The Project Gutenberg EBook of Margherita Pusterla, by Cesare Cantù This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org Title: Margherita Pusterla Racconto storico Author: Cesare Cantù Release Date: August 14, 2006 [EBook #19039] Language: Italian Character set encoding: ISO-8859-1 *** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK MARGHERITA PUSTERLA *** Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net CESARE CANTÙ MARGHERITA PUSTERLA RACCONTO STORICO Quarantesima Edizione Milanese con incisioni MILANO LIBRERIA DI EDUCAZIONE E D'ISTRUZIONE DI PAOLO CARRARA EDITORE. Proprietà Letteraria. L'EDITORE AI LETTORI Nel 1834 l'autore di questo libro trovavasi nelle prigioni di Stato dell'Austria. Il suo processante, Paride Zajotti, trentino, era letterato, e però conscio del tormento che maggiore dar si può ad un letterato, quel di privarlo di ogni mezzo di leggere e di scrivere. Brutalità tanto peggiore in quanto, al fine dell'inquisizione, si dovette dichiarare che non reggevano alla prova neppure gli _indizj_ e i _sospetti_, pei quali era stato sì lungamente carcerato; e in quanto agli altri detenuti non letterati si permetteva perfino di abbonarsi a gabinetti di lettura. In quella atroce solitudine, il Cantù trovò modo di farsi dell'inchiostro col fumo della candela, penna cogli steccadenti; e su carte straccie, dategli per altri usi, scrisse il presente romanzo. Egli si ricordava del fatto in di grosso e dei tempi: gli mancavano i nomi proprj e le date sicure, talchè i personaggi nacquero con nomi suppositizj, siccome variarono alcune circostanze di fatto allorchè, sprigionato, potè limare il suo lavoro, e dopo lunga quarantena alla censura di Vienna, perchè la censura milanese non credette poterlo ammettere, il diede alla stampa. Questi fatti non importano al pubblico, eppure sono tutt'altro che indifferenti per intendere molte parti del lavoro, nel quale l'autore volle ritrarre, o forse non volendo, ritrasse i proprj patimenti e le proprie consolazioni sotto figura altrui, mentre Silvio Pellico aveva in persona dipinto i suoi. Bensì è noto con quanto favore fu questo romanzo accolto in Italia, e tradotto in tutte le culte lingue. Ciò non recherebbe meraviglia, giacchè è fortuna comune a quasi tutti i libri di tal genere. Ben importa l'accertare che il successo della _Margherita Pusterla_ si sostenne dopo il primo bollore; e da quarant'anni va ristampandosi continuamente in edizioni numerose; prova di meriti intrinseci e letterarj e politici e morali, indipendenti dalla moda e dalla novità. Testè uno di quei critici, a cui pute ciò che sa di italiano, lagnavasi che, in tanti romanzi e drammi nostri, non apparisse un tipo di donna. Al tempo stesso il barone Niccola Taccone Gallucci, lodato autore del _Saggio d'Estetica_, in un lavoro sull'_Arte cristiana_ asseriva che «poeti ed interpreti del perfetto pensiero dell'epoca moderna e della fede viva, profondi scrutatori degli affetti romantici, sono il Manzoni, il Cantù ed il Grossi.» E soggiungeva: «Il Cantù, che insieme al Manzoni e al Grossi formano il triumvirato, direi quasi, dell'epoca più prospera della moderna poesia italiana, si fa a sublimare la beltà del patire con la squisita pittura dell'amore, della sofferenza, della rassegnazione, della morte della sua Margherita Pusterla. L'affanno dell'affetto terreno negli ultimi istanti della sua vita è patetico in quelle parole, che suonano angosciose in ogni cuore: _Morire! morire così giovane.... e morire innocente!_ Ma nello estremo quadro del dolore terribile e divinamente malinconico, risalta una morale leggiadria ed una purità di colorito, che seduce nel martirio anche sul palco. «La nobile figura di frate Buonvicino, l'immagine più perfetta dell'ideale ascetico e cavalleresco, che, collocato accanto alla bella Margherita, guarda il cielo, e mormora quelle sublimi parole: _Lassù, sono le speranze che non falliscono mai_, manifesta il generoso carattere, la fede, l'invincibile fiducia, l'ineffabile amore del Cantù, che arriva fino all'apogeo dell'ideale doloroso e malinconico, allorchè la faccia di Margherita, fatta più pallida, si volge anch'ella cogli occhi lagrimosi al cielo, e si fa santa nel Dio, padre degli infelici, esclamando: _Signore, la volontà vostra e non la mia_.»[1] Noi dunque facendo questa 42ª edizione, sotto gli occhi dell'autore, pensiamo ben meritare della moralità e della letteratura diffondendo un libro che crediamo rinvigorisca il sentimento del nobile e del giusto, mediante l'amore pei buoni e l'indignazione pei ribaldi. Milano, maggio 1880. --Lettor mio, hai tu spasimato? --No. --Questo libro non è per te. 1833. CAPITOLO PRIMO. LA PARATA. Entrando il marzo del 1340, i Gonzaga signori di Mantova avevano aperta una corte bandita nella loro città, con tavole disposte a chiunque venisse, con musici, saltambanchi, buffoni, fontane che sprizzavano vino, tutta insomma la pompa colla quale i tirannelli, surrogatisi ai liberi governi in Lombardia, procuravano di stordire i generosi, allettare i vani, ed abbagliare la plebe, sempre ingorda dietro a queste luccicanti apparenze. Fra i tremila cavalieri concorsi a quella festa con grande sfoggio d'abiti, colle più belle armadure che uscissero dalle fucine di Milano, con destrieri ferrati persino d'argento, v'erano comparsi molti Milanesi per fare la corte al giovinetto Bruzio, figliuolo naturale di Luchino Visconti, signor di Milano. Sono fra essi ricordati Giacomo Aliprando, Matteo Visconti fratello di Galeazzo e di Bernabò, che poi divennero principi; il Possidente di Gallarate, il Grande de' Crivelli, e sovra gli altri segnalato Franciscolo Pusterla, il più ricco possessore di Lombardia, e sarebbesi potuto dire il più felice, se la felicità potesse con beni umani assicurarsi, e se da quella non fosse precipitato al fondo d'ogni miseria, come il processo del nostro racconto dimostrerà[2]. Questi campioni milanesi avevano riportato il premio della giostra ivi combattutasi, il quale consisteva in un superbo puledro del valore di 400 zecchini, nero come una pece, colla gualdrappa color di cielo, ricamata ad argento; in un altro, mezzano di grossezza, baio di colore e balzano di due piedi: oltre a due abiti, uno di scarlatto, l'altro di sciamito foderato di vaio. Per farne mostra, erano i vincitori girati trionfalmente per Cremona, Piacenza e Pavia, donde s'erano vôlti dalla patria, appunto il 20 Marzo dell'anno predetto. Liete accoglienze ricevevano per tutto, poichè un istinto dominante e pericoloso dell'uomo fece al valore fortunato tributare rispetto ed ammirazione in ogni tempo, ma più ancora in quello, tutto di forza materiale. I signorotti poi vedeano volontieri che il coraggio si esercitasse in tornei e finte battaglie, come in altre età videro volontieri sfogato l'umore curioso e contenzioso in fazioni da teatro e in letterarj garriti. Perciò anche da Milano uscì ad incontrare i prodi una cavalcata della Corte e de' più nobili, che ricevutili nello splendido castello di Belgioioso, voltarono con essi alla città. Entrati con solenne pompa per la via di Sant'Eustorgio, attraversato quel sobborgo, già cinto di mura e chiamato la Cittadella, vennero alla porta Ticinese, che si apriva laddove ora è il ponte sul canale _Naviglio_. Quel canale segna ancora la fossa che, larga quanto è ora la strada, aveano scavata attorno alla risorgente patria i Milanesi per difendersi dal Barbarossa: e col cavaticcio avevano formato un terrapieno (_il Terraggio_), unico riparo ma bastante quando ogni cittadino era guerriero,--guerriero per la patria e per la libertà. Ma pochi anni prima di quello di cui scriviamo, Azone Visconti aveva in quel luogo fabbricato la mura, lunga in giro diecimila braccia, con saracinesche e ponti levatoj a ciascuna delle undici porte, incoronata di cento torri e di migliaja di merli. Passati i cavalieri per l'arco, che tuttavia sussiste a malgrado dei novatori, costeggiarono le famose colonne di San Lorenzo, logora e venerabile reliquia romana, e giunsero al crocicchio, detto _Carrobio_ perchè dava luogo ai carri, qualità allora comune a poche vie. Il vulgo, sospendendo i lavori, traeva a quello spettacolo, invitato dal festoso sonare dei banditori della città, i quali, tutti in rosso, colle trombe d'argento, insieme coi sei portieri in corsaletto a quarti di bianco o scarlatto, e coi mantelli del colore istesso, precedevano la comitiva, togliendosi in mezzo il banderajo, che portava il gonfalone cogli stemmi delle varie porte, distribuiti attorno alla vipera nera in campo d'argento. E--Chi è quella signora tutta a velluto e oro?»--domandava qualche fanciulletto. --È (gli rispondevano i genitori) è la signora Isabella del Fiesco, moglie di quel là, tutto lucente di acciajo, con sul cimiero una biscia che mangia un figliuolo cattivo. Si chiama il signor Luchino, nostro padrone. Vedi mo fortuna nostra d'avere un padrone così valoroso e una sì bella padrona! --E vedete (soggiungeva un compare maliziosamente pigiando col gomito) che occhiatine ella si ricambia col bel Galeazzo. --Eh eh! (replicava un terzo strizzando l'occhio) gli è un pezzo che se la intendono zia e nipote». Qui cominciavano a leggere sulla cronaca scandalosa, e contare i torti, con cui la signora Isabella ricambiava i torti che riceveva dal marito. Luchino in fatto, senza una vergogna al mondo, veniva dietro circondato dai suoi figliuoli Forestino, Borsio e il già nominato Bruzio, partoritigli da diverse madri. Luchino nasceva dal Magno Matteo, quello che, dopo dell'arcivescovo Ottone Visconti, col valore e colle brighe aveva ottenuto il dominio di Milano sotto il titolo di Vicario dell'Impero, poi di capitano e difensore della libertà. A Matteo era successo nel comando Galeazzo, a questo il figlio Azone, e morto lui, Luchino era stato, il 17 agosto dell'anno precedente a questo, assunto signore dal consiglio generale de' Milanesi. Ma perchè poco bene prometteva la sgovernata gioventù di lui, consumata a correre avventure fra libertini, gli avevano dato a compagno il fratello Giovanni, vescovo e signore di Novara. Mostrerebbe conoscere pur poco il popolo chi si meravigliasse perchè, sapendolo un tristo arnese, non avessero eletto tutt'altri o nessuno. Quando Luchino si trovò in potere, parte coll'astuzia, parte colla prepotenza, eliminò il fratello, che, prete, credenzone e voglioso di godersi i vantaggi di una lauta fortuna e di una rara avvenenza, abbandonò ad esso ogni pubblica cura. Luchino, ricchissimo di quel valore militare che può associarsi con tutti i vizj e sino colla viltà, austero men di lingua che di fatti, scarso nel promettere, saldo nel mantenere, spedito nel prendere una risoluzione e nell'effettuarla, molto paese acquistò, nulla perdette: non sentì benevolenza per altri che pe' suoi bastardi: non perdonò mai, mai non si fidò in chi una volta avesse offeso: ma per dissimulare o l'odio o la vendetta, per seguitare con lunghi giri una preda, per consumare un'iniquità col più ipocrito aspetto di giustizia, pochi l'eguagliarono fra i signori di sua casa, che pur sapete se ve ne furono di tristi. Di giustizia gli meritò lode l'aver liberato il paese dai ladri, frenato le prepotenze dei feudatarj, dato eguale ascolto a Guelfi e Ghibellini, chiamato i nobili al par de' plebei a sopportare le pubbliche gravezze. Ma in quel che riguardava lui stesso, aveva intitolato giustizia il proprio interesse. Fu unico in ciò? Semplice era la sua politica: conservarsi ad ogni costo. Tornava opportuno il dar favore al commercio, alle arti? lo faceva. Conveniva meglio la guerra? la rompea, che che lagrime e che che sangue dovesse costare. Secondo il credea buono, favoriva letterati e poeti, ovvero ergea patiboli, empiva prigioni. Considerandosi come un custode di belve che lo sbranerebbero appena cessasse di mazzicarle o di mostrarsi necessario al loro sostentamento, ai buoni, cioè ai vili, comparire unico autore della pubblica felicità; coi malvagi, cioè con quelli che osassero guardare nei fatti suoi, esacerbava per calcolo la naturale e dissimulata fierezza: spie, giudici comprati, forza armata davano tratto tratto dei buoni esempj: cioè accusando, incarcerando, ammazzando, insegnavano agli altri a dimenticare le libertà un tempo godute, a credere unico dovere del capo il comandare, unico diritto dei sudditi l'obbedire. Non però sempre violenti erano i mezzi, da Luchino messi in opera, e sembra che i Milanesi o non avvertissero o trovassero piacevole quell'altro suo accorgimento di domarli corrompendoli. Al vulgo feste, baccani, taverne, bordelli; ai nobili giovani, i cui costumi severi e riflessivi gli avrebbero fatto ombra, offriva alla Corte esempj e comodità di dissolutezza, affinchè, chiuse le vie alla gloria ed agli onori, badassero a cogliere il fior della vita fra spassi e gavazze. Narrano che questa via lo guidasse più presto e meglio alla meta. Nè la coscienza taceva in lui: ma ne soffocava o illudeva la voce con pratiche devote: recitava ogni giorno od ascoltava l'uffizio della Madonna; teneva a tavola spesso i suoi cani, ma altre volte vecchi e pitocchi, ai quali con fastosa umiltà ministrava egli stesso: mai non mangiò che cibi quaresimali al sabbato e ne' giorni comandati; tassò le spese dei funerali, e stabilì gravi pene contro i medici che visitassero tre volte un malato senza farlo confessare. Che i sudditi lo amassero glielo ripetevano cagnotti, ambasciatori e poeti: quanto egli sel credesse potevasi argomentare dal giaco di maglia che mai non deponeva, dalle raddoppiate guardie, e da due enormi alani, che, come i soli non capaci di desiderare miglioramento nè libertà purchè mangiassero, si teneva ai fianchi dovunque andasse. Pure, al veder le dimostrazioni che gli facevano in quel tragitto per la città, avreste potuto supporre Luchino un padre del suo popolo. E non tutte dovevano dirsi adulazioni e vigliaccheria. Nessun governo si dà che sia tristo affatto, nessuno che non profitti a qualche classe. I Lombardi erano corsi attraverso un'età d'interne turbolenze, ove la libertà, acquistata a prezzo di sangue e di sforzi generosi, erasi andata guastando tra fraterni dissidi, ire di fazioni, soperchierie di prepotenti: talchè, stanchi d'un assiduo tempestare ove il grosso del popolo arrischiava tutto senza nulla vantaggiare, vedeano di buon occhio un governo robusto che poneva un freno a tutti, si avvezzavano a chiamare pace la comune servitù, come la chiamavano libertà quelli che ne facevano il fatto loro. Luchino, inoltre conferiva gl'impieghi quasi solo a nostrali, talchè seimila cittadini vivevano sopra i pubblici stipendj: nella carestia che allora affliggeva il paese, quarantamila bisognosi erano mantenuti a spese della città: della città dico, non del principe: ma il popolo è sempre disposto ad attribuire a questo i beni come i mali che prova. Quanto ai nobili, erano impazzati nel tempo che regolavano il pubblico interesse: ciascuno amò sè più che la patria, più le proprie soddisfazioni che le comuni libertà, più il comodo che la gloria, più la vita che la virtù: ora mangiavano del cibo che s'erano preparato. Alcuni, vedendo di non potere nè sopportar così, nè volgere in meglio la sorte del loro paese, o viveano ritirati in violenta pace, od uscivano in esteri paesi: col che più libero lasciavano il campo all'ambizione di coloro che, non più nella patria, ma alla Corte cercavano primeggiare, operando non all'utilità di tutti ma di quel solo da cui ricevevano o speravano lustro e ricompense. Se non che Luchino, o insospettito o geloso, aveva dato lo sfratto a tutti coloro che erano stati in auge sotto di Azone, per attorniarsi di nuova brigata sul far suo, compagni alle sue giovanili dissolutezze, disposti a fare com'egli voleva e peggio. Nella cavalcata che noi descriviamo, si potevano discernere i nuovi dagli scaduti al rimanere quelli vicini al principe, e tal ora accostategli pronunziando qualche parola; allo sfoggiare in pompa di codardia; allo stringersi fra loro baliosi, e celiare, e sbizzarrire sui briosi palafreni; mentre gli altri si tenevano estremi, taciturni e fra loro scambiando qualche parola sommessa e dispettosa. La plebe naturalmente supponeva senno, valore e prudenza nei favoriti dal principe, il contrario negli altri: sberretteva i primi, assomigliava gli ultimi a patarini e scomunicati; e tenuta indietro dal ceffo arcigno del tedesco Sfolcada Melik, capitano alla guardia del corpo di Luchino, sbirciando sott'occhio quel muso baffuto, gridava:--Viva il Visconti, viva il biscione!» Senza discernere gl'infimi dai sommi, tra la parata galoppava un buffone, razza di cui ogni Corte era provvista e più lautamente la milanese, che in simile genia spendeva ogni anno trentamila fiorini[3];--ottimo uso delle pubbliche entrate. Vi facevano costoro l'uffizio, che altre volte adempirono i poeti e sempre gli adulatori; lisciar i padroni, far ridere alle proprie spalle, trattenere con imbecillità corruttrici e velar l'orrore d'un delitto sotto la vivacità d'un'arguzia. Se non che (tanto in ogni istituzione vanno misti il male e il bene) in mezzo ai loro lazzi avventuravano qualche verità, che altrimenti non sarebbe giunta fino alle orecchie dei gran signori. Grillincervello, come chiamavasi il buffone di Luchino, copriva la zucca monda con un berretto bianco a cono, sormontato da un cimiero scarlatto a guisa di una cresta di gallo; con due brache e un farsettaccio di traliccio larghi e sciamannati, con enormi bottoni e ciondoli sonori; ed impugnava un bastone, il cui pomo figurava una testa di pazzo colle orecchie asinine. Messosi per isproni due ravanelli (fabbrica di Pavia, com'esso diceva), stuzzicava con essi un orecchiuto destriero di Barlassina (altra sua frase), tutto a fiocchetti e sonagliuzzi; e colla bocca atteggiata sempre a un riso fra idiota e maligno, con certi occhi sgranati e guerci, saltabellava di qua, di là, or dando la caccia ai porcelli e alle galline che liberamente pascolavano per le vie; ora ficcandosi attraverso ai passi del terzo e del quarto, e scagliando a questo un motto, a quello una zaffata. Farfogliando al Melik qualche frase mezzo tedesca, gli tirava i severi mustacchi, e mentre colui, senza scomporre di sua gravità, gli assestava una sciabolata di piatto, egli era guizzato un pezzo lontano. A Matteo Salvatico (scrittore dell'_Opus pandectarum medicinæ_, la più diligente opera intorno alla virtù delle erbe), il quale, secondo il lusso de' medici, cavalcava con un vestone di porpora e preziosi anelli e sproni dorati, il buffone, facendo al suo somarello un cenno ch'io non voglio descrivere, diceva:--Toccagli il polso»; poi indirizzandosi all'astrologo Andalon dal Nero, altro mobile indispensabile delle Corti d'allora, il quale procedeva contegnoso e sopra pensieri, gli batteva in sulla nuca, dicendo:--Questa non te l'avevano indovinata le stelle». Lo udiva Luchino, e ne sorrideva, sinchè, passato appena il palazzo che egli aveva eretto per propria abitazione da privato in faccia a San Giorgio, ed inoltrandosi fra la turba che, presso alla chiesa di Sant'Ambrogino in Solariolo, affollavasi al mercato, o come dicevano, alla _Balla_ degli olj e dei laticinj, cominciò a fissare gli occhi sopra una signora, che stava sur un terrazzino, sporgente dalla torre in angolo della via che di là mette a Sant'Alessandro. Questa era Margherita Pusterla, anch'ella di casa Visconti e cugina del principe, ma troppo da lui dissomigliante. Erasi fatta ad osservare il corteggio, non per capriccio di femminile curiosità, ma per cercare fra questo il marito suo Franciscolo Pusterla, uno, come abbiam detto, dei vincitori della giostra, e che teneasi in fondo tra gli scontenti. La dama, la quale era tutto il bello che dev'essere l'eroina d'un racconto, reggeva sulla spalletta del verone un caro fanciullo di forse cinque anni: e tendendo la destra candida e morbida come di cera, gli additava lontano un cavaliero superbamente vestito e montato, alla cui vista il bambino, trasalendo di gioia fra il seno e le braccia materne, esclamava:--Babbo! babbo!» e con ingenuo vezzo infantile sporgeva verso quello le braccia. Assorta in quest'episodio di famiglia che per lei era tutto, la Margherita non poneva mente nè agli applausi del vulgo, nè alla pompa del corteo, nè agli occhi che ammiravano la sua bellezza, nè a Luchino, sebbene questi, allorchè fu sotto al balcone, avesse rallentato il passo, e fatto sbraveggiare e atteggiar vagamente il superbo stallone bianco che cavalcava, bramoso di attirarsi uno sguardo della bella. Ma invano: onde una nube di dispetto gli passò sul volto severo. Se non che Ramengo da Casale, uno dei cortigiani sempre disposti a piaggiare, qualunque essa sia, la passione dei potenti, si fece accosto a lui, ed inchinandolo con adulatoria sommessione, esclamò:--Se vuolsi trovare qualcosa di grande negli uomini, o qualcosa di bello nelle donne, è forza ricorrere al nome de' Visconti». Luchino, non mosso dall'incensata che come uomo avvezzo alle vigliaccherie, rispose:--Sì: ma a costei pare che puta il nostro cognome: nè voi altri fra quanti siete sapeste mai farne belli i circoli nostri. --Vero! (ripigliava Ramengo) Ella è tanto schifa ed orgogliosa quanto bella ed aggraziata. Ma più la vittoria è difficile, più torna a onore, e ad un sospiro del principe qual ritrosia durerebbe?» Guizzò fra loro il buffone, e ghignando beffardamente sul viso dell'adulatore, poi di Luchino, disse a questo, vagliando la persona in modo da sonar tutto:--Non dargli ascolto, padrone; leccane i barbigi, che non la è carne pe' tuoi denti. --E perchè no, sfacciato?» saltò su mezzo in collera Luchino. --Perchè no», ripetè il mariuolo, e toccata la cavalcatura, in un batter d'occhio fu lontano, mentre Luchino, senza curare nè le piacenterie dei cortigiani, nè i viva del popolo, seguitava innanzi a rilento, volgendosi tratto tratto verso la signora Pusterla. Essa invece non distoglieva gli occhi dal marito, il quale procedeva fra un giovine e un frate, che pedestri uscitigli incontro, l'accompagnavano discorrendo. Il giovane era tutto fuoco nel gesto, negli sguardi, nel favellare; la faccia dell'altro, composta a gravità severa e pur dolce, annunziava una lotta profonda ma calma tra la violenza dei sentimenti e la robustezza della volontà; e nella fronte facile a corrugarsi, nelle guance scarne e affossate, nel labbro serrato, portava il marchio onde la sventura impronta le sue vittime, quasi per dar loro la consolazione di conoscersi a vicenda, e di allearsi per reggerle incontro. La rincrescevole attenzione e il frequente rivolgersi del principe non isfuggirono al Pusterla, il quale, voltosi ai non meno accorti compagni, domandò loro:--Vedeste? --Vidi», rispose il frate chinando le ciglia in atto di persona abituata a gravi pensieri. --Sfacciato!» saltava con occhi sfavillanti il giovane.--Quest'altra ci mancava! Ma che non può aspettarsi da un tiranno? Oh perchè non ci ha a Milano cento persone deliberate al par di me! E voi, oh perchè non vi risolvete, signor Francesco, di far suonare alto il vostro nome e metter fine alle servitù della patria ed all'obbrobrio comune?» Franciscòlo Pusterla col gesto e colla voce imponeva silenzio ad Alpinòlo (quest'era il nome del garzone), mentre il frate, colla posatezza abituale alle persone costrette a riflettere, a concentrarsi, a vivere in sè, diceva:--All'uomo scontento rimane un partito! spiccarsi dai viziosi, e senza paventare la dimenticanza de' suoi concittadini, cercare nella dignitosa ilarità de' domestici affetti la pace e la sicurezza della coscienza e del proprio onore. Così ha saputo fare tuo suocero Uberto Visconti: così avresti a far tu: e mille segni ti mostrano che n'è venuta l'ora. Con un tesoro qual è la tua Margherita, non è angolo del mondo così riposto, non solitudine così romita, che non ti possa convenire in un paradiso». La voce del frate erasi animata a questo parlare, come anche il color delle guancie; egli se n'avvide, chinò il capo e tacque. Ma Franciscòlo, punto non mostrandosi convinto alle parole dell'amico:--Sì, frà Buonvicino (diceva); ritirarmi, questo è il sogno delle mie veglie. Ma poi? cos'è mai un uomo fuor degli affari? Come parrei dirazzato da' miei padri, sempre attenti alle pubbliche cure! Finchè il signor Azone governò, sai se continuamente adoperai al bene della mia patria; sai se fin d'allora ho usato ogni maniera di riguardi dilicati a questo Luchino, benchè fosse in urto collo zio, nella fiducia che, giungendo alla sua volta al comando, me ne saprebbe buon grado, mi terrebbe fra' suoi vicini, e così potrei dirizzarlo al meglio comune. Or vedi frutto! Appena impugnò quel bastone del comando, che tanto noi oprammo, per affidargli, non che dimenticare i meriti nostri recenti, fino gli antichi pare ci ascriva a colpa: e sbalzati noi tutti, si è posto attorno gente nuova e plebea, assurda consigliera, insana adulatrice, feccia tale, che mille miglia ne vorrei esser lontano, se non mi trattenesse la speranza di tornar utile alla famiglia mia, ed ai miei concittadini». Applaudiva Alpinòlo a quel risentito parlare: ma frà Buonvicino, avvisando che, sotto al velo dell'utile pubblico, s'ascondevano l'ambizione e un naturale, che, non sapendo provare godimenti se non nella tempesta, metteva a pari la calma e la morte, trovava facilmente come ribattere le apparenti ragioni dell'amico, ma non come destargli una virile vergogna: onde, qual persona usata a concedere indulgenza alle debolezze degli uomini per non essere costretto a doverle disprezzare, finiva col seguitarlo tacendo, finchè si divisero allo sbucare sulla piazza del Duomo. Se però volete figurarvi al vero gli uomini di quel tempo, vestiti di ferro e di sfarzosi mantelli, e pellicce, e collane d'oro, e berretti a piume ondeggianti, e spadoni ai fianchi, ed enormi mazze ferrate agli arcioni, e sul guanto astori e falchi, non dovete collocar loro d'attorno queste fabbriche d'oggidì, le vie larghe, allineate, selciate che sasso non eccede, fiancheggiate da case a tre o quattro solaj, colle finestre simmetriche, protette da gelosie, con botteghe d'ogni lusso, con tutta quella bellezza che ha per carattere il gentile, e che rivela tempi quieti, gente educata a non pensare gran fatto all'avvenire. L'architettura, come sempre fa, erasi foggiata ai costumi e alle opinioni correnti, tutta solidità nei palazzi, nel resto appena quel che fosse necessario per riparare dalle intemperie la plebaglia, perpetuamente condannata a faticare e patire, giovare ed essere disprezzata. Alte e massiccie torri accanto a bassi tugurj, pareano simbolo della società, divisa in due condizioni, una altissima, infima l'altra. Le poche abitazioni che si elevassero sopra il pian terreno, s'intitolavano _solari_; e da uno appunto di siffatti aveva ricevuto il nome la chiesa di Sant'Ambrogino in Solariolo, che fu poi detto _alla Balla_, da un atrio ove, tre volte alla settimana, tenevasi mercato d'olio, di pollami e latticinj. Colà presso può vedersi ancora[4] uno di quei torrazzi, che ajutano l'immaginazione a ricostruire il Milano antico; e da non molto tempo fu diroccato l'altro che faceva cantonata alla via che volge a Sant'Alessandro. Formava esso parte dello splendido palazzo dei signori Pusterla, il quale distendeasi fino all'Olmetto e ai Piatti, in apparenza più di fortezza che di abitazione. Tutto di pietre tagliate, verso la strada non aveva che due finestre alte, protette da robuste inginocchiate, siccome chiamavano le ferriate sporgenti a pancia: grossi anelli impiombati nelle bugne offrivano la comodità di legarvi i cavalli, per salir sui quali erano disposti lungo i muri ed alla porta, dei dadi di granito; la porta chiusa con enormi battenti ferrati e col suo ponte levatojo, aprivasi sotto una torretta quadrata, posta in fondo alla via mozza, che ancora nominiamo Vicolo Pusterla. Sull'accennato torrione di angolo sventolava lo stendardo della famiglia, coll'aquila nera in campo giallo; e dal mezzo ne sportava il verone, sul quale si era mostrata la signora Margherita. I Pusterla, famiglia delle più nobili e la più ricca di Milano, avevano nei tumulti antecedenti parteggiato ora coi Torriani ora coi Visconti: Matteo Magno aveva sposata una figliuola di Filippo Torriani, dalla quale era nato il Franciscòlo di cui parlammo. Trascorso quel palazzo, la cavalcata tirò innanzi per la via de' _Banderaj_, detta poi de' _Pennacchiari_, indi per quella che fu poi nominata dei _Mercanti d'Oro_ per le botteghe dei tessuti d'oro e seta, introdotti appunto dominando Luchino[5]. Le vie erano state, fin dal 1272, solate a mattoni per taglio o acciottolate: poi il signor Azone aveva fatto scavare cloache per tenerle monde, e ordinato che restassero sgombre da sozzure e impedimenti: ma altro è ordinare, altro è essere obbedito. Ove le fitte case lasciassero un poco di largo, il sole versava la limpida sua luce: ma generalmente basse tettoje ed acuminate, sporgendo in brutta guisa, se salvavano dalla pioggia il pedone e gl'indifesi balconi, impedivano però il circolare dell'aria e davano sgradevole vista. Dalle anguste o distorte vie mal argomentereste la miseria della città; che quanto anzi fosse ricca e popolosa ce ne dà indizio una statistica di quei giorni. Contava essa (per dirne alcun che) tredicimila porte con seimila pozzi, uno più uno meno: quattrocento forni di pane, s'intende di mescolanza, che pel bianco n'aveva uno solo alla Rosa; mille taverne, oltre cencinquanta locande: tremila macine da molino, servite da seimila bestie da soma: a duecentomila salivano gli abitanti, di cui un quinto atti alle armi, ducento causidici, altrettanti medici, mille notaj, settanta maestri d'elementi, quindici di grammatica e logica, cinquanta copisti di libri, i Remondini ed i Bodoni di allora; oltre ottanta fabbri-ferraj e maniscalchi, quattrocento beccai, trecentottantacinque pescivendoli, trenta fabbricatori di sonagli, cento d'armadure, e innumerabili lavoratori, negozianti e ritagliatori di panni e di sete, per cui comodità si tenevano quattro fiere all'anno e mercati quotidiani. Non accompagnerò in altre minuzie lo statistico, il quale sa fin dirvi che si consumavano in città ogni anno cinquantamila carra di legna, il quadruplo di fieno, seimilacinquecento staja di sale: ogni settimana si ammazzavano da settanta a ottanta bovi ingrassati; e al tempo delle ciliegie ne entravano sessanta carra al giorno; che nella sola città si numeravano seimila novecento quarantotto cani; fra la città e la campagna cento astori nobili e il doppio falconi, oltre sparvieri senza numero. Io che, per prova, non mi fido alle cifre esibite dalle statistiche odierne, molto meno voglio spacciarvi per di fede queste d'allora: bastandomi vi diano in di grosso un'idea del quanto allora si vivesse diverso dal presente. Ancor più diversi erano gli uomini che popolavano la Lombardia e tutta Italia. Prima di ogni altra nazione si erano alzati dall'invilimento, cui gli avevano ridotti le orde settentrionali: il commercio, le navigazioni, le ricordanze e i resti degli antichi municipj, la necessità della difesa, le lettere, la religione gli avevano ajutati a costituirsi in altrettante repubbliche quante erano le città. La lotta degli imperatori tedeschi non fece che consolidare la civile e la politica libertà, fra cui si svilupparono le forze tutte del corpo, del cuore, dell'intelletto. Soldati valorosissimi, i più arditi marinaj, i più lauti negozianti, essi ridestarono la pittura, l'architettura, la poesia:--visitate l'Italia, e ad ogni città chiedete quando si cinse di mura, quando frenò o guidò quei fiumi, quando fabbricò quei porti, quelle ampie dogane, quei palazzi del Comune, quelle cattedrali, e tutte vi risponderanno che fu nei tre secoli de' governi popolari, quando nell'integrità di sue forze, usciva dal feudalismo, e ricuperava il sentimento della propria esistenza. Prosperità originata dagli sforzi individuali di persone, che ciascuna credevasi qualche cosa da sè; onde l'impulso indipendente dei singoli produceva l'avanzamento di tutti. Caduti quei governi in mano de' tirannelli, ben s'ingegnarono questi di soffocare quel vivo sentimento dell'individualità, ma il riuscirvi era serbato a tempi di pacata oppressione, in cui il popolo non fosse più valutato se non per la quota che contribuisce all'esattore. Ma per allora, quelle cento repubblichette erano altrettanti centri di attività, di cognizioni, d'emulazione artistica e mercantile; sicchè, per tacere l'incontrastata primizia del sapere e dello arti belle, Italia da sola era più ricca di denaro che tutta la restante Europa: Romeo de' Pepoli bolognese aveva col commercio acquistata una rendita di cenventimila fiorini cioè un milione e mezzo di franchi: Mastino della Scala dalle città sue traeva settecentomila fiorini, quanti appena ne ricavava dalle sue il più ricco re, quello di Francia; fra i Bardi e i Peruzzi di Firenze prestarono alla Corona d'Inghilterra sedici milioni e mezzo di franchi; e sì che allora il denaro era cinque o sei volte più raro d'adesso. Dovrò io al lettore italiano domandare perdono se, qui sulle prime, svio dal soggetto per rammentare con compiacenza gli antichi vanti della patria nostra? Pur troppo nel seguito del nostro racconto ci accadranno tutt'altro che piacevoli argomenti di digressione. I Visconti a Milano, come gli altri signorotti, davano favore al commercio e all'industria; ma procuravano stornare il popolo dalle armi, conoscendo quale salvaguardia siano dei diritti in mano del popolo; e Luchino, col pretesto di alleviarli d'un peso, aveva dispensati i cittadini dalla milizia; sicchè godevano un riposo da gran tempo ignorato, senza accorgersi come ne patissero i diritti civili, sino ai quali la considerazione del popolo di rado s'innalza, o non mai. Fra la plebe e il principe stavano i nobili, cioè i possessori delle terre; non genìa baldanzosa e prepotente, come nei paesi ove la feudalità conservava quell'antico rigoglio, che qui le era stato fiaccato dalle repubbliche. Anzi i nobili, da una parte facevansi amare dalla plebe proteggendola, spendendo, sfoggiando: dall'altra non recavano ombra al principe, perchè non vantavano annosi diritti, nè si stringevano in robusta federazione, nè andavano cinti di vassalli ligi ed armati così, da limitare il loro potere. In tal modo viveano a fronte uno dell'altro il Comune, l'aristocrazia ed il tiranno, il quale, se era scaltro e di polso, profittando della superiorità che dona un potere costituito, far poteva liberamente ogni suo volere. In fatto, nella cavalcata che allora entrava in Milano, la plebe guardava e applaudiva; i nobili o piaggiavano o temevano; il principe, dando pane e feste a quella, mutando questi da feudatarj in cortigiani, facea suo pro dell'una e degli altri. Da quelle callaje sbucò il corteggio sulla piazza, ove, mezzo secolo dopo, fu cominciato questo Duomo, e che poco prima Azone avea fatto sbrattare dalle botteghe e dalle baracche ond'era tutta ingombra. Accanto al tempio di Santa Maria Maggiore (rifatto ai tempi della Lega Lombarda coi giojelli offerti dal patriottismo delle brave Milanesi) aveva egli fabbricato un superbo campanile, su cui campeggiavano le insegne dei Visconti, del papa, dell'impero, di Milano e di ciascuna delle porte, ma sì poco solido, che non guari dopo crollò, mentre ancora sussiste l'altro assai bello, da lui parimenti eretto a canto a San Giovanni delle Fonti, battistero dei maschi, che ora chiamiamo San Gottardo, come chiamiamo _delle Ore_ la via che lo rasenta, perchè su quella torre appunto venne collocato il primo orologio di Milano e il secondo di tutta Italia. Dove sorge il palazzo reale, stava allora quello dei dodici Savj della Provvisione, e avanti ad esso tenevasi mercato di vestiti ogni settimana. Lo spazio quasi occupato ora dal Duomo denominavasi _Piazza dell'Arrengo_, perchè vi si radunavano i cittadini finchè si governarono a popolo, per fare e per udire le arringhe intorno ai pubblici interessi. Colà il sincero amor patrio de' pochi e l'ambizioso egoismo dei più lottarono lungamente, agitando tra varie fazioni il paese, finchè, sazj di quel tempestare, risolsero commettere il supremo comando ai Torriani, indi ai Visconti. Dei quali primo Ottone arcivescovo fu eletto signore, indi Matteo Magno, poi il costui figliuolo Galeazzo, da cui nacque l'Azone che più volte ci occorse di nominare in questa rassegna, che pur troppo sentiamo quanto a ragione i lettori potranno paragonare al passar delle immagini di una lanterna magica sulla parete, senza profondità e senza lasciare traccia. Esso Azone, inteso a mascherare la servitù, aveva, oltre assai fabbriche cittadine, abbellito a meraviglia il palazzo, in cui, come in sua reggia, ora entrava Luchino. Una torre s'innalzava a molti piani, con camere, sale, corridoj, bagni ed orti: al piede innumerevoli stanze con doppie imposte e portiere e ori, che era una ricchezza a vedere; in un camerone, chiuso da una rete di fili di ferro, svolazzavano d'ogni razza uccelli; nè vi mancava un serraglio di orsi, babbuini, altre fiere, tra cui uno struzzo e un leone, lusso che parrà stravagante solo a chi non abbia pratica coi costumi di quel tempo. Ma non conviene tacere le pitture onde ogni cosa era adornata: un laghetto, in cui quattro leoni versavano acqua continuamente, e che figurava il porto di Cartagine, colle navi e tutto disposto per la guerra punica: in fine la chiesa, ricca di arredi pel valore di ventimila fiorini d'oro e di reliquie miracolose. Fra questo lusso entrato il corteo principesco, un bellissimo giovane, d'occhi vivaci, lunga barba e capellatura cascante e anella sovra le spalle, splendido nel vestire quanto dir si potesse, e con gran piume ondeggianti tutt'in giro al capo, fu lesto a scavalcare, e dar braccio alla signora Isabella per ismontare dal palafreno. Era Galeazzo Visconte, il quale, susurrandole galantemente all'orecchio, l'accompagnò su per lo scalone con dietro tutta la comitiva. E giunti alla gran sala, detta della Vanagloria, tanto splendida che altro non gridano le storie, mentre il buffone faceva inchini ad Ettore, ad Ercole, ad Azone, agli altri eroi in essa effigiati, la folla raccoglievasi in crocchi e capannelli per legare quella conversazione piena di parole e vuota di pensieri e di sentimenti, che formava e forma l'allettamento delle brigate; chiedevano e davano le notizie del paese, discorrevano della Corte dei Gonzaga, chi lodandola, chi tassandola: della maestria e de' bei colpi dei nostri giostratori, ai quali, per quanto avessero fresca la memoria de la libertà, pure dava superbia un sorriso, un'approvazione del principe. A lui facevano particolarmente omaggio i messi delle varie Corti de' tirannelli di Lombardia; e quello di Mantova singolarmente esaltava la cortesia e la bravura di Bruzio e di Franciscòlo Pusterla. Il lodare quest'ultimo sarà parso una sinistraggine ai cortigiani consumati, che sapevano come poco egli andasse a sangue a Luchino; ma qual dovette essere la loro meraviglia, allorchè, su questo discorso, Luchino, avviatosi verso il Pusterla, più cortese che con loro non solesse, gli dirizzò la parola, ripetè le lodi dategli or ora dal Mantovano, e le molte che già soleva dargli Azone; e insinuatosi col genere di encomj che più lusinga, quelli che sono riferiti d'altrui bocca, entrò a ragionare con esso come con persona di cui facesse gran caso. E poichè n'ebbe con fina arte palpeggiate le passioni, in tono di confidenza gli soggiunse:--Franciscòlo, l'amicizia che in condizione privata ci legava, non l'ho dimenticata, siatene certo, nè aspettavo che l'occasione di farvene chiaro. Ora Mastino Scaligero, vedendo non potermi sopportare nemico, implora l'amicizia nostra. Una pratica sì delicata non conoscerei a chi meglio affidarla che a voi, saputo al pari nelle cose della pace e della guerra, ben voluto da quel potente, e capace di sostenere il decoro milanese in faccia ai forestieri. Innanzi che il mese finisca, vorrete dunque recarvi ad esso a Verona con nostre credenziali, che abbiamo ordinato di spacciarvi». L'animo del Pusterla, esacerbato contro di Luchino non tanto per la servitù cui aveva ridotto la patria, quanto per la trascuranza che di lui mostrava, e per trovarsi ridotto ad una nullità di rappresentanze e d'azione, che a lui pareva, non che indecorosa, infame, in un baleno si mutò a questo primo segno di favore, al vedersi oggetto di invidia fra' cortigiani, cui forse testè era di sprezzo; ebbe dimenticato gli antichi oltraggi, dimenticato i propositi di solitudine e di ritiro, dimenticato il geloso sospetto che gli avevano desto i procaci sguardi di Luchino sopra la moglie sua; nè tampoco gli nacque dubbio che questo incarico fosse un'astuzia per rimoverlo e disonorarlo; e ringraziò il principe, accettando con riconoscenza. Tanto accieca l'ambizione! E più lieto e baldanzoso tornò al suo palazzo, dove gli amici si erano raccolti per festeggiarlo. Alla Margherita, che gli correva incontro col figlioletto, appena rese l'abbraccio, ed esclamando,--Buone nuove», le raccontò la missione. Se ne congratulavano alcuni; ma quell'Alpinòlo che conosciamo, scosse il capo, esclamando:--Dalla vipera può venir altro che veleno?» La Margherita poi impallidì e mostrando con un gesto eloquentissimo il loro Venturino, --Oggi appena (diceva al marito) tu ritorni, e già vuoi abbandonarci? V'è luogo migliore nella propria casa, compagnia più dolce che quella dei suoi domestici, missione più onorevole che quella di beare chi ci vuol bene?» Francesco le stringeva la mano amorevolmente, levavasi in collo il bambino, e si mostrava intenerito: ma quello spontaneo moto di natura rimaneva ben tosto compresso dal desiderio di figurare, dall'abito di cercare la felicità fuori di sè. Anche il frate, allorchè l'amico gliene portò la notizia nel convento di Brera, con ogni modo si adoprò per distoglierlo da quell'andata. La cella solinga e meditativa dov'esso abitava, pareva accordarsi alle ragioni ch'egli addusse onde persuadere Franciscòlo a togliersi giù dalle pubbliche brighe quando non poteano essere che scompagnate dal decoro e dal sentimento di un nobile dovere. Anzi, dopo che frà Buonvicino vide l'amico sordo a tutti gli altri argomenti, quasi per ricordargli le osservazioni di jeri, e per tentar quello che a lui pareva il più robusto, gli chiese:--E Margherita?» Pensò un tratto il Pusterla, poi rialzando il capo come un ostinato che pur voglia mostrare d'aver ragione, rispose:--La Margherita è un angelo.» Il frate lo sentiva, e sentiva in conseguenza quanto disdicesse l'abbandonarla: pure non osò insistere su quel punto per non mettere a repentaglio la domestica tranquillità di Franciscòlo. Ma chi era il frate, e perchè tanta parte prendeva alla sorte di questa famiglia? CAPITOLO II. L'AMORE. Buonvicino dei Landi, famiglia principalissima di Piacenza, da giovinetto era stato posto in Bologna agli studj, cui con fervore si dirizzava la gioventù della risorta Italia, trovando in essi un'altra via per salire colà, ove dapprima si giungeva solo colle armi e colla prodezza della persona. Tali studj si riduceano, è vero, a pedantesche regole di grammatica e di retorica, alla filosofia dei commentatori d'Aristotele, e alla cognizione delle Decretali; ma l'amor delle belle lettere e la ricerca dei classici latini ravvivata poteano, qualora trovassero terreno da ciò, far negli animi germogliare affetti e sensi generosi. Così accadde di Buonvicino, il quale appunto, su quei primi anni, pascendosi nei detti e nei fatti gloriosi degli antichi, sollevava l'animo sopra le minute gare del suo tempo. E sebbene ne traesse idee, lontane affatto dalla nuova civiltà, di quelle idee che pur troppo nocquero al felice ordinamento delle repubbliche italiane, però quel nome di patria, perpetuo tema degli scrittori romani, aveva infervorato la fantasia del garzone, il quale non ambiva se non di crescere cogli anni, per potere o nelle magistrature servir il suo paese, o difenderlo in campo. Infelice! Gli anni vennero, ma con essi la sventura e i desolati disinganni, che così spesso tormentano le anime generose. Piacenza sua patria era caduta in podestà di Matteo Visconti, poi di Galeazzo. Questo qua, meno astuto e più corrotto del padre, credeasi lecito ogni suo talento nelle città dominate; e per tacere altre soperchierie onde aggravò la servitù dei Piacentini, tentò disonorare Bianchina, moglie di Opizino Lando detto Versuzio, fratello del nostro Buonvicino. Mal per lui: giacchè nella donna trovò virtù, trovò vendetta nel marito: il quale, fatta un'intelligenza con alcuni fidati, abolì nella sua città il dominio dei Visconti, e la consegnò al cardinal Poggetto, legato del papa. Buonvicino, su quell'età in cui si vagheggiano i sentimenti più che non si calcolino le circostanze, pieno delle idee del patriottismo antico, modificato dalle nuove che faceano guardare come straniero l'abitatore d'ogni altra città, e servitù l'essere signoreggiati dal vicino, appena ebbe fumo di quella pratica, accorse con buon numero di suoi condiscepoli, ed arrivò a Piacenza in tempo, come di giovar col valore, così di mostrare generosità. Perocchè, il giorno che scoppiò la rivolta, trovavasi in quella città Beatrice moglie del signor Galeazzo, col figlioletto Azone, alla salvezza del quale unicamente intesa, la madre lo fece trafugare, rimanendo essa in palazzo per non dar sentore della fuga, ed affrontando lo sdegno e la brutalità d'un popolo sollevato, purchè ne andasse salvo il bambino. Come la cosa fu nota a Buonvicino, rispettando e venerando gli affetti di una madre, non che impedire le fosse fatta violenza di sorta, egli medesimo la scortò sino ai limiti del distretto piacentino, quivi consegnandola sicura alle guardie del marito. Accadea questo fatto nel 1322, e da quell'ora si rimetteva in Piacenza il governo a popolo, giacchè il dominio papale potevasi riguardare come una libertà, sì perchè i pontefici, sedendo allora in Avignone, non esercitavano da così lontano che una autorità di protezione, sì perchè erano stati fautori del franco stato, se non altro per isvigorire i Ghibellini, tendenti a scemare le franchigie lombarde a pro dell'Impero. Negli otto anni successivi, Buonvicino maturò fra le generose cure d'una libera patria, coll'altezza di sentimenti che ispira il togliersi alla vita privata per vivere la pubblica, il curare meno le domestiche cose che le comuni; educazione che tanto contribuì a migliorare l'Italia durante le sue repubbliche. Andava in quel mezzo ognora più in basso la fortuna dei Visconti, guerreggiati da Lodovico il Bavaro imperatore, il quale era sostenuto dai molti nemici che si erano procacciati, e da Versuzio Lando che non mai desistette dal combattere contro di essi; tanto che Galeazzo, Luchino, Giovanni e Azone finirono coll'essere chiusi nelle orribili prigioni di Monza, dette i Forni, ove stentarono dal 5 luglio del 1327 fino al 25 marzo del seguente. Ma quando Galeazzo morì, e con lui cessò il mal animo eccitato nei popoli e nei principi, piegarono a meglio le cose dei Visconti: Azone, miglior del padre, gridato signore di Milano il 14 marzo 1330, pensò a ricuperare le città che aveva perdute, come di fatto riuscì con Bergamo, Vercelli, Vigevano, Pavia, Cremona, Brescia, Lodi, Crema, Como, Borgo San Donnino, Treviglio e Pizzighettone. Anche sovra Piacenza fissava cupidi gli occhi, ma il conseguirla non era così agevole impresa; poichè, tenendo essa la sua libertà a nome del papa, non avrebbe potuto il Visconti insidiarla senza venire in rotta con questo. Cominciò dunque la sorda guerra de' politici tranelli, fece un capo grosso per non so che violazioni e rappresaglie dei Piacentini contra i sudditi suoi: minacciò, fu duopo mandare dei messi e degli ostaggi a Milano, fra i quali Buonvicino. Morto era il fratello Versuzio; morti i più vicini parenti; morti i più cari amici nelle guerre passate; aveva potuto vedere come all'atto gli affari riescano diversissimi da ciò che l'immaginazione figurava; vie più gli si disabbellirono le splendide fantasie di gioventù allorquando, venuto alla Corte milanese, conobbe con quanti viluppi e lacciuoli e coperte vie e secondi fini vi si guidassero i pubblici interessi; scaltrimenti che un'anima schietta neppure indovina, ma che i prudenti del mondo dicevano e dicono necessarj per reggere e prosperare gli Stati. Sulle prime egli si indispettì, s'infuriò anche; ma col lungo vederne, contrasse quella sentita melanconia che nasce dalla chiara cognizione di un fine, unita coll'impossibilità di raggiungerlo. Del resto, in questa sua qualità media fra di ostaggio e di ambasciatore, ed anche per memoria del segnalato servigio reso alla signora Beatrice, Buonvicino era stato accolto e trattato con ogni onoranza; e sì egli, sì i compagni suoi, allogati presso le prime famiglie di Milano, colla speranza che l'ospitalità legasse le amicizie, e queste col tempo surrogassero ai rancori municipali quella che chiamavano universale benevolenza, e volea dire tolleranza del giogo comune. Buonvicino era stato appoggiato alla famiglia di Uberto Visconti, il quale abitava tra la via di San Clemente e una fornace di vetri posta in quella delle Tanaglie, dove poi venne allargata la piazza Fontana, e dove l'osteria del Biscione rammenta ancora gli antichi possessori. Uberto Visconti, padre della Margherita da cui s'intitola il nostro racconto, sebbene, come fratello di Matteo Magno, fosse molto riguardato nella città, non partecipava però al comando, o che l'integro animo rifuggisse dal mescolarsi nei sozzi avvolgimenti della politica onde i suoi tendevano a conservare o crescere la signoria; ovvero che questi ad arte tenessero lontano un uomo, il quale si poco conoscevasi del mondo, che avrebbe preteso di gettare la parola di giustizia, fino a traverso ai passi dell'ambizione. Aggiungi che i Visconti, siccome ghibellini, cioè fautori dei diritti imperiali, erano sinistramente veduti dai papi, che coi Guelfi sostenevano i diritti della Chiesa e del popolo; e poichè le passioni politiche facilmente si avviluppavano cogli affari religiosi, accadeva non di rado che i Ghibellini professassero errori in fatto di fede, e i pontefici colpissero di pene spirituali i loro temporali nemici; e il popolo riguardasse come eretici anche coloro che contrariavano le mire terrene dei papi. Quindi non poche anime timorate si faceano coscienza di seguitare la bandiera del Biscione: ed Uberto non favoriva i parenti suoi che repugnante, e quel tanto solo che pareva esigere il suo decoro e la fede di cavaliero. Però in una mischia avvenuta in Milano quando, nel 1302 i Torriani fecero un estremo sforzo per rientrarvi, Uberto era stato abbattuto da sella, e lì tra la folla e sotto ai piedi dei cavalli, si era per alcuni minuti vista la morte ad un pelo. Onde avea promesso alla Madonna di smettere le armi, impugnate per causa non giusta; ed avea creduto effetto di quel voto la generosità, colla quale un capo de' nemici, Guido della Torre, gli aveva dato mano a sorgere, tornar a cavallo e camparsi, dicendogli:--Non sia mai vero ch'io di cittadini pari tuoi privi la patria mia, che fortunata se molti ne contasse». Allora Uberto si tolse dal parteggiare pei Visconti, tanto che questi disgustati lo confinarono ad Asti, poi richiamato, gli conferirono di quegli onori che possono contentare l'amor proprio senza crescere l'ingerenza; come l'andare podestà in questo o quel Comune, accompagnare a Roma l'imperatore, sostenere ambascerie di complimento. I Visconti invece vennero in aperta rottura col papa; talmente che il cardinal legato, spiegato il vessillo delle sante chiavi sopra il solajo del suo palazzo in Asti, predicò che qualunque uomo o donna lo seguitasse per distruggere Matteo e i suoi, rimarrebbe assolto (dicono le rozze cronache) dalla pena d'ogni trascorso; scomunicò il Visconti fino alla quarta generazione, perchè eretico e reo di venticinque misfatti, fra i quali d'aver esercitata giurisdizione sui beni e le persone ecclesiastiche, impedito ai suoi di armarsi per le crociate, repressa la santa inquisizione, e procurato di campare dal fuoco l'eretica Mainfreda. Il trovarsi involto in questa scomunica tanto più spiaceva a Uberto quanto più egli venerava l'autorità papale, e non tralasciò fatica per calmare gli animi, per riconciliare i Milanesi alla Chiesa: anzi pare doversi alle sue persuasioni se Matteo si diede a vita devota e a visitare chiese, finchè in Duomo, convocato il clero ed il popolo, recitò tutto il _credo_, protestando quella essere la propria sua fede. Il papa non giudicò sincero quel pentimento e quell'abjura, onde non ritirò l'anatema; Matteo morì con questo; e Uberto, più non volendo intendere di pubbliche cure, visse da privato, sebbene splendidamente, ora in Milano, ora sulle ridenti spiaggie del Lago Maggiore, dove ampj possedimenti teneva a Invorio inferiore, a Oleggio e altrove nel Vergante, là sulla sponda occidentale intorno a Lesa. Quivi confortavasi tutto nelle cure casalinghe, e poichè i suoi tre figli Vittore, Ottorino e Giovanni, di spiriti guerreschi, poco tempo rimanevano con lui, spendeva tutta l'attenzione sua a educare l'unica figliuola Margherita, con modi ben diversi da quelli che sogliono quei molti, cui supremo intento sembra formar savie fanciulle e donne cattive. Disingannato del mondo in vecchia età, ben accordavasi con chi nella fresca se ne trovava disgustato, com'era Buonvicino. Si legò dunque un'intima amicizia tra il vecchio e questo giovane, il quale, non avendo più padre, come tale riguardava Uberto, come fratelli i figli di esso, e come sorella la Margherita. I discorsi dell'uomo pratico anticipavano a Buonvicino l'esperienza del mondo: sui pochi libri che allora correvano, egli esercitava gli involontarj riposi: scriveva anche qualche verso, come rozzamente allora e qui si poteva; per città brillava nelle gualdane e negli esercizj di corpo: mai non mancava di intervenire, come a scuola di filosofia sociale, ai pubblici dibattimenti; nelle brigate piaceva singolarmente per un far gentile, non iscompagnato mai da maschia franchezza: anche quelli che sedevano al governo lo riverivano, perchè sapeva accoppiare la soggezione, che la forza e la vittoria pretendono, colla dignità della sventura non meritata. Un sì gentile e peregrino cavaliero non vi farà meraviglia se ottenne ricambio d'amore dalla Margherita. Poteva egli contare i trent'anni, mentre essa arrivava ai quindici appena, onde le gentilezze che Buonvicino usava all'ospite sua, nel cuore di lei, mal conscio di sè stesso e inesperto dell'amore, destavano un senso di pudica compiacenza. Ma questa inclinazione, come suole, restò gran tempo un segreto per tutti, e sino pei due amanti. Giammai non le aveva egli detto, _Vi amo_; parola che suol venire dopo che già l'eloquente linguaggio dell'affetto in cento altri modi l'espresse. Ella poi nè tampoco sapeva di amarlo, almeno non lo confessava, anzi nol chiedeva pure a sè stessa. Se non che al comparire di lui il cuore le batteva forte forte: quand'egli partiva rimanea sconsolata, come le mancasse alcuna cosa di necessario, di suo; egli non le aveva indicato che tornerebbe, nè quando, eppure essa lo attendeva: se tardasse era come sulle spine; al rivederlo provava una compiacenza interiore, una pienezza di vita, come (almeno pareva a lei), come al veder suo padre, le sue amiche, un'alba di maggio, una vigna in settembre. Avrebbe voluto piacergli, parergli bella; parergli buona e brava: quasi senza avvedersene, allorchè lo aspettava, adornavasi con più attenta cura: una parola ch'egli le dirigesse sentivasi ravvivare; ambiva ch'egli voltasse gli occhi sopra di lei, ma non appena la fissasse, ella abbassava i suoi arrossendo; nel rispondere alle domande, alle cortesie di lui, balbettava, si confondeva; sbagliava le note quando d'accordo toccavano il liuto; poi si pentiva, si vergognava, si rimproverava, accusava sè stessa come di una fanciullaggine; proponevasi di fare altrimenti, e tornava a far lo stesso. Le ajuole del suo giardino avevano un fiore preferito, un preferito albero il boschetto: il fiore della margaritina, ch'_egli_ aveva mostrato prediligere; la pianta sotto cui, un giorno che ne piangeva la lontananza, _egli_ le era comparso davanti improvviso. Così, desiderarlo, rivederlo, fantasticare, staccarsene, desiderarlo di nuovo, formavano la storia della sua vita; vita povera di casi, ricca di sentimenti, e tutta dominata da quel non so che di misterioso, che tanta dolcezza sparge e tante pene sul prino amore, che ci fa sudare e rabbrividire, gemere e cantare, piangere e ridere senza aver di che: temere e sperare nè sapere qual cosa: cento volte in un giorno chiamarci beati, e cento crederci le più misere creature;--quel bene, quel male, che non si conosce al vero se non quando o crebbe fino al colmo della contentezza, o restò fulminato dalla sventura. Non così incerti ondeggiavano gli affetti in Buonvicino, il quale, sebbene fresco ancora di cuore e virtuoso, avea però sperimentato del mondo la sua parte, ed esaminato abbastanza questa vita, che è una commedia per chi osserva, una tragedia per chi sente. Nessuna seduzione più facile di quella che non si teme: nessun tempo in cui l'anima sia dischiusa tanto all'affetto, come nei travagli. Era il caso di Buonvicino, sentì d'innamorarsi della Margherita, e non se ne guardò: conobbe di non essere a lei discaro, e se ne compiacque: lieto d'aver sì bene collocato il cuor suo, pago di una dolce corrispondenza. Sovente, dopo le tempeste della pubblica vita, dopo avere, coll'occhio melanconico e penetrante di chi studiò gli uomini, ed alla prima scorge ove tendano le loro azioni, visto l'affaccendarsi delle egoistiche passioni, egli tornava a riconciliarsi coll'umanità nella contemplazione di un'anima schietta, in cui far il bene era istinto, non calcolo: cercava tranquillità nel costante sereno che dominava intorno ad essa; somigliante alla pace che gli angeli diffondono sovra le anime, di cui sono destinati ad alleggerire i patimenti. Ma questa placida innocenza di lei lo ratteneva dal palesarle l'affetto suo, al tempo stesso che glielo rendeva più vivace. Possedere quell'ingenua fanciulla che, tra le cure dell'ottimo dei padri, veniva educandosi alla virtù ed al sapere, ben avvisava egli come sarebbe la felicità de' suoi giorni; ma potrebbe egli render lei altrettanto fortunata? Pendevano in bilancia i destini della casa e della patria di lui: poteva succedere che, in libera terra, avesse egli a vivere primo cittadino, colla potenza di un nome onorato e di un carattere più onorato ancora, guidando i compatriotti suoi al bene e alla decorosa quiete. Ma questo avvenire lusinghiero stava all'arbitrio di principi, in cui raro era il disinteresse. E se gli fossero mancati di parola? se fossero prevalse le brighe, l'ambizione? Egli poteva trovarsi, non che ridotto all'oscurità, ma balzato lontano, o precipitato fra quei pericoli avventurosi, ove, simile a chi naufraga in alto mare, un'anima leale desidera trovarsi sola, per sentirsi maggiore coraggio di lottare con fermezza, e minore cordoglio qualora il dovere o la generosità le impongono di soccombere. In tal caso quand'egli avesse alimentata la nascente fiamma della Margherita rivelandole la sua, ecco formata un'altra vittima: ecco procurato a sè il rimorso d'avere turbato in quella giovane anima la calma, il riso di quella primavera dell'età, che scorre, ahi troppo veloce e irreparabile! per dar luogo alle cure, alle faccende, alle amarezze, al disinganno, all'inutile repetìo per tutto il resto della vita. Ciò lo indusse a tacere sempre l'amor suo, a dissimularlo almeno nelle parole, per quanto gliene costasse al cuore. Ma l'amore come si può nascondere? Contro al proposito, egli si lasciava trascorrere talora a qualche immeditata parola, ad una delicata prevenzione, ad uno di quei niente che rivelano alle fanciulle l'uomo, il cui sospiro può dischiuderne l'innocenza al pieno fiore della vita. I temuti e previsti rivolgimenti a danno di Piacenza non tardarono. Azone, per quanto gli facesse gola l'acquisto di quella città, per quanto credesse una ragione del riaverla l'essere stata altre volte posseduta da suo padre, non s'arrischiava però di assalirla direttamente per non venir in guerra col pontefice, sotto la cui protezione erasi que la riparata Cortesie e promesse largheggiava dunque a Buonvicino: ma intanto adoperava, come si dice, a trar dalla buca il granchio colla zampa altrui. Francesco Scotto ambiva di possedere Piacenza, già dominata dalla sua famiglia, ed opprimendo gli emuli Landesi e cacciandone i Papalini, assodarvi la sua padronanza. Se l'intese a tal uopo coi Fontana, coi Fulgosi, con altre famiglie di colà, che occupati i castelli, proclamarono signore lo Scotto, cassata ogni supremazia papale, sbandeggiati per sempre e spossessati d'ogni aver loro i fautori dei Landi e nominatamente Buonvicino. Si consolava questi nella sciagura tenendo per certo che Azone, secondo quel che prometteva e mostrava, dovesse prendere le armi contro al nuovo tiranno e rimetter libera Piacenza al papa ed a' suoi cittadini. Ma Azone giocava di due mani: sott'acqua aveva egli stesso dato ajuto allo Scotto nell'impadronirsi della patria non già per amore a questo, ma per poternelo poi spogliare senza correre in guaj colla Corte pontificia. Di fatto armò: tutti i fuorusciti presero parte alla spedizione; Buonvicino fu dei primi e meglio valenti; e col coraggio solito in chi muove a ricuperare la patria, ebbero presto levata Piacenza allo Scotto. Ma quando aspettavasi che il Visconti ne gridasse la libertà, egli ordinò che le due opposte fazioni deponessero le armi; indi, come buon conquisto, aggiunse Piacenza alle sue possessioni. Quanto se ne trovassero scornati i Piacentini, e Buonvicino sopra gli altri, voglio lasciarlo pensare a voi. Quest'ultimo, tenuto povero e guardato attentamente a Milano, si trovò dunque perduta la patria, offuscato il lustro della famiglia, falliti i sogni della giovinezza, nè più rimanergli se non l'eredità, che unica sopravanzava a troppi signori in Italia, un braccio valoroso. Ma poichè egli non era disposto a venderlo al migliore offerente, doveva ricoverarsi nella propria virtù, cercare la compiacenza da cui, anche tra le miserie è accompagnato e consolato chi soccombe per la causa della giustizia. Persuaso allora alla condizione sua presente più non convenisse l'accoppiarsi ad una fanciulla di casa tanto principale, e che, appunto perchè la conosceva e l'amava, pareagli degna del più sublime stato; fors'anche per non sembrare disertore de' suoi fratelli di sventura quando si fosse imparentato alla famiglia del tiranno, cominciò a dilungarsi dal vedere la Margherita, poi se ne distolse interamente; e chiuso dentro a sè l'affetto che le portava, giunse a persuadersi d'averla in tutto cancellata dal suo cuore. Aveva egli conosciuto alla Corte di Azone il cavaliere Franciscòlo Pusterla, che, allora in grande stato presso il principe, nè del favore abusava a danno altrui, nè se ne prevaleva a proprio vantaggio; onesto, generoso, ricordevole delle virtù italiane, e volonteroso del bene de' suoi concittadini. Vero è che, per una certa debolezza di naturale che altri scambia per forza, per una irrequieta smania di fare, di comparire, di sentire la vita, non si trovava saldo quanto bastasse per resistere al fascino degli onori od all'autorità del potere; anche quando conosceva riprovevoli i passi del principe non osava dirlo, tanto meno poi mostrarne dispetto od opposizione: troppo compiacendosi di poter primeggiare in Corte e nella città,--senza accorgersi che uno può figurare vie più coll'apparir meno colà dove la turba si accalca. Parve a Buonvicino che Franciscòlo dovesse essere il caso per rendere felice la Margherita. Già le due famiglie erano legate d'amicizia: i difetti della gioventù colla gioventù se n'andrebbero, e il Pusterla troverebbe in lei quanto bastasse ad appagarne i sensi, la ragione, l'immaginazione; la Visconti, collocata in alto luogo e di lei degno, avrebbe potuto, fortunata in casa, rendersi di fuori modello alle dame lombarde. Quindi colla dimestichezza onde usava con entrambe le famiglie, Buonvicino agevolò una parentela, la quale sommamente gradiva ad Uberto Visconti, lieto di vedere con sì nobile soggetto accasata la diletta sua figliuola, ed al Pusterla ancor più, sì per trovarsi possessore di una, che sull'altre otteneva il pregio della bellezza e dei modi colti e gentili, sì per legarsi in affinità colla casa dominante. La Margherita, come prima si accorse del raffreddamento di Buonvicino, come lo vide diradar le occasioni di trovarsi da sè a lei, più sempre allontanarsi dalle cure che solevano aver comuni, dal toccare di concerto il liuto, dal leggere insieme la _Divina Commedia_ di Dante e alcuni libri francesi e provenzali, non occorre ch'io vi dica se ne rimase melanconica. Esaminava a minuto ogni atto, quasi ogni pensier suo, se mai potesse averlo in qualche maniera disgustato, e non trovandosi in colpa si accorava, piangeva. Allora confessava a sè stessa di amarlo; allora chiamava crudele lui, che più non la ricambiasse di altrettanto affetto. Poi riflettendo, tacciava sè stessa d'inconsiderata e vana, che si fosse lusingata d'essergli cara, quantunque egli mai non glielo avesse detto, quantunque forse mai non vi avesse egli fissato il pensiero. E qui si ingegnava di convincere sè stessa che quelle cortesie erano forse in lui naturali, erano forse consuetudini di tutti i cavalieri verso tutte le giovinette: ma il cuore voleva la sua ragione, e la faceva rincorrere quei mille ineffabili nulla che sono tutto per gli amanti: le ravvivava tutta la poesia dei primi turbamenti; tante esaltazioni in fondo al cuore non rivelate dal viso; tanti timori di non essere compresa, tanta gioja di esserlo stata; nei quali ricordi, mentre si veniva a convincere d'essere stata cara a Buonvicino, vie più l'anima sua si avvolgeva tra il labirinto di quei varj affetti che esacerbano un voto fallito, una speranza delusa. Talvolta lagnavasi con sè stessa di non avergli abbastanza mostrato il cuor suo: tal altra condannavasi d'averlo mostrato troppo: indi ritrovando penoso il passato e il presente, cercava stordirsi, e non vedere in queste memorie se non tante illusioni, di cui sforzavasi sorridere ella stessa compassionevolmente. E si vantava libera, guarita, smemorata; tornava ai libri, al suono, ai passeggi; ma che? quei suoni le recavano a mente una voce che li soleva accompagnare; in quei libri occorrevano cento allusioni ai casi suoi passati e presenti, cento cose ch'egli le aveva spiegato altre volte, e che ora desideravano una spiegazione; come riuscivano triste, monotone quelle passeggiate ora che più non ve l'accompagnava la speranza d'incontrare _qualcuno_! Pure il tempo è gran rimedio anche alle grandi passioni: e la Margherita si dovette alfin persuadere di essersi veramente illusa quando vide Buonvicino intramettersi delle sue nozze col Pusterla. Trattandosi di un amore che non aveva ricevuto fomento sia da lusinghe di lui, sia da fondate speranze, ella non penò molto per rassegnarsi a deporlo. Del Pusterla udiva parlare da tutti colle lodi che al merito si profondono più facilmente quando sia dovizioso: le prodezze da lui compite nell'ultima spedizione di Piacenza, che ne avevano esaltato il nome per tutta Lombardia, non sarebbero no bastate a suscitare nella Margherita un nuovo amore, ma qual è la donna che, all'udire lodato un uomo, non si compiaccia di poter dire: _È mio_? Richiesta dunque dal padre se sarebbe contenta di avere a marito il Pusterla, non negò: poi quando prese a conoscerlo da vicino, trovandolo ricco delle qualità che meglio stanno in un uomo gentile e in compito cavaliero, pose in lui ogni ben suo, benedisse il cielo d'averla tanto fortunata, e dacchè ebbe la persuasione di amarlo, di esserne amata eternamente, gli promise all'altare il più vivo, il più tenero, il più immacolato affetto. Le memorie del tempo non pajono d'accordo che nel lodare la nuova sposa: essa bella, essa spiritosa, di affabile amorevolezza coi subalterni, d'inesausta carità coi bisognosi, eguale d'umore conversevole, costante in quella dolcezza di naturale, che nelle donne equivale a quasi tutte le altre doti, e che è il più opportuno avviamento ad essere e a rendere felici gli altri. Difetti ne avrà certo avuti; e chi no? ma gli storici non ce ne ricordano, forse perchè, così giovane fu così sfortunata: e l'uomo è tanto proclive a dimenticare i falli di chi merita la sua compassione, quanto a trovarne in chi gli desta invidia. Per altre vie però noi sappiamo che le sue pari la tacciavano di voler parere bella e buona e virtuosa: alcuni, per cui la massima delle virtù consiste nel non far male, davanle colpa del volersi frammettere nelle faccende altrui: beneficava, quindi fece degli ingrati, e questi palliarono l'ingratitudine col menarle dietro la lingua: so di chi la chiamava bacchettona: so di chi asseriva le opere sue non movessero sempre da buone e semplici intenzioni: so di molti più che la accusavano di non conoscere il viver del mondo perchè sostituiva il sentimento e la schietta sincerità alle compassate cortesie che il mondo insegna e pretende. In somma, ella aveva quante qualità bastassero per dar presa alla maldicenza, e per far beato chi la conosceva e l'avvicinava, tanto più chi la possedeva. Le strane idee che correvano allora sull'amore maritale, faceano che una donna potesse, anzi (se bella e di garbo) dovesse avere uno o più cavalieri, che a lei dedicassero le imprese loro, o davvero in guerra, o da giuoco ne' tornei. Anche in ciò la Margherita scostavasi dalle contemporanee, perchè non credeva che della moralità si abbia a far un affare di moda. Se il pensiero di Buonvicino mai non le ritornasse alla mente, se non ricorresse ella mai sulle prime fantasie di sua giovinezza, non ve lo saprei dire: ben so come un primo amore difficilmente si cancelli o non mai; so ancora che neppure la più rigida virtù può condannare un'incolpevole rimembranza. Ben altrimenti corse la cosa per Buonvicino. A torto aveva creduto spenta la sua passione: era soltanto sopita; e quando scorse la sua diletta rendere più l'un dì che l'altro felice il Pusterla, sentì ravvivarsi la fiamma antica. Per la comune amicizia frequentando la casa di questo, potè notare sviluppate nella nuova sposa le qualità, che aveva indovinate in genere nella fanciulla; nella serena e temperata giocondità che essa preparava al marito, vide maturi i frutti della apprestatale educazione. I sonni di incolpati gaudj e tranquilli, che tante volte lo avevano lusingato in quei giorni di floride immaginazioni, quando gli sorrideva la lusinga che di tanto bene potesse una volta divenir possessore, ora li scorgeva ridotti a realtà; ma per vantaggio di un altro. E quest'altro era un amico suo, alla cui contentezza aveva egli dato opera efficace: un amico che, qualvolta si trovavano insieme, sfogava con esso la piena di un cuore in giubilo, ragionandogli della sua fortuna, o coll'ardore di un nuovo sposo dipingendogli le doti, che, ogni giorno maggiori, veniva scoprendo nella sua Margherita; e lo benedicea di averlo consigliato a fissare in essa i suoi voti. Così da una parte alimentata dalla convinzione dei meriti di essa, dall'altra rinchiusa a più potere sicchè nulla ne trapelasse, la fiamma sua cresceva più sempre. Ben chiamava egli a soccorso la ragione:--la ragione! ottimo rimedio contro il passato e l'avvenire; ma quando il presente incalza, che vale essa mai? Il Pusterla frattanto, voltosi tutto ad ingrazianirsi la Corte, si era allentato nell'amore verso la sposa. Dissi male: non avea diminuito l'amore: ma, un poco alla moderna, vi combinava tutte le piccole ambizioni sociali: lo soffocava sotto un tumulto di altri pensieri, e per segnalarsi nelle cariche, nelle armi, nelle pompe, posponeva le dolcezze incomparabili della vita casalinga. Di gustar questa era egli poco capace, inclinato, come dissi, a non trovare felicità che nella tempesta del cuore e delle azioni: difetto che, dopo sbollito il primo amore verso la Margherita, lo recò persino a cercare altre gioje turbolente in amori contrastati, o nelle rinnovate vicende di effimere passioni. Eppure, lo ripeto, di nulla scemava la stima e cordialità sua verso la moglie, fenomeno che mi arresterei a spiegare se fosse più raro. Mesi interi egli si teneva lontano dalla città; anche quando vi stava, occupato tutto alla Corte e nei crocchi brillanti, ben poche ore gli avanzavano di rimanere a fianco della sposa. Allorchè a questa toccò il dolore di veder morto il suo dolcissimo padre, il Pusterla viaggiava col principe fuor di paese, nè accorse a consolarla, pago d'inviarle per iscritto quelle condoglianze, che sì poco ristorano quando non escono dal labbro stesso della persona diletta. Al contrario Buonvicino, in quella sventura si mostrò vero amico alla Margherita, o fra sè disapprovando la trascuranza in che pareva lasciarla lo sposo, raddoppiò con essa di affettuose attenzioni, piene di un nobile e disinteressato sentimento di pietà. Ma dalla pietà all'amore è pur breve il tragitto! No: nessuna lusinga può tanto sedurre, quanto la lagrima sull'occhio della bellezza, quanto il piacere di poterla tergere e consolare. La graziosa e muta riconoscenza onde Margherita accettava le sue cure, gli abbandoni che sono così naturali negli istanti del dolore, toccavano vivamente Buonvicino, che sentivasi beato di aver acquistato i minuti diritti dell'affezione; e la conformità di sentimenti, di opinioni, di simpatie, i lanci di magnanimità, di commiserazione, più ribadivano in lei l'amicizia, in esso la passione. Perocchè vera passione ormai lo legava alla donna, e più s'infervorò quando la vide madre, madre del più caro bambino, in cui scorgeva incarnate tutte le contentezze dipintegli in altri giorni dalla sua fantasia; quando la vide adempiere i nuovi doveri della maternità con un affetto allegro, coraggioso, scevro di orgoglio e di ostentazione. La Margherita, in tutti i modi di esso non ravvisava, non voleva ravvisare se non una continuazione della bontà con cui già da fanciulla egli la riguardava; altamente poi sentivasi persuasa della virtù del cavaliero, nè quindi manteneva il riserbo contegnoso e severo, a cui certamente sarebbe rifuggita, se punto si fosse accorta ch'egli tendesse a inspirarle un sentimento, che più non poteva essere se non colpevole. Ma gli occhi di un amante sono pur facili ad illudersi. Le piccole cortesie, le delicatezze d'animo gentile, le ingenue confidenze e passionate della Margherita, parvero lasciar a Buonvicino trapelare nell'avvenire della sua passione qualche speranze, speranze la cui natura egli stesso ignorava, non voleva esaminare; o che, se pure le investigava, non gli pareano che innocenti. Tradire l'amico, contaminare una donna, ch'egli ammirava ancor più di quel che l'amasse, che anzi amava appunto perchè l'ammirava, non era pensiero che gli sorgesse tampoco; nulla meglio ambiva che poterle dire come egli ardesse per lei, narrarle quanto amò, quanto patì; mostrarle come non l'avesse ingannata allorchè giovinetta gliene faceva un mistero, facile a penetrarsi, e perchè e con quanti spasimi avesse da lei divelto il cuor suo, o almeno tentato; il sommo de' suoi desiderii era poter conoscere ch'essa ne pigliava in grado l'amore, che non le dispiaceva il sapersi da lui adorata, che era contenta dedicasse a lei le cortesie cittadine, e le imprese cavalleresche, in cui più sempre egli si sarebbe segnalato. Così a lui pareva, e così era fors'anche: sebbene questa sia la larva, sotto cui comunemente la passione si travisa per iscusare il primo passo,--quel primo passo, che poi ad un altro e ad un altro ne porta, di un modo che sembra inevitabile necessità. Vero è che Buonvicino, nei momenti in cui la ragione prevaleva, accorgendosi di queste illusioni, aveva sperimentato varie guise per distogliere l'animo dal riprovevole sentimento. Viaggiò alcun tempo, ma presto ritornò, persuaso che la lontananza fa come il vento, spegne le fiammelle, avviva gli incendj. Cercò distrazioni nel mondo, nei divertimenti; ma come gli parea muta, scolorata ogni allegria, non divisa con lei! come, al confronto della vanità, dell'egoismo, della sozzura sociale, più soave e cara gli tornava l'immagine della Margherita! Pregò anche, ma ella ponevasi inevitabile fra lui e Dio, come la più bella creatura di questo. Tutto insomma tentò, eccetto quello che pur sentiva unico rimedio: la fuga assoluta. Tra la forza dunque dell'amore e la persuasione dell'innocenza di esso, Buonvicino deliberò scoprirsi alla bella. Ma con parole, ma di presenza, invano l'avrebbe tentato. Egli, che sempre aveva taciuto con lei allorquando tale affetto era incolpabile, allorquando presumeva che verrebbe aggradito, come indursi ad aprirglielo ora, quando aveva ragione di tremare sul modo onde verrebbe accolto? Ricorse pertanto a quei mezzani partiti, che sono il ripiego di chi non osa afferrarne uno, e stabilì rivelarglielo per lettera. La meditò lungo tempo, la scrisse, la cancellò, tornò a scriverla, a cancellarla ancora: s'accingeva, poi a mezzo pentito, gettava la cannuccia; ricominciava, ripentivasi; nessuna frase era abbastanza calzante:--mai verun brano di pergamena non fu siffattamente tormentato. Alla fine gli venne compita: e tra che l'amicizia ond'era avvinto alla famiglia, rimoveva ogni sospetto: tra che il Pusterla, tutto degli affari e degli spassi, consumava fuori il più della giornata, egli potè senza timore affidare ad un valletto lo scritto da recare a Margherita. Ma, dal momento che questo pose il piede fuor della casa, quale tempesta nel cuore di Buonvicino! quante immagini! quante timori! quante speranze! Come avrebbe voluto non aver fatto quel passo! come avrebbe voluto averlo fatto altrimenti! Come ogni parola, ogni frase, ogni concetto della scheda fatale gli ritornava innanzi quasi un delitto, e col pentimento e l'emenda!--Pure, chi sa?--sentiva ragionarsi nella mente.--Forse il valletto se ne dimenticherà; forse non l'avrà trovata in casa; forse, occupata con altri, e non glielo consegnò. Me lo riporterà questo viglietto:--voglio lacerarlo, bruciarlo, e.... No, mai più, mai più.--Fuggirò... andrò lontano lontano, ove più non possa intendere il nome suo: me la strapperò dal cuore; almeno ne offuscherò l'immagine con altri amori, con altre cure, con altri stenti, con altri piaceri... Ma tutto questo perchè?... non è ella meritevole d'ogni bene? non è la più avvenente, la più nobile, la più gentile fra le donne?--un angelo? E se io mi sono sollevato fino ad amarla, non è dritto che io soffra per così degno oggetto? v'è fatica che compensi un premio qual sarebbe la benevolenza di lei?--E se io l'ottenessi? se non le fossi discaro? se me lo dicesse?--No, no; impossibile, impossibile! Sciagurato che fui a tentarla, a turbarne la pace! Torni, torni il messo.--Potessi richiamarlo! potesse riferirmi che non gliel'ha consegnato. Così tempestava l'animo di Buonvicino nel tempo necessario perchè il valletto giungesse da casa i Visconti, ov'egli dimorava, sino al palazzo dei Pusterla alla Palla, e ne tornasse. Non v'erano oriuoli che gliene misurassero i minuti, ma glieli misurava un affannoso battito del cuore, una violenta successione di idee, che glieli facevano parer eterni. Passeggiava di su, di giù pel gabinetto, tendeva le orecchie ad ogni più sottile rumore; quel ritardo non v'era cosa che non gli lasciasse fantasticare. Ma sporgendo il capo dalla finestra, dischiusa a ricevere un primo soffio della tepida aria d'aprile, ecco scorge il damigello di ritorno. Ogni passo di questo su per lo scalone, era una spinta al coltello che Buonvicino sentivasi fitto nel cuore. Quando lo vide sollevare la portiera, ed affacciarsi, non gli resse il cuore di guardarlo in viso, non che d'interrogarlo. Quegli fece un inchino, disse:--Consegnato nelle proprie mani della dama»; ed uscì. Questa parola, per naturale, per semplice, per aspettata che gli dovesse riuscire, lo fe' raggricciare: e abbandonatosi a sedere, una nuova serie di idee sorse a tormentarlo, l'effetto che lo scritto avrebbe a produrre sull'animo di Margherita. Perderne la stima sarebbe stato per lui quel che di peggio gli potesse incontrare. Pure, lusingava sè stesso col ripetersi che la lettera non era tale da meritargli un così acerbissimo castigo.--Dunque,--chi sa?--forse l'ha aggradita; forse una risposta gentile mi prepara; forse la prima volta che la vedrò, mi lascierà intendere che non le dispiacque.--Oh! sapere che ella mi ama! sentirmelo dire di sua bocca!--vedermelo anche solo mostrato da que' suoi occhi, che sanno dire quanto e più che le parole! Questo, questo basterà a colmare la felicità mia per tutta la vita. Quanta sollecitudine allora per compiacerla d'ogni suo desiderio! In prodezze d'armi, in cortesie d'onore; che non farò io per venir più sempre in grado alla donna mia, per rendermi di lei sempre più degno?--Ma... e se fosse il contrario? se si adontasse? e mi credesse scellerato?... seduttore?... Giovani miei coetanei, che venti fiate vi trovaste a passi somiglianti, eppure senza tante agitazioni; che freddamente meditaste la seduzione, e celiando ne aspettaste il risultato, voi sorridete al vedere un cavaliero siffatto, commosso nell'animo da tanta procella, e vi pare di là del naturale. Ma, giovani coetanei miei, una mano sul cuore: se questo somiglia al suo, se gli oggetti in cui ne avete collocato i volubili desiderj somigliavano alla Margherita, allora deridete pure il mio cavaliero. CAPITOLO III. LA CONVERSIONE. Con questo martello passò Buonvicino la giornata: invano procurò divagarsi in altre cure, in differenti pensieri. La notte non chiedetemi se velasse le pupille; nè il dì seguente fu più tranquillo, o l'altro, o l'altro. Aspettava una risposta, e la risposta non sapea venire; temeva, sperava; e quel rimanere sospeso gli venne alfine così tormentoso, che, per togliersene fuori, pareagli avrebbe sofferto meno di mal animo la certezza del peggio. Alcuna volta per uscire dalla perplessità, proponeva di recarsi a lei; pareva deliberatissimo, indi mutava pensiero; tornava a risolvere, movevasi, usciva, s'avviava per quel quartiere, giungeva a quella via mozza,--un'occhiata alla porta, un sospiro, e passava. Dopo tanti pentimenti e ripentimenti pure trovò il coraggio di entrare. Come gli tremavano le ginocchia, come gli bollivano le tempia nel breve tragitto dalla via all'ingresso! il rimbombare del ponte levatojo sotto i suoi passi pareagli una voce di sconsiglio, di minaccia; salendo lo scalone, dovette appigliarsi alla sbarra, perchè gli si annaspavano gli occhi; vi era entrato sempre con tanto cuore, con sì serena baldanza!--Ch'io non sia più uomo?» disse fra sè; e col muto rimprovero rinvigorita la volontà, accostossi all'anticamera, ed ai famigli chiese della Margherita. A lui non tenevasi mai la porta: onde, rispostogli che la dama stava nel salotto, mentre un paggio correva ad annunziarlo, un altro ve lo introduceva. Era un salotto capace, coll'altissima soffitta di travi maestrevolmente intagliate e dorate; le pareti coperte di corami a rilievi di colori e oro; un tappeto orientale era steso sul pavimento; un fino cortinaggio di damasco cremisino ondeggiava sopra gli usci, e innanzi alle spaziose finestre, fra' cui telaj arabescati, e i piccoli vetri rotondi penetrava la luce temperata. Sul vasto focolare lentamente ardeva un ceppo intero, diffondendo un tepore ancora gradevole in quella prima stagione. Macchinosi armadj di noce ed eleganti stipi di ebano intarsiato ad avorio, e messi ad argento e madreperla, erano addossati alle pareti: qui e qua alcuni tavolini, e qualche gran seggiola a bracciuoli ed orecchioni, somiglianti a quelli che oggi la comodità o l'imitazione ritorna di moda. In una di queste sedeva la Margherita, in abito di semplice eleganza; e poco da lei discosto, muta e indifferente come una decorazione, sovra umile sgabello lavorava una damigella. Margherita pareva allor allora avesse deposto sul predellino il tombolo, sul quale coi piombini stava tessendo trine, occupazione prediletta delle sue pari, ed erasi recato in mano un libriccino di pergamena, riccamente rilegato, con borchie d'oro, cesellate finamente. Senza levar gli occhi da questo,--Benvenuto!» esclamò con accento melodioso, e con un molle chinar di capo, allorchè il paggio, alzando l'usciale, ripetè il nome del cavaliero che introduceva. L'agitazione propria non permise a Buonvicino di notare se nel suono della voce di lei, qualche tremito annunciasse l'interno commovimento: ma, per legare discorso,--Qual è, madonna, (le chiese) il libro che ha la fortuna di occupare la vostra attenzione?» --È (rispose ella) il dono più caro di che mio padre mi presentasse quando venni sposa. Caro padre! negli anni di sua senile quiete, occupava d'ogni dì qualche ora a scriverne una pagina; coll'accuratezza che voi vedete, miniò egli stesso e indorò queste lettere capitali; sono di sua mano questi ghirigori del frontispizio: ma il meglio, oh il meglio son le cose che vi ha vergate, col titolo di _Consigli a mia figlia_. E me lo consegnò coll'ultimo bacio, allorchè mi congedò dalla sua casa a questa. Pensate s'io mel tenga prezioso! Anzi, poichè la ventura vi guidò in buon punto, parrei troppo ardita se, avendo voi ozio, vi pregassi a farmene un poco di lettura?» Un desiderio della Margherita era sempre il suo: quanto più questo, che lo toglieva da una situazione tanto penosa e impacciata? Accostato adunque uno scannello, tosto si fu seduto poco lontano da lei. Margherita riprese le sue trine, la damigella continuava a cucire, e Buonvicino, con avido movimento pigliato il libro, seguitando là appunto ove la dama mostrava d'averne sospesa la lettura, a voce alta incominciò: --_Ma sia pure, figliuola mia, che la passione ti tolga di mente quel Dio che chiamasti testimonio de' giuramenti fatti allo sposo: non badare nulla agli uomini, i quali, senza udire le discolpe, ti condanneranno all'inappellabile tribunale dell'opinione: deva pure il tuo consorte ignorare per sempre i torti tuoi--qual sarai tu con te stessa? Consumato appena il fallo, addio serenità; cento timori ti assalgono; a cento menzogne ti trovi costretta; e un passo dato in sinistro a mille altri ti conduce_. _Tante ore passavi col marito in quella mite gioja senza ebbrezza, che solo in grembo alla virtù si ritrova; con lui dividendo, alleggerivi le tribolazioni, retaggio dell'uomo nell'esiglio. Ora egli dee venirti odioso, egli continuo rimprovero del tuo peccato, egli la cui vista ti rinfaccia un giuramento, onde libera ti legasti seco, e che poi sleale hai violato. Se d'altro t'incolpa, se ti bistratta, vorresti giustificarti, ma la coscienza ti grida che meriti ben di peggio. Se ti accarezza--oh qual cosa di più straziante che le fidenti carezze d'un oltraggiato? I suoi affettuosi abbandoni lacerano l'anima tua ben peggio che i corrucci, che l'oltraggio, anzi, più che un pugnale. La notte, nel letto testimonio di sereni riposi, quieto, sicuro egli ti dorme a lato:--dorme quieto, sicuro a lato di colei che l'offese, che lo detesta come ostacolo alle fantastiche sue felicità. Ma il placido dormire non è più per te; egli è là per rimproverarti tacendo. Nelle penose ore della lunga veglia, t'ingegni stornare il pensiero sulle cure della vita, sui passatempi; cerchi bearlo in quell'oggetto che chiami il tuo bene, e ch'è causa d'ogni tuo male; ma in ciò pure che dubbj, che delirj! Degli affetti suoi chi ti assicura? Te n'ha egli neppur dato prove quante il marito?_--Mi amerà, _tu dici_, perchè l'amo io.--_Oh, non t'amava il tuo sposo? e lo tradisti. Bene; e se l'amico tuo ti trascuri e ti disprezzi, cosa gli dirai tu? rimproverarlo d'infedeltà, rinfacciargli i giuramenti? Ma il bene stesso che gli vuoi non è un'infedeltà, uno spergiuro? Allora abbandonata da esso, ove ricorrerai? allo sposo ingannato? ai figliuoli posti in dimenticanza? alla pace domestica demeritata?_ _Tali sono le tue veglie. E quando pure il sonno dà tregua alla fatica dei pensieri, che sogni! che visioni! Tu ne balzi atterrita, e fissi gli occhi sullo sposo. Oh! forse, tra il dormire, ti uscì dal labbro una parola che tradisse il tuo segreto; lo guardi spaventata, egli guarda te carezzevole, e ti domanda: _Che hai?_--Oh l'animo tuo in quel punto!_ _Ed ecco intorno i pargoletti, cari, vezzosi, dolcissima cura, abbellimento e delizia della vita. Tu li carezzi, li carezza il padre; li bacia, li palleggia, ne guida i primi passi: insegna alle labbra infantili a ripetere il suo nome, il tuo, con essi viene a ricrearsi dalle sollecitudini dei negozj; all'innocenza loro cerca il balsamo quando il nausearono la prepotenza, l'orgoglio, la doppiezza degli uomini. E ti dice:_ Diletta mia, quanto è soave questa età; quanta affezione ci lega al nostro sangue! _Miserabile! perchè impallidisci?_ _Poi coll'immaginazione egli previene il lampo, quando, gia' vecchio, si vedrà ringiovanire in quegli esseri amati, e guidato a mano da loro, ritesserà la tela della vita_: Essi saranno buoni, è vero, diletta mia? buoni come la loro madre; e consolazione nostra come essa fu sempre la mia. _Che? tu chini la fronte? arrossisci? premi al seno il più piccino, non per impeto d'affetto, ma per celare il turbamento del viso? Suvvia, sta ferma: che temi? Dio non v'è, o non cura, o perdonerà per un sospiro che gli darai quando il mondo ti avrà abbandonata. Gli uomini non ne sanno nulla: nulla mai ne saprà il tuo consorte... Oh ma che importa? Lo sa la coscienza tua: te lo rinfaccia con voce insistente che non puoi soffocare, cui non sai rispondere: essa ti mostra davanti una strada di menzogne e di raggiri, per cui sei costretta a scendere più rapida, quanto più inoltri nel declivio: vorresti fermarti e non puoi... Guai, guai se ti porta fin là, dove neppure ti giunga la voce della coscienza._ _A ciò, figlia mia, a ciò vuol ridarti colui che tenta rapirti all'amore del tuo sposo.--E costui, ti ama?_ Grosse stille di sudore gocciavano dalla fronte impallidita di Buonvicino mentre leggeva: il cuore gli si serrava: sentivasi mancare: più e più fioca gli diveniva la voce; qui alfine del tutto gli mancò. Depose il libro, o piuttosto se lo lasciò cascare di mano: rimase cogli occhi a terra confitti, nè per alquanti minuti potò riavere la parola. Margherita seguitava ad aggruppare i fili, muovere i piombini, trapiantare gli spilli del suo lavoro, studiando mostrarsi tranquilla: ma chi v'avesse posto mente, dallo scompiglio dell'opera avrebbe argomentato allo scompiglio dell'interno. Neppure a Buonvicino poterono rimanere inosservate alcune lagrime che, per quanto ella si ingegnasse di rattenere, le caddero dagli occhi sul lavoro.--Qual merito avrebbe la virtù, se le sue vittorie non costassero nulla? Dopo un intervallo di silenzio, egli si alzò; e facendosi forza quanto poteva maggiore per rendere salda la voce,--Margherita (esclamò) questa lezione non sarà perduta: quanto mi basterà la vita, ve ne avrò obbligazione». La dama levò sopra di lui uno sguardo di quell'ineffabile compassione, che forse prova un angelo quando osserva l'uomo, alla sua tutela commesso, inciampare nella colpa, da cui prevede che frappoco risorgerà, bello del pentimento. Poi, non appena Buonvicino fu uscito, non appena intese l'imposta rabbattersi sull'osservata orma di lui, concesse libero sfogo all'affanno, sin allora penosamente compresso: si alzò, corse alla culla ove dormiva il suo Venturino, lo baciò, lo ribaciò, e sulla tenera faccia del vezzoso infante lasciò sgorgare un torrente di lagrime; ultimo tributo che pagava alle memorie della gioventù, a quei primi affetti che aveva lusingati perchè innocenti. Una madre, nei pericoli del cuore, a qual asilo più sicuro può riparare, che all'innocenza de' suoi bambini? E il bambino aprì gli occhi, quegli occhi di fanciullo, in cui il cielo pare riflettersi in tutta la serena limpidezza; fissò, conobbe la madre, e gettandole al collo le tenere braccia, esclamò:--Mamma, cara mamma!» Quella parola come sonava in quel momento preziosa, illibata, santa alla Margherita! Tutta ne godette la voluttà; in quella trovò di nuovo la calma, la sorridente tranquillità d'un cuore che, il momento dopo la procella, esulta d'esserne uscito illeso. Buonvicino andossene come fuori di sè: non distinse la scala, i servi, la porta, la via; errò lungo tempo come il caso lo portava, senza vedere, senza udire. Era, non so se l'abbiamo accennato, il giovedì santo, giorno di universale compunzione, quando, siccome oggi ancora molti, così tutti in quel tempo solevano girare alla visita dei sepolcri, in cui si cela il Sacramento, per commemorazione di quel glorioso, ove stette riposta la salma dell'Uom Dio, nel dì che fu consumata la rigenerazione del genere umano. Torme d'uomini, di donne, di fanciulli, poveri, cenciosi e mezzo ignudi, contadini in zoccoli e giubbone di stamina, cavalieri in ricco abito dimesso, senza piume, senza le armi, empivano le strade, quali solitarj, quali a coppia, in fila o a disordinate torme seguitando una croce, da cui, tolto il divino peso, cascava un sindone a festone. I più camminavano scalzi, molti non d'altro coperti che d'un sacco; alcuno ripeteva ad alta voce il rosario, e un disaccordo di voci piagnolose gli rispondeva: altri intonavano lo _Stabat Mater_ e i salmi del re penitente: o mormorando in tono compunto il _Miserere_, ad ogni verso si percotevano le spalle con flagelli di corde aggruppate: alcuno, quasi ciò fosse poco, ravvolto sino al capo in ruvido traliccio e cosperso di cenere, si avviava lento con dietro due o tre famigli e confratelli, che tratto tratto gli scagliavano sul dorso staffilate a tutta forza. Ed ecco comparivano numerose confraternite di maschi e donne imbacuccati, schiere di frati e di monache non legate alla clausura: e tutti nude le piante, le mani giunte, gli occhi a terra, scoronciando, cantando, singhiozzando. In tal modo passavano da una all'altra delle sette basiliche principali, di cui le più rimanevano allora fuori del recinto della mura; e giunti in ciascuna, fra le adorazioni che vi prestavano, e le memorie del maggior mistero di amore e di espiazione, raddoppiavano le preci, il canto, il piangere, il gemere, il picchiar dei petti, il flagellarsi. Da ciascuna parrocchia poi venivano alla visita lunghe processioni; in tutte era un uomo vestito da Cristo, con un pesante crocione sulla spalla: e intorno a lui donne che figuravano la Vergine, la Maddalena, santi d'ogni età, d'ogni nazione, innalzando gemiti di pietà: nel mentre altri, vestiti alla foggia che i molti pellegrini avevano veduto usarsi in Palestina, dovevano figurare i Giudei, Pilato, Erode, Longino, il Cireneo; e ciascuno rappresentava secondo il suo personaggio, e proferiva strane parole, interrotte dai gridi, dai singhiozzi degli spettatori, da un frastuono di raganelle e di mazze percosse per le muraglie e contro le porte, onde i fanciulli in frotta manifestavano l'incomposta loro devozione. Un saltambanco cieco, montato sur un tavolotto, con una tal quale flebile e monotona cantilena ripeteva una composizione, rozza se poteva essere, e che oggi desterebbe sorriso e disprezzo[6], allora moveva lacrime di devota compassione. L'intenta plebe si affrettava di gettar un quattrino nel bossolo del povero cieco: ad alcuni di quei robusti uomini, educati o cresciuti per la guerra, che non avevano mai compatito ai travagli veri e presenti dei loro simili, ora udendo rammentare le volontarie pene dell'Innocente, s'imbambolavano gli occhi: e taluno, battendo la scabra destra sull'elsa della spada, esclamava:--Oh che non éramo là noi a liberarlo!» Frati intanto, o palmieri coperti del sarrocchetto, profittavano di quell'ardore, di quel commovimento per dipingere gli orrori onde avevano veduta oppressa la Terrasanta dai Musulmani, e incoravano chi avesse fede a voler redimerla col ferro, o almeno coll'oro sollevarla. In mezzo a questo brulichìo di popolo, a questa bizzarra mescolanza di cose le più serie con burlesche, carattere dei mezzi tempi; fra lo spettacolo grandioso di una gente intera che si condolea dei patimenti di tredici secoli fa, come fossero di jeri, passava Buonvicino, ora lasciandosi dalla calca trasportare, ora fendendola a ritroso, ma coll'occhio a terra, quasi temesse incontrar un accusatore in ogni volto che fissasse: assorto ne' suoi pensieri così, che uno, al mirarlo, potea crederlo più di tutti compreso dalla pietà universale. Era in quella vece un travaglio fiero, insistente, di fantasie, di sgomenti, che gli si stringevano attorno come la folla ond'era circondato. Ma dalla folla si sviluppò alla fine, e cacciossi fuori della città. Il sole piegava al tramonto; un vento impetuoso, come suole di quella stagione, fischiava tra i rami delle piante, ove appena cominciava a rifluire il succhio vitale, ed agitava le erbette rinnovate al raggio del sole, che, dopo il torpore invernale, le fomentava traverso un aere, la cui limpidezza non era offuscata ancora dalle crasse esalazioni dei prati marci. Quivi trovata alfine la solitudine, tanto desiderata agli animi commossi, abbandonavasi Buonvicino ai suoi sentimenti,--sentimenti opposti di amore, di dispetto, di gioje, di tribolazioni, di speranze, di ripetio. Sedeva, girava, meditava: or rivolgeva gli sguardi sopra la città, sulle torri ove ammutolivano i sacri bronzi; sugli spaldi ove le ronde passeggiando, a intervalli gridavano e si rispondevano, _Visconti, Sant'Ambrogio_. Questo grido ritraendolo a pensare ai mali della sua patria, lo svagava un istante da' suoi proprj:--ma i mali della patria non erano gran parte, anzi la maggior parte de' suoi? Riandava i tempi della passata libertà, paragonandoli ai troppo diversi che ora gli pesavano sopra, ed ai peggiori che vedeva avvicinarsi; ricorreva le balde speranze giovanili, quando si figurava libero in libera patria, e giovare col braccio e col consiglio i suoi cittadini, salire ai primi onori, meritar lode e gloria nel pubblico:--in privato poi... E qui tornava alla Margherita, a lei ancora fanciulla, ancora un bocciuolo di rosa che da lui aspettava l'alito vivificatore: un cuore innocente, che ad una sua parola poteva sorgere al pieno sentimento di una intemerata felicità.--Ah! tutto era disparso; disparsa la pubblica speranza, disparsa la domestica contentezza.--Ella, almeno, ella sia felice, e goda anche la porzione di bene che a me fu negata.--Felice?... bene?... Ed io, sciagurato, io osai d'insidiarne la purezza? io aspirai a turbare per sempre la tranquillità di lei, d'un amico?» Fra questi e somiglianti pensieri, Buonvicino si accostò alla postierla di Algiso, come chiamavano quel ch'è oggi il ponte di San Marco; ed entrato, si trovò di fianco alla chiesa degli Umiliati di Brera. Nel giorno e nell'ora che Buonvicino vi capitò, pochi devoti, quelli solo cui l'età o le occupazioni impedivano di visitare cogli altri le sette chiese, traevano qui ad offrire la solinga loro preghiera a Colui, che tutte e da per tutto le ascolta. L'ordine degli Umiliati era nato in Milano, circa tre secoli prima, da alcuni laici congregatisi a far vita devota in case comuni, ove le donne non erano dagli uomini appartate. San Bernardo, quando viaggiava persuadendo l'Europa a precipitare sopra l'Asia per impedire che la mezzaluna prevalesse alla croce, Maometto a Cristo, la civiltà alle barbarie, dettò qui agli Umiliati le regole, per cui alcuni vennero unti sacerdoti, segregati i due sessi; onde rimase formato il secondo Ordine, di cui erano questi, che sovra un _prædium_, e vulgarmente _breda_ o _brera_, avevano fabbricato il convento che conservò l'antico nome. Il terzo Ordine riconosceva per istitutore il beato Giovanni da Meda, che nella casa di Rondineto, oggi collegio Gallio a Como, fondò i preti Umiliati. Tanto crebbe l'Ordine, che nel solo Milanese possedeva ducenventi case (case e canoniche chiamavano i loro conventi), e in ciò si distingueva dagli antichi di san Benedetto e dai recenti di san Domenico e san Francesco, perchè dedito per istituto all'operosità manufattrice. La seta in quei tempi era cosa rara, e una libra pagavasi fino a 180 lire: nè Milano pare ne abbia posseduto manifatture prima del 1314, quando molti Lucchesi, avendo perduta la patria per la tirannide di Castruccio, si sparsero per l'Italia portandovi quell'arte che già tra loro fioriva. Vivissimo all'incontro era in queste parti il traffico e il lavorìo della lana, e gli Umiliati ne facevano la parte maggiore. Nel 1305, questi di Brera appunto avevano inviato alcuni dei loro a piantare manifatture sino nella Sicilia: per Venezia spedivano a tutta Europa gran quantità di panni, e guadagnavano immense ricchezze, con cui compravano immensi poderi, soccorrevano i bisognosi, e potevano persino, nelle debite proporzioni, prevenir quello che fece la Compagnia delle Indie in Inghilterra col servire di somme il patrio Comune, Enrico VII imperatore ed altri sovrani. Gran credito perciò godeva quest'Ordine; e sovente ai membri di esso affidavasi pubbliche incombenze, singolarmente di riscuotere le gabelle, percepire i dazj all'entrata della città, trasportare peculj, conservare pegni. Ma essendo d'ogni istituzione umana il corrompersi, tralignarono anche gli Umiliati: le ricchezze bene acquistate furono convertite male: all'operosità subentrarono l'ozio e i vizj che ne conseguono: immensi tenimenti erano goduti in commenda da pochi prevosti che sfoggiavano in lusso di tavola e di trattamenti: tanto che gli scandali che ne nascevano indussero san Carlo Borromeo a domandarne l'abolizione nel 1570, destinando gran parte dei loro beni a favore d'un Ordine allora nascente, i Gesuiti. Questi pure, passato il loro tempo, vennero dal papa disfatti, e il grandioso palazzo ch'essi avevano fabbricato a Brera, fu destinato all'istruzione, all'astronomia, alle belle arti, di cui oggi sono colà le scuole e i modelli. Così ad un podere successe una manifattura, a questa l'educazione, infine il culto del bello: sicchè quel palazzo può in alcun modo segnare l'andamento della società. A quel posto però, nei giorni di Buonvicino, sorgeva un monastero disadorno secondo i tempi, e una vasta chiesa di stile gotico, lavorata di fuori a marmi scaccati bianco e nero. Sui due campi laterali si vedea da una banda il beato Rocco, pio pellegrino di Mompellieri, morto poc'anni prima, dopo essere vissuto in continuo servizio degli appestati, perlocchè veniva riverito e invocato come tutore contro i contagi che allora di frequente ripullulavano; dall'altra un san Cristoforo, persona gigante, con un Gesù bambino a cavalluccio; effigie che poneasi sulle facciate e lungo le vie, perchè credeano che, al solo mirarla, desse la buona andata, e preservasse dalla morte improvvisa. Nel mezzo si apriva una portella, cui faceano stipite certi fasci di colonnine ritorte a spira, con attorno fiori, rabeschi, uccelli; e che sorreggevano un arco acuto, di sopra il quale sormontava un terrazzino, sostenuto da due colonne dì porfido, le quali, invece di base, impostavano sopra due grifoni in atto di spiegare le ali. Quel terrazzino era il pulpito, da cui nei giorni festivi, i frati predicavano alla folla concorsa in sul sagrato, all'ombra di un olmo centenario. V'ha dei momenti, quando l'animo nostro è disposto, quasi direi necessitato a meditare su tutto ciò che si affaccia ai sensi: le cose medesime, che cento volte si erano vedute con indifferenza, toccano e colpiscono. Quante fiate Buonvicino era passato innanzi a quel piazzuolo, a quell'olmo, a quella chiesa senza più che inchinarsi, come si usa ai luoghi benedetti! Ora vi si fermò; tenne gli occhi sopra una porta che, di fianco alla chiesa, introduceva al convento, e vi lesse scritto: _In loco isto dabo pacem_. La pace? non era quella ch'egli avea perduta? che andava rintracciando? un momento di calma non era la più ambita delle dolcezze fra le sue burrasche? Perchè non entrare laddove era promessa? Ed entrò. I conventi, in qualunque concetto voglia aversene la santità e la vita contemplativa, erano un ricovero, a cui volentieri rifuggiva l'uomo sbattuto dagli affanni; il loro silenzio, la devota quiete, quel distacco dagli affari mondani, li faceva somigliare ad isole fra il turbolento mare della società: e il cuore bersagliato dalla fortuna (onesta parola, onde si velano la slealtà, l'ingratitudine, l'incongruenza degli uomini) vi cercava, e spesso anche vi trovava il balsamo della dimenticanza. Fra i duri casi di mia vita, non m'usciranno mai dalla mente otto giorni, che volli vivere in un monastero. La situazione di quello, sotto incomparabile temperie di cielo, ricreato dalla vista di un'ubertosa amenità campestre e montana, contribuirono senza dubbio a rendermi la tranquillità ch'io era venuto a domandarvi. Ma sotto quei portici taciturni, in quelle fughe di corridoj, non popolati che da persone, in ogni apparenza diverse da quelle che siamo avvezzi scontrare pel mondo, sempre mi tornava al pensiero Dante Alighieri, quando, errabondo al par di me, lasciata anch'egli ogni cosa più caramente diletta, anch'egli indispettito colla patria e coi compagni di sua sventura, là per la diocesi di Luni si assise in un chiostro a meditare. Dove un frate, vistolo rimanere così a lungo osservando, gli si appressò chiedendogli:--Che volete, che cercate, buon omo?»--Egli rispose:--Pace». E per desiderio di pace Buonvicino si condusse sotto l'atrio, ove la tettoja proteggeva i muricciuoli, disposti ai pitocchi che numerosi, principalmente nella carestia d'allora, venivano per le zuppe ivi distribuite ogni mezzodì. Sulle pareti d'allato vedeasi la storia, vera o leggendaria della istituzione degli Umiliati: e chi oggi in quel palazzo ammira i capolavori degli artisti antichi e le mediocrità dei moderni, a fatica saprebbe figurarsi la rozzezza, onde allora v'erano pitturate a guazzo certe immagini lunghe, smilze, in punta di piedi, senza movenze nè scorci, senza ombre nè fondo nè terreno. L'indovinare che cosa significassero non sarebbe stata facile impresa, se non fossero venuti in soccorso caratteri e versi non meno grossolani. A manritta dunque si mostrava un diroccamento di case, di mura, di chiese, e la scritta _Mediolano_ indicava doversi intendere le rovine di questa città, allorchè rimase desolata per opera dell'imperatore Federico Barbarossa e de' suoi confederati, pur troppo italiani. Sul dinanzi, alcuni in abito dimesso, parte in ginocchio, tutti colle mani giunte, avevano a significare i cavalieri milanesi che, secondo la tradizione, fecero voto, se mai la patria si rassettasse dalla schiavitù, di congregarsi a vita di penitenza e di santità. Ciò dichiarava la sottoposta iscrizione in questi che, almeno nell'intenzione dell'autore, erano versi: Come diruto Mediolano De Barbarossa cum la mano Li militi se botano a Maria Ke laudata sia. Erano dalla banda sinistra figurate delle case, quali finite, quali ancora in costruzione per indicare Milano, se distrutto dalle dissensioni, or rifabbricato dall'affratellamento dei Lombardi: e una dozzina fra signori e dame, non distinti che dal prolungarsi a queste la guarnacca bianca fino sul tallone, mentre agli altri dava appena al ginocchio, recandosi a braccio e in collo dei fardelli, cioè i loro averi, si dirizzavano ad una chiesa, sovra la quale, fra certe nuvole che avresti scambiato per balle di bambagia, appariva la Madonna, e la scritta diceva: Questi enno li militi humiliati Quali in epsa civitati Solvono li boti sinceri. Dicete un ave o passeggieri. La rusticità dei versi e del dipinto non offendeva Buonvicino, a poco di meglio abituato; poichè, sebbene fossero già vissuti Dante e Giotto, ristoratori della poesia e della pittura; sebbene i canti di quello fossero letti pubblicamente e commentati in Lombardia, e Giotto fosse venuto qui a dipingere in Corte di Azone Visconti, non per questo il gusto era diffuso; e non era l'infimo degli scolari di Andrino da Edesia pavese quel che aveva eseguito il grossolano dipinto. Bensì la storia quivi rappresentata rispondeva bene allo stato interno del nostro Lando, talchè vi stette alquanto fiso in muta contemplazione. Angiolgabriello da Concorezzo portinajo, allorchè lo vide accostarsi alla soglia, si trasse da banda, dicendogli:--Iddio vi benedica»; ed esso entrato, si trovò in un cavedio erboso, nel cui mezzo un pozzo, presso al quale verdeggiava un agnocasto, arboscello che nei chiostri mai non lasciavasi mancare, credendo giovasse a mantenere illibata la castità. Tutt'intorno girava un portico in volta, sostenuto da pilastrelli di cotto, sotto al quale altre immagini, del merito delle prime, istoriavano la vita operosa d'alcuni santi, come san Paolo che tesseva fiscelle, san Giuseppe intento alla pialla, i Padri dell'eremo che faceano carità insieme trecciando foglie di palma. Del resto ogni cosa quieta. Passeri a migliaia stormivano su per le tettoje, mentre qualche rondine primaticcia aliava esplorando e meditando il nido sotto quelle volte, ove mai non le era stato turbato: i numerosi telaj, che si vedevano disposti negli spaziosi cameroni, riposavano in quel dì, sacro al meditare: tratto tratto appariva alcun frate in tunica di lana bianca: sovr'essa un'onestà, pur bianca, cinto i lombi d'una coreggia, cogli zoccoli in piede e coll'aria di grande mestizia, conveniente al solenne lutto di quel giorno. Erano avvezzi a vedere estranei vagare per le loro case: non ne facevano meraviglia, non domandavano, non temevano: la religione proteggeva le ricchezze ivi raccolte, e rendea sacre le persone, che la divozione o la sventura vi conducesse. Onde passavano da lato a Buonvicino, esclamavano _Pax vobis_, e seguitavano la loro via. Tutto questo insieme facea su Buonvicino l'effetto di un placido zefiro sopra un lago mareggiante. Vagò osservando, riflettendo, e il suo passo, dapprima frettoloso e incomposto, veniva lasciando la furia, e dando indizio della calma che a poco a poco le subentrava. Udivasi fra ciò un accordo di voci, ma fioco, lontano come uscisse di sotterra, intonare una lugubre melodia; dietro al cui suono Buonvicino arrivò nella chiesa. Era affatto oscura acciocchè meglio ajutasse il raccoglimento: nessuna lampada, nessun cero luceva sullo spogliato altare: un bisbiglio di preghiere, fatto da devoti che non si vedeano, ricordava gli angelici spiriti che, nel giorno medesimo, furono intesi gemere invisibili nel tempio di Gerusalemme quando moriva il loro Fattore. Nella confessione o, come diciamo noi Lombardi, nello _scuruolo_, i frati ripetevano a muta le lamentazioni di Geremia, e il racconto così semplice e così appassionato della morte di Cristo. Tentone si inoltrò Buonvicino, e appressatosi ad una delle sedici colonne che in tre navate dividevano il tempio, trovata alcuna cosa, le si inginocchiò davanti, e tastando si accorse esser un avello, con sopra effigiato colui che in esso riposava. Era di fatto il sepolcro di Bertramo, primo gran maestro generale degli Umiliati, che aveva loro dettate le costituzioni, e si era addormentato in Dio nel 1257. Sopra quell'urna appoggiato il capo, Buonvicino pianse, dirottamente pianse. Una devota compunzione tutto l'aveva preso: il pensiero di un Dio, di una fine che tutti aspetta, di un Giusto, soffrente per le colpe altrui, di un dolore universale, era sottentrato al sentimento delle personali affezioni, all'idea dei danni antichi, del recente errore, della patria, di Margherita, di quanto il mondo l'aveva fatto godere e soffrire. Quel godere del mondo (egli pensava) a che riesce se non a scontenti e noje? Qui invece all'austerità della quaresima, al lutto di questi giorni, succederà il tripudio, l'alleluja: l'altro domani, scontrandosi per le vie, l'un l'altro saluterà esclamando: _È risorto!_--salubri penitenze che si risolvono in una santa esultazione! Ciò meditando, Buonvicino si sentì toccar il cuore, e fermò la risoluzione di togliersi dal tramestio mondano, e rendersi tutto a Dio. La sera non uscì dal convento; chiese d'esser annoverato tra i fratelli, e l'ottenne; in breve fu vestito e professato. Persona di tal credito fu tenuta un prezioso acquisto per la congregazione: la fama se ne diffuse tosto, genza che destasse gran meraviglia, perchè non erano rari somiglianti casi. I buoni ne benedissero il Signore; Buonvicino più fu diletto dai suoi amici, più rispettato dai padroni; i malevoli stessi, ora ch'egli più non dava ombra, ne confessavano i meriti e le virtù. Egli, assaporando quella _pace di Dio che oltrepassa ogni intendimento_, per alcun tempo attese alle cure comuni del nuovo suo stato; risolto poi di ordinarsi prete, sì per esercizio di pazienza, sì per acquistare una cognizione, buona a tutti, indispensabile a un sacerdote, prese ad esemplare la Sacra Bibbia. Oh allora, che pascolo trovò all'intelligenza e al cuore! Oltre la rivelazione delle superne verità, quanto conforto ne trasse a' suoi casi, quante consolazioni! quanto impulso al bene! Nei canti dei profeti sentiva continuo l'amor di patria, ond'esso aveva caldo il petto; la sventura v'è ogni tratto ricreata di speranze; l'ingiustizia che signoreggia, o manifesta, o colla maschera del diritto, trova colà un continuo appello ad altri giorni, ad altro giudice; concordia, amore, eguaglianza, giustizia, animano da capo a fondo quel libro, nel cui studio frà Buonvicino, accorgendosi quanto gli uomini ne deviassero operando a fini personali anzichè al bene comune, dividendosi in oziosi che godono e faticanti che stentano, in ribaldi che ingannano e sopraffanno, e leali che beneficano e soffrono, non che prendere odio per gli uni, disprezzo per gli altri, gli abbracciava tutti in generosa benevolenza, e nell'intento di amicarli, di concordarne gli sforzi a quella che è prima condizione di ogni sociale progresso: la moralità. Molto durò, discosto da ogni pratica di gente; cominciò poi ad uscire predicando, e allora gran fama si levò, non tanto della sua bravura, come della grande sua bontà. Diffondevasi tra il popolo, massime della campagna; giacchè pel popolo, diceva egli, pei poveri specialmente, ha parlato Cristo, fra vulgari scelse i seguaci suoi, le primizie della Chiesa. Ne istruiva dunque l'ignoranza sulla eguale origine degli uomini, sulla comune destinazione; mostrava donde veniamo; dove si va; i più semplici doveri, le più schiette virtù di padri, di figli, di sposi, di operaj, erano perpetuo suo tema; ingenuo e fin vulgare nel dir suo, sminuzzando il pane della parola secondo la capacità; facendosi, come Eliseo, piccolino per ravvivare le piccole membra. Passava quindi in concetto di santo, poichè, sebbene non fosse andato pellegrino al Monte Gargàno, a Roma, in Terrasanta, sebbene non facesse di quei miracoli, di cui smoderata era allora la frequenza, operava il miracolo più insigne, quello di rendere buoni gli uomini colla voce e coll'esempio. E poichè allora pur troppo fra quelle razze ineducate succedevano frequenti battibugli di contumelie e peggio, tutto egli davasi nel ricomporre la concordia, e mirabili effetti otteneva di conversioni. Molti potrei raccontarne, se non udissi alcuno de' miei lettori domandarmi se questa sia una leggenda di santi. Dirò dunque soltanto come una volta (questo accadde in Varese mentre egli trovavasi colà nella Cavedra, casa del suo Ordine) uno dei Bossi ed uno degli Azzati, primarj borghesi, erano venuti a parole, dalle parole ai fatti, e dietro loro una turba parteggiante minacciava un sanguinoso scompiglio.--Bisogna chiamare fra Buonvicino», suggerì alcun prudente. Così fanno; egli accorre, procura mitigare gl'irritati, rammentando le promesse e le minacce di Cristo che ci vuole umili al pari di sè; ma il Bossi, che era dei due il più tracotante e bizzarro, cieco nella collera, volse il furore contro il frate, e bestemmiando Dio, le chieriche, le cose più riverite, cominciò a picchiarlo. Picchiare un religioso era tenuto tale sacrilegio, che gli astanti parte si ritrassero come atterriti, parte si accingevano a volerne vendetta. E frà Buonvicino, su quel primo momento, sentendo più l'impulso delle antiche abitudini, che non la legge d'abnegazione, che erasi da sè medesimo imposta, afferrato l'assalitore, l'ebbe sbattuto a terra, e alzava il pugno contro di esso; ma l'ira diede luogo subitamente; rientrò in sè; mise un sospiro, quasi dolente che l'antico uomo ad ora ad ora ricomparisse; sollevato il temerario, se gl'inginocchiò davanti, e incrociando le braccia sul petto, con umiltà tanto più sincera quanto che era generosa, gli disse: «Perdonatemi! non sapevo quel che facessi». L'atto pio commosse il prepotente, il quale cadde egli medesimo ai piedi dell'offeso, chiedendo a gran voce perdono, misericordia; e tornato a coscienza, diventò esempio di quelle cristiane virtù, di cui la somma è la carità. Nè meno famoso venne frà Buonvicino a Milano. In quei tempi che tutto andava per collera e fazioni nella Chiesa, nel foro, nelle scuole, nei conventi, nel campo, i contendenti si ingegnavano di trarre il frate dalla loro. Nel più vivo erano le questioni teologiche, se la luce apparsa sul Taborre fosse creata od increata: se il pane che mangiavano e la tunica che vestivano Cristo e i suoi fosse loro proprietà o di uso soltanto; se gli angeli e i santi godessero della beatifica visione della divinità, ovvero stessero sotto l'altare di Dio, cioè sotto la protezione e consolazione dell'umanità di Cristo, fino al dì del giudizio. Ma qual volta alcuno volesse metter Buonvicino sul ragionarne, e risolvere tra il dottor Angelico, il dottor Sottile, e il dottor Singolare, esso rispondeva che il nostro non è il Dio delle contese, che vuolsi studiare nella religione per rendere un ossequio ragionato, non per introdurre la superbia dell'umana sapienza nelle cose che il savio venera tacendo. Che ne avvenne? Sulle prime, tutte le parti egualmente il disapprovarono, e chi il chiamò pusillanime cristiano, chi troppo cieco credente. Egli non rispose, continuò, e, come accade sempre, tutte le parti egualmente finirono per rispettarlo. Piuttosto avendo conosciuto i vizj della città, penetrato nelle sale dei grandi come nelle officine del fabbro, e sotto la trabacca del soldato, sapeva dove occorressero i rimedj: alla libertà del paese, guasta non tanto dalla prepotenza de' dominatori, quanto dalla corruttela dei dominati, trovava ottimo ristoro predicare il Vangelo, scuola della libertà vera, vera opposizione e alla tirannia dei capi e alla sfrenatezza dei soggetti; vera soluzione del più importante problema sociale, quello di render soddisfatti coloro che non posseggono, assicurando il riposo di quei che posseggono. Per tal modo riusciva caro ai sofferenti che sollevava con superne consolazioni, e riverito dai potenti, i quali, nell'uomo probo, non ligio ai superbi loro capricci, sono costretti a venerare l'imperio della nobile virtù. Margherita, già non crederete che egli la dimenticasse; più non si dimentica quando si è amato così. Nè della donna sua temeva egli lo spregio: non ne aveva egli veduto le lagrime in quel terribile momento? La ricordava sempre come la persona più cara che avesse lasciata in un mondo da cui si era diviso. Per lungo tempo ne schivò affatto la vista; la prima volta che osò domandarne conto a Francesco Pusterla, che, come altri amici, veniva tratto tratto a salutarlo, quel nome, quasi avesse dovuto bruciargli le labbra, tornò più fiate a morirgli in gola: pur finalmente lo pronunziò con un rossore, con un tremito convulso di tutta la persona. Al fine la materia restò domata dallo spirito, e quando Franciscòlo gli parlava della sua domestica felicità, sentivasi inondato, non più da invidia, ma da tutta pura compiacenza. Nelle orazioni sue, la persona prima e più caldamente raccomandata, era la Margherita, senza che per questo il pensiero disviasse dal Creatore alla creatura: anzi, una dolce speranza il lusingava, che le espiazioni sue, le sue preghiere dovessero acquistare alla Margherita una serie di felicità. Non doveva essere esaudito, perchè la felicità vera non è germoglio di queste glebe terrestri. Allorchè si sentì sicuro di sè, tornò una volta a casa della signora Pusterla; ripassò con altro cuore su quel ponte, sotto quegli atrj, su per quelle scale: entrò nel memore salotto; e vi trovò la Margherita che fanciulleggiava col suo Venturino. Qual momento fu quello pei due amanti! Ma l'una e l'altro vi si presentavano col vigore acquistato in lunga risoluzione virtuosa. Frà Buonvicino ragionò di Dio, della fralezza dell'uomo; toccò del passato come una rimembranza cara e dolorosa; chiese perdono; si staccò dalla cintola un rosario di grani di cedro a faccette, su ciascuna delle quali era intarsiata una stella di madreperla, e con pendente una croce, allo stesso modo lavorata. Era paziente fatica del suo ritiro, e consegnandola a Margherita,--Tenetela per mia memoria. Possa questa un giorno venirvi di consolazione! e nel recitarne le orazioni, pregate Dio per un peccatore». Queste parole, quell'atto non furono senza lacrime dell'uno e dell'altra. Margherita si strinse al seno e premette alle labbra quel dono, che assumeva un carattere sacro innanzi all'intelletto, nel mentre al cuore lasciava indovinare quante volte frà Buonvicino dovette pensare a lei nel lungo tempo duratovi intorno. Quel rosario, quella croce, doveano mischiarsi, deh come! nelle avventure di quella infelice! CAPITOLO IV. L'ATTENTATO. All'erta!--piglia!--segui!--lascia! Queste voci schiamazzate dai cacciatori, ed un urlare e guaire di segugi e di levrieri, un sonare di corni, uno sparnazzare di falchi e di sparvieri, uno scalpiccìo di palafreni e di giumenti, il ragliare della cavalcatura del buffone Grillincervello, traevano i Milanesi a vedere una grossa comitiva, che, col signor Luchino, usciva a caccia dalla porta Comasina, e che dai cittadini faceva esclamare:--Oh bello!» ed ai contadini:--Povere le nostre campagne!» A chi esce di quella porta verso Como, dopo corso un dieci miglia, fra Boisio e Limbiate, si affaccia sulla mancina un vago palazzotto, a cui la lieta situazione fece dare il nome di Mombello. Sta sul colmo di un poggetto, ultimo ondeggiamento del terreno che, via via digradando dopo le altissime vette delle Alpi, qui viene a perdersi nell'interminabile pianura lombarda. Di lassù spazia lo sguardo sopra le feconde campagne del Milanese, da cui sorgono tratto tratto casali, grosse terre, borgate, e più in là la metropoli dell'Insubria, colla meravigliosa mole del Duomo, monumento dell'originalità e della potenza dei tempi robusti e credenti; dall'altra parte vagheggia un cerchio di ubertose colline, poi di superbe montagne, che a mattina e a tramontana limitano l'orizzonte, varie di forma, di altezza, di tinte: alcune verdeggianti e coltivate a grano e a vigne: altre non vestite che di boscaglie; altre in fine brulle e squallide, siccome la vecchiaja dell'uomo che male trascorse la sua gioventù. Quel palazzo, come ora è, fu rifabbricato dai signori Crivelli nel secolo scorso; negli ultimi anni del quale venne in celebrità, allorquando il giovane Buonaparte, sceso a nome della repubblica francese a rendere serva la Lombardia col solito titolo di liberarla, colà si piacque di porre alcun tempo il suo quartiere generale. Ivi, attorno al giovane eroe, figlio della libertà e che credevano intento a dispensarla, mentre non mirava che a farsene erede, accorrevano a portare servilissimi omaggi i deputati delle improvvisate repubbliche d'Italia, alle quali la prepotenza militare aveva diminuito il numero delle azioni libere, cresciuto quello delle obbligatorie; concesso licenza di pagare assai più, e di piantare sulle piazze un grande albero, intorno a cui far gazzarre e risa e balli e canti, finchè a qualche burbanzoso ufficiale piacesse intimare il silenzio. Di tali dimostrazioni rideva il Buonaparte in quella villa; rideva della sincerità dei pochi, e si giovava dell'astuzia dei più; e intanto preparavasi a mercatare Venezia, ed a spianare a sè medesimo la via di salire a un trono, innalzatogli da coloro che dianzi, coll'abbatterne un altro, aveano proclamato al mondo lo sterminio dei regnanti e l'era della libertà e dell'eguaglianza,--non però della giustizia. Non ti spaventare, lettor benigno; non temere che noi vogliamo qui tracciare il pendio, per cui l'Italia passò dal dominio dei Visconti sino a quello di Napoleone: il cenno fatto di lui non è che una delle tante e troppe digressioni del nostro racconto, alla quale ci recò la menzione di quel palazzo. Poco prima dei tempi da noi descritti, era stato, con isplendidezza pari alle loro dovizie, fabbricato dai signori Pusterla per villa suburbana; abbellito di tutti gli artifizj, onde allora si sapesse far lieta una casa campestre; giardini con ogni maniera di belle piante e rare, bei poggi di vigne, grotte, zampilli e ruscelletti da lungi condotti, davano amenità e frescura, mentre gli appartamenti offrivano tutte le agiatezze, non disgiunte da esteriore apparenza di forza. Poichè ai quattro angoli della fitta muraglia che lo girava, sorgeano torri di pietra, capaci ad ogni occasione di tener fronte a qualche improvviso attacco che, in tempi di tante agitazioni fra i privati e di sì poca forza nel Governo, potea venire o dal popolo ammutinato, o da bande di masnadieri, o da emuli baroni. Quivi appunto erasi ridotta la signora Margherita allorquando il suo Franciscòlo, lusingato dalla confidenza mostratagli da Luchino Visconti, si era, mal per lui, assunta la esibita ambasceria a Mastino della Scala. Nè le dissuasioni di frà Buonvicino, nè le carezze della donna sua erano valse a stornarlo da incarichi, i quali, vergognosi sotto vergognoso dominio, potevano sembrare un assenso dato all'oppressione della patria: nè ad indurlo a vivere in decoroso ritiro, muta protesta che ognuno può senza pericoli opporre ai cattivi reggimenti. Come egli dunque si fu partito, essa preferì togliersi alla città, e nella quiete campestre risparmiarsi il dispiacere di veder il trionfo dei tristi, e cercare più frequenti le occasioni di fare il bene. Altrimenti la intese o volle intenderla quel Ramengo da Casale, adulatore di Luchino, che altra volta ci venne occasione di nominare. Il quale, presentatosi al Visconti, pochi giorni dopo che Francesco Pusterla se ne fu andato per Verona,--Signore (gli disse), madonna Margherita si o collocata a Mombello. Certamente ella cercò la solitudine perchè ad alcuno piacesse di consolargliela. Non vorrà la serenità vostra onorarla di una sua visita?» Il partito più destro che i cattivi signori traggono dai cortigiani, è il farsi suggerire da loro il male, di cui già avevano l'intenzione, e così scusarsi in alcun modo davanti alla propria coscienza. Luchino, dissimulatore dei proprj sentimenti, non mostrò fare caso di un suggerimento che tanto gli diede per lo genio: ma pochi giorni dopo, ordinava una gran caccia clamorosa nei boschi di Limbiate. Era la caccia passione dominante in Luchino, siccome negli altri signori, che vi trovavano una imitazione ed un esercizio preparatorio della guerra. Immensa quantità di selvaggina si annidava pei frequenti boschi, moltiplicandosi protetta dall'impunità, poichè le leggi, riservando questi animali al diletto dei principi o dei feudatarj, punivano di gravissime pene il contadino che avesse ardito turbarli, non che ucciderli, quand'anche li vedesse correre sopra i suoi campi e desolarli. Ma i patimenti di questi, che importavano? non erano che vulgo: e il principe intanto si ricreava, e attorno a lui altri signori venivano in grossa comitiva, tutti, benchè da caccia, in abiti eleganti. Imperocchè i nobili, scemate le occasioni di distinguersi dagli altri nelle magistrature e fra le armi, s'erano vôlti a gareggiare di vestiti e di lusso; e siccome uno scrittore contemporaneo dice, _cominciò la gente ismisuratamente mutare, abiti sì di restimenta sì della persona: cominciò a fare li pizzi delli cappucci lunghi: cominciò a portare panni stretti alla catalana e collare, portare scarselle alle coreggie, e in capo portare cappelletti, sopra lo cappuccio. Poi portavano barbe grandi e folte, come bene giannetti spagnuoli volessero seguitare. Dinanzi a questo tempo, queste cose non erano anco. Si radevano le persone la barba, e portavano vestimenta larghe e oneste; e se alcuna persona avesse portato barba, fora stato avuto in sospetto d'essere uomo di pessima ragione, salvo non fosse spagnuolo, ovvero uomo di penitenza. Ora è mutata condizione, idea, diletto. Portano cappelletto in capo per grande autorità; folta barba a modo di eremitano; scarsella a modo di pellegrino. Vedi nuova divisanza! E che più è, chi non portasse cappelletto in capo, barba folta, scarsella in cinta, non è tenuto covelle, o vero poco, o vero cosa nulla. Grande capitana, è la barba. Chi porta barba è temuto_. Che se l'ingenuità, soverchia davvero, di questo narratore non vi tediasse, vorrei lasciare ad esso il descrivervi i costumi di Luchino, poco mutando delle sue parole. Facciamolo, e a chi non piace, salti al fondo. _Luchino visse in signoria anni nove in tanta pace e giustizia, che non si trovava un terreno che si crollasse. Con l'oro in mano gira l'uomo franco. Fu uomo severo senza alcuna pietà. Mai non perdonava. Secondo lo peccato, secondo la fallanza puniva. Questo messer Luchino, benchè guardie avesse d'uomini da piede e da cavallo a modo regale, niente di meno ebbe una speziale e nuova guardia con seco. La guardia sua erano due cani alani grandi e_ _terribili, grossi come leoni, lanuti come pecore; gli occhi avevano rossi e terribili. Questi due cani alani sempre lo seguitavano per la corte, l'uno dalla parte ritta, l'altro dalla parte manca. Quando mangiava solo stavano a tavola tuttavia con esso quattro grandi cani e della carne dava ora ad uno ora all'altro. Quando stava in piedi, la molto baronia gli faceva intorno piazza con silenzio per temenza dei cani: nulla si crollava, nulla parlava. Che se per ventura lo signore un poco guardasse alcuno con malo sguardo, subito li cani li erano sopra in canna, e davanlo per terra. Anche questo messere Luchino fu uomo molto giusto, nè per oro nè per argento lasciava di fare giustizia, sicchè sua terra era franca. Molto amava lo popolo minuto_. Quale amor di popolo e di giustizia fosse quel di Luchino, di Luchino che solo nei cani si fidava, il dica chi (come il Maj nei palimsesti) sa leggere altre parole sotto alle apparenti. È vero ch'egli favoriva _lo popolo minuto_, ma per deprimere i grandi, non già per sentimento del bene: son però queste le vie della Provvidenza, che fa dai despoti stabilire l'eguaglianza in faccia ad un padrone, finchè vengano tempi che avverino l'eguaglianza in faccia alla legge. Se l'annunzio del venire di Luchino conturbasse la Margherita, non occorre che io ve lo dica. Acconcia colla leggiadria che ai campi si conviene, atteggiata d'ogni grazia ma pur maestosa, ella accolse la brigata allorchè si dirizzò per riposarsi al suo palazzo: nella sala e nei tinelli avea fatto disporre lauti e delicati rinfreschi pei signori e per la famiglia; goduti i quali fra l'allegria ed i festosi motteggi, e fra le sguajate smancerie di Grillincervello, cui la dama opponeva un dignitoso silenzio, Luchino chiese di ammirare a parte a parte la bella posta e la ben intesa eleganza del luogo. La signora il compiacque, e dal poggio spaziandosi giù per la pendice, tutto mostrava a Luchino, mentre i suoi seguaci animavano quel quadro, spargendosi in gruppi ad ammirare quel cielo così salutevole alla vita, e le ridenti circostanze, ove in quella stagione ogni cosa appariva nel colmo della bellezza e della bontà. Ma la dama traevasi continuamente a mano il suo Venturino; una grave damigella non le si dipartì mai da fianco; e dietro, alcuni famigli in aspetto di far onore all'ospite, il quale trovò appena agio di poter dirle alcune galanterie, che essa mostrò accettare come nulla meglio che gentilezze universali e insignificanti. In sul partire adunque, Luchino, dopo aver levato a cielo la situazione gli adornamenti,--Ma per una solitudine (susurrò a Margherita) sarebbe bene che voi foste più sola». Sperò il temerario averle fatto intendere l'animo suo; lo sperò tanto più, in quanto cortesissime gli erano parse le accoglienze della bella cugina; e la virtù conosciuta in questa, non che rimoverlo dai turpi suoi divisamenti, più ve lo infervorava, per quel mendo umano d'impuntarsi maggiormente ove più difficoltà si affaccia. Nè mancavano d'aggiungere legna al fuoco Ramengo e gli altri cortigiani, esaltando i meriti della bella e gli atti cortesi onde aveva accolto e onorato il principe parente. Unico il buffone osava lanciare motti al signor suo, di caccia fallita, di non so che altre baje, le quali, mentre moveano a riso Luchino, più ne istigavano l'amor proprio a voler ridurre ad effetto il suo capriccio. Quella prima gita non era stata se non come la correria che si fa sotto una piazza nemica, tanto per riconoscere il luogo e le opportunità dell'accampamento e degli assalti. Non passarono molti giorni, e Luchino, con poco seguito di fidati, ricomparve baldanzoso a Mombello. Ricomparve sgradito ma non inaspettato: chè troppo la donna erasi avveduta come e le lusinghe della parentela, e l'autorità del grado, e il bagliore delle ricchezze dirigesse egli ad un iniquo fine. Era dunque cresciuto il pericolo, non per la virtù di Margherita, ma per la pace sua, la quale rimase turbata dal contrasto durato in frenare e respingere le proposizioni dell'audace, dall'incertezza del fin dove egli spingerebbe altre volte le sue persecuzioni. Mentre Luchino tornava quel giorno verso Milano, computando dentro di sè i progressi che potesse aver fatti verso il fine delle sue voglie, e coll'allegria propria e col fragore della brigata cercando di lasciar indovinare un trionfo che sperava, che voleva agevolare col darlo già per ottenuto, Grillincervello gli disse:--Guarda, guarda, padrone! Colui là certo è un tuo debitore»; ed accennava un giovane che a cavallo veniva via a rotta per la strada, e che, come s'avvide del corteggio del principe, la diede attraverso i campi per iscansarlo. Egli era quell'Alpinòlo che, se vi ricorda, abbiamo incontrato nel primo capitolo, a fianco del Pusterla, e del quale, poichè avrà molta parte nel nostro racconto, conviene che diciamo. Passava per un di quei tanti senza genitori, cresciuti come una pianta in mezzo al deserto. Ottorino Visconti, fratello della nostra Margherita (quel desso sulle cui avventure vi ha fatto piangere un amico mio) avea nel 1329 dall'imperatore Ludovico il Bavaro ottenuto in feudo Castelletto sul Ticino e le giurisdizioni del Novarese, dominj restati poi nei Visconti d'Aragona, discendenti da quella famiglia. Per gratitudine egli andò ad accompagnare quel sovrano a Pisa; e reduce di là, varcato il Po non lontano da Cremona, gli accadde di fermarsi ad un casolare sulla riva, in cui stava una famigliuola di mugnaj, che nei barconi guidavano i mobili loro mulini a cercare la più opportuna corrente, e che, quando ne capitassero, tragittavano i passeggieri. Quivi desiderando un tratto riposarsi, Ottorino chiese che alcuno dei fanciulli gli tenesse il cavallo, mentre sbrucava un poco di erba sul pratello quivi innanzi.--Io no.--Neppur io» rispondevano dispettosetti, e scappavano volgendosi ad ora ad ora a guatar il cavaliero e la bestia con una meraviglia sospettosa. Ma uno di essi, che al corpo pareva di più età, ma in fatto contava appena sette anni, si fece innanzi baldanzoso, e--Che paure? a me». E preso alla briglia il palafreno, lo osservava, lo palpeggiava, godeva di porgergli l'erba di propria mano, di sentirsene il fiato sopra il volto, facendosi bello di poter dominare un sì grosso e generoso animale; poi, con un sospiro, qual non sarebbesi atteso dalla verde età e dal contegno ingenuo e risoluto di lui, esclamò: --Oh ne avessi uno io!» Ottorino, che compiacevasi al vedere quella vispa franchezza,--Che ne faresti tu?» gli chiese. --Eh! so ben io che ne farei, io. Correrei per mari e per terre a cercar di mio padre». --Ma il padre tuo non l'hai tu qui?» replicò Ottorino. --Oh! signor no!» rispose crollando il capo con mesta tenerezza il garzoncello. «M'hanno trovato su queste rive; m'hanno portato in quella casa; m'hanno tirato su... Ma... non aver i suoi! non poter mai dire come tutti gli altri, caro babbo!» --E tua madre?» Si rimbambolarono gli occhi al fanciullo, e mentre col dosso d'una mano li tergeva, tendendo il dito dell'altra proferì:--Eccola là»; e mostrava una croce sur un rialto, alla quale era appesa una fresca ghirlanda di margaritine e garofanetti. Ne prese pietà Ottorino, e--Verresti tu meco?» --Se stesse a me! Ma recherei dispiacere a questa povera gente... mi vogliono tanto bene!... Ma non ci ho mio padre!» Quei mugnaj avevano di fatto messo un grande amore nel ragazzo: quando però il Visconti chiese glielo lasciassero condur via, l'uomo rispose:--Oh signoria, la è troppo buona. Se lo porti pure. Tutta bontà di Vossignoria». Ma la Nena, moglie di lui, forse che avesse in astratto sentito parlare dei guaj del mondo e delle bisbeticherie dei signori, cagliava, e al garzone diceva:--Non badargli! rimani qui. Pane non te ne verrà meno se vorrai lavorare: e sarai quieto e dabbene e timorato di Dio». Maso invece (così chiamavasi il mugnajo), uomo che aveva girato il mondo, cioè era andato a prendere grano e riportar farina sino a Cremona e a Casalmaggiore, e che davasi a intendere d'aver conosciuto gli uomini perchè aveva conosciuto molti gastaldi e molti granaj, le dava sulla voce, e--Come? vorresti tu rubargli questa fortuna? Non vedi? egli è un diavoletto. Gran salute, gran coraggio, grande appetito; ha tutte le condizioni per diventare un grand'omo. Lascia pure che sua signoria se lo conduca, e vedrai, farà passata. Già non è nato mugnajo, nè il deve diventare». Le ragioni del marito, come succede, prevalsero: la Nena, sul congedarlo, mentre rassettava indosso quel po' di cenci al fanciulletto che balzava tant'alto dalla contentezza, gli diceva:--Guardati dai pericoli, fuggi le cattive compagnie, le donne e le bettole», come dicono tutte le madri nel licenziar i figliuoli, Maso gli soggiungeva:--Rispetta sua signoria e fa fortuna»: e Ottorino si menò seco il ragazzetto. Quest'era appunto il nostro Alpinòlo, e Ottorino destinava farsene uno scudiero; e intanto che venissero gli anni, lasciarlo per paggio a Bice sua moglie. Ma ohimè! tornando in patria scoperse che Bice l'avea tradito, ed erasi fuggita a viver male nel castello di Rosate con Marco Visconti suo cugino; il quale poi, sazio o insospettito, un giorno la trabalzò dalla finestra nella fossa, salvo a piangerla dirottamente dopo morta. Ottorino ne patì come uomo di sentir generoso che vedesi ingannato da persona carissima; andò cercando distrazione fra le imprese e nei viaggi, ed il cordoglio lo trasse a morte sul meglio del vivere: e nel 1336 fu sepolto in Sant'Eustorgio di Milano, presso suo padre Uberto. Lasciò egli raccomandato Alpinòlo specialmente alla Margherita, consolatrice sua in quel crepacuore; onde il garzone attaccassimo a lei, con essa passò nella casa Pusterla, ove serviva a Franciscòlo in uffizio di scudiere. Animo esuberante di affetto, non trovandosi al mondo persona su cui per naturale legame potesse rivolgerlo, tutto l'aveva diretto, dirò meglio, avventato sulla famiglia in cui era aggrandito: e ne amava le persone e gli interessi coll'impeto di una passione, qual poteva essere in un giovane che, non disciplinato da consigli di superiori, conservava in tutto il vergine loro vigore la foga, l'irriflessione, quell'estremo bisogno di sensazioni e di felicità, che sono pregio e difetto della giovinezza. Un desiderio, anzi una vera mania di libertà avevano ispirato in esso i bollenti discorsi del suo giovane signore, e le compagnie che in Milano frequentava di giovani acuti alle novità, e di veterani memori delle franchigie antiche e dispettosi della presente servitù. Si sarebbe detto che, al modo onde gli uomini sollevati da bassa fortuna s'ingegnano di farla dimenticare, così egli volesse far dimenticare altrui, dimenticare egli stesso di non avere nè parenti nè patria di nascita, coll'amare oltre misura quelli di adozione. Alla sua balda imperturbabile volontà non era sacrifizio che paresse grave per servire la repubblica milanese o i figli di Uberto Visconti e il Pusterla: mettere per essi la vita gli saria parso ben poca cosa. Tali caratteri che, qualora si fissino sopra un'idea o sopra una persona, hanno per nulla tutto il resto del mondo, scarsissimi s'incontrano nelle odierne società, il cui attrito, come fa coi ciottoli il torrente, leviga e pareggia tutte le disuguaglianze della superficie. È un bene? è un male? Chiedete se è bene o male la polvere di cannone, la quale, ove saviamente si diriga, serve di potenza e di difesa; sregolata, diviene micidiale. Se a questo fare di violenza, mai non iscompagnata da generosità, accoppiate la freschezza dei diciassette anni, una schiettezza ardita, eppure educata alquanto dal conversare coi signori, una melanconia su tutti i suoi sentimenti diffusa dall'ignorare i parenti suoi, comprenderete come dovesse venir caro ai Milanesi, gente per natura d'ottimo sangue; nè dico solo agli umili, ma a quelli ancora di alto grado. La stessa incertezza dei natali, che il mondo, per una delle mille sue ingiustizie, suole ascrivere a colpa, o almeno guardare colla superba compassione che tanto si avvicina all'insulto, non che nuocere ad Alpinòlo, il rendeva anzi più interessante a chi lo conoscesse, per la smania perpetua ch'esso mostrava di trovare, di ricuperar suo padre, di togliersi dal volto questa, ch'egli chiamava infamia, del non avere genitori. Se volta avveniva che udisse narrare le angustie di qualche malarrivato,--Ma egli almeno ha padre o madre», esclamava. Qualora mirasse un fanciulletto a mano o fra le braccia dei genitori, struggevasi di pietà, di desiderio. Quante fiate la Margherita il sorprese, che contemplando il suo Venturino e blandendolo con melanconiche carezze, frenava le lagrime a stento! Come la Margherita fosse opportuna a ispirar amore in chiunque le si accostasse, già deve il lettore averlo compreso: e deve il lettore, per poca esperienza che abbia del mondo, avere osservato come coloro che poco hanno a lodarsi degli uomini, si volgano con entusiasmo di devozione alle donne, in cui trovano la compassione, il disinteresse, l'affettuosità, per così dire, che negli uomini rimangono o spente o soffocate dai calcoli dell'amor proprio e dal tumulto delle faccende. Perciò sopra la Margherita aveva Alpinòlo concentrato tutto l'affetto che dapprima portava ad Uberto e ad Ottorino estinti, e ad altri due fratelli di essa che allora combattevano in Palestina; non affetto qual suole intendersi da uomo a donna; una specie di culto, tale da distruggere tutti i computi della vanità, tutte le speranze della passione: e considerandola come un punto lucente fra l'universale tenebria della società, non avrebbe tampoco saputo pensarla capace d'azione men che generosa e santa. Se alcuno mai non ha versato lacrime sul seno di donna rispettata, se mai non ha all'occhio di lei rivelato un cuore ferito e contristato, non indovinerà quali momenti doveano esser quelli, in cui Alpinòlo, sedendo vicino alla signora sua, coll'affetto di un fratello, colla riverenza di un vassallo, le apriva le proprie ambasce. Su queste gli uomini avrebbero sorriso sdegnosamente siccome di una debolezza, di una fanciullaggine, di una esagerazione di sentimento: ma in lei trovavano un eco, una simpatia, ed alcune di quelle parole che bastano a tornare per un pezzo il sereno a chi più era da nubi ottenebrato. Nell'anno precedente a quello in cui siamo col nostro racconto, i Visconti erano stati ad un pelo di perdere il dominio. Lodrisio Visconti, nipote di Matteo Magno, corrucciato di vedersi escluso dalla signoria, tentò fare novità, fidando sui molti scontenti, sulle promesse di qualche vicino, sul proprio ardire e sulla fortuna, e mosse contro Azone una banda di mercenarj. Questa banda, composta di Tedeschi e guidata dal capitano Malerba, fu chiamata la _Compagnia di San Giorgio_, ed è la prima delle molte che poi resero il valore un mestiere, e che, terribili non meno agli amici che ai nemici, tempestarono per due secoli la già abbastanza afflitta patria nostra. Contro l'istante pericolo presero le armi tutti i Milanesi, i quali, se non trovavano gran fatto a lodarsi dei presenti dominatori, avevano però abbastanza lume d'intelletto per non credere alle promesse di libertà, che Lodrisio voleva effettuare colla violenza; nè sperare che un branco di masnadieri comprati venisse a raddrizzare i torti e rinsanichire la giustizia in un paese straniero. Non avendo però saputo impedire che Lodrisio passasse l'Adda a Rivolta, giungesse fin nel contado del Seprio, al cui dominio pretendeva, e si accampasse a Legnano, i Milanesi mossero ad incontrarlo colà con tremilacinquecento cavalli, duemila balestrieri, quattordicimila fanti, ragguardevole esercito per sì piccolo Stato. Lo comandava Luchino, non ancora principe, il quale dispose l'avanguardia a Parabiago, a Nerviano il centro, la retroguardia a Rho; ma sorpreso di gran mattino il 21 febbrajo (era domenica, e nevicava a fiocchi) ebbe un tale tracollo, che rimase egli medesimo prigioniero, e fu legato ad un albero finchè la giornata fosse decisa. Lo vide in quest'arduo Alpinòlo, che dietro a Francesco Pusterla combatteva: e tosto recatone avviso ai cavalieri più fidi d'arme, con essi rinfrescò la battaglia; e raddoppiando gli sforzi, giunsero a ricoverare il capitano. Se non fosse stile della storia il non riferire mai che a persone illustri il merito delle illustri azioni, avrebbe essa confessato che la principale parte in quel fatto l'ebbe Alpinòlo, il quale, facendo meraviglie della sua persona, arrivò primo sino al Visconti, e tagliatone i lacci, rimessolo a cavallo, e cacciatagli in mano una mazza ferrata, tornò con esso a mostrare il volto ai nemici; i quali, al fine d'una giornata in cui cinque volte si rintegrò la battaglia, andarono in piena rotta, lasciando prigioniero lo stesso Lodrisio, che stentò degli anni assai in un carcere a San Colombano. È questa la battaglia di Parabiago, tanto celebrata fra i Milanesi, in cui si narrò che sant'Ambrogio comparisse nell'aria con un poderoso staffile, percotendo quei mercenarj[7]; e in memoria della quale si fabbricò un insigne tempio sul luogo dove Luchino fu liberato, con ordine che ogni anno, nel dì stesso, considerato come festivo, i dodici signori della Provvisione vi tornassero in grande solennità a far un'offerta in comune, per assistere ad una messa speciale, nel cui prefazio si scagliavano imprecazioni contro quelle masnade: rito che seguitò fin quando san Carlo Borromeo lo restrinse a una visita alla basilica ambrosiana in città. Per allora grandi feste, grandi falò si fecero in Milano, e Azone con pomposo corteggio recatosi a Parabiago, vestì cavalieri quelli che più si fossero nella battaglia segnalati. Un araldo d'arme chiamava un dopo uno i prodi, coi nomi e i titoli della famiglia e dei genitori: e non trovandosi macchie, gli diceva:--Vieni, e t'accosta a ricevere il cingolo militare, di cui la patria e gli altri cavalieri ti credono meritevole». In questa guisa furono da esso araldo nominati ed esaminati Ambrogio Cotica, Protaso Caimi, Giovanni Scaccabarozzo milanesi, Lucio Vestarini lodigiano, Inviziato di Alessandria, Lanzarotto Anguissola e Dondazio Malvicino della Fontana piacentini, Rainaldo degli Alessandri mantovano, Giovannolo da Monza, Sfolcada Melik tedesco: i quali un dietro all'altro si presentavano ad Azone, che ricevendone il ligio omaggio, dava ad essi una leggiera gotata, presentava la spada, e ne circondava i lombi colla cintura cavalieresca; mentre due altri cavalieri allacciavano ai loro talloni gli sproni d'oro. Fu poi chiamato Giovanni del Fiesco genovese, fratello della signora Isabella moglie di Luchino, ma gli onori non poterono esser renduti che al suo cadavere, là recato sopra ricca bara, accinto di tutte le armi come quando, ai fianchi del cognato combattendo, era rimasto ucciso. Ultimo si proclamò il nome di Alpinolo, ma quando fu chiesto chi fosse il padre suo e quale la schiatta, nessuno potè renderne conto; egli stesso ammutolì confuso, come al rimembrare d'una vergogna; e non potendo provare di non uscire di stirpe non infamata, non venne ammesso all'onore dei prodi. Se la cosa il pungesse nell'anima, consideratelo. Solo la tirannia più sozza e sconsigliata parevagli che potesse badare alla razza, anzichè alla personale virtù: paragonava sè a questo, a quello, singolarmente al Melik, tedesco prezzolato, e da quell'ora si fece più astioso contro i Visconti, più sempre smaniato di conoscer suo padre; e somigliante a certe vergini involontarie dopo una serie di desiderj delusi, era divenuto irritabile, stizzito colla società, a dir suo, così mal regolata: e sempre più entusiasta per coloro che vi formavano eccezione, sempre più bisognoso di nuovi sogni, di pericoli, di prove rinascenti. I Milanesi davanti a quasi tutte le case nobili costumavano un porticale, dove poter accogliersi ad asolare, a discorrerla cogli amici, a carattarsi l'un l'altro, così portando la vita pubblica e comune d'allora, come il rinchiudersi e isolarsi è portato in altri tempi dal non vivere ciascuno che per sè, dal non far più che sè stesso centro e periferia di ogni azione. Di sessanta che erano questi luoghi di ritrovo, che chiamavano _Coperti_, ora appena sussiste quello dei Figini, fabbricato poco dopo in piazza del Duomo[8]. Appunto sotto uno di questi Alpinolo, in sul mangiare, barattava parole, col fuoco che egli in ogni cosa poneva, allorchè se gli avvicinò un tal Menclozzo Basabelletta, umore satirico, beffardo, e caldo popolano, come quei tanti in cui lo sprezzo tiene luogo di libertà. Non so se per amore di bene, o per dispettosa invidia, o per piaggiare la plebe, che anch'essa ha i suoi adulatori, si faceva indagatore maligno, e sarcastico detrattore dei nobili, dei ricchi, dei magistrati. Salutato egli il giovane, e battendogli sulla spalla,--Oh! (gli disse) quella cima di tutte le donne, quella coppa d'oro di cui non rifini di contar miracoli, scusa assai bene la lontananza del marito col ricevere il magnifico signor Luchino. L'ho visto io più volte uscire verso la villa di lei». Chi avesse veduto Alpinolo inalberarsi nell'udire trassinato fra un pieno circolo quel nome a lui sacrosanto, l'avrebbe assomigliato a un basilisco che s'avventa a chi gli trasse la pietra. Rosso come i bargigli d'un tacchino, divampante negli occhi.--Menti per la gola, sparlatore villano!» urlò con irte le chiome; e cacciando a mano la sciabola, saltò senz'altro alla vita del petulante. I circostanti accorsi aiutarono questo a sottrarsi; poi con parole, e più a forza di braccia ritenendo Alpinolo, poterono alfine quietarlo. Pure, giurando a gran voce vendetta, ripetendolo bugiardo, stringendo le dita in pugno, pestando de' piedi, digrignando i denti, corse in furia a casa i Pusterla, e senza proferire parola, che tra quell'ira non avrebbe potuto articolarne alcuna, si difilò alle scuderie, e gettata la briglia al primo cavallo che gli venne sotto la mano, vi saltò su di netto e via a spron battuto. --Salva! salva!» esclamavano le madri nel vederlo venire di carriera, e si affaccendavano a levare di mezzo alla strada i bambini trescanti. Egli via, prestamente ebbe guadagnata la porta Comasina, situata poco oltre il ponte Vetere: e uscitone per la strada allora angusta e bistorta, percoteva in fuga il corridore, quando, non essendo molto lontano da Boisio, conobbe di lontano la compagnia di Luchino, che tornava di Mombello. Augurossi di non avere occhi, tanto gli trafiggeva il cuore quel trovar vero ciò ch'egli aveva al Menclozzo con tanta sicurezza disdetto. Più che mai fuori di sè, figgendo gli sproni nella pancia al cavallo, il precipitò di foga traverso ai frumenti spigati, evitando la brigata abborrita. Allora fu che lo notò Grillincervello, ma non potè intendere le imprecazioni, che non solo col pensiero, ma colla voce, ossia con un rantolo, con un gorgolìo inarticolato, slanciava contro di loro Alpinolo. Siffatto, per viette non usate egli giunse a Mombello: in mezzo al cortile balzò dal cavallo, e senza por mente a questo, così come era polveroso e affiatato si presentò alla Margherita. Era la prima volta ch'e' si permettesse con lei simile eccesso di famigliarità: ma era anche la prima volta che per lei concepisse altro sentimento che di venerazione. Non appena però si vide incontro il soave e sicuro aspetto di quella bellissima, ancora un non so che turbato dalla visita ricevuta, a guisa d'un bel cielo sul cui zaffiro la passata bufera lasciò tuttavia qualche nuvoletta, ogni sdegno fu quieto in Alpinolo, ogni sospetto dileguato: e come era stato subito a supporre il male, altrettanto subito rimproverava sè stesso acerbamente d'aver potuto un istante dubitare di quell'angelo. Chinò dunque gli occhi, quasi indegno si credesse di fissarla; ma pure non potè lasciare di dirle:--Anche qua Luchino?» La Margherita, colla dignità della virtù a cui non giungono gl'insulti direttile, alzò il capo, e in tono di dolce rimprovero esclamò:--Alpinolo! questa parola avrebbe potuto venire da tutt'altri: ma da voi non l'avrei mai temuta». Ruppe in singhiozzi Alpinolo, e le si gettò ai piedi chiedendole perdono: narrò il sospetto, intese la spiegazione: e il conchiuso dei loro discorsi fu ch'egli subitamente istruisse d'ogni cosa frà Buonvicino. Non era scorso il domani, che Buonvicino era venuto alla Margherita, e persuasala a pigliare i passi innanzi, e ridarsi senza indugi alla città, come ella fece, tenendovisi ignorata nel chiuso palazzo finchè ritornasse il marito. Luchino pochi giorni tardò a rivenire all'assalto, pieno di una contumace fidanza. Accostandosi a Mombello, trova un silenzio perfetto: le finestre chiuse: nessuna bandiera sulle torrette. Luchino comincia a sbuffare dal dispetto, Grillincervello dalle risa: questo lancia il suo somaro, e poco poi torna indietro riferendo:--L'uscio è imprunato, domine, c'è la faccia di legno.» Sviano dunque, e venuti alla corte rustica domandano al gastaldo che n'è della signora del luogo. --È partita. --Quando? --Jer da sera, eccellentissimo. --Per dove? --I fatti dei padroni io non li cerco, io. --Ma non aveva ella disposto per rimaner qua dei giorni molti? --Anzi dei mesi, eccellentissimo. --Onde dunque l'improvvisa risoluzione? --I fatti dei padroni io non li cerco, io. Mio dovere è obbedire, eccellentissimo». Troppo rincresceva a Luchino che altri dovesse accorgersi d'un torto fattogli, d'un mancatogli riguardo; sicchè mostrò di pigliare la cosa in riso; e prese a celiarne egli stesso, a lasciar quasi intendere che ciò fosse un accordo, un'intelligenza. Ma questa necessità del fingere ne aizzava tanto più lo sdegno, e pieno di maltalento, giurava pigliar vendetta di quello che chiamava oltraggio. Legna al fuoco aggiungevano quinci i lazzi del bigherajo che non si rassegnava a comparire ingannato, quindi il vile cortigiano Ramengo, che, per sue ragioni malvolto verso la Pusterla, sapeva con arte fina esacerbare contro di lei il principe, sperando addensare un turbine sul capo della innocente. Nè la speranza scellerata gli fallì. Da quel punto l'amore, dirò meglio, il voluttuoso capriccio di Luchino, attraversato, si converse in fiera collera: e con profonda atrocità si propose, così in generale, di perdere quella infelice. Occasioni di nuocere a un nemico non vengono scarse al potente, e pur troppo gliene offrono talora le stesse vittime designate, talora gli amici di quelle. Fu il caso. Alpinolo, coll'impeto sconsigliato a lui naturale non si limitò ad adempiere la commissione di Margherita: la quale anzi gli aveva ingiunto di risparmiare a suo marito la cognizione d'un oltraggio, per resistere al quale ella sentiva abbastanza forte sè stessa, non abbastanza forte lo sposo per accoglierlo come uom deve, o per legittimamente punirlo. Ma se a lei la prudenza insegnava a rivelare il men che si può de' guai irremediabili, Alpinolo era invece persuaso che il mostrare le piaghe equivalga a rimediarvi. Non appena dunque ebbe inviato frà Buonvicino alla signora, senza farne motto ad alcuno tornò fuori di città, e tirò per la più breve a Verona. Senza dar riposo mai al suo corpo, senza distinguere il fitto meriggio dalla notte più fonda, stancando la cavalcatura, non l'indomito suo corpo, scorreva paesi e paesi, ma ancora più a furia trasvolava il pensiero, in un delirio di fantasie, vie più incitato dalle memorie dei luoghi per cui traversava. In Crescenzago era morto Matteo Visconti:--Anch'essi questi grandi, questi prepotenti finiscono come l'ultimo della plebe. Oh se anche adesso il papa volesse parlar alto, e quando uno si fa tiranno, negargli le consolazioni della religione, la comunione coi fratelli!» A Gorgonzola il re Enzo era caduto prigione dei prodi Lombardi:--Ora vanno essi a prigione dei principi». Al ponte di Cassano i Milanesi avevano respinto Federico Barbarossa; una lega benedetta dalla croce, v'avea fiaccato l'orgoglio di Ezelino...; Treviglio stava libero ancora;--Possa conservarsi!» Così al forte di Caravaggio, così a quelli di Mozzanica e d'Antignate erano accoppiate ricordanze, vive perchè recenti, perchè ripetute dai padri ai figliuoli. Scorrendo il territorio bergamasco, Alpinolo si ricordava di quando v'accorreano d'ogni parte gl'inviati della città, per giurare a Pontida la reciproca difesa. Brescia gli tornava a mente i figliuoli, attaccati dal Barbarossa innanzi alle macchine murali, e nullostante percossi dai genitori, affinchè la pietà paterna non guastasse la patria libertà. Il lago di Garda, le rôcche di Lonato, del Sirmione, di Peschiera, di Castelnuovo per cui passò, le tante altre onde vedeva irte le alture, gl'inspiravano un fiero coraggio, un orgoglioso dispetto, paragonando il passato col presente; vedendo tutto oro in quello, in questo tutto fango e sozzura. Alle mura dei borghi e delle città, ai palazzi del Comune, ai tempj, ai canali che crearono la fertilità d'intere provincie, egli domandava:--Chi vi ha compiti?» e tutti pareangli rendere una sola risposta:--La libertà. Ma ora (soggiungeva nella infervorata fantasia) perchè non altrettanto? perchè le braccia non basterebbero ad abbattere questi tirannetti che minacciano tremando? e render alla patria le franchigie e il primitivo splendore?.... Perchè siamo divisi». Al mezzo del seguente giorno pervenne a Verona, dove, per usar una frase diplomatica, regnava l'ordine sotto la tirannia dei signori della Scala. Capo della fazione guelfa in Italia era di quei tempi Roberto re di Napoli, della ghibellina gli Scaligeri e i Visconti. I Guelfi (e chi nol sa?) teneano col papa, i Ghibellini coll'imperatore, secondo credevano che l'un o l'altro potesse meglio giovare alla patria ed alla libertà. Ma poi e papa e imperatore erano stati messi da banda: il primo risedendo in Avignone, allontanava la speranza di proteggere l'Italia o forse d'unirla in un solo dominio: gli altri, senza nè forza, nè denari, nè opinione, solo si reggevano in quanto erano sostenuti dai diversi principotti; onde, conservando pure gli antichi titoli di fazione, e Guelfi e Ghibellini non miravano che a crescere in dominazione. Estendere la loro su tutta Italia era l'intento sì dei reali di Napoli, sì dei signori di Milano e di Verona: ma appunto per ciò si contrastavano gli uni gli altri; di modo che la politica, la quale, nei due secoli precedenti, aveva operato a passioni ed entusiasmo, in questo era ridotto a calcolo e ponderazioni; e gl'Italiani avevano inventata quella bilancia di poteri, che divenne poi norma universale in Europa, e fu non poche volte sostituita al diritto e alla giustizia. Lunghi e fieri contrasti avevano tolto il re Roberto dalla speranza di signoreggiare tutta Italia; ora a ciò avevano l'occhio Mastin della Scala, e Luchino Visconti. Era Mastino succeduto a Cane suo zio, quel _gran lombardo_, la cui cortesia fu il _primo rifugio e il primo ostello_ dell'esule Allighieri: e nessuna delle virtù, ma tutti i talenti n'aveva ereditato e l'ambizione: comandava a nove città, state capitali d'altrettante repubblichette, e ne traeva in gabelle settecentomila fiorini d'oro; potè mandare a spedizioni lontane fin quattromila cavalli; e chiesto dai Fiorentini di vender Lucca per trecensessantamila zecchini, rispose non aver bisogno di quelle miserie. Conveniente a tanta ricchezza era lo splendore di sua Corte, ove dava anche magnifico ricetto agli uomini illustri, costretti ad esulare dalla patria, assegnando a ciascuno agiati appartamenti, con dipinture allusive al loro stato e grado; e sino a ventitrè signori vi si trovarono raccolti una volta, i quali avevano tenuta, e per varie guise perduta la dominazione di qualche città. Non è qui il luogo di descrivere le arti, per cui andava acquistando preponderanza sull'Italia, del cui dominio erasi lusingato a segno, che fece preparare un diadema tutto gioje per coronarsene re. Ma una lega degli altri principi, istigata dalla gelosia dei Visconti, gli ruppe il disegno; del che egli voleva il maggior male ai signori di Milano, e non cessava di scalzarne l'autorità. La mossa mal riuscita di Lodrisio fu tutta maneggio di Mastino: ma fallita quella, perduta anche Padova, conobbe che non era il caso di usare la forza aperta; e voltosi agli scaltrimenti, propose patti. Per conchiudere questi era stato da Luchino, siccome vedemmo, prescelto il Pusterla, sì per allontanarlo dalla moglie, sì ancora perchè, conoscendo come costui non gli fosse troppo affezionato, si persuadeva condurrebbe la cosa tanto tiepidamente, da non istringer un nodo al quale nè egli era inclinato da vero, nè vi credeva inclinato lo Scaligero, di cui anzi sempre nuove macchinazioni gli venivano all'orecchio. Che se Mastino cercava pace, v'era stato indotto anche dalla scomunica lanciatagli dal papa, perchè, il 27 agosto 1338, esso e Alboino fratel suo aveano per le vie di Verona, scannato il vescovo Bartolomeo della Scala, per astio privato, dando poi voce ch'egli tenesse intelligenza coi Veneziani e i Fiorentini per consegnare in man loro Verona, ed ammazzare i due signori. Della scomunica ei si risero da principio; ma quando videro le loro cose andar a fascio, pensarono davvero a torsela di dosso col sottoporsi a pubblica penitenza. Grave penitenza, giacchè richiedeva che, per quaranta giorni, portassero dì e notte il cilizio, andassero scalzi e col cappuccio sugli occhi; giacessero sul pavimento; non lavarsi, non radersi, non tagliare l'unghie, non conversare, non accostarsi alla moglie, sedere per terra; sul desco ignudo non mangiare, nè carni, nè uva, nè cacio, nè pesci; puro pane e acqua tre giorni la settimana; levarsi al tocco del mattutino, assistere agli uffici fuor di chiesa, oltre recitare certe orazioni. Però non appena essi impetrarono perdono, la penitenza fu mitigata; e il dì che Alpinolo vi giunse fu appunto quello in cui essi Scaligeri facevano l'ammenda imposta. In camicia, a capo nudo, esso l'incontrò fuori la porta di Verona, donde fino alla cattedrale andarono con in mano un doppiere acceso, di sei libbre, e facendone portare innanzi a sè altri cento somiglianti. Venuti poi alla chiesa (era domenica e tempo di messa solenne) offersero quei ceri, chiesero perdono ai canonici, e furono ribenedetti. In aggiunta dovevano, entro sei mesi, offrir a quella chiesa un'immagine di nostra Donna d'argento e dieci lampade, con una rendita bastante a tenerle accese: e istituirvi sei cappellanie con venti fiorini d'entrata ciascuna. L'anniversario dell'uccisione del prelato, ciascuno dei due peccatori dovea nodrire e vestire ventiquattro poveri: digiunare tutti i venerdì: se mai si facesse il passaggio in Terrasanta, mandarvi venti cavalieri, mantenuti per un anno. Il papa di rimpatto, oltre assolverli, li nominava vicarj, essendo vacante l'impero, contro un annuo tributo di cinquemila fiorini. Acconciatosi anche col pontefice, tanto meno si sentiva Mastino la voglia di accettare i gravi patti proposti dal Visconte. Era dunque mancato il principale oggetto dell'ambasceria del Pusterla, sebbene riuscisse in una commissione segretamente affidatagli da Luchino; ed era di ottenere che lo Scaligero non lasciasse più uscire dai suoi Stati Matteo Visconte, fratello di Barnabò e di Galeazzo, inviato anch'esso in aspetto di ambasciatore, ma in fatto perchè a Milano egli dava ombra allo zio. Fino a servire alle segrete intenzioni ed ai sottofini di Luchino erasi lasciato indurre il Pusterla dall'ambizione, dal piacere di piacer al padrone. Ora pensate qual dovesse egli rimanere allorquando Alpinolo, colle vive tinte somministrategli da un'esagerata immaginazione, a sbalzi, a scosse gli espose gli osceni tentativi di Luchino. Nessun maggiore dispetto che sperimentare ingrato colui, per cui vantaggio siasi commesso un'ingiustizia, un peccato. Lo provava Franciscolo, il quale esacerbato contro Luchino quanto dianzi trovavasi a lui ben vôlto, scoprendo essere un nuovo oltraggio quello ch'esso aveva accettato per una riparazione degli oltraggi antichi, risolse senza più di abbandonare il suo posto e tornare alla città, pieno di truci pensieri, e della speranza non solo di ovviare lo scorno, ma di potersene vendicare. CAPITOLO V. LA CONGIURA. --Buon Gesù, che foste anche voi pargoletto, e sin d'allora cominciaste a soffrire, e crescevate in età e sapienza, soggetto ai vostri genitori, ed acquistando grazia presso Dio e presso gli uomini, deh vogliate custodire la mia fanciullezza, fare che io non contamini l'innocenza; e che le opere mie, conformi al voler vostro, promettano bene di me ai parenti ed ai cittadini miei. --Buon Gesù, che tanto bene voleste ai vostri genitori, vi sieno raccomandati i miei; benediteli, date loro pazienza nei travagli, forza nell'obbedienza, e la consolazione di veder crescere me quale essi desiderano nel timor vostro. --Buon Gesù, che amaste la patria sebbene ingrata, e piangeste prevedendo i mali che le sovrastavano, guardate pietoso alla mia; sollevatene i mali; convertite coloro che colle frodi o colla forza la contristano; alimentatele la fiducia del bene, e fate che io possa divenire un giorno cittadino probo, onorevole, operoso». Così faceva ripetere la Margherita al suo Venturino, che le stava inginocchiato davanti, tenendogli le manine giunte fra le sue mani. Una madre che insegna pregare al suo figlioletto, è l'imagine più sublime insieme ed affettuosa che possa figurarsi. Allora la donna, elevata sopra le cose terrene, somiglia agli angeli che, compagni della vita, suggeriscono il bene e ritraggono dal peccato. Al bambino poi, coll'idea della madre, si stampa in cuore la preghiera ch'essa gl'insegnò, l'invocazione al Padre che è nei cieli. Giovinetto, allorchè le lusinghe del mondo vogliono avvoltolarlo nelle voluttà, esso trova il coraggio di resistere, invocando quel Padre che è nei cieli. Va tra gli uomini; scontra, la frode sotto al velo della lealtà, illusa la virtù, beffeggiata la generosità, caldi nemici e tepidi amici; freme e maledirebbe l'umana razza, ma si ricorda di quel Padre che è nei cieli. Se, mai il mondo lo vince, se l'egoismo, la viltà germogliano nell'animo suo, vive però in fondo al suo cuore una voce amorevolmente austera, come quella della madre allorchè gl'insegnava la preghiera a quel Padre che è nei cieli. Così traversa la vita, poi sul letto dell'agonia, deserto dagli uomini, non accompagnato che dalle opere sue, volge ancora il pensiero ai giovanili suoi giorni, a sua madre, e muore con una fiducia serena in quel Padre che è nei cieli. E questa preghiera faceva ripetere la Margherita al devoto pargoletto: indi, spogliatolo ella stessa colle pietose cure che alle madri vere non sono un peso ma la soavissima delle dolcezze, lo coricava, il baciava, e coll'effusione della materna compiacenza, gli esclamava sopra,--Tu sarai buono!» Non appena giù. Venturino aveva chiuse le pupille a quel caro sonno della fanciullezza, che in braccio agli angeli si addormenta senza un pensiero, senza un pensiero si desta.... Beati giorni! i più belli nella vita:--e non sono avvertiti. Margherita contemplava l'accelerato anelito del bambino: il vivido incarnato, che il sonno gli diffondeva sulle guance, la invitò a baciarlo, e le brillava in volto quell'ineffabile contentezza, che non sa se non chi rimase assorto nell'osservare chiusi due occhi, che devono sorridergli amorevoli allo svegliarsi. Staccatasi da lui, la Margherita si fece nella sala dove stavano quella sera accolti gli amici più fidati della casa, venuti a salutare il tornato Francesco. La gioja del rivederlo avea nella donna compensato i dispiaceri cagionatile, dalla sua lontananza; e fatta come era per sentire le dolcezze domestiche, le pareva che, al rivedersi dopo qualche tempo di assenza, dopo un pericolo, nulla dovesse piacer meglio al marito che starsene quieto colla moglie, col figlioletto, tre vite in una. Ma altri pensieri bollivano nell'anima di lui, e tutto il dì non sapeva che ragionar di vendette, e macchinarne. A Verona non aveva dissimulato a Mastino l'oltraggio nuovo e l'antico rancore: del che profittando pei fini suoi, lo Scaligero il rinfocò, e gli promise che, qualunque risoluzione prendesse, non gli verrebbe egli meno di assistenza e protezione. A Matteo Visconti, per quel che mostrarono poi i dissolutissimi suoi portamenti, non dovevano fare schifo le scostumatezze dello zio: ma volenteroso di sommovere lo stagno per pescarvi, egli aggiunse nuovo ardore alla stizza del Pusterla, e gli diede lettere per Galeazzo e Barnabò suoi fratelli, dove gli esortava a ricordare chi erano, e profittare dell'occasione per finirla una volta di rimanere schiavi, com'egli si esprimeva, ad un prete e ad un manigoldo. Tornato il Pusterla a Milano nascostamente, nè la bandiera sulla torre annunziò la venuta sua, nè la solita scolta d'uomini d'arme vegliava alla porta. Ma poichè tutto il giorno ebbe tempestato là entro, senza che la donna sua valesse a mitigarlo, abituato alla vita clamorosa, ai circoli, alla discussione, bisognoso di sempre nuove e forti emozioni, neppur quella prima sera egli seppe rimanersi tranquillo in famiglia: ma d'ordine suo, Alpinolo aveva recato l'avviso di sua venuta agli amici coi quali più si confidava, e questi la sera, un dietro l'altro, per una portella segreta verso la via segreta dei Piatti entravano a ritrovarlo e consolarlo. L'esteriore del palazzo era muto, oscuro, talchè si sarebbe detto disabitato. Ma non appena Franzino Malcolzato, tristo arnese e fido portiere, aveva fatto passare gli amici dalla corte rustica in una seconda, venivano accolti da valletti eleganti in vesti aggheronate a giallo e nero, i quali, reggendo torcetti di cera, gl'introducevano ad una vasta sala terrena isolata nel mezzo dell'edifizio, e attorniata dal giardino. Arazzerie storiate coprivano le pareti; qui e qua scansie, con suvvi vasi e piatti di majolica a rilievo di frutte colorate, e due ampj finestroni, aperti a ciascun lato e incortinati di zendali a partite di vaghissimi colori, davano accesso all'aria della sera, temperando graziosamente la caldura del giugno. Quivi entro, chi attorno a Franciscolo, chi seduti sui capaci scanni di velluto, chi presso ad una tavola, su cui avevano gettato alla rinfusa guanti, mantelli, spade, berretti, discorrevano, narravano, chiedevano, udivano. Si discernevano dagli altri il bollente Zurione, fratello del Pusterla, il moderato Maffino da Besozzo, Calzino Torniello da Novara, Borolo da Castelletto ed altri arrabbiati ghibellini, cui ora veniva lezzo d'un principe che, per opera loro stabilito, non mostrava di averli in quel conto che s'erano ripromesso. Ultimi arrivarono i fratelli Pinalla e Martino Aliprandi, d'origine monzesi; il primo gran mastro di guerra, l'altro rinomato giurisperito. Avevano acquistato la grazia del signor Azone coll'aprirgli, nel 1329, Monza, che poi Martino, essendone podestà, cinse di mura; Pinalla la difese contro l'imperatore Lodovico il Bavaro, indi a capo dell'esercito visconteo, campò Bergamo dal re di Boemia; per le quali prodezze, la pasqua del 1338, era stato in Sant'Ambrogio, armato cavaliere insieme col nostro Pusterla. In tal occasione fu a spese di questo aperta una corte bandita, e giuochi d'arme e solennità così sontuose, che a memoria d'uomo le maggiori non s'erano vedute. Ma da quell'auge era Pinalla scaduto allorchè, nell'invasione di Lodrisio, posto a difendere l'Adda a Rivolta, si vide dalle sue truppe vilmente abbandonato, e costretto a fuggire. Una nuova guerra, in cui vendicarsi della noncuranza di Luchino, od almeno con audaci imprese e ben riuscite, cancellare quell'onta, era il suo più vivo anelito. Tra gente così fatta e in una simile occasione (ben ve lo potete figurare) tutt'altro che pacati avevano ad essere i ragionamenti, dove l'idea degli oltraggi che ciascuno aveva ricevuti in privato, dava risalto ai pubblici guaj. Uscivano dunque in propositi esagerati e violenti contro i dominatori del loro paese, tanto più franchi, quanto più sapevano fedele il circolo tra cui versavano.--Oh sì!» esclamava Franciscolo, allora appunto che la Margherita, coricato il suo bambino, entrava nella sala.--Cotesti vecchi ci van ricantando i mali del tempo della nostra libertà; ogni tratto battagliamenti; un continuo doversi esercitare alle armi tutti, sino i fanciulli: poi ad un tratto suona la _martinella_; traggono fuori il carroccio, e ognuno, voglia o non voglia, dee vestirsi di ferro, lasciare gli agi di sua casa, i guadagni del mestiere, correre negli aspri perigli della zuffa, o negli oscuri dell'agguato; poi ogni altro giorno rivolte cittadinesche, esigli, diroccamenti, uccisioni... Oh se avessimo un capo che con mano vigorosa ci frenasse!--Così la discorrevano cotesti timidi, a cui natura negò sangue generoso o l'età lo intepidì». E Zurione interrompendolo:--Codesto è amor di patria! Or mangino di quello che si son preparato. La libertà finì, non finirono le guerre: morti, esigli abbondano, e non più pel bene della patria, ma per sodare costoro nel dominio, per ribadirci da noi le proprie catene. Allora le guerre le volevamo noi stessi, noi stessi le decretavamo: era il bollore di un momento, poi si racquetava, e i frutti maturavano a favor di tutti o dei più. Ora egli solo le comanda a suo talento, per particolari interessi, e noi bisogna farle: nostra la fatica e sua la gloria». --Dite bene» esclamava Alpinolo: «Sua la gloria. A chi toccò il merito della vittoria di Parabiago? chi ne menò trionfo? chi ne profittò? Han detto: Luchino è valoroso, dunque esaltiamolo signore.--Sì, ma se non fossimo stati noi... --Oh perchè (ripigliava Zurione) perchè lo ricoverasti tu dalla forca a Parabiago? --Sarebbe stato certo il migliore a lasciarvelo (entrava a dire il dottore Aliprando): che non si vedrebbero oggi i privilegi dei nobili calpestati, non messi a fascio i Ghibellini coi più marci Guelfi: non aggravati di tributo i gran signori come gl'infimi della plebe, non trascurato chi fu... --E noi si tace!» saltava su Alpinolo con occhi divampanti, e battendo la palma sulla tavola. «Perchè non possiamo vendicarci? Che? non v'ha più spade? non hanno più nervi le braccia lombarde? Basta voler essere liberi e saremo». Ed alzava uno sguardo alla Margherita, quasi per cercarle in viso l'approvazione. Margherita era stata dalla prima fanciullezza abituata a udire in sua casa discutere delle pubbliche cose; onde erasi formato un modo proprio di vederle, di apprezzarle; e, rispetto a quei tempi di tanto vivere a comune, il suo favellare di politica non riusciva punto ridicolo, com'è in altre stagioni l'udire una donna decidere su quistioni, davanti a cui stanno dubbj gli uomini più saputi: decidere secondo le impressioni del momento, secondo le massime di chi più le avvicina. L'educazione datale dal padre suo le insegnava a discernere la ragione dalle esagerazioni di quegli infuriati, i torti veri dai pregiudizj della passione. Non potendo però nè calmare l'impeto di loro, nè insinuare i ragionamenti suoi, tenevasi in disparte, e attaccò discorso col dottore Aliprando. Questo, come uom di lettere che egli era, andava fastoso d'avere ottenuto pel primo in Milano i _Rimedj dell'una e dell'altra fortuna_, dati fuori allor allora dal Petrarca, e si era fatto premura di recarli quella sera alla Margherita, sapendola amante delle belle novità. Essa interrogando, come si fa, il parere di lui, sfogliava il libriccino, fissando così di corsa gli occhi su questa o su quella carta; allorchè colla bella mano chiedendo un tratto silenzio, in voce soave, al cui suono tutti si tacquero attenti, come se nel baccano d'una taverna si ascolti all'improvviso una dolce melodia di flauto, così favellò:--Udite come ben discorre il libro che qui il dottore mi favorì. _Li cittadini guardarono come ruina di nessuno quella ch'era ruina di tutti; onde conviene con pietà e paura cercare di placar gli animi; se non fai profitto presso gli uomini, pregar Dio pel ravvedimento dei cittadini._[9] Intese l'indiretta risposta Alpinolo, e--Se ai cittadini manca l'impeto di una concorde volontà, un solo uomo che può fare? che non può il coltello d'un risoluto?...» Allora l'Aliprando recatosi in mano il libricciuolo, soggiungeva:--Madonna è come l'ape: non liba dai fiori che il miele. Pure l'ape anch'essa ha il suo pungiglione per chi la offende; e volete udire quel che il divino poeta parli altrove? _Avete_ (così leggeva dal libro stesso) _avete il signore, a quella guisa che la scabbia avete e la tosse. Idee contraddicenti buono e padrone. Chiamar buono un signore è dir una lusinghiera bugia e manifesta adulazione. Pessimo egli è, da che toglie a' suoi concittadini la libertà, che è il massimo dei beni quaggiù, e per empier la_ _voragine d'un solo insaziabile, rimira a occhi asciutti migliaja di soffrenti. Sia affabile, sia piacevole, sia largo in donare a pochi, le spoglie di molti: arti dei tiranni che il vulgo chiama signori e li prova manigoldi_. --Bene! Bravo! Ben pensato! ottimamente espresso!» scoppiava d'ogni parte fra i congregati. E il dottore contento di quell'applauso come se fosse dato a lui proprio, seguitava: --Or attendete al più bello: _Come laceri li tuoi fratelli, coi quali hai passato insieme la puerizia e l'adolescenza, coi quali usaste il medesimo cielo, i medesimi sagrifizj, i medesimi giochi, le medesime gioje, i medesimi pianti? Or con che faccia vivi laddove sai che la tua vita è odiata da tutti e la tua morte a tutti desiderosa?_[10]. Che ne dite? Vi par egli ravvisar questo ritratto? non è scritto apposta per... --Per Luchino: chi ne dubita? è tutto lui», ripigliavano a più insieme, e l'uno commentava, l'altro voleva vedere coi proprj occhi le parole sacrosante del grande Italiano, dell'Italiano veramente libero, com'essi chiamavano il Petrarca, senza far caso che egli allora stesse corteggiando i prelati ad Avignone, che lambisse Luchino, e che, misurando la bontà dei principi dalla liberalità, chiamasse il vescovo Giovanni il più grand'uomo d'Italia [11]; adulazione di cui doveva poi rimproverarlo un altro illustre di quei tempi, Giovanni Boccaccio, rinfacciandogli di vivere stretto in amicizia col maggiore e pessimo dei tiranni d'Italia, in Corte piena di strepito e corruzione, come era la viscontea.[12] La Margherita, dolce per naturale e pei prudenti consigli paterni, frapponeva qualche parola per disapprovare gli esagerati spedienti, e mostrava come il lamentarsi a tal modo di un cattivo reggimento non faccia che peggiorare quello, ed invelenire i soffrenti: dover piuttosto, chi lo può, procurare legittimamente di mitigarlo, non mai attizzare fra gli oppressi un'ira impotente: in caso diverso, altro non restare che o soffrire in pace o mutare di cielo.--Mio padre (soggiungeva essa) l'ho inteso più volte replicare: _Ai novatori la pazienza_. Nessuna riforma può attecchire se non sia radicata nel popolo. E questo popolo non è come amano figurarselo diversi, nè tutto oro, nè tutto feccia. Costretto sempre alla fatica, non si abbandona gran fatto ai sentimenti, e piuttosto calcola i vantaggi immediati. Non ridetevi dei pareri di una donnicciuola. Io ve li do sull'esperienza di mio padre, il quale aveva anche in bocca questo proverbio: Il popolo è simile a san Tommaso: vuol vedere e toccare. Ma voi, come? voi parlate di libertà, e non interrogate il volere del popolo: di virtù, e pensate cominciare dall'assassinio?» --No, no: dite bene», la sosteneva Maffino Besozzo. «Non a sì estremi partiti si vuol ricorrere. Uccidere un tiranno cos'è mai! domani la plebe se ne fa un altro. È un direzzolare, e non ispegnere il ragno. Miglior via conoscevano i padri nostri. La religione stabilì in terra uno, maggiore dei re, perpetuo custode della giustizia, tutela al debole contro del prepotente. Quando in lui si aveva fiducia e a lui si ricorreva, l'innocenza trovava ascolto e la spada dei tiranni perdeva il filo contro al manto dei papi che copriva l'umanità. Vi ricordi un imperatore, che scalzo domanda a Gregorio VII perdono delle ingiustizie commesse. Quando il Barbarossa voleva soffocare la libertà lombarda, chi si fe' capo della nostra lega? chi impedì che Italia cadesse tutta sotto alla tirannide sveva? chi represse l'immanissimo tiranno Ezelino? Oggi noi diffidiamo della potenza inerme, rimettendoci più volentieri a quella delle spade. Eccovi i frutti». --Uh! il guelfo ipocrita!--il papista!--il frate!» pronunziavano tra sè gli altri: ma ragioni da opporre a quei fatti non suggerivano facilmente, e perciò rifuggivano nel sofisma. E il Pusterla ripigliava:--Il papa! che sperare da lui? Ligio alla Francia, vuol farsi un regno in terra, nè più nè meno di tutti costoro. Scampo non v'è proprio che nel popolo». --E il popolo (l'interrompeva Martin Aliprando) il popolo non siamo noi? non è generalmente sentita la gravezza della dominazione dei Visconti? Perchè dunque non dovrà ogni buon cittadino avvisare al meglio della patria? Chi sono costoro? donde hanno il potere? donde se non dal popolo? e il popolo che gli elesse può ritirare da loro l'autorità che ha dato. Questo popolo però o guaisce oppresso, o tace spauroso. Per farne chiaro il voto, unico mezzo è la sommossa. --E le armi?» soggiungeva Pinalla. --Lo Stato (riprendeva Franciscolo) è cinto da potenti, o gelosi, od invidi della grandezza di Luchino. Qual più facile cosa che intendersi con loro? A Verona ho veduto quanto basti. Altro che sollecitare l'amicizia di costui! Lo Scaligero non vede quell'ora di mostrargli i denti. E il fatto stesso di Lodrisio attestò che a spegnere il biscione bastava una banda raccogliticcia. Che sarebbe se fosse un capo creduto dal popolo? --Lodrisio stesso non si potrebbe trarre dalla sua prigione di San Colombano?» addimandava Zurione. Ma Pinalla in tono di dispetto:--O che? non c'è altri che sappia reggere la spada quanto e meglio di lui?» --Non c'è (soggiungeva Borolo) altri capi di miglior nome? Bernabò e Galeazzo son pure in urto collo zio: alzerebbero tosto la bandiera se fossero certi di trovare seguaci. --A proposito, che conto si può fare su costoro?» chiedeva il Pusterla, mezzo indispettito dal non sentire proposto sè stesso.--Io tengo per essi lettere del loro fratello Matteo: ma non so per quanto spenderli. --Spiriti liberi son essi, innamorati del pubblico bene e della libertà», gridava Alpinolo, facile a supporre in altrui i sensi suoi proprj. Ma il Besozzo, più esperto e penetrante, replicava:--Della libertà? Aspettiamo a dirlo quando sederanno in potere. Vedete quando altri assedia una città? è tutto cura a demolirne le difese, aprir la breccia, diroccare le mura. Fate che se ne impadronisca; ogni suo studio sarà di rinfrancare i bastioni, raccomodare, saldar le muraglie. Così costoro che aspirano alla potenza. --E per questo (aggiungeva Ottorino Borro) Luchino gli ha in uggia. Bernabò per altro fa il sornione, e si mostra con noi voglioso di libertà, con lui spensierato del dominare. Il bel Galeazzino poi se la passa pompeggiando in comparse, e dividendo con Luchino il talamo giacchè non può il trono». Un'ilarità universale destavasi a quello scherzo, di mezzo alla quale Zurione tornava su:--Ma che mestieri di rivenir sempre a cotesta famiglia, che Dio perda? Ci hanno bistrattato i loro padri, dunque assumiamo capi i figli: bell'argomentare davvero! Mancano cittadini generosi e potenti in città? Manca fuori chi ne darà mano? Qualche nemico si muova, noi lo assecondiamo... --E una folla di persone innocenti si precipita sotto le spade per l'acquisto di un bene che non conoscono, che forse non vogliono, e si trae sulla patria la guerra, e guasti, e ammazzamenti, e prepotenze, e un esito incerto, o forse una vittoria, cui unico frutto sia mutar padrone». Così aveva la Margherita interrotto il cognato, esponendo coll'aria di calmo convincimento che è proprio della ragione. Ma non è questo il tono che faccia colpo sopra animi concitati e:--Con queste dottrine di nulla mai si verrà a capo. Il ben pubblico deve preferirsi al particolare.--Nessuna impresa più santa che liberar la patria», esclamavano gli uni a gara degli altri: e Franciscolo con guizzo di dispetto proruppe:--Ebbene; si stia colle mani in mano: facciamoci pecore, perchè il lupo ci mangi: taciamo, e colui conculchi i nostri privilegi, contamini le nostre donne...» Appena questa parola gli fu uscita dalla gola, accorgendosi che fitta dovesse dare alla moglie sua, se ne pentì: ma era detta. Facendosi appresso a lei la accarezzava, le dava ragione, le ripeteva il titolo di cui ella mostrava più compiacersi; quello di «mia buona Margherita»; però quella sua parola era stata accolta con un bisbiglio di approvazione, e aveva drizzati i discorsi sopra l'insulto tentato da Luchino, e sopra altre dissolutezze e sue e dei suoi. Chi ricordava il fatto del Lando di Piacenza: chi quello di Umbertino da Carrara, il quale, oltraggiato nella moglie da Alberto della Scala, alla testa di moro che portava per cimiero fece aggiungere corna d'oro, e poco andò che, per suo maneggio Padova fu tolta agli Scaligeri.--Non è la prima volta che uno perde una bella città per aver tentato una bella donna.--Gloria immortale ai liberatori della patria!--Gloria a Bruto ed a' suoi imitatori!--Oh la libertà! Viva la repubblica! Viva Sant'Ambrogio!» erano voci che facevano echeggiare la sala; e siccome allo scaricarsi della bottiglia elettrica, tutti rimangono scossi quelli che stanno entro la sua atmosfera, così quei Lombardi venivano agitati tutti dal parlare d'un solo; alla guisa che avviene nelle moltitudini, l'ardor dell'uno trasfondevasi in tutti; tutti parlavano, ognuno rincalzava le ragioni dell'altro e ne aggiungeva di proprie; i più seguitavano a ripetere ciò che essi ed altri già prima avevano detto: era quel vortice che trascina, quell'ebbrezza che non lascia luogo a peso e misura. Tanto più allorquando in mezzo all'adunata comparve un moretto, vestito di bianco alla orientale, con grosse perle agli orecchi, al collo: il quale, con alzate le braccia al modo di certe anfore antiche, reggeva sopra il lanoso capo un vassojo d'argento in forma di paniere, nel quale erano disposti d'ogni sorta rinfreschi e confetture. Insieme un paggio recava una sottocoppa d'oro cesellato, sulla quale una capacissima tazza, del metallo istesso e di fino artifizio, entro cui un altro paggio, da una brocca d'argento, versò vino prelibato. Primo Franciscolo, a cui fu offerto in ginocchi, l'accostò alle labbra, indi mandò in giro fra gli amici la coppa che più volte venne ricolma, talchè l'amor di patria fu riscaldato dal generoso liquore. --Un brindisi alla libertà di Milano», propose Alpinolo. --Sia, sia», replicarono tutti, e votando le tazze, gridavano:--Viva Milano! viva Sant'Ambrogio!» --E muojano i Visconti» aggiungeva Zurione, e non mancava chi facesse eco a questa voce, senza che alcuno si levasse, come in tempi da noi poco lontani il Parini, a correggere quel grido col dire:--Viva la libertà, e morte a nessuno». --Già non è cosa da finire così», esclamava il Pusterla. E il Borro:--Ne va del bene della patria, dell'onore lombardo, della domestica sicurezza. --Si, sì: bisogna pensarvi di buon senno;--prendervi su qualche bravo partito», gridavano a vicenda o insieme i due Aliprandi, il Borolo e gli altri; indi con quelle potenti strette di mano, con cui pare si voglia esprimere senza parole quanto valga l'accordo della volontà, si congedavano, e gettatisi sulle spalle i mantelli, calcatisi i berretti in capo, se ne andavano un dopo l'altro, promettendosi di tacere, di pensarvi, di rivedersi. La Margherita, appena il discorso si volse sopra l'ingrato argomento, che le rimembrava l'oltraggio ricevuto e il dispiacere di non aver potuto tenerlo nascosto, lasciò la sala e ritirossi alle domestiche occupazioni. Se dicessi che affatto le riuscisse disgustoso quell'ardore non mostrerei conoscere il cuor delle donne, sempre disposto a gradire gli atti che annunziano generosità, impeto, vigoria di volontà: forse perchè confidano trovare un appoggio più saldo alla debolezza, che è, o che noi le persuadiamo essere loro appannaggio. Certo quei nomi di patria, di libertà, d'eroismo, se v'ha su cui vivamente facciano impressione, sono le donne; e la Margherita non era di natura dall'altre differente. Un sovvertimento civile poi era un'idea abituale di quei tempi di vivi dispetti, d'immaginose speranze, di cozzanti interessi, quando le lotte, che oggi vediamo agitarsi sulle tribune e nei giornali, si risolveano nelle piazze e a colpi di stocchi. Milano singolarmente, negli anni precessi, era corsa per assidua vicenda di tumulti, tanto da far dire a san Bernardo che egli non aveva trovato nel mondo gente così facile a rivolgersi e sconvolgersi quanto il popolo nostro [13]. E quantunque allora le cose prendessero altro assetto, fino ad avere il Petrarca potuto chiamare i Milanesi i più miti tra gli uomini[14], però la memoria del passato era ancor viva e vivrà, come vive e vivrà la ricordanza delle clamorose imprese di Napoleone, sebben noi non le abbiamo vedute. Pure v'ha dei discorsi, delle azioni che uno non sa disapprovare e insieme non vuole sanzionarle colla sua presenza. Tal era questo baccano per Margherita, la quale però era affatto lontana dal temerne verun danno, sì perchè i governi d'allora, piuttosto violenti che astuti, non conosceano l'arte di spargere fra i governanti il sospetto, più micidiale che la paura, col cingerli di spie e di timor delle spie: sì ancora perchè quelli radunati da Franciscolo erano persone fidate alla prova: tanto fidate, che egli non aveva esitato a manifestar loro la sua onta e la venuta sua a Milano, cose che dovevano per tutti gli altri restare un mistero. Imperocchè erasi preso accordo, principalmente col consiglio di fra Buonvicino, che la Margherita col figliuolo seguirebbe lo sposo, per rimanere con esso nel Veronese, fin a tanto che il tempo recasse migliori opportunità. Aveano dunque lesta ogni cosa alla partenza, che era stabilita per la notte dell'altro domani: ma il domani sta in mano di Dio. CAPITOLO VI. UN'IMPRUDENZA. Quell'adunanza erasi tenuta la sera del 18 giugno 1340: e i più dei convenuti, col dormirvi sopra, ne avranno dimenticato i discorsi; probabimente gli avrà dimenticati lo stesso Pusterla. Ma bollivano per entro la fantasia del giovane Alpinolo, il quale, a forza di rimestarli, e volgerli, e interpretarli, vi diede corpo; dove non erano che parole, immaginò fatti: le minacce scambiò per disegni, i desideri per macchinazioni; e da una parte coll'impeto a lui naturale, dall'altra colla insana passione di certi pari suoi di tenersi alcunchè qualvolta si trovino avviluppati in qualche caso di criminale, si credette depositario del segreto di una trama, la quale potesse, a vedere e non vedere, dare il tracollo ai presenti tiranni--Certo (egli ragionava tra sè e sè) il Pusterla intendeva più che non sonassero le parole. Un uomo di quella levatura vorrebbe nodrire speranze e passare a minacce quando non si sentisse le spalle al muro? A me non apersero tutta la cosa, e in ciò li lodo. Qual merito ho io per entrare a parte di trattati, ove ne va la sorte di tutta la Lombardia? Ma lascia fare; saprò ben io mostrare quel che vaglio: saprò ben io fare acquisto di loro confidenza col guadagnare un mondo di proseliti a causa così santa». Per tale argomento, fu coi suoi più fidati amici, con quelli di più nerbo e di più cuore, e che in particolare si mostravano sviscerati della libertà, famelici di cose nuove, invogliati di menar le mani, e gl'infervorò, ed ingegnossi di diffondere la sua fanatica persuasione, facendo intendere che si tenessero per avvertiti, che il cielo si caricava, che il tumore stava per venire a capo. Alcuni l'ascoltarono cupidi e volentieri, perchè v'è un gran numero, non meno allora d'adesso, ai quali ogni cambiamento, ogni soqquadro suona fortuna o miglioramento; altri si stringevano nelle spalle dicendo,--Se saranno rose fioriranno». Vi fu chi lo trattò da delirante o millantatore, quasi o sognasse, o volesse farsi tenere un pezzo grosso; e costoro riuscivano i più funesti; giacchè, piccato dall'incredulità o dall'insulto, smaniavasi a due braccia per acquistar fede alle sue parole; e tra il fervore della sua disputa, lasciavasi uscire il nome del Pusterla e degli Aliprandi e del signor Galeazzino e di Bernabò, e del terzo e del quarto, che parte ci avevano mano, parte, al modo suo di ragionare, doveano avervela indubbiamente. Così il secreto suo, secreto d'un affare che era, si può dire, tutto nella sua immaginativa, divenne il segreto di molti giovinotti di poco cervello e di molta lingua, che lo propagarono ciascuno nel circolo de' suoi amici: sempre, come avviene al passar di bocca in bocca, dando per assoluto il probabile, per certo l'accennato; e ciascuno, per dimenticanza, per vanità, per millanteria aggiungendovi qualche cosa del suo. Ad Alpinolo poi bastava che uno gli gettasse gli occhi addosso per comprendere come un vivo pensiero l'agitava dentro. Che, a furia di ripetere una falsità, alcuno finisca a persuaderla a sè stesso, non è osservazione nuova. D'altra parte Alpinolo, se la congiura non v'era, egli stesso l'aveva fatta davvero; aveva parlottato, aveva concertato tutto un dì, e col discorrerne rinfocata la passione e la persuasione, aveva ai suoi amici stretta la mano in segno di dire:--Ci rivedremo; faremo; diremo»; con alcuni avea giurato odio ai Visconti e morte ai tiranni, per Dio, per la sua porzione di paradiso; aveva forbito le armi sue, calcolato su quelle degli amici, sulle più che stavano nelle botteghe. Galvano Fiamma, allora professore di teologia nei Domenicani a Sant'Eustorgio, poi capellano e cancelliere di Giovanni Visconti, nella sua Storia Milanese ci lasciò memoria come qui si contassero ben cento fabbriche d'armi, oltre i lavorieri subalterni di ferrareccia; in cui si occupavano da diecimila persone; se ne facevano, soggiunge egli, di lustranti come specchi, le quali spedivansi fino a' Tartari e Saracini. Per potere esser meglio sopravvegliate dai loro abbati e consoli, e da chi doveva far osservare le minute prammatiche, credute necessario al buon andamento, le varie arti stavano distribuite in appositi quartieri, come accennano i nomi tuttora conservati alle vie degli Orefici, dei Mercanti d'Oro, dei Fustagnari: e in quelle che oggi pure diciamo degli Armorari, degli Spadari, degli Speronari, aprivano le botteghe e le fucine tutti gli armajuoli. Su e giù per queste vie, non vi saprei contare quante volte passeggiasse, o dirò più giusto, camminasse Alpinolo, occhieggiando per entro, e facendo il computo di quanti uomini se ne potrebbero guarnire. Da per tutto era un picchiar di martelli, uno stridere di lime, un soffiar di mantici, un cigolare di mole d'arrotini, un friggere di ferri roventi tuffati nell'acqua o nell'olio; e fra ciò un bociar di padroni, un fischiare e canticchiar degli opranti; suono che ad Alpinolo facea miglior sentire, che non l'accordo di scelta orchestra ad una fanciulla di quindici anni, condotta la prima volta ad un festino. Al vedere poi dentro e di fuori appiccate agli arpioni alla rinfusa, o disposte a guisa di trofei, ronche, partigiane, daghe, stocchi, palosci, balestre, spadoni a due mani, zagaglie, corazze di lamina, di maglie, di squame, buffe, morioni, e scudi rotondi, a cuore, a doccia, di frassino, di cuojo, di metallo, ne veniva al giovane un sollucheramento, quale ad un avaro in contemplando mucchi di zecchini in bisca; o più innocentemente ad un letterato, allorchè traversa per una via dove siano libri di qua, libri di là e in fantasia li compra, li legge, li studia, li adopera per far altri libri e immortalarsi. In alcune di quelle ferrarie entrava Alpinolo, e domandava quanto potesse comprarsi un petto, quanto una cervelliera, quanto valesse un uomo arnesato a piastra e maglia dal cimiero agli sproni: non comprava nulla, ma lasciava intendere così in nube, che potrebbero venir a taglio e presto. I fabbri l'ascoltavano e rispondevano:--Magari! Già noi braccianti, che cosa si desidera? non già che ci diano i quattrini a ufo, ma che ce li facciano guadagnare»; nè interrompevano il lavorìo per la ciarla. Singolarmente sulla cantonata degli Spadari, per voltare dove allora era l'unico forno del pan bianco, famoso sotto il nome di _prestiti della Rosa_, e dove stette fino ai dì nostri un'effigie di sant'Ambrogio, cui toccò, tempo fa, di andare prigione per aver voluto fare un miracolo che ai Giacobini non garbava, stava casa e bottega un tale Malfiglioccio della Cochirola, il cui padre lavorando s'era acquistato assai credito e dei buoni denari. Il Malfiglioccio subentratogli, argomentando che, se il padre suo avea fatto bene, anche egli dovea continuare sulle orme di esso senza scattare d'un pelo, si guardò bene dal voler ammettere nella sua fucina nessuno dei miglioramenti che, secondo va il tempo e la pratica, aveano gli altri introdotto; anzi li derideva come novità, bizzarrie della moda, che domani cascherebbero. --Sempre s'è fatto così (diceva) e di ragione la sapevano più lunga i padri nostri, i quali tornavano già di scuola quando codesti guastamestieri non vi andavano ancora». Che ne avvenne? il solito effetto. Le sue pratiche si sviarono, e mentre cresceva il da fare agli altri, a lui non capitava più che da raccomodare qualche vecchia armadura di qualche ambrosiano tagliato all'antica, e delle antiche usanze tenace. Alpinolo, vedendolo stare soletto in bottega a tirar con pace il mantice, e con pace rivoltare un ferro nei carboni, non temendo scioperarlo, attaccò più lungo discorso con esso, e lamentate le miserie dei tempi, gli accennò che potrebbero anche mutarsi. --Così fosse!» sospirava Malfiglioccio. «Vi so dire che non si guadagna neppur l'acqua da lavare le mani. Chi ha famiglia bisogna stia a stecchetto, e rosichi pan e pane: e la è bazza quando la festa possiamo fare il miglio in vino. Uh, a rispetto di tempo fa! di quando la buon'anima di mio padre era abbate della nostra maestranza! Che lavorare! che coccagna! I fiorini fioccavano a casa nostra. Qua un palvese, là una manopola, poi un frontale, poi schinieri: tre soprastanti e cinquanta garzoni noi si aveva a servigio, e avessero avuto cento braccia, per tutti v'era da lavorare accaniti notte e dì, che appena se avanzava tempo da mangiare un boccone strozzato. Ora tutto pace, tutt'acque morte; pare non si sentano più sangue nelle vene. Questi frati non sanno se non predicar pace. Cosa credono, che Domeneddio ci abbia fatto le braccia per tenerle spenzolone? Se la dura di questo piede, si può chiuder bottega e metter baracca di ferravecchio. --Vi piacerebbe dunque che tornassero quei tempi?» domandava Alpinolo. --Se mi piacerebbe! Darei la metà del poco che ho per vedere ancora una brava guerra. E ce n'ha di molti, sapete, in un Milano, ce n'ha di molti cui pizzicano le mani. E, viva Dio, la guerra a chi non piacerebbe? Là si vede quel che un uomo vale: si acquista onore, si acquistano stipendj; un po' si guadagna, un po' si ruba, e tutto il mondo ne ha». Alpinolo, straccontento d'aver anche il voto degli artigiani,--Ebbene (soggiungeva) state di buon cuore: il rimedio non è lontano. Mettete ordine ai ferri del vostro mestiere, che avrete a lavorare di buon polso: ve lo prometto. --Sì? davvero? (insisteva l'armajuolo). Bene! Il mio negozio godette sempre credito assai, e non v'è arma colla lupa che regga al paragone delle mie. E quanto ai prezzi, cortesia con tutti, e più con voi che siete degli avventori». Indi salutando Alpinolo che partiva, e ripetendogli,--Mi raccomando», gli faceva di berretta, poi mettevasi a sportello colle mani in mano a disapprovare le novità, e masticarsi le speranze. Non mi sarei arrischiato di degradare la dignità della storia con queste trivialità, se fossero state per Alpinolo nulla più di quel che siano per la maggior parte un mezzo di incantare la noja che strascinano da un conoscente all'altro. Per esso al contrario erano un interrogare il pubblico voto; erano nuovi fili di speranze, dietro ai quali più sempre certo si rendeva che la cospirazione esistesse, che stava per sovvertirsi da capo a fondo lo Stato. Nei quali sogni pensate come egli mescolasse le affezioni sue private! Abbatter quel giudice e surrogargli quell'altro: a quel podestà tutto Visconti serbare la fine di Beno dei Gozzadini, cioè trascinarlo per la città, poi buttarlo nel canale; Luchino, quel maledetto Luchino, metterlo a brani, e al posto suo collocare (già ve lo immaginate) collocare il Pusterla e quell'angelo della Margherita. Allora, giustizia in ogni cosa; non più tributi, non più impacci; allora i buoni in alto e i malvagi sotto; allora... Che bei tempi! che viver d'oro! quante nuove glorie! quanta universale felicità! Caldo, briaco di questi pensieri, e già parendogli trovarsi al fatto, Alpinolo entrò nel Broletto Nuovo, quello che oggi chiamiamo Piazza dei Mercanti. Credo che molti al pari di me si saranno fermati delle mezz'ore a contemplare, in quel grandioso edifizio, la mescolanza degli stili, e a leggere disegnata in essi la storia delle arti e delle variate dominazioni di questa città. Siffatta mescolanza per altro non si vedeva quando Alpinolo vi capitò. Poichè il coraggio di spendere, e l'attività del fabbricare non son nate da jeri nei Milanesi, avevano essi coll'animosa lautezza che dava la libertà, comperato le case e l'area di quel centro della città, per radunarvi i principali uffizj; e nel 1228 fecero la piazza quadrata, con cinque porte, alle quali dai quartieri principali capitavano cinque vie acciottolate, una dal Duomo, una da Porta Nuova, una dalla Comasina, una dalla Vercellina; l'ultima usciva verso gli Orefici, e chiamavasi delle Carceri, perchè colà appunto erano le carceri dette _Malastalla_, ove si chiudevano i debitori fraudolenti e i giovani indisciplinati; ottimo rimedio per spegnere i debiti di quelli e rimettere a questi il senno in capo. Nel bel mezzo di quella piazza, essendo podestà quell'Oldrado de Grassi da Tresseno, il quale, pel suo zelo nel bruciare gli Eretici si meritò una statua a cavallo che ancora si vede colà incastrata nel muro, si eresse nel 1233 dalle fondamenta il palazzo della Ragione, nella cui parte superiore stava una capacissima sala pei tribunali, e nella inferiore, fra triplice corso di sette archi, uno spazzo coperto, qual si conveniva ai comodi del popolo in tempo che a popolo si governava la città. Tutt'in giro erano fabbriche, con archi, colonne e porticali, ove potere i negozianti ripararsi dal mal tempo, e donde si aveva accesso alle varie magistrature. Quivi, attigua al palazzo della Ragione, avea casa il podestà, colle carceri: quivi, il palazzo di città, segnato di fuori colla croce rossa in campo bianco, ornata di palme ed ulivi, per far intendere che Milano era glorioso non meno in pace che in guerra; e dentro il quale sedevano i padri della patria a deliberare il meglio, cioè quello che i forti comandavano o che insinuavano gli scaltriti; quivi era il collegio dei nobili giureconsulti, che portavano un vestone di porpora, coi cappucci e i baveri foderati di vajo; quivi il collegio dei notari e dei fisici, gente che impinguava sui morbi corporei e sui morali della povera umanità: quivi ancora l'uffizio del Panigarola, ove i mercadanti, colla solita sincerità, notificavano tutte le vendite e i contratti, ed ove si conservavano ricavate nel sasso, le precise misure dello stajo, delle tegole, dei mattoni, per risolvere le differenze, ed inoltre una rozza pietra, la quale si faceva, come diceano, acculacciare dai mercanti che _rompessero il banco_, cioè fallissero di pagare, se col sacco o per mera disgrazia i giudici non guardavano poi tanto pel sottile. Quivi pure Azone Visconti aveva, nel 1336, eretta la badia dei mercanti, con banchieri e cambiatori là dove ora è l'uffizio dei telegrafi, e di rimpetto la badia dei mercanti d'oro, d'argento, di seta: quivi i tribunali civili, ove salivasi per una scala, presso cui è ancora esposta al pubblico una lapide, la quale insegna come dal litigare nascono inimicizie, si getti denaro, si turbi l'animo, si sciupi il corpo, si lasci l'onesto per l'inonesto, non s'ingrassino che i procuratori; quei che sperano rimangono con un pugno di mosche, e quando pure riescano, al tirar delle tende si trovano avere, in spese e in mangerie legali, buttato tanto o più che l'acquistato. Così la lapide: ma le cronache soggiungono che pochi facessero pro dell'avvertimento, perchè quelli che andavano colà a muover liti aveano sugli occhi una benda postavi dall'amor proprio, sicchè da una parte si davano a intendere d'aver ciascuno la ragione dalla sua, dall'altra credevano che al mondo vi fosse giustizia. Noi però, meno maliziosi delle cronache, pensiamo che al consiglio non si desse nè si dia ascolto, perchè scritto con caratteri gotici e in latino. Questo pezzo d'anticaglia è dei pochi scampati a quella, per non dir altro, benedetta smania di rinnovare:[15] mercè la quale, della badia dei mercanti più non rimane vestigio; il portico del collegio dei dottori e dei fisici fu ridotto a più recente architettura, ed abbellito il campanile che a mezzo di quelli era stato eretto nel 1272 da Napoleone della Torre per dar i tocchi al mezzodì, alle due di sera, e quando alcuno veniva condotto al supplizio: il palazzo della Ragione convertito in archivio è chiuso e intonacato, sicchè a pena disotto a un erto strato di calcina si discerne la forma delle antiche arcate, come un pensiero maschio di sotto all'inviluppo d'un parlare artifizioso e cortigiano. Anche le logge sono abbattute, ma per fortuna non potè, nel Seicento, venir condotta a termine la fabbrica delle Scuole Palatine verso gli Orefici, onde sussiste ancora parte della loggia degli Osj, cominciata nel 1316 da Matteo Magno. Questo edifizio era rivestito di lastre di marmo bianco e nero, diviso in due porticati di cinque archi, un sovra l'altro: nei parapetti superiori si vedono ancora scolpiti in altrettanti scudi le arme delle sei primarie regioni della città: e ne aggetta un pulpito, sulla cui spalletta un'aquila tiene fra gli artigli una scrofa, per segno dell'alto dominio dell'Impero sopra questa città, che, come sanno i ragazzi, deriva il suo nome dalla scrofa lanosa. Su quel pulpito, che il vulgo chiamava _parlera_, comparivano il podestà o i consoli ad annunziare al popolo convocato i bandi e le leggi ed a sentirne il parere; ora vi stanno sotto venditori di fusi e rocche a travagliare, e guardar la sentinella tedesca, che placidamente passeggia innanzi e indietro dei cannoni. So bene che a coloro, ai quali piace veder le cose vecchie senza i moderni guasti, chiamati miglioramenti, gradirebbe non poco che, anche a costo della comodità, si fossero le fabbriche lasciate nell'antico assetto. Benchè tali allora durassero, potete ben credere che Alpinolo neppur d'un'occhiata le degnò, fissando invece la moltitudine ivi congregata di gente serva, e che, al dir suo, fra pochi giorni tornerebbe libera, magnanima, costumata:--fra pochi giorni. Delle due piazze laterali, quella dov'è l'antico pozzo e la campana del Comune serviva ai mercanti che trattavano di cambj e di traffici; l'altra pel grano e il vino; era vietato, pena dieci soldi di terzoli, ingombrare con panche e con altro le volte, come pure a male donne e ai loro mezzani d'entrarvi, acciocchè a miglior agio vi potessero piazzeggiare i negozianti e i gentilomini, pei quali erano anche disposte pancacce da sedersi, e stanghe e traverse _per potergli ponere sopra,_ dice il Corio, _falconi, astori et suoi sparvieri o altri uccelli, al piacer et comodità di qualunque volea._ Stavano dunque colà chi cavillando un soldo, chi discorrendo di novità, chi asolando scioperato, e lodando e confrontando i falchi di Norvegia, d'Irlanda, di Danimarca; mentre alcuni ripetevano i miracoli, onde in quei due ultimi anni aveva cominciato a rendersi famosa la Madonna di San Celso, e così quelle di San Satiro, di San Simpliciano, di Sant'Ambrogio; altri stavano intenti ad un pellegrino che, col bordone e il sarrocchetto, montato sopra un tavolette, raccontava la meravigliosa storia di Paolozzo da Rimini, che in Venezia viveva molte quaresime senz'altro che bevere acqua calda, e che essendo dagli inquisitori tenuto prigione, non fece che confermare la verità del portento: o ad un cantimbanco, che sopra un cartellone segnava una folla di figure che chiamava uomini, e che spiegava essere le venticinquemila persone che, il 27 marzo passato, si erano raccolte a Corrigisior sul Cremonese, scalze e seminude, flagellandosi a sangue e facendo limosine, dirette da una bellissima giovane, avuta in concetto di santa; finchè scoperto che era raggirata da un mal arnese, la fu condannata al fuoco. Chi s'immaginasse una festa da ballo, numerosa, allegra ove ciascuno pensa allo spasso, alla festività, allo spettacolo del momento: e in mezzo a quella folla un uomo, il quale ha disposto una mina, cui fra un momento vuol dare il volo e mandare in aria il festino, i sonatori, i danzanti, gli spettatori, potrebbe aver un'idea di ciò che sentisse Alpinolo in mezzo a quella turba. Sotto ai portici ove stanno coloro che rivendono usati i nostri libri, dopo che se ne annojarono coloro che o li comprarono nuovi a bottega, o gli ebbero per attestazione dell'ossequio e dell'amicizia degli autori, passeggiava bravamente Alpinolo, misurando e pesando coll'occhio quanti incontrava, come per dire--Tu sei con me, tu sei contro me». Ed ecco, mal per lui, capitargli fra' piedi Menclozzo Basabelletta, quel desso, se vi ricorda, il quale un giorno lo proverbiò su le visite che la signora Pusterla riceveva da Luchino, e n'ebbe da Alpinolo quell'iroso rabbuffo. Al vederlo sentì questi risuscitar in cuore tutto il dispetto che aveva allora provato, aggiunta la vergogna che provò dappoi, quando, in apparenza almeno, lo trovò veritiero. E gli parve che uno sguardo maligno, un maligno sorriso del Basabelletta volessero dirgli:--Non avevo io ragione allora?» Accostatolo dunque siccome per rispondere a lingua al rimprovero che si credeva diretto a occhi,--Ebbene? (gli disse) con quanto ingiusti denti avevi allora morso la signora Margherita. --Eh! tu il devi sapere meglio di me», riprese l'altro con fredda ironia. Ed Alpinolo, frenando a stento la rabbia,--Guarda! vorrei cacciarti in gola codesti insulti a furia di sergozzoni, se non sovrastasse il momento, che tu stesso hai da veder chiaro più che per le mie parole. --Bravo ragazzo! (ripigliava il Basabelletta) ora profitti nel viver del mondo. Bada a me: prometti sempre sulle generali; altrimenti col venire a precise particolarità, ti toccherebbe poi a trovarti di nuovo smentito, e deriso dei tuoi millanti. «--Eh no!» replicava Alpinolo, sempre più infervorandosi.--Non sono millanti: derisioni non temo: ti so dire che questa condizione di cose tentenna: che costoro hanno a regnarci per poco.» E il Basabelletta:--Ci regneranno, perchè il diavolo ajuta i suoi e perchè son troppi quelli che sanno cianciare come te, e poi all'opera non valgono la metà di quel che mostrano a parole». Considerate se Alpinolo sentisse pizzicarsi le dita! ma parendogli in quelle espressioni ravvisare uno, su cui fare fondamento per l'ideata rivoluzione, mandò giù, e stringendogli convulsivamente la mano, il trasse verso un canto ove fosse men gente, e guardandosi intorno e abbassato la voce,--Quel che è stato è stato (gli diceva): ma poichè tu pensi diritto, sappi che le ciancie prenderanno corpo, che le speranze non sono in aria questa volta: che dove il popolo tutto è malcontento, dove il principe esecrato, basta una favilla a destare un incendio maledetto. E la favilla, ti assicuro, v'è già chi batte la pietra per suscitarla. --Sai che?» ripigliava il Menclozzo.--Si vorrebbe che men pieghevoli avessero le schiene cotesti nobili; men ligi al padrone fossero e più amorosi alla plebe. Credilo: gli uomini sono come le nespole: per maturare vogliono la paglia. Sulla paglia dei casolari troveresti ancora dei cuori generosi: ma mentre il popolo s'invigorisce sulle glebe e nelle officine, i ricchi si smaschiano in giuochi e tornei, a caccie, a balli, a far tavolacci, e a cercar gloria nell'ostentare codardia alla Corte. I nostri buoni vecchi era loro vanto il sostenere la plebe nella Credenza di sant'Ambrogio, francheggiarne i diritti contro chi voleva soperchiarla... Ma il mondo invecchia peggiorando e di quella santa razza più neppur uno ce n'è: neppur uno. --E tu sempre (così soggiungeva Alpinolo, sentendosi brillar dentro il cuore a quel parlare), sempre tu pigli san Michele pel diavolo. La razza dei buoni vive, ed io la conosco; e pensano al popolo più che tu non credi, e se l'intendono, e frappoco... e sapranno rendere giustizia a chi sente come te generosamente. Credimi e spera. --Ch'io speri? Da senno me ne dà cagione il veder anche quelli che meno dovrebbero lasciarsi pigliar per la gola. Il tuo Pusterla per uno. Che non otterrebbe se egli stesse con noi? Invece, appena Luchino gli gettò quell'osso dell'ambasceria, accomodò l'anima alla servitù, e fatto dolce come un miele, se la campa a Verona senza un pensiero nè di sè, nè della patria, nè di qualche altra cosa che gli stringe più sulla pelle. --Sta colà, non ci pensa eh!» saltò Alpinòlo tutto fuoco. Or --sappi invece... ma stia in te, sappi che il mio signore non è --altrimenti a Verona: se v'andò fu solo per intendersela con Mastino; --ed ora è qui in Milano, in petto ed in persona: e... Insomma, ti --basta? sei ora convinto? --Belle fandonie!» esclamava ridendo il Menclozzo--Povero ragazzo! tu sei buono, e ti fanno bevere grosso. Qualche servitore te l'avrà dato a intendere: forse qualcuno avrà cantato per farti cantare... --A chi farla bere?» interrompeva Alpinolo, rosso come bragia.--Ma per chi m'hai tolto? Non ho io a credere a questo par d'occhi? Sappi dunque che jer sera, in casa i Pusterla, io persona prima, ho parlato con lui, con Zurione, con una mano di persone tutte di primo conto, e han detto quel che basta: e già dispongono: e non s'andrà all'altro sabbato a pagar le partite...» e seguitò via contando tra quel ch'era vero, e quel ch'egli si era immaginato. Ma l'altro, o incredulo davvero, o per quell'umore suo di contraddizione,--Va là, va là (replicava); c'è chi lo terrà indietro: e quell'acqua cheta della signora Margherita... --Chi? Margherita? che celii?» continuò l'improvvido.--Essa non vede anzi quella sant'ora di nettar il paese da queste sozzure. Ella ci narrò la storia di Galvagno Visconti suo antenato, il quale, al tempo del Barbarossa, andava attorno vestito da buffone, colla cerbottana in mano, fingendo strologare: e intanto macchinava, e conduceva maneggi per la liberazione della patria. Ha fino soggiunto: «Allora i savj facean da matti; oggi i matti si credono troppo savj.» Qui è da sapere che, fosse arte o piuttosto accidente, gli archi del portico, sotto al quale discorrevano Alpinòlo e il Menclozzo, sono combinati in maniera da produrre il fenomeno delle così dette _sale parlanti_; fenomeno che alcuno de' miei lettori avrà potuto osservare in san Paolo di Londra, nella galleria di Glocester, nella cattedrale di Girgenti, e più vicino, nel palazzo ducale di Piacenza, nella sala dei Giganti a Mantova, e fin in una volta del parco di Monza. Consiste in ciò, che uomo non può dire paroluzza sì cheta presso ad uno dei quattro angoli estremi di esso portico, che non sia inteso da chi si collochi al pilone diagonalmente opposto all'arco. I fisici ne diano la non difficile spiegazione; la storia nostra si contenta di dire che v'era chi ne traeva profitto. Queto come non fosse fatto suo, mentre i due disputavano, gli ascoltava a quel modo Ramengo da Casale, di cui più di una volta ci occorse di far menzione. Adulatore di Luchino, come abbiam detto, però sapeva anguillare in modo da non inimicarsi i nemici di questo; blande erano le sue parole, ambigui i fatti: mai non sarebbesi posto colle une e cogli altri in manifesta contraddizione con veruna parte, cercando anzi andare a versi a tutti, e riusciva ad illudere molti. Fra quei molti che non penetravano entro la scellerata anima di Ramengo, era Alpinolo, al quale la cieca persuasione della bontà di sua causa faceva credere che ogni uomo dovesse parteggiare colle sue opinioni. Quindi nè ombra di sospetto gli nacque allora quando Ramengo, come lo vide scostarsi dal Menclozzo, se gli avvicinò, ed avendo già inteso quanto bastasse per iscalzarne il resto,--Imprudente! (gli disse) tu parlavi or ora col Menclozzo... gli avresti mai detto!...» e ammicava con aria d'intelligenza.--Sei ben certo ch'egli sia dei nostri? Non t'ha dato Franciscolo il segno per riconoscerci? --No», rispose Alpinolo. E l'altro continuava:--A me l'ha dato Zurione, e non credo aver buttato il giorno invano, ma spero con maggiore prudenza di te. Tu a chi n'hai parlato?» Qui Alpinolo nominò parecchi di coloro cui n'avea fatto motto, e degli altri cui volea farlo: e Ramengo, che non ne perdeva parola, gli chiese:--Ma non ti sei tu inteso con Galeazzo e Bernabò? --Non io: ma l'avranno fatto gli altri che c'erano jer sera. --Eh! non so chi tra loro abbia con essi bastante entratura, o chi voglia avventarsi a corpo perduto come te e me. --Come? dite poco? (seguitava l'imprudente). I due Liprandi non son tutta cosa con loro? dove trovar gente più animosa che il Besozzo e quel da Castelletto? --Milanesi! (esclamava l'altro scotendo il capo). Buona gente; di cuore; ma per darsi moto, per voler risolutamente, è inutile, bisogna ricorrere a quei di provincia. --E per questo (seguitava il garzone) v'è il Torniello da Novara: e stamattina l'ho già veduto parlare con... Così rinvesciava e ciò che sapeva, e ciò che immaginavasi; ed esponeva come fatti veri e successi quei che erano sogni di sua fantasia. Poi, contento di aver conosciuto un nuovo apostolo, abbracciatolo con un movimento generoso e cordiale, voltava via per cercarne altri, mentre Ramengo si difilava al palazzo, e faceva dire al Signor Luchino d'avere a comunicargli cosa della più grave urgenza. Luchino comandava che entrasse. Ma gli è tempo che diamo a conoscere ai nostri lettori questo malnato. Ramengo era detto da Casale appunto dal luogo donde nasceva nel Monferrato, e donde, bambino in fasce, era stato portato via nel 1209, quando quella terra si era ribellata a Matteo Visconti per darsi a Giovanni marchese di Monferrato ed ai Pavesi. Il padre di lui, soldato di ventura, senz'altra ricchezza che la spada, era venuto a Milano a procacciare sua ventura al soldo dei Visconti. Morto poi nelle battaglie, sulla stessa via lo avea seguito Ramengo, siccome l'unica nella quale sperasse acquistar nome e ricchezze, e contentare l'avara ambizione che lo struggeva. Nè il sollevarsi era difficile cosa in quei tempi agitati, quando Dante si lamentava che diventasse un Marcello ogni villano, il quale venisse parteggiando. Che se ognuno non avesse in pronto esempj di subite fortune, potrei ricordare Giovanni Visconte da Oleggio, povero fanciullo, raccolto di quei di appunto dai Visconti, e messo chierichetto in Duomo, poi fatto cimiliarca, poi podestà di Novara, poi generale di tutte le armi di Luchino, e suo logotenente e capitano per tutto il Piemonte: ovvero la bizzarra storia di Pietro Tremacoldo, detto il vecchio, mugnajo lodigiano, che divenuto famiglio dei Vestarini che colà dominavano, ottenuta da essi in custodia una porta della città, una bella notte v'introdusse certi suoi assoldati, levò Lodi a rumore, prese i Vestarini, e chiusi in un _vestaro_, come il vulgo chiama l'armadio, ve li fece morir di fame, proclamando sè stesso signore di Lodi. --Se questi e quelli, perchè non anch'io?» diceva Ramengo tra il suo cuore, ogni qualvolta udisse tali o siffatti racconti: e poichè si sentiva incapace di salire con arti buone, disponevasi a quelle qualunque fossero che il potessero giovare, adulazioni, viltà, tradimenti. I Pusterla, che avevano lauti poderi nel Monferrato, ed erano per alcun tempo stati feudatarj di Asti, aveano tolto in protezione il padre di Ramengo, acquistandogli credito e posto nelle milizie. Ma persone, la cui vista rammenti il dovere di una gratitudine che non si ha, divengono esecrate al malvagio. Ramengo, cresciuto con cuor tristo, se al mondo un n'era, uno di quei cuori per cui è necessità l'odiare, abborriva svisceratamente la famiglia Pusterla, perchè n'era stato beneficato; ma avendone tratti molti vantaggi, e molti altri sperandone, dissimulava; e fattasi una fronte inesplorabile, mostravasi coi Pusterla devoto sino alla viltà e piaggiatore, mentre con inquieta scontentezza procurava alzarsi sulle loro rovine. Ruppesi intanto la guerra fra Ghibellini e Guelfi, e il papa, scomunicato Matteo Visconti, mandò l'esercito a sostenere gli anatemi, tanto che Matteo, atterritone, rinunziò il potere a Galeazzo suo figliuolo; e datosi a vita devota, morì poi nella canonica di Crescenzago. Allora Galeazzo spinse vivamente le ostilità; e fattosi confermare signore di Milano, chiese sussidj a tutte le città vicine. E poichè i Guelfi fautori dei Torriani, guidati da Simone Crivelli, da Francesco di Garbagnate e dal cardinal legato, tentavano passare l'Adda per entrare su quello di Milano, tutto al lungo di quel fiume dispose corpi d'osservazione, e rinforzò le rôcche. A Trezzo stava quel Marco Visconti di cui un amico mio sì bene vi espose le bravure e i patimenti: il castello di Brivio, un forte eretto a Olginate e la rocchetta di Lecco erano governati dal padre di Franciscolo Pusterla: il quale, volendo che suo figlio facesse il noviziato delle armi, gli affidò quest'ultima, ponendogli però ad ajutante Ramengo. Ciò avveniva nel 1322. Lecco in quel tempo era poco meglio che un mucchio di rovine. Imperocchè essendosi esso ammutinato contro i Visconti nel luglio del 1296, Giavazzo Salimbene podestà di Milano, coi collaterali del capitano e tutti gli stipendiati della repubblica, cavalcò a Merate, e quivi congregati molti fanti della Martesana, mosse sopra Lecco, ne levò dugencinquanta ostaggi, che spedì a Milano, poi ordinò che fra tre giorni tutti i terrieri uscissero dal luogo, e a Valmadrera si collocassero colle loro robe a cielo scoperto, e guai a chi si movesse. Infelici! dovettero obbedire, e di là dal lago videro bruciare la patria loro, non conservata che la rocchetta per tenerli in soggezione; poi intesero pubblicarsi un bando, che mai più quel borgo non fosse rifabbricato. Simili vendette erano a tutt'altro opportune che a far amare il dominio: e in quelle parti più sempre si infervorò l'animosità contro dei Visconti, alimentata dalla intelligenza che manteneano colà i Torriani, oriondi della vicina Valsassina. E sebbene le replicate vittorie dei Visconti avessero fiaccato la potenza di questi, ogni qualvolta però riuscissero a sollevare il capo, i Torriani trovavano appoggio in questi terrieri. Devotissimi a loro v'erano i Ticozzi, i Manzoni, gli Invernizzi e principalmente Gualdo della Maddalena. Col volgere dei casi, la famiglia di questo era stata disfatta, egli ucciso in battaglia; l'unico figlio Giroldello, menato ostaggio, era riuscito a camparsi, e aveva ultimamente preso servigio nelle truppe guelfe: nè rimaneva in Lecco che una sorella sua Rosalia, teneramente amata da Giroldello, più amata ancora dopo che da lei lo distaccava la sventura. Bellissima era cresciuta la Rosalia, e con quel prepotente bisogno di amore che istillano negli animi dolci le sciagure dei primi anni, e che più si accende quando mancano attorno le persone su cui sfogarlo. Franciscolo Pusterla, giovanissimo allora, aveva conosciuto la coetanea fanciulla, e ne compassionava la situazione, tanto più perchè la vedeva così bella: qualità che ha tanta parte nei sentimenti destati da una fanciulla. Riguardandola come vittima innocente delle civili discordie, come martire d'una fazione, cui la sua famiglia stessa aveva aderito, e che ora rimaneva nobilitata dalla sventura, volentieri trovavasi con lei, le usava maniere di singolarmente amico, e con arti di delicata beneficenza sapeva recarle opportuni soccorsi: tanto che i molti che han costume di non credere alla generosità se non interessata, bucinavano che Franciscolo l'amoreggiasse. La conobbe anche Ramengo, e le pose amore. Ma no: di questo sentimento, che in tanti è germe d'azioni generose, non si deturpi il nome usandolo a significare quel che Ramengo provò per Rosalia. Calcolo, mezzi, risultamenti egli vedeva solo colà, dove gli altri dell'età sua vedono affetti, piaceri, illusioni. Unica meta d'ogni suo operare era di togliersi alla nativa bassezza, ed avanzare negli impieghi e alla Corte, fossero qualunque le vie. Tra le vicende d'allora aveva egli veduto salire quando i Visconti, quando i Torriani: e sebbene ora paresse assodato il dominio dei primi, non poteva un accidente rimettere gli altri in potere? Collegarsi col Visconti nel tempo del loro maggiore ascendente era idea che il desiderio poteva suscitargli, ma che la ragione ributtava siccome un delirio. L'umiliazione presente all'incontro porgeva il destro di amicarsi coi secondi; gran cose bollivano: il paese era in guerra e la sorte delle armi va sempre dubbia: se mai tornasse prospera ai Torriani, qual merito di essersi unito a loro in tempi di sfortuna, quanta ragione per venirne ingrandito! Ma sposare la causa loro apertamente sarebbe stato un mettersi a repentaglio. Se invece prendesse per moglie la Rosalia, essa era tanto meschina, tanto sola oggidì, da non ispirar gelosia a chi che fosse; da non impedirlo d'esercitare il rigore contro chiunque desse segno di devozione al nome torriano. Qualora poi i Visconti venissero sbalzati dal dominio, la Rosalia non solo gli varrebbe di tavola per campare dal naufragio, ma per approdare anche ad una riva fiorita. Con questi calcoli si preparava ad un'unione, che solo l'accordo dei caratteri e la virtù possono rendere beata: con questi e con altri ancora più turpi. Aveva egli avuto sentore della predilezione di Franciscolo per la Rosalia, e l'aveva creduta spinta chi sa fin dove. Ma poco brigandosi di ciò, coglieva volontieri un'occasione di vendicarsi del Pusterla coll'usurpargli l'amica. A lui, che si teneva per un gran che nelle guerre, metteva astio quel trovarsi soggetto a un garzoncello, che allora faceva le prime armi. È ben vero che questi interamente a lui deferiva nelle cose di guerra, ma però aveva più volte posto freno all'eccessivo rigore onde perseguitava la parte avversa; e principalmente una volta gli aveva fatto seriissimi rimproveri perchè avesse mandato uomini in traccia di Giroldello, venuto in Lecco a salutare nascostamente la sorella, e ingiunto a loro che, non potendo vivo, il prendessero morto, Ramengo cominciò da quel punto a considerare Franciscolo colla stizza onde un fratello diseredato guarda l'altro dovizioso: a tenerlo per un impaccio a' suoi progressi; a contrariarlo sott'acqua, aspettando luogo e tempo di far peggio. E per contrariarlo richiese la mano della Rosalia a certi lontani parenti, alla cui custodia era stata commessa: i quali, tra per disgravarsi d'un peso, tra per la speranza di cessare le persecuzioni contro Giroldello, assentirono. Conchiuso il sì, Franciscolo sovvenne lautamente a quanto occorreva pel corredo e per le nozze; dal che Ramengo a crescere i sospetti e pigliarsene peggior talento: ma godeva di cavarne intanto alcun frutto: quando l'avesse fatta sua, penserebbe a custodirla. La Rosalia, come succedeva allora e come succede anche oggi al più delle fanciulle, ne venne informata ad affare conchiuso, e consentì senza sapere che si facesse. Non conosceva ella Ramengo, nè questi avea fatto opera per meritarsene la benevolenza, ma quando si vide a lui congiunta di un nodo che la morte sola può sciogliere, formò sua delizia di quel ch'era precetto; e come fa l'amore, vedendo generosità e nobili sentimenti e beneficenza in quanto aveva fatto e faceva Ramengo, andò lieta di trovare uno su cui traboccare la piena di un affetto, che non aveva sin allora avuto sfogo, e lo amò con tutto l'impeto d'una prima passione. Amare l'oggetto che si possiede: è pur divina cosa. Per brutale che uno sia, non è possibile che, nei primi tempi almeno, non ami la donna sua, quella con cui divide i piaceri, i dolori, le cure della vita. E Ramengo pose anch'egli amore alla ingenua sua Rosalia, e gustò le dolcezze del voler bene e dell'essere ben voluto; le quali avrebbero anche potuto ridurlo a più miti pensieri, persuaderlo a cercar quello, in cui solo è la felicità di quaggiù, il diffondere il bene fra coloro che ne circondano, grande o piccolo che sia il circolo nostro. Ma da quei momenti di virtuosa concitazione ben tosto ricascava egli nelle abitudini antiche, spoglie di ogni gentil sentire, e per cui sino i più soavi affetti prendevano del fiero e dell'atroce. Severo, bisbetico, cane, poi a sbalzi cortese ed affettuoso, or accarezzava la donna sua, ora ne conculcava i sentimenti: oggi batteva villanamente chi avesse osato recarle la più lieve noja od esitato nell'obbedirla: domani le comandava colla rigidezza che soleva a' suoi soldati, sottraevasi alle dimostrazioni gentili di lei; teneva insomma i modi più opportuni ad alienarsi un cuor di donna. Conosceva egli il suo torto, ma non che emendarsene, ne traeva ragione di inviperire; non che farle merito della pazienza onde la meschina tollerava, argomentò che ella se ne vendicasse col tradirlo; argomento vago affatto ma che pure in lui divenne un bisogno, per trovar nella donna un nuovo oggetto di livore. Gli antichi dubbj intorno al giovane Pusterla rinacquero più forti; la pietà di esso parevagli segno di colpa: e poichè il Pusterla tornava sovente da lei, e seco volentieri passeggiava talora lungo quelle rive, colla compiacenza di un giovane che trovò un'anima ingenua ed appassionata; e, qualora di lei parlasse, vi metteva l'ardore che suole la gioventù, non anco avvezza a fingere, a temere, a dissimulare. Ramengo ne divenne furiosamente geloso, o, a dir più proprio, ne colse pretesto di resuscitare la rabbia che i benefizj passati e la presente soggezione gli avevano messa in cuore contro del Pusterla. Con severi rabbuffi adunque intimò alla donna come per conto nessuno volesse più soffrire Franciscolo in sua casa, imponendole al tempo stesso che si guardasse bene dal dire, nè lasciare intravedere a questo il comando del marito. Ordine che costrinse Rosalia a quegli obliqui andamenti, cui tanto spiace alle anime leali il vedersi ridotte dalla prepotenza e dalla ingiustizia; e non isfuggendo questi all'occhio scrutatore del marito, ne crescevano i biechi sospetti. Se non che Franciscolo abbandonò Lecco per correr colle armi dei Brianzuoli in soccorso dei Visconti, i quali, dall'esercito guelfo crociato incalzati vivamente, si videro fino assediati in Milano. Breve per altro durò il buon vento ai Crociati, stantechè il Visconte, chiamate tutte le forze disperse, non solo liberò Milano, ma a Vaprio diede un tale tracollo ai nemici, che i Torriani da quell'ora perdettero ogni speranza di principato, e i loro fautori andarono sbrancati in varie parti. Ramengo, secondo che la fortuna delle armi gli faceva scorgere nella donna sua un istrumento opportuno od inutile alle sue aspirazioni, l'aveva o meglio o peggio trattata, ma quando seppe rovinate le speranze dei Torriani, usò maniere di tal rigore, con quanti nel territorio si potevano credere devoti a quella parte, che tutti ne stavano pessimamente. La Rosalia, che erasi data a credere di poter qualche cosa sull'animo del marito, osò interporre alcuna parola per mitigarlo almeno al suo Giroldello, ma egli avea preso tanta insolenza, che più non si poteva seco: ributtò villanamente la supplicante; poi, come d'un mezzo che più non tornava ai suoi usi, la tolse a tedio, e di voglia se ne sarebbe disfatto quando avesse potuto e celarlo agli occhi altrui, e trovare qualche appiglio onde vincere il residuo di pietà che anche ai più malvagi fa rincrescere l'immolare alcuno senza ombra di colpa. CAPITOLO VII. L'ANNEGATA. Una mattina, la sentinella avanzata della rôcca di Lecco riferì a Ramengo come, sul tardo della sera precedente, si fosse avvicinato alla fortezza, un, non sapeva chi, e aveva vibrato uno strale sul verone dove stava la Rosalia, la quale avealo raccolto. Divampò alla notizia Ramengo, persuaso che colui fosse il Pusterla, il quale continuasse in tal guisa la tresca colla donna sua per fargli scorno. E gli balenò innanzi l'idea di potere, e disfarsi di lei, e procurare un dolore atroce alla casa dei Pusterla, con un assassinio giustificato dal dover suo di custode: sicchè commise alle guardie che, se mai ciò avvenisse di nuovo, traessero senz'altro sopra lo sconosciuto temerario, l'uccidessero, e zitti. La sera, di fatto, ecco di nuovo l'uomo si avvicina alla rocchetta: Rosalia, che stava affacciata al balcone, non appena lo vede, slancia di tutta forza verso di lui un sasso; quegli lo raccoglie, ma non appena prendeva la via del bosco per ritornarsene, un colpo di balestra al capo lo stende morto stecchito. Gli furono subito addosso le guardie, e trovarono che non era se non un valletto incognito: nessun segno, nessuna divisa dava indizio dell'esser suo, ma gli rinvennero il sasso, a cui era legato un viglietto. Ramengo, il quale aspettava col feroce dispetto che provano gl'ingannatori nel vedersi ingannati, quando ricevette la notizia e lo scritto, compose la bocca ad un riso somigliante al ringhio di un lupo che avvisò la preda; congedò gli uomini: sciolse il foglio:--non è indicato a chi sia diretto, ma è la mano di sua moglie, e tra spasmodiche convulsioni, vi legge queste parole: /# _Che dolcezze, da gran tempo sconosciute mi fece provar in tua lettera! Tu vuoi, dunque per amor mio avventurarti a nuovi pericoli? Stringerti anche una volta al cuore, è consolazione, che appena io osavo sperare. Ma se egli ti vede, ne va la vita. Però l'altro domani egli uscirà alla notte a perlustrare i posti sul lago. Appena partito, io esporrò sul verone, a levante, un pannolino, e tu scendi alla portella di soccorso che conosci. Quante cose ti dirò! Sai? il mio seno è fecondo. Possa quel che nascerà somigliare a te! Addio, addio! Come tripudio al solo pensare che tra poco abbraccerò il mio diletto!_ #/ A gran pena Ramengo durò sino al fine; morsicò il viglietto, morsicò le proprie mani, e sbuffando, bestemmiando, muggendo come un toro ferito, correva di su, di giù, dall'occhio mezzo nascosto tra le ciglia corrugate gettava faville, dalla bocca mandava spuma, colle dita serrate in pugno percoteva i mobili, le pareti, sè stesso: poi rompeva in esecrazioni infernali contro la donna sua, contro il drudo di lej. Tanto è vero che può la gelosia sorgere anche dove tace l'affetto;--la gelosia, primogenita dell'amor proprio, che non tanto c'inviperisce per la temuta perdita della persona diletta, quanto per l'onta di vederci posposti e svergognati. Più Ramengo non sapeva dubitare che la Rosalia nol tradisse: chi fosse il complice suo, l'argomentava; i sospetti vaghi erano ormai certezza; non restava che un partito solo--la vendetta. Il furor suo l'avrebbe tratto in quel punto medesimo a correre addosso alla sciagurata.--Scannarla, cavarle il cuore, strapparle dalle viscere il feto non ben vivo, e stritolarlo sotto ai piedi, erano immaginazioni in cui si compiaceva--e si mosse per darvi effetto; e già ghermiva la spaventata Rosalia, quando gli parve che questa punizione non fosse di lunga mano proporzionata all'enormità dell'oltraggio. Anche il drudo avrebbe voluto cogliere ad una rete:--Oh allora allora!» E si pentiva d'aver lacerato il foglio:--Avrei potuto inviarlo, trar lui pure nel laccio... Ma... inviarlo! a chi? dove? Se non avessero ucciso il vile mezzano, avrei ben io, a forza di tormenti, straziandolo a membro a membro, avrei ben io saputo strappargli il nome dell'infame. Ecco che vuol dire precipitar le vendette! Ma ora, oh l'ho imparato ora: questa sarà lunga, tormentosa... Tremate, o scellerati!» Sperò che, quantunque non ricevesse la risposta, potrebbe l'amante capitare ugualmente: e però l'altro domani, sull'ora bruna, accennò di doversi partire. La Rosalia lo congedò col solito affetto, coll'affetto che opponeva ai mali suoi tratti, lo accarrezzò:--Perchè (gli diceva), perchè sempre così aggrondato? Io ho paura. Ramengo, sta buono!» e colla delicata destra gli palpava le ispide gote, mentre coll'altra mano abbracciandolo, stringevasi tutta lusinghiera contro il suo fianco: e con quella più tenerezza che poteva, alzava gli occhi gonfi di pianto, verso i torvi e cagneschi di lui.--Sta buono. Mi vuoi bene ancora? Dimmelo! accarezzami: non sono la tua Rosalia? non porto qui dentro un nostro figliuolo? via, un bacio innanzi partire...» Chi colla pietra infernale gli avesse toccato la viva carne, non avrebbe recato a Ramengo tanto strazio, quanto lei con simili parole.--La bugiarda! la infame! vuol con carezze ricoprire il tradimento: baciarmi e vendermi. Ma ti pagherò della moneta stessa: inganni per inganni». Tentennò, divincolossi, parve voler proferire alcuna parola, ma non si udì che un rantolo nella gola; tese le mani verso le braccia di lei, quasi per trarsela al seno; indi, come preso d'insuperabile repugnanza, coll'atto medesimo la ributtò fieramente da sè, e senza un'occhiata, senza un motto andossene precipitoso. Ella sospirò, pianse: erano stranezze pur troppo solite in lui: ma ella non vi si era mai incallita. Ramengo salì in barca, allargossi, poi presa di nuovo la spiaggia e tornato, si appiattò dietro una macchia donde potesse, non visto, vedere la rôcca: ed ecco fra non molto, sciorinarsi il pannolino sul concertato balcone. Al primo vederlo si rinnovarono, addoppiaronsi le furie di lui: il cuore gonfiato non pareva gli potesse più reggere in petto: gettavasi sul terreno, svelleva brancate di erba e le addentava, alzavasi, traeva la sciabola, percoteva nelle piante, nei sassi, schiantava i rami, gli arbusti, bestemmiava Dio, gli uomini, il cielo. La notte si offuscò; egli, accostatosi di più, si appoggiò fra due piante vicine, e tra quelle protese la faccia, come la jena quando aspetti al varco la gazzella: fissato alternatamente al viottolo, alla porticina, al verone. Ed ecco su questo apparire Rosalia, in una candida vesticciuola lina, e mostrare di spingere lo sguardo via via per la pendice, come all'incerto lume cercasse discernere un aspettato. Delusa, rientrava; usciva ancora: sedevasi appoggiando il gomito sui balaustri del verone, e chinando la bella faccia nella mano, in una ansiosa ma soave aspettazione. Qualche volta alzando gli occhi alle stelle, sospirava: qualche altra li teneva per alcun tempo coperti, poi più fisi gl'intendeva, se mai in quel mezzo fosse comparso l'atteso: anche qualche canzone intonava, d'aria placida e malinconica, che lene lene si perdeva tra i patetici silenzj della notte, e si mescolava al fiottare lontano dell'onda, che frangeva al primo margine del lago sottoposto. Ma l'aspettazione della Rosalia e di Ramengo restò delusa. Non per questo egli si stancò; ma e la seconda e la terza sera rimase alla vedetta, e fin alla sesta soffrì quell'orribile tortura, sempre lusingandosi di veder giungere il rivale, sempre colla rabbia in cuore, coll'assassinio in mente: ma sempre invano. Ebbe tempo fra ciò di stillarsi la sua libidine di vendetta: e fra le atroci veglie di quelle notti, l'andò ruminando, pungendosela alla fantasia, raffinandola quanto fosse mestieri per satollare quell'anima sua, ingorda di strazio e di sangue. Il figlio che essa maturava nelle viscere doveva possedere la vita per poterla perdere: lasciarlo nascere, metter lui pure a parte del castigo, esacerbare le pene della madre, a cui dovessero giungere tanto più micidiali, quanto meno aspettate. Dissimulando pertanto, continuò verso la Rosalia col tenore di prima, crescendo anzi di cortesie come chi medita un tradimento: se non che fra le carezze, l'occhio suo fissavasi talvolta sopra di essa con un baleno così sinistro, così cristallino, ch'ella, gettandogli le braccia al collo gli domandava:--Cos'hai, Ramengo? tu mi guati così!» Non rispondeva egli; ai baci di lei sentivasi correre dalle chiome ai piedi un fuoco d'inferno: le dita sue irrigidite e convulse stringevano involontariamente il pugnale, era duopo che la respingesse da sè, ed uscisse all'aria aperta a sfogare l'indocile rabbia. Comprendeva la Rosalia che una grave tempesta versava l'animo di lui: soffriva, taceva, non gli scemava l'amore: consolavasi negli arcani godimenti della donna che sente in sè stessa un altro essere, unito e pur diverso, vivente della medesima vita, scosso da movimenti comuni, amato come sè e vagheggiato come un altro: e tripudiava nel vedere avvicinarsi il tempo di metter alla luce un bambino, pegno dell'amor loro, che l'amor loro crescerebbe colle cure prodigategli d'accordo, coi vezzi infantili, colle speranze che danzano intorno alla culla del primo figliuolo. Maturato il tempo, ella espose un maschio: ed appena nel bacio primo ebbe dimenticato il sofferto travaglio,--Recatelo (disse) a suo padre». Gli recarono di fatto quella creaturina così gracile, che, sotto le prime impressioni dell'aria e degli oggetti esterni, vagiva e agitava le membra inferme: spettacolo d'affetto per tutti, d'ineffabile esultanza per chi è padre. Ma l'occhio di Ramengo si fe' più feroce che mai; digrignò i denti: un riso sinistro gli raggrinzò le labbra: tolse il fanciullo sopra un braccio; coll'altra mano afferrò il pugnale, e trasse al neonato. La bambinaja fu abbastanza lesta per sottrarlo a quel colpo, diretto al seno: ma non così affatto, che non gli recidesse, povera creaturina! l'indice della mano sinistra. Alla vista del sangue che ne sprizzava, agli strilli spasmodici del fantolino, il violento gettò lo stile, e maledicendo e bestemmiando fuggì. Che cuore l'amorosa Rosalia all'udir questo fatto! Affievolita dal travaglio del parto, in quello stato in cui ogni commozione può divenire micidiale, fu per soccombere. Però la ferita si trovò di facile medicazione; donne venali prodigarono a lei quell'assistenza che le negava il marito: questo ridivenne mansueto e pentito. Non del pentimento però che avvia all'emenda: ma s'indispettiva seco medesimo d'essersi dall'ira lasciato trasportare a tradir il secreto, che del suo scorno come della vendetta volea fare con tutti, se fosse possibile fino coll'aria: onde accagionando di quell'escandescenza certe sue cure penose, la fantasia turbata da molesti pensieri fino il desiderio di cimentare l'amore di lei colla pazienza e la costanza, si mostrò mitigato, venne al letto della moglie, le parlò cortesemente. Questa fu la medicina migliore, il miglior ristoro alla travagliata. Stese la pallida mano tremante allo sposo, che gliela strinse nella sua: gli mostrò il bambino che teneva al petto; e--Vedi (gli diceva) vedi com'è bello! come poppa soavemente! È tuo figlio: è figlio nostro. Di', non gli farai paura più? gli vorrai tu bene? Che viso d'alabastro! come spira amore! Guarda: egli apre gli occhi.--Cari quegli occhietti! son tutti gli occhi tuoi. Come ti somiglia! Prendi: levalo fra le braccia: dagli un bacio»; e glielo sporgeva. Ramengo, comunque fiottasse dentro, lo prese, il guardò fiso fiso, gli accostò le labbra alla faccia, e lo baciò o ne fece le mostre. Ma una furia di baci gli prodigava la madre, che in estasi d'amore, di contentezza, sentendo tutta la beatitudine d'essere moglie e madre, amata e amante, non poteva saziarsi d'osservarlo, di carezzarlo; lo fasciava, lo snudava, l'adornava, l'atteggiava; traboccando sopra di esso quell'eccesso d'affetto, che non le era dato versare sul marito. Ma pel marito quella scena era una prolungata tortura: non vedeva nel bambino che un frutto del delitto: non vedeva in lei che una infedele: e più gli appariva tenera ed amorosa, più la esecrava come scaltrita ingannatrice.--Tante carezze, per qual altro fine che per ingannarmi? È sì affettuosa a quel fanciullo: qual meraviglia? Lo concepì dagli infami suoi amori». E guardandolo, nol trovava per nulla somigliante a sè: quegli occhi semichiusi, quel malatticcio pallore, quella cascante gentilezza d'un neonato, punto non gli pareano ritrarre de' suoi robusti lineamenti, del fuoco del suo sguardo.--No, no: non è mio figlio. L'iniquo Pusterla m'ha oltraggiato. Mal per lui, giuro a Dio! Per ora muojano madre e figlio, verrà l'ora, oh verrà anche per lui». Così diceva tra il suo cuore; ma lo dissimulava, e in atti mostravasi calmo colla moglie, le dava del buono per la pace, tanto che la Rosalia ne rimase confortata, perdonò facilmente--e che non perdona l'amore? e come non è ingegnoso a trovare scuse alla persona diletta?--Egli lo ama certo: oh come non amare quest'angelo? l'ha baciato: e ogni giorno più lo amerà. E quando col primo riso lo saluterà? e quando articolerà una parola? E la prima che l'insegnerò sarà _babbo_. Appena potrà mutare i passi, caro fanciullino! correrà da me a lui bamboleggiando, gli si avvinghierà alle ginocchia, e gongolando gli ripeterà, _babbo_. Esso dimentica per lui le cure, la guerra, le armi: umano si curva, il toglie fra le braccia, lo paleggia, se lo leva sulle spalle, sul capo, lo bacia e ribacia, poi viene a deporlo sul mio grembo. Crescerà poi; verrà grande, bello, robusto come lui: tutti lo guarderanno; e gli stranieri e le donne chiederanno; chi è quel pezzo di giovane? Ed io e Ramengo ne esulteremo, e vedremo in lui il conforto dei nostri vecchi giorni. Questi sogni passavano per la mente della malata, intanto che porgeva medicamenti e latte al fantolino; e da questi ricreata, a poco andare tornava in vigore, lasciava il letto, ricompariva per la casa. Poichè Ramengo le si offriva mansuefatto e gentile, la Rosalia, non che sgombrare ogni corruccio, fin la memoria depose del maggior torto che ad una madre possa recarsi, un insulto al suo bambino, e tornò tranquilla come prima, e festiva nelle nuove cure, nel nuovo affetto. Poco tempo dopo ch'ella fu risanata,--era sull'imbrunire d'un giorno di maggio, bel tempo, quieto; il primo calore rendeva grazioso il soffiare dell'aria vespertina, e Ramengo disse alla moglie:--Vedi bella sera. Che non usciamo noi a far due passi? te ne dovresti trovar meglio». --Volentieri», esclamò in tripudio la Rosalia, di nulla più desiderosa che di cogliere ogni prova d'affezione venutale da lui, per volergliene sempre più bene. --E il bambino? (soggiungeva) Lo coricherò, è vero? Attendi tanto ch'io l'abbia addormentato. --Perchè nol recheremo anch'esso? (rispose Ramengo) O forse ti da noja il portarlo? --No! (esclamava ella affettuosa) «Oh non sai come ad una madre sia gradito peso il proprio figliuolo? Non l'ho portato io tanto tempo qui?» Così dicendo, l'avviluppava in un pannolino, e di costa al marito, si avviava. Uscirono dalla rôcca, e presa la china, vennero verso il lago. Era la prima volta che, dopo la sua malattia, essa rivedeva il cielo aperto e sereno, il lago, i monti; tutta ne tripudiava, e come a chi esce da prigione, il petto parea dilatarsele nel respirare quelle arie così soavi, così vitali. Scesi laddove il lago slanciava quietamente le ondate sovra le arene del margine, quietamente, benchè lo squagliarsi delle nevi montane e la stagione oltre l'usato dritta alle pioggie, l'avessero straordinariamente gonfiato, là sovra un muricciuolo sedettero, contemplando quella pianura ondosa, che neppure da una barca era solcata, perchè i sospetti guerreschi le avevano fatte colar tutte al fondo. La Rosalia ora guardavasi alle spalle il Resegone, dalle cui cime merlate il sole ritraeva gli ultimi raggi; ora dinanzi, il varco della Valmadrera in cui la luce tramontando parea ricoverarsi, come il sangue al cuore d'un moribondo; e accarezzava il lattante suo, lo vezzeggiava, e parlandogli come se veramente egli potesse intenderla e risponderle, diceva:--Apri gli occhi, amor mio: aprili, guarda questo bellissimo spettacolo. Vedi là i monti? Un giorno li conoscerai ben tu. Sulle loro coste, fin sulla vetta inseguirai i cavriuoli, lesto tu pure come un cavriuolo, godendo l'aria pura, i lieti soli, la libertà. E quando sarai di qui lontano, salirai su qualche poggio, su qualche torre, per discernere ancora quelle creste: piene delle memorie di tua fanciullezza. E questo lago? Mira: c'è dentro un altro bambino, bello come te. Ma un giorno tu v'andrai per entro davvero a nuoto, lo solcherai in barca. --E perchè (l'interruppe Ramengo), perchè non andiamo un tratto noi pure in barca? --Sibbene! (ella esclamò): purchè a te non ne incresca la fatica. --Oh al contrario; è uno spasso, un esercizio.» E in due salti fu al molo, ove sotto chiave si custodivano due navetti per servigio del cartello, gli unici lasciati in tutta la riviera; e dati i remi all'acqua, vi raccolse la Rosalia, che sedette sulla prora col fanciullo, mentre Ramengo battea la voga. Scesero così giù giù per la riva, su cui oggi va crescendo la città di Lecco: passarono sotto al ponte, pochi anni prima gettato dal signor Azone, e seguitando fra Pescate e Pescarenico, vennero dove l'acqua dilatavasi in ampio bacino. Intanto era sparito affatto il giorno; le cime circostanti spiccavano nette e brune dall'azzurro fosco d'un cielo senza nubi: e i naviganti, essendo nel mezzo, appena distinguevano la riva: ma dalle finestre delle scarse casipole vedevano esalare il fumo del fuoco a cui la povera gente coceva quel poco di cena che l'interrotta pesca permetteva. Tutto era pace intorno e dentro alla Rosalia, che inondata di soave giocondità, posava la bocca sulla madida fronte del dormente bambino; allorchè d'improvviso Ramengo batté fieramente del piede sul fondo del navetto, sicchè tutto lo squassò, e fece trabalzar la madre e destare in sussulto il fanciulletto. Indi urlò:--Traditrice infame! hai creduto celarmi le sozze tue tresche. T'ingannasti. So tutto: e l'ora del castigo è battuta. Scellerata, muori». Sbigottita: cogli occhi, la bocca spalancati; pallido il viso; con una mano serrandosi al seno il pargoletto, protendendo l'altra colle dita irrigidite in atto istintivo di difesa, voleva la meschina rispondere, domandare, pregare: ma non gliene lasciò tempo l'infellonito, il quale slanciati nell'acqua i remi, si avventò egli pure nel lago. La Rosalia mise uno strido, in cui sonava l'accento della disperazione; coperse gli occhi, allorchè lo vide gettarsi dalla barca; scoprendoli poi, al fioco barlume del crepuscolo potè vedere come, nuotando, egli guadagnasse la riva. Cessato allora lo spavento pei giorni del marito, rimase dapprima attonita e tolta di sè, dubbia se fosse un sogno; poi quando cominciò a rinvenire, volse il pensiero sopra sè stessa, e sopra la sua situazione. Sola, in mezzo d'un gonfio lago, in piccola barca, senza remi per aiutarsi, sola con un bambino, la cui vita le era più cara della sua propria! Ruppe alla prima in un pianto angoscioso, e le lacrime piovevano sulla faccia dell'ignaro lattante. Ma tantosto la scosse dal doloroso letargo il sentirsi bagnare le piante. Quel vendicativo avea strappato il capecchio ond'ora calafatato il legno, sicchè l'acqua vi trapelava lenta lenta per le commessure. Stette la tapina coll'occhio incantato sul fondo della barchetta, e parve consolarsi.--Un'ora, due al più, e sarà empita: affonderà: io con essa... e sarà finito quest'inferno.--Ma... e il mio bambino?» A tal pensiero rabbrividì; e affaccendandosi allora nel cercare salvezza, quanto dapprima disperando aveva agognato la morte, si strappò a furia dal capo, dal petto i veli, e con quelli si pose a ristoppare le commessure, attentissima coll'occhio, coll'orecchio, se da veruna fessura trapelasse acqua ancora; e quando più non le parve, si consolò, riprese il fanciullo, sedette, guardò a questo, guardò alla riva, guardò al cielo... Il bambino era sopito: la riva lontana, silenziosa come l'egoista alle miserie dei suoi fratelli, il cielo bello, limpido, qual suol esser al terminare di maggio in quelle floride parti della florida Lombardia, la luna scema spuntava allora di dietro i monti dell'Albenza, le cui vette si disegnavan sovra il profondo ceruleo dell'aria per la quale scintillavano migliaja e migliaja di stelle. Quante sere, lucide come questa, avea la Rosalia passate nell'amorevole e gioconda compagnia delle amiche, presso ai parenti, spensierata fanciulla, lieta di placidi gaudii, di allegre fantasie! E dopo sposa, quante volte, in quell'ora, sul battuto della rocchetta erasi badata ad ascoltare i malinconici concenti dell'usignuolo, od a spingere lo sguardo giù verso la riva e per lo scarco delle colline, se vedesse tornare lo sposo!--Ed ora? L'idea dello sposo le richiamava alla mente i più minuti casi del passato; gesti, parole, tratti, che avevano voluto o non vedere o interpretar in bene, ed ora le rivelavano una miserabile tela di sdegni covati, di meditate vendette. Da lui condannata di colpa, onde non si conosceva rea, di cui poteva giustificarsi con una parola, condannata a penare qui, com'ella si credeva, una notte intera, nel deserto delle acque, fra il disagio e la paura...--Oh! che nessuno mi venga a soccorrere?... Nessuno?... Certo egli a quest'ora è giunto al castello; entrò in casa, rivide i luoghi pieni delle memorie de' nostri primi giorni di felicità; nessuno gli si fece incontro a festeggiarlo; rivide il letto, rivide la cuna,--la cuna vuota; si ricordò di me, del bambino che non ha colpa; s'è pentito d'averci messi a questa croce, e corre a salvarci. Oh! saprò ben io dissipare i suoi sospetti: saprò bene col doppio di amore quietargli ogni sdegno... Mio Ramengo! ancora mi vorrà bene, m'abbraccierà ancora. Ecco, la sua destra è sotto al mio capo; la sinistra mi accarezza, e tra noi due è questo caro fanciullo, e ci baciamo tra noi, e lo baciamo lui. Ve'! qualcosa di chiaro s'inoltra nel fondo... È senz'altro la sua barca.» Il lume si avanzava lento, eguale, ma pallido, azzurrognolo, accostavasi alla barca;--era un fuoco fatuo che seguitando si disperdeva. La Rosalia, che al suo avvicinarsi aveva mandato il grido di chi implora soccorso, che coi palpiti ne aveva misurata la distanza ed il lentissimo procedere, come anche questa speranza dileguò, sospirava, piangeva, piangeva. Posò il bambino sullo scannello di prua, e inginocchiatasi e sporgendosi da una proda, cominciò colle mani a imitare l'ufizio di remo, se mai riuscisse a farsi più presso alla riva. Il navicello si moveva, sì, ma aggirandosi intorno a sè stesso, senza nulla guadagnare verso il lido, talchè, stanca, rifinita, scoraggiata, tornò la dolorosa a sedersi, a levarsi in grembo il fanciullo, a coprirsi gli occhi con le mani, a piangere ancora, a fantasticare. --Questa notte, per lunga, per ambasciosa, passerà: verrà il mattino; alcuno comparirà, mi farò sentire; sarò aiutata, tratta a riva... E poi? che farò io? dove anderò? Ritornare a lui?... ma se egli mi ha scacciata... se ha decretata la mia morte... E la gente?... che dirà la gente se mi vedono tornare a questo modo? Comprenderanno il fatto, me incolperanno di tradimento, Ramengo di violenza. Che ne sarà di lui? di me? Che avesse egli a soffrire per mia cagione? Oh Dio! Dio!» e raddoppiava i gemiti, alzava le strida: strida da passare il cuore, ma che si perdevano inesaudite nel silenzio dell'ondosa pianura e della notte arcana. Solo, tratto tratto riscosso da quelle, il fantolino mesceva ad esse i suoi vagiti; ella carezzandolo allora, baciandolo, porgendogli la mammella, il tranquillava; e, quasi avesse intendimento, gli diceva:--Dormi, fanciullo mio, viscere mie, dormi. Questi mali almeno tu non li senti, tu. Ma la povera tua madre!... Oh! sono io, vedi; sono io che ti ho dato la vita, son io che ti nutrisco di me stessa, che ti alleverò, che ti educherò. E guarda! ora son qui, di notte al bujo, sola, in una barca, nel mezzo di un lago che non ha fondo... non ho un palmo di terra dove posare i piedi; non un sasso dove declinar la testa. Ma tu intanto, tu almeno riposa. La tua cuna, la morbida coltricina ti aspettano invano stasera, ben mio; pure hai le mie ginocchia per letto, hai per guanciale il mio seno: il seno di una madre: puoi tu desiderar di meglio? Oh no? Tu poppa in pace. A me sola i guaj, a me la tempesta, a me l'inferno. O Signore! O Madonna santa! Ma voi, Maria, foste anche voi madre, anche voi portaste un bambino, e fu cercato a morte, e vi toccò di camparlo fuggendo. Deh! traetevi a compassione di me; guardatemi dal cielo, datemi forza di passare questa notte, quest'angosciosa notte, questa notte d'inferno». E si segnava, segnava il bambino, bisbigliava le sue preghiere, e un poco di pace sembrava pure stendersi sovra quell'anima ambasciata. Le chiuse gli occhi una stanca calma; un lieve sonno la tolse all'ansia del presente. Ma breve. In sobbalzo si svegliò, riaperse gli occhi, non bene ancora sdormentata, credendo trovarsi nella propria camera, nel letto consueto, ma tantosto guardando, toccando, si riconobbe, ricordò dov'era, come v'era arrivata. Coll'appressarsi della mattina, erasi levato una brezza sottile e frizzante, che la faceva intirizzire e batter i denti, e che, ajutata da quella che gli idraulici chiamano contrazione della vena, spingeva, lentamente sì, ma sempre in giù la barchetta. Foschi nuvoloni si erano pure addensati attorno alle creste della Grigna e del Resegone, che incalzati dai venti delle diverse gole, di qua, di là avanzandosi come due schiere nemiche, avevan tutto ottenebrato il cielo. Poi spesseggiavano i lampi, un tuono sordo brontolava, cominciò la pioggia, si fece dirotta, ed una furiosa tempesta si gettò sul lago. La Rosalia si volse a guardar Lecco, sempre più s'andava quello discostando; e per quanto al tetro guizzo dei lampi ella aguzzasse le pupille, nessun soccorso vedeva comparire, nessuno più ne sperava. Allora si presentò al pensiero della costernata la probabilità, indi la certezza di un caso peggiore, che dapprima nol si fosse immaginato; allora cominciò a capire che l'alba dovea, non che terminare i suoi patimenti, esacerbarli. L'acqua cadeva come se la versassero; dove ripararsi? come? La barca non aveva padiglione, non tenda; già il brontolio dei tuoni e lo schianto delle saette avevano svegliato il bambino, e le braccia materne non bastavano a schermirlo. Dapprima, ella si trasse la sottana in capo, e sotto a quel tetto sè medesima e lui protesse; ma l'acqua incessante ebbe ben presto inzuppati gli abiti che grondavano, ond'ella si batteva il petto, stracciava le chiome, percotevasi il capo; più non vedeva, più non sentiva. Coricò il fantolino sul fondo, ove più rialzato lasciava un po' d'asciutto, indi messasi carpone, appoggiata sulle mani, si fece tetto a quello; e in sì penosa attitudine, porse al bambino la poppa, al modo che sogliono le belve delle foreste. Scarso partito anche questo! All'acqua trapelata la sera per le fessure, aggiungevasi ora quella che il cielo rovesciava; le ginocchia, le gambe di lei ne erano immollate; pure, pazienza! tollerava. Ma sempre più alzandosi, dal peso medesimo determinata, saliva l'acqua anche dov'era posato il bambino, onde la misera più non sapeva che farsi, come schermirlo. Si levò di dosso i panni, e inzuppandoli nell'umore entrato, li spremeva fuori dalle prode; facendo pala delle mani accostate, buttava fuori l'acqua; ma in questa fatica di tanto stento e di piccolo profitto conveniva lasciar discoperto il fanciullo che tutto si infradiciava, che correva pericolo d'annegarsi. Spossata, la Rosalia tornò a collocarsi carpone, strinse il fanciullo contro il petto, e piangeva e pregava, mentre intanto continuava la pioggia come Dio la sa mandare, e l'aria di tramontana cacciava il battello all'ingiù. Tratto tratto sollevando il capo, essa vedeva traverso a quel diluvio, passar sulla riva i casali e le terre, e come venne là dove alla Rabbia dopo Olginate, il fiume piglia un corso violento, sentì trabalzare, aggirare vorticosamente il suo legnetto: si credette sommersa,--baciò il bambino, e raccomandò l'anima sua al Signore--l'anima sua e la vita del suo poppante. Ma dopo sospinta alquanto dalla corrente, e respinta dalla ritrosa, si trovò in mezzo alle acque che riposavano di nuovo, lentissimamente inoltrata dal vento che scemava di forza. Oggidì le molte palancose, che, o per comodo della pescagione, o per dedurre l'acqua ai mulini, furono piantate in quel lago ove torna a restringersi per formare il fiume dell'Adda, lo impigriscono talmente, che fra Olginate e Brivio può dirsi un paludo morto, ingombro di alghe e di cannuccie. Ma in quel geloso tempo servendo di frontiera, non permettevano i signori di Milano che rimanesse rallentato da qualsifosse ingombro, sicchè sbrigliato scorreva; oltrechè, essendo, come abbiamo accennato, rigonfio per le nevi sciolte e per frequenti acquazzoni, versavasi per quell'unico suo scaricatore, e seco traeva la navicella di Rosalia. All'avvicinarsi d'ogni casa, d'ogni villaggio, quante speranze sorgevano in cuore della meschina che alcuno la vedesse, la sovvenisse! Ma era troppo di buon mattino: pei timori di guerra nessuna nave, come abbiamo ripetuto, solcava allora quel fiume, e la direzione della corrente la trascinava verso la riva sinistra, deserta di abitazioni. Anche a Brivio da ultimo passò innanzi, e come vide scostarsi pure questo castello, come si sentì trasportata rapidamente dal fiume, che sotto di quello scende a scorsa, si diede per senza scampo perduta. Il temporale, secondo suole in quella stagione, erasi presto sfogato; e Rosalia, alzando gli occhi, vide lo stesso vento che avea addensate le nubi, spingerle ora lontano, al modo onde si dileguavan le sue speranze, e spazzare la volta del cielo, sulla quale cresceva il sole. Ma qual pro che il cielo cessasse d'ispirarle sgomento, se non minore glielo infondeva la rapidità dell'Adda, che, raggirandola, barellandola, la traeva frammezzo a isolette, a selve, a dirupi, ove non avvisava un abituro, un campo coltivato? Gli occhi di lei più non avevan lacrime, non più voce la gola; e quelle ore di spasimo le avevano impresso sul volto un solco profondo, come anni ed anni di cordoglio, come un'ora di colèra. Con una stupida maraviglia levava gli occhi al cielo, li girava sulle spiaggie che le si involavano dai lati, li chinava sulle acque che spumavano, rumoreggiavano, facevano vortice dinanzi al serpeggiante navicello; ma sempre finiva col fissarli sovra il suo pargoletto con un amore più intenso, quanto più s'accostava alla disperazione. Si assettò di nuovo, se lo coricò sulle ginocchia, gli porse una poppa... l'altra.... Ohimè! erano inaridite!... Una notte come quella, in sì fiero struggimento e sì prolungato, ne aveva esausto il latte. Invano il bambino colle avide labbra facea forza di suggere; invano ella stessa le premeva; a forza di dolori ne sprizzava sangue vivo, ma nessun nutrimento. Un'altra idea s'aggiungeva dunque alle atroci da cui era già straziata: l'idea di aver a morire dalla fame, prima che le acque gli inghiottissero.---Ma no (diceva tra sé), il fiume è violento, molti scogli l'ingombrano; romperemo a qualcuno... Ecco là in fondo come spumeggia intorno a quel masso... ecco là come pare si precipiti. Ivi sarà l'ultimo tratto, sarà la fine di tante pene.--Ma, e il mio bambino? tu, frutto delle mie viscere? Perir anche tu? perire innanzi di aver gustato la vita? innanzi di aver altro provato che pochi giorni di pianto? O mio Dio! Dio mio! salvate quest'innocente! O angelo suo custode, venite, levatelo sulle vostre ali, portatelo a salvamento! e me, me lasciatemi pur al mio destino, non piangerò, non gemerò, morrò contenta, solo che sopravviva il figliuol mio... Ma che? tu vagisci?... poverino! hai tu fame? Oh trista me! Desolata me! E non avere onde ristorarti! o doverti vedere a languire, e forse a morire fra poco! Le tornavan copiose le miserabili lacrime, ed ancora porgeva il capezzolo al figliolo, ma ancora senza frutto! onde, convulsa, disperata, chiamava, strideva;--non rispondeva nessuno; nessuno l'udiva... Illanguidita, piegavasi sovra il pargoletto, giungeva le sue alle labbra di lui, nell'atto del colibrì quando porge la lingua a suggere per alimento agli aerei suoi pulcini. Rapido intanto, tortuoso caracollando scendeva il navetto. Qualche casipola di pescatori, qualche mulino scorgeva di distanza in distanza; alcun contadino, alcun boscaiuolo, alcuna lavandaia, intenti alle opere loro sulla spiaggia, ove n'era alcun lembo, se vedeano quella barchetta di lontano, la fissavano un tratto; qualcheduno esclamava:--Strano gusto d'andare giù pel fiume ora che è così grosso!» Ma altri soggiungeva:--Non vedi che non ha remi, nè timone? È una barca che si perde. --Si perde? Corriamo ad ajutarla. Malann'aggia la guerra che ci tolse i nostri battelli!» Correvano, e non sapevano dove, e gridavano verso la barca, e alcuno affrettavasi ai posti dov'erano le sentinelle e le vedette, ma prima che fossero arrivati, l'acqua superba avea tratto innanzi la navicella così che più non potevano se non guardarle dietro ed esclamare:--Povera gente che v'è dentro! Gli ajutino le anime del Purgatorio!» Il fiume, che in quello spazio corre a rotta anche ne' tempi ordinarj, ma a vero precipizio quand'è gonfiato, giunto al luogo che chiamano il _Sasso di San Michele_ da una chiesuola erettavi dalla timorosa pietà, entra in un letto più angusto, con furia ancor più minacciosa. Dico il luogo appunto, ove, tre secoli dopo quel tempo, venne aperto a gran forza ed artificio un canale navigabile, che dal sovrastante villaggio è denominato il _Naviglio di Paderno_, e che con moltiplicati sostegni modera l'acqua in modo, che senza guasto le navi discendono l'altezza di ventisette metri nella traccia di un miglio o poco più. Nulla eravi allora di ciò, e il fiume in balia di sè stesso dando volta, s'insaccava in quella stretta, che oggi ancora, benchè difesa da salda e fitta travata, mette i brividi ai pochi naviganti che s'avventurano a passarle da lato, e che ripetono al piloto, ai rematori, di tenersi ben rasente alla riva opposta, mentre si raccomandano al Signore, e rammemorano i non rari casi d'infelici, che l'inesperienza o l'impeto strascinò attraverso per le Trecorna, come vien chiamato quel gorgo. Di qua e di là del quale ergesi a picco una montagna, da cui i secoli divelsero enormi catolli, onde è seminato ed irto quel varco. Alcuni si alzano giganti da emulare i greppi laterali; altri sporgono appena a fior dell'acqua la cima tagliente; dell'acqua che, riurtata fra i massi, spumeggia loro intorno, si ritorce in sè stessa vorticosa, ruggisce sì che da lontano se ne ascolta il frastuono, come da lontano se ne vedono balzare le spume ad incanutire i più erti scogli, e diffuse in minutissima spruzzaglia, ingombrar l'aria d'una nebbia trasparente, e colorarsi dell'iride, rinfrangendo i raggi del Sol levante e del morente. Intese la Rosalia il grave e minaccioso frastuono, poi vide quell'abisso; in soprassalto di terrore si scosse dal momentaneo assopimento, cacciossi le mani nelle chiome irte sul capo; aperse quindi le braccia, le tese colle dita aggranchite, spalancò gli occhi, la bocca ad un _ah!_ disperato quando la barca fu presso, quando venne dal vortice strascinata. Al primo sobbalzo si credette morta; premette al seno il bambino, quasi il suo seno potesse sottrarlo da quel furore; avventò uno sguardo ansioso sulle rive, quasi lusingandosi che le potesse bastar la forza per recare, sventurata! attraverso quell'impeto, fin colà il diletto suo peso. Udiva frattanto il fondo della barca crocchiare strisciando sul fendente dei macigni: era diguazzata ora dalle onde che sovverchiavano il legno, ora dal piovoso polverio, in cui quelle si risolveano frangendo contro i ronchioni; ogni nuovo fiotto era una trafittura; nessuna era quella della morte. La morte coglie bensì l'uomo, contento fra le lautezze della gioja, ma risparmia l'infelice quando la invoca siccome termine delle sue miserie. Ed io, nato sulle rive di quel fiume, non dimenticherò mai d'aver veduto... Egli era un povero sartore della mia terra, fidanzato ad una setajuola della riva opposta, povera anch'essa, ma ricchi entrambi di sentimento. Salì egli in battello per varcare il fiume, e andarla a trovare; l'Adda era grossa: veniva la sera; egli, mal destro nel remare: la corrente gli tolse la mano e gli strappò un remo, onde giù e giù. Noi accorremmo; egli fece ogni industria per ajutarsi, ma non vedendo più modo, in abbandono d'ogni rimedio umano--parmi vederlo tuttora--inginocchiossi, incrociò le mani sul petto... noi pregammo per l'anima sua. Al domani si trovarono giù per le Trecorna i galleggianti frantumi del suo battello. --La setajuola! Ma per Rosalia non andò così. La sua barchetta, per non so qual ventura, ficcossi fra due scogli vicinissimi, uno dei quali, d'ingente mole, era stato rovesciato dal caso sopra l'altro, in guisa che questo gli serviva di puntello, come il guanciale a cui un gigante riposasse le membra enormi, stancate nella battaglia; e sotto al loro cavo, alcuna quiete avea quel bollimento. Ivi non percosse la barchetta sì forte da andarne spezzata, e il rincalzo delle onde ve la tenne come confitta e in tentenno fra il mugghio, fra i vortici, fra la spuma, fra la continua aspettazione della morte irreparabile. La Rosalia si levò, curvossi sopra quell'acqua--un salto e più non comparire fuori,--e aver finito, finito questo prolungato crepacuore.--Ma, e il bambino? Oh finchè pure un filo di vita restasse, bastava per attaccarvi la fiducia. Misurava coll'occhio l'ertezza di quelle rupi; arrampicarsi fin lassù... nulla pareva impossibile alla forza, dirò meglio, alla frenesia dell'amor materno. Ma e poi?... gente all'intorno non v'è: il rovinio delle acque non lascia intendere le chiamate. Avrebbe dunque a morir lassù di fame, dopo aver uno ad uno noverati i singulti del moribondo figliuolo, dopo sorbito stilla a stilla il calice di quella desolata agonia. Ora la corrente, che tanto l'avea dianzi spaventata, le pareva desiderabile, come un rimedio, come l'unica speranza; poteva forse recarla ad una riva, dove alcuno la guardasse, la soccorresse. Ma qui, qui non altro poteva aspettare che la morte. Risoluta pertanto ad avventurarsi di bel nuovo, col vigore che le infondevano il prepotente istinto della vita e la pietà materna, puntò le braccia contro quei massi, ne staccò la navicella aderente, sicchè fra essa ed il macigno potesse mettersi un filo appena d'acqua, il quale di subito dilatandosi il passo, allontanò il legno, e spinse; l'istante dopo trovavasi ancora in balia della corrente, trovavasi fra nuovi gorghi, fra nuovi scogli, poi librata all'impeto dell'Adda che, emersa da quel sasseto, e ripigliando libero corso, la portava colla rapidità del desiderio. Lo sgomento attuale cancellava la ricordanza del precedente; avrebbe voluto ancora trovarsi fra quei sassi, fra quelle angustie di prima, ma ferma ed appoggiata; e pregava Iddio di ridurla colà, di presentarle un altro scoglio, ove un istante assicurare la vita sua e del suo bambino. Chieder salvezza più non osava: assai le era invocare la morte men dolorosa; o piuttosto ella medesima non sapea più che dimandare, se non ogni momento, una situazione diversa da quella in cui si trovava. Però, dopochè nuovi pericoli la sgomentarono sotto al castello di Trezzo, l'Adda, spaziando in men ripido letto, portava la navicella con minor violenza, e nelle vicinanze di Vaprio, l'andava sempre più accostando alla sponda, sicchè un raggio di speme tornò a brillare sugli occhi di Rosalia. Di fatto ella fu dalla ritrosa trascinata rasente ad un masso, che scalzato di sotto dal batter delle onde, formava una grotta, dalla cui volta pendevano i radicioni e i torti rami d'un caprifico. Ad uno di questi venne fatto a Rosalia di ghermirsi, e coll'estremo di sua forza stringendolo,--Grazie al Signore, (esclamò) eccolo salvato». Respirò; con occhio consolato riguardò il suo bambino, e sul volto le si fece tal mutazione, qual era successa nel cielo quella mattina. Il fiotto tentava bensì di scostare il barchetto, ma essa, attenendosi con ambe lo mani, ne vinceva lo sforzo. Cominciò poi a mirare d'intorno. La rupe, dov'essa era fermata, sporgeva erta e discoscesa. Per quanto l'occhio arrivasse, non si discerneva un approdo. In sulla sinistra dell'Adda, stendevasi fiorita e verdeggiante la pianura, e per quella vigorosi contadini e bizzarre Bergamasche attendevan giulivamente dietro alle opere campestri; ma tanta era la lontananza, tale il rombazzo del fiume, che ella non potea farsi intendere fin colà. Intanto il sole, giunto a mezzo del suo corso, sferzava cocente il nudo capo di lei, procurandole un nuovo tormento, quasi fosse destinata a tutti provarli in quel giorno. E le ore passavano, e col fuggire di quelle cominciò ad accorgersi come la sua posizione fosse mutata, non migliorata. Colà, soletta, scevra da tutti, non vedeva modo come ajutarsi. Forse la disperazione avrebbe potuto invigorirla ancora tanto, da ghermirsi di sterpo in sterpo, di ronchione in ronchione, su fino alla vetta, ma e il bambino? Abbandonarlo non era neppur pensiero che le nascesse, e con esso in collo, nè di muoversi tampoco le era fattibile: solo per esso tenevasi così avvinghiata al ramo salvatore. Il bambino poco dopo si risvegliò, prese a guajolare, tormentato dall'incomodo posare sugli assi, dalla fame, e dal sole che lo coceva anche sotto ai panni, con cui, sciorinando il proprio capo e il seno, l'aveva ricoperto Rosalia. Ogni suo strillo era un coltello al cuore della madre, che tanto più addentro la trafiggeva, quanto erasi ormai creduta in salvo. E come chetarlo? Se abbandona lo sterpo, eccola di nuovo travolta nei terrori di prima.--Forse è un villaggio qui vicino... ma, e se nol ci fosse? se non arrivassero in tempo?» Allora tremava che il ramo non si schiantasse, e viepiù lo stringeva, col furore onde chi affoga si appiglia a che che gli si offerisca; e gelava e sudava qualora, intontita dal sole, le paresse veder la rupe ondeggiare e cedere, o sentisse venirsi meno la forza e fiaccar le giunture delle dita, che sbattevano in convulsione. Finchè però stava così, non poteva accarezzare il languido infante, non premerlo al seno, non l'acquetare baciandolo, cullandolo sulle ginocchia, fra le braccia. Più dunque non le restava che la voce, colla quale il veniva confortando, lusingandolo a pazientare, a tacere, a dormire: non temesse più: verrebbe presto il soccorso; tornerebbe a suo padre, al suo tetto.... Fin qualche cantilena intonava per addormentarlo.... cantava in quello stato, in quella agonia! Ma il fanciullo nè ascoltava, nè smetteva il rammarichio e gli striduli vagiti, che facevano a brani il cuore di essa. Tentava ella ogni arte per accostarglisi, toccarlo almeno coi piedi, colle ginocchia, mentre pure colle nude braccia supine aggavignavasi al caprifico. Più di una volta fu per lentare le dita e lasciarsi ancora all'arbitrio del fiume, ma non osava, e rompeva in più dirotto piagnisteo, che accordavasi con quello del fanciullo in un'armonia di desolante pietà. Tratto tratto ripigliando alquanto di lena, alzava un grido, il più forte che poteva; udivasi l'eco iterarlo; l'eco insensibile come l'anima dell'avaro; gli uccelli annidati fra quei macchioni, sbucavano strepitando, sparnazzando; ma nessuno rispondeva; un momento dopo, tutto era rientrato nel silenzio, appena rotto dal cozzare delle onde, che frangendo contro il masso, facevano barellare il navicello. Così la fiducia tornò a dileguarsi; più non videsi davanti che la morte, resa anzi più atroce dalla necessità di eleggere tra l'affrontarla col rimettersi alle onde, o sorbirla qui per estenuamento di fame, con sugli occhi il languire affannoso, negli orecchi lo straziante piagnucolare di quell'innocente. Quante miserie aveva essa mai osservate in sua vita; quante madri infelici le erano occorse, tutte ora le tornavano a mente: le une mendicanti dal duro passeggiero un tozzo da sfamare i pargoletti; le altre, confitte sur un pagliericcio, inferme, senz'altro poter dare alla loro prole che compianto; espulse di casa da prepotente soldataglia, da disumani mariti, coi bamboli in collo;--ma i mali di nessuna le parevano pari ai suoi: quelle avevano i piedi in terra, potevano strascinarsi in cerca d'un alimento: destavano, se non altro, compassione in chi le sguardava, ma essa!... Quante preghiere quel giorno non recitò! quanti voci non fece! Se usciva da quel travaglio, se campava il suo bambino, avrebbe digiunato tutti i venerdì, poi tutti i giorni; portato di continuo un cilizio sulla nuda carne; visitato, ginocchione, i Santuarj. Pareva che le preghiere la calmassero alquanto, la rianimassero; ma come il suo bambino levava di nuovo i vagiti, smarrita, disperata, ancora si dava a gridare, a bestemmiare, a maledire chi di tanti patimenti le era cagione. Il sole intanto calava; e la vampa, onde per tante ore l'avea sferzata, dava luogo a quel piacevole ventare, che ricrea le sere in riva ai fiumi. Già sulla spiaggia opposta Rosalia vedeva, oh con che invidia! i bifolchi, togliendosi alle fatiche, incamminarsi ai pacifici casolari: il boatiere cacciarsi innanzi la mandra pasciuta: la fanciulla colla verga ravviare i branchi di paperi al pollajo. Era l'ora del crepuscolo, l'ora delle rimembranze per chiunque godette, per chiunque soffrì, per chiunque amò. Ma per Rosalia non veniva che preludio di nuovi tormenti. La notte si oscurerebbe: se la fortuna non aveva mandato nessuno a soccorrerla il dì, quanto meno la sera! Pure di sopra al capo suo le pareva e no intendere un sussurro, una faccenda:--Oh se riuscissi a farmi sentire!» E per quanto spossata, alzò uno strillo,--il ripetè,--credette essere stata intesa, perchè si fece silenzio: lo raddoppiò, e di fatto gente si avvicinò all'orlo del masso, e--Chi è laggiù?» gridò una voce. --Io... una infelice... ajuto, ajuto!» rispose la costernata. --Ma come siete lì?» richiese la voce. Ella non replicò se non--Ajuto! ajuto! prendete il mio bambino.» Erano veramente persone, che passando l'avevano intesa: e come poterono comprendere ch'ell'era una donna in pericolo di sua vita, pensarono a salvarla. Ma come? il discosceso della rupe impediva, non che d'accostarsi, nè tampoco di vedere se costei fosse nell'acqua, se in nave, se s'uno scoglio. Andare per una barca sino a Vaprio era lungo viaggio, poi più lungo il salire a ritroso della corrente; ella intanto si sarebbe affogata. --Volete una corda?» le gridarono. --Sì, sì... una corda: Ajuto, ajuto... subito... Il mio bambino muore.» Lesti adunque presero un canapo, che per buona ventura si trovava sul carro, e lo calarono giù: ma parte che essi non sapevano il luogo appunto ove ella si fosse, parte che il masso, sportando, teneva la corda discosta dalla barca, mai non potè la infelice vedersela sì vicino, che osasse abbandonare il suo ramo; e veniva dicendo:--A ritta--A mancina--Non la posso prendere--Ajuto--ajuto!» Finalmente la corda le rasentò la persona, onde la Rosalia, sicura omai di poterla tenere, lasciò il ramo per ghermirla. Ahi lassa! non appena sciolse la mano, l'acqua respinse la barchetta; la fune tutta molle le sguisciò fra le mani, che intormentite non avevano forza di fermarla; essa vide un'altra volta fuggir la riva; vide le persone che dall'alto del sasso la stavano additando, compiangendo, gridando accorr'uomo. Protese le braccia esclamando--Ajuto»; sollevò verso di loro il suo bambino; li commosse a tenerezza, ma essi più non sapeano via di soccorrerla; il fiume già l'aveva tratta lontano, già la portava impetuoso. L'ultima occhiata che la Rosalia volse al lido, le mostrò un pio sacerdote, che, a vederlo, pareva le gridasse a gran voce la formola dell'assoluzione dei peccati, alzando la destra in atto di benedirla: mentre tutti i circostanti, piegate le ginocchia, oravano per lei, come si ora per l'uomo in agonia. Essa ricoricò il suo bambino, poi lasciossi in abbandono cader sul fondo del perduto barchetto. Fra tanti e sì variati patimenti, fra il digiuno, fra la nausea, fra la speranza tante volte nata e tante sparita, solo l'amor materno l'aveva tenuta in vita; ora prevaleva l'ambascia; le si offuscarono gli occhi, più non vide, più non udì... Possa il suo pensiero in quegli ultimi istanti essersi affratellato a quel dei fedeli, pietosamente preganti in sulla riva, per domandare con essi dal Cielo quel rimedio, che più dalla terra non poteva aspettare! CAPITOLO VIII. I DISASTRI. L'uccisore di Rosalia frattanto, guadagnata la riva, traversò le rovine di Lecco, monumento di vendetta pubblica: rivide la macchia, fra cui esso aveva concepito la vendetta privata, che ora tornava d'aver compiuta; entrò nella rôcca, nella camera sua, e respirando come persona giunta al termine di un difficile cammino, buttandosi sui letto esclamò:--Alla fine son contento.» Ma contentezza non segue al delitto, neppure in chi vi ha fatto il callo: le gioje che esso procura sono tempestose, come l'inferno da cui procedono. Quelle coltri, quel materasso riuscivano ispidi, pesanti per Ramengo; voltavasi, contorcevasi, volendo pure a sè medesimo simulare tranquillità, chiudeva gli occhi, si provava di dormire, ma rivenendo in sè, trovavasi averli spalancati, fisi, incantati sopra i fantasmi che l'immaginazione gli presentava. Non erano fantasmi di paura, ma quei della donna sua, del figliuolo, delle loro ambasce; e lì immobili, confitti alla proda del suo letto, al capezzale, alla porta: sicchè non potendo stornarli, procurava mutar lo spavento in un'atroce dilettazione. Balzò di su la coltrice, salì sulla vedetta: e quivi fermi gli sguardi lampeggianti sopra il lago, col fosco crine spartito sulle due tempia convulse, il pugno sopra la spada, l'altra mano aggrappata ad un merlo, si sarebbe detto una statua posta colà ad ornamento o a spauracchio. Tentennò poi risolutamente il capo, e proferì:--Sei là! là in mezzo. Maledetta! perchè non dura eterna questa notte? perchè non può colei sentir in essa tanti affanni, quanti da due mesi a me ne ha fatti soffrire!» Poi mirò farsi bujo verso tramontana, e un nebbione, quasi densa fumea di fornace, avanzarsi radendo il lago: previde la burrasca, e ne tripudiò: tripudiò quando la vide scoppiare: ogni groppo di vento che rompesse, ogni fulmine che cascasse, egli trasaliva d'infernale piacere, nella frenesia della rabbia figurandosi quel che ne patirebbe la donna. L'acquazzone tutto il lavava; gli strideva tra le chiome il vento;--e' non lo sentiva; non sentiva altro che l'ardore della vendetta. Solo al primo albeggiare si tolse da guardare il lago; e salito a cavallo, uscì furiosamente lunghesso la riva se mai essa vi fosse approdata, se piuttosto la procella ne avesse rigettato il cadavere. Nulla vide, nulla ne intese raccontare, onde fu al colmo della soddisfazione, sperando che, com'era stato suo disegno, il lago avesse inghiottito e la vittima e le traccie del delitto. Su quei primi giorni mascherò il rimorso con una smania di operare; spedì attorno a cercare se mai il nembo o la piena avessero fatto pericolare alcuno: sotto veste di esplorare gli andamenti di certe bande che infestavano la valle San Martino, mandò di qua, di là scorridori che gli riferissero a minuto quanto udivano, ma nessuno gli fe' cenno di una donna affogata: onde esclamò:--Hai pur dato l'ultimo tuffo!--Possa la tua agonia essere stata lunga, affannosa quanto te l'auguro io, quanto la meriti! Possa io un giorno, come ho goduto, della tua morte, così godere di quella dell'infame tuo drudo!» A chiunque abbia idea della disordinata prepotenza dei governi militari in ogni tempo, e della confusione speciale d'allora, quando, per troncare un viluppo inestricabile, fu fatto uno statuto[16] che nessuno si ricercasse per delitti commessi durante la guerra di Monza dal primo novembre 1322 all'undici dicembre 1324, sarà agevole spiegare come veruno giuridicamente chiedesse conto a Ramengo della donna scomparsa; in privato poi, coi subalterni gli valeva la superiorità per farli tacere: coi pari e coi superiori non gli mancavano sfuggite e pretesti. A Lecco diede voce che la Rosalia fosse andata a Milano: a Milano che fosse corsa ad unirsi co' suoi parenti forusciti; poi che era morta, morta lei, morto il bambino, e se ne finse accorato, celando il suo delitto sotto impenetrabili apparenze, come celato lo aveva la superficie del lago, cui unicamente l'aveva confidato. La prima volta che di ciò fu inteso, il giovane Pusterla se ne mostrò tocco nell'anima, siccome succede allorquando vediamo peccare chi più ci pareva dabbene; allorquando vediamo chiuder il libro della vita chi non ne avea scritto ancora che pochi fogli. E non rifiniva di chiederne; e s'ingegnava di consolare Ramengo, prima colla speranza che certo ella tornerebbe al marito, al dovere: poi, dopo credutala estinta, coll'enumerarne le belle doti, e rammentare certi atti minuti, certe leggiere parole, che tra i casi ordinarj sfuggono innotati, ma che tornano a mente vivacissimi allorchè scomparve quello alla cui memoria erano attaccati. Ma questa commiserazione, questi encomj, ben altro suono facevano a Ramengo. Non già ch'e' fosse cotanto geloso dell'onor suo che credeva oltraggiato: ma la commiserazione faceva dispetto a lui, bramoso di eccitare invidia: e nella ribalda anima sua il rimorso palliavasi sotto altri affetti, dei quali soli era capace: odio, disprezzo, vendetta. Sebbene verun tribunale, veruna potente voce chiamasse conto a Ramengo dell'operato, sì lo interrogava fieramente una voce interna, quella che, se i gran malvagi asseriscono di non sentire più, o mentiscono, o il vero è che l'hanno soffocata sotto altre voci, principalmente sotto alla smania che gli invade di nuovi delitti. Come l'ubbriaco, allorchè il vino comincia a fargli dar volta al capo, crede ripararvi col berne del nuovo: come una donna che d'una prima infedeltà sentesi spinta a cancellare la memoria col commetterne di nuove, e sostituire la vorticosa illusione della voluttà alla severità dell'innocenza perduta e al salutare stimolo della coscienza; tale Ramengo per rapirsi allo strazio del primiero misfatto provava una diabolica necessità di consumarne di nuovi. E com'è sottilissimo l'amor proprio a trovare scuse fino alle atrocità; così Ramengo versava ogni colpa sua sul Pusterla: fingeva a sè stesso di avere amato Rosalia d'immenso amore, sinchè tra i loro cuori non si frappose quell'esecrato: esagerava le speranze che avea fondate su quel fanciullo; e col lungo fingere un tal sentimento, talvolta Ramengo ritrovava in sè un vero rammarico di avere perduta quella sposa, di cui gli ricorrevano a mente le rare doti del corpo e dell'animo, e le dolcezze ch'essa gli prometteva. Più ancora compiangeva il perduto figliuolo: così è dolce cosa a tutti il vedersi crescere intorno un bambolo, col quale ritessere il cammino della vita: così all'ambizioso è caro il poter erigere su quello la speranza e i disegni dell'avvenire! Nè poteva Ramengo ripiegare con un nuovo matrimonio, poichè da una parte la vulgare opinione aggiungeva non so che obbrobrio alle seconde nozze e a chi le contraeva; i feudatarj ne esigevano una tassa a profitto delle loro stalle: obbrobrio che, a chi pretendesse trovar ragioni delle popolari ubbie, parrà strano davvero in tempi che nessuno se ne apponeva al concubinato, all'adulterio. Ma se questo riguardo era gittato alle spalle dai principi e dai maggiori cittadini, doveva rispettarlo Ramengo, smaniato com'era di salire, e quindi in necessità di accarezzare e i vizj de' magnati e i pregiudizj de' volgari. Dall'altra parte chiedendo una seconda sposa poteva indurre e questa e i parenti a cercare più sottilmente l'esito della prima moglie, e rimestare così una sucida pasta. Doveva dunque dire addio alle casalinghe consolazioni, smettere la lusinga di potere, quel che a stento gli veniva fatto per sè stesso, montare sublime per via di un figliuolo. Ma, anzichè accettare ciò come conseguenza e punizione del suo misfatto, non volea vedervi che una ragione onde portare peggior odio al Pusterla, onde concentrare su lui solo tutto l'astio, che era un bisogno dell'anima sua, e che dapprima sfogava contro la povera Rosalia. Però una vendetta subitanea e violenta poteva fallirgli, e venire punita, e non corrispondeva agli spasimi che nella sua immaginazione a lui preparava. Conservò dunque le apparenze di servitù e di amore verso i Pusterla, anzi le raffinò, come è stile dei traditori: non avresti detto potersi dare altri più zelante dell'onor di quella casa: ma intanto ne spiava ogni andamento, simile al lupo cerviero, che con lunga persistenza seguita la vittima che destinò pasto alla rabbiosa sua fame. Corsero gli anni: al Pusterla incontrarono i casi che già accennammo, e si sposò colla Margherita Visconti. Ramengo, siccome cliente della famiglia, assistette alla pompa della benedizione conjugale: e quel sacro istante, in cui il cuore balza fra due vite, fra i desideri del passato e le promesse dell'avvenire, ricordò al feroce il momento in cui egli erasi giurato amore colla sua buona Rosalia. Vide poi la tenerezza e la felicità spargere fiori a gara intorno e sopra della Margherita: con invidioso struggimento vide il suo abborrito diventar padre d'un vezzoso fanciullo: la beatitudine che quello godeva nelle incolpate mura domestiche, gli riaprì, se mai erasi rimarginata, la ferita onde in grazia di lui dicevasi trafitto.--Ecco! a me rapita una moglie, un figliuolo: messa nell'animo mio questa procella.... tutto per colpa di lui... ed egli nel colmo d'ogni felicità! E quel bambino? Oh un figlio! se avessi io pure avuto un figlio! quanti ineffabili gaudj! quante floride speranze! Poter anch'io amare, poter destare invidia! E non l'avrò mai... mai! Colpa di chi? Ed egli lo ha... e così bello! Ha una donna... una tal donna! Oh potessi turbargli cotesti godimenti! oh potessi mescere alle sue labbra un sorso del fiele, di cui esso ha attossicate le mie!» L'astio (tant'è versatile!) assunse perfino le apparenze di amore. Perocchè, o rimanesse veramente preso anche Ramengo alla virtù e alla bellezza della Margherita, come se un demonio s'invaghisse d'un cherubino: o non si tenesse per pagato fin a che non ricambiasse collo scorno lo scorno che dal Punteria pretendea aver ricevuto, incominciò a corteggiare la costui moglie. E prima le venne in atti ed in parole prodigando le lusinghe, da cui ella potesse argomentare come di lei vivesse passionato: spinse quindi la sfacciataggine fino al punto di richiederla apertamente di amore. La Pusterla vedevasi di così immensa distanza superiore a colui, del quale, se non sapeva tutte le nequizie, indovinava per istinto la maligna natura, che dalla sozza sua persecuzione affatto si trovava sicura, e senza farne motto a veruno, le parve assai castigarlo col disprezzo. Ramengo però non era uomo da fare come sbigottito e vinto al primo colpo: anzi viepiù s'infervorava, fosse per punta, fosse perchè, confidente nei meriti suoi, come suol essere chi non ne ha, credesse potere coll'assiduità riportare una vittoria, tanto più gloriosa quanto più difficile. Oltrechè fermamente erasi proposto di cominciare le sue vendette contro il Pusterla dal contaminarne la donna: e quando pure non vi dovesse riuscire nel fatto, anche le apparenze gli sarebbero bastate; bastato che la vulgare malignità trovasse onde appuntare la Margherita, e turbare i sonni a Franciscolo.--Ma costei (diceva tra sè) non è costei come tutte le donne? A qual di esse torna ingrato un omaggio che si presti alla loro bellezza? Oh cadrà, cadrà: venga solo l'occasione». E l'occasione parvegli venuta nell'incontro che sto per dirvi. Sebbene non ancora tanto divulgata come si fece poi nel secolo XVI e nel seguente, pure già correva allora l'opinione, che un uomo potesse far patti cogli spiriti dell'inferno, ed acquistare così una facoltà soprannaturale, alcune volte di giovare, più spesso, di nuocere altrui. Sapevasi che versiere e stregoni potevano destare i turbini e quietarli; ogni temporale si credeva da loro suscitato; e ne trovavano irrefragabili prove nelle strane apparenze che assumevano le nubi accavallandosi, e nelle quali l'immaginazione ravvisava figure di giganti, di bestie, di demoni. Gli astrologhi, generazione molto attenente alle cose della magia, davan norme ai principi, che dal cenno di essi facevano dipendere le azioni loro, le guerre, le partenze. Ove, per dirne una sola, ricorderò l'avventura del Petrarca che, mentre nel nostro duomo recitava un'adulatoria orazione per l'inauguramento di Bernabò, Galeazzo e Matteo Visconti, si vide sul più bello interrotto da quell'astrologo Andalon del Nero, che altrove mentovammo, il quale aveva scoperto esser quello il preciso minuto della combinazione di stelle migliore per fare la cerimonia. Ogni malattia poi alquanto bisbetica veniva attribuita a fascino e sguardo maligno: erano fatture di streghe gli accidenti, di cui l'uomo o non sapeva render ragione o non aveva coraggio d'incolpare sè stesso: e credevasi ch'elle si congregassero, certe notti, in certi luoghi, a tenere i loro conciliaboli infernali. Nè tutte queste opinioni erano germogliate unicamente nelle teste plebee: forse anzi si apporrebbe chi dicesse al contrario non essersi tra il vulgo radicate se non in grazia delle discussioni e degli ordinamenti di chi dirigeva il vulgo. Le città dettarono leggi contro i maliardi: qualche chiesa introdusse formole per esecrarli e scongiurarli; i sapienti ne discutevano di proposito e sul serio; quando poi i tribunali processarono per delitti di malía, la credenza diventò certezza: volevate che i giudici e i tribunali s'ingannassero? Da una parte dunque ridotta a sistema, questa opinione si confermò in coloro che pretendevano di sapere, dall'altra, sparsa tra il vulgo da parabolani d'ogni abito e d'ogni condizione, acquistò fin al segno, da parere bestemmiatore ed eretico chi ne dubitasse. Crescendo adunque il potere e il numero degli streghi a misura delle persecuzioni, anche i ripari e gli antidoti si moltiplicarono: e mentre la classe culta aveva scongiuri e fiamme, il popolino ne praticava di meno empj e atroci; ad ubbie opponeva ubbie; e tra siffatti rimedj, efficacissima era tenuta la rugiada della notte di San Giovanni. Chi si bagnasse a quella, asserivano poter tutto l'anno vivere sicuro da fatucchiere: certe erbe sbocciate e côlte in quella notte, erano il tocca e sana degl'incanti. La quale opinione si collega ad altre che qui non è il posto di commentare, ma di cui alcuna traccia è rimasta viva fin nel secolo delle macchine a vapore, sì in Italia, sì fuori. In tutto il nord, dalla Svezia alla Sassonia e sul Reno, si accendono ancora grandi falò pel San Giovanni; un Inglese trovandosi in Irlanda la vigilia di quel giorno, fu avvisato non si meravigliasse se a mezzanotte vedrebbe accendersi dei fuochi su tutte le alture del contorno[17]; a Newcastle le cuciniere fanno quella sera fiammate di gioia, a Londra gli spazzacamini vi menano danze e processioni in vestire grottesco; in una valle della contea di Oxford, detta Caval Bianco, si raccolgano tutti i vicini a _ripulire_, come essi dicono _il cavallo_[18], cioè a svellere l'erba da uno spazzo sterrato, che rappresentava un cavallo colossale, ed a passarvi la giornata fra campestri allegrie. Io so di paesi lombardi ove, malgrado le proibizioni, quella notte suonano continue le campane: fanciulletto fui più d'una volta, da qualche femminella all'antica, condotto a ricevere la guazza di San Giovanni, e in diversi luoghi mi furono mostrati enormi noci, i quali, fin a quella sera conservatisi aridi come di gennajo, la mattina si trovano verdeggiare del più folto e gajo fogliame. Ai tempi della nostra Margherita, in proporzione della fede o della corrività, più solennemente celebravasi la vigilia di San Giovanni. Dal cadere della sera fino all'alba successiva non tacevano mai le squille sui centoventi campanili della città, affinchè le streghe, a cui, se nol sapeste, è spaventosissimo lo scampanio, non potessero cogliere le erbe nocevoli, nè impedire con loro malizie che fossero côlte le preservative: intanto la gente non velava occhio per uscire garagollando a ricevere la guazza miracolosa. Era quindi una specie di festa, un berlingaccio notturno. Nei villaggi, adunati tutti alla campagna, su qualche aja, in certi luoghi da ciò, i villani, al suono di zampogne e cornamuse, canticchiavano, ballonzavano, pregavano: dico la gioventù, nel mentre che i vecchi strascinatisi anch'essi pigramente al lampaneggio, ripetevano una litania di storie di streghe: una donnicciuola assicurava d'avere ella stessa veduto il tale o tal caso: l'altra di avere conosciuto due, tre, più fatucchiere: quale, intender ogni notte un gatto miagolare sul tetto della vicina: quale sentir la sua pigionale, di mezza notte, massime quando il marito non fosse in casa, aprire e bisbigliare, certamente, col foletto; il maggior numero e le più sincere si erano quelle che assicuravano in vita loro non aver mai patito di malíe, perchè mai non aveano lasciato di bagnarsi alla rugiada del San Giovanni. La Chiesa, che in tutto allora interveniva, neppur qui mancava: come si continuò fino a noi nella solennità del Natale, così allora in quel giorno si celebravano tre messe, una a mezzanotte, l'altra all'alba, la terza sull'ora nona. Durante e dopo la messa notturna, si cantava un ritmo, cioè un inno, una sequenza, lunga e di metro variato, della quale pongo qui sotto per saggio alcune strofe[19]; la cantavano preti e chierici; e il popolo, a tutta gola e cogli spropositi onde suol rifiorire i cantici latini, rispondeva per ritornello: _Quam beatus puer natus Salvatoris angelus, Incarnati nobis dati Verbi vox et bajulus._ In Milano, senza ch'io vel dica, immaginerete che la solennità era più raffinata e clamorosa. Niuno sarebbe rimasto fra le mura: tutti uscivano chi di qua, chi di là; i più verso una selva, posta dove ancora si dice San Giovannino alla Paglia: ed era una gara delle donne di venirvi in begli abiti bianchi e divisati, che facevano singolare spicco al bujo della notte; scollacciate secondo che portavano l'usanza e la stagione, e con una vaghezza di fiori in capo, in mano, alla cintola, al lembo delle vesti. Molte in coro intonavano certe canzoni, di semplici note, cui gli uomini tenevano bordone; altre ad allegre sinfonie menavano vivaci carole: non potendo nel recinto di quella selva penetrare nè lettighe nè cavalli, e trovandosi a ronzare tutti a piedi, indistinti i nobili dai plebei, i ricchi dai pezzenti, tolto di mezzo l'oltraggioso ricordare della diversità delle fortune, nasceva una libertà sicura e procace, somigliante a quella dei balli mascherati in carnevale. La notte, la folla, l'allegria non è mestieri ch'io vi dica di quanti disordini fossero cagione od incettivo in tempi come quelli. Se la Margherita credesse anch'ella e temesse le streghe e le altre superstizioni, non ho argomenti nè per asserirlo, nè per negarlo; è probabile di sì, giacchè, quando un errore è divulgato, troppo poche sono le menti privilegiate che ne siano tenute monde dallo spirito di osservazione e dal rifiuto dell'opinione popolare. Fatto è che colla folla soleva anch'essa colà condursi, ed unita alle compagne, prendersi onestamente sollazzo, andando in ronda quanto la notte durava. Credette valersene agli effetti suoi il vile Ramengo, e standole indivisibile al fianco siccome un rimorso... I cronisti, da cui ricaviamo tutta questa serie abbastanza sconnessa di fatti, sebbene in alcune particolarità usino troppo più licenza che nol comporti la raffinatezza degli orecchi moderni, qui non discendono a chiarire la cosa; nè altro appare, se non che Ramengo si avvicinò alla Margherita; e quanto insolente si comportasse il possiamo argomentare da ciò, che ella, tutta gentile e temperata che era, lo percosse d'uno schiaffo. Per un'anima bieca che, simile ad un vaso fetido ove si corrompe anche la rugiada che vi caschi, convertiva in occasioni di scelleraggine fino i più soavi affetti, non domandate se questa fu profonda, immedicabile ferita. Nol rimorse la propria colpa: solo vide l'orgoglio suo oltraggiato, il contaminato onor suo: la sete di vendetta, che già lo stimolava contro dal Pusterla, altrettanto e più fiera s'accese ora contro della donna di lui:--Sì, sì; un colpo solo le farà scontare tutte. Orgogliosa! ti avrà a tornare a mente la notte del San Giovanni!» Di questo accidente la Margherita non credette opportuno far cenno al marito: infatti a che pro? quanto a sè, tenevasi più che abbastanza sicura contro un essere tanto spregevole: dal manifestarlo allo sposo potevano nascere e turbazioni e guai vicendevoli. Ramengo però da quell'ora non osò comparire in casa i Pusterla; le prime volte che si avvenne in Franciscolo, il cansò studiosamente; ma dal modo con cui egli si comportava seco qualora lo trovasse in altre case, o nelle comparse, o sotto ai coperti, ebbe a chiarirsi che nulla sapeva dell'occorso; si rassicurò, non si mitigò. Prese anzi maggior corruccio dal conoscersi disprezzato, e nè tampoco creduto degno di ira: e poichè l'odio dei tristi grandeggia di tutta l'altezza onde il nemico sovrasta ad essi, gli pareva non aver bene di sè, finchè coloro non avessero redento col sangue i fattigli oltraggi. Sulla casa ove più non ardiva portare i passi, teneva aperti gli occhi indagatori: già vedemmo con quali seduzioni lusingasse Luchino a voler contaminare la bella donna: sapendo poi la ruggine che era tra il Pusterla e i Visconti, confidava non tarderebbe l'occasione di rovinarlo. Un'accusa è così presto trovata! Quasi un anno era passato dal caso che vi raccontai, ed il prossimo ritorno della solennità di San Giovanni aveva rincrudita in Ramengo la mal saldata piaga. Le disposizioni dei cittadini per festeggiare quella notte, da cui tre giorni appena li dividevano, i preparativi delle donne, il tripudio con cui ne ragionavano i fanciulli, pei quali un dì festivo è un avvenimento, suscitavano in lui una maggiore furia di dispetto. Or pensa, lettor mio, se a gran disegno gli venisse l'imprudente colloquio di Alpinolo, il quale gli poneva in mano uno stilo avvelenato, onde colpire non la sola Margherita e il consorte di essa, ma quegli altri amici, ch'egli esecrava appunto perchè amati da loro; e nel tempo stesso gli lastricava la via di sollevarsi nel favore del principe con questa prova di zelo. Ambizione! l'idolo suo: e per raggiungerlo v'era di mezzo la testa dei suoi nemici. Recatosi dunque alla Corte, e ottenuto accesso al signor Luchino, gli rivelò la gran trama, e ben crederete che trovò i colori più neri per aggravare la colpa e l'idea del pericolo. Il tornare secreto del Pusterla a Milano, abbandonando la sua destinazione, già dava titolo a sospettare: fresca era la memoria di Piacenza, perduta da Galeazzo, (noi l'abbiamo accennata parlando di frà Buonvicino), appunto per maneggi d'un marito oltraggiato: Luchino poi e sapeva di meritar l'odio di molti, ed agognava l'occasione di punire su Margherita le virtuose ripulse. Quando il tristo può ritrovare un pretesto onde, sotto velo di giustizia, mascherare l'iniquità, non ha egli il suo voto? Dalla relazione di Ramengo appariva che i primi da cogliere dovevano essere o il Basabelletta o Alpinolo: e secondo le deposizioni di questi, regolarsi per gli altri. Ma Alpinolo era conosciuto come un fiero, che avrebbe resistito a qual volessero maggiore tormento, anzichè peggiorare in nulla la causa dei suoi benefattori: avrebbe anzi voluto in ogni guisa scaricarli, a costo della propria vita: vita d'uomo oscuro, e quindi di poca importanza. Parve dunque miglior consiglio porre lo mani addosso al Basabelletta; poco interesse aveva costui a tacere: e la corda gli strapperebbe quante confessioni bastassero per procedere, non importa se giustamente, ma legalmente, contro degli altri che più stavano a cuore. Coll'abituale suo passo violento, e balestrando gli occhi in qua e in là, attraversava Alpinolo la piazza del Duomo, sempre infervorato nelle medesime fantasie; allorchè ode chiamarsi con voce sommessa e incalzante. Si volge, e ravvisa uno dei sergenti del capitano di giustizia, col quale egli soleva non di rado trovarsi in radunanze popolari, al giuoco, negli spettacoli, sulla taverna, luoghi che Alpinolo bazzicava per moltiplicare a sè ed alla buona causa amici e fautori tra la plebe e tra la gioventù. E gli giovò: poichè colui, passandogli a fianco, con aria di misterioso sgomento, gli disse:--Seguimi»; e senza mostrare che fosse fatto suo, piegò verso il Broletto nuovo, e quivi ridotti in uno di quei chiassuoli, badato ben bene che nessuno gli ponesse mente,--Va, (disse ad Alpinolo con voce affannata) va, e fuggi, e fa fuggire subito il Pusterla. --Ma perchè? --Il signor Luchino manda ordine che siano incarcerati lui, la moglie, tutti voi altri. --Ha forse scoperto?... ---Sì: ogni cosa; hanno messo alla tortura il Menclozzo ed ha schiodato... --E chi fu la spia? --Dio lo sa! Nessuno ha parlato oggi col principe fuorchè Ramengo. --Ramengo!» proferì Alpinolo, spalancando gli occhi con aspetto e con voce d'un terrore disperato. Dunque era un traditore quello di cui egli si era interamente assicurato! dunque di un tal precipizio era colpa la sua imprudenza! Urlando e bestemmiando sè e lui, neppur fece motto al benevolo sergente (dei ribaldi ci conservarono il nome le cronache; questo benedetto non parve degno di menzione; stile vecchio), e viepiù che di passo corse Alpinolo giù per la via dei Mercanti d'oro [20]; fu alla Balla, e fattosi alla porticina posteriore della casa Pusterla, bussò violentemente.--Oh, oh? volete sfondare l'imposta?» gridò una vociaccia di dentro; e si vide da un finestruolo da lato sporgersi una testa nera e barbosa, con due occhi sdrusciti e uno sberleffe attraverso alla gota. Costui, che chiamavasi Franzino Malcolzato, erasi acquistato pel paese un tristo nome di fastidioso e manesco, a molti appoggiando e pugni e brave coltellate, ora per conto suo proprio, ora per l'altrui, finchè fu tolto al servizio del Pusterla. Un signore anche buono tenevasi sempre agli stipendj alcuno di questi bassi scellerati, sì perchè fosse uno strumento di meno in pugno dei suoi nemici, sì anche per potersene all'uopo servire contro di essi, in tempi che la giustizia si faceva troppo spesso a punta di spade e di pugnali, o almeno a bastonate. Quest'arnese, come vide e conobbe Alpinolo, tosto gli ebbe dischiuso. --Dov'è il signor Franciscolo?» chiese il giovane pressato. --È fuori. --E Margherita? la signora? --Attorno anch'essa. --Ma dove, in nome di Dio? Il Malcolzato non rispose che facendo spalluccie. Ed Alpinolo imperversando e bestemmiando, corse alle scuderie, saltò sul cavallo più corridore, e lanciollo a tutta briglia per correre dove potesse immaginare che i Pusterla si fossero condotti; e l'ultima parola che ne intese il Malcolzato fu:--Maledetto Luchino e chi fa per lui!» --E maledetto sia,» replicò egli guardando dietro al garzone, il quale se n'andava che nè anche il vento: poi, per incantare la noja del far la sentinella, sedutosi s'un muricciuolo daccanto alla porta, diede occhio alla serpe viscontea che era dipinta quivi sur uno stipite, e zufolando la guardò beffardamente. Già aveva mal sangue coi Visconti perchè gl'impedivano di esercitare liberamente le sue prepotenze; in quella casa era solito udir parlarne tutt'altro che col miele sulle labbra; ora, ispirato anche dalla sonora imprecazione di Alpinolo, così per celia raccolse un pezzo di carbone, e attorno a quell'arma disegnò, come sapeva, due pali ritti ed uno traverso, che dovevano significare una forca, dalla quale scendeva una soga che si attortigliava al collo del biscione. E guardando la sua fattura colla compiacenza onde Hayez può aver guardato la Giulietta o la Stuarda da lui create, sghignazzava, e ripeteva con una certa buffa intonazione:--Il biscione impiccato! impiccato il biscione! così vada il suo padrone». Stava il tristo nella goffa estasi sua, quand'eccogli addosso il temporale. Perocchè all'ordine di Luchino, il connestabile Sfolcada Melik, con una grossa banda di quei mercenarj suoi compatriotti, che Luchino comprava per sua difesa perchè ignoravano il parlar nostro, non badavano alle scomuniche del papa, nè cedevano a lusinghe di novatori, mosse tosto per sorprendere in casa i gran ribelli. Allo scalpitare dei cavalli, al grave passo dei pedoni, uscivano dalle botteghe, facevansi alle finestre le persone;--Che è? Che non è?--È Sfolcada Melik, che Dio ce ne scampi!--Dove vanno? perchè vanno?--Guarda, guarda, hanno seco picconi, arieti, scale. Che vadano a pigliare una fortezza?» I più quieti lavoratori si accontentavano di guardar dietro alla truppa, stando a sportello o sui balconi; altri, come facchini, carbonari, macellaj, correvanle dietro, e domandavansi un l'altro dove andassero, e nessuno sapeva soddisfarne la curiosità. Vedendoli drizzarsi alla Balla: --E che si che vanno a far la festa al signor Barnabo? o al bel Galeazzino? Già, dà ombra a Luchino--già ne è geloso». Ma la sbirraglia volta.--Sta a vedere! si fermano al vicolo Pusterla;--appoggiano le scale al verone.--Vedi ve' colui come s'arrampica! e' par tutto un orso!--Come?--Chi?--I Pusterla?--O Madonna di San Celso! Son miei protettori. Scappa, scappa, che non mi credano del loro partito». E i più scappavano: il che chiamasi prudenza; gli altri stavano a guardare, ma nella rispettosa distanza in cui li tenevano le labarde dei soldati di Sfolcada Melik: parte dei quali dava da qui l'assalto alla porta, alle finestre, fino al tetto; un'altra, alla guida di uno, che la buffa calata sul viso impediva di conoscere, svoltò nella via dei signori Piatti, e arrivò addosso a Franzino Malcolzato, intento a quel giuoco che dicemmo. --Una forca! impiccato il biscione! minacciata la forca ai Visconti! Ecco: fin ai servi sono nell'intelligenza!» Così diceva alcuno, forbottando e legando il Malcolzato, a cui una sbarra cacciata in bocca impediva di gridare, come le corde gl'impedivano di rispondere ai molti pugni, onde valorosamente il percotevano i Tedeschi. Per quell'usciuolo intanto, e giù per le finestre e dal tetto erasi versata nel palazzo la piena assalitrice, prendendo i pochi servi trovati; poi si diffuse per le stanze come assaltasse un castello nemico, cercando i gran malfattori, e tra via facendo profitto per sè col cambiar di padrone al buono e al bello che capitasse sotto le mani. Ma innanzi a tutti davasi da fare quel tale dalla visiera calata, e che, mostrandosi pratico della casa, con vera passione frugava le camere, e pareva scontento a mano a mano che, entrando in una, la trovava deserta, od occupata da tutt'altri che da quelli che cercava. Quando in una galleria vide Venturino, il bel fanciullo della Margherita, che infantilmente trescava con uno sparviero, senza udire o temere il fracassìo che attorno al palazzo succedeva. Col labbro tremante nel più amaro sogghigno, si avventò contro lui quel malvagio, il ghermì, lo fissò quasi volesse sbranarlo cogli occhi; e mentre il meschinello strillava a tutta gola, e chiamava il babbo, la mamma sua, egli lo serrava ferocemente contro al petto, e gli chiedeva con istanza,--Dov'è tua madre?» Ma poichè egli non rispondeva se non con urli e lacrime, esso lo minacciava, il percoteva, e senza un istante abbandonarlo, continuava le indagini per ogni camera, per ogni ripostiglio più secreto. Che se non poteva trovare nè il Pusterla, nè la Margherita, raccoglieva però le armi, le valigie disposte, tutto ciò che potesse attestare o la presenza di Franciscolo in Milano, o i preparativi di una rivolta: singolarmente fu lieto al trovare la lettera che Matteo Visconti, per mezzo del Pusterla, avea da Verona inviata ai suoi fratelli. Fatti poscia incatenare i servi, già s'accingeva a partire non del tutto soddisfatto, quando, nel metter il piede sul ponte levatojo, vede affacciarsi la Margherita. Nella carestia che allora dominava, molte donne, per vera fame, aveano fatto getto della loro onestà. Là verso Sant'Eufemia abitava una famigliuola, ridotta a tale necessità, che i genitori diedero ascolto alle sozze sollecitazioni di un ricco, promettendo alle voglie di esso una loro figliuola, purchè egli provvedesse ai loro bisogni. La fanciulla, allevata nelle massime dell'onestà e nel timor di Dio, non reggeva all'idea desolante d'un amore senza virtù e senza avvenire; supplicava il cavaliero, supplicava i parenti; ma quello al mal talento, questi alla fame più volentieri porgevano orecchio. Ridotta alle strette, la zitella ricorse alla Margherita, e non fu invano, che i soccorsi di lei risparmiarono un delitto. Ora, sopraggiunta a lei l'inaspettata partenza, volle dapprima compire l'opera sua, e sebbene affaccendata nell'allestirsi al viaggio, trovò un momento da correre a casa della meschina, nell'ora che sapea d'incontrarvi il nobil uomo. E quivi, non dandosi per intesa degli indegni patti ond'egli entrava colà, tolse a lodarlo della carità usata con quella gente; gli espose come ella avesse trovato un marito alla fanciulla, un onesto cardatore di pannilani, e che domani si farebbero le promesse; talchè egli era in tempo a mostrare la sua generosità. Il ricco, preso da siffatta bontà, che non tocca mai tanto come quando è vôlta sul consolare gli altrui patimenti, fece come la Margherita volle; fu chiamato lo sposo, dato l'anello, e la Margherita se ne partì tra mille benedizioni di quella povera gente, che instava perchè ella domani assistesse ai contenti da lei preparati. Oh le benedizioni dei poveri fruttano sempre, ma non nell'infeconda terra delle tribolazioni. Mentre, imbaccucata nella mantiglia, la Margherita tornava, vede trar gente; avvicinandosi, s'accorge d'un serra serra intorno al palazzo:--Che sarà?» al cuore di una sposa, di una madre, quanti spaventi! Tra la folla, tra la soldatesca si apre il passo; più d'uno le diceva:--Fuggite, salvatevi!» ed ella stessa, giunta al lembo della calca, vedendo quell'invasione nel palazzo, stava in forse d'andarsene, allorchè mirò uscire dalla porta quel mascherato, recantesi in braccio il suo diletto bambino. In simili casi una donna conosce pericoli? una madre? Si slanciò alla volta di quello; ma neppure di raggiungerlo ebbe tempo; giacchè l'incognito, non appena la scorse, diede un guizzo d'infernale compiacenza, che fece guaire il fanciullo abbracciato; e additando la donna a Sfolcada Melik,--Eccola: è dessa; legatela». Il connestabile diede l'ordine; ma come, assalendola, ne ebbero fatto cascare lo zendado, ed apparvero quella bellissima fronte maestosa, quegli occhi avvivati dall'amore, dalla temenza, quelle bianchissime carni impallidite, quell'aspetto, su cui con tanta eloquenza si dipingevano e l'accoramento e la generosità che le faceva dimenticare il suo pericolo nell'altrui, ristettero anch'essi quasi tocchi da sacro sgomento. Ma lo Sfolcada, che poco capiva delle affettuose parole da lei indirizzategli, e che non voleva rincrescersi di far male a quella razzaccia di Lombardi, contro dei quali era lautamente stipendiato, le fece por le manette, e strascinarla via; non prima però che quel malnato, nascosto dalla visiera, si accostasse alla infelice, e mostrandole il figliuolo, le dicesse in voce sommessa, ma rabbiosa:--Margherita, vi ricordi la notte di San Giovanni». Poichè allora non adopravasi cura per illudere il popolo, gli arresti si facevano clamorosamente, a suon di campane. E la campana del Broletto nuovo aveva cominciato a tempellare; a' cui rintocchi alzando il capo, gli operosi dimandavano:--Che s'attacchi fuoco?» Ma poi intendendo che non era altro se non un atto di giustizia, esclamavan beati i loro tempi, perchè più non erano, al suon della squilla, costretti interrompere i lavori per accorrere sull'armi. Propagandosi però quei tocchi a martello di chiesa in chiesa, moltiplicandosi il rumore di vicinanza in vicinanza, mano mano che i satelliti andavano pei varj quartieri imprigionando or l'uno or l'altro, una sollecita curiosità, un panico terrore invadeva i cittadini: tutta Milano andò sottosopra; i bottegaj chiusero: i privati stangarono gli usci. Quando tale scompiglio si dilatò, era sulle ventitrè: l'ora che, di solito, chi ne aveva, mettevasi a cena: e che dai telonj, dalle officine tornavasi ai tugurj suoi la plebe operosa. All'intendere quella novità, avresti veduto i Milanesi arrestarsi un l'altro, farsela ripetere, poi fitto fitto ripeterla essi stessi ai sopravvenuti, al compare, al collega, al camerata. --Che? anche questa? nuove vittime? nuove crudeltà?» E sorgeva in ciascuno un sentimento misto di pietà, di indignazione, di ritorno sopra sè stessi: sentendo così in confuso che, quanto oggi accadeva agli altri, poteva domani toccar a loro. I più deboli, i denarosi, i pusillanimi, stringendosi nello spalle ed esclamando,--Poveri noi! poveri noi!» si ritiravano chiotti chiotti a pollajo, senza rivolgersi indietro; chiudevano ben bene le porte, e fattosi attorno un cerchio della sbigottita famiglia, si davano a pregare, raccomandarsi al Signore; come il contadino allorchè vede in aria certi nugoli bianchicci, per così dire stracciati, ed ascolta un sordo continuo brontolar del tuono, che lo fa pensare alle fatiche durate, alla messe spigata, all'inverno imminente. Ma gli animosi (e in quel secolo non erano i meno), quelli i quali alla loro vita s'erano bagnati di sangue nelle frequenti scaramuccie, e di tempo in tempo alimentavano l'abito della bizzarria e della fierezza coll'attaccar risse e col mischiarvisi, od almeno star a vedere, appena udito il caso, buffonchiavano, sbattevano per terra i berretti, arruffavano i mustacchi e il ciuffo, poi sui crocicchi, nelle piazzuole, facevano capannelli, ove comunicando un all'altro l'ardore, come più faville che unendosi formano un incendio, se prima mormoravano, allora prorompevano in sonanti imprecazioni; e senza guardare che fosse padrone o non padrone, facevano a chi peggio dicesse del signor Luchino; lodavano il Pusterla, forse non per altro motivo se non perchè era perseguitato; rammentavano i tempi de' loro vecchi, quando si faceva senza d'un padrone, e si viveva da papi. --Come?--che? nuove catture; nuovi sbandimenti? (così dicevano con varie voci e discordanti) Arrestato il cavalier Pinalla? un fior di galantuomo di quella fatta! Io ho servito per cinque campagne sotto la sua bandiera; egli è mio protettore spacciato. --E suo fratello Martino? Pensate! domenica udiva messa in San Lorenzo a due passi da me. --E me? gli è mio vicin di casa, e non mi scontrava mai che non mi dicesse,--Schiavo, Pizzabrasa. --Anche Beltramolo d'Amico fu menato su ripiegato ripiegato, sai? --Ah! quello gli sta bene: è un ghibellino marcio. Non l'ho inteso io a dire che il papa ha fatto male a scomunicare l'imperatore e il signor Matteo? Malann'aggia! Se non ci fosse il papa a fare star a segno questi cani grossi, che ne sarebbe di noi e del popolo! --Ma pel popolo e per Sant'Ambrogio si sarebbe fatto a pezzi Borolo da Castelletto; e anch'egli è col muso alla ferrata. Quanto me ne sa male! Un avventore di meno al mio macello. --Il peggio è però di quella buona signora Margherita. --Un occhio di sole. --Un angelo in carne. --Ad un pitocco non diceva mai, Andate in pace; nè, Tornate domani. --Colla penuria che corre, in porta Ticinese nessuno ha patito la fame. --Alla mia nonna inferma ogni dì ne mandava un fiaschetto». E seguitavano innanzi con questi encomj finchè dandoci alle furie, gl'interrompevano certe vociaccie sgangherate e risolute:--Ah cane!--ah demonio!--Così becca via un per uno i nostri bravi signori!--Che razza di città ha da diventar questa mai? Non ci resteremo che noi pitocchi. --E allora chi verrà alle botteghe? chi ci toglierà per servitori? chi ci pagherà da bere?--Bel vivere, perdio, vorrà essere allora? --Vivere? (soggiungevano altri). Se pure ci lascerà vivere. Perchè io lo vedo come in uno specchio; una volta che colle sue manifatture abbia spazzato via i grossi, ingojerà i piccini in una boccata; come il lupo colle agnella dopo squartato il cane. --Oh se avremo giudizio (replicava Antellotto Braccioforte, fabbro ferrajo tutto affumicato, e con voce usata a vincere il fragore delle incudini); se avremo giudizio, non aspetteremo che arrivi sino a questo: e vi piglieremo sopra un bravo rimedio a tempo. --Un rimedio: sicuro: Un bravo rimedio; dice bene Antellotto (davano su a molti insieme). Già non è il primo che si fa freddo. Abbiamo snidato anche i Torriani: abbiamo strascinato per le strade anche Beno dei Gozzadini.--Oh sì certo! bisogna pensarvi di maledetto senno, perchè ormai chi è più sicuro nemmeno in casa propria? --Oh, in quanto poi a casa mia (gli interrompeva il bottajo Calcintesta) com'io son dentro del mio uscio, l'ho a vedere quel muso bravo che ha da portarvi dentro i barbigi, l'ho a vedere. --E anch'io--e anch'io», replicavano altri, destinati, tutta la vita loro ad essere, come i più, null'altro che l'eco delle voci altrui, che l'ombra degli altrui gesti; e imitando Calcintesta, col capo e colle pugna facevano terribili atti di minaccia, che Dio ne scampi. --E se (ripigliava il ferrajo) se si avrà a fare qualche fazione, a menar le mani, ehi, camerati, mi avete visto delle altre volte. Per qualche cosa mi dicono il Braccioforte. --E nemmen io non son mai dato indietro ai pericoli.--E nemmen io»; replicava il solito coro. --Ohe! (saltava su il Pizzabrasa) suonano il terzo segno della campana! la ritirata. A casa, a casa. Io non ho lanterna, e non mi sento di pagare le venticinque lire di multa. --Neppur io: dunque buona sera. --Tutt'ora che mi vogliate, sul terraggio di porta Tosa, lo sapete. Addio, compare, buona sera. --Schiavo, Beccalò.--Dormi bene, Peregrosse»; e quei crocchi si scioglievano, come un muro sotto alla mano del mastro che demolisce; versavansi per le vie ad uno, a due, a più, difilandosi alle loro casipole, al Guasto, alla Vetra, al Broglio, dove la poveraglia abitava, stivata sino a venti per camera, uomini, donne, fanciulli alla mescolata. Tra via seguitavano a parlottare, a brontolare, a rinfocolarsi a vicenda. Giunti ciascuno sulla propria soglia, nel dividersi dalla compagnia, in atto di far mari e monti, si danno certe strette di mano che fanno spalancare le bocche, ed entrano nelle loro cameruccie. Colla prima sera i poveri allora si mettevano a letto per potere colla prima alba essere ai mestieri; e i lumi erano una rarità. V'è dunque bujo, se non quanto le rischiara qualche raggio di luna, che batte attraverso le impannate di carta oliata. All'aprire risoluto ed impetuoso dell'uscio, la moglie alza il capo dal piumaccio, domandando perchè più tardi del solito; quattro o cinque fanciulli, che le posano daccanto, e che furono tenuti svegli fin allora dalla fame, chiedono al babbo che cosa portò da cena: ma i babbi infuriati non badano, non rispondono nè a donne nè a ragazzi, ed acceso un lumicino a mano, s'inviano a spiccar dal muro, a trarre di sotto al letto le loro armadure: scoprono la barbuta che era stata di loro padre e del padre del loro padre, ammaccata dalle asce fraterne e dalle straniere; cacciano a mano lo stocco; tentano il ferro della lancia, e si danno a spazzarne la polvere e i ragnateli, a dirugginare, ad ugnere, ad affilare, a provarsele in capo, al dosso, in pugno, ad armeggiare, facendo fischiare gli spadoni a due mani sovra il capo dei coricati. A tale scena le povere donne balzano sgomentate dal letto, avvolgendosi un cencio intorno alle nude carni, che le camicie erano un lusso di pochi, ed--O cara Madonna, di San Satiro! (esclamano) cosa c'è--che fai?--perchè così scalmanato?--T'è accaduto qualche incontro?--Te n'hanno fatto una grossa?» e piangono, e fansi il segno della croce; e i ragazzi, vedendo la madre a piangere piangono anch'essi, s'aggruppano con una meraviglia paurosa attorno al padre, pregandolo a dire cos'è, cos'ha da succedere, a non lasciar piangere la mamma. Egli, così fra l'allestire l'armatura, risponde con parole ricise e a spizzico!--Eh, niente... non v'è niente... Toglietevi fuor dei piedi... Che volete mai saper voi, tenerume? preparo le armi perchè... perchè... è sempre bene trovarsi all'ordine. Non è niente, vi replico: via, volete finirla? che serve piagnucolare? ci vuol altro che lagrime. Sangue ha da essere: sangue.--Per me non sarò il primo, ma giuraddio se mi schiacciano la punta d'un dito... Cani! gliela faremo vedere.--I Milanesi son buoni, ma non di là da buoni. Pazienza e pazienza va bene; ma poi la scappa, e rotto una volta il ghiaccio, saranno guai. Brutti mostacci!...» Queste e più violente parole, dette coll'energia del dialetto e coll'espressione dell'ira, sono atte a ben altro che a tornare tranquille le agitate famigliuole; onde per quella sera è un sbigottimento, una sospensione, un trambusto. Di cenare nemmanco si parla: ma ogni tratto affacciarsi e tender l'orecchio ansiosi al minimo bisbiglio: e sgomentarsi, ed accorrere ad ogni ubbriaco che schiamazza, ad ogni battente che si rabbatte più risoluto: poi da un balcone all'altro chiamarsi a nome, e--Compare, niente di nuovo? --No, niente; e voi? --Neppur io»; e tacere un istante per replicare un momento dopo con un altro la stessa domanda, la stessa risposta. A poco a poco però quell'ardore sbollisce: le donne pietose, i vecchi prudenti riescono a mandar a letto gl'infuriati: l'ultima parola è una minaccia, ma intanto le impannate una dopo l'altra si ravvicinano; i lumi appena trapelano dalle accostate finestre, poi si spengono, e tutto rientra nell'oscurità, nella quiete. Alla mattina, svegliati tra il sì e il no, in mezzo al pacifico sbadiglio consueto si risovvengono del tramestio, della furia schiamazzante di jer sera; se ne vanno lentamente rivocando alla memoria le ragioni, i successi: traggono il capo di sotto la coltre;--Come? già chiaro!» Tendono l'orecchio, sentono la calma solita, il solito tranquillo ronzío delle altre mattine. Sbaldanziti dunque e tutti calma, tranquillamente stirandosi, tranquillamente mettendosi in dosso, tra il fare si affacciano alla finestra.--Tutto è quieto: le botteghe ancora chiuse: le campane non suonano che a mattutino o a messa; lattivendoli, ortolani, mastri muratori, braccianti s'avviano alle loro faccende consuete. --Tanto meglio! (esclamano). Sia ringraziato il Signore». Al coraggio della paura è sottentrata la viltà della sicurezza: a quel grand'impeto, a quella viva stizza, un languore d'inferno: se non che per codarda apprensione vorrebbero non aver fatto, non aver detto quel che si ricordano di jeri:--Ma erano molti, e di ragione nessuno avrà badato a me. Al caso dirò ch'io era in cimberli». Riprendono le scuri, le seghe, le cazzuole; raccomandano alla moglie di riporre le armi tratte fuori, di far dire le orazioni ai puttini, di avere scodellata la zuppa per quando suona la _zavatara_ (così, dal podestà che la fece fondere, chiamavasi un campanone in Cordusio che annunciava il mezzodì): e sbocconcellando un pezzo scusso di pan di miglio, goffi goffi tornano ai lavorieri, docili, spensierati, come se nulla fosse accaduto. Di quel cacciare di lingua, delle fragorose imprecazioni, delle minaccevoli smargiassate della sera innanzi, null'altro è sopravvissuto che un rumore misterioso, una curiosità piena di diffidenza, un cauto mormoracchiare coi vicini di bottega, cogli amici di più specchiata confidenza. --E sicchè? ci ha novità? --Mah! non ho inteso niente: quando capiterà qui un mio avventore, che è tutta cosa del cuoco del luogotenente del capitano di giustizia, saprò il fatto a minuto. --E degli arrestati che ne sarà? --Daran da fare a mastro Impicca (quest'era il nome del boja d'allora). Gli statuti parlano chiaro: _Suspendatur eo modo ut moriatur_. --Volete dire, eh? E noi andremo a vedere, dico bene? --Mah! non so che dire. Chi ha buono non rimescoli. Che gerarchie entrano per la testa a questi signori? Toglier a cozzare coi muricciuoli! È proprio come se le lumache facessero a testate coi montoni. Dico bene? --Voi dite come un predicatore. --L'è il caso di quell'asino che, jer l'altro passando per di qui, s'impuntò di non voler più andare innanzi. Che ne seguì? il padrone lo mazzicò finchè poteva portarne; e la bestia, scalcia, ragghia, ricalcitra, alfine dovette cedere e seguitare. --Già il proverbio non falla: legar l'asino dove vuole il padrone. --Tal quale. Gli uomini sono nati parte per obbedire, parte per comandare, dico bene? Poco su, poco giù, comandi un solo o comandino molti, le cose vanno dello stesso piede; e ad ogni modo noi, se vogliamo trarre in castello, ci convien lavorare tutta la giornata: dico bene? --Benissimo. Quanto a me, io sto coi frati e zappo l'orto. Se oggi odo gridare _Popolo_ e _Viva Sant'Ambrogio_, grido anch'io _Popolo_ e _Sant'Ambrogio_; se domani urlano _Viva i Visconti_, ed io urlo più forte _Viva il biscione_. --Bravo! così si sta amici con tutto il mondo. --E si muore a suo letto». Quindi si danno a fischiare una cadenza, a cantacchiare un motetto, a sollecitare i battimazza perchè lavorino, a dare uno scapellotto al fattorino impertinente, a far sentire più vivo lo strisciar delle piale, il ronzare dei tornj, l'affollare dei mantici, lo stridio delle lime e delle seghe, il picchio dei martelli: mentre la folla dei curiosi, dei ricchi, degli scioperoni, degli affaccendati, dei divoti, seguita a riempire le strade, le case, le piazze, le chiese, secondo l'usato, allegro e melanconico ciascuno secondo gli accidenti suoi proprj; e nessuno in particolare dolendosi di quello che era male di tutti. La domenica seguente fu una memorabile solennità in Milano. Poichè i tiranni hanno l'amor proprio di volere che i loro sudditi sieno allegri--ottimo preservativo da quell'incomodo vizio del pensare--pompe e feste si ricordano ogni tratto, introdotte o praticate dai principi lombardi. A noi vaglia il ricordarne due in Milano, cominciate nel 1335 da Azone Visconti: l'annua processione del _Corpus Domini_, e la festa della Natività di Maria, in cui ogni città e borgo doveva, per suoi deputati, mandare a Milano la propria insegna e un drappo di seta da offrire alla metropolitana; i quali drappi, il primo anno, sommarono a centoventidue, del valore di settemila fiorini. Alla solennità celebrata nel giugno, ove ci troviamo col nostro racconto, avea dato occasione il capitolo generale dei Domenicani, tenuto nel convento di Sant'Eustorgio, sotto alla direzione di Ugo Vantemann, sedicesimo generale di quell'Ordine recente e vigoroso; e vi fu dato compimento col trasferire il corpo di Pietro martire da Verona, stato ucciso a Barlassina da chi mal soffriva lo zelo di esso nello stabilire ed esercitare fra noi l'inquisizione contro l'eresia. Giovanni di Balduccio da Pisa, uno dei primi ristoratori della scultura, aveva in Sant'Eustorgio preparato quell'arca di sì stupendo lavoro che tutti avete veduto; e nella quale Giovanni Visconti, fratello di Luchino, in gran pontificale depose le sacre reliquie, con una sfarzosa processione, decorata da tutti i vescovi della provincia, dalla Corte, dal fior della nobiltà, dai paratici, voglio dire dalle sessanta badie d'artefici e negozianti, ciascuna con divise particolari e collo stendardo del proprio Santo protettore. Dalle città vicine, da tutto il contado accorse il popolo a folla, e tutto il dì fu uno scampanare a Dio lodiamo, e corse di barberi, e rappresentazione di misteri, e preghiere, e ubbriachezze, e una devozione, e un'allegria da non dire; poi la sera canti e suoni e luminare e fuochi di gioja--che il vulgo non distingue mai dai fuochi d'artifizio. CAPITOLO IX. BRERA. Fra il generale rimescolamento di quella funesta giornata, che debolmente noi ci provammo di ritrarre, e che non può essere adeguatamente compreso da chi non esca affatto dalle costumanze d'oggidì, tutte quiete, tutte regolate, coperte, personali, per trasportarsi in quelle d'allora, piene di pubblicità, di vita, di spettacolo, di frastuono. Alpinolo, a maniera di disperato, cacciandosi per le vie di Milano, cercava il Pusterla, ne domandava a quanti conoscenti incontrasse, batteva anche ad alcune case, ma nessuno gliene sapeva dar contezza: i più anzi lo credevano delirante, e rispondevano: --Il Pusterla? Oh sì! gli è lontano delle miglia più di quattro», giacchè solo a pochissimi era noto come egli fosse ritornato in città. Così cercando senza curare del proprio pericolo, riuscì Alpinolo sulla piazza dei Mercanti, e la vista di quel luogo, di quei portici gli esacerbò il cordoglio; insaccò poi per l'angusta callaja di Santa Margherita di Gisone, e venuto al luogo, che chiamavano le Case Rotte pei rottami che vi si vedevano del diroccato palazzo dei Torriani e del loro giardino, quivi appunto incontrò il Pusterla. La storica verità ci ha pur troppo costretti ad avvertire i lettori come egli, non soddisfatto nei tranquilli godimenti, cercasse un tumulto di affetti in indecorose passioni. Il mondo lo sapeva e non gliene faceva colpa, sì perchè corrotti erano i tempi, sì perchè egli era uomo ricco, giovane, bello; qualità che, non so per qual bizzarra ragione, sogliono far perdonare simili e peggiori traviamenti. Lo strano poi si è che questi traviamenti servivano ai maligni di testo per beffarsi della Margherita, quasi che uno potesse rimanere disonorato dalle colpe altrui: quasi non tornasse a maggior lode di quella virtuosa l'irreprovevole modo ond'ella si conduceva verso sè stessa e verso il marito. E appunto il Pusterla, non sapendo durare un intiero giorno pacifico nel suo palazzo, era uscito per salutare qualche amica sua, ed anche per dare una volta nella città, come chi toglie congedo da un suo diletto, che per un pezzo non dee rivedere. E fu ventura. La Margherita, che era andata a fare del bene, capitò nei manigoldi; suo marito, che andava per tutt'altro, li schivò:--tanto s'inganna chi aspetta quaggiù il compenso delle azioni. Ma ravvolto in una veste comune, senza divisa, e col cappuccio in sugli occhi, neppure Alpinolo non l'avrebbe conosciuto, s'egli medesimo, ponendosi col cavallo attraverso alla corsa di quell'infuriato, non gli avesse chiesto:--Ove, così a precipizio?» Non ho parole per descrivere il sentimento che Alpinolo provò nel ravvisarlo; e senz'altro rispondere, afferratagli la briglia del cavallo:--Fuggiamo», gli disse. Non ebbe tempo l'altro di chiedere perchè; e secondando quell'imperio di spaventato, giù a spron battuto volse con esso per la via, che allora affatto ristretta serpeggiava tra monasteri e chiese, ora spaziosa e a filo signoreggia, fiancheggiata da caffè, da palazzi, e dal teatro della Scala; varietà di secoli. Ma giunti là dove questa è tagliata da un'altra via, che da dritta metteva ad altre chiese e monasteri, da mancina ad un antico olmetto che le dava il nome, ecco venire soldati da ambe le parti; onde più e più stimolando al corso gli alenati cavalli,--Corriamo (ripeteva Alpinolo), spronate; oh potessimo raggiungere la porta!» Ma come furono in vista della postierla, videro difesa anche questa da un drappello sulle armi; talchè disperato, il giovane cominciò a strapparsi i capelli a ciocche, a bestemmiare gli uomini e Dio, e più non avvisando modo a campare, si volse tutto affannoso a Franciscolo dicendogli:--Siete perduto... cercano di voi... tutto è scoperto... vi vogliono morto». Quelle interrotte parole spiegarono al Pusterla ciò che gli avevano già fatto presumere quella foga, e il trarre dei soldati, e il martellare delle campane. Ma se l'impetuosità abituale, cresciuta all'eccesso per l'angustia presente e pel feroce rimorso, non lasciava ad Alpinolo trovare un partito allo scampo, Francesco, più calcolato, lo ravvisò, e girata la briglia verso il convento di Brera, ivi si rifuggi. I conventi (e chi nol sa?) erano asili inviolabili, come le croci, come i sagrati, come le chiese, come i palazzi del Comune: rimedi infelici ad infelici legislazioni, ma che facevano meno sciagurato nell'applicazione il desolante eccesso delle pene minacciate, il precipizio onde i magistrati le applicavano, e la furia vendicativa dei prepotenti. In Brera dunque, ancorchè potesse essere stato veduto entrare, Franciscolo doveva tenersi sicuro; onde Alpinolo, allorquando lo vide scavalcare colà, respirò, come una madre che veda tornar sicuro nella camera un fanciulletto, il quale per isconsiderata vivezza erasi condotto a passeggiare sull'orlo d'un tetto. Precipitossi dunque a terra, baciò il limitare, poi abbracciando le ginocchia al suo signore, e bagnandole di copiose lagrime, si accingeva a contargli la colpa sua e il tradimento di Ramengo, quando il Pusterla lo interruppe dicendogli: --Va, e salva Margherita». Spaventosa allora balenò alla mente di Alpinolo l'idea che la Margherita potesse anch'ella correre pericolo, e questo dubbio ne moltiplicò l'angoscia. Un piloto che adoperi a rimettere a galla un naviglio, dalla sua inesperienza trascinato nelle secche; un famiglio che aiuti a spegnere l'incendio, da esso incautamente suscitato; un amoroso che voglia trarre l'amata donna da deplorabile situazione, ove esso l'ha sconsigliatamente ridotta, non operano con tanta ansietà, con quanta Alpinolo. Il meno che pensasse era il proprio pericolo; e, o fosse che le guardie poco badassero a questo giovane, scambiato per nulla meglio che un ordinario scudiero, fosse che la confusione di quel parapiglia lo giovasse, fosse quel concorso di circostanze che chiamasi fortuna, fatto sta che egli riuscì, sempre correndo a fiaccacollo presso al palazzo dei Pusterla. Quando vide la folla maggiore intorno a quello, gli brillò un raggio di speranza: confidò che i Milanesi vorrebbero salvare i loro concittadini e benefattori, e cominciò ad alzare il grido di--Viva la libertà!» La turba dava luogo a questo cavalcante infuriato, ed udendone il grido, guatavansi uno in faccia all'altro, e chiedevano: --Cosa vuole colui? --Che diamine urla? --Viva la libertà? Deve essere qualche pazzo. Largo, largo, dategli il passo». Sciagurato! Alpinolo arrivò al vicolo Pusterla nel momento appunto che i soldati eransi tolta in mezzo la Margherita, e se la portavano incatenata. Al colmo della rabbia e del dolore, precipitossi verso di quelli, e non trovandosi allato la spada, volea cominciare a menar le pugna, persuaso di essere assecondato dalla turba, che credeva lo avesse seguito; ma volgendosi indietro per rincorarla, si trova solo: non un viso di amico, non una simpatia di indispettito; nei più una vile e stupida curiosità: negli altri un'inerte compassione. Quasi vergognoso di stare più oltre fra una razza sì codarda, già si avventava per morire tra le alabarde mercenarie, allorchè dietro agli altri vide quel mascherato, nel quale già i lettori hanno riconosciuto Ramengo. Tenevasi egli, come abbiamo detto, il figliuolo del Pusterla, lieto nell'atroce cuore di farne uno strumento di squisita vendetta, comunque la cosa andasse a finire; e se pur non potesse cogliere l'abborrito Pusterla, consolandosi almeno di rapire a questo le inenarrabili gioje della paternità, che per cagione di lui credeasi avere egli stesso perdute. Strillava Venturino, invocando sua madre; ma ruvidamente gli turava la bocca Ramengo, e a volta a volta, gli percotea la vita e il capo, senza quasi che alcuno ponesse mente ad esso, intenti com'erano alla maggior pietà della madre. Ben vi pose mente Alpinolo, il quale pur troppo accorgendosi di non poter essere per nulla d'ajuto alla Margherita, si spinse addosso allo sconosciuto, gridando:--Lascia, lascia!» Questi non rimase ad aspettarlo, ma via spronò pei tortuosi chiassuoli di colà intorno. Sentendosi però già sopra il giovane, e sperando accalappiarlo colle usate frodi, si fermò, e mostrando chiamarlo a sè,--Almeno (disse con aria sospettosa e con voce alterata) almeno questo l'ho salvato». Tanto bastò perchè Alpinolo sospendesse il suo furore, e credendolo un amico, gli dicesse:--Porgilo a me, porgilo a me, che lo renda a suo padre. --E dov'è suo padre?» chiese il mascherato. Il giovane schiudeva già la bocca ad una nuova imprudenza, quando la prima gli corse al pensiero, e con essa l'immagine più viva dell'esecrato Ramengo; alla quale paragonando la voce e gli atti dell'incognito, lo riconobbe per quel desso. Mugghiando allora come un toro percosso, se gli avventò al collo, gridando:--Ah traditore! Ah spia infame!» Qui cominciò una lotta, nella quale il ribaldo, per difendere sè stesso, dovette lasciar cadere Venturino, che a fatica e piangendo salvossi di sotto ai piedi degli scalpitanti cavalli, mentre Alpinolo, ghermito il nemico alle gavigne, gli pestava il muso e la persona, e, fattegli perdere le staffe, il lanciava per terra. Colui si appigliò al giovane con tanta forza, che lui pure trasse di sella, onde entrambi s'avvoltolavano sullo sterrato, a guisa di due villani rissosi. Alpinolo era disarmato e leggiero: l'altro, col morione e la lamiera di ferro; ma i pugni onde il giovane lo tempestava, pareano colpi di mazza, e non gli lasciavan ripigliar fiato; sinchè Alpinolo, riuscito a cacciarselo sotto e piantatogli un ginocchio sul petto, e la sinistra mano alle fauci, colla destra gli veniva traendo di cintola la _misericordia_. Misericordia, chi nol sapesse, chiamavano certi pugnali, con cui, dopo avere scavalcato il nemico colla lancia o colla mazza, i guerrieri gli saltavano addosso a finirlo. Tale stravolgimento di nome non farà, spero, maraviglia al secolo nostro, avvezzato anche a più strani, che parrebbero una fina arguzia se non fossero troppo atroci. Ramengo, sul punto di pagare in una volta tutte le sue iniquità, chiedeva perdono, e gridava agli uomini, a Dio, talchè fu inteso dai soldati, da cui, non visto, s'era diviso; il connestabile Sfolcada Melik comparve coi suoi in capo della via, e tra il fosco e il chiaro veduto quell'abbarruffamento, accorreva. Alpinolo conobbe non restargli tempo da perdere, e avere un obbligo più sacro che non la vendetta; onde abbandonando la sua vittima, e giurandogli che arriverebbe a lui pure il suo sabbato, si tolse sotto al braccio Venturino, e in men che dire addio, saltando in sella, spronò verso la parte opposta a quella onde traeva gente. Il bujo e il trambusto di quella giornata ajutarono Alpinolo a scampare: ma divenuto ora cauto quanto era prima sconsiderato, più non osò rivolgersi alla casa degli Umiliati ove stava ricoverato il Pusterla, temendo che i passi suoi fossero spiati, e potessero tradire la traccia dell'amico. Rinvolto perciò Venturino, il teneva nascosto al seno, come, una gemma unica che avesse salvata in mano ai ladri; come la sola reliquia con cui potesse redimere la colpa di aver involontariamente gettato in precipizio l'amico, il protettore suo, il salvatore della patria. Così svignava per le strade più deserte, occhieggiando se scontrasse persona fidata, cui consegnare Venturino; ma di nessuno più sì assicurava; in chiunque vedesse temeva uno spione, un traditore: e intanto il fanciullo, mal frenando il pianto e l'impaziente desiderio, gli veniva tratto tratto esclamando: --Rimettimi a casa... Dov'è il mio babbo?... La mamma dove l'hanno portata?» Il padre suo fra ciò, ricoverato nella cella di frà Buonvicino, in massima segretezza stava trepidando sulla sorte sua, degli amici, della moglie, del figliuolo. Già il lettore ha compreso come l'animo di esso fosse tutt'altro che tempra di stocco. In battaglia aperta o in campo chiuso, in maneggiare lancia e destriero, non la cedeva ai migliori, nè mai fu veduto a fronte dei nemici abbassare gli occhi, nè mentire, nè ritirarsi: ma avea bisogno lo spettacolo, l'applauso, mancandogli affatto il coraggio civile, coraggio paziente, che sotto il cumulo dei guai, si conforta col testimonio della propria coscienza, o colla patetica gioja di lontane speranze. Dalla fanciullezza cresciuto negli agi, avvezzo a vedersi rispettato, obbedito, non avendo sentite mai le utili lezioni della sventura, non si era a questo disposto; e la presente infelicità più gli pesava, quanto erano maggiori i beni a cui aveva attaccato il cuore, senza immaginare di doversene disgiungere mai più. In questa cella medesima, quando ancora il cielo era ridente, Buonvicino lo aveva esortato a spiccarsi decorosamente dalle pompe cortigiane: ora, strappato con onta da quelle, doveva ricoverarsi quivi come un reo, come un perseguitato, avvilito agli occhi di quel pubblico, nel cui concetto aveva tremato di scapitare. Lasciò da banda le perdite reali, le dolcezze della casa, della patria, degli amici; una donna di cui più vive ora gli si presentavano le virtù, e più enorme il torto d'averla trascurata. Quindi, sollecito e povero di consigli, non che far fronte alla sventura, le si piegava sotto, come il salice alla bufera; nè trovando in sè vigore o prudenza, implorava l'uno o l'altra da Buonvicino, e con una desolazione scoraggiata, non sapea che stringer la mano al frate e ripetergli:--Amico... padre!... Buonvicino! mi raccomando a voi; son nelle vostre mani... che devo fare?» Se allora Buonvicino gli valesse, lo argomenti chi nei maggiori suoi bisogni sentì la necessità di avere un amico, il quale voglia e sappia consigliare, soccorrere, avventurar, sè stesso. Misurando l'ansietà del Pusterla, dalla sua medesima, dopo che gli ebbe compartite quelle consolazioni che per momenti siffatti serbano la religione e la fiducia nella Provvidenza, uscì per prendere lingua, per conoscere se la Margherita abbisognasse di ajuto, o non potesse ricevere più che compassione. Con qual cuore egli fendeva le strade della città! con qual trepidazione si accostava ai crocchi, o schiamazzanti o sbigottiti delle persone, per raccogliere qualche notizia, qualche parola a mezzo! con che ansia interrogava qualche frate, qualche suo fidato! Pur troppo venne assicurato di quello che già presentiva: la disgrazia della Margherita: ma non avendo potuto sapere nulla di Venturino, si fece maggiore di sè, e trasse fino al palazzo dei Pusterla. Quivi una ciurma di popolaccio esultava nel dare il sacco, porzione di sue ingiustizie che Luchino concedeva all'ingordigia plebea per farla silenziosa e applaudente. Buonvicino vi entrò, salì, cercò ogni ripostiglio, chiese a tutti, ma nulla scoprì del figlioletto. Vide la sala--quella memore sala!--Ogni cosa era scompiglio e guasto; ma colà, nel vano d'una finestra, al luogo appunto ove, nel giorno del suo errore e del pentimento, egli avea veduto la Margherita, scorse un telajo da ricamo, che a nessuno doveva aver fatto gola, come cosa da troppo poco. Su quello aveva la Margherita cominciato a trapuntare il fiorellino, chiamato come lei. Oh quando lo cominciò, chi le avesse detto che non doveva finirlo, e dove aveva a ritrovarlo! Questa reliquia egli si tolse, la baciò, se la pose sul cuore, proponendosi di non distaccarla mai più da sè; poi subito un affetto generoso gli si elevò nell'anima, che condannando questo rimasuglio di affetto mondano, gli ricordava la via di perpetua abnegazione, su cui era entrato, e lo persuase di recare quel dono al Pusterla:--qual cosa potrebbe riuscirgli più preziosa di quella, su cui la donna sua aveva fatto l'ultimo studio? In tal guisa uscì di nuovo; uscì per l'ultima volta dal funesto palazzo; quanto il cordoglio glielo permetteva, esortando la ciurma ad esser buoni, a star cheti, a non esacerbare con atti o con insulti le miserie di chi già soffriva abbastanza. La turba lo ascoltava, sospendeva i sacrileghi guasti, dicevansi uno all'altro:--Gli è quel buon frate, quel frate santo»; ma appena aveva rivolto le spalle, e alla riflessione succedeva l'istinto, ritornavano a far come prima e peggio. E difatto, in quel caso, il frate santo che nascondeva e favoriva la fuga di uno, perseguitato dalla legge, era prevaricatore; coloro che mandavano a sacco e guasto la roba d'un ribelle, operavano legalmente:--nuovo argomento in favore di chi fa sinonimi giustizia e legalità. Tristo e desolato, col capo basso e rinvolto nel gabbano, si ravviava Buonvicino al suo convento, tra le fosche vie della città, dove appena negli spazj più dilatati la luna gettava uno sguardo senza calore, come l'ammirazione che un logorato damerino comparte alla bellezza; come la compassione che alla miseria concede l'egoismo. Ma poichè, sulla via stessa di Brera, giunse alla chiesa di San Silvestro, ode chiamarsi con replicata istanza. Riscosso quasi a forza dalle dolorose sue meditazioni, così alla bruna scorge alcuno che, addopato ad un pilastro, gli accenna cautamente; si accosta, e ravvisa Alpinolo, il quale occhieggiando se veruno, quantunque fosse già buon'ora di notte, il potesse notare, gli consegna il piccolo Venturino. Un lampo di fulgidissimo sereno tra la fitta tenebria d'un uragano potrebbe appena assomigliarsi alla gioja che irradiò il volto di Buonvicino; abbracciò il fanciulletto, strinse al seno e baciò in fronte Alpinolo, il quale tristamente esclamava:--O padre, non lo merito.... Salvate questo fanciullo.... salvate il Pusterla... Ditegli... la colpa di tutto fu....» E i singhiozzi lo interrompevano: sicchè Buonvicino, udendo avvicinarsi una pedata:--Benedetto te! (gli disse) Va, fuggi; che il Signore t'accompagni, e renda a te il padre, come tu rendesti al genitore questo figliuolo». Coperto poi sotto al gabbano il fanciullo, col favore della notte chiusa entrò inosservato in Brera, dove le regole eran ben lontane dai rigori imposti agli Ordini più recenti. Lunghi, penosi volgevano intanto i momenti al Pusterla, chiuso in una cameretta, col tormento, che è sommo, quello di vedersi ridotto all'inazione allorchè maggior bisogno occorrerebbe d'operare: ridotto ad aspettare una decisione capitale senza poter nè cansarla, nè migliorarla; dubbioso su quello che fosse accaduto della casa sua, di sua moglie, del suo bambino; dubbioso su quel che accadrebbe di lui medesimo; senza il coraggio di prendersi tanta sciagura in pazienza e in espiazione. Quando Buonvicino entrò nella cella, era bujo affatto, lo che tolse a Francesco di vederne la fronte, pallida come di cadavere, ma tutta l'estensione della sua disgrazia dovette comprendere quando, chiesto a Buonvicino della Margherita, questi non fece che stendergli la mano convulsa e madida di sudor gelato, mentre un singhiozzo mal represso gli rivelò il pianto dell'amico. E l'uno pianse coll'altro, e con essi il fanciullo;--povero fanciullo, già abbastanza intelligente per comprendere la paterna afflizione; non abbastanza ragionevole per conoscere l'arte di non esacerbarla. Egli si abbracciava a suo padre, e il padre a lui, coll'impeto onde, nella perdita di una persona cara, più ci attacchiamo a quelle che sopravanzano, più proviamo il bisogno di sapere che le amiamo, che ne siamo amati, di dirlo, di sentircelo dire. E tratto tratto Venturino rompeva in lacrime più dirotte, e,--Babbo (esclamava), la mamma... oh se tu l'avessi veduta! L'hanno legata come un ladro. Povera mamma! guardava me, chiamava te, ma non piangeva....Dove sarà la mamma? andiamo a cercarla; stiamo con lei:--con lei anche in prigione!» Suo padre non poteva altro che raccomandargli di tacere, di star zitto, perocchè frà Buonvicino neppure ai suoi confratelli erasi fidato di rivelare il segreto che chiudeva nella sua cameretta. Anzi, per dissimularlo, quella sera e il giorno da poi comparve tra essi alle opere, alle salmodie consuete, soffogando il dolore che lo struggeva. Ma ognuno potrà immaginarsi che trafitture fossero per lui i comuni discorsi, di cui erano tema inevitabile i casi del giorno precedente; e quando alcuno ne domandava lui stesso, e conoscendolo amico dei perseguitati, gli compartiva le sguajate consolazioni cha usa la società, e che non fanno se non invelenire le ferite. Colpo più forte portò al soffrente il prevosto della casa, frà Giovanni da Aliate. Eccellente uomo era questo, ma, siccome avviene troppo ordinariamente nei capi, qualora tra i loro dipendenti abbiavi alcuno che si faccia amare e rispettar più di loro, sentiva contro di Buonvicino un certo rancore, che egli intitolava zelo per la salute de' suoi confratelli. La venerazione in cui Buonvicino era tenuto nel convento, l'amore che gli portavano i cittadini, la fama di valente e di santo che godeva presso l'universale, e' li scambiava per attentati all'autorità sua propria. Non gli parve dunque vero di cogliere un'occasione onde umiliare quello che esso chiamava orgoglio di Buonvicino, il torto cioè di valere da più: e perciò quando si trovarono tutti uniti in circolo, il prevosto avviò il discorso su quella cattura, e, volgendosi a Buonvicino con tutta l'amorevolezza necessaria per rendere più vivo il colpo, gli mostrò come avesse mancato di prudenza mantenendo entratura con una casa, che già da un pezzo era conosciuta per turbolenta e avversa al principe; indi rivolto agli altri, e specialmente ai giovani, gli ammoniva che andassero cauti nella scelta degli amici: meglio non averne; ma, se non altro, cercassero gente quieta e dabbene: non imitassero l'esempio di certuni che, nutricando sotto al mantello dell'umiltà la superbia e l'affezione al mondo, anzichè volgersi ai poveri di Cristo, amano accomunarsi coi ricchi e coi potenti della terra; nè di cert'altri, ai quali sta bene quel che Festo diceva a San Paolo: _Insanis; multor te literæ ad insaniam convertunt_. Tutti gli occhi naturalmente si fissarono sopra Buonvicino; i più dei confratelli dissero col cuore, ed alcuni anche colle labbra, che il prevosto aveva ragione, sebbene non s'inducessero a credere che Buonvicino avesse torto: altri però, e massime i novizj, chinavano il capo e tacevano, e dopo un silenzio meditabondo esclamavano con un sospiro: --Povera gente!» e taluni anche--Povero Buonvicino!» Questi nulla rispose al rabuffo del prevosto, e, come sogliono le anime ambasciate, osservò rapidamente gli astanti per indagare su quale di loro potesse far conto in un caso di bisogno: se non altro, qual sentimento proverebbe al conoscere la vera sua situazione; e raccolto lo sguardo, quasi non avesse trovato a riposarlo, raggrinzò la fronte a guisa degli uomini forti, che concentrano i loro patimenti avvisando inutile ed imprudente lo svelarli quando veruna parola non sarebbe bastante a ritrarne la profondità, dove nessuno sarebbe capace di comprenderli. Nella casa di Brera per tutto il giorno vi era un'attività faccendiera e regolata, quale appena negli opifizj più fiorenti delle più vive città ai giorni nostri; dalla porta un continuo entrare di carri, portando ballotti di lana greggia, ed uscire di altri, carichi di panni finiti; un pesare, un misurare, un battere di telaj, misto talvolta a devote salmodie, tal altra a qualche cantilena popolare. Il silenzio imposto negli altri monasteri, mai non erasi potuto prescrivere a questi, che per ciò avevano poco prima vinto una lunga lite col pontefice, siccome anche per non andar obbligati al digiuno: nè questo, nè quello trovando conciliabili coi traffici e col lavorìo, a cui specialmente si riguardavano dedicati. In mezzo a quell'incessante rumore, zitto, occulto stavasi Franciscolo col suo bambino, accovacciato nella cella angusta, più sicuro che in qualsivoglia fortezza, ma col battimento di cuore troppo naturale alla sua desolata posizione. Il dì Buonvicino li lasciava sempre soli, tra per non mettere ombra col trascurare le solite occupazioni dell'istituto, e tra per darsi attorno, e informarsi di quello che importava sapere. La notte poi tutta la vegliava il buon frate coll'amico a discorrere dei casi loro, a provvedere, a confortarlo. Di cosa mal condotta noi sogliamo dire anche oggi «La par roba di rubello»: il qual motto nasce da ciò, che le case e i poderi dei proscritti per titolo politico solevano mandarsi a guasto: demolire le prime, lasciar gli altri incolti. Azone Visconti però avea proibiti questi eccessi, e la plebaglia dovette sapergli mal grado d'averle tolto il gusto che, simile anche in questo ai fanciulli, essa prova nel distruggere. Il palazzo dunque dei Pusterla non fu diroccato e solo mandato a sacco; gli amici di Franciscolo che non erano riusciti a fuggire, doveano fra poco venir sottoposti al giudizio; della Margherita nulla si sapeva: silenzio che dava maggior ragione a temere. Mentre una volta frà Buonvicino stava cogli infelici suoi ospiti, odono un suono di trombetta avvicinarsi, cessare, poi risonar più dappresso, interrompendosi di nuovo, sinchè chiaro lo si intese ai piedi del convento. Il fanciullo, che facilmente veniva divagato da un'impressione nuova e gradita, si mise in ascolto con compiacenza, invitando gli altri a fare l'istesso, ed accostando il piccolo indice al naso per accennare che tacessero, che gli lasciassero goder tutta quella distrazione. Era il banditore del Comune, il quale veniva gridando per la città con una voce da passar i tetti:--Cento fiorini d'oro di mancia a chi consegna vivo o morto Franciscolo Pusterla». Qui un minuto di silenzio, poi dava fiato allo strumento, e ripigliava:--Signori, taglia di cento fiorini d'oro sulla testa di Franciscolo Pusterla, capo d'una scellerata combriccola per abbattere il signor Luchino, scannare i preti, disfare la santa religione, e far morir di fame la povera gente.--Signori....» E così alternando il sonare e l'urlare, allontanavasi fra una turba di plebe che lo seguiva; alcuni inorriditi delle annunziate enormità, appena credendo che gente così scellerata potesse vivere sotto l'occhio del sole, altri ideando qual bella fortuna sarebbe la loro se riuscissero a scoprire e consegnare il bandito: l'ideavan quegli stessi, che, se mai ne fosse venuto il caso, per natural bontà avrebbero rinunziato alla taglia ed ajutata la fuga dell'accusato. Intesero frà Buonvicino e il Pusterla quel suono: e Franciscolo esclamando,--Una taglia! come un lupo, un orso!» coprì la testa del suo Venturino perchè non udisse quelle funeste intimazioni; poi rimasto un momento ad immaginare l'impressione che farebbe sulla ciurma, sui malevoli, sugli invidiosi, sugli indolenti, alzò gli occhi inviso a Buonvicino, e se gli buttò al collo, siccome una donna che, udendo narrare i tradimenti d'altri mariti, si abbraccia al suo fedele, esclamando:--Ma tu no; tu non mai». Tolta la speranza di poter giovare alla Margherita, a sè, agli amici, non rimaneva a Franciscolo altro partito che di cercar salvezza colla fuga, e ritirarsi ad aspettare tempi migliori.--Va pure! (gli dicea frà Buonvicino) Se per la Margherita vi sarà modo di scampo, o almeno di consolazione, sai se qui lasci chi l'ama davvero, chi non farà meno di quel che faresti tu medesimo, senza esporsi ai pericoli come te. Oh, risparmia almeno a quella poveretta il sapere perduti e te e questo vostro angioletto. Va; fuggi; fuggi lontano più che puoi: non dar troppo facile credenza alle speranze, onde i forusciti lusingano sè stessi e gli altri: non ti fidare a vanti, a promesse di stranieri. Lungo è il braccio dei cattivi, e molte e tortuose le loro vie, più che il giusto neppur se lo possa immaginare». Una mattina, Angiolgabriello da Concorrezzo, portinajo che conoscete della casa di Brera, schiudeva il cancello della porta rustica, e lasciava uscire un barroccio di pannilani, senza dir altro se non,--Iddio vi benedica». In alto di esso, coricato boccone e celato dalla sargia, era un fanciullo e dietro dietro gli venivano due Umiliati, uno ravvolto nel gabbano bianco di lana sparato dinanzi e col cappuccio, secondo costumavano i sacerdoti del terzo ordine: l'altro a foggia dei laici, col gabbano anch'esso, greggio, chiuso davanti e sparato ai lati per trarne le mani, con le pantofole ai piedi, e in capo una gran berretta, della quale il popolo nostro li soprannominava _i berrettani_. Erano essi fratel Buonvicino, il Pusterla e Venturino. A questo avevano raccomandato vivamente di tacere, di non muoversi: e il poveretto dimandò--Si va forse a trovare la mamma?» e con questa speranza si accomodò e tacque. Chi entro fragile zattera abbandona una punta di scoglio dove era stato gittato dalla tempesta, e per riguadagnare il porto espone di nuovo la sua vita alla ventura dell'infido elemento, può dar immagine di quello che provavano dentro i due amici al primo metter piedi fuori dalla inviolabile soglia del convento, per dare alcuni passi nella città ove tutto era pericolo. Vero è però, che, essendo già trascorsi alquanti giorni da quella prima sfuriata di guardie, di bandi, di sospetti, e credendosi omai presi o scampati tutti que' gran nemici dello Stato, meno attento occhio si aveva sopra coloro che uscissero. Anche le perquisizioni della finanza non mettevano a rischio i nostri viandanti, atteso che gli Umiliati godevano esenzione dal dazio di dieci soldi terzuoli, che ogni pezza di panno pagava all'uscire. E poichè un portinajo veniva eletto a voce di popolo per ciascuna porta della città, che vegliasse onde veruna frode non fosse fatta nella riscossione, alcune erano affidate agli Umiliati, cioè la porta Giovia, la postierla delle Azze, e questa del Guercio d'Algiso, dalla quale appunto avevano a passare i fuggiaschi. All'avvicinarsi dunque del loro carro, come fu conosciuto essere merce dei frati, nessuno venne a farne la veduta: i due Umiliati di guardia esclamarono--Pace, fratelli»: e--Pace anche a voi», rispose Buonvicino: ed uscirono. Quando si trovarono allargati nella campagna, Franciscolo osò alzare gli occhi, girarli intorno, rimirar ancora quel bel cielo lombardo, imporporato dall'aurora, e che viepiù gli pareva bello dopo che da molti giorni nol rimirava se non attraverso una socchiusa finestra. Chiamò il figlioletto, che fin allora si era tenuto quatto, colle mani sugli occhi, senza trar fiato, al modo onde si rimpiattano sotto le coltri certi mal avvezzati, per paura delle fantasme. L'innocente rizzò il biondo capo, e la prima cosa fu un sorriso al genitore il quale se lo levò fra le braccia, teneramente baciandolo e ribaciandolo: e gli disse:--Ora siamo salvi». Venturino corrispondeva a quelle carezze, poi fissando in volto al padre due occhi d'inesprimibile tenerezza, domandò:--E la mamma?» Come potevano rispondergli i due se non col dare in uno scroscio di pianto? e ricorrendo su tutti i casi del vivere suo con quella sventurata, Francesco stette un momento rivolto verso le torri che s'abbassavano della sua terra natale. Oh, la patria, quando la si abbandona è pur cara! E quando la si abbandona a quel modo! quando vi si lascia tanta parte di sè! Una volta usciti di città, potevano i nostri profughi riguardarsi come in sicuro. I Governi d'allora, tutti impeto e di forza e poca astuzia, neppure sognavano la raffinata oculatezza dei secoli moderni. Quindi nè posti di gente d'arme, nè squadriglie di birri, nè chi cercasse dell'esser vostro, nè le mille cautele onde nei tempi colti la Polizia tutela la pubblica tranquillità. La gente poi della campagna non aveva, come la cittadina, sofferto l'influenza corruttrice della Corte e degli artifizj dei tirannelli; e come serbava più vive le ricordanze della goduta libertà, nutriva costumi schietti, compassionevoli: quei costumi che si alterano fra le egoistiche importanze della città, e che non furono ancora, per fortuna, disimparati affatto dai più lontani abitatori della campagna lombarda. Quindi da per tutto, nei riposi del lento loro viaggio trovarono liete accoglienze, cordiale ricovero.--Pace a questa casa ed ai suoi abitanti», esclamava frà Buonvicino entrando: e il padrone di casa correva loro incontro, levandosi il berretto:--Oh entrino i servi del Signore. Dove vanno, e' portano la benedizione come le rondini». E accomodatili di quel che abbisognavano, e chiesto con ingenua curiosità donde venissero, ove andassero, come prosperassero i traffici, quanto si vendesse il braccio di panno, con altrettanta ingenuità raccontava le sue faccenduole, domandava un parere, esponeva un affanno.--Oh! la brina questo aprile ci portò via mezzo il frumento. Ma le vigne mostrano bene.--Mia moglie? la poveretta è morta. Eh! se la ci fosse ancora, non vi sarebbero questi garriti colla mia nuora, che se la dice male cogli altri di casa. A proposito, il suo ultimo bambino, che non fa ancora l'anno, ha i bachi. Queste donne dicono sia qualche cosa di peggio, qualche malía: c'è qua una vecchia nostra vicina con cert'occhi, che.... Basta! loro sacerdoti non vorrebbero si pensasse male. Pure... farebb'ella la carità di benedirlo?» E frà Buonvicino benediceva il fanciullo malescio; esortava la nuora a conservarsi dabbene, e augurava all'ospite una ricompensa di poco in questo mondo e di godimenti nell'altro. A Varese, il carro dei panni doveva far capo alla casa degli Umiliati di colà, che ancor chiamano la Cavedra. Quivi il Pusterla mutati abiti, si separò col figlio da Buonvicino.--Addio (esclamava questi intenerito). Vedi le parole scolpite sopra del nostro convento? _Spera in Deo_. E tu le scolpisci in cuore. Riposa le tue speranze in quel Signore che dà una patria anche alla capra silvestre, e guida nel loro passaggio le rondini pellegrine. Egli è da per tutto e per tutti: ed a chi lo invoca di cuore piove sull'anima consolazioni, che il mondo non sa dare e non può rapire: Invochiamolo insieme: preghiamo che una volta ancora ci possiamo rivedere--rivederci in pace e in amore, a giorni più quieti per te, per me, per lei, per la patria nostra». CAPITOLO X. IL PROCESSO. A Milano intanto erano stati disposti i processi delle persone arrestate per l'affare della congiura. Il signor Luchino Visconti era studioso di serbare le apparenze della giustizia; e i suoi lodatori rammentavano spesso a grande encomio il seguente fatto. Aveva egli commesso il governo di Lodi al suo prediletto figliuolo naturale Bruzio, giovane studioso di lettere, ma immerso a gola in ogni turpitudine. Sotto la costui balìa accadde che un gentiluomo lodigiano uccidesse un altro, onde fu preso e condannato nel capo. I parenti del reo si presentano a Bruzio, e--Messere (gli dicono), se avete bisogno di denaro, non perda la testa il figliuol nostro, ed eccovi quindicimila bei fiorini, un sopra l'altro». Ciò udendo, Bruzio, avido dell'oro, cavalcò a Milano, fu dal padre, e inginocchiatosegli davanti, gli chiese grazia pel delinquente, mostrandogli come egli potrebbe così ristorarsi della sua povertà. Luchino fece segno ad un sergente che gli portasse il suo elmo, il quale era forbito e lucente, con sopra un bel cimiero, coperto di velluto vermiglio: ed avutolo, disse a Bruzio:--Leggi queste parole che vi sono scritte». Dicevano _Justitia_.--E la giustizia (soggiunse) noi porremo ad effetto; nè permetterò che quindicimila fiorini possano più della mia divisa. Va e torna a Lodi, e fa giustizia, od io la farò di te». Giustizia di questo calibro ne troverete facilmente presso i peggiori tiranni; troverete anche chi l'ascriva loro a merito, merito ad assassini che fedelmente spartiscono fra loro ciò che rubarono alla strada. Ma alcuni opinano che vera giustizia non possa mai esercitarsi laddove chi governa ha interesse diverso dei governati; poichè, qualora si trovino questi in collisione con quelli, l'istinto dell'utile personale si mescola alle decisioni, quasi senza che i giudici se ne avvedano. Quanto più doveva succedere in tempi tanto grossolani, e ignari della dignità dell'uomo! Il diritto di sangue nelle repubbliche lombarde, dopo la pace di Costanza, spettava al podestà, magistrato che generalmente chiamavasi da paese forastiero, durava in posto uno o due o tre anni, e proferiva le sentenze di concerto con un luogotenente o vicario condotto seco, e con alcuni pratici della legge e delle costumanze, a norma di queste e di quelle. Il travalicare però il diritto nei casi di Stato era abuso di cui già si lordavano le repubbliche, e peggio i tirannelli succeduti ad esse in ogni parte d'Italia. Quando fu trovata, o dirò meglio, quando si tornò a studiare la ragione scritta nelle Pandette, i potenti non curarono gran fatto le garanzie ivi sancite dalla libera sapienza romana, ma trassero a loro servigio le esorbitanti leggi, che la timida tirannide dei Cesari aveva mescolate agli ordinamenti migliori; e si valsero di quegli esempj per farne puntello alla mal fondata autorità e credersi giustificati, se, nei casi di maestà, trascendevano il diritto. Allora i giureconsulti, non guardando più ciò che era giusto ma ciò che era scritto, sugli esempj di una società nella quale non era ancora venuto Cristo ad erigere un potere tutelare contro la spada, degenerarono a schifosa servilità, e divennero adirati campioni della parte ghibellina, per quel genio d'imitazione romana che tante cose ha già guaste nel nostro bel paese. Quando il Barbarossa adunò a Roncaglia la dieta italiana, famosi legisti pronunziarono che l'imperatore era padrone del cielo e della terra, delle vite e delle robe. Poco meno sostiene Dante nel ghibellino suo libro _De Monarchia_. I giureconsulti avevano sempre, come si dice, in manica un discorso per indurre la città a mutare il governo a popolo in governo d'un solo: i tirannelli non domandatemi se facessero lor pro di dottrine per le quali la legalità non si riponeva nella ragione, ma negli atti del governo, qualunque ei si fosse: che sostenevano essere assolutamente obbligatorio il comando della legge, e la legge essere ciò che piace al capo: pel qual modo essi tiranni poterono vantarsi protettori della libertà, purchè questa venisse definita il poter fare tutto ciò che non è impedito dalla legge. Sentono di quello spirito gli statuti criminali di Milano, dei quali il CLXVII sancisce che _ribelli del Comune milanese s'intendono tutti coloro, che fanno contro al pacifico stato del signore e del Comune di Milano:_ il precedente ordina che, nei casi di ribellione, presa in così lato senso, il podestà e i giudici suoi, tutti e singoli sieno tenuti per proprio uffizio ad investigare e procedere per indizj, argomenti e tormenti, e con tutti i modi che parrà; ed a punire e condannare. Così elastici regolamenti facevano che in ogni paese, come dice il Muratori, quando per semplici sospetti o per vendetta si voleva togliere taluno dal mondo, sempre era in pronto la voce e il processo di congiura. E la voce d'una congiura l'avea qui sparsa Luchino; si trattava ora di convalidarla con un processo. Il 15 giugno, vale a dire sei giorni prima, era entrato podestà in Milano Francesco de Oramara marchese di Malaspina, giureconsulto anch'egli, e adoratore della lettera scritta, che poneva per primo dovere d'un magistrato il conservare la quiete; e nell'assumere la carica aveva giurato di far osservare gli statuti del Comune di Milano, e principalmente gli accennati contro i ribelli, o come qui li chiamavano, i _malesardi_. Non avrebbe dunque messo impaccio alla condanna de' ribelli: ma dall'altra parte egli era un onest'uomo, corto sì, ma retto, retto quanto bastava per venir raggirato da uno scaltro birbante; ma incapace assolutamente di menare una brutta pasta per piacenteria o per sordide speranze. L'uomo da ciò l'aveva in serbo Luchino. Quella banda di San Giorgio, che v'ho detta raccolta da Lodrisio Visconte a danno del Milanese, dopo sconfitta a Parabiago, si era sparpagliata; e i mercenarj, avvezzi alla prepotenza ed al saccheggio, e buttatasi alla via, rubavano, assalivano, incendiavano; terribili ancora a minuto sotto il nome di Giorgi. Per reprimerli, fu dato licenza a chiunque di farsi giustizia da sè: e le memorie dei tempi ricordano che Antonio e Matteo Crivelli, cui i Giorgi avevano guaste le ville, quanti ne poteano avere gli arrostivano, e infarcendoli di avena, li davano a' cavalli; ad altri sul Cremonese fu stratagliata la pelle sul dorso a modo di nastrini indi il boja li frustava, gridando ad ogni colpo «Stringhe e bindelli». Così si educavano i privati e il pubblico all'umanità. Luchino, per quel suo amore così fatto alla giustizia, aveva contro ai Giorgi istituito un magistrato nuovo, il capitano di giustizia, con autorità amplissima. E perchè il mite naturale de' Milanesi non rattenesse nell'esecuzione, scelse a quel posto un tal Lucio, severissimo uomo, il quale, imprigionando e impiccando a josa, sbrattò dai ladri il contado. Dai ladri dico grossi e minuti; giacchè molti signori, annidati nelle rôcche e nei palazzotti di campagna, non lasciavano passare immune se non chi avesse il salvocondotto della miseria. Anche a costoro pose freno Luchino: impedì le guerre tra persone e persone, famiglie e famiglie: dichiarò che tutto il contado immediatamente dipendesse pel criminale da Milano; sicchè i feudi si limitarono a semplice giurisdizione, non a tirannia: e i cortigiani del principe lo poterono lodare d'avere stabilito l'eguaglianza di tutti in faccia alla legge;--eguaglianza però dalla quale si dovevano intendere eccettuati i forti, gli scaltri, gli adulatori, il principe, i suoi favoriti, e i favoriti de' suoi favoriti. Miglioramenti così fatti sono una vera benedizione del Cielo qualora vengano da principe buono e di rette intenzioni: se mai è un tristo, gli somministrano armi terribili, che, dopo adoperate pel pubblico bene, può far servire al suo malnato talento. Luchino di fatti colla stessa mano onde feriva i nemici della società, abbatteva i suoi personali. Nel che egregiamente era servito da quel Lucio, così austero, così pratico delle leggi, o a meglio dire, dei tranelli del Foro, così zelante di far osservare il diritto: cioè la volontà del principe, e non già per coscienza erronea, ma perchè smanioso di togliersi d'addosso un'enorme vergogna che lo rimordeva più che un misfatto, quella d'essere nato da povera gente e povero egli stesso. A chi abbia profondo nell'animo questo abborrimento è facile, vi so dir io, il trovar modo da fare passata ed arricchire, perchè il merito, quando si vuol vendere, trova facilmente compratori. E Luchino aveva comprato costui, e adoperatolo altre volte a' suoi fini: onde non esitò a porre gli occhi sopra di esso anche nel presente caso, e cominciò dal carezzarlo e solleticarne la vanità. Nel giorno della solenne traslazione delle ossa di san Pietro martire, la gran festa che abbiamo accennata terminò per la Corte in uno splendido convito, ove sedevano il vescovo Giovanni, tutti gli ambasciatori delle città e dei principi, gran signori e letterati sì paesani, sì avveniticci; e tanto straordinaria era la profusione, che Grillincervello, facendone le meraviglie, disse all'orecchio di Luchino:--Padrone, hai qualche pesce da pigliare per la gola?» Ho detto profusione, ma niuno diasi a intendere che nelle grosse spese di quel pasto si trovasse nulla della finitezza e del buon gusto che oggi possiamo immaginare ed effettuare. La prima messa fu di marzapani e pignocate dorate, colle armi della biscia; indi vennero pollastrelli con savore; due porcellini e due vitelli interi, dorati anch'essi; poi un'abbondanza di spicchi di castrato, di capretti interi, di lepri e piccioni e fagiani e pernici e storioni, e quattro pavoni coperti di tutte le penne e due orsi; tacio le cento maniere di gelatine, di salse, di paste, di canditi, di frutte, uno sfarzo di piattelli e tazze d'argento, d'acque odorose date replicatamente alle mani, come lo rendeva necessario il non usarsi le forcine; vini poi squisiti e senza misura. Ogni nuova imbandigione era portata a suono di tromba e d'altri strumenti, da donzelli superbamente divisati, fra mezzo ai quali scorreva Grillincervello, tenendo in allegria con motti e con versi e strofe da ciò, e ricevendo da questo e da quello i rilievi e i doni, dei quali aveva fatto un cumulo su un deschetto in disparte, dicendo che gli basterebbero per mantenere quindici giorni le molte mogli e i molti figliuoli che, secondo la scostumatezza de' pari suoi, egli teneva in casa. I discorsi erano vivi tra i convitati; altrimenti da quel che sogliano ora a tavole principesche, e questo era una nuova lusinga all'amor proprio di Luchino, giacchè neppure la ilarità dei bicchieri non suscitava ragionamenti che gli potessero tornare spiacevoli. La quiete e felicità dei popoli soggetti, gli atti di beneficenza, le prodezze guerresche, l'onta dei nemici, qualche lepida avventura privata, porgevano ampio soggetto di ciance e d'adulazione. Mal vi apporreste credendo dovessero schivare studiosamente di discorrere delle disgrazie della settimana, degli infelici che languivano nelle prigioni, mentre alla Corte si sguazzava. Non era quello un nuovo trionfo del signor Luchino? Non era un pericolo ovviato? un atto di pubblica giustizia? Poco tardarono dunque a formare tema di discussione il podestà ed il capitano di giustizia, collocati vicino e in mezzo ad altri giureconsulti. Dei cui discorsi avvedutosi, Luchino volse la parola a Lucio, e--Voi (gli disse), voi che delle leggi sapete quel che n'è; voi che tutti interrogaste gli oracoli dell'antica sapienza, qual pensiero fate sopra tanto caso? che n'avrebbero sentito quegli insigni nostri progenitori i Romani?» Qui la calcolata vigliaccheria del capitano era accresciuta dal vedersi distinto in mezzo a tanta nobiltà; sicchè senza esitare rispondeva:--Il giudizio intorno a traditori della patria può egli essere dubbio? Quanto a me, avvezzo a sostenere francamente la giustizia, a decidere secondo quella, che che me ne deva costare, dico e mantengo che, se la vostra serenità risparmiasse il sangue di costoro, verrebbe meno a' suoi doveri, e tradirebbe il potere affidatole dal popolo». Quanto bel suono faccia ai tiranni l'udirsi parlare del dovere di essere cattivi e di fare a proprio modo, sarebbesi potuto scorgere dalla compiacenza che scintillò nell'occhio di Luchino. Il quale, lieto di essere stato così bene compreso, continuava:--Sì, ma qui s'avrà a fare con volpi vecchie: gente da toga e da spada, scaltriti a segno da negare i fatti più evidenti. --Principe, a vincere nemici insegnatemi voi: per far parlare un ostinato, non ho bisogno di scuola». Così sotto alla maschera di rozza veridicità ascondeva colui la più turpe adulazione, e pattuiva l'infamia; e qui come d'un bel fatto, venivasi vantando di difficilissimi processi, dove era riuscito a convincere al modo suo i più scarsi d'incolpazioni; dietro a che la disputa s'infervorava tra que' legulej, e durava gran pezzo dopo levate le mense; finchè Luchino, tratto in disparte il capitano, gli affidò l'incarico di guidare quel processo, e conchiuse:--I Pusterla sono ricchissimi possessori; e al fisco abbonderanno i mezzi di compensare lautamente i fedeli suoi ministri». Furono sproni a buon cavallo; e Lucio da quell'ora non pensò che ad ordire le fila per la tela meditata.--Datemi in mano due righe d'un galantuomo, m'impegno di trovarlo reo di morte», ha detto non so qual moderno forestiero. Pensate poi allora, quando il maltalento dei capi e la corruttibilità dei giudici non si trovavano frenate da provide garanzie e dall'opinione e quando fin la tortura poteva essere adoperata per istrappare di bocca la verità o quella che voleasi verità. Oltre il consiglio generale, in cui sedeva la suprema autorità, ne era in Milano un altro particolare di ventiquattro cittadini, dodici del popolo e dodici dei nobili, parte _juris periti_, cioè letterati e cogniti delle leggi, parte _morum periti_, cioè senza lettere ma pratici delle costumanze patrie e degli statuti: duravano in uffizio due mesi, chiamavansi società di giustizia, ed a loro spettava il conoscere i delitti di maestà preseduti sempre da un giudice forestiero. Il giudice presidente o capitano era esso Lucio, il quale passò dunque in rassegna per iscegliere quelli che facessero al suo caso. Ecco qua (diceva egli tra sè stesso) gente di idee nuove, ma che pretende cavate dal Vangelo, la quale riporta tutto al regolo della giustizia, supponendo che la giustizia sia una cosa reale, e che s'attacchi non alle convenzioni degli uomini, ma ai voleri di Dio. Fanatici! utopisti! credono che il principe deva star alla rettitudine come l'infimo de' plebei e che sia un gran che la testa di un uomo, per quanto oscuro. Non fanno per me. --Quest'altri sono incamminati sul buon sentiero e sanno volere la giustizia senza rinnegare la politica; giusti fino al trono. Nelle differenze tra privato e privato e' si farebbero coscienza di portare danno pur d'un bruscolo; ma qualora si tratti del principe, la pensano più liberalmente. Alcuno di questi giova introdurlo nel consiglio, perchè gridano alto giustizia, leggi, ragione, e fra il popolo hanno voce d'essere zelatori. Gridino pure; ma in consiglio i seniori li compatiranno come inesperti, e il voto loro rimarrà eliso dai meglio assennati. --Questi altri, onesti di fondo, incanutirono nel mestiere, onde si sono formata l'abitudine di veder sempre nero, di credere tutt'uno accusato e reo, e necessari alcuni sacrifizi al pubblico bene. Un pajo anche di questi. Un pajo di quei gran giurisprudenti che, fino dalla scuola, si sono avvezzati a intendere e proclamare che suprema legge è il pubblico bene, e del pubblico bene prima condizione la quiete: nè la quiete potevasi conservarsi altrimenti che col rispettare l'ordine stabilito, qualunque esso sia; e in conseguenza essere il maggior reo colui che dà moto a novità. Luchino poi aveva cominciato a mostrarsi rigoroso cogli uffiziali di Corte, i quali avessero angariato o rubato ai cittadini, e con tormenti li sforzava a palesare gli illeciti guadagni. Chi fosse tinto di questa pece aveva dunque, come diceva Lucio, una museruola alla bocca per tacere e fare a modo. Tra sì varie maniere di vedere la giustizia, Lucio potè costituire il suo consiglio senza neppur ricorrere all'abiettissima viltà di quelli che si vendono per denaro ai potenti, e che speculano sul piatto degli oppressi. D'altra parte egli sapeva benissimo come in tali vertenze gli svantaggi dell'accusato sieno tanti, che è un prodigio d'innocenza chi n'esce purgato: aggiungeva le torture, sieno le sfacciate e strillanti della corda e del cavalletto, sieno le ipocrite ed ignorate della prigione e della lentezza: onde, esaminata ogni cosa, esaminate le speciali circostanze di un delitto di Stato, ove accusatori, testimonj, giudici sanno di gratificarsi il padrone coll'aggravare gl'imputati, si trovò d'aver buono in mano e disse a sè medesimo:--Cuor mio riposa: un bel palazzo e un ricco podere e la confidenza del mio signore non mi possono mancare». Ma per essere sempre più sicuro del fatto suo, il capitano sottopose per primo a giudicatura quel Franzino Malcolzato, servitore del Pusterla, bravaccio famigerato per risse e ferimenti e omicidj. Costui, come si vide posta innanzi da un canto la tortura, la forca, o al men che fosse la prigione perpetua; dall'altro promessa l'impunità qualora si confessasse reo e manifestasse le volute colpe del padrone e i complici suoi, non esitò nella scelta, e Lucio trionfò della sua invenzione. Secondo dunque gli veniva questi suggerendo; il Malcolzato disse che d'una grande congiura aveva inteso ragionare: sparlar abitualmente del principe e de' suoi fatti; discorrere di speranze, di vicine mutazioni, d'un avvenire migliore; il suo padrone aver tenuto a Verona spesse e segrete conferenze col signor Mastino della Scala e con Matteo Visconti: aver ricevuto colà Alpinolo, spedito in gran diligenza dai congiurati milanesi, e con questo esser venuto di volo alla città, spesso tra via bestemmiando il signor Luchino; nel palazzo del Pusterla esservi armi; quella tal sera aver egli introdotto colà i più fidi amici, che dissero, che disposero, che giurarono uccidere, incendiare, rubare;--e seguitò narrando cose tanto assurde e contraddittorie, da mandarlo ai pazzarelli o condannarlo di impostura. Nel consiglio di giustizia non mancò chi riflettesse all'incongruenza di tali deposizioni; ma Lucio fece sentire come i tumulti bisognasse frenarli col porre il piede sulle prime faville; che se la pace di tutti richiedeva qualche vittima, tornava meglio colpire quel ribaldo, che non mettere a repentaglio tante teste segnalate. Vero è che la giustizia non dovrebbe accettare diversità di persone, ma quante altre cose non dovrebbe! i pochi opponenti, vedendo prevalere l'opinione dei più, entravano in diffidenza della propria e in timore d'ingannarsi; la riverenza pel potere sì profondamente era nei più radicata, che, senza avvedersene, mescolava nei giudizj la probabilità di godimenti, d'onori, di partecipazione a qualche brano dell'autorità stessa; poi essendo molti a giudicare, ciascuno vi portava una volontà meno ferma, una meno intera valutazione delle conseguenze, che non avrebbe fatto qualora da solo avesse avuto a prendere la deliberazione; e la responsabilità dell'esito pareva diminuita in ragione del numero dei colleghi. Finalmente, riflettevano, si tratta d'un mal arnese, da cui la società non può aspettarsi bene di sorta. Guai all'uomo che patteggia un solo momento coll'austerità di sua coscienza! se è privato, diverrà un iniquo; se magistrato, un satellite; se principe, un tiranno. A quell'indegno procedere non resse Bronzino Caimo, valoroso giurisperito, che in piena adunanza osò mostrarne l'enormità ai suoi colleghi. Lucio (anche i tristi s'ingannano qualche volta) non aveva dubitato di trasceglierlo, perchè, sebbene non dissimulasse la sua avversione alle violenze di Luchino, neppure i nemici di questo mostravano farne gran capitale, attesochè si dichiarava sempre abborrente dalle illegali opposizioni e dai miglioramenti recati colla spada: onde solevano dire ch'egli pretendeva raddrizzare il mondo coll'aspersorio e col messale. Ma l'aspersorio e il messale lo facevano ripugnante a qualunque viltà, e coraggioso sostenitore del vero; tanto che la processura da Lucio impiantata non sarebbe in modo veruno potuta giungere a compimento, ove prima non si fosse punito costui, che osava di aver ragione. Lucio pertanto, in segreto interrogatorio, potè far confessare al Malcolzato, che Bronzino Caimo era esso pure dei congiurati, anzi uno dei più pericolosi perchè ragionevole, e quando il generoso si preparava a non permettere che fosse, così senza un richiamo, violata la giustizia, si vide egli medesimo trascinato nelle prigioni, e chiamato innanzi a quei giudici stessi, ai quali doveva servire per lezione di docilità. Senza dunque che altri più fiatasse, le confessioni del Malcolzato furono tenute buone: poi sotto pretesto che egli non volesse dir tutto quello che sapeva, gli venne tolta la promessa impunità, e, condannato a morte, fu tra pochi giorni appiccato, siccome ministro scellerato delle scellerate trame del Pusterla. Il popolo corse a vedere, e disse:--N'ho gusto! egli era un prepotentaccio, e meritava di finir così. Viva i nostri padroni che purgano il mondo da questa feccia». Ma come le ingiustizie s'incatenano! Da questo supplizio restava convenuto, non solo tra il popolo, ma in giudizio, che una congiura esisteva, che n'era capo il Pusterla, che il secondavano gli altri nominati, oltre i più non iscoperti. Potevansi dunque chiamare in processo gli altri sopra un fatto, della cui verità non si doveva più dubitare dopo che era passato, come dicono, in giudicato: ed a Lucio non restava più altro a fare che mostrarne colpevoli gli imputati.... Oh, togliamo una volta le mani da questa sozza pasta, congratulandoci dei progressi che alla ragione criminale fecero fare coloro, i quali non temettero offendere i principi col francheggiare la sicurezza di tutti. Per allora la conclusione fu che, terminati i dibattimenti della società di giustizia, i trombetti del Comune andarono in giro per la città, e ad ogni crocicchio fermandosi, dato fiato alle trombe, invitarono i capi di famiglia, perchè, il tal giorno a mezzodì, si radunassero alla concione generale nel Broletto nuovo. In questo generale parlamento risedeva, come ho detto poco sopra, l'autorità suprema del governo: intendo di diritto, perchè nella pratica si credeva che, col nominare un principe, si fossero i cittadini spontaneamente esonerati di un tal peso per gettarlo sulle spalle a questo, il quale poche volte gli incomodava a venire a dir di sì. Una delle poche volte fu questa, acciocchè coll'ombra del suffragio universale sanzionassero un nuovo atto di sua tirannia. Già sulla loro decisione verun dubbio non provava il Visconte, conoscendo per esperienza come il voto della moltitudine così congregata non sia null'altro che l'espressione di quello degli intriganti, da cui si lasciano raggirare quei più che non ebbero nè voglia nè tempo nè capacità di ponderare i diritti e la giustizia. D'altro lato, guardando di mal occhio queste apparenze repubblicane, che sopravvivevano insieme colla monarchia, Luchino godeva screditare tali assemblee nell'opinione, col farsele consorti nei delitti. Allora adunque che furono ivi radunati i cittadini, comparve in mezzo di loro la società di giustizia, e il capitano, salito sulla parlera, espose la congiura scoperta e sventata, nominò i rei, pubblicò le sentenze proposte sì contro gli imprigionati, si contro i fuggiaschi. I quali ultimi non erano pochi, giacchè tutti quelli che sapevano di essere in qualunque modo dispiaciuti al Visconte, sebbene del presente fatto non avessero nè colpa nè conoscenza, temettero ch'egli cogliesse volentieri quest'occasione, in cui il rigore pareva giustificato. Quelli dunque, che nei tempi di fazione si eran chiariti nemici del biscione, fuggirono; fuggirono quelli che altre volte n'erano stati perseguitati, ragione per esserlo di nuovo; fuggirono Ottorino Borro e Pagano Casati, per non provar novamente i guai che a lungo avevano sofferto nelle prigioni di Binasco; fuggirono Lodovico Crivello, Bellino della Pietrasanta, altri ed altri neppure nominati dalle imprudenti o dalle estorte accuse, ma, che il Visconte e i suoi enumeravano come argomento della estensione di quella trama. Fra quelli che erano intervenuti al colloquio funesto, e contro cui vi erano imputazioni dirette, erano riusciti a sottrarsi Zurione, fratello di Franciscolo, Calzino Torniello da Novara, Maffino Besozzo ed altri, che, se tutti io nominassi, alcuno si dorrebbe perchè avessi richiamato in luce il delitto e la pena de' suoi avi, altri se ne farebbe bello, siccome d'una domestica gloria:--tanto in ciò vanno concordi le opinioni. Letti i processi, voglio dire quella parte di processi che a Lucio piacque estrarre, apparve così enorme la colpa di tutti, che i novecento capifamiglia, i quali davano voto segreto con sassolini bianchi e rossi, trovaronsi tutti d'accordo nel confermare la condanna, eccetto una qualche dozzina, che dovevano o avere sbagliato, o non compresa la serenissima volontà. I fuggiaschi vennero dichiarati sbanditi dallo Stato milanese, scaduti dalla nobiltà, cioè mutato il sangue; i nomi loro scritti sul libro dei signori ricevitori della Camera del Comune di Milano, e le effigie rozzissimamente dipinte sul muro del Broletto nuovo, appese alla forca. Ma ciò che è più positivo, i beni loro restarono messi al fisco, e quelli soli del Pusterla salirono al valore di dugentomila fiorini d'oro, che oggi si ragguaglierebbero a dieci milioni di franchi. Di somma voglia Luchino avrebbe côlto il destro di togliersi d'in su gli occhi i tre nipoti, Bernabò, Galeazzo e Matteo, siccome gliene offrivano ragione le lettere trovate in casa Pusterla, e che furono l'argomento di maggior peso in quel processo. Ma egli non aveva osato farne proferire sentenza finale, tra perchè il fratello vescovo erasi interposto a favore loro con vive istanze, tra perchè temeva si levasse ancora tanto rumore, quanto pochi anni prima per l'assassinio di Marco Visconti. Davanti a una Madonnina che soprastava alla porta Romana, furono dunque accesi due torchietti, e intimato a Bernabò e al bel Galeazzino (Matteo era già sul Veronese) che, prima che i due ceri fossero consumati fino al verde, eglino dovessero uscire di città: e, come se ne furono iti, fu mandato un bando che li dichiarava esclusi dallo Stato come _sospetti della fede, violatori della pace, spergiuri detestandi; et che non potessero contrar matrimonio, nè morendo avere sepoltura ecclesiastica_. Pur troppo, come sapete, ritornarono; fecero di questo paese il peggio che seppero, vennero sepolti in chiesa, e lasciarono prole niente migliore. Il peggio toccò agli infelici ch'erano stati côlti. Martino e Pinalla Aliprandi, chiusi nelle carceri pretorie in piazza dei Mercanti sotto alle scale del palazzo, da un pertugio di quella carbonaja poterono udire la sentenza che li condannava a morir colà entro di fame. Poi il dì seguente videro Borolo da Castelletto, Beltramolo d'Amico, e l'incorrotto giudice Bronzino Caimo, decapitati sulla piazza stessa; li videro, e come dovettero invidiarne la pronta morte, essi costretti a doverla aspettare a gradi a gradi, con tutti gli atroci spasimi del digiuno! Ogni anno si soleva imporre sul censo una taglia straordinaria, detta il fiorin d'oro, molto incresciosa non meno alla nobiltà che alla plebe. La mattina dell'esecuzione, Luchino pubblicò che quell'anno la condonava, e che non la riscoterebbe più fuorchè nel caso d'invasione di nemici. Tanto bastò, e fu sin troppo, perchè il dabben popolo milanese dimenticasse quel sangue, anzi corresse a vedere quell'atto di giustizia del suo generoso signore; il popolo, tanto somigliante ai fanciulli, che da ogni cosa traggono motivo di festa, che contemplano giocondi lo strato disteso sulla bara del padre, e dicono _oh bello_ alle molte candele accese ai funerali della madre loro. I giudici, uscendo di carica, si trovarono consolatissimi d'avere, per la pubblica sicurezza, lavorato tanto, colla soddisfazione d'essere pur riusciti a scoprire i traditori del paese e castigarli. Più soddisfatto rimase il capitano Lucio, il quale da un viglietto di Luchino si trovò assegnato per residenza il palazzo dei Pusterla alla Balla, e conceduto ad uso il delizioso podere di Montebello, salvo ad accordargliene la proprietà quando fosse deciso definitivamente intorno al Pusterla e alla sua famiglia. Anche la storia doveva, come spesso, offrire l'umile servigio della sua penna alla prepotenza; talchè, o prezzolata, od abbagliata, o trovando più comodo il credere che l'esaminare, affogando sotto pompose parole il vero, e mentendo l'eloquente semplicità dell'affetto, scrisse qualmente lo sciagurato Francesco Pusterla, benchè il più ricco e il più nobile fra i signori milanesi, benchè con gran favori e con gelose missioni distinto dai Visconti, aveva macchinato a rovina di essi, e meritato così di cadere dalla opulenza di Giobbe nella miseria di Giobbe: grand'esempio di non tentare novità contro ai signori del proprio paese. Così un consesso indipendente processò: la legge proferi la sentenza: il suffragio universale la confermò: il popolo applaudì; la storia perpetuò. Chi più avrebbe osato dubitare dell'esistenza di una cospirazione, e della giustizia con cui fu castigata? CAPITOLO XI. LA PRIGIONIERA. E Margherita? Fortunati del mondo, se tutto questo racconto non fa per voi, meno ancora questo capitolo, che versa tutto fra solitari patimenti, che voi non potreste capire. Ma chi soffre, chi ha sofferto, mi intenderà, li compatirà. Nessuno forse de' miei lettori (giacchè non posso sperare che queste pagine mie varchino di molto il recinto di Milano) nessuno forse sarà passato sul ponte di porta Romana senza voltare un'occhiata alla casa sulla destra di chi esce, alla cui facciata servono di fregio certi bassorilievi che rappresentano Milano riedificata dai collegati lombardi. Queste sculture, testimonio della rozzezza, di esecuzione e della rettitudine di concetto nelle arti belle del secolo duodecimo, ornavano la porta della mura che quivi, in due archi, era stata fabbricata al tempo appunto della Lega Lombarda; dove poi sta ora quella casa, Luchino edificava una fortezza, la quale di molto allungavasi fra la via del _terraggio_ e la fossa. Nell'anno in cui ci troviamo col nostro racconto, quella fortezza non era peranco terminata: le reliquie poi di essa, e singolarmente un'alta torre, durarono sinchè, mezzo secolo fa, non fu demolita da quella or savia or pazza foga di riedificare, che non sa far di nuovo senza cancellare le traccie degli avi. Nell'alto appunto di questa torre venne rinchiusa la Margherita: e la stanza a lei destinata nulla avea dello squallore, con cui quell'atrocità che si chiama giustizia punisce l'uomo, che essa non ha ancora sentenziato degno di pena. Una finestruola le permetteva di vedere, attraverso alle sbarre di ferro, i comignoli della città: si accorgeva ancora d'un mondo che le viveva d'attorno; ancora udiva le campane, le cavalcate, il fragore delle officine; vedeva il cielo, il sole, il verde: scarsi ristori del tanto che avea perduto: ristori però di cui si conosce il pregio immenso allorquando il raffinamento della crudeltà ha fatto sperimentare quanto si può star peggio. Eccola dunque sola, strappata a tutte le consuetudini della vita, alla libertà delle occupazioni, degli ozj, quasi non dissi dei pensieri: in balia di gente sconosciuta, da cui non intende mai una parola pietosa, mai non riceve uno sguardo di compassione; dove ogni rumore è una mano gelata che le stringe il cuore, ogni tirar del catenaccio è un colpo di coltello. E questo, perchè? Una profonda oscurità le cela ogni cosa. E tutti i suoi cari? Ah! le lacrime, che aveva rattenute fintanto che non contemplava se non la propria situazione, quando rifletteva al figliuolo, allo sposo, in copia le sgorgavano dagli occhi sconsolati. Qualche motto che ha potuto raccogliere dalla tranquilla crudeltà dei sergenti, che la trassero di casa e dalla schiamazzante indolenza della plebe accorsa a vederla, e che accennava tradimento, principe, ribellione, castigo meritato, le lasciarono argomentare si trattasse di un delitto di fellonia, onde fosse accusato il Pusterla. D'altra parte, sotto tiranni, qual è il delitto che si appone a chi non n'ha alcuno? Ed ella conosceva Luchino, sapeva d'averlo irritato colla sua virtù; la parola poi che le gridò quell'ignoto nell'atto che partiva incatenata, le lasciava indovinare i segreti maneggi di una lunga e scellerata vendetta. Che non aveva dunque a temere? Lo sposo forse, certo il figliuolo sono stati côlti--gettati in carcere--dove?--come? Stanno forse qui, qui vicino a lei.--E non saperlo! e non vederli!--e con loro chi sa quanti dei loro amici? forse i più cari. Allora le si affacciava alla mente un giudizio, di cui la sentenza fosse prestabilita, indi una condanna, un supplizio.--Dio! Dio! Ella si copriva gli occhi colle mani, gettavasi boccone sullo stramazzo, fremeva convulsa, lacrimava: poi quando questo sfogo medesimo aveva tornato un poco di calma ai suoi pensieri, ella rifletteva:--Se Luchino è sdegnato contro di me, contro me sola dee versare il suo furore. Qual colpa hanno al suo cospetto que' miei innocenti? Oh fossi certa che del mio strazio avesse egli ad accontentarsi! come paziente soffrirei ogni travaglio! come lieta incontrerei la morte più tormentosa!--Ma colui.... oh non se ne sazierà. Antichi rancori, invidie antiche gli risorgeranno nell'animo ora che gli venne il destro di soddisfarle, e punirà in essi le colpe che non hanno, per lacerare me nella parte più sensitiva del cuore». E qui tornando sui sogni di un'agitata immaginazione si vedeva dinanzi le torture, il patibolo, il manigoldo; e quel ch'è peggio delle torture, del patibolo, del manigoldo, il ghigno di colui, che con fredda vendetta ce li prepara; onde scorata profondavasi nell'abisso dell'incomparabile sua miseria! Pure la speranza, che negli infelici non è calcolo ma istinto, veniva volta a volta a lusingarla. Nei primi giorni pensò che quella potesse essere una dimostrazione e null'altro, un atroce scherzo per isgomentarla e smuoverne la ritrosia:--Domani verranno a liberarmi. Di me che vorrebbero mai farne?» Ma troppo presto le correvano a mente altre scelleraggini di Luchino: e prima ancora che quel domani indarno aspettato la disingannasse, già lo aveva fatto la ragione. Se non che al rimembrare le colpe di Luchino, diceva fra sè stessa:--Non è costui odiato da tutti i cittadini? non ha egli rapite a mano a mano tutte le franchigie di questo popolo che, fremendo, lo vede sciupare i frutti del suo sudore e del suo sangue? Francesco, all'incontro, il mio Francesco, non è amato, accarezzato da ognuno? Quanti poveri non sovvenne la nostra famiglia? a quanti oppressi non diede la mano? quanti non giovò di opere e di consiglio? Deh con che indignazione si sarà intesa per la città la nostra cattura! Certo, il nuovo misfatto avrà colma la misura della pazienza; balzeranno alle armi:--ecco, si combatte:--i pochi vili fautori di esso si nascondono per sentimento di giusta vergogna, per paura della tremenda vendetta popolare; le lancie prezzolate nol difendono che col valore di gente mercenaria;--i buoni trionfano: Luchino è in fuga; la città torna franca; si disserrano le prigioni; fra le acclamazioni del popolo, Franciscolo corre a me.--Oh contento! rivederci dopo tanto pericolo! dopo sì acerbo soffrire! ed essere stati occasione di tornare la patria in libertà». Questa idea diffondeva sulla pallida fronte della Margherita il raggiante incarnato della speranza; ma o scricchiolar di catene, o cigolio di chiavacci la richiamavano, infelice! alla troppo diversa realtà. Passa intanto un giorno, due, tre; una settimana, due, e la liberazione non viene, non viene l'impeto popolare, il quale, se al primo istante non trabocchi, sbolle e si racqueta. Bensì il continuare al solito del rumore cittadino l'avverte come ciascuno badi a sè, nè curi più che tanto se altri viva tormentato. Che più? ode, vede le cavalcate passar rumoreggiando in vista della sua prigione, dirizzandosi a fare di sè pomposa mostra su quel corso, o ad esercitarsi nelle caccie e nelle gualdane: suono di chiarine festose, popolari canzoni: di tempo in tempo un festivo dar nelle campane, chiaro le dimostrano come gli spensierati cittadini ridano sulla tomba dei loro fratelli, la quale può, il giorno da poi, schiudersi sotto ai loro piedi. Però la disperazione stessa ha la sua calma; e il tempo, scorrendo sopra le piaghe dell'anima, mentre le incancrenisce, fa sentirne meno vive le fitte. Già con quieta melanconia può la Margherita rivolgere per alcuni momenti il pensiero sul passato, sul presente, sull'avvenire: ogni ora del giorno le ricorda un'occupazione, a cui soleva altre volte dedicarla. Alla mattina, quando incontro alla prima luce dischiude gli occhi riposati, poichè sparve quella istantanea illusione che, sul primo svegliarsi, fa credere al prigioniero di trovarsi ancora nella sua camera, nel suo letto, pensa come occuperebbe quel giorno se fosse libera di sè. Sono placide cure casalinghe, santità di affetti famigliari, opere di pietà, doveri di religione. Qui come lo passerà? Come gli altri, inerte, lungo, pensieroso, angustiato.--Ma chi sa? forse oggi qualche bene mi succederà: se non altro un accidente che distingua la monotonia dei patimenti». Questa fiducia l'accompagnava il mattino; vedeva il sole crescere sull'orizzonte, poi chinarsi come si era chinato jeri, e l'altro, e l'altro; e al modo stesso si ripetevano gli stessi piccoli casi, gl'insulti stessi, le stesse fitte d'ogni dì. Veniva l'ora del crepuscolo,--l'ora delle memorie e delle meditazioni; ripensava ad altri giorni, ad altre sere, le paragonava con queste, e coricavasi colla speranza medesima, colla quale si era levata; e al mattino la ritrovava ancora sullo spinoso capezzale. La ragione--la filosofia.--Oh che sono mai le loro consolazioni quando il male stringe? Ecco un sapiente ti grida,--Meglio il dolore che il disonore. Oh sì: ma ciò toglie forse che il dolore prema? --L'uomo (soggiunge un altro) è nato alle pene. Tristo conforto una sì crudele necessità! Ma come meritò egli questo castigo del nascere? E poi, egli gira gli occhi intorno, e vede altri, colmi d'ogni bene di fortuna; prosperi gli scellerati, anche tranquilli dopo che soffocarono il grido della coscienza tra il vortice di commessi e di meditati delitti: vede esultare nella vendetta coloro stessi che lo fanno soffrire così. Perchè non hanno sortita anch'essi la loro porzione di patimenti? Qui la filosofia che cosa risponde? Verrà un terzo, che freddamente chiede:--Il rammarico a che giova? --Ah! lo sa troppo la infelice che a nulla giova, e questo appunto l'accòra, che, da tanta afflizione, verun frutto non venga a sè, veruno a' suoi cari. Più risoluto intuona un altro:--Non vi è male fuorchè la colpa. Non vi è male? eppure essa lo sente, e tale che le vince le forze. Si trattasse di doglie del corpo, le tollererebbe. Fossero soltanto mali suoi! ma qui ha consorti nei patimenti le persone più caramente dilette: uno sposo, un figliuolo che nulla ha per anco gustato, e già si satolla di fiele. O filosofo, condannerai gli affetti più naturali? e come conforterai chi da questi appunto è tormentato? Gli rammenterai forse altri tempi, felicità godute? Ah taci, che il rincorrere i beni passati gli esacerba la presente condizione. O gli ripeterai i pomposi esempj degli eroi e de' sapienti del mondo, e il generoso modo onde tollerarono i guaj, con cui sempre il mondo li ricambiò? Ma quanta parte non vi aveva l'ostentazione? L'eroe che affronta la morte in campo, sa che migliaja di spettatori lo guardano, sa che muore per la salute della patria, per una causa, che è o che crede buona; sa che la gloria di un nome eterno seguiterà al suo coraggio, mentre un eterno obbrobrio verrebbe dietro ad un istante di viltà. Chi sconta sul patibolo la colpa di aver avuto ragione troppo presto, si conosce spettacolo dell'intera società, la quale dal suo ultimo contegno giudicherà della sua dottrina; e vuole colla propria costanza suggellare la santità della causa per cui muore, e l'infamia di chi lo fa morire. Ma qui è una sventurata, sola, senza testimonj, se non chi o per abitudine è reso incapace di compassione, o per viltà la sbeffeggia; ed ignora se, fuori di là, pur uno si ricordi che ella soffre. --Ma ha il testimonio della buona coscienza. Oh! l'innocente sta forse a condizione peggiore del reo: questi conosce il suo peccato, prepara le discolpe, calcola le conseguenze, se non altro dice,--L'ho meritato». La innocente invece non sa perchè tormenta; questo solo sa, di tormentare senza colpa per satollare la rabbia d'un nemico. Può l'animo non covar rancore? e il rancore non è senso spasmodico, che basta ad avvelenare sino la felicità? Belli sono, o filosofi, i precetti vostri, banditi dalle cattedre e dai libri; eccellenti contro ai mali passati ed ai futuri; ma se il presente incalza, allora natura reclama il suo diritto, e ridendo di voi, li sparpaglia al vento. La Margherita non ignorava queste consolazioni: che suo padre, conoscendo quanti triboli ingombrano questo breve tragitto dalla cuna alla bara, l'aveva già fanciulla premunita contro il mutarsi della fortuna; e le lezioni dei primi anni tornano vive in mente a chi è dalla sventura arrestato nel corso, e costretto a volgere un minuto sguardo sugli anni trascorsi. Ma poichè ne aveva amaramente conosciuta la vanità, altri sentimenti doveva cercare nella sua memoria e nel suo cuore, ed esclamava:--Santa religione! in mezzo al tumido spirito del secolo, tripudiante nell'ebbrezza delle passioni, nella soddisfazione del senso, nella superbia della scienza, tu comparisti ad insegnare il perdono, la pazienza: dal nascere tuo fosti nutricata di lagrime e di sangue; tra lagrime e sangue crescesti ad occupare la terra!--Oh benedetto conforto, largito dal Cielo nelle miserie che i ribaldi accumulano sulla terra! Tutta assorta in quella, Margherita contemplava il nulla delle cose di quaggiù: come nessuno sia senza colpa in faccia a Colui, che scopre macchie negli angeli suoi, e che esercita con afflizioni anche la giusta vita per tramutarla, espiata, in una migliore. Allora essa rammentava un testimonio che, presente a ciascun sospiro, esplora il cuore e i pensieri, registra ogni lagrima per compensarla. Esulta l'empio nelle disoneste prosperità? Margherita il compiange, sapendo che altro giudice lo aspetta con altre bilance a rivedere le ragioni di chi soffre e di chi fa soffrire. Trovasi divisa dai suoi; forse mai più non li vedrà--mai più in questa vita; ma un'altra ne segue, per la quale tesorizza ogni istante di patimenti. E quali esempj le offre questa religione? Un Dio, che veste le miserie e il peccato altrui: viene tra i suoi, e n'è ripudiato; benefica, e non trova che ingrati; sparge il vero, ed è calunniato, e la calunnia trionfa; un amico lo vende, gli altri lo abbandonano; un popolo, fra cui trascorse beneficando, lo grida a morte, e morte decreta una politica atroce mentre lo confessa innocente. Quanto lui chi soffrì? Sei tu innocente? ma chi come lui? Patisci per la giustizia? ed egli era venuto in terra a portare la verità e la libertà vera. Egli pure sentiva tutte le umane affezioni: sulla tomba di Lazzaro pianse: s'indispettì alla durezza di cuore dei Giudei: anelò mangiare la pasqua coi fratelli: gemette sui preveduti guaj della patria; antivedendo la passione, venne tristo fino alla morte, pregò che quel calice gli fosse levato; quando ne sorbiva le ultime stille, si querelò col Padre che l'avesse abbandonato;--e spirò, e lasciava detto che, chi non togliesse la croce sua, non era degno di lui. E sua madre? quanto più grande, più innocente e santo ella conosceva il divin Figliuolo, tanto più acuto coltello le trapassò l'anima, dal povero tugurio dove appena aveva come ripararlo nascente, fin quando esangue se lo vide deporre fra le braccia. Il mondo la saluta regina dei dolorj, donna dei tribolati. Come un amico partecipe delle umane angoscio, la invocava Margherita nella semplicità del suo cuore:--Tu pure fosti madre: fosti tu pure calunniata; vedesti il Figliuol tuo in mano dei malvagi. O Maria, prega per me, prega per loro. E recavasi fra le dita il rosario. Era quel rosario, che fra Buonvicino pentito le avea donato, augurandole che un giorno potesse da quello cavare consolazioni. Quel giorno è venuto, e vere consolazioni essa ne attinge. Bacia la crocetta di legno pendente da quello, la preme sul cuore, la stringe fra le mani giunte:--è il segno delle tribolazioni santificate dalla pazienza e dall'amore; e inginocchiata si dà a ripetere la salutazione a Maria; e l'orazione insegnata da Cristo qual compendio di quanto dobbiamo sperare e domandargli. Allorchè ripeteva _Perdona a noi, come perdoniamo a chi ci offese,_ arrestavasi per esaminare se davvero ella perdonasse:--santo precetto, ignorato, o non inteso dalla superbia del secolo, ma che pone il colmo alla perfezione, nel tempo stesso che fa un dovere la serenità dell'amore: ed a cui volle Iddio aggiungere la sanzione maggiore, il perdono ch'egli pure concederebbe a chi avesse perdonato. Poi quando Margherita implorava da Maria che pregasse per lei _adesso e nell'ora di sua morte,_ la materia prevaleva un tratto allo spirito, e le si affacciava alla mente quell'ora, tanto diversa da quanto fin là si era immaginato.--Chi sa? forse qui, qui sepolta in un carcere, dovrò aspettare, pigro, tormentoso l'estremo momento; e quando giungerà, non amici che mi confortino: non un occhio che mostri compassionarmi: non una voce conosciuta, che dagli spasimi dell'agonia mi richiami un istante ancora alla vita: non una mano che risponda alle lente strette della mia. Guarderò intorno, nè incontrerò che visi inconsapevoli, e quelle persone che m'hanno fatto soffrire. E quando gli occhi miei più non vedranno, una mano straniera sbadatamente me li chiuderà. Qui un pensiero più truce le soccorreva: un morire diverso, subitaneo, violento--il patibolo, una folla indifferente spettatrice, un superbo che sorrida... Per tutta la persona un fremito le scorreva, e, come se veramente avesse quelle immagini orrende sugli occhi, li copriva colle palme e--Maria, Maria! pregate per me adesso e in quell'ora. Per onorare la Madonna, univa la sua preghiera a quella di tutti i fedeli allorchè le squille invitavano a salutarla. E principalmente quando, la sera, parevano congedare i mortali dalle fatiche del giorno al riposo, rammemorando un altro riposo perpetuo, dove ci attendono coloro che prima di noi patirono e sperarono quaggiù, la Margherita, suffragando ai defunti, abbandonavasi nei pensieri del passato, ricordava coloro che aveva veduti staccarsi dal mondo, pregava per una madre che aveva appena conosciuta, per un padre... Oh quanto sentiva di dovere a quel padre! quanto ora gliene tornerebbe soave un detto solo, una consolazione! Poi le cadeva in mente che forse, tra i poveri morti, v'erano altre persone a lei più vicine, uno sposo, un figlio:--Chi sa se Luchino li risparmiò?--Chi sa se già non mi aspettano all'altro mondo? E sconsolavasi, e piangeva dirotto: finchè la speranza veniva a mormorarle nell'orecchio colla voce d'un angelo--Sono vivi: li vedrai. Ma quando? Poichè a molte superstiziose osservazioni propende chi soffre, mille pronostici andava ella traendo dai più naturali fenomeni: un sogno era un presagio:--Quando quel ragno avrà compita la sua tela uscirò di qua entro:--Conterò venti giorni, e a capo di questi verrà qualche novità. Il finire e il cominciare d'ogni mese, d'ogni nuova settimana, e il mutare delle stagioni, e i dì foschi e i sereni, davano appiglio alla malata immaginazione per chimerizzare, per temere, per confidarsi. Principalmente all'accostarsi delle solennità, le si serena la speranza che rechino la fine di lunghi tormenti, e ne valuta a giorni ed ore l'avvicinamento;--e giungono e passano. Allora un più giulivo dar delle campane, un più frequente brulicar di persone in abito adorno, la fanno ricorrere col pensiero ai riti onde la Chiesa festeggia quei sacri anniversarj; ai tempi quando, con una pace ineffabile, ella vi assisteva; un sacerdote apriva i tesori della parola, bandendo i precetti dell'amore, della mansuetudine, della pazienza; un inno più allegro dei pieni cori, un'armonia solenne degli organi le diffondeva nell'anima una serenità, sconosciuta fra i godimenti del mondo. Ma ora? Quei giorni in nulla sono differenti dagli altri, se non quanto li rende più melanconici il paragone. Appoggiata la testa e intrecciate le dita ai rigidi cancelli della sua prigione, abbassa lo sguardo su quei tranquilli, che con lieta premura s'avviano al tempio, alla festa, quasi voglia indovinare chi siano, di che favellino.--Questi altri tornano liberamente alle case loro.--La casa! oh quante dolcezze sono compendiate in questo nome! e quanti tormenti per chi ne è staccato da violenta mano! Vedi là quella madre col bambolo suo: forse gl'insegna le orazioni, forse gli dà un buon consiglio, un rimprovero affettuoso. Oh, anch'io una volta, aveva anch'io un fanciullo che amava me quant'io lui, che mi chiamava mamma. Oh parola di ineffabile espressione! Ed era così bello, così carezzevole, così innocente! gli angeli parevano gioire nel suo riso: i suoi baci mi facevano prelibare il paradiso. Ei sarebbe cresciuto: soave consolazione della vita mia, di suo padre... Ah forse nol vedrò più più! Deh santa Vergine! liberatemi da queste pene: tornatemi a mio marito, a mio figlio, a casa mia.--La mia casa... la casa mia!--O almeno fatemi contenta di questo! che una volta, una sola volta, io possa rivedere, abbracciare il mio bambino!» In tal guisa la Margherita strascinò i pigri giorni dell'estate, sola, destituita d'ogni conforto, se non quello che traeva dalla sua religione e dal tempo che medica tutto. Coloro frattanto, per cui cagione essa pativa, saranno rimasti quieti e senza pensieri, ai comodi della vita, agli spassi. Deh! come può uno godere un istante di tranquillità quando sa che quest'istante è aggiunto alle angoscie della sua vittima? Come può un giudice, non dico divertirsi e distrarsi, ma appena riposare, ove rifletta che ogni ritardo prolunga gli spasmodici dubbj d'un essere pensante e delle tante persone che vivono della vita di lui? Penetrate nei fondi delle prigioni, interrogate l'animo di chi v'è rinchiuso, calcolatene, non coll'orgoglio, ma colla virtù che sente, l'eternità dei giorni inoperosi, l'ambascia delle notti insonni, toccate quella fronte, in cui bolle un pensiero d'uomo, quel cuore che palpita per una moglie, in grazia sua desolata, pei figli rimasti senza pane, per un padre che la sua lontananza spinge nel sepolcro. Ed è uomo come voi, come voi redento da un Sangue prezioso, come voi incamminato ad un avvenire, ove la prepotenza e l'oppressione staranno su diverse bilancie. E forse è un innocente, che non aspetta altro che il giudizio per trionfare nella sua virtù. E voi gli prolungate questi spasimi di un'ora, di un giorno? che dico? mesi ed anni il tenete fra gli squisiti tormenti dell'incertezza, che sarebbero troppi a punire il maggior delinquente? Oh riflettete!... Ma che? dipingendo il secolo decimoquarto, m'era uscito di mente ch'io vivo nel decimonono, quando la voce di filosofi e della crescente civiltà abbastanza tonarono a ciascuno i suoi doveri: talchè il mancarvi, non è ignoranza, ma perversità. La giustizia d'allora, ignara dei pigri avvolgimenti moderni, anzi più spacciativa che nol comportasse la sicurezza dell'innocente, non avrebbe lasciato languire Margherita sì a lungo nell'aspettazione di un processo, quando non fosse stato una mira particolare di Luchino, che voleva punirla della virtù, trarla forse agli indegni suoi propositi, o giungere per suo mezzo ad avere in mano anche il Pusterla. Però un giorno, tornando d'aver corso lo sparviero, rientrava il Visconti dalla porta Romana: leste le guardie, dando fiato al corno, calarono il ponte levatojo: si disposero in ala di qua e di là, mentre egli passava in mezzo a loro: giunto ai piedi dell'arco, fece di berretto, e piegò la fronte fin sulla chioma del cavallo innanzi all'effigie della Madonna, scolpita sopra quella porta. Poi girando l'occhio a sinistra, dove si lavorava la sua rocchetta, si risovvenne di colei che in quelle prigioni pativa, cioè si risovvenne che poteva farla patire d'avanzo. --Ehi, Grillincervello», disse sorridendo al buffone, inseparabile compagno:--Ti ricordi della bella dama che tempo fa ti mostrai su quel terrazzo alla Balla, e tu mi dicesti.... --Che la non è biada pei tuoi denti», interruppe lo sguajato. --Sai tu dov'ella sia?» richiese il principe. --In catorbia: lo so. --Dunque?... --Mah! badate (ripigliava il buffone) che il _dunque_ non sia precipitato. Quante volte io vedo sul vostro piattello un ghiotto boccone che mi tocca l'ugola: dite per questo che io possa bagnarmene il dente? Gli è grazia che ne senta l'odore». Sogghignò Luchino, e,--Va, buffone, e di' al carceriere che passi alla nostra Corte». In quei tempi non si stava tanto sul sottile delle convenienze; e persone di Corte erano, come l'astrologo e il buffone, così il carceriere e il boja; i quali poi nella raffinatezza successiva non dovettero ricevere gli ordini, nè presentare la relazione ai grandi se non per infinita scala di intermediarj: tutto a vantaggio della verità e della tenerezza di cuore. Non paja adunque sconveniente che il carceriere si presenti in petto e in persona a Luchino; nè di conseguenza che noi ci fermiamo un tratto a far conoscenza con quello, che da tanto tempo era unico compagno della nostra Margherita. La giustizia non si faceva--allora--coscienza di collocare presso al cuore delle sue vittime l'indivisibile tormento di un uomo, scelto tra la feccia più ineducata della società, onde esercitare quest'ultimo grado della tirannia, che appunto per essere l'ultimo, pesa più grave, come più immediato, e perchè chi lo occupa vuole sopra i suoi dipendenti vendicarsi delle umiliazioni che soffre dai superiori, e si attribuirebbe a colpa la pietà, se pietà mai potesse germogliare in gente che s'induce a guadagnare un pane sui martirj altrui.--Dico allora, quando la malata e pietosa fantasia di Silvio Pellico non aveva ancora creato di pianta lo Schiller e la Zanze. Il custode della Margherita, a vederlo, era un coso lungo lungo e badiale, colla pelle tutta chiazzata e a mascherizzi, occhi guerci e suffornati in archi di ciglia setolose, capelli rossastri spartiti in sulla fronte, e tirati giù come una cornice barocca attorno a quel poco viso che lasciava discoperto una folta e sudicia barbaccia, da mettere nausea e spavento. Nasceva egli dalla valle d'Imagna nel Bergamasco; e i suoi buoni compatriotti supplivano allora, come anche oggidì, alla scarsezza del terreno col lavorar al tornio l'acero e il faggio delle loro selve in palle, mestole, taglieri, truogoli, zipoli e siffatti, che poi scendono a spacciare a Bergamo o a Milano. Anch'egli era stato dirizzato su quell'arte del mestolajo, come suo padre, come suo nonno, e il padre e il nonno del suo nonno; ma diverso in tutto da loro, sin da giovinetto gli era stato mutato il proprio nome di Macaruffo in quello di Lasagnone, perchè non sapeva piegar la schiena, e la poca fatica gli era una sanità. Cambiò mestiere più volte, ma senza trovar mai basto che gli entrasse; e dicendosela assai meglio colle mezzine che collo scalpello e col tornio, stavasi tutta la giornata indarno, mangiando il pane a tradimento. Accoppiando così l'abborrimento al lavoro colla insofferenza della povertà e colla leccornia più triviale, avrebbe rinnovato il misfatto di Giuda per buscar denaro e golerie col minor lavoro. La sua gioventù fu infamata di sozze e vili cattività fra' suoi valligiani, i quali solevano dire che esso contraffaceva a tutti i comandamenti del decalogo, eccetto quello del non lavorar la festa. Sperando che questa dovesse rimettergli il senno, gli diedero moglie; ma un bel giorno e' la piantò con un figiuolo in braccio e un altro nel ventre, a buscarsi il tozzo come potesse, od a basir di fame; egli calossi alla pianura, e mescolatosi ai Giorgi, si buttò alla strada. Neppur tanto coraggioso per riuscir bene nella scelleraggine, poco andò che il capitano Lucio se l'ebbe nelle branche. Ma questa, soleva egli dire, fu la sua fortuna. Perocchè, facendosi rapportatore degli antichi suoi camerata e dei malandrini che gli erano dati compagni nella prigione, acquistò tanta grazia presso il capitano di giustizia, che tolto di là, mercè due sode braccia, un muso duro e un cuore più duro ancora, fu destinato prima per aguzzino, poi per carceriere nella torretta di porta Romana. Superbo coi sofferenti perchè vile coi superiori, sapeva che col ceffo e coi modi avrebbe sgomentato quelli, mentre a questi per nessuna cosa del mondo avrebbe osato dire un no. Nei primi giorni che la Margherita si trovò nella costui balìa, per procurarsi quelle prime necessità che il suo stato portava, ella dovette cedergli a poco a poco ogni superfluo che le fosse rimasto addosso; nè esso le concedette requie finchè non la ebbe ridotta al più positivo e indispensabile vestire. Colla sommessione dell'agnello che lambisce la mano di colui che lo scanna, essa gli parlava: ma quello, burbero sempre, sardonico, stizzoso, rispondeva, la proverbiava, sghignazzava. Essa gli ragionò di compassione, nè tampoco il nome ei ne conosceva. Essa gli ragionò di Dio: ei sapeva che vi era, gli recitava per abitudine le devozioni, da sua madre insegnategli, ma non andava più in là, e nemmanco figuratasi che questa credenza dovesse modificare le sue azioni, e tanto meno fargli tradire l'obbligo del suo mestiere, che credeva quello di essere spietato. Per quanto deva patirne la _storica dignità_, non voglio tacere questa circostanza minutissima. Una volta (fu sui primi di maggio) Lasagnone entrò nel carcere di lei con una bella rosa fra l'orecchio e le tempia. Un fiore, quel fresco colorito, quella rugiadosa fragranza, dovettero suscitare mille care idee nella Margherita, che mossa da innocente desiderio, con affettuosa commozione additando la rosa, disse al carceriere:--Donatela a me. --Ah sì? La vi piace, eh? rispose il villanzone; pigliò fra le dita la rosa, la annusò sgarbatamente, mostrò porgerla alla meschina; poi ritirandola di scatto e sfogliatala, la gettò per la finestra, e sghignazzando come di un lepido fatto, se ne andò. Che caso da' nulla, non è vero? finalmente non si trattava di pane, non d'altra necessità; eppure, che volete? alla Margherita fece tanto colpo, e tanto se ne ricordò, che quando una volta potè sfogarsi con un confidente, gli ripetè questo a preferenza di cento altri torti. --Lesto, lesto, Lasagnone, che ti chiama il sor padrone intonò Grillincervello, sporgendo la testa rasa da un finestruolo al lungo corridojo delle prigioni, e ritraendolo presto e fuggendo come fa un lupo dal luogo dove altre volte restò preso alla tagliuola. --Me? domandò Macaruffo tra meravigliato e pauroso: ma non ricevendo risposta, fretta fretta gettò via un suo abituale saltambarco sdruscito e bisunto, infilò un cappotto marrone alquanto migliore, si tirò sulle orecchie un berretto rosso, diede una girata a tutte le prigioni se fossero ben assicurati i chiavacci: e messosi in cintura a sinistra un grosso coltellaccio, a destra il mazzo delle chiavi, uscì frettoloso. Passò davanti a San Nazaro, lasciò a destra il lago artificiale presso al luogo ove sorge l'Ospedale, e di cui serbano memoria le vie di Pantano e di Poslaghetto e venne a San Giovanni in Conca. Fin qui stendevasi il palazzo, o piuttosto l'aggregato dei palazzi dei Visconti; e Luchino stava continuandone la fabbrica con quattro grandi torri ai canti, e dentro ogni migliore comodità. Nel tornare quivi era scavalcato il principe: dato un'occhiata alle costruzioni, censurato, lodato, ordinato siccome dee fare un padrone; quindi per un corridojo coperto, largo dieci e più braccia, e che accavalciava i tetti, era venuto fino alla Corte, ed entrato nelle splendide sale. Poco tardò a sopraggiungere Macaruffo, e lasciandosi dietro quelli che non avevano se non da esporre al principe i loro bisogni o domandargli la giustizia, fu introdotto da Grillincervello, il quale, con un fare tra goffo e maligno, scotendo i sonagliuzzi, imitava il rovistio delle chiavi, che tintinnivano ad ogni passo del montanaro. E poichè questi, col berretto in mano, rannicchiato presso allo stipite della porta, faceva grandi inchini, grande strisciar di piedi, il buffone forbottandolo gli diceva:--Bada, frusto villano, che non mi stracci il tappeto: vien di Damasco, e me lo pagheresti con altrettanto della tua pelle». Luchino, senza guardare in viso al carceriere, domandò:--Che fa la signora Margherita Pusterla? --Oh!... magnifico.... serenissimo.... Oh signor principe! la sta da papa rispondeva l'altro.--Nessuno che le torca un capello. Non trae mai fiato di lamento. E poi le domandi, e sentirà. --Ma di me che dice?» richiese il Visconti. --Dice... cioè... oh serenissimo... oh magnifico...» e seguitava questa litania, non tanto per adulazione, quanto perchè non sapeva che cosa rispondere; onde corrugava la fronte, e fissava due occhi stupidamente indagatori in faccia al padrone, come per leggervi se dovea rispondere che lo bestemmiasse, ovvero che lo benedicesse. Ma leggere sul freddo e impassibile viso di Luchino, era impresa difficile anche ad occhi molto più aguzzi de' costui; laonde imbarazzato egli cagliava. Se non che lo trasse di pena Grillincervello dicendo:--Su, parla: che? hai tu veduto il lupo? Scommetto la mia marotta d'argento che essa ne ragiona col miele sulle labbra: n'è vero? --Appunto (parlava il carceriere): non sa finire di lodare la sua beneficenza che le ha dato sì vistoso alloggio. --E sicuro dai ladri», interrompeva il buffone. --E che la fa trattare come neanche a casa sua». Qui il bergamasco taceva, seguitando a confermare l'asserito cogli atti del viso e con premer la mano sul petto, e Grillincervello saltava su:--Non lo sapeva io? Padrone, tu puoi quando che sia licenziare il tuo Andalon del Nero, e nominare me per astrologo serenissimo. Egli pronostica dalle stelle, io dal mio can barbone, che più gliene appoggio di sode, e più mi corre a leccar la mano». Luchino fece un moto delle labbra che somigliava a un sorriso; poi voltosi al carceriere,--Da qui innanzi però trattala meglio, ed ogni mezzodì vieni a levare alla nostra cucina un piatto da recarle». Poi, al tempo stesso che, alzando la mano, gli accennava d'andarsene, soggiunse:--E le dirai che il principe si ricorda di lei». --Carità pelosa» mormorò il buffone. Il carceriere spalancava tanto d'occhi, corrugava la fronte, rotondava la bocca dalla meraviglia, e pensava fra sè:--Trattar bene un prigioniero! Ch'e' voglia morire?» Poi, moltiplicando le riverenze profonde fino a terra, dava indietro per uscir a modo dei gamberi, allorchè Grillincervello, dopo una sonora risata, ghermitolo per un braccio, e col dito dell'altra mano accennandolo a Luchino, disse:--Lasagnone meriterebbe il suo nome in superlativo se di quel piatto non ungesse la sua golaccia, ed a voi non desse ad intendere che madonna ne viene grassa, e che ve ne sa gran mercè. --Potrebbe fargli (ripigliò con fiera ilarità il Visconti), potrebbe fargli il pro che ha fatto jeri la lepre a quell'altro». Bisogna sapere che il giorno innanzi era stato côlto uno sciagurato, il quale aveva avuto l'imperdonabile ardimento di uccidere un lepratto: ed il principe freddamente aveva sentenziato che il delinquente mangiasse quella bestia così cruda, con ossa e pelle e tutto, come dovette fare, e in conseguenza crepare. Grillincervello intese l'allusione, ed esclamando:--Dio salvi i cani da tali bocconi!» accompagnò con un calcio Macaruffo, il quale tra i denti augurava che il desinare diventasse tanto tossico al linguacciuto beffardo, perchè gli avesse sturbato il disegno che aveva già fatto sopra la vivanda della cucina principesca. CAPITOLO XII. PEGGIORAMENTO. Il giorno dappoi, all'ora che Lasagnone soleva portare alla Margherita una pagnotta, una scodella di zuppa ed una brocca d'acqua, le comparve dinanzi con volto più mansueto, a somiglianza d'un orso quando fa cerimonie. Obbediva egli così a colui, al quale egualmente avrebbe obbedito se gli avesse comandato,--Lasciala consumare di fame». E poichè le ebbe deposto per terra il vaso dell'acqua e accomodata la scarsa prebenda, a guisa di chi vuol mettere in sapore di cosa inaspettata, diceva:--Qui poi, ci ho un lacchezzo per vossignoria»; nel mentre che pian pianino, sto per dire con devozione, veniva rialzando i lembi di un tovagliuolo, di sotto al quale comparve un fragrante manicaretto. Tirò il fiato per le narici colui, come un segugio che fiuti il sito del selvatico, e mettendosi la mano sul cuore, esclamò:--Oh buono!» poi deponendolo avanti alla sventurata, che, a quei garbi così insoliti e così goffi, a quella voce così stranamente indolcita, così forzatamente cortese, apriva la fisonomia ad un malinconico sorriso,--Questo (le soggiunse) glielo manda l'illustrissimo signor Luchino: padrone nostro e di tutta Milano; e dice che glielo manderà tutti i giorni, dice; e che vuole sia trattata sempre da par sua: e dice che si ricorda di lei». Questo cambiamento in meglio recò tutt'altro che conforto alla Margherita. Come succede al giusto conculcato dal prepotente, ella sentivasi di gran tratto superiore al suo nemico; e a guisa di una molla d'acciajo, più era calcata, più con vigore rimbalzava. Oggi però che ne riceveva una cortesia, e pur troppo non poteva recarsi a crederla da pietà o dalla acquistata certezza dell'innocenza sua, ma dovervisi celare qualche insidia; oggi le si apriva dinanzi all'immaginazione un'altra serie di patimenti e martirj nuovi che le sovrastavano. Quindi, allorchè il carceriere le fissava gli occhi guerci in faccia, aspettando di vederla tripudiare dall'allegrezza, un profondo sospiro mandò ella invece dal petto, e sollevando lo sguardo gonfio di lagrime al cielo, esclamò:--A voi mi raccomando». Era corso il suo pensiero alla madre del bell'Amore: a lei si era votata contro i preveduti assalti. Si ricordò quando, bambina, le insegnavano ad offrire un fiore a Maria Vergine coll'astenersi, in certi giorni più devoti, da qualche vivanda che le facesse gola; buon avviamento a quelle abnegazioni che, in troppo più gravi cose, deve poi nella vita fare per forza chi non vi si abituò per virtù. Anche allora dunque voltasi Margherita a Macaruffo, e colla destra lievemente respingendo il tagliere ch'ei le sporgeva:--No (disse), no. Vedete? coteste delicatezze a me non s'addicono. Per reggere la vita n'ho assai di questo pane e di questa zuppa. Trovate di grazia un poveretto--qualche infermo che conosciate più bisognoso; dategli questo piatto, e raccomandategli che preghi per me. --Come? la non lo vuole?» esclamava il carceriere, fuori di sè tra per lo stupore e per la fiducia di farne suo pro: e colla più tepida insistenza, che ingegnavasi di fare apparire sincera, ripeteva:--Senta, senta!» e annusava la pietanza e l'avanzava verso di lei:--Senta fragranza! È un pasticcino di beccafichi da serbatojo, tutti sugna. Ah buono! Un boccone da tornar il gusto a un morto. --Tanto meglio (replicava la Margherita) quel poveretto lo mangierà più volentieri. --Ma... a... a...!» riprendeva Lasagnone assumendo un'aria seria e contrita.--Il signor principe ha ordinato di darlo a lei, o sarebbero guaj. M'ha fatto una minaccia che... il Signore me ne scampi! --Il principe non lo saprà. Io l'ho per accettato; fate conto che l'abbia goduto io: e destinatelo, vi prego, all'uso che vi ho detto. --Deh che buon principe eh?» soggiungeva Macaruffo, pur collo sguardo incantato sopra la vivanda.--Ella può veramente chiamarsi fortunata d'essere nelle sue mani. Pare fino che abbia compassione di lei». La Margherita chinava la testa, e colui seguitava:--Dunque darlo proprio ad un pitocco. --Si, e che preghi per coloro che soffrono, ed anche per coloro che fanno soffrire. --Buon pranzo a vossignoria», esclamò Macaruffo, traendosi il berretto con un'insolita gratitudine, e tiratosi dietro l'uscio, se n'andò contento che non gli parea vero; e non era disceso da metà la scala, che si sedette, e postosi quel leccume sovra le gambe incrociate, si diede ad ingojarlo con avidità, nell'estasi di tutta la sua ingordigia lamentandosi che fosse poco, e leccandosi le dita, le labbra, i barbigi, il piatto: invidiando quasi all'aria gli effluvj che gliene avea rapiti. Il giorno da poi narrò alla meschina d'averlo dato ad un mendicante.--Se l'avesse veduto! sciancato, lebbroso, che non lo guarirebbe l'arcivescovo il dì delle palme [21]; non poteva reggersi sulle gambe, e ogni po' che io tardassi, e' cascava certamente di pura fame. Con che gola ricevette il suo dono! Aveva ad essere qualche cosa di ghiotto, io credo: Bocconi di quella fatta non ne pappano nemmeno i pitocchi. Fu certo la sua vita. E sa? egli ha mandato una furia di benedizioni addosso a lei, ai suoi vivi ed ai suoi morti». Era questo uno di quegli esordj _per insinuationem_, che in retorica c'insegnavano, giacchè alla conclusione di esso, discoprì e le presentò un altro intingolo, che, giusta il comando, egli era stato a prendere dalla cucina di Corte. --Bene! (disse la Margherita) lodato il Signore che, anche in questo stato, mi presenta il modo di soccorrere i miei poveri fratelli! Ed oggi abbiate la compiacenza di fare altrettanto con quest'altro. --Come? anche oggi?» saltò su il carceriere, fingendo meraviglia di quel che già aveva per lo meno sperato. --Sì (ripetè la signora); anche oggi. --E anche domani? --Anche domani, e così l'altro, e finchè me ne manderanno. --Ma (replicava il ghiotto), se egli, se il signor principe le domandasse, che cosa gli risponderà? Non vorrei che credesse... --Gli dirò che l'ho sempre ricevuto. --E che lo ringrazia, n'è vero?» Così tutto a pasto uscì il leccarde, cantarellando sommessamente--Di peggio non capiti». Ma domandandole che cosa avrebbe risposto al principe interrogata, egli avea fatto rabbrividire Margherita, la quale presentiva che dovrebbe trovarsi faccia a faccia col suo persecutore. Nè quella paura tardò a verificarsi. Pochi giorni dopo, Luchino, girando da quelle parti con un codazzo di soldataglia e di cortigiani, si volse di tratto al suo buffone dicendogli: --Grillincervello, vogliamo noi fare una visita a madonna Pusterla? --Questa volta non ci sarà pericolo che madonna colei la troviate partita», rispose il buffone. Rinfrescavano queste parole al principe una memoria spiacevole se altra mai, onde, a guisa d'un mastino traditore, che repente si volge a morsicare la mano da cui lasciavasi quietamente palpeggiare, digrignò i denti stizzito, e vibrò la mazza contro il motteggiatore insolente. Il quale fu destro a schivarne il colpo, e cacciandosi fra la turba esclamava guajolando:--S'e' mi coglieva, poveri i grilli del mio cervello!» Poi Luchino toccò di sprone il cavallo, e s'avviò alla rocchetta. Al suo venire, si cala il ponte, guardie gridano, guardie accorrono, un ossequio universale, un pendere attenti ad ogni suo cenno;--e tutto questo perchè? perchè egli ha nome il padrone... Gonfio di tanti omaggi, ebbro dell'universale obbedienza, della vigliaccheria universale, entra, scavalca verso un appartamento che egli avea fatto allestire onde in ogni caso potervisi, come in luogo più sicuro, riparare da una prima furiata del popolo; e lasciata nell'anticamera la comitiva, come fu in una stanza interna, mentre un paggio gli sfibbiava l'armatura, ordinò al carceriere che portasse colà la signora Margherita. Lesto Macaruffo fece sonare un mazzo di chiavi; orribile armonia, onde tutta si risentì la nostra infelice, tanto più quando in quell'ora straordinaria l'intese drizzarsi verso la sua prigione ed aprirla. In fatto egli schiuse, e con un ghigno di maliziosa petulanza sporgendosi mezzo in quella camera, le disse:--Buone nuove, signora, buone nuove: l'illustrissimo signor principe è di là che l'aspetta». Chi avesse detto alla Margherita--Sei condannata a Morte», non le avrebbe dato nel sangue una mano così gelata, come annunziandole che doveva trovarsi testa a testa con quel cattivo. Impallidì, sentissi venir meno, talchè le convenne appoggiarsi ad una seggiola; sudò, gelò, poi gettatasi ginocchione, pregò fervidamente. La interruppe il carceriere con un--Andiamo; lesta, che il suo tempo è prezioso». Ella rincorata si alzò, e ripetendo--Andiamo», si avviò: mentre Macaruffo le teneva dietro replicandole:--La si ricordi che le pietanze io gliele ho portate:--e se non le volle, colpa sua: e che le ho detto che il principe si ricorda di lei;--e che l'ho trattata sempre come va...» La aspettava Luchino in un salotto, assiso in un seggiolone a intagli dorati, coperto di damasco: aveva deposto la corazza, l'elmo, gli schinieri, ed incrociando le gambe, appoggiava ad uno dei bracciuoli il gomito sinistro, e al dosso della mano la guancia. Due vivissimi occhi scintillavano nel viso di maschia bellezza, quale tutti l'avevano i Visconti; un viso, su cui la virilità aveva reso stabile qualche ruga, disegnatavi prima dall'orgoglio e dal dispetto. Ricca capellatura gli scendeva inanellata dal capo scoperto sopra le larghe spalle; e fissato alla porta, lasciava trapelare sul volto una mistura di turpi speranze, e di appagate vendette. La Margherita gli comparve dinanzi in un vestito bruno, dimesso e trito, ma nelle pieghe di quello e nell'acconciatura del capo si rivelavano ancora le graziose consuetudini della donna elegante, la quale un tempo dalle labbra di chiunque la vedesse, strappava un grido di ammirazione. Da quel tempo oh come era mutata! eppure fra tanti segni di patimento compariva ancora troppo più bella, che non avrebbe essa desiderato per isfuggire alle malnate voglie del suo tiranno. Ma più bella ancora la rendeva quell'aspetto di superiorità, che la fronte dell'innocente conserva, allorquando, per le non rare combinazioni sociali, si trova chiamato a giustificare la propria virtù innanzi all'iniquità prevalente; superiorità così sublime, che un savio disse, essere lo spettacolo più maraviglioso agli occhi degli Dei. Poichè all'uomo abituato alle nequizie poco costa una nuova, Luchino stava aspettandola colla indolente attenzione onde l'uccellatore attende la preda al paretajo. Forse, erudito come era, gli veniva in mente quell'imperatore romano che, carezzando la testa d'una sua amata, le diceva:--Mi piaci tanto più, perchè penso che con una parola posso fartela balzare ai piedi». Vero è che nell'animo suo non aveva fatto disegno di usare violenza con essa: dirò più retto, non aveva pensato che dovesse tornarne bisogno. L'anima abjetta crede gli altri somiglianti a sè. Luchino nei volubili suoi capricci rado o non mai aveva (miseri tempi!) trovato la bellezza resistente alle lusinghe dell'oro, della vanità, del potere. Come credere che l'avrebbe fatto questa? questa, a cui i passati patimenti dovevano aver fatto chiaro da chi pendesse ogni sua fortuna; come un cenno di lui potesse ridurla infelicissima, o sollevarla a primeggiare nella Corte fra le sue eguali, e tornarla, che è più, al marito, al figlio, che importa se contaminata?--Il temere di essi, lo sperare in essi, il vivere per essi è pure l'unico sentimento, che nei sudditi suppongono i tiranni, e che credono bastante a frenar sino il pensiero; che dico? a farli sino amare. Quindi cortese salutò la tribolata, e--In quanto diverso stato io vi riveggo, madonna. --In quello (rispose la Margherita) in cui piacque alla vostra serenità di ridurmi. --Ecco!» esclamava Luchino, rizzando il capo e battendo della mano sulla sedia.--Ecco già sulle prime una parola schifa e superba. I casi dunque non vi avranno rintuzzato cotesto orgoglio? Perchè non riconoscere piuttosto i vostri errori? perchè non dire: Sono nello stato ove mi trassero le mie follie--e le altrui? --Principe (replicava la signora con una dignità accorata), vi prego ricordare che non fui per anco giudjcata: e che il giudizio potrà mostrare come a torto mi si appongono delitti che ignoro. La sicurezza della mia fronte dovrebbe del resto attestarvi della mia innocenza». Sogghignò egli col freddo e crudele orgoglio, che suole il potente ribaldo al nome di virtù, e--La sicurezza (soggiunse) l'ostenta anche il ladrone, reo del sangue di molti. Non ho veduto mai un ribelle, che sulle prime non abbia in ogni atto, mostrato quell'innocenza che poi alle prove scomparve. Ben forti ragioni, o signora, ben forti devono essere quelle che m'indussero a trarre qui una persona, che voi sapete se io stimo... se amo». E sorgendo le si avvicinò con aria di procace dimestichezza; essa dava indietro taciturna e sospirosa. Come feriscano al vivo le proteste d'amore fatteci da colui che ci perseguita, neppure al mio più atroce nemico augurerei di sperimentarlo. --Ma voi (continuava Luchino) come rispondeste alle prove del mio affetto? Alterigia, fastidiosi dispregi e scherni, e dietro a questi, facile passaggio, congiure, tradimenti. Or chi siete voi da volervi alzare contro il vostro padrone? Miserabili! egli soffia, e vi fa polvere». Così ora placido, ora severo egli veniva da varie bande tentando l'animo di essa, che sempre dignitosa, ne riprovava gli argomenti, lasciava sfogare le sue escandescenze; aveva ragione e gli chiedeva perdono, mentre egli la ingiuriava e chiamavasi offeso:--vicenda tanto consueta nei fasti della povera umanità. Sovratutto poneva essa ogni studio a sviare, a troncare un discorso che egli pur sempre rappiccava, il discorso d'amore: e poichè Luchino insisteva, essa gli disse:--Ma se è vero, o principe, che mi amate, perchè non inchinarvi alla preghiera mia, la prima e forse l'ultima che io vi faccia? Salvate il mio sposo, salvate mio figlio!» e gettatasegli ai piedi, gli abbracciava le ginocchia, con tutta l'eloquenza d'una bellezza innocente ed infelice ripetendo:--Salvateli! --Sì (rispondeva egli): sta in voi; voi ne sapete il modo. Meno orgoglio da parte vostra, ed io li salvo, ve li rendo». Il timore che i suoi cari fossero già caduti vittima del nemico, aveva sempre straziato quella meschina. Non saprei accertare se con arte e per meditazione le fosse uscita quella preghiera, onde scoprire la verità: ma dalla risposta veniva rassicurata che erano vivi; onde tripudiando nel cuore e non celando di fuori l'interna gioja--Che? (esclamava), vivono dunque tuttora? rendetemeli; sono innocenti... io sola sono rea; me punite, me: ma loro... O signore! ve ne prego col calore, onde in punto di morte voi pregherete Dio a perdonarvi... Deh concedetemi ch'io li veda; una volta sola vederli, poi fate di me lo strazio che vi piace». Era venuto per tormentarla, e l'aveva contro voglia consolata: avea fatto conto sullo scoraggiamento di essa, e senza accorgersi le era stato egli medesimo cagione di sorger d'animo, di esaltarsi. Di ciò non poco s'inquietava Luchino, e come succede a chi incontra inaspettati incagli, viepiù si avviluppava quanto ingegnavasi d'uscirne e perdeva dell'abituale sua freddezza; ora volendo farsi un merito di questa involontaria rivelazione, ora procurando, strapparle la speranza ond'ella si lasciava lusingare: e--Non dubitate no (replicava esso) li vedrete, oh li vedrete e ve ne rincrescerà. Dovunque siensi trafugati, non tarderò a raggiungerli. Allora... oh allora... --Trafugati? come? sono dunque sfuggiti?» proruppe la donna quasi fuor di sè dalla insperata consolazione.--Dunque non sono in vostro potere? Vivi e non in poter vostro! Oh gioja!» Sorgeva, alzava al cielo le mani, e sulla faccia lacrimosa scintillava un raggio d'ineffabile contentezza. --Gran Dio! (esclamava) ti ringrazio! Io mi lamentava che tu m'avessi dimenticata nel fondo delle sciagure, e non era: no, non m'avevi abbandonata. Che mi fanno ora i martirj? O principe, più non mi lagno, più: soffrirò che che spasimi volete; tacerò: raddoppiate pure, raffinate i tormenti miei; se essi sono salvi, più non mi cale della mia vita». Colla gioja di essa cresceva il furore del tiranno, indispettito dell'aver rivelato una notizia, che non sapeva da lei ignorata, del vedersi messa a nudo e rinfacciata così la sua ingiustizia, nè altro sperarsi da lui se non un esacerbamento di castigo. Ora dunque raddoppiava le minacce, ora tentava profittare del turbamento di lei per gl'indegni suoi istinti: ma se ella aveva resistito prima a lusinghe ed a paure, pensate ora, che sapeva vivi e liberi i suoi cari, ora che si teneva dall'ira di lui sicura, poichè n'erano sicuri gli oggetti per cui palpitava. Accorciamo ai lettori l'ansietà di quel colloquio, più facile a immaginare che onesto a riferirsi, e basti il conchiudere che la Margherita trionfò. --Trema! tu non sai fin dove possa giungere la mia vendetta!» furono le ultime parole che le gridò dietro l'iracondo, mentre ella sollevando gli occhi, ridenti di quella illibata serenità che è un raggio di cielo sul volto della virtù campata da grave pericolo, ringraziando Iddio, s'avviava alla sua prigione. Luchino, sbuffante, scalpitando, digrignando i denti e mordendo le dita passeggiò alcun tempo di su, di giù pel salotto; indi, prese le armi, uscì buzzo, taciturno, agitato: passò senza far motto nè cenno tra i cortigiani, che inchinandosegli, si tentavano un l'altro col gomito, ed ammiccavansi malignamente. Come fu sul pianerottolo della scala, ecco farsegli incontro l'impertinente Grillincervello, e presentargli una pezzuola, dicendogli:--Perchè vi forbiate la bocca». L'insulto era pungente, il momento scelto male, e la baja tornò sul capo del beffardo, giacchè Luchino d'un calcio il trabalzò sino al fondo della scala onde restò sì mal concio, che per tutta la vita ebbe ad andare sciancato. I cortigiani, la famiglia: che tutti gli volevano il peggior male del mondo in grazia di quella lingua, onde per dritto e per traverso scornacchiava ognuno, accennavansi un coll'altro, e gonfiando le gote, e a fatica reprimendo gli scrosci delle risa, si dicevano sottovoce:--Ve' ve': e' rotola come un battufolo. Questa è lezione col sale e col pepe!» Alcuno anche più caritatevole tentava aizzargli contro i cani, e passando dappresso a lui che sanguinava dal capo rotto e sdolorava delle peste membra, gli sgrignava sul viso ripetendogli a mezza voce:--Ben ti sta malignaccio!» Quindi tacitamente s'avviavano dietro a Luchino, che saltato a cavallo, si cacciò di carriera verso il palazzo. Non era amore che lo martellasse,--poteva mai tale sentimento pigliar vigore in un'anima logorata dalle voluttà? Era corso di piacere in piacere sfiorando quel che di bello gli occorreva sulla perversa sua vita; se costei resisteva, che doveva importarne a lui? Cento altre il potrebbero compensare. Ma, d'altra parte, ebbro d'orgogliosa ambizione, aveva veduto i signorotti d'Italia cercarlo amico o paventarlo nemico; avea veduto umiliarsegli davanti quelli che, mentre durava in condizione privata, lo soperchiavano: avea veduto (quel che più valutava) inchinarsegli certi cittadini, gran vantatori delle patrie libertà: all'intorno tutto pendeva da un suo cenno: ed ora una donna, una sua prigioniera, osava resistergli, insultarlo,--poichè nel vocabolario dei tiranni chiamasi insulto il protestare contro le loro iniquità. Di ciò l'amor suo proprio non sapeva darsi pace, e si rodeva entro, e il ciglio corrugato, e l'aggrondatura della fronte davano spia dell'animo esagitato. La gente, che lo vedeva venir via per le strade a spron battuto, con dietro la turba e la famiglia, salvavansi a precipizio; e se alcuno gli alzava gli occhi in volto, avvertendo quello iroso cipiglio, esclamava:--Acqua grossa oggi!» e facendo di berretto, tirava muro muro. Non ebbe questa precauzione un fanciullo di forse dieci anni, il quale era stato messo da' suoi genitori sull'uscio di via con un canestrino di ciliegie primaticcie, per offrirlo al principe, sperandone, come altre volte gli era successo, una buona mancia. Attento ad ubbidire senza più altro guardare, il garzone si postò in mezzo alla strada con un ginocchio a terra e il canestro sovra il capo: ma Luchino quando se n'accorse fe' un cenno ai mastini suoi fedeli compagni, e questi gittatisi sul malcapitato, l'addentarono, lo pestarono, senza che nessuno, nemmanco i parenti, ardissero dare il ben gli sta a quegli animali. Arrivato poi al palazzo, Luchino smontò senza far parola; salì, stette un poco da solo; chiamò quindi il cancelliere, come per distrarsi dalle proprie cure collo spacciare gli affari altrui, e chiese che l'informasse. Prese questi alcune pergamene, e scorrendole coll'occhio--Qui (diceva) il castellano di Robecco avvisa che fu colto un pastore, il quale tagliava un palo nei boschi di vostra serenità. --Segargli le mani», diceva Luchino. Il segretario inchinavasi, e proseguiva:--Nel borgo di Abbiategrasso, dove è la villa della magnificenza vostra, alloggiò un pellegrino proveniente di Toscana: e s'è scoperto qualche caso di peste. --S'abbruci l'albergo, il pellegrino, gli ospiti e tutto», rispondeva Luchino. --Scrive da Lecco il connestabile Sfolcada Melik, come uno dei suoi soldati rubò la marra ad un bifolco. --S'impicchi colla marra a canto. --Fu fatto così appunto, ed al villano pagata la marra. Ma costui la notte, andò a levar via dalla forca quell'arnese. --Ebbene, si appenda anch'esso alla forca medesima, e la marra fra loro due. --Sarà obbedita. Qui poi c'è una lettera di Ramengo da Casale... --Ramengo? e donde?» l'interruppe Luchino con sollecitudine. --Da Pisa sul punto d'imbarcarsi: e scrive in cifra che ha fiutato, dice, il covile della preda che vostra serenità, intende, e fra breve confida di consegnargliela. --Sì? bene, bene! approposito davvero!» esclamò Luchino battendo palma a palma come per applaudire a sè stesso, e con un riso di selvaggia consolazione. --Ma (ripigliava il segretario) esso Ramengo, oltre gli augurj e baciamani di formalità, fa a vostra serenità una domanda. --Una domanda? che non è mai sazio? Genia infame cotesti spioni! non basta la confidenza che se ne mostra? Feccia vilissima, che si schiverebbe fino di toccar col piede, se non tornasse necessaria a tener in dovere cert'altri. Ma cosa vuole? dite su, udiamo. --Egli rammenta che, a chi consegna un bandito, il capo 157 degli statuti di Milano concede di poter liberare un altro da qualunque... --Che viene ora a metter in mezzo gli statuti? La legge sono io. Ma insomma cosa vuole, cosa chiede? --Implora che la vostra serenità conceda, senza restrizione, impunità d'ogni delitto commesso sì a lui, sì a suo figliuolo. --Suo figliuolo? Dove l'ha? nol conosco. --Soggiunge in fatto che si riserba di farlo conoscere alla serenità vostra. --Sì sì bene!» rispose Luchino--Speditegli subito il breve d'impunità la più intera, la più assoluta, ma a patto che al più presto abbia consegnato nelle mie mani chi deve. Largheggiate pure in promesse; ma insistete perchè sia presto, infallibile. Capite? presto. --Sempre nuovi argomenti della sovrana clemenza» esclamò il cancelliere strisciando una riverenza e ritirandosi: e Luchino, lieto in viso più che non potesse essere in cuore, stropicciava le mani, chinava a scosse il capo con una ferina voluttà e pensava:--Ecco, il castigo segue davvicino all'oltraggio. Superba! sarai contenta. Mi sentiva proprio bisogno di questo balsamo. Ora mi trovo sollevato». Non occorre dirvi che dei severi ordini di quel giorno, buona parte ricadde sopra la Margherita. Non solamente esso le levò quel ristoro giornaliero, ma la fe' gettare in una prigione assai peggiore e, sotterranea. Il carceriere, essere miserabile, contento di bistrattare a baldanza le persone a lui consegnate, come le vide tolto quel cibo ch'era un sacrifizio gradito alla sua ghiottoneria, le divenne oltre misura severo, quasi per vendicarsi di lei che avesse demeritato un favore, unicamente a lui profittevole. Che se dapprima il corruttibile animo suo scendeva con essa a qualche cortesia, almeno di parole e a modo suo, ora con atti dispettosi, con arguzie che fan tanto male a chi soffre, compiacevasi esacerbare le vendette del suo signore. La carcere dove essa fu mutata nel recinto istesso del castelletto di porta Romana, era proprio conveniente a quei tempi, in cui furono fabbricate le Zilie di Padova da Ezelino, e da Galeazzo i Forni di Monza, nei quali i condannati si calavano per un foro della volta, e posavano sopra un pavimento scabro e convesso, in tanta angustia di spazio, da non potersi nè tirar ritti sulla persona, nè distendere per terra. In quei forni era stato custodito Luchino per alcun tempo dall'imperatore Lodovico il Bavaro: e poichè la sventura ai tristi non fa se non peggiorarli, volle che poco migliori riuscissero queste, che stava fabbricando. La Margherita nella sua poteva appena mutare quattro passi: nessun'altra luce che la scarsa d'un alto finestruolo, il quale usciva a fior di terra in un cortile, per modo che nei giorni piovosi l'umidità vi scolava e ne rivestiva d'afronitro le pareti. Passati i giorni vernerecci, era allora incominciato il maggio, quando le tiepide arie fanno brulicare la vita nei campi, e infondono un ineffabile sentimento di gioja negli animali e nell'uomo. Dalla primitiva sua stanza, Margherita aveva veduto rinfrescarsi il verde dei prati, le gemme degli alberi gonfiare e sbocciarne le foglie primaticcie, delle quali, coll'amore e colla compiacenza che solo i prigionieri conoscono, ella osservava dì per dì e misurava il crescere, il dilatarsi, il verdeggiare; aveva sentito i venticelli fecondi alitarle sul viso: garruli stormi di augelletti rinnovare i canti e gli amori sotto al soave raggio del sole, che più sempre inalzandosi, faceva men lungo il tedio delle notti, sì caro il rosseggiare della mattina e del tramonto, invitando i mortali a ringraziare il Signore, che all'inverno fa succedere la primavera, ai patimenti le consolazioni. Ma qui, nulla di tutto ciò, non più il sole, non più spaziare colla vista sopra le sterminate campagne, e lontan lontano, verso occidente, posarla sulle montagne, appena distinte dall'orizzonte: qui non più una pianta, non una zolla erbosa, non vedere un uomo che a suo talento vada o resti o torni; non potersi affissare nei melanconici splendori della luna: solo tenebria e lezzo e il tacere di un deserto, o le querule bestemmie di un inferno. Eppure le lagrime della Margherita scorrevano più libere, meno angosciose. Al primo entrare in quella tana, si prostrò ginocchione a ringraziare la Madonna; aveva salvato il suo pudore, e di più aveva appresa quella vitale novella. Oh come lo disacerbavano i patimenti! come le sorrideva l'immaginazione! E poichè il prigioniero ama gettarsi lontano colla fantasia, e fermarsi su casi che possono succedere dopo molti anni, anzichè considerare quelli più vicini che troppo crudamente lo richiamano alla spietata sua situazione, le veniva nel pensiero e nella speranza un giorno, in cui col marito e col figliuolo ritornerebbe libera nella città, alla campagna, a tuffarsi nelle onde di luce, che così limpido versa il sole sulle terre lombarde, a rivedere le rive del lago Maggiore, piene delle vergini memorie dell'età sua più gioconda perchè più spensierata; e poi invecchiare nella propria casa, colmata di dolcezza da un figlio, degno di tutto l'amor suo, e con lui, coi figliuoli che nascerebbero da lui, ritesserne piacevolmente il viaggio della vita. Immaginando quel tempo, se ne figura al vero le gioje, e ne ringrazia Dio, e già le pare essere con Francesco suo, col suo Venturino, nei luoghi usati, fra cari amici, e più di tutti gli amici caro quel Buonvicino, che le aveva dato la maggior prova possibile di amore, quella di trionfare del proprio amore. Nulla era accaduto che l'avesse pur d'un capello avvicinata all'avveramento di questi sogni: ma era fatta certa che que' suoi cari vivevano tuttavia; e la speranza è tanto ingegnosa a ordir le sue tele, appena trovi un filo pur debole a cui attaccarle! Quindi, allorchè la mattina un tardo raggio di fioca luce scendeva attraverso le ferriate della sua prigione, col primo pensiero ella correva ai suoi cari, che godrebbero intera la delizia della luce; ad essi mille volte fra le monotone cure del suo giorno; ad essi principalmente nell'ora che il dì se ne andava; ora feconda di tanti sospiri all'esule, al solitario, a chiunque ama, a chiunque patisce. Li sapeva liberi; dunque ne andava seguitando le orme;--dove? con chi? non poteva indovinarlo, ma poteva essere per tutto ove non giungesse la tirannide viscontea: tanto più vasto campo alla fantasia della paziente. E le idee carezzate fra il giorno le si riproducevano poi nel dormire, e le facevano consolati almeno gli istanti del sonno. Soffriva, deh se ancora soffriva! pure un pacato raggio a volta a volta diradava quell'oscurità, sicchè talora l'avresti fin detta allegra. Più d'una volta Macaruffo si accostava origliando all'uscio della prigione, forse per il barbaro gusto di sentirla mormorare e indispettirsi, e tutt'al contrario l'udiva, con sommessa voce ma soave quanto un flauto che risuoni di lontano fra il tacer della notte, cantare le litanie, pregando la Madre degli afflitti che pregasse per noi.--Malann'aggia costei!» esclamava lo scortese.--Che mai non deva io vederla impazientirsi?» Egli ignorava che ella sapeva invocare Iddio. A sturbarle però almeno un istante quella calma, il villano bussava, rumoreggiava attorno alla porta, alzava in tono minaccievole quella sua voce rantolosa e squarciata: un ribrezzo correva per la persona alla Margherita, e lunga pezza il cuore le batteva convulso: il canto per tutto quel giorno era interrotto: lugubri fantasie si attraversavano alla sua mente, e piangeva, e invocava il nome del Signore, e lo supplicava di potere una fiata, una sola, per un sol momento rivedere lo sposo, il suo figlioletto! Qualche volta anche le giungeva all'orecchio il vagire di un bambino, una voce fanciullesca che chiamava la mamma, o ripeteva la parola dell'innocenza sicura. Erano forse figliuoli di qualche soldato, o chi sa? di qualche prigioniera, con cui dividevano e della quale alleviavano il castigo. Ma alla Margherita quanti pensieri suscitavano, quanti affetti! che non avrebbe dato per poterli vedere, vedere quell'età, somigliante agli angeli, quei cari occhi da cui non traspare che ingenuo affetto e un amore non simulato, non calcolatore, e una placida curiosità; nulla di maligno, nulla di crudele, nulla di bugiardo! Se mai potesse almen da lungi rimirarli, inerpicavasi ella verso il pertugio da cui riceveva lume ed aria. Ah! non vedeva che mura scabre, altissime, con alte finestruole ferrate, entro alle quali altri languivano, forse innocenti al pari di lei, forse il ladro, l'assassino. Ne intendeva le voci: per lo più erano o sucidi parlari, o bestemmie, o un batter rabbioso dei ceppi contro le spranghe: nessuna parola di pace, nessuna di benevolenza, di perdono. Per implorare su di essi il dono della pazienza, essa pregava il Signore, e in quell'atto alzando i begli occhi, vedeva un piccolo campo di aria, e fermavasi a contemplarlo. Oh come il prigioniero conosce ogni stella, ogni nube, ogni accidente del palmo di cielo, in cui tante volte ha fissato lo sguardo! Poi se miravasi dinanzi, a fiore della sua finestra era lo sterrato del cortile, per cui passeggiava una sentinella: tratto tratto vedea giungere qualche nuovo infelice, e rabbrividiva; qualche altro uscirne liberato, e con lui consolavasi: alcuno anche partire pel patibolo, ed era volta che esclamava:--Almeno quegli ha finito». E l'occhio le si empiva di lagrime; scendeva, pregava; poi, come se l'idea del morire, la quale fa tanto spavento ai fortunati, recasse a lei la consolazione di sapere che quei mali non durerebbero eterni, e che un altro ordine doveva venire appresso, sedevasi più tranquilla sul rozzo suo trespolo, e quivi rincorreva i tempi passati, tempi di virtuosa giocondità, di benefica floridezza; pensava a' suoi cari, alle speranze. Talvolta perfino intonava le canzoni che aveva intese, che aveva ella medesima ripetute mentre giovinetta attendeva al donnesco lavoro, o quando colle compagne vagava di primavera cogliendo mazzolini di primolette e virgulti di mirtillo, ovvero nell'estate, in una barchetta, lungo le floride rive del Vergante, lasciandosi in balìa di un placido venticello, salutava le bellezze della natura, e al creatore di essa porgeva l'omaggio di un cuore puro e giocondo. Erano cantilene di amore; più spesso erano arie melanconiche, la cui mesta armonia meglio si addiceva allo stato dell'animo suo. Singolarmente le andava al cuore una romanza, in altri tempi composta da Buonvicino, e che egli medesimo più volte aveva accompagnata col liuto, mentre essa la cantava sopra le note, pure da lui ritrovate. Ed era questa: AMALIA --Torni alfin, diletto Piero! Ti vedrò col nuovo dì». Lieta Amalia in tal pensiero S'addormì. Ecco il mira. In armi splende Qual l'Olrisio fe' tremar. Sul suo cuore il cuor ne intende Palpitar. Oh il tripudio del ritorno Fra le braccia dell'amor! Volge in riso quel bel giorno Il dolor. A lui narra i lunghi affanni, Notti insonni, ansiosi dì: Pa lui sente i casi, i danni Che patì. Ahi, fu un sogno! Spirto lieve Ei serena il suo dormir Con delizie onde non deve Mai gioir. Sanguinoso al nuovo giorno Le presentano un cimier: È il cimiero ond'ella adorno Ha il suo Pier. --Già vicino al patrio lido; Man rival l'assassinò: Cadde, e l'ultimo suo grido Te chiamò.-- Chiusa Amalia in pio recinto Fra le suore del Signor, Canta Iddio, ma al caro estinto Vola il cor. Dal seren di miglior vita, Dolce spirto, miri al suol? Odi il gemer dell'attrita? Vedi il duol? Dolce spirto, l'ora affretta Che, disciolto il mortal vel, Presso a te la tua diletta Goda in ciel. Fermavasi alquanto la Margherita, poi ripeteva: Oh il tripudio del ritorno Fra le braccia dell'amor! Volge in riso quel bel giorno Il dolor. E dopo un altro istante di silenzio pensierosa tornava a cantare: Ahi fu un sogno! Spirto lieve Ei serena il suo dormir Con letizia onde non deve Mai gioir [22]. A che pensava ella? di chi si ricordava? Un giorno, là, sul far della notte, le interruppe questo canto uno scalpicciare nel cortile, maggiore del consueto, un tuono di sghignazzi, d'insulti, fra cui si distingueva un rammarichio più gentile che non soglia fra prigionieri, ed affatto discorde dalle aspre voci che oramai sole era abituata a udire. Il cuore dello sventurato è così aperto sempre alla paura! Coll'ansietà di una colomba, che abbia veduto il cuculo fissare gli occhi sul fecondo suo nido, balzò la Margherita allo spiraglio, colle delicate mani si ghermì alle grosse sbarre, gettò lo sguardo verso quel rimescolamento, vide un fanciulletto che, scomposta la bionda capellatura sopra gli occhi, strillando e dibattendosi fra le braccia degli sgherri, andava gridando:--Babbo! babbo!» verso di un altro che tutto in catene e col volto dimesso, lo seguitava. Ah!--La Margherita mise uno strillo come d'uomo percosso nel cuore, e cadde svenuta sul pavimento. L'occhio, l'orecchio, benchè di lontano, benchè a lume incerto, le avevano in quei due infelici fatto avvisare il suo Franciscolo, il suo Venturino. Poveretta! Si fosse almeno ingannata. CAPITOLO XIII. RICONOSCIMENTO. Camminerebbe pur bene il mondo, se, nell'effettuare lodevoli disegni, ponessero i buoni tanto impegno, quanto nei loro scellerati i ribaldi, pei quali le malvagità che non han potuto compire, sono un debito che si credono obbligati di spegnere. Luchino e Ramengo avevano raggiunto la Margherita e molti dei presunti congiurati: ma si eran lasciati sfuggire Franciscolo, e tanto bastava perchè considerassero il colpo come fallito. Ramengo specialmente rodevasi dentro, che il suo nemico avesse potuto camparsi col figliuolo; il figliuolo che tanto gli faceva stizza e invidia, come quello che gli rammentava l'unica gioia innocente che esso agognasse sulla terra, e che, come voleva credere, per colpa di Franciscolo, eragli stato tolto di godere. --Che importa (diceva tra sè) che costui deva andare ramingo sopra la terra? Egli ha un figliuolo. Io vivo in patria, ma solitario; non avrò mai un figlio, le cui bellezze e le glorie si riflettan sopra di me, che m'aiuti a salire, che faccia me invidiato quant'io invidio altrui. E più smaniava di vendetta allorchè rifletteva come quel fanciullo l'avesse avuto in propria mano, e gli fosse stato rapito con forza e con ischerno da quell'abborrito Alpinolo, a cui sempre più male voleva, come sogliono i ribaldi a coloro che ne sfuggirono gl'inganni o la violenza. Nell'ebbrezza pertanto della sua scelleraggine, propose al signor Luchino di uscire all'inchiesta del gran cospiratore e dei complici suoi. Per colorire la cosa, Luchino comprenderebbe anche Ramengo nella lista degli indiziati e degli sbanditi: talchè egli, in aspetto di perseguitato, entrerebbe creduto e compatito in mezzo ai forusciti, e potrebbe così, sotto l'ombra d'una fraternità di sentimenti e di castigo, discoprirne le trame; ritrovare il nascondiglio del Pusterla, e forse trarlo nelle reti. Così leali mezzi adoperavano i principi--allora. Ben fornito a denaro, ma in apparenza di fuggiasco, e travisandosi col mutar foggia di barba, di capelli, di vestito, uscì dunque Ramengo di città, e prima scorse lo Stato dentro ai confini, se mai s'avvenisse a qualche amico dei profughi che stesse macchinando, o che gli desse fumo di ciò che gli importava. Da per tutto ritrovava la gente bassa intenta ai lavori dei campi, al traffico, alla domestica economia; i baroni nei loro castelli desiderosi di godere la vita e di conservare il poco potere che avevano ancora; i giovani cupidi di imprese in guerra e in amore; e per mezzo a tutti, preti e frati che predicavano la necessità di amarsi, di compatirsi, di negar la propria volontà, chi voglia vivere meno male questi fugaci giorni dell'esilio. Ramengo entrava fra loro narrando, chiedendo, tentando; essi gli rispondevano senza sospetto, senza doppiezze; rimembravano migliori tempi, l'udivano volentieri quando esso per suggestione accennava la probabilità che rinascessero, ma tutto finiva qui; ed egli, domanda, guarda, rifrusta, nessuna potè trarre alla luce delle bramate iniquità. Fermò dunque in animo di proseguir le sue indagini verso il cuore d'Italia, e dirizzossi al Po. Schivando Pizzighettone e Cremona, come faceva di tutte le città lombarde, dopo Grotta d'Adda piegò in quel terreno che scende laddove l'Adda mette foce nel re dei fiumi; terreno allora del tutto incolto, ghiajoso e sterpigno, in cui le acque esercitavano a baldanza i loro guasti, non frenati dalla mano dell'uomo. Nel fendere quella lama, un improvviso temporale, come suol avvenire sul mettersi dell'autunno, colse Ramengo in sulla sera, ove, non che vedere alcun ricovero, nè tampoco un sentiero discerneva che lo avviasse. Cacciato dalla pioggia battente e dalla notte che cadeva, spronò il cavallo senza sapere verso dove, ma secondo il terreno gli pareva abbassarsi, sperando che in riva al fiume troverebbe una casipola, un navalestro, un pescatore. Di fatto la sua fortuna, o la disgrazia altrui, gli fece discernere un giovane mugnajo, che a mazzate cacciavasi innanzi l'asinello colla soma del grano, per riparare la quale erasi cavata la giubba, buttandovela addosso al modo di sargia. --Ehi! quel ragazzo! c'è a trovar un ricovero da queste bande? --La venga con me. Qua a mancina sta un macchione di pioppi, indi il fiume e il mulino di mio babbo». Così rispose il ragazzetto, ma poichè il somarello andava più di buona voglia che di buon passo, Ramengo n'ebbe abbastanza di quell'indicazione, e toccò via di trotto serrato, sotto all'incessante acquazzone, finchè alcuni lastroni di macina l'avvertirono del mulino cui era già addosso, senza peranco vederlo. Un lampo gli mostrò sopra un dosserello la casipola, in riva al fiume, coperta da due pioppi piramidali e da un cespuglio di ontani, e vicina ad un barcone da mulino. Da un finestruolo e dalle fessure degli assi mal confitti sbucavano liste di fumo e traluceva la vampa di un fuoco allegro, sul quale una donna veniva rosolando una frittella, come ne davan l'avviso e l'odore oleoso e lo scroscio che confondevasi con quello della pioggia esterna. Ramengo, scavalcato, bussò risoluto alla mal chiusa portella; un cane alzò subito vivi latrati: la donna di dentro abbandonando il fuoco e rompendo a mezzo un'_Ave Maria_, corse ad alzare il saliscendo, gridando: --È lui: è Omobono: entra: tu devi essere lavato come un.... Interruppe il paragone al vedere, invece del somaro, un puledro che ansava e fumava, e invece del figliuolo ch'ella aspettava, uno sconosciuto; però men dispiacente che maravigliata, con rusticale cortesia l'invitò ad entrare. Entrò di fatto Ramengo in una cucina bassa, tuffata, fumicosa, col pavimento di terra battuta e disuguale; nel mezzo quattro sassi fermavano il focolare, dove ardeva una fiammetta, e sebbene fosse appena di settembre, la famiglia stava a godersela come di gennajo, mentre recitava il rosario. La vampa che se ne diffondeva mostrava gli utensili più necessari a preparare i cibi grossolani; la madia, una cassapanca, un par di scannelli; poi appiccati agli arpioni, alle rastrelliere, nasse, fiocine, bertovelli, lenze, e insieme vagli e sacchi d'un bianco polveroso come il vestire di quegli abitatori. Al comparire dell'ignoto, un ragazzo ed un vecchio si levarono da sedere; Ramengo senza tampoco salutarli si fece al fuoco, dicendo:--Che tempo del diavolo! Ho dovuto ritirarmi qua entro per non annegare.» Il vecchio, riponendo la coroncina e racchetando il cagnuolo, soggiungeva:--Se vossignoria si contenta di ciò che v'è, è a suo piacere.» Egli, accomodandosi al fuoco, donde quelli con rispettosa cordialità s'erano ritirati,--Sopratutto (disse) vorrei riparato bene il mio cavallo. --Oh per questo (replicò il sere di casa) vossignoria non si dia pena: ci abbiamo uno stallino pel nostro giumento, con riverenza parlando, e dove i bardotti stabbiano qualche volta i rozzi che tirano l'alzaia. Vi troverà anche la compagnia di un puledro, che le so dire vale il suo. Ehi! Dondino, va a riporlo.» --Un altro puledro? (chiese sbadatamente Ramengo) e di chi? Vostro? --Mi corbella, signoria? nostra una bestia di quella fatta? È d'un cavaliere nostro amico. --Un cavaliere vostro amico? (ripetè Ramengo con un certo sogghigno beffardo). E come si chiama? --Si chiama... Oh vossignoria deve conoscerlo... è tanto nominato! Si chiama il signor Alpinolo». E proferiva questa parola con una dignitosa compiacenza, col tono solenne d'un medico che pronuncia il nome greco della malattia considerata, sicchè era una squisitezza il vederlo. Ma Ramengo a quel nome rizzò la testa, tese le orecchie, siccome il suo cavallo quando udisse schioccare la frusta, ed esclamò:--Alpinolo? che veniva da Milano? un tòcco di giovane ben complesso? sui diciott'anni, capelli neri, ricciuti, occhi di fuoco? --Ma sì, ma sì, (interruppe il buon mugnajo a quella descrizione da passaporto). Forse che vi sono due torrazzi di Cremona o due Alpinoli a questo mondo? Signoria, sì, quel desso in petto e in persona. --Oh come capitò da queste bande, che non ci verrebbe uno se non perduto? e lo dite amico vostro?» Ed ora dov'è? continuò Ramengo, mal celando l'ansietà messagli in animo da questa notizia. L'altro, tutto pacato, se non che un'aria del più perdonabile orgoglio rideva sul suo volto, proseguiva:--Ebbene, ha da sapere vossignoria.... Oh, l'è una favola a dirla. Ma prima si accomodi. Ehi, Omobono, (così diceva a quel tale garzoncello, figliuol suo, ch'era giunto anch'esso, e che tanto volentieri avrebbe trovato sgombro il focolare e lesta la cena), accosta un trespolo, reca una bracciata di legna, poi va a dare un'occhiata al mulino se tutto è bene. Vossignoria si faccia presso al fuoco, che non abbia a pigliarsi una infreddatura. Oh, questa pioggia le ha passato la gabbanella: la dia qui alla mia donna da sciorinare. --Sì, sì, ma continuate quel che v'ho chiesto. --La sappia dunque che il signor Alpinolo.... tale quale mi vede, io son suo padre... cioè... egli deve a me la vita. Anzi sono più che suo padre, perchè suo padre è stato... che so io?... qualche crudelaccio che lo buttò via; che, quanto fu da lui, tentò di mandarlo a male e... --Non dite così» gli dava sulla voce la Nena, sua moglie; giacchè il lettore può essersi accorto ch'erano quel Maso e quella Nena, da cui Ottorino Visconti avea portato via Alpinolo ancor fanciullo.--Non dite così; siete troppo facile a pensar sinistro. --Eh!» rispondeva Maso, dimenando il capo e stringendo le labbra con un garbo fra di bonarietà e di importanza:--Tu non hai perduto mai di vista i pioppi di questa riva. Ma io del mondo n'ho veduto la parte mia, e ho sempre trovato che chi pensa male pensa bene. Fatto è che Alpinolo moriva se non ci fossi stato io. --Ed io?» soggiungeva la donna. --Sì; anche tu: ma la storia è lunga e vossignoria vorrà dormire, neh? --Contate, contate» insistette Ramengo, non tanto desideroso d'incantare la noja coll'apprendere la storia d'Alpinolo, come intento a scavare dove egli si trovasse, avendo per fermo che con lui sarebbe anche il Pusterla. E chi dirà se quell'anima truce non meditasse anche di ricambiare l'ospitalità del pescatore coll'accusarlo d'avere tenuto mano coi ribelli e d'averli ricoverati? Purchè gli tornasse conto, purchè si avvicinasse alla sua meta, che importavano all'ambizioso quelli che doveva in sul cammino calpestare? Ma il mugnajo, sicuro dell'innocenza sua, proseguiva:--Per rifarmi dunque da capo, vossignoria deve sapere che... un pezzo fa... vogliono ben essere sedici o diciasette anni, n'è vero, Nena? --Fate il vostro conto» rispondeva la moglie.--Sapete che allora io aveva al petto il nostro Omobono che è qua. --Appunto! or mi raccapezzo; sconta dall'anno che passarono di qua i Fiorentini soldati, con tutte quelle croci segnate sulle spalle; e dicevano che il papa per ogni milanese che ammazzassero, gli assolveva da un peccato mortale». Il buon uomo voleva dire dei crociati che, al tempo della guerra di Monza, mossero contro de' Visconti sotto al cardinale legato. Ma Ramengo, ristucco di tante digressioni quanto n'è il nostro lettore,--Facciamola un po' corta», gridava risoluto. --Or bene (seguitava il pescatore); diciott'anni fa, salvo errore, una mattina appena l'alba, come è costume di noi molinaj, m'alzavo per cacciare in alto il barcone: quand'ecco là basso, dove il fiume fa una ritorta o un gorgo sotto agli ontani, vedo attraversato un barchetto, fatto in tutt'altra foggia dai nostri, e nessuno che lo guidasse. Qualche disgrazia, diss'io tra me; i barcaroli si saranno annegati. Corriamo a tirarlo alla riva, se mai capitasse il padrone: se no, sarà legna per st'inverno. Ma indovini mo?» Qui Maso alzavasi sulla predella, e traendo la mano dalla giubba, la sporgeva distesa verso Ramengo. --Dentro v'era una donna con un bambino». A queste parole, uno sbadiglio che errava sulle labbra di Ramengo, si convertì in un Oh! e sentendosi tutto rimescolare, balzò in piedi di scatto; l'attenzione sua cambiò di natura, e spalancò gli occhi addosso il vecchio, il quale proseguì:--Una donna e un bambino; signor sì: non c'è meraviglia che tenga: ma una donna vestita bene: n'è vero, Nena? doveva essere di condizione: giovane, bella che non le dico altro: e il bambino non finiva forse un mese. Ma l'uno e l'altro erano bagnati, fradici, e inoltre morti. --Morti?» urlò Ramengo. --Morti: sì, signore» continuò Maso.--Io dissi: Bella pesca ho fatt'oggi! Li trassi a riva; chiamai gente, li levammo fuori, li portammo in casa, e qui mia moglie, che tiene della medichessa, si pose intorno a loro ostinata di farli rivivere. Ma tutti li tenevamo per ispacciati; pallidi, freddi, non polsi, non fiato: Che vuoi? le dicevamo, vuoi rinnovare la risurrezione di Lazzaro? le dicevamo. Ma ella, questa buona donna incapricciata che fossero vivi ancora, tanto fece e tanto, che li vide ancora a respirare. --Erano dunque vivi» interruppe Ramengo con viva impazienza. E il pescatore:--Gnor sì, vivi, ma se non fu un miracolo questo, io per me non credo neppur a quelli del santo di Padova. Il bambolo, appena riavuto, si attaccò al seno della mia donna, e in poco tempo tornò vispo e bello. --L'avesse veduto!» entrava in mezzo la Nena.--Un bambino che pareva pitturato: bianco, sodo, come di cera: certi occhietti da mangiarlo; dritto come un fuso: e solamente aveva manco l'indice della mano sinistra. --E si vedeva (interrompevala Maso) che gli era stato tagliato via: che'l vi avesse qualche brutto male. Ma per seguitare, signoria.... o l'ho ristucco con queste chiaccole? --No, no, seguitate; ma presto; come andò a finire?» diceva Ramengo: e se la stanza non fosse stata così buja, lo avrebbero veduto divenire a tratto a tratto smorto e divampante, e il suo labbro e le sopracciglia contrarsi e squassarsegli tutto il corpo in violenta convulsione. Maso intanto, con quel misto di bonarietà e di rustichezza che distingue i costumi campagnuoli ed insieme coi sentimenti generosi senza ostentazione, che meglio si trovano quanto più basso si discende nella scala sociale, proseguiva pacatamente: --E sicchè... ma dove son restato? Ah si! ora mi raccapezzo. E sicchè il bambino a vedere e non vedere si rifece sano e in tono. Ma colla madre fu un altro cantare. Tornò sì in vita: quando aperse gli occhi si guardava intorno e chiamava... un certo nome...., un nome bisbetico.... Nena, lo ripeschi tu quel nome? --Diceva, Ramengo, mio Ramengo dove sei? --Chiamava Ramengo?» tonò lo sconosciuto. --Sicuro!» seguitava il pescatore.--Proprio Ramengo; non m'è uscito mai di mente quel nome. La non sapeva dir altro: ed anche quando delirava non faceva che ripeter quello, e.... --E qual altro? chiese il fellone, spalancando gli occhi incontro alla nuova parola che aspettava. --E diceva anche: Povero bambino, e molte altre volte, Caro, perchè non vieni? tanto aspettarti? ma avesti paura, eh? Egli è burbero, ma è buono» ed altre cose senza senso, perchè era fuori di sè. Già del guarirla non ne fu nulla. Quel che la mia Nena le fece intorno non si potrebbe mai dire. --Oh bello!» ripigliava la donna con una compiacenza tutta ingenua.--Ho fatto il mio dovere. Non siamo nati per volerci bene, per farci del bene uno all'altro? Dico vero, signor forestiere? E poi, chi non avrebbe ajutato quella povera creatura! A vederla si capiva ch'era fresca di parto: bella che doveva essere stata un angelo: ma sfinita e tutta pesta, e guardava con due occhi da ammansare una tigre». Ramengo si scostava dal fuoco, e sciorinandosi e soffiando passeggiava pel camerotto. --Che, le fa caldo?» domandava Maso.--Pure badi che le fumano ancora gli abiti indosso. --Sì, sì» gridò questi con un tono dispettoso: ma finite cotesta cantafavola, prima che vi venga un canchero nella lingua. Non so come diavolo c'entrino queste bubule con quanto io vi ho domandato. --Come c'entrino? bubule?» ripigliò il molinaro, un pocolino meravigliato di quelli sbattimenti.--Ora lo sentirà. La donna dunque andò di male in peggio. Entro quella barca, sole, acqua, fame, lo sa lei sola ed il Signore quel che ha sofferto: e quando a riciso ce ne contava alcuna cosa, bisognava piangere come ragazzi. Pure anche un cieco avrebbe veduto che qualch'altra cosa le stava sul cuore, peggio che i patimenti del corpo, una passione, ma di quelle! Perchè, appena si trovava in sè, dava in pianti dirotti, e non c'era più via di farla parlare. Quando vide il suo fantino riavuto, si fece serena come un occhio di pesce, lo prese, lo baciò, il guardò fisa fisa: poi ricadde in delirio:--E l'ha voluto ammazzare?... e non lo vedrà più... e non conoscerai nemmeno tuo padre--e altre parole da vera delirante. --Per venirne a una, costei è viva o morta?» saltò su Ramengo impazientito. --E Maso:--Vede quelle foglie, là, entro quel bugigattolo, con sopra un po' di materassuccia? Sono il nostro letto, e quivi, potè ben farne la mia Nena, ma quella poverina dopo pochi giorni spirò. --E quando spirò (seguitava la Nena asciugandosi gli occhi col grembiule) l'avesse vista! Mi stringeva le mani sode sode. Capivo ben io quel che voleva dire! Voleva dirmi: Tenete da conto il mio bambino e... --E voi che n'avete fatto? --Che vuoi che ne facessi? lo allattai del mio petto, diventò grandicello, e buono come il pane, ma vivo come un pesce e ardito come un capriuolo, e stette al nostro mestiere, fin quando un signore, che aveva il nome di quelli che comandano a Milano, il menò con sè, ed ora è il signor Alpinolo. --Ma chi fosse costei non ve lo disse? nol poteste sapere?» domandava Ramengo con ombrosa curiosità. --Mah» rispondeva la Nena.--Cosa non avrei dato per saperlo! Una donna così gentile, un puttino così innocente, qual crepacuore pei loro parenti d'averli perduti! E se io avessi potuto presentarmi ad essi, e dire: Io so quel che n'è successo; la gioja loro mi sarebbe stata cara un mezzo mondo. --E conti poco il gusto di saperne la storia?» parlava Maso.--Perchè, Dio buono! la doveva venire da lontano: che barche di quella generazione sul Po, lo conosco tutto quanto è lungo, non ce ne vanno». E la moglie ripigliava:--La storia sarà che suo marito un giorno l'avrà menata a spasso: lui cascò nell'acqua; i fiumi erano grossissimi, e la poveretta fu menata giù. --Ah! sarà» rispondeva Maso dimenando il capo:--ma ti ricorda come esclamava,--Perchè lo ferisci? quel coltello piantalo nel mio cuore!--Io sarei piuttosto di credere che un qualche suo nemico l'abbia ridotta così. --E perchè avevano a lasciarla viva?» saltava dentro Omobono. --Come sei materiale! per farla penare di più. Dei cattivi ce n'è di molti, credilo a me che so del mondo; ed essi conoscono bene che il morire è poco: ma il bevere la morte a sorsi a sorsi, come ha fatto questa creatura... --Oh, babbo mio, chi gli fosse bastato il cuore di far ciò, aveva ad essere non un uomo, ma un demonio in carne e ossa». Quali dovessero sonare a Ramengo tali discorsi, lo immagini il lettore. Ai rimproveri della coscienza opponeva lo spietato gusto della vendetta, più sentito ora che comprendeva quanto essa fosse stata atroce; ora che la vedeva non finita ancora; e che senza saperlo, trovava d'aver già contro il frutto del delitto, preparato nuove trame onde perderlo, e ciò che più il dilettava, perderlo insieme coll'autore dei suoi giorni, e d'un sol colpo sterminare quanto al mondo aveva di esecrato. Quindi, dopo un breve silenzio, che i buoni villani aveano creduto di compassione, addimandò:--E Alpinolo dov'è? --Lo sa lei?» rispose il mugnajo, contraendo il capo fra le spalle. Quattro o cinque settimane fa, una notte tardi tardi, eramo a letto, e sentiamo un cavallo arrivare: fermasi: bussano:--Qualcuno, diss'io fra me, al quale faccia male l'aria di qua del Po, e voglia passarlo. Mi affaccio, domando.--Chi è?--Son io.--Chi io?--ed egli--Padre (perchè m'ha sempre conservato questo nome), son Alpinolo: apritemi». Corsi io, corse la Nena, corsero Omobono e Donnino; per tutti era una festa il suo arrivo. Ripone il cavallo: entra... Se l'avesse visto! che cera! che occhi!--Al figlio di mia madre non la si dà ad intendere, gli diss'io; te n'è capitata una grossa: di' su: possiamo nulla per te? E lì mia moglie e i miei figliuoli a confortarlo, ad esibirsi, a interrogarlo; non rispondeva; stava come trasognato; poi scrollava il capo, pestava i piedi, esclamando:--Infame! maledetto! E quella meschina? ed io dargli ascolto?--e simili voci, da cui nulla si raccapezzava. Volevamo indurlo a mettersi a letto con noi: non volle: ci pregò d'andar noi a dormire: ma era possibile? sedemmo dunque sui sacchi di farina e sullo spento focolare: egli stava appunto ove ora lei, colla testa fra le mani, così; e noi attorno a guardarlo, a sospirare anche noi, finchè cominciò a farsi giorno. Allora alzossi, passeggiò innanzi indietro, appoggiossi alla spalletta dell'uscio, e stette intento all'alba che spuntava. Certo allora gli rivenivano per la mente i giorni di sua fanciullezza, quando non era che figliuolo di Maso, e correva spensierato e folleggiante con questi altri a diguazzarsi nella rugiada. Eh! loro signorie hanno de' grandi piaceri nel loro stato, ma non è poi tutto oro; e noi poveri abbiamo anche noi i nostri, e meno scese di capo. Insomma è che Alpinolo parve un tantin sollevato; ci chiese scusa, povero giovane! del dolore cagionatoci la notte; che erano avvenute a Milano gravi disgrazie; cacciati a prigione dei suoi più cari amici; che per lui non v'era pericolo, ma andava per certe sue bisogne ad un luogo qui poco oltre, onde ci lasciava il cavallo; e se mai tardasse oltre una settimana, era buon segno, e vorrebbe dire che aveva preso altra strada, e il cavallo diventasse nostro e i denari. Ci baciò tutti, e piangeva: e se n'andò; e dopo d'allora l'ha visto lei? --E dell'anello?» diede su la vecchia. --Oh questo che cos'ha a che fare? --Ha che fare moltissimo» riprendeva essa.--Conviene ben dire che gli frullasse pel capo qualche fatto assai rischioso, se depose quelle robe che mai non aveva divise da sè. --Che robe sono?» domandò Ramengo. E il mugnajo, quasi per supplire all'inettitudine di sua moglie che tartagliava nel cominciar il racconto, proseguì:--Essa vuol dire che Alpinolo, già uscito di casa, fermossi, pensò, esitò un tratto, poi si cavò dal seno un arnese e dal dito un anello che sempre portava; baciò il tutto affettuosamente, e li diede a mia moglie, dicendo: Custoditeli con ogni cura: è quanto or mi resta di caro nel mondo: e replicò i pianti, tornò a baciarli, poi se ne fuggì a precipizio. --E cotesto arnese che cos'è» richiedeva il traditore. --È tutta l'eredità di sua madre», gli replicava la Nena. --Essa nelle ultime sue ore non faceva che baciarli e guardarli; poi mi fece promettere gli avrei dati al bambino, perchè li portasse sempre, in memoria, diceva, delle due persone che più di tutte, diceva, essa amò al mondo. E sono, un anello di diamanti, e un borsellino con cuciti entro due pezzetti di carta, due lettere, mi hanno detto. --Due lettere?» proruppe con voce tonante Ramengo, i cui occhi gettavano faville.--Due lettere di Rosalia? Ove sono? a me: voglio vederle: datemele: presto: le voglio. Quel tono imperioso, quel gridare, quel muoversi violento, parvero cosa straordinaria alla rustica famiglia, che in muta ammirazione guardava al forsennato, mille sospetti formando: ma poichè egli instava, la donna si volse al marito e--Ch'io glieli mostri?» Questi fe' spalluccie; ma l'altro replicava:--Sì, sì, datemeli: li voglio, o vi mostrerò chi sono: porrò a soqquadro la casa: li torrò per forza»; e tanto minacciò e promise, che la donna aprì la cassapanca, e con occhio sospettoso rivoltasi a colui--Ma mi promette di restituirmeli?» Prima di rispondere, esso glieli aveva strappati di mano, e con un tremito febbrile strinse Fanello:--era l'anello ch'egli avea dato alla Rosalia quando la promise sposa. A guardarlo, che pensieri gli corsero alla mente, che tempi si ricordò! Tempi d'amore, di pace; che avevano lampeggiato un istante sul bujo dell'anima sua, come se una rosa germogliasse fra le cocenti arene del Sahar. Colle dita tremanti fece un moto quasi volesse avvicinarlo alle labbra, poi dispettoso lanciollo per terra. E mentre la Nena premurosa ne seguiva il fosforico brillare fra le tenebre, e raccolto lo riponeva, gli uomini con un silenzio pieno di aspettazione si fissavan sopra quell'uomo, alla cui figura cresceva terrore la rossastra luce del fuoco. Egli stracciava il sucido involto dell'amuleto, e svolgeva due brani di pergamena, indi accostatosi ad un tizzone, leggeva tra sè: _Poichè il destino della nostra patria è deciso, la abbandono, e vo contro gl'infedeli. Solo m'affanna il discostarmi da te che sopra ogni cosa amo. Cinque giorni rimango da queste parti. Se puoi eluder la vigilanza di lui, fa ch'io possa una volta vederti, abbracciarti. Il valletto che ti reca questo, doman sera tornerà per la risposta. Qualunque rischio a me non parrà troppo per poterti dire a voce quanto ti ami il fratel tuo._ In quelle carte Ramengo cercava, voleva trovare il delitto, e scopriva invece l'innocenza della Rosalia! Come intontito rimase alcun tempo sopra quei caratteri; poi ripensando, svolse a furia l'altro viglietto:--Chi sa che non trovi in esso quello che cerco?» ma era della medesima mano, e vi stava scritto così: _Tutti questi giorni aspettai il valletto, colla risposta;_ _nè l'un nè l'altra arrivò. Che sarà? Parto dunque senza vederti, sorella diletta, ma dovunque io sia, qualunque sorte m'attenda, te porterò sempre in cuore, sempre il Cielo pregherò di concedere a te la felicità, ch'io non devo conoscere più. Addio._ --Dunque ella era innocente!» proruppe Ramengo in un tono che fece sbigottire tutta l'intenta famigliuola. Sorse furibondo, mugolando, cosperso di bava, digrignava i denti, morsicò e fece a brani quei viglietti, e cacciavasi le mani nei capegli, stracciandoli a ciocche. Gli ospiti, ad uno spettacolo di cui nulla comprendevano, eransi tutti insieme ristretti da un canto, e la donna si segnava dicendo:--Ch'e' sia indemoniato?» Egli per la rozza cucina trascorreva a passi concitati, ora bestemmiando, ora gridando con voce senza parole; poi d'un calcio sfondò la porta e uscì. Era una notte fosca come i suoi pensieri; la pioggia ingagliardita e tuoni e lampi l'accompagnavano; ma egli non vedeva, non udiva la notte, l'acqua, il vento, il cielo malvagio. Donnino, che gli tenne dietro così di lontan via, lo vide a gran passi traversare la campagna, e poi ben tosto il perdette di vista, e tornando al casolare, ne contava fra meraviglia e paura, le smanie, l'agitazione, esclamando:--Deve aver le lune ben a rovescio». Altro che lune! era un demonio, col quale in cuore Ramengo continuò l'errante corso. L'aver ucciso una innocente ed a quel modo, sarebbe stato ragione sufficiente per giustificare quel turbamento disperato in un animo molto ribaldo. Ma nel suo non era commozione di pentimento, bensì una foga di ire, di dispetti, poichè il tristo, non che indursi a dar torto a sè medesimo, dai proprj peccati trae motivo di nuovi odj: vaso guasto, ove sin la rugiada si corrompe; serpe, nel cui seno perfido il miele diventa succo mortale. Quella donna egli l'aveva pure amata: aveva provato le dolcezze dell'essere riamato, come si suole di cosa perduta, ne rammentava tutti i pregi, nessuno dei difetti, il peccato in lei supposto era scomparso. Ed egli l'aveva uccisa! Aveva privato sè dell'unica incolpevole dolcezza che in vita sua gustasse mai!--Foss'ella vissuta, oh come diversa sarebbe trascorsa la mia vita! Placido in grembo della famiglia, padre di cari bamboli.... Padre! oh! essere padre! questa consolazione l'ho libata, ma solo quanto bastasse per sentire più grave la maledizione del non poterla provare mai più. Fosse ella vissuta; che importerebbe a me questa superba di Margherita? che invidiar alle gioje del Pusterla? E di tutte queste privazioni, chi fu la causa? se non il Pusterla istesso? Maledetto! egli mesce il veleno nella mia tazza; egli appuntò un coltello fra me ed il seno delle mia donna. Scellerato! S'ei non l'amava perchè farne le mostre? perchè tentar di sedurre quell'angelo? perchè, se non per farmi onta e dispetto?» E stringendo il pugno, e stralunando gli occhi verso il cielo, scagliava sopra di quell'innocente le imprecazioni più rabbiose e più immeritate.--Se tu non fossi stato (proseguiva) sarei con onore vissuto tra gli uomini, non trascinato sopra una via, per la quale ora mi è forza camminare. Sì... è forza ch'io ne tocchi l'estremo; e se per tua cagione perdetti i gaudj dell'amore, possa io almeno inebbriarmi in quelli della vendetta! Rosalia! Rosalia! te lo giuro! ti vendicherò! ti vendicherò!» Così la conoscenza del suo delitto a nuovi delitti lo traeva; somigliante a chi, nel terrore di un incendio, getta nuova esca al fuoco, sperando di soffocarlo. Taceva, seguitava, errando come una cosa pazza per la landa uliginosa, affondandosi nelle pozze, saltando i fossati, poi si fermava, apriva il pugno coi brani dei viglietti lacerati, che macchinalmente stringeva, fissava su di essi gli occhi cristallini, dimenava il capo:--Ecco! essa gli avrà baciati tante volte, vi avrà sparso sopra chi sa quante lagrime; sarà morta premendoli al cuore, col nome di suo fratello sulle labbra, mentre avrà traboccate l'ira e le maledizioni sopra colui che la uccideva... Sopra lui, e non sopra quello che ne era la causa! Col latte avrà stillato l'odio nel mio bambino, gli avrà insegnato ad abborrirmi... Ma no! oh no! egli ignora l'autore dei suoi giorni, e spasima di saperlo, per poter con lui comparire nella società, ed ottenere quell'onore della cavalleria che gli fu negato, sol perchè d'ignota razza. Certo lo cerca, e non sa che quel desso erasi posto sulle orme sue per trarlo a rovina. Ma ora il troverò ben io, me gli paleserò: gli dirò che son suo padre. Qual tripudio per lui aver trovato un padre! come mi amerà! ed io amerò lui, compenserò lui dei torti fatti a quella sciagurata; potrò ricomparire nel mondo tenendomi ai fianchi un figliuolo, che sarà il mio decoro, il sostegno e la consolazione dei miei vecchi giorni. Ma che? no! neppur questo mi sarà dato forse. Eccolo involto nella malvagità del Pusterla. Perdio! avrà dunque il Pusterla a presentarsi traverso a tutte le mie gioje, a tutte? essere causa sempre dei miei tormenti? Maledizione sul capo di lui!» E imperversava di nuovo: poi fermavasi a guardare la notte, ad ascoltar lo scroscio dell'acqua, unica voce nel silenzio della campagna disabitata. Quella campagna, quella notte un'altra gliene ricordava, un'altra in cui aveva ricevuto dalla Margherita quell'affronto; un affronto che omai non si poteva lavare se non col sangue. A tale rimembranza viepiù ribolliva il suo furore; nell'istante che scopriva il proprio misfatto e la innocenza dell'uccisa e del perseguitato, invece di pentimento, concepiva i più atroci disegni di vendetta. Pure tra quell'inferno gli tornava innanzi giocondo il pensiero del sapersi padre! padre di un figlio che, ignorando l'antica sua colpa, l'avrebbe amato come quello che gli porgeva il modo di collocarsi con onore nella società; sostituendo così sempre il calcolo al sentimento, come uomo avvezzo a non vedere negli uomini che mezzi od ostacoli al salire. E quel figlio era lì vicino; e forse coll'alba poteva vederlo; forse tornando nel casolare vel troverebbe. Appena dunque la nuova luce gli lasciò distinguere gli oggetti circostanti, s'avviò per rintracciare la strada. Molto era corso quella notte, l'acquazzone aveva cancellato ogni sentiero, ogni pedata per la selvaggia lama; pure il muggito del fiume si udiva, dietro al quale dirigendosi, arrivò dopo lungo cammino, alle sue rive, secondando le quali distinse finalmente la baracca de' mulinai. Vi si accostò come uomo che va ad intender la sentenza di sua vita o di sua morte, entrò, ed alla Nena, che stava accosciata al fuoco, e che tutta si risentì al vederlo, chiese:--È tornato? --Chi?» domandò ella. --Chi! chi! Alpinolo. --Signor no... ho gran paura... Dio nol voglia, ma qualche disgrazia deve certo essergli accaduta. Un animo me lo fischia all'orecchio. Povero giovane!» E fra il così dire, dava pure qualche sguardo sospettoso e di sottecchi a quell'ignoto, ripensando in che gran bestia l'avea veduto la sera antecedente. Egli fece sellare il cavallo, e se n'andò, lasciando detto che, se mai Alpinolo capitasse, ad ogni patto il ritenessero finchè egli tornasse, importandogli come la vita di parlargli. Quel giorno, il domani, e i seguenti vagò alla ventura, secondo che il capriccio, il caso, il cavallo, qualche idea, qualche superstizione lo portassero: fermavasi in un paese senza un perchè, camminava, tornava indietro, finchè ricapitava pur sempre al mulino. Quivi il suo giungere turbava la vita ingenuamente spensierata di quella buona gente, che ricordandosi quelle furie, avrebbero visto meno male il traboccare del Po.--Fosse almeno la febbre costui (talvolta diceva la Nena) che con una messa a san Sigismondo me ne libererei». E qualche altra:--Fin Giuda a casa del diavolo trova riposo la domenica: ma per costui non c'è festa che tenga». Così colla testa ingombra di pregiudizj e col miglior cuore del mondo, non sapeva perchè, ma non poteva tollerare quell'uomo:--E neppure il nostro cagnuolo (soggiungeva) si è potuto mai assuefare a vederlo senza guaire come se lo pelassero». Ma poichè per gli importuni ci vuol meglio che augurj e imprecazioni, Ramengo tornava sempre, assiduo come un creditore; la prima domanda che faceva era sempre di Alpinolo se fosse comparso; la risposta era sempre il medesimo no. CAPITOLO XIV. PISA Perduta ormai la speranza di rivedere Alpinolo, certo che, dovunque fosse, costui ne avrebbe fatte di tali da lasciarsi scoprire anche troppo. Ramengo andava tra sè pensando ove rintracciario; giacchè il desiderio di scoprire un figlio lo faceva disviare dalla pesta che fin la aveva ansiosamente fiutata. In una delle sue corse alla ventura, mentre costeggiava il Po, ascoltò di sotto un macchione uscire un fischio come d'uomo che chiami: s'accosta: era un barchettajuolo, il quale sommessamente gli chiese:--Vuol forse passare, signor cavaliere? --Perchè cotesta domanda? --Oh la si lasci servire. Conosco ai panni ch'ell'è un milanese. Se n'ho passati queste settimane!» Tali parole diedero la spinta all'irresoluta volontà di Ramengo, il quale risposto un sì piuttosto agl'interni suoi ragionamenti che all'inchiesta del barcaruolo, calossi, fece allogare il cavallo nel barchetto: poi mentre il rematore faceva forza vogando e tagliando obbliquamente il filone del fiume, il ribaldo, intento a scalzare, gli domandava dei passeggieri, degli abiti loro, dei discorsi, del dove si dirigessero: poi l'interrogò se fra quelli aveva veduto un bel fante così e così, dipingendo Alpinolo. --Eh eh! (rispondeva il remigante) se dovessi averli a mente tutti. L'è stato un via vai! Però... quel che mi descrive mi pare di averlo veduto sì: un uomo così fra i trenta e i trentacinque... --No, no: meno: neppur venti; capelli neri... --Appunto: or mi raccapezzo: occhi grigi, bassotto, tarchiato... --Anzi, occhi neri: alto tanto più di me; ben tagliato in tutte le membra:--impossibile vederlo e non ricordarsene. --Uh! tanti asini si somigliano». Capì Ramengo che l'uomo era tanto gonzo, tanto occupato del mestier suo, da non poterne succhiellar nulla: onde giunto all'altra riva, scarsamente regalatolo, si mise alla ventura, perchè l'unica indicazione datagli dal navalestro fu che quei profughi erano _andati di là_. Varcò ancora da luogo a luogo, richiedendo da per tutto, e da per tutto udendosi rispondere che Milanesi di fatto, se n'eran veduti molti, ma niuno sapeva ridire chi fossero, dove si dirizzassero: al più conoscevasi che andavano fuori via dalla patria per la tirannide di Luchino. Ma altri tiranni egli vide dominare per le varie città di Romagna: a Rimini i Malatesta, gli Ordelaffi a Forli, a Faenza Francesco di Manfredi, i Polenta a Ravenna: Roma lamentavasi vedova, dopo che i papi, tramutandosi in Avignone, l'avevano abbandonata alla tirannide di que' suoi baroni, contro dei quali doveva pochi anni dopo, sollevare generosa ed impotente la voce Cola Rienzi: Bologna riceveva vita e splendore da forse quindicimila Italiani e Tedeschi, studianti sulla sua Università, la quale fino d'allora procacciavale il titolo di _dotta_ che conservò sin qua, come conservò nello stemma la parola LIBERTAS, quantunque già in quei tempi si fosse ai papi assoggettata. Valicando poi l'Apennino, Ramengo si calò nel bel paese toscano. Quivi la libertà era con maggior gelosia custodita, quanto a peggiori abusi vedeansi rompere i signorotti di Romagna e di Lombardia: tutte le terre difendevano acremente le loro franchigie, ed abborrivano il governo d'un solo. Ma come sperare che una fanciulla si conservi innocente fra bordellieri e femmine da conio? Quei tristi vicini se ancora non osavano attentare direttamente alla libertà dei Toscani, se ne preparavano la via col romperli, e col fomentarvi i mali umori. Sotto pertanto a quest'infame influenza, le nimicizie cittadine ivi peggio che altrove imperversavano: e i nomi di Guelfi e Ghibellini, che negli altri paesi avevano quasi perduto la significazione, mantenevano quivi una tenace vitalità. Ghibelline erano Pisa ed Arezzo; guelfe Pistoja, Prato, Volterra, Samminiato, Siena, Perugia e principalmente Firenze; talchè, invece di maturare un concorde sentimento di nazionalità, dal quale soltanto potevano sperare frutti per l'avvenire, combattevansi e contrariavansi l'una l'altra; patria riguardavano l'angolo dove ciascuno era nato: forestieri ed avversarj tutti quelli d'altra terra, tanto più accaniti quanto più vicini; e nelle loro querele invocavano spesso o le funeste armi o la più funesta mediazione dei comuni e più veri nemici, gli stranieri. Fra quelle lotte però sentivasi la vita: ciascuno capiva quel che valesse di per sè, e quel che potrebbe d'accordo cogli altri; il commercio, l'agricoltura, le arti erano salito in gran fiore; pittura, scultura, architettura, offrivano modelli, che il difficile nostro secolo non cessò di ammirare; e la lingua, venuta a mano di Dante Alighieri morto venti anni prima, e del Petrarca e del Boccaccio, giovani ancora, acquistava il primato che più non perderà, sopra l'altre d'Italia. Come in quella Grecia, a cui per tanti lati somiglia la patria nostra, si dimenticavano le mutue nimicizie per convenire ai giuochi in Olimpia, così l'umore allegro dei Toscani li raccoglieva alle splendide feste, onde solevano spesso ricrearsi le diverse città, o nelle solennità dei loro santi patroni, o per memoria di antichi fatti, o per celebrazione di nuovi. Pisa in quel tempo aveva appunto riportato vantaggio contro i Moreschi, che dalle coste d'Africa infestavano il Mediterraneo e l'Italia; onde, per solennizzare quel trionfo e la presa di alcune loro galee, dovevasi finire il carnevale colla festa di Ponte. Nè d'altro che di questa udiva Ramengo ragionare per tutta Toscana allorchè vi capitò: chi poteva, preparavasi per andarvi; gli altri se ne struggevano di desiderio.--Perchè non v'andrò anch'io?» disse Ramengo. «Fra tale concorso di gente, nulla più probabile che incontrar quello ch'io cerco». E vi si drizzò. Pisa in quel tempo era nel maggior suo fiore. Porto frequentissimo come (fatta ragione ai tempi) oggi sono Amsterdam e Londra, nel 1283 aveva armate fino centotrè galee per guerreggiare Genova, che gliene oppose centosette: vedeva a' suoi mercati accorrere Mori d'Africa, Normanni del Settentrione, Turchignoti di Levante; mandava i suoi legni verso le Indie orientali a caricarsi di spezie, che poi diffondava per tutta Europa, riportandone in cambio legnami, canapa, stoffe, denaro. Alle speculazioni congiungendo l'amore per le arti belle, innato nella patria nostra, dalle imbarbarite regioni dell'Asia i Pisani traevano marmi, colonne, sculture, di cui abbellivano la patria: di Palestina recarono terra per riempiere il loro cimitero, onde poter dormire in terra santa; attorno a quel cimitero, i ristoratori delle arti belle fabbricavano, scolpivano, dipingevano, più insignemente perchè l'originalità non era stata per anco soffogata dall'imitazione, nè il raffinamento materiale aveva tolto la mano alle idee ed al sentimento. Su quelle pareti era stata ridotta a figure la _Divina Commedia_ di Dante, per leggere la quale avevano eretta una cattedra nella nuova Università;--poesia, pittura, scuola nazionale e religiosa: commercio, arti, devozione, sapere, libertà; begli elementi della vita italiana d'allora. Oggi Pisa è ben altro. Una borgata a mare, allora appena avvertita, le tolse quel resto di commercio, che le mutate condizioni d'Europa lasciarono alla Toscana; i cencinquantamila suoi abitanti sono ridotti ad un settimo appena; la marmorea cattedrale, lo stupendo battistero, la mirabile Loggia dei mercanti, gli altri edifizj di antica maestà fanno un melanconico contrasto coll'erba crescente per le vie spopolate, col silenzio delle ammutolite officine, coll'inoperoso vuoto del suo Lungarno; e la bizzarra Torre sembra chinarsi in atto di compassione per deplorarne le perdute grandezze. --Potenzinterra! ei dee venire da in capo al mondo se mai non ha inteso parlare della festa di Ponte»; diceva a Ramengo l'oste Acquevino, che, venuto giovane da Pontedera senza un becco d'un quattrino, come egli diceva, in sulla via di Pisa avea rizzato dapprima un frascato, ove dava bere a' mulattieri, cavandone le spese e qualche zaccherello di vantaggio; poi coi quattrini facendo quattrini, e spacciando gran nomi ai piccoli vini che la sete faceva parere strabuoni, murò un'osterietta, che, se alcuno gli diceva essere piccola, egli, senza certo aver mai letto di Socrate, rispondeva,--Così potessi averla sempre piena di avventori». Posta sur un dosserello, aveva dinanzi uno spazzo ove si giocava al pallamaglio, e da cui vedevansi passar rasente quelli che si avviavano alla città, e dominavasi la vasta pianura, che da un lato scende fino al mare, dall'altro è chiusa da collinette biancheggianti nel verde degli olivi, e tramezzata dall'Arno che poi a forma di semicerchio divide Pisa. Colà Acquevino fatto maturo e grassotto, ma sempre fresco, snello, gran chiacchierone, gran lodatore del suo paese, del bel cielo, della buon'aria, della buona gente, quanto un poeta arcade, dava alloggio a qualche forestiere, facendogli poi nello scotto pagare la colpa di non esser toscano; somministrava bubbole e da bere a vetturieri e pedoni; e con religiosa integrità serbava prosciutti del Casentino e fiaschetti d'aleatico e di Montepulciano, che un professore dell'Università aveva paragonati all'ambrosia e al nettare degli Dei; similitudine che Acquevino, da venti anni ripeteva come nuova di zecca a tutti i signori, che (diceva egli col tono onde una civettuola dice esser brutta per sentirsi raffermare il contrario) venissero ad onorare quella sua catapecchia.--E (soggiungeva) qui gente non ne manca mai. Perchè io non sono come que' miei confratelli, che vogliono far commenti all'altrui starnuto. Libertà per tutti; chi paga è buon amico». Vedendo arrivare in sulla sera Ramengo solo e con magra valigia, gli aveva dapprima fatto gli occhi grossi ed era stato con lui tant'alto; ma quando lo intese comandare la camera migliore, i più squisiti bocconi, il centellino più scelto, e gli balenarono all'occhio i fiorini d'oro lampanti, onde aveva rigonfia la borsa, disse fra sè:--Costui vuol riuscire meglio a pan che a farina»; e mutò cantare: non fu buon garbo che non gli usasse, e mentre si dava fretta intorno alle pietanze e ai forestieri, trovava qualche ritaglio di tempo per regalare due parole all'ospite dalla buona borsa, e vantargli il suo paese e la sua osteria.--Pisa (gli diceva) fior del mondo; senza far torto a nessuno, e meno al suo paese, signor forestiere. E se non fosse stata Pisa, tutta Toscana era a manco d'un pelo di venir turca, e non si berrebbe vino.--Ch'io le ne mesca un altro bicchieretto?--Vogliono esser forse trecent'anni, i Saracini avevano posto piede in Calabria: ma i Pisani, nemici dei nemici di Dio, mandarono il fiore della nostra gioventù a snidarli. Cosa pensano quei dannati? Con navi sottili e col diavolo che li ajuta, nel fondo della prima notte di gennajo hanno faccia di entrare in Arno, invadono il sobborgo, lesti e queti così che nessun popolano se n'accorse, fuorchè ai colpi dei malnati e alla vampa degli incendj. Allora tutti a fuggire senza guardarsi alle gambe, e senza pensare ad avvertire la città perchè si mettesse in difesa. Una donna sola, oh viva le donne toscane!--la sola Cinzica de' Sismondi, attraversa i maledetti che già occupavano il ponte d'Arno, corre ad avvisare la Signoria; e subito un dar delle campane, un sonar di trombe, un leva leva, un presto presto, un corri corri, tutti, a vedere e non vedere, pigliano le armi; fanno fronte ai Saracini che, rincacciati, n'hanno di grazia a fare salva chi può, si tolgono di testa il baco di mai più tentare la gente più valorosa di cristianità. In memoria di quel trionfo sul ponte stesso...» Qui Acquevino, richiesto da altri avventori, dovette interrompere la narrazione di quel fatto, successo intorno al mille, e in memoria del quale il borgo rifabbricato di là d'Arno fu nominato di Cinzica, ed istituita la festa del Ponte. Noi meno, pressati dagli avventori che non fosse Acquevino, procureremo supplirgli alla meglio nel divisarne il modo. La smania di fazioni, di allegrie, di battaglie, di devozioni tutt'insieme, che Pisa, colonia greca, aveva dalla Grecia portato, suggerì quel genere di festa; lo tenne vivo il desiderio politico di alimentare gli spiriti guerreschi, tanto necessarj per mantenere la pace e tutelare i diritti. Imperciocchè in grazia di quella, i più valenti e animosi fra i giovani pisani si addestravano continuamente nelle armi e nei movimenti del corpo; e in tal guisa formavansi prodi e disciplinati sotto capitani, che, come più esperti, erano a ciò trascelti per voce di popolo, e che, dopo le finte lotte, poteano guidare anche alla vera. La città e il territorio si dividevano in due fazioni, chiamate dei Bianchi e di Borgo, ovvero di Sant'Antonio e di Santa Maria, da due chiese una di qua, l'altra di là del fiume. Nappe di color diverso, per lo più intrecciate e regalate dalle belle, distinguevano i parteggianti; e per quindici giorni innanzi alla festa non era quasi nient'altro che lottare e tambussarsi, ora in pochi, ora in più, con guasto anche di molte vite. Giunto poi il dì solenne, i combattenti delle due fazioni, protetti il capo di celate, con alla mano noderosi randelli che chiamavano i targoni, schieravansi dai due capi del ponte di mezzo, formando una fronte di forse quaranta. Non appena alzata la sbarra, si movevano all'incontro, e venuti al colmo, allora era il menar delle mani, il cozzare, il picchiarsi; e la baja diventava pur troppo da vero. I primi, coi targoni appuntati al petto, pigiavano, spunzavano contro gli avversarj; altri menavano, facendosi piazza; alcuni carpone si ficcavano tra le gambe dei combattenti, o per arrovesciarli, o per alzarli di peso e buttarli in Arno. Sulle spallette intanto venivano i capitani, col battacchio anch'essi, dando un poco di regola a quel tumulto, rincorando, zombando, ma coll'occhio attento a schivare gli avversarj, che, se vedevano il bello, con uno spintone li sbalzavano dal ponte. Sotto a quei colpi, tra quella furia, guaj a chi stramazzasse ai piedi della calca! Il men male era per chi dai parapetti trabocc