FRANCESCA. Sposo, deh, sappi... Ah, mi perdona! LANCIOTTO. Vieni, Fratello! FRANCESCA. Oh Dio! (_Si getta nelle braccia di Lanciotto._) SCENA IV. PAOLO E DETTI. PAOLO. --Francesca!... eccola... dessa! LANCIOTTO. Paolo, t'avanza. PAOLO. E che dirò?--Tu dessa?-- Ma s'ella niega di vedermi, udirmi Consentirà? Meglio è ch'io parta, in odio Le sarò men.--Fratel, dille che al suo Odio perdono, e che nol merto. Un caro German le uccisi; io nol volea. Feroce Ei che perdenti avea le schiere, ei stesso S'avventò sul mio brando; io di mia vita Salvo a costo l'avria.-- FRANCESCA. (_Sempre abbracciata al marito, senza osar di levar la faccia._) --Sposo, è partito? Partito è Paolo?.. Alcuno odo che piange; Chi è? PAOLO. Francesca io piango; io de' mortali Sono il più sventurato! Anche la pace De' lari miei non m'è concessa. Il core Assai non era lacerato? assai Non era il perder... l'adorata donna? Anche il fratello, anche la patria io perdo! FRANCESCA. Cagion mai non sarò ch'un fratel l'altro Debba fuggir. Partir vogl'io; tu resta, Uopo ha Lanciotto d'un amico. PAOLO. Oh! l'ami?... A ragion l'ami. Io pur l'amo... E pugnando In remote contrade... e quando i vinti E le spose e le vergini io salvava Dal furor delle mie turbe vincenti, E d'ogni parte m'acclamavan tutti Fortissimo guerrier, ma guerrier pio... Dolce memoria del fratello amato Mi ricorreva, e mi parea che un giorno Mi rivedrebbe con gentile orgoglio... E tutta Italia e sue leggiadre donne Avrian proferto amabilmente il nome Dell'incolpabil cavaliero.--Ah, infausti M'erano que' trionfi! il valor mio Infausto m'era! FRANCESCA. Dunque tu in remote Contrade combattendo... ai vinti usavi Spesso pietà? Le vergini e le spose Salvavi? Là colei forse vedesti Che nell'anima tua regna.--Che parlo? Oh insana.--Vanne. Io t'odio, sì! PAOLO. (_Risolutamente._) Lanciotto, Addio.--Francesca!... FRANCESCA. (_Udendo ch'egli parte, gli getta involontariamente uno sguardo._) PAOLO. (_Vorrebbe parlare; è in una convulsione terribile, e temendo di tradirsi fugge._) LANCIOTTO. Paolo: deh, ti ferma! SCENA V. LANCIOTTO E FRANCESCA. FRANCESCA. Paolo... Misera me! LANCIOTTO. Pietà di lui Senti, barbara, o fingi? A che ti stempri In lagrime or, se noi tutti infelici Render vuoi tu? Favella; io ragion chieggo De' tuoi strani pensieri; alfin son stanco Di sofferirli. FRANCESCA. E sono pure io stanca Di tue ingiuste rampogne; ed avrò pace Sol quando fia ch'io più non veggia... il mondo! FINE DELL'ATTO SECONDO. ATTO TERZO. SCENA PRIMA. PAOLO. Vederla... sì, l'ultima volta. Amore Mi fa sordo al dover. Sacro dovere Saria il partir, più non vederla mai!... Nol posso. Oh! come mi guardò! Più bella La fa il dolor: più bella, sì, mi parve; Più sovrumana! E la perdei? Lanciotto Me l'ha rapita? oh rabbia! oh!.. il fratel mio Non amo? Egli è felice... ei lungamente Lo sia... Ma che? per farsi egli felice Squarciar doveva ei d'un fratello il core? SCENA II. FRANCESCA _s'avanza senza veder_ PAOLO. FRANCESCA. Ov'è mio padre? almen da lui sapessi Se ancor qui alberga... il mio... cognato!--Io queste Mura avrò care sempre... Ah, sì, lo spirto Esalerò su questo sacro suolo Ch'egli asperse di pianto!... Empia, discaccia Sì rei pensieri: io son moglie!... PAOLO. --Favella Seco medesma, e geme. FRANCESCA. Ah, questo loco Lasciar io deggio: di lui pieno è troppo! Al domestico altar ritrarmi io deggio... E giorno e notte innanzi a Dio prostrata Chieder mercè de' falli miei; che tutta Non m'abbandoni, degli afflitti cuori Refugio unico, Iddio. (_Per partire._) PAOLO. (_Avanzandosi._) Francesca... FRANCESCA. Oh vista!-- Signor... che vuoi? PAOLO. Parlarti ancor. FRANCESCA. Parlarmi?-- Ahi, sola io son!... Sola mi lasci, o padre? Padre, ove sei? la tua figlia soccorri!-- Di fuggir forza avrò. PAOLO. Dove? FRANCESCA. Signore... Deh, non seguirmi! il voler mio rispetta; Al domestico altar qui mi ritraggo: Del cielo han d'uopo gl'infelici. PAOLO. A' piedi De' miei paterni altar teco verronne. Chi di me più infelice? Ivi frammisti I sospir nostri s'alzeranno. Oh donna! Tu invocherai la morte mia, la morte Dell'uom che abborri... io pregherò che il cielo Tuoi voti ascolti e all'odio tuo perdoni, E letizia t'infonda, e lunga serbi Giovinezza e beltà sul tuo sembiante, E a te dia tutto che desiri!... tutto!... Anche... l'amor del tuo consorte... e figli Da lui beati! FRANCESCA. Paolo, deh!--Che dico?-- Deh, non pianger. La tua morte non chieggo. PAOLO. Pur tu m'abborri... FRANCESCA. E che ten cal, s'io deggio Abborrirti?... La tua vita non turbo. Diman io qui più non sarò. Pietosa Al tuo germano compagnia farai. Della perdita mia tu lo consola: Piangerà ei certo... Ah, in Rimini, egli solo Piangerà, quando gli fia noto!...--Ascolta. Per or, non digliel. Ma tu, sappi... ch'io Non tornerò più in Rimini: il cordoglio M'ucciderà. Quando al mio sposo noto Ciò fia, tu lo consola: e tu... per lui... Tu pur versa una lagrima. PAOLO. Francesca, Se tu m'abborri che mi cale? e il chiedi? E l'odio tuo la mia vita non turba? E questi tuoi detti funesti?...--Bella Come un angiol, che Dio crea nel più ardente Suo trasporto d'amor... cara ad ognuno... Sposa felice... e osi parlar di morte? A me s'aspetta, che per vani onori Fui strascinato da mia patria lunge, E perdei...--Lasso! un genitor perdei. Rïabbracciarlo ognor sperava. Ei fatto Non m'avrebbe infelice, ove il mio cuore Discoperto gli avessi... e colei data M'avria... colei, che per sempre ho perduta. FRANCESCA. Che vuoi tu dir? Della tua donna parli... E senza lei sì misero tu vivi? Sì prepotente è nel tuo petto amore? Unica fiamma esser non dee nel petto Di valoroso cavaliere, amore. Caro gli è il brando e la sua fama; egregi Affetti son. Tu seguili; non fia Che t'avvilisca amor. PAOLO. Quai detti? Avresti Di me pietà? Cessar d'odiarmi alquanto Potresti, se col brando io m'acquistassi Fama maggior? Un tuo comando basta. Prescrivi il luogo e gli anni. A' più remoti Lidi mi recherò; quanto più gravi E perigliose troverò le imprese, Vie più dolci mi fien, poichè Francesca Imposte me l'avrà. L'onore assai E l'ardimento mi fan prode il braccio; Più il farà prode il tuo adorato nome. Contaminate non saran mie glorie Da tirannico intento. Altra corona, Fuorchè d'alloro, ma da te intrecciata, Non bramerò, solo un tuo applauso, un detto, Un sorriso, uno sguardo... FRANCESCA. Eterno Iddio! Che è questo mai? PAOLO. T'amo, Francesca, t'amo, E disperato è l'amor mio! FRANCESCA. Che intendo? Deliro io forse? che dicesti? PAOLO. Io t'amo! FRANCESCA. Che ardisci? Ah taci! Udir potrian... Tu m'ami! Sì repentina è la tua fiamma? Ignori Che tua cognata io son? Porre in obblìo Sì tosto puoi la tua perduta amante?... Misera me! questa mia man, deh, lascia! Delitto sono i baci tuoi! PAOLO. Repente Non è, non è la fiamma mia. Perduta Ho una donna, e sei tu; di te parlava Di te piangea; te amava; te sempre amo; Te amerò sino all'ultim'ora! e s'anco Dell'empio amor soffrir dovessi eterno Il castigo sotterra, eternamente Più e più sempre t'amerò! FRANCESCA. Fia vero? M'amavi? PAOLO. Il giorno che a Ravenna io giunsi Ambasciator del padre mio, ti vidi Varcare un atrio col feral corteggio Di meste donne, ed arrestarti a' piedi D'un recente sepolcro, e ossequïosa Ivi prostrarti, e le man giunte al cielo Alzar con muto ma dirotto pianto. Chi è colei? dissi a talun.--La figlia Di Guido, mi rispose.--E quel sepolcro?-- Di sua madre il sepolcro.--Oh, quanta al core Pietà sentii di quell'afflitta figlia! Oh qual confuso palpitar!... Velata Eri, o Francesca: gli occhi tuoi non vidi Quel giorno, ma t'amai fin da quel giorno. FRANCESCA. Tu... deh, cessa!... m'amavi? PAOLO. Io questa fiamma Alcun tempo celai, ma un dì mi parve Che tu nel cor letto m'avessi. Il piede Dalle virginee tue stanze volgevi Al secreto giardino. E presso al lago In mezzo ai fior prosteso, io sospirando Le tue stanze guardava: e al venir tuo Tremando sorsi.--Sopra un libro attenti Non mi vedeano gli occhi tuoi; sul libro Ti cadeva una lagrima... Commosso Mi t'accostai. Perplessi eran miei detti, Perplessi pure erano i tuoi. Quel libro Mi porgesti e leggemmo. Insiem leggemmo «Di Lancillotto come amor lo strinse. «Soli eravamo e senza alcun sospetto... Gli sguardi nostri s'incontraro... il viso Mio scolorossi... tu tremavi... e ratta Ti dileguasti. FRANCESCA. Oh giorno! A te quel libro Restava. PAOLO. Ei posa sul mio cuor. Felice Nella mia lontananza egli mi fea. Ecco: vedi le carte che leggemmo. Ecco: vedi, la lagrima qui cadde Dagli occhi tuoi quel dì. FRANCESCA. Va' ti scongiuro, Altra memoria conservar non debbo Che del trafitto mio fratel. PAOLO. Quel sangue Ancor versato io non aveva. Oh patrie Guerre funeste! Quel versato sangue Ardir mi tolse. La tua man non chiesi: E in Asia trassi a militar. Sperava Rieder tosto, e placata indi trovarti, Ed ottenerti. Ah, d'ottenerti speme Nutria, il confesso. FRANCESCA. Ohimè! ten prego, vanne: Il doler mio, la mia virtù rispetta.-- Chi mi da forza, ond'io resista? PAOLO. Ah, stretta Hai la mia destra? Oh gioja! dimmi: stretta Perchè hai la destra mia? FRANCESCA. Paolo! PAOLO. Non m'odii? Non m'odii tu? FRANCESCA. Convien ch'io t'odii. PAOLO. E il puoi? FRANCESCA. Nol posso. PAOLO. Oh detto! ah, mel ripeti! Donna, Non m'odii tu? FRANCESCA. Troppo ti dissi. Ah crudo! Non ti basta? Va', lasciami. PAOLO. Finisci. Non ti lascio, se in pria tutto non dici. FRANCESCA. E non tel dissi... ch'io t'amo.--Ah, dal labbro M'uscì l'empia parola!.. io t'amo, io muojo D'amor per te... Morir bramo innocente: Abbi pietà! PAOLO. Tu m'ami? tu?... L'orrendo Mio affanno vedi. Disperato io sono: Ma la gioja che in me scorre fra questo Disperato furor, tale e sì grande Gioja è, che dirla non poss'io. Fia vero Che tu m'amassi?... E ti perdei! FRANCESCA. Tu stesso M'abbandonasti, o Paolo. Io da te amata Creder non mi potea.--Vanne: sia questa L'ultima volta... PAOLO. Ch'io mai t'abbandoni Possibile non è. Vederci almeno Ogni giorno!... FRANCESCA. E tradirci? e nel mio sposo Destar sospetti ingiuriosi? e macchia Al nome mio recar? Paolo, se m'ami, Fuggimi. PAOLO. Oh sorte irreparabil! Macchia Al tuo nome io recar? No!--Sposa d'altri Tu sei. Morir degg'io. La rimembranza Di me scancella dal tuo seno: in pace Vivi. Io turbai la pace tua: perdona.-- Deh, no, non pianger! non amarmi!--Ah, lasso! Che dico? Amami, si: piangi sul mio Precoce fato...--Odo Lanciotto. Oh cielo, Dammi tu forza!--(_Chiamando._) A me, fratel! SCENA III. LANCIOTTO, GUIDO E DETTI. PAOLO. L'estremo Amplesso or dammi. LANCIOTTO. E invan... PAOLO. Nè un detto solo A' miei voleri oppor. Funesti augurii Qui meco trassi: guai s'io!... LANCIOTTO. Che favelli? Sdegno ti sta sul ciglio! PAOLO. --Ah! non di noi... Del destino è la colpa.--Addio, Francesca. FRANCESCA. (_Quasi fuor di se con grido convulsivo._) Paolo... Ferma! LANCIOTTO. Qual voce! GUIDO. (_Reggendo la figlia._) Oimè le manca Il respiro. PAOLO. (_In atto di partire._) Francesca... FRANCESCA. Ei parte... io muojo. (_Sviene nelle braccia di Guido._) PAOLO. Francesca... oh vista... si soccorra. GUIDO. Figlia... (_Francesca è recata nelle sue stanze._) SCENA IV. LANCIOTTO E PAOLO. LANCIOTTO. Paolo... Che intendo?... Orrendo lampo scorre Sugli occhi miei. PAOLO. Barbaro! godi: è spenta... Morir mi lascia: fuggimi. (_Parte._) SCENA V. LANCIOTTO. Fia vero? Essa amarlo? E fingea!...No: dall'inferno Questo pensier mi vien... pur...--Dalla reggia L'uscire a Paolo s'interdica: a forza Gli s'interdica.--Oh truce vel! si squarci. FINE DELL'ATTO TERZO. ATTO QUARTO. SCENA PRIMA. LANCIOTTO E PAGGIO. LANCIOTTO. Che? Guido affretta il suo partir? Vederla Voglio, veder voglio Francesca. Innanzi Anche colui mi venga... Paolo. PAGGIO. Il tuo Fratello? LANCIOTTO. Il mio... fratello. SCENA II. LANCIOTTO. Il mio fratello! Fratello m'è: più orribile è il delitto.-- Essa l'odiava! ah menzognera! Io pure A quell'odio credei. La lontananza Di lui, cagione di sue lagrime era. A rieder forse in Rimini Francesca Secretamente l'invitò.--Ti frena, O pensier mio; feroce mi consigli La mandi porre ahi! su quest'elsa...io tremo! SCENA III. GUIDO E LANCIOTTO. LANCIOTTO. Fuggirmi forse è di tua figlia intento? Senza ch'io'l sappia spera ella fuggirmi! E tu a sue brame... GUIDO. È necessario! LANCIOTTO. Ah, rea Dunque è tua figlia! GUIDO. No: tremendo fato Noi tutti danna a interminabil pianto! LANCIOTTO. Rea non la chiami, e d'esecrando foco Arde? GUIDO. Ma forte duol ne sente, e implora Di fuggir da colui.--Ripigliò appena I sensi, e pieno io di vergogna e d'ira Dagli occhi tuoi la trassi: ed obbliando Quasi d'esserle padre, a' piè d'un santo Simulacro prostratala, snudai Sul suo capo l'acciaro, ahi, minacciando Di trucidarla e in un di maledirla, Se il ver taceva. Fra singhiozzi orrendi Favellò l'infelice. LANCIOTTO. E che ti disse? GUIDO. M'affoga il pianto. Ella è mia figlia...--Porse La sua gola all'acciaro, e lagrimosi Figgeva gli occhi negli asciutti miei.-- Sei tu colpevol? (le gridai) rispondi, Sei tu colpevol?... pronunciar parola Non poteva ella dall'angoscia... A forza Mi si commosse il cor. Per non vederla Torsi gli sguardi, e mi sentii le piante Abbracciare, e lei, prono a terra il volto, Sclamar con voce moribonda: Padre, Sono innocente.--Giuralo.--Tel giuro!... Ed io in silenzio m'asciugava il ciglio.-- Sono innocente, replicò tre volte... Gettai l'acciar, l'alzai: la strinsi al seno... Padre infelice e offeso son, ma padre. LANCIOTTO. Oh rabbia! L'ama ed innocenza vanta? Lunge dagli occhi miei, più allegro amore Con Paolo spera; ah, sen lusinga in vano! Di seguirla a Ravenna ei le promette... Oh traditor!.. Siete in mie mani ancora. GUIDO. Queste canute mie chiome rispetta. Salvarla io deggio... tu, più non vederla. (_Parte._) SCENA IV. LANCIOTTO E PAOLO. LANCIOTTO. Sciagurato, t'avanza. PAOLO. Uso non sono Ad ascoltar sì acerbi modi: in altri Rintuzzarli saprei. Ma in te del padre L'autorità con sofferenza onoro.-- Parli a fratello o a suddito? LANCIOTTO. ...A fratello.-- Rispondi, Paolo. Se tua sposa fosse Colei; se alcuno a te il suo cor rapisse, E se quei fosse il tuo più dolce amico... Un uom che, mentre ti tradia, stringevi Come più che fratello al seno tuo... Che faresti di lui?--Pensavi. PAOLO. Io sento Quanto ti costa l'esser mite. LANCIOTTO. Il senti? Fratello, il senti quanto costa?--Il nostro Padre nomasti. Ei mite era co' figli, Anche se rei credevali. PAOLO. Tu solo Succedergli mertavi. E che mai dirti? Oh, come atterri la baldanza mia! Anch'io talor magnanimo mi credo: Al par di te nol son. LANCIOTTO. Di': se tua sposa Fosse? PAOLO. Francesca? Ah, d'un rival pur l'ombra Non soffrirei. LANCIOTTO. Se un tuo fratello amarla Osasse? PAOLO. Più non mi sarìa fratello. Guai a colui! Lo sbranerei col mio Pugnal, chiunque il traditor si fosse. LANCIOTTO. Me pure assal questo desio feroce, E trattengo la man che al brando corre: Credilo, a stento la trattengo. Ed osi Del tuo delitto convenir? Sedurre La sposa altrui, del tuo fratel la sposa! PAOLO. Meno crudel saresti, or se col brando Tu mi svenassi. Un vil non son. Sedurre Io quel purissimo angiolo del cielo? Non fora mai. Chi di Francesca è amante Un vil non è: lo foss'ei stato pria, Più nol sarebbe amandola: sublime Fassi ogni cor, dacchè v'è impressa quella Sublime donna. Io perchè l'amo, ambisco D'esser uman, religïoso e prode: E perch'io l'amo, assai più forse il sono Ch'esser non usan nè guerrier nè prenci. LANCIOTTO. E inverecondo più d'ogn'uom tu sei. Vantarmi ardisci l'amor tuo? PAOLO. Se iniquo Fosse il mio amor, tacer saprei, ma puro È quanto immenso l'amor mio. Morire Mille volte saprei pria che macchiarlo.-- Nondimen... veggio di partir la forte Necessità.--Per la tua donna al tuo Fratel rinuncia... ed in eterno! LANCIOTTO. Iniquo Non è il tuo amore? E misero in eterno Tu non mi rendi?... Obblierò ch'io m'ebbi Un fratel caro: ma potrò dal core Di Francesca strapparlo? E il cor di lei Non porterai teco dovunque? Odiato Vivrò al suo fianco. Nol dirà, pietosa, Non mel dirà, ma ben il sento; ah, m'odia, E tu, fellone, la cagion ne sei. PAOLO. L'amo, il confesso... Ma Francesca, oh cielo Di lei non sospettar. LANCIOTTO. Anco ingannarmi Vorresti? Il pensier tuo scerno. Tu temi Che un giorno in lei mi vendichi, in Francesca, Nella tua amante: e or più desio men prendi Che? d'immolarvi non ho dritto? io regno: Tradito sposo ed oltraggiato prence Son io. Di me narri che vuoi la fama: Di voi dirà: perfidi fur. PAOLO. La fama Dirà: Qual colpa avea, se giovinetto Paolo a Ravenna fu mandato, ed arse Pel più leggiadro de' terrestri spirti?-- E tu quai dritti hai su di lei? Veduto Mai non t'avea: sol per ragion di stato La bramasti in isposa. Umani affetti Non diè natura anco de' prenci ai figli? Perchè il suo cor non indagasti pria Di farla tua? LANCIOTTO. Che ardisci? aggiungi insulto A insulto ancor? No, più non reggo. (_Mette mano alla spada._) SCENA V. GUIDO, FRANCESCA E DETTI. FRANCESCA. (_Prima di uscire._) Padre! Stringer l'arme li veggio. GUIDO. (_Vuol prima trattener Francesca; quindi si frappone tra Paolo e Lanciotto._) Ferma.--Ah, pace, O esacerbati spiriti fraterni! PAOLO. Più della vita mi togliesti: poco Del mio sangue mi cal, versalo. FRANCESCA. Il mio Sangue versate: io sol v'offesi. GUIDO. Oh figlia! LANCIOTTO. Il sacro aspetto di tuo padre, o iniqua, Per tua ventura ti difende. Statti Fra le sue braccia: guai s'ei t'abbandona! Obblierò che regia fu tua culla: Peggio di schiava tratterotti. Infame È l'amor tuo: più d'una schiava è infame Una moglie infedel... Questa parola Forsennato mi rende. Io tanto amarti, Tanto adorarti, e tu spregiarmi?... Altero Ho il cor, nol sai? tremendamente altero: E oltraggi v'han, che perdonar non posso. Onor mel vieta... Onor? che dissi? noto Questo nome t'è forse? GUIDO. Arresta. LANCIOTTO. Io intendo, Io dell'onor l'onnipossente voce: Nè allorch'ei parla, più altra voce intendo, E vibro il ferro ovunque accenni. FRANCESCA. Ah padre! Ei non m'uccide, uccidimi tu, padre! LANCIOTTO. Vaneggio?... Voi raccapricciate?...--Oh Guido! Quando canute avrò le chiome anch'io, E vivrò nel passato, e freddamente Guarderò i vizi e le virtù mie antiche... Anche allor rimembrando un'adorata Sposa che mi tradia, tutta l'antica Disperata ira sentirò nel petto, Ed imprecando fuggirò col guardo Verso il sepolcro, onde mie angosce asconda. Ma non verrà quel dì. Verso il sepolcro Mi precipita l'empia oggi: del mio Vicin sepolcro già il pensier l'allegra: Di calpestarlo essa godrà... Seco altri, A calpestarlo verrà forse! FRANCESCA. Oh cielo! Dammi tu forza, ond'io risponda.--Io sorda Alle voci d'onor... Se Paolo amai, Vil non era il mio foco: Italo prence, Cavalier prode, altro ei per me non era. Popoli e regi lo lodavan. Tua Sposa io non era... Ah, che favello? Giusto È il tuo furor; dal petto mio non seppi Scancellar mai quel primo amor! E il volli Scancellar pur... Con quell'arcano io morta Sarei, se Paolo or non riedea, tel giuro. PAOLO. Misera donna! FRANCESCA. A lui solo perdona; Non al mio amante, al fratel tuo perdona. LANCIOTTO. Per Paolo preghi? Oh scellerata!...Uscirne Di queste mura ambi credete? Insieme Di riunirvi concertaste. Al padre Di rapirti fors'anco ei ti promise. PAOLO. Oh vil pensier! LANCIOTTO Io vil?--Partirà l'empia Sì; ma più te mai non vedrà.--Di guardie Si circondi costui. Passo ei non muova Fuor della reggia. PAOLO. Tanta ingiuria mai Non soffrirò nel tetto mio paterno. (_Vuol difendersi._) LANCIOTTO. Tuo signor sono. Quel ribelle brando Cedi. PAOLO. (_Oppresso dalle guardie._) Fratel... tu disarmarmi... Oh come Cangiato sei! FRANCESCA. Pietà!... Paolo! PAOLO. Francesca! LANCIOTTO. Donna... GUIDO. Vieni; sottrati al furor suo. FINE DELL'ATTO QUARTO. ATTO QUINTO. SCENA PRIMA. (La sala è illuminata da una lampada) FRANCESCA E GUIDO. FRANCESCA. Deh, lo placasti? GUIDO. (_Venendo dalle stanze di Lanciotto._) Egli mi vide, e sorse Spaventato dal letto.--Oh cielo! è giunta, Sclamò, quest'alba sciagurata. Io debbo Perder Francesca?... Ogni consiglio or cangio: Senza lei viver non poss'io.--Frattanto Lagrime amare gli piovean sul volto: E or te nomando infuriava, or pieno D'amor ti compiangea. Fra le mie braccia Lungamente lo tenni, e con lui piansi, Libero freno al suo dolor lasciando. L'acquetai poscia con soavi detti, E il convinsi che meglio è che tu parta Senza vederlo. Andiam. FRANCESCA. Padre, non fia: S'or nol riveggio, nol vedrò più mai. Rancore ei serba contro di me: secura Del suo perdono esser vogl'io. GUIDO. Ti calma. Perdonato egli t'ha; perdonar Paolo Pur mi promise. FRANCESCA. Oh gioja! Ma, deh, in questo Sacro momento, non nomar, ten prego, Colui che appieno obbliar deggio... e il bramo! Già meno forte egli nel cor mi parla: Già mi riparla la virtù perduta, E il pentimento e la memoria sola Dello sposo fedel che tu mi desti, E ch'io non seppi amar.--Parlargli chieggo Anco una volta. Deh, non adirarti! Questa grazia m'ottieni. I miei rimorsi Per la passata ingratitudin tutti Mostrar gli vo': prostrarmi a' piedi suoi: Di non sprezzarmi scongiurarlo. Vanne: Digli che, s'io non lo riveggio, ahi parmi Del perdono del ciel chiusa ogni speme. GUIDO. A forza il vuoi? Qui il condurrò. SCENA II. FRANCESCA. --Per sempre Dunque ti lascio, o Rimini diletta. Addio, città fatale! addio, voi mura Infelici, ma care! amata culla Di... quei prenci... Che dico!--Eterno Iddio, Per questa casa ultima prece io t'offro, Bench'io sia rea, non chiuder, no, l'orecchio. Nulla chieggo per me: per que' fratelli Prego: tua destra onnipossente posi Sul capo lor... Chi veggio? SCENA III. FRANCESCA E PAOLO. PAOLO. (_Prorompendo forsennato con una spada alla mano._) Oh sovrumana Gioja! Vederla ancor m'è dato.--Ah, ferma! Se tu fuggì, io t'inseguo. FRANCESCA. Audace! ahi lassa! E come in armi? PAOLO. Sgombre ho le mie guardie Coll'oro. FRANCESCA. Oh ciel! nuovi delitti... PAOLO. Io vengo I delitti a impedir. Paga non fora Contro me, credi, la gelosa rabbia Del fratel mio; te immolar pensa. Orrendo Spavento è quel ch'or qui mi tragge.--Al sonno Chiusi dianzi le ciglia, ed oh qual truce Visïone m'assalse! Immersa io vidi Te nel tuo sangue moribonda: a terra Mi gettai per soccorrerti... il mio nome Proferivi, e spiravi!--Ahi disperato Delirio! Invano mi svegliava, il fero Sogno mi sta dinanzi agli occhi. Mira: Sudor di morte da mie chiome gronda Al rammentarlo. FRANCESCA. Calmati... PAOLO. Furente M'alzai, corruppi i vili sgherri: un brando Strinsi... Ahi, temea di più non rivederti! Qui ti ritrovo: oh me felice!... Imponi: Come del cor, del Braccio mio reina Tu sei: morir per te desìo. FRANCESCA. Rientra, Oh insano, in te. Quell'uom che oltraggi, a noi Già perdonava. Fuggirai. Che speri? PAOLO. Se te col padre tuo salva non veggio Fuor di queste pareti, abbandonarti Non posso. Infausto, orribile presagio Pe' giorni tuoi m'affanna.--Ah, tu non m'ami! Tu rassegnata... FRANCESCA. Esserlo è d'uopo. PAOLO. Or dimmi: Quando, ove mai ci rivedrem? FRANCESCA. Se in terra Fine avrà... l'empio nostro amor... PAOLO. Non mai!... Dunque non mai ci rivedrem!--Francesca, Su questo cor poni la man. Talora Tu questa mano ti porrai sul core E de' palpiti miei ricorderatti: Feroci sono: pochi fien! FRANCESCA. Oh amore! PAOLO. Adorata t'avrei: non fora un giorno Passato mai ch'io non cercato avessi Di farti ognora più e più felice... M'avresti reso (oh incantatrice idea!) Padre di prole a te simile: avrei A' miei figli insegnato ad onorarti. Dopo Dio prima, e come io t'amo amarti! FRANCESCA. Il solo udir questi tuoi detti è colpa. PAOLO. Nè mia giammai!... FRANCESCA. Che parli? Eternamente Quant'io deggia al mio sposo e a' generosi Suoi sacrifici sentirò. Solenne Protesta or odi:--Se l'ingiusto fato Lui seppellisse pria di me, perpetue Conserverò le vedovili bende: Nè coll'amarti mai, fuorchè in silenzio, Offenderò la sua santa memoria. PAOLO. Mal m'intendesti: augurii empii non formo: Viva e m'uccida il fratel mio. Ma lungi Dall'ira sua tu pur, Francesca, ah, vivi: Vivi, e in silenzio amami, sì!... Ne' mesti Tuoi sogni spesso mi vedrai. Beata Ombra dì e notte al fianco tuo starommi Adorandoti ognor. FRANCESCA. Paolo... PAOLO. Tiranni Gli uomini e il cielo fur con noi. FRANCESCA. T'acqueta. Misera me! Non ci perdiamo... Ah, padre! (_Chiamando._) PAOLO. Più non ha dritti alla sua prole un padre Che a sue voglie tiranniche l'immola. Chi de' tuoi giovanili anni sepolto Ha il fior nel pianto? Chi questa tremenda Febbre in te mosse onde tutta ardi? All'orlo Chi della tomba li spingeva?... Il padre! FRANCESCA. Empio, che dici?...--Odo fragor. PAOLO. Null'uomo Potrà strapparti da mie braccia. SCENA IV. GUIDO, LANCIOTTO E DETTI. LANCIOTTO. Oh vista! Paolo?... Tradito da mie guardie sono... Oh rabbia! e ad esser testimon di tanta Infamia, o Guido, mi chiamasti? Ad arte Ella a me ti mandò. Fuggire o farsi. Ribelli a me volean: muojano entrambi. (_Snuda il ferro e combatte contro Paolo._) FRANCESCA. Oh rio sospetto! GUIDO. Scellerata figlia, A maledirti mi costringi. PAOLO. Tutti, O Francesca, t'abborrono: me solo Difensor hai. FRANCESCA. Placatevi, o fratelli: Fra i vostri ferri io mi porrò. La rea Son io... LANCIOTTO. Muori! (_La trafigge._) GUIDO. Me misero! LANCIOTTO. E tu, vile, Difenditi. PAOLO. (_Getta a terra la spada e si lascia ferire._) Trafiggimi. GUIDO. Che festi? LANCIOTTO. Oh ciel! qual sangue! PAOLO. Deh... Francesca... FRANCESCA. Ah, Padre!... Padre... da te fui maledetta... GUIDO. Figlia, Ti perdono! PAOLO. Francesca... ah!... mi perdona... Io la cagion son di tua morte. FRANCESCA. Eterno... Martir... sotterra... oimè... ci aspetta! PAOLO. Eterno Fia il nostro amore... Ella è spirata... io muojo... LANCIOTTO. Ella è spirata.--Oh Paolo!--Ahi, questo ferro Tu mi donasti! in me si torca. GUIDO. Ferma, Già è tuo quel sangue; e basta, onde tra poco Inorridisca al suo ritorno il sole. FINE DELL'ATTO QUINTO ED ULTIMO. ROSILDE CANTICA. Dove il trovatore componesse questa cantica non appare; soltanto vedesi ch'egli era fuori di patria ed infelice nelle agitazioni in cui si trovavano a que' tempi le repubbliche lombarde--presso le quali si ricava dai suoi poemi ch'egli peregrinò diverse volte--è probabile che ivi s'attraesse lo sdegno d'alcuna di esse o di Federigo. ROSILDE. Canzoni de' miei padri, antiche istorie Che a' felici d'infanzia anni imparai Nel mio alpestre idioma (inculta lingua Ma d'affetti guerrieri e di mestizia Gentilmente temprata e dolce al core!) Riedete nel mio spirto: e col soave Risovvenir delle pietose note Illudetemi sì che a' miei dolori E al carcere ov'espio vani ardimenti Togliermi io creda, e a me ritornin l'ore Di mie gioje infantili--o di Saluzzo Nell'amato che prima aere spirai-- O sui fragranti colli onde di fiori E limpid'acque Pinerolo è lieta-- O per gli Eridanini ameni poggi, Ove la sera il Torinese ascolta Della lontana villanella il metro Che avventure d'eroi dice e d'amore. Oh poetica terra! oh popolata D'alte cavalieresche rimembranze Or gaje or triste, commoventi sempre! Tu la prima onda porgi e le tue valli Il primo letto al giovin re de' fiumi, Ed ei ne' campi tuoi cresce educato Come in orto di fiori! E di quell'orto Mentre il voluttuoso aere m'inebbria Veggio intorno--ove ch'io l'occhio sollevi-- Con fiero atto seder sovra le alture Negre castella, e scemasi a tal vista, Ma no, non cessa e sol natura cangia La voluttà che mi ridea nel core E più seria diventa e non men dolce; E allora il pastoral flauto lasciando Toccar desio la trobadoric'arpa. Musa, o patria, a me sien le tue memorie: Rosilde io canto.-- Bella era ed amata E al suo sposo e signor tenera amante: E--come a fiore un fiorellin s'appoggia-- Nelle braccia materne un pargoletto Della madre al sorriso sorridea. Se torna dalla caccia il cavaliere Teodomiro, oh quanto gli par lunga La salita al castel! non perchè il domi Grave stanchezza, ma perchè alla sposa Adorata il pensier vola ed al figlio: Erge ei gli occhi alla torre--e v'apparìa Lui desiando la venusta dama Col leggiadro bambin, quasi dal cielo Scesa fosse d'Iddio la Vergin Madre A consolar d'un suo sguardo i mortali. Ma improvviso precipita il dolore Sui dì felici! Era un mattino, e in riva Stava al Lemna natio Teodomiro Inseguendo il cinghial. Vibra la freccia, E tra questa e la belva, ahi, dal cavallo Spinto è il giovin Denigi, e cade esangue! Denigi il fratel d'arme, il fido amico Dell'uccisore! (Vive ancor negli inni Di tue vaghe fanciulle, o Pinerolo, La beltà di Denigi e il suo coraggio.) Oh rammarco! rammarco! e dacchè tinto Del sangue dell'amico è il cavaliero, Sfuma ogni gioja sua. Sovra il castello, Così beato in pria, siede e vi spande I negri vanni suoi l'angiol del male; E dello spirto scellerato il riso Fama è che molti udir di notte tempo, Quando consunto da languor si spense Di Rosilde il figliuolo, e del materno Pianto ulular le desolate sale. Nè qui del mal le orribili minacce Termine han pure. Ahi! di Rosilde istessa Le giovanili guance scolorarsi Vede lo sposo, e andarsi a poco a poco Estinguendo in que' grandi occhi il bel raggio Onde dianzi splendean con tanta vita: E in segreto ei sospira, e mentre asconde Con ridenti parole il suo timore, Gli s'arriccian le chiome immaginando Un'altra tomba--e in questa tomba chiusi, Chiusi quegli adorati occhi per sempre! Presso a morte ella venne. E allor proruppe Nel già incredulo cor del cavaliero Religïon con tutta sua possanza: E sceso a Pinerolo, al maggior tempio Ricchi doni profonde, e con solenni Riti espiar l'involontario cerca Omicidio commesso, e (se mai peni) Suffragar di Denigi il caro spirto, Onde placato il ciel renda a Rosilde Vita e gioja e di madre il dolce nome. Ahi! nel sonno gli appar l'amico spettro, E non irato è il volto suo, ma mesto Come d'un che pietoso asconder brami Le proprie, e più d'altrui senta le pene, Nè gli si doni il sollevarle; e porti Una coppa amarissima, e non sia Quella coppa un rimedio, e ber si debba! --Deh, spiegati! dicea Teodomiro, Spiegati!--Ed il fantasma una lontana Strada additava, e in fondo a quella strada Con eccelse basiliche sorgea Una grande città: dir sembra--«Vanne, Là Dio ti chiama!» e mentre ivi lo affretta Con una man si copre il volto e piange. Atterrito si desta il cavaliere: L'oscuro sogno medita; ispirato Alfin si crede. «Ah! non v'ha dubbio, è Roma Quella grande città: col pio vïaggio Te, Denigi, da tue fiamme, e da morte La cara donna liberar degg'io»-- Dice, e ad un tempo a ciò s'astringe in voto. Esultate, o colline! ad abbellirvi Torna col redivivo occhio Rosilde. Di festive ghirlande olezzan tutte Del castello le sale: echeggian l'arpe; Stagion tornò di danze e di conviti: L'angiol della sventura è dileguato. Ma fido al voto suo prende il bordone Teodomiro e seco uno scudiero, Nè che la sposa il segua egli consente; Perocchè a lei vicino ardua non fora Più penitenza alcuna, e potrìa il cielo Gravemente punirnelo.--«Addio, sempre Più sempre amata! i giorni tuoi mi serba E l'amor tuo! qui fra due lune io riedo.» Piangea Rosilde, e dalle care braccia Strapparsi non potea: nè di Rosilde Tutte eran quelle lagrime che il volto Inondavano al sire.--Oh dolorose Partenze, sì, ma di dolcezza miste, Quando due cuori che batteano insieme Breve tempo si staccano, ma l'ora, La lieta ora si dicon del ritorno! Ahimè che di partenze altre son conscio Più dolorose! allorchè a forza svelti Da geloso tiranno eran due cori, Nè dirsi addio potean, nè lor rimase Speme che di ritorno ora risplenda! Compie una luna dacchè orando e cinta D'umil cilicio, infra i digiuni e il pianto, Quasi pia vedovella, entro il solingo Castel vivea la innamorata donna, Di niun pensier curando altro che un solo, Quando dal suo veron gli occhi volgendo Giù sul pendio, salir vede un canuto Che pare (ed è) il fedele Ugger, che il sire Accompagnato ha in romeaggio.--«Ahi lassa! Solo ritorna? Oh palpiti! oh funesti Presentimenti!»--E indietro si ritrae: Si riaffaccia indi al veron: prestigio Creder vorria ciò ch'ella vede; e il santo Segno si fa della salute, e sclama, «No, mio Gesù, no, non sia ver! non sia!» Ma giunto è il vecchio, e a' pie della signora Singhiozzando si getta. «O mio buon servo! Tu mi rechi la morte, io già t'intendo: Narra ov'ei cadde; ah, ch'io sovra la terra Che lo ricopre, almen mi tragga e spiri!» «O Donna, il fido Uggero a te dinanzi Non tornerìa, se del suo sir la tomba Veduto avesse.» «Che dicesti? Ei vive? Ah! sciagurata più non sono.» «Ascolta, Signora mia: non lusingarti, grave, È grave assai questa sciagura: è incerto Del mio sire il destino. Appena giunti A quel varco eravam dove la terra Al Piacentin del Po bagnano l'onde, Allorchè un passegger, forte spronando Il cavallo ver noi: fuggite, grida, Fuggite, e pelegrini! un'orrenda oste Invaso ha la contrada: il fero Otlusco Co' suoi prodi vaganti Ungari il fianco Occupò di Piacenza, e impossessato S'è d'un vicin castello, e in quel castello Quanti più può, chiude prigioni, e immensi Indi al riscatto vuol tesori o il sangue Versa degli infelici.--Il cavaliere Che così ne parlava era un prigione Al cui riscatto i teneri parenti Tutto venduto avean, servi e poderi E rocche avite. E il giovin cavaliere S'era con altri prodi a fratellanza Religïosa consacrato, e il voto Di que' frati guerrieri è i pellegrini Difendere e gli oppressi e la innocenza; Ma nè il coraggio lor, nè tutti i brandi Dell'afflitta città respinger ponno Il fero Otlusco: sue terribili armi Son gli stessi prigioni onde la strage Minaccia se assalirlo osin le genti.-- Mercè rendiamo al generoso, e in fretta Ricalchiamo la via. Ma quando soli Teodomiro ed io per una selva Ci scostiam dal periglio, «aita! aita!» Sentiam gridar da lunge: onor ci vieta Negare aita a chi la implora: il ferro Snuda Teodomiro: il seguo: a zuffa Con gli Ungari veniamo. Avean rapita Al suo sposo una dama. Ahi, che potero Contro a sì forte stuol soli due brandi? Mira sul petto mio le non ben salde Ancor ferite, onde i nemici a terra Mi lasciar, mentre vinto e prigioniero Strascinavano il sire. Allorchè appena Riavermi e sorreggermi sull'egro Fianco potei, mossi ad Otlusco e chiesi Del mio signor divider la sciagura: Ma il barbaro esultò, mi risospinse, E appeso ad una croce un uman tronco Mostrandomi:--«Al tuo sir, disse, egual sorte Fra pochi dì sovrasta, ove quant'oro Val sì nobile vita io non riceva.» «E ch'è mai l'or? grida Rosilde: ah, tutto Si sagrifichi tosto: assai di gemme Erede io fui...» «Deh, ciò bastasse, o donna! Ma tal chiede riscatto il masnadiero, Cui ben pavento non s'adegui alcuna Di tue ricchezze. E il tempo incalza: i giorni Numerati ha il crudel.» --Quando la donna L'enorme udì richiesta somma, il lume D'ogni speranza a' guardi suoi s'estinse: E come il Giusto[1] in Idumea, percosso Dall'eccesso de' mali, osò il suo grido Elevar verso Dio, ragion chiedendo Del non mertato aspro flagel--Rosilde Così, nel colmo del suo affanno, obblia Che col suo Creator, dritto la polve Di contender non ha: ma il Creatore Come allor per quel Giusto, or si commove Per la infelice delirante, e a detti Che nell'angoscia le sfuggian, perdona. E che sai tu, cieco mortal, se Iddio Non conduce le sorti e non ti scaglia Incontro alla sciagura, onde il tuo spirto In più che umane lotte trionfando Vieppiù a Lui s'assomigli? Al Sempiterno Mancheran forse i modi e le delizie Onde il lor guiderdone abbiano i forti? Va', pia Rosilde, al tuo destin: che sono Mai di Teodomiro e di te stessa La pace e i giorni, ove allo scampo Iddio D'una intera città voglia immolarli? Scuotesi: amor le ridà forza, e nulla D'intentato consente.--E drappi d'oro E splendidi monili e vasi e perle Tutto che mobil sia d'alto valore Sui giumenti si carca. In fretta e campi Vendere e torri non poteansi: in pegno Alla Badia li affida, e ne ritrae Non picciolo tesoro. «O mia signora, Deh! non avventurarti,» invan ripete Il prudente scudiero; «a me abbandona Questo messaggio.» «A tutto, il barbaro Unno Resister può, non d'una moglie al pianto,» Sclama la dolorosa. «Eppur, deh! pensa Che non è fede ne' malvagi. E s'egli I tesori rapisse, e te prigione, Donna, tenesse?» «Ah! del mio sposo al fianco Andar carca di ferri, anzi che lunge Aver tesori e libertà, ben chieggio.» Dice, e comanda, e vuole. E sulla via Col fido Ugger, co' pochi servi, assisa Eccola sulla mula.--Ahi! così un tempo Da' Francesi inseguito io colla madre Pargoletto fuggìa: si soffermava Il viandante attonito e chiedea Da qual parte calato era il nemico. Oh cavalieri improvidi, ch'a imbelli Arti educate le fanciulle! Or d'uopo Qui sarìa di valore! In mezzo all'armi E all'arroganza od all'insidie forse Troverassi Rosilde, e le vien meno Segretamente al sol pensarvi il core. Dal palagio paterno uscita mai Pria non era del giorno in che da Susa Mosse al castel dello sposato amante: E qualche volta appena ivi la faccia D'alcun ospite vide, e tutto serba Il pudor dell'infanzia e la paura. E quel debole petto or notte e giorno Per le selve cavalca! e ad ogni fischio Trema di fronda, e gli urli della lupa Ode, e vede la sera da lontano I fochi, ove, chi sa? forse cenando Novi omicidii medita un ladrone!-- «Per me non tremerei: ma se rapiti Mi fossero que' carchi, onde salvezza A te verria, Teodomiro, allora?»-- Ed ei, Teodomir--dall'alte mura Ove geme prigion, stassi alle doppie Sbarre aggrappato della sua fenestra: Ad ore ad ore immobilmente figge Sovra l'ampio orizzon l'occhio bramoso: Bramoso? e che mai spera?--Ah! nulla spera! Estinto credo il fido Ugger: Rosilde Saper di lui non può.--«Questo vil cibo, Che invan mi si largisce, alfin dispendio Parrà soverchio, e m'alzeran la croce; Venga, venga quel dì!»--Tal è il febbrile Suo frequente desio. Fero contrasto, Bramar come riposo unico morte, E inorridir pensando al disperato Lamento di chi t'ama, allorchè il grido Udrà del tuo martirio! e nuovamente, Quasi l'orribil vita che tu vivi Bramar di proseguire, onde non giunga Alle tue sale mai quel desolante Indubitabil grido _Ei più non vive!_-- Da quelle sbarre guarda, e nulla spera Teodomir: ma i dì passan talvolta, Ed umana figura egli non vede, Perocchè a tergo della torre il campo Giace degli Unni, e a questa parte è un vasto Tratto deserto di palude e arena Che ad un bosco confina, e solo a manca Veggonsi dietro agli olmi i campanili Della città, e se il vento agita i rami Si scoprono gli spaldi... Agita, o vento, Agita quelle fronde! e il prigioniero Veggia talor sovra gli spaldi il passo Di vivente persona! È un indistinto Tormentoso bisogno al solitario Il veder l'uomo--Almen da lunge! un santo Misterioso amor lega i mortali, Se distanza li scevra: ah! come a noja Puon da presso venirsi e farsi guerra? Anco i nemici quasi ama, se ascolta Lor selvaggia canzon Teodomiro, Che pur l'Ungaro canto è umana voce. E se nel bosco alcuna volta udìa La percossa lontana della scure, Pur frenava il respiro, e da que' colpi Alcun piacer traea, perocchè all'occhio Della mente pingeasi il buon villano Che coll'ardua fatica alla diletta Moglie porgeva e a' dolci figli il pane. Ahimè, ben d'uopo è ch'uom giaccia all'estremo D'ogni miseria onde gli sien ricchezza Così povere gioje!--E se nel bosco Tace la scure--e taccion gli Unni--e tace Negli olmi il vento--e dalle torri il caro A' meditanti suon della campana-- Chi allor molce, o prigion, tue tetre noje? Oh allor--quel ciglio ch'uom giammai non vide Nel lutto inumidirsi, in mesta guisa Abbassandosi a terra, a larghe stille Versa il dolore! «Oh mia Rosilde! io sono L'autor di tua sciagura! Io da celeste Credea ispirazione essere al pio Viaggio mosso, e m'illudea il consiglio Dello spirto a cui gioco è l'uman pianto!» «A cavallo! a cavallo! ecco una preda!» Così sclama, e già sprona, e già seguito Da cento lance è Otlusco. Oh, qual fu l'alma Della timida donna al furibondo Proromper d'una squadra! oh spaventose Urla che assordan l'aere, e men saccheggio Sembran nunciar che rapido macello! Discende dalla mula. Il cor le manca, Ma invoca il suo buon angiolo e confida Nel suo soccorso, e pallida e smarrita-- Pur risoluta--avanzasi all'incontro De' masnadieri, e con la mano accenna Che raffrenino il corso ed ascoltarla Vogliano per pietà.--V'è nell'aspetto Dell'inerme e del debole un arcano Che ispira reverenza anco ai feroci: E se il debole opprimono, è un comando Che natura non fece, è un altro moto Che senza sforzo non si compie, e il compie Pensata voglia di trionfo o lucro. Commovente spettacolo! Un istante, E dalle scalpitanti ugne pestata Esser potea la misera--un istante, E l'avventata squadra immobil sta: Così Otlusco imperò. Smonta, s'appressa All'atterrita dama: e sopra il viso Dell'assassin colla insultante gioja Della propria potenza e colle dure Tracce di crudeltà, v'è come un fosco Lume che quelle tracce e quella gioja Addolcisce un momento, e sembra quasi Raggio di cortesìa. L'opra era forse Di tua beltà, o Rosilde? o forse innanzi Ch'atti inumani il trasformasser, grande Fu dell'eroe lo spirito, e quel raggio Di cortesìa reliquia è di quel tempo? Ma in alme dal delitto degradato A' moti generosi un pentimento Di sentirli succede, e--unica a loro Nota virtù--della virtù il dispregio. «Signor, la sposa io son d'un prigioniero Di cui t'offro il riscatto. Ove regina Nata foss'io, per quel riscatto un regno Dato t'avrei: ma ciò ch'io m'ebbi or pongo Tutto a' tuoi piedi, e supplice scongiuro Che il mio Teodomir tu mi ridoni.» «Donna, ravviso il tuo scudier. Recato T'avrà il pregio in che tengo il signor tuo: Nè mai per men del valor suo di tanto Peregrino giojel fia che mi spogli.» «Deh! non macchiar tue forti gesta, o sire, Schernendo gl'infelici: ecco non vile Tesoro, e tu il gradisci: e fa' che priva Di quanto io possedea, tranne il consorte, Di mia miseria non curante, io possa Ogni dì benedirti.» «Olà mi segua Quel convoglio al castel.» Trema e rimonta Rosilde la sua mula, e a fianco a Otlusco Dinanzi agli altri avviasi, e da lontano Guarda con desiderio e con affanno Quelle mura ove chiuso è il suo diletto. Ma l'avaro ladron vede l'amore E la bellezza della dama, e volge Nell'astuto pensier nova perfidia. Arrivano al castel: spiegansi i doni, E Otlusco a sè venir fa il prigioniero. Oh emozion de' due teneri sposi Nel rivedersi! Udì Teodomiro Ciò che a salvarlo fea Rosilde, e gioja, Stupore e gratitudine è in lui tanta Che parole non trova.--Il sospettoso Unno quel muto giubilar mirando, «No» sclama «non è ver, queste non sono Vostre sole dovizie; in voi non fora Sì poco duol nel perderle: al riscatto Ben puon di te, o guerriero, esser bastanti, Ma pari a questi quattro volte un dono Vo' per la donna che prigion ritengo.» Piansero, supplicàr. Barbaramente Sono divisi, e dal castello a forza Dagli Ungari cacciato è il cavaliero. Che diverrà la misera? E ove mai Teodomir ritroverà tant'oro Qual dal perfido vuolsi? Il pio scudiere Gli rammenta i congiunti. «Ah, i miei congiunti Possenti son, ma antiche guerre e invidia A me feali inimici, e non che ajuto, Scherno n'attendo nella rea fortuna! Vendere il mio retaggio? E lenta è l'opra; Nè molto indi trarrei, poichè sì pingue Già ne diè somma chi toglieali in pegno.» Mentre varii nel cor volge pensieri, E un furibondo più dell'altro, e tutti Fausti a vendetta sì, inefficaci A liberar la cara sposa--e mentre Tenta indarno in agguato al masnadiero Toglier la vita--e mentre indarno ai prodi Frati guerrieri e all'armi piacentine Recasi e prega e stimola e, a gran rischio Di cagionar d'ogni prigion la strage, Pur li spinge a battaglia, e dieci volte (Con finti attacchi) in lontananza spera Trarre l'oste malvagia e della rocca Rapidamente impadronirsi, e sempre La vigile degli Unni arte il delude-- A investir la città pensa in segreto Con audacia incredibile il ladrone. Oh scellerata notte! Un tradimento Forse ad Otlusco aprì le porte: il ferro E il foco cinque giorni orribilmente Scorre per ogni via, per ogni chiesa, Per ogni ostello, e disperato sembra Del popol vinto il più risorger mai. Nè per l'amor sol della preda esulta Di sue vittorie il barbaro: egli esulta Perocchè quanto più temuto e forte, Tanto più grande apparir crede al guardo Dell'altera Rosilde. Il ferreo core, Non si sa come, al pianto di Rosilde S'era commosso, e in guisa ch'ei sul punto Fu alcune volte d'asciugar quel ciglio, Libera rimandandola al marito: E se eseguia il magnanimo pensiero Non avrebbe sol lei, ma seco tutti I suoi tesori rimandati. Un giorno Alla stanza ei movea della dolente Col nobile proposto, ahi! ma rivide Quelle angeliche forme, intese il suono Di quella voce, e gli morì sul labbro La pensata parola, e generoso Esser più non potè. Parlò d'amore, E, ciò che mai sofferto ei non avea, I dispregi sofferse, e quei dispregi Eran pugnali all'alma del superbo, Eppur chi li avventava era a lui caro. Nè degli altri prigion pari alla sorte Di Rosilde è la sorte. A lei l'uscita Sol tolta è del castel, ma le si dona E visitar gli altri infelici e alquanto Alleviar lor pene e dalla croce Redimer chi dannato era e taluni Render senza riscatto a lor famiglie. Con benefico intento e varia speme Va serbando la vita, e all'esecrato Ladron si finge meno irata, e volta Tutta è a cercarsi occasïon di fuga. Ma maggior di lor possa è il breve sforzo Di gentilezza e di pudor nei vili; Parer grandi vorriano e oprar da grandi Incominciato appena avean--nel basso Sentiero ecco ricalcali natura, O abitudin d'infamia, o delirante De' sensi ebbrezza, o il giubilo del male. Prudenza e preghi e dignità e disdegno Più a Rosilde non val. Fra le volgari Delle coppe esultanze, il masnadiero Motti d'amor--ma temerarii--vibra, Ed orgogliosi (ah, il tuo bel nome, Amore, Non merta il foco de' profani!) «O stolta, A che ostinarti contra il fato? E credi Che, dacchè l'ha perduta, in vedovanza Perenne stiasi il tuo primier compagno? Ah, ch'ei ben già di tua mancanza in braccio D'amante altra consolasi! A cercarti Forse riedea? Ti vendica: le nozze D'Otlusco accetta. Splendida ben altra Che non Teodomir t'offro ventura: Invitte squadre io guido, un regno innalzo Cui le più ardite signorie curvarsi Dovran d'Italia: te possanza e pompa E adoramenti faran lieta, e madre Sarai di regi.» (E in così dir con guardo inverecondo alla pudica un braccio Osa afferrar.) «Deh, signor mio! Te irrito Se il passato rammento e i dì felici Che da te lunge io trassi: a sgombrar l'ire Dal ciglio tuo, quindi in silenzio io pongo Il prisco ond'arsi immenso amor: ti basti Questo silenzio. E se ostinata speme Nutrir pur vuoi ch'amor novel me accenda, Fa' che d'atti tirannici e scortesi Io mai capace non ti scorga, e al tempo Lascia il mutarsi del cor mio.» Tra umile E maestosa così parla: e tenta Allontanar pur quel terribil punto Cui già da lungo con preghiere e pianto S'è apparecchiata.--Mesi e mesi invano Sperò in Teodomir: più non ritorna. Nelle pugne sperò, ma invan: la palma Sempre è dell'Unno. Invan sperò d'aprirsi Qualche strada alla fuga: omai non resta Scampo ad infamia, altro che un sol--la morte. A timid'alma arduo dover, la morte.-- Ma non feroci tutte fur le donne Di cui l'alto morir narran le istorie. A talune, o pittor, forse tra quelle E maschi tratti e gigantesca possa E spirito guerrier dar non dovevi: E mite cor portavano, e formate Eran solo ad amore, e d'una spada Inorridiano al lampo, eppure (oh grande, Oh ben più grande era virtù!) a dispetto Della dolce indol femminile, il seno, Anzi ch'a onore o amor farlo spergiuro, Colla tremante man si laceravano!-- Ahi giunta è l'ora per Rosilde! Un varco Era all'audacia del fellon, quel varco Or più non è. Nè avvidesi ei che l'armi Appese alla parete ella adocchiasse: La parete adocchiava e già scagliata Col volo d'un baleno erasi a un ferro La generosa... allor che risonanti Di spaventose grida ode le sale. Due i momenti non furo: assaliti ode Rosilde gli Unni, e un rapido pensiero Non mai previsto or le risplende, e il ferro Che in sè volger dovea, vibra al tiranno. Cade--e su lei rovesciasi--e quel ferro Dal seno Otlusco a sè strappando il pianta Ed il ripianta dieci volte e in viso E nel fianco alla misera, e fra gli urli E i colpi e il duolo e le bestemmie ei spira. Tal nel castel la spaventevol scena Presentavasi agli Ungari, allorquando Prorompea l'oste. Impugnano le lance, A far fronte s'accingon, ma l'orrenda Morte del condottiero e la sorpresa Sì gli atterrìa che immemori son fatti Dell'antica lor possa e a vergognosa Fuga si dan per la campagna.--I prodi Esuli Piacentini al forte, fatto Duce Teodomiro, eransi spinti Perir giurando o vincere: e mai fermo Da moltitudin ciò non fu che tutti, Per quanto lunghi sien feri gli inciampi, Visti a crollar sotto ai suoi piè non li abbia. Ma come or sì poco ardua è la vittoria? Donde il terror de' barbari? Nè Otlusco Fu veduto pugnar. Parla un morente Ungaro e accenna del suo sir la sorte: «Femminea man lo trucidò!» Ai vincenti Raddoppiasi la gioja.--Ov'è la santa, La salvatrice della patria?--Schiuse Son le carceri: mischiasi col grido De' redentori il grido di cinquanta Liberati prigioni. «E tu, Rosilde, Che non accorri? Dove sei? Rosilde! Diletta sposa!» Ardea fosca una lampa Nella gran sala. Spaventato n'esce Il vecchio Ugger: nel suo signor s'incontra; Ritrarnel vuol. Ma già Teodomiro, Tra rovesciate mense e armi, scoverto Ha l'immane cadavere d'Otlusco: Con gioja gli s'appressa--oh vista! un altro Cadavere ei copria! Rosilde-- E intanto Che il più infelice de' mortali esclama Miserandi lamenti (oh mescolanza Che drizzar fa le chiome!) urla di gaudio Metteano, ignari i suoi compagni ancora, E con festa il chiamavano: «A te dessi Questa lieta vittoria! A' fuggitivi Riposo non si dia! Guidane, o prode! La città si riacquisti!»-- A poco a poco Cessa il giulivo dissonante strepito: Il luttuoso caso odono: muti Reverenti s'affollano alla sala: Tutti lor gioja oblian: l'egregia donna Mirano--e oh che pietà! quel cavaliere Dianzi sì dignitoso, or nella polve E nel sangue si rotola ululando, Nè più gli cal che forse altri il dispregi. «Ite, o felici: agevol cosa è omai Il ripigliar la città vostra. Otlusco Da costei fu atterrato... oh, ma vedete La generosa!» E il sen tutto squarciato Di Rosilde accennava e quelle care, Or deformi sembianze: ed oltraggiando Il fido Ugger che il contenea, una spada Afferrava, ma indarno, onde svenarsi. Riacquistò le sue mura il fortunato Popolo piacentino. Ebber perenne Del vedovo stranier cura i pietosi Ospiti, ed a Rosilde a eterna gloria In mezzo al foro alzaro un monumento; E allorquando, tra pochi anni recisa Fu dal dolor la vita di quel prode, Chiuse le sue infelici ossa nell'arca Venner dov'eran di Rosilde l'ossa. Ahi! quell'arca vedeasi a' tempi ancora Della mia fanciullezza, e il padre mio La visitò: ma quando pellegrino Adulto mossi tra i Lombardi, e volli A mia debol virtù porger conforto Quelle sacre onorando ossa d'eroi, Più non rinvenni che un'infranta pietra, E su quella sedea, laide canzoni Vil giullare cantando, e gli fea cerchio Con ghigni infami la plaudente plebe! [Nota 1: Giobbe.] NOTE. Tu la prima onda porgi.... Il Po scaturisce dal Monviso nel marchesato di Saluzzo. In questa apostrofe sembra comprendersi tutto ciò che or forma il Piemonte, o gran parte. Stava a Lemna natio.... Lemina, o Lemna, è un torrente presso Pinerolo. S'era con altri prodi a fratellanza Religïosa.... Nel medio evo il bisogno di difendersi contro gli abusi d'ogni specie fece sorgere molte confraternite benemerite della società. Gli aggregati rimanevano laici, e il loro ufficio non era che l'adempimento di qualche penoso dovere: proteggere i viaggiatori, assistere i feriti, gl'infermi, ec. Così i vincoli della grande fratellanza umana stati spezzati dalla barbarie si andavano con vincoli parziali riannodando. Ma il fervore si cangiò ne' secoli seguenti in manìa: da tutte parti s'elevarono confraternite che invece di beneficare l'umanità l'infettavano di superstizioni; tali furono i _beguini, i fratelli e sorelle dello Spirito Santo, i flagellanti, ecc._ .... Il fero Otlusco Co' suoi prodi vaganti Ungari.... Molte orde di Ungari scesero in Italia nel principio del secolo X; ciò fa congetturare che la storia di Rosilde appartenga a quel tempo. Esse furono prima respinte dall'imperatore Berengario, ma poi egli stesso le chiamò per far fronte a Rodolfo, re della Borgogna transjurana, e se ne pentì. Invece di obbedirgli, si sbandarono per tutta la Lombardia, devastando campagne e città; da queste orde allora Pavia fu saccheggiata e incendiata. .... Ma i dì passan talvolta Ed umana figura egli non vede.... Vedi l'Ecclesiaste che forse commisera particolarmente la prostrazione dello spirito: _Væ soli! quia cum ceciderit non habet sublevantem se!_ A talune, o pittor. Questo cenno d'un pittore potrebbe sorprendere chi si ricorda d'aver letto che il Cimabue fu il primo, dopo la barbarie de' mezzi tempi, a ristabilire la pittura in Italia. Ma vedasi il Tiraboschi il quale prova con molti esempii che anche ne' secoli anteriori l'Italia non mancò mai di pittori: essi erano in gran parte Greci, ma molti pure nazionali.--Siccome il poeta non nomina il suo pittore, forse si trattava di uno o più quadri allora famosi, alla cognizione de' quali bastasse l'indicarli; o forse null'altro volle il trovatore che esprimere quel suo sentimento, non doversi dall'artista mai togliere alla donna--nè anche quando è tratta da dolore o virtù a qualche grande atto di coraggio--il bello ideale della donna che è la dolcezza. Pare che per quanto il comportava il soggetto ei non si sia dipartito da questo sentimento anche nel dipingere una amazone, una selvaggia, la _Tancreda_: in più d'un passo di quel poema cerca d'attenuare ciò che ha di forte il carattere della guerriera. Chi conosce il teatro sarà dell'opinione del trovatore: avrà veduto che un'attrice per quanto sia valente, s'ella crede di dover dare alle eroine i tratti degli eroi, essa può far raccapricciare, ma non mai commuovere; se invece l'attrice non è che eroina, cioè _donna_ nel suo più nobile significato, allora le sue lagrime ne strappano molte. A eterna gloria In mezzo al foro. Ciò non regge colla chiusa. Ma il trovatore parlava dell'intenzione di chi eresse il monumento. Non è egli così di lutto ciò che si fa per la ricordanza de' posteri? Si suppone sempre l'infinità dei secoli: e un furore popolare, un terremoto, cento cause possono distruggere oggi ciò che jeri si credeva eterno. Più non rinvenni che un'infranta pietra.... Piacenza fu, tra le altre città lombarde, spesse volte desolata dalle accanite guerre tra nobili e popolo, e il partito vincente distruggeva non di rado ciò che era stato onorato dal vinto. Vil giullare cantando.... I trovatori di genere elevato chiamavano _giullari_ i poeti vili e buffoni: e questi non erano già gli adulatori soltanto del volgo. Trattandosi qui d'una storia molto anteriore alla poesia a noi nota de' trovatori, parrebbe che la voce _giullare_, fosse un anacronismo. Ma è certo che in tutti i tempi vi furono poeti, e particolarmente poeti vili e buffoni: nè a qualunque età questi appartengano, sconviene loro la voce _giullare_, che significa _giocoliere_, _ciarlatano_. E gli fea cerchio Con ghigni infami la plaudente plebe! Questa pittura d'anime abbiette profananti un monumento eroico induce a credere, che ciò fosse in un tempo d'anarchia. ADELLO CANTICA. Questa cantica è divisa in tre parti. La prima si riferisce ai tempi di Berengario I, negli ultimi anni del suo regno, e ai tempi del breve regno di Rudolfo in Italia: la seconda verte sulla prima impresa d'Adello, regnante in Italia Ugo di Provenza succeduto a Rudolfo: la terza scorre sovra alcuni tratti della vita di Adello, che possono riferirsi ai tempi di Ugo, e d'alcuni fra i successori di questo, cioè Lotario suo figlio, Berengario II marchese d'Ivrea, Ottone I, ecc.; giacchè è detto che Adello morì vecchio. ADELLO. I. Quando oltre l'Alpi il giovinetto Adello Dal povero movea tetto paterno, Pria di varcarle, un guardo all'orizzonte Natìo rivolse e pianse: e rammentando De' genitori la virtù e l'affetto Ripetè il pronunciato innanzi a loro Fervido giuramento.-- «Ah, no, al tuo nome, Patria degli avi miei, nè al vostro, o santi Parenti alcun disdor l'opre d'Adello Non recheranno mai! Verrà in Italia Il cortese straniero, e dirà--Pace, O terra, di gentili alme nutrice! Poi la via proseguì.--Scudiero al vecchio Suo consanguineo ei già che, di possanza Ricco e di fama, appo Lïon, sui colli Della Sonna fioriti e sulla Rocca Incisa dominava. Al giovinetto Accoglienza amorevole il canuto Giorgio far si degnò. Molto gli parla De' cari genitori, e si compiace, Perocchè del garzon commossa uscìa Dal cor la voce, e gli soggiunge--«Il cielo Non prosperò del padre tuo i destini, Ma un ospite leal diegli, un amico Che a lui la destra, e a chi da lui ne venga A stender pronto è ognor.» Quell'onorata Destra baciava Adello, e umile e fida Servitù prometteva al suo signore. Degli antichi scudieri e famigliari Già l'ossequio acquistossi il verecondo Italo garzoncello: e i cavalieri Col sir congratulavansi e le dame Per l'onestà del nuovo alunno: e lieto Questi fra sè dicea: «Giungervi possa Autori de' miei dì, quanto il lontano Vostro figliuol dagli stranieri è amato!» Ma di Giorgio crescea la bionda figlia E di beltà un miracolo e d'amore E di grazia era, e di virtù, Eloisa: Ambìan la mano sua molti di Francia Illustri cavalieri, e al prode Arnaldo Il padre la destina. Era negli occhi Della fanciulla e sulle labbra un pronto Di cortesìa e candor nobil sorriso, Ch'ove volgeasi consolava: e quando Ella uscìa del castel, gl'infimi servi E il passeggiar mendico avidamente A mirarla si feano, e ognun tornava Più sereno al suo ufficio e a' suoi dolori. Ma quel tenue sorriso era qual pio Raggio di luna che ricrea il ramingo, Eppur misterioso un sentimento Move che non è gioja--e più soave-- Della gioja fors'è, ma dolce ispira Di meditar vaghezza e di silenzio: Tal la sera in un tempio è melodia Di giocondo ma augusto organo--ascolta Delizïando l'anima pensosa. Quella tinta lievissima, quell'aura Che alla beltà del timido sembiante Beltà diresti aggiunga, e par sia nube-- Non nube di dolor, ma di gentile Malinconia, e pietosa indole un cenno-- Quell'è l'incanto irresistibil donde Sì affettuosi a lei volgonsi i guardi. Nel tetto suo, dalle verginee stanze Fuori di rado appar: ma dagli aerei Passi se il fievol suon per le echeggianti Sale s'annunzia--o al genitor si rechi, O a visitar famiglio infermo--e Adello Sulla sua via si trovi, oppur da lungi Trasvolar l'abbia vista, ei di sè ignaro Palpita, e quasi un angiolo trascorso Ivi fosse e beato abbia quell'aere, Ei le sale ricalca ove Eloisa Passò e santificar sentesi il core. Ai conviti paterni, infra le antiche Sue dame e il padre assisa--o accanto ad essi Passeggiando tra i fiori--o nella barca Che a' giorni estivi a tarda ora per l'onde Va qua e là gli zefiri cercando, Della donzella i saggi detti ammira Il giovine scudier: ma pochi sempre S'udian, nè quel silenzio era quel velo O infecondo o superbo; era quel velo Onde beltà pudica asconder crede I suoi tesori, e più pregiati e certi L'altrui commossa fantasia li adora. No, all'intelletto uman, o esterno mondo, Non sei bastante; esprimer tutto, indarno Agogneresti, i sensi percotendo Co' tuoi colori e suoni: egli in su porta Più grande un mondo--l'ineffabil regno Di quel principio che in noi pensa e scerne L'alta armonia delle create cose. In quel regno mental l'uomo adorando Contempla il bello, e più e più il vagheggia Qui, perchè in tutto il suo fulgor qui splende! Perciò di caste immagini è silenzio Quell'arcana vaghezza, onde men cara È talor la parola.--Oh, che mai sono Le scritte bende, onde il pennel presunse Della madre di Dio dirti l'amore? Non le ingegnose bende, il sacro volto Dica al Figliuolo «Io t'amo:» ivi un indizio L'immaginante spettatore, e tutta Troverà in sè di quell'amor la istoria. Ma quella possa, ohimè! ch'hanno le menti Di penetrarsi una nell'altra, ad onta Che di mister si cingano, scoverto A Eloisa e Adello ha la vicenda Del lor misero affetto. Ambi più volte Guardandosi arrossiro: e--inosservato-- Talora Adel della fanciulla il volto Atteggiarsi a mestizia ed a profonda Estasi vide, e impallidir se udìa Reduce dalla caccia il giovin prence Ch'esser le dee consorte, e più se udìa Di costui rammentarsi i genitori Che dal Reno s'aspettano, e allorquando Giunti essi fien, si compieran le nozze. Nè lieto ad Eloisa è più il festivo Giorno del padre suo? l'inclito giorno Sacro al santo de' prodi, al generoso Di Cappadocia cavaliere?[2] Ah! tutto L'affettuoso adopra onde il sereno Ritrovar de' passati anni, e compiuta Far l'allegrezza del buon sir.--Gioiva Questi alle danze e al canto de' vassalli, Ma più d'ogni altro è a lui grato l'omaggio Della tenera figlia e dell'amato Italo suo scudiero. Essa dell'armi Le glorie ignora, e sol del padre canta I pacifici giorni, e la clemenza Verso i nemici, e il benedir concorde De' felici suoi servi, e il dolce ospizio Che appo il suo focolar trova l'illustre Pellegrino e l'oscuro, ed il credente E l'infedel--ed ogni strofa chiude Intercalando un giubilo d'amore: «Ah sì, tal d'Eloisa è il genitore!» Ond'è che men degli altri anni gioconda Comparia la donzella, e più diletto Pur la sua voce trasfondea ne' cuori? Ah, dovunque la tua fiamma s'apprende, Ivi, o Amor, è una vita, ivi un incanto Che tutte le gentili arti sublima! Universal lode era, e d'Adello Non pur motto s'udìa: ma il guardo a caso Sovra lui pon la giovin dama, e il guardo Innamorato incontra--e, oh, d'ogni lode Ben più le parve! Il mutuo turbamento Perocchè romoroso era l'applauso, Null'uom vide o capì.--Si ricompone Adel: sulla infiorata arpa coll'agili Dita preludo, e l'armonia celeste Gli versa in cor de' mali suoi l'obblio. Son guerrieri i suoi carmi. Ei di san Giorgio Dice l'eroico spirto--E della figlia Di quel re dice il pianto e le sciagure Che divorata esser dovea dal drago, Quando il cappadocèo redentor venne Della beltà e dell'innocenza. Ignuda La vergine regale al drago esposta Pinger non osa Adel: cinta d'un velo, Il sembiante ei le dona d'Eloisa, E il biondo crine ed il ceruleo sguardo E sì amabil ne trae quadro pietoso Che a tutti molce gli ascoltanti il petto. L'arrivo ei dice del campione e l'ira Contro a' codardi cavalier che il brando Non consacrano a' deboli, e a quel sesso In che onorar dobbiam Maria: e descrive La terribil battaglia; e la sconfitta Del mostro immane; e il giubbilo e il trionfo Che la turba apparecchia; e la modestia Del vincitor che involasi, e a novelle Per la terra trascorre inclite imprese. Oh, allor d'Adel, nell'inno suo di fuoco, Tutto il cavalleresco animo splende! I bei fatti lo esaltano; una viva Sete di gloria lo divora: in vago Disordin, nella mente i grandi esempi Gli si confondon del guerrier ch'è in cielo E quelli del suo sir, e a entrambi aita Chiede e virtù perchè lor orme ei prema. Quell'affanno, quel nobile desìo, Più che le lodi avutene commove Il magnanimo vecchio: «Eccoti, o figlio, L'onorato mio ferro; i dì verranno Ch'io giacerò cogli avi, e questo ferro Mieterà ancor per mano tua gli allori!» Al valente cantor doni gentili Porgean le dame, e il sir dicea: «Tu sola, Figlia, sconosci la virtù e le nieghi L'amabil guiderdone?»--Alla paterna Dolce rampogna ella sorride, e tosto, Vergognando, discignesi dal petto Candida sottil zona, e sovra l'arpa Leggiadramente del cantor la posa. Oh che son gli altri fregi? Il tempo forse Potrà la rimembranza o scancellarne O almen scemar; ma questa zona!-- «Il seno D'Eloisa cingevi! e tu sentito Hai di quel seno i palpiti! e sentito Forse li hai raddoppiarsi (ahimè, pur troppo Ell'è certezza!) allor che o la mia voce Udia da lunge o i guardi miei trovava E mie pene leggeavi!» Ah, da quell'ora Così delira Adel! Spesso un tintinno D'arpa s'ode la notte entro il castello: Egli è il misero amante che riposo Sul letto non rinvenne, e con dimesso Suon quelle melodie va ricordando Che più son care ad Eloisa--e il bianco Lin che dal musical legno discende. Sopra il volto li ondeggia e sopra il core, E reverenti baci egli v'imprime, E gli parla e il ribacia, e talor forse D'una lagrima il bagna. Il destin move Un dì la giovin dama a errar solinga Tra le rose dell'orto, ed ivi il caro De' suoi pensier segreti idolo incontra. Ambi treman, ritrarsi ambi vorriano: Ma, perch'egli era mesto, una soave Parola essa gli volse--«Adello, udiste Favellar d'uno spirto che ogni notte Già da alcun tempo bea il castel di queti Armonici sospir?» «A quello spirto, O cortese mia donna, era speranza Che i suoi sommessi asconditi sospiri Ignorati sarien: s'alcun li udiva, Uopo è ben che nemico abbiasi il sonno--E a quello spirto assai dorria se il sonno Mancasse ad altri come a lui.» Nullo era In se quel dir; d'eluderlo v'avea Pur mill'arti o troncarlo: ahimè, quell'arti Ad Eloisa non sovvengon! Pochi Confusi detti replicò, e que' detti Molta pietà spiravano. Ah, d'ossequio Sol parlò Adel, ma questa voce uscìa Sì tenera e tremante, che simile Era alla voce «amore!» Ed ei soggiunse Sì meste cose di quei dì in che privi Saranno questi fiori e quel castello Di chi li fea sinor giocondi--e, spesso Interrotto, pur dice anco di fiori A cui del sol manca la luce, e a terra Allor chinan la testa... e più non sorge! «Oh Adel, t'intesi! il tuo proposto è orrendo: Tu vagheggi la morte!» «Oh donna! Il giorno Che tanto audace io fui d'innalzar gli occhi Sovra cosa divina, era decreta La morte mia dal ciel quel giorno.» Il pianto Sgorga a forza dagli occhi d'Eloisa; Ma dignitosa ell'è tutt'ora, e gravi I modi e le parole. Un lampo d'ira Le balenò piangendo e dir parca: Così m'astringi ad avvilirmi?--Ei muto Angosciato abbassava le pupille Più che mai reverenti onde la donna, Lagrimando non vista, il duro peso Della vergogna non sentisse. E il pio Riguardo ella scerneva, e in petto quindi Pietà maggior la inteneria.-- --Tal'era Di que' semplici eventi la catena Che (impreveduta) avea le due inesperte Alme condotto alla fidente e vana Compassïon del vicendevol duolo. Ma oh come quelle bell'alme, incapaci Pur d'un pensier che da virtù non tragga, Accusansi ciascuna in sè medesma Del biasmevol colloquio! È questa adunque, Pensava Adel, la mercè ingrata è questa Ch'io rendo al mio signore? a lui che tanti Su me profuse beneficii e pegni D'amistà nobilissima ed esempi Alti d'onor? Così rammento i cenni De' genitori miei, la veneranda Storia de' lor martirii e come in venti Ben più gravi sciagure immolàr tutto Fuor che lor fede a' cari prenci e al dritto? In chi di giusti nacque, è onnipossente La rimembranza de' dettami austeri Nell'infanzia bevuti e il sacro accento Con che amando addolcianli e padre e madre. Disonorar con vili atti egli teme L'immacolata lor canizie, e questo Gentil timor, ne' gran cimenti--allora Che virtù langue--di virtù lien loco. «Ahi, che feci, Eloisa? Ove trascorse L'incauto labbro! Oh, un infelice obblia Che ardì il tuo sdegno provocar! L'insania Onde vittima gemo, ancor la voce Del dover mio non soffocava appieno. Che insano fui--non vil--tel dirà il pronto Mio abbandonar questo adorato albergo Onde più mai non rivederti. Un alto Delitto le contrade itale afflisse E vendetta domanda: io la grand'ombra Di Berengario a vendicar mi reco. Cadrò nel campo dell'onore: udrai Forse in breve il mio nome e dirai «Basso Fu il viver suo, ma egli moria da forte.» Ma non men che in Adel s'avviva in petto Ad Eloisa di virtù il bel raggio: E ipocrisia sdegnando e vano orgoglio, Qual sorella gli parla e con decoro Quasi di madre e di regina--eppure Sol favellar così potea un'amante. Un celeste idïoma era, onde i pochi Predestinati cuori han conoscenza Che amaron come Adello, e un'Eloisa Sulla terra trovarono, e una volta Piansero insieme, e da quel dì migliori Si sentir--benchè forse, ahi, più infelici! Ella accenna infrangibil l'imeneo Che del suo padre la saggezza ha fermo, E dice sacro quel dover che legge A entrambi lor fa il separarsi e pace Ricercar nell'assenza: e poi soggiunge Con enfasi gentil quanto l'uom possa Sublime farsi nel dolor, se invitto Ai colpi di fortuna animo opponga, E più, se nel dolore ei sempre aneli A far sì, che ad un lito (ond'esul mosse) Spesso la fama sua giunga e tai fatti Narri di lui, che ognun qui dire ambisca: Io lo vidi, io 'l conobbi, ei mi fu caro! Con più tenera voce indi Eloisa Il rampogna che morte ei nelle prime Pugne minacci d'incontrar; gl'intima Di viver-- «Donna, ah da te lunge?-- «Vivi Alla patria, a' parenti... ed al conforto Pur d'Eloisa!» Questo detto ha fisso Del futur campion l'alto destino! [Nota 2: San Giorgio, principe di Cappadocia.] II. «Ben t'avvenga, o stranier, che non disdegni Del proscritto la stanza! Oh, il curïoso Mio desir non t'offenda: avresti il suolo Di Verona toccato? o nulla almeno Dell'infelice mia patria t'è noto?» «Verona tua, gran Valafrido, ancora Non visitai, ma qui di Francia io movo Per quella volta.» Adel così dicendo, Una scritta porgeva: e con ossequio (Mentre quei legge) osserva le sembianze Dell'eroe cui per molte cicatrici Beltà non scema: è in Valafrido un misto Tal di guerriera cortesìa e fierezza Che affetto ispira e in un tema e stupore. «Che? Tu del sir di Rocca Incisa alunno, Di lui ch'a Eligi mio chiuse le ciglia?-- E dal felice tetto del vegliardo L'ardente febbre involati de' prodi, Il bisogno di gloria? Oh, dritto ei parla, Con paterna amarezza lamentando Giorgio il tuo dipartir! _Ne' generosi V'è un impulso di Dio che li sospinge: Uopo è onorarlo, anche se il cor ne pianga._» Adel s'inteneria rammemorando Del suo signor l'affettuoso sdegno, Quando i suoi preghi a forza il combattuto Congedo ottenner. Poi dalle ospitali Accoglienze animato--«O Valafrido, Guida mi sieno i tuoi consigli: acceso Dall'alta istoria di tua eroica fede Pel trucidato nostro italo Augusto, Al sitibondo mio ferro ho la morte Del traditor giurata.» «O giovinetto, il cor mi brilla udendoti. Perduta Tutta de' giusti ancor dunque la stirpe Non è in Italia? I giusti--oh, ma son rare Stille che pure cadono dal cielo In torbido ocean, che inosservate Nelle giganti sue schiume le ingoja! T'arrida un giorno la fortuna: or tempo È di sostar: te perderesti indarno E del trafitto Cesare quel sacro Unico avanzo su cui pende il brando Dell'assassin.» «Ciò che a salvar la figlia Di Berengario lungamente opravi Noto m'è o Valafrido...» «E non t'è noto Che al novo italo sire Ugo negando Chinar l'insegna mia, se dalle mani Dell'assassin Rasperto ei non togliea La donzella regal, meco possente Esercito ebbi che d'onore al sacro Nome parea tutto avvampar? L'infido Ugo mi trae ne' lacci suoi chiedendo A me di pace il parlamento: i dritti Son vïolati delle genti: in ferri Tratto mi veggio. Ov'eran le promesse Dell'esercito mio? dove la sete Di giustizia e vendetta? Oh vitupero! I creduti leoni eran conigli Che un fischio sperde. Alla prigion m'involo, A mie castella mi ricovro, ai servi Do franchigia e virtù: la fede e il grato Animo in prodi trasmutò gli abbietti: Pugnar, morirò al fianco mio. Ma invano Sperai che gara in petti altri e gentile Pudor si ridestasse. Il soverchiante Numero mi sconfigge: Ugo e Rasperto Al suoi adeguan le mie rocche, e a stento-- Ramingo, insidiato, egro--l'afflitta Testa posar m'è in questi monti dato.» «Signor, tu il sai, soccombe il retto, e vana Però non è la sua caduta: è crollo Che desta le sopite alme e del retto A compir le sublimi opre le incalza.» «Adel, m'ascolta: speme una accarezzo, Sol una.» «Qual?» «La grande alma d'Ottone. Io in Lamagna trarrò, moverò l'ira Del generoso: il vindice d'Italia E del tradito imperador fia Ottone.» Al quarto dì si separar gli eroi: Valafrido oltre l'Alpi, e Adello mosse Alla città infelice ove vassallo Del re malvagio domina nel sangue Il feroce Rasperto. Avea costui Folto stuol di satelliti, raccolti Tutti d'infra le truci orde venute Di stranie terre alla rapina.--Adello, Onde vie meglio ascondere che in petto Lombarde cure ci prema, avventuriere Natìo di Francia fingesi, cui sorte, O errori giovanili, o irrequïeta Brama d'eventi fuor di patria spinse. Tacitamente a lungo ogni suo passo Esplorato venìa. Seco si stringe Un burgundo guerrier: cieca fidanza Mostragli Adel, sognati casi narra, Forte invaghito del mestier dell'armi Dicesi, e a poco a poco ode gli offerti Patti, e ingaggiarsi appo Rasperto assente. L'avvenenza d'Adel, la signorile Sua destrezza nell'armi attirò in breve Del tiranno gli sguardi, e di sua corte Agli ufficii l'assunse. Adel fremea Nell'incurvar l'altera alma alle bieche Non imparate ancor del debole arti: Ma incurvarla era forza, o prorompendo Mal augurata far l'impresa. È lieve, Di Berengario sulla tomba il mostro Strascinar per le chiome e trucidarlo; Ma di Rasperto riman poscia il crudo Nipote Euger, che in sua balia rinchiusa Tien nella torre Sigismonda e il sangue Versar della infelice orfana puote. Pria che vendetta dell'estinto or vuolsi Dell'oppressa innocenza oprar lo scampo. Cauto osservar gli spiriti, una tela, Se arride il tempo, ir preparando, e il cenno Di Valafrido attendere--tal era Lo spettante ad Adello inteso incarco. Ma più lune trascorsero, e l'eroe Di Lamagna non torna, e orrende nozze (Onde gli ambiziosi emuli tronche Sien le speranze) intimansi alla figlia Di Berengario coll'infame Eugero. Repente sulle piazze alla sommossa Chiamar la turba? Ed a qual pro? Non altri Tentaron questa via? Tosto immolati. Dalla viltà del volgo,--od a ritrarsi Costretti si vedeano, onde il tiranno Non estinguesse del lor re la figlia. Dar l'assalto alla torre? e con quai brandi? Ah, in molti petti è l'ira, il desio in tutti Della vendetta, la virtù--in nessuno! O almeno Adel non la scoverse.--Un fido Servo, che collattaneo era del vecchio Padre d'Adello, e indivisibil sempre, Fin dal natal del giovin sir gli stette, De' suoi segreti è il sol custode: oh, gli anni La destra aggravan d'Almadeo; compagno Fora mal certo nel ferir! «Buon padre, Urge il tempo, ho deciso: ad ogni rischio Sol rimango io, ma Sigismonda è salva.» «Che dici o mio signor?» «Sotto l'ammanto D'altra grave cagion, rapido cocchio E destrieri apparecchiansi: al tramonto Portator de' messaggi io di Rasperlo Al re m'invio--ciò crederassi--il cocchio Tu guiderai; più prezïoso un pegno In mio loco ivi fia. Non della corte D'Ugo il cammin, ma di Vinegia prendi: Sino al mar non ristarti: un agil legno Senza indugio v'accolga, ed al suo illustre Proscritto zio la vergine conduci.» «Deh, l'arcano mi spiega! «Odi: tu sai Che alla prigion della regal donzella, Fuorch'a entrambi i tiranni e alle lor guardie, Ad uom recarsi non è dato. Appena Due antiche ancelle--e l'una a Sigismonda Nutrice fu--ponno ogni dì all'afflitta Di compianto e amistà porger ristoro. Ad esse favellai. Della nutrice Le spoglie io vesto, all'altra m'accompagno, In carcer resto, e assuntesi le spoglie Della nutrice, Sigismonda fugge. Ir non può in fallo il colpo: occhio severo Su queste donne non s'estende. Inferma Da lungo è quella onde la voce io tolgo: Muta sol ivi penetrar, ravvolta In ampio velo: al scender della torre Al lor umile tetto uom non le segue. Buje or sono le notti: al destro lato Del vicin tempio le fuggiasche trovi. Salgano il carro immantinente: sferza Senza posa i cavalli.» «O signor mio, Che fai? tua vita perdi: a' genitori Pensa.» «Agli esempii lor penso: la vita Posposer sempre al maggior ben--l'onore!» «Del tinto personaggio a me la cura Dona, all'illustre zio tu stesso adduci La salvata donzella.» «Oh, ben da tanto M'estimo io sì! nè a tue virtù, la gloria Di morir per sì giusto atto, minore Certo sarìa! Ma di soverchia mole È, Almadeo, tua presenza: in guisa niuna Dal travestir s'illuderian gli sgherri: Me affida inoltre il valor mio: l'acciaro Del padre d'Eloisa io sotto ai lini Donneschi porto, e allor che s'avvedranno (Dopo molte ore, deh, ciò sia!) le guardie Dell'inganno sofferto, io d'atterrarle E scampar non dispero; e piena l'opra Forse eseguir che il morto re domanda.» Resistenza e preghiere e ammonimenti Ripetè invan l'antico.--I fatti egregi Pensa anche il vil talvolta: il sol gagliardo Li pensa e compie--e tra il pensiero e il fatto È una ferrea catena, e niuna scossa Quella catena fa ondeggiar. Le donne Alla torre presentansi. Il guardiano-- «Dio ti ridoni la salute o inferma!» E la sana risponde: «Oggi l'affanno Più dell'usato la meschina opprime, Nè a veglia quindi appo la dama a lungo Starci forse potremo.» E ciò dicendo, Al saluto venal porgea cortese Qualche mercede. Inesplorate i neri Avvolgimenti della torre ascendono, E lor la trista cella si disserra Di Sigismonda; indi il guardian sen parte. Tutto in breve ode la fanciulla. Invasa Da sorpresa e rossor, confusi, incerti Detti favella. Il giovin cavaliero E la vecchia fedel con premurose Istanze le fan forza. Ah, d'involarsi Dall'infame imeneo trattasi, i dubbi Stolti, funesta ogni esitanza fora! Della nutrice a Sigismonda i veli S'appongono.--L'inferma appo la dama Lunga dimora far non può: al suo letto Già si ritira. In fondo era alla cella Adel quando il guardian chiuse, e le donne Fuor della torre addusse; ed osservato Perciò non venne. Poich'è sol, del manto Che il cingea si discioglie, e il suo guerriero Aspetto ripigliando, avido tende E inquïeto l'orecchio. Ei di sventura Trema--non già per sè: sull'elsa ha il pugno: I perigli ricorda in cui quel brando Conquistò a Giorgio la vittoria: stretta Si tien sul cor la zona d'Eloisa-- E sovrumana forza alla sua destra Tal s'infonde, che intrepido i suoi giorni Venderia e cari a folta schiera innanzi, Ma alla fuggiasca pensa e per lei trema. «Che direbbero Italia e Valafrido, E i miei parenti e un dì Eloisa, ov'io Con improvvida audacia a morte spinta Avessi Sigismonda? Eppur la scelta Di più partiti io non avea, e il peggiore Era l'indugio. Strepito non odo: Oh cielo, arriso avresti? Ale ai corsieri Presta, lor tracce agli inseguenti ascondi! Propizii sovra il mar spira i tuoi venti! In porto adduci l'innocente afflitta, E ch'io pera, se il vuoi, ma inglorioso Non sia il mio fato!» Secoli son l'ore, Ma pur segue una l'altra, ed ogni istante Reca in Adel nova speranza e gioja. Verso il mattin--prostratto era ei davanti A un crocefisso, e per la patria orava, E per tutti i mortali, e più pei cuori Che sono al suo più strettamente avvinti-- Quando un suono di passi e di parole Pei rimbombanti angusti anditi giunge Al prigioniero. Stridono le chiavi E gli orrendi cancelli. In piedi ei balza: Ascolta--e i ghigni scellerati scerne Dell'impudente Euger. Venìa il malvagio Ad annunciar, che irrevocabil cenno Dell'empio sir, ferme ha in quel dì le nozze. Ma la porta dischiudesi--oh sorpresa Spaventevole al reo, d'imbelle donna In loco all'affacciarglisi improvviso Incalzante guerrier! Pongon la mano Alle spade i satelliti e il lor duce, Urla mettono orrende, orrendi colpi Metton, ma invan: già steso è al suolo Eugero, Già spiccia il sangue da più petti: in cerca D'aita e in fuga altri si volge: umana Opra questa non credon, ma prodigio Invincibil del cielo. Adel si slancia Con volo irrefrenabile atterrando Tutti gl'inciampi, e della torre è uscito. Al popol corre, con possente voce Incita a compier l'alta impresa: ei narra Dell'involata all'esecrande nozze Figlia di Berengario. «Avventuriero, Qual credeste, io non son, d'estrania terra! De' Saluzzesi monti, italo io sono, Figlio del sire Adel, che antico servo Fu dell'ucciso imperador! Vendetta L'adirata onoranda ombra a me chiese, A voi tutti la chiede. Oggi la taccia Si lavi che (già omai volge il terz'anno) Vi disonora e dican la fraterne Ed emule città--_Giacea nel fango Per rio destin, non per viltà, Verona!_» Il suo apparir maraviglioso, i caldi Accenti del guerrier, la reverenza E la pietà che spiran le ferite Onde il volto gronda--e par ch'ei solo Conscio non siane--un inatteso effetto Producon nella turba. Al denso stuolo Delle feroci mercenarie lance, Che con Rasperto irrompono, non cede Come altre volte il volgo: aspra battaglia Le vie e le piazze insanguina: le opposte Ire in eroi trasmuta anco i più vili. Adel s'azzuffa col tiranno. Ivi era, Ivi a mirarsi spaventevol cosa Il furor de' gagliardi, il mortal odio, E di disperazion l'ultima prova! Lunga è la lotta, dubbia è la vittoria: Si soffermano il popolo e i guerrieri, E alterno è il plauso ed il terror. Ma alfine Precipita il tiranno: a quella vista Sgomentati si sperdono gli sgherri: Grida di gioja il popolo manda--e Adello Trionfator, ma semivivo, cade De' suoi compagni d'arme infra le braccia. Dio quella vita ad altre angosce ed altre Glorie serbava: ma all'esauste vene Del campion di Verona a grave stento Riedè salute. Un dì, al suo letto ei vede Inoltrarsi due duci. Uno ei ravvisa: È Valafrido. Di Lamagna i prenci Questi trovato avea sì nelle interne Discordie avvolti, che niun d'essi cura Prender potea dell'itale fortune. Oh come Valafrido i dolci amplessi Rende al ferito eroe! come gentile Dal labbro suo suona la lode al forte Fatto d'Adel! Nè men commosso e onesto Favellando applaudìa l'altro guerriero. Il magnanimo zio di Sigismonda Quegli è che ad onorar venne l'ignoto Della nipote redentor:--Più giorni Con delicata indagine il vegliardo Spiò se in cor d'Adel fiamma d'amore, Eccitatrice d'alte gesta, ardesse Per l'augusta donzella, e dagli accorti E amici detti un raggio tralucea, Qual di desio che Adello osi a tai nozze Elevar sue speranze. Il perspicace Garzon di quel linguaggio i sensi intende: Ma cortesìa vuol che li ignori, e aperto Scansi rifiuto. Quindi uopo tingendo D'amichevol conforto e di fidanza A sollevar del mesto animo il pondo, Con fil e candor narra al buon vecchio L'umile istoria de' suoi giovani anni, E il foco inestinguibile che inceso Le virtù d'Eloisa e la bellezza Han nel suo petto, e tutto dice--tranne Che riamato ei sia.--Ben gli era nota La sfolgorante venustà e la dolce Alma di Sigismonda, e come i prenci Si contendan sua destra e quella destra Porti forse venture alte di regno; Ma più che ogni tesoro e più che i troni È a lui la sua Eloisa--oh doloroso Sovvenir d'un bel sogno! inutil culto! Inutil no, giacchè sublima il core! III. Nell'arduo calle della gloria i primi Cantai passi d'Adello: or trasvolando Sull'ali rapidissime del tempo, Additerò sol come lampi i lunghi Patimenti e le gesta onde l'eroe Gli anni suoi segnalava. Ugo, insultando Delle città, de' vescovi e de' forti Itali castellani a' privilegi E schernendo i trattati ed impunita La libidin lasciando e la rapacia De' suoi baroni, acceso avea nel regno Di civil guerra la esecranda face. Dal furor della plebe i regii messi Lacerati venian: le inesorate Lance del sire offeso alla vendetta Trucemente scagliavansi. Ammucchiati I cadaveri ingombrano le strade, Nè v'ha chi li sotterri: il pellegrino Riede al natio villaggio, e indizio appena Del loco ov'ei sorgea songli i mezz'arsi Rottami delle pietre e pochi teschi--Forse del padre e dei fratelli i teschi! Tal de' Lombardi era lo stato. Adello De' depredati borghi e monasteri In difesa accorrea: di lui, nemico Più formidabil non avea il tiranno. Ma in breve queste guerre han tratto all'imo D'ogni miseria la contrada: il mese Della messe venia, ma il sol versata La sua virtù feconda avea ne' semi Dell'ortica e del cardo; e da lontano Il fuggiasco villan piangea sul brando Che a' dì più lieti gli falciava i campi. Ride Burgundia. «Or tempo è di riporre I nostri ferri agl'Itali divisi!» E già possente esercito calava A sicura vittoria. Allora Adello Vede la gran rovina: ad impedirla Non v'è che la concordia, e alla concordia Città rivali stringer sol può un scettro. Del nome suo l'autorità sopisce Gli odii: ei radduce le cosparse insegne Appo la regia insegna. Or la salute Dell'itala corona oprisi, e il guardo Sulle colpe ond'è tinta uom non sollevi. L'impulso dell'eroe quasi un novello Spirto ne' pria diversi animi ha infuso. Ugo, con maraviglia, in sua difesa Color vede morir cui dianzi ha raso Le castella o i tugurii: il crudo petto A forza inteneriasi: ambir la gloria Parve di scancellar co' benefizii E con la giusta signoria le cieche Ire sue prime. Adello, e altri guerrieri D'onesta fama, sedi ebbero somme Nel consiglio del re--ma quando piena Fu de' Burgundi la sconfitta e saldo Novellamente il trono, ecco, al tiranno Ombra fa il nome del suo prode, e al dritto Favellar suo magnanimo la taccia Dassi ben tosto di ribelle orgoglio. Dicon vetuste cantiche il giudizio Scellerato ch'espulso ha dalla patria Chi la patria avea salva. Andò il ramingo Del veneto leone agli stendardi E lor sacrò la spada sua.--I superbi Isolani, già tempo, avean le spiagge Di Dalmazia predate e con la frode Tolto di là tal venerando oggetto Che da secoli e secoli a fraterno Pellegrinaggio i Dalmati adunava E fea d'un ricco monister la gloria: Era la lancia d'un antico eroe Che dal giogo pagano in molte pugne Sottratto avea le natie valli. Il grido Degli eccelsi miracoli, operati Dalla reliquia di quel santo, al furto I mal devoti veneti sospinse. Ma intanto rotte più fiate, e sempre Rinascenti nell'ira e più tremende, Di padre in figlio le tribù selvagge Con giuramento avvinconsi al racquisto Dell'onorata lancia o a eterna guerra. Un feroce lor capo, Adeoniro, Col manto di pio zelo, infesta il mare D'incessanti, audacissime, inaudite Piraterie. Sui piccioli sui legni, Di ladroni invincibili una turba Ei radunò che d'uom, fuorchè l'aspetto Null'altro serban; fama appo i lontani Sparse ch'uomin non erano, ma mostri Prodotti dai nefandi abbracciamenti Delle dalmate streghe e de' demoni. Niuna legge li stringe altra che un voto-- Pronunciato col rito abbominando Di libare in un calice una stilla Di caldo ancor veneto sangue--e il voto È d'assalir qualsiasi veleggiante Pin di San Marco, o scompagnato corra O a torme, o debol sembri o poderoso, E dalla pugna non ristar ch'o estinti O vincitori. A queste anime atroci Ogni pietà verso i nemici è ignota, Ma tra loro mirabile è una gara D'assistenza e giustizia e comunanza Di beni e mali. Adeonir divide Il bottin, nè maggior parte a sè dona Che al più abbietto compagno. In gozzoviglie E in limosine sprecan, non curanti Tutti del pari, ogni tesor soverchio, Quand'armi e barche e attrezzi hanno, ed ai figli E alle donne e a' feriti han provveduto. Tal delle imprese loro è la ventura, E con tali atti di barbarie han tinto Di stragi l'onde, che il nocchier più ardito Nell'adriaca laguna inoperose Tien le sue sarte, e unanime la voce Dell'atterrito popolo s'innalza Perchè il furto s'espii ch'a furor tratto Ha de' Dalmati il santo, e a' loro altari Con doni la fatale asta si renda. Il senato assentì: ma col ritorno Della reliquia, pur mutar natura Non potè l'indomato avido spirto De' bugiardi pirati: e con più angoscia Pianse Vinegia le nuove onte, e mosse Con alte navi e prodi capitani Ad estirpar di que' malnati il seme. Ahimè, che de' suoi prodi il morir forte Non giovò alla repubblica! In tai giorni Di lutto universale, uno straniero Sorge e il linguaggio degli eroi parlando, Radduce nelle curve alme il coraggio. Quello stranier pugnato avea sui pini Della sconfitta armata, e al valor suo De' pochi avanzi si dovea lo scampo. Era Adello! Il magnanimo senato Plaude all'ardir del cavaliero; un novo Armamento decreta: Adel le prore Capitanando, alla vittoria corre, E sepolcro i pirati ebber nell'onde. Favorita canzon del marinaro Divenne questa istoria, e tutti i liti D'Italia l'impararono, e ne' gioghi Più segregati d'Apennino--allora Che un sir bandisce all'ospite il festino-- Dice al suo vate: cantaci il bel nome Del vincitor de' dalmati pirati. Memoria non restò delle sciagure O degli affronti perchè Adel partissi Dalle bandiere del leone. Amalfi Diede ospizio e onoranza al capitano, E per lui prosperò; la terra e l'acque, Più d'una volta, del suo sangue intrise, Ma invitto il vider sempre e più tremendo. Tacerò quelle pugne e dirò il giorno Che--tempo era di pace e vincolato D'Amalfi all'armi il brando ei non tenea-- Adel coll'oro suo recossi ai Mori Che in Tunisi avean sede, e quanti schiavi Potè redense. Il sacrificio ei compie D'ogni suo aver, perocchè morti entrambi Son gli adorati genitori, e il pio Figlio all'anime lor schiudere il cielo Spera con opre che al Signor sien grate. Un dì, secondi egli aspettava i venti Per la reddìta, ed ecco entra nel porto Con festive urla un predator; parecchie Sbarca gementi vittime, e fra quelle--Oh sorpresa! oh sciagura! Adel ravvisa Un cavalier troppo a lui noto, è desso, D'Eloisa lo sposo! Ai primi amplessi (Ed oh quanti dolori in quegli amplessi Squarcian d'Adello il nobil cor! qual misto D'antica gelosia, di riverenza Per le virtù del sir, di generosa Compassïon, d'affanno immaginando Le pene d'Eloisa in udir preda Ai scellerati masnadier lo sposo!) Ai primi sfoghi di pietà, succede L'interrogar sollecito dell'uno E il racconto dell'altro. «Oh Adel compiuta È la sventura mia! Tu vedi il figlio Del felice Usignan, già di castella Sì ricco e d'armi, cui possenti trame Di perfidi congiunti han da sei lune Rapito ogni dominio. I figli miei E lor misera madre (ah, poich'al duolo Il tuo signore e mio, Giorgio soggiacque!) In salvo a Nizza appo mia suora addussi. Ivi una notte una masnada irrompe Di Saracini. Io d'Eloisa, e quanti Dolci pegni m'avanzano, la fuga Combattendo proteggo: oh, almen per loro M'arrise il ciel! Ma cinto, disarmato, Carco di ferri io vengo. Anzi il mattino Salpan le collegate arabe navi: Quai di Spagna eran, quai del Sardo e quali Di quest'africo lito; a me la somma Lontananza toccò!» Frenava Arnaldo Con viril forza il pianto: Adel, compreso Da tanta folla d'infelici e cari Pensieri, il volto si copria e lasciava Alle lagrime sue libero sfogo. «E anche il mio antico sire è nel sepolcro! Sì lunghi anni di gloria, e poi nel lutto Morir miseramente! ecco, empia terra, Il guiderdon che alla virtù largisci!-- Ma no, delle onorate opre la meta Non è il sorrider di mortal fortuna: Amaro a' giusti è il vivere, e beato Solo quel dì che al mondo vil ti toglie!» Così esclamava Adel, sazio de' giorni Glorïosi, ma sterili di gioja Ch'ei tratto avea, da quando allontanato Erasi da Eloisa. E or par che tutta Da mal estinte ceneri risorga La giovenil sua fiamma: i detti, il volto D'Arnaldo lo riportano ai remoti Tempi del suo delirio. Ei vede i colli Della Sonna fioriti--il santuario Ove la pia fanciulla iva sovente A lagrimar sulla materna tomba-- L'inghirlandata barca ove ella, assisa Sulle ginocchia di suo padre, al canto Talor sciogliea la voce; e talor l'inno Era d'Adello; e allor della donzella Più timido era il canto e più pietoso! Che pensa, Adel, tua nobil alma? I campi E le rocche d'Arnaldo andrai col brando A racquistar pe' figli suoi? ma in ceppi Ei qui rimansi: squallido, languente È il suo sembiante: il duol forse e la dura Servitù in breve troncheranno il filo Di quella vita... Libera Eloisa? Oh pensiero infernal! Ma nella mente Anche de' giusti sfolgora i suoi foschi Lampi l'inferno--e più son giusti appunto Perchè talvolta eguali a' rei son quasi, Ed allor non soccombono, e con arduo Sforzo sopra il mortal fango s'innalzano. D'altri schiavi al riscatto ogni tesoro Già avea consunto Adello: al predatore D'Arnaldo in cambio, egli offresi. Accettato Venne il partito, perocch'egro il primo Schiavo parea, e salute e forza spira Del novel la persona. Il sir francese Queste mosse ignorava, e i suoi voraci Crucci addoppiava l'esser conscio, ahi troppo Degli affetti d'Adello. Alta è la stima Che la virtù dell'Italo gli desta; Ma pur già scorge nel futuro, accanto Alla donna (e ancor bella era Eloisa) Il rival cavaliere, e quella stessa Virtù che in esso ammira è il suo spavento. Ma oh come in sè medesmo ei si vergogna Di sì bassi concetti, allor che tolte Vede a sè le catene, ed alle braccia Poste d'Adel! «Che fia? Non mai! Sublime Insania, Adel, ma insania è questa! infermi Giorni redimer di chi tutte ha tronche Le vie di rimertarti e così all'imo Cadde che d'ogni grande atto la speme Da fortuna gli è tolta--e invece i giorni Preziosi immolar di chi seconde Tutte ha le sorti e per la gloria vive!» «Arnaldo, i pregi tuoi taccio che sommo Ti fer sempre a' miei guardi; or sol rammento Quanta importanza i giorni han di chi i sacri Titoli vesta di marito e padre: Appo tal, nulla è la deserta vita Di chi solingo passeggia la terra (E tal son io), di chi, s'allegri o gema, Niun bea il suo riso e niun piange al suo pianto.» Volea soggiunger l'altro. Adel temendo D'aver con triste voci intenerito Il suo rivale e forse appalesato Della stanca dolente alma il segreto, Apre un gentil sorriso--Va', gli dice, A consolar la tua dolce famiglia; Cura nostra primiera esser de' questa: Indi per me non t'affannar: lontane Non son l'itale sponde, e ivi sì egregi Cuori mi fean di loro amistà dono, Che in me certezza è la lor gara al pronto Riscatto mio. «So, generoso Adello, Che in sue nuove tempeste Ugo invocava Il braccio tuo; so che anelò Vinegia Di ritorti ad Amalfi, e che in ciascuna Itala signoria ferve la brama Di possederti a suo campion: ma esporti Di fortuna a' capricci, ah no, non posso! Sol crederei, se in mia balìa fosse indi Il tuo pronto riscatto: oh, ma ti dissi La mia piena miseria!» Uopo ad Arnaldo Il ceder fu. Partì sulla primiera Cristiana prora: agl'Itali l'annunzio Esso, con altri dall'eroe redenti, Portar di questo fatto. Onor parea Stringer più d'una terra alla salvezza Del guerriero in catene: il sir francese Non osò dubitarne; Adello stesso, Benchè scevro d'orgoglio, aver sul grato Animo altrui credea qualche dritto-- Tutti obbliaro il misero! quattr'anni Le afriche solitudini l'han visto, Con abbietti compagni ad opre abbiette Sotto varii tiranni i suoi sudori Spargere oscuramente--ed eroe ancora Esser per gl'infelici, o alleviando, Con gravarne sè stesso, i lor dolori, O al rassegnato suo religïoso Senso le svigorite alme estollendo. Chi ai Saracini il tardo inaspettato Prezzo portò del cavaliero? Un messo Che dalle rocche vien d'Arnaldo. Il sire Fedeli colleganze e alto valore Ricondotto hanno a' suoi dominii e a tutta La paterna sua gloria. Adello è asceso Sull'ospital naviglio: al marsigliese Porto ei veleggia. Oh come dir la gioja, La gratitudin che il bel cuore inonda? Come i diversi palpiti, approdando? Poi, sul corsier veloce alle castella Del suo benefattore e d'Eloisa Senza posa traendo? «Ei giunge: incontro Moveangli il sire ed Eloisa e i figli (Figli di quell'imen; pur cari all'alma Gentil d'Adello!) Mutui i commoventi Detti suonano e i teneri singhiozzi E la sincera nobil lode. Un riso Del ciel parea per que' mortali eletti Aver portato sulla terra il gaudio Che dal suo trono Iddìo raggia ai beati! Ma quel foco di vita che nel ciglio Brillava ad Eloisa, insolito era. Da lungo tempo in essa è illanguidito Il fior della salute. Adel s'accorse Ch'ella reggeasi con fatica; e intende Che nella notte in che da Nizza a fuga Ella errava co' figli, un dardo colse Leggermente un di questi: ahi, velenato Fors'era il dardo! Il bambinel da orrenda Crescente piaga si struggea: la madre Quella piaga lambendo al figliuol suo Crede render la vita e, ohimè, s'illuse! Sotterra è il pargoletto, e da quel tempo A stento l'arte di Salerno e i voti Appesi sugli altari e i benedetti Maravigliosi farmachi al dolente Sen dell'eroica madre addur novello Sembran vigor. Ben tosto Adel conobbe Che sol gli affetti subitanei un breve Ponean rossor su quelle guance. Il dolce Soggiorno alcuni mesi ei protraèa Appo gli ospiti amati, e con Arnaldo Il timore alternava e la speranza Per l'egra donna--Ahi lasso! inferocisce Rapidamente il morbo!--Adel sul letto Di morte la mirò. Tutta obblïava Ei sua virtù: chiedea ragione al cielo Dei mali onde a gran fiotti il mondo inonda Ch'egli ha creato, e in quegli orrendi fiotti Indistinto sobbissa e il buono e il reo. «Oh Adel (rispose la morente--e furo Questi gli ultimi accenti) oh Adel, ritraggi La insensata parola! È il duol cimento Ove Dio prova degli umani il core. Te a egregi fatti i lunghi sacrifici Portaron: nè t'incresca! e parver lunghi; Ma, come stral per l'aer, fugge quest'ombra Ch'uom vita appella e salda cosa estima! Nè infelice è chi muor, ma chi morendo Guarda gli anni volati ed alcun'orma Da lui lasciata di virtù non trova!» Voce a Eloisa allor mancò: sorrise, Strinse al seno i figliuoli, all'onorato Sposo si volse--e dir parea «Co' figli, Adel ti raccomando»--e più non era. Così passò la santa. Incerte storie Narrano d'un Adel ch'appo i Toscani, Dopo quel tempo gli Ungari sconfisse: Fors'era il nostro eroe; forse in più gesta Ancor brillò la gloria sua. Ma il vate Che del sepolcro suo cantò, non dice Se non che vecchio Adel morì e mendico, Perdonando agl'ingrati, e ripetendo Que' detti d'Eloisa: «È il duol cimento Ove Dio prova degli umani il core; Nè infelice è chi muor, ma chi morendo Guarda gli anni volati ed alcun'orma Da lui lasciata di virtù non trova!» NOTE. .... Sui colli Della Sonna fioriti e sulla Rocca Invisa dominava. V'è presso Lione, sulle rive della _Saône_, una rupe che ritiene il nome di _Pierre-Encise_. In chi di giusti nacque è onnipossente.... Tutta la cantica sembra avere per iscopo morale queste verità:--che uno de' più grandi stimoli alla virtù si è l'esempio di parenti irreprensibili, e quindi il desiderio di consolare con bei fatti la loro vecchiaja--che nelle passioni in lotta col dovere, quanto più il sacrificarle a questo è doloroso, tanto più l'uomo che compie questo sacrificio ha luogo in appresso di congratularsene, trovandosi nobilitato ai proprii sguardi e più capace di grandi azioni--che finalmente se sulla terra il premio della virtù è spesso l'ingratitudine degli uomini e la sventura, al giusto sono abbondante compenso la sua fama, il testimonio della buona coscienza, e la pace e le speranze con cui egli solo può scendere nella tomba. .... Io la grand'ombra Di Berengario a vendicar mi reco. Berengario I, dopo gli infelici successi della sua guerra con Rudolfo, fu assassinato a Verona da alcuni congiurati, capo de' quali era Flamberto. Tre giorni dopo Milone guerriero fedele all'infelice imperatore ne fece la vendetta, vincendo i colpevoli e condannandoli al supplizio: così le cronache. Ma secondo questa cantica uno d'essi congiurati, Rasperto, riacquistò potere in Verona, ed ebbe in seguito il favore del re Ugo, che gli lasciò il governo di quella città. Che al novo italo sire, Ugo.... Rudolfo tenne poco tempo il regno d'Italia: ei dovette cederlo ad Ugo, duca di Provenza, che segnalò il suo dominio con le crudeltà e la perfidia. .... La grande alma d'Otone.... Pare che debba essere Ottone di Sassonia, il quale circa 14 anni dopo quest'epoca conquistò l'Italia. Tolto di là tal venerando oggetto. Leggasi la storia de' bassi tempi e si vedrà quanto fossero frequenti i furti delle reliquie. Un popolo credeva d'appropriarsi la prosperità dell'altro, togliendogli o il corpo o qualsiasi altra reliquia del santo protettore del luogo. .... Che il nocchier più ardito Nell'adriatica laguna inoperose Tien le sue sarte. Che un piccol numero di pirati sparga tanto spavento parrebbe un'esagerazione, se la storia non dicesse come nel secolo XVII i filibustieri, ammasso di pochi audacissimi ladroni, divennero il terrore dei navigatori europei, a segno dì tener talvolta interrotta la comunicazione della Spagna colle colonie americane. A stento l'arte di Salerno..., Nel secolo X Salerno era già famosa per la sua scuola di medicina. (V. il Tiraboschi.) EBELINO CANTICA. L'idea di questa cantica non è tutta mia. Il tema vennemi fornito da un romanzo storico tedesco, ch'io lessi già tempo, e di cui ignoro l'autore. Il merito letterario di quel libro mi pareva debole, ma il personaggio d'Ebelino vi spiccava con tratti forti, e mi rimase vivamente impresso nella fantasia, come nobile modello di pazienza ne' dolori. Ivi narravasi d'Ebelino, non so con qual fondamento, ch'ei fosse un povero cavaliero scacciato nell'adolescenza con atroci minaccie di morte da sette disumani fratelli, e divenuto uno de' liberatori della regina Adelaide. Questo giovane prode passato in Germania coll'illustre vedova di Lotario, allorch'ella sposò in seconde nozze Ottone I, dipingevasi dal mio autore quale un nuovo Giuseppe alla corte d'Egitto, potentissimo e sapientissimo; e a fine di meglio somigliare al vicerè di Faraone, Ebelino scopriva anche i suoi fratelli, venuti d'Italia a Bamberga senza che immaginassero chi egli fosse, e perdonava loro. Conservata alcun tempo la sua alta fortuna sotto Ottone II, cadeva poscia vittima d'un traditore collegato a molti invidi rivali; ma il traditore stesso, agitato da visioni spaventevoli, confessava indi a poco l'innocenza dell'immolato Ebelino. EBELINO. _Si bona suscepimus de manu Dei, mala quare non suscipiamus!_ JOB. 2, 10. Inno d'amore e di compianto al giusto, Al giusto denigrato! Ebelin, fido Campion del magno Ottone e consigliero, Colui che al generoso Imperadore Verità generose favellava, E i biasimati torti indi con mente Pronta e amorevol correggea e sagace; Colui, che, senza ambizïon nè orgoglio, Spesso invece del sir ponea la destra Al timon dell'impero, e lo volgea Del sir con tanta gloria e securanza, Che questi, anco in cimento arduo serrando Le auguste ciglia al sonno, a lui dicea: «Vigila or tu, che il signor tuo riposa;» Quell'Ebelin, che, lagrimato il sacro Cener del magno Otton, d'Otton novello Fu parimente lunghi anni sostegno Di giustizia nel calle, e guida e sprone; Sì che a nessun parea che dilettoso Ne' poveri tuguri e nelle sale Fervesse crocchio, ove lodato il nome Non fosse d'Ebelin,--quell'Ebelino Morì esecrato, ed era giusto! Amore E compianto agli oppressi! Un dì l'Eterno, Come a' giorni di Giobbe, al suo cospetto Avea tutti gli spirti, e a Sàtan disse: --Onde vieni? E il maligno:--Ho circuita Dell'uom la terra, e non rinvenni un santo. Ed il Signore:--O di calunnie padre, Non vedestù l'amico mio Ebelino, Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo Tanta in prosperi dì serba innocenza? E l'angiol di menzogna ambe le labbra Si morse, e crollò il capo, e disdegnoso Disse:--Ebelin? Dov'è il suo pregio? Ei t'ama Perchè di beni è colmo. Il braccio or alza, Percuotilo, e vedrai s'ei non t'imprechi. Ed il Signor:--Giorni di prova a' retti Forse non io so stabilir? Va; pongo Entro a tue mani dispietate or quanto Agli occhi della terra Ebelin porta, Fuorchè la vita. L'avversario allora Avventossi precipite dal grembo Della nembosa nube, onde i mortali Atterria lampeggiando; ed in un punto Fu su roccia dell'alpi. Ivi gigante Si soffermò, e da questo lato i campi Della lieta penisola mirando, E dall'altro le selve popolose De' boreali, l'una all'altra palma Battè plaudendo al sovrastante lutto D'entrambo i regni, ed esclamò:--Vittoria! La più squisita voluttà del male Pensò un momento qual si fosse, e al giusto Fermò ignominia cagionar per mano... Di chi?--D'amico traditore! Il colpo Più doloroso e a dementar più adatto Chi molto amando irreprensibil visse! --Un Giuda voglio! Il dèmone ruggia Giù dall'alpe scagliandosi e correndo Pe' teutonici boschi, e visitando Con infernal, veloce accorgimento Città e castella. Iva ei cercando l'uomo, In cui scernesse il dolce volto, e i dolci Atti, e l'irrequïeto occhio geloso Del venditor di Cristo; e non volgare Mente si fosse, ma gentil, ma calda Di lodevoli brame, ed inscia quasi Di sè si pervertisse, e vaneggiasse D'amor per tutte le virtù, e seguirle Tutte paresse, e infedel fosse a tutte. Tale, od un vero giusto esser dovea Chi affascinasse d'Ebelino il core; E Sàtan nol trovava, e con dispregio Maledicea la lealtà nativa De' figli del Trïon, popol rapace Nelle battaglie, e in sue pareti onesto. Ma quando già il crudel quasi dispera, Ecco s'incontra in uomo onde il sembiante Tosto il colpisce; e fra sè dice:--«È desso!» Ed esulta, e più guata, e vieppiù esulta. Quel benedetto dall'orribil genio Era un prode straniero, e fama tace Di qual progenie, e nome avea Guelardo. Sul suo destrier peregrinava, e ladri Or assaliva, degli oppressi a scampo, Or dispogliava ei stesso i passeggeri, Se mercadanti, e più se ebrei. Nè spoglio Pur quelli avrìa, se a povertà costretto Non l'avesse un fratel, che del paterno Retaggio spossessollo. A che di bosco In bosco errasse, ei non sapea. Sperava Dal caso alte venture, e perchè tarde Erano al suo desìo, volgea frequente Il pensier di distruggersi; e più volte Dall'altissime balze misurava Coll'occhio i precipizi, e mestamente Rideagli il core, e si sarìa slanciato Nelle cupe voragini, se voce, O aspetto di mortali, o speranze altre Non l'avesser ritratto. --O cavaliere, Salve. --Scòstati, scòstati, o romito; Oro non tengo. --Ed oro a te non chieggo; Ben d'acquistarne santa via t'accenno. Vile è il mestier cui t'adducea sciagura, Ma nobile è il tuo spirto. A me tue sorti Occulta sapïenza ha rivelate: Vanne a Bamberga; ad Ebelin ti mostra: Grazia agli occhi di lui, grazia otterrai A' clementi occhi del regnante istesso. Così Satan, e sparve. Incerto è quegli Se fu delirio o visïone. Al cielo Volge supplice il viso: in cor gl'irrompe De' suoi misfatti alta vergogna; aspira A cancellarli, e quindi in poi di tutte Virtù di cavaliere andare ornato. In quel fervor del pentimento, incontra Un mendico, e su lui getta il mantello, E sen compiace, e dice:--Uom non m'avanza In carità e giustizia. E Sàtan rise, E non veduto gli baciò la fronte. Alla real Bamberga andò Guelardo, Mosse alle auguste soglie, ad Ebelino Supplice presentossi, e pïamente Da quella bella e grande alma si vide Ascoltato, compianto, e di non tarda Aïta lieto. Un fascino infernale Sovra la fronte di Guelardo imposto Ha del demone il bacio. Allo straniero Conglutinossi d'Ebelino il core In breve tempo; e nella reggia e in campo Quei Gionata parea, questi Davidde. Mirabile brillava ad ogni ciglio Quella forte amistà: Saran fremeva Ch'ella durasse, e il volgersi degli anni Affrettar non potea. Nè ratto varco Sperabil era tra i pensieri onesti Che Guelardo nodriva e la sua infamia, Tra l'amor suo per Ebelin, tra il dolce Nella virtù emularlo, e il desiderio Scellerato di spegnerlo. Ma il tristo Angiol si confortava misurando L'immortal suo avvenire. Appo sì lunghi Secoli, breve istante eran poch'anni. Ed intanto ci godeva, a quell'imago Che tigre, sebben avida di sangue, Mira la preda, e ascosa sta, e sollazzo Tragge di quella contemplando i moti E l'amabil fidanza, ed assapora Più lentamente la decreta strage. Dopo tanto aspettar, s'appressa il giorno Sospirato dall'invido. Al novello Otton contrarie qua e là in Italia Eran le menti di non pochi, e speme Vivea secreta ch'italo Ebelino Secretamente lor plaudesse. Il core Di molti era per esso, e nelle ardite Congrèghe entro a' castelli, ed appo il volgo Susurravan, più splendido rinomo Non avervi del suo; null'uom più voti A suo pro riunir; doversi acciaro Dittatorio offerirgli, o regio scettro. L'augusto sir dalla germana sede Contezza ebbe di fremiti e lamenti Nell'alme de' Lombardi esasperate, Ed a sedarle con prudenza invìa Ebelino e Guelardo. Alla venuta Di questi sommi giù dall'alpe, e al grido Che fama addoppia de' lor alti pregi, E più de' pregi di colui, che sembra D'onnipotenza quasi insignorito, Ferve ognor più l'insana speme, e tutta In congressi pacifici prorompe, Ove i duo messi imperïali invano Senno indiceano e obbedïenza. --O prodi! Così Ebelin risponde al temerario De' corrucciosi invito; io condottiero Mai contr'Otton non moverò, chè avvinto Gli son da conoscente animo e onore, E il portai fra mie braccia. E quando insieme Del moribondo padre suo le coltri Inondavam di pianto, il sacro vecchio Nostre mani congiunse, e disse:--Un figlio, O Ebelino, ti lascio;--ed a te lascio, O figlio, un padre in Ebelino!--Ed era In tai detti spirato. Allora il figlio Gettommi al collo ambe le braccia, e molto Pianse, e chiamommi padre suo, e lo strinsi, E il chiamai figlio. Ove pur reo di patti Violati con voi fosse il mio sire, Biasmo sincer da mie labbra paterne Avriane, sì; retti n'avrìa consigli, Ma non odio, non guerra, non perfidia! --Deh! taccïano, Ebelin, privati affetti, Ov'è causa di popoli. Ed ignota Mal tu presumi essere a noi l'ingrata Alma d'Ottone anco ver te, che dritti Tanti acquistasti a guiderdone e lode. Ombra a lui fa la tua virtù: onorarti Finge, ma stolta è finzione omai Ond'ogni cor magnanimo s'adira. Possente sei, ma più non sei quel desso Che ne' duo regni un dì tutto volvea. Tëofanìa il governa, e da Bisanzio Sul germanico seggio ov'ei l'assunse Recò le greche astuzie, e lo circonda Di greci consiglieri. Essi con lei Van macchinando contro te ogni giorno; Che se finor cadute anco non sono Le podestà che a te largì il monarca, Della tua rinomanza egli è prodigio, E nel tiranno è di pudor reliquia. Bada a' perigli, a tua salvezza bada: D'Otton l'iniquità rotto ha i legami D'ogni giusto con esso. Un de' maggiori Così parlò fra gli adunati audaci. Nè, sebbene oltrespinta, era appien falsa La parola di sdegno e di sospetto Circa l'imperadrice e i cortegiani Ch'ella a sue nozze addotti avea di Grecia. Ma la candida e ferma alma del pio Ebelin s'adirò. L'imperadrice E Otton con nobil gagliardìa difese, E de' Greci sorrise. Ei sì facondo Favellava, e amichevole e verace, Che i più irati l'udìan con reverenza: Con tenerezza quasi, ancor che invitti Nel feroce astio e nell'ardente brama. Di Guelardo lo spirto a quel congresso Funestamente s'esaltò. Il diletto Ebelino ei vedea, nella commossa Fantasia, re, suscitator di gloria Ad un popol redento. Il vedea bello Giganteggiare in immortali istorie, Com'un di que' supremi, onde la terra Lunghi secoli è priva; e sè medesmo Socio vedea di quel supremo, e a lui Successor forse, e... Che non sogna audace Ambizïon, se raggio ha di speranza? Quand'ei fu sol con Ebelin, ridisse Le voci insieme intese, e commentolle Coll'insistenza del favore; e aggiunse Maligno esame de' pensier, degli atti D'Ottone, e della Greca in trono assisa, E degli astuti amici ond'ella è cinta. Quasi certezza accolse i più irritanti Dubbi e i minimi indizi di periglio, E gridò ingratitudine, e diritto Alla rivolta. E a grado a grado questa Ei necessaria osò chiamare, e il pio Ebelin concitarvi. Lo interruppe Finalmente Ebelin; duplice tela Come già svolto aveva agli adunati, Svolse di novo al tentatore amico: Qua la turpezza del tradir, là i vani Sforzi a potenza e gloria, ove bruttata È nazïon da lunghi odii fraterni. Negli aneliti suoi s'ostinò il core Di Guelardo in quel giorno, e seguì poscia A ridir con sofistica, inesausta Facondia per più dì l'empie sue brame; Sì che non poche volte il generoso Ebelino in resistergli, dal mite Considerare e dai soavi detti Passò a dogliosa maraviglia e sdegno. Turbossene colui, ma il turbamento Ascose e il disamore, e da quel tempo Crescente invidia in sen covò tremenda. Novi succedon fortunati eventi, Ch'ognuno attesta glorïosi al senno Dell'ottimo Ebelin; ma più Guelardo, Come negli anni primi, or della gloria Del suo benefattor non va giocondo. Ei con geloso sospettante ciglio Mira la sua grandezza, e superarla Vorria e non puote; e detestando, sogna Dall'amico esser detestate; e pargli, Laddove pria si belle in Ebelino Virtù vedea, più non veder che scaltra Ipocrisia. De' pervertiti è proprio Non credere a virtù; d'ogni più certo Generoso atto dubitar motivi Turpi, ed asseverarli: in ogni etade Così abborriti fur dal mondo i santi. Da quello stato di rancor, di mente Ognor proclive a gettar fango ascoso Sovra l'opre del giusto, è breve il passo Ad assoluto di giustizia scherno. In Lamagna Guelardo ad altri uffizi Di grande onor da Ottone è richiamato, Mentre Ebelin nell'itale contrade Resta moderator. L'ingrato amico Sospetta ch'Ebelino abbia con arte Tal partenza promosso, a fin di trarsi Uom dal cospetto che in secreto esècri. Del congedo gli amplessi ei rende a quello, Ma senza avvicendar come altre volte Palpiti dolci di desìo e di pena. Infinto ei crede ogni atto ed ogni accento Del più sincero degli umani, e parte Coi fremiti dell'odio, e maturando Di non avute offese alta vendetta. --Cieco tanto io sarò che vero estimi Suo rifiuto ai ribelli? Or che si vaste Son le congiure? Or che da lunghe e infauste Guerre è stanco l'impero? Or che d'illustre Nome a capitanarla, e di null'altro, La penisola ha d'uopo? Or che oltraggiata Dalla superba, greca, invida nuora È quell'antica d'Ebelin fautrice, La vantata Adelaide, che alle umìli Ombre de' chiostri dalla reggia mosse? Or che Tëofania palesemente Lacci a lui tende e sua rovina agogna? Il menzogner di me diffida: i vili Diffidan sempre! Allontanarmi volle Non senza mira ostil: me di qui toglie Per regnar sol, per non aver chi forse Sua sapïenza e sue prodezze oscuri. All'amico ei rinuncia; ei nelle schiere Del suo tradito Imperador mi brama, Nelle schiere d'Otton, contro a cui l'asta Scaglierà in breve; e tanto orgoglio è in lui, Che nè lo sdegno mio, nè la sagacia Non teme, nè il valor! Perfido! io mai Stato non fora a tua amicizia ingrato; Alla mia ingrato ardisci farti: trema! Valor non manca al vilipeso e senno Da smascherar tua ipocrisia. Ludibrio Ne fur bastantemente il sire, i grandi, Le sciocche turbe, e insiem con loro io stesso! Così nel suo vaneggiamento infame S'agita l'infelice, e non s'accorge Che il re d'abisso più e più il possede; Così travolve le apparenze ogn'uomo Che a livor s'abbandoni: Ecco Guelardo Giunto ai reali di Bamberga ostelli; Eccolo assaporante i nuovi onori, Ma com'egro che, misto ad ogni cibo, Sente l'amaro della propria bile. Più sovra il labbro di Guelardo il nome, Come già tempo, d'Ebelin non suona, O su quel labbro se talvolta suona, Laude non l'accompagna, e il favellante Impallidisce, e torvamente abbassa La pensosa pupilla irrequïeta, E la rïalza sfavillando; e ognuno Scerne che di compressa ira sfavilla. Del mutamento avvedasi esultando Tëofania, s'avvedono i suoi fidi, E al convito di lei con gran decoro Visto sovente è quel Guelardo assiso, Ch'ella tanto agli scorsi anni abborria. Ordiscono essi alcuna trama insieme Contro al lontano giusto? o la perfidia Tutta covossi di Guelardo in petto? Un dì da quel convito esce il fellone, E quasi esterrefatto si presenta Agli occhi del monarca, e a lui si prostra, Ed esclama:--Ebelino è traditore! Le rivolte fomenta; alla corona D'Italia aspira: sciolta è l'amistade Che a lui mi strinse! Eternamente è sciolta! E false carte adduce in prova, e adduce Di vili già ribelli, or prigionieri, Menzogne tai, che faccia avean di vero. Ed il monarca trabalzò, fu vinto Dalle inique apparenze. Esitò ancora, Dubitar volle novamente; a novo Esame ripiegò la scrupolosa Afflitta anima sua; ma le apparenze Trionfaron più orrende e più secure. Indi egli irato invìa turba di sgherri All'italo paese, onde sia tratto Carico di catene il formidato Duce a Bamberga. L'innocente duce Stanza a que' giorni avea in Milan. Posava Una notte, ed in sogno a lui s'affaccia Lo stuol de' cari, in varia guerra estinti, Fratelli suoi, col vecchio padre; e il padre «Fuggi, gridava, sei tradito!» E gli altri Con affanno e singhiozzi ad una voce Ripetean: «Fuggi, fuggi!» Ei si risveglia, E per quell'alme prega, e s'addormenta Un'altra volta. E in sogno ecco apparirgli Il magno Otton primiero ed Adelaide, Non cinta ancor di monacali bende, Ma il serto imperial sopra la fronte. Meste eran lor sembianze, ed a lui: «Fuggi Fuggi, dicean, del figlio nostro l'ira! Ira per te sarìa mortal!» Si desta Il nobil duce, e per quell'alme prega, E s'addormenta un'altra volta. E vede Il tempo antico e la città solenne Ove sorge il Calvario, e là pur vede Di Getsèmani l'orto, ed appressarsi Una frotta d'armati, e Iscarïote Dare il bacio alla vittima!... Ed oh vista! Iscarïote era Guelardo! Balza Spaventato destandosi Ebelino, E que' tre sogni avvertimento estima Dell'angiol suo. Fuggir vorrìa; ma dove? Ma perchè? Fugge l'innocente mai? Pochi istanti anelò fra que' pensieri Di stupor, di tristezza, e piena d'armi Fu ben tosto la soglia. Udì Ebelino Che dal suo Imperador venìan que' ferri, E il cenno di seguirli: ai manigoldi Cesse con muto fremito la spada, E porse ai ceppi gli onorati pugni. Quasi ladro il trascinano, e Milano E tutta Lombardia mira quel crollo Sì inopinato. Il prigioniero obbrobri Soffre inauditi; e non sarìagli pena Dagli sgherri soffrirli: itale voci Lo irridon per la via, maledicenti Al passato suo lustro. E quale esclama: --Va, di rivolte eccitator maligno! Va, scellerata causa, onde su noi Cesare versa il suo tremendo sdegno!-- Qual:--Va, codardo degli Otton mancipio, Che d'Italia campion far ti negasti! Ben or ti sta de' tuoi servigi il premio!-- Qual più schietto prorompe:--Erami noia Udir chiamarti _il giusto_; alfin delitti Potrem di te sapere ed abborrirti! Quant'è lunga la via sino a' confini Delle italiche valli, Ebelin tacque Degli spregi sofferti. Allor che in cima Dell'alpe fu, rivolse gli occhi, e alzando Le incatenate braccia,--Oh maledetta Troppo da' vizi tuoi, misera patria, Sclamò, non io ti maledico! Il cielo Figli ti dia che s'amino fra loro, Ed amin te com'io t'amava e t'amo, E più di me felici acquistin gloria Senza espïarla con dolori e insulti! --Maledicila! gridagli all'orecchio Una voce infernal. --Ti benedico L'ultima volta! ripres'egli. E pianse Siccome pio figliuol sulla ignominia D'una madre infelice; e gli sovvenne Quanto già quella madre avea prefulso In virtù fra le genti, e a depravarla Quante cagioni eran concorse! E grande Su lei di Dio misericordia chiese; E dal dolce aer suo, dalle ridenti Tutte illustri sue sponde, ei nè le amanti Ciglia diveller, nè il pensier poteva! Satan che indarno occultamente spinto Avealo ad imprecar la patria terra, Urlò di rabbia le sue preci udendo; E di Lamagna per alture e piani Corse con questo grido: --È alfin caduto L'italo malïardo, il seduttore De' nostri augusti, il protettor di quanti Di Lombardia traeano ad impinguarsi Sul germanico suol, genìa predace Onde la tanta povertà cresciuta In quest'anni da noi! Tutti Ebelino Nostri tesori al lido suo recava, E colà un trono alzar voleasi, allora Che ad atterrar le ribellanti spade Inetto fosse per miseria Ottone? --Ebelin mora! Universal risposta Fu del tedesco volgo. Ed obblïato Da migliaia di cuori in un dì venne Quanto a lodarlo aveali invece astretti La sua mansüetudine, il modesto Non curar le ricchezze, il riversarle Sulle infelici plebi, il non mostrarsi, Benchè pio verso gl'Itali, men pio Ver gli stranieri. Quella dianzi nota Serie di virtù splendide cotanto, Un incantesimo vil parve ad un tratto, Una menzogna. Convenìa disdirla: Riconoscenza è grave pondo ai bassi. Esultan se pretesto a lor si porga Di rigettarla, e attaccaticci morbi Son odio, ingratitudine e calunnia. Conscio de' benefizi innumerati Ch'egli avea sparso, avea creduto ognora L'irreprensibil cavalier che stretti, A lui fosser d'amor cuori infiniti. Le ripetute indegne contumelie Lo sorpreser, ma tacque; e sovra tanta Pravità de' mortali meditando, Arrossì d'esser uomo, e innanzi a Dio Umilïossi. E vanamente ancora Stette Satan mirandolo e aspettando Il desìo di vendetta e le bestemmie. Chiama l'Onnipossente al suo cospetto Tutti i ministri spirti, e a Satan dice: --Onde vieni? E il maligno:--Ho circüita Dell'uom la terra, e non rinvenni un santo. Ed il Signore:--O di calunnie padre, Non vedestù l'amico mio Ebelino, Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo, Tanta nel suo dolor serba innocenza? E l'angiol di menzogna ambe le labbra Si morse, e disse:--Ov'è il suo pregio? Ei t'ama, Perchè, in tuo amor fidando, ei palesata In breve spera sua innocenza. Il braccio Estendi, e più percuotilo, e vedrai Se non t'impreca. Ed il Signor:--Non forse Giorni di prova assegno a' retti? Vanne: Ebelino è in tua mano; anco sua vita, Anco la fama sua, perchè maggiore Torni suo vanto e tua immortal vergogna. L'avversario precipite avventossi Dal grembo della nube, onde i mortali Atterrìa lampeggiando, ed in un punto Fu su roccia dell'alpi. Ivi gigante Si soffermò, e da questo lato i campi Della lieta penisola mirando, E dall'altro le selve popolose De' boreali, l'una e l'altra palma Battè plaudendo al sovrastante lutto D'entrambo i regni, ed esclamò:--Vittoria! Di là scagliossi alla città del trono E de' cento felici incliti alberghi, E delle orrende mura ove trascina Sua catena Ebelin. Desta il demonio Ne' giudici, che Ottone a indagin chiama Dell'alta causa, aneliti vigliacchi. Temon, se reo non trovan l'accusato, L'ira d'Otton, l'ira d'Augusta, l'ira Di quel Guelardo che per essi or regna; E dove il trovin reo, speran più pingui Gli onorati salarii, e maggior lustro. Chi primiero è fra' giudici? Oh impudenza Guelardo stesso! Oh come il core all'empio Nondimen trema, udendo che s'appressa L'irreprensibil catenato! E questi Entra con umil, sì, ma non prostrato Animo, e reca sulla smorta fronte Quell'alterezza ch'a innocenza spetta. Cela Guelardo il suo tremore, e prende Così ad interrogar: --Qual è il tuo nome, O sciagurato reo? --Sono Ebelino Da Villanova, amico tuo. --Rigetto L'amistà d'un fello: giudice seggo. Che macchinasti co' Lombardi? In viso L'accusato guardollo, e non rispose. E Guelardo:--A lor trame eri secreto Eccitator; t'offrìan lo scettro, e pronta Stava tua destra ad accettarlo in giorno Ch'ansio esitavi a stabilire, in giorno Che, la mercè di Dio, non è spuntato. V'ha fra i complici tuoi chi tua perfidia Al tribunale attesta. E poichè muto Serbavasi Ebelin, vengon a un cenno Que' testimoni nella sala addotti. Eran duo di que' truci esclamatori Di libertà, di civiche vendette, Di patrio amor, che ne' consessi audaci Della rivolta più fervean, più scherno Scagliavan sui dubbianti e sovra i miti, E più capaci d'affrontar qualunque Parean supplizio, anzi che mai parola Di codardia pel proprio scampo sciorre. Questi eroi da macelli, questi atroci Ostentatori d'invicibil rabbia, Come fur tolti a lor gioconde cene, E gravato di ferri ebbero il pugno, E il patibolo vider,--tremebondi Quasi cinèdi, le arroganti grida Volsero in turpi lagrime e in più turpi Esibimenti di riscatto infame, Altre teste al carnefice segnando. Ad Ebelino in riveder coloro Isfuggì un atto di stupor:--Voi dunque? Voi?... Ma, qual maraviglia? Oh! ben a dritto Io sempre le feroci alme ho spregiato, E ben diceami il cor quali voi foste! Ed appunto perchè troppe vid'io Alme siffatte là nelle congrèghe Ove il mio plauso si cercava indarno, E pochi vidi eccelsi petti, avversi Ad insolenza e a stragi, io mestamente Presentii di mia patria obbrobri e pianto, S'ella sorda restava a' preghi miei, E alle minacce mie, quando insensata Io vostr'impresa nominava e iniqua. I testimoni balbettaro, e fisi Gli occhi loro in Guelardo, il concertato Calunnïar sostennero. Ebelino Più non degnolli di risposta, e chiese D'esser condotto anzi ad Ottone a cui Parlar volea. Respinge inutilmente Guelardo quest'inchiesta, e così forte La ripete Ebelin, ch'un de' seduti A giudicarlo generoso alzossi, Sclamando:--La tua brama, o il più infelice Fra gli accusati, porteranno al trono Le labbra mie. Null'uom potè di quella Anima schietta rattenere i passi: Move all'Imperador, franco gli parla, E il pio monarca inducesi al colloquio. Mentre dunque l'afflitto incoronato Nelle regali, splendide pareti Aspettava che a lui tratto venisse Il già caro Ebelin, nella memoria Gli ritornavan gli alti e numerosi Servigi di quel prode, e l'amicizia Che al magno Otton, suo padre, avealo stretto; E commoveasi ripensando quante Volte quell'Ebelin con tenerezza Lui prence fanciulletto infra le braccia Portato avea, quante paterne cure Prese per lui, quanti affrontati in guerra Per sua difesa ardui perigli,--e il core Gli si volgea a clemenza. Ode sonanti Nelle vicine sale i trascinati Ferri del prigioniero, e gli si gela Di pietà il sangue. E quand'entrare il vede Pallido, smunto, gli si gonfia il ciglio, E magnanimo pianto a stento cela. Ebelin pur commosso era, calcando Con vincolato piede oggi i tappeti, Che tante volte avea con dominante Passo calcati, e intorno a sè veggendo Tanti, che in altro tempo a lui dinanzi S'inchinavan temendo, ovver felici Andavan s'egli a lor stringea la destra, E ch'or s'atteggian contegnosi, e quali A sterile pietà, quali ad insulto. Giunto Ebelino alla presenza augusta, Piegasi reverente, e aspetta il cenno: --Favella, sciagurato: uom con più caldo Fervor non brama tue discolpe. --Sire, La mia innocenza esser dovriati scritta Ne' lunghi intemerati anni ch'io vissi Di tua casa al servizio e dell'onore. In inganno te volto han miei nemici, E me calunnia opprime. --A tue parole Aggiungi prova, e riputato il sommo De' tuoi servigi questo fia da Ottone. --Se a te prova non son gli atti che oprai Alla luce del sol, l'abborrimento Sperimentato mio contra ogni fraude, Contr'ogni ingiusta ambizïon; se nulla A te non dicon queste mie sembianze Imperturbate in così ria sventura, Preclusa è a me di scampo ogni fiducia; Anzi alle leggi mia supposta colpa È attestata abbastanza. Altro non posso Se non gli estremi del mio zelo sforzi In quest'istante consecrarti, o sire, Tai verità parlandoti, che forse Più non udresti, se da me non le odi. --T'ascolto, disse il rege. Ed Ebelino La propria causa obblïar parve, e diessi A svolgere di stato alti consigli, I bisogni quai fossero additando Delle schiere, del popol, dell'altare, De' tribunali, e della reggia stessa: Quali i provvedimenti unici, rotti Ed efficaci ad impedir l'ebbrezza Delle rivolte, a raffermar lo impero: Quali de' prischi imperadori, e quali Del magno Otton le più laudabili opre, E quai le insane; e come arduo ognor sia Seguir le prime e non errare; e come Gli egregi prenci a errar tragge talvolta Adulante caterva. Accennò alcuni Del sir lusingatori, accennò il vile Cangiarsi di Guelardo: e brevi furo Su lor suoi detti, e non degnò que' nomi D'anime basse proferir neppure. Ma que' rapidi detti eran gagliardi, Siccome piglio di paterno braccio, Che sovra l'orlo d'un dirupo afferra Perigliante figliuolo. Otton si scuote. Da verità sì energiche, da senno Sì giusto e luminoso ed esaltante Non era stato mai colpito. In altri Colloqui a' dì felici il buon ministro Parlava il ver, ma forse in più gradita Guisa, sparmiante del suo re l'orgoglio. Ora è il parlar solenne, il grido urgente D'uom, che vicino a morte anco un tributo Di fedeltà solve al monarca e al dritto, Tutto dicendo che giovar del pari Sembrigli al trono e alle regnate genti. Alla beltà del vero e del coraggio, E di quel dignitoso intenerirsi Che da alterezza vien compresso, e pure Nella voce si sente e ne' benigni Sguardi si vede, unìasi in Ebelino Da natura sortita un'armonìa Di nobili sembianze e di contegno, Talchè valor più prepotente dava A sua favella, ed escludea il supposto D'ogni viltà, d'ogni codarda astuzia, E facea forza a Otton. Perocchè Ottone Stranier non era a simpatia per cuori Di grandissima tempra. E fu vicino A cedere, a gettare ambe le braccia Del prigioniero al collo, al gridar:--Falsa Tengo ogni accusa contro al mio fedele! Ma Sàtan vide quell'istante, e spinse Tëofania d'Augusto in cerca. Bella Era la greca donna e di vivaci Grazie adorna, e scaltrissima e pungente Ne' suoi sarcasmi, ed irridea talvolta La bonaria alemanna indol con motti Quasi di spregio; e di quei motti spesso Arrossia Ottone. E perocch'egli amava, L'affascinante sposa, ambìa piacerle E far pompa d'accorta alma inconcussa, E a tal cagion solea de' generosi Sensi in cor frenar gl'impeti al suo fianco. Salutata dall'armi, il passo inoltra Fra le colonne di que' regii lochi La incoronata, e stabilisce e freme In vedere Ebelino; e sovra Ottone Lancia quel guardo che dir sembra:--Stolto! Sedur ti lasci? Tanto, oimè, bastava A confondere il sire! Eccol a un tratto Con più severa maestà atteggiarsi Verso il captivo, e dir:--Riedi: a me il vero Tutto paleserassi; e tu, innocente, Gloria n'avrai; prevaricato, morte. Torna Ebelino al carcere, e già scerne Che inevitata è per lui morte. Oh come Lenti di nuovo i dì, lente le notti Volgon per lui! Quel sempre assomigliarsi D'una all'altr'ora, e la perpetua veglia, Ed il perpetuo tenebrore--e i cibi Immondi e scarsi--e l'aspreggiante voce Di questo o quello sgherro--e il frequent'urlo D'altri prigioni disperati, in cupe Vicine volte seppelliti--e il suono De' ceppi loro, e quel de' propri--e il canto Osceno del ladron che, bestemmiando, La forca aspetta--e i gemiti dell'egro Forse non reo che sulla paglia spira-- E il sollecito passo delle guardie Che dicono: «È spirato!»--e questo detto Che l'echeggiante corridoio in guisa Ripete orrenda--e il pianto d'un amico Che, udendo il nome dell'estinto, grida Dal fondo d'un covile: «Ahi! gli sorvivo!»-- E per dispregio di quel pianto il ghigno Od il sibilo infame di coloro Che trascinano il morto--e, con siffatta Serie d'inenarrabili vicende Di castel, che i perenni affigurava Dell'abisso tormenti, il ricordarsi De' dì sereni che svanìr, de' plausi, Delle liete speranze, e, più di tutto, De' dolci affetti--ah! quella è tale immensa Congerie di dolori e di spaventi, Che dissennar minaccia ogni più forte E sdegnoso intelletto! E se si ponno Da intelletto simil serbar talvolta Contro all'empia fortuna altero scherno, O pensieri di pace e di perdono, E di fede nel cielo, ahi! pur quell'ora Amarissima vien che ineluttata Mestizia il cor miseramente serra, E non v'è chi consoli! Ed altre pari A quell'ora succedono, e d'angoscia In angoscia si cade! Ed un'ardente Smania investe il cervello, ed impazzato Esser si teme o brama! E il generoso Petto chiuder non puossi all'irrüente Piena dell'odio che in lui versan mille Della viltà degli uomini memorie! E feroce si resta, e di sè stesso S'inorridisce e sclamasi:--«Son io, Benchè non conscio di mie colpe, un empio?» E chiedesi all'Eterno, e lungamente Chiedesi invan, d'amore una scintilla! Quelle angosce conobbe anco Ebelino, Ed allora invisibile al suo fianco Sàtan sedeva, e gli pingea coll'arte, Ch'è propria a lui, tutto che meglio ad ira E a disperazïon trarlo potesse. Ed Ebelin pur resistea, e pensava, In mezzo alle sue smanie, all'Uomo-Iddio, Che sublimò i dolori, e fu ludibrio D'ingrati e di crudeli: e quel pensiero, Che insensatezza all'occhio è de' felici, Insensatezza non pareagli, ed alta Storia pareagli che gli oppressi in tutti Lor martirii nobilita; e volgendo Quella storia ammiranda, a poco a poco Ammansava gli sdegni e perdonava. Ma la parte del cor, che più dolente Sanguinava, era quella ove scolpite Stavan due care fronti. Una è la fronte Della madre decrepita che in pace, All'ombra degli altar, da parecchi anni Viveasi in Quedlimburgo, e l'altra è quella Della madre d'Augusto. Ambe le antiche Serrava il chiostro istesso, e raramente Alla reggia venìan; che ad Adelaide Odïosa la reggia erasi fatta Per l'imperar della superba nuora. --Qual sarà stato di mia madre, e quale Dell'onoranda Imperadrice il core, Allorchè udir la mia sventura? Iniquo Esse, no, non mi tengono! Esse almeno, Mentre a tutti i mortali il nome mio In abbominio fia; caro l'avranno! Così geme Ebelino. Un dì, ottenuto La madre alfine ha di vederlo, e scende Alla prigion del figlio. Oh inenarrati Di quel colloquio i sacri detti e i sacri Abbracciamenti! Oh qual pietà! Una madre Che riscattar col sangue suo non puote Di sue viscere il frutto! ed il più amante Figlio che di sua madre, ahimè! in secreto Deplorar dee la lunga vita! Il giorno Che dalla inconsolabil genitrice Fu Ebelin visitato, oh da qual notte Seguito fu! L'espandersi de' cuori Nella sventura, è de' sollievi il sommo; Ma dopo tal sollievo, allor che mesto Il prigionier dalle pietose braccia Di persona carissima è staccato, E solingo riman, quanto più dura Gli è solitudin! Quanto più affannoso Il desiderio de' bei tempi in cui Fra gli amati vivea! Quanto più viva, Più lacerante la pietà ch'ei sente Di sè stesso e d'altrui! Me a tal dolore Stranier non volle il Cielo, e in ripensarti, O decennio del carcere, infiniti Strazi ricordo, ma il più acerbo è forse Quand'io, abbracciato il genitor, partirsi Da me il vedea; quand'io, calde le labbra, Del bacio suo, dicea:--Questo è l'estremo! Non un decennio, ma più lune ancora Durar gli allarmi d'Ebelino. Ei forse Nel _giudizio di Dio_ gli accusatori Sperava iniqui col possente acciaro Düellando atterrar. Chi d'Ebelino Avea la forza e la destrezza? E quanta Forza o destrezza in düellar non dona Senso d'intemerata anima offesa! Ma tai _giudizi_ Iddio forse abborrendo, Non volle che sancito il reo costume Per Ebelin venisse; o del demonio Opra fu l'impedirlo. Il pestilente Aere del carcer nell'oppresso infonde Maligni influssi, ed eccolo abbattuto Da insanabili febbri. Il derelitto Pur talvolta illudeasi, immaginando Che alcun de' tanti, su cui sparsi avea Suoi benefizi, or con repente mossa D'onore e gratitudin s'offerisse A combatter per esso:--attese indarno. Spunta il dì della morte, ed Ebelino Vien tratto innanzi a' giudici; e Guelardo La sentenza gli legge! Il condannato Udì, chinò la fronte, e rese grazie Tacitamente a Dio che al sacrificio Termine alfin ponesse; e bramò ancora Una volta veder la genitrice. Venne l'antica, e insiem si consolaro Con nobil forza alterna, e con alterne Religïose cure. Ella ed un pio Ministro del Signor soli eran consci Dell'innocenza d'Ebelin. Veloce Scorre quel sacro tempo, e omai gl'istanti Sovrastan del patibolo. Umilmente Prostrasi ancora innanzi al sacerdote Il giusto cavalier; quindi si prostra Anzi alla madre, ed ella il benedice, E si dividon sorridendo, e in cielo Riabbracciarsi in breve speran. Move Per le vie tra i carnefici, agguagliato Al più vil masnadiero, e contro a lui Insane urla di scherno alzan le turbe. Di quegl'inverecondi ultimi segni Dell'odio altrui stupìa, ma per le turbe Egli pregava. Ed arrivato al palco, Con fermo passo ascese, e parlar volle; Ma sue parole non s'udir, sì orrendi Vituperi sonavano. Ed allora Accennò egli medesimo al percussore, E siede sullo scanno, e tosto il collo Mise sul ceppo--e la mannaia cadde! L'angiol della calunnia, abbenchè indurre Non avesse potuto alla bestemmia Il retto cavaliere, e or si rodesse Invido i pugni, l'alta anima a Dio Salir veggendo--audacemente «Ho vinto!» Volea sclamar. Ma pria che la menzogna Intera uscisse dell'infame petto, Piovver dal cielo i fulmini, e il bugiardo Spirto ravvolser negli eterni abissi. Ov'è il Giuda novel?--Perchè perduto Delle guance ha il vermiglio, e la baldanza Della voce e del guardo?--E perchè al riso Che da Tëofania volto gli è spesso Non ride, e gli occhi abbassa, o spaventato Mira a destra e sinistra?--E perchè a sera, Se in luoghi oscuri passa, affretta il piede A illuminata parte, e ansante giunge Quasi inseguito fosse?--E perchè cerca Talor per via i mendici, e su lor versa A piene mani l'oro, e di lor preci L'aiuto invoca, e inefficaci poscia Di quei le preci ei furibondo chiama?-- E perchè ne' festini alcune volte Cionca e sghignazza, e intrepido si vanta Contro a tutte paure, e quando a letto Va nell'ebbrezza, trema ed urla, e al fido Servo chiede il cilicio e se lo cinge? Pentimento ei bramava, e scellerata L'alma era fredda, e a pentimento chiusa. Un dì, colui con altri sommi duci Passò a fianco d'Otton sovra la piazza, Ove ancor d'Ebelino ad alto palo Vedeasi infisso il teschio. Il traditore Volea finger letizia, e le pupille Miseramente stralunava, e insieme Forte i denti batteangli. Ottone il guarda, E vacillar sovra l'arcione il vede, E a sostenerlo accorre. --Oh! che ti turba? Oh! che ti turba? Gli ripete. --È desso! Sclama Guelardo, il mio tradito amico! Chi dal giusto immolato mi sottragge? E prepotenza di rimorso invitta, Ma non pia, lo costringe. Ei maledice E terra e ciel, ma l'alto arcano svela. Folto drappello d'ottimati, e folta Moltitudin di volgo al confessante Fa cerchio, e inorridisce a sue parole, Tutta imparando la esecrata istoria. Da tanti petti universal s'innalza Un lamento:--Oh sventura! oh atroce colpa! Il caduto Ebelino era innocente! Ed Otton più che gli altri inconsolato Raccapricciando grida:--Oh me infelice! Era innocente, e trarre a morte il feci! Il traditor nel suo sangue stramazza. Qual mano il colpo diè primier? Mal puote Fama saperlo. I più disser che ratto Un ferro in cor si configgesse il tristo, Altri che Otton percosselo. Il tumulto Ferve con rabbia orrenda. In cento brani Ecco lacero, pesto, annichilato Il cadavere infame. E s'inchinaro D'Ebelino anzi il teschio e imperadore Ed ottimati e popolo, e nel tempio Dato fu loco alla reliquia santa. Alto clamor di giubilo e di rabbia Rimbombò nell'inferno, al piombar quivi Il traditor, ma sol menonne festa L'abbietta e sciocca de' demonii plebe: Il lor superbo re, poste con ira Su Guelardo le luci e le calcagna, Urlò:--Che gloria alma sì vil mi reca! ILDEGARDE CANTICA. Anche l'_Ildegarde_ è una di quelle cantiche ch'io aveva in lontani anni disegnate, e già era questa eseguita in gran parte, ed onorata degli amichevoli suffragi del nostro Monti e di Byron. Spariti quegli abbozzi con altre carte da me in dolorosa vicenda perdute, ho tentato dodici anni dappoi di ricomporre la stessa produzione, quantunque non ignaro che difficilmente in età provetta si ritrovano le felici ispirazioni della gioventù. ILDEGARDE. _Pars bona mulier bona._ (ECCLE. c. 26, 3.) --Perchè alle torri del superbo Irnando Sempre drizzi lo sguardo, o mio Camillo? --Sposa, io molto l'amava; e in questi giorni Di nevose bufère, ognor la dolce Nostra infanzia mi torna alla memoria, Quando, arridenti il padre suo ed il mio, O di soppiatto noi dalle castella Usciti, incontravamci appo la riva Congelata del Pellice, e lung'ora Qua e là sdrucciolon ci vibravamo Ridendo e punzecchiandoci e luttando, E sul ghiaccio cadendo, e (bozzoluta Indi spesso la fronte o insanguinata) Tornando a casa lieti e tracotanti. Allora il padre suo, se all'un di noi Vedea della caduta in fronte il segno, Chiedevagli: «Hai tu pianto?» Ed il ferito Gridava: «No.» Ed a tal risposta il vecchio Lo prendea fra le braccia e lo baciava, L'amor lodando de' perigli e il gaio Scherno d'un mal, che sol le carni impiaga, E nulla può sull'anima del forte. Un dì, com'or, fioccava a larghe falde Di dicembre la neve, ed ambo agli occhi De' parenti sottrattici e de' servi Discendemmo ciascun nostra pendice, E ai cari ghiacci convenimmo. Assai Sdrucciolammo e ruzzammo, e le condense Pallottole durissime a diversa Meta lontana, in alto o pe' dirupi, Scagliammo a gara, acute urla di gioia Ripercosse da acuti echi levando. Men da stanchezza mossi che da fame Ci abbracciamo, e ciascun monta i suoi greppi Anelante alla cena. A quando a quando Ci volgevam guardandoci, ed allora Che, già molto remoti, un veder l'altro Più non potea, salutavamci ancora Con prolungati affettüosi strilli; E questi udìansi dalle due castella, E mia madre s'alzava, e tremebonda Al balcon della torre s'affacciava, Incerta se di gioco o di dolore Voci eran quelle. Ah! in voci di dolore Odo mutarsi quella sera infatti Le grida dell'amico: «Al lupo! al lupo!» Ripeteva egli disperato. Io sudo Di spavento, ciò udito, e immaginando Di quel caro il periglio. I clivi scendo Novamente precipite: il ghiacciato Pellice varco, e per gli opposti greppi Affannato m'arrampico ed appello: «Irnando mio! Irnando mio!» Salito Egli era sovra un olmo. Eccol veloce Scendere a me. Ma il lupo allontanato Ritorce il passo, e verso noi s'avventa. Ambo ascendiam sull'arbore, e costrettï Lunghissim'ora ivi restiam; chè intorno Incessante giravasi la fiera. Oh come su quell'olmo il dolce amico Teneramente mi stringea al suo seno, Il mio ardir rampognandomi! Ei dicea Aver alto gridato «Al lupo! al lupo!» Per la speranza ch'io vieppiù fuggissi, E tristo incontro pari al suo scansassi. «E tu invece, oh insensato! ei ripetea Vanamente arrischiasti i cari giorni Per aïtar l'amico, o coll'amico Preda morir di quelle orrende zanne!» Ciò dicendo ei piangeva, ed io piangeva Suoi cari lacrimosi occhi baciando, E tal commozïone era profonda, Delizïosa per entrambe! oh come Sentivamo d'amarci! oh quanto vere Sonavan le proteste, asseverando Che l'un per l'altro volontier la vita Donata avrìa!--Dall'olmo alfin veggiamo Scender di qua e di là dalle pendici Fiaccole ardenti. Eran d'Irnando il padre Ed il mio che venìan, co' loro servi, Degli smarriti figliuoletti in cerca. Sgombrava il lupo a quella vista; e noi Dall'arbore ospital lieti calammo, E saltellanti sulla neve, incontro Movemmo ai genitor, con infinito Cinguettìo raccontando, io la paura Ch'ebbi di perder l'adorato amico, Egli la mia temerità e la prova Che in questa aveavi di gagliardo amore. Oh qual sera di gaudio! oh quanta lode Al fratellevol nostro affetto i duo Parenti davan! Come altero Irnando Mostravasi di me! Com'io di lui!-- Di nostra püerizia i dolci giorni Da mille vicenduole ivan cosparsi, Che all'uno e all'altro certa fean la mutua E generosa fede! E così stretto Vincol di due schiettissim'alme... il tempo Dovea spezzarlo! In questa guisa geme Il cavalier Camillo. Ed Ildegarde Dalle corvine chiome e dalla svelta, Maestosa statura:--O sposo amato, Perdona, prego, al mio pensier; non colpa Fu in te forse d'orgoglio! Hai tu alcun passo Nobilmente tentato al benedetto Dagli Angioli e da Dio pacificarvi? --Di nostre nozze intera anco non volge La luna, o mia diletta, e mal conosci Del tuo Camillo il cor. Non di rossore Perciò si tinga il tuo bel volto, o donna: Garrir, no, non ti voglio: imparerai Col tempo qual possanza in questo core Abbian gli affetti. Se tentai? Se dieci Volte l'orgoglio mio non s'immolava Per racquistarmi quell'amico? Indarno Ei più non è quello di pria: uno spirto Di maligna superbia il signoreggia: Ei (tu vedi s'io fremo a questo detto!) Ei mi dispregia!-- L'arrossita dianzi Ildegarde a tai detti impallidiva, Mostrüoso sembrandole il destarsi Dispregio in chi che sia verso un mortale Sì per cavallereschi atti famoso, Qual era il pio Camillo. E l'abbracciava Vibrando sguardi or con gentil disdegno Alla torre d'Irnando, or con desìo Passïonato al caro sposo. E sguardi Tai gli dicean: «S'altri spregiarti ardisce, La stima ten compensi in ch'io ti tengo.» Qual della inimistà la cagion fosse De' duo generosissimi, in diversi Inni diversamente i trovadori Cantan d'Italia. Applaudon gli uni a Irnando, Che, ito in Lamagna giovinetto, ad uno De' contendenti re sacrò il suo ferro; Altri a Camillo applaudon, che s'accese Pel secondo aspirante al real trono, Ma aspirante illegittimo. Speraro Camillo e Irnando un l'altro süadersi All'abbracciata parte. E l'un de' duo, Non si sa qual, trascorse a villanìa. Furor di fazïon trasse dapprima Questo e quello davvero a stimar vile Il già sì caro amico. Assai palese Delle avversarie crude ire sembrava L'iniquità ad Irnando: ei non potea Creder che onesto intento in alcun fosse, Il qual per esse parteggiasse. Al pari A Camillo parea dell'altra causa Evidente l'infamia essere al mondo. In qualunque dei duo fallisse primo La carità di confratello, e germe Altro o no di rancor vi si aggiungesse, Furon veduti inferocir nel campo Come leoni. Ma l'atroce guerra E l'alterna fortuna delle insegne Loco porgean a esercitar da entrambe Parti eccelse virtù. Cento fïate Camillo e Irnando, ad ammirarsi astretti, Dicean ciascun tra sè: «L'amico mio, Sebben malvagio, egli è un eroe pur sempre!» Già quegli anni di sangue or son passati; Già molte spente sono illusïoni Nelle agitate lor menti guerriere, Benchè in età ancor verde. Eppur concordia Lor generose palme, ahi! non rinserra. Beato d'una sposa era anche Irnando, E questa il dolce avea nome d'Elina, E di più figli era già madre. Il cielo Dato le ha cor fervente, ed intelletto Gentil, ma entusïastico. Natìe Le pedemontanine aure in che vive A lei non son; romano è sangue; e il padre D'Elina, de' ribelli ognor nemico, Morì con gloria in campo. Ella supporre Non potria mai che Irnando ingiustamente Odio porti a Camillo. A lei Camillo Noto non è, ma sel figura indegno, Irreconcilïabile, covante Sempre perfidie. E motto mai non dice Per calmare il marito allor che l'ode Fremer contra il vicin. Folli stranezze Del core umano! Irnando, ancorchè fiero Più di Camillo, e a malignar proclive, Più bei momenti non avea di quelli, In che, pensando alla sua dolce infanzia, Questo o quel nobil detto o nobil atto Del caro, oggi abborrito, ei ricordava. In quei momenti (e rivenian di spesso) L'alma gli sorrideva, immaginando Quando ad entrambo tornerìa dolcezza Esser amici ancor: ma appena accorto Di questo desiderio, ei ripigliava A esacerbarsi, a biasimar sè stesso Di soverchia indulgenza, ed intimarsi Perseveranza d'astio e di disprezzo. Vedute in tanti cavalieri avea Mutazïoni di principii abbiette! Gli uni servi al buon prence, indi congiunti Perfidamente all'avversario suo; Gli altri farsi un Iddio del tracotante Contenditore al trono, e poi, caduta La sua potenza, irriderlo. E di tali Apostasie si repetea sovente La turpe inverecondia. E le più altere Alme se ne sdegnavano, e temendo Apostate parer, persistean truci Ne' giurati decreti, ove decreti Sconsigliati pur fossero. Ogni volta Che Irnando dalle sue balze rimira Il castel di Camillo, e rivolgendo Va quanto spesso col diletto amico In quelle sale, a quel verron, su quelle Mura, per quel pendìo, sovra quell'erto Ciglione, in quella valle, avea di santi Affanni e santi gaudii conversato, Di repente corrucciasi, e la fronte Colla palma fregando, a sè ridice: «Via quelle stolte rimembranze! obbrobrio L'onorar d'un sospiro i dì bugiardi, Che amabil tanto mi pingean quel tristo!» Men concitato da alterigia, avea Camillo a dame ed a baroni ufficio Pacifero richiesto. E quelle e questi Sordo trovaro a lor parole Irnando. Ma alla dolce Ildegarde or molto incresce Questa fera discordia; ognor paventa Che i fremebondi prorompano a guerra. --Freddi interceditori, o sposo mio, Forse fur quelle dame e que' baroni Di cui mi narri. Di te degno oh come Stato sarebbe il presentar te stesso Con amabil fidanza e quell'iroso! --Che parli, o donna? Io, non colpevol, io Codardamente supplice a' suoi piedi! --Codardìa consigliarti, o mio diletto, Potrebbe mai la sposa tua? Dinanzi A lui, supplice no, ma con onesta Securtà mosso io ti vorrei. Da quanto Pinger mi suoli di quel prode offeso, Incapace ci sarìa di fare ingiuria A chi chiedesse entro sue torri ospizio.-- Se il pio consiglio accolga, esita alcuni Giorni Camillo; indi alla sposa:--O amica, A tanto, no, non posso umilïarmi; Ma non perciò mi ristarò da speme Di pacificamento. Un messaggero Mai non mandai direttamente ancora Con parole d'onore all'orgoglioso. Forse gli estranei intercessori sdegna, Ma vedendo a sè innanzi un mio scudiero, E amici detti per mia parte udendo, Commoverassi, e non vorrà esser meno Generoso di me.-- Compie Camillo La divisata prova. Indi attendea Il ritorno del messo, e d'una sala Passava in altra irrequïeto, e indugio Soverchio gli sembrava. --Il furibondo Sdegnasse dare all'invïato ascolto? O frodoloso intento, o vil lusinga D'animo impaurito ei sospettasse, E rispondesse coll'atroce insulto Di vïolar con carcere o con morte La sacra testa dell'araldo mio? Fellon! Guai se ciò fosse! A molta scese Mansuëtudin questo cor; ma un cenno, E rïascender lo vedresti ad odio Maggior del tuo, più spaventoso, eterno! Che dico? Bassa villania in quell'alma Inebbrïata da gigante orgoglio Non può capir. Abbietto spirto io sono Che immaginar sì turpe fatto ardisco. Intenerito si sarà; lung'ora Colmerà di dolcissime domande E d'onoranza il mio scudier; seguirlo Qui vorrà forse, o rattenuto or fia Da momentanee cure. A mezzo solo Esser seppi magnanimo. Io medesmo, Come la donna mia mi consigliava Io, non un messo, a lui mover dovea. Oh! alla mia vista uopo ad Irnando certo Stato non foran più parole; in braccio Gettato a me sariasi, e senza vane Spiegazïoni, e dolorose, entrambo Rïappellati ci saremmo amici. Così tra sè il bramoso. Ed evitava, Per nasconderle il suo perturbamento, Della diletta sposa il dolce incontro. Ei cammina a gran passi; o nella sedia Breve momento s'agita, e risorge Tosto con ansia ad amor mista e ad ira, Or all'una effacciandosi, or all'altra Delle fenestre, or fuor della ferrata Negra sua porta uscendo, e non badando Al can che gli si appressa, e rispettoso Scuote la coda, e abbassa il ceffo, e spera Dalla man signorile esser palpato. Dai merli del terrazzo alfin gli sembra Lo scudier ravvisare. È desso, è desso. Al cavalier rimescolasi il sangue, E contener non puossi. Il ponte varca, Discende in fretta la pendice; incontro Al vegnente lo stimola sfrenata Smania d'udir. --Perchè sì tardo movi? Gridagli.-- I passi addoppia il fido, e parla: --Signor del tuo nemico entro la soglia Appena addotto io fui... Camillo udendo Suo nemico nomarlo, impallidisce: E l'altro segue: --Appena addotto io fui, I sensi tuoi gli esposi. --In quali accenti? --Quali a me li dettasti. _Oh cavaliero!_ Dissigli, _il signor mio, dopo ondeggiante Con sè stesso luttar, cede al bisogno Di ricordarti sua amistà, di sciorre, Per quanto è in lui, quel gel, che rie vicende Frapposto aveano fra il suo core e il tuo_. Io proseguir volea. Rise il superbo Amaramente, ed esclamò: _Non gelo, Ma orrendo sangue è fra i due cor frapposto!_-- Proseguii nondimen, tuoi decorosi Sensi esponendo. A' primi istanti vinto Da prepotente anelito parea, Sebbene al riso s'atteggiasse ognora, Ed ostentasse di vibrarmi i guardi Della minaccia e del dispregio. Ei detti Di maggiore umiltà dal labbro mio Certo aspettava. Non trascesi: umìle, Ma dignitosa serbai fronte e voce; Ed ei sognò ch'io lo schernissi. _Audaci Son tue pupille, o giovine!_ proruppe; _Abbassale!--Non già! Timor non sente_, Risposi, _di Camillo un messaggero. --Mandotti il temerario ad insultarmi_? Riprese urlando, _a far vigliacca prova Della mia pazïenza? A tentar s'io Contaminar vo' mia illibata fama, Tua vil pelle col mio ferro toccando, O alle fruste segnandola? Va, stolto Incettator di vituperi e busse; Riporta al signor tuo, ch'uom che si pente De' tradimenti suoi, ch'uom che desìa L'amistà racquistar d'un generoso, Con ambagi non parla, e schiettamente Dice: Il cammin ch'io tenni era turpezza._ A sì indegne parole arsi di sdegno Per l'onor tuo. _Via di turpezza mai Non calcherà, mai non calcò il mio sire!_ Gridai. Ruppe il mio grido, e con un fiume Di fulminea infrenabile eloquenza, Tutta rammemorò la sciagurata Storia del trono combattuto. E questa Fu una trama, al dir suo, d'illustri iniqui Striscianti a piè del volgo, e lordamente Convenuti d'illuderlo e spogliarlo. E tu.... fremo in ridirlo. --Io? Segui. --Un vile Patteggiator di condivisa infamia, E condivisi lucri. --Ei ciò non disse! Ei ciò non disse! --Il giuro. --E non troncasti La scellerata voce entro sua gola? --La troncai svergognandolo. E costretto Fu ad arrossire e replicar: _Non dico Ch'ei fosse, ma parea di condivisi Lucri patteggiatore, e per lavarsi Di macchia tal non bastano le ambagi. Solennemente si ricreda, e provi Che insensato, ma mondo era il suo core; Provi ch'egli esecrato ha le perfidie De' nemici del re; ch'egli esecrato Ha l'opre inique ond'or l'impero è afflitto!_ Viltà sembrato mi sarìa modesti Accenti opporre ad arroganza tanta. Tel confesso, signor: ciò che gli dissi Appena il so. Non l'insultai, ma cose Di foco, certo, mi piovean dal labbro Contro a' denigratori; e di te laude Tal gli tessei, che fu colpito e plause. _Va, buon servo_, mi disse; _amo il tuo ardire, ma non del tuo signor la ipocrisia_. --Oh ciel! diss'egli ipocrisia? Ingannato Non t'han le orecchie tue? --Disselo, il giuro.-- A queste voci il cavalier si torse Rabbïoso le mani, e con un misto Di voluttà e di fremito, in più pezzi Franse un anel, che dono era d'Irnando, Ed a' caduti pezzi impallidendo Il piede impose, e li calcò nel fango. --È finito! proruppe.--Ed iracondo Lagrimava, nè udia del messaggero Parola più, nè rispondeagli. A guerra Precipitato contra Irnando ei fora; Ma nol permise il ciel. D'una sorella Alla difesa mover dee Camillo, La qual di Monferrato all'erme balze Co' pargoletti suoi vedova geme, Da illustri masnadieri assedïata. Solinga intanto ecco Ildegarde. E voti Per la salute dello sposo alzando, E per la sua vittoria, e pel ritorno, Pur trema che allorquando ei dalle pugne Rieda di Monferrato, incontro al sire Del vicino castel rompa la guerra. Un dì mirando quel castel, le cade Nell'animo un pensiero;--E s'io medesma Colà traessi, e mia nobil fidanza Vincesse il cor della romana altera E del truce baron?-- V'ha certi miti Senni, e tal era d'Ildegarde il senno, Che pur sono arditissimi, e formato Gentil proposto, se pur arduo ei paia, Tentennan poco, ed oprano. Tranquilla Il seguente mattin, poichè alla messa Nel delubro domestico ha innalzato Il femminil suo spirto appo lo Spirto Che regge i mondi e agli atomi dà forza, Ildegarde s'avvia sovra il suo bianco Palafreno seduta. A lei corteggio Sono una damigella e due famigli. Quand'ella giunse a' piè dell'alte mura Del castello d'Irnando, un momentaneo Palpitamento presela, e memoria Di perfidie tornolle, ahi troppo allora Frequenti fra baroni! e pensò quale Disperato dolor fora a Camillo, Se il visitato sire oggi smentisse, Brïaco d'odio, il vanto invïolato Che di leal s'ebbe sinora! Il guardo Volse alla damigella; e impallidita Era al par d'essa. Il guardo volse ai duo Famigli, e impalliditi erano, e osaro Interroganti dir:--Retrocediamo? --Stolti! diss'ella; e rise, ed innoltrossi. Intanto del castello in ampia sala La romana bellissima traea Dalla ricca di gemme ed indorata Conocchia il molle lino, e fra le punte Di due candide dita lo umidiva; Indi con grazia angelica all'eburneo Fuso il pizzico dava, e con accento, Che a labbra subalpine il ciel ricusa, Cavalleresche melodie cantava. Belli come la madre accanto a Elina Sedeano un bimbo ed una bimba, a lei Innamoratamente le pupille, Da negre e lunghe palpebre ombreggiate, Alzando vispe, e ogni ultima parola Della strofa materna ripetendo Con cantilena armonïosa d'eco. Ed a quest'eco s'aggiungea la grave Voce del padre lor, che per la caccia Un arco preparava, e spesso l'arco Ponea in obblìo, l'affascinante donna Mirando e i figli, ed i lor canti udendo. Portavan l'aure il suon del fervid'inno D'Ildegarde all'orecchio. Ella scendea Dell'arcione, ed a' paggi sorridente, Ma con trepido cor, dicea il suo nome. Qual fu d'Irnando la sorpresa! Ascolto E onore a dama diniegò egli mai? Qual pur siasi Ildegarde, ei le va incontro Con reverente cortesìa, e l'adduce Innanzi a Elina. Alzasi questa, e posa L'aurea conocchia, e di seder le accenna. --Vicina mia gentil (prende Ildegarde Così a parlar), da lungo tempo agogno Veder tuo dolce volto, e palesarti Un mio desìo. --Qual? le dimanda Elina. --D'ottener tua amistà, di consolarmi Teco de' miei dolori. --E che? Infelice Sei tu? Come?... E nel troppo accelerato Immaginar, già Elina e il cavaliero Presumon ch'ella fugga il ritornante Camillo forse, ch'a lor occhi un mostro Verso tant'altri, un mostro esser dee pure Verso la sciagurata a lui consorte. Ad Ildegarde appressansi amendue, Ed Irnando le dice:--Il ferro mio Non fallirà, s'hai di mestier difesa. Ma oh stupor! La soave, in altro modo Che non credean, prosegue: --Il sol non vede Donna di me più dal suo sposo amata, O buona Elina, e anch'io, quando al castello È il mio signore, ed io filo cantando, Spesso il miro al mio fianco, ed accompagna La mia colla sua voce; e molte volte Abbaian nel cortile i guinzagliati Cani pronti alla caccia, ed alla caccia Propizio è l'aer di levi nubi sparso, Ed ei pur meco stassi, ed al cignale Fino al seguente dì tregua consente. Ignoto ad ambo è il tedio, o se noi colse Alcuna volta, mai non fu quand'uno All'altro amato cor battea vicino. Ed oh a qual segno in esso, in me, di nostra Solinga vila crescerà l'incanto, Allor che a noi (se il ciel pietoso arrida Alla dolce speranza!) uno o più figli, Siccome questi, fioriranno a lato! S'interrompe Ildegarde, e per gentile Impeto d'amorosa alma commossa, O per arte gentile, o per un misto D'impeto ed arte, i due bambin si prende, Uno a destra uno a manca, e li accarezza Con baci alterni e voluttà di madre, Sì che la madre vera e il genitore Inteneriti esultano, e amicati Tanto per lei vieppiù si senton, quanto A' pargoletti lor vieppiù è cortese. --Oh come a te in bellezza, o mia vicina, Questa bimba somiglia! E ciò Ildegarde Dicendo, preme lungamente il labbro Sovra la rosea guancia paffutella Della cara angioletta, e la baciucchia. Poscia gitta la mano amabilmente Sulle ricciute chiome del fanciullo, E qua e là le palpa, indi pel ciuffo A sè lo trae, e, baciatolo, gli dice: --Sai tu che appunto sei, qual mi fu pinto Da fedel dipintore, il padre tuo Ne' suoi giorni d'infanzia? Inanellato Il fulvo crin, larga la fronte, arditi E amorevoli gli occhi... E questi detti Pronunciando Ildegarde, involontaria O accorta, alzava paventoso un guardo Sul cavaliero. Ed ei si perturbava Ricordando Camillo. Allor la pia Ambagi più non volve; e con candore Dice quanta cagion siale di tristo Rincrescimento il dissentir d'Irnando E di Camillo. --O degna Elina! ov'anco D'uno dei duo per indomato orgoglio Quella discordia non cessasse, amiche Esser non possiam noi? Commiserarci Non possiam noi di questa ria fortuna, Ed amar nostri sposi, e niun furore Lor condivider che sia oltraggio al dritto? Dall'anima d'Elina un «sì!» prorompe, E si stringono al seno. Irnando balza Rapito a quella vista, a quegli accenti, E vorrìa discolparsi; ad Ildegarde Vorrìa provar nessuna esso aver colpa Nell'odio sorto fra Camillo e lui. Strano mortal! mentr'ei d'inenarrati Spregi e d'ingratitudine a Camillo Accusa vibra, il corruccioso lagno Con cui ne parla, non par quel dell'odio, Ma d'un amor geloso. Ei non perdona All'uom ch'ei tanto amava, essersi fatto Un idol d'altra gente! aver potuto Per nemici obblïar sì sviscerato Fratel, qual gli era dall'infanzia Irnando. Ciò non isfugge all'ospite avveduta, E con lenta eloquenza insinüante, Che più e più le udenti anime scuote, Pinge in Camillo a que' trascorsi tempi Un fautor generoso (errante forse, Ma generoso) d'abbagliante insegna, E che a virtù immolar tutto credea, Fin le dolcezze d'amistà più care. E come pur tal amistà in Camillo Vivesse, ella soggiugne, e come i giorni Sospirass'egli della pace, in cui, Placato Irnando, il rïamasse ancora. Dice inoltre com'ei, reduce all'onde Del Pellice natìo, concilïarsi Con Irnando agognava, e si valea D'intercessori invan; come ad Irnando Mandò il proprio scudiero, e fu respinto. Dice gli sguardi mesti e affascinati Di Camillo al castel del primo amico, E a quell'arbore e a questa, e a quel vallone Ed a quel poggio, e del torrente ai flutti Ove insieme natavano, ed ai ghiacci Ove lungh'ore sdrucciolon vibravansi, Ridendo e punzecchiandosi e luttando, E sui ghiacci cadendo, e (bozzoluta Indi spesso la fronte o insanguinata) Tornando a casa lieti e tracotanti. --Oh che facesti, sposo mio? prorompe La fervida Romana; un altro, un altro T'eri foggiato e l'abborrivi. Io pure, Qual lo foggiavi, l'abborrìa; ma il mostro Che innanzi agli alterati occhi ci stava, No, non era quel pio, cui sì dilette Son dell'infanzia le memorie tutte, Cui tu sempre sei caro, e che sì caro Ad Ildegarde non sarìa, se iniquo. --Sarebbe ver? balbetta Irnando; e il ciglio Gli si rïempie di söave pianto. Ei m'amerebbe ancora? Ei non per beffe A me mandò que' freddi intercessori Che sì mal peroravano, e quel troppo Zelante messagger che m'inaspriva Col suo ardimento? E ch'altro volli io mai Ch'esser amato da colui ch'io amava? D'odiarlo io giurava, e non potea! Ma e se la tua benignità, Ildegarde, Ti traesse in error! S'ei mentre alcuna Rammemoranza di me pia conserva, E quasi m'ama nel passato ancora, Pur qual son m'esecrasse, ed appellarmi Collegato di vili anco s'ardisse? Se sconsigliati egli dicesse i passi Che al mio castello hai mossi, e dall'irato Cor prorompesse: «Amar non posso, Irnando! Amarlo più non posso!» I dolorosi Dubbii vieppiù son da Ildegarde sgombri, Col ricordar sull'amicizia antica Questo o quel detto di Camillo. --Io dunque Era il superbo! esclama il cavaliero: Espïar debbo mia ingiustizia. In guerra Lunge da me l'amico mio periglia; Ad aïtarlo di mie lance io volo. E i suoi fidi raguna, ed abbracciate La palpitante Elina ed Ildegarde E i pargoletti, in sella monta e parte. Per molti dì le due vicine a gara Si consolavan, si pascean di speme, E alterne visitavansi, aspettando De' baroni il ritorno, o messaggero Che di lor favellasse. Ascondon ambe Il lor perturbamento, e sol ciascuna, Quando al proprio castel siede romita, Numera i giorni ed angosciata piange. Quella dicendo: «Oh non avess'io mai Conosciuto Ildegarde! Ella funesta Forse è cagion che il mio signore è spento!» L'altra a Dio ripetendo: «Il mio Camillo Salva, e s'a me rapirlo è tuo decreto, Deh ch'io presto lo segua, e per mia causa Vedova Elina ed orfani i suoi figli Ah no, non restin!» Cede alla possanza Del suo rammarco alfin l'inconsolata Moglie d'Irnando, ed una sera asceso Il solito cíglion con Ildegarde, Donde vedeasi per più lunga tratta La polverosa via, nè comparendo I cavalieri, o messo alcun, prorompe Abbracciando i figliuoli in disperato Pianto, e respinge dell'amica il bacio. --Va, sciagurata, lasciami; a' miei figli Rapisti il genitore! A me rapisti Colui che tutto era al cor mio! Colui, Pel qual degli avi miei la dolce terra Senza cordoglio abbandonata avea! Viver senz'esso non poss'io: qual sorte A queste derelitte creature Verrà serbata, dacchè al padre i ferri Tolgon la vita, ed alla madre il lutto? Voler, voler del cielo era d'Irnando L'inimistà pel tuo fatal consorte! Maledetto l'istante in che, ispirata Da infernal consiglier, lieta movevi A mia ruina! Maledetto il nome Di suora che ti diedi!-- Al furibondo Grido geme Ildegarde, e invan desìa Trovar parole per placar l'afflitta; Invan gli amplessi iterar tenta. Ognora Più duramente rigettata e carca Di rimbrotti amarissimi, il cordoglio Rispetta dell'amica, e ridiscende Dietro a lei mestamente la collina, D'ancella a guisa che garrita piange, E risponder non osa. A quando a quando Si sofferma Ildegarde, e confidata Tende l'orecchio e nella valle mira, Che voci udir le sembra; e quelle voci, Ahi! manda il villanel, che dagli arati Campi co' buoi ritorna, ed a lui cara Son compagnia l'antica madre, curva Sotto il fascio dell'erbe, e la robusta Moglie, peso maggior di rudi sterpi Con elegante alacrità portando. Ne' dì seguenti, al consüeto poggio Le due donne riedean, ma fremebonda Sempre era Elina, e, tramontato il sole, Moveva a casa delirante d'ira E di dolore; ognor vituperata Ma affettüosa la seguìa Ildegarde. Odon lontane grida, e nella valle, Come all'usato i guardi avidamente Con palpiti d'amor gettano entrambe E di speranza e di paura. Il cane Drizza i villosi orecchi, ed un acuto Insolito latrato alza, e si scaglia Giù per la praterìa precipitoso, Folte siepi saltando ed ardui fossi E scoscesi macigni. E ad intervalli Sparisce e ricompare, e tace, e abbaia, Nè mai s'arresta. --E sarà ver? Son dessi, Son dessi certo! Esclamano a vicenda Con ebbrezza febbril le desïose. Ma se alle lance reduci or mancasse Uno de' capitani, od ambo forse? Oh spaventoso dubbio! Oh sventurate! Chi ne assecura? Sì dicendo, il passo Raddoppiano affannate. Al piano giunte, Odon le scalpitanti ugne veloci D'uno o duo corridori: ah fosser duo! Fosser de' duo baroni i corridori! Scerner gli oggetti mal lasciava un denso Nembo di polve. Ah sì! Lor lance appunto Camillo e Irnando precedean, con ansia Di riveder le dolci spose. Oh gioia! Oh certezza felice! Il lor saluto Suona per l'aer, ben son lor voci queste. Eccoli; balzan dall'arcione. Oh amplessi! Oh istante indescrittibile! E il consorte, Poichè ciascuna ha stretto al seno, e assai L'ha coperto di lagrime e di baci, Ciascuna dell'amica infra le braccia Gittasi giubilando. --Il dolor mio Aspra mi fea: perdonami Ildegarde. E Ildegarde alla suora il detto tronca, Ponendo bocca sovra bocca, ed ambe Pur di lagrime bagnansi. I fanciulli Preso frattanto ha fra le braccia Irnando, E accarezzato li accarezza, e gode Porgendoli a Camillo, e di Camillo La nova tenerezza rimirando. Mentre ascendono il colle, evvi un bisbiglio, Un esclamar, un alternarsi accenti Di cortesìa e d'amore, un romper folle In pianto e in riso, un mescolar dimande E risposte e racconti, e i cominciati Detti obblïar per detti altri frapporre, Che niun di lor cosa veruna intende. Nel castello d'Irnando entrano. E assisi Nella gran sala--e da donzelle e fanti Portate l'ampie coppe--e zampillato Fuor de' fiaschi ospitali il ribollente Dal roseo spumeggiar bel nibbïolo-- E del giocondo brindisi i sonanti Tocchi osservati--e roborato il core-- Allor le maschie voci alzano a gara I baroni, e ripigliano il racconto In più seguìta, intelligibil foggia: --Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde, Te in così tempestiva ora spingendo A rannodar fra Irnando e me l'amato Vincol che stoltamente io franto avea!-- Così Camillo, e l'interrompe l'altro: Io lo stolto! Io il feroce!-- E quei la mano Sovra il labbro gli pon rïassumendo: --Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde! Perduto er'io, se redentrice possa D'amistà non venìa. L'assedïante Ladron dapprima sbaragliai, ma il tristo Novella frotta ragunò. Me chiuso Nel castel della suora, egli ogni giorno Schernìa e sfidava. Io sul fellone indarno Prorompeva ogni giorno: ahimè! gli sforzi Del valor mio nulla potean su tanto Nover crescente di nemici. A noi Già le biade fallìan, già fallìan l'armi, E già il cessar d'ogni speranza e il cruccio Rabido della fame a' guerrier nostri Consigliavan rivolta ed abbandono. Universal divenne voce alfine: «Arrendiamci! arrendiamci!» Il masnadiero Promettea vita a ognun fuorchè a mia suora E a' suoi figliuoli e a me. Tra minaccioso E supplicante, io i perfidi arringava, Che della rocca aprir volean le porte: --«Sino a dimane il tradimento, o iniqui, Sino a dimane sospendete!» Un resto Di pietà e di rispetto, al grido mio, Rïentrò in cor de' più. «Sino a dimane! Sclamarono, e se Dio pria dell'aurora Portenti oprato non avrà a tuo scampo, Lo scampo nostro procacciar n'è forza.» Oh spaventosa notte! Oh fugaci ore! Oh come orrenda cosa eraci il suono Del bronzo che segnavale! Oh angosciato Appressarsi dell'alba! Oh sbigottiti Muti sembianti della mia sorella E de' suoi pargoletti! Oh contrastante Dignità di parole in prepararci A' vicini supplizi! Ed oh com'io Tra me dicea: «Deh! che non seppi amico Tutta la vita conservarmi Irnando?-- Improvviso frastuono udiam levarsi Fuor delle mura. Che sarà? Oh prodigio! Una pugna! E con chi?--«La man di Dio! La man di Dio!» gridan mie turbe: a terra Mi si prostran pentite, il giuramento Di fedeltà rinnovano; a gagliarda Sortita le süado, ed infinito Macel lung'ora de' nemici è fatto. Qui il narrar di Camillo Irnando tronca: --Ah! s'impeto cotanto, e se cotanta Prodezza ad ammirar non m'astringevi, Me gli assaliti sconfiggeano! In fuga Eran molti de' miei, già in fuga io stesso Omai volgeami disperato: i colpi Tuoi scomposer l'esercito inimico, E di salvezza io debitor t'andai!-- S'avvicendan la lode i cavalieri, L'uno dell'altro memorando i fatti. Alfine Elina sclama:--Ad Ildegarde Spettan tutte le lodi! Innanzi a lei Prostratevi, e la sua destra baciate.-- E i cavalieri prostratisi, e la destra Baciano d'Ildegarde, e penitenza Le chieggon del furente odio passato; Ed ella in penitenza un'annua festa Intima in questo e in quel castel, che _festa Dell'amistà_ si chiami, e dove uficio De' vati sia cantar quanti sospetti Calunnïosi partorisce l'ira, E quanto l'ira accrescano le ambagi De' falsi intercessori, e quanto egregia Sappia interceditrice esser la donna. --E da me, per mia ingiusta ira, qual vuoi Penitenza? soggiugne in umil atto Palma a palma accostando, ed il ginocchio Piegando Elina.-- Ed Ildegarde:--Il primo Figlio, o diletta, che ti nasca, il nome Porti del mio Camillo; e mi sia dato, Se figli avrò, chiamarli Irnando o Elina. AROLDO E CLARA CANTICA. Questa cantica nacque in giorni di somma sventura, ne' quali io, sentendomi troppo inclinato a sentimenti di sdegno, procacciava di vincerli col ragionare fra me stesso sulla bellezza della mansuetudine. Era in me indelebile un consiglio del buon Alessandro Volta, il quale un dì m'aveva detto queste parole, distogliendomi dallo scrivere satire:--«La poesia arrabbiata non migliora nessuno; e se v'avviene di sentirvi iracondo e propenso a spargere la bile in versi, paventate di diventar maligno. Vorrei anzi che allora cercaste di raddolcirvi, poetando sopra qualche nobile esempio di carità e d'indulgenza.» AROLDO E CLARA. _Sed si esurierit inimicus tuus, ciba illum; si sitit, potum da illi._ (Ep. ad Rom. 12.) I. Piangi, o la più gentil fra le convalli Dello spumante Pellice, ove un giorno Alle sale d'Aroldo i Saluzzesi Cavalieri affluìano ad alte feste. Più non vedrai delle sue torri a sera Uscir giulivo il cieco vecchio Aroldo, Caramente appoggiando un braccio e l'altro Sovra Ioffrido e Clara, ed il canuto Ciglio volgendo con amor, ma indarno, Ai dolci rai del tramontante sole. Que' figli suoi nascean gemelli, e santa Tenerezza li univa. Or sola e mesta Clara accompagna il cieco padre a sera Fuor della torre, perocchè il gagliardo Fratel devote ha l'armi alla difesa Del pio Tommaso suo ramingo prence Contro i nemici della patria terra. Rosseggiava bellissimo un tramonto Sulle nevi lontane, e stupefatto Pareva il sol che dal romito albergo A salutarlo non venisse il vecchio. Ahimè, quell'era di sventura un novo Spaventevole dì! Schiudesi alfine La porta del castello, e con veloci Passi agitatamente escono Aroldo, Clara e più servi; nè il canuto ciglio Ai soavi del sole ultimi rai Volger si cura. Che avvenia?--Dal campo Infausto messo è giunto. Il pro' Ioffrido Contro l'usurpator del saluzzese Seggio osando tropp'oltre avventurarsi Nel calor della pugna, il circondaro L'empie straniere spade, e prigion cadde. Speme di riscattar sì cara vita Nutre il barone antico; e vuole ei stesso Trar supplichevol senza indugio al truce Fortunato invasor, che se talora Immolar gode i miseri captivi, Talor si placa a ricca d'oro offerta, Molto dovendo da sua iniqua sede Oro il tiranno effonder sulle bande Dell'alleato provenzal monarca. Giunto al margin vicino ove al tragitto Nel rigonfiato Pellice è apprestata La navicella, Aroldo porge il bacio Del congedo alla figlia. Allora al collo Gli s'avvinghia la pia.--Sola a mie stanze Non riederò, buon genitor; pupilla Esser della tua fronte a chi s'aspetta Se non a me? Forse pietà maggiore Assalirà dello sdegnato sire Il cor, s'umano ha cor, prona a' suoi piedi La veneranda tua canizie e gli anni Giovenili di vergine scorgendo, Che colla vita del fratel la vita Chiede del padre. Vuole opporsi Aroldo, Ma mentre in barca ei scende, ella d'un balzo Già vel precede, e al consentir paterno Fa cogli amplessi vïolenza, e l'onde Perigliose attraversano. Ma ov'era L'Angiol del vecchio afflitto e l'Angiol tuo, Generosa innocente? A voi non velo Fecer colle tutrici ale a celarvi Alla vista de' prossimi ladroni Che irrompono co' brandi alla rapina. Voler divino ai nembi di sfortuna Lascia possanza sovra i giusti un tempo; Ma breve è il tempo sotto il sole, e arcana Nei patimenti una virtù Dio pose Ch'anco i giusti migliora e a sè li innalza. Sbandato di predoni era un drappello, Che della guerra col favor raccolto S'era d'Itale spiagge e di straniere A rubamenti ed omicidii, altero Linguaggio alzando di zelanti eroi, Campioni della patria e di Manfredo. S'azzuffan del baron coi fidi servi, E nell'orrenda mischia ad uno ad uno Dal soverchiante numero feriti Vengon que' servi, e de' vincenti in mano Son le ricchezze che a comprar la vita Destinava del figlio il cieco sire. Intero un dì per boschi e per dirupi Ei trascinato colla figlia venne, Ma il manto della notte ai duo infelici Prestò propizie tenebre, e dal mezzo Del brïaco drappel de' masnadieri Quetamente si trassero alla valle. Come lontani fur dall'empia frotta, E ardiron favellare, il cieco strinse La figlia al seno, e grazie alte le rese D'averlo addotto a salvamento, e lei Per l'accorto suo senno e per la dolce Filial carità ribenedisse. --Or dove, o padre, senza aïta alcuna Ci avvïeremo? --O Clara mia, remoti Siam dal nostro castello, e a ritornarvi Il tempo mancheria; son prezïosi Tutti gl'istanti; acceleriamo il passo Verso il campo nemico, appo le triste Di Saluzzo rovine. O senza doni Compariremo anzi al tremendo sire, Ma sincere promesse il piegherranno A moti di clemenza. Inoltre ho fede In mia canizie e in queste spente occhiaie E nel pianto che versano, e ben anco, Figlia, nel tuo. Pensava Aroldo ospizio Prender non lunge, ove la figlia al raggio Della luna scorgea l'amica torre D'un consanguineo sir. Ma là giugnendo, Odon che il giorno pria furibonda oste Era quivi passata e avea deserta La rocca e trucidato il castellano, E devastato a' villici i tugurii. Il negro pan de' villici dispersi Piangendo rompe colla figlia Aroldo, E beono alle lor tazze. Indi sen vanno Per tutti i casolari, invan cercando Palafreno o giumento: avean le schiere De' nemici avidissime votata In que' lochi ogni stalla. --Ahi, dilungati Vieppiù ci siam dal tetto nostro, o padre! Or dove andrem? --Pedon la via si segua Sino al mattin: buio non è, dicesti. Fa cor; preghiamo camminando, e al guardo D'altri ladron te, mia dovizia or sola, Te il ciel pietoso asconderà. Sì disse, E di padre l'affetto e di sorella Lena lor porge insino all'alba. Il campo Mostrossi allora al pauroso orecchio Della fanciulla pria che agli occhi. --O padre, Odi tu, disse, odi tu roco un suono Simile al suon della bufèra o a quello Di molte acque correnti? Il vecchio capo Ei soffermò, ed immemore un istante Delle sue angosce, alzò la barba e rise. --Oh di qual gioia quel fragor m'empiea Negli anni miei di gloria! È il campo, o figlia! Noto è ad orecchio di guerrier quel suono, Come voce di sposa al suo diletto. Un dì così fremente io il bellicoso Aere appena sentia, sovra il mio scudo Battea forte l'acciaro, e dai precordii Metteva un grido che atterrìa da lunge Del nemico le scolte. E i miei congiunti Dicean: «Voce è d'Aroldo, oggi si pugni, Chè dove è Aroldo, è la vittoria.» Or fiacca È questa voce, e più la destra, e al breve Giubilo del guerrier tosto succede In me a quel suono il trepidar del padre. Proseguiro alcun tempo, e quindi Clara, Che sino allor söavemente a' detti Del genitore avea frammisti i suoi, Incominciò a interrompersi, e risposte Dar che, non conscio l'intelletto, un moto Parean sol delle labbra. A poco spazio Vedea della distante oste per l'aure Quasi di nave altissimi duo pini Elevarsi e ondeggiar, poscia fermarsi Come al suolo confitti. E secondata Venìa quell'opra da un clamor che il primo Clamor non era, ma or fischiante or rotto Da infami ghigni o da cupo silenzio. A' sensi suoi creder dovea? Le cime Parean gravate de' duo legni, e il pondo Che le gravava non scerneasi. Udito Spesso Clara ha di barbari supplizi, Ove ad appesa vittima lo strale Drizzano i bersaglieri, ed ottïen palma. Quei che divide dalle ciglia il teschio. Di tai supplizi un questo fora? Oh dubbio Peggior di morte! E chi alla sbigottita Dice s'uno colà de' morïenti L'amato suo fratello ora non sia? Chi le dice se il passo al genitore Vietare a forza ella non debba? Ahi lassa! E se il padre trattien, non di Ioffrido, Che forse ancor sull'albero non pende, Cagionerà la morte?... Ad ogni costo Vadasi al fatal loco! Il piè, tremando In ciò pensare, affretta. In man la mano Della meschina Aroldo tien.--Di gelo, Fra sè diceva, è questa man, siccome Quella ch'io strinsi di sua madre al letto Ove s'estinse. Indi il vegliardo scuote Il capo, quasi scuotere volesse Un malaugurio, e non potea.--Di morte, Figlia, i negri m'inseguon pensamenti. Abbi pietà di mia vecchiaia, e i cari Detti mi porgi che tue labbra sciorre Uniche san, quando scorato è il padre. Nata ne' giorni di sventura, e in erma Torre cresciuta, ove sorelle e madre Vide spirar, sollecita a sinistri Presentimenti schiuder l'alma, è fatto In lei religïon. Si raccapriccia In udir che s'affaccin alla mente Del genitore e in quest'istante i negri Pensamenti di morte. A lui si volge, Apre le labbra--e i consolanti detti Ch'uniche sciorre un dì sapean, non trova: Non trova, ed ahi! la prima volta è questa Che inobbedito di suo padre è il cenno. --Più de' pensier miei tristi or malaugurio M'è il tuo silenzio, ei dice. E lo spavento In lei crescendo, e a' rai primi del sole Splender veggendo le volanti frecce, Improvviso s'arresta.--Oh genitore! Non c'inoltriam: non odi tu le strida Degli assassini? --Il figlio, il figlio mio Forse a morte strascinano: affrettiamci. --Deh, padre, ferma! a' piedi tuoi ten prego. Io stessa innanzi andronne, e se Ioffrido In vita è ancor, di novo al fianco tuo Tosto mi rendo, ma te... O ciel! raddurre Te vivo a casa allor io posso almeno! --Sciagurata, che parli? Orrende cose Forse tu vedi e a me non dici. Ovvero Fra quelle voci che il mio antico orecchio Non distinte percuotono, tu scerni Voci di morte e del fratello il nome. Che vedi tu? Che al giovenil tuo orecchio Porta il tumultüoso aere d'atroce? --Nulla, o buon padre. Ma t'arresta; pensa Che se tu, giunto appo i nemici, udissi L'orribil caso... tu m'intendi... allora Orfana forse rimarrei nel campo. --Me perder temi, e non t'avvedi, insana, Che scellerata è tua pietà? Egli muore, E tu qui mi rattieni? Il varco sgombra, Tel comando, obbedisci. All'inusata Ira paterna impaurissi Clara; S'alzò. Con passi rapidi il cammino Misura il cieco, e strascinata quasi La giovinetta il segue. Erasi spersa La turba intanto che cingea i duo pini, E presso a questi il padre e la sorella Arrivan di Ioffrido. Ella più volte Erse il ciglio tremando, e insanguinate Scorse due salme, e incontanente a terra Ritrasse il guardo. E non varrìa sovr'esse Fiso tenerlo ad indagar; chè franta Han la coppa del cranio, e dal mozzato Lor sembiante piovea cèrebro e sangue. Ma quell'orrida vista e lo spavento Forza a' ginocchi tolgonle ed al core: --Padre! dic'ella, padre!... E qui stramazza A' piè d'Aroldo. E mentre brancolando Col caro pegno tra le braccia fugge D'in mezzo della via, però che udito Brigata di cavalli ha scalpitante Di qua dal campo alla sua volta, e ignaro Ad un de' lati fermasi, ove un tronco D'albero sente; innanzi a lui lo stuolo Giunge de' cavalieri. Era Manfredo, Che di baroni provenzali cinto Per intenti di guerra iva il terreno Intorno visitando. Una fanciulla Scorge egli tramortita ed un vegliardo; E voltosi ad Aroldo, acerbamente Così gli grida:--O discortese e stolto, Perchè nel sangue d'un fellone e sotto Il patibolo tratta hai quell'afflitta, Cui toglie i sensi il raccapriccio? --Oh sire, Oh novo sire di Saluzzo! esclama L'antico cavalier, cui non intera L'aspra parola del crudel pungea, Nota è ad Aroldo ancor la voce tua: Aroldo io son dalle romite torri Che si specchian nel Pellice. E l'illustre Tuo genitor te adolescente spesso Adduceva a mie sale, e co' miei figli In un calice sol beevi a mensa. Ah per memoria del tuo estinto padre Oggi pietà di me ti prenda! Il figlio Ch'unico maschio avanza a mia vecchiaia, E cadde tuo prigion, deh non rapirmi! Io non leggeri doni a te in riscatto Dal mio castel portato avea, ma iniqui Predatori per via m'hanno assalito. Alle mie braccia il caro figlio rendi, E qual tributo m'imporrai ti solvo, Pareggiasse anco de' miei campi aviti L'intero pregio. --O sciagurato Aroldo, Di qual osi tributo or favellarmi, Se finor tutto mi negasti? È tardi. --Tardi, o sire, non è. Seguita, è vero, Fu da bollente figlio mio l'insegna De' prischi Saluzzesi e di Tommaso, E la vittoria a tua prodezza arride. Ma tu il fervido oprar del giovinetto Dona pietosamente al supplicante Suo genitor che in venti pugne il sangue Versò pel nobil padre tuo, quand'esso Con tanta gloria signorìa qui tenne. --È tardi, o vecchio, e duolmene. In te accogli Tutta la forza ond'è capace il core D'un cavalier. Sovra quel legno pende Un trafitto cui grazia altra non posso Conceder più che di ritorlo ai corvi, E consentirgli de' suoi cari il pianto. Disse, e accennando che una guardia il morto Dalla croce calasse e all'infelice Lo rimettesse, cogli sproni un tocco Dïede al cavallo e col suo stuol disparve. Clara i sensi racquista, e oh di dolore Qual novo orrendo palpito! Era dunque Il fratel suo quel miserando ucciso! Eccolo tolto dal funesto legno; Ed ella il raffigura a cicatrici Che sul petto ei portava. Oh come il vecchio E l'angosciata giovin su quel corpo S'abbandonan piangendo! Ella in lino L'infranta testa pïamente avvolge, E chiede aiuto ai vïandanti. A dolce Carità si commove una famiglia Di Saluzzesi agricoltori, e dato Viene un carro con bovi, onde al lontano Castello il morto cavalier si tragga. II. Or da quel giorno d'ineffabil lutto Rivolgiamo la mente oltre a sei lune, E la mesta mia cantica, i solinghi Pianti dell'orbo vecchio e di sua figlia Commiserando, svolga altra vicenda. Era una sera: alle vetuste mura Del baron s'appresenta un fuggitivo, A cui ferite e febbril sete esausta Miseramente avean la voce. Aroldo Piena di vino gli mandò una coppa Con questi detti: Al focolar t'accosta Sin che apprestata sia la cena, e al sire Perdona del castel s'ei di sue stanze Non uscirà, dove cordoglio il tiene. Clara portò que' detti, e il fuggitivo Che al maestoso inceder cavaliero Parea e mendìco a' finti panni, il volto Pria si coverse, indi con pronti passi Balzar tentò fuor della soglia, a guisa Di mortal che, caduto in impensato Orribile periglio, aneli scampo. Ma nella mossa impetuosa a lui Manca il fievole spirto, e piomba a terra. Clara il soccorre, il mira, ed alla negra Ricciuta barba e al crine ella il ravvisa. Chi era? Chi!... Manfredo! il già possente Desolator della sua patria! il ladro Che alla corona del nepote osava Stender la man sacrilega, e sul capo Inverecondo imporsela, e i diritti Calpestar più sanciti, e di Saluzzo Dirsi benefattor, serva a stranieri Brandi facendo la natìa contrada! Fortuna alfin l'abbandonò: fuggiasco Da compiuta sconfitta è l'empio sire, E per sottrarsi agl'inseguenti ferri Ei s'è imboscato in varii lochi, e ignote Calcò deserte rupi. Indi pel sangue Nella pugna perduto e per la rabbia Gli s'era da brev'ora intorbidato Sì fattamente il lume del pensiero, Che mal sapea dov'ei movesse, e giunto Era ai campi d'Aroldo altra credendo Sponda toccar. Qui più dal dolce tempo D'adolescenza riportate mai Non avea l'orme, ed alberi e tugurii Mutato avean l'aspetto della terra. Sol quand'ei vide Clara, appien le soglie Raffigurò d'Aroldo, e se bastata A lui fosse la possa, ei rifuggìa. Manfredo! e senza guardie! e semivivo, Sotto il tetto dell'uom cui trucidato Non in battaglia, ma in supplizi ha il figlio! Clara il conosce, e mentre a lui gli spirti I famigli richiamano, ella corre Alle stanze del padre, e già già quasi A lui così sclamava:--Esci, un prodigio Ad ammirar del Dio delle vendette: Sull'ossa di tuo figlio a spirar viene Il suo assassin! Ma in quell'istante gli occhi Della donzella alzaronsi a parete, Onde pendea dell'Uomo-Dio morente Effigie veneranda, e a quella vista L'irrompente parola in cor rattenne. Religïoso fremito la invase Dinanzi a quell'effigie. --Oh mio Signore! Quai voci arcane alla tua ancella parli? Tu irreprensibil fosti e sì infelice! E a quei che l'uccidean pur perdonavi! Or chi sa? Forse il dolce mio fratello Pe' falli suoi fuor dell'eterna reggia, In carcer sotterraneo, o d'inquieti Elementi per l'alte aure ludibrio Sta ancor penando, e a liberarlo vane Fervon le preci, e in loco d'esse un atto Di virtù nostra è d'uopo! O fratel mio! Forse quest'atto or chiedi. Ah, virtù somma È il perdonar! Cert'è che in cielo entrando Tu perdonar, tu e noi, tutti dobbiamo Come a noi perdonato ha il Redentore! Ma padre è Aroldo: esser maggior potrìa Delle forze d'un padre il dare aïta D'un caro figlio all'uccisor. La lancia Ei no giammai non bagnerìa nel sangue D'uom che toccò la mensa sua... Ma pure Chi può segnar dove talor trascorra Nella foga dell'ira un core offeso? Chi mi consiglia? Ah tu; gran Dio, tu solo! Disse, e prona curvossi, e lungamente Con ambascia pregò. Temea d'orgoglio Esser tentata; innanzi a Dio temea Calunnïar la santa alma del padre. Ma nella mente repentino un raggio Di fidanza pienissima le splende, E ratta sorge e dice:--Ah sì, fratello! Questo è il momento in che del ciel la porta A tue brame si schiude: io di tua gioia Sento il reflesso, e quella gioia è Dio! Un servo entrava:--Damigella, o carco D'inaudite peccata, o fuor di senno È lo stranier. Che far dobbiam? D'Iddio Parla tra sè com'uom cui prema occulto Di vendette terribili spavento, E di qui vuol fuggir. --Tosto bardata Per lui sia mia cavalla. Il servo parte Maravigliato, ed obbedisce. Intanto Antico armadio la fanciulla schiude, Ed indi tratto un de' paterni manti, Al leve suo tesor poscia s'affretta D'auree monete, e in una borsa il pone. Così ver l'agitato ospite mosse, E que' doni offerendogli--D'Aroldo Questa, gli disse, è la vendetta, o sire. Fremea la generosa in lui mirando L'uccisor di Ioffrido e il formidato Di Saluzzo oppressor, ma pïamente Frenò il ribrezzo, e dal balcon la corte Del castello accennando, a lui soggiunse: --Ecco a' tuoi cenni un corridor: se lena Ti basti, fuggi, e t'accompagni il cielo! Clara sparve, ciò detto. E l'infelice Tiranno--Angiol! gridò.--Poi diè dal core Uno scroscio di pianto. Ed allor forse Pentimento verace a lui fu strazio, Le proprie atroci colpe rammentando, E rammentando il giovine Ioffrido, E quel misero cieco che appoggiato Ad un alber credeasi, e gli grondava Sovra la testa, ahi, di suo figlio il sangue! Frettoloso Manfredo i doni tolse; L'inaudita pietà benedicendo, D'Aroldo cinse su le spalle il manto, E quindi a pochi tratti il vide Clara Dalla fenestra, che, al cortil venuto, Con sembiante commosso intorno intorno Iva gli occhi volgendo, e verso il cielo In atto di preghiera ergea le mani, Poi le briglie toccava ed era in sella. Fermato ivi un istante, ad alta voce Mise queste parole:--Aroldo! Aroldo! Tu sol Manfredo hai vinto. Io del perduto Seggio e de' vituperi onde vo sazio, Consolarmi potrò; non potrò mai Consolarmi d'aver tua nobil alma Col più truce rigore insanguinata. Udì il vecchio baron quel forte grido, E balzò dalla seggiola esclamando: --Figlia! il nemico nostro! il maledetto Uccisor di Ioffrido! E sul rugoso Pallido volto del canuto il foco S'accese del furore. A' piedi suoi Clara gettasi allora, e gli palesa Ciò che d'oprar le ispirò Iddio. --No, Iddio Questo non t'ispirò! prorompe Aroldo; Manfredo è un empio! ei di dominio sete Portò infernal su queste invase terre, Che al suo nepote, a lui sovrano, tolse! Infame della patria e del suo prence Manfredo è traditor. Per sollevarsi Sulla sede non sua, trasse alleati E Provenzali e Càlabri e venduti Guelfi di tutta Italia allo sterminio De' nostri feudi e delle nostre plebi, E incenerì Saluzzo!... e il figlio mio, Il figlio mio su scellerata croce A' carnefici suoi diede bersaglio! Lunga e tremenda di rammarco e d'ira Fu l'eloquenza dell'antico. A lui Clara abbracciava le ginocchia, e santi Detti porgea con supplice dolcezza: --Le iniquità punir sol puote Iddio; Noi non possiam sul misero fuggiasco Punirle coll'acciar: solo a punirle Una guisa n'è data, ed è il perdono. Càlmati, o genitor; pensa che o degno Per penitenza diverrà Manfredo, O, rimanendo iniquo, a lui carboni Saranno inestinguibili sul core, Giusta il dir dell'Apostolo, i rimorsi E fra l'alme perverse il danno eterno. A Dio il giudicio! a noi l'umil dolore, E il benefico palpito e l'eccesso Della pietà non sol sugl'innocenti, Ma pur sui rei, perocchè tutti d'uopo Del perdono di Dio morendo avremo! --Oh mia figliuola! sclama alfine Aroldo, Ti benedico; santamente oprasti! L'alza, al petto la stringe, e lagrimando Mercè le rende che alla prova il senno D'esacerbato padre ella non mise. Un dì alle torri del baron fu visto Giungere di Manfredo un messaggero Da lontana contrada, e apportatore Venìa di ricchi doni. Eran tre lune Che pace avean l'ossa d'Aroldo, e muto Era il castello, ed in vicino chiostro Cinta di sacre lane, i dolci salmi L'orfana, per la cara alma del padre E del fratel, tutte le notti ergea. POESIE LIRICHE. LA MIA GIOVENTÙ. _Cor mundum crea in me, Deus._ (PS. 50. ) Lamento sui fuggiti anni primieri, Che fecondi di speme Iddio mi dava, E di ricchi d'amore alti pensieri! Tra giubili ed affanni io m'agitava, Ed incessanti studi, e bramosia Di sollevarmi dalla turba ignava; E spesso dentro al cor parola udìa Che diceami dell'uom sublimi cose, Tali che d'esser uomo insuperbìa. Pupille aver credea sì generose Il mio intelletto, che dovesser tutte Schiudersi a lui le verità nascose; E di ragion nelle più forti lutte Io mi scagliava indomito; sognante Che sempre indagin lumi eccelsi frutte. Quella vita arditissima ed amante Di scienza e di gloria e di giustizia Alzarmi imprometteva a gioie sante. Nè sol fremeva dell'altrui nequizia, Ma quando reo me stesso io discopriva, L'ore mi s'avvolgean d'onta e mestizia. Poi dal perturbamento io risaliva A proposti elevati ed a preghiere, Me concitando a carità più viva. Perocchè m'avvedea ch'uom possedere Stima non può di se medesmo e pace, S'ei non calca del Bel le vie sincere. Ma allor che fulger più parea la face Di mia virtù, vi si mescea repente D'innato orgoglio il luccicar fallace. E allor Dio si scostava da mia mente, E a gravi rischi mi traea baldanza, Ed infelice er'io novellamente. Se così vissi in lunga titubanza, Ond'or vergogno, ah! tu pur sai, mio Dio, Che tremenda cingeami ostil possanza! Sfavillante d'ingegno il secol mio, Ma da irreligiose ire insanito, Parlava audace, ed ascoltaval'io. E perocchè tra' suoi sofismi ordito Pur tralucea qualche pregevol lampo, Spesso da quelli io mi sentìa irretito. Egli imprecando ogni maligno inciampo Sciogliea della ragion laudi stupende, Ma insiem menava di bestemmie vampo. Ed io, come colui che intento pende Da labbra eloquentissime e divine, E ogni lor detto all'alma gli s'apprende; Meditando del secol le dottrine, Inclinava i miei sensi alcuna volta Di servil riverenza entro il confine. Tardi vid'io ch'a indegne colpe avvolta Era sua sapïenza, e vidi tardi Ch'ei debaccava per superbia stolta. Trasvolaron frattanto i dì gagliardi Della mia giovinezza, e sovra mille Splendide larve io posto avea gli sguardi; E nulla oprai che d'alta luce brille! E si sprecar fra inani desideri Dell'alma mia bollente le faville! Lamento sui fuggiti anni primieri Che d'eccelse speranze ebbi fecondi, E di ricchi d'amore alti pensieri! Ma sien grazie al Signor che, ne' profondi Delirii miei, pur non sorrisi io mai Agl'inimici suoi più furibondi: Sempre attraverso tutte nebbie, i rai Del Vangel mi venian racconsolando; Sempre la Croce occultamente amai. Ed il maggior mio gaudio era allorquando In una chiesa io stava, i dì beati Di mia credente infanzia rammentando: Que' dì pieni di fede, in che insegnati Dal caro mi venian labbro materno I portenti onde al ciel siamo appellati! Di nuovo fean di me poscia governo La incostanza, gli esempi, ed il timore Dell'altrui vile e tracotante scherno; E l'ira tua mertai per tanto errore: Ma gl'indelebili anni che passaro Ritesser non m'è dato, o mio Signore! Presentarti non posso altro riparo Che duolo e preci e fè nel divo sangue, Di cui non fosti sulla terra avaro Per chiunque a' tuoi piè pentito langue. I PARENTI. _Deus enim honoravit patrem in filiis._ (ECCLI. c. 3, v. 3.) Inno di gratitudine e d'amore Al Creator de' nostri cuori amanti, Di tutte meraviglie al Creatore! Dacchè pel fallo prisco doloranti Alla luce veniam, qual dolce aïta Nè' genitori è data a' nostri pianti! In ogni coppia umana, onde la vita D'altri umani si svolge, ecco una diva Pe' figliuoletti carità infinita. Vedi la vergin titubante e priva D'ogni ardimento, simile a cervetta Che intorno guata, e de' perigli è schiva. Chi nella fievol, timida animetta Opra mutazïone inaspettata, Quand'è fra il coro delle madri eletta? Di progenie d'Adamo al ciel chiamata, Grave è il sen della dianzi paventosa, E il pondo regge da dolor cruciata. Ed il porta con forza generosa! E dopo un figlio compro a tanto prezzo D'orrende angosce, altri portar pur osa! Oh di strazii mirabile disprezzo In creatura sì gentil, che solo Parea nata de' fiori al molle olezzo, Onde bëasse a lei d'intorno il suolo E le dolci aure col suo bel sorriso, E morisse alla prima ombra di duolo Per destarsi felice in Paradiso! * * * * * Vedi la donna col suo piccol nato, Che suggendole il seno a lei sorride Sebben abbiale tanto egli costato, La madre da lui mai non si divide. Insazïata il guarda, insazïato È il provveder ch'ei non s'affanni e gride: Animo lieto o da timore oppresso Nella veglia o nel sonno ha ognor per esso. Lo sposo benchè a lei caro cotanto, È più caro perch'ei pur ride al figlio; Sovente, favellando a lei d'accanto, S'avvede ch'ella e core e mente e ciglio Tien sovra il pargol con sì forte incanto, Che non ha udito il marital consiglio: Allora ei tace e mira, e con dolcezza Il lattante e la madre egli accarezza. Oh tristo il giorno, oh trista l'ora, quando Giace nella sua cuna egro il bambino, E la giovine madre sospirando Ad ogn'istante riede a lui vicino, E invan teneri detti prodigando Tien sulle amate labbra il petto chino, Ma l'offerta mammella ei bacia appena, E non la sugge, ed a vagir si sfrena! Oh con qual lutto miserando allora La spaventata si rivolge a Dio! Oh come al dubbio che il figliuol le mora Trema se in lei fu reo qualche desìo, E perdono dimanda, e s'infervora, Promettendo al Signor viver più pio! I soli Angioli ponno anzi all'Eterno Sì ardente prego alzar, qual è il materno. Giorno di liete voci, ora felice, Quando seman del pargolo i vagiti! Quand'ei cerca la dolce genitrice Con isguardi dal riso ingentiliti! Quand'ei di novo il caro latte elice, E scherzoso riprende i suoi garriti! Tai porge allor la madre inni d'amore, Quai mandar può de' Serafini il core! * * * * * Ov'alti rischi fervono, Vieppiù la madre ardita Pel frutto di sue viscere Pronta è a donar la vita. Ella, se fera scoppïa Divoratrice vampa, Verso la cuna avventasi, E il pargoletto scampa. Se il picciol piede illusero Di cupo rio le sponde, La madre piomba rapida, E il tragge, o muor nell'onde. Ella, se il figlio palpita Tra infetto aere tremendo, Tenta i suoi dì redimere, Le piaghe a lui lambendo. Se patria e tetto invadono Empie, omicide squadre, Stringe i suoi figli, e impavida Pugna per lor la madre. * * * * * Tal è la nobil donna ingigantita Dalla materna celestial possanza, Che a tutte generose opre la invita. Ma un sacrifizio v'è che ogni altro avanza, Ed è in lei quell'assidua ed operosa Sulla cara progenie vigilanza. Alma di buona madre più non posa Finchè non ha ne' figli suoi destata Di virtù la favilla glorïosa. Nè puote alma di figlio esser pacata Fra inique gioie, se ha una madre anco Che i vestigi di lui tremando guata, E occultamente prega, e s'addolora. * * * * * Negli anni primieri Del forte maschietto, V'è mente selvaggia, V'è indocile affetto; Par ch'indi s'annunci Futur masnadier. La picciola belva Se alcun la minaccia, Vieppiù baldanzosa Innalza la faccia; Di colpi, di rischi Non prende pensier. Qual è quello sguardo, Qual è quella voce Che frena l'audacia Del picciol feroce, Incanto sì dolce La donna sol ha. Ed ella ripete, Ripete l'incanto, Frammesce sorriso, Disdegno, compianto, E amore gl'infonde, Gl'infonde pietà. Non bada la saggia Se petti inumani Diran che a domarlo Suoi studi son vani; In cor d'una madre Speranza non muor. E quei che parea Futur masnadiero, S'infiamma del bello, S'infiamma del vero, Divien della patria Gentile decor. . . . . . . . . LE PASSIONI. _Gustate et videte quoniam suavis est Dominus._ (PS. 39, 9.) Dov'è mia gioventù? Dove i bëati Anni d'amor, del Rodano appo l'onde? Dove il ritorno a' miei dolci penati, E mia stanza alle Insùbri aure gioconde? Dove in Milano i glorïosi vati Che mi cingean dell'apollinea fronde? Dove mia gloria alle applaudite scene? E poi dove il decennio infra catene? Io di carcere usciva egro, e piangendo Il mio buon Federico e gli altri cari, Cui dato ancor da quel recinto orrendo Rieder non era ai desïati lari: Poscia esultava, Italia rivedendo, Ed alfin temperando i giorni amari Fra gli amplessi de' mei sacri canuti, Per me sì lungamente in duol vissuti. E omai da un lustro tutto ciò trascorse! E nuovi plausi a me la patria diede, E di nuovi Aristarchi ira mi morse, E di nuovi propizi ebbe la fede, E nuova infanzia a me d'intorno sorse, E di morte vid'io novelle prede, E «Vana cosa è questo mondo!» esclamo, E separarmen voglio--ed ancor l'amo! L'amo perch'alme vi trovai fraterne, Che all'alma mia s'avvinser dolcemente, E diviser mie gioie, e nell'alterne Pene collacrimàr sinceramente: E v'ha tali amistà che fièno eterne, Benchè tessute in questa ombra fuggente, Benchè tessute ov'ogni nobil core S'apre appena a virtù, lampeggia e muore. Degg'io, poss'io da tutte cose amate Divellere una volta il mio pensiero? Io, le cui sorti furono esaltate Da tanto lutto e tanto gaudio vero! Io, le cui rimembranze innamorate Han su mia fantasia cotanto impero! Io, cui balzar fa sin talora il petto Vista di leve, inanimato oggetto! Reduce a lidi miei, dopo che giacqui Sepolto vivo per sì cupe notti, Agli affetti più teneri compiacqui Che la sventura non avea interrotti; Nè agli estinti carissimi pur tacqui Culto di preci e di sospir dirotti; Indi a rivisitar presi le antiche Pagine ch'ebbi a dolce veglia amiche. E sovente su libri polverosi La man vo riponendo tremebonda, Ed apro, e parmi a' giorni studïosi Tornar di giovinezza, e il pianto gronda! E trovo i segni che ne' libri io posi, Ove con mente mi fermai profonda, Ove ad alti pensier d'amato autore Commento fei di verità o d'errore. Pur con sensi diversi or vi rimiro; O libri tanto amati a' dì primieri: Vate son io, ma spento è in me il desiro Di prostrarmi idolatra anzi agli Omeri. Se volgendo lor carte ancor sospiro, Magia non è de' grandi lor pensieri: Più d'un libro m'è caro, e pure in esso Di rado cerco lui; cerco me stesso. E non sol me vi cerco: alla memoria Del me passato aggiugnesi indivisa Di palpiti d'amor söave istoria, Quando un'egregia m'infiammava in guisa, Ch'io per lei sola ambìa pietate e gloria, Ch'io sempre in lei tenea l'anima fisa, Che d'un sorriso suo per farmi degno, Sempre agognava ingentilir lo ingegno! E se pio talor fui, pregio egli è stato Di quella generosa animatrice: Era ad essa straniero il forsennato Foco d'amor che mi rendea infelice; Ma compatìa mie pene, ed elevato Volea il mio spirto, e lo volea felice, Ed allor che più insano io le parea, S'affannava, e garrivami, e piangea. Quella donna, onde il bel, nobile viso Polvere è da molt'anni, e l'alma in Dio, Non disamai, benchè da lei diviso, E onorerolla tutto il viver mio: Ma nuovi poscia affetti han me conquiso, E quel primiero ardor s'intiepidìo: Quel ch'era in me un incendio, è una favilla Che come lampa ad un sepolcro brilla. Senza obblïar la già cotanto amata, Altra ammirai ch'or dispartita è anch'essa; E in me virtù credendo io sublimata Per averla a sì bello angiol commessa, L'anima mia da orgoglio inebbrïata Vana si fea di lungo ben promessa: Giorni d'alto dolor mi mosser guerra, E a lei pur venni tolto, ed è sotterra! Sete d'amor, sete di studi, e sete D'innalzar sopra il volgo il nome mio, Gran tempo mi rapìan sonno e quiete, Nè scerno se ammendato oggi son io: Tu che del cor le latebre secrete Solo ravvisi e mondar puoi, gran Dio, Pietà di me che tanto sempre amai, E sino a te l'amor non sollevai! Tante cose sfumarono al mio sguardo, E tutto giorno sfumar altre io miro! Valga d'esperïenza il raggio tardo, In che sforzatamente oggi m'aggiro, Ad oprar alfin sì che più gagliardo A tua bellezza s'erga il mio desiro, E nulla tanto da' mortali io brami, Quanto ch'ognun tuoi pregi scorga ed ami! La legge tua non è d'irto rigore, Sol le idolatre passïoni abborri: Lunge che a te dispaccia amante cuore, Ad un cuor fatto gel più non accorri. Tu vuoi che a' miei fratelli io con ardore Così soccorra, come a me soccorri: Tu vuoi che in forte guisa il bello io senta, Tu vuoi che al giusto il plauso mio consenta. Tu doni a' figli tuoi mente e parola, Non perchè il dono tuo venga sepolto; Tu non imprechi investigante scuola Su non vietato ver fra l'ombre avvolto: In odio a te l'indagin empia è sola Che contra il cenno tuo l'ardire ha volto: Tu gl'ignari del mal chiami felici, Ma il veggente non reo pur benedici. Tu che sei tutto amor, la sacra stampa Della natura tua nell'uomo imprimi: Gagliardo sprone e inestinguibil lampa Tu sei di tutti aneliti sublimi. Tu godi quindi se il mio spirto avvampa Per que' tuoi fidi che in virtù son primi: Tu godi se fra lor taluni eleggo, E nel lor santo oprar meglio ti veggo. A me tu dato hai queste fiamme ardenti, Con cui desìo de' petti amici il bene, E con cui studïando i tuoi portenti Traggo esultanza, e di capirti ho spene: Così caldo sentir più non diventi Esca giammai di vanità terrene: Mie passïoni in guisa tal governa, Che lode sièno a tua saggezza eterna. Sempre le temo, e sempre sento ancora Che in amar altre cose io troppo m'amo: Cieca errò mia bollente alma sinora, E presa fu di sua superbia all'amo. Distruggi il suo sentire, o lei migliora; O vil torpore, od amor santo io bramo; Ah no, non vil torpor, dammi amor santo, Tu che le tue fatture ami cotanto! SALUZZO. _Et sit splendor Domini Dei nostri super nos._ (PS. 89, 17.) Oh di Saluzzo antiche, amate mura! Oh città, dove a riso apersi io prima Il coro e a lutto e a speme ed a paura! Oh dolci colli! Oh maëstosa cima Del monte Viso, cui da lunge ammira La subalpina, immensa valle opima! Oh come nuovamente or su te gira Lieti sguardi, Saluzzo, il ciglio mio, E sacri affetti l'aër tuo m'ispira! Nelle sembianze del terren natìo V'è un potere indicibil che raccende Ogni ricordo, ogni desir più pio. So che spiagge, quai siansi, inclite rende Più d'un merto soave a chi vi nacque, E bella è patria pur fra balze orrende; Ma nessuna di grazia armonìa tacque, O Saluzzo, in tue rocce e in tue colline, E ne' tuoi campi e in tue purissim'acque. Ogni spirto gentil che peregrine A piè di queste nostre Alpi si sente Letizïar da fantasie divine. Sovra il tuo Carlo, e il dotto suo parente[3], Che pii vergaron le memorie avite, Spanda grazia immortal l'Onnipossente! Dolce è saper che di non pigre vite Progenie siamo, e qui tenzone e regno Fu d'alme da amor patrio ingentilite. Più d'un estero suol di canti degno Porse a mie luci attonite dolcezza, E alti pensieri mi parlò all'ingegno: Ma tu mi parli al cor con tenerezza, Qual madre che portommi in fra sue braccia E sul cui sen dormito ho in fanciullezza. Ben è ver che stampata ho breve traccia Teco, o Saluzzo, e il dì ch'io ti lasciai A noi già lontanissimo s'affaccia. Pargoletto ancor m'era, e mi strappai Non senza ambascia da tue dolci sponde, E, diviso da te, più t'apprezzai. Perocchè più la lontananza asconde D'amata cosa i men leggiadri aspetti, E più forte magìa sul bello infonde. Felice terra a me parea d'eletti La terra di mio Padre, e mi parea Altrove meno amanti essere i petti. E mi sovvien ch'io mai non m'assidea Sui ginocchi paterni così pago, Come quando tuoi vanti ei mi dicea. In me ingrandiasi ogni tua bella imago; Del nome saluzzese io insuperbiva; Di portarlo con laude io crescea vago. E degl'illustri ingegni tuoi gioiva, E numerarli mi piacea, pensando Che in me d'onor tu non andresti priva. Vennemi quel pensiero accompagnando Oltre i giorni infantili, allor che trassi Al di là delle care Alpi angosciando. Nè t'obblïai, Saluzzo, allor che i passi All'Itale contrade io riportava, Benchè in tue mura il capo io non posassi. Chè il bacio de' parenti m'aspettava Nella città ch'è in Lombardia regina, E colà con anelito io volava. E colà vissi, e colsi la divina Fronde al suon di quel plauso generoso, Che premia, e inebbria, e suscita, e strascina. Oh Saluzzo! al mio giubilo orgoglioso Pe' coronati miei tragici versi, Tua memoria aggiungea gaudio nascoso. Oh quante volte allor che in me conversi Fulser gli occhi indulgenti del Lombardo, E spirti egregi ad onorarmi fersi, Ridissi a me con palpito gagliardo La saluzzese cuna, e mi ridissi Che grata a me rivolto avresti il guardo! E poi che in ogni Itala riva udissi Mentovar la mia scena innamorata, Ed ai mesti Aristarchi io sopravvissi, L'aura vana, che fama era nomata, Pareami gran tesor, ma vieppiù bello Perchè a te gioia ne sarìa tornata. Mie mille ardenti vanità un flagello Orribile di Dio ratto deluse, E negra carcer mi divenne ostello. Non più sorriso d'immortali Muse! Non più suono di plausi! e tutte vie A crescente rinomo indi precluse! Ma conforti reconditi alle mie Tristezze pur il Ciel mescolar volle, E il cor balzommi a rimembranze pie. Del captivo l'afflitta alma s'estolle A vita di pensier, che in qualche guisa Il compensa di quanto uomo gli tolle. E quella vita di pensier, divisa Fra le non molte più dilette cose, Ora è tormento ed ora imparadisa. Io fra tai mura tetre e dolorose Pregava, e amava, e sentìa desto il raggio Del poëtar, che il cielo entro me pose. Miei carmi erano amor, prece e coraggio; E fra le brame ch'esprimeano, v'era Ch'essi alla cuna mia fossero omaggio. Io alla rozza, ma buona alma straniera Del carcerier pingea miei patrii monti, E allor sua faccia apparìa men severa. E m'esultava il sen, quando con pronti Impeti d'amistà quel torvo sgherro Commosso si mostrava a' miei racconti. Pace allo spirto suo, che in mezzo al ferro Umanità serbava! A lui di certo Debbo s'io vivo, e a' lidi miei m'atterro. Morto o insanito io fora in quel deserto, Se confortato non m'avesse un core Nato di donna, e a caritade aperto. Scevra quasi or mia vita è di dolore, Ad Italia renduto e a' natii poggi, Ov'alte m'attendean prove d'amore. Benedetti color, che dolci appoggi Mi fur nell'infortunio, e benedetti Color, che mia letizia addoppian oggi! E benedetta l'ora in che sedetti, Saluzzo mia, di novo entro tue sale, E strinsi a me concittadini petti! Non vana mai su te protenda l'ale Quell'Angiol, cui tuo scampo Iddio commise, Sì che nobil sia cosa in te il mortale! L'alme de' figli tuoi non sien divise Da fraterna discordia, e mai le pene Dell'infelice qui non sien derise! Le città circondanti ergan serene Lor pupille su te, siccome a suora Ch'orme incolpate a lor dinanzi tiene. E le lontane madri amin che nuora Vergin ne venga di Saluzzo, e questa Abbia figliuola reverente ognora; E la straniera vergin, che fu chiesta Da garzon saluzzese, in cor sorrida Come a lampo di grazia manifesta! Pera ogni spirto vil, se in te s'annida! Vi regni indol pietosa ed elegante, E magnanimo ardire, e amistà fida! Mai non cessino in te fantasìe sante, Che in dottrina gareggino, e sien luce A chi del bello, a chi del vero è amante; E del saver tra' figli tuoi sia duce Non maligna arroganza, invereconda; Ma quella fè che ad ogni bene induce; Quella fede che agli uomini feconda Le mentali potenze, a lor dicendo, Ch'uom non solo è dappiù di belva immonda, Ma può farsi divin, virtù seguendo! Ma dee farsi divino, o di viltate L'involve eterno sentimento orrendo! Tai son le preci che per te innalzate Da me son oggi, e sempre, o suol nativo: Breve soggiorno or fo in tue mura amate, Ma, dovunque io m'aggiri, appo te vivo! [Nota 3: Carlo Muletti e Delfino suo padre, storici di Saluzzo.--Io m'onoro dell'amicizia di Carlo, e parimente di quella del maggiore Felice, suo fratello.] LA BENEFICENZA. _Esurivi enim, et dedistis mihi manducare._ (MATTH. 26, 35. ) Mentre tanti di nome e d'or potenti Volgono a vanitate e nome ed oro, Nè a taluni più bastano i contenti Che sulla terra Iddio concede loro, Mentre a meglio goder cercan furenti La propria gioia nell'altrui disdoro, Simili a falsi Dei d'età lontane Che a' lor piedi volean vittime umane; E mentre mirando Que' ricchi malvagi Il volgo fremente Che invidia lor agi, Esagera, infuria, Invoca dal Ciel Su tutti i felici Sanguigno flagel; Que' flagelli rattiene il ricco pio Che riparar gli altrui misfatti agogna, E oprando assai per gli uomini e per Dio, Anco d'essere inutil si rampogna: Degl'innocenti aiuta il buon desìo, Gli erranti tragge a salutar vergogna; Onora l'arti ed anima l'artiero, E chiamar vorrìa tutti al bello, al vero. Il volgo commosso Ripensa, si calma, Capisce che il ricco Può aver nobil alma; Insegna a' suoi figli, Che pace e lavor Del povero sono Salute e decor. Salve, o di carità sacra fiammella Che accendi il cor del pio dovizioso! Se a noi mortali fulgi or così bella, Qual fulgi tu dell'anime allo Sposo? A lui che, tutte mentre a sè le appella, Le appella a mutuo affetto generoso! A lui che quando cinse umano velo, Ci palesò che tutto amore è il Cielo! Amore santifica Tesori e palagi, Amore santifica Tuguri e disagi; Amor sulla terra Può tutto abbellir, L'impero, il servire, La vita, il morir. Amato molto, amato sia il Signore Ch'è modello de' ricchi impietositi! Amato molto, amato sia il Signore, Modello ai cuori da sventura attriti! Amato molto, amato sia il Signore Che noi vuol tutti alla sua mensa uniti! Amato molto, amato sia il Signore Che per l'anime umane arde d'amore! Oscuro o potente, Di Dio tu sei figlio, Fratello degli Angioli, Ancor che in esiglio! Gran fallo ci avvolse Nel fango e nel duol: Amiam! ci fia reso Degli Angioli il vol! LE SALE DI RICOVERO. _Qui susceperit unum parvulum talem in nomine meo, me suscipit._ (MATTH. 18, 5.) «Son pargoletto e povero e ammalato; Abbi pietà di me, Gesù bambino, Tu che sei Dio, ma in povertà sei nato! Me qui lascia la mamma ogni mattino Nel solingo tugurio, ed esce mesta Il nostro a procacciar vitto meschino. Ancella move a quella casa e questa, Ed acqua attinge e lava e assai si stanca, E vive appena, ed indigente resta. Qui soletto io mi volgo a destra, a manca, Senza dolcezza di parole amate, E fame ho spesse volte, e il pan mi manca. Le melanconich'ore prolungate M'empion l'alma di pianto e di paure, E mi sfogo in ismanie sconsolate. Amor la madre assai mi porta, e pure Quando al tugurio torna e pianger m'ode, Spesso le voci sue prorompon dure; Talor mi batte, e duolo indi mi rode, Sì che allor quasi affetto io più non sento, E in maligni pensieri il cor mi gode. Povera madre! il viver nello stento Estingue nel suo spirto ogni sorriso, Ed anch'io più cruccioso ognor divento. Gesù, prendimi teco in Paradiso, O tempra la tristezza che m'irrita, E rasserena di mia madre il viso: Fa ch'ella trovi ad allevarmi aïta, Fa che deserto io non mi strugga tanto Fa che un po' d'allegrezza orni mia vita. Se ad altri bimbi io respirassi accanto, E non sempre gemessi, e qualche mano Söavemente m'asciugasse il pianto, Crescerei più benevolo e più sano E più caro a la madre io mi vedrìa: Lassa! altrimenti ella fu madre invano! Ella al mio fianco in pace invecchierìa, E per essa con gioia adoprerei A laudevol sudor mia vigorìa. Le poche forze ai patimenti rei Soggiaceranno in breve, e, fuorchè pena, Nulla i miei giorni avran fruttato a lei. Ovver, se presto a morte non mi mena Tanta miseria, crescerò doglioso, Me coll'afflitta madre amando appena. Ed ella pur mi dice che odïoso Il povero alla terra e al ciel rimane, Quando alle brame sue non dà riposo, Quando coll'ira in cor mangia il suo pane.» Ed ecco del bimbo La mamma ritorna: È stanca, ma un raggio Di gioia l'adorna; S'asside a lui presso, Lo stringe al suo sen, «Oh quanto sinora Mi dolse, o figliuolo, Lasciarti ogni giorno Sì tristo, sì solo! T'allegra: celeste Soccorso a noi vien. «Nell'ore ch'ai figli Non ponno dar cura Le madri, cui preme Fatica e sventura, Da provvide menti Ricovro s'aprì. Alquanto risana, E là tu verrai: Son piene due sale Di pargoli omai: Giocando, imparando, Vi passano il dì. «Al santo pensiero Che aprì quel ricetto, Ministre si fanno Con tenero affetto Più vergini umìli, Sacrate al Signor: Null'altro che amarti, Il sai, potev'io, Ma quelle söavi Ancelle di Dio Più dolce, più giusto Faranno il tuo cor. «Io, conscia che al figlio Non manca un'aïta, Trarrò senza pianto Mia povera vita, L'usato lavoro Stimando leggèr. Al tetto materno Verrai verso sera, E sempre alzeremo Concorde preghiera Per l'alme pietose Che asilo ti dier.» Quel fanciulletto già infermiccio e tristo, Indi a non molto, in sì benigna scuola, Rosee le guance e lieti i rai fu visto. Oh d'amorose labbra la parola Quanto a' cuori avviliti, e più a' bambini, Addolcisce le doglie e li consola! D'entrambo i sessi i pargoli tapini Ivi sottratti vanno a rio squallore, Ed a costumi stolidi e ferini. Che invan vorria la madre o il genitore Occhio assiduo tener sui cari pegni, Qua e là faticando per lungh'ore. Abbandonati a sè, crescere indegni Veggionsi quindi d'assai plebe i figli, Egre le membra ed egri più gl'ingegni. Per cadute e per cento altri perigli Vedi qual di storpiati e di languenti Esce turba da' poveri covigli! Quanti avrian le persone alte e ridenti Ch'essi strascinan luride e contorte, Perchè guaste d'infanzia agli elementi! Oh benedetti voi che sulla sorte Della schiatta plebea v'intenerite, E pensate a scemarle e vizi e morte! In voi sì belle le grandezze avite Non son, quant'è il magnanimo disìo, Onde a tanti innocenti asilo aprite. Memori siete di quell'Uomo-Iddio Che, cinto da drappel di bambinelli, Li confortava col suo sguardo pio, Ed imponea d'assomigliare a quelli. E voi benedette, Donzelle pietose, Che al Dio de' bambini Facendovi spose, Di madri assumete Le pene e l'amor. Per voi dalla terra Piacer non alligna: Fors'anco taluno Vi guarda e sogghigna, Vi chiama delire Da stolto fervor. Ma voi non curanti Di plauso o di scherno, I poveri amando Amate l'Eterno, Ai bimbi servendo Servite a Gesù. Il mondo che ignora Del core i misteri, Non sa che più dolce Di tutti i piaceri È l'umil conflitto D'arcana virtù. La vergine sacra Al Dio degl'infanti Sublima sue pene Con palpiti santi; È abbietta ai mortali, Ma l'anima ha in ciel. Con Dio nella mente Le cure più gravi, Le cure più vili Diventan söavi: Bassezza non tange Un'alma fedel. La vergine sacra Al Dio de' bambini Vagheggia in Maria Affetti divini, Le impronte cercando Di lei seguitar. Non volgono ai bimbi Tirannico ciglio Color, che mirando Maria col suo Figlio, Li veggon dal cielo Sui bimbi vegliar. Ah! sì, benedette Voi tutte, o bell'alme, Che ai miseri infanti Porgete le palme, Di padri e di madri Vestendo l'amor! Pensier non vi preme Di plauso o di scherno: I poveri amando Amate l'Eterno: Ai bimbi servendo Servite al Signor. FINE. INDICE. AL LETTORE 1 FRANCESCA DA RIMINI Pag. 1 ROSILDE 79 ADELLO 115 EBELINO 169 ILDEGARDE 213 AROLDO E CLARA 251 POESIE LIRICHE 277 FINE DELL'INDICE. *** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK POESIE SCELTE *** Updated editions will replace the previous one—the old editions will be renamed. Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright law means that no one owns a United States copyright in these works, so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United States without permission and without paying copyright royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to copying and distributing Project Gutenberg™ electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG™ concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you charge for an eBook, except by following the terms of the trademark license, including paying royalties for use of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for copies of this eBook, complying with the trademark license is very easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports, performances and research. 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