The Project Gutenberg eBook, Manfredo Palavicino, by Giuseppe Rovani This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.net Title: Manfredo Palavicino Author: Giuseppe Rovani Release Date: November 22, 2003 [eBook #10215] Language: Italian Chatacter set encoding: ISO-8859-1 ***START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MANFREDO PALAVICINO*** We thank the "Biblioteca Sormani" di Milano that has provided the images. This book has been completed in cooperation with the Progetto Manuzio, http://www.liberliber.it Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team. MANFREDO PALAVICINO O I FRANCESI E GLI SFORZESCHI STORIA ITALIANA RACCONTATA DA GIUSEPPE ROVANI SECONDA EDIZIONE ---- MILANO 1877 PRESSO Carlo Barbini EDITORE Via Chiaravalle, 9 INTRODUZIONE Uno Stato che, dopo aver raggiunto, quasi potrebbe dirsi, un primato di prosperità, di floridezza e di coltura, si arresta improvviso, tentenna, si sconnette, perde finalmente tutto quanto aveva acquistato con un lavoro assiduo di mezzo secolo; nè solo perde ciò che possedeva di bello e di grande, ma cade nel più profondo della miseria e del languore; questo Stato, io dico, presenta senza dubbio uno spettacolo troppo degno che alcuno vi si fermi coll'attenzione; e tanto più in quanto contemporaneamente e nel medesimo paese, un'altro Stato raccogliendo gli effetti del lavoro di più secoli, e per l'impulso speciale e potente d'un uom solo, si porta invece di tratto al più alto punto della civiltà, e veste uno splendore ed un lusso, dirò quasi, festoso e tripudiante. Quest'epoca e questo paese, in cui succedono due fatti così opposti, offrono un bel materiale d'operazione allo storico ed all'artista. Allo storico per l'indagine sagace delle cause, per la stima sapiente degli effetti; all'artista per quel forte contrasto d'elementi, di figure, di passioni, di tinte da cui, quasi sempre, suol scaturire il bello delle opere d'immaginazione. Però codesto tratto di storia è l'argomento che sarebbe piaciuto poter sviluppare intero nel presente lavoro: Milano e Roma, le due prospettive da colorirsi a quelle così opposte intonazioni di tinte. Milano co' suoi duchi scaduti, viene a trovarsi implicata colla Francia, il suo re battagliero, i suoi luogo-tenenti crudeli; Roma e il magnifico suo pontefice che sono intesi a spegnere la folla dei tiranni nella media Italia, obbrobriosi per delitti e atrocità d'ogni maniera; nel mentre questi, aiutando Francia per tenersi forte contro il pontefice vengono a concorrere alla rovina del Milanese, fintantochè, percossi da Roma più potente, lascian nudo un fianco alla Francia, e Milano, giovata da quest'ordine di cose, da Roma, dalla lega, può riaversi un tratto da quel duro e atroce regime. Dramma a larghissime dimensioni, nel quale più Stati son le figure colossali che aggruppano il nodo e s'affaticano allo scioglimento. Se non che, trattandosi di un'opera d'immaginazione, in cui la materia storica dev'essere così stemprata nel diletto, che facilmente venga digerita anche dalle più gracili intelligenze, conveniva diminuire le troppo ampie dimensioni coll'accostare la periferia più che fosse possibile al centro, adoperando per altro di maniera, che se ne conservassero intatte le proporzioni relative; conveniva insomma far quello che fa la camera ottica, la quale, su d'una piccola tavola, raccoglie ciò che appena potrebb'essere contenuto da uno spazio di migliaia di metri. A far questo era indispensabile un punto, che porgesse il mezzo di congiungere senza soverchia fatica, e, quel che più importa, senz'artifizio troppo palese, tutti gli elementi così lontani tra loro e così disparati; cosa che non sarebbe stata difficile qualora, camminando suite solite orme, si fosse voluto introdurre un personaggio ideale, e dare a lui l'incarico di guidare i lettori nella via della storia, e di connettere le cause e gli effetti de' più notabili avvenimenti. Ma essendosi l'autore intestato che il protagonista avesse ad essere propriamente storico, se ne sarebbe al certo rimasto co' suoi desiderii, se la storia medesima non si fosse, a dir così, espressamente adoperata per mettergliene innanzi uno che a farlo apposta, non poteva per certo riuscir migliore. Questo è il Manfredo Palavicino, giovane patrizio milanese, del quale l'ingegno e l'animo forte, le svariate vicende della vita e l'ultime sventure, porgevano senz'altro aiuto, abbastanza da fermar l'attenzione anche de' più indifferenti e svogliati. Appartenendo esso alla classe de' patrizii, sebbene avverso al loro partito, ci porge tuttavia il mezzo d'investigare quanta parte avesse quel ceto nel complessivo risultato storico rispettivamente alla Lombardia nel secolo XVI. Avendo, per essersi incontrato nella figlia del signore di Bologna, contratte relazioni e nimicizie ed odii con taluno che dominava nella media Italia, ne fa conoscere in parte la condizione, gli usi, gli abusi; ne conduce finalmente a veder Roma, la città eterna, dove per assai tempo ebbe a fermare la sua dimora. Nemico alla Francia, e da lei assiduamente perseguitato, caldissimo fautore di Francesco Sforza e a lui carissimo, ne mette in bella luce le virtù di questo, ne fa conoscere l'ingiustizia di quella. Sovrattutto parve all'autore, dopo aver tentato i segreti della storia, riuscisse sovramodo interessante il gruppo di quei tre personaggi Palavicino, Ginevra Bentivoglio, Sforza, perchè in quel loro incontro, nello stesso luogo e nel medesimo tempo, in quella parità di giovinezza, in quell'associazione di vita e di comunanza d'interessi, (comechè breve e lontana sia l'opera dell'ultimo di essi), in quel forte legame d'amore, a non voler star paghi del nudo fatto e della semplice cifra, gli sembrò vedere qualche cosa più di un puro accidente, ma alcun che invece di altamente prestabilito, ma una mano, provvida e sapiente che avesse espressamente gettate nel mondo e aggruppate quelle tre creature, perchè nel mentre avevano a soffrire per le colpe dei loro padri e della loro classe, ne fossero in una volta l'espiazione e la riparazione potente. In questi tempi, in cui la fantasia stranamente prodiga di taluno de' nostri vicini d'oltremonte è usa imbandire così laute e forse indigeste mense alla folla incontentabile, ed a stordire il lettore nella sua noja più forse che ad appagarlo nelle sue pretese, lo trascina, quasi potrebbe dirsi, a coda di cavallo, sul popolato campo della vita attuale. In questi tempi che i labbri, viziati dagli spiritosi e forti liquori, facilmente fastidiscono ogni altra bevanda che loro sia porta, è ardua cosa assai il gettare alle moltitudini un libro qualunque esso sia. Però l'autore non può dissimulare l'insolito timore dal quale è preso nel pubblicare il presente. Di sè, dell'opera propria ha sempre dubitato e dubita tuttavia, con sensibile stringimento dei precordi, non tanto però quanto dell'inesorabile pubblico. Di questo pubblico sazio dall'abuso, indifferente, svogliato, e per nulla disposto a sperar bene di un lavoro che sia fatto da italiano, stampato in Italia, trattante italiane cose, e che lasciando il presente, benchè senza mai dimenticarlo, risalga al passato. Ad ogni modo il libro è questo. L'autore vi si è applicato con amore, che nel corso dell'opera talvolta fu più, talvolta fu meno, talvolta eccessivo, talvolta anche nullo; ne ha concepita inoltre qualche speranza che comparve, disparve e ricomparve coll'assidua intermittenza delle febbri terzane. Ora quel che ne attenda, non saprebbe dir con certezza. Il lettore ci provveda, provvedeteci voi, amabili leggitrici, e perciò vogliate ascoltare una parola ancora. Se talvolta facendo la via per certe aride steppe, l'ambio della cavalcatura fia per esser lento qualche poco, procurate rintuzzare il soporifero della noja, rintuzzarlo confortandovi nel pensiero che verrà il tempo delle corse affannate, delle aspettazioni ansiose, delle scosse non attese, dei forti affetti, e degli angori, più dell'acre cipolla, formidabile ai vasi lacrimali; e che forse anche dopo caduto il libro dalle mani vostre, le oscillazioni vorranno continuare per qualche poco ancora.--L'autore lo spera--Sperate anche voi. PERIODO PRIMO CAPITOLO PRIMO Quel canto della contrada delle Ore, ove alzando un tratto lo sguardo, si ha il vantaggio, di vedere un lato della chiesa di s. Gottardo e la torre del suo famoso orologio, che è sempre un buon pezzo d'architettura, non fu mai, a nessun'epoca, oggetto di molta attenzione; ed è in questa parte, dove la massima noja viene oggidì ad assalire il granatiere del corpo che vi passeggia a guardia; soltanto trecentoventinove anni or fanno[*], il giorno de' santi Cornelio e Cipriano, che cadeva allora al tredici settembre, la parte di popolazione che poteva reggersi sulle gambe, passò quasi tutta per di là, a gettare un'occhiata ben attenta a quell'angolo che in quel dì ebbe un successo, quale non ebbe a vantar mai nè prima nè dopo. A quel canto si vedeva bensì un'immagine di Maria Vergine, che ora non c'è più, dipinta piuttosto male da uno scolaro di Luino per mezzo scudo del sole, con innanzi due torchietti sempre accesi e due vasi di fiori sempre freschi, alla cui conservazione e spesa tanto ordinarie che straordinarie sopratendeva il barbiere che vi avea bottega lì presso. Del resto non offrendo allora quel luogo nulla di diverso da quanto possa offrire oggidì, si poteva ragionevolmente maravigliarsi vedendovi una così gran moltitudine ferma ad osservare, non potevasi congetturar cosa. Ma nella notte prima, quando battevano le sei ore appunto all'orologio di San Gottardo, un gentiluomo, accompagnato da un suo famiglio, era stato colà assalito da quattro soldati con spadoni e pugnali; il gentiluomo n'era rimasto affatto affatto illeso; e i quattro assassini, inseguiti, agguantati, percossi, e strettamente legati dalle guardie svizzere dell'eccellentissimo duca, erano stati condotti in castello. Avvenimento che da tutti era qualificato per un vero miracolo, la cui spiegazione non poteva esser difficile, per essersi commesso l'attentato sotto gli occhi medesimi della Vergine Santissima. [*] La prima edizione della presente storia fu pubblicata nel 1845. La folla aveva cominciato fermarvisi, a che appena suonava la prima avemmaria in Duomo, e cambiata e rinnovata, è impossibile dir quante volte, vi stava stipata or tuttavia che i monsignori nella sagrestia orientale s'adattavano in fretta la cappamagna, battendo in quella gli ultimi tocchi de' vespri; trattavi anche allora, come sempre, da quella specie d'istinto pel quale ci sembra che la presenza del luogo ov'è avvenuto un gran fatto ci aiuti a ricostruircelo in mente, anche senza esserne stati testimoni, e malgrado il silenzio delle muraglie. Del resto, ad un simile silenzio s'affannava in quel giorno di soccorrere l'eccessiva loquacità del barbiere, il quale, fin dalla notte, s'era, al rumore insolito, affacciato alla finestra, aveva anche esso data una voce, aveva veduto e traveduto; all'alba, chiamato giù dagli avventori che lo martellarono di domande, aveva saziata la curiosità loro; interrogato poi da tutti quanti passavano per di là, s'era assunto l'ufficio di narratore, e quelle cinque o sei frasi, nelle quali stava racchiusa tutta la storia del fatto; le aveva quel di repetute, non si può calcolare quante centinaia di volte. E anche in questo momento che continuavano i tocchi della campana de' vespri, stava intertenendo dell'avvenuto due o tre che attentamente lo ascoltavano.--Ecco, qui, diceva, quando mi sono affacciato col lampione, gli assassini fuggivano per di qui, e i due soldati della guardia venivan già loro alle coste molto bene, intanto che sei o sette labarde del duca correvano a furia dalla piazza. Il marchese stava fermo a questo posto, lo vedete... a questo posto qui dove son io; teneva ancor sfoderata la spada, e dicendo al famiglio che cessasse ormai dal gridare tant'alto, che più non era bisogno, rideva vedendolo così fuori di sè; ma colui era tanto scalmanato che non l'udiva nemmanco, e continuava a mandar grida. --E tu cos'hai fatto allora? --Per me non sarei già disceso, cari signori; ma quando m'accorsi ch'era il Palavicino, gli diedi una voce e dissi: Signor marchese, si faccia coraggio! e venni abbasso e uscii sulla strada. Dico al marchese: Fate a modo mio, bevete un bicchiere di Monterobbio, che ne ho ancora una botticina per fortuna... e so cos'è spavento.... A queste mie parole lui s'è messo a ridere... e.... --Diavolo... volevi che si sconciasse per sì poco uno che fu alla battaglia di Ravenna e di Novara? --In quanto a questo avete torto, chè la guerra è tutt'altro gioco.... Ma, come dicevo, lui s'è messo a ridere e mi prese la mano, già sapete quanto è affabile quel signore, e mi fece tenere un mezzo ducatone, che è questo qui che vedete, ancor nuovo di zecca, e mi disse: Il Monterobbio lo berrete voi. Dopo si volse un tratto all'immagine della Madonna, e levatosi il berretto, mi parve dicesse delle divozioni, e subito dopo tornò a Palazzo. A questo punto pareva che il barbiere avesse finito di parlare, ma si volse in quella ad un altro. --Vorrei mò sapere precisamente, diceva quel tale, come fu codesta storia di jeri notte? --Ecco qui; quand'io mi sono affacciato gli assassini fuggivano.... --Oh, basta! entrarono allora a dire ad una voce molti borghesi, che quella storia l'avean già sentita a ripetere più di tre e più di quattro volte. Di questo ne sappiamo assai.... Adesso sarebbe una gran cosa il poter sapere chi ha pagati i sicarj.... --Questo è bene quanto vorrei sapere anch'io; ma... fammi indovin.... --Io l'avrei bene il mio sospetto. --Sentiamo, sentiamo, sentiamo. --Siccome ognun sa i brutti guai che intervennero fra il giovane ed il vecchio marchese suo padre, e in che duro modo esso abbia cacciato fuor di casa il flgliuol suo, e che anche adesso lo vorrebbe morto, tanto è trasportato dall'ira, perchè sia così stretto amico dello Sforza, pensando poi che domani il giovane marchese sarà a combattere contro i Francesi, pe' quali il pessimo vecchio darebbe l'anima, così crederei.... --Oibò, oibò! che dite mai?... un padre?... Ma un padre può bene far tutto che vuole, non mai attentare alla vita del proprio figliuolo.... Oibò!... che diavolo avete detto? --Ma cosa so io?... se ne odono di così strane a' nostri di, che.... --No-no-no, entrò a parlare un terzo, che s'era allora allora accostato al crocchio, e al quale tutti fecer largo; Carl'Ambrogio ha parlato bene.... Un padre, per quanti dispetti possa avere, non si attenterà mai di fare una così infame azione. Sapete piuttosto cosa sarà?... Sarà, che siccome a' Francesi è noto che il Palavicino è caldo amico dello Sforza, e che la sua buona spada pesa per dieci, e va poi innanzi a tutti nell'odiar loro, così crederei.... --Oh questa è grossa, è grossa, il mio caro Burigozzo. --Ma lasciatemi dire. --Ho compreso bene, non si sbaglia; ma è grossa, torno a ripetere. Se dà la sorte, i Francesi che voi dite non san forse nemmanco che esista il marchese. Il marchese è noto qui fra noi, perchè semina, come suol dirsi, i ducati per le contrade. È noto pei grossi guai che ha detto qui Carl'Ambrogio, per le tante lagrime che è costato a quella cara donna di sua madre, la quale avrebbe avuto a ringraziar Dio se fosse caduta morta il dì stesso che andò sposa del vecchio marchese: per queste cose dunque esso è noto fra noi; ma fuori del Ducato chi volete che sappia nulla di tutto ciò? E i Francesi?... Ma posto anche che i Francesi conoscan lui, com'io conosco voi.... e così.... che credereste?... potrebbe lor forse dar ombra codesto giovane, per quanto sia buona la lama della sua spada?.... È grossa, insomma; è grossa, e non mi par vero che abbiate parlato voi! Facendo questi e simili discorsi quelle tre o quattro persone, passo passo, allontanandosi da quel luogo, trassero sotto la piazza del duomo, attraversata la quale, si ridussero verso al portico de' Figini, dove tornarono ad unirsi in crocchio permanente innanzi ad una bottega di merciaio. Se un pittore, al quale un comittente, buon amico de' tempi andati, desse a ritrarre in tela una radunata di popolo nel principio del secolo XVI sulla piazza del duomo, si credesse, senza passare più in là, di poter rispondere al bell'assunto, col fare il suo bozzetto ritraendo la piazza quale si presenta oggidì, farebbe assai male le cose sue. Nè basta che anche in oggi sia quell'area medesima di tre secoli fanno, quel medesimo duomo; quel portico, quel palazzo ducale istesso. La mano del tempo, quella degli uomini, il progresso, e talvolta, se pur vuolsi, il regresso, coll'assiduo mutare e rimutare, tanto e poi tanto vi ha tolto ed aggiunto, che se il buon Burigozzo, che noi abbiam veduto ridursi alla sua bottega, tornasse, per un miracolo, tra' vivi, assai penerebbe ad orientarsi. Quella gran macchina del duomo incompiuta, coperta di tanti impalcamenti quante sono adesso le sue guglie, era tale ormai che già faceva inarcar le ciglia di stupore a' riguardanti; ed anzi non dando luogo a determinare precisamente, per la sua imperfezione medesima, quel che ne sarebbe riuscito, condotta che fosse all'ultimo termine, faceva che nella fantasia degli spettatori, come suole avvenire, più ancora se ne ampliassero le già colossali dimensioni. Nè la natura e più che tutto la forma degli edifizi che le stavano intorno contrastavano a quella gotica mole. Il portico de' Figini, surto da quasi due secoli, non presentava quell'incomportabile miscuglio d'architettura che tanto offende oggidì. Su quelle colonne, su quegli archi a sesto poggiava un sul piano di case co' finestroni di forma al tutto gotica, ornati di pietre cotte ad arabeschi e aventi nel mezzo una sottile colonna sulla quale si congiungevano due piccoli archi; tutta quella parte d'edificio che dalle colonne s'innalzava al tetto, per la forma, per gli ornati, per la tinta di un rosso fatto cupo dal tempo, rendeva immagine press'a poco dell'odierna facciata dell'Ospedal Maggiore. Rimpetto al portico dove or sorge quel rozzissimo corpo d'edifizi, senza un colorito al mondo nè di tempi, nè di civiltà, nè fosse pur anco di vetusta barbarie, l'area era allora affatto sgombra, e soltanto sorgeva qui e colà alcune trabacche, le quali per altro non impedivano che l'occhio da quel lato spaziasse per un ambito infinitamente più ampio che non sia oggidì, e per cui tutto si vedeva il palazzo ducale, d'architettura gotica esso pure, esso pure contesto di pietre cotte, alle quali il tempo aveva dato quella tinta severa, che segna, se può passar l'espressione, l'aristocrazia degli edifizi; archi a sesto acuto in fila, finestroni larghi, alti, a due archi, ad ornati arabeschi. Stemma visconteo e sforzesco in vetta a tutte le porte. L'uniformità dunque dell'architettura in due distinti edifizi che sorgevano accanto al duomo, la loro tinta severa era ben lontana dal produrre quella sensazione disgustosa che oggi per avventura può nascere in chi stia contemplando quel pensiero sublime, gigantesco, incomparabile del tempio, in mezzo alle tante incompatibili, dirò, sgrammaticature che gli stanno intorno. Un altro edifizio poi concorreva col resto a far sì che la piazza si mostrasse allora con aspetto sì diverso da quel d'oggigiorno, ed era la chiesa di santa Tecla, l'antichissima ausiliaria del maggior tempio milanese, la quale gli sorgeva quasi di fronte e guardava colla facciata la strada Marzia che le si apriva rimpetto. E quale all'epoca, a cui ci troviamo, presentavasi la piazza, si può anche dire si presentasse la città, su la cui faccia architettonica, parlando de' principali edifìzi, v'era un colorito di età e di grandezza che presso noi è al tutto scomparsa. Ad onore del vero si ha a dire bensì che immensamente ha guadagnato in quanto a comodo ed a pulitezza; e come potrebbe essere altrimenti? che scomparvero quelle vie bistorte, quelle fronti mostruose di case, gl'impuri angiporti, le corrompenti chiaviche, le lobbie, i cavalcavia, le bicocche, le impalcature che allora la deturpavano; ma con queste quante altre cose scomparvero! Quanto ha perduto in faccia all'arte, in faccia alla storia! A vederla com'è oggi, sembra in tutto una città surta da ieri; per conoscere la sua vita è mestieri ricorrere al volume, nè per richiamarsi in mente le sue epoche memorabili non basta un colpo d'occhio che si getti su lei da qualche eminenza; tutto fu raschiato via, parrebbe a bell'apposta, dagli artistici pregiudizi, costringendola, direi quasi, a far la figura d'un patrizio, il cui nome per demeriti siasi voluto scancellare dal libro d'oro. E almeno si fosse atterrate le vecchie cose incuriosi delle memorie venerabili che loro erano state commesse, per lasciar modo all'arte di tentar nuovi campi; e all'epoca nostra di vestirsi di forme tutte proprie. Ma le cose di un'antichità a noi più vicina parvero incomportabili appunto, pel desiderio di riabilitare le linee di duemila anni fa. Del rimanente contagio è codesto comune a quasi tutta Europa, e con tante istituzioni e che so io, si è giunto ovunque a rendere di un calore uniforme i prodotti delle varie intelligenze. I guardacosta del preteso buon gusto, più oculati di un assistente di dogana, vegliano assidui sui contrabbandi delle fantasie d'oggidì; immobili come un dio termine, incorruttibili come la sentinella che mise la baionetta alla vita di Bonaparte, gridando tuttodì all'umano ingegno: _On ne passe pas_--di qui non si passa.--Almeno fossero stati tenaci di questo sistema, anche allorquando trattavasi di lasciar com'erano le cose vecchie nelle quali la storia era inviscerata; ma per una strana combinazione allora appunto se ne dimenticarono; però sarà ottima cosa che noi lasciamo in pace i presentì e ritorniamo tra quel crocchio ormai numeroso che sta fermo innanzi alla bottega del merciaio Burigozzo. Costui, a que' tempi assai lontano dal sospettare che l'immortalità sarebbesi preso l'incomodo di prender nota del suo nome, e ch'egli trasportato dalla corrente degli anni, sarebbe disceso giù giù insino a noi in compagnia di molti illustri, non era allora cospicuo che per una insaziabile curiosità di conoscere i fatti altrui, e una disposizione infaticabile a cicalare ed a fiscaleggiare il terzo e il quarto per raccogliere le notizie esatte di quanto avveniva in Milano. Tutte qualità che ad un occhio avvezzo avrebbero potuto rivelare uno storico; ma inallora il suo genio se ne stava latente nell'involucro adiposo della sua bassa persona che egli aveva il costume di dondolare ogniqualvolta stesse a dare od a ricever parola da qualcheduno. La sua loquacità poi veniva mantenuta ed accresciuta dall'utile che in linea commerciale egli ne traeva, giacchè i molti suoi avventori una volta che si ponessero a sedere alle tavole collocate ai lati della bottega, non sapevano staccarsene così facilmente, per la qual cosa allorquando, alla Torre de' Mercanti suonava la grossa campana delle quattro ore di notte egli si trovava aver vuotate molte pinte d'acetosella e d'acquavite, giacchè è a sapersi ch'eran molti i generi di commercio che si vendevano in quella sua bottega, e alla vendita del frustagno, del bucherame e delle stringhe soprintendeva l'attempata sua moglie cui la natura era stata liberale come a lui, del dono invidiabile della parola. Ritornato adunque che fu il Burigozzo alla sua bottega, intanto che si affannava a persuadere a quel suo preopinante che il colpo tentato contro la persona del marchese Palavicino non poteva venire che dalla Francia, fu improvvisamente interrotto dalle voci agre e sgarbate di alcuni soldati e da un caporale svizzero che s'eran gettati a sedere su d'una di quelle panche e volevano l'acquavite. Il Burigozzo troncò allora a mezzo la parola che stava per uscirgli di bocca, e non lasciò che il caporale svizzero comandasse una seconda volta. Così, dopo avergli messa innanzi una panciuta damigiana, non fu contento finchè non ebbe fatta anche a lui la sua interrogazione. --E così, caporale, non han già voluto che più vi stesse a dondolare, e presto si scalderanno ancora le vostre miccie contro i nemici che tornano a mostrarvi il viso. --Si scalderanno e non si scalderanno, rispose il caporale; che cosa sai tu? --So che i Francesi si son già fatti vedere a poche miglia da Milano... dunque.... --Dunque... io t'ho chiesto acquavite che raspi e sèdano che morda... e non m'hai dato nè una cosa nè altra... e queste che ho sotto i denti paion frasche di zucca... in quanto poi ai nemici che tu dici.... --Ci son forse novità? --Novità?... Certo che ci potrebbero essere le novità.... Qui messasi alla bocca la panciuta damigiana, e bevutone un così largo sorso come se fosse acqua: --Nelle campagne dell'Unterwald, riprese poi, si poteva bene tirare innanzi tre, quattro, sei mesi senza vedere il _gheld_ dei tre cantoni, perchè il formaggio di capra, e la cervogia non manca mai colà. Ma codesto paese tuo ha più d'un malanno, e all'aria grossa che ti fiacca le gambe maladettamente, puoi metter di costa che, se non hai un testone col sant'Ambrogio in saccoccia, per quel dì puoi startene a stomaco vuoto; con questo volevo dirti, che se dentr'oggi l'eccellentissimo signor duca non ce ne dà una manata, (che le promesse non bastano, ed ha un bel gridare il prete che ci comanda) puoi stare ben certo, come se lo dicesse il Tell, che mai non disse una menzogna al mondo, che noi non si combatterà, e i signori Francesi potranno benissimo restar serviti. --E a che ora si uscirà domani di città, caporale? --Oggi per le ventiquattro abbiamo a trovarci in castello tutti quanti. --Questo lo so. --Se poi fioccheranno denari, domani, prima dell'alba, si uscirà. --E se i denari non ci fossero? --Si troveranno. --Trovarli... è presto detto. Ma io so che la cassa ducale è stramenzita affatto. --Non c'è altri che il duca forse?... Quel che il duca non sa fare, lo farà bene la città, e lo farete voi.... Non è la prima volta. Intanto prenditi i tuoi due testimoni, che oggi o domani me li avrai a restituire in altro modo. Qui il caporale si alzò, e con lui gli altri svizzeri, che volgendo uno sguardo sprezzatore a quel crocchio di persone per mezzo alle quali avevano a passare, si tolsero di là. Nè ad un attento osservatore sarebbe sfuggito con che mal'occhio li guardava dal canto suo la moltitudine, memore delle concussioni che il cardinale di Sion aveva insolentemente esercitate su tutti quanti i cittadini milanesi per pagare e satollare que' suoi Svizzeri affamati, ne' quali, dopo la vittoria di Novara, era la superbia cresciuta a dismisura, e verso i cittadini milanesi si comportavano come padroni, e peggio. Il Burigozzo, come que' cinque furon partiti. --E così, disse a chi gli stava intorno, siete capaci ora, che la storia della paga sia quale ve l'ho narrata io stesso stamattina? Mettetevi dunque in memoria che il Burigozzo non dice mai cosa in fallo. --Sta a vedere che tu ne saprai più del Morone e del prete soldato.... --Io non so nulla; ma avete sentito... però la storia della paga mi dà a pensare.... --Attendi a vendere il tuo bucherame e la tua acquavite, e non darti un pensiero al mondo di tutte queste cose, che già è lo stesso.... Ma il Burigozzo non dava retta a queste parole, e continuava come parlando fra sè: --Messer Bernardino Corio, che mi vuol bene e che si degna intrattenersi con me qualche volta, mi diceva un tal giorno, che codesta città nostra, la quale non è ampia gran fatto, pure ha i suoi duecentomila e più cittadini. --Adesso c'è la storia dei duecentomila. --Sicuro il mio Carl'Ambrogio, c'è, e ci dev'essere anche la storia dei duecentomila, perchè, dico io, è tal cosa che non fa molt'onore, che in tanto popolo non ci sia da mettere insieme quindici o venti migliaia di uomini... e questi Svizzeri che, a saziarli, ci vuole un bue per ogni quattro, rimandarli al loro Cantone, dove c'è la Cervogia e il formaggio di capra. --Sin qui non pare che tu pensi male. --E non ci sarebbe allora gran bisogno di paghe, e il duca non si troverebbe ora tanto allo stretto. --In quanto a ciò, s'egli è a sì duro punto, suo danno. --Capisco cosa vuoi dire tu! Se l'eccellentissimo signor duca invece di regalare avesse venduto, non mancherebbero le paghe. --Qui sta il punto, Burigozzo, e la tua storia dei duecentomila non ci ha a che fare gran fatto. Domando io se al Morone c'era bisogno di regalare la contea di Lecco, Vigevano al cardinale, la Ghiarra d'Adda al Lampugnano: terre che rendono pan d'oro e fiorini a staia... e so cosa dico! --Manco roba, manco affanni, dice il proverbio, e pare che il duca l'abbia intesa così. --Ma pur troppo non avrà ad intendere questo solo; e a questo re che se ne viene con tanta brava gente, e più bravo lui di tutti, come dicono, e non ha ventun'anni, converrà bene ch'ei dia luogo o si rechi in villeggiatura. --Pure se quelli che contano in paese fosser tutti della tempra del Palavicino, e d'altri pochi, il duca non si troverebbe in così pericolose acque; ma no, tutti a rovescio, e l'altro dì il conte Besozzo e il Gabaloita e il marchese Birago e il Sacramoro e altri troppi se ne uscirono di città, e chi è tra le stoppie e le pozzanghere ci pensi.... E davvero ch'io mi chiamo assai fortunato di vestir questo saio piuttosto che le vesti ducali, le quali in questo momento devono al certo bruciare le carni di chi le porta.... Qui s'interruppe, e con lui tacquero tutti quanti trovavansi sulla piazza. I muggiti dei leoni del serraglio ducale, espandendosi in quella del palazzo per tutta la piazza, avevano imposto quel generale silenzio. E tutte le teste involontariamente si volsero colà. All'orologio della Torre de' Mercanti suonavano le ventiquattro. Poco dopo scomparvero tutte le guardie dinanzi al palazzo del duca e tutte le porte si chiusero.... Rechiamoci ora a vedere se in questo momento le vesti ducali bruciassero davvero le carni di Massimiliano Sforza, come ha detto il Burigozzo. CAPITOLO II È una sala vastissima quella che ci si apre d'innanzi, nella quale l'eccedente sfarzo del lusso asiatico è temperato alcun poco dall'eleganza e della squisita gentilezza del genio italiano. L'ampia soffitta non è nè a vòlta, nè a travi. Una vetriera, divisa in mille scompartimenti di piccoli vetri circolari e a tanti colori quanto ne può dare un'artistica combinazione, l'attraversa e la ricopre tutta, lasciando libero il passaggio agli ultimi raggi del sole. I paramenti che ne vestono le pareti, nelle quali sono aperti sei grandissimi finestroni di stile gotico, son tutti di drappo d'oro riccio sovra riccio con ornamenti di vaghissimo lavoro. Il cornicione che la rigira è tutto messo ad oro ed azzurro oltramarino, sul quale disposti in bell'ordine e in gran numero stanno ampi vasi di varie e preziosissime materie d'oro, d'argento, di pietra alabastrina, di porfido, di serpentino e di mille altre specie. A due terzi della sala, quasi a formarne una divisione, due cortine d'un ampio velone di drappo d'oro tutte chiuse fino a terra, sono fermati per molti anelli ad un arco di ricchissimo ornato che poggia ai capi sul medesimo cornicione, attraversando pel largo la sala. Le scene più molli e voluttuose della favola sono il soggetto dei dipinti che, chiusi in larghe cornici, stanno appesi, in bell'ordine, intorno intorno alle pareti. Qui un Endimione colla sua Diana, e Bacco appoggiato a sdrajo sulle ginocchia d'Arianna, là una Leda coll'indivisibile suo cigno, e una Danae colla pioggia d'oro. Dirimpetto Orfeo ed Euridice, Ero e Leandro, Ercole e Dejanira. Ovunque quadretti d'ogni sorta; danze d'amori, Najadi nuotanti, ninfe ignude, scherzi voluttuosi di mille foggie; e in mezzo a codesto apparato artistico, su d'una tela molto più ampia delle altre, l'inevitabile giudizio di Paride. Da certi sfori praticati nel pavimento si mostrano, quasi a simulare una selva naturale, arbusti d'ogni maniera. Aranci, mirti, palme agitanti ventagli di verdura, roseti incoronati e larghe di candide foglie, aceri, tulipiferi, alcee, gelsomini d'Ischia, giacinti, viole, amaranti, che spandono un miscuglio di profumi. E su quei rami di quelli arboscelli, legati con crini sottili, svolazzano uccelletti d'ogni sorta, rosignuoli, capinere, pettirossi, rigogoli zufolanti, rondinelle gorgheggianti, palumbelle gementi, che diffondono suoni d'una graziosa e melanconica monotonia; se non che, di quando in quando, a coprire quei canti minuti della natura, dal di dietro dell'ampio velone si dilata un'armonia artificiale e più solenne. Le note di un organo da stanza. A popolare quel luogo incantevole se ne stanno alcune in piedi, altre sedute, altre sdrajate, a due, a tre, a gruppi, tutte in atteggiamenti di una molle eleganza, molte leggiadre fanciulle incoronate di fiori, vestite di bianchi veli; e in mezzo a quelle fanciulle, tutto assorto in fantastiche contemplazioni sta adagiato su larghissimi cuscini di raso, un giovane avvolto in una magnifica roba di stoffa cilestre. A guardare il suo volto, liscio e levigato come quello d'una fanciulla, si conosce che nessun forte pensiero, nessuna energica azione, nessuna passione profonda non ha mai agitata l'anima sua. Soltanto quel pallore abituale e senz'orma di vermiglio dà a divedere un'esistenza infiacchita dall'abuso dei piaceri e dalle tormentose irresoluzioni dell'anima. Da una tavola di tartaruga a fini ed eleganti intarsi egli prende di tratto in tratto a leggicchiare taluno dei molti libri che vi stanno dischiusi. C'è un Ovidio, un Catullo, alcuni canti del poema dell'Ariosto; e di quando in quando accostandosi alle labbra una conchiglia legata in oro va sorseggiando alcuna goccia d'un liquor forte e spiritoso. La fragranza dei fiori, lo spettacolo della voluttuosa bellezza, i suoni dell'organo gli popolano la mente di mille e svariate idee, di luccicanti fantasie, di trepide gioje, cui la virtù di quel fortissimo liquore, avendo in prima rese più acute, e più ardenti, le va ora agitando in vertiginosa danza, producendovi quell'ebbrezza luminosa che è il paradiso di chi ha infiacchita la fibra e mobilissima l'immaginazione. Ora, a queste apparenze, chi direbbe che costui è il duca Massimiliano Sforza, il successore dello sventurato Lodovico, morto di crepacuore e d'inedia in Francia negli ultimi anni di Luigi XII; che benchè sieda da tre anni sul retaggio del padre suo, il padrone dello Stato non è lui, e la parte migliore e più forte del popolo non è per lui, che la sua cassa privata è vuota, e non avendo esercito proprio, gli mancano i denari per pagare quel di ventura al quale ha a sborsare ottocentomila ducati d'oro; intantochè Francesco I, re guerriero, ha già invasa la Lombardia con più di ottantamila uomini? e a poca distanza si è già fatta sentire l'artiglieria nemica? Vi hanno uomini temprati in modo, che riescono al tutto inetti a qualunque occupazione richieda uno sforzo della mente e della volontà. Le dolcezze e gli svagamenti della vita hanno tale attrattiva per costoro, e il dilungarsene un solo momento dà ad essi così incomportabile dolore, che hanno per bisogno indispensabile dell'esistenza, ciò che per altri è semplice sollievo. Questa morbosa tendenza, (che, non so se debbasi chiamar colpa); essendo al tutto contraria alla destinazione dell'uomo, in qualunque condizione esso si trovi, non può che condurre a rovina; però avviene spesso che coloro i quali dei piaceri s'eran fatti un'assoluta necessità, vengano a trovarsi in così terribili situazioni, e a provare tali miserie quali non toccano al comune degli uomini. Allorchè poi la caduta è imminente, s'attaccano costoro, con uno sforzo che dà la disperazione, ai piaceri che fuggono, procurando di renderne tanto più acuta l'ebbrezza, quanto più si avvicina l'istante dell'affanno. A questa classe d'uomini per la sua e per l'altrui disgrazia, apparteneva appunto il giovine duca Massimiliano. Portato dagli eventi a ricuperare il ducato di Milano del quale suo padre era stato spodestato, la natura lo aveva così destituito delle qualità indispensabili a chi è posto a governare uno stato, ch'egli credette fosse per lui occasione di continuo tripudio, quel che invece doveva essere oggetto di una laboriosa ed assidua cura. Più scolorato e più floscio assai di Galeazzo Maria, parve tenesse alcun poco dell'indole di quel tristo. In lui per altro la mollezza invadeva anche la parte che nell'altro era stata occupata dalla crudeltà, e fu solo a tratti e a sbalzi che anch'egli ne mostrò qualche fioco barlume, il quale per fortuna, non ebbe mai un effetto. In conclusione, una leggiera sfumatura di pazzia pareva avvolgesse tutte le qualità intellettuali e morali di questo giovane, per cui piuttosto che maledire le sue colpe, ci rimane a rimpiangere la fatalità che volle affidare ad una mano morbida e tremolante ciò che aveva bisogno di un braccio di ferro. Del resto non si ha a credere che questo giovane duca, nel momento in cui lo abbiamo sorpreso nella segreta sua sala, ignorasse in che dura condizione egli si trovasse. Il Morone lo teneva assai bene informato di tutto, ma ciò che per altri sarebbe stato causa di uno sgomento continuato, in lui non generava che momentanee tristezze e prostrazioni d'animo talvolta eccessive, ch'egli procurava tosto di rintuzzare e affogare nei gaudii e nell'ebbrezza. Le sue idee, nel momento in cui stava bevendo quest'ultima goccia di spiritoso liquore, esaltate, mosse rapidamente, intrecciandosi e confondendosi insieme, assumendo mille colori, costituivano un così intricato complesso da non potersi facilmente a parole tradurre. Tuttavia, a seconda che il pensiero della sua condizione, o il coraggio artefatto che la forza del liquore metteva in lui, o la vista delle cose da cui era circondato generava nella sua mente qualche nuova idea; in quell'istante parlava tra sè, presso a poco, di questa maniera: ".... Oh venga la tetra calamità, se così piace ai duri destini, ma intanto ch'ella più mi si avvicina, più io mi stringerò a voi, soavissime illusioni della vita... Finchè i fervidi estri inonderanno di viva delizia i miei sensi, io non vorrò già atterrirmi nello scroscio dei naufragio... Qui mi hanno condotto i miei destini, senza ch'io pure lo bramassi nemmeno, di qui mi partirò tranquillo quand'essi suoneranno a ritratta.... Le atroci gioje della conquista e della vittoria, non voglio che rallegrino mai nessun giorno della mia vita... Ben sento che ai miei piedi brulica un innumerevole sciame di popolo, e a me si rivolge nella bisogna tremenda... Volgiti altrove, volgiti a te stesso; io non posso nulla per te.... Fintanto che l'onnipotente ricchezza mi cresceva tra le Mani, ognuno potrà dire quant'io ne fossi liberale con tutti; come ad una ad una mi scastonassi le gemme della mia corona, per donarle a coloro che più mi stavano d'appresso... Volgiti altrove, o mio popolo, volgiti a te stesso, volgiti alla provvidenza che tutto può... e ti allontana una volta, che le tue grida fanno strazio del mio cuore e troppo infastidiscono le facoltà mie infervorate di solo amore... "Oh vi stringete d'intorno a me, soavi fanciulle, ch'io senti più d'appresso le divine armonie della vostra bellezza, e i cari abbracci promovano in me il trepido senso dell'estrema voluttà.... Oh venite e frapponetevi tra me e il mondo, così ch'io non veda e non senta più nulla della sua vorticosa incessante faccenda...." In simili pensieri, e via rapito da una muta contemplazione, trascorse qualche tempo in mezzo alle sue fanciulle che gli si eran strette intorno. Gli ultimi raggi del sole intanto s'eran del tutto ritratti dalla vetriera che copriva la sala, e la pallida luce crepuscolare, attraversando i vetri, a fatica vestiva di un color cupo e misterioso tutti gli oggetti che stavan d'intorno al duca. In quelle fanciulle una ve n'era d'una straordinaria bellezza che pareva esser cara al giovane duca più che le altre tutte, e più che le altre essergli ella medesima affezionata. Questa essendosi da qualche tempo avvicinata a lui, con una tristezza eloquente nel medesimo silenzio, pareva attendesse che il duca le volgesse qualche parola. Questo infatti posò finalmente uno sguardo su lei e:--A che pensi? le disse. --Penso a voi, mio signore, ed a me stessa, rispose la giovinetta; penso che non sarà mai ch'io mi disgiunga da voi oggi; penso ch'io vi seguirò dovunque sarete per andare, o signore. --Taci, Gliceria, e non turbarmi l'anima con preghiere che non mi è concesso d'esaudire; finchè rimarrò in castello, a nessuna di voi più non si conviene lo stare con me... l'ho detto, e non può essere altrimenti. La giovinetta, a tali accenti, chinò il capo e stette per qualche tempo senza parlare... ma poco dopo rialzando lentamente la testa e volgendo un mestissimo sguardo intorno: --Addio dunque, sclamò con accento particolare pieno d'entusiasmo insieme e di dolore profondo, addio, stanza gradita: noi ti abbiamo a lasciare, il cuore mi dice, per sempre... noi non ci troveremo più qui... il mio signore non mi vuol più con sè, il mio signore mi ha rifiutato, i momenti della nostra gioia sono finiti.... Queste parole, come un soffio di vento gelato, che gli rasciugassero il calido madore della fronte, a poco a poco fermarono l'ebbra vertigine ch'era nella mente del duca; a produrre codesto effetto però avea concorso un'altra causa, senza cui le parole stesse sarebber cadute inavvertite. È una legge fisica costante, che le bevande, dopo aver generato in chi ne abusa una vivezza, un'alacrità straordinaria di spiriti, producono poi una tale prostrazione di forze, un abbattimento così completo, che l'esistenza, di cui poco prima si avevano le più dolci sensazioni, ci si fa un tratto pesante, odiosa, insopportabile. E un tale fenomeno, in quel momento, cominciava appunto a prodursi nel giovane duca. Il forte liquore tanto abusato, dopo averlo esaltato al massimo dell'alacrità, cominciava a lasciar in lui come un deposito di amarezza, una melanconia tetra ed inesplicabile, un _malessere_ in tutta la persona che gli vestiva di tristezza tutte le cose che gli stavano intorno. Se non che in una tale occasione, quel repentino malessere venne accresciuto dalle altre cagioni, le quali ancor più fieramente influirono per essere le stesse sue forze fisiche già tanto infiacchite. Le parole della fanciulla, l'oscurità successa alla splendida luce del dì, che lo avvisavano ch'era vicina l'ora di ritirarsi in castello e di abbandonare le delizie del palazzo ducale, l'intricata condizione delle cose sue, l'incertezza degli eventi, i pericoli inevitabili... tutte queste cose lo assalirono allora di tanta forza, che assaporò tutto quell'amaro che pur troppo esubera nell'umana vita. E ad accrescerlo dopo alcuni istanti s'udì lo squillo di una campana, squillo atteso da lui con tremore e sgomento. Era quello il segno con cui veniva chiamato il duca a recarsi nella gran sala di palazzo dove tutto il suo seguito stava raccolto per ritirarsi con lui in castello. Essendo assolutamente vietato di recarsi in quella sua sala, quand'egli si trovava colle sue donne, con quel segnale veniva chiamato ogni qual volta fosse bisogno della sua presenza. E a quello infatti il duca si alzò.... Era diventato più pallido la metà del solito.... Il tremito dei nervi che il liquore medesimo aveva prodotto in lui, in quel momento gli si accrebbe tanto, che parve non gli bastassero le forze di reggersi in piedi, ma a sostenerlo gli si serrarono intorno le sue fanciulle con abbracciamenti e con lagrime.... La commozione in lui, forse per un certo presentimento che l'avvisava che non sarebbe tornato mai più in quel luogo, era giunta al massimo punto, e non udendosi nella sala altro che i pianti di quelle fanciulle, ai quali s'intrecciavano i singulti delle palombelle che svolazzavano sulle palme e sugli aceri, anch'esso fu assalito da un angore insopportabile e da un empito di singhiozzi che finalmente scoppiò; e come se fosse un fanciullo diede in lagrime dirottissime e pianse lungamente.... Davvero che quella vista era indegna, quella mollezza eccessiva, que' propositi, que' pianti vituperosi... tuttavia, allorquando un uomo è infelice ed è alle prese col massimo affanno, egli è sempre degno di pietà e non ci può essere ragione che la vieti, neppure la colpa, se fosse concesso il dirlo.... Stato così qualche tempo, si staccò finalmente dalle sue donne ed uscì. In un'altra sala del palazzo ducale stavano intanto ad attenderlo coloro che lo avevano ad accompagnare in castello. Tra una folla di paggi, di camarlinghi e di labarde svizzere, passeggiavano molti distinti personaggi. Un uomo di forse quarant'anni, di statura e corporatura mediocri attendeva a discorrere col duca di Bari, fratello di Massimiliano.... Era colui il celebre Gerolamo Morone, il quale avendo deposta su d'una tavola la sua berretta di velluto nero riccio, mostrava una cappellatura bionda-rossigna, un po' crespa che gli scendeva oltre l'orecchio. L'ossatura del viso era notabilmente minuta, e solo la fronte appariva alta ed ampia più di quanto il comportasse una giusta proporzione. Le pupille di un castagno assai chiaro giravano con gran rapidità sotto le palpebre, che abitualmente teneva semichiuse quasi a rendere più acuta la facoltà visiva. Del resto, chi volesse avere di lui un ritratto più fedele di quello che noi possiamo esibir qui, non avrebbe a far altro che recarsi ad ammirare una tavola del Leonardo posseduta da un'illustre casa milanese, dove il cancellier Morone si presenta a chi lo guarda come se fosse ancor vivo e vero. Presso al Morone, in abito civile si vedeva il cardinale di Sion, il capitano generale delle guardie svizzere, un uomo assai presso a sessant'anni, e nelle linee risentite del suo volto era chiara l'indole sua, e di fatto, l'odio per la Francia formava in lui come una seconda natura. Lontano da questo gruppo, in mezzo ai camarlinghi ed alle labarde passeggiava un giovane gentiluomo. Alto di statura da soverchiare tutti i soldati tra cui si trovava, era notabile per la bella regolarità delle sue forme, per una tinta di gravità cogitabonda e soverchia in uom giovane, pel suo schietto e semplice vestire di velluto verde senza altro ornamento che una sottile catena d'oro che pendula gli cascava sul petto. Questo giovane era in quel momento l'oggetto dei sommessi discorsi del Morone e del duca Francesco Sforza. --Io vi consiglio, diceva il Morone, a non dir nulla al Palavicino dell'arrivo del Baglione tra noi, e delle pratiche che il padre della Bentivoglio ha già inoltrate con colui. Forse adesso non c'è altri che abbia sentor di ciò in Milano, ed è probabile che il giovane non arrivi a saper nulla prima della battaglia. In ogni modo lasciate che le cose camminin da sè, nè gli dite cosa che possa metterlo in apprensione. --Io non parlerò, ve ne do parola; ma se non lo saprà da me, lo saprà bene da altri, ch'egli è impossibile che non ne sia trapelato nulla in Milano... a quest'ora la figlia stessa del Bentivoglio troverà bene il mezzo di renderlo avvisato di tutto. --Sapete pure che il Palavicino non ha la pratica della casa del Bentivoglio, nè in altro luogo parlò mai alla Ginevra che in questo palazzo medesimo in occasione di pubbliche feste. Però, essendo probabile che la cosa gli rimanga segreta, attendete voi pure a far quello ch'io vi dico che sarà pel meglio, e il suo coraggio non gli verrà scemato così da questa nuova sciagura. --La stornassero almeno da lui i suoi santi protettori, come hanno stornato l'attentato di ieri notte! --Così fosse, lo dico io pure. --A proposito, messere... non han deposto altro i quattro assalitori? --Null'altro... ma da quello che mi disse il Palavicino stesso, tengo il colpo sia venuto dal Lautrec. --Dal Lautrec? il maresciallo di Francia? --Da lui stesso; fatevi raccontare ogni cosa dal Palavicino stasera, e vedrete anche voi come la mia e la sua congettura non sia in fallo, sebbene di certissimo non ci sia nulla ancora. Sentirete.... In questa si spalancò la porta di prospetto, e il duca in mezzo a due uomini di camera si presentò a coloro che lo aspettavano. Il Morone e il cardinale di Sion gli andarono incontro e lo condussero nel mezzo della sala, presso al duca di Bari, che non si mosse. I due figli di Lodovico il Moro, il primo ed il secondogenito si trovavano vicini; tutti gli sguardi di quanti si trovavano in quella sala caddero sui due fratelli, e non vi fu chi non pensasse allora, che le sorti sarebbero forse corse più propizie per Milano se Francesco Sforza fosse stato il primogenito invece di Massimiliano. È una cosa curiosa che di quel miscuglio di grandi virtù e di molti vizi che distinsero la dinastia sforzesca, quando si venne a due figli di Lodovico, che erano destinati a chiuderla per sempre, avvenne, quasi potrebbe dirsi una compiuta secrezione. Osservate le restrizioni debite, e avuto riguardo ad una quasi degenerazione, per la quale e vizi e virtù, passando di padre in figlio, grado grado si eran venuti dilavando, pare che i destini abbiano diviso in due esatte metà quel retaggio, come a compensazione ai vantaggi della primogenitura abbiano accollato il tristo fardello di tutti i vizi della dinastia, ed alla secondogenitura abbian dato per conforto le virtù, onde la dinastia stessa, al primo comparire sulla scena del mondo, era stata splendida di una luce non moritura. Persin nell'aspetto, quantunque tra due fratelli fosse grandissima la somiglianza, c'era qualche cosa che dinotava questa esatta divisione. A Massimiliano era toccata quella bellezza morbida e fiacca che già abbiamo avuto il tempo di ammirare. A Francesco invece l'ampia fronte, le linee grandiose del primo Sforza, l'acuta e vivace bellezza della Beatrice sua madre, e un po' di quel bruno che aveva dato il secondo battesimo a suo padre Lodovico. Il Morone, dette in prima alcune parole al duca Massimiliano, il quale senza mai aprir bocca solo si accontentò di mostrare una faccia stravolta e accorata, si volse al cardinale di Sion dicendogli, che non era a porsi altro tempo in mezzo, e tosto desse gli ordini alle labarde di precedere il duca. Così tornò a spalancarsi la gran porta, e tutti quanti stavano assembrati in quella sala, l'uno dopo l'altro uscirono. Il duca in mezzo al Morone ed al cardinale, dietro lui il duca di Bari che si era accompagnato col Palavicino, e in seguito tutti gli altri gentiluomini. Discesi al piede della gran scala, ventiquattro uomini con torce accese stavano ad aspettare intorno ad una larga botola con aperta cateratta. Tra il palazzo ducale e il castello di Porta Giovia era stata aperta una via sotterranea di comunicazione, la quale veniva praticata ogniqualvolta piacesse al duca recarsi in castello senza mostrarsi al popolo. In questa straordinaria occasione il Morone aveva consigliato il duca ad uscire per di là, e quella botola conduceva appunto alla via sotterranea. --Attendete a star di buon animo, disse il Morone al duca quando fu per discendere; stasera sarò io medesimo in castello; e si licenziò. Accompagnato dal cardinale e preceduto da sei torcie, discese dunque pel primo il giovane duca. Dopo lui discese tutto il seguito in mezzo alle altre diciotto torcie. Quando s'udì il rimbombo che fece la cateratta rivestita di ferramenti nel cadere sull'incastro della botola, tutti si misero in via. Fu un viaggio lugubre quanto mai poteva esserlo, nè il duca aprì mai bocca, nè altri. Solo il duca Francesco, che camminava a paro col Palavicino, gli disse un tratto a voce sommessa e come di fuga:--Il Morone mi ha fatto parola del Lautrec; in castello mi dirai tu il resto. E tenendo stretta la mano del Manfredo con un'affabilità ed amorevolezza straordinarie non aggiunse altro finchè durò il cammino. Ma noi, cogliendo questo ritaglio di tempo, terremo qualche parola del Palavicino, per quel tanto che può bastare a mettere in luce alcune condizioni particolari alla vita di lui. Figlio al marchese Anton Maria Palavicino ed alla contessa Giulia Flisca, che, giovinetta, aveva sposato il marchese già vedovo, già padre di quattro figli e già vecchio, trovò nel seno della propria casa più di quanto poteva bastare per alienarlo da lei e dal ceto patrizio a cui la famiglia apparteneva. Fanciullo, fu affidato alle cure degli uomini che allora più fiorivano in Milano per lode di buoni studi e d'ingegno. Giovinetto, ebbe a maestri il Merula, il Calcondila, il Minuziano; studiò geometria e logica dalle pubbliche cattedre istituite da quel Tomaso Piatti stato in sì gran favore presso Lodovico il Moro. Oltre l'ingegno non comune, aveva dati segni di un'indole al tutto particolare, un misto di procelloso e di tenerissimo, di violento e d'affettuoso, con eccessi di giocondità e di concentrazione profonda. Qui racconteremo succintamente due fatti leggeri in sè stessi, ma che, mentre valgono a dare alcuna idea di codesto suo temperamento, potranno anche far conoscere i primissimi motivi, dai quali in certo modo fu determinata la vocazione dell'intera sua vita. Trovandosi, quand'era fanciullo di circa otto anni, presente al racconto che Cristoforo Palavicino, fratello di Anton Maria, faceva del modo col quale Lodovico il Moro era stato preso da' Francesi, fu insensibilmente attirato dalle parole dello zio, il quale, a differenza del fratello, essendo piuttosto sforzesco, narrava il fatto con quell'accento di verità e di compassione che si imprime negli animi. Quando si fu al punto dell'imprigionamento dello Sforza, la contessa Giulia, che si teneva in grembo il fanciullo, vide cadere due grosse lagrime sulle guance di lui e tremare di commozione i suoi labbruzzi infantili. Nè questo bastò; ma quello che fece una profonda impressione in tutti gli astanti, quando si parlò dei due figli del Moro, dei pianti disperati del secondogenito Francesco nel momento che fu staccato da suo padre, il fanciullo Manfredo, che lo aveva conosciuto e s'era trovato spesso con lui ne' giardini ducali, diede in un sì dirotto pianto con tanta furia di singhiozzi, che la madre penò molto ad acquetarlo; e fin da quel momento ogni qualvolta in sua presenza parlavasi di Francesi si riscuoteva tutto, e la bella sua faccia si rannuvolava. Nel 1507 un'altra circostanza accrebbe ancor più quell'avversione che il giovinetto aveva per Francia. Venuto re Luigi in Milano per la seconda volta, il marchese Anton Maria volle invitarlo ad uno splendido banchetto nel proprio palazzo. Godeva quel re intrattenersi famigliarmente con tutti, e dilettandosi a far domande ora all'uno, ora all'altro, s'era pure in quel dì rivolto al giovane Manfredo, il quale o stesse sopra di sè impensierito, o fosse dispettoso di quella domanda, non seppe o non volle rispondere. Il re attribuendo a quel silenzio una causa troppo lontana dal vero: _questo giovane dev'essere ben sciocco_, disse in francese ad uno de' suoi cortigiani, e si volse altrove. L'indole altiera di Manfredo, che aveva comprese troppo bene quelle parole, rimase così colpita e piagata, come se gli fosse avvenuta qualche sventura, e Luigi gli diventò così odioso, che ad arrovesciargli l'animo non v'era cosa più pronta che nominargli quel re. Ma l'anno 1512 fu per lui ben più terribilmente memorabile. Le cronache non raccontano con chiarezza il fatto; ma tra il Palavicino e il nipote del governatore Chaumont intervenne una gravissima contesa che finì colla morte del giovane francese ucciso da Manfredo in duello. Il padre suo Anton Maria, che di questa terribile avventura fu più addolorato assai che il governatore medesimo, a dar prova del suo attaccamento a lui ed alla Francia, la notte medesima del giorno in cui era avvenuto il fatto, appena gli giunse a notizia, cacciò di casa e solennemente diseredò il giovane Manfredo, a nulla giovando le preghiere e i pianti disperati della madre Flisca che, amando svisceratamente l'unico suo figliuolo, da quell'ora non ebbe più un momento di pace. Da quell'anno in poi il giovane Manfredo stette fuori, nè ritornò in patria se non dopo aver redate le immense ricchezze del fratello della madre sua che, a compensarlo dell'irremovibile e mostruosa severità del padre e dell'odio de' fratelli lasciò lui solo erede d'ogni suo avere. Ma il giovane non stava pago di questi compensi che la fortuna gli volle esibire. Avendo compreso, che con quel marchio del paterno ripudio era per lui ben più difficile che ad altri l'aprirsi una via tra gli uomini, gli venne un desiderio ardente di operare alcuna cosa di grande e di generoso per mostrare così ch'egli era degno d'una sorte migliore, per meritarsi così la stima e l'amore degli uomini. Desiderio che fu potente a temperare in lui quell'eccessivo amore di sè che l'istinto mette nell'uomo, e a mettergli innanzi come indeclinabile la legge sublime del sagrifizio. Non avendo dapprima in che trasfondere quell'esuberanza d'affetto che lo agitava, ributtato dai vani splendori e dalle pingui prosperità, s'egli mai girasse l'occhio per cercare qualcheduno del mondo a cui affidarsi, sempre, per una tendenza invincibile, lo posava dove la sventura avesse infranta o spostata qualche esistenza, dove l'umana dignità fosse stata con eccessivo rigore umiliata, dove l'ingiustizia avesse scagliata la sua sentenza inesorabile. L'amore istesso ch'egli naturalmente portava alla giovane sua madre, gli s'accrebbe a mille doppi quando la seppe così infelice, quando s'accorse ch'ella aveva bisogno che taluno la difendesse contro agli sdegni dei vecchio marito, contro il rancore degli altri figli non suoi. L'uomo d'ingegno e di cuore sente assai più bisogni in sè, che non il volgo degli uomini; egli s'accorge che nell'esistenza v'ha più d'una sfera d'azione: la famiglia, la vita privata, la pubblica, e che per essere completo, un uomo deve appunto versare in tutte coteste relazioni. Il cuore del giovane Palavicino aveva trovato assai in quella dolce sua madre: il pensiero di lei poteva occupare fortemente gran parte della sua vita; ma tanto non gli bastava. A quella figura dignitosa, venerabile, cui egli doveva inchinarsi come a maggiore, desiderò venisse compagna un'altra figura affettuosa e venerabile del pari, ma più giovane, e a cui egli potesse unirsi come ad eguale. Però le virtù stesse di sua madre avendogli come data la misura per giudicare ogni cuore di fanciulla a cui per caso s'accostasse, è facile a credere come l'affetto suo avesse dovuto lasciar trascorrere gran tempo prima di posarsi in qualcheduna; d'altra parte egli sentiva anche qui il bisogno di asciugare qualche lagrima, di confortare qualche esistenza. Su tutti que' volti giovani, freschi, rosati, levigati, egli non aveva mai scorto un segno che attestasse qualche spina secreta. Non aveva trovato che giocondità ed innocenza infantile, ed egli voleva qualche cosa di più, che finalmente gli fu concesso di trovare. Venne il giorno in cui, passatagli innanzi, quasi un'apparizione repentina, una gentile e mesta creatura, provò i soprassalti improvvisi di una gioia presaga, e senz' altro attendere, l'aggruppò alla soave figura della propria madre. Ma a rendersi più accetto a quella nuova sua donna, a mostrarsele più degno, bisognava che l'esistenza sua si gettasse nella vasta faccenda della vita pubblica, si scegliesse un motivo d'azione, un assunto grande e generoso. Le prime sue lagrime erano state versate sulla sventura di due creature giovani come lui, deboli come lui, rimasti orfani d'un padre percosso da una eccessiva giustizia. Quei due fanciulli, in quegli anni che stette fuori, li aveva conosciuti adulti, alla Corte di Massimiliano d'Austria dove, esuli, avevano riparato; li aveva riveduti quando su quelle giovani teste pesava l'ira di un'intera nazione potente e armata a loro danno. Col più giovane dei due fratelli specialmente, essendone mediatrice l'eguaglianza dell'età e la simpatia straordinaria dell'ingegno e del cuore, aveva stretta un'amicizia calda e tenace. Allora il suo impiego, gli obblighi suoi, il suo fine come uomo che ha a vivere al cospetto d'un'intera nazione, come buon cittadino gli venne subito innanzi, e non esitò ad accettarlo, a sceglierlo anzi con un ardore potente al pari di una passione. Da quell'ora l'azione dell'intera sua esistenza fu determinata; aveva una madre da venerare, una donna d'amare, una patria, una causa, una dinastia a cui sagrificarsi. Da quel punto non fu più irresoluto, la via gli era aperta innanzi, non guardò se fosse ingombra e difficile, e i suoi passi si accelerarono. Ora che codesto giovane fu presentato sotto il punto di vista il più favorevole, non vogliam già dire che sempre ei si rivelasse altrui da questo unico lato; vogliam dire soltanto che da questo lato mostravasi altrui il più delle volte. Del resto troppi requisiti gli mancavano ancora per ottenere un buon ingresso nel calendario de' santi, e v'eran momenti anzi ne' quali correva pericolo di non parer più riconoscibile; come avviene delle linee semplici ed eleganti d'una bella faccia che, scontorcendosi, si tramutano sotto gl'impeti dell'ira, così avveniva di lui se per avventura versasse in circostanze straordinarie, o la passione di soverchio lo agitasse. Soleva allora darsi il caso ch'ei rivelasse debolezze e difetti che uomini di gran lunga men virtuosi di lui chiamerebbero incomportabili. Però potrebbe forse avvenire che codest'uomo sfuggisse talora ad un'esatta analisi. Ma chi è vago di caratteri eternamente costanti e invariabili, rifrughi la tragedia classica, e chi si piace di profili immobili, contempli le teste effigiate sui cammei e sulle monete. Intanto, percorrendo la via sotterranea, il duca ed il seguito ebbero attraversata tutta la città. Due uomini furono espressamente spediti innanzi ad avvisare il castellano che giungeva l'eccellentissimo duca, e quando questi arrivò al piede dell'altra scala che metteva nel castello, trovò qui gentiluomini e soldati che lo stavano aspettando. Mise il piede finalmente sul selciato del castello, e in mezzo a due stipatissime file di soldati attraversò il gran cortile e salì nelle stanze ducali. Batteva l'ora di notte all'orologio della torretta, e in quel momento dai quattro lati del castello si udirono i suoni delle trombe che chiamavano a raccolta. E in ogni parte del castello, nel cortile, sotto gli atrii, sotto gli androni, sugli spalti che guardavano la gran fossa, alle feritoie, ai merli era un tumulto, un frastuono, un brulichio d'armati incessante, e in quell'ora quel vasto ricinto rendeva l'immagine come di un grande alveare nel quale confusamente s'agitassero ronzando migliaia e migliaia di armati. Siccome non avevasi a passare che una sola notte colà, tutti gli Svizzeri che si trovavano in Milano sotto gli ordini del Sion, tutte le labarde tedesche le quali costituivano la guardia dei duca, tutti i soldati di ventura stranieri, e quanti vestivan armi in Milano, vi stavan raccolti insieme per esser pronti alla prim'alba del prossimo dì. Nè faccia maraviglia che si potesse dar luogo a tante migliaia di soldati. Quantunque il castello a quel tempo non avesse quella gran cinta di casamenti che lo chiude in mezzo oggidì, avea le fortificazioni che si estendevano per gran tratto all'intorno, e dalla parte poi che spetta a settentrione arrivava coi vasti broli chiusi da cinte fortificate, sin dove oggi si estende il borgo vicino; però su questo gran tratto di terreno, zeppi che furono i luoghi chiusi e coperti, i soldati come meglio poterono s'acconciarono a dormirvi a ciel sereno, buttati a disagio sul nudo terreno. Il Palavicino intanto e Francesco Sforza, dopo avere accompagnato il duca nelle sue stanze, subito erano stati licenziati. --Giacchè ci rimane qualche tempo, disse il marchese nell'uscire collo Sforza, andrei un tratto nella camera dell'ammenda alla torre, chè vorrei vedere dappresso costoro, che senza conoscermi, si volevano la mia vita. Così interrogandoli io stesso, tenterei scovar fuori qualche cosa di più. --Son già condannati nel capo, nè c'è altro a cavarne. Quel che han confessato è ben chiaro. --So per altro che, tra l'altre circostanze, han deposto che il caporale che li ha pagati era una volta agli stipendi del Lautrec. Questo sarebbe un filo per conoscere se il colpo venga propriamente da costui. --Potrebb'esserlo. --Ben è vero che anche senza prove io credo al tutto che sia così la cosa, nè, altrimenti, saprei come acconciare i fatti tra loro. --Il Morone è del medesimo avviso tuo. Ma lui sa quel che intravvenne tra il Lautrec e te altra volta, ond'ebbe presto il modo di portar giudizio sul fatto. Ma io non so nulla. --Dopo l'attentato è questa la prima volta che mi trovo con te. Ma pure te ne dovrei aver parlato altra volta. --Ciò non può essere, se nulla me n'è rimasto in memoria. --Allora ti dirò tutto in breve. Ma rechiamoci in prima alla camera dell'ammenda. --Non so se mi convenga venir teco, nè, a dir la verità, vorrei esser riconosciuto potendo venir loro in mente ch'io avessi il diritto di grazia. --Ciò non avverrà; possiamo andare. Così, passando in mezzo a cento gruppi di soldati, si recarono nel cortile, detto della Torretta. Una labarda che precedeva il duca salì a far l'imbasciata al custode. Questo tosto discese. --Si vorrebbe entrar nella camera dell'ammenda, gli disse il duca. --I condannati per l'attentato contro il marchese Palavicino, se son quelli che volete vedere, ci furono condotti oggi di fatto. Io sono agli ordini di V. E. --Questo che è con me è il marchese Palavicino appunto. È lui che vuol vederli. Il custode allora, seguito da essi, risalì la scala e corse in fretta a cingersi la spada. Li fece passare per mille andirivieni e corritoi, ne' quali la tetraggine serrava gli animi. Finalmente il custode, spalancata una grossa imposta di legno di quercia tutta rivestita di ferro: --Eccoli, disse, sono costoro. La scena che si offerse a' due riguardanti era truce e curiosa nel medesimo tempo. Su ciascuno dei quattro angoli d'un carcere a volta, ampio e nano, v'eran quattro letti di lucido legno inchiodati a terra. Legato a ciascun letto con una grossa catena che poteva esser lunga forse tre passi un uomo. La foggia dei vestiti, benchè diversi l'uno dall'altro, pure li dava a conoscere per soldati. Accostandosi poi a ciascuno di essi, non si durava fatica a conoscere che non appartenevan tutti ad una nazione medesima. Ed erano infatti due Piccardi, un Valacco, un Italiano. Stando a quanto s'era potuto raccogliere dalle loro deposizioni, all'Italiano, come al più esperto delle vie di Milano, era stato dato carico di far la scorta agli altri tre, i quali non avevan poi a far altro che ferire. Il Palavicino, dopo aver gettata un'occhiata su ciascheduno chiese al custode se avesser deposto altro in aggiunta alla confessione del dì prima, e avendogli il custode fatto cenno di no, volle accostarsi allora ad uno di essi per tentarlo in qualche modo, e il primo a cui si presentò per combinazione, fu il Valacco. Disteso quant'era lungo sul nudo legno, immobile, calmo, ritto come se facesse l'esercizio, cinto così strettamente ai fianchi che pareva avesse il corpo diviso per metà, rendeva la figura di una gran mosca, con un vestimento compiuto alla foggia tartara, poco diverso da quello di un odierno ungaro, (perchè costumi e civiltà in quelle regioni puntandosi alla consuetudine come un mulo, che adombri, alla terra, non hanno voluto, per battere che siasi fatto, dar mai un passo innanzi.) Aveva quell'ossatura di teschio più larga che lunga che distingue la razza tartarica, naso schiacciato, bocca larga e labbro gonfio, coperto da un filo di pelo, nero, lungo, appuntato, lucido come la coda di un sorcio impiastricciata di lardo. La tinta del volto era tutta soffusa d'un bel giallo d'ottone misto ad una leggiera dose di verde di rame, zigomatiche alte, occhi tondi e grossi ed una fronte così bassa e angusta che l'intelligenza ci doveva star comoda come un condannato ai forni di Monza. Da quel complesso insomma si conosceva un vero discendente di Cam, il Maledetto. Allora il Palavicino si provò a scuoterlo da quello stupido letargo, e fattosi dire dal custode il nome di colui, lo chiamò ad alta voce. Il Valacco piegò un momento la testa. --Sai tu perchè sei qui? gli domandò il Palavicino. Il Valacco stette un momento cogli occhi fissi in chi gli aveva fatta quella domanda, poi rispose: --Credo bene di saperlo. --E a che pensi tu adesso? --A questa carogna di custode, il quale mi ha dato del pessimo lardo che non si può masticare. --Faresti assai meglio a pensare a quello che sarai tu domani, gli disse allora il custode. Il Valacco crollò più d'una volta la testa, poi disse: --Capisco quel che vuoi dire. L'uomo che venne qui un momento fa, tutto bigio come un bufolo del Niester, credo bene che fosse il boja... --Era lui di fatto. --Va benissimo. --E a momenti sarà qui il frate... --Perchè il frate? Io non voglio frati. --È per la salute dell'anima tua. Il Valacco tenne un istante gli occhi fissi come uno scemo al quale siasi dato un pugno sulla testa, poi soggiunse: --Ah... capisco! Si poteva però anche risparmiare, chè in quanto all'anima, m'è indifferente s'ella sia per uscirmi dalla bocca, o da qualsiasi altra parte, e che viaggio sia per fare di poi, non ne voglio aver notizie. Detto questo, si voltò per la prima volta su di un fianco, e non volle risponder più a nessun'altra domanda. Nel frattempo che il Palavicino s'intratteneva innanzi al letto del Valacco, il condannato che gli stava rimpetto, non si ristava pur un momento dall'agitare e dallo scuotere le sue catene furiosamente, mutandosi e rimutandosi or sull'una, or sull'altra gamba cambiando ad ogni tratto postura gestendo, parlando ad alta voce; egli solo, in quel camerotto, faceva tanto rumore quanto ne poteva fare un'intera compagnia di lancieri. Il custode avendo detto al duca e al Palavicino che quello era l'Italiano, subito a lui si volsero, vedendo che dal Valacco non era possibile cavare un costrutto. Aveva colui uno straordinario aspetto, capelli neri, lunghi, arruffati che gli adombravano un'alta fronte segnata da spessi solchi; occhi neri, acuti, sinistri, mobilissimi. Non pareva vero che il Valacco e costui fossero due esseri d'una medesima specie, tanto erano opposte le loro indoli. E qui lo sguardo del Palavicino cadde a caso su d'uno sgorbio fatto sulla parete alla quale era inchiodato il letto dell'Italiano. Era un disegno ch'esso aveva tentato di fare col carbone, il qual disegno era diretto a rappresentare una forca con appesovi un uomo. Sotto all'uomo si leggevano queste parole che occupavano quasi tutta la parete: --Io mi chiamo Giovanni Adolfo Gavazzola, figlio di Bernardo, mastro mirrante, e di Gaspara Spada, levatrice. La mia disgrazia è quella di non esser nato quarant'anni prima, che a quest'ora sarei forse maresciallo come il Trivulzio, che non è niente più galantuomo di me. Cosi invece domani sarò impiccato; non è che una combinazione.-- Più sotto, e con molto spazio interposto, il condannato, forse in un momento di riflessioni serie, aveva scritte quest'altre parole: --Non so bene che opinione abbia di me il padre eterno, ma se è giusto, dovrebbe usarmi dei riguardi.-- Queste parole fecero una strana impressione tanto nel duca, che nel Palavicino, il quale, dopo alcuni momenti, cominciò a far molte interrogazioni a quel tristo. Ma non gli venne fatto di cavarne ciò che desiderava. Quel soldato non aveva conosciuto neppur di persona il Lautrec, nè disse altro se non d'esser stato obbligato per forza a quell'assassinio e che se coloro che lo avevano condannato a morte avesser conosciuto com'era corso il fatto in tutto e per tutto, lo avrebbero senz'altro rimandato assolto. Sollecitato allora a palesare ogni cosa, rispose, che quel ch'era stato era stato, che lui aveva data la sua parola, e che non avrebbe mai detto nulla di più. Accortosi allora il Palavicino che non riuscivasi a nulla, staccatosi da lui, si volse ai due francesi, dai quali potè finalmente raccogliere tale circostanza che lo raffermò nella sua credenza. Potè sapere che il caporale francese che aveva dato carico a quei quattro soldati d'assassinare il Palavicino, prima della battaglia di Novara, essendo ancora agli stipendi del Lautrec, era stato da costui spedito espressamente a Milano, dove si fermò qualche tempo e dove aveva conosciuto di persona il Palavicino. --Quand'anche tu non mi dicessi altro, disse allora il duca a Manfredo, stando così le cose io sarei già del tuo medesimo avviso. Ma ora usciam tosto di qui, chè la presenza di costoro mi guasta il sangue; usciamo che son pure impaziente di sapere il resto da te. Così non avendo altra cosa che li trattenesse colà, si partirono da quel tetro luogo, e per logge e scale riuscirono sullo spaldo occidentale del castello, colà appunto dove di presente ci si offre come un punto appoggiato a que' due archi di sì straordinaria ed ardita altezza, che di quella parte di castello, se si ha riguardo anche all'effetto del torrione interposto, ti fanno una scena grandiosa e pittoresca. In quel luogo adunque interrotti da tante migliaja di voci che ronzando incessantemente al basso salivano sin là con un rumore d'acque scorrenti, i due giovani s'intrattennero a lungo nell'abbandono della loro amicizia, e il Palavicino fu sollecito di narrare al duca quanto anche a' nostri lettori potrà schiarire la faccenda dell'attentato. CAPITOLO III. --Io ti racconterò, prese a dire il Palavicino allora, quanto il Morone ancor non sa; perchè, fuori di ciò ch'era indispensabile per metterlo sulla via di far qualche scoperta, a lui ho taciuto il meglio, ovvero sia il peggio della storia mia... Son cose strane, cose intralciate, alle quali per verità io non saprei dar fede se non fossero accadute a me stesso; ma sentirai... Tu sai bene, e tante volte ne ho parlato, com'io, scacciato dalla mia casa e messo, come suol dirsi, in sulla strada da quell'uomo inesorabile di mio padre, mi trovassi a un tratto tutto solo, senza mezzi e senza speranze, che mio padre troppo bene lo conoscevo, e dalla povera mia madre, per quanto si struggesse di angoscia e d'amore per me, non poteva sperar soccorsi, tanto era severamente guardata. E così in quella stretta, per quanto la disperazione m'intorbidasse la mente e il pensiero di quella donna soave di mia madre, di cui gli atti e le lagrime e le ultime parole mi risuonavano troppo bene nell'animo, non mi lasciassero aver pace un momento, pur presi un partito, ed era l'unico per verità ch'io potessi prendere allora. Sapevasi da tutti come Giulio II, unitosi improvvisamente, e contro l'aspettazione universale, ai Veneziani ed agli Spagnuoli, avesse pensato mover le armi contro Francia; come ardesse un furioso incendio nel mezzo dell'Italia, e si fosse al punto oramai che tutto avevasi a decidere con una risolutiva giornata. Io, che in quei momenti avrei desiderato, e per verità ne andavo in cerca, che qualcuno m'assalisse così a man salva e mi finisse una volta, colà, dissi, fra quegli orrori della guerra troverò molto bene il fatto mio. Ancora mi rimane a tentar qualcosa pel mio paese, e s'egli è vero che talvolta una penna fa traboccar la bilancia, chi sa ch'io non sia quel tale che la faccia appunto traboccare al danno di questi Francesi; e in tal pensiero confortandomi tutto, mi recai dal conte Mandello, l'unico uomo in tutta Milano al quale potessi domandar qualche cosa senza timore che mi ributtasse, o ch'io ne dovessi poi arrossire per rinfacciamenti. Recatomi da lui dunque, e dettogli il miserabile fatto mio, egli mi offerì ogni sorta d'aiuti, tanto è largo il cuore di quell'uomo, ma saputi i miei propositi, mi diede dell'oro e un cavallo. E mi ricordo benissimo che nel darmi la ben andata, mi baciò in fronte tutto commosso e quasi in lagrime, lui che non si sconcerebbe se crollasse il mondo, ed è quel capo strano che tutti dicono. Con quell'ajuto me ne uscii così da Milano, e un po' a passo, un po' a trotto, fra pochi dì mi trovai nella Marca, proprio nel cuore della guerra. Era una faccenda, una confusione, un tramestio indicibile. Un passare e ripassar continuo di soldati ora alla spicciolata, ora a truppe. Uno spavento di quei poveri abitanti, che non aveva tregua un istante, e un fuggire, un ritornare, un disordine insomma che a tutt'altri, Dio sa, che noia avrebbe recato, fuorchè a me che aveva bisogno d'alcuna cosa ben forte che mi sbalordisse e più non potessi ricordarmi delle mie miserie. In quel viaggio incontratomi con un tal Tullio Orlando di Macerata, assai ricco gentiluomo, col quale allo studio di Padova aveva vissuto assai intrinsecamente.--Io vado a Rimini, mi disse, se tu vieni con me, vedrai che il tempo che vi passeremo sarà il men male buttato della nostra vita.--Ed io vengo, gli risposi, ben contento d'aver trovata compagnia, e così senz'altri incontri, entrammo in Rimini la seconda festa di Pasqua nel 12. Ma appena misi il piede in quella città, m'accorsi, come si suol dire, di aver dato in un trabocchetto. Era tutto pieno di soldati e di baroni francesi, e per ciascun uscio ve ne saran stati un dieci buonamente. Pensa or tu, com'io potessi star bene colà. Dovetti per altro stupire, vedendo come que' soldati francesi, contro il loro solito, si comportassero tanto gentilmente con lutti gli abitanti, e se mai per parte loro intervenisse alcun disordine, le punizioni fossero esorbitanti. D'un fatto così straordinario, ragionando appunto con quel mio amico Orlando egli mi fece capace della vera cagione. Il signore di Lautrec, o il conte Odetto di Foix, come altri il chiamavano, che era già marasciallo de' Francesi, e il braccio più forte e più terribile dell'esercito, s'era fieramente invaghito della duchessa Elena di Pitigliano, signora di Rimini, ed ella di lui, come tenevasi da tutti. Egli era già da qualche tempo che si eran conosciuti, ma in quell'anno del 12, salito il Lautrec a molta altezza, aveva chiesto la mano di lei, e quand'io arrivai a Rimini si stava appunto apprestando ogni cosa pel dì delle nozze, e gli apparecchi erano regali. Si diceva tra il popolo, che l'amore di quell'uomo per la duchessa molto somigliava a furente pazzia, e se la signora gli avesse comandato facesse passare a fil di spada tutto il suo esercito, volentieri lo avrebbe fatto. Quella donna, quantunque non avesse più di ventun anni, era già vedova del duca di Pitigliano, ed era gran tempo che parlavasi dei fatti suol per tutta Romagna, per Roma segnatamente, dov'ella era nata. In qual modo, mortole il marito, a lei fosse data investitura della città di Rimini, tolta già da molti anni ai Malatesta e passata d'uno in altro padrone, alla maggior parte non era ben noto. V'era bensì chi ne sapeva qualcosa, ma ne facevano grandissimo mistero, e quando mai se ne domandasse, il discorso lasciavasi cadere in terra. Capii insomma, che quella storia doveva bruciar la lingua a chi la raccontasse, e perciò fui costretto a rimanermi co' miei desiderj, e adesso non ne so più d'allora. Di costei io ne avevo già udito parlare qualche mese prima a Bologna tra que' signori, ma con parole di profondissimo disprezzo, e d'altro non mi avevano invogliato che di veder la sua grande bellezza e di sentirla cantare, chè tutti dicevano ch'era una Sirena, e ne aveva difatto tutto il costume. A Rimini per altro, e segnatamente fra il popolo minuto, se ne diceva un gran bene, non già della bellezza e dell'altre sue virtù che nessuno metteva in dubbio, ma della carità e delle sue larghezze nel beneficare, e tutti ne parevano innamorati, e fra 'l popolo era chiamata la Semiramide. Per questi vari giudizj, e per sentir sempre a magnificare quella sua straordinaria bellezza, venni in grandissima volontà di vederla, e mi raccomandai per questo all'Orlando, che era assai ben conosciuto dalla duchessa medesima. Una sera che c'eran grandissime luminarie per la città, e nel palazzo della signora ci dovevan esser musica e danze, l'Orlando mi dice:--Se vuoi venire il momento è buono,--ed io quantunque sapessi che mi sarei trovato tra quella maledetta peste di Francesi, che ammorbavan l'aria di tutta Rimini, pure molto volentieri mi lasciai condurre. Aspettato colà molto tempo tra una densa moltitudine che già cominciava a darmi noia, vidi entrar finalmente la duchessa nella maggior sala. Circondata dalle gentildonne, dalle ancelle, dai paggi che formavano il suo seguito, corteggiata da un numero infinito di quei baroni francesi, tutta coperta com'era d'ori e gemme, a me fece in sul primo l'effetto d'un'apparizione straordinaria. Allora avendo tentato avvicinarmi a lei più che fosse possibile per osservarla meglio, mi parve che quel suo viso non mi riuscisse nuovo del tutto, e ch'io altra volta avessi veduto talun'altra chele somigliasse. E affaticandomi così a cercar nella memoria chi mai fosse quella, mi sovvenne allora d'aver veduto alcuni di prima il ritratto della Cenci. Ed era appunto l'immagine di questa sciagurata ed infelice fanciulla la cui perfidia e la cui bellezza m'aveva fatta tanta impressione, che non mi faceva parer più nuovo il viso della duchessa Elena; e se quel ritratto fosse stato eseguito espressamente per lei, non si sarebbe potuto far cosa più al naturale. Questa strana somiglianza, e le misteriose e tronche parole che mi vennero udite sul conto di colei produssero in me, così di volo, un'impressione di raccapriccio e d'orrore. E allora, facendo certi strani sospetti, mi son messo ad osservarla con più d'attenzione ancora, tentando quasi di raccapezzar qualche notizia, leggendole ne' tratti del volto, che come tu sai, parlan chiaro talvolta. E forse, per la triste impressione che me n'ero fatta, sotto a quelle forme di una grazia divina mi parve che si nascondesse tal cosa che guai se fosse apparsa di fuori. Quel suo riso che per lo più sembrava nuotasse come in una giocondità festiva, tu lo vedevi di tratto subire certe trasformazioni repentine e sfuggevolissime che te la facevano parere tutt'altra donna. Alcun che di mesto e di tetro. Che so io? Qualche cosa di questo. Del rimanente, può darsi benissimo che io sia le mille miglia lontano dal vero. Ma è però tanta la curiosità in cui sono venuto, che la prima volta ch'io mi recherò a Roma, farò tali indagini che ne verrò a capo senz'altro. Tornando adesso a quella sera, per quanto io non potessi vincere quei sospetti, pure le benedizioni del popolo, e quel fatto vero e presente e continuo della pietà sua e delle sue beneficenze molto poterono sull'animo mio, e se non altro mi sentii tentato a scusarla. Fu assai per poco però, e quella mia buona disposizione dileguò in un momento. E quando entrò nelle sale il signore di Lautrec, ch'io vedeva allora per la prima volta, mostrando manifestamente nel volto e in tutta la persona i segni d'un atroce orgoglio che si sarebbe conosciuto un miglio lontano, si accostò a lei, ed io pensavo ch'ell'era contenta di sposarlo, che lo amava ardentemente (il maresciallo, quantunque a me fosse odiosissimo, pure per le forme del corpo e per una certa bellezza virile, allora poteva benissimo piacere ad una donna); considerando che, quantunque dovesse vivere in gran timore del papa, dal quale dipendeva, ella per amore di lui, giovava manifestamente la causa dei Francesi soccorrendoli delle numerose bande ch'erano al suo soldo, mi sentii tutto rimescolare di sdegno, e: va, dissi, tu non puoi essere che una pessima donna. E senza più, subito uscii di quelle sale e non ne volli saper altro. Avvicinavasi intanto il tempo che tra i Francesi e quei della lega sarebbesi venuto ad una giornata campale, e tra pel numero poderoso delle truppe, che d'ambidue le parti mettevansi in ordine, tra che la somma intera delle cose pareva dipendere da quella giornata, tutto dava a credere che dovesse riuscire assai terribile. E subito allora mi maneggiai per entrare in una colonna di cavalleggeri italiani al soldo della Spagna, e col grosso dell'esercito presto ci accostammo a Ravenna. Il dì 12 d'aprile s'impegnò la zuffa generale, ed io potei vedere papa Leone, il quale allora non era che cardinale, in sola stola e sottana, ciò che prima non s'era mai visto, governare molto bene le mosse, e ti so dire che in campo io non ho veduta faccia d'uomo più imperturbabile della sua e puoi ben credere che intorno al suo capo fischiavano le palle degli archibusi e la scaglia delle artiglierie francesi. Ma se dalla nostra parte c'era papa Leone, dall'altra c'era il cardinal Sanseverino che faceva altrettanto. Or io non ti descriverò già quella battaglia, che il Sacramoro te ne deve aver parlato abbastanza, solo ti dirò che fu terribile ed ostinata qual s'era preveduto, e fu la prima volta quella ch'io potessi dire di trovarmi in guerra veramente. Verso le 22 ore, come fu manifesto per chi era la fortuna, si cominciò a vedere un disordine indicibile nel campo nostro, e gli orrori di quella giornata furon tali, che mi rimarranno sempre nella memoria. Allora, quando il sole già si ritraeva sulla cresta dell'Appennino, noi pochi cavalleggieri italiani e qualchedun altro degli sbrancati ci raccogliemmo insieme a tentare qualch'altro colpo, quantunque senza speranze; ma la guerra è come un giuoco, che quanto è più forte la perdita, tanto più ci si ostina, e si continua finchè ci è vita. E visto come i cavalli di Gastone s'eran dati ad inseguire un grosso drappello di Spagnoli, ci mettemmo a quella volta, e si arrivò allora appunto che una palla d'archibuso fracassò la testa di Gastone di Foix, il gran capitano. S'impegnò qui una zuffa orribile tra i nostri, che volevano approfittare di quel colpo inaspettato, e i Francesi che, messi in furore da quella sventura, parevan belve anzichè uomini. E a me, che in tutta la giornata non aveva quasi tocca ferita, cominciò qui a grondarmi il sangue da tutte le parti, nè perciò mi ristava, ed ebbi campo di vedere il Lautrec medesimo che in quella stretta mandava urli come un invasato, e colla sinistra tenendo stretto a sè il corpo morto del giovane Gastone, rotava colla destra un suo spadone a due mani. Il Lautrec, essendo cugino di Gastone, grandemente lo amava, e parlavasi appunto nell'esercito di quel suo straordinario amore per quel giovane. Ma era suo costume questo che, tanto nell'amore quanto nell'odio, quell'uomo trascendesse sempre i limiti. Quando gli fui addosso col cavallo e coll'azza, quantunque facessero già i crepuscoli, potei benissimo vedere la sua faccia che era coperta di ferite che faceva orrore, e mi ricordo che mi rivolse alcune furibonde parole che non ho potuto comprendere. Ma in quella perduta la spada, lui cadde in ginocchio oppresso dal numero, e a me, quando tutto già pareva finito, pel molto sangue che faceva sdrucciolevole il terreno, cadde pure di sotto il cavallo, intanto che due roncolate mi passarono la spalla; caduto mi trovai viso a viso col Lautrec che, sebbene non potesse più muoversi, continuava tuttavia a guardarmi inferocito e destava in me un raccapriccio indicibile, quando finalmente un colpo di spingarda gli fracassò la testa e cadde, io credetti, morto, col capo indietro. Non movevasi più nessuno d'intorno a me, imbruniva del tutto, ed io, soffocato dal cavallo che era morto; (era ancor quello del conte Mandello), e per quelle roncolate che mi davano un acuto spasimo, e pel molto sangue perduto non poteva più rialzarmi. Sorgeva la luna in quel punto che, tentato un ultimo sforzo per disbrigarmi dal cavallo e dal Lautrec, mi vennero invece i bagliori agli occhi, e so ch'io dissi fra me stesso:--Questa è ultima mia ora;--del resto non so altro. Il dì dopo, quando fui sveglio, due soldati francesi mi portavano a mano e mi deposero sur un carro di trasporto. Per non portar segno alcuno, e forse per avermi trovato insieme al Lautrec, mi credettero uno di loro. Medicato così e fasciato alla meglio, ho sentito uno di quei chirurghi a dire in francese, che io già intendevo poco: questo si può benissimo trasportare a Rimini. Era tanto il numero dei feriti, che si dovettero alloggiare così come si poteva in più piazze. I peggio aggravati si raccoglievano in Ravenna, e qui di fatto venne condotto il Lautrec, della cui vita al tutto si disperava. Gli altri in quelle altre cittadelle del littorale. A me poi toccò la più lontana, che era Rimini, perchè quantunque così malconcio fui tenuto per uno dei più sani. Convien dire che tutti coloro cui toccò la sorte di alloggiar in Rimini furono i meglio capitati. La duchessa Elena ci fece alloggiar tutti in castello, e ogni sorte di cure ci prodigò quella donna. Tutti i giorni, ad una cert'ora, veniva a visitarci e a distribuir consolazioni, e quando compariva, so che a taluno di coloro che giacevan malissimo condotti, pareva rinascere, quasi fosse lei quella che avesse a rimarginare le ferite. Ora odi bene. Un giorno ch'ella venne per quelle solite visite, si avvicinò ad uno di quei chirurghi domandando notizie di me, ed io giacevo sul letto a pochissima distanza. Avendole detto il chirurgo ch'io era quello, ella subito mi si volse con parole assai cortesi, mi disse che glien'era stato parlato (quel mio amico Orlando aveva fatta buon'opera) sapeva tutti i miei casi, e mi compiangeva moltissimo, onde chiedessi quanto io voleva, ch'ella si recava a gran fortuna il giovarmi. Solo, in terra straniera, in pessimo stato di salute, quelle parole, lo confesso, mi furono di una grande consolazione, e quel rancore che io aveva per lei, posso dire che se ne andò tutt'intero. Era la gratitudine che lavorava, ed io credo d'averle risposto di conformità a quelle sue cortesie, onde mi parve ne rimanesse soddisfatta. E così, tornando quasi tutti i giorni in quel luogo, fermavasi al mio letto e volle che io stesso le raccontassi tutte le mie sventure. Parlando l'italiano poteva esser certo di non esser compreso da chi mi stava d'intorno, onde le dissi il perchè mio padre m'aveva così duramente scacciato, ch'io tanto odiavo il nome francese, che non so quel che avrei patito piuttosto che farmi con loro, che su quel letto mi trovavo per sbaglio d'altri, e guarito appena, tosto me ne sarei andato, che la mia vita era tutta rivolta alla totale distruzione di coloro. A queste mie parole io vedevo che a lei si cangiava spesso il colore del volto e taceva. Stupivo poi, che parlandole sempre a quel modo di que' suoi francesi, tornasse poi sempre a visitarmi ogni dì e non mi avesse ancor preso in odio. Ma il cuore di quella donna la portava naturalmente al beneficio e non la guardava pel sottile. Di tal maniera passò tutto un mese; e siccome intorno a questo tempo avrebber dovuto succedere le nozze tra la duchessa Elena e il Lautrec, se costui non fosse stato in termine di morte, ne domandai notizie ad uno di que' chirurghi, che benissimo mi contentò. Erano passati più dì prima che avesse potuto dar segni di vita, e cominciava allora solo a riaversi. Seppi poi che la duchessa era corsa a Ravenna in sul primo, e da que' chirurghi non fu lasciata entrare, che ritornata quando il Lautrec cominciava a star meglio, anche lui non aveva voluto riceverla, e ci furono grandissimi guai. Alcuni giorni dopo venne da me l'Orlando, e interpellatolo di questa avventura strana, mi raccontò che la duchessa, la quale stimavasi grandemente offesa per essere stata due volte rimandata, aveva finalmente ricevuto una lettera dal Lautrec medesimo, che con amorosissime parole le diceva che lui trovavasi bene ormai, ch'ella intanto disponesse ogni cosa per le nozze imminenti, che risparmiasse d'andarlo a visitare in Ravenna, per delle ragioni che le avrebbe manifestato poi. Che quando sarebbe tempo, lui stesso tornerebbe a Rimini; e senza più verrebbe a presentarsi all'altare, della qual cosa le manderebbe espresso avviso. A te parrà ora assai strana la maniera con cui comportavasi il Lautrec; ma la causa non mancava, ed era ben grave, come sentirai. Intanto anch'io andava riavendomi un giorno meglio dell'altro, e cominciava anche ad uscire un poco sul battuto del castello a riconfortarmi all'aria; e la duchessa continuando sempre a visitare i feriti, non mancava di venir a vedere anche me, e s'intratteneva in molti e diversi discorsi. Un giorno, odi questa, ella erasi appena partita, ed io, appoggiato al parapetto della loggia, stavo appunto osservandola che nella gran corte risaliva a cavallo, com'era suo costume, sento battermi sgarbatamente la spalla; mi rivolgo e vedo accanto a me un tal uomo del qual non ti ho parlato sin d'ora, ma che era venuto a Rimini sin dall'inverno per unirsi ai Francesi, del cui aiuto gli premeva moltissimo. Costui era il signore di Perugia, Giampaolo Baglione, uomo che io avrei odiato cordialmente, se fosse stato degno dell'odio mio; ma già è inutile ch'io te ne dica altro; tutta Italia sa chi sia questo mostro. Costui adunque, seguitando un pezzo a guardarmi fisso e ghignando:--Allegro, mi disse, giovinetto, a te si prepara buonissima tavola, e costei ha molta carità per te: carità pelosa quanto mai può essere; ma tu provvedi al fatto tuo, e v'immergi il becco più che puoi, intantochè quell'altro pensa a guarire.--E continuando a ghignare d'un modo che gli era particolarissimo, se ne andò mezzo zoppicante, travagliato, com'era, da certi suoi mali osceni. Io stetti pensando un poco a quanto colui mi aveva detto; sapendo però che agli occhi di quel laido uomo non ci poteva esser cosa che non paresse viziata, subito mi levai d'apprensione e non ci pensai altro. Non sapevo che da quelle parole appunto dovevano scaturire guai terribili per me. Ma or viene il grave. Erano passati due mesi, e si era agli ultimi di maggio. Il Lautrec era guarito oramai, e per verità, pensando com'era ridotto quando mi giacque vicino, fu un vero miracolo s'egli si riebbe così presto. Mandò espressamente a dire alla signora, che sarebbe venuto a Rimini la sera del 31 di quel mese medesimo, che essendo pressato di partire col grosso dell'esercito, le avrebbe dato l'anello allora, e stettero in questa. Il dì 31 non fu tardo a venire, e si sapeva che gli sponsali dovevan farsi nella chiesa di s. Francesco Saverio. Ci dovevano intervenire i principali baroni francesi, due vescovi consanguinei della duchessa Elena, venuti espressamente l'uno da Palermo, l'altro da Nocera, il cardinale Sanseverino, che doveva sposarli, tutto il capitolo, e i principali della città. Venne dunque la sera, e all'orologio di s. Francesco suonò presto l'ora di notte. La chiesa erasi chiusa al popolo, e fu solo per mezzo dell'Orlando se a me venne fatto di mettervi il piede, ed ora non saprei dirti perchè mi sentissi tanta voglia d'esser testimonio di quegli sponsali. Quando entrai nella sagrestia, mi dissero che la duchessa Elena, arrivata in quel punto coi due vescovi, colle dame, coi paggi, con tutto il seguito, era nella gran sala, ove soleva tenersi il capitolo, e in quell'occasione splendidamente apparata; vi stava aspettando il signore di Lautrec, il quale aveale mandato a dire sarebbe entrato in chiesa addirittura, e lo aspettasse. Passò così molto tempo, e la duchessa pareva inquietissima; parlava ora ai cardinali, ora alle dame, e si comprendeva bene che quel ritardo le dava grandissima noia, e quanti eran presenti, persino que' baroni francesi, se ne maravigliaron forte. Finalmente fu udito dagli atri del cortile un tintinnio di sproni e un suonar d'armi, e lo sbattere d'un puntale sul pavimento; tutti dissero ad una voce: Egli è qui! e sulla soglia della sala apparve di fatto l'alta figura del Lautrec. Era tutto coperto di ferro, e avea la buffa calata sulla faccia. Senza innoltrarsi un passo, e con una voce alterata assai, che non sarebbe già sembrata la sua, se non fosse stato per quell'accento, a lui particolare, che si sentiva il bretone lontano un miglio, dice in italiano:--In chiesa subito; io vado innanzi; seguitemi tutti,-- E senz'altre parole, dato di volta, fece appunto quel che disse, ed entrò in chiesa il primo. Questo suo comportarsi, in una tale occasione segnatamente, era, se si vuole, assai strano, per non dir peggio; ma sapendosi come foss'egli uomo singolare e sprezzantissimo d'ogni regola, non fu alcuno che ne stupisse, e tutti lo seguimmo. Quella chiesa era un quadrilungo a tre navate, epperò molto capace; all'altar maggiore avevano acceso un così gran numero di ceri, che pareva fosse in fiamme tutto quanto, ma il resto della chiesa era bastantemente oscuro. Tutto il seguito, che era numerosissimo, si dispose intorno alla balaustrata; innanzi alla predella dell'altare i due vescovi ed altri grandissimi personaggi. La duchessa Elena si pose in ginocchio sull'uno dei due cuscini di seta d'oro fattivi collocare espressamente. Alla sua dritta, innanzi all'altro cuscino, ritto in piede, immobile, tutto ferrato e sempre colla buffa calata sul viso, il maresciallo Lautrec. Venne finalmente il cardinal Sanseverino che doveva sposarli. Pronunciate le prime parole latine, disse sottovoce il Sanseverino al Lautrec: _Siamo all'altare, levate la buffa._ A queste parole, io che gli stavo quasi in faccia sull'ultimo gradino della balaustrata, e benissimo potevo notare ogni cosa, lo vidi star perplesso un momento, e quando poi alzò il braccio per levarsela in fatto, quello gli tremava forte come una canna sbattuta. Si scoperse alla fine; uno strido acuto della duchessa, che balzò in piedi spaventata, fu la prima cosa che successe a quell'atto, o subito un commovimento universale, un bisbiglio per tutta la moltitudine astante. Se invece della figura del Lautrec si fosse piantato li uno spettro, una apparizione spaventosa, che so io, un carcame d'uomo con teschio da morto che si movesse, la maraviglia, l'orrore, il commovimento non sarebbe stato maggiore. Io non ti saprei dire a che cosa potesse allora somigliare la faccia del Lautrec; soltanto io so, che faceva ribrezzo e spavento, tempestata com'era, guasta, mutilata dalle ferite, schifosa, e la sua voce che, come t'ho detto, m'era parsa così alterata, dipendeva da ciò, che uscendogli pel naso, del quale non gli rimaneva che la nuda e secca cartilagine, rendeva quel suono che dà la nota più bassa della cornamusa. E mai nè prima, nè dopo io non ho veduto faccia d'uomo più orribile di quella, a tal che, gli occhi al primo vederla involontariamente ne sviavano. Ma in mezzo allo sconvolgimento, al bisbiglio, che grado grado si trasmutò in frastuono, il Sanseverino imperturbabile seguiva a pronunciar la sua formola fino al punto che si rivolse alla duchessa Elena, la quale s'andava contorcendo le mani e faceva tali atti che pareva al tutto uscita di sentimento. In quel punto tutti si stavano in grandissima aspettazione di quel ch'ella avrebbe risposto, ed al rumore succedette un silenzio così profondo, così perfetto, che s'udirono chiaramente le due ore di notte che suonavano in quella all'orologio posto sopra la chiesa; la duchessa si ritrasse allora in mezzo alle sue donne, quasi volesse ripararsi fra quelle.... e una voce che sordamente le andava gorgogliando in gola, uscì finalmente in un _no_ acuto e disperato, che fu ripetuto dalla vôlta del tempio, e via fuggì precipitosa e come fuori di sè.... e le dame, e i paggi, e il seguito le tennero dietro in grandissimo disordine. Il Lautrec si percosse la fronte col pugno, si udì esclamare in francese: _Ah! Il mio presentimento!_ con voce disperata, e assumere poi in quel punto medesimo una tale immobilità che pareva una cosa senz'anima. La duchessa era già fuggita con tutto il seguito; gli astanti, l'un dopo l'altro, dileguati, la chiesa quasi vuota del tutto, che il Lautrec stava ancor là immobile. Si scosse poi tutt'a un tratto, quando anch'io stava per uscir cogli altri. Si scosse con atti da furibondo; lo vidi ascender l'altare, afferrare il sacramento quasi volesse scagliarlo per terra, ma, trattenuto a viva forza dai tre cardinali inorriditi, cosa impossibile a credersi, quel terribile soldato cadde svenuto nelle loro braccia. L'amore che portava a quella donna toccava il furore, era fisso di possederla ad ogni costo, ed è facile a comprendere che non avea voluto scoprirle la propria deformità prima di quell'ora, credendo che, stretta dal tempo e innanzi all'altare non avrebbe saputo rifiutarlo. Ed io t'assicuro che, sebbene quell'uomo mi fosse odioso per mille ragioni, pure in quei momento ne sentii compassione profonda. E anche adesso, ch'io so ch'ei non vuole altro al mondo che la mia morte, e pensando a lui mi assale un raccapriccio che mi tormenta, pure comprendo ch'era degnissimo di pietà in quel punto. Di un simil fatto puoi ben credere quanto si parlasse per tutta la città, e tanto più quando si seppe che ritrattosi il Lautrec a' suoi alloggiamenti, proruppe in tutto quel furore che aveva rattenuto per tanto tempo innanzi all'altare. Nessuno dei suoi più non osava accostarsegli temendo d'esser fatto in pezzi da quell'uomo terribile, e in quella sera medesima recatosi ad uno dei finestroni del palazzo dove alloggiava giurò di vendicarsi dell'insulto di quell'infame donna sulla città tutta quanta, e vedendo com'ella s'era chiusa in palazzo, fatto guardare da una schiera numerosa dei suoi, le prometteva verrebbe il dì che sarebbesi ancor trovato da solo a solo con lei, che lui stesso l'avrebbe fatto venire quel dì, che s'attendesse ogni peggior cosa, e l'ingiuria sì crudelmente fatta soffrire a lui le sarebbe costata sangue assai più che lagrime. Per verità che nella condotta della duchessa Elena riguardo al Lautrec c'era un'apparenza di perfidia; rifiutarlo per la sola cagione che più non aveva l'avvenenza di prima dava indizio ch'ella non lo avesse mai amato veramente. Ma s'aggiungeva a ciò un'altra circostanza, che agli occhi del Lautrec poteva far parere assai più trista quella donna. La condizion de' Francesi, dopo la battaglia di Ravenna, nè mai sconfitta costò tanto a quella nazione come una tale vittoria, aveva peggiorato a furia. Le truppe francesi dovevan sgombrare tutte le città della Marca, e que' tiranni della Romagna non avevan più nè a sperarne aiuti nè a temer vessazioni. Il Lautrec credeva si fosse infinta quella sua donna, e si fosse promessa a lui non per altro che pel timore di perder lo Stato o di che altro. E pensando a ciò, dava in così terribili smanie, che temevasi da que' suoi compagni d'arme avesse la sua mente a dar di volta del tutto.... Ma chi poteva mai sospettare che ogni cosa dovesse tornare in capo a me? Ascoltami or bene. Due dì dopo, quel tale Orlando m'entra in camera tutto scalmanato, e mi dice:--Non avrei mai pensato avessi a scegliere per tuo confidente quell'uomo tristo del Baglione. Il diavolo dell'inferno certo ti ha consigliato. Ma se a quel ch'è fatto non c'è più rimedio, or che sei in un gravissimo intrigo pensa a' fatti tuoi di fretta, e vattene con Dio, chè questo non è più luogo per te.--T'assicuro che in sulle prime non ho saputo comprender nulla di quelle parole, e stavo attonito, e mi venne anche voglia di ridere di quell'insolita furia, e con tutta calma gli risposi, ch'ei mi pareva più pazzo che altro, e però si spiegasse un po' meglio, ch'io non comprendevo parola di quel suo garbuglio. Allora mi spiegò chiaramente com'era la cosa ed io rimasi come sbalordito. Quel tristo Baglione il quale, mentr'era così orgoglioso ed atroce nel proprio dominio, superava poi tutti nell'accarezzare i Francesi, stimandoli il più valido suo aiuto contro il papa, forse per rendersi ancor più amico il Lautrec, gli disse (già ti sovverai delle parole che già ebbe a rivolgermi colui) gli disse dunque che nel tempo ch'ei si giaceva in letto ferito e moribondo, io aveva saputo sì ben fare colla duchessa, che assai facilmente l'aveva tirata all'amor mio, tantochè nessun altro adesso le stava sul cuore più di me. L'Orlando mi rimproverava l'aver io osato mettermi in quell'intrigo, mi diceva che mai non avrei dovuto dar retta alle parole di lei, che pure dovevo avere qualche esperienza di mondo. Quando gli risposi ch'egli era in un grandissimo errore, m'entrò a dire ch'egli sapeva tutto, che la duchessa era innamorata di me, che ne aveva le prove, e parlarne oramai la città tuttaquanta. Codesto insistere mi fece andar sulle furie, perch'io era certissimo che s'ingannava sul conto della duchessa, e per parte mia poi non era niente affatto innamorato di quella donna. Mi piaceva la sua bellezza, ma come piace un quadro del Leonardo e niente di più, e a Bologna avevo veduto la Bentivoglio che mi stava sempre dinanzi. A quel mio sdegno parve che l'Orlando credesse qualche cosa e pensasse di non darmi più noia. Insistette però perchè io uscissi subito di Rimini, dicendomi che il Lautrec aveva rivolto tutto contro di me l'odio suo, e in quella prima furia aveva giurato che mi avrebbe finito in ogni modo, che sarebbe venuto a trovarmi e non isperassi di sfuggirgli. Risposi all'Orlando, che se il Lautrec avesse voluto venire, venisse, che io non mi sarei già mosso di Rimini per lui, e per tutto l'oro del mondo non avrei mai voluto parer così dappoco in faccia a lui e a tutta la città.... Per questa risoluzione quel mio amico si partì allora da me assai malcontento. Del resto io parlai in quel modo all'Orlando perchè così doveva fare, perchè non è detto che si debba sempre mostrar fuori l'animo proprio. Ma ora ti confesserò, e non arrossisco niente, perchè sarei poi sempre pronto a far quello a cui l'animo quasi si rifiuterebbe, ti confesserò che io ne provai un certo sgomento. Conoscevo il Lautrec.... e cosa vuoi.... è questo l'unico uomo innanzi al quale io mi sento tutt'altro da quel che fui sempre. Qualche cosa d'orribile, che so io? di straordinario, di sovrannaturale nella natura di quell'uomo.... del resto poi non so. Ma tornando a quella sera, mi confortai così alla meglio, e fermando in ogni modo di far tuttociò che mai non mi desse a credere d'animo basso, e quasi a provare che io aveva coraggio veramente, uscii fuori senza pensare ai pericoli. Nel tempo che ho dimorato in que' paesi, io soleva prendermi grandissimo diletto, quando non aveva altro a fare, di recarmi così sulla spiaggia dell'Adriatico, o d'innoltrarmi talvolta qualche miglio in mare in uno di quei navicelli che s'usan colà; tanto quel cielo, quella natura, que' siti splendidi e pittoreschi, tutti nuovissimi per me, mi toccavano e mi davan forti scosse e grandissime fantasie. Avevo vent'anni, ero sventurato, la gentile figura della Bentivoglio spesso mi passava dinanzi come un'apparizione, avevo quella cara donna di mia madre a cui pensare, e della quale non mi giunse mai nuova finchè restai fuori, e godevo a star solo. Recavami sovente ad osservar le tordelle che, quando s'alza la marea, si riducono a riva e vi si fermano appoggiate immobilmente su d'una zampa, mi piacevano i gridi delle lodole di mare che annunziano il riflusso. A notte poi recavami talora a qualche distanza per godervi di quella scena così tranquilla insieme e così solenne, per sentire fra que' vasti silenzii, non interrotti che dal mormorio delle immense acque dell'Adriatico, i dolcissimi gorgheggi del chiurlo, il rossignolo marino, che ti mettono una sì soave mestizia nell'anima, che ti senti accorare, eppure ne hai piacere. E così, bene spesso tutto pieno di queste voluttà, sentivo batter le sei, le otto ore di notte ed ancor trovavami sull'acqua. Quando venne da me l'Orlando quella sera, eran passati due giorni ch'io non mi poneva in mare impedito dalle nebbie, che in quell'anno frequentissime, avean durato tutto il mese di maggio, e in quelle due notti appunto s'erano alzate foltissime. E per ciò, uscito di casa quella sera, e veduto come l'aria invece era sgombra affatto e lucentissimo il cielo, pensai di mettermi in mare, e saltato in un mio battello che tenevo legato a un piccol molo, in poche sbracciate fui ben lontano dalla riva, e così senza pensarci, tirato da quelle care bellezze, m'innoltrai molto in alto. Non era passata un'ora, quando a un tratto, come se per arte si fosse stirato un gran velone, mi trovai circondato dalla nebbia, leggera però in sulle prime, e diafana così, che lasciava vedere come un chiarore perlato. Fin qui quel nuovo fenomeno mi piaceva moltissimo, ma la nebbia in poco d'ora si raddensò tanto, e fu così folta tenebra d'intorno a me, che temendo di non poter ritornare per quella notte, maledii d'essermi posto in acqua. E speravo soltanto fosse per passar qualche barca di pescatore, che in quelle notti nebbiose colle torcie a vento vanno a cerca d'arzàvole, e stetti aspettando qualche buon incontro. Stato fermo così un pezzo mi parve sentir finalmente alcune voci in lontananza, e poi un batter affrettato di remi. Diedi una voce, e veduto allora che la nebbia si rischiarava e facevasi rossa sempre più, capii che erano le fiamme delle torcie e delle fiaccole, e ch'io era stato inteso. Diedi un'altra voce, finalmente vidi spuntar la prima fiaccola, e una barca, poi un'altra, e un'altra ancora, e molti navicelli. Non erano pescatori altrimenti, ma soldati francesi in gran numero che, veduta la bella notte, s'eran forse anch'essi messi a diporto sul mare. Io non aveva a temer nulla da loro, e senza altro lasciatele passare innanzi mi disposi a mettermi in coda a quelle e tornare a Rimini. Ora, intanto che mi passava innanzi l'ultima grossa barca, mi venne osservata la faccia del Baglione che mi guardò fisso e subito si volse a parlare ad un altro. E non mi era passato innanzi due tese, che fui scosso come da una cupa ed aspra voce, e sulla tolda vidi balzar in piedi, con un movimento rapidissimo, l'uomo istesso al quale il Baglione aveva rivolta la parola, parlar poi subito a quelli che gli stavano intorno, i quali pareva gli rimostrassero qualche cosa con grandissimo calore; e taluni poi volessero trattenerlo per forza. Ma colui, arraffata una torcia di vento, lo vidi dalla barca saltare in un piccolo navicello che gli veniva di costa legato, e strappata la fune, sviarsi da quella e venire alla mia volta. Io vogavo ultimo, perchè il mio battello non venisse percosso, camminando di fianco, da que' grossi remi delle barche, e, per esser solo, non potendo aver la loro velocità, ero rimasto molto indietro. Vedendo allora accostarsi a me quel battello, quantunque avessi un sospetto, ho potuto credere un momento venisse per meglio aiutarmi. Ma quando mi fu presso, la torcia a vento rischiarando la faccia di quell'uomo mi fe' correre un gelo per tutto il sangue: era la faccia orribile del Lautrec. Costui fece girare lo schifo e lo attraversò al mio. Mi guatò fisso un momento, mi afferrò per un braccio, e mi disse in italiano: _Aspetta_. Stette poi fermo ed immobile come ad ascoltare il battere dei remi, e le voci e le grida che si allontanavano, lasciò che svanissero del tutto, anche gli ultimi suoni più fiochi e lontani lontani, e quando la nebbia non essendo più attraversata dalle torcie e da nessun altro lume tornò a ravvolgerci nella sua fitta caligine, e il silenzio, un profondo, un orrido silenzio ci circondò da tutte le parti... si volse a me. Per quanto io fossi sopraffatto, per quanto io mi sentissi perduto, puoi credere che io stavo pronto, e aveva impugnata la mia daga grossa e a due tagli. Il Lautrec fermo l'occhio su quella, poi guardò a me, come se esaminasse parte a parte tutta la mia figura. Pareva mi volesse dire più cose ad un punto, ma i labbri tremanti pel furore non gli permettessero di parlare.... Del resto non ti saprei dire come fosse veramente... chè in quel punto io non era bene in me stesso. Ma proruppe poi a un tratto, e con quella sua voce nasale mi disse in francese mille arruffate parole, di cui altro non compresi se non che mi preparassi a morire, che la sua vendetta mi avea ghermito finalmente, che forse poteva esser l'ultim'ora anche per lui, ma in ogni modo non gli avrei mai sopravvissuto... e così grado grado facendosegli più aspra e terribile la voce, mandò nel suo bretone altissime imprecazioni, imprecazioni lamentose insieme e feroci, pareva un tigre ferito... e di slancio si gettò su me furibondo con tutta la persona. Ma, come doveva succedere, la barca gli sfuggì sotto, allontanandosi tanto che la fiamma della torcia si nascose dietro al nebbione, come dietro a un fitto velo, e lui cadde sull'orlo del mio schifo, che a quel peso accresciuto dalla caduta si ripiegò su d'un fianco al punto d'andar sott'acqua. Così in quel primo assalto costretto ad attaccarsi tenacemente al fianco del navicello, colui non potè niente lavorare col suo spadone, ma nè io pure avendo, pel trabalzamento, perduto al tutto l'equilibrio, potei difendermi, e caddi addosso a lui. L'acqua entrò allora nello schifo e, per quanto io fossi sbalordito, m'accorsi che non si aveva ormai più a morir di ferro l'uno per l'altro, ma sì tutt'a due annegati in un fascio, e fu tanta la mia disperazione allora, che colla daga menai più colpi al Lautrec che si riscosse, e intanto che l'acqua gorgogliando gorgogliando finiva di sommergere lo schifo, mi fece pure alquante ferite col taglio dello spadone. E allora, quasi a un punto, era un moto d'istinto? lasciammo ambedue i ferri all'acqua, ed io mi diedi a menar le braccia con una forza disperata e furibonda. La nebbia non era ormai più rischiarata che da un cerchio rosso e fioco, formato dalla torcia dello schifo del Lautrec che, trasportato dall'acqua stava per scomparire del tutto ed era lontano lontano. Vedi che se fossi anche stato solo era bastante orrore, bastante pericolo per morirne, ma quell'atroce uomo mi veniva d'accosto inesorabile, e imprecava anche con certi muggiti sordi... un pesce cane mi avrebbe dato minor travaglio. Intanto io mi affannava per raggiunger lo schifo di lui che galleggiava in lontananza, e tanto potei fare, che mi vi accostai, nè solo m'accostai, ma potei anche aggrapparmivi agli orli. Respiravo un momento, e fu allora appunto che mi parve di sentire un altro rumor di remi affrettato.... Altre voci.... Mi si allargò l'animo del tutto, e mi credei salvo, mando un grido, uno strillo acuissimo per dare un avviso di me... ma in quella mi sento afferrar per le gambe come da una tenaglia che stringe e morde, e a dar tirate e squassi tanto che le mani lacerate mi si staccarono dagli orli. Il Lautrec era già tutto sott'acqua, nè potei capire come fosse stato, e tirava in giù sempre con forza più tenace. Mi vidi di nuovo, e irrimisibilmente perduto, nel punto medesimo ch'io vedeva prestissimo l'aiuto, poichè molte barche mi si erano già scoperte, barche di pescatori, ed io seguitavo a gridar alto. Ma quando una voce s'udì fra quei silenzi a domandare: _Chi è qui? Chi annega qui?_ io non ho potuto parlar più. L'acqua salsa m'entrava pel naso, e tratto in giù precipitosamente, già mi si velavan gli occhi. Di que' momenti non ti posso dir altro. Ma tu vorrai sapere in qual modo io sia ancor qui vivo e sano. La cosa è assai facile ad intendersi: a que' pescatori venne fatto riscattarmi. Io mi risvegliai su d'un povero letto, avvolto in coperte di lana, tutto fracido di sudore, e chi mi raccolse mi raccontò poi come, alcuni momenti dopo che avean raccolto anche l'altro annegato che non dava segni di vita, loro si era scoperta una barca di Francesi che pareva vogassero in traccia di qualcheduno, e saputo com'era il fatto, pagarono alquanti fiorini d'oro a' pescatori e condussero con loro il Lautrec. A quanto ne ho congetturato, bisogna che, quantunque costretti dai comandi minacciosi del Lautrec a lasciarlo affatto solo con me, pure, veduto scorrere sì gran tempo, e sospettando, com'era ragionevole, qualche grave sciagura, più che il timore dello sdegno del Lautrec che in vero avrebbe messo sossopra tutto l'esercito, abbia potuto il timore di perdere un così gran personaggio, ed una delle più valorose spade di Francia. Così non riuscì al Lautrec nè di trarre, per allora, nessuna vendetta di me, nè della duchessa, che s'era chiusa in castello e assai bene fortificata, e due dì dopo, avendo le truppe francesi abbandonato quel paese, anche lui, sebbene per le ferite non potesse reggersi, dovette lasciarsi trasferire in Francia, dove il re lo aveva richiamato, conducendo seco un suo fanciullo di pratica altamente secreta, e intorno al quale correvano per Rimini molte e diverse voci; d'allora in poi più non ebbi ad incontrarmi con lui; ma alla battaglia di Novara, dove la barbuta savoiarda mi ferì a tradimento, subito mi venne in mente il Lautrec, e ho tentato ogni mezzo per cavar di bocca la verità all'assassinio; ma il suo labbro era di marmo e morì senza dir nulla. Allora il dubbio che mi sorse in mente si dileguò a poco a poco, e non sarebbe mai più risorto se l'attentato di ieri non mi avesse fatto ripensare al Lautrec. Del resto io t'assicuro che un simil fatto ha prodotto in me assai più meraviglia che altro; chè io avrei temuto bensì ogni peggior cosa dal Lautrec, ma da lui medesimo, a corpo a corpo, stimandolo sin qui, come tutto il mondo ancora lo stima, tanto onorato quanto feroce. Ben è vero che la forza dell'odio è prepotente, e può bene avergli fatto cambiare anche il costume, e sprezzare ogni legge di cavaliere; non so poi se in questi tre anni sia intervenuto nulla alla signora di Rimini, ma in ogni modo temo che quel che non è avvenuto avverrà di certo, che quell'uomo, come ho dovuto accorgermi, non dimentica e non riposa. CAPITOLO IV. Ma per lasciare una volta quest'uomo, continuò il Palavicino, altre cose mi avvennero in quel torno di tempo, e fu in quell'occasione che per la prima volta potei conoscer dappresso la Bentivoglio. Non ebbi dunque nemmen campo di riavermi dalle ferite e da una violentissima febbre che spesso mi induceva in lunghi deliri, che altre forti e dolorose scosse eran preparate per me. E quando trovandomi bene oramai e avendo risoluto partirmi di Rimini, mi volli recare a ringraziare, com'era dovere, e a prender licenza dalla signora che sempre aveva mandato a prender notizie di me, m'incontrai, mentre metteva il piede in palazzo, in un tale che era suo famigliarissimo, il quale mi dice:--Due mesi fa cotesto palazzo poteva benissimo non avere invidia del paradiso, ma ora è diventata la casa del pianto; e alla signora, che dopo quel che è avvenuto s'è concentrata in se stessa, che non si sa più tanto che si pensare di lei, vennero a far compagnia altri sventurati. Già vi sarà ben noto come i Papalini siensi impadroniti di Bologna, e i Bentivoglio abbian dovuto fuggirne a furia. Ebbene, son qui padre e figlia. Il magnifico signor Giovanni e la Ginevra si son rifuggiati presso la duchessa.--Questa notizia mi fu causa di dolore e di piacere a un tempo, e per tutte le ragioni fu tale insomma, che mi fece risolvere a fermarmi ancora in Rimini. Ebbi a meravigliare però che il Bentivoglio avesse voluto scegliere quel luogo per suo rifugio chè certo non era il meglio adatto, e toccatogli di ciò a quel tale che mi diede l'altre notizie, soggiunse: che il motivo veramente dell'esser venuto colà era tutt'altro da quel che il Bentivoglio aveva voluto far parere, ed ecco com'era la cosa. Il Bentivoglio sapeva che Giampaolo Baglione, signore di Perugia, non era ancor partito di Rimini, e al medesimo, che vedovo per la terza volta gli aveva chiesta la figlia due mesi prima, ed era rimasto senza risposta, veniva ora ad esibirgliela in fretta e in furia, sembrandogli in quell'improvvisa sua sventura, far grandissimo guadagno, e sperando per quelle nozze confederarsi stretto al Baglione, che era il più potente signore della Romagna e tutta cosa de' Francesi, e poter meglio così tentar l'impresa di ricuperare il dominio della sua Bologna. In quel giorno, quando entrai nella camera della duchessa, stavan seduti con lei in un crocchio, il Bentivoglio, la Ginevra, il Baglione. Un colpo d'occhio mi svelò come stava l'animo di ciascuno e la Ginevra mi parve così accorata, così spaventata, che io mi sentii tutto commuovere di pietà; e tutto il mondo già sapeva che, per una donna, il dar la mano al Baglione era incominciare una serie interminabile di patimenti e di guai. A te ho già detto come, avendola veduta una sol volta a Bologna, mi facesse tale impressione che la sua figura sempre poi mi comparisse in fantasia. Non era per altro così pazzo ch'io osassi nutrire nemmeno la più lontana speranza! Chi poteva misurare la distanza che interveniva fra me così infelice, così solo, così abbandonato, e così povero, aggiungi, colla figlia di così reverito e potente signore, con quella fanciulla i cui destini parevano avessero a comporsi interamente coi destini di un re? Ma in quest'occasione mi parve che si fosse immensamente accorciata quella distanza, ed io potessi farmele più dappresso senza che più mi paresse nè audacia, nè pazzia; forse un tale effetto dipendeva da ciò, ch'ella era divenuta così infelice, ch'io sentissi tanta pietà per lei, e che da questa appunto nascesse quella prepotenza d'amore che fa superare ogni ostacolo. Mi piaceva poi ch'ella fosse la figlia di sì grande e riverito signore, che l'altezza della condizione riflette sempre un gran lume sull'uomo e sui pregi suoi naturali; ma il saperla caduta da quell'alta condizione, la rendeva assai più venerabile agli occhi miei, le aggiungeva uno straordinario, un ineffabile prestigio. Quel misto di miseria e di splendore, quella giovanile bellezza, precocemente sfiorata dagli affanni, produsse in me tale effetto, che io non tel saprei dir qui a parole; e allora pensavo al mio stato, consideravo come anch'io fossi caduto assai basso per l'inesorabile volontà del padre mio, e m'esagerava in mente, e quella prima altezza della mia condizione e quella bassezza presente, e per la prima volta ho saputo confortarmi delle miserie in cui trovavami, non per altro, che perchè somigliavan tanto alla condizione di lei. E mi affannava per persuadermi che il destino avesse espressamente combinata quella parità di sventura, e condotto gli eventi così, che io e quella fanciulla infelice ci trovassimo uniti ambedue nel medesimo tempo e nel luogo medesimo. Ma il veder lì presente quell'uomo osceno ed atroce del Baglione mi dava poi un insopportabile affanno. E pensa come stesse l'animo mio quando, alcuni giorni dopo, l'Orlando mi parlò dell'angoscie e dei pianti di quella poveretta, e come tremasse della gelosa severità del padre suo e non osasse contraddirgli, e in pari tempo come avrebbe voluto morire piuttosto che darsi in braccio al Baglione. E però un giorno più dell'altro mi andavo sempre più infervorando in quell'amore che doveva essere la mia disperazione e il mio conforto a un tempo. Una sera nei giardini del palazzo della signora, la quale in quel tempo si comportava meco d'una maniera assai strana e impacciata, a me venne fatto di rivolgere alcune parole alla fanciulla, e d'udirla parlare, e si tenne parola della condizione di Bologna, e della loro fuga e de' Francesi, dai quali il padre suo sperava tutto, e rimasi maravigliato della perspicacia straordinaria di lei in cose segnatamente nelle quali le donne non sogliono, per lo più, aver molto intendimento. E più maravigliato ancora quando potei comprendere ch'ell'aveva in pessima stima il nome francese contro l'opinione del padre suo, e mi raccontò una storia mesta d'una giovanetta sua amica che da uno di que' gentiluomini francesi che stavano col Gastone era stata condotta a malissimo termine, onde ne era poi morta di crepacuore, e pensa che tenerezza io sentissi di lei in quel punto che, piena di santo sdegno malediceva quel tristo, e su quel viso fatto rosso dall'ira cadessero ad un tempo le lagrime a dirotta. Egli è a codesti slanci di passione e pietà inestimabili che una donna ti si fissa in cuore, e non te ne uscirà mai più per tutta la vita. Ma tu vedi come provvedessi alla felicità mia sempre più infervorandomi in quell'amore che non poteva avere che un miserabilissimo fine, per esser le nozze col Baglione inevitabili. Alcuni giorni dopo ho potuto accorgermi di un far contegnoso ed insolito tra la duchessa e il Bentivoglio che mi ha messo in volontà di domandare quel che fosse avvenuto, e seppi poi che la duchessa Elena, a cui disperatamente la Ginevra erasi raccomandata s'era interposta e parlò al padre di lei, e tentò ogni mezzo a persuaderlo perchè non sagrificasse così miseramente l'unica sua figliuola. Ma riuscendo al Bentivoglio nuovissimi que' ragionari, e non sapendo nulla dalla figlia, che mai non aveva osato aprirsi con lui, salì in grandissimo furore e duramente si ritrasse colla Ginevra, che ebbe a passare amarissimi giorni, i più dolorosi della sua vita, ond'io tutt'alterato e commosso, e quasi disperato: Oh che fai tu, proruppi volgendomi a Dio e stoltamente imprecando, colla tua giustizia e colla tua misericordia se permetti che costei abbia a morire di angoscia per la tirannia dello spietato suo padre e se non provvedi a liberarla dalle mani scellerate di quel laido uomo del Baglione. Or senti cosa va a nascere, e va poi tu a negare la provvidenza di Dio infinita. Due giorni dopo, faceva l'alba appena, entra da me l'Orlando: Grandi novità! mi dice; io m'alzo sul letto pieno d'attenzione, impaziente. Non sai nulla tu di Giampaolo Baglione? --Nulla ne so, gli rispondo; ma cos'è avvenuto? --È avvenuto, soggiunse, che stanotte i suoi famigli corsero per messer Liborio chirurgo, e credevano fosse morto in letto. --Morto in letto?... Ma chi, morto in letto? --Il Baglione, che non si sarebbe mai creduto. Stamattina però s'è alquanto riavuto, ma gli è dato fuori un male orribile, un mal vecchio; paga insomma i suoi disonesti peccati, ed ora è peggio malconcio assai di Lucio Silla. Altro che nozze, Manfredo, e il Bentivoglio è rimasto a secco. Eran corsi due giorni infatto che il Baglione non s'era lasciato vedere a palazzo, ma nessuno ci badava sapendo che strano uomo lui fosse, e d'altra parte colle sue mille lancie alloggiava fuori di Rimini un miglio. Io non ho saputo nè quel che ne disse, nè quel che ne pensò il Bentivoglio allora; nè ho potuto godere dell'improvviso sollievo della povera sua figlia, alla quale aveva Iddio così manifestamente provveduto. Fatto sta, che in quella settimana medesima m'alzo una mattina ed esco fuori. La città essendo ormai assai tranquilla, d'ogni minima cosa vi si parlava a lungo, però sento dire da tutti che il Bentivoglio colla figlia erano, da qualche ora, in viaggio diretti precisamente a Milano. Se tre dì prima io m'era sentito così confortato veggendola salva ormai dal pericolo d'andar sposa del Baglione, altrettanto fu l'abbattimento mio quando mi venne udito ch'ella non era più in Rimini. Quantunque non mi fosse conveniente il recarmi spesso presso a lei, finchè si rimase colla duchessa, e passassi molti dì senza nemmanco vederla, pure il sapere ch'ella respirava quell'aria medesima della città ov'io mi trovava, ch'ella mi era vicina, che se in me fosse mai nato un indomabile desiderio pel quale non potessi stare senza lei, avrei pure potuto recarmi a vedere quel divino suo volto, tutto ciò mi dava un indicibile conforto, e scosse e soprassalti di giubilo potente. Quando seppi dunque ch'ella era partita, che una grande distanza già mi divideva da lei, ch'era forse probabile ch'io non avessi a rivederla mai più, io ne rimasi così percosso, così sconsolato che sentii pesarmi l'esistenza addosso e desiderai di morire. Nè il sapere ch'ella fra poco sarebbe stata in Milano, vedi bene che speranze poteva darmi, giacchè non v'era una ragione perch'io potessi tornarvi, e a vivere onoratamente senza ajuto altrui, ciò che troppo mi pesava, conveniva mi acconciassi con qualche capitano, il quale assoldasse gente e fosse in pari tempo nemico alla Francia. Ora quel che avvenne di me da quelli anni in poi tu lo sai, e come risorgessi a un tratto per la subita morte del conte, fratello di mia madre, che volle beneficar me sovra tutti... Per verità che sino a questo punto, quantunque abbia trascorso dei momenti ben tristi, pure ho ancora a lodarmi della sorte mia, la quale mi cavò di tante sventure e tanti disastri; e volesse Iddio che le cose sempre, in avvenire, mi corressero così ma vuol essere difficile... Frattanto due sole cose io desidero ardentemente: che si vinca la battaglia di domani e che il Bentivoglio, vinto dalla necessità, non si rifiuti a concedermi la figliuola sua, della qual cosa è viva la speranza in me, vedendo che per la condizione in cui trovasi lui e la Ginevra, non è già facile che attiri l'attenzione di chi ha Stato o potenza in Italia o fuori. In quanto poi al Baglione, se non è già spacciato a quest'ora, non passerà gran tempo che lo sarà. So bene che qualche mese fa era corsa la voce ch'ei si fosse molto bene riavuto, ma io non ci credo niente, e il conte Besozzo che, non è gran tempo passò per Romagna, mi assicurò ch'altro non sono che falsissime dicerie." A queste parole il duca di Bari, sapendogli male di lasciare l'amico in quell'inganno crudele, fu quasi tentato di metterlo in cognizione d'ogni cosa, ma ricordandosi della promessa fatta al Morone, e pensando che i consigli di costui non potevano essere in fallo, si tacque. In questa, i due giovani udirono scattare il martello dell'orologio della torretta che battè due tocchi. --L'ora è ben tarda, disse allora il Palavicino, e bisogna ch'io vada alla casa del Besozzo, dove stassera si raccoglieranno un cinquanta del nostri che staranno pel duca Massimiliano e per te, duca Francesco. --Non so se il castellano abbia licenza dal cardinale di Sion di lasciarti uscire? --Sa il cardinale il perchè, ed ha già dato gli ordini. --Quando avremo a vederci noi? --Domani all'alba. --Addio dunque frattanto, e confida nella sorte e in Dio. --E in chi altri ho a confidare? Dopo l'attentato di jeri notte, dopo ch'io so che la morte mia è desiderio e fine assiduo di chi si nasconde tra l'ombre, a me par come di passeggiare su d'un terreno, sotto il quale si celi una mina; però, se a me non accadrà d'esser balzato in aria sfracellato, non sarà che un miracolo d'Iddio. Detto questo, si licenziò dal suo Francesco Sforza, che lo volle abbracciare. Quando fu per uscire si scontrò nel Morone, che veniva dalle camere di Massimiliano e che gli disse: --È qui il duca Francesco? --Egli è qui difatto; siete venuto a tempo, ed io vi lascio con lui; a rivederci all'alba. E senza più altro si partì lasciando appunto il Morone col duca. Quando il romore che faceva il puntale della spada del Palavicino si perdette sotto alle volte del castello, il Morone si rivolse al duca di Bari, il quale misurava a lenti passi lo spalto, richiamandosi in mente tutto quanto gli avea detto il suo amico. --E così, disse il Morone, non sa nulla? --Nulla affatto. --Neppure un sospetto? --Neppure. Ma io fui tentato dirgli ogni cosa, quando mi raccontò quel che avvenne tra lui e il Baglìone altra volta, e come la figlia del Bentivoglio per miracolo abbia potuto sfuggire dalle mani di costui; e mi faceva grandissima pietà il vedere quant'egli viva tranquillo e sicurissimo, e creda anzi che il Baglione sia così malcondotto da certo suo morbo osceno, che non possa ormai più riaversi. --Ed era appunto quanto credeva tutta Italia, e quanto desideravano gli sventurati Perugini. Ma il lettore di medicina allo studio di Pisa, messer Lucio Bandini, voleva in ogni modo esser maladetto da tutti i suoi concittadini, e almanaccò notte e dì per guarire il Baglione, e vi riuscì; ed ora Giampaolo alloggia in Lodi colle sue cinquecento lande. --Ma in che modo sapete che il Bentivoglio s'è recato da lui? --Vi basti che ne sono certissimo, come son certo che le nozze che non han potuto aver luogo tre anni fa, tosto si compiranno in uno di questi dì. Il Marsiglio di Lodi venne jeri da me e mi disse ogni cosa, ed io gli raccomandai stesse alle vedette e m'informasse di tutto minutamente. So anche che il Bentivoglio jeri si recò a far visita all'abate di Chiaravalle; nessuno me ne disse il motivo, ma è facile congetturarlo. E pare che gli prema dar sesto alle sue cose in fretta e in furia, e sagrificare la figlia senza le formalità che possono trarre in lungo ciò che egli vuol subito. --Il Palavicino mi disse il perchè, anche tre anni fa, premeva tanto al Bentivoglio d'unirsi in parentela col Baglione. --Ed è facile a comprenderlo, e per ricuperare la sua Bologna metterebbe Cristo in croce; ma è quanto per verità io non vorrei che avvenisse. --Perciò era mio consiglio mettere in cognizione di tutto il Palavicino stesso, il quale, chi sa, forse avrebbe trovato il modo di stornar quelle nozze. --A suo luogo ed a suo tempo si potrà benissimo palesargli la cosa, ma oggi no. La notizia intempestiva l'avrebbe messo sossopra, e a noi è bisogno invece ch'egli sia benissimo in sè stesso. Perchè, già non è bisogno ripeterlo, questo giovane può essere di grandissimo peso nella causa vostra, e dell'ardore appassionato che ha per voi, e dell'odio che porta alla Francia può accender gli animi di tutto l'esercito. Io so benissimo come vanno queste cose, e come un solo talvolta valga per tutti. Dunque è bisogno ch'egli non sia stornato da nessun altro pensiero, che se domani si avesse mai a vincere la giornata, si troverebbe facilmente il modo di tener lontani il Bentivoglio e il Baglione e allora porrò il pegno io stesso che la Ginevra sarà sua e non d'altri. --Sperate voi dunque che s'abbia a vincere la giornata? --C'è l'uno per cento di probabilità; è ben poca cosa in vero, pure alle volte quest'uno è tutto, come ho detto. Del resto è sempre profittevole prepararsi al peggio che al meglio. Il re, senza contar le lancie, i lanschinetti, i fanti della Gheldria e i Guasconi, ha seco seimila cavalieri, il fiore della milizia d'oggidi, quarantamila fantaccini e diecimila uomini d'armi. E noi? cosa abbiamo noi? Cotesti svizzeri che non arrivano a cinquantamila, ed è qui tutto, e combattono per le paghe. Se poi le forze di re Francesco avesse ad ottenere quel che pur troppo è così facile ad ottenersi, allora la lega tra il Bentivoglio e il signore di Perugia mi porrebbe in peggior fastidio assai, e più che prima mi bisognerebbe che il Palavicino sposasse la Ginevra, e l'Appennino tagliasse l'amicizia dei due tiranni. --Comprendo quel che volete dire; ma la cosa è al tutto impossibile. E per verità, sebbene in questa durissima stretta io non dovrei che pensare alla sventura della casa nostra, pure la sorte del Palavicino mi affanna, e vedo che furia di guai già lo minaccia dappresso. --E questo mi pesa, per verità mi pesa, o duca, perchè alla fortuna di questo giovane io lego la vostra, la mia e la fortuna di tutta la città. Pure a molti costui non parrebbe che un semplice gentiluomo, buono tutt'al più che a lavorare di spada; ma io so bene quel che se ne cava. --Anche se i Francesi avessero a rimettere il piede qui? --Anche se Milano n'andasse tutta sossopra per loro, a me parrebbe d'aver fatto molto se mi riuscisse di gettar la discordia tra il Bentivoglio e il Baglione, e di mettere fra costoro due il Palavicino, perchè dopo, potete ben credere che giuocando a tavola reale, nessuno mi sbancherebbe. --Ciò è verissimo. --Questi tirannetti da feudo, sentine di vizj e di nefandità orribili, più dannosi della gramigna in un prato, han bisogno di una falciata ben netta che lor seghi il collo in una sol volta. Dieci anni fa si diceva ogni gran male del Valentino; ma a me, che ne ho sentito l'odore da lontano, non parve poi che portasse così gran fetore, e il ferro e il fuoco, a cui egli ricorreva così spesso, era buono a qualche cosa, credetelo a me. Ma tornando a noi, se il Bentivoglio, che in fondo è un galantuomo, si collegasse mai coll'atroce Baglione, papa Leone se ne resterebbe coi desiderj. Allora questo paese nostro anderà tuttoquanto sossopra, e i frantumi rimarranno nelle mani di coloro che, armati fino alla gola, se ne stanno a riva per godersi lo spettacolo del nostro naufragio. Ecco perchè desidero che il Palavicino sposi la Ginevra, e che nasca discordia tra questi due reicoli, che son quelli che più contano in Romagna. Son cose ben leggiere, leggiere al punto, che si perderanno inavvertite nella farragine di tanti avvenimenti; ma quando le cose saran condotte in modo che il Bentivoglio abbia sempre a correre in su ed in giù tra il desiderio e la speranza, e a guardar sempre da lontano la cupola del suo San Petronio; che il Baglione abbandonato a sè solo, abbia alla fin fine a piegar collo e ginocchio, e l'acqua perugina filtri, corrodendo, tra questo semenzajo di tirannetti, da' quali i Francesi ricevono tanto ajuto, vedrete che il papa prenderà il suo partito e virerà lui stesso la nave allora, e questo giovin re, così alterato dal vin di Provenza, pagherà forse ben cari i sorrisi, che il santo padre gli fa adesso. Dall'istante io temo tutto. Dall'avvenire qualche cosa attendo. Sperate. --Per verità, messere, disse allora il duca di Bari, io tremo vedendo che nel Manfredo collocate le vostre speranze. --Eppure se mi verrà fatto di stornar le nozze del Baglione colla Ginevra, io mi gioverò assai bene di questo giovane. In tutta Milano, come v'ho detto, non v'è altri che più vi sia affezionato di costui, e non so quel che farebbe per il maggior vantaggio della causa vostra. --Ed è per questo che mi pone in apprensione grandissima il vederlo in così dura e pericolosa condizione, perchè, posto anche ch'egli abbia a sposar la Ginevra, non vedo per questo ch'egli possa essere al sicuro di nuove sciagure. Poco fa mi raccontò del Lautrec e della duchessa Elena, signora di Rimini; e che da questo strano intrigo non abbiano ad uscirne altri, è quanto ragionevolmente non si potrebbe credere. L'attentato d'jeri notte intanto n'è un tristo indizio. --Pur troppo, o duca, gli è chiaro che il Lautrec ha pagato gli assassini... Ma adesso rechiamoci dall'eccellentissimo fratel vostro, che stassera mi è caduto d'animo affatto, e si vuole confortarlo. CAPITOLO V. Intanto il Palavicino, uscito dal castello di Porta Giovia, messo a un piccolo trotto il cavallo, passato per quelle vie bistorte tagliate a sghembo, senza livello, a piani ineguali, che allora venivan tutte distinte dal comune appellativo del Baccio, casupole e catapecchie della più minuta e lurida accozzaglia di plebe, si trovò presto nella vetusta contrada dell'Orso-Olmetto. Qui gli giunse all'orecchio un rumore, un frastuono insolito, e traendo dietro a quello, dato di sprone al cavallo e pervenuto al canto estremo di quella contrada, vide gran moltitudine di gente insaccarsi nella vicina di Brera del Guercio. Assai sollecito di sapere quel che fosse, arrestò un momento il cavallo, e ad uno che gli veniva accanto pedestre domandò la causa di quell'insolito movimento. --Sono i _tôffi_ e i _caramogi_ di Porta Tosa, gli rispose il buon uomo, usciti dalle puzzolenti lor tane, a trarsi dietro tutta la folla degli altri birboni, e Dio sa che sconquasso saran per fare stanotte. --È un pezzo che sono in volta costoro? --Sarà un'ora adesso. Dal momento che si seppe che i soldati svizzeri eran stati chiusi in castello per non uscire che all'alba di domani, e i cento cavalli del Coreggio non potevano più staccarsi dalla greppia delle stalle ducali, subito si videro delle novità. E non par vero non siasi pensato a provvedere a tanto disordine. Figuratevi che in tutta Milano non ci sarebbero dieci labarde, a pagarle cento ducati per ciascuna... Sentite, sentite che or va in rovina tutto il rione di Brera... sentite... S'udì in quella di fatto un gran rumore, un tintinnio, un tempellamento vasto e prolungato come di vetriere che si lasciassero cadere o si gettassero a fracassarsi sulle lastre delle contrade. --Scommetto, continuava a dire il buon uomo mentre tendeva l'orecchio ad ascoltar meglio; scommetto che è il palazzo del marchese Birago che va in ruina!... Domando io, cosa dirà quel signore quando, tornando dalla campagna, vedrà le sue gallerie ruinate così!... E a pensare che gli costarono ventimila gigliati!... tutte lastre di vetro fatte venire appositamente dalle fabbriche di Murano... Sentite! non è ancora finito; l'hanno co' palazzi de' gran signori, quest'oggi, che sanno essere usciti di città... E quel birbone del Tita, vetrajo, che non par vero non siasi ancora ammansato dopo tanti e tanti tratti di corda, s'è fatto lui capitano de' _tôffi_ e dei ladri, ed ha risoluto di far la guerra ai vetri di Milano. Domani i cavalli non potranno andar in volta per la città, e ai poveri scalzi sanguineranno i piedi... Basta; si può ancora sperare, caro signore, e presto si rimetterà il governo francese, e torneranno i guasconi a tener soggetta la canaglia... A tali parole, il Palavicino, senz'ascoltar altro, die' di sprone al cavallo lasciando in mezzo alla via, colla bocca ancora aperta, il buon messere che avrebbe voluto dir molte altre cose, e prese pel lungo viottolaccio del monastero di s. Giuseppe, viottolaccio quasi tutto attraversato da cavalcavie, e rallegrato da una quantità straordinaria di agiamenti che inallora non erano ultima parte dell'esterno ornato delle case. Giunto sulla piazzetta di Santa Maria della Scala, il brulicame della gente era anche qui ben fitto, e veniva tanto quanto rischiarato da certi staggi o tizzoni ardenti ed agitati all'aria da molti di coloro. Su quella piazzetta per altro non v'era ciò che propriamente si direbbe _tumulto ribellionario_, v'era soltanto un'ilarità baccante, uno straordinario buon umore. Ciò dipendeva forse dalle molte bettole che in quel sito mostravano trionfalmente il sempre verde alloro e che riversavano sulla via una quantità di persone molto bene avvinazzate e fervide di una scomposta vitalità che, per una cagione insolita, difficilmente in quella sera poteva determinarsi all'ira ed alle risse come suol quasi sempre avvenire. Ma qui è necessario spendere qualche parola intorno a quello strano commovimento. Ogniqualvolta c'incontriamo, leggendo le storie, in qualche tumulto popolare, per poco che si voglia indagarne le cause, le troviam sempre gravissime, e d'altra parte vediamo in quelle occasioni essere costante il fenomeno di una moltitudine invasa da un furore violento. Bocche che gridan pane, e campi che non danno raccolto, scarsità insolita di danari e balzelli a furia, iniquità che abbian fatto traboccar la bilancia, violenze incomportabili sono per lo più le solite punture e battiture per cui la belva immane della moltitudine si fa lecito di mostrare i denti. L'altro fenomeno si è, che contro a questa belva infuriata, formidabile, prepotente, c'è quasi sempre una sufficiente forza armata che serve a mantenere l'equilibrio e a non permettere che il pubblico, così pieno di pretensioni, soddisfi ad ogni suo capriccio. Ma di tutte queste consuete circostanze questa volta non ce ne appare una sola, e invece ci si offre un fatto straordinario e tale che forse non ne fu mai un altro simile nè prima, nè dopo. Una moltitudine nel complesso ancor bene satollata e ben pasciuta, poco di denaro e poco di ricchezze se vuolsi, ma tali però ancora che non potevano promuovere eccessivi lamenti; qualcosa in ombra, in barlume bensì di sovvertimento, di rovina, di confusione ma, di cui le intelligenze volgari non potevano avere nessun sentore; epperò nel complesso di tutta quella vasta famiglia, quel che si direbbe tranquillità dell'animo. Con tutto ciò il maggior numero de' membri di quella esce d'improvviso dalla consueta operosa tranquillità, dalle abitudini quotidiane, si danno la voce, alzano qualche grido eccessivamente acuto, e si accingono a fare ciò che si direbbe una sommossa. Ma in quella sera del 14 settembre si potè far sul vero uno studio pratico quale infinite volte è stato fatto per teoria e per congettura. Si potè determinare il valore intrinseco e preciso delle leggi, dei capitoli d'uno statuto, d'un decreto, quando per caso non vi sia la forza armata che lor venga in aiuto. E si ebbe d'altra parte, in un'angusta scena, lo spettacolo della società che tenta adagiarsi e rimettersi nella ragione di vita semplice e larga degli uomini antidiluviani. Alle ventiquattro di quel giorno, come già sappiamo, tutti i soldati, tutte le guardie che si trovavano in Milano furon sottratti improvvisamente allo sguardo de' cittadini. Le casacche screziate delle labarde svizzere che si vedevano a tutte l'ore del dì sulle porte del palazzo ducale, del senato, del collegio dei dottori erano scomparse. I larghi braconi della numerosa guardia del bargello che s'affollavano sulla porta del Capitano di Giustizia, delle prigioni di porta Romana, e di quelle della Malastalla erano scomparsi; di tutta quella razza d'armigeri non avvezzi ad uscir delle mura, s'era voluto fare un corpo di riserva, e cogli Svizzeri erano anch'essi stati chiusi in castello per non uscir più che al campo. Perciò la legge, questa formidabil vecchia, che nella sua decrepitezza è sempre attiva, inflessibile, antiveggente, sempre pronta a stendere l'artiglio e ad ingoiare colpevoli, fece in quell'occasione un'assai meschina figura; voleva ancor gridare bensì dalle aule del palazzo di giustizia o dalle cantonate delle contrade, ove stavano ancora affisse le tabelle, i decreti, le comminatorie e simili; ma eran voci che andavano perdute tramezzo al vasto frastuono, mentre ciascheduno intanto pensava cogliere l'opportunità e fare il suo comodo. Si presentò adunque il caso d'una moltitudine per se stessa disposta alla tranquillità, e dell'assenza assoluta della forza armata; il caso d'un fiume placido, non ingrossato da nessuna straordinaria alluvione, cui improvvisamente sian tolti tutti gli argini, tutte le dighe e tutte le conche; e siccome un tal fiume uscirebbe ugualmente da quel letto dove l'arte lo ha costretto per forza, e volgerebbe di tratto la sua corrente per dove da antichissimo era naturalmente inchinato, così pure doveva comportarsi una moltitudine, abbandonata a sè stessa, improvvisamente, senza i freni dei soliti tutori; poche similitudini vengono così a cappello come questa; del resto la plebe milanese, trovatasi improvvisamente in tanta libertà, s'accorse di molte cose alle quali forse non aveva mai pensato. Tutti coloro che si stavano stipati, addossati l'un l'altro, epperò molto incommodi e addolorati del pigiamento assiduo, sull'ultimo e più vasto gradino della gran scala sociale, alzarono un tratto uno sguardo invidiosissimo verso coloro che stavano ai primi posti. E l'effetto di quell'invidia fu così pronto e potente, che si propagò di pensiero in pensiero quasi una spontanea inspirazione di mettere in pratica, quel che oggi si direbbe, l'assurda teoria de' comunisti. Tutta la lurida accozzaglia de' caramogi, de' bordellieri, de' ladri, che di solito se ne stavano stipati ne' viottoli, ne' crocicchi, all'ombra dei cavalcavia, addossati a venti, a trenta nelle putride e puzzolenti lor tane, o sparsi nelle bettolaccie affumicate di porta Tosa a trincar _caspio_, sbucarono improvvisamente all'aria come una moltitudine di topacci che, al cessare di un rumore, esca tutta lercia dal fetido pattume, dispostissimi a tentare in grande quelle minute guerricciuole a cui s'erano avvezzi allorchè quatti quatti al canto di qualche via remota aspettavano la solitaria pedata dell'improvvido borghese. Nè solo quest'ultima feccia del popolaccio aveva presa una simile risoluzione, ma anche buona parte di coloro che, sebbene non agiati, avevano però i mezzi di trarre abbastanza di guadagno dalle proprie fatiche; e coloro segnatamente fra questa classe d'uomini, che erano dotati di gioventù, d'ardimento e di sfrontatezza. Quantunque la causa prima e più efficace che ha determinata l'infima turba a sovverchiare la più distinta classe, sia quella che già abbiam detto, pure alcune altre circostanze avevano concorso a dare l'avviamento a tante volontà. Ne' dodici anni che Milano fu sotto il dominio di Luigi XII, i nobili e i più facoltosi Milanesi erano stati assai accarezzati dai governatori francesi, e però piegando alle lusinghe, s'erano intrinsecati assai strettamente cogli uomini d'armi, coi baroni e cavalieri che appartenevano a' più cospicui casati di Francia. La qual cosa aveva fatto sì che tutte le violenze, i soprusi e i carichi eran venuti a cadere sulle teste della plebe minuta, la quale più d'una volta aveva tentato bensì sfogare il suo malumore, ma era stata costretta, in ogni occasione di tentativo, rodersi in segreto e ritirarsi per certe improvvise scorrerie di cavalleggieri francesi che, uscendo a tutto galoppo dal castello, attraversavano le più popolose contrade della città. Venuto però al ducato il giovine Massimiliano, l'aspetto delle cose s'era al tutto mutato. Il giovane duca, o meglio il Morene, il quale operava di queto e sott'acqua, sapendo che il partito de' nobili gli era contrario, si diede a proteggere la plebe e far gravitare sui patrizii tutti i pesi dello Stato. Un mese prima del giorno in cui ci troviamo, la plebe s'era posta in armi per respingere alcuni corpi di presidio che il maresciallo Trivulzio aveva tentato introdurre in città; Girolamo Morone aveva pensato ajutare quel popolare sommovimento, e tanto fece, che il Trivulzio aveva dovuto ritrarsi dalla propria impresa. In quell'occasione si promisero grandissime cose in compenso alla plebe, e si cacciarono dalle magistrature quasi tutti coloro che le erano in odio. Non è a dire quel che allora fece la plebe protetta in tal modo; alcuni di que' magistrati furon presi a sassi e peggio, e molti dei loro palazzi furono posti a ruba, ed a sacco. Dopo qualche tempo il duca aveva fatto proclamare che egli voleva affidare le chiavi della città al suo popolo, e che in avvenire i cittadini sarebbero stati immuni da qualunque aggravio; il qual editto produsse che i nobili più e più s'alienarono dallo Sforza e più gli si affezionò la plebe. Passato qualche tempo, tutto si venne racquetando; ma in questo giorno il buon popolo ancora imbaldanzito e seguendo la natura de' fanciulli viziati, si ricordò del giuoco goduto alcun mese prima, dal quale aveva raccolto tanto diletto, non disgiunto da molto utile, e di quello spettacolo, non è da maravigliarsi, se si volle la replica a richiesta generale. Quella massa oscura inoltre che s'addensa nelle officine della città, ignorantissima, ma acuta, priva d'ingegno, ma dotata d'istinto, aveva come sentito l'odore de' Guasconi, de' Borgognoni, dei Parigini, e aveva presentito che coloro fra pochi dì avrebber fatto da padroni nella città e rinnovate le amicizie antiche coi nobili e coi facoltosi, pensarono adunque tentar qualche cosa in quella stretta di tempo, far guarnaccia pei dì della miseria, far pagare in anticipazione a' ricchi il buon tempo che stavano per godere, imporre loro una specie di tassa di buon ingresso. Ecco tutto. Non essendo però istigati da un appetito straordinario, e i rancori, dopo quelli che avevano sfogati tanto tempo prima, essendo di presente leggerissimi, non avrebber fatto il minimo tentativo, senza l'insolita circostanza di una libertà così completa. E quelle soverchierie e violenze a cui s'accinsero e condussero a termine in quella notte furon tentate in via di giuoco, di baccanale, di festa e d'orgia popolare e nulla più. Un uomo d'immaginazione, che sapesse fare gli opportuni cambiamenti, potrebbe figurarsi assai netto innanzi agli occhi lo spettacolo della città di Milano in quella notte, osservando una scolaresca numerosa dalla quale per caso siasi assentato il precettore severo. I più svogliati, i più accattabrighe, i più maneschi, mandando larghi respiri escono a furia dai banchi, cui li costringe una regola insoffribile, e si sparpagliano a dar qualche bussa, così per celia, ai condiscepoli che sono l'occhio dritto del precettore assente, di modo che quando al ritorno del maestro tutto ritorna in quiete, è frequente il caso che i privilegiati scolari abbiano a tastarsi le ammaccature e le membra indolenzite. Le turbe si sbandarono dunque così a caso per la città, ed essendo numerosa la quantità de' signori che in quel dì, a fuggire la tentazione d'uscire al campo, erano invece usciti in villa, pensarono di entrare in taluna delle loro case, a far quello che fanno i soldati quando mettono il piede in una città assediata. A quelle tuttora abitate dai loro padroni, potendosi dare il caso che si volesse opporre una fronte di servi e di famigli assai bene armata, e non volendosi rendere fastidioso e incomodo quel tripudio di festa, s'accontentavano di recar qualche sfregio leggiero, e tutt'al più eran sassate e torsi nei vetri. Così in quel breve spazio di tempo ch'era corso dalle ventiquattro alle due di notte, molti avevan già dato fine alle loro fazioni, e carichi di roba e di trofei s'erano dispersi a gruppi nelle numerose bettole della città, e ne' crocicchi e nelle piazze volentieri si fermavano a ridere, a schiamazzare, a far violenze facete. Così, appena il cavallo del Palavicino, mostrandosi al canto di S. Giuseppe, fece suonare la zampa sul lastrico della piazza di Santa Maria della Scala, e que' mille beoni, al lume de' tanti lampioni che si agitavano per l'aria ebber potuto accorgersi che la cappa del cavaliere era signorile, scoppiò un urlo così ineducato che davvero non parve promettere nulla di buono. --Giù! giù! s'udì poi da tutte le parti; giù da cavallo! Abbasso, abbasso! Non più lettighe, non più carrozze, non più cavalli! Giù, giù, tutti in volta a piedi stanotte! Prendiamolo a sassate, se tosto non obbedisce, a sassate, a sassate! Il Palavicino accortosi allora che aveva scelta malissimo la sua strada, nè più essendo in tempo di scansare il cavallo, procurò alzare la sua voce fra le migliaia che gridavano, per vedere se, dandosi a conoscere, gli riuscisse d'ammansare quell'ira. Ma la sua voce non era abbastanza forte, nè acuta per farsi udire in quel generale frastuono. E tutti coloro che assolutamente avevan fermo avesse il cavaliere a discendere e a mettersi a pari con loro, vedendo che non pareva niente disposto a far quello ch'essi volevano, già si facevano intorno a lui per passare dalle minacce agli atti; ma la buona fortuna non lo permise. Intanto che la folla preparavasi a soddisfare a' suoi capricci, dalla bettola ch'era sul canto a S. Giovanni, era uscito un laido omaccio, colla sua caraffa colma di vino nella mano destra, il quale omaccio, sebben fosse ubbriaco in quarto grado, conobbe la cappa signorile del Palavicino... e allora, movendosi così barcolloni, sempre tenendo nella mano la tazza che versava vino da tutte le parti, s'accostò al cavallo del Palavicino, e, stato in prima a guardarlo con due occhi stravolti, gli alzò poi la caraffa sino al petto e: --Tè! gridò, bevi anche tu, il mio caro marchese, bevi con me, che siamo amici vecchi!... e facendo una pausa svenevole e torcendo gli occhi sempre più: --È però anche vero che tuo padre è un nottolone di mal augurio, e fa sempre l'occhio del porcel morto quando ci guarda a noi.... Ma tu lo hai _sfalsato_, il mio caro Palavicino; ma tu sei amico della povera gente, e va benone.... La c'è però la bazza, ve', stanotte, la c'è e ci si sguazza dentro come scarabei al sole. Peccato che la voglia durar poco, il mio caro marchese, poco ti dico, poco.... Ma perchè non bevi?... bevi, il mio marchese, che la c'è la bazza. E sì dicendo voleva di tutti i conti che il Palavicino si prendesse la caraffa. Intanto la moltitudine, all'udire che quel cavaliere era il marchese Palavicino, tosto cangiò gli urli in evviva. Il nobil giovane era conosciutissimo di nome in tutta Milano, e tra per quello che aveva sofferto dal padre, tra per le sue larghezze straordinarie nello spendere e nel beneficare, erasi guadagnato la simpatia del popolo, al quale era diventato ancor più accetto, dopo l'assassinio tentato contro lui la sera prima. Così, cominciatosi a gridare--Viva il Palavicino--da quel gruppo d'uomini che gli si era serrato intorno, poco a poco il suo nome passò per tutte le bocche che gridavano in piazza, e, prese un così esteso giro, che lo si udì gridato in via Santa Margherita, e giù giù sino al Portone. Ma tanto l'odio eccessivo del popolo, come l'amore eccessivo può riuscire incomodo, e se alcuni momenti prima, il giovane Palavicino, aveva ragionevolmente provato qualche timore, adesso si sentì sopraffatto da una noja mortale. La folla gli si stipava sempre più intorno, e chi gli diceva una cosa, chi l'altra, chi gli profferiva la cena, chi il letto, chi la vita; quel bevone principalmente che gli aveva fatto il piacere di stornare da lui l'ira popolare, si ricattò poscia tormentandolo incessantemente colla sua caraffa in pugno, ed essendosi intestato che propriamente dovesse bere, già al rifiuto stava per prorompere in ira; e fu ventura che, sopraffatto da un capogiro, cadde a un tratto come un corpo morto riverso su chi stavagli presso, e tosto, per la folla che rinnovavasi continuamente, spari via come un tronco di quercia trasportato da una fiumana. Gli evviva intanto diluviavano, e il Palavicino, tutto in trasudore, disperava oramai di più rompere la folla, e con quel maggior fervore che gli era possibile, supplicava tutti coloro che deliravan per lui a dargli il passo. Soltanto, dopo aver trascorso una mezz'ora tra le noje insopportabili di questo banco di arene, cominciò un momento a sferrarsene, ed ebbe finalmente la consolazione di poter entrare nella contrada delle Case Rotte e di mettere il cavallo ad un piccolo passo. CAPITOLO VI. Giunto in sul canto di S. Martino in Nosigia, contrada che disparve, or farà un secolo, insieme alla chiesa di quel santo, visto il chiarore de' lumi alle finestre del palazzo del conte Mandello, amicissimo suo, pensò entrare da colui un momento, nella speranza che sarebbe esso pure nel numero dei pochi che avrebbero combattuto pei Sforza contro Francia. V'entrò dunque in fretta, e riconosciuto dai servi del conte, fu subito annunciato e messo dentro. Il conte a quell'ora era seduto innanzi ad una gran tavola sulla quale stavano ancora le reliquie di un lauto pranzo e una selva di guastade, di vasi, di bottiglie di vino. Si comprendeva facilmente come il conte molto si dilettasse di quest'ultimo per certi segni di un rosso carico tendente al violetto che mostrava sulle guance e sul naso. Del resto, fuori di questo indizio, che forse non poteva dare un'idea molto dignitosa di un tal personaggio, tutti i tratti del suo aspetto e della sua fisonomia erano d'una nobiltà straordinaria, e ne era non comune anche la bellezza e l'eleganza, se non che queste scomparivano spesso sotto ad una trascuratezza e cascaggine, quasi potrebbe dirsi, affettata d'atteggiamenti. Aveva certi occhi neri pieni di brio e in quel momento più lucenti ancora del solito. Gli vestivan il labbro superiore due gran baffi neri lunghi e puntuti, quantunque il costume d'allora portasse che i gentiluomini avessero a radersi compiutamente. Intorno alla tavola erano quattro seggiole alquanto smosse, nelle quali era manifesto che un momento prima ci dovean stare adagiate quattro persone, e gli oggetti che vi erano ancor dimenticati davano a divedere che quelle quattro persone dovevano appartenere al bel sesso. Il Palavicino, entrato in tempo per vedere a scomparir lesto lesto lo strascico d'una veste dietro una porta che subito erasi chiusa, s'era messo a sorridere guardando in faccia al conte, il quale fece in prima, a quell'atto, un volto assai significativo, poi soggiunse: --Potevano benissimo star qui; ma forse, all'abito scuro, t'hanno scambiato pel sagrista di San Martino, che è un santo, ed ora ci scommetto che quelle care pazze ti stanno a dar la baia; ma bisogna compatirle. --E anche tu sei sempre pazzo a un modo, caro conte. --E tu sempre savio, e al di là di quanto fa bisogno a' nostri dì. --La propria natura uno non può cambiarla. --Benissimo detto!.... Ma io vorrei sapere la cagione di questa tua visita in ora così insolita. --Mi rincresce che tu non l'abbia già indovinata. A queste parole il conte Galeazzo guardò fisso il Manfredo, e stato così come sopra pensiero: --Ah ah! disse; va benissimo... ora mi sovvengo! E crollando il capo e ridendo: Ma... prima però, hai da bere un bicchiere con me, chè questa è tal faccenda assai più importante di quella che tu di'. È un vino che bolle e frizza e fa il diavolo, ed è fatto apposta per guarire il dolor di capo. Così dicendo colmò due bicchieri, ne presentò uno al Manfredo mentre se lo faceva seder vicino, vuotò l'altro tutto d'un fiato, e continuò: --È già dal tredici, caro Manfredo, ch'io non prendo più arme, e al Besozzo maestro, che tien sala qui a due passi da me, non è mai riuscito in due anni, farmi prendere nè fioretto nè stocco; però non so bene s'io potrei fare il debito domani quando per caso volessi venire con voi a codesta scaramuccia. --Non siam più che una cinquantina, Galeazzo, ed è invero una gran vergogna! Ma se tu fossi mai per mancare, più non saprei che dire di questi tempi così scaduti. --Tempi scaduti certo. Ma!... non so cosa dirti. Io per me non ho polmoni che bastino a metter aria in questa vescica così vizza e screpolata, e quando un corpo è accidentato, altro che ortiche ci vogliono. E poi.... questo duca Massimiliano... --Lascia il duca Massimiliano... e pensa alla sola causa sforzesca e al duca di Bari, e più che tutto, a que' scomunicati braconi, che faranno il diavolo, e peggio, se mai venisse lor fatto di rimettere il piede qui. --Tu parli bene; ma io tengo che ci verranno senz' altro i braconi. Il Manfredo aggrottò le ciglia, e soggiunse: --Il cardinale di Sion e i suoi Svizzeri sapranno però far testa, e noi.... --Noi?.... rispose il Mandello ridendo e crollando il capo e vuotando a metà un altro bicchiere. --Che vuoi tu dire? --Nulla voglio dire....Del resto, quando in duomo batterà campana a martello io sarò a cavallo e verrò dove voi andrete. --Pare però che tu non ci venga di buona voglia.... --Perchè no? --Se tu sei persuaso che non possa venirne alcun utile.... --L'utile che tu intendi....no....ma io ci verrò nullameno. Da due anni a questo dì mi si è ingrossato il sangue maladettamente....e mi dice madonna, che questo mio naso è diventato così pavonazzo, che non è cosa più soffribile ormai....Io so benissimo che è il vino d'oltrapò, il quale bisogna bene che si faccia vedere in qualche luogo, e so pure che è questa vita inerte e tediosa la causa che l'oltrapò faccia deposito. Il Chiodo, chirurgo, mi consigliava stamattina a farmi applicar le mignatte a un tal sito per tirare al basso i tristi umori, ma io ho pensato invece farmi cacciare in altro modo il sangue che mi cresce, e dare una buona scrollata a questo corpo, che un dì più dell'altro va coprendosi di lardo. Se dunque io m'acconcio a venire con voi domani al tocco della campana, ci vengo per questo appunto, nè vogliate darmene un merito al mondo voi altri patriotti. --Ma che sentimenti sono i tuoi, caro conte? --Per ora non ne ho altri; ma io ti farò capace di tutto in breve. E comincio dal domandarti a che gioverà l'aver noi menate le mani in quest'occasione, quando i quattro quinti de' gentiluomini e delle case che più contano, altro non desiderano al mondo che si rimettano le brache di Normandia e torni in voga il vino di Borgogna.... --Che fa a noi di questi quattro quinti, se il popolo.... --Lascia stare il popolo, che lui non c'entra in queste cose qui....E tu guardati bene dal fare il Cajo Gracco un'altra volta. --Che cosa vorresti dire con queste parole, Galeazzo? --Niente affatto; ma il Tita, cameriere, t'ha veduto a Santa Maria della Scala a ricevere i battimani dei trecconi, e mi ha fatto ridere assai. Ma, come ti dicevo, il vino di Borgogna pare che debba tornare in prezzo, e lo si desidera ardentemente, perchè, vedi, tu devi crederlo a me, quando le lancie di re Luigi usciron di Milano, nel 12, si è anche sparsa più d'una lagrimetta qui. La contessa Clelia, che sta lì in sul canto, baciava e ribaciava, l'altro dì, i suoi due figli biondi, e se la maggior parte di noi non li avesse, come suol dirsi, veduti a nascere, direbbe ognuno che alla Senna, al Rodano, e alla Loira si è attinta l'acqua pel battesimo dei bimbi. E la cosa è naturalissima, perchè io giocherei la mia dritta, che il conte padre non ci ha nè colpa, nè peccato....tu mi comprendi. Ma io ho guadagnato più di trecento e più di quattrocento gigli d'oro giuocando al faraone col barone De-la-Palice che frequentava la casa, e ci perdeva volentieri, e trovava da far buona pesca perdendo. Nessuno diffatto potrebbe dire che la contessa non fosse allora un pezzo di femmina ben ghiotto. --Ma io non so comprendere come tu possa ripetere codeste infamie, e non fremere al solo pensarci. --Fremerne?...sicuramente che uno può anche fremerne! Ma sta a vedere ch'io vorrò alterare un sistema di quieto vivere, nel quale durai tanta fatica ad adagiarmi, perchè la contessa Clelia ha i figli biondi?... Qui il Mandello si tacque, come uno che sta richiamandosi in mente qualche cosa, poi ghignando d'un fare tutto suo. --Il contestabile di Boissy, riprese, un borgognone, il quale aveva assai più della bestia, che dell'uomo, un dì che il discorso piegò sulle nostre donne, disse cose che mai non avrebbe dovuto dire. Ma anche lui aveva una moglie molto bella e molto giovane, alla quale si capiva benissimo ch'esso erale venuto fieramente a noia, e per verità aveva aspettato anche troppo. La contessa Clelia, che sta qui in sul canto, baciava, come ti dicevo, i suoi due figli biondi; ma nel 12, la moglie del contestabile ne baciava uno di pupille nerissime, quantunque il borgognone avesse occhi gialli e pel rosso. E però anche vero che qualche anno fa io mi dilettavo a spruzzarmi coll'acqua nanfa, e l'oltrapò non aveva ancor fatto deposito; capirai dunque che una mano lava l'altra, senza venire a duelli per cose di sì poco conto; almeno tal modo è comodo....Ma tu ti mostri impensierito! --Se domani mi verranno in mente codeste infamie, io temo che la spada abbia a croccarmi tra le mani. Ma tuttavia mi conforta che in taluni ancora, o non son pochi, c'è ancora moltissima virtù. --Vorrei crederlo, caro marchese, ma per quanto io vada guardandomi attorno, se voglio prendere un conforto, convien pure che io ritorni qui! (e batteva le nocche della mano sul bicchiere che gli stava innanzi). --Malissimo, conte. --Perchè malissimo? --Perchè la tua riputazione, e a me lo puoi credere, va perdendo prezzo di dì in dì. --Ci ho rinunciato al tutto, caro mio. Il circolo de' miei diletti s'è cangiato e ristretto; quand'io mi sento girar nella testa come una ruota di mulino, al punto da non saper racapezzare più nulla di quanto avviene d'intorno a me, allora io posso dire di star bene, perchè delle cose che avvengono oggidì, meno si vede, più si guadagna. A questo punto Manfredo, vedendo che il conte continuava a vuotar bicchieri, così mezzo ridendo, gli disse: --Io non voglio già che tu debba cambiare il tuo costume, ma per stassera fa il piacer mio e bevi acqua fresca, giacchè noi dobbiamo recarci insieme dal conte Besozzo dove si raccoglieranno ipochi che stanno per lo Sforza. --Benissimo; e noi andremo da quel buon vecchio, l'unico del quale io faccio grandissima stima. È un vecchio bravo e pieno d'onore, peccato che abbia un po' del matto, o mi fa ridere quando veggo che tiene ancora la catena alla punta delle scarpe e porta il berretto di Filippo Maria. È un caro matto, ma pieno d'onore, torno a dire. Qui il conte s'alzò dalla seggiola, mostrando una statura di un'altezza straordinaria, s'arricciò i baffi colle due mani, il quale atto gli era abituale e caratteristico, guardò in volto a Manfredo, poi disse: --Ora che mi ricordo, tu mi dicevi poco fa, ch'io dovessi bere acqua fresca. Ma tu sei un pessimo consigliere, e stassera ho bisogno più che mai che mi vengano i bagliori, che così il mio occhio vedrà a doppio. --Cosa vuoi dire con questo, Galeazzo? --Voglio dire, che avvezzo a veder truppe ben agguerrite, e conti e baroni a migliaia, e bene a cavallo ogni qual volta trattossi di venire a giornata, a me parrà di sognare, non vedendo altro che quel pugno sbrancato di raccogliticci come tu dì, però vorrei che l'oltrapò mi facesse stravedere.... Ora, se tu vuoi che andiamo dal conte, usciam tosto di qui, che vorrei arrivare in tempo per vedere anch'io qualcuno di coloro che vanno in volta per la città a bordellare senza costrutto. Già la mia casa, penso che non la si vorrà toccare, che per la pura verità, ti so dire che si ha più rispetto di me, quantunque taluna volta m'abbian veduto un po' sostentato, che del presidente dei novecento il quale, con tanta edificazione del pubblico, altro non beve che acqua temprata coi ginepro. Così dicendo, si staccò dalla tavola, alla quale si era sempre tenuto appoggiato. Fece due o tre barcolloni come se non fosse benissimo in equilibrio, ma finalmente, trovato il centro di gravità, potè a poco a poco imprimer l'orma con abbastanza sicurezza e decoro. In quel momento il servo gli recò spada, cappa e cappello, ed egli si vestì compiutamente. Come fu in ordine: --Usciremo a piedi, disse al Manfredo, e il tuo cavallo te lo farò condurre a casa a mano. Voglio che ce ne andiamo in volta per qualche tempo, che la sera è bellissima, e non è un pericolo al mondo che le nostre cappe abbiano ad aver timore dei farsetti, sebbene stanotte, per una bizzarria dell'accidente, tocchi loro ad aver ragione; così dicendo uscì col Palavicino. Ora è probabile che il lettore desideri qualche parola d'illustrazione intorno al conte Galeazzo Mandello, il quale, la bella prima volta, ci si manifestò, a volergli usar de' riguardi, per un uomo molto originale. E lo era di fatto. Appartenente ad uno de' più cospicui casati milanesi, arricchito inoltre dalla pingue eredità d'uno zio materno, era tra più facoltosi signori della città; con tutto ciò, a trentasei anni, che tanti ne aveva, s'era ridotto a condurre una vita affatto solitaria. E non parea vero come avesse potuto acconciarvisi, mentre sembrava appunto costituito espressamente per vivere nel bel mezzo della società e al cospetto dell'universale. La natura, per crear lui, aveva, a così dire vuotato il sacco. Bellezza di forme, potenza di braccio, tanto che era in voce d'uno de' migliori schermidori d'Italia; svegliato ed acutissimo ingegno; attitudine a far tutto ciò che gli fosse piaciuto. E quantunque in nessuna cosa non avesse fatti studii profondi, che non ne aveva mai avuto nè tempo nè modo, pure di tutto era intendentissimo. Ma questa esuberanza di doni appunto doveva poi produrre effetti singolari e quali non erano a desiderarsi. All'età di quindici anni aveva militato in Francia sotto la condotta del Trivulzio, e tanto s'era distinto, che re Luigi lo aveva insignito dell'ordine di San Michele. D'allora in poi s'era trovato a quasi tutte le guerre del tempo, aveva percorso mezza la Francia, visitata tutta Italia, era stato a tutte le Corti, aveva conosciuti ed accostati la maggior parte de' principi regnanti, s'era trovato a quattrocchi più d'una volta con Cesare Borgia; Alessandro VI e Giulio II gli eran noti assai bene. Essendosi ora trovato implicato in quasi tutti i fatti memorabili del tempo, avendo tenuto dietro a' movimenti, alle gare, alle guerre di tanti Stati, essendo stato spettatore di tante e così gravi cose, e per quella sua mirabile sottigliezza ed abitudine a considerarle ad occhio nudo, senza prisma, senza metafisica, senza poesia, avendo saputo scrutarne il fondo senza lasciarsi allucinare dalle apparenze, appena ebbe varcato la sua prima giovinezza, si sentì come sopraffatto da una sazietà morbosa; non fu più nessun fatto, per quanto straordinario che valesse a destare la sua meraviglia. Essendo poi riuscite a vuoto tutte le sue speranze, e da tanto intreccio di eventi non avendo veduto uscire un costrutto che gli piacesse, non v'era partito oramai che attirasse di preferenza la sua attenzione e il suo amore, e se pure continuava a seguirne taluno, era assai più per avere una via in cui mettersi con determinato proposito, che per convinzione vera. Tocchi i trent'anni, morto il Moro, al quale voleva un po' di bene per alcuni buoni frutti che l'infelice principe aveva saputo far maturare in Lombardia, la quale gli stava al cuore fortemente, veduto come tutta la classe de' patrizii aveva con tanta spontaneità piegati i ginocchi a Lodovico XII, provò tanto ribrezzo di quella generale abbiezione, che in prima tentò ricorrere al flagello dell'ironia per mettere un po' di buon senso in tante teste vacue, ma non riuscitogli un tal tentativo, ed accorgendosi ormai di venire sgradito alla maggior parte, risolse ritrarsi in tutto a far vita privata. Scacciati poi i Francesi, e venuto Massimiliano al ducato, sentì tanto sdegno al vedere come quel giovane leggero e spensierato avesse mandato in dileguo tutte le buone speranze che si erano concepite di lui, che non volle più saper nulla di nulla, e a troncare ogni occasione di nuove contese e di nuove noie coi patrizii colleghi che s'affannavano a provargli quanto meglio si vivesse sotto Luigi XII, levò persino il saluto ad una quantità infinita di gentiluomini che gli movevano i dispetti soltanto a vederli, e, quel che aveva risoluto, fece in effetto. Ma un uomo di tanta suscettibilità, non poteva certamente far della sua casa una cella da penitente solitario; tutt'altro. In prima, non aveva, a quanto egli ne sapeva, nessuna colpa da espiare; poi, la natura, pel suo solito sistema di compensazione, a quelle sue straordinarie virtù aveva unito un fardello molto considerevole di vizi, ai quali, appena che le sue virtù si misero in istato di quiescenza e di letargo, fu permesso di uscir fuori liberamente e di far il loro comodo. Non è rarissimo il caso che, un uomo il quale trovi ingombra la via per la quale si sarebbe messo con grandissima alacrità, e non trovi la natura dei tempi acconcia all'indole del proprio ingegno e della volontà propria, non potendo in altra guisa dare uscita alla vitalità soverchia che gli ferve nelle vene, procuri sbalordirsi coll'ebbrezza e colla vertigine delle voluttà che smorzano l'intelligenza e ottundano i sensi. E dal momento che il conte Mandello erasi ritirato dalla società, questa, che mai non lo volle perdere di vista, vide svilupparsi in lui due qualità delle quali certo doveva essere antico il germe in lui: la concupiscenza e l'intemperanza. E non è a dire quanto la critica invidiosa de' patrizi colleghi si bagnasse volontieri in quelle pozzanghere, e si gettasse a corpo perduto sull'uomo che tanto aveva fatto per non esser più riconoscibile. Fu detto che nelle aule saliche di Carlo Magno, il numero delle amanti regali pareggiasse quello degl'insetti in un bel giorno d'estate. E la cronaca pretende, che il conte Galeazzo avesse fatto degli studi forti su Carlo Magno, e fosse preso dal contagioso desiderio d'imitarlo. È fama che i più insigni bevitori d'Europa fossero in quel tempo i borghesi di Gand, ma siamo assicurati che, se per caso si fosse trovato a far testa a qualcheduno di coloro, il conte avrebbe fatto tuttavia la prima figura. È difficile a sapersi come mai abbia potuto svilupparsi in quel degno gentiluomo un amore così appassionato per il buon vino, ma è certo che il patriziato calunniatore, al quale il conte era argomento assiduo di parlari diversi, affermava ch'esso non era fresco di mente la mattina più di quel che il fosse alla sera, e ciò, colle debite restrizioni, poteva esser vero. Del resto, v'era un fenomeno ben notabile in quell'uomo singolare, ed è che il suo mirabile buon senso veniva sempre a galla dell'oltrapò, del quale, come sappiamo, egli era tenerissimo. Avveniva bensì, allorquando i vapori gli andavano alla testa, che la frase non fosse sempre purissima, che la parola penasse ad uscirgli di bocca, e quando pure ne uscisse, fosse a strascico, a frastagli, smozzicata. Ma l'idea era sempre lucida, ma il vero era quasi sempre colto. Si raccontano miracoli del sonnambulismo, e noi ne mettiamo qui uno cospicuo dell'ebrietà. CAPITOLO VII. Ma lasciamo or da parte l'indole di costui, e teniam dietro piuttosto a' suoi passi e a quelli del suo giovane amico. Prendendo dunque così a caso, nel recarsi dal marchese Besozzo, per una delle più frequentate contrade di Milano, della quale era principale ornamento un vasto e magnifico palazzo di architettura gotica del secolo XIII, allora appartenente in proprietà ad una vecchia marchesa, di cui la storia non s'è presa la briga di tramandare il nome sino a noi, l'attenzione del Palavicino e del conte Galeazzo dovette necessariamente essere fermata dall'eccessivo splendore che riboccava dalle finestre appunto di quel palazzo, talchè pareva quasi fosse tutto quanto in fiamme; ma in fiamme non era certamente, perchè invece di strilli e di pianti e di voci lamentevoli, gli orecchi venivano intronati da un frastornio festoso da certi suoni e strimpellamenti e canti, i quali, manifestamente erano indizio di un'allegria smodata, di una gazzarra baccante. E ciò che produceva un'antitesi assai curiosa, era il genere di quei suoni e di que' canti, e la dignitosa magnificenza del palazzo. Canzonaccie per sè stesse sguajate, ma rese ancor più sguajate dalla natura delle voci strillanti che le mandavan fuori, pifferi e cornamuse e tiorbe e ribebe a due corde con accompagnamento di tamburelli, quali solevansi udire il giovedì e il sabbato grasso nelle bettole del Ponte Vetro, del Verzaro, del Bottonuto, con questa differenza, che tutte le orchestre particolari di ciascuna bettola erano state unite insieme e messe tutte a contributo per produrre il maggior frastuono possibile. Ogni tanto poi a qualcheduna di quelle finestre si vedeva comparire improvvisamente una figura d'uomo, la cui massa nera spiccava tagliata sul fondo luminoso delle sale, a mandare qualche acuto strillo che percorresse tutta la longitudine della contrada, a sacramentare per celia, a rivolger parole ed orazioni altitonanti alla folla che, stipata innanzi al palazzo, rispondeva con altri schiamazzi ed altre grida a quelle che facevano rimbombare le interne vôlte. Ed era una cosa strana, e che facilmente produceva la giocondità e il buon umore, il pensare a chi apparteneva quel palazzo, e l'uso che di presente se ne faceva. La marchesa proprietaria, vedova già da trent'anni, era vecchia, era ricchissima, era pinzocchera, era santa ed avara, due qualità che non potrebbero camminar di conserva, ma dessa ci avea trovato il modo. Ritirata in un cantuccio del palazzo, in una celletta oscura, conduceva una vita che avrebbe potuto essere un esempio cospicuo dell'umiltà cristiana, se i ventimila fiorini d'oro che tutti gli anni entravano a dormire un riposo eterno nelle casse ferrate intorno alle quali biascicando paternostri ella faceva la ronda piena di paurosa e gelosa sollecitudine, non avessero dato indizio che nel cervello della settantenne marchesa, c'era qualche cosa di guasto. Ora i ladri, i _tôffi_, i caramogi di porta Tosa, e tutta la parte più lercia della popolazione milanese, che conoscevano molto bene la vecchia, e il morto che teneva nascosto, aveva pensato prendere d'assalto il suo gotico palazzo e compensarlo in una sola notte della lunga solitudine e del profondo silenzio nel quale aveva passato trent'anni continui, giacchè il marchese defunto era stato un assai magnifico signore, e non s'era stato a dondolare. I pochi servi che, colla palandrana grattugiata, cadevano a brandelli per la vecchiaia, come le imposte tarlate e scardinate della porta del palazzo, non avevano saputo far testa pur un momento, e l'irruzione era stata così impetuosa, che in un istante tutto il palazzo fu gremito di popolaccio, il quale, sfondati gli usci, sfracellate le antiche vetriere, s'era precipitato in quegl'immensi e ricchi saloni che da tanto tempo eran vuoti, solitarj e silenziosi. Abbiamo detto che in questa notte memorabile la plebe, assai più che dall'istinto della violenza brutale, era animata da un buon umore straordinario, chè più che tutto gli premeva godersi quelle poche ore in tutta libertà, intanto che la legge, come talvolta accadeva pur troppo di que' giorni, trattenuta dalla chiragra, se ne stava a far capolino, ed ammicava irata e impotente dalle finestre del palazzo di giustizia. Appena dunque che la folla, avvolta in un denso spolverío che s'alzava da tutte le parti, si trovò in quelle sale dorate, e al lume di certi razzi, di certi lampioni e lanterne che taluni facendo notte oscura aveva portate con sè, s'erano accorti delle lampade di cristallo che pendevano in lunga e densa fila dalle vôlte delle sale, subito s'alzò una voce strillante fra quella numerosa folla: --Non si può negare che qui si stia assai meglio che alla taverna della Colonnetta, e se stanotte si aveva a strimpellare colà colle tiorbe dello Squinterna, e fare una scorpacciata di cipolle coll'olio di merluzzo che raspa in gola, per adesso ho cambiato parere, e l'oste potrà benissimo saltar lui con quella maladetta balena d'Onofria sua moglie, ch'io voglio far gazzarra qui stanotte. E uno scoppio d'urli con accompagnamento di battimani disperati, avendo dato indizio che un simile partito era stato accolto a maggioranza di voti, in fretta e in furia un centinajo di bordellieri si sparpagliarono per tutti i canti della città, gli uni a reclutar pifferi e tromboni storti e tamburelli e ribebe e unicordi e tiorbe, gli altri a insaccarsi in tutti gli angiporti della città, destando dall'impuro letargo gli sciami schifosi delle briffalde, le quali, volessero o non volessero, tempestate da certi inviti strani, misti di cortesie, di bestemmie ed anche di pugni altitonanti, dovettero sgomitolarsi come vipere intrecciate al sole che sian percosse da una verga e seguire la turba. Altri a spandersi per le botteghe dei vend'arrosti, sagrando e minacciando perchè subito s'allestisse tutto quanto era sui fornelli. Fatto sta, che in poco d'ora tutto fu in ordine, in un momento la folla già stipata si raddoppiò per gli atrii e per le sale; tutto il putridume e la mondiglia che stava accatastata nelle cloache e ne' mondazzai della città si scaricarono in quel sontuoso palazzo. Nelle lampade di cristallo si mise olio quanto bastasse a fare grosse fiamme; e torcie e razzi e fiaccole e lanterne e lampioni furono aggiunti ad accrescere l'illuminazione e a far giorno di notte. Tutto però non avea potuto condursi colla tranquillità medesima, chè quando corse voce che il Cecco ferrajo aveva scassinata la cassa, la folla, attirata dai fiorini della marchesa, s'era riversata così impetuosa nell'angusto camerotto, che la quantità delle teste ammaccate e delle sorbe sugli occhi fu innumerevole. A questo punto eran dunque le cose quando il conte Galeazzo e il Palavicino passarono a caso per di là. E appena che il conte ebbe udita la storia genuina del fatto, come preso da una repentina inspirazione, rivolto a Manfredo:--Mi pare, disse, che il conte Besozzo potrà benissimo far senza di noi stassera, che in ogni modo domani allo sparo delle artiglierie saremo in castello, la qual cosa è la sola che importi veramente. E intanto non si vuole non tener conto di un momento così prezioso senza entrare nelle sale della marchesa a godervi uno spettacolo che, per lo meno, è novissimo. Una festa da ballo composta di trecconi, di ladri e di ciccantoni che saltano sui tappeti dorati di Bologna e si riflettono negli specchi di Murano, è un fenomeno che non si vedrà la seconda volta. Lascia dunque il Besozzo e vieni con me. Qui ci furono alcune altre parole tra il Palavicino e il conte, il quale, finalmente lasciando che il Palavicino se ne andasse tutto solo dal Besozzo, entrò nel palazzo della marchesa. Appena che la cappa di velluto rasato e la collana d'oro del conte Galeazzo comparve nella gran sala dove infuriavano l'orgie, a tutta prima scoppiò un urlo generale che non pareva prometter nulla di buono per lui, e tutti i pantanosi caramogi, come ranocchi sconcertati dall'improvvisa comparsa di un luccio dorato, gracidarono minacciando di farlo in brani; ma il conte avea più di una cosa che militava a suo favore. In prima è da sapersi, ch'egli tutte le mattine, alla porta del proprio palazzo, faceva distribuire duecentocinquanta zuppe per la minutaglia affamata, ora buona parte di coloro che attendevano colà a far salti scomposti al suono di una trentina di tiorbe scordate, avevano appunto assaggiato più d'una volta i brodi della cucina del conte. Ciò per altro non sarebbe bastato a difenderlo dall'ira generale; ma più d'una volta il conte era stato veduto a far la via a zig-zag nel recarsi a casa la notte, e sapevasi da tutti che era il primo bevitore di Milano, e che andava soggetto a degli accessi d'ubbriachezza formidabili. Ora un uomo così amico del buon vino, e che più d'una volta sotto l'influenza di eccessivi vapori, che promovevano in lui gli estri guerreschi, s'era azzuffato coi sargenti della controronda, non poteva che aver destata l'ammirazione di quella parte di pubblico. Ma qui non era tutto ancora. Molte di quelle pudiche creature, che andavano a quarti ballando anfanate su quei ricchi tappeti, avevano più d'una volta avuto campo di ammirar la faccia del duca e dell'imperatore Massimiliano sui piccoli fiorini d'oro del conte, e non s'eran mai potuto far capaci del come un sì grande gentiluomo si degnasse salire per quelle scalette di legno dove era tanto facile fiaccarsi il collo, ciò che per altro non impediva loro di tenere il grandissimo conto l'affabile e liberale signore. Per tutte queste cagioni adunque, appena che egli fu conosciuto, gli urli minacciosi si cambiarono in grida d'applausi, cosa di cui il conte non avea potuto accorgersi, essendo rimaso come estatico appena gli si parò innanzi quel peregrino spettacolo. Quella sala era un vastissimo quadrilungo, con dodici colonne capitelli dorati; la vôlta, a sesto acuto, dipinta a ricchissimo mosaico con fondo d'oro, le pareti rivestite di specchietti che quadruplicavano la grandezza della sala; il pavimento coperto di tappeti e d'arazzi, storiati in tessuto, di pazientissimo lavoro, i quali è vero bensì che, per incuria della marchesa, eran stati mezzo corrosi dalla polvere di treni'anni, ma spazzati in quella sera dalle danze carnascialesche, facevano tuttavia una splendidissima mostra. Si figuri il lettore che scandalosa antitesi dovesse fare con quelle magnificenze la schifosa moltitudine che stava là dentro. Quelle coppie di lerci danzanti e di oscene danzatrici, i primi colle palandrane sfilacciate, e le brache che cadevano a drappelloni, attraverso le quali si vedevan costole e trippe e gheroni in malissimo essere; le altre ancor più laide sotto a quell'apparenza di lusso inzaccherato di fango. Gonnelle di bucherame sparse di macchie d'unto, coi lembi sfilacciati, creste di canutiglia cariche di nastri di tutti i colori, che adornavano la arruffatte capigliature e quelle faccie quadre e sfrontate sparse di lividumi e di sorbe; e delle impronte dei pugni dei pochi gentili amanti. Nel mentre che le coppie attendevano a danzare, altri luridi gruppi gettati a sdraio sui tappeti attendevano a mangiare dello strutto, che impregnava d'un forte odore l'atmosfera, già abbastanza impuro, di quella sala. E intanto che le tiorbe e le cornette storte ci davan dentro a perdiafiato, alcuni mezzi ubbriachi, saliti in vetta alle colonne, aggrappatisi sugli accanti dei capitelli, cantavano con certe voci acute in chiave di clarinetto e d'ottavino alcune oscene canzonacce, mentre con del carbone facevan turpi aggiunte alle Veneri dipinte a mosaico in campo d'oro. La stranezza di quella scena in somma somigliava più che altro ad uno di quei sogni arruffati che può fare un galantuomo il quale si corichi subito dopo una scorpacciata d'ostriche e d'anguille marinate. Però il conte Galeazzo, appena ebbe appagata la propria curiosità, non potendo a lungo dilettarsi di quelle sozze stranezze, già pensava d'uscire, quando gli passò innanzi la corpulente figura del Cecco ferraio che gli volse un'occhiata alla sfuggita. Il conte gli mise allora una mano sulla spalla, e gli disse: --E così, Cecco, come si metton le cose? --Ottimamente, illustrissimo; peccato ch'ei sia di paglia quel che abbrucia, e la fiamma debba spegnersi tra poco. --Non mi par poi che tutto sia paglia, Cecco mio; tu mi comprendi.... --Ci fu qualcosa meglio che paglia in fatti, rispose il ferraio ridendo, questo è verissimo; pure non fu gran cosa. E la contessa, Dio sa dove ha nascosto quello che in tanti anni andò ammassando, perchè quel che a me venne fatto di toccare, è ben poco. --Pure ti dovresti contentare di ciò che hai trovato, e star pago, --Non faccio altro infatti; e costoro son contenti abbastanza, ed è per costoro che ho tentata la virtù del grimaldello. Della pesca che ho fatto toccò la sua parte dì pesce a ciascuno, e la porzion mia è pari all'altrui, onde vedete che ho lavorato gratis, e per solo amore del prossimo. --Questo mi piace; pure non avresti dovuto nemmeno far questo. --Siete in errore, illustrissimo; e in quanto a me non feci mai cosa, di cui tanto mi compiacessi in vita mia, ed è per lei che spero di ottenere la remissione de' miei peccati. Del resto, considerate bene; o la contessa si ravvede, e va ottimamente o sta caparba nella sua pilaccherìa, e meglio ancora, perchè così la faremo morire di crepacuore. In quanto poi a costoro, un centinaio di ducati per ciascuno è un grande aiuto; non c'è infine cosa più dannosa al mondo dell'oro che stagna in una cassa ferrata, e se la zecca gli fa il conio rotondo, vuol dire che la sua destinazione è quella di girare per le mani di tutti. Dunque vedete che io ho operato benissimo. --Sei tu convinto di ciò? --Lo sono. --Ebbene, or fa ch'io lo sia di quest'altro. --Dite pure. --Vorrei che mi provassi, che in fondo tu sei un uomo dabbene. --Qual caparra volete? --Giacchè hai compulsata la cassa, lascia in pace la contessa, e fa in modo che nessuno di costoro attenti alla sua vita. --S'egli è ciò solo che vi preme, siatene certo; lo spegnere l'ultimo fil d'aria che sostiene il suo carcame di vecchia, sarebbe un atto barbaro non solo, ma un atto inutile.... Vedete che ho fior di ingegno, dunque non ci pensiamo. E in quanto a costoro, se due terzi son schiuma di furfanti, pure nessuno farà quel ch'io non voglio; in tutto Milano non v'è braccio pari al mio, e a questo si porta rispetto, però state tranquillo. --Bravo, così mi piaci, e se a te occorresse qual cosa, quando mai la forza del tuo braccio non ti valesse più che tanto, sai dov'è il mio palazzo. Bada dunque che costoro si ritraggono presto, e lascino in pace la vecchia. Ciò detto il conte Galeazzo uscì. Quando fu sotto gli atri, s'incontrò in un vecchio servo della contessa, che lo conobbe, e gli disse: --In che modo ella è qui, illustrissimo signor conte? --Ci venni, ma me ne vado. --Se vostra signoria illustrissima si recasse un tratto a confortar la contessa, farebbe opera caritatevole. Ella teme che da un momento all'altro questi furfanti entrano da lei a furia, e trema di spavento. --Questo non può succedere. Andate a dirlo alla contessa. --Se ci andaste voi medesimo, illustrissimo, sarebbe assai meglio. Ella si conforterebbe vedendovi. --Se ciò è, andiamo. Il servo allora condusse il conte per molti corritoj, e pervenuto finalmente a una porta, bussò, dandosi a conoscere; una voce acuta, fessa e tremolante domandò che cosa fosse. --È l'illustrissimo signor conte Mandello che è venuto in palazzo a sedare il tumulto, rispose il servo. Allora l'uscio fu aperto, e il conte entrando vide una camera assai poveramente addobbata, una vecchia fantesca in piedi, e la contessa seduta. Nella camera non c'era che una tavola, due seggiole, un inginocchiatojo, un Cristo in croce e un grosso libro nero. Il Mandello girato l'occhio intorno:--Mi maraviglio, disse, che voi ve ne stiate in questo sozzo bugigattolo, mentre la canaglia sta contemplando il proprio ceffo ne' vostri specchi e saltando, sfilaccia il velluto delle vostre sale. --Capirete dunque, ella disse, che se si continua di tal passo, non c'è più che la fine del mondo. --Questo potrebbe darsi, contessa; pure avrete la bontà di confessare, che il torto, ben più che d'altri, è vostro questa volta, --È mio? Chi vi può capire? --Date per amore quel che vi cresce, contessa, che nessuno verrà a prenderselo per forza... --E che dunque avrei dovuto fare? --L'opposto di ciò che avete sempre fatto. --Sentite, conte, se siete venuto qui per farmi ingiuria, potrete anche andarvene. --Son venuto qui per dirvi, che mettiate da canto ogni paura, che quel ch'è successo è successo, e se alla vostra cassa si cavò il sangue, non sarà cavato a voi; questo voleva dirvi. --Dunque tutto è perduto? --In che modo? se tutto è guadagnato invece. --Che cosa dite? Io non vi comprendo. --I tempi sono assai scarsi, contessa, e se la povera gente levò stassera la muffa ai vostri ducati, che da quest'ora prenderanno aria e circoleranno a furia, è innegabile che molto siasi guadagnato; ne dovrete convenire anche voi... --Andate; voi siete più tristo di tutti costoro. Andate, lasciatemi in pace una volta. --E in pace vi lascerò; soltanto badate a ringraziarmi, e fate che la lezione vi giovi. Io vi auguro la buona notte. E il conte ghignando, si tolse di là e uscì di palazzo. Liberatosi che si fu dalla folla, che ancora innondava quella contrada, pensò che poteva ancora recarsi alla casa del conte Besozzo, dove si raccoglievano i patrizi che stavano pel duca, ossia i patrizi ghibellini, e l'un passo dopo l'altro in fatti, attraversando lentamente buona parte della città, per osservare quanto ci si faceva dal popolo in quella straordinaria circostanza, pochi momenti dopo ch'eran cessati i rintocchi della campana grossa de' Mercanti, si trovò sulla piazza di S. Ambrogio, dov'era il palazzo Besozzo. Ma in quella ch'egli stava per entrarvi, ne uscirono appunto in folla quei che vi si erano raccolti, e le parole e le esortazioni e i diverbi e le dispute continuavano ancora nel loro massimo fervore. Il Palavicino quando s'accorse del conte Galeazzo:--Sei giunto in tempo, gli disse, ma fu peccato che tu non abbia potuto udire le calde parole del vecchio Besozzo. --Per quanto io abbia stima di questo vecchio onorato, rispose il conte, pur non credo d'aver nulla perduto, che quando uno ha fermo il suo partito, le esortazioni sono inutili, e quand'uno ha in animo di far l'opposto, altro che parole ci vogliono, caro Manfredo. Dunque che cosa avete stabilito? --Nulla che tu non sappia per verità. Domani all'alba ci raccoglierem tutti in castello. --E non c'è a far altro? --Null'altro, io credo, fuorchè a menar le mani da valorosi, quando sarà il momento. --E questo è ciò che faremo, se non foss'altro, per mantenere l'esercizio. --Per questo solo? --Credo bene che basti; il berretto lo portai sempre alla mia foggia, nè a' guelfi nè a' ghibellini è mai riuscito d'iscrivermi nelle loro tabelle; la mia cappa non ha colore... per adesso almeno. Ciò detto, accompagnatosi con Manfredo, e ripercorsa con lui buona parte della città, come la notte fu innoltrata, e i cittadini anche i più turbolenti, si riducevano alle case loro, e Milano tornava tranquilla e silenziosa, se ne venne al proprio palazzo. Qui strettasi la mano:--A rivederci all'alba! sclamarono i due amici, e si lasciarono. CAPITOLO VIII. Licenziatosi così il Palavicino, e pensato se avesse dato ordine a tuttociò che gli sarebbe abbisognato per il giorno successivo, si ridusse anch'esso finalmente alla sua casa, eh'era in via a S. Erasmo, contrada che ora non esiste più, ma che doveva, senza dubbio, trovarsi lì fra quelle di Borgonuovo e dell'Annunciata. Il giovane, nel far la via così solo, si sentiva nell'animo un peso, un'arrovesciatura, una, a dir così, presaga tristezza che, a lui medesimo, riuscivano assai strane. Era quella, per dir vero, la vigilia dì un gran giorno; pure non era la prima volta ch'esso trovavasi in simili contingenze; nè al mondo vi era uomo di lui più coraggioso e men curante della vita, ma la cattiva condizione della città sua, le parole che in quel giorno aveagli detto il Morone, alla cui straordinaria conoscenza delle cose bisognava pur credere, lo mettevano in gran pensiero. Considerava poi come e quanto dall'esito della vicina battaglia, dipendesse l'assoluta destinazione del resto del viver suo per quanto spettava la figlia del Bentivoglio, signor di Bologna, il quale, se Francia avesse trionfato, com'era a presumersi, mai non sarebbesi indotto, nella speranza di più alti destini, a concedere la propria figlia ad un semplice gentiluomo. Con questi pensieri giunse finalmente alla soglia del proprio palazzo; ma qui, tentato da un altro improvviso pensiero si fermò di tratto e fu a un punto di rimettersi in via. Gli era entrato il desiderio di recarsi ad una tal casa, dove soleva praticare la madre sua, a prender commiato ed a ricevere la materna benedizione prima della battaglia. Considerando però che innanzi a quella donna, alle parole, al pianto di lei, non avrebbe potuto star saldo, e se ne sarebbe allontanato più tristo che mai, fermò non farne altro, e senza più salì nel proprio appartamento. Dati alcuni ordini al servo che gli faceva lume, ed esaminate con lui parte a parte le sue armi, ch'eran già preparate, non avendo a far altro, lo licenziò raccomandandogli gli entrasse in camera due ore prima dell'alba, e si chiuse dentro disponendosi a buttarsi così sul letto per quelle ore che rimanevano. Allora, accostatosi così per caso ad uno de' finestroni che rispondevano sulla contrada, ed erano aperti, gli giunse all'orecchio, proprio dal piede del proprio palazzo, un barattar di parole frequente e vivacissimo tra molte persone quasi si stesse a porre in consulto alcuna cosa di gravissimo momento. Per essere l'ora ben tarda, e la via tra le più remote e silenziose della città, si poteva intendere benissimo qualunque cosa vi si dicesse; pure il Palavicino non vi avrebbe già prestato orecchio, se l'importanza del soggetto non avesse alquanto fermata la sua attenzione. --Quel che oggi non è ben pensato, diceva uno tra gl'interlocutori, non sarà fatto domani, credetelo a me, e se adesso non si piglia di tratto il partito pel crine e dubitiamo ancora di porci al soldo de' Francesi, e di strappare dal nostro berretto la penna di Ghibellino non saremo per far mai cosa buona in vita nostra, e sarem sempre; quel che or siamo, se per giunta non si andrà di male in peggio. --Io per me il mio partito l'ho preso, diceva un altro; stanotte prima che battano otto ore in castello, mi porrò in via fuori di porta romana, e domani avrò la borgognata in testa e i gigli di Francia in petto. Tant'e tanto uno di questi dì, dopo essermi guardato attorno ben bene, nè trovando uno spiraglio, avevo già fermo lasciarmi andar giù per l'Olona e finirla. I debiti son tanti, amici cari, che mi vorrebbero dieci anni di lavoro e di vita allo stecco, per rimettermi così sulle ginocchia, chè in piedi già non mi rimetto più. In quanto poi al marcire nelle prigioni della Malastalla non me ne sento volontà per adesso. Aiutati che t'aiuterò, e se non colgo questa bell'occasione, io son rovinato per sempre. --Io poi non ho nè debiti nè altro, entrava a dire un terzo; e se volessi dire che mio padre mi dia scarso appuntamento, direi quello che non è. E mio zio mi vuol pure un gran bene, ed ha un poderetto qui fuori a tre miglia, con prati a marcita che rendono una bella sommetta. E non è tutto; il padre di mia madre mi ha promesso la sua casetta col cavalcavia a San Prospero, purchè mi faccia addottorar presto e diventi un gran sapiente; ciò che tanto desidera mio padre e lo zio, e mia madre anche. E cosa che fa poc'onore, e può anch'essere una fatalità, ma io non la penso così; in prima quell'aria morta di Padova è ancor più viziata di questa nostra, e le toghe dei professori mi guastano il sangue; poi se penso all'eredità, sto fresco...è come la terra promessa...ed io non mi sento di viaggiar quarant'anni, perchè, in quanto allo zio, se non è gran fatto giovane, non ha però un acciacco che prometta bene, e quantunque il nonno, se si guarda agli anni, sia ben decrepito, pure a desinare si mangia ancora il suo buon capponcello, e appoggiato al suo bastone di pino, fa tuttavia il giro delle mura a piedi che è tutto dire. Dunque vedete, s'io non vengo con voi domani, penso che a simil vita non si dura; l'inspirazione non può esser migliore, tu saldi i debiti, e a chi tocca tocca, ed io diserto casa, parenti, professori, e, viva Dio!...Ma tu...che gran diavolo volgi in testa ora?...parla e spacciati presto. --Di che ho da spacciarmi io, per la Madonna! Il mio pensiero l'ho detto, e sto sodo. La condizione mia vuol così, e tal sia. Vadasi presto, e si faccia quel che si ha a fare... Già l'opera è bella veramente, l'opera è santa: mettersi a mangiar lardo insieme a quei bestioni di Borgogna, e tornar qui con loro a far man bassa sui nostri senza modo e senza pietà. Oh! va benone...ma l'hanno voluto, lo vogliono, e tal sia, ch'io non son già quello che possa cambiare il mio destino maledetto... Ho moglie e figli che non han pane, e pel fallito non c'è più credenza qui, no... Ma la recherò io la buona credenza, e ci sguazzeremo, perdio! Presto sarò di ritorno qui, e la vedremo... Dunque, come t'ho detto, sprechi il fiato a interpellarmi me... --E tu, continuava lo studente, volto ad un altro che mai non aveva parlato, che cosa dici? --Dico che ci ho bell'è pensato. --E così? --E così, verrò con te dimani. --Bravo; ora sei uomo, ed io t'assicuro che ogni tuo danno sarà per volgersi in bene. --Sentite adesso: giacchè siam tutti d'accordo, prendiam tosto per San Donato che sinchè si è qui, i pentimenti possono ancora guastare i savi disegni. --Ben pensato... Ma e voi, che state a far lì tutti d'un pezzo?... Ohe! dormite? --Per me ho promesso di venire al campo, e ci verrò, ma a un patto. --A quale? --Che di Francesi non voglio saperne, e starò pel duca. --Bella questa... Ma sai tu perchè si ha ad uscire di città? --Per tentar la fortuna, lo so benissimo. --Ma la nostra fortuna, devi sapere, quella del duca non già, che si starebbe freschi... --Chi lo può dire? --La cassa del duca che è vuota, lo dice. --La città che per lui corre pericolo di fallire, lo dice. --I signori che mal si comportano questo pazzo duca, lo dicono. --Ma se gli Svizzeri che stanno per noi... --Pel duca, vuoi dire. --Ebbene sia...dunque dicevo...se gli Svizzeri vinceran domani, come han vinto nel 13 a Novara, che avreste voi fatto? --Un mal passo, no certo, che chi s'accosta alla Francia fa sempre guadagno, e guardiamo il Trivulzio... --Viva il Trivulzio! --Certo, il Trivulzio, ed io non ci pensavo. --Considerate ora voi che accoglimento ci vorrà fare il maresciallo. --La nostra fortuna è dunque fatta. --È fatta; non c'è più dubbio. --E fa conto che tornerai presto, vestito da capitan borgognone, e invece di corone col s. Ambrogio, piattonate a' creditori che ti verranno dappresso colle solite noje. --Ma il diletto di metter sossopra i banchi delle scuole del Calchi dove il Calcondila mi ha fatto tanto dormire quando spiegava Omero, credo lo lascierete a me solo. --Presto dunque via di qui e in cammino, ch'io già mi sento arder tutto d'un fuoco inusitato. Nel momento che costoro, senz'altre parole, già si disponevano ad allontanarsi di lì, svoltò il canto una figura lunga e magra, la quale, a capo chino, a passo tardo, strascinando un bastone, presso a poco nell'attitudine con cui Fingallo, perduta la battaglia, traevasi dietro la lunga sua lancia, e se ne veniva innanzi radendo il muro del palazzo. Quando fu presso a quel crocchio di giovani, lo studente, osservatolo così alla sfuggita e riconosciutolo, lo chiamò per nome. --Ohe, Pierin da Sesto, buon'anima, dove vai tu così solo a quest'ora e per queste contrade, dove non vi suol mai bazzicare anima viva? Quella lunga figura stette così un momento senza parlare, poi rispose: --Buon dì, e buon anno, caro signore; aspetto mezzanotte, e vado così, non so io ben dove: ma sono in compagnia dei miei pensieri. --Non mi sembra allegra gran fatto la compagnia; ma come va coll'arte? --Di male in peggio, sempre un di più dell'altro, e tanto che stavo ora appunto mettendo il partito d'uscir di qui, ove non c'è più un fil d'erba, e andarmene altrove a cercar fortuna. --Diavolo, siam già a questo punto? --Sono tre mesi, caro signore, che la miseria d'una corona non ha voluto entrarmi in saccoccia, e a quel poco che avea messo da parte lavorando con maestro Bernardino, oggi per l'appunto ho dato l'ultimo colpo, e domando io come s'ha a fare? Maestro Bernardino, se n'è andato in giù infino a Parma, chè anche lui che è lui non trovava più a far bene qui. Il curato di San Pietro all'Olmo che dilettavasi darmi ogni tanto qualche tavola a dipingere, ora non mi da più che pareri e consolazioni anche sin che ne voglio; ma dice che per adesso non ha altro a comandarmi, che i Francesi son qui alle coste, e i proventi dell'orto e della vigna quest'anno andranno in bocca al diavolo. Il conte Beroaldo e il Gabaloita marchese, che mi aveano comandato facessi loro qualche bel nudo, sono andati in villa, e chi n'ha toccato n'ha toccato. Dunque vedete a che mal termine son io, e se a Sesto non avessi mia madre, che è ben vecchia, il mio partito l'avrei già preso. Ma come si fa?... A tali parole si volse a lui quello tra i socii che sappiamo non aver molto ben nette le sue partite coi creditori, e: --Amico, gli disse, dammi la mano e ringrazia Iddio, che se le tue saccoccie non hanno peso, pure c'è qualcheduno qui che può ancora benissimo invidiarti. Dammi la mano, e pensa ch'io dovrei darmi attorno una decina d'anni, Dio sa con che fatica e struggimento, per ridurmi ad averne quanti ne hai tu adesso. --Non vi capisco bene, caro signore, ma dovrebbero esser debiti i vostri.... --Dovrebbero.... Tu dunque cercavi compassione ed hai trovato invidia, ma ora volevo dirti, che se Dio manda i malanni, manda anche le inspirazioni buone, ed è la tua fortuna appunto che t'ha fatto passare per di qui stassera. Ed ora vedrò se posso darti un tal parere, quale il tuo curato non ti avrebbe mai dato in mille anni. --Io v'ascolto tutto pieno di speranze, caro signore, e dite pure. --Vedi tu in quanti siam qui? --Lo vedo benissimo. --Siamo in dieci. --È un bel numero. --Tutti assai giovani, tutti benissimo in gambe, e tutti, se pure non vuoi fare eccezione di questo bel giovane (e batteva la spalla dello studente), al quale l'esser grande e grosso e pasciuto come una vacca spagnuola, non impedisce d'essere poi leggero come una penna di gallina; tutti, dicevo, gettati sgarbatamente dalla fortuna in mezzo al mondo, felici e protetti come i ronzini del procaccia, o come i botoli stizzosi di Bologna, a cui, ne' dì della canicola, si fa quel trattamento che tu sai; galantuomini tutti ai quali è assai ben nota la parrocchia ove si è stati battezzati, ma se in sajo o in cappa ci corrà la morte, e quale de' quattro venti si porterà la polvere de' nostri dieci carcami, è quanto sta ancora nascosto in un fitto bujo che fa perdere l'allegria; tutta gente inoltre che vorrebbe esser qualcosa di ben considerabile al mondo, ma che, fino ad oggi almanco, è qualche cosa assai meno di niente, e non si può dire non siasi data attorno con fatica cocente, che, per la pura verità, ne sentiamo ancora i trasudori alla camiscia. Ma tu sai la storia de' quattro apostoli in marmo di Viggiù che il Calzago scultore donò al comune di Milano; sai che son corsi sei anni buonamente, e a quelle quattro statue la compagnia del Breghetto non ha ancora saputo trovare una nicchia, che non par vero; e intanto son là in piazza e su d'esse piove, tira vento, nevica e tempesta, senza l'incerto di una quantità considerevole di sassate, tanto che a quest'ora non han più nemmanco il naso. Ebbene: guardaci ora noi, amico dell'anima mia, guardaci e piangi a caldissime lagrime di pietà, che noi siam veramente il ritratto al vivo di que' poveri apostoli e non abbiamo la fortuna d'esser di sasso... Larghe spalle però, grossa pelle e coraggio, il buon Dio non ci lasciò mancare; stamattina poi la provvidenza ha fatto capolino, e così in barlume e a mezza bocca ci ha insegnata la via maestra. Senza por tempo in mezzo, noi siam dunque in volta pel campo francese a cercar fortuna. --Pel campo francese? --Così è, amico, e penso adesso che tu potresti fare il medesimo e venire con noi. Di giorno menar le mani a buona guerra come gli altri; di notte, a chiaro di lampione, ritrarre col rossetto in carta le faccie lustre e violette de' caporali ubbriachi. La sorte che a te si para innanzi è tale da perderci la testa dietro al solo pensarci, e considera che que' baroni francesi han gigliati e fiorini d'oro a staia e non la guardan pel sottile, e c'è anche il re che vuole un gran bene all'arte. Soldato dunque e pittore, sbrigati presto e vieni con noi. --Quel che mi dite, mi persuade moltissimo, caro signore, e son tutto tentato di venire con esso voi senz'altro; ben è vero che se resto sul campo.... Qui la gioia che le parole del nuovo amico gli avevano messo in cuore al primo, fu tosto annuvolata da un pensiero, onde soggiunse: --Mia madre per altro non ha altri che me al mondo, e s'io non gliene mando, vedete bene.... --Aiutati che Dio ti aiuterà, Pierin da Sesto, e vieni con noi, così in poco tempo ne avrai messi insieme abbastanza da sostentare la madre per tutta la sua vita. --Ebbene, andiamo s'ell'è così, rispose. Ma qui un altro pensiero gli si attraversò improvviso, e disse: --È dunque al campo francese dove dobbiamo andar noi?... --Dove vorresti tu? Diavolo.....Ma cosa pensi? --Non penso nulla....ma, dico, come la facciamo col dovere e coll'onore? --Tu dici delle sciocchezze, Pierino; di che onore intendi tu?... Hai tu detto il vero che ora sei secco affatto, e che tua madre aspetta? Amico caro, credilo a me, che avrà un bell'aspettare la vecchia finchè tu resti qui. --Sia dunque come volete allora, disse il pittore risoluto, io sono con voi. Tutti si tolsero di lì. Allorquando eran questi ancora nel massimo caldo della disputa, il Palavicino, che ne aveva compreso quanto bastava, tutto agitato da quel suo zelo ardentissimo pel paese e per gli Sforza, tentato, chi sa, da che inspirazione, trasse il campanello e chiamò il servo. Come questo si trovò nella camera, le voci dei giovani si udivano ancora nella contrada abbastanza alte, e in ultimo quella di Pierino da Sesto. --Odi tu costoro? disse Manfredo al servo. --Li odo benissimo. --Senti questa voce? è quella del pittore Pierin da Sesto, che tu devi conoscere. --Lo conosco di fatto. --Fammi dunque un piacere; va abbasso... aspetta... sento che si allontanan già. Spicciati presto dunque, e va sui loro passi. Di' al pittore che lo saluto, che ho bisogno di parlargli, che ne ho grandissimo bisogno, e tosto. Va, e fa presto. --Vo subito. --Senti; avresti a tentare, se mai ti venisse atta una cosa; parlargli così alto che t'abbiano ad udire anche i suoi compagni.... e se fosse mai possibile.... di' insomma a tutti quanti che li attendo qui, che vengano liberamente, e che.... conduci insomma le cose in modo che non abbiano a rifiutarsi. Va, e fa presto. Il servo parti. Quando i giovani furon al canto della contrada e stavan già per isvoltarlo, odono una voce: --Messer Pietro. Tutti si volsero, e il pittore per il primo. --Il signor marchese vuol parlarvi, messer Pietro, continuava quella voce, e v'aspetta su in camera. --Il marchese?.... Oh sei tu? soggiunse poi il pittore a un tratto come riconoscendo il servo. Come sta il marchese? --Sta bene e vuol parlarvi; venite presto che non ci vorrà gran tempo. Anche loro signori possono benissimo entrare, che il marchese li conosce, e avrebbe bisogno dir qualche parola anche a loro. --A noi? dissero ad una voce. --Questo non può essere che uno sbaglio. --Non è uno sbaglio altrimenti, vengano con me, che siamo a dieci passi dalla casa, ed è cosa subito fatta. Tutti si guardavano in viso molto perplessi. --Come mai, entrò a dire uno di loro, il marchese può aver bisogno di noi? e soggiunse poi subito rivolto al servo: --S'ella è una qualche burla che tu ci voglia fare, ti avverto che sarebbe in malissimo punto. Ben è vero che so chi è il marchese, e lui mi risponderebbe di te. E così, disse poi a' compagni, volete o non volete? Non ci bisognerà più d'un quarticello d'ora, e non è gran perdita. --Andiamo! via....ci vuol tanto?...soggiunsero tutti in una volta a quelle parole, e senza più si accompagnarono al servo. Per dir vero, la curiosità fu quella che più che altro li spinse fortemente a seguire i passi del servo del Palavicino, d'altra parte poi non v'era nessuna cagione che li potesse far timorosi dell'accostarsi al marchese. Così quei dieci giovani furono introdotti dal servo, l'uno dopo l'altro, in una gran sala del palazzo. Colà vennero per disgrazia ad essere rischiarati da una sfacciata luce di molte candele di cera gialla che malissimo li raccomandava all'occhio dello spettatore e per minuto potevasi analizzare la fisionomia, il carattere, l'atteggiamento, l'abito di ciascheduno. Il nostro Pierino da Sesto, alto, asciutto, magrissimo, spiccava assai bene in mezzo a tutti; sulla di lui faccia più non apparivano neppure le tracce d'una certa originaria bellezza, tanto era alterata dal color scialbo, al quale aggiungevano una tinta ancor più patetica certe chiome castagne folte e scomposte che fuori del berretto gli cadevano in disordine sulle spalle. La scintilla dell'ingegno che di quando in quando non poteva a meno di farsi vedere e di brillare nell'occhio, era quasi sempre velata e soffusa di languore dalla miseria; e del resto, a primo colpo d'occhio, guardando quella lunga e magra figura, non si durava fatica a comprendere ch'era un'esistenza sostenuta a puro pane e latte. Presso a lui quel giovane così esorbitantemente indebitato il quale, per contrapposto, mostrava sul volto i segni di una floridezza, non dirò verginale, ma generata bensì dall'assidua consuetudine di mangiar bene e bever meglio, la quale però era tutto a scapito delle vesti, talmente cenciose, talmente in mal essere, che la palandrana grattugiata del pittore veniva a guadagnare moltissimo nel confronto. Vicino all'uno e all'altro quel povero padre di famiglia che dopo la terribile peripezia d'aver sculacciata la pietra de mercanti, per tentativi che avesse fatti, non gli era mai riuscito di rifarsi un momento, aveva i cenci dell'uno, e la tinta lugubre dell'altro, con due sopraccigli irsuti in aggiunta che celavano a mezzo le pupille, le quali movevano lente e gravi su d'un bianco reticolato di vene sanguigne e sparso di colori biliosi. Gli altri tutti poi partecipavano un po' del pittore, un po' dell'indebitato, un po' del fallito, miscuglio di pallidume prodotto da astinenze involontarie, di colori vivaci generati da intemperanze di contrabbando, di cenci larvati da fogge signorili, miscuglio d'avvilimento, di sfrontatezza, d'abbattimento, di coraggio. E a produrre un contrasto di tinte certamente soverchio, il volto gioviale, fresco, paffuto, lucido dello studente, le cui membra assai ben disposte e divinamente pasciute erano coperte da un abito molto alla foggia in cui la ricchezza andava di pari passo coll'eleganza. Allorchè il Palavicino entrò nella sala, quei dieci galantuomini che non sapevano veramente quel che si volesse, stettero aspettando in silenzio ch'egli parlasse per il primo; intanto erano pure entrati nella sala due camerieri con guastade di vino e tazze e calici, e quando ad un ordine del loro padrone si mossero portando in giro i bacili fra coloro che non sapevano trovar la ragione di tutte quelle gentilezze, il Palavicino prese finalmente a parlare: --Ho a domandarvi scusa di una cosa, amici cari, cominciò a dire. Tutti si misero in attenzione. --Stando nella mia camera ho ascoltato assai bene tutte le vostre parole e tutti i vostri disegni. Egli è vero però che la colpa non è già tutta mia, perchè le vostre voci erano così estremamente sonore, che v'avrei udito anche all'altezza della torre. Avendo dunque avuto sentore che intendete porvi in cammino stanotte medesima, non sarà mai vero, dissi fra me, che costoro abbiano ad uscire di città senza ristorarsi con qualche cordiale; però, dal momento che mi avete onorato dei vostri segreti, spero che mi perdonerete se vi ho fatto chiamar su e che vorrete onorarmi assaggiando il mio vino. Tutti si guardarono in faccia maravigliati; il Palavicino allora fece due passi innanzi, e si piantò in faccia a Pierin da Sesto, il quale se ne stava immobile e alquanto impacciato: --Dunque hai risoluto d'andartene anche tu, gli disse poi con un accento pieno d'affabilità e di dolcezza; non so che dirti, le cose qui ti vanno fieramente alla peggio, e col danno della tua città, ti potrai rifare assai bene. Io non posso che lodarti. Qui fece una pausa, poi soggiunse: --Egli è gran tempo, amico, ch'io ti conosco... Qualche anno fa, trovandomi a caso col Luino, e il discorso essendo caduto su te, me ne disse cose grandissime quel bravo maestro, e mostrandomi alcune tele che tu eri venuto lavorando, mi assicurava che Iddio t'avea dato così mirabile ingegno, che il divino Raffaello forse avrebbe avuto un grand'emulo a questi dì. Sia dunque benedetta la donna che ti ha partorito. Pure avrei a dirti qualche cosa.... Qui fece una seconda pausa, e ricominciò poi così: --Passerà un secolo, caro mio, più di uno ne passerà, e Dio sa quanti, l'un dopo l'altro, e le tue tavole avran prezzo sempre maggiore in ragione di tempo. Coloro poi che vivranno in quelle remote età, osservando i prodigi del tuo pennello, non finiranno di fare le meraviglie; questo è certissimo. Tuttavia la lode non verrà affatto sola. Peccato, dirà taluno, che a tanto ingegno venisse compagna così turpe viltà, giacchè avete a sapere che costui ha preso l'armi al danno del proprio paese; e forse colui che parlerà di tal modo, colto da un impeto d'ira, sarà tentato di rompere e distruggere il lavoro del mirabile pennello dicendo: non è giustizia che di costui ancora si perpetui l'infame memoria. Credilo a me, Pierino, anche questo potrà darsi.... Tuttavia bevi e ti prepara al viaggio. Il pittore chinò la testa, avvilito e costernato, senza sapere cosa rispondere; ma il fallito che gli stava presso e ch'era uomo facilmente irritabile, e portava un astio cordiale a tutti coloro che godevano d'una certa prosperità, a quelle parole del Palavicino che gli parvero stranissime, si diede a passeggiare per la sala con poca soggezione e meno rispetto, e parlando ad alta voce come se discorresse tra sè, con un certo suo fare beffardo insieme e iracondo: --Parla bene costui, diceva. Io vedo qui arazzi d'alto liccio, stupendi scrigni e tavolieri e ripostigli d'ebano intarsiati d'agate e lapislazzoli che è una maraviglia, sgabelli di quercia intagliati in oro con cuscini di velluto d'Utrec, nè si sbaglia a dire, che questi tappeti sono delle fabbriche migliori di Aquisgrana e d'Osnaburgo; me ne intendo benissimo io. E se adesso fosse inverno, su per la cappa di quel camino così ben ornato di puttini e fogliami, e così zeppo di stemmi araldici, crepiterebbe l'acuta e lunga lingua d'una fiamma a spandere un soave tepore per tutta la sala. Ora capisco che ha ad essere assai comodo e dilettevole il dar consigli e ammonizioni altrui quando, in cuna, la comare ci adagiò sulla mortadella, e penso che a me pure fioccherebbero i buoni pareri dalla bocca facili e abbondanti come fontane e ruscelli in tempo di primavera. Del resto, caro signore (e qui si piantò in faccia al Palavicino), se questo povero e buon diavolo, al quale la fame non porta un rispetto al mondo, per quanto il suo ingegno sia grande, corresse a furia stanotte per la città gridando: signori e signore, ecco un quadro stupendo per due pagnotte di segala; è probabile che ad ingannare il digiuno gli toccherebbe ancora di por la testa sotto la paglia, giacchè non credo che le coltri migliori sieno le sue. Il pittore continuava a tacere: le parole del Palavicino lo avevan punto così al vivo e nella parte più sensibile dell'anima, che i suoi occhi si erano numiditi d'un pianto amaro. Il Palavicino se ne accorse, e accostandosi a lui e mettendogli le due mani sulle spalle: --Costui non ha parlato male, gli disse; i tuoi concittadini ebbero davvero un gran torto nel lasciarti senza lavoro tutto questo tempo; però, siccome le mie parole furono troppo acerbe, così avrei già pensato all'emenda. Qualche anno fa anch'io mi son trovato in durissima condizione, amico mio caro, e a quattrocchi ebbi anch'io a far dialoghi ben lunghi colla miseria, che mi si strinse alle costole con forti e duri argomenti, e tentò persuadermi ad azioni poco belle. Ma allora ci fu mia madre che pregò per me, e venutomi un forte aiuto mi riuscì di rimanere illibato. Ora tocca a te, amico caro, e in questo momento medesimo, te ne accerto io, la vecchia tua madre, di cui tu sei così tenero, ha fatto la sua preghiera, e l'aiuto è assai presto. Se dunque altro non cerchi che di lavorare, tu mi ritrarrai in una gran tela la battaglia che sta per succedere, e perchè l'inspirazione non manchi ed il tuo abbia ad essere un capolavoro, combatterai tu pure con me domani. Stassera intanto ti sborserò anticipatamente quanti gigliati vorrai tu, e comunque sia per esser di noi, tua madre non avrà mai più a languire. Il pittore stette un pezzo attonito a guardare il Palavicino, e per quella sua natura fìsica così debole ed estenuata dal disagio e dallo scarso sostentamento, essendo facilissimo alla commozione, non potè dominarsi così che non desse in lagrime. Del resto gli mancarono le parole a ringraziare il marchese. Ma al Palavicino si volse in vece sua alquanto calmato il bilioso fallito, e: --Parlate voi da senno, gli disse. --Perchè ne dubitate, messer Giorgio dei Nocenti? --Giorgio dei Nocenti.... Ma in che modo sapete voi il mio nome? --La storia sarebbe lunga, ti basti dunque ch'io sappia il tuo nome. --Perdonate, caro signore, ma questa è pure la prima volta ch'io vedo voi. --Ed io la seconda che vedo te... Vi fu un tal giorno, amico mio, che in Milano, due uomini erano infelicissimi forse del pari...tu eri uno di questi, io l'altro.... Correva il 12 e si era ai 30 di marzo.... Leggo già nella tua faccia che tu non hai dimenticato quel dì.... Ma io pure lo tengo a memoria. I trombetti de' mercanti annunziavano il sequestro di tutto quanto avevi al mondo, intanto ch'io vagolava per la città senza casa e senza mezzi, cacciato, disperato. Non ho vergogna a dirlo, no, tu allora non hai veduto me, avevi altro a pensare...ma io ti ho veduto bensì e ti ho compianto... Peccato che quanto hai tu adesso sul nudo palmo, tanto io possedessi allora, che forse non avresti avuto a sentire il duro rifiuto di quell'uomo spietato del conte Ferrandi. A questo nome, sulla faccia del fallito si stese un nuvolo ancor più nero de' soliti, poi soggiunse: --Signore, non mi state a parlare di colui, solo a nominarmelo mi si guasta il sangue... Trattavasi della mia vita, caro signore, della vita de' miei figliuoli si trattava, e colui mi ricusò allora quanto è solito a spendere in un voluttuoso quarto d'ora. --E permise che tu, uomo onorato, fossi posto tre volte sull'odiosa pietra. Vedi che la tua storia io la so, ma allora m'accorsi ch'era la prosperità quella che teneva chiuso il cuore di quell'uomo, e ch'io sentiva pietà della tua miseria, perch'io era miserabile al pari di te; benedetta la miseria dunque, benedetta la sventura se tanto può; e benedetta la sorte che t'ha condotto da me in questo momento. Qui fermatosi a guardarlo attentamente: --Tre anni fa, soggiunse, brillava la salute sul tuo volto giovanile, ed ora tu non sembri più quello. So cosa vuol dire, ma a tutto c'è rimedio a questo mondo, e quando tornerai a casa, dirai a tua moglie e ai tuoi figli, che bollirà ancora del buon brodo nella loro pentola. Domani per altro anche tu sarai dei nostri, e comunque sia per esser di noi, alla tua famiglia sarà provveduto in ogni modo. A queste parole la faccia burbera e sconvolta di quell'uomo s'era venuta a poco a poco spianando, e il suo occhio bilioso e come iterico era divenuto rosso empiendosi di lagrime. Durò il silenzio per qualche tempo. A un tratto il Palavicino si staccò da lui, e girò lo sguardo fra tutti coloro che lo stavano a guardare attoniti essi pure e oltremisura commossi. --Ora, quel che ho detto a questo amico mio carissimo, io dico anche a voi tutti. Ho potuto accorgermi che in fondo voi amate il bene del vostro paese, e i suoi nemici sono pure anche i vostri, e se per rimediare alle miserie, v'inducevate ad unirvi con esso loro e a tradire voi stessi, facevate tuttavia uno sforzo faticosissimo dell'animo, e colle belle parole e le celie e le risa che non bastavano a togliervi l'amaro in bocca era inutile il vostro tentativo di far tacere il pungolo segreto. Ora ditemi con libertà quel che vi abbisogna ad uscire di travaglio, ch'io confido di potervi benissimo soddisfare, e mi chiamo anzi fortunato ch'io sia quel tale che v'aiuti in quest'occasione. Del resto, se domani vi dà l'animo d'affrontar pericoli, vogliate uscire con me al campo, ma in difesa degli Sforza nostri signori, e contro Francia sino alla morte. --A te poi, e si volse allo studente, io non ho nulla a dirti; a te è concesso far quello che più ti aggrada, nè io vorrò spendere neppure una parola sola a consigliarti quel che sarebbe il meglio. Se costoro, e additava gli altri che gli stavano d'intorno, fosser mai stati colpevoli anche di un delitto, comprendi tu, anche d'un delitto, sapendo bene da che duro persuasore eran stati sospinti, ben volontieri io avrei loro gettato un panno perchè tosto coprissero il marchio vergognoso, e tosto pensassero all'emenda, e in ogni modo io li avrei aiutati come avrei saputo meglio. Ma tu...tu non devi far altro che uscire e unirti alla Francia, che già non sarai quel tale che faccia il suo vantaggio. Esci dunque, e va pure, che sarai sempre la disperazione de' tuoi, che vorrebbero far di te un onest'uomo, e lo zimbello di coloro a cui tu pretendi di venire in aiuto. E in quanto alla patria; è assai meglio ch'ella ti perda, anzichè ti trovi. Lo ha detto il senno di quest'uomo, (e battè la spalla del giovane indebitato che se ne stava a bocca aperta), la tua testa è leggiera come la penna d'una gallina. Il giovane studente, la cui natura era stata viziata dalla soverchia indulgenza della madre, della zia e dell'avolo, nè mai aveva sentito un sol rimprovero in vita sua, fu scosso da quelle dure e beffarde parole del Palavicino; fu quella la prima volta che si senti fortemente conturbato nell'animo dallo sdegno e dalla vergogna, fu una rivelazione di cose che gli erano al tutto ignote, e fu così potente rivelazione, che la sua faccia, abitualmente giovanile, si rialzò tutta stravolta e infocata per lo degno, e: --Giacchè me lo dite, tosto uscirò di qui, rispose, ma vi rivedrò domani, in ogni modo vi rivedrò. Voi mi direte il numero de' baroni francesi che avrete uccisi... Io vi dirò i miei...faremo la somma. Ciò detto, senza attender altro, volse le spalle al marchese e partì di furia. Il Palavicino sorrise a quelle parole e a quello sdegno, poi, come fu uscito: --Non avrei creduto, disse, ch'egli si tenesse nascosto tanto fuoco. Basta, vedremo. E stato qualche poco sopra di sè: --Ora spacciamoci, soggiunse; noi dobbiamo stassera aggiustare i nostri conti, e la notte si fa alta. Compiacetevi dunque di seguirmi. Lo seguirono infatti in un suo gabinetto dove rimasero con lui una mezz'ora buonamente. Quando uscirono, le loro fronti raggiavano di un contento certamente straordinario, perchè qualche cosa d'insolito pesava nelle loro saccocce. Allora il Palavicino li accompagnò fin sul pianerottolo dello scalone stringendo la mano a ciascheduno, e ripetendo spesso quasi per abitudine:--Domani all'alba alla porta del castello,--diede loro la buona notte, e si ritirò intanto che quei dieci giovani, a saltellone, discesero per la gran scala del palazzo. Alcuni momenti prima il tetro bisogno loro aveva fatto sentire che per rifarsi, non c'era altro mezzo che d'accostarsi alla Francia, e quantunque conoscessero assai bene la turpitudine di quel disegno, la miseria, ingegnosissima, aveva popolato la loro mente di un così gran numero di sofismi, che essi, studiandosi ad esagerare il bene che Francesco avrebbe fatto alla Lombardia, avevano trovato il modo di conciliare il proprio vantaggio con quello del loro paese, talchè prima di trovarsi innanzi al Palavicino, erano riusciti a convincersi bastantemente che il loro disegno aveva la sua parte di generosità. Ora, come fu tolta la causa che aveva generato que' torti ragionamenti, subito anche questi si dileguarono; tosto che la miseria ebbe cessato di preoccuparli, parve a loro di una schifosa bassezza il partito a cui si erano appigliati, e ragionando tra loro, e vergognando, non facevano che benedire la liberalità del giovane Palavicino, e a profferirgli, per rimeritarlo, anche la propria loro vita, se mai fosse venuta l'occasione. Il Palavicino intanto, ritrattosi nella sua camera, ripensando a quella strana combinazione per cui aveva potuto guadagnare dieci uomini alla causa degli Sforza e della Lombardia sottraendoli alla miseria, egli se ne godeva in sè stesso assai più che i beneficati medesimi. La voluttà dei riabilitare un'esistenza coi tempestivi soccorsi, di ritornare la tranquillità nell'animo di chi già disperava di tutto, è la suprema di cui gli uomini possono godere, è quasi una seconda creazione. Ma per goderne occorrono troppo rare e squisite qualità di cuore e d'ingegno, e un simile fenomeno si riduce ad esser cosa così fuori delle regole e delle abitudini più consuete, che noi temiamo possa mai venir messa in dubbio la liberalità dei giovane Palavicino, e, ciò che sarebbe ancor peggio, tacciata di pazzia e multata di ridicolo. CAPITOLO XI. Non faceva ancora la prim'alba, ed era un cielo terso e lucentissimo del mese di settembre. Il silenzio della notte continuava tuttavia, quel silenzio particolare interrotto spesso da un vasto fremito generato o dal passaggio di venti improvvisi, o dallo stormire di estese masse d'alberi, o da rumori lontani, che prolungandosi di luogo in luogo, vanno a spirare nei recinti delle case. Nella contrada di S. Erasmo, spopolata e silenziosa anche a di chiaro, non era indizio che abitasse anima viva, e solo ogni mezz'ora si sentiva rimbombare in quella quiete il martello dell'orologio dell'Annunziata. Quando questo ebbe battuto dieci colpi, cominciò a partir qualche rumore dal palazzo del Palavicino, indi voci indistinte e nitriti di cavalli che risuonarono per tutta la contrada, e dopo qualche po' d'ora, lontan lontano s'udì come un rumor sordo di ruote scorrenti, e via via anche un trotto serrato, che s'andò sempre più avvicinando, sino a che svoltando dal Borgo Nuovo, e facendo rimbombar l'acciottolato, una carrozza, o meglio una lettiga a ruote, che fu la prima forma di cocchio che i Francesi avevano introdotto in Italia, non facevano allora molt'anni, andò a fermarsi innanzi al portone del palazzo del Palavicino. Il servo, saltato a terra, battuto un colpo di martello alla porta, che subito venne spalancata, tosto si volse a stirar la cortina della lettiga, e diè il braccio a discendere ad una donna. Alcuni famigli del marchese, che erano usciti sulla soglia, conosciuta la signora, con grandissimo rispetto le si levarono di berretta. Era dessa la madre di Manfredo. A vederla così al primo poteva mostrare poco più di trent'anni, e solo ad avvicinarla e a guardarla per minuto le si dava un'età maggiore, per quanto fosse ancora attraente la sua non comune bellezza, alla quale dava un particolare carattere un certo pallore patito: e una tal quale rilassatezza di portamento. In quella mattina poi aveva il volto visibilmente scombujato, come per pianto recente. Vestiva una gran roba di velluto nero, e in testa aveva una cuffia parimenti di un tal velluto orlata di teletta d'argento. La signora dimandò: --È in camera mio figlio? --È su in camera che sta armandosi, rispose un famiglio. A queste parole, la signora fece un moto indescrivibile; presto salì lo scalone, e senza attendere che i servi la precedessero ad aprire gli usci, di una in altra camera giunse in quella di suo figlio. Stava questo in quel momento adattandosi la corazzina; e quando, sentendo aprir l'uscio, si volse, rimase così impacciato e sconcertato vedendosi innanzi sua madre, che ella se ne dovette ben accorgere. Ci fu qualche momento di silenzio e d'esitazione, ma infine, troppo rincrescendo al Manfredo ch'ella si amareggiasse stimandosi mal accolta: --Non vi avrei già aspettata a quest'ora disse... jeri sera fui tentato di venire dai Beroaldo per vedervi. --T'ho aspettato infatti fino a mezzanotte, tanto ero certa che ci saresti venuto; ho lasciato che ciascuno si partisse, e vi rimasi assai tempo ancora colla sola contessa, che pure ti aspettava; ma pur troppo ho dovuto dire fra me stessa: stavolta il mio Manfredo si è dimenticato di me. Il giovane non rispondeva. --E così venni a casa colla desolazione nel cuore; tuo padre e i tuoi fratelli mi aspettavano impazienti, perchè confidando nel mio buon Manfredo, loro aveva promesso che ti avrei persuaso a rimanere... pensa or tu come mi furon tutti contro, indispettiti e sdegnati, quando mi videro tornare così confusa e senza parole. Tuo padre, che vede disperata in tutto la condizione degli Sforza, trema per sè e per la sua casa, e pensa che la tua ostinazione porterà l'ultima rovina a tutti noi. In questi ultimi dì fu sempre così torvo e agitato e terribile, ch'io non ho avuto un'ora, un momento solo di quiete. Ma quando i tuoi fratelli gli replicarono l'incomportabile rimprovero, che avrebbe dovuto rimaner vedovo il resto de' suoi dì, che con me recò la sventura nella casa, l'ira lo trasportò, le sue parole traboccarono, tutte le sue imprecazioni vennero a cader su me. Il giovane a tali parole si fe' tristissimo. La signora stette guardandolo un pezzo, poi riprese: --Hai tu dunque risoluto? --Che cosa risoluto? --Che tu combatta quest'oggi contro i Francesi? --E ciò mi domandate? ma voi lo sapete pure. Quel ch'io pensavo a diciott'anni, anche oggi penso con quel fervore medesimo, e più. E ch'io debba combattere quest'oggi, è mio destino. --E il mio è quello di viver sempre in affanno e di non aver mai una consolazione da te; ma, per carità, ascoltami, il mio Manfredo. Io non ho mai veduto tuo padre così inclinato, come oggi, che l'ho lasciato con qualche speranza, a dimenticare, a perdonar tutto. Non lasciarti sfuggire quest'occasione. Potrebbe non venire mai più, e lui altro non vuole se non che tu non combatta quest'oggi contro i Francesi, e rimanga in città... e tutto è finito, ed io sarei la più felice di tutte le madri. Manfredo crollava il capo e pareva inquietissimo. --Senti... tuo padre ti ha duramente scacciato per questa ostinazion tua... e ti ha maladetto.... Tu non ci hai colpa... lo so, tutti lo sanno. Ma la maledizione di un padre è terribile, il mio povero Manfredo, e viene il dì.... Il giovane si scosse a queste parole, e un misterioso raccapriccio gli tramestò tutta l'anima. Accorgendosi poi che la sua volontà quasi subiva la influenza di quel raccapriccio, indispettito di lasciarsi così sopraffare, e in quel momento, e per sua madre, tant'ira lo prese, che non bastò a dominarsi, e proruppe: --Questo era il dì veramente, e l'ora opportuna per venir qui ad arrovesciarmi l'anima. Io aveva procurato scansar tutte l'occasioni per non veder voi innanzi a quest'ora, che già troppo m'immaginava i vostri soliti, perpetui, insopportabili pianti; ma voi, no, non lo avete voluto, e siete venuta qui pel mio malanno e pel vostro. E misurando a gran passi la camera, l'impeto dell'ira sua appariva assai più dagli atti che da quelle parole medesime. Ma in quella foga sguardando un istante, e vedendo sul volto di quella donna soave di sua madre, un'attonitaggine accorata, un'avvilita sommessione, quasi fosse un suo soggetto intimorito dagli strapazzi e dalle contumelie, sentì come un rimorso e uno spavento repentino, rimorso che gli fece cadere a un tratto lo sdegno, gl'inspirò più forte che mai la tenerezza per sua madre, e gli sconvolse tutta l'anima d'una compassione che lo faceva tutto tremante. E' si fermò di tratto in prima, poi lento lento s'accostò alla madre e, stato un istante perplesso, le gettò le braccia al collo con una dimestichezza ingenua e abbandonata, che ricordava i suoi atti infantili, e stette così a guardarla senza dir altro. Allora la tenera donna, sentendo in quel punto tutt'in una volta l'effetto e dell'ira e della tenerezza del figlio suo, stette tuttavia attonita e immobile senza parlare, senza nemmeno guardarlo in viso. Ma dagli occhi lente le sgorgarono due sole lagrime, di quelle lagrime piene di passione che le promovono a dirotta in chi le osserva. La somiglianza quasi perfetta di que' due volti, pallidi ambidue, sbattuti e atteggiati al dolore; quella madre ancora giovane, ancora avvenente, abbracciata dal suo unico figliuolo, con quell'atto d'amore insieme e di venerazione, avrebbero al certo fatta una impressione particolare in chi che sia li avesse veduti in quel punto. Stettero così in silenzio per qualche tempo, quando la madre: --Ora ho a parlarti di una cosa, esclamò, di una cosa che importa assai, Manfredo; e stata un momento sopra di sè perplessa, soggiunse: la figlia del Bentivoglio mi parlò di te. Il giovane non aveva mai dotto nulla di quell'amor suo alla madre, por ciò rimase assai maravigliato e scosso a quello parole inaspettate, Ella se ne accorse, e continuò: --Io so tutto, Manfredo, e da lei stessa lo so. Ieri sera, avendo ella saputo, non so come, ch'io era colla contessa, per gli orti che congiungono il palazzo dei Beroaldo col suo, di nascosto di suo padre e con grandissimo suo pericolo, come mi disse poi, entrò nelle stanze della contessa per parlare a me, e le parole e gli atti di quella fanciulla furono così ingenui e sinceri, ch'io dovetti abbracciarla e baciarla come se fosse mia, e l'amo adesso come amo te. Il Palavicino, sentendo sua madre a parlare in tal modo della Bentivoglio, si sentì agitato da una tenerezza e da una gratitudine così viva per quella donna, che si mise a guardarla estatico, quasi fosse una cosa straordinaria, una cosa santa, e non trovava una parola per rispondere. --Non avendo dunque il modo di parlare a te stesso, continuava la madre, appena seppe ch'io era dalla contessa, come dicevo, e riponendo ogni fiducia in me sola, quella povera tribolata venne a raccontarmi l'improvvisa sua sventura.... bisogna dunque che tu non esca di città, che tu rimanga qui domani.... il padre le fa forza, e tu devi conoscerlo, ed ella è costretta a delle nozze abborrite.... e l'uomo che la deve sposare è già qui. Egli è dunque anche per questo, anzi per questo particolarmente che sono venuta da te stamattina. Il Manfredo, a tali parole, non fece un movimento, soltanto guardava in viso a sua madre, attonito, soltanto le labbra gli tremavano visibilmente. --Ella mi raccontò in fretta ogni cosa, chè il tempo le mancava, e tremava di paura. Mi disse che sperava nel tuo aiuto, che sola, non gli basta l'animo a nulla, e teme il padre. Vedi dunque che il bisogno stringe, e che si vuole soccorrerla. Quando mi disse chi era l'uomo che ha da sposarla, io temetti volesse morirmi tra le braccia, tanto le fa orrore quel tetro uomo del Buglione. A questo nome parve che al giovane si scomponessero le fattezze in un tratto, pure continuava a guardar la madre con occhi spaventati e mille parole gli vennero in furia sul labbro, ma il labbro gli balbutì e gli fu impossibile di parlare. Pareva come oppresso da qualche cosa che avesse chiusa dentro di sè, e volesse prorompere con violenza e non trovasse la via.... scoppiò finalmente quasi in un grido.... e si cacciò ambidue le mani fra i capegli, con quell'atto disperato che fa l'uomo quando gli entra l'orribile persuasione che per lui non v'è più scampo. La madre intanto lo guardava spaventata, e giacchè prima d'entrargli in camera aveva pensato non manifestargli subito quella trista novella, e solo l'aveva fatto quando s'accorse che in altro modo non le sarebbe riuscito vincere la sua ostinazione e trattenerlo in città, ora quasi se ne pentiva, ed era tutta contristata, e pensava al miglior modo di placare quell'ira e quel dolore.... ma quel dolore proruppe: --Dunque è vero, uscì a dire Manfredo con un accento in cui l'ira sentivasi già soverchiata dall'accoramento, dalla tenerezza, da quell'affanno che ha bisogno di stemprarsi in lagrime.... è dunque vero che l'uomo osceno s'è ancora aggrappato all'orlo del suo sepolcro e n'è uscito vivo, ancor vivo.... per la rovina mia.... per la disperazione di quella povera sfortunata fanciulla... E passeggiava a gran passi prendendosi le vesti, contorcendosi le mani, mandando gemiti interrotti, come se un acuto, insopportabile tormento gli serpeggiasse nelle carni, non gli concedesse requie. La madre allora gli si accostò, e con una grazia sollecita e piena d'affetto gli pose una mano sulla spalla: --Manfredo, disse poi, le cose non sono al punto che tu debba disperarti così.... non v'è nulla ancora di perduto,... io venni ad avvisarti di ciò appunto, perchè spero, perchè voglio veder felici te e quella povera fanciulla.... e in ogni modo, io farò quello che a nessuno non darà mai l'animo di fare.... spera.... Il giovane si fermò, tutto commosso di gratitudine e tenerezza, e a quelle provvide parole, lo spasimo che gli era derivato da un'orribile certezza, tornò a stemprarsi nelle oscillazioni del desiderio e della speranza. Cessò l'ira, cessò l'orrore; solo rimase l'affetto per sua madre e per la fanciulla, il quale ora appunto ch'era nato quell'ostacolo crebbe a tal punto, che la stessa tenerezza gli generò un altro spasimo, e tanto trasporto lo prese, che fu per gettarsi ad abbracciar le ginocchia di sua madre. I suoi caldi pensieri volavano allora dalla madre alla fanciulla con una vicenda fervorosa e continua. E qui cominciò a non ricordarsi più nè dello Sforza, nè dei Francesi, nè della battaglia. Altro non vedeva innanzi a sè che quelle due care donne. La madre che lo teneva abbracciato, standogli tanto in sul cuore che non uscisse al campo, e ancora dubitando, dopo qualche momento: --E così, gli domandò, possiamo sperare che tu ci esaudisca? vorrai tu finalmente rimandar consolate me e quella fanciulla infelice? Il giovane si scosse, fece un volto compunto: l'impeto di una passione inestimabile gli mise le parole sulle labbra. --Oh non partirò, non partirò. State tranquilla, non partirò.... voi.... lascierete finalmente, e per sempre, quella infame casa dove vi si fanno patire le angosce dell'inferno. Abbandonerete il rigido inflessibile vecchio, e verrete con me.... e con quella sventurata fanciulla. E alzando a gradi a gradi la voce come l'eccitava la commozione: --Oh non speri d'averla, il Baglione. Rimanga nella sua dura e superba solitudine il padre, la fanciulla verrà con me, con me e con voi. Ce ne andremo insieme una volta, e per sempre, dove migliori destini ci guideranno. Io, lo giuro per l'anima mia, io non ho altri al mondo che voi due sole, e piuttosto che abbandonarvi, non so quel che farei, povere donne mie, non lo so! Così dicendo, come spossato da quel convulso anfanamento, si gettò a sedere prendendo la mano di sua madre a farsela seder vicina, e appoggiandosi a lei e abbracciandola, per effetto dell'immaginazione infervorata dall'amore, gli pareva, sotto a quell'abbraccio di sentire e toccare anche la soave figura della Ginevra. E, cosa strana e incredibile, quello zelo così costante in lui per le cose della città sua, per la causa degli Sforza, il cui vantaggio aveva sempre desiderato colla foga d'una passione, furono in quel punto rintuzzati e vinti da quella tenerezza casalinga, la quale or sembrava a lui la più desiderabile, la più santa fra tutte le umane cose, ed era maravigliato anch'esso che tutto il resto gli sembrasse ora così vacuo, e peggio; e incontrandosi coi pensieri, che scorrevano rapidissimi, in quella floscia ed effemminata figura del duca Massimiliano, non gli parve più cotanto sprezzabile, ed ora che il Baglione era venuto a rompere duramente la pace sua, vide che in quelle ingenui gioie di famiglia, in quelle pure corrispondenze d'amore e di pace, c'era una voluttà ed un incanto potentissimi a legare una volontà per sempre. La madre intanto, ch'era venuta lì così conturbata, così priva di speranze, e adesso udiva quelle proteste e quelle parole piene di un amore così sviscerato, e tenevasi tanto sicura che il figlio suo non sarebbe già uscito al campo, quasi non ricordandosi più di che nuovo dolore era egli afflitto, godeva in quel momento di una gioia piena ed intera, e scorrendo col pensiero tutta la sua vita, non vi trovava un istante così felice come questo, e abbandonando la mano in quella del caro suo figlio, lasciava che la mente vagasse in una dolce contemplazione. In quel punto, impallidendo affatto la fiamma della lampada che ardeva ancora sulla tavola, entrava nella camera da una finestrella su in alto, lasciata aperta, il primo raggio dell'alba a piovere una mesta luce su quel quadro attraente di matronale bellezza, di bellezza giovanile, su quel gruppo appassionato del più sviscerato amor materno, della più gentile venerazione figliale. Ma in quel punto medesimo, per l'ampio silenzio non mai interrotto prima, s'udì, trasportato dall'aria, un suono grave e profondo di tocchi accelerati e continui.... dan dan dan dan dan.... campana a martello in duomo; poi di lì a poco, più libero, più aereo, più maestoso, un altro suono in quella cadenza medesima.... dan dan dan dan dan.... campana a martello a S. Ambrogio. Quindi gli stessi tocchi a S. Marco, ai monasteri, al'Annunziata; finalmente un martellamento generale di tutte le campane delle chiese di Milano, un vasto frastuono, un agitarsi in turbine sonoro di tutte le onde dell'aria. Era l'avviso che davasi a que' cittadini che avesser voluto prender l'armi in quel dì ed aggregarsi alla numerosa truppa degli Svizzeri che a momenti dovevano uscir dal castello. Il volto del Palavicino diventò rosso infuocato come bragia, poi quasi nel medesimo tempo, pallido, inferriato come la faccia d'un cadavere. La mano, con cui teneva stretta quella di sua madre gli tremò quasi per repentina paralisi. Che accadeva in quel momento nell'anima sua? con che ordine fatale gli si disposero improvvisamente nel pensiero gli Sforza, i Francesi, la battaglia, le promesse, il dovere, i concittadini, i colleghi che l'aspettavano, i dieci di cui la sera prima era riuscito a cambiare i propositi, le proteste di amore, le promesse di rimanere fatte alla madre, della quale teneva la mano ancor stretta nella propria, la sua Ginevra, le preghiere di lei, il grave pericolo che le sovrastava. E allora, quasi sentisse una fitta, una doglia acuta un tormento fisico, mandò, senza volerlo, senza nemmeno avvedersene, un'esclamazione così angosciosa, così disperata, che sua madre ne trasalì. In quella, avendo rimbombato per tutta la città lo sparo delle artiglierie del castello, il Palavicino balzò in piedi con quella rapidità che ha una molla che scatta, si volse, s'accostò alla tavola, prese, si calcò la borgognata in testa... e a sua madre, che s'era alzata essa pure tutta convulsa, e a cui non osava nemmen guardare: --Ahi non m'è possibile, gridò. In quel grido c'era il tremito del singhiozzo accorato, l'asprezza dell'ira, l'accento della disperazione. Era una di quelle voci che ha l'uomo per manifestare tante e diverse passioni in una volta, e che non si possono tradurre in nessuna maniera. E tentato allora un ultimo sforzo, e sempre senza mai guardare in viso a sua madre, quasi ne avesse timore e vergogna, si sciolse duramente da lei e fuggì, chiudendo l'uscio dietro a sè. Pochi momenti dopo s'udì il galoppo serrato di due cavalli suonare sull'acciottolato della contrada. La madre, tenuto dietro a quell'ingrato rumore, finchè si perdette affatto, se ne rimase come trasognata. Non sapeva credere a sè stessa, le pareva impossibile, dopo che s'era tenuta sicura di quanto desiderava con tanto ardore, ch'ella or si trovasse di nuovo in quella medesima angoscia con cui era venuta a supplicar suo figlio, e non sapeva uscire da quell'attonita sospensione, ma persuadendosi alfine di quel che era veramente, sentendo il sanguinoso contrasto tra la disperazione presente e la gioia d'un momento prima, pensando al vecchio marito, all'inflessibile padre di Manfredo che, con impazienza stava attendendo una risposta, e più che altro assalita dal timore, che il figlio suo fosse per morirgli quel dì stesso, ed ella non avesse a vederlo mai più, diede in uno schianto così procelloso di pianto che minacciava affogarla. Entrava allora in quella camera, non sapendo ch'ella vi si trovasse ancora, un domestico del Palavicino per dar sesto ad alcune cose. La poveretta si fece forza, si asciugò gli occhi in fretta, procurò ricomporsi, ed uscì. Appena discesa, se le fece incontro il vecchio servo, che l'aspettava da un pezzo sotto l'androne della porta. Notò il buon vecchio, che era affezionatissimo alla signora, gli occhi ancor molli di pianto o il turbamento straordinario.... e preso da compassione, colla voce tremante e gli occhi quasi bagnati, le disse qualche parola per confortarla.... Ma a quell'atto e a quelle parole ella tornò a dare in un altro scoppio di pianto con un angore che le toglieva il respiro, e quando si adagiò nella paravereda e la cortina si stirò, si mise il fazzoletto agli occhi, e pianse dirottamente finchè si fermò innanzi al portone del vecchio palazzo Palavicino. CAPITOLO X. È probabile che il nostro lettore, uscito qualche volta dalla porta Romana, in una di quelle placide mattine di primavera, o d'autunno, così particolari al cielo di Lombardia, siasi recato tutto solo a quattro miglia dalla città, a visitare l'abbazia di Chiaravalle, ed è pure probabile che, entrato in quel breve orto, deserto e lugubre oggidì, che circonda la parte posteriore del tempio, piccolo, ma prezioso saggio dell'architettura portata dalle crociate, siasi fermato a lungo cogli occhi volti in su ad esaminare quella guglia alta, svelta, aerea, a trafori, elegantissima, intorno alla cui vetta, svolando a tondo gli uccelli interrompono dei loro dolci garriti l'universale silenzio; e qui sentendosi portato sulla via delle reminiscenze storiche, abbia ripensata la vita austera ed operosa di s. Bernardo, che fondò l'abbazia, le vicende e la caduta dei Torriani che qui furono seppelliti, il nome della Beatrice d'Este, la quale, venendo sposa a Galezzo Visconti, fu in questo luogo salutata dalla nobiltà milanese che le aveva mosso incontro espressamente, le sorti della Guglielmina Boema, di cui in prima si venerò il sepolcro con triduo festoso, poscia se ne sparsero le ceneri al vento facendosi le cose a proposito, tanto nel primo che nel secondo caso. Ora nel giorno 15 settembre sul piano praticabile più alto di quella guglia, ad un'ora di giorno si vedevan fermi due uomini. Dell'uno luccicavano al sole gli ori e le gemme sulle ricche vesti, e dell'altro difficilmente si distingueva l'umile sottana di monaco cisterciense. Il silenzio in quell'ora, in quel giorno, non era nè generale, nè profondo come il solito, ma veniva interrotto da frequenti scoppi come di tuono, che percorrendo e agitando le regioni dell'aria veniva a morire in seno dell'abbazia. Intanto che i due dall'alto della guglia parevano immobili a guardare, alcuni conversi del monastero, raccolti in quel brolo, oggi così abbandonato e tetro, se ne stavano inchinati, accostando la testa a terra, come ad ascoltare qualche cosa che venisse di sotto. Stando in fatti in quella postura, alle improvvise alterazioni del cupo rimbombo, che, quasi percorresse lo spazio sotterraneo, arrivava da sei miglia lontano sino a quel punto, si poteva quasi avere un sentore dei repentini movimenti de' cavalli e delle artiglieria trasportate, delle varie vicende della battaglia che si combatteva tra Marignano e San Donato, e que' buoni conversi da que' suoni così vaghi credevano infatti poter raccogliere qualche notizia. In quanto poi ai due che stavano sull'ultimo piano dell'aerea guglia, non contenti di quello scarso indizio, per la vastità della campagna dirizzavano lo sguardo fin dove poteva mai arrivare, e lo tenevano fisso a un punto dove brulicava uno sciame, quasi poteva dirsi, di lucenti insetti che si agitavano, rischiarati in quel momento da un nitidissimo sole di mattina. Era quello un corpo di riserva che stava sull'ale per accorrere in tempo, quando l'esercito Sforzesco si fosse trovato all'ultime strette. L'uomo, principalmente, sulle cui vesti si vedevano luccicare le borchie d'oro, fissava lo sguardo a quel punto con quell'inquietudine, con quell'ansia, con quel turbamento, con cui un giuocatore sta aspettando il cadere del dado che gli darà la buona o la mala fortuna. Ma quando all'orologio dell'abbazia scoccarono quattordici ore, e colui stanco dell'assidua attenzione, distolse un momento lo sguardo da quel luogo, non ebbe neppur tempo di ritornavelo, che quell'amasso lucente era già scomparso e non si vedeva più nulla. --Reverendo abate, disse allora quel signore con un soprassalto d'alacrità che gli scintillava tra ciglio e ciglio. Gli Svizzeri son certo a mal partito; spero che la vittoria sarà pel re, e con un'affabilità eccessiva che non gli era punto abituale, strinse la mano del reverendo. Detto e fatto questo, si appoggiò ancora al breve parapetto che interrompeva l'elegante traforo della guglia; e tornò a concentrarsi in sè, volgendo come per un moto macchinale uno sguardo disattento sulla campagna che gli si stendeva d'innanzi. Il suo aspetto a poco a poco era tornato alla grave ed inquieta attitudine di prima; quel primo bollore di speranza si era già raffreddato, i suoi pensieri avevan già cambiata direzione. Del resto, era colui il magnifico Bentivoglio, lo scaduto signore di Bologna, il padre della Ginevra. Era uomo che già aveva varcato i sessant'anni, d'aspetto assai dignitoso e severo, e, più che severo, terribile. Pareva appartenesse a quella rigida stampa dell'epoca romana, con una faccia ampia, di forme grandeggianti, tutta ad angoli, con gran naso e gran mento, e nel complesso, qual potrebbe figurare uno scultore se mai volesse comporre un ideale di testa, adoperando le maschere di Seneca e di Bruto. Parlava poco, rideva meno, pensava sempre. L'antichità del casato, il dominio della grande e ricca città che aveva perduto, i mezzi di ricuperarlo, erano gli assidui oggetti di quel suo pensare. Sin dall'estremo scorcio del secolo decimoquinto, era stato per la prima volta assalito da quello spavento che, come epidemia, s'era impadronito di tutta quella folla di tiranni e tirannetti che padroneggiavano la media Italia, allorquando il Borgia aveva minacciato assoggettare a sè la Romagna tutta quanta, e non s'era fermato alle minacce. Sgombrato che fu, per l'improvvisa morte di papa Alessandro, quel tetro nuvolo che aveva oscurato l'orizzonte del suo potere, credè stornato ogni pericolo, e se ne tenne sicuro al tutto. Ma appena venne alla sedia pontificia Giulio Il, che non meno d'Alessandro e del Valentino bramava riconquistare alla Chiesa tutte le terre che già le erano appartenute, i timori gli si accrebbero assai più che prima, e nel 1506 ebbe infatti dal terribile Giulio perentoria intimazione di render Bologna, e minacce di fulmini spirituali e temporali in caso di rifiuto. Sicuro dell'ajuto dei sudditi, e più ancora delle promesse di Luigi XII, aveva risoluto sostenere l'assedio ch'era stato posto alla sua città; ma i sudditi non furono abbastanza valorosi, e il lealissimo Luigi, preso alle reti dal pontefice, col quale convenivagli acconciarsi, fece il suo comodo e lo tradì. Nella notte del 6 giugno di quell'anno, e fu gran ventura, potè fuggire dalla città, e raccolte quante ricchezze potè ammassare in quella dura stretta, ricevuto un salvacondotto da Chaumont, che comandava le truppe francesi, se ne venne a Milano coi due figli Annibale ed Ermete e colla Ginevra che allora poteva avere otto anni, e qui fermò la sua dimora. Non avendo in quel tempo a far nulla, ed essendo i due suoi figli già oltre l'adolescenza, a stornare i duri pensieri ed a fuggir tempo, si diede all'educazione della sua Ginevra. E mostrando la fanciulla tanto ingegno quanto è fuori dell'ordine di una donna, gli die' maestri di lettere, di disegno, di musica. Urceo era stato il primo maestro della fanciulla sin da quando erano a Bologna; in Milano fu affidata alle cure di Giovanni Filoteo, dottissimo uomo e buon poeta. Il Luino le aveva insegnato i principj del disegno, e uno Scandiano Monteverde, maestro nel conservatorio di musica fondato da Lodovico il Moro, e che fu il primo di tutt'Europa, gli apprese il canto e il suono della lira, genere di strumento che allora era in grandissima voga, per esserne stato suonatore insigne il mirabile Leonardo. Recatosi poscia a Ferrara, dove aveva molti possedimenti, i soli con cui potesse mantenere il decoro principesco della famiglia, aveva ottenuto che Lodovico Ariosto contribuisse pure alla maggior educazione della figlia, la quale seppe rispondere così bene ai desiderj paterni che, non ancora uscita dell'adolescenza, destava la meraviglia in quanti ravvicinavano. Intorno a quel tempo ricuperò Bologna, ma, come sappiamo, nel 1512, spodestato ancora di quel dominio, e con minori speranze di ricuperarlo, di nuovo ritornò a Milano. Vi ritornò colla sola Ginevra, avendo i due figli Annibale ed Ermete seguito l'esercito francese. Nella fanciulla, in quel lasso di tempo, colle doti dell'ingegno s'era venuta sviluppando una bellezza di forme straordinaria, alla quale dava assai prezzo una leggiera tinta di quella severa maestà paterna, che ai giovani che la vedevano comandava l'ammirazione, senza far tacere l'amore. Non è a dire con quanta compiacenza lo scaduto signore di Bologna vedesse quella sua figlia, come ringraziasse la fortuna d'averla fatta nascere nella sua casa. Nè già l'amor paterno soltanto generava quella compiacenza, ma un'altra causa assai meno tenera e molto più forte, la grandezza della casa, il desiderio di ricuperare i suoi Stati, Qual signore di Bologna, egli aveva sperato, facendone fondamento sui pregi della figlia, ch'ella potesse venir chiesta in isposa da qualche principe regnante o d'Italia, o di Francia, coll'ajuto dei quali farsi forte, e riavere i propri dominj; quella sua figlia dunque era l'unico oggetto delle sue cure e dell'amor suo; ma in quest'amore v'era qualche cosa di geloso, di tormentoso, di pesante. In tanti anni di dimora in Milano non le avea mai concesso s'abbandonasse in dimestichezza colle fanciulle di altre nobili famiglie; neppure una volta lasciò ch'ella uscisse a piedi di palazzo; temeva quasi che l'atmosfera delle contrade, dove si confondevano le esalazioni plebee, potessero mai recare qualche offesa alla nobiltà della figlia. Quando Milano era sotto il dominio francese, non aveva mai frequentato che il palazzo e la conversazione del governatore, dove la Ginevra fu più d'una volta l'oggetto dell'ammirazione generale, e quando ritornarono gli Sforza, qualche volta si recava alle feste del duca. Nella propria casa non concedeva accesso che alle più cospicue e antiche famiglie di Milano, con un riserbo però, con un cerimoniale, con un'etichetta, che poteva anche promovere la nausea. Qual signore, benchè scaduto, d'un ampio stato in Italia, egli pensava che in tutta Milano non v'era alcuno che potesse stargli a paro, nè di nulla era più curante che di far spiccare e rispettare codesto primato. Il titolo di magnifico signore, era il solo che lo mettesse di lieto umore, che gli facesse distender le rughe della calva sua fronte. Di null'altro era più tenero che dei propri titoli, di nessun'altra cosa prendeva passatempo che della lettura della storia del proprio casato e della sua Bologna. Dal momento che gli era sfuggito di mano il potere reale, cominciò a vagheggiare con un amore ardente, geloso, permaloso, le immaginarie prerogative della nobiltà. Molte volte avveniva, che trovandosi a far qualche parola con taluno dei signori milanesi che non appartenessero al più squisito patriziato, una loro parola non abbastanza misurata, un atto, un gesto troppo confidenziale, al quale per inavvertenza si lasciassero andare, una stretta di mano datagli senza pensar molto alla diversa inquartatura dello stemma, qualche cosa insomma che gli potesse far sospettare avesse voluto quel tale o porsi al livello di lui, o abbassar lui al livello suo, bastava di tratto a mettergli i dispetti nel sangue, a farlo di improvviso diventar cupo, accigliato, inquietissimo. E coloro che avessero voluto spiegare quei repentini _mali umori_, potevano benissimo darne causa o al mal di capo, o al dolor di denti, o ai reumatismi, ma non mai a quel che era veramente, perchè quel signore talvolta faceva poi anche l'affabile e il liberale, nè tutti erano così acuti da tener nota delle occasioni in cui lo faceva, nè sapevano accorgersi che anche allorquando dava cortesi parole a chi era da meno di lui, procurava tuttavia, nel mezzo della folla, di tenersi alto di tutta la testa appoggiato ai trampoli del suo grado. Chi tiene fra le mani la verga del comando ed è ancor ricco di potenza fisica, vedendo in che e in quanto avvantaggia gli altri, il concetto che può aver di sè stesso non trascende giammai i limiti, perchè la realtà gliene dà la giusta misura. Ma chi, invece, non ha altro al mondo che quel fluido imponderabile, il quale vien detto nobiltà, non potendo sapere quel ch'ella sia precisamente, ajutato dall'imaginazione le attacca quel valore che più gli piace, e col superbo fantasticare va tanto innanzi che gli riescono angusti i più estesi confini. Chi scrive conosce un tale della costola d'Adamo, uomo del resto di molto ingegno e di miglior coltura, e, come parve a taluno, anche di assai buon senso, il quale tiene per fermo che i patrizi sieno, nella grande catena, d'un bel tratto più presso a Dio che non il resto del genere umano; assunto che si affanna a dimostrare con una convinzione veramente prodigiosa, e, quel che più fa maraviglia, senza che il vino gli abbia dato alla testa. Ora, tornando al Bentivoglio, era verissimo quanto di lui aveva saputo il Morone da quel tal Marsiglio di Lodi. Verissimo che essendogli giunto a notizia l'arrivo del Baglione (il quale, a gratificarsi i Francesi, avea seco condotto cinquecento lance per aggregarle all'esercito del re, e intanto aveva posto gli alloggiamenti a Lodi) tosto erasi colà recato a visitarlo. Sebbene egli avesse trovato il Baglione invecchiato ed orrido da far paura, tuttavia avea subito tentato riannodare il filo che, tre anni prima, era stato mal suo grado spezzato. Come il lettore ben sa, era il Baglione tra' più facoltosi e potenti signori della Romagna, e per l'ajuto di Francia, era possibile avesse a salire più alto ancora, e il Bentivoglio, per quanto cogli ambiziosi desiderj girasse lo sguardo fra tutte le teste coronate d'Italia e fuori, non avea però mai trovato un personaggio migliore del Baglione con cui collocare la propria figlia, e collocarla in modo, che potesse esser d'ajuto a lui medesimo. Però, quando Giampaolo era stato improvvisamente assalito da quei mali che in tutti gl'Italiani aveva indotto la speranza, anzi la certezza, fosse per morirne in breve, egli si tenne perduto, vedendosi tolto un così valido mezzo a ricostruire lo scrollato edifizio; per questo è facile immaginarsi il contento di lui, allorchè, fatte quattro parole col Baglione, tosto comprese esser colui ancor pronto a sposare la Ginevra, benchè gli avesse posto una condizione. --Aspettate si spieghi la fortuna di Francia, aveagli detto il signore di Perugia, aspettate che s'abbia a conoscere in quanti piedi d'acqua siamo noi, e allora la discorreremo. Domani o dopo si verrà ad una decisiva giornata. Domani o dopo quel che avrà a stabilirsi fra noi sarà stabilito. Del resto, io sto qui e non mi muovo, le mie lancie son condotte da Orazio, e se venni qua in persona io stesso, è perchè ho bisogno di tener quattro parole col re. Sto attendendo anch'io con impazienza quel che sarà per uscire da tutto ciò, ma spero bene. Ho una gran sete, caro mio, e mi conviene patire l'arsura finchè non vegga recisi gli unghioni di leone da questo ragazzo di re. Tengo nella stía della mia Perugia ad ingrassare, tre capi di pollame ai quali tireremo il collo quandochesia; un protonotario che ci ha tradito, un vescovino che s'impacciò di battaglie, un cardinale che si balocca colle daghe, le misericordie e gli schioppetti. Se dunque i Francesi si comporteranno bene, il papa farà cantare il miserere per tutt'e tre, e non avrò più un timore al mondo di lui. Allora venite qui, e senz'attender altro, qualche cosa si farà. La vostra figlia mi piace e la sento lodata da tutti, e, in quanto a me, sebbene allorchè spira tramontana mi vengano ancora certe doglie acute, pure qualche bollitura di gioventù me la sento ancora fra le vene. A queste parole, sentitosi tutto confortare, il Bentivoglio era ritornato a Milano per preparare la figlia a quelle nozze che dovean essere imminenti; e in quel modo che tre anni prima s'era mostrato così insensibile ai pianti disperati della unica sua figliuola, lo fu anche in codesta occasione, e più ancora. Eppure s'ella gli fosse morta allora se ne sarebbe rimasto fortemente addolorato per tanta sventura, e avrebbe sparse lagrime abbondanti e sincere; ma trattandosi di ricuperare Bologna ogni fonte di pietà veniva essiccandosi in lui, e del resto, a spiegare i fenomeni dell'ambizione e' è un _assortimento_ di sentenze l'una più decrepita dell'altra. Dal dipendere adunque le nozze di sua figlia dall'esito della battaglia, è spiegata la cupa inquietudine del Bentivoglio in questa mattina del 15 settembre. Appena i cinquantamila svizzeri erano usciti di Milano e li seppe arrivati tra S. Donato e Marignano, anche egli tosto uscì della città, e si recò in un suo palazzotto ove si ritraea assai spesso quando, infastidito della fastosa ricchezza dei numerosi patrizj milanesi, che non parevano far di lui quella stima ch'egli pretendeva, aveva bisogno per dimenticare il fastidioso spettacolo della città, della solitudine e del silenzio d'un luogo dove nessuno potesse contrastargli il primato, e a lui fosse lecito di reputarsi quel che meglio gli fosse piaciuto. S'era poi scelto a dimora un luogo vicino all'abbazia di Chiaravalle perchè gli piaceva intertenersi col reverendo abate che già aveva conosciuto sino dal 1504 a Bologna, nella quaresima del qual anno aveva colui predicato in San Petronio con straordinario concorso di tutta la città. Più cose poi aveva stabilito il Bentivoglio dopo l'abboccamento avuto col signore di Perugia, l'una, che il reverendo abate di Chiaravalle fosse colui che benedisse gli sponsali, l'altra che non doveva correre più d'un giorno dopo l'esito della battaglia senza che le nozze fossero già strette, la terza che non sarebbe entrato in Milano prima che ad ogni cosa fosse dato compimento, e gli sposi con gran pompa facessero il loro ingresso in Milano intanto che vi si rimetteva il governo francese. Siccome però di codeste cose, per quanto esso fosse intestato di volerle assolutamente, pure poteva benissimo darsi il caso che non ne avvenisse neppur una, così contrastavano e cozzavano nella sua testa molti pensieri in quel mattino, e le ore che aveva trascorse sulla guglia dell'abbazia furon certo delle più tormentose della sua vita. Stato adunque per qualche tempo appoggiato al parapetto della guglia, e incessantemente perturbato dalla tormentosa vicenda dei dubbj e delle speranze, al sentire le onde dell'aria sempre più agitate dagli scoppj continuati dei cannoni e delle artiglierie: --Oh fossi anch'io colà, uscì a dire con impeto. Codesto sole cocente, che da tre ore mi batte sul capo, mi abbrucia più d'un razzo d'artiglieria. E non so nulla di quel che avviene a sì breve distanza da me, e tanto si aveva a rimanere sotto coltre. --Fra breve ci sarà ben nota ogni cosa, rispondeva l'abate. --Volesse Iddio che vincesse il re. --Io l'ho pregato perchè volesse il meglio. E tornarono a tacere, e un'altr'ora misurò la sfera dell'orologio dell'abbazia, senza che essi mai rompessero il cogitabondo silenzio. CAPITOLO XI. Questo capitolo doveva esser tutto occupato da una lunga descrizione della battaglia di Marignano fatta con tutte le regole richieste dai precettisti, ed anzi, avendo avuto l'autore il valido ajuto d'un professore di rettorica, già amico del benemerito Elia Giardini, si poteva esser certi che a quella descrizione non sarebbe mancato una virgola. Ma una combinazione che potrebbe dirsi fatale ha fatto sì, che i fogli che la contenevano andassero smarriti, non si sa come. Dopo aver fatte le più diligenti ricerche, e sempre invano, trovandosi l'autore nell'odiosa necessità di rifare il suo lavoro, e sentendosi venir la bruttura, non solo ha pensato di ommettere la descrizione, e di chieder perdono dell'omissione, ma sì anche, per suo conforto, s'è affannato a persuadersi sia stata quasi una fortuna il non averli trovati, per due buone ragioni: l'una, che in faccia all'arte, supposto che si duri nell'ostinazione di non vedere che l'arte nuda in un romanzo, una descrizione di battaglia, è tal cosa, che oggidì potrebbe far venire la muffa al naso quand'anche uno vi recasse l'abilità di Omero; l'altra che, in faccia alla storia, le cause che producono una battaglia, e i risultati che ne emergono, sarebbero le sole cose indispensabili a conoscersi; nel caso nostro poi non importa gran fatto il sapere, che Francesco abbia dormito su un cannone nell'intervallo della mischia, che il maresciallo Trivulzio abbia fatto dar l'acqua alla campagna ed inzaccherate le gambe dei poveri svizzeri, ch'egli stesso, per salvare un suo paggio, abbia corso imminente pericolo della vita, che il re Francesco abbia combattuto come un leone, cosa che del resto abbiam veduto fare a molti fatui nerboruti, in cui l'acquavite teneva luogo di coraggio e di virtù; che il Palavicino abbia fatto tutto quanto può fare un uomo; che sul campo sien restati seimila morti, e una quantità innumerabile di feriti, che in fine il Trivulzio l'abbia qualificata battaglia di giganti. La notizia che ci preme veramente, e che veramente ci addolora, è quella che gli Sforzeschi rimasero sotto, e che re Francesco per quella battaglia fu padrone del Milanese. Considerando poi che ci resta a percorrere un lungo, disastroso e intricato cammino, ci accorgiamo adesso che fu un vantaggio non disprezzabile l'aver potuto dilungarci dalla strada maestra e prendere per una tale scorciatoja. CAPITOLO XII. Dopo due ore d'attenzione, un acuto squillo ferì l'orecchio del Bentivoglio. --Illustrissimo, disse allora l'abate, possiamo discendere, questo è il messo senza altro. --Ho fiducia che costui mi debba recare la buona nuova, disse il Bentivoglio. Lo squillo tornò a farsi udire vicinissimo, e allora discesero. Non avevano posto il piede sul primo piano di quella scala che mette nella chiesa, che ai ripetuti squilli della tromba, e allo scalpito incalzato d'un cavallo, tutti si ridestarono gli echi dell'abbazia. Il magnifico Bentivoglio e l'abate uscirono di chiesa in quella che il messo a tutta corsa entrava nel cortile che la ricingeva, ed entrava gridando: che gli sforzeschi erano stati sconfitti. Fu questo uno tra' più felici momenti della vita del Bentivoglio, il quale, con due suoi uomini, subito salì a cavallo e, senza attender altro, si recò a Lodi; avendo lasciato una buona scorta di servi e di villeggiani al palazzo dov'era la sua Ginevra, perchè stessero in guardia, se per caso vi capitasse qualche drappello di soldati francesi. Intanto che il Bentivoglio viaggiava verso Lodi, molte cose avvenivano altrove. In una fuga disordinata e disastrosa tornavano a sparpagliati drappelli verso Milano gli svizzeri e tutti coloro che avean preso parte nella battaglia contro il re di Francia. Sulla strada fuori della porta Romana moveva una gran moltitudine di cittadini contro i poveri malcapitati che ritornavano. Era un brulicame di gente infinita; un ire e redire; un parlare in confuso; un aggrupparsi disordinato intorno a qualche soldato, che tornava spossato e rotto dalla fatica, per udire notizie più distinte di quelle che avevano recate i corrieri della città. E come la sfilata degli Svizzeri malconci, luridi, pesti, insanguinati, inzaccherati di melma e di fanghiglia per quel brutto giuoco che il Trivulzio aveva lor fatto, cominciò ad entrare nella città, i buoni milanesi, dimentichi delle esorbitanti somme che loro eran costati que' mercenarj, e commossi a pietà del loro presente squallore, accorrevano, come lasciò scritto il nostro Burigozzo, con vino, con pane, e con altri soccorsi, ad alleggerir loro la sventura toccata. Fra i molti che non erano rimasti sul campo, e fra i pochi reduci a cui non era toccata una ferita abbiamo pure alcuni personaggi di nostra conoscenza, tra' quali, se non tutti, i sei almeno dei dieci che erano stati così largamente soccorsi dal Palavicino. Dal campo erano essi tornati assieme, lamentando gli altri che feriti non avevano potuto muoversi. A quel giovane che noi conosciamo per quell'appellativo un po' disonorevole d'indebitato, si fece incontro sulla strada Romana, un uomo in sui quarant'anni, il quale, a molti tratti del viso e della persona, che aveva somiglianti con lui, non si poteva sbagliare dicendo ch'era fratello, o qualche cosa di simile. Quest'uomo dunque che, per disgrazia aveva comune con lui anche le poco splendide vesti, appena il vide fattagli una festa cordiale: --E così, gli disse; come ti sei comportato Omobono, e la fortuna come s'è comportata con te? --Benissimo l'uno e l'altra, Elia, per quanto riguarda me solo, ma è pur sempre vero che i nostri godimenti non hanno ad essere intieri. Tu già hai indovinato... --È forse morto il marchese? --No, il buon Dio l'ha voluto conservare ancor vivo, ma è in terra ferito; ora se ne sta tra le mani d'uno di que' chirurghi scortichini dell'esercito. Ma io vengo in fretta a cercare di qualcheduno de' nostri perchè la cura abbia ad essere e più sicura e più spiccia, sapresti tu dove potrei dare del capo, così in sul subito? --Di medici e chirurghi non c'è penuria qui... ma se tu vuoi un uomo, cerca di messer Lucio Cardano, che sta in piazza... Ma è così grave il pericolo? --Tanto grave, vorrei credere di no, ma si sa mai quello che può succedere, e siccome per un certo intrigo, che ti dirò poi, quel povero giovane è più malato d'animo che di corpo, e quando l'ho lasciato dava in deliri e in pianti che faceva pietà, così potrebbe una cosa far danno all'altra, e allora... e allora ti dico che vorrei essere in terra io stesso con una buona ferita, piuttosto che lui, e se questo cambio si potesse fare, lo farei di gran voglia, perchè è mio dovere. Così parlando tra loro, se ne vennero in piazza a cercare di quel tal chirurgo. In mezzo a tanta farragine di cose, fra tanto scompiglio di fatti, in così assiduo accozzamento di notizie, in tanta aspettazione di novità, i buoni Milanesi trovarono pure il tempo di prendersi pensiero anche degli avvenimenti minuti. Così presto circolò la notizia, che il marchese Palavicino era ferito, e con quella l'altra notizia, che la figlia del magnifico Bentivoglio avrebbe sposato il signore di Perugia, il quale insieme ai Francesi sarebbe esso pure venuto a Milano; due notizie che, quantunque abbiano un così stretto nesso nella nostra e nella mente dei lettori, pure non ne avevano alcuno nella mente de' Milanesi che ignoravano quello che noi ora sappiamo. Ma quelle due notizie, prima ancora che al popolo, erano pur giunte all'orecchio degli Sforza e del Morone, il quale ne sapeva più di quello che ne sappiam noi certamente. Però, appena seppe della sconfitta, dopo aver disposto più fermamente quello che, in suo segreto aveva già pensato prima della giornata campale per ciò che riguardasse gl'interessi dei due Sforza e, più che tutto, il bene della città, gli rimase qualche tempo di pensare anche a quei due fatti così minuti, (se si confrontino colla immensa farragine della cosa pubblica), che risguardavano la Ginevra e il Palavicino. Aderendo strettamente a quanto aveva già manifestato al duca di Bari Francesco Sforza, la sua intenzione era quella di mandare a vuoto quel matrimonio, ma siccome tanto il Bentivoglio, che il Baglione stavano con Francia, e questa che oramai era padrona del Milanese, non avrebbe comportato fosse lor fatto il menomo sopruso, così il Morone non volevasi prendere apertamente sopra di sè un affare di tanta importanza, e tale che avrebbe potuto esser causa dell'estremo suo danno, e mandare in un fascio in una volta tutto il lavoro a cui da tanti anni attendeva con tanta fatica, con tanta astuzia, con tanto senno. Il fine del Morone fu sempre quello di giovare al proprio paese, del cui bene era tenerissimo, e chi scrive, non fu mai così persuaso di nessuna cosa al mondo, come di questa; ma esaminando attentamente ogni suo atto, vedesi chiaro ch'egli voleva condurre le cose in modo da non averne a scapitare lui stesso, e in qualunque mandibola fosse poi caduta questa bell'ala di pollo della Lombardia, comportarsi di maniera da pescar chiaro nell'acqua torbida; come tutti gli uomini di genio, ambiva l'ottima stima dell'universale e non era indifferente alle nuvole dorate della gloria; ma con tutto ciò la palma del martirio non aveva per lui neppure una mediocre attrattiva, nè mai sarebbesi indotto per lei ad accelerare d'un tratto la sua corsa. Da ciò forse derivò quella farragine d'opinioni così controverse sul conto di questo celebre personaggio, e ch'altri gli abbia fatto il torto di reputarlo indifferente al bene del proprio paese e ligio in tutto alla Francia. Fin dal primo momento adunque che gli era balenato il pensiero in mente di stornare le nozze del Baglione colla Ginevra, parendo a lui che questo fatto assumesse un'importanza più grave di quella che altri potesse mai credere, sempre aveva pensato al modo di collocare le pedine sulla tavola reale, senza che apparisse che la mano che giocava fosse la sua. Di presente poi, che i Francesi erano entrati in Milano trionfalmente, che le sorti s'eran profferte interamente a loro, e alla causa Sforzesca più non rimaneva che un barlume, ma ben fioco e assai lontano, nella persona del duca di Bari, e che tra i due tiranni della Romagna e la Francia v'era un'amicizia molto tenace, comprese che il suo disegno era assai difficile a colorirsi, e più ch'altro, stringendo il tempo, aveva bisogno di un colpo risoluto. Per ciò, dopo esser stato più volte tentato di abbandonare al tutto quell'impresa, mise finalmente gli occhi addosso a un certo tale che aveva conosciuto qualche anno prima, e nascondendo sè stesso nell'ombra, pensò valersi dell'opera di colui. Il giorno dopo, che era il 16 di settembre, chiamò l'uomo di camera, il quale da molto tempo gli era fidatissimo. --Ti ricordi, gli disse, di quel tale che, faranno tre anni adesso, sedeva fra gli scribari dell'ufficio fiscale e che, per più mesi, venne a prestarmi aiuto nel mio gabinetto privato? --Mi ricordo benissimo. --Dal giorno che l'ho licenziato per non occorrermi più l'opera sua, non mi venne mai più veduto. Ma ora avrei bisogno di lui. Sapresti tu dove andarlo a trovare? --L'anno passato so che abitava in Vettabbia al numero 35. Era un bugigattolo a livello della fossa, dove le lavandaie vanno a fare il bucato. Ma vossignoria sa bene, che in un anno può aver cambiato più di dieci e più di dodici alloggi, chè i proprietarii delle case non hanno mai avuto la consolazione di lodarsi della sua puntualità nel pagar le mesate; del resto, chi volesse fare il giro delle osterie dove c'è il vino migliore e il più bravo cuoco, non sarei lontano dal credere che tosto lo troverebbe. Adesso poi che ci penso, tre anni fa bazzicava al _Pomo d'Eva_, dove si è sempre bevuto il più buono _recente_, e non è improbabile che vi pratichi anche oggidì, perchè qui poi paga bene, e i lamenti dell'affittuario vanno in tanta lode nella bocca dell'oste. Se dunque vostra signoria crede, vò al _Pomo d'Eva_, e lo conduco qui. --Va dunque, e fruga sin che lo trovi, e conducilo da me subito. L'uomo di camera obbedì. Il Morone stette intanto ad almanaccare intorno al miglior modo di far fruttar l'opera del nuovo personaggio che aveva mandato a cercare. Noi abbiam già avuto occasione di conoscere un tal uomo, quando il di della sconfitta degli Sforzeschi, si fece incontro al suo fratello Omobono. Esso chiamavasi Elia Corvino, ed ora che il Morone sta aspettandolo terremo di lui qualche parola, che forse tornerà utile a qualcosa. Figlio d'un negoziante di pannilani che, a un certo punto della carriera commerciale, si era trovato aver messa insieme una somma ragguardevole di denaro, era stato assai signorilmente educato, e messo allo studio di Padova per impararvi giurisprudenza, ove il lettore di diritto, il quale, oltre ad essere versatissimo nella sua scienza, era un conoscitore molto esperto delle facoltà intellettuali de' giovani affidatigli, aveva pronosticato gran cose di lui, qualora peraltro si fosse a tutto uomo dedicato a quello studio, e non si lasciasse allettar tanto, come dava indizio di voler fare, dai giocondi svagamenti della vita. Ma esso non era ancor licenziato dottore, che suo padre, morto di affanno in poco d'ora, in conseguenza d'un rovescio di fortuna tanto terribile quanto inaspettato, lasciò a lui, come a due altri suoi fratelli, un tenuissimo avere; di quelle somme spilorce che non bastando a mettere una solida base al ben essere d'un uomo, nè a dargli i mezzi a tentar con sicurezza un'utile professione, non servono ad altro che a mettergli nel sangue, specialmente se l'uomo è molto giovane, una tentazione morbosa di sparnazzare pel lungo e pel largo, e di porsi a fare il gran signore un anno, sei mesi almanco, tanto per libare tutto il bello, il buono, il saporito di codesta vita, e assorbire a un tratto così tutto il contagio del vivere ozioso e splendido, poco curanti del resto, se fra poco tempo la miseria, con tutto lo squallido corteggio de' suoi malori verrà a dar la fuga a quella folla di desiderj e di appetiti nati e cresciuti con prepotenza in quel velocissimo mezz'anno. Uno di que' fatali patrimonj, insomma, de' quali è certamente più desiderabile un colpo di apoplessia. Impacciato adunque d'un simile patrimonio, il giovane Corvino, vivacissimo e prodigo per natura, lo consumò tutto d'un fiato, senza nemmeno lasciar tempo all'anno di finire, senza neppure averne fruito lui solo, chè ad alcuni amici suoi aveva fatto de' prestiti graziosi, equivalenti a donazioni. E così d'improvviso s'era trovato in quelle secche, che, veduto da lontano, non gli eran sembrate tanto lugubri. Capì allora che il tempo d'oziare, di godere, di scialare era finito, e che voler mangiar pane, conveniva darsi attorno in qualche modo. Ricordavasi così in digrosso del diritto romano, gli era rimasta qualche polvere in testa dei capitolari di Carlo Magno, delle decretali di Graziano, aveva un fioco barlume delle leggi statutarie, conosceva passabilmente la pratica forense, capì che per vivere conveniva prender le mosse per di lì. L'elemento capitale e più energico che costituiva l'ingegno del Corvino, era un acume e una perspicacia di veduta straordinaria. Ora quell'acume, pel bisogno inesorabile, trasportato dalle speculazioni teoretiche alla pratica, diventò astuzia; quella perspicacia trasmutossi in mariuoleria. Aveva cominciato in prima a far lo scrivano di cose forensi, poi si provò ad assumere per conto proprio qualche scabroso impegno, di quelli che fan torcere il viso e crollare il capo ai notai ben provveduti di tabellionato, ed essendo anche dotato d'un'immaginazione feracissima di trovati, era riuscito a spuntarlo, epperò in poco tempo aveva potuto mettere insieme qualche denaro. Ma per disgrazia tornando a farsi sentire prepotentemente in lui quegli appetiti de' quali aveva fatto conoscenza in quel tempo di vita signorile, fu tentato di oziare per qualche poco ancora, e fece una ricaduta. È sentenza che circola nel ceto medico, che talvolta una ricaduta è più rovinosa del primo assalto medesimo del morbo, e parve che pel giovane Corvino fosse così di fatto. Gli fu mestieri tornare al lavoro e, per aiutarsi meglio, allargare il campo delle sue operazioni. S'attentò dunque di mettere un carato in più agenzie, tornò a infarinarsi di giurisprudenza, a studiare, a notomizzare la legge corrente per trovare il suo lato debole, ove potesse riuscir vittoriosa la frode, e giunse così ad essere un molto fecondo autore di ribalderie, l'una più ingegnosa dell'altra, che gli procacciarono in poco tempo una certa fama municipale. Si era parlato principalmente molto a lungo in Milano, di tre o quattro suoi fatti, che, malgrado la loro pravità erano stati accolti con applausi infiniti del pubblico. Non finivasi poi di magnificare l'acutezza, l'ardimento, la fortuna di un ultimo suo tentativo, pel quale eragli riuscito annullare un iniquo testamento, delle cui disposizioni gli eredi si erano tenuti assai sicuri. Di ciò lautamente compensato, ebbe la consolazione di poter immergersi per qualche tempo ancora negli ozi e nelle intemperanze predilette, sinchè tornò ad altri capolavori di prontezza e d'audacia, toccando quasi tutti i generi dello _scamotaggio_, combinando matrimoni avversati da mille ostacoli, rompendone altri voluti per forza, facendo passare per equo e legale una violenza, un sopruso, e sempre mescendo alle ribalderie alcun atto, che invece di provocar gli odi, destasse le simpatie. E bisogna notar qui di passaggio, che i dirigenti delle sue ribalderie, anche le più smaccate, non eran mai nè bassa perfidia, nè tetra scelleraggine, ma solo una special teoria di diritto naturale, della quale non fu mai traccia in nessun codice del globo. Che se per avventura il cuor suo, non angariato dalle urgenze del bisogno, si fosse adoperato in pro di qualcheduno, che avesse potuto internarsi ne' suoi segreti, lo avrebbe veduto galleggiar più libero sulla negra sozzura, nella quale, quando la fame gridava alto, era costretto sprofondarsi vergognoso e sdegnato di quel che gli toccava vedere senza poter parlare. Del resto quel galantuomo a lucidi intervalli, seppe talora commettere azioni così nobili, così generose, così dilicate, quali non sarebber forse venute in mente mai a nessun galantuomo _in pianta stabile_. Tal'era codesto Elia Corvino, un complesso di qualità così poche omogenee che mal si potrebbero racchiudere in una definizione. Qualcosa peggio del mediatore non iscritto nella tabella dei mercanti, qualcosa meglio del computista del falso monetario, e che intanto ci compare qui improvviso a mostrare, che alcuni personaggi appartenenti a un secolo, che nel complesso ha un'impronta tutta propria, possono troppo bene somigliare a personaggi d'altri secoli e d'indole ben diversa. Questo Elia Corvino, quando il Morone gli mise gli occhi addosso, poteva aver quarantanni d'età, e continuava gloriosamente il mestier suo; come aveva congetturato l'uomo di camera del Morone, aveva lasciato da gran tempo il suo bugigattolo al N.° 35, in Vettabbia, ed ora abitava al quinto piano di una stretta e lunga casupola, per giungere alla cui porta bisognava essere assai pratico di quell'imbrogliato labirinto di vicoletti, di tuguri, di catapecchie accostate ed addossate l'una all'altra, senz'ordine e senza logica, in quella parte di rione dove ora è situata l'osteria dei _Popolo_ e dove anche oggi il lavoro dei secoli e della civiltà non pare che abbia fatto miracoli. Del resto, il luogo d'abitazione e l'acconciatura del vestito erano le due sole cose per le quali l'Elia Corvino sentiva un certo rimorso a mettere fuori danari, e quel suo abitacolo, più propriamente doveva chiamarsi covile, e le sue vesti, che soleva comperar già frustate, eran di foggia signorile bensì, ma unte, spelazzate e tignose. I suoi danari di lucro impuro, andavan a versarsi tutti quanti all'osteria del _Pomo d'Eva_, la quale occupava il sito appunto dell'odierna del _Popolo_, motivo per cui erasi procurato un'abitazione che le fosse, ben vicina; e le mancie di lui, qui fioccavano a' famigli, e i polastrelli meglio ingrassati e purgati eran tenuti in serbo per messer Elia Corvino, al quale veniva qui prodigato il titolo di dottore. Oltre poi a codesti gusti, pe' quali non soleva guardarla pel sottile, aveva qualch'altra abitudine poco economica, e con assiduità soverchiamente peccaminosa, era veduto internarsi per gli oscuri angiporti e pei viottoli dove s'udivano le impure cantilene delle figlie di Pafo. L'uomo di camera del Morone intanto, recatosi difilato all'osteria del _Pomo d'Eva_, appena ebbe messo il piede nel primo salotto a terreno, la persona appunto che tosto gli cadde sott'occhio fu l'Elia Corvino, che seduto rimpetto all'uscio innanzi ad una tavola, non attendeva già in quel momento nè a mangiare nè a bere, ma in mezzo a quattro persone, con innanzi carta e calamaio, scriveva a furia come fosse sotto il dettame di un curiale, fermandosi di tanto in tanto a interrogare qualcuno de' quattro che gli stavano intorno estatici, e facenti le maraviglie ad ogni suo detto, e a metter tosto in carta le loro parole. Egli è da sapersi che l'osteria del _Pomo d'Eva_ non solo gli offriva la tavola per il pranzo, la cena e straordinari, ma in più d'un'occasione gli serviva di studio e d'aula per consulti, del che pagava l'oste, facendo all'occorrenza il suo patrocinatore officioso. Ora, alzando la testa, l'Elia Corvino aveva veduto entrar l'uomo del cancellier Morone, e benissimo lo aveva conosciuto, di modo che, appena costui, salutandolo, gli fece intendere avergli a dir due parole, tosto congetturando fosse mandato espressamente dal Morone medesimo, ed essendo contento di ciò, depose la penna, s'alzò, disse a quei suor clienti; _torno_ subito, e s'avvicinò all'uom del Morone. Questi lo trasse in un canto del salotto. --Messere, gli disse, l'illustrissimo mio padrone ha bisogno di voi, e vorrebbe parlarvi quest'oggi medesimo. --Ed io sono bell'e pronto ai comandi dell'illustrissimo, sol che vogliate aspettare un quarticello d'ora. --Aspetto anche di più, e attendete pure a fare il vostro comodo, solo è bisogno che non passi quest'oggi. --Benissimo. Lasciate or dunque ch'io sbrighi questi quattro bietoloni, che, senza colpa nè peccato, se io non li aiutassi adesso, berrebbero domani nella brocca del bargello. Se volete aspettarmi, aspettate, quando no, verrò solo dall'illustrissimo; fate quel che volete. --V'aspetto qui, dunque, e solo badate a far presto. Il Corvino tornò a sedersi, rinnovò certe interrogazioni, scrisse e scrisse per un quarto d'ora buonamente, poi fece un rotolo delle carte, lo consegnò ad uno de' quattro clienti, dicendo: --Questo farà l'effetto, e stassera tornate da me qui. Del resto, seguite pure a far buonissime digestioni, chè il pericolo è stornato. E senz'altre parole, accostatosi all'uom del Morone, indossò la palandrana e s'accompagnò con lui. Non avendo a far molti passi, in pochi momenti furono a palazzo, dove tosto entrarono. Messo il piede in un'anticamera, l'uom del Morone disse al Corvino: ---Aspettate qui un momento, che vado ad avvisarne sua signoria illustrissima. Quasi nel medesimo tempo uscì a dirgli: entrasse tosto, che il signore l'aspettava. Quando il Corvino entrò, il Morone stava passeggiando nel suo gabinetto; ma fermandosi allora di tratto, insieme all'affabile saluto volse a colui uno sguardo assai penetrativo e scrutante; la qual cosa fece pure il Corvino, ammiccando anch'esso in quel momento, certo senza avvedersene, con quello stringere dell'occhio destro che era un lezio abituale e caratteristico del cancellier Morone. Ora si trovavano al cospetto l'un dell'altro due uomini, dotati di una così identica natura d'ingegno e originarie attitudini che a percorrere, se fosse mai stato possibile, con un sol colpo d'occhio, tutta l'innumerevole schiera dei viventi a quell'epoca, non ne sarebbero trovati altri due tanto simili fra loro. Ma per conoscere una tale somiglianza, era bisogno far lunghi preparativi in prima, occorreva collocarli nudi ambidue sulla tavola dell'analisi, trasportarli fuori delle contingenze sociali, farli rimontare all'era adamitica, vederli così come la natura aveali formati prima che le mille modificazioni d'una società artefatta, della classe, dell'educazione, della sorte, del tempo diversi, li avesser tramutati in gran parte. E anche senza tuttociò, bastava forse chiudere un occhio su quella differenza tanto scandalosa che interveniva tra il feltro spelazzato e tignoso d'Elia Corvino, e il magnifico robone di velluto damascato che indossava il Morone, e portarlo solo sul volto d'ambedue. Non già che la loro somiglianza fosse pari a quella di due gemelli; non trattavasi qui d'eguaglianza perfetta di contorni e di linee. Ma un fisionomo, a primo tratto guardandoli, senza pensarci due volte, avrebbe detto:--Qui, più che il leone, c'è la volpe, e non saprei chi dei due sopravvanzi l'altro.--E v'era de' momenti in cui anche le linee e i contorni s'armonizzavano egualmente in ambedue, per certi guizzamenti di muscoli repentini, per alcuni tratti e moti abituali tanto nell'uno che nell'altro, come s'è veduto. E per verità d'altro non era effetto che della varia fortuna, della varia classe, della diversa potenza fisica, se l'uno era un esemplare ed esperto ed acutissimo magistrato e uomo di Stato, il quale aveva fermata l'attenzione della canuta esperienza del re Luigi, e avea piena Italia del suo bel nome, nel mentre che l'altro era un oggetto di contrabbando, un'esistenza morbosa, uno scarto della società, una cosa che forse potea far la sua figura a lume di candela, ma che non bastava a sopportare la chiara luce del sole. Certo, le due psichi, che stavano ascose nell'involucro di que' due corpi, erano state, originariamente, di una stessa natura, d'una forza medesima, d'una medesima bellezza; se non che l'una giovata, da mille combinazioni, aveva potuto crescere sempre più florida, dignitosa, potente; l'altra invece, intristita dagli assidui miasmi d'una esistenza corrotta, aveva perduta la bellezza originaria. Vogliamo sperare che nessuno vorrà sdegnarsi con noi se osiamo istituir confronti qui fra l'illustre, che ha tanti diritti alla stima de' posteri, e un uomo qual era Elia Corvino. Ma possiamo assicurare non se ne sdegnerebbe neppure lo stesso cancellier Morone, giacchè, colla scorta del suo mirabile acume, tosto prenderebbe la cosa pel suo verso. Ora, tirando innanzi intrepidamente, si potrebbe dire che se quelle due creature, il Morone e il Corvino, si fosser potuto, a così dire, tramutare in cuna, e il figlio del mercante plebeo, fosse stato posto al luogo del fanciullo del gentiluomo, il dialogo che in oggi sta per succedere sarebbe forse successo egualmente; ma il Corvino, avvolto nel suo robone di damasco, avrebbe fatto domandare il Morone, e questo tutto cencioso se ne starebbe ad attender gli ordini e a coglier la parola al volo del nobile magistrato. Ed era veramente il caso di coglier la parola al volo, perchè il Morone avrebbe voluto bensì che il Corvino si fosse preso sopra di sè l'assunto di stornare in qualche bel modo le nozze del Baglione colla Ginevra; ma esso non gliene avrebbe mai data espressa commissione.--Era collocato troppo in alto perchè gli sguardi non avessero a cadere su lui, e troppo gli premeva l'integrità della fama e la sicurezza propria.--L'astuto potente s'era guardato attorno ben bene per trovare a chi potesse far procura, ma siccome, poteva ancora darsi il caso di compromettersi, così il Morone pensava al modo di poter essere inteso, se fosse stato possibile, senza parlare nemmeno. --E così, come va, messere? chiese finalmente al Corvino, tanto per dare un avviamento al discorso. --Potrebbe andar meglio, e potrebbe andar peggio, rispose l'Elia, stiamo così fra zenit e nadir. --E in quanto a faccende, come si mette la fortuna? --Nel mese ch'è passato, adesso il collegio dei dottori ebbe un bell'affaccendarsi lui per dar corso a tutto quanto io venni manipolando in fretta e in furia in meno di quindici dì, ma il settembre che si avanza non pare abbia a portare con sè gran benedizione. --E così, che pensate di fare? --Pensavo che s'io mi dessi a sgranare i grappoli di villa Cortese, giacchè la stagione è da ciò, farei forse molto meglio le cose mie in questo settembre. Tuttavia non dò un lamento, perchè negli ultimi dì mi avvenne tal cosa, che può bene confortarmi del poco che il tempo promette. Quello scapestrato del fratel mio, che mi costava una quantità considerevole di pareri e di arrosti, ha trovato l'uomo che l'ha preso a proteggere, ed ha pagato tutti i suoi debiti. È un vero miracolo, ed è anche un gran peso che mi si è levato dalle spalle, perchè già un fratello, è sempre un fratello. --Lodo la tua pietà, e mi fa maraviglia il miracolo. --Peccato che adesso quel degno signore si trova in terra ferito, e quel ch'è peggio, sia più travagliato d'animo che di corpo; cosa di cui mio fratello è sconsolassimo. --Scommetto che questo degno gentiluomo è quel caro conte Galeazzo, che si è messo a proteggere gli scapestrati, i _tôffi_ e le sgualdrine, per far dispetto ai gentiluomini di cappa e di spada. Lo conosciamo assai bene quel degnissimo cavaliere. --Non è di lui che parlo, illustrissimo; il conte Galeazzo l'ho veduto un momento fa, che se ne andava in volta colle sue gambe assai bene, certo più bene del solito, giacchè, vostra signoria sa come talora si diletti di far la via a zig zag per alcune sue abitudini. Non è dunque del conte che dicevo, ma di quel povero marchese Palavicino, intendo il giovane, quello che sta in Sant'Erasmo. Il Morone, che avrebbe voluto giocar di parole un pezzo prima di venire a parlare del Palavicino, rimase tanto quanto maravigliato vedendo che la cosa aveva voluto camminare da sè, e fu contentissimo di quel buon avviamento. --Il marchese è mio amicissimo anche lui, soggiunse poi. --Dunque, vostra signoria saprà, meglio di me, perchè il marchese sia in così cattiva condizione, non parlo già delle ferite, chè di quelle tosto si guarisce... --Volevi dir del matrimonio? --Di quello, voglio dire. E mi raccontava Omobono, che il Palavicino voleva venir tosto a Milano, e non c'era chi potesse trattenerlo, se il chirurgo non gli avesse messo due uomini a far guardia. --Il caso di quel giovane è ben grave. --Ebbe per altro un gran torto nel fermar gli occhi sulla figlia del Bentivoglio. --E che volevi? --Dovea pur pensare, ch'era assai poca cosa la sua corona di marchese; e che ce ne voleva una da re in testa. Egli è vero bensì che un giovane non è poi obbligato ad avere il sangue freddo del sindaco dei mercanti, e che non trattavasi già di comperare un moggio di segala, chè allora si fa quel che conviene. Ma intanto, ecco qui uno di quegli affanni cocenti, de' quali io mi tenni sempre in guardia, benchè non abbia nè il senno, nè la trippa del sindaco. --Lo sapevo, disse allora il Morone, come se pensasse tra sè, che codesto matrimonio lo dovea cuocere fieramente. --E la figlia del Bentivoglio è in peggiore acque assai; non so se vostra signoria abbia veduto il Baglione; ma l'ho veduto io, a Lodi, qualche giorno fa, dove mi recai per dar qualche ajuto ad un galantuomo di qui, che aveva a difendersi contro un birbante di là, e se anche non si sapesse quel che ognuno sa di lui, basterebbe vederlo per mettersi tosto in guardia, quantunque sia vecchio assai, e mi somigli una imposta tarlata che non stia bene sulle bandelle. Il Morone continuava intanto a misurar la camera con que' suoi passi brevi e svelti, e stava sull'ale per cogliere il momento opportuno di gettar la semente nel solco. --E il fratel mio, seguiva a dire il Corvino, n'è così tormentato che stamattina scongiurava cielo e terra, perchè sulla testa di questo nemico degli uomini cadesse almeno una delle colonne di San Lorenzo che minacciano di sfasciarsi; e mi chiedeva dei pareri a me, tanto per trovar qualche empiastro da sanar la piaga al marchese. Bisogna confessare, che mio fratello non manca di buon cuore. Il Morone si fermò di botto in faccia al Corvino, pensò un momento, poi disse: --E che cosa basterebbe l'animo di fare a questo fratel vostro? --Quel che può fare un uomo che è sostentato dall'ira, e che non bada a rovinar sè per salvare altrui. La buona volontà non manca a mio fratello. Ma che fa il solo appetito, se nella pignatta non cuoce la zuppa? --Ci vorrebbe la buona tempra di quel tale che trovò il segreto di far parlare anche i morti, soggiunse allora il Morone, alludendo ad una delle mille ribalderie del Corvino; voi ridete, messer Elia, ma per la sventura del marchese non ci vorrebbe altro, che ne dite voi? Detto questo, il Morone fe' le viste di dar di volta al discorso, gettò un'occhiata, come se fosse a caso, su quell'imbrogliata quisquiglia di carte che aveva sulla tavola, e soggiunse poi subito: --Quasi mi scordavo di ciò per cui t'ho mandato a chiamare. Senza dunque attendere a pigiar l'uva di villa Cortese, come dicevi tu, ti darò io da lavorare. In questa stretta di tempo e in questo repentino mutamento di cose ci ho molte matasse da svolgere; e siccome ho potuto accorgermi, che dello studio di Padova, a te non rimase la polvere soltanto, così te ne darei una a te imbrogliata molto da dipannare e da stendere al sole. Del resto, ti sborserò tanti ducati, quanti in una sol volta non t'è forse mai bastata la vista di guadagnare. --È un lavoro per cui ci vorrà molto tempo? --Può esser più, può esser meno; anche un giorno avrebbe a bastare, anche un'ora, pur che il pozzo dia acqua, e il poeta trovi la rima. Corvino non afferrò bene, e stette pensando a quelle parole. --Domani o doman l'altro, e potrebbe darsi anche oggi... tu dovresti porti al lavoro... e in quanto al prezzo, saran trecento, saran quattrocento ducati, o scudi del sole, come ti parrà meglio, a seconda dell'abilità e della riescita. Il Corvino, a cui sembrò in vero che quel prezzo fosse esorbitantissimo, guardò fiso il Morone. Questi comprese allora ch'era nato un pensiero in testa al Corvino, che c'era un uncino al quale attaccar molto bene il suo filo. Allora tirò via, saltando di palo in frasca, senza alcun ordine del discorso. --Dunque, tu mi dicevi, che il marchese, benchè ferito, voleva di tutti i conti vènire a Milano. --Certo, illustrissimo. --Ma che intenzioni, che fini ha egli poi? --È presto compreso, quantunque non sia presto fatto; tentare un colpo ardito, e tenersi la ragazza per sè. --È pazzo il marchese, la cosa è disperata; ogni tentativo è impossibile. Il Corvino tentennò la testa, poi soggiunse: --Difficile sì, impossibile no; mi pare a me. Il Morone gli si piantò allora in faccia, come aveva fatto alcuni momenti prima. --È ottima cosa che a te paja così, Corvino, ottima veramente. E facendo quel suo solito lezio, strinse l'occhio dritto, il che accresceva quell'espressione assidua di acutezza che aveva svolta in faccia, e guardò fiso per qualche tempo il Corvino. Questi notò quell'occhiata acuta, penetrativa, parlante; gli venne un lampo, la interpretò alla sfuggita... abbassò la testa... aveva capito. Ci fu un momento di silenzio, che il Corvino ruppe il primo, dicendo: --Se vostra signoria illustrissima volesse mai... Il Morone fu presto a tagliargli la parola in bocca; non voleva assolutamente nè parlar chiaro, nè sentire a parlar chiaro, e subito svoltò il discorso. --La settimana ventura verrai dunque a prendere i quattrocento scudi, che per allora, spero, mi avrai spacciata quella faccenda che ti dicevo. Il Corvino tacque. Il Morone continuò a passeggiar per la camera sinchè di bel nuovo gli si volse improvviso, dicendogli: --Conosci tu il Bentivoglio? --Lo conosco benissimo. --Di vista, o di nome soltanto? --Di nome e di vista. --È una buona cosa anche questa. --Buonissima certamente. --E la sua figlia l'hai tu mai veduta? --Qualche volta sì.... E un certo signor conte che io non nomino, non avendomi conosciuto bene, mi voleva dar certi incarichi per lei. Si trattava d'imbasciate.... Ma l'illustrissimo sentirà anche adesso il fumo della vergogna, se si ricorda di quel che gli ho risposto.... --La fanciulla ti conoscerebbe forse? --Credo di no. --Ho piacere che non ti conosca. --Lo capisco anch'io. --Dunque, Elia, noi siamo perfettamente d'accordo. Queste faccende ti aspettano, e metteva la mano fra quel mucchio di carte che erano sulla tavola; per adesso puoi andartene, soltanto fa di ritornare quando avrai messa insieme qualche novità; già non dovrebb'essere gran che difficile, tutto Milano è pieno di novità a questi dì... Conduci dunque le cose in modo che se ne abbia ad accrescere il numero. Dette queste parole si gettò a sedere, mostrando di non aver più nulla a dire, e di non voler sentire più nulla. Il Corvino si licenziò. Partitosi dal Morone, tosto si recò a raccogliere quelle notizie che gli erano indispensabili per tentare il miglior modo di mettere in atto quanto il Morone, così alla sfuggita, gli aveva fatto intendere; ebbe presta la maniera d'attaccarsi, come una sanguisuga, ad un uomo di camera del magnifico Bentivoglio, dal quale per verità seppe ciò che mai non avrebbe voluto sapere, e che invece di dargli qualche speranza, quasi lo tolse dal suo proposito, persuadendolo che i quattrocento ducati, co' quali aveva già fatto moltissimi conti, se ne fossero già risoluti in fumo. Le notizie che avea cavate di bocca dall'uomo di camera portavano, che il Baglione s'era già recato ad alloggiare nel palazzo che il Bentivoglio teneva a Chiaravalle, e che forse in quel dì e in quell'ora medesima che se ne stavano a parlare gli sponsali sarebbero avvenuti. Stornare un matrimonio, quando le cose erano ridotte ad una tal condizione, parve cosa impossibile anche all'Elia Corvino, per quanto fosse immaginoso ed audace, e il danaro avesse potere di fargli far miracolo. Con tutto ciò, sempre ruminando progetti e disegni, e tele e trame, si recò alla solita osteria del _Pomo d'Eva_ per vedere se da San Donato, ove il Palavicino giaceva ferito, fosse arrivato il suo fratello Omobono. Non avendolo trovato, se ne andò in volta per la città tutto il dopo pranzo di quel giorno, prendendo per le vie più silenziose e più rimote, chè i suoi pensieri non avevano bisogno di essere divertiti da quell'unico suo proposito, che mai non sapeva abbandonare, per quanto poche speranze potesse avere. Intorno all'ora di sera però riavviandosi al centro della città, gli fu mestieri abbandonarlo un momento, per dar retta agli infiniti discorsi che si facevano tra gli innumerevoli gruppi di cittadini ne' quali ad ogni crocicchio s'incontrava, i quali discorsi non versavano che sull'ingresso che il dì dopo i Francesi avrebber fatto in Milano, del come si sarebbero comportati co' cittadini, delle feste che i patrizi milanesi, ritornati in fretta e in furia dalle loro villeggiature, già pensavano di offrire a que' loro amici vecchi, e così via. Sul far della notte ritornò ancora alla _confortevole sua tenda_ del _Pomo d'Eva_, dove, al primo affacciarsi, vide il suo fratello Omobono, che innanzi ad una tavola attendeva a mangiare a quattro ganascie, chè il trotto vivace a cui s'era posto, viaggiando da San Donato a Milano, gli aveva messo un formidabile appetito. --Come sta il marchese? fu la prima domanda che l'Elia fece al fratello. --Il Cardano gli ha fasciata la ferita in modo, ch'egli ormai sta abbastanza bene. Ma l'intrigo della Bentivoglio, di cui ti ho già parlato, gli ha messo il cervello a malissimo partito, e non c'è argomento col quale si possa medicargli questa altra ferita, assai più cruda della prima. E quel ch'è peggio, domani di buon mattino, il Baglione darà l'anello alla Ginevra, notizia che oggi ho raccolto io stesso passando presso a Chiaravalle; e domani, come s'ella fosse una regina, farà il suo solenne ingresso in Milano, intanto che i Francesi vi brulicheranno per ogni parte. Il Corvino, intanto che il fratello Omobono parlava di questo modo, ascoltava e pensava nel medesimo tempo. A un tratto interruppe il fratello: --Se qualcheduno, gli disse, volendo far qualche cosa per il marchese, avesse bisogno ch'egli si trovasse in Milano domani, la sua ferita gli permetterebbe di venirci? --Crederei di sì, quantunque sulla gamba fasciata non si possa regger ancor bene. --Allora è assoluto bisogno ch'ei ci venga; chi sa che qualcheduno qui non abbia presto il modo d'ajutarlo. --Ajutarlo a far che? Non ti capisco bene. --Tu, jeri, mi dicevi, che avresti dato anche la tua vita per vederlo contento. --E anche oggi, lo dico. --Bene, perchè dunque lui sia contento, ora non gli abbisogna altro che di trovarsi colla Ginevra. --Credo che sia così.... Ma la Ginevra è cosa d'altri oramai. --Tu non sei già l'arciprete della metropolitana, perchè abbia a prenderti fastidio di queste cose. --Sono un direttore di coscienze molto più largo, questo è verissimo.... --Dunque? --Dunque, fa pure il tuo comodo, ch'io son qui a tenerti la staffa, e oggi mi piaci più ancora del solito; ma dà fuori nettamente il pensier tuo... che allora potrò forse battere anche le mani. --A far ciò aspetterai ad opera terminata, che nel futuro non si può leggere correntemente. Ed ora non mi occorre altro, se non che tu ritorni domani per tempissimo a San Donato, dia ad intendere qualche grave pastoja al chirurgo, perchè s'induca a lasciar venir qui il Palavicino; e in quanto a lui, ti metta a confortarlo di tutte quelle speranze che ti possono venire in mente, tanto perchè gli venga qualche coraggio e si risolva. Domani poi, quand'egli sarà arrivato, mi recherò io medesimo da lui, e quel che sarà da farsi, si farà. Fermi in questo, passarono insieme il resto di quella sera, e poi si divisero, per mettersi poi a nuove faccende appena spuntasse l'alba del di prossimo. Nel qual giorno, non ci fu milanese, che appartenesse ad un'arte, il quale potesse attendere pacatamente a' suoi lavori. All'alba, quasi tutta la popolazione trasse al corso, alla porta e alla strada Romana. I patrizj, dando magnifico spettacolo di sè a cavallo, in carrozza, in lettiga, si recarono incontro all'esercito francese per essere i primi a salutare i baroni, i cavalieri, i conestabili di Francia, coi quali avevan già stretta amicizia prima che tornasse Massimiliano Sforza, ed ora eran solleciti di riappiccarla più saldamente di prima. Il popolo minuto s'era sparpagliato pe' campi, non attratto che dallo spettacolo nuovo, dispostissimo a sfoggiare il suo satirico umore sui nuovi vegnenti, sulle loro facce, sul colore dei loro capelli, sulla forma dei loro nasi, sulla foggia delle loro vesti, delle loro armi. I caramogi, i monelli tutti i membri insomma della più sucida accozzaglia, s'erano appollajati sugli olmi come arzàvole che stiano riposando le ali affaticate, prontissimi, se mai desse l'occasione, a gettare qualche sassata furtiva sulla borgognata di qualche caporale dell'esercito francese. Appena che la città di Milano ebbe finito di ricever soldati e soldati a tale da provar quasi gli effetti della replessione, a' Milanesi non mancarono altre occupazioni. Sul corso di porta Romana, lì presso alla contrada di Rugabella, dov'era, e dov'è tuttora il palazzo del maresciallo Trivulzio, quattrocento uomini, per ordine ed a spesa dei principali patrizj, stavano alzando degli impalcamenti al fine d'allestire, per la notte di quel giorno medesimo, vaste sale posticcie, a festeggiare l'arrivo de' Francesi con danze e luminarie che fosser degne di loro. Così il popolo raccolse qualche diletto nell'assistere alla prodigiosa prestezza, con cui quello ampio tentorio, quelle colonne e quelle sale vennero, a così dire, improvvisate. CAPITOLO XIII. Era quell'ora che va innanzi all'incominciamento di una festa notturna, ora nella quale tutta la città è immobile all'esterno, e il massimo affaccendarsi va fervendo nell'interno dei signorili palazzi, e segnatamente negli intimi gabinetti delle donne patrizie. Ora solenne in cui la vanità femminile è così assorta nelle proprie cure, che non patisce di essere interrotta per un momento, e ogni altra faccenda, per quanto seria, deve dar luogo a quella importantissima dell'abbellirsi. Ora in cui i desiderii e le speranze s'introducono in folla nei profumati penetrali a tentar fanciulle, spose e matrone, e la coscienza di una bellezza facilmente trionfatrice incoraggia la fantasia a fingere, a vagheggiare avventure, di cui tra poco si getteranno le prime trame. Ora inoltre d'impazienze, di dispetti e d'ire, in cui il fluido bilioso, sempre dissimulato in pubblico dalla calma, dall'ingenuità, dalle care grazie della forma, si sprigiona a un tratto in privato, e si riversa sull'incolpabile ancella; e in cui la quarantenne galante, memore delle molte battaglie guerreggiate, e de' trionfi innumerevoli, impallidisce all'improvvisa scoperta di una ruga che le raggela nell'anima ancora giovanile i nuovi desiderii e le speranze nuove. Ora insomma, in cui la vanità femminile si manifesta così a nudo, che è una vera fortuna per noi il non potere aver libero accesso a que' misteriosi gabinetti, per noi che, in ciò almeno, amiamo perpetuare illusioni, piuttostochè porre il dito sul vero. Pure la sera del 12 settembre, se in tante camere dorate, le più soavi grazie, le più cospicue bellezze delle milanesi patrizie, stavano liete ed ambiziose a consultarsi allo specchio; una ve ne era in cui i profumi delle odorate essenze, gli abbigliamenti più sfoggiati di sposa, lo squisito apparato con cui la naturale bellezza suol essere accresciuta dall'arte, troppo crudelmente contrastava colle angoscie disperate di una giovine creatura. Il lettore s'è già accorto che noi vogliamo parlare della Ginevra Bentivoglio, sposata in quel dì stesso a Giampaolo Baglione, signore di Perugia. Nella stanza ov'ella a quell'ora trovavasi, v'era il massimo sfarzo degli addobbi e degli ornati dell'artistico cinquecento. Arazzi di ricchissimo liccio, con disegni storiati, cortinaggi di seta, tappeti di Fiandra, seggiole dorate, larghi cuscini di velluto gettati alla rinfusa sul pavimento; su d'un tavoliere, in eleganti astucci, gioie, vezzi, smaniglie, collane, cinture, piume fatte di sole perle e di brillanti; sui cuscini una veste di raso bianco, mantelline, veli, trine, merletti, sfoggi d'ogni maniera. Innanzi ad una tavola di tartaruga ad intarsi di metallo, su cui eran vasi d'alabastro, barattoli ed alberelli pieni di essenze che effondevano un soave profumo per tutta la camera, stava seduta su di una gran seggiola a braccioli la Ginevra, in quel negletto vestire, in cui la bellezza vera compare assai meglio che nella compiuta attillatura, lasciando che la fante l'abbigliasse; ho detto lasciando, perch'ella non sapeva veramente quel che si facesse di lei in quel momento. E in quel momento rallentato e sciolto, il bel volume dei capelli lunghi e nerissimi le cadde in varie liste sulle spalle, e la fante, disponendosi a spruzzarle le belle membra coll'acqua nanfa, come allora era costume, la venne a poco a poco spogliando così che apparve discinta quasi del tutto. Ma dessa, non accorgendosi di nulla, continuava tuttavia a lasciar fare. Aveva tanto pianto la notte prima pensando alle nozze imminenti, che ora non aveva più lagrime, e il suo dolore le si era cambiato come in un'attonitaggine piena d'accoramento; pure quel tormento assiduo, in cui versava da tanto tempo avendole messo nel sangue quasi un'alterazione febbrile, al pallore che le era abituale aveva sostituito un color purpureo, vivacissimo, che le dava un aspetto di floridezza straordinaria, il quale dissimulava l'interno affanno, e accrescendo la lucentezza delle sue pupille la rendeva notabilmente ancor più bella del solito. Le chiome, che in disordine le cadevano pel collo e per le spalle a velare in parte la nudità casta, la sua pupilla nerissima, lucente, estatica, immobile, adombrata da un tenue arco di sopracciglio, le membra, che acquistavano una grazia particolare in quella stessa cascaggine di atteggiamento, nella quale involontariamente ella erasi messa, i bianchi lini che le fasciavano i fianchi e in ricche pieghe avvolgevano la parte inferiore del corpo, tutto aiutava a vestirla di una bellezza abbagliante e piena di prestigio. Intorno a lei continuò dunque la fante nell'officio suo per qualche tempo; quando, allontanatasi un momento dalla seggiola per prendere da un tavoliere un asciugatoio di stoffa di Fiandra, vide, nel volgersi, aprirsi leggermente l'uscio della camera, e sulla soglia fermarsi ritta la vecchia figura del Baglione. La fante non potè a meno di fermarsi con maraviglia disgustosa innanzi a quel severo e squallido aspetto, e si voltò come per avvisarne la Ginevra, ma irresoluta si tacque. Il signore intanto, girato lo sguardo nella stanza, lo fermò sulla giovinetta sua sposa, ancora discinta. Parve che a tal vista assai si compiacesse, e subito, con un cenno imperioso, ingiunse alla fante di uscire; quasi intimorita quella non pensò due volte se avesse ad obbedirgli, e sembrandole d'altra parte ragionevolissimo il far ciò che voleva il marito della sua giovane signora, e di lasciarlo solo con lei, tosto si partì. Codesta scena era stata perfettamente muta e assai rapida, nè il lieve rumore dell'aprirsi del l'uscio e dello sbattere della cappa del Baglione era stato udito dalla Ginevra, La testa china, le mani intrecciate, l'occhio fisso davano indizio più che mai, ch'ella si era internata ne' suoi pensieri abituali, e in quel momento ripensando al Palavicino, sentiva una tenerezza così intensa per quell'amico suo, ne aveva così netta innanzi agli occhi l'immagine giovanile, che, sprofondata, a dir così, in quella dolce contemplazione, nessuna cosa ci poteva essere, che valesse a scuoterla ed a farla accorta di quanto le avveniva d'intorno. Il Baglione intanto a lenti passi le si era accostato, e stava contemplandola a parte a parte. A me che descrivo tali cose ad italiani, il più de' quali avran veduta la squallida figura di Luigi XI, con tanta verità resa dall'incomparabile Modena, non soccorre altro mezzo che questo, per offrire qualche cosa di simile alla persona del Baglione. Tutta quanta la massa del suo corpo era agitata continuamente da un movimento tremulo, indescrivibile, e specialmente le mani colle quali in quel momento s'andava premendo lo sterno; pure, a tutto quel suo aspetto alterato o guasto più che dagli anni, dai turpi acciacchi, a quel suo volto internato e vizzo e cascante, dal quale traspariva la creatura in dissoluzione, facevano uno strano contrasto quelle sue pupille, che adombrate da una fronte molto sporgente e da un foltissimo sopracciglio, gli brillavano di una luce tremula e vivacissima; notabili poi, in quanto che avevano quel colore tendente al giallo, e quella scintilla fosforica che pare distinguere gli animali del genere _felis_. Ed era strano a vedersi, come mentre ei guardava le belle membra della giovinetta sposa, la squallida e cadente sua figura, dando certi guizzi repentini e particolarissimi si venisse grado grado rianimando, press'a poco come avviene di chi, assiderato e tramortito dal gelo, senta improvvisamente il vivo calore di una catasta accesa. E considerava che quella figura di una bellezza affascinante, che a lui per la prima volta si rivelava, quelle membra così eleganti, que' vivi colori della floridezza di gioventù, appartenevano a lui, come una proprietà, che nessuno poteva contrastargli, e in mezzo alla massima accensione dell'estro trovò pur strada un pensiero di atroce egoismo, e ricordandosi di quel che gli aveva detto il suo medico, e di ciò che allora propalava la scienza, che il tepore del giovin sangue, convenientemente infuso nelle vene del vecchio, fosse sufficiente a reintegrare la giovinezza, si confortò tutto quanto pensando, che avrebbe resa così più ferma la propria salute e la propria esistenza, alla quale era tanto attaccato. Stato qualche momento così, fece finalmente un passo innanzi, come ad avvisare la giovine sposa della sua presenza, e quasi nel medesimo tempo mise la sua tremula e fredda mano sulle carni infuocate della giovane. Se di nessun'altra cosa sarebbesi accorta in quel momento, ella si scosse con un soprassalto a quella disgustosa sensazione di freddo e si volse. L'atto che a quella vista fece la giovine infelice, bisognerebbe averlo veduto per descriverlo, e l'improvviso turbamento, la paura, l'orrore fu tale, che la sua voce, la quale stava per uscire in un grido, si ruppe a mezzo, ed essendo al primo a quella vista balzata in piedi, tosto, presa da un tremito convulso, con un piegar lento e come di deliquio, ricadde sulle ginocchia.... e il vecchio Baglione intanto più e più le si avvicinava. È probabile che qualcuno tra' nostri lettori abbia talvolta assistito a quell'orrido momento, quando il bianco e timido Coniglio, posto nella gabbia dove sta aggomitolato il crotalo, vien destinato al pasto di questo rettile, e si ricorderà d'aver forse dovuto torcer l'occhio pel ribrezzo, e per un certo senso quasi di nausea paurosa, quando il crotalo, svolgendo le spire, allungando il collo, tentando il coniglio che squittisce, sta per cominciare gli orribili suoi assorbimenti. Il Baglione, che di quel modo stava accostandosi alla Ginevra, offeriva qualche cosa di simile a ciò. Se non che, la giovane, ad una nuova impressione della mano gelida del vecchio, che parve ridonarle la virtù vitale, si riscosse, guardò, mandò fuori quella voce che prima le si era spenta in gola, fece uno sforzo per rialzarsi, e riuscitole di trarre furiosamente al campanello, atterrita e spossata, tornò a ricadere e svenne. Non aveva il vecchio avuto il tempo di accostarsi alla giovinetta sua sposa per tentar di sorreggerla, che a quel grido della signora, a quel furioso scampanellamento, era accorsa in fretta e in furia la donna di camera, e un momento dopo, chiamato da quel rumore insolito, anche il magnifico Bentivoglio, che venuto alla camera della figliuola, si fermò sul limitare, sollecito di saper quel che fosse avvenuto. Guardò la figlia svenuta, guardò la fante tutta intesa a farla riavere, guardò il Baglione, che colla sua massa tremula se ne stava impassibile e bieco, e non tardò a comprendere ciò ch'era veramente. Il pallore mortale che vide sul volto dell'unica sua figliuola, gli suscitò in cuore in quel momento tutto quell'affetto che aveva per lei, e gli sconvolse l'animo per un senso profondo di pietà non ipocrita, ed essendone escluso ogni altro rispetto, volse involontariamente uno sguardo iracondo sul Baglione, che pure guardò lui di quell'occhio bieco che gli era abituale. Allora i due vecchi si accostarono, i due tiranni colleghi, il suocero e il genero stavano rimpetto l'uno dell'altro. Vi fu un momento di silenzio perfetto, in cui altro non s'udiva che l'anelito affannato della sagrificata fanciulla, e il respiro interrotto e rantoloso del vecchio Baglione. Era una scena che faceva ribrezzo e pietà ad un tempo, era uno spettacolo ben degno di venir contemplato da quei troppi, a cui l'abuso della podestà paterna è così famigliare; da quelle fanciulle che troppo facilmente si lasciano intimorire da una venerazione indebita verso l'egoismo iniquo di chi pretende potere ogni cosa sulla vita de' figli. Oh, giovinette, se in tal momento il dannoso timore vi tenta, vi spinge a piegare all'altrui voglia, venite e guardate, da questo muto spettacolo apprendete il coraggio, che altrimenti vi mancherebbe. Contemplate il duro momento, che non sapete prevedere, poco esperte come siete, dei dolori che conseguono gl'involontari sagrificii. E se tanto vi giova, stringetevi intorno ai petti paterni, lagrimate e pregate, ma non obbedite. Le ire paterne si placheranno forse, ma il ribrezzo per l'uomo abborrito, cui vi si vuole congiunte per sempre, cospargerà di amarezza incomportabile ciascun momento de' vostri giorni venturi, e vorrete morire, se pure a mitigarvi il diuturno affanno, la disperazione, rendendovi odiosa fin anco la vostra virtù, vi farà docili alle fatali lusinghe della colpa che sta in aguato dell'occasione. Quando la Ginevra, riavendosi, mandò un'accusatrice querela, il Bentivoglio, in cui tuttavia continuavano i moti della pietà, fu per dir qualche cosa al Baglione. Ma parlò costui invece: --Codesta figliuola vostra, disse il tetro vecchio, crollando il capo e strascinando le parole, pare voglia troppo somigliarmi all'Ildegarda, la prima mia donna... Me ne rincresce, se è così. Il Bentivoglio non rispose, e impallidì ricordando la lugubre storia di quell'Ildegarda. --Voi sapete quel che è avvenuto di colei, continuò il vecchio... Dite dunque qualche parola a codesta figliuola vostra che, per lo meno, mi sembra ben sciocca. Il Bentivoglio continuò a tacere. --Noi abbiamo ad essere amici, seguiva il vecchio. Ma se costei continuerà a darmi noja così, io la lascerò in vostra custodia, e buona notte, ed io non ne vorrò saper altro, e ci rivedremo quando ci rivedremo. La Ginevra intanto s'era riavuta affatto e ancora le tornavano i vivi colori sul volto. Le parole del Baglione avevan tocca una corda che fecero risorgere tutti i pensieri d'ambizione del Bentivoglio, e con quelli anche il timore di non avere a raccogliere quanto sperava per colpa della figlia. E nell'animo suo, con una vicenda istantanea a quel moto di pietà che un istante prima aveva sentito per lei, subito successe un dispetto così iracondo che, volgendosi di tratto alla figlia, fu per prorompere in contumelie e peggio. Si contenne però, e assai sommesso e co' labbri tremanti e sforzandosi a sorridere, di un sorriso che rendeva ancor più severa la sua faccia: --Non state ad inquietarvi, disse al Baglione, io so che a lungo andare voi sarete assai contento di questa figliuola mia. Il Baglione non rispose, ma gettato un altro sguardo sulla giovane, le cui forme erano di una bellezza attraente, tanto quanto si calmò, e risentendo gli estri diè un nuovo guizzo, e fece un sorriso da fauno. Alcuni momenti dopo la Ginevra, nella massima pompa di giovinetta sposa, saliva nel cocchio, specie di lettiga a ruote, col padre e col marito, per recarsi allo feste pubbliche che iu quella notte si davano nell'ampio tentorio, appositamente eretto sulla via a porta Romana. Quando la lettiga del magnifico Bentivoglio uscì della contrada dov'era situato il palazzo del medesimo, un uomo che da qualche tempo se ne stava passeggiando innanzi al portone, colta l'occasione, che uno tra i famigli del Bentivoglio se ne usciva, lo trattenne e gli domandò se trovavasi in palazzo il signore. --Se fosti stato qui un momento fa, l'avresti veduto uscire in lettiga colla figliuola. Questa circostanza era ben nota a colui che espressamente erasi fermato a spiare. --Saran forse andati al tentorio? chiese poscia. --Sicuro, al tentorio di porta Romana; alla festa che i signori nobili milanesi danno ai baroni ed ai cavalieri francesi che oggi sono entrati in Milano. Parve che questa fosse la notizia che più premesse a colui, perchè subito troncò ogni discorso, e senza più, dilungatosi da quella contrada, un passo dopo l'altro se ne venne all'osteria del _Pomo d'Eva_. Entrato in quella, in mezzo ad una moltitudine straordinariamente affollata di avventori, cercò coll'occhio l'Elia Corvino, che se ne stava in un canto innanzi ad una tavola; vistolo subito se gli accostò, dicendo: --Ciò che tu hai pensato, avvenne di fatto, Elia li ho veduti io medesimo porsi nella lettiga, e a quest'ora saranno nelle sale delle feste. Elia balzò in piedi a quell'annunzio, e: --Va bene, disse ora comincio a sperar qualche cosa, e se la fortuna è seconda, si farà il resto; ma ora ti conviene rimboccarti le maniche del sajo, Omobono, che se mi sbagli una nota, tutta l'orchestra ne andrebbe sossopra. Dimmi, innanzi tutto, come sta ora di salute il Palavicino, che da stamattina non l'ho più veduto? --Egli mi disse che si sentiva abbastanza bene, che solo non gli sarebbe possibile star sulle sue gambe, ma che a cavallo, o in lettiga, gli basterebbe l'animo di tentare ogni gran cosa, e si raccomandava a me e a te, ed essendo pieno di speranze, ha cessato qualche poco la furia delle sue smanie e delle sue querele. --Mi rincresce però, ch'io non fui mai così impacciato come in quest'occasione, tanto che non mi venne in mente altro disegno che questo; ma, torno a dire, ora che tu mi assicuri che la Bentivoglio è là, spero che lui sarà contento di me; tu va subito intanto dal Palavicino, fa che in mezz'ora sia pronta ogni cosa al tutto, e i cavalli e la lettiga sien presti innanzi all'ingresso del tentorio. Ora vò su in camera, e in fretta vestirò la cappa signorile, così fra poco mi troverò anch'io in quelle sale delle feste. Va dunque, e spacciati presto, e fa in modo che il Palavicino ed io abbiamo a lodarci di te. Già la lettiga del marchese sarà pressochè eguale nella forma a quella del Bentivoglio. --Di notte... può darsi benissimo che si scambi l'una per l'altra. --È una buona cosa anche questa. Va dunque, e a rivederci. Omobono prese la sua via, l'Elia Corvino salì al suo camerotto al quinto piano e si vestì la cappa signorile, ridiscese, e così a piedi come voleva la sua bassa fortuna, si recò al tentorio. Pareva che tutta la popolazione milanese si fosse raccolta là tutta quanta; l'accesso alle sale non essendo dato che a' gentiluomini di cappa e di spada, tutte le strade del rione di porta Romana erano gremite di popolo, che si affollava sempre più in ragione che s'accostava al tentorio, e principalmente innanzi alla gran porta d'ingresso, la quale, per toccarne di passaggio, era fatta a più archi, sorretti da molte colonne di legno, pomposamente ornate di cortinaggi, di arazzi, di festoni, d'ellera e fiori. Tutto ciò che poteva dare indizio di ricchezza, di splendore ed anche di gusto non fu pretermesso dai patrizj milanesi, che in quella notte per pompa di vesti, d'ori e di gemme toccarono il massimo del lusso proprio a quel secolo, il più splendido forse fra quanti ne sian stati e saranno. E tanto più era bello a vedersi in quanto c'era una certa gara tra que' cavalieri francesi, che mai non volevano star sotto, e in quell'occasione ambivano ancor più di farsi ammirare e di imporre altrui colle apparenze della ricchezza. Erano molti anni che l'Elia Corvino non respirava un'atmosfera pari a quella, e come si trovò avvolto fra tante cappe e robe e rasi e croci e gemme, pensando a quel ch'esso era veramente, e a quello per cui la natura lo aveva espressamente formato, si rodeva in sè stesso, e tanto più si rodeva in quanto pensava che, colla ricchezza fisica, se n'era ita anche la ricchezza morale; fu però una molestia che durò assai poco, perchè aveva tutt'altro a pensare. Appena, infatti, che in mezzo alla folla s'accorse della Ginevra Bentivoglio, subito le si pose dappresso, nè da quel momento, mai non pensò abbandonarla per tutta la notte. Intanto che costui è tutto intento alla sua caccia, e però gli è forza provare sino a che punto possono arrivare i tormentosi effetti della noja, e come costi il pane che si guadagna coll'industria propria, faremo di divertire un momento da lui i nostri sguardi, e di volgerli un momento su qualch'altro oggetto. Il conte Galeazzo Mandello anch'esso, dopo tre anni, era ricomparso in una pubblica festa a far mostra del suo grand'abito di drappo d'argento riccio, e della sua croce dell'ordine di S. Michele. E a chi lo aveva veduto tre giorni prima nelle sale, dove a furia era entrata la più cenciosa bordaglia di Milano, accomunarsi coi più schifosi trecconi e dar parole alle più laide briffalde, assumendo, per abbassarsi al loro livello e per armonizzarsi seco loro, persino i modi e il linguaggio solito a tenersi nelle più affumicate taverne di Milano, avrebbe durato fatica a riconoscerlo. Sotto a quei ricchi padiglioni, una sfarzosa moltitudine di giovani gendarmi francesi, tutti appartenenti alle più cospicue famiglie di Francia, passavano e ripassavano con quel far giulivo e sprezzante del soldato, che si trova fra la popolazione di una città conquistata, e quel guardare ammirato di chi per la prima volta vede persone e costumanze che gli sono sconosciute. In mezzo a costoro però si trovavano personaggi d'altissimo ceto, seguiti dal loro corteggio, taluno de' quali, erano stati dal conte Galeazzo conosciuti tanti anni prima in Francia, quando mandato colà dallo Sforza, s'era tanto distinto in quella guerra dei baroni: con costoro, assunse a tempo in quella sera una gravità che non gli era abituale e intrattenendoli in discorsi conditi di una dignitosa e superba sprezzatura, aveva potuto ingenerare in essi un'alta opinione del milanese patriziato. Quantunque sapessero quei francesi gentiluomini ch'esso aveva combattuto contro di loro, pure non avevano nessun rancore seco lui, chè anzi lo stimavano assai più, e la croce di S. Michele, che loro richiamava alla memoria il valore straordinario della milizia lombarda in Francia, e i suoi discorsi pieni di senno facevan crescere quella stima, Misurando poi dal conte tutti gli altri milanesi gentiluomini, s'erano, in quei primi momenti che trovavansi in Milano, fatto tale un concetto de' Milanesi, che certo poteva appagare qualunque schifiltoso amor proprio nazionale. Era una delle qualità affatto particolari all'indole del conte Galeazzo, l'assumere a tempo un'apparenza che faceva al caso, l'assimilarsi a tutti i ceti, il ricordare, se faceva bisogno, il proprio ingegno, la natura propria, tanta ne era, a dir così, l'estensione dei toni e il numero delle corde, con tutti i caratteri possibili. Anche un momento prima era egli uscito da un lurido luogo, praticando i quali era solito dire che andava cercando le margarite nel mondezzajo, dove si era dilettato a far rompere caraffe e bicchieri, con grande edificazione di quelle faccie da quattro testoni; e razzimatosi alla meglio dopo tre anni, e dopo tre anni tornatosi a spruzzar d'acqua nanfa, (esso che sfuggiva ed era sfuggito a vicenda dal più nobile ceto, dal momento che s'era dato a quel genere di vita così scandalosamente vituperevole), era accorso alle feste in quella sera, come se avesse sentito che era urgente il bisogno del suo aiuto, per tenere in prezzo, a dir così la dignità nazionale, e l'esito avea risposto benissimo alle sue intenzioni. Ma intorno a lui passava pure e ripassava una sfarzosa moltitudine dei più ricchi gentiluomini milanesi; marchesi, conti, baroni, che sfoggiavano tutta l'eleganza del vestire di quell'età, i manti d'ogni colore, di velluto, di raso, con ricami d'oro e d'argento, le croci a brillanti, le pietre preziose, che sfavillavano iridescenti al giuoco della luce. Matrone, spose, donzelle, con serti, con monili, con cinti brillantati, con robe di broccato d'oro e d'argento. Era un scintillare, uno sfolgoreggiare continuo e svariato, e che incessantemente tramutavasi all'occhio pel passare e ripassare di tante figure, di cui eran popolati e gremiti que' padiglioni posticci. Ora di tanti conti, baroni e marchesi, non v'era che qualche giovane gentiluomo, il quale scambiasse un saluto col Mandello, e che anche avrebbe voluto farsi con lui. Ma qui un settantenne gentiluomo, assai ben munito di trippa e di pappagorgia, chiamato in disparte il giovane suo figlio: --Qualche momento fa, gli diceva, t'ho veduto scambiare un saluto col conte Mandello, non mi sarei aspettato mai questo, e non vorrei che ci fosse qualche accordo tra te e lui. Spero sarà l'ultima volta però, se pure ti preme di non avere a sperimentare la collera di tuo padre. Quell'uomo là, va lasciato cuocere nel suo brodo. Capisci tu; non voglio che abbia ad aver mai a che fare con lui, non voglio che gli rivolga la parola, non voglio che lo saluti. Capisci tu, fanciullo senza esperienza? Ora va, e se non vuoi annoiarti standoti solo, cerca il marchese, il marito della contessa tua sorella, questo è un uomo; e assumendo un contegno piuttosto severo, il conte padre dava licenza al conte figlio, che con una crollata di testa e di spalle se ne allontanava, In un altro canto, una matrona diceva quattro parole in un orecchio al suo marito. --Vogliamo andarcene, conte. --Mai più, cara mia, a San Nazaro non son battute le tre ore di notte. --Non importa; voglio condurmi a casa la Geltrude; c'è quello scapestrato del conte Galeazzo, che l'è passato vicino più di cinque e più di sei volte stassera, dandole occhiate che non mi piacciono punto; non vorrei che la Geltrude mi domandasse chi sia, perchè di lui si sanno cose.... cose.... basta, usciamo di qui subito, caro conte. --Non ripeto una parola, e non posso che lodarti. E davvero, che quel viziato uomo avrebbe fatto bene a starsene, anche stassera, colle sue donne e i suoi fiaschi. --Ma.... non dir queste cose, caro conte, Ma ti pare.... la Geltrude potrebbe sentire. --Volevo dire che questi nobilissimi gentiluomi di Francia, i quali pare che godano a intrattenersi con quello scapestrato, faranno un assai triste concetto di noi tutti. Or chiamo il fante, e faccio venir la lettiga. Hai pensato bene. In un altro canto c'era un crocchio di giovani spose che attendevano a parlare tra loro. --Guarda quel pazzo del conte Galeazzo. --Lo vedo. --Perchè ti metti il fazzoletto al naso, cara la mia marchesa? --Quando colui mi passa dappresso, mi par di sentire odor di feccia di vino, e sai bene com'io sono schifiltosa per gli odori. --È per altro un assai bell'uomo, il conte. --Che mi fa a me di questo, quando ci è quell'odore che guasta tutto, e poi e poi.... A questo punto il conte lor passava ancora dinanzi. --Vedi se tutta non è immaginazione? --Perchè di' questo? --Non hai sentito che forte odore di canfora e d'acqua nanfa ha lasciato dietro di sè il conte? e tu sentivi la feccia di vino. --In conclusione pare che a te non dispiaccia il conte. --Mi pare a me, che valga bene tutti e tre i nostri mariti; e sebbene ami un po' troppo il vino, e un po' troppo il faraone, e un po' troppo certe altre cose; infine poi, non è un monsignore del Duomo. --Ma sentite che pazza, diceva la giovinetta marchesa sorridendo; si direbbe che costei è noiata del suo don Silvestro. --C'è forse a far mistero? la verità è una sola.... Mio marito ha cinquant'anni, ed ha la gotta, e appena uscita dal monastero di San Vittore, io mi trovai tra' piedi quest'uomo, che mia madre mi presentò, e ch'io non seppi rifiutare.... avevo quindici anni.... Tre dì dopo, vidi il conte Galeazzo colla sua croce di S. Michele.... Allora mi accorsi, che il mio don Silvestro non era nè il più bel giovane, nè il più bell'uomo di Milano. Ecco tutto. --Ma ti pare, donna Adele, che tu debba parlare di questo modo.... Ma ti pare.... --Oh! io son noiata di star qui.... Colà s'intrecciano danze, e penso che ho vent'anni, soggiungeva la scapestratella Adele, la quale era dotata di una sincerità eccessiva, e aveva buon cuore. --Oh che pazza, tornava a ripetere la giovinetta marchesa con quella voce infantile. --Andiamo dunque. Qui donna Adele, volgendosi per chiamare i tre mariti, che se ne stavan ritti a poca distanza da loro, disse sottovoce alle nobili compagne: --Guardate, guardate codesti tre pivieri che se ne stanno dormendo su d'una zampa, e ciò dicendo, si recò colle amiche nella sala delle danze, tenendo dietro al conte Galeazzo che già l'aveva preceduta... In mezzo a tanto frastuono, generato dai cicalecci minuti ed incessanti, dal suono delle mandole, degli arpicordi e dei liuti, dal fervore delle danze, s'udì netto un piccolo, ma acuto strido, e tosto uscire dal cerchio danzante una giovinetta fanciulla rossa, infuocata come una ciliegia e irata più d'una vespe, staccatasi improvvisamente da un giovane barone francese. Quel barone era un gendarme del re, era un capitano d'una delle compagnie de' lancieri di Francesco. Aveva fatto la sua prima giornata campale a Marignano, e per la prima volta era venuto in Italia. Aveva un volto rosato e giovanile, adombrato da capelli biondissimi, con un nasino vôlto in su, e due occhi cerulei lucentissimi, pieni di quel fuoco fosforico che dinota un gran fervore di concupiscenza, e una colonna vertebrale soggetta a troppo frequenti fremiti. Ora quel capitano di una compagnia di lancieri s'era fatto lecito un gesto villano colla nobile e virtuosa fanciulla e aveva creduto d'avere a prendere una rocchetta d'assalto. Vedevasi in lui l'impronta di quell'imprudente sicurezza, di quella leggerezza boriosa e avventata, congiunta a un deciso valor personale, che tanto distingueva i giovani gendarmi dell'esercito di Francesco. Il Mandello era lì presso, aveva visto ogni cosa assai bene, e gli era venuto il sangue alla testa. Se avesse veduto che la fanciulla avesse corrisposto alle prime amorose gentilezze del giovane, il suo dispetto sarebbe stato anche maggiore, pure, rintuzzandolo pel momento, l'avrebbe poi tuffato nell'oltrepò, come era solito di fare, quando vedeva una cosa che gli dispiaceva, ma che tuttavia non gli era possibile riparare; ma in quest'occasione, avendo la fanciulla mostrato una dignità e compostezza di contegno ammirabili, non gli sembrò giusto che quel biondo e sfacciato mostricciuolo avesse a passarla impunemente, e così, fatti due salti e a furia trattolo fuor dal circolo che tuttavia danzava e datagli una formidabile tentennata, gli disse in francese, e in tuono assai alto, quattro parole, che volevan dire così: --Io so benissimo com'è fatto Parigi, e bisogna dire che le tue sorelle abitino la contrada di coda di Brie, e più volte sien state prese dalle guardie del buon ordine, se tu credi che tutte sien fatte a un modo le donne; però ti dico, che sei uno schifoso cialtrone, e indegnissimo di stare con gentiluomini e con gentildonne. Ad una simile apostrofe egli è ben naturale che qualunque uomo si sarebbe risentito, dato anche che nelle vene, invece di sangue gli fosse scorso pappina di fava, per ciò è facile a pensare, come si trasmutasse il volto del giovane gendarme alle parole del conte Mandello. In prima la risposta che gli diede fu pari a quell'invettiva e peggio; poi le mani corsero alla spada, ed essendo accorsi gentiluomini francesi e lombardi da tutte le parti per impedire si turbasse così la giocondità delle feste, ottennero che i due cavalieri uscissero di lì, e scegliessero quel qualunque luogo fosse loro piaciuto per ammazzarsi senza incomodo altrui. Il capitano degli arcieri cercò due padrini, che trascelse fra' tanti che gli si esibirono. Il conte Galeazzo Mandello fece altrettanto, percorse collo sguardo un centinaio di facce, domandò quel favore ai dieci o dodici che gli stavan presso. Ma il profondo e generale silenzio che s'era fatto per tutta la estensione del padiglione a quello scoppio di ira dei due campioni non fu interrotto da nessuna voce che rispondesse alle replicate domande del conte. Solo quel giovane che un momento prima aveva sentito il peso di quella terribile paterna rimesta, tremando dal capo alle piante per l'impazienza convulsa, provò una forte tentazione di profferirsi al Mandello, ma gli era rimpetto la faccia quadra e burbera del conte padre, e così, senza neppure fare un passo innanzi, dovette accontentarsi di mordersi le labbra, e di star queto; così moltissimi altri giovani si sentivano salir su la fronte un rossore insolito, ma eran tenuti in freno dai provvidi padri, e quel vituperevole silenzio tuttavia continuava; il Mandello intanto, ferito nella parte più sensibile dell'animo suo: --Stolido ch'io fui, diceva tra sè, a rompere in quest'ora una regola di sei anni, e a non guardare altrove quando la fanciulla fu offesa, e a non ubbriacarmi più di quanto non ebbi mai fatto in questi sei anni d'inerzia e d'intemperanza, per dimenticare l'ingiuria altrui e la viltà nostra--e ciò pensando, girò ancora uno sguardo per tutta l'ampiezza della sala, ma nessuno rispose; e, almeno fosser stati contenti a non rispondere, ma taluni, di una stolidezza senza pari, accostatisi al biondo gendarme, lo pregavano a dimetter l'ire, e a non far caso delle parole del conte, a cui gli insulti dell'ebbrezza non permettevano dir mai cosa che stesse bene. Questi fatti che raccontiamo sono, senza dubbio, ingratissimi ad udirsi, come quasi impossibili ad esser creduti, quando si pensa che molti de' gentiluomini che popolavano quelle sale appartenevano a quel glorioso ceppo di cavalieri milanesi e lombardi che non molti anni prima, al tempo di Francesco I e Galeazzo Sforza, mandati in Francia ad aiutar re Luigi, _più che uomini erano stimati_; quando si pensa che fra tutti coloro c'era ingegno, senno, coraggio, e tutto quel bel complesso di cose, che mai non manca nel tessuto della stoffa italiana, a così esprimerci! ma avendo in odio il dominio sforzesco, e convinti, che allo spargersi dei gigli fosse per piover manna sulle belle contrade di Lombardia, s'acconciavano a sopportare qualunque insulto fosse lor venuto dalla Francia; eran corpi, altra volta poderosi di gioventù e di bellezza, afflitti di presente da un momentaneo contagio, che violentava ogni loro virtù, e faceva che il loro senno naturale cedesse sopraffatto da' torti giudizj e della cieca passione. E fu ventura che il giovane gendarme, trasportato dall'ira, non ascoltasse ragioni; e dicendo ai propri padrini che si rimanessero, giacchè l'avversario non poteva trovare i suoi, se ne uscì col conte Galeazzo Mandello, Usciti, il pensiero che nacque nel capo ad ambedue fu quello di cercare un luogo solitario e remoto, dove non ci avessero a capitar spettatori. Il conte Galeazzo, il quale sapeva benissimo quanti luoghi fossero adatti a ciò, senza dir nulla al gendarme, e persuaso che costui lo avrebbe seguito, a scansare la moltitudine che s'affollava per tutto quel tratto di strada che era Rugabella e la statua di San Giovanni Nepomuceno al ponte, cominciò a prendere per viottoli, ma essendovi dappertutto persone in volta, dovettero percorrere un gran tratto di strada. Finalmente, il conte affrettò il passo, e trovò più breve il prendere la direzione per la piazzetta di San Martino in Nosiggia, dove rispondeva il suo palazzo, in prima perchè gli era balenato uno strano pensiero in mente, poi perchè era quella in fatto tra le più spopolate della città, se si eccettuano le ore, in cui scolari e monelli venivan lì a batter le mani, e a mandar voci e grida. Egli è a sapersi, che in un angolo di quella piazzetta, sin dal secolo XIV, in occasione della peste memorabile che devastò mezza Europa, fu eretta una cappella detta di San Rocco, la quale, per la posizione che aveva con un palazzetto contiguo, aveva prodotto certe combinazioni d'angoli da generare un'eco mirabile; il quale ripeteva più volte il più minuto suono, perciò veniva chiamata anche la piazzetta dell'Eco, e i monelli venivano qui a passare il loro tempo godendo a sentir ripercosso tante volte il baccano che facevano. Su questa piazzetta vennero dunque i due campioni; ora avvenne che, attraversandola, il Mandello inciampasse in un corpo disteso quant'era lungo sul selciato, probabilmente il corpo avvinazzato di un qualche gabellino, e desse un tal barcollone che minacciò cadere. Il giovane gendarme, che era nojato di quella lunga passeggiata e ancora non sapeva ove v'andrebbe a fermarsi e, rifacendosi sull'ingiuria ricevuta, si sentiva abbruciare, còlta quell'occasione per parlare e pungere il suo nemico: --Signore, gli disse, mi pare non siate ben fermo sulle vostre gambe; dunque, se siete ubbriaco, vi concedo d'andare a letto stanotte, che alle nostre spade non sarà già per venir la ruggine, e all'alba ci ammazzeremo. Il Mandello, a quelle beffarde parole, non credette già d'avere a rispondere con altrettante, ma non potendosi dominare, si voltò di tratto; e lasciò andare sulle guancie rosate del gendarme due sonori schiaffi, il cui rumor secco venne quattro volte ripetuto dall'eco della cappelletta di San Rocco. Incidente che promosse la volontà di ridere nel conte, e accrebbe a mille doppi il furore e la rabbia del giovane gendarme. Per questo insulto non ebbero bisogno di dirsi a vicenda: questo è il luogo adatto. Le spade sarebbero uscite impetuose dalla guaina, anche se fosse stato di mezzodì, e tra una folla di persone; così senza preliminare di sorta, quelle s'incrocicchiarono. La superiorità che aveva il conte Mandello con chicchefosse nel lavorare di punta, era così incontestata, così prodigiosa, che non è a far nessuna maraviglia se al terzo colpo la spada, dalla mano intormentita del giovane gendarme, balzasse a dieci passi di distanza. Il conte Mandello, non volendo in nessun modo stendere sul terreno l'avversario, volle fare un colpo che, senza spargimento di sangue, finisse il duello, e contentissimo che gli fosse riuscito così facilmente, tosto ripose la spada, intanto che il giovane borioso, che riputavasi espertissimo e formidabile schermidore, percosso di stupore che un colpo solo del ferro avversario fosse così terribile che il braccio e la mano non gli potessero regger contro, si rimase avvilito e sconcertato, in dubbio di quanto gli convenisse fare. Ma, a determinare ogni cosa, s'aprirono in quella molte finestre del palazzo che rispondeva sulla piazzetta; era il palazzo dello stesso Mandello ed erano i servi che a quel martellare minuto delle spade, s'erano affacciati. Il conte, che non voleva continuare il duello, avendo fermo di non ammazzare l'avversario, diede allora una voce, che tosto fu riconosciuta, e dopo pochi minuti tutti i servi del Galeazzo, con torcie accese, furono intorno ai due combattenti.--Quel ch'è stato è stato a buona guerra, disse il Galeazzo all'altro, e quand'anche voi persisteste a voler continuare il duello, io vi dico che rifiuterei, giacchè non siete voi quel tale che possa star contro a me; favorite dunque in mia casa, chè ci sarà qualche conforto per voi. E rifiutandosi il giovane, lo prese allora con forza per la mano, e traendoselo seco, lo condusse nel suo appartamento, sempre circondato da' suoi servi, che gli facevan lume colle torce. Il Mandello si diede a passeggiare per quella camera, e pareva che attendesse a pensare qualche strana cosa. Improvvisamente si volge a un servo, e gli dice: --Va qui un tratto alle Case Rotte, numera le porte a dritta, entra nella seconda, cerca del notajo Benintendi, di' che venga qui subito, che ho bisogno di lui. Il servo partì, e il conte continuò a passeggiare assai grave e contegnoso. Il giovane barone, senz'arme accanto, chè la spada trovavasi ancora sulla piazzetta, era chiuso in mezzo da quattro servi, a' quali il conte aveva fatto motto di non muoversi, se non comandati. A un altro aveva ingiunto recasse nella camera uno scoppietto, che tosto fu portato, e la bocca dell'arme micidiale venne adatta sulla forcina in modo, che avesse dirimpetto il giovane barone. Tutto ciò venne eseguito assai tranquillamente, senza spender molte parole. Il giovane guardava, taceva, e cominciava a pensare e a temere. D'indole stranamente avventata e spavalda, a un gioco lungo non sapeva resistere. Il suo coraggio, allontanata la fiamma dell'ira istantanea, aveva cominciato a sbollire, e, cosa strana a dirsi, quella medesima luce fosforica che di solito brillava nella sua cerulea pupilla, si era quasi spenta del tutto. In conclusione, il biondo gendarme era ridotto alla condizione d'una boccetta di spirito volatile, alla quale da qualche tempo si fosse levato il turaccio. Comparve finalmente il servo col notajo. --Vogliate perdonarmi, caro messere, disse il conte al nuovo venuto, se v'ho mandato a sturbare in quest'ora tarda, ma non c'era a perder tempo in nessun modo, e occorreva che voi apponeste il vostro tabellionato a una tal coppia di righe, che ora stenderò io medesimo, e che questo signore sottoscriverà. Abbiate dunque la bontà di attendere un poco che, in un quarto di minuto io mi spaccio. Così dicendo, si gettò a sedere, prese una penna e scrisse una mezza pagina, che tosto diede al notajo. Questo, messosi a leggerla, quando fu a un certo punto, tutto compreso di maraviglia, e non potendo reprimere la voglia di ridere, guardò in faccia al conte dicendo: --Avrei creduto si trattasse di far la ricevuta di una sommetta di ducati nuovi di zecca, non già di codesta mercanzia.... Del resto, purchè costui, che ci ha il massimo interesse, non metta innanzi delle difficoltà, e s'accontenti, io son qui pronto ad apporvi il tabellionato, e a far le cose in tutta regola, che già tanto vale una moneta quanto un'altra, e quella di cui è parola in questo scritto, ha sempre questo vantaggio di non mancar mai di peso. Il Mandello, sorridendo, si volse allora al gendarme con un contegno alquanto serio.--Signore, gli disse, siccome abbiam combattuto senza padrini, e non c'è nessuno che possa attestare che da me non vi fu fatta violenza, quando mai venisse a voi la tentazione di vendere qualche vescica, così, dalla vita alla morte, fate grazia di apporre il vostro nome qui dove, in tre parole, c'è la storia genuina di quanto avvenne fra noi stassera. Questi intanto è il notajo Benintendi, che, per la regolarità dell'atto, ho voluto fosse presente anche lui, e mettesse il suo nome accanto al vostro.... Ecco qui, scrivete, e tosto uscirete. Il barone francese, cui pareva mill'anni di non trovarsi all'aperto: "Infine, pensò tra sè, un gendarme non perde il proprio onore, se confessa di esser stato vinto in duello; d'altra parte, i suoi concittadini medesimi hanno mostrato d'aver men stima di lui che di me; e forse in questo momento egli è ubbriaco; dunque, non me ne può venire gran scorno e forse non si parlerà più nè di duello, nè d'altro." La conseguenza era precipitata; ma esso avea voglia d'andarsene, bisogna compatirlo, così, senza leggere la scritta, che già non avrebbe capito, per esser stesa in italiano, ci mise il nome. Il notaio fece altrettanto, e ci pose il suo ghirigoro. Chi volesse poi avere innanzi agli occhi il facsimile della scritta e delle firme, eccolo: "Confesso io sotto segnato, per la pura verità, qualmente la notte del 17 settembre 1515, alle ore due, sulla piazzetta di San Martino, in Nosiggia, il col. Galeazzo dei conti Mandello, commendatore dell'ordine di San Michele in Francia, habbia incrocicchiata la sua colla mia spada a buona guerra, et che il suddetto conte mi habbia disarmato. Itèm, accuso al suddetto colconte Galeazzo la ricevuta di N. 2 sonori schiaffi che il medesimo a me consegnò tra guancia et guancia la sera stessa, et che furono ripetuti quattro volte dall'eco della cappelletta di S. Rocco. Ciò che qui confesso per la pura verità et perchè il sudd. conte cav. Galeazzo ne faccia quell'uso che le parerà et piacerà. "Sott. _Barone Coislin_ "Capitano della 4.a compagnia dei lancieri del re. N. M. (_Benintendi_)". Quando la scritta fu sottosegnata e tutte le formalità furono adempiute, il conte Galeazzo lesse ad alta voce quanto aveva scritto, poi, rivolto al giovane gendarme, gli disse in francese quel che noi mettiamo qui tradotto: --Signore, gli disse, non avrete a male se questa carta sarà fatta circolare per tutte le gentili mani delle nostre belle milanesi; così nè uno sguardo, nè un sorriso, nè una parola vorranno gettare a voi, neppure per carità, e quand'anche vi rifugiaste colà, dove il vizio ha fatto l'ultima sua prova, neppure in que' luoghi troverete femmina sì proterva che si lasci pizzicare da voi. Son donne curiose le nostre, e non amano i volti sfregiati, voi mi comprendete. Cosi, finchè rimarrete qui, il tempo vi scorrerà assai tristo e privo di conforto al tutto, tanto che v'augurerete trovarvi ancora fra le corpulenti borghesi di Reims, e l'istinto copulativo insaziato vi condurrà a mal termine. Ora ne potete andare, ma serbate in memoria bene, che fra le donne, delle quali avete mostrato far così poca stima, l'onestà non è minore della loro bellezza. Il lettore avrà notata una certa contraddizione tra queste parole dette al gendarme e alcune altre dette al Palavicino.... ma è appunto una tale contraddizione che fa molto onore al carattere del Mandello. Il biondo gendarme, tutto mogio e costernato, uscì fuori finalmente, accompagnato da quattro servi che gli fecer lume colle torce. Quando il conte Galeazzo si trovò solo, si tolse il piumato berretto, si svestì la cappa di broccato d'argento, gettò lontano da sè tutti quegli ornamenti che da tre anni non s'era mai mossi intorno, e tutte quelle delicatezze necessario, a chi si reca fra le pompe e le delizie d'una lesta, pentito oltremisura d'averle riprese per mezza giornata, di aver rotta un momento la sua regola, d'avere con una momentanea sobrietà fatta più lucida la propria intelligenza, e d'essersi così procurato il dispiacere di vedere e di provare in sè troppo più di quello che faceva di bisogno. Indossò ancora la sua semplica cappa di velluto nero e, gettatosi nella sua gran seggiola, chiamò l'uomo di camera. Questi capì ciò che voleva il conte, e un momento dopo, sulla tavola che gli stava d'innanzi, a promovere il buon umore, fu recata una batteria di bottiglie e di tazze dove l'oltrepò ribolliva e frizzava. E quella sera ne bevè una così smoderata quantità, che quando sentì il bisogno di recarsi a dormire, dovendo passare per certe sale che conducevano alla camera da letto, v'impiegò molto più tempo che non faceva bisogno, e, giunto che vi fu, al lume della candela che pei densi vapori che gli erano andati alla testa, gli pareva avvolta come in una nebbia, penò molto a trovare la rimboccatura delle coltri, nè gli riuscì più facile il cacciarsi sotto. Da quel giorno in poi la sua intemperanza d'eccesso in eccesso giunse a tal punto, che parve volesse minacciare perfino la sua salute. Il suo fine altro non era che di mettere una sì balorda confusione nella propria testa, da non conoscer più in che mondo si fosse. Finchè si rimase a Milano, non fece mai più vedere la sua faccia in pubblico; e quando sentì bisogno di moto e d'aria libera e sana, si ritrasse a vivere in campagna lontano dagli uomini, lontano dai rumori, lontano da tutto ciò che gli potesse recar qualche noia.... Ma vorrà durar sempre in questa ragione di vita sì vergognosamente inerte?... Ma sarà irremissibilmente perduto quest'uom forte, da cui la società avrebbe potuto cavare così grande vantaggio? Gli eventi incalzano gli eventi, e stanno or forse a maturarsi quelli che lo scuoteranno dal vituperoso letargo. Intanto che si sviluppò e si sciolse questo intrigo che abbiamo raccontato, nelle sale delle feste era avvenuta cosa di ben più grave momento. Elia Corvino che, avvolto ne' suoi panni signorili, passeggiava da più di due ore fra tante cappe e tanti mantelli, col pensiero e collo sguardo attentissimo a tuttociò che succedeva nelle sale, e mai non aveva perduto di vista i tre personaggi dei quali gli conveniva sapere ogni benchè menomo movimento, quando vide staccarsi dalla sua sposa il magnifico signore di Perugia, e recarsi nelle sale da giuoco (ove fin dal principio della notte s'era ritratto il Bentivoglio con alcuni baroni francesi), e lasciar la Ginevra insieme alla moglie del masciallo Chaumont, (quel Chaumont che aveva dato un salvacondotto ai Bentivoglio la prima volta che ebbero a fuggire da Bologna); allora s'accorse che se non sapeva approfittare di quel momento, forse ogni speranza era perduta, e per sempre. Non senza una certa inquietudine, che s'apprende anche agli uomini più audaci ed avvezzi a tentar cose che, non riuscendo, possono produrre la propria e l'altrui rovina; guardava di tanto in tanto per la fuga delle sale fino alla gran porta d'ingresso per vedere se mai entrasse il fratello ad annunziargli qualche nuovo inciampo, che troppo temeva dell'insofferenza del Palavicino e del suo carattere impetuoso; inquietudine che, durando a lungo, gli aveva vestito la parte superiore del volto di un vivissimo rossore, pari a quello che solea coprire le guancie di Bonaparte la vigilia delle sue battaglie; ma l'impresa a tentarsi, se non era di sì alta importanza, non era però d'esito meno incerto e men difficile; però assai perplesso, stava in aspettazione. Quando ad un tratto la voce sonora del conte Galeazzo Mandello, alzatasi al disopra del generale frastuono, e le parole non meno sonore e impetuose del giovane francese produssero in un subito quel generale silenzio che sappiamo, e tosto, per un impulso comunicato macchinalmente a tante persone in una volta sola, la folla tutta quanta trasse nella sala donde le voci erano uscite. La maraviglia e l'impaziente desiderio di venire in cognizione del fatto, aveva in un momento scomposti tutti quei cento gruppi di persone che s'eran formati di distanza in distanza. Così anche il maresciallo Chaumont abbandonò il braccio della moglie, questa, il braccio della Ginevra, la quale per esser tutta agitata e compresa della sua terribile condizione, non potendo venir scossa da verun altro accidente, rimase indietro più di dieci passi. Accorse allora il Corvino con quella sicurezza di chi vede non poter più mancar l'esito all'intento. Accorse, e s'avvicinò alla Ginevra dicendo: _Signora, vostro padre vi chiama._ La Ginevra si volse. --Vostro padre e il magnifico Baglione vi chiamano là; e additando una sala a sinistra, che da un lato metteva nelle sale da giuoco, da un altro nei corridoi d'uscita, con molta gentilezza di modi e con quel fare cavalleresco, al quale non doveva esser nuovo, la prese pel braccio e la trasse con sè. La chiamata del padre e la presenza del gentiluomo, sebbene non fosse di sua conoscenza, eran cose tanto naturali, ch'ella non ci fece sopra neppure un pensiero, e neppure un momento stette in forse di seguire il cortese gentiluomo. Questo intanto, come l'ebbe tratta nella sala vicina: --Sono già usciti di qui, disse; certo che vi attendono al vestibolo o il Baglione s'è già messo in carrozza, non potendo più sopportare il rumore e il caldo eccessivo delle sale. Permettete dunque che v'accompagni io stesso. Elia Corvino, che sapeva benissimo com'è fatto il cuore umano, aveva contato sull'alterazione d'animo, in che naturalmente doveva trovarsi quella sera la Ginevra, alterazione che non gli avrebbe permesso di notare quanto ci poteva essere di men regolare in un fatto qualunque, e, per verità non s'era ingannato. Attraversato dunque il lungo corritoio per mezzo a due file di servi gallonati, senz'accidente di sorta, pervennero finalmente sul limitare della soglia del vestibolo posticcio, messo a drappi, a drappelloni di frange d'oro ed a festoni di fiori. Il murmure alto, incessante della folla minuta che s'accalcava intorno al vasto padiglione, per vedere entrare ed uscir cappe signorili, il calpestìo di quelle cento cavalcature che s'attendevano là, giacchè la maggior parte dei gentiluomini soleva ancora a que' tempi recarsi dovunque a cavallo, il cicaleccio di quel migliaio di palafrenieri che ingannavano così la noia dell'aspettare, gl'irrequieti movimenti di quei trenta o quaranta cocchi a due ruote, chè le carrozze propriamente dette a quattro ruote furono introdotto molto più tardi, le grida dei cocchieri, lo sbattere delle fruste, avvolse i due che usciron fuori all'aperto in un turbine così vasto e così forte di frastuono, che, anche parlando ad alta voce, non si sarebbero intesi. Allora il fratello del Corvino, che d'accanto alla lettiga (o carrozza che dir si voglia) del Palavicino, stava sull'ale e non aveva pur un momento stornato lo sguardo da quella uscita, accorse, appena li raffigurò, colla prestezza di chi si fa a raccogliere una moneta d'oro caduta di tratto, e non voglia esser prevenuto dalla folla che già accalcandosi fa a chi prima arriva. Accorse, si recò presso la Ginevra, è disse: --È in lettiga! venite, presto! A queste parole l'Elia Corvino si slanciò innanzi, gettando un'occhiata d'iraconda impazienza su tutta quella folla che poteva impedire alla carrozza d'allontanarsi rapidamente di lì, si recò presso lo sportello, che già stava aperto, e del braccio aiutò la Ginevra a salire. Alla giovane in quel momento si conturbò l'anima d'uno di quelli eccessi di sconforto disperato che ci rendono insensibili a tutto ciò che ne succede d'intorno. Credette salire nel cocchio del Baglione, che tutti erano d'una forma a quell'epoca, per esserne recentissima la moda e l'introduzione in Italia; credette che l'uomo che se ne stava ravvolto sdraiato in un canto fosse l'odioso vecchio, dal quale non era cosa che più oramai la disgiungesse, provò quell'orrore senza lagrime e senza parole che tramesta l'anima, di chi sale la scala del patibolo, e gli mette tal tremito per tutta la persona, che cadrebbe se non fosse sorretto. E il Corvino sentì infatti pesarsi sul braccio il corpo della Ginevra come se, perduta ogni virtù vitale, fosse stato per ripiegarsi su di sè e cadere inanimato in quel punto. Finalmente riuscì ad adagiarla, chiuse le cortine di corame damascato e si ritrasse. Tra quel formicolaio di cavalcature, di bussole, di lettighe e di moltitudine si fece uno slargo, e i cavalli dovettero procedere assai lentamente, finchè la folla non fu al tutto diradata. Il Corvino s'indugiò per qualche tempo per assicurarsi pienamente della riuscita dell'opera sua. Ma quando pensò a togliersi di lì, un grido, che doveva esser stato acuto, ma che gli giunse all'orecchio velato e fioco, attraverso a tanto rumore, lo colpì e io sconvolse. Si attese ancora qualche tempo in una gran perplessità. Ma vide finalmente ricomparirsi innanzi il fratello, che gli disse: --Sono usciti di città adesso; non c'è più nessun pericolo. --Ma la Ginevra mandò un grido, mi pare, un momento fa? --Era troppo naturale; ma nessuno non volse neppure la testa, e, quel ch'è fatto è fatto. Assicurato allora che quel grido, se pure non svanì inavvertito a tanta moltitudine, non aveva però fatto muovere un passo a nessuno, il Corvino si mosse per rientrar nelle sale, desideroso di venire in cognizione di due cose: della cagione che aveva promosso quelle parole di ferro e di sfida, che un momento prima avevano conturbato la giocondità della festa e giovato così bene al suo intento; e dell'effetto che sarebbe per produrre sul Bentivoglio e sul Baglione l'improvvisa scomparsa di Ginevra. Per verità, che ambedue codeste cose, e la seconda segnatamente, meritavano bene ch'ei ritornasse nelle sale, ma pensatoci due volle, e veduto che non era senza pericolo, che era troppo facile l'essere stato veduto colla Ginevra da qualcheduno, che si poteva venire a schiarimento, e non era improbabile il non poterne uscir netto, fermò invece d'allontanarsi sull'istante. In quella, udito batter l'ore alla chiesa di San Nazaro, pensò che poteva in quella notte medesima, giacchè non era tardissimo, recarsi al palazzo del Morone, e quando non fosse in castello col duca, dargli la notizia che pareva esser tanto desiderata da quell'illustre personaggio. Il Morone abitava in quella contrada, alla quale fu poi dato il suo nome, e lo conserva tuttora; conveniva perciò all'Elia Corvino far molta via prima di arrivarci; ma il pensiero dei quattrocento gigliati che avrebbe contato, e la soddisfazione d'aver saputo condurre a così buon termine il suo disegno, del quale aveva già incominciato a disperare, gli fecero parer brevissimo quel tratto di strada, e s'avviò. Giunto in quella contrada, e veduta illuminata l'ultima finestra del palazzo: --C'è senz'altro, disse; ora staremo a vedere se mi si vorrà aprire a quest'ora. E accostatosi alla porta, e preso il martelletto, diede quattro colpi risoluti. Dopo qualche momento, dalla finestrella che stava ad un dei lati della porta, uscì una voce: --Chi è che picchia a quest'ora? Chi cercate? --Son io, e cerco dell'illustrissimo messere. --A quest'ora? tornate domani; a quest'ora non riceve nessuno, quand'anche fosse sveglio. --È sveglio senz'altro, ed io, da star qui, vedo il lume dalla finestra del suo studio. Io mi chiamo Elia Corvino, ed annunziatemi a lui, che vi dirà subito d'aprirmi. --Bene, bene, aspettate che vo e torno. Dopo quasi una mezz'ora, senti il rumore delle spranghe di ferro che scorrevano, e vide la porta aprirsi. Fu introdotto, e salì nel gabinetto del Morone. --Che gran novità ti ha fatto venire da me a quest'ora? domandò il Morone con una voce che pareva alquanto alterata, appena vide spuntare la testa del Corvino. --Vi reco tal nuova infatti, per la quale domani tutta Milano ne sarà sossopra, e due vecchi disperati. Quella infelice Ginevra Bentivoglio, che all'alba di quest'oggi medesimo fu sposata al Baglione, annoiatasi di lui, in pochissime ore, e prima di numerar tutte le grinze della vecchia sua pelle, senza far tanto rumore, ha trovato il modo di fuggire col Palavicino; e può darsi benissimo che, in questo momento, senta scoccar le otto all'orologio dell'abbazia di Chiaravalle. --La novella potrebbe esser buona; ma sarebbe stata migliore, se si fosse sparsa ieri piuttosto che oggi, e che la Ginevra fosse fuggita ancor fanciulla, anzichè moglie. --Non tutto ciò che si vuole si può, illustrissimo. Del resto, la Ginevra, a rigor di termini, è fanciulla tuttora, e se mai volesse votarsi alla Vergine, questa non la rimanderebbe. --Si ha qualche notizia del Baglione o dell'altro? --Per ora no; ma si può bene essere indovini. Peccato per altro, che la vecchiaia li abbia lasciati senz'unghie, chè la lotta tra l'orso nero e l'orso bianco che, due anni fa, mise a rumore il serraglio ducale, si sarebbe rinnovata. --Quand'è così, va benissimo, disse il Morone con una voce sottile, e sorridendo. --Ci ha poi ad essere un'altra novità. --Di' presto, e spacciati. --Ho sentito nelle sale delle feste la voce sonora del conte Galeazzo a sacramentare, credo che fosse, con uno di que' giovani baroni francesi, il quale, trasportato dall'ira, rispondeva in tuono alto esso pure, con una voce in chiave di clarinetto che passava le orecchie. Minacciava insomma uscirne qualche sconquasso; del resto, le mie notizie non vanno più in là. --Aveva forse il solito suo male, il conte? --Tutt'altro; anzi era benissimo in sè stesso; lo sentii parlare quattro parole con assai dignità al connestabile di Borbone. --Se sarà nato qualche sconcio, la sua croce di S. Michele lo salverà. Ora veniamo a noi! Domani tu sarai da me all'alba, che darem corso a quello che tu sai, e ad altro se occorrerà. Intanto mi bisogna star solo, chè ho a scrivere questa lettera al re, e a te non rimane altro che di fare la buona notte. Il Morone si mise allora a sedere allo scrittoio, e il Corvino, uscito che fu, si recò finalmente a dormire il suo sonno nel solito covile al quinto piano, contentissimo del fatto proprio come lo era forse stato mai prima di allora. Del rimanente, è ben ragionevole che il Corvino fosse quella notte così pago di sè, che, giovato dalla fortuna, le cose gli eran corse di maniera, che a nessuno trapelò mai per allora da chi fosse stato immaginato e colorito quell'arrischiato disegno, e la scomparsa della Ginevra Bentivoglio avvenne così felicemente, che nessuno se ne accorse, e parve davvero che i destini avesser voluto, in quell'avventura, intervenire espressamente col loro aiuto. Ed ecco come in proposito si esprime un cronista contemporaneo ai fatti che raccontiamo: _"Alli diciassette del suddetto mese_ (settembre), _in tempo che al tentorio di Porta Romana si facevan gazzarre per l'arrivo delli Franzesi, improvvisamente è scomparsa dalle feste la diuina figliola del Magnifico Bentiuoglio, Signore di Bologna, nè per allora si è mai potuto trovar come; et fu con grandissima maraviglia et scandalo de li Milanesi quando corse la voce, essere la predicta figliola fugita con il Marchese Palavicino, et magis conoscendosi da ognuno quanta fusse la virtù de la figliola et quela del predicto giovine"._ Ora vogliam rifarci indietro un momento, a ritrovarli ove li abbiam lasciati. CAPITOLO XIV. Le sensazioni che provar può un uomo, il quale dannato a una perpetua prigionia, passa, la prima volta, dal giorno, dalla luce, dal rumore, nella tetra oscurità di un sotterraneo, dove, quasi fosse scagliato fuor del mondo e della vita, assai tempo prima di morire, sa che la propria esistenza vi si consumerà impreteribilmente; furono le sensazioni che assalirono e strinsero l'animo della Ginevra nel frattempo che la lettiga a ruote, avendo a rompere dinanzi a sè le onde impetuose di una folla stivatissima, procedeva lentamente e a fatica. Il sentirsi chiusa in così breve spazio con colui che ella teneva pel suo vecchio consorte, il sentirne il respiro frequente e affannato le dava una noja indicibile; persino il mantello di lui che, per le scosse del cocchio, veniva a toccare e a strofinare il raso delle sue vesti, promoveva in lei quello schifo di chi sente il tatto di cosa sudicia e fetente. Aveva nel sangue l'agitazione e lo spavento di chi si vede a lato il carnefice, e provava quel ribrezzo pauroso di chi è costretto a viaggiare con un cadavere; perciò s'andava sempre più rimpiattando nell'angolo della lettiga, come per allontanarsi, mentre amaramente rimproveravasi di non aver saputo star forte contro alla paterna volontà; ed ora che s'accorgeva che l'angoscia del trovarsi insieme al vecchio era mille volte più dura di quanto ella medesima aveva sospettato prima d'esser congiunta a lui, tormentavasi sempre più di non aver avuto il coraggio di rifiutare un così orribile supplizio. In quanto al Palavicino, continuava nella direzione di que' pensieri che da due ore lo tormentavano, alterati in quel momento da nuove ansie, da' nuovi timori; ad ogni tratto che percorreva la lettiga temeva insorgesse d'improvviso una voce, un grido tra la moltitudine, e il suo nome ripetuto dalle voci furibonde del padre, del marito della Ginevra, passasse di bocca in bocca tra la folla maravigliata, e si accorresse da tutte le parti a circuirlo, a togliergli d'accanto la Ginevra. Lo scandalo, le vergogne, i pericoli, le sventure che ne sarebbero derivate lo facevan ardere e gelare; si rodeva tra sè che il cocchio procedesse così lentamente, e la stizza e la noja e lo struggimento gli era più incomportabile in quanto era costretto a starsene tranquillo in un angolo, silenzioso, immobile, avvolto nel proprio mantello, ed era impazientissimo di svelarsi alla Ginevra, di troncare quelle dolorose incertezze, di sollevare la fanciulla da quella condizione tormentosa, in cui naturalmente ella doveva trovarsi da molti dì. Ma la folla a poco a poco cominciò a diradarsi, a dividersi, a non apparir più che in qualche gruppo sparpagliato, a lasciar finalmente sgombra la via del tutto. Allora i cavalli presero il trotto, e la lettiga fu tratta innanzi rapidamente. A un certo punto i palazzi, le case finivano, e cominciava un basso muro che cingeva le ortaglie. Il disco della luna lucentissima in un bel cielo sgombro e stellato non essendo più coperto dall'altezza degli edifizj, vibrò un raggio nell'interno della lettiga e rischiarò il volto accorato della Ginevra. Svolgevasi in quella il Palavicino dal suo mantello e, credendo fosse opportuno il momento, si volse, mosse il labbro mandando un debol suono di voce, e guardò la Ginevra, che guardò lui. Fu in quel momento che, all'orecchio di Elia Corvino arrivò, velato e fioco, attraverso al frastuono, quel grido che lo aveva messo in apprensione. Del resto, quel che avvenne nella mente e nell'animo della Ginevra al vedere dinanzi a sè, come se per arte di magia fosse avvenuto un repentino tramutamento, la faccia bella e giovanile del Palavicino, invece della turpe canizie del Baglione, che tumulto scompigliato di nuove sensazioni, e di nuovi affetti succedesse in lei, non può essere spiegato che da quel grido ch'ella non potè trattenere, e che fe' correre un gelo per l'ossa al Palavicino, il quale si tenne perduto, tanto timore lo prese che, accorrendo la moltitudine, fosse presto un terribile intrigo. Per un moto involontario, aveva bensì a quel grido gettato un lembo del mantello sulle soavi sembianze dell'atterrita fanciulla, a tentare di soffocarlo a mezzo, intanto che, per un altro moto d'istinto rattenendo persino il fiato, si era ristretto tutto in sè, quasi credesse sfuggir così alle ricerche della moltitudine. Il cuore gli voleva scoppiar sotto il giustacuore. Per buona ventura non accorse nessuno, i cavalli, sferzati dal cocchiere, che s'era spaventato la sua parte, raddoppiarono la corsa, la strada si fece sempre più deserta e silenziosa. Ma il timore si accrebbe nel giovane Palavicino, quando s'accorse d'esser presso alla porta della città, dove era probabile che oltre la solita scorta di gabellieri ci sarebbe stato un rinforzo dei lancieri del re. Pensando allora che un altro grido non sarebbe di certo passato inavvertito, e che la rovina poteva esser pronta;--Zitto, per carità, disse sommesso alla Ginevra, con quel maggior fervore che può darsi ad una preghiera, e colla maggiore soavità che può avere l'affetto. Zitto, per carità, o noi siamo perduti; io e voi. In quella, il bisbiglio di più voci, qualche sghignazzamento, una turpe canzonaccia cantata da una rauca voce, alcuni passi ferrati che facevan suonare il terreno, l'avvisarono che si passava sotto l'archetto della porta della città. Non era fibra che non gli tremasse, ma la carrozza fu tratta oltre veloce, e finalmente egli altro non vide che cielo ed alberi. Allora, sciolta la Ginevra, amorevolmente la chiamò per nome. Ma alle prime sensazioni, quali altre erano succedute nell'animo di lei? Se il Manfredo fosse stato il suo promesso, se mai non fossero insorti ostacoli ad avversare i loro amori, se in quel momento si fosse trovato con lui per un procedimento comune delle umane cose, sicura che il proprio padre amava e benediceva l'affettuosa corrispondenza, ed era vicina la solennità delle nozze; ella, per quell'istinto di femminile ritrosia, che di tutto si adombra, quand'anche fosse stato egualmente forte l'amor suo pel giovine, pure sarebbesi comportata seco con assai riserbo. Ma in questo momento l'affetto per lui, che da tre anni era l'assiduo suo pensiero, proruppe invece con un impeto sì eccessivo, che a tutt'altri che a lui sarebbe quasi parso indizio di pazzia. Un certo che di febbrile alterazione che aveva nel sangue da qualche ora, quell'improvviso passaggio da uno stato ad un altro, così diversi, così opposti, quell'istantanea gioia, quell'estasi suprema successa al gelato terrore che da più giorni non le lasciava aver bene, le generarono nell'animo tal mistura di commozioni così eccezionali, che giunsero persino a far tacere in lei quel non so che di femminile alterezza e di ritrosia che le era sì proprio, per la qual cosa in sulle prime, tutto bagnando di lagrime il volto del Palavicino, si lasciò andare senza ritegno ai più teneri ed espansivi vaneggiamenti dell'amore. Fu lo scorrere però di alcuni pochi secondi... e a un tratto s'arrestò... atterrita s'arrestò, come se una voce cui non le fosse possibile disobbedire, d'improvviso le suonasse minacciosa e fatale, e si ritrasse e tornò a rimpiattarsi nell'angolo della carrozza con uno sforzo straordinario dell'animo e delle membra, quasi che al posto del Palavicino si fosse messa a seder davvero la squallida e truce figura del Baglione. Fu straziante l'angoscia di lei quando, sulla predella dell'alture dell'abbazia di Chiaravalle, atterrita dal severo sguardo paterno, aveva messa la propria nella mano tremante del Baglione; più straziante ancora quando, poche ore prima, a lei discinta, il vecchio s'era accostato. Ma l'angoscia di questo momento le fu insopportabile, e il sangue con tant'impeto le si tramestò nella regione del cuore, che sentendo distendersi un gelo su tutta la superficie delle sue fragili membra, provò quell'alienazione di spiriti, e quel prostramento assoluto di forze, che ci fa presentire in che modo si passi da questa all'altra vita. Il Manfredo se ne accorse, e stette in grandissimo timore fino a tanto che la fanciulla non si riebbe affatto. I parossismi della passione e del dolore non possono durare che brevissimi istanti, per quanto sia straordinaria e terribile la condizione in cui l'animo si trova, e a quei parossismi subito susseguono de' momenti di calma, calma certamente non invidiabile, ma tale almeno, che alla mente permette di connettere delle idee con qualche ordine, alla bocca di parlare, agli occhi di piangere. Riavutasi così la Ginevra, e pensando al padre, al Baglione, all'audacia del Palavicino, di cui, in barlume, le pareva d'aver indovinato il disegno, e prevedendo le nuove e più atroci sventure che ne sarebbero derivate. --Ah! Manfredo, che avete voi fatto? gli disse. Che intenzioni sono le vostre?... io tremo solamente a pensarci. --Una fortunata combinazione, rispose il Palavicino, non ci mancò, e spero che nell'avvenire.... --Ma chi v'ha consigliato a far questo, Manfredo? --E puoi domandarlo? e non sapevo io il tuo dolore, e non conosceva i tuoi desiderj? altra volta io t'ho veduto in ginocchio, e t'ho udita scongiurare Iddio perchè ti liberasse dal Baglione. Oggi poi, chi m'aiutò ad aiutarti, mi disse le tue lagrime e la tua disperazione. Pensa dunque che colui non ti riavrà mai più, che tu sei con me ora, e per sempre lo sarai!... --Per sempre, di' tu? ah, Manfredo io l'ho desiderato, è vero, io l'ho sperato; ma pur troppo, ciò che tu di' non può essere. Io tremo di trovarmi qui con te.... Il Baglione è mio marito. Ella pronunciò questo nome con un accento sì amaro, che il Palavicino ne fu scosso. Vi fu un momento di silenzio, durante il quale non s'udiva che il trotto serrato dei cavalli, e il soffio dell'aria che fendevasi contro la carrozza. --Io ebbi a pensar male di te, Ginevra, soggiunse poi il Palavicino; tu avresti potuto star forte contro la violenza altrui, ma nell'animo tuo, fu ben più potente assai il timore di tuo padre che l'amore di me. Io non avrei fatto così. --Ma e tu, rispondeva allora la Ginevra con un impeto nel quale assai chiaramente sentivasi la mestizia profonda, che hai saputo far tu? Perchè mi hai abbandonata, quando più era bisogno che venissi pronto a darmi aiuto? Il Palavicino taceva e sospirava. --Perchè non hai tu voluto ascoltare quella soave e cara donna di tua madre che, bagnata delle mie lagrime, mi promise ti avrebbe costretto a rimanere? sai tu poi quel che a me bastò l'animo di fare in quella notte?... Ciò che nessun'altra donna avrebbe mai fatto, l'ho fatto io, Manfredo. Io voleva in ogni modo parlare a tua madre, e non vedendo altro mezzo, uscii tutta sola di palazzo, e tutta sola, essendo la notte alta e disastrosa, attraversai la pubblica via. Dio sa quello che si pensò di me da coloro che mi avranno veduto. Ma le mie e le preghiere di tua madre non valsero... sei uscito al campo egualmente, e, senz'altro aiuto, io non potei sostenere la severità del padre, e fui perduta per sempre... Qui le lagrime prorompendole a furia, e soffocandola i singhiozzi, più non potè parlare. Il Palavicino malediva tra sè il momento che, senza un frutto al mondo, era uscito di città, e non sapendo che rispondere, taceva, ascoltando quel pianto e que' singhiozzi. V'era una certa ineffabile attrattiva in quei gemiti della fanciulla, ch'egli sebbene percosso nel più profondo dell'animo, pure, a poco a poco si sentì rapir via insensibilmente dal mestissimo suono, provando una sensazione quasi gradevole. Cessò il pianto alla fine, ella tornò a ricomporsi, tornarono a parlare fra loro. A un tratto la Ginevra, rispondendo a quanto erale venuto dicendo il Palavicino: --Questo non sarà mai, proruppe, sarebbe una vergogna, uno scandalo; nessun'anima buona non potrebbe sentir più compassione delle sventure mie. O tu mi prometti adesso che tosto penserai a condurmi in qualche santo ricovero, dove nessuno possa venirci, nè tu stesso, o in questo momento medesimo io mi getto di qui, e così, come mi verrà fatto meglio, mi strascinerò a piedi sino alla casa dei padre mio. Quanto più i desiderj e lo stato dell'animo la tenevan stretta al Palavicino, tanto più, come a vincere la difficoltà di una virtù che riusciva ardua troppo pel suo cuore, e a tentare uno sforzo disperato, procurava esagerare la volontà propria esprimendosi di quel modo risoluto e impetuoso, pure, mentre stava ad attendere una risposta dal Palavicino, temendo averlo offeso colle troppo dure parole: --Tu sai perchè io ti domando questo, gli disse con una straordinaria dolcezza, tu vedi che io non posso stare con te, e che questi istanti medesimi che teco ho trascorsi, furono già troppi. Però, io ti scongiuro, Manfredo, a provvedere alla mia sicurezza ed alla mia fama. --E per che cosa pensavi tu ch'io ti consigliassi a fuggire ben lontano con me? per provvedere alla tua sicurezza appunto; ma la tua fama non m'era già indifferente. I tuoi virtuosi costumi a chi sono più noti che a me, e a francare ogni tuo timore quella cara e virtuosa donna di mia madre sarebbe venuta a stare con noi, e affidata alle sue cure, alle sue soltanto, tu saresti stata come in un santuario; e tutto il mondo lo avrebbe saputo.... Pure, se tu persisti nel tuo proposito, io non sarò già quello che ti contraddica... a me basta che tu viva illibata e sicura, e considerando che, anche diviso da te, per quanto fosser lunghe le distanze e innumerati gli anni, non appartenendo a nessun altro, tu appartenesti a me solo, io saprei pure trovare qualche conforto alle sciagure mie... e penso che non vi è nulla ancora di perduto, o Ginevra, giacchè, se la natura farà il debito suo, non vivrà eterno il vecchio Baglione, e i nostri desiderj saranno esauditi nell'avvenire. Io ne ho fiducia. Intanto la tua pura virtù sarà da me, come cosa divina, altamente rispettata. Queste parole misero un vivissimo raggio di speranza nei pensieri abbujati della Ginevra, la quale ajutata e sospinta da quel conforto, si slanciò allora nel futuro con un'alacrità e una confidenza straordinarie. I cavalli intanto che, di corsa, s'erano allontanati forse quattro miglia dalla città, inoltrandosi adesso per un terreno paludoso, e sprofondandosi coi garretti nell'umida mota, cominciarono di necessità ad andare di passo. Cessato così lo scalpito dei cavalli, i due giovani si tacquero per non farsi udire dall'uomo che li guidava. Scoccarono in quel punto stesso, quasi due miglia lontano all'orologio dell'abbazia di Chiaravalle, le otto ore, il cui rimbombo, per quel vasto silenzio della notte, percorrendo in decrescenza le regioni dell'aria, giungeva all'orecchio dei fuggitivi indefinito o solenne, talchè alle loro fantasie parea di sentirvi come una promessa che venisse dall'alto. Usciti a stento da quel palude ingrato, entrarono in una via affondata tra due alte rive sparse di macchie d'ogni generazione; ma s'accorsero qui, che la noja durata alcuni momenti prima era stata ben leggiera in confronto della noia a cui correvano incontro. E un'afa insopportabile cominciò tra quelle macchie a tormentarli, come se l'atmosfera d'improvviso si fosse condensata gravitando sulle loro teste, e la stagione fosse retrocessa ai dì della canicola. Sentendo allora tra i rami e le frondi dei querciuoli e delle marruche un vasto e impetuoso stormire, i due giovani, ad ispirare, per confortarsi, qualche soffio di brezza passeggiera, misero la testa fuori dello sportello, ma, nauseati dal grave odore che lor ventava in volto, ne la ritrassero tosto nascondendola tra i panni. --Ci accostiamo alla campagna tra S. Donato e Malignano, dove s'è data la battaglia, disse allora il Palavicino alla Ginevra che, quasi atterrita, gli aveva chiesta la causa di quella nuova noia. Non c'è altra via che metta al mio castello d'Acquanera; ma il cammino non durera più d'un'ora, e presto ne sarem fuori, coraggio. In quella lasciatisi addietro le macchie, si trovarono in uno slargo di campagna; anche qui il terreno era tutto un mollume, e i cavalli di necessità dovettero ancora rallentare la corsa. Ma grado grado che la carrozza procedeva innanzi per quella vasta pianura, sempre più cresceva quel non so che di pesante caldura, quel fetore, quella nausea insopportabile. E un'altra cosa insolita, e che più forse metteva nei loro animi una sensazione che somigliava alla paura, era il silenzio universale, nel quale a un tratto venivano ravvolti ogni qualvolta sostasse l'unghia dei cavalli; un silenzio profondo, assoluto, tetro e ben diverso dai soliti silenzi notturni. Passando, tre dì prima, a notte chiusa per quel campo, s'udivano que' suoni indistinti, que' mugolii lontani, que' gemiti vaghi che fondendosi in una cosa sola, ci avvisano che la natura è tranquilla, ma non è morta. I zufoli dei rigogoli sui più alti rami degli orni, le dolci musiche dei rosignuoli dalle siepi, dai platani, i tremoli squilli delle palombelle fra i rami delle guercie, i cicalecci monotoni dei grilli dagli ippocastani, il picchiare minuto e incessante dei rostri ne' rami delle piante, le peste improvvise e rapide de' lepratti, dinotavano al viandante ch'egli non era già solo in quel vasto campo, e ch'era circondato da migliaia e migliaia d'esseri viventi. Ma in quella notte, in quell'atmosfera fattizia, regnava un silenzio di tal sorta, che quasi, pareva d'essere fuori della terra, e la cagione non era difficile trovarsi. Chi avesse voluto rovistar per le siepi, tra l'erbe arsicce e peste della campagna, sui rami secchi, tra le frondi ingiallite, avrebbe trovato a miriadi i cadaveri piccioletti d'infinite generazioni d'uccelli; i superstiti a torme di migliaia, s'eran rifuggiti, a sette, a dieci, a più miglia di distanza. I nidi anch'essi dei grilli erano abbandonati, che i buffi d'un'aria pesante e pregna delle putridi esalazioni che venivano dal campo, successi d'improvviso all'umida frescura della notte, e all'aure soavi di mille fragranze, lì avevan fatti emigrar di conserva. Trascorso però un bel tratto di cammino, d'improvviso, in mezzo a quella solitudine s'udì un rumoroso sbatter d' ali. Era una torma di gufi e d'upupe che, svolando rasenti la carrozza, ferivan l'aria con un rombazzo fischiante, mentre su in alto un nugolo più fitto d'un'altra generazione di volucri la fendevan in quella medesima linea tenuta dalla torma più bassa; e subito un gracchiare aspro, tumultuoso, avvisava ch'eran corvi calanti alla pianura, e parevan quasi volessero rispondere ai singulti intermittenti dell'altro stuolo che viaggiava più basso. E stringeva l'anima di una cupa e ferale tristezza il sapere quale istinto, spingeva quei voli, che tra le fradice carni dei cadaveri avevan pure a fermare le penne. E in quella un buffo di vento, pregno d'un odore fetentissimo, ammorbante e come di sangue, soffiò quasi ad annunziare, che quelle legioni della morte andavano a sicuro viaggio, a certa preda. La carrozza s'accostava intanto sempre più verso Marignano, e i fuggitivi tutti ristretti in sè, nascosto il viso tra i lini e il drappo delle vesti, via rapidi dai loro pensieri, non pronunciavano una parola.... D'improvviso la carrozza s'arresta, dà indietro; il nitrito de' due cavalli, tremulo spaventato, acuto come il suono d'una chiarina, si diffonde per la silenziosa solitudine. I due giovani s'affacciano allo sportello e guardano. Impennandosi, rinculavano i cavalli, e ricadendo sulle zampe le puntavano nel terreno, ritte le orecchie, aperte le narici, sbuffanti. Alcuni cadaveri giacenti nelle loro armature, come in un cofano da inumarsi, ingombrando la via per dove occorreva passare, li avevan fatti adombrare al punto, che non c'era verso di cacciarli innanzi; pure il flagello del cocchiere potè più dell'ombria e, a un tratto, presero la rincorsa, trascinando la carrozza saltelloni sulle armature che, suonando, si spezzavano a brandelli. Trasportati così velocemente, i due giovani presto si trovarono colà dove la campagna prendeva la massima estensione, e qui una nuova scena tanto più orrenda, quanto più vasta apparve loro dinanzi. Soltanto il cielo era sereno, e sgombro come nei dì prima dell'orrida battaglia; le stelle luccicavano nell'infinito firmamento, il raggio lunare era ancor mite e vestito ancora di quell'azzurro perlato che di solito sparge tanta malinconica soavità ovunque va a posarsi; tutto insomma era ancor bello e calmo negli spazi dell'aria. Calma, bellezza, splendore, che troppo contrastava a tutto quanto era sparso su quelle insanguinate arene del campo. E qui il silenzio non era più così perfetto, così continuato come a tre, a quattro miglia di distanza. Di tanto in tanto s'udivano improvvisi rumori, forti e secchi scoppi, come d'aria che squarci violentemente un ostacolo per trovare un'uscita. Si sarebber dette canne di schioppetti e di colubrine che si rompessero per un'esplosione di polvere; ma era tutt'altra la causa di quei rumori... la qual subito fu chiara, quando i cavalli di nuovo aombrarono impennandosi e nitrendo spaventati. Per un gran tratto di terreno all'intorno, si vedevan giacenti, distesi per terra, in molte e diverse positure, in lunghissime file, ammonticchiati alla rinfusa di tre, di sei, di più ancora, corpi di quadrupedi. Nè a tutta prima non si poteva dar loro che quest'appellazione, che, anche senza l'oscurità della notte, non si poteva conoscere che eran cavalli, se non forse per gli arredi, pei freni, per le selle, tanto il loro corpo era cresciuto, era ingrossato a dismisura al punto da farli scambiare per altrettanti elefanti o rinoceronti. Ed era la fermentazione maturatasi nel loro interno che li faceva gonfiare, e gonfiar grado grado, sinchè la cute, tesa, assottigliata, screpolata, sanguigna, stirandosi fluiva a fendersi in due, in più parti, dando quei violentissimi e rumorosi crepiti che ogni tanto si facevano udire, anche a molta distanza, pel vasto silenzio, e i corpi, aprendosi così, davan uscita alle viscere che più non vi potevan capire, riversandosi, per molto spazio in giro, in spargimento di sapie nerissima, a corrompere il terreno, a impregnar l'aria di esalazioni letali. Inorriditi e nauseati, uscivano finalmente di mezzo a quelle file, ma tosto i cavalli tornavano ad arrestarsi, al lampo tremulo che partiva da un largo cerchio d'armati e d'armi, e da una luce bianchiccia riflessa da un'acqua; lancie, picche, spadoni, borgognate lucenti gettate alla rinfusa sul terreno, rifrangevano i raggi lunari; soldati a centinaia giacevano intorno intorno a quell'ampia gora d'acqua, colle teste, alcune sull'orlo, altre riverse, altre pendule, altre immerse al tutto nell'onda fimosa, colle braccia distese col ventre a terra. Feriti, presi da dolori atrocissimi, prossimi a morire, s'eran sentiti un'arsura, un incendio nelle viscere, una sete rabbiosa, spasmodica. Lenti, rifiniti, zoppicanti, a strascico, barcolloni, erano per lungo tratto iti in cerca d'una fonte d'acqua viva; trovatala, vi s'eran gettati sull'orlo, avidissimi avevan immersi labbri nella gora, e pendenti su quella, non anco saziati, avevan mandato l'ultimo respiro... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . I due giovani, per quanto procurassero affrettarsi su questa lugubre scena, dovettero per altro impiegare assai tempo ancora prima d'uscire di quella campagna. Durante il quale, i loro animi subirono quegli effetti e quelle scosse che mai non si cancellano dalla memoria. Come i tremoli chiarori Dell'azzurro interminato, Cadean scarsi, cadean lugubri Sul terreno insanguinato, Ed al guardo il fean più truce Rivestendolo di luce. Ahi! così dei due fuggenti Dentro all'alme perturbate, Fiochi i gaudi si mescevano Alle larve inesorate, E più cupo il duolo usciva Dalla gioia fuggitiva. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ma di sè stesso immemore, Sulla mortal pianura, Pensò l'afflitto giovane, Pianse l'altrui sventura, E il fato che terribile Sulla sua terra sta; E allor sull'individuo Amor, nell'ansio petto, Sentì improvviso sorgere Quel generoso affetto Che tutti i figli abbraccia D'un'infelice età. Eppur pel terren lubrico, Ovunque giri il guardo, Non v'è fratel cui lagrimi, Sangue non v'è lombardo, Tutti da lunge vennero: Il vinto--il vincitor. Ma se il concittadino Sangue non fu versato? Se fu l'intatto popolo Alla città serbato? Non è destin che temperi In lui l'acre dolor? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Fosse strage di fratelli,[1] Fosser lutti immemorabili Nel suo senno desiò; Ma il tripudio degl'imbelli, Che del sole, ancor si nutrono Sovra l'alma gli pesò; Ah sui tumuli cruenti Fiammeggiar vedrìa l'orgoglio Che domato ancor non fu, Le speranze... rinascenti Dalle squallide reliquie D'una prodiga virtù. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ma tosto, ai rotti anéliti Della gentile oppressa, Al fervoroso murmure Ond'è una prece espressa, La nova e forte angoscia In cor sentì svenir, E divinando il mobile Tenor del pio pensiere, Anch'ei gli affanni solvere Tentò nelle preghiere, E della cara vergine Ai voti i voti unir. Allor stretti si volsero Al cielo in un desìo, Pregâr le sorti dubbie A lor svolgesse Iddio, Scovrirne almen pregarono L'arcana volontà... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ma Lei lodate, improvidi, Che in suo rigor pietosa D'oggi vi chiude i termini, Che la ragion nascosa Dei dì venturi a giungere A voi l'ala non dà; Morir, se intero il tramite Del dì vi fosse innante, Vorreste, inerti al gaudio Del fuggitivo istante, S'anco ne fia più libero E più securo il vol; E s'anche oltre l'orribile E diuturno lutto, D'inestimabil premio Vi fia promesso il frutto, Dei luminosi giorni Rifiutereste il sol... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ed or che ai preghi tenera Gettò la eterna Mente Sulle severe pagine Lo sguardo onniveggente, De' vostri mali il cumolo Sì grave a Lei sembrò, Che già volea distruggere I preparati eventi, Temprare a voi l'esiglio, Trarvi sulle fiorenti Vie, per mezzo a gioie Che mai non destinò; Ma le speranze, o miseri, Non liberate ancora; Fu indarno.--Iddio ne' mistici Silenzi di quest'ora, I detti indeprecabili, Guatando a voi, mandò: Ite--la prova è orribile Cui vi porranno i Fati, Ma io guardo a lor, ma numero I giorni guerreggiati-- Ma più di tutti piangere Perchè dovete, io so... [1] Con queste strofe, alludendo al fatto storico che la battaglia di Marignano fu combattuta dai Francesi pel loro re e per sè medesimi, e dagli Svizzeri ed altri mercenari pel duca Sforza e pei Milanesi, l'autore vorrebbe dire, che se in luogo d'aiutarsi col braccio altrui, i Milanesi medesimi avesser combattuto per sè e pel loro duca, dato anche il caso che avesser toccata una sanguinosa sconfitta avrebber trovate buone speranze nella superstite loro dignità e nel loro valore. PERIODO SECONDO CAPITOLO XV. Siamo nel 1517, quasi due anni sono trascorsi, la congerie degli elementi si è accresciuta; ed ora da Milano, sulle traccie di taluni de' nostri personaggi, ci conviene passare a Roma. A dieci miglia da questa città, chi non si dilunga dalla Via Appia, vede sorgere sull'alto bordo d'un cratere il Castel Gandolfo, così chiamato dalla famiglia Gandolfi, che forse lo edificò nel secolo XI. Passato da quella casa illustre, sul principio del secolo XIII, ai Savelli, e da questi, nel XIV secolo, ai Capizucchi, fu nel 1436 da Eugenio IV fatto saccheggiare e distruggere, e ritornò poscia in proprietà de' Savelli, che lo tennero fino al 1596, nel quale anno passò alla Camera. In un bel giorno d'aprile dei 1517, era un affaccendarsi insolito in quel castello. Camerlinghi, famigli, servi eran sollecitali da un burbero maggiordomo dell'illustre casa Savelli, perchè colla maggior magnificenza possibile alcuni addobbassero certe ampie sale, situate nel piano più alto del castello che guardavano il lago d'Albano e tutta la campagna di Roma; altri allestissero una mensa per duecento persone nella più vasta sala, situata a terreno; altri ornassero di festoni, di frondi, di fiori gli atrj, i cortili, i veroni, le finestre. L'illustre casa Savelli aveva solennemente invitato papa Leone ad una caccia ne' dintorni di Albano, e il papa, dilettandosi assai di que' campestri diporti, aveva tenuto l'invito, e con tutta la sua corte, i suoi poeti, i suoi dotti, i suoi musici, i suoi buffoni vi s'era trasferito quel dì stesso. Era all'alba di un tal giorno che s'udiva incessantemente il lontano squillo del corno, e per le ore ventidue attendevasi che tutti si riducessero in castello, però mancando pochissimo a scattar quell'ora all'orologio del torrazzo, il maggiordomo si affannava perchè ogni cosa fosse compiutamente in ordine pel momento stabilito. Un servo che stava affacciato ad uno de' finestroni del castello diede finalmente l'avviso, che la numerosa cavalcata ritornava. E tosto un correre per le sale, per gli atrj, un discendere e salire, uno sbattere di usciali, di vetriere, un insolito sommovimento. Quando Leone colla sua Corte saliva per lo scalone principale del castello, per un'altra scala entravano, sotto un atrio del primo piano, due uomini che noi conosciamo, accompagnati da un servo. Erano il Morone e l'Elia Corvino. Pervenuti innanzi ad un magnifico vestibolo, dove il servo si fermò indicando che quello era il luogo che volevano: --Tu entrerai qui dentro, disse allora il Morone al Corvino; ho già parlato al Bembo e al Savelli, che ciò mi consigliarono. Colui al quale tu hai a parlare è già istrutto del fatto tuo e dei tuoi disegni, e purchè tu sappia mettere in movimento i congegni della tua logica, egli farà il voler nostro, che alla fine è anche il suo. Entra dunque, e se mai dovessi aspettare qualche tempo, sulla vôlta di questa sala v'hanno bellissime figure a fresco che ti faranno forse comportare la noja. Quando sarà il momento, verrà qualche servo a chiamarti.... Io so che farai molto bene il fatto tuo, e non ti dico altro. Così dicendo, il Morone si licenziò, ripercorse l'atrio, e ridiscese col servo, intanto che l'Elia Corvino aperto l'usciale entrò nella camera indicatagli. Entrato che fu, un altro servo gli si fece incontro dicendo: --So chi siete, abbiate la bontà di aspettare, che a suo tempo verrò a domandarvi. Ciò detto, lasciò solo il Corvino. Questi, anzi che considerare le molte figure a fresco che decoravano la vôlta di quella sala, cominciò invece a pensare a sè stesso, e a quella specie di metamorfosi che in sì poco tempo egli avea subito. Due anni prima, a Milano, le persone di maggior conto, colle quali per lo più ei trovavasi in contatto, erano gli scabini del Collegio dei Dottori, alle quali dava qualche grossa mancia perchè non ne avessero a cacciarlo, siccome intruso; e le classi dov'egli trovava i suoi migliori clienti, eran quelle dei vendarrostri e de' bruciataj. Ora aveva indosso una magnifica cappa di velluto nero, la quale alterava tutto il suo aspetto; quella tinta di mariuoleria plateale, che da molto tempo gli si era svolta in faccia, appariva coperta a più mani da una tinta di acume presidenziale: il _ludro_ insomma era scomparso per dar luogo a Talleyrand. Intanto trovavasi in una delle più sontuose camere d'uno dei più facoltosi romani, e, ciò che può far stupire chicchessia, per parlare all'uomo che col proprio nome doveva distinguere il suo secolo. La sfera delle sue speculazioni s'era cangiata. Non trattavasi più del povero borghese che metteva nelle sue mani la scarsa polizza perchè lo patrocinasse contro al creditore insolvente; era uno Stato, una città, un popolo al quale in quel momento egli doveva pensare, e di cui tra poco avevasi a far discorso. La cosa è così, nè più, nè meno. Del resto, ella è tale, che il Corvino medesimo se ne maravigliava. E considerando la strana situazione in cui la fortuna lo aveva messo, d'uno in altro pensiero, per quanto il suo grave buon senso lo volesse trattenere dall'abbandonarsi ad eccessivi voli, pure fece delle speranze che, s'altro non fosse, avevano il merito di un'insolita audacia.... In questa s'era fermato innanzi al finestrone ad osservare la vasta scena della campagna e del lago che gli si distendeva dinanzi, men vasta certamente del campo dove le sue speranze correvano a furia, ma tale però da fermare l'attenzione di chicchessia.... Era da qualche tempo ch'egli se ne stava immobile a contemplare quella splendida natura, e gli effetti, per lui nuovissimi e interessantissimi, di un tramonto di sole nell'Agro romano, quando, sembrandogli d'avere udito il rumore di una porta che si fosse aperta, si volse. Nella camera non v'era nessuno ancora, ma s'udiva il bisbiglio di alcune voci nella vicina, dalla quale un momento dopo, spalancatosi l'uscio da due servitori, un uomo passò in quella ove stava l'Elia Corvino, e i servi si ritirarono. Il nuovo personaggio non dava indizio di essere nè un camarlingo, nè un maggiordomo, nè un segretario, ma non dava neppure nessun dato per formare una congettura. Aveva in testa un camauro che in vero poteva somigliar, per la forma, a quello di un papa, ma la stoffa e il colore n'erano affatto diversi. Intorno al collo aveva un fazzoletto bianco avvolto senza cura, indossava una breve cappa di sajo, e, ciò che più dava nell'occhio, eran due stivali grossi di bulgaro che gli passavano il ginocchio. Poteva parere nel suo complesso una foggia da cacciatore.... ma qualche cosa vi mancava per osser completa. Nè guardando al viso e alla corporatura del personaggio non vedevasi cosa che menomamente potesse acconciarsi ai costumi di un cacciatore. Esso cominciò a fissare l'Elia Corvino con quello stringere degli angoli delle occhiaie, proprio a tutti coloro che sono affetti da miopia; gli occhi che ogni tanto quasi scomparivano per quel lezio, erano eccessivamente piccoli in proporzione della faccia larga, grassa e paffuta. Tutto il corpo era notabilmente adiposo, e le mani grasse e pienotte anch'esse. Con tutto ciò, guardando a quel volto e a quella persona, c'era qualche cosa che, senza potersi nettamente definire, ingenerava un involontario senso di rispetto, anzi di soggezione, senso contro il quale, quantunque per brevissimi istanti, non potè star forte neppure il Corvino. Dopo un breve silenzio, e quando appunto il Corvino stava per romperlo, il nuovo personaggio lo prevenne, e uscì in queste parole: --Il Savelli e il Morone hanno parlato di voi a Sua Santità, ed è già da qualche giorno che il vostro nome sta sul suo libro dei ricordi. Egli sa che avete un progetto d'importanza da manifestargli e, a suo tempo, vi udrà egli stesso. In questo momento però vogliate manifestarlo a me, che sarà per essere la medesima cosa. Parlate dunque con libertà e non omettete parola. So già, intanto, che il vostro disegno ha per fine il miglior vantaggio della nostra cara patria; io starò dunque ad ascoltarvi con molto interesse. Al Corvino crebbe la voglia di sapere chi fosse il personaggio al quale trovavasi in faccia, e intanto che lo stava esaminando parte a parte, e lo fisava in volto coll'immota attenzione dell'indagine; --Io credo, rispose, con modi così franchi e dignitosi da parer uomo già da tempo avvezzo a vestir l'abito del _diplomatico_, io credo che l'Eccellente Morone avrà detto anche a vostra signoria in che press'a poco consisti il progetto mio? --Me ne disse qualche cosa infatti; ma adesso desidero mi diciate voi tutto da capo. --S'egli è così, porrò dunque da canto i preludj inutili. --È quel che voglio. --Comincierò quindi con dirvi, ch'io fui per qualche tempo in Perugia, e che vengo ora appunto da quella città. --Va bene, e vi comprendo. Voi dunque avete veduto il Baglione? --Non tanto lui, quanto le opere sue. --E vi parvero? --S'egli è vero che un tal uomo deve, finchè vive, pesare continuamente sul povero suo popolo, senza che nessuno provveda a purgare i tempi di una così atroce miseria, penso che la giustizia non c'è più nè in cielo nè in terra. --Il cielo vorrà farla a suo tempo... in quanto alla terra, potreste aver ragione, ma.... continuate. --Intanto che io moveva per quella città, e ad ogni canto vedeva i segni della più mostruosa oppressione, io pensava tra me come sarebbe utile, come anzi sarebbe santo il sottrarre una così bella città, ed anche un così buon popolo, dalla ferocia di questo vecchio tigre.... quand'anche fosse d'uopo dell'aperta violenza.... quand'anche fosse d'uopo passar sopra, chiudendo un occhio, su qualche patto internazionale.... Allora ho pensato al diritto delle genti.... --Al diritto delle genti? uscì allora a dire l'alto personaggio con significazione. È un banco d'arene molto incomodo il diritto delle genti, e molte volte rattenne la corsa veloce di più d'una barca.... Non parliamo del diritto delle genti.... --Ho dunque pensato che uno spirito forte, a suo luogo e tempo, dovrebbe anche saltarlo a piè pari. Il Baglione per non so qual patto è padrone di Perugia, questo è verissimo; pure non trovando in ragione una legge che stabilisca l'immobilità di un diritto avventizio a distruzione di un altro che vanti la sua origine dall'imparziale natura, penso che se fra i molti che hanno stato in Italia, e hanno virtù più valide di quanto sta scritto in una polverosa pergamena, vi fosse chi pensasse a togliere dal mondo una scandalosa ingiustizia che si cela sotto le larve del diritto; penso, dico, che colui si meriterebbe la benedizione di tutte le genti. Penserei poi che di tutti gli Stati, il solo cui spetterebbe un tal carico, sarebbe questo nel quale io sto.... --Voi parlate benissimo, e alle vostre ragioni difficilmente si potrebbero contrapporne altre migliori; pure non basta, non basterebbe nemmeno se anche il patto tra la Santa Sede e il signore di Perugia non esistesse. --Io non comprendo. --È presto detto ed è presto compreso. Questo sarebbe il caso di una guerra, e una guerra in questo momento è impossibile. Colui è ben forte in casa sua e, alzando la voce, ridesterebbe, fino a Napoli, gli echi di tutte le montagne degli Abruzzi, a provocare i latrati di quel centinajo di migliaja che ci ammorban l'aria di questo bel paese, peggio che quelle maladette Paludi Pontine. Una guerra.... in un'altra occasione, sarebbe presto fatta.... ma adesso abbiamo troppa carne a bollire, e per parecchi anni.... Abbiam Francia e Spagna, caro mio, che ci fa pensare e ci tien desti a mezzanotte.... Dunque, se i vostri scopi stanno qui.... mi rincresce a dirvelo.... ma per adesso converrà che il vostro bell'ingegno se ne stia inoperoso. --Io non ho mai inteso di parlar di guerra; mi è troppo cara la pace. Vi dirò dunque che di tutto si potrebbe venire a capo senza rompere un sol momento il sonno de' popoli, basta che taluno sappia convenientemente spostare una sola pedina, e mettere sotto un piede, finchè dura l'urgenza quel benedetto diritto delle genti. Il personaggio incognito si mise a sedere, e interruppe il Corvino, mostrando di avere a dir qualche cosa; si tacque però sul momento, e: --Continuate, continuate pure con libertà, disse. --Si parlò a lungo per l'Italia, e fu un plauso generale quando corse la voce che il carbonajo di Ripetta, coll'astuzia più che colla forza, seppe condurre in Roma il Grudio masnadiere, che fu poi decapitato, e da nessuno si pensò mai ch'ella fosse una violenza. --Questo è vero. --Dunque, tornando al Baglione, s'egli non è più scellerato del Grudio, non è migliore di certo, e se poi misuriamo la colpa in ragione del danno, crederei che tutti i misfatti di quanti briganti ha generato la Calabria non arriverebbero, sommati insieme, ad eguagliare i neri delitti di Giampaolo. Considerate perciò, che bel decreto della provvidenza sarebbe, se qualcheduno avesse l'astuzia del carbonajo di Ripetta, e la voglia di metterla in atto per lui. --E vi sarebbe un tal uomo? --Penso che vi sarebbe. --E poi? --Mi spiegherò in due parole: l'uomo va a Perugia, le vertenze tra la Santa Sede e il Baglione, siccome son molte, e intralciate e vecchie, così potrebbe sembrar ragionevole il desiderio di venire a un accomodamento. L'uomo dunque va a Perugia in qualità di commissario della Santa Sede.... V'hanno lacci per lepri, per volpi ed anche per tigri... d'uno di questi ultimi converrà far uso, e tosto si troverebbe il modo di condurre così il Baglione in Roma.... qui.... non ci sarà da pensarci due volte.... Il Castel Sant'Angelo ha veduto una popolazione di teste rotolare sul lastrico del secondo cortile, un'altra dunque non gli sarebbe di troppo; ecco tutto. Il personaggio incognito, a queste parole, si alzò, e dopo aver dato di volta nella camera, lentamente e col capo basso, si fermò poi e piantossi in faccia all'Elia: --E sareste voi quell'uomo? --Io presterei l'opera mia. L'altro tornò a passeggiar di nuovo, e di nuovo si fermò: --Voi mi consigliate una giustizia, ed è una giustizia di fatto, ne sono convinto.... e se vi si concedesse un tal mandato, di nessun'altra cosa la mia coscienza sarebbe tranquilla, come di questa.... pure pel mondo potrebb'esser causa d'uno scandalo inaudito.... E qui s'interruppe, per soggiugnere poi subito: --Basta, ci penseremo. È tal cosa alla quale converrà pensarci tre volte, non che una, e a lunghi intervalli l'una dall'altra, e interpelleremo chi si dovrà interpellare.... Non temo gli audaci partiti, disse poi, temo il mondo e i suoi giudizii.... Il mondo ha una foggia sua di valutare le cose, e persuaderlo è arduo, credetelo a me. --Ci sarebbe poi da farvi un'altra giustizia, una giustizia privata, pure non meno santa della pubblica. --Di che si tratterebbe? --Sapete come tra il Baglione e il Bentivoglio, già signore di Bologna, abbian stretta una lega, primo pegno della quale fu il sacrifizio di quella sventurata figliuola del Bentivoglio, che da due anni è sposa del Baglione. Ella è la sesta moglie di questo infame uomo; le altre tutte morirono di violenza, come portò la fama. Che ragione di vita possa esser quella di costei accanto a così osceno e truce vecchio ognuno può immaginarselo. Intanto io so, ch'ella va consumandosi oncia oncia di crepacuore. È facile dunque a pensare quanto sarebbe meritoria l'opera di chi, facendole morire il marito, tenesse lei in vita e la difendesse contro una nuova violenza del padre!... --Del caso di costei me ne fu già parlato, e mi dolse già che non si potesse far nulla per lei... pure codesta circostanza, per quanto minuta, potrebbe esser quella da rendere sufficiente la somma delle cause a farmi risolvere ad un passo; faremo dunque in modo che non mi abbia a doler più per lo innanzi.... Per ora basta così.... quando sarà tempo, avrete l'ordine di presentarvi alla Corte.... Adesso vi do licenza. Ciò detto, senz'altre cerimonie, si ritrasse e scomparve dietro l'usciale, che subito si richiuse. Il Corvino stato un poco sopra di sè pensando, chi mai esser potesse quel personaggio, fu interrotto ne' suoi pensieri dal servitore di camera che lo condusse fuori. A questo, nell'uscire, fu sollecito di dimandare chi era l'uomo col quale aveva parlato, ma non ne seppe altro, che il servitore disse che non gli poteva dir nulla, e lo avrebbe saputo poi. Ora è molto probabile che anche il lettore, attraversata velocemente con noi la curva di questi due anni, desideri saper quel che sia avvenuto in codesto tempo, e da quali cagioni sieno scaturiti gli effetti di cui ha già intraveduto qualche cosa in barlume. È un fatto intanto, pur troppo incontrastabile, che la Ginevra Bentivoglio se ne sta a Perugia consorte di quel Baglione, sulla cui testa abbiamo potuto accorgerci che stia per crollare qualche ciglione di montagna. È un altro fatto che il Morone, entrato in sospetto di Francesco I e de' suoi Francesi, invece di accettare la carica di governatore statagli esibita, abbia stimato opportuno a sè ed al suo paese di emigrare e recarsi in Romagna; sappiamo.... molte altre cose sappiamo.... ma perciò appunto converrà aggiungere maggior luce al pallido barlume di queste notizie. E qui correrebbe l'obbligo a noi di raccontare alla spiccia quanto è avvenuto, se alcune lettere del Palavicino medesimo, scritte sparsamente in que' due anni allo Sforza e al conte Galeazzo Mandello, non ci liberassero da questo officio. Noi le riprodurremo qui, persuasi che il lettore, il quale di solito è assai mal prevenuto contro ai raccontatori, darà più fede al Palavicino, che scrive come gli vien dettando la condizione dell'animo suo, delle sue cose, di quelle del suo tempo, che a noi che viviamo tanto lontani da que' fatti. LETTERA AL CONTE GALEAZZO MANDELLO. _Roma, 7 novembre 1515._ "Tu mi scrivi, che dopo tanto tempo i nostri Milanesi non si sono ancora stancati di vibrare su di me il micidiale veleno della calunnia, su di me che, per verità, mi pare d'avere tutti i diritti alla commiserazione dei miei concittadini. Tu stesso, sebbene mi ti professi sincero amico, e me lo dimostri col fatto, sembra tuttavia non sia in tutto persuaso della rettitudine dell'operar mio in quella sciagurata circostanza della battaglia, della fuga, della doppia fuga. "Tu mi scrivi che gli accusatori si dividono in due schiere; la prima, di chi m'incolpa d'aver rapita a viva forza la sventurata figlia del Bentivoglio, e perciò non cessa di vituperarmi per aver tentato di gettar troppo disonore su quella virtuosissima creatura, nella quale accusa trovo il conforto almeno che tutti sappiano e gridino altamente la virtù intemerata di lei; la seconda, di coloro a' quali sembra assai giusto ch'io abbia tentato di rapire la Ginevra, per liberarla così dalle mani di quel tristo Giampaolo, ma che non si stancano di gridare contro di me, perchè l'abbia poi molto vilmente restituita, e lasciatomi intimorire dalle minacce; e pare che all'opinione di costoro tu, in qualche modo ti accosti; però trovo necessario raccontarti la cosa, com'io devo pure saperla, e comincierò dal dirti, che tanto l'un'accusa, che l'altra si riduce a non essere che una pretta falsità.... Io non l'ho rapita; io non l'ho restituita vilmente. L'Elia Corvino, che tu devi conoscere, e che prese ad amarmi perchè feci un po' di bene al fratel suo, fu quegli che condusse le cose in modo perch'io quella notte mi trovassi colla Ginevra senza saputa sua, e quasi, starei per dire, senza l'assoluta mia volontà. Tutta la mia colpa si riduce nel non aver consigliato alla Ginevra di ritornare fra le laide braccia del suo tristo marito, quando una combinazione che, a tutta prima, mi parve fosse protetta dai destini, me la mise d'accanto. E di questo non ti dirò altro, giacchè tu pure avresti fatto il medesimo, e trovi ragionevolissimo che un gentiluomo che ha dato la sua fede ad una fanciulla, che pure gli si è promessa, debba difenderla dall'attentato dei tristi, chè tali erano suo padre e suo marito, al quale per forza e inumanamente il primo la volle sagrificata. Quanto alla seconda accusa, trovo che un complesso di combinazioni fatali le hanno dato un certo fondamento; ma siccome a tutti, e a te, dev'essere ignota la parte secreta, e più efficace, e più orribile di quella storia, credo bene di rammentartela qui a brevissime parole. "L'angoscia che in que' giorni del suo malaugurato matrimonio ebbe ad accasciare la complessione della Ginevra; lo sbattimento continuo dell'animo agitato da mille passioni, e tutte procellose, come puoi ben credere, lo sgomento che l'assalì in quella sera in cui ella ebbe a trovarsi nella medesima lettiga con me, la sua virtù che la teneva in un atrocissimo contrasto tra l'amore e il dovere, lavorarono di tanta forza sul già stanco suo corpo, che pervenuti al mio castello d'Aquanera in Lodigiana, guardatala in volto, ebbi a spaventarmi del quanto ella si fosse trasfigurata. Una violentissima febbre con brividi gelati l'era entrata addosso pochi momenti prima. Messa a letto, e confortata con panni caldi da quelle mie villeggiane, che le si misero attorno con molto amore, non diede alcun segno di miglioramento, che anzi le sconvolse il cervello un così violento delirio, che faceva pietà e ribrezzo a un punto. Io credeva tuttavia che in poche ore un sì repentino malore fosse per dar luogo; ma la mattina, trovatala peggio ridotta che mai, e tanto prostrata che pareva fosse per passare da un momento all'altro, io diedi in tale disperazione e in tali smanie, che avrei anteposte le pene dell'inferno a quell'insopportabile tormento che non mi lasciava aver requie; pure potei pensare che, smaniando così, non si veniva a capo di nulla, e che bisognava pure l'opera del medico in quel pericoloso momento, onde spedii di volo a Milano una lettera ad Elia stesso perchè mi cercasse l'Accurzio, medico, il più riputato della sua professione in Milano, come tutti sanno, e il più scellerato e ipocrita, come io so meglio di tutti, e come tu saprai fra poco. Verso la sera di quel dì stesso, impazientissimo d'indugio, perchè da questo poteva dipender la morte del maggior bene che avessi al mondo, vidi finalmente comparire una cavalcatura; ed era l'Accurzio infatto coll'uomo che aveva mandato a Milano e l'Elia Corvino. Questo, avendo letto nel foglio che gli aveva spedito, come fosse a mal termine la Ginevra, messosi in certa apprensione, per quel pericolo in sè stesso e pei maggiori che ne potevano scaturire, volle egli medesimo dirigere ogni mossa e, tenuto segreta ogni cosa all'Accurzio, quando me lo presentò, trattomi in disparte, mi disse com'io dovessi comportarmi seco lui, e che essendo uomo avarissimo e di poco cuore, badassi a caricarlo bene di fiorini e di scudi. "L'Accurzio non sospettava di nessuna cosa e mi domandò chi mai fosse in pericolo della vita perchè fosse necessario l'intervento suo. Senza rispondere a quelle prime parole, cominciai a tocargli il guanto con un rotolo di scudi, poi, a poco a poco, gli palesai come fosse la cosa e di chi si trattasse, e come fosse mestieri di tenere il segreto. Dapprima mostrò di maravigliarsi molto, e mi parve a cert'atti, volesse quasi levarsi di tale intrigo; ma com'io durai un pezzo, quasi colle lagrime agli occhi, a scongiurarlo perchè non ci abbandonasse lei e me in quel durissimo punto, risposto che farebbe, mi seguì nella stanza dove giaceva mal condotta la povera Bentivoglio. Davvero, che a quel tristo, io non so in certi momenti negare la mia gratitudine, pensando che fa per le sue cure, s'ella potò ancora ritornare in vita; ben è vero che al prezzo che a lei la fece pagare, ed a me forse più che a lei, poteva bene pensare al modo di farci morire ambidue in una volta, che sarebbe stato per il meglio. Senti questo: venuto il sesto dì, e veduto com'ella si fosse riavuta, tanto che più non le occorresse l'opera sua, l'Accurzio disse, che gli bisognava recarsi a Milano, e che tosto sarebbe tornato il dì dopo. Io gli risposi facesse il suo comodo, e senza più, facendogli giurar mille volte che avrebbe custodito il segreto, e messogli nel pugno un altro rotolo di fiorini d'oro, di cui quel tristo mai non finì di rendermi grazie, allestitagli la cavalcatura, lo feci scortare a Milano. "Il dì dopo, intorno alle ventidue, quando la Ginevra, riavuta del suo malore, passeggiava negli orti del castello in mezzo alle donne, ed io ero irresoluto fra mille pensieri intorno a quello che mi convenisse fare di poi, m'entra il famiglio in camera e mi dice che il castello è invaso da un cinquanta cavalleggieri del re, e con loro trovarsi un gentiluomo che altamente mi chiedeva. Il pensiero tosto mi corse a quel che era veramente, sudavo freddo; per mala sorte la Ginevra potè udire ogni cosa, e venutami appresso mi scongiurò non tentassi nulla a danno o del padre suo o del marito che si fosse, e risparmiassi me pure, perch'ella era in tutto disposta a ritornare col padre suo, col suo consorte, e che io poteva darle mille morti, non mai obbligarla però a convivere con me. Dette queste parole, disperata, mi si tolse dappresso, ed io seguitandola e trattenendola tuttavia non potei fare ch'ella non s'incontrasse col Bentivoglio. A' piedi suoi ella si gettò appena lo vide, e a mani giunte impetrando quella sventurata il suo perdono, lo pregò volesse condurla con lui che in quel luogo non avrebbe mai voluto rimanere. Il Bentivoglio, vedendo la figlia disposta a quel che egli voleva, non mostrò di fuori nessun'ira e, simulando anzi una certa pietà, come se egli credesse ben altro di quel che era di fatto, disse ch'ella ringraziasse Iddio il quale, avea provveduto a farla liberare dalle mie scellerate mani. Qui non ti saprei dire quel che sia corso tra me e il Bentivoglio, nè la millesima parte delle imprecazioni ch'io diedi alla sua spietata natura, nè le contumelie d'ogni sorta onde feci segno quella sua vituperosa vecchiezza, e certo non gli avrei mai più rilasciata la Ginevra, e mi sarei fatto fare in pezzi da que' suoi cinquanta cavalleggieri, piuttosto che abbandonarla in così vil modo; ma ella, fosse lo spavento dell'autorità paterna, fosse un resto d'amor figliale, fosse ira verso di me, che tante villanie avevo scagliate a suo padre, fosse... chi sa quante cose insieme le travolsero il cervello in quel punto.... il fatto è pure, ed io ne fremo e piango in ridirlo... ch'ella si alzò contro di me, con voce tremante e piagnolosa e iraconda, e protestò ch'ella voleva partirsi col padre, e ch'io mi guardassi dal farle violenza, che guai per me e per tutti. A tali parole mi cadde ogni virtù affatto, a me pareva di sognare, e chi mi avesse giurato che quella era ancora la mia Ginevra, per verità che non l'avrei creduto. Così senza parole, senza addio, senza lagrime, senza nessun segno, istupidito più che altro, io mi tolsi dalla sua presenza e lasciai fare. Quel che avvenne dopo, tutto il mondo lo sa... ed ella intanto è signora di Perugia. Dovevo io ritenerla per forza con me? l'avresti tu fatto? e ti par egli ancora ch'io sia stato un vile per essermi comportato così? S'ella avesse pianto.... s'ella avesse voluto ch'io la salvassi.... puoi bene esser certo che nè suo padre, nè quell'atroce marito suo non l'avrebbe riavuta mai più, e piuttosto l'avrei uccisa... ma così... ella comandò che fosse diversamente, ed io dovetti obbedirla; del resto poi non so.... eppure ella mi amava!!!.... "In quanto all'Accurzio, l'Elia Corvino scoprì poi quel che aveva fatto quel tristo, sperando non so quali emolumenti dalla Francia, e sapendo come il Bentivoglio fosse amicissimo del governatore e de' più distinti baroni, a gratificarselo, gli manifestò i segreti sul quale tanto solennemente aveva giurato il silenzio e gli diede i mezzi a venire sulle traccie della Ginevra... Non so se i miei destini lo faranno comparire quell'infame un'altra volta innanzi a me... Ma se mai ci venisse... puoi esser certo più che di qualunque altra cosa del mondo, che non lo potrà un'altra volta.... Del resto... chi sa! potrebbe ancora avermi fatto male in fin di bene, e, pinzocchero qual'era, è probabile che abbia consultato il senno di qualche nostro arciprete prima di rovinar me e lei in quell'atrocissimo modo... pure, guardando le cose da un diverso punto... parrebbe aver egli operato da assennato e da santo, e noi esser stati travolti dalla vertigine della colpa.... "Adesso dunque che tu sai le cose com'elle sono, e punto per punto, fa in modo, io ti prego di porre un argine a tutto questo flusso di calunnie e dicerie che vengono ad accumularsi sul mio capo, e procura sovratutto che continui a durare intemerata la fama della virtù della Ginevra; addio". ALLO STESSO. _Roma 18 marzo 1510._ "S'io ti avessi a dire con parole la centesima parte della gratitudine ch'io ho a professare a te e a quel povero Elia, che sostentando con sì difficile e pericolosa fatica la sua vita, trova pure il tempo da provvedere all'altrui vantaggio, davvero che non ci riuscirei, per quanto io mi sforzassi. Fino dal dicembre dell'anno ora trascorso, ho passate più settimane temendo ogni dì sentir pubblicata la confisca di tutti i mei beni, e mi son martellato il cervello per vedere se ci fosse modo di riparare a tanta rovina... pure, accorgendomi che non era mezzo di scansar quella procella, se avesse voluto piombarmi addosso, non ci pensai altro, e mi parve alla fine che il temporale fosse al tutto passato. Però l'ultima tua mi recò grandissimo stupore insieme a molto sdegno e a grandissima consolazione ancora, la quale, per dirti il vero, mi ha vinto al punto, che piansi di riconoscenza per te e per quel povero Elia. Io non so comprendere come a colui, per quanto sia destro ed acuto il suo ingegno, sia riuscito di far risultare al fisco come della maggior parte de' miei beni io abbia fatta la cessione a te per vendita regolare. Vorrei che in un'altra tua mi spiegasse com'egli abbia potuto far questo, che ancora non mi par vero. In quanto ai pozzi di sale ch'io possedevo, ed ai boschi, devo dirti che non m'importa gran fatto siano caduti in bocca del fisco, perchè in questi ultimi anni non mi rendevano più che tanto, onde assai poco ci ho perduto. I trentamila fiorini d'oro che m'hai spediti non potevano giungermi più a tempo, che già le strettezze minacciavano di farmi ancora più miserabile di quello che di solito io sono. Tornando all'Elia, al miglior stato del quale è obbligo mio il provvedere da questo momento in poi, perchè troppo mi dorrebbe se tosto o tardi, dando nella rete, scontasse duramente tutte in una volta, nelle prigioni del Capitano di Giustizia, quelle azioni certamente vituperevoli a cui lo hanno guidato e la sua miserabile condizione e la natura del suo ingegno assai più che del suo cuore, che fuor d'ogni dubbio è nobilissimo, io ti prego a torlo giù da quella qualunque altra trappola che per avventura avesse già caricata, e dargli denari e mezzi perch'egli mi possa raggiungere qui in Roma, dove io spero poter trovargli un impiego molto acconcio alle sue cognizioni ed al suo scaltro ingegno. Mi pare ch'ei potrebbe versare in una sfera molto più nobile di quella che fin'ora il tenne occupato. Assai pochi di questi segretari di cardinali a' quali è affidata la manipolazione della cosa pubblica, la quale quanto sia sterminata e intricata e ardua è troppo facile ad immaginarsi in questi disastrosi tempi, non mi pare, stando a quelli che io son venuto tentando ci sia quell'ingegno che abbisogna. Tutti questi feudatari della Romagna che al santo padre danno un bel pensare da mattina a sera, e che sono tali furfanti da condurre chicchessia a perdizione, avrebbero bisogno di taluno che li traesse nel laccio, giocando di acutezza più che d'altro. Colui che in piccolo teatro e in talune condizioni è furfante, trasportato in altro campo è un grand'uomo. Non è cosa affatto nuova, e tu lo sai meglio di me, perciò mandami l'Elia Corvino, che in ogni modo ne caveremo qualcosa... D'altra parte, se non lavorerà per Roma, lavorerà per Milano, e se adesso non c'è nulla, e ci è forza lo stare imboscati ad attendere l'occasione, egli saprà far qualche cosa di buono.... Il Morone non dà segno di vita e non so quello che sarà per fare.... Si parla qui del posto di governatore, al quale Francesco lo ha eletto.... ne fu parlato anzi da Leone medesimo. È un gran peccato che questo magnifico pontefice abbia troppo amore alla poesia latina ed ai poeti in generale, e alla pittura, e alla musica. Io pure qualche volta deliro per queste arti; ma in tanta farragine di cose più importanti, e in tanto pericolo della patria comune, si pensa troppo a quelle gentilezze della vita.--In questa Roma intanto v'è un flusso e riflusso continuo di popolazione che romoreggia da mattina a sera; tutti i fiumi degli Stati d'Europa mandano qui i loro rigagnoli, tutte le razze del globo spiegano qui le loro fisionomie. Intanto l'oro, con vena sì larga come se venisse dall'Oceano, sgorga dal Vaticano, e tutto il popolo ci sguazza e vi si abbevera. La fragorosa voluttà del momento non lascia pensare a quel che sarà per succedere del patrimonio di San Pietro; e il Medici, che vede pure molto lontano spesse volte, quantunque sia miope, mi par bene che qui sia cieco. Me ne duole perchè forti bisogni mi stringon da tutta parte; me ne duole perchè Leone potrebb'essere davvero un leone. Ma i poeti, i citaredi, i dialettici, i buffoni gli fanno consumare troppa parte del dì. A quest'ora io solo avrò udito più di un centinaio d'improvvisatori. Di poeti, e verseggiatori in tutte le lingue, ve ne sono qui a migliaia; v'è una quantità innumerevole di rettorici, e più di dieci elefanti. Se io ti dicessi l'oro, l'argento, le gemme, le perle che di giorno fan specchio al sole, di notte alle fiamme, t'indurrei a credere sia stato saccheggiato il mar Rosso, sviscerate le miniere: e mentre l'onda dell'oro, come la gran cascata di Tivoli, si versa dal Vaticano, tutti i patrizi di qui fanno a gara a chi più ne rigurgita dalla loro sorgente, di men larga bocca. Però bisogna confessare che Roma ti sembra veramente la regina del mondo; e, a voler star paghi del momento che passa, è uno spettacolo di cui è facile compiacersi, il veder risorta a pieno l'antica sua grandezza. Scrivi presto, e fa in modo che l'Elia medesimo mi rechi la tua. LETTERA A FRANCESCO SFORZA. _Roma, 9 ottobre 1516._ Il conte Maldengo, segretario dell'ambasciatore d'Alemagna, mi portò stamattina la vostra lettera. In quest'anno dunque è il primo di oggi che nell'animo mio amareggiato spesso, attediato sempre, entrò uno schietto conforto. Davvero che quella lettera fu un grave rimprovero per me che in questi due anni non ho mai saputo trovare il modo di prevenire l'E. V. Ma io non sapevo a quanti piedi d'acqua si stesse veramente alla Corte di Massimiliano d'Austria, per quanto il medesimo protegga apertamente la vostra e la causa di noi tutti, e non sapevo con che cifra si avessero a vergar le lettere da spedirsi colà.... e a rompere quest'ingrato silenzio aspettavo appunto un'occasione di schiarirmi di tutto. Che poi quest'occasione mi fosse esibita da voi, che il primo vi degnaste a darmi un attestato del vostro attaccamento, è quanto per verità avrei ben potuto desiderare, non però nè sperare, nè pretendere. "Ti ringrazio (perdona se ritorno ai modi della dimestichezza antica) ti ringrazio dell'avermi palesata la più interna condizione dell'animo tuo; e d'avermi con sì generose proteste, parlato di te, del tuo paese, de' tuoi concittadini e di me. Mi sento però in obbligo di retificare alcune tue idee intorno al tuo stato presente. "Mi scrivi che oramai non ti basta più l'animo di continuare in quella vita inerte alla quale sei costretto da un lungo anno, che non puoi sopportare l'idea che l'universale opinione abbia a condannare la ragione del tuo vivere attuale. Che però o in un modo o nell'altro ti sei deliberato di uscire di tanta ignominia, e di tentare la sorte comunque sia per esser destra od avversa. Io ho la tua medesima età e lo stesso calore del tuo sangue, ma sono più vicino ai fatti, e penso che quelle tue proteste se sono generose, sono però indebite. La tua virtù sta ora appunto nel sopportare tutta la noia di una vita inerte, nel far violenza agli impeti dell'animo tuo; nel frenare i fremiti dello sdegno, per quanto ei sia generoso. Il tuo coraggio sta nel porti appunto tutto solo contro alle punte della pubblica opinione; nel maturare dentro al lievito ingrato della passeggera calunnia, le azioni che poi ti alzeranno a perpetua ed inconcussa fama. Tanto è virtù in te il far nulla adesso, e il pensare alla tua conservazione, e al corroborare la tua salute fisica e la tua forza morale, quanta sarebbe in me il tentar tutto se l'occasione il portasse, e il mettere la mia vita a qualunque pericolo che comandasse la necessità. Se io cado, un altro, moltissimi altri, possono occupare il mio posto, e nulla v'ha di perduto ancora; me se avventurassi la tua vita in questo momento, saresti reo di aver messo all'azzardo il bene, del tuo paese e de' tuoi concittadini; se tu muori, tutto è finito; nella tua vita, nella tua esistenza è riposta ogni speranza; a te l'inerzia è dovere, come a me l'azione. Quando i fatti avranno risposto ai desiderj, quando le nostre mani ti avranno ricollocato nella tua città, allora ci scambieremo il carico: a te sarà indispensabile l'operosità continua, a me potrebb'essere perdonata anche l'inerzia. Per ora dunque abbi fede e speranza, e non ti dar cura del resto, e pensa che, nel frenare gl'impeti generosi della bollente tua gioventù, nel rattenere questa tua medesima virtù, c'è una virtù molto più alta e solenne perchè molto più difficile. Frattanto a noi pure ci conviene star qui attendendo; ma ho fede ne' destini che qualcosa ci abbiano a recar presto di nuovo. Il Morone, del quale pare che tu muova alcun dubbio nella tua lettera, e di cui per tutta Italia si bisbigliava, s'è finalmente rivelato quale e quant'è; e fingendo recarsi a Bressy per occuparvi il posto di governatore, a cui Francesco avealo eletto, uscì invece del Milanese e, fra qualche giorno, sarà qui in Roma egli stesso. Dopo un anno e più che il conte Galeazzo Mandello non dava più sentore di vita, gettato come s'era, a corpo perduto nella sua voluttuosa e viziosa indolenza, a un tratto, non richiesto, mi manda sue notizie, e, quel che più fa maravigliare, notizie della sua città, de' suoi concittadini, de' suoi colleghi, de' Francesi e del governatore. In quanto a lui ebbe a lottare due mesi, con pericolo presentissimo di morte, contro ad un malor fisico, che forse il guarì dalla sua torpedine morale. Mi scrive talune cose che, a tutta prima, sembrano involute di pazzia, ma che in sè stesse racchiudono molta verità, e pare siasi, in qualche giorno di molta alacrità mentale, occupato delle cose del suo paese, quasi fosse lui al timone dello Stato. "Al tempo di Lodovico, scrive, il nostro buon popolo sommava a duecentomila, ora siamo centottanta, e così continuando le cose, la nostra città si vuoterà in breve; così si vuotasse del tutto, che penseremmo allora a riempirla. I nostri cari patrizj che per ora non faccio mai degni de' miei saluti, e molto meno delle mie parole, accarezzati da certi cani che usano la volpe, accarezzano di rimando, consumano l'entrate nel correre e ripercorrere la strada da Milano a Parigi, nello sfoggiare alla corte di quel re spadaccino, di cui vorrei bene sperimentare il valore, che certo farei pianger Francia e ridere Italia. Le loro rendite che il nostro villano gli guadagna, si dilettano a scompartirle fra i parisiani. I loro concittadini, che per tanto tempo e così bene li calzarono e li vestirono, ora avrebbero a morir di fame se stesser qui. Ma non ci stanno per lor buona fortuna e per la rovina del loro paese, ed emigrano; e Parigi, continuando ad ingoiar scudi, ingrassa e fa pancia. A tutti questi malanni, ne vien uno di costa, che è il peggiore di tutti, ed è che il Borbone governatore è uomo eccellente, d'ottimo cuore e di gentili maniere; così a' patrizi è dato a rosicchiare qualche osso midolloso, e il loro capogiro continua. Che util cosa sarebbe che la fortuna mandasse tra noi qualche novello Busiride e, se fosse possibile, qualche cosa di peggio! Il cancro è spiegato; senza ferro e senza fuoco non si fa nulla. Non è che per il nostro meglio, che io desidero che un flagello spietato sollevi la nostra cute. I patrizj ritroverebbero allora il loro buon senso che hanno smarrito per via; la sventura è madre di sapienza, ed io la invoco." Questo mi scrive, il conte, insieme a molte altre cose su quest'andare, per cui mi sembra che quest'uomo, il quale non si diletta che di guardare e di non far nulla, sarà per far molto a suo tempo. Intanto il pontefice, che s'era acconciato a far buon viso a Francesco, pare ne sia adesso profondamente pentito. I Bentivoglio s'affannano a muover passioni ed ire, per suscitare qualche vespaio contro il santo padre, e si ha qui per certo che la Francia dà loro buonissime speranze. E se coloro i quali già furono spodestati si fanno lecito di rialzare la cresta, tanto più quelli che si senton forti de' loro possessi e delle loro armi. Se c'è un pensiero che dia molestia a Leone, egli è questo fuor di dubbio; e siccome per talune parole ch'egli medesimo si degnò rivolgermi, in occasione ch'io fui alla Malliana sua villa, mi parve si disponesse a gettarsi in quest'impresa a tutt'uomo e con tutte le forze e tutta l'autorità sua, così spero bene anche per noi... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il resto di quella lettera, toccando cose inutili al fatto nostro, crediamo bene di ommetterlo; piuttosto riporteremo un frammento che abbiamo trovato fra le carte del Palavicino, il quale parla di una corsa da lui fatta al lago Trasimeno, e del suo incontro colla signora di Perugia, vogliam dire colla Ginevra. Non sapremmo se questo sia un frammento di altra lettera, o sien piuttosto pensieri staccati ch'egli buttasse sulla carta, a sfogo della sua passione, più che per altro. Del resto è cosa piuttosto indifferente; e a qualunque uso abbia poi servito quel brano di scrittura, a noi torna assai comodo il poterlo riportar qui... con qualche cambiamento di sintassi e d'ortografia, s'intende, come abbiam praticato coll'altre lettere... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . "È corso un anno e sei giorni, da che ella fu divisa da me per forza... tengo conto dei giorni, tengo conto delle ore, tanto quel fatto mi sta sull'animo continuamente... e un mese fa la rividi... Chi lo avrebbe sperato... e insieme... chi avrebbe mai creduto ch'io mi sarei rimasto peggio contento che mai dopo averla riveduta?... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pure è tenace ancora la persuasione in me che il destino espressamente mi additasse colei per un fine ben più alto che la sola corrispondenza d'amore non sarebbe... se mai fosse questa un'illusione, mi giova assai, od io farò di perpetuarla. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . "L'irresistibile bisogno di rivederla anche una volta, facendomi por da canto qualunque pensiero di pericolo, mi spinse un dì sino a Perugia e al Trasimeno, e non so in qual altro assai più lontano e più difficil luogo non mi avrebbe sospinto. Seppi ch'ella usciva qualche volta sul lago, e sempre in compagnia del truce e osceno vecchio. In tale orribile condizione io doveva rivederla, pure io mi condannai da me stesso a quell'insopportabile supplizio. Era una mattina, da quel solitario lago era scomparsa ogni barca di pescatore, chè quando usciva il Baglione col suo seguito scompariva ognuno, tanto era il timore che si aveva d'incontrarsi in lui, tanta era la cura di scansarlo. A tal uomo io doveva dunque veder d'accanto la donna dell'anima mia... contuttociò dal luogo ov'io stava nascosto con un'ansia insolita attendevo che spuntasse la vela della barca ov'ella trovavasi... L'ho scorta da lontano... Con un tremito generale del corpo la stetti osservando che s'accostava d'onda in onda alla mia volta... Il cuore mi scoppiava... finalmente mi fu presso; erano sei barche, quella del Baglione veniva la prima... A stento potei guardare di sotto al baldacchino di broccato d'argento che rifrangeva i raggi del sole. Il truce e squallido signore se ne stava sdrajato su de' cuscini, e la Bentivoglio gli stava seduta presso.... Che momento fu quello!... Il sangue mi corse alla testa velandomi gli occhi, e fui a un punto di gettarmi di slancio in quella barca e a viva forza prendendo e stringendo a me quel corpo divino della Ginevra, con lei precipitarmi nel lago e finirla, e affogar seco in un fascio, chè altra via non c'era. L'orrenda tentazione mi venne... la vertigine mi avea preso; ma la corsa della barca che, investita dal vento, fuggiva come saetta dinanzi a me, potè impedirmi, ed ora ne ringrazio Iddio. Non pensavo, in quel punto, che della vita mia non mi era lecito disporre, chè ad altro oggetto io l'avevo consacrato col giuramento dell'anima mia... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . "E supplico Iddio che a quest'unico oggetto non mi faccia mai anteporre altra cosa del mondo, e dell'alito suo sempre mantenga viva in me la necessaria fermezza... La vita mi si rivela spesso da mille facce, e quand'una a sè irresistibilmente mi attrae dall'altra, di necessità, io sento dilungarmi... Purtroppo tutte le passioni dell'uomo vanno agitandosi in me, e insieme allo sgomento che in me produce talora il difficile posto a cui mi son messo, e pel quale altri mi crede adatto, uno strano timore mi assale, che il mondo seco non mi tragga con impeto molto maggiore che non sia la forza mia per superarlo. Io sono una creatura fragile... ed è bisogno ch'io mi convinca di ciò, chè così la spensierata fiducia non avrà a farmi cadere nella mia corsa. "L'altro dì manifestava l'animo mio a tale che se ne vive solitario fuori di Roma... uomo fatto savio dalla dura scuola dell'esperienza... gli toccai della Ginevra e del pericolo che per lei io avessi a deviare dal mio vero cammino; ma colui mi confortò fermandomi nel concetto mio, che il destino avesse unito noi due espressamente... uniti nello scopo, se non nella vita... È fama che dei casi della Ginevra il santo padre sia stato commosso, però è a sperarsi che per lei s'induca finalmente a far quello che già aveva nell'animo... di spodestare Giampaolo. Se ciò fosse mai per essere, la Providenza ci avrebbe dunque uniti allora appunto quando ci separò. Per la Ginevra cade il Baglione, e con lui che è il più duro ceppo, tutti gli altri tiranni della Romagna... Per la caduta di costoro alla Francia mancherebbero ajuti, e sarebbe allora agevole il mezzo di farla sloggiare da Lombardia... ma Dio sa cosa cova in seno al futuro... e più che d'altri io ho sospetto di me medesimo e della mia giovinezza e del fervido senso il quale minaccia dappresso la mia prudenza... in questa Roma segnatamente... in questa viva luce... fra questa calma d'un popolo che i gaudi incessantemente rapiscon seco. CAPITOLO XVI. Dalle date di queste lettere appar dunque averle scritte il Palavicino un anno prima all'incirca di questo giorno, che in Castel Gandolfo il principe Savelli sta apprestando a papa Leone forse il più sontuoso banchetto che mai siasi imbandito a quel tempo dall'opulenza fastosa dei patrizi romani. Ora ne giova il sapere che il Palavicino trovavasi appunto tra' commensali onde il Savelli aveva voluto rendere a Leone più decoroso il banchetto. Fin dal suo primo giungere in Roma gli si eran fatte grandissime accoglienze, siccome a gentiluomo d'uno de' più illustri casati di Lombardia, e perchè si sapevano in gran parte le sue vicende e le sue sventure, e l'esser lui caduto in disgrazia di re Francesco per aver combattuto contro Francia a Marignano. E quell'impressione che a primo tratto egli avea fatto sull'animo di coloro a cui fu presentato, anzichè dileguare, come talvolta avviene, crebbe sempre più, e mentre il suo buon ingegno e le molte lettere ond'era fornito lo rendevano accetto agli uomini gravi e colti, e la fama militare ben acquistata su tre campi di battaglia lo facevano ammirare dalla romana gioventù; anche la sua giovinezza, considerando le cose da un altro lato, la bellezza non comune, e i suoi modi riservati insieme e soavi, avevano somministrata la materia per dialoghi d'ogni maniera a quel sesso così fatale in tutte le parti del globo e così formidabile in Roma. Però, viene spontanea la volontà di domandare, se al Palavicino sia venuto maggior vantaggio o maggior danno dimorando per sì lungo tempo in quella città?.... Questo è quanto noi vedremo col tempo.... ma intanto da quell'ultimo scritto che di lui abbiam riportato, traspare assai chiaramente, ch'egli temeva il danno più che non iscorgesse il vantaggio. E quel cielo di Roma, e quella tinta ne' volti femminili, e tutte le altre cose da lui medesimo già considerate esercitarono di fatto sull'animo di lui un'influenza che, quanto più protraevasi la sua dimora in que' luoghi, tanto più facevasi prepotente. E nell'anno che trascorse dai giorni ne' quali vergò quelle passionate scritture a questo in cui ci troviamo, tanti e così varj e così curiosi fenomeni si verificarono nel suo umano involucro, ch'io dubito molto non abbia a maravigliarsi il lettore del notabile cambiamento al quale avrà ad assistere. Ma su questo tema torneremo di qui a poco; per ora è un immenso vestibolo che ci si spalanca dinanzi a lasciarci spingere uno sguardo per entro a una sala vastissima di cui non saprebbesi più oggidì far la chiave di vôlta, e su di un banchetto lungo a veduta d'occhio circondato da una selva di olivi, di mirti, di oleandri, ornato a sopraccarico di vasi, di anfore, di mescirobe, di guastade d'oro, d'argento, di porfido, d'agate, di lapislazzulo. Varietà sterminata d'oggetti, involuta per entro ad un vapore che annebbia qualche poco la luce, e sparge intorno profumi d'una ineffabile fragranza. Scena straordinaria innanzi alla quale tosto ci balzano alla mente Baldassarre e Lucullo. Se non che lo spettacolo ne si fa ancora più attraente adesso che intorno alle mense stanno assidendosi i duecento commensali. Qualcuno de' nostri lettori, il quale per avventura s'interessi delle cose presenti più che delle passate, a farsi un'idea dell'apparato insolito che in tal dì offre allo sguardo la più gran sala del castel Gandolfo, si figuri nella propria mente un consimile banchetto apparecchiato a' nostri tempi in quella delle grandi città d'Europa che a lui possa sembrare più acconcia per tale officio. E assembrati intorno a così sfolgorante banchetto si immagini tutti quanti i più illustri uomini che la politica, la diplomazia, la milizia, le scienze, le lettere, le arti annoverano in tutti i punti dell'Europa sotto ali'insegna loro propria. Cerchi all'Italia le alte e solenni sue intelligenze, alla Francia i suoi versatili e brillantissimi ingegni, alla Germania gl'indefessi suoi pensatori, all'Inghilterra i suoi più insigni wighs e torys. Consideri codesta immensa ollapodrida del sapere universo di cui Chateaubriand e Manzoni e Thiers e Peel e Bulwer e Rossini e Vernet e Mickewicz e Lelewel e Hegel e Humbold e Cousin ed altri siano i più piccanti ingredienti, e si figuri di dominarla a colpo d'occhio per entro a quattro pareti. Così più facilmente rimontando al lontano passato potrà farsi un concetto di quell'adunanza d'uomini cospicui che stavan seduti alle mense del principe Savelli. Leon X nel mezzo del banchetto era seduto su d'una seggiola più alta a dominar tutti quanti, come colui che del proprio nome avea a contrassegnare il suo secolo. Il cardinal Bembo alla sua dritta, il Bibiena alla sinistra; l'Accolti, l'Agostini, l'Alciato, il Sannazzaro, il Beroaldo, Demetrio Calcondila, Annibal Caro, Casliglione, Rafaello di Urbino, il Giovio, il Trissino, il Morone, seduti l'uno accosto dell'altro. Così gli ambasciatori di Francia, di Spagna, d'Alemagna, d'Inghilterra, e alle stelle principali mescolate le stelle minori, fra le quali, per quanto sia l'amore che gli portiamo conviene annoverare anche il nostro protagonista. In mezzo a tanti splendori ve n'era però qualcuno di una luce alquanto equivoca, e tra gli altri l'Aretino, invitato appositamente dal signore del castello perchè intrattenesse l'adunanza coi suoi petulanti epigrammi, al quale era stato posto di contro il Berni, fidando che questi due così acri ingegni, mordendosi a vicenda e continuamente e senza pietà, non avrebbero mai lasciato morir di noja l'adunanza. Cosa che si verifìcò, e al di là delle speranze e dell'aspettazione di tutti. Del resto, a un tale banchetto, non vediamo seduto l'Elia Corvino, quantunque la sua cappa fosse di velluto pari a quella dei gentiluomini e il Morone avesse cercato d'introdurlo a quelle mense; ma la causa per cui n'era stato escluso, era forse che Leon X somigliava troppo al personaggio che un momento prima s'era intrattenuto seco, e non voleva esser riconosciuto così presto. Il fatto sta che il Savelli, dopo alcune parole avute con Leone, avea dette le sue al Morone, che le riferì all'Elia il quale, senza provarne un dispetto al mondo, uscì del castello e, a saziare il suo appetito, si recò ad una osteria d'Albano, dove ebbe a lodarsi assai del buon vin di Frascati e di due foltissimi sopraccigli d'una donna di colà, la quale gli fece passare con minor tedio il rimanente di quella giornata. Ora tornando nella gran sala del Castel Gandolfo, non ci fermeremo a descrivere a minuto quelle mense, nè a fare il più esatto elenco delle vivande che vi s'imbandirono, nè di tutte quelle squisite delicatezze onde venivano accompagnate. Ci siam fissi in mente che il lettore sia stato in gran timore tutto questo tempo per la minaccia d'una descrizione normale di un pranzo, la quale dopo le migliaja che si trovano nelle cronache e nelle storie di quart'ordine, e le altre migliaja che si trovano nei libri d'arte, aggiunta la gloriosa appendice di due o tre celeberrime descrizioni, compresa quella bizzarissima, del D. Giovanni di Byron, potrebbe venire opportuna, per prendere la similitudine appunto dall'argomento in discorso come un pollo d'India molto inlardellato che per bizzaria si volesse servire quando i commensali sul finire delle mense, istupiditi dalla replessione, stanno aspettando l'ajuto degli spiritosi liquori. D'altra parte noi abbiam dovuto toccare di questo banchetto, e perchè fu in quell'occasione che l'Elia Corvino parlò a chi doveva parlare, e per dare un'idea del modo con cui il nostro Manfredo era uso a passare in quell'anno la sua vita a Roma, Venendo a lui gl'inviti da tutte le parti mal suo grado ora costretto intervenire alle feste, alle mense, ai giuochi, alle villeggiature, alle caccie e a tutti codesti passatempi della vita. E non essendovi altro a fare, bisognava pure si occupasse in qualche modo fintanto che in Lombardia maturassero quegli eventi, senza di cui qualunque azione sarebbe stata intempestiva e dannosa. D'altra parte, siccome dappertutto intervenivano tutti i più distinti ingegni di quel secolo, da principio non stette ostinato nel suo proposito di viver solo, perchè credeva d'avere a raccogliere qualche diletto e qualche utile nell'assiduo conversare con tante e così distinte intelligenze; l'amore dei buoni studj a que' tempi, e in quella città segnatamente, era fatto tanto generale, che ogni banchetto serviva sempre d'introduzione ad un'accademia letteraria, come si fece anche nella occasione presente, in cui il Bibiena lesse una sua commedia con applausi infiniti de' commensali e dove papa Leone diè saggio del suo straordinario ingegno e del suo finissimo gusto in poesia; e quanto fosse dotto nelle lettere latine e greche, lo provò allorchè Demetrio Calcondila prese a leggere un suo brindisi scritto in greco ed in latino. Il dì dopo, si partì il Palavicino dal Castel Gandolfo e ritornò a Roma dove altre feste lo attendevano, e dove la noja e la sazietà cominciavano a tormentarlo. Il Morone raccomandava caldamente a lui e a que' pochissimi venuti da Lombardia a Roma, che pensassero a star tranquilli e aspettassero da lui il segnale dei primi movimenti. Ma il Palavicino, che impazientissimo desiderava la maturanza dei tempi, più d'una volta non ricordandosi del consiglio ch'egli stesso aveva dato a Francesco Sforza, fu tentato di prevenirli, se non fosse stata la calma sapiente e astuta del suo consigliero; e costretto così a sopportare in pace quell'intervallo tanto lungo di tempo, fu da quell'inerzia medesima, da quel tedio opprimente, che per lui germogliarono altre cagioni di altri effetti infiniti. In mezzo a quella colluvie di pensieri che passarono per la sua mente in un anno, quattro mesi e non so quanti giorni, il pensiero della sua Ginevra si mantenne sempre, dal più al meno, a galla di tutti gli altri, e quasi sempre la gentile e mesta immagine di lei aveva fatta la prima figura, tra quel vortice delle altre mille che a tutte l'ore gli si schieravano innanzi in sì lungo periodo di tempo. In quegli ultimi mesi però, a dir tutto con verità, s'era ella alquanto ritratta nel fondo del suo pensatoio tutta circonfusa di una vaporosa nebbia. I passatempi, lo spettacolo di altre bellezze, il lungo intervallo e il pensiero d'essere stato da lei respinto gli avevano alquanto freddato quel primo impeto di passione. A questo s'aggiungevano le voci che correvano sul conto del Baglione e della giovinetta sua moglie; facevansi da tutti le maraviglie perchè, da qualche tempo, quell'atroce signore avesse alquanto rimesso della sua natura; se ne dava merito all'indole angelica ed alle mille doti della Ginevra, che dicevasi, essersi grado grado avvezzata a sopportare la compagnia del vecchio, e per una certa deferenza insolita in lui, trovarsi anche essa tanto quanto tranquilla. Parrebbe ragionevole che al giovane Manfredo dovesser giungere assai gradite quelle voci, ma in fatto gli riuscirono ingratissime; avrebbe voluto udire invece che un dì più dell'altro si andasse rinfuocando la discordia in quel malaugurato matrimonio. Se avesse saputo che i patimenti della Ginevra fosser giunti al punto che a lei non bastasse la forza di sopportarli, non è a dire quant'egli si sarebbe martoriato pensando a quelle ambascie, ma in que' martiri ci sarebbe pur stata qualche voluttà. Ma le angosce istesse della Ginevra sarebbero state quasi proteste perpetue del suo amore per lui. Ed ora quella calma, quella rassegnazione che significavano invece?... Significavan tanto, che Manfredo tentò ogni sforzo per rintuzzare un tal pensiero, e trovò più sopportabile il gettarsi nel vortice rumoroso delle conversazioni, delle feste, delle assemblee. Rinnovò più che non avesse mai fatto i suoi ritrovi col Morone; rimise in campo con più ardore di prima l'argomento relativo alla condizione del milanese. Udiva, proponeva, rigettava partiti. Ma eran tutte ipotesi al vento, mancando la linea su cui colorire i disegni, e le calde parole finirono anche qui in vacue esclamazioni, e si pose da un canto quel tema. Intanto, giungendo i giorni del massimo caldo, s'era proposto uscir da Roma per alcun giorno e recarsi al suburbio di Tivoli in compagnia di taluni di que' magnifici signori romani. Da qualche tempo, non era ragione di vita in cui potesse durarla più di due o di tre giorni. Era un assiduo mutare e rimutare d'occupazioni, era una continua fuga da quegli oggetti de' quali era pure andato in cerca, era un'apatìa melensa involuta in un'operosità apparente, uno sbadiglio prolungato che precedeva e susseguiva qualunque movimento dell'animo o del corpo, che di tanto in tanto per disperazione promoveva. Si allontanò così da Roma, ma statone assente alquanti giorni, vi ritornò indispettito delle cascate di Tivoli, e della calma e del sonno di que' luoghi giocondi, ritornò, nuovo Curzio, a gettarsi nella voragine romoreggiante di Roma. Chi negasse l'intervento del destino negli eventi umani, non so cosa potrebbe non negare... tornò dunque... e il destino in fatti aveva preparato qualche cosa per lui. (È il momento di stare attenti). Coll'alba d'un mattino egli si svegliò di uno stranissimo umore. Non potè per altro lasciarlo passare senza gettare il pensiero alla Ginevra; ma, per la prima volta, in quella giovine donna scoperse un difetto, o sia un eccesso di virtù; la purezza angelica di quella creatura e la santità de' suoi costumi, di che aveva sempre sentita una solenne ammirazione, gli parve cosa men che ragionevole in quel momento. Dipendeva forse da ciò, che il Palavicino in quel mattino era più sensuale del solito. Era un giorno di giugno, era un giugno di Roma e dalla non lontana Ostia spirava lo scirocco. Il più degli amici di chi scrive v'han d'accordo nell'affermare, che le giornate calde e in cui soffia il vento marino, ed anche le giornate piovose d'estate son quelle in cui, più che in altre occasioni, il diavolo si fa lecito di bussare alla lor porta e di far capolino se per caso le trova aperte. Siccome poi tutti costoro sono esemplarissimi, così non credo abbassar per nulla i registri del mio protagonista, col dire che il vento che spirava di continuo dal Mediterraneo abbia influito notabilmente sul suo sistema nervoso. S'alzò così dell'increscioso letto, si recò discinto all'uno de' finestroni della sua camera, guardò fuori, vide un cielo pressochè tutto coperto da un denso vapore rosato, che vestiva di quella tinta tutta l'ampia prospettiva di Roma, che gli si dipingeva d'innanzi. Crollò la testa, stette ruminando molte cose. Gli risorsero in mente alquante parole del Morone. Si fece serio un istante, e pensò a Milano.... S'accorse però che non era quello il dì opportuno per volgere in mente i santi pensieri della patria, non era abbastanza puro per ciò, e si volse ad altro. Chiamò il suo valletto e si dispose a farsi acconciare. Senza ch'egli ci pensasse, si fermò assai più tempo che non soleva innanzi allo specchio, s'abbigliò con tanta cura e ricercatezza, quanta in altra occasione avrebbe bastato per muoverlo a sdegno.... Di tal modo passò molto e molto tempo, e uscì intorno all'ora che ne' vasti ed ombrosi giardini della villa Medici (dove, a quella stagione, quando non recavasi alla Malliana, soleva spesso ridursi papa Leone), traevano in folla i più facoltosi di Roma; patrizi, patrizie, matrone, spose, fidanzate, fanciulle, tutto ciò che di più voluttuoso potesse offrire allo sguardo quella città gaudente. Egli non sapeva perchè volgesse i suoi passi a quel luogo piuttosto che ad un altro; ma era lo scirocco che vel spingeva. Aveva bisogno di sguazzarsi, quasi augello al sole, in quel mar di bellezze. Già da qualche tempo aveva potuto accorgersi, che a molte di quelle splendide gentildonne la ricca semplicità del suo vestito, o il volto, o l'elegante robustezza della sua persona, non sapeva con precisione quale delle tre cose, avean dato fortemente nell'occhio. Egli per verità, se n'era dimenticato; ma in quel punto si risovvenne d'un bel numero di minuti accidenti, e in fantasia gli brillò di nuovo il lampo di qualche pupilla, che molto gli avea voluto esprimere. Di ciò egli era contentissimo, e quanto più lui, tanto meno il suo angelo custode. Girò così, passeggiando per gli affollati viali, molti sguardi a destra e a sinistra, con quell'intenzione onde il pescatore del littorale gitta le sue reti, e l'indigeno delle coste dell'Eritreo cala il suo scandaglio a tentare le bivalve conchiglie, e gli parve che in quel dì il numero delle bellezze romane fosse aumentato oltre misura. Vi son giorni (è sentenza questa confermata da replicate prove) in cui le donne appaiono più avvenenti assai di quello che siano in realtà, giorni tremendi in cui più d'un novizzo sentì lacerarsi le pinne dall'amo traditore di qualche bella, e fu colto e gettato nella terribil corba... del matrimonio. Son queste le crisi perigliose della gioventù, onde io credo debito mio avvisarne i miei coetanei, e ricordar loro, per tutto quello che potrebbe mai succedere, i controstimoli di S. Francesco.... E a questo punto sarebbe ottima cosa il saltare a piè pari codesto capitolo, nel quale il protagonista è costretto a presentare, al cospetto del pubblico, l'infima faccia del suo umano poliedro, ed a svelarsi in uno di quei momenti in cui tutte le virtù che costituivano dell'indole sua, ciò che troppo difficilmente si trova fra gli uomini, soprapprese da un repentino sopore, lasciarono in balía di aure maligne il loro nobile proprietario. Ma troppi motivi ci costringono a non sopprimerlo perchè, pur troppo, in questo mondo indicifrabile, avvenimenti della massima importanza emanarono spesso da cause minute, indistinte, intricate l'una coll'altra in modo, che di loro non si sarebbe mai fatta la netta secrezione, se a' romanzieri non fosser stati concessi de' reagenti più efficaci assai di quei che la chimica possiede. E se in virtù di tali reagenti si fossero scoperte le cause prime che diedero la spinta alle azioni di quegli uomini che la storia registrò nel gran catasto degli illustri, chi sa se il mondo continuerebbe ad aver di loro quella stima di che pur tanto è compreso? Del resto, quantunque noi mettiamo a nudo il Palavicino in un giorno in cui si degnò discendere al livello di tutti gli altri uomini, noi siamo convinti, che il lettore non vorrà menomamente rifiutargli quella stima che già gli ha concessa, perch'ei sa più di me ch'egli è appunto in questi alti e bassi dell'umana marea, e mi pare d'averlo già notato in un altro libro in una circostanza pressochè uguale, (non è detto che un medesimo fenomeno non debba riprodursi più d'una volta in questo basso mondo), ch'egli è appunto in queste intime lotte, in queste momentanee cadute che si apprende a compiangere chi poi avremo ad ammirare a suo luogo e tempo. Che se il vento più o men caldo del solito, se lo stato più o meno ardente dell'atmosfera, se mille altre cagioni fisiche influirono prepotentemente sul sistema nervoso del nostro Manfredo, a voler esser giusti, la colpa propriamente non era sua. D'altra parte egli avea di poco varcati i ventisei anni; età pericolosa quant'altra mai, e in cui il diavolo riappicca di nuovo all'albero del male la sua rete, e attende al varco il giovin uomo che gli è sfuggito una volta quando una combinazione straordinaria lo abbia spinto sulla via dell'amor platonico. Il Palavicino intanto, trascinato da quel torrente di gentiluomini, di cavalieri, di cardinali, di vescovi, di preti, di solide matrone, di aeree fanciulle, di vedove tentatrici, passeggiò gran tempo per quei larghi viali della villa Medici. In que' recessi così fittamente ombreggiati dai licinj, dalle palme, dai mirti, dai cipressi, dai pioppi, i raggi infuocati del sole penetravano a stento, e soltanto qualche azzurro fascio di luce, spargendovi una tinta particolare, giovava non poco ad aggiungere prestigi alle femminili beltà. Dal magnifico palazzo Medici partivano di tanto in tanto or briose or soavi armonie che si diffondevano all'intorno; tutte cose che non valevano per nulla a scemar la bollitura del sangue. Trascorse di tal modo più d'un'ora e più di due, nè il Palavicino avea voluto accompagnarsi con nessuno per non essere interrotto nella direzione di alcuni suoi pensieri. A un tratto la sua attenzione si fermò sulla folla che si era ristretta in un sol punto de' viali, e ogni momento vi s'ingrossava ristagnando. Credette a tutta prima fosse il papa colla sua Corte, i suoi camarlinghi, i suoi poeti e i suoi buffoni. Ma non scorgendo i quattro araldi a cavallo dalle quattro mule bianche, colle loro livree e gualdrappe di velluto color pavonazzo gallonato, s'accorse che non era la Corte altrimenti. Allora vedendo che quella moltitudine non era costituita che di giovani cavalieri, congetturò si fosse fermata ad ammirare, com'è costume di tali circostanze, qualche bellezza nova, qualche bellezza rara. Il Palavicino, che in qualunque altro giorno avrebbe irrisa quella giovanile stoltezza, mise in codesta occasione tutti i cavilli da un canto, e un passo dopo l'altro, lentamente, ma non tanto però, s'accostò a quella densa siepaglia di gentiluomini, aprì il più dolcemente che potè un po' di breccia.... si fe' innanzi, guardò e vide. Essendo stato assente que' pochi giorni, e però non sapendo nulla delle ultime novità intervenute in Roma, allorquando guardò e vide quello che vide, ne rimase oltremodo colpito, e fu quasi per non credere a sè stesso. La bellezza nova e la bellezza rara intorno alla quale, come paperi in aspettazione del grano di miglio, stavano stipati i gloriosi discendenti di Romolo, era nullameno che la duchessa Elena signora di Rimini, che il nostro lettore deve conoscere, se ha buona memoria. Eran corsi sei interi anni da che il Palavicino non la vedeva, e la signora, se si tolga che invece di ventun'anni ne contava ventisette, pareva ancora quella medesima, quando pure non avesse palesati altri pregi che s'erano aggiunti ai primi. Egli è certo che furon uomini di assai breve esperienza, coloro che hanno assicurato correre il miglior periodo della vita femminile dai quindici ai vent'anni. Però bisogna che un tale errore dia luogo adesso e per sempre; io non dico già che que' cinque freschissimi rugiadosi anni non abbiano il lor lato soave; ma chi di colpo non sa valutare i mille prestigi che della donna pervenuta a veggente dei trenta, fanno la più ghiotta vivanda che mai sia stata imbandita sul lussurioso banchetto della vita, non dee neppure intertenersi di tali cose. Ogni qualvolta il diavolo (è la terza volta che lo cito) fermò di condurre a perdizione qualcuno che assai gli abbia dato a pensare, sollecitò sempre di confederarsi ad una di cotali donne, e questo vuoi dir molto, quando non dica tutto. Che i molti giovani gentiluomini affollati intorno alla duchessa Elena, facesser le maraviglie di quella straordinaria bellezza, è cosa troppo facile a credersi, perchè se ne debba parlar qui. Ma il fatto sta che i cinque anni trascorsi, anzichè scemare di un punto, avevano anzi cresciuta perfezione a quelle sue forme peregrine. Era la statua ridotta al punto quando l'artista medesimo, contemplandola, si stropiccia le mani e dice: Sfido a far più di così. Statua di tanta perfezione, nella quale il minimo tratto di più o di meno sarebbe un'alterazione che peggiora! D'altra parte è in quell'età che la donna sa a memoria la varietà innumerabile delle pose che, infallibilmente, promovono i capogiri del sesso forte; sa con qual giusta misura, e in quale occasione si debba volgere più o meno grave, più o meno ardente la pupilla, e con quella sapiente parsimonia che costituisce il pregio massimo d'ogni artista. Se dunque fosse buono un altro confronto, e se mai piacesse alla duchessa, della qual cosa io dubito; ella era come il serpe che, svestita la prima spoglia, ne ha assunta un'altra di gran lunga più iridescente della prima. Ora avvenne che, nel mentre il mio caro Manfredo porgeva a lei, insieme a quel d'altri, il tributo della sua ammirazione, ella, per caso, e fors'anco per arte, alzasse l'occhio e lentamente, di una lentezza maliarda, il lasciasse cadere sul gruppo di persone tra le quali egli trovavasi. È cosa strana che il Palavicino, d'indole grave e per nulla vano, questa volta desiderasse che quello sguardo si fermasse su lui, e riconosciuto così dalla signora, suscitasse qualche dramma d'invidia fra coloro che gli stavan d'intorno. Se non che colla medesima lentezza onde quel grand'occhio di Giunone erasi posato sul gruppo di persone, se n'era ritratto senza accidente notevole; la qual cosa lasciò nel fondo dell'animo del Palavicino tanta amarezza che, indispettito, si ritrasse. Il lettore si ricorderà dell'ingenuo racconto fatto dal Manfredo al duca Sforza del suo primo incontrarsi colla duchessa a Rimini, di quanto eragli intervenuto alla corte di lei, e come non desse nessun valore alle molte prove di una certa affezione che la giovane signora gli aveva allora esibite, prove, senza dubbio, sufficienti a produrre assai strane vertigini in qualunque altro giovane. E pare che il Manfredo, non avendo allora mostrato neppur d'accorgersi di quelle mezze tinte, se ne dovesse anco dimenticare. Ciò era già avvenuto infatti, e quando si tolgano alcune indagini che, appena giunto a Roma, volle tentare intorno all'occulta storia di lei, egli non ci aveva più pensato, e cosa facesse, e se ancora ella esistesse, non erasi mai dato premura di conoscere. Ma ora, appena l'ebbe veduta, l'anno 1512 gli balzò innanzi di tratto, e tutti gli atti, e le parole, e le esclamazioni che in quel tempo la duchessa ebbe a dirgli, tutte gli si ridussero in mente, quasi le avesse scritte sul libro de' ricordi. La sensualità aveva fatto scattare una molla, e una subita fiamma rischiarò la vasta scena della sua memoria. Nè soltanto ripensò a quelle parole, ma lor diede un valore che mai non aveva sognato, e con tanta audacia di interpretazione, che don Giovanni, se a que' dì fosse vissuto, non avrebbe fatto altrettanto. Però non sapeva comprendere come la duchessa, di volo, non lo avesse riconosciuto; cosa di cui tanto si martellò il cervello, che non ebbe più un'ora di bene. Dopo un anno, quattro mesi, e non so quanti giorni e quante ore, fu questo il primo minuto in cui l'immagine della sventurata Ginevra fu interamente oscurata da quest'altra, il primo istante ch'egli dimenticò al tutto vi fosse nel mondo una Ginevra Bentivoglio. O giovinette che, atterrite, chiudete le sconfortanti pagine, e sostando a considerare il pieno tramonto del primo affetto di Manfredo, che a voi fu esibito quasi vaso di elezione, vi assale il dubbio non sieno per rompersi così le promesse di amore eterno che, ai di tepenti, in sull'ora dei leni crepuscoli, negli opachi recessi degli orti casalinghi, vi ha fatto il tenero giovinetto, prima, unica segreta gioja della vergine anima vostra, e vi rivolgete a me adirate, imprecanti, perchè, improvvido, vi abbia dischiuso gli sconsolanti segreti; per carità tornate a spianare le linee gentili della rosata faccia... sospendete i timori... sospendete le ire... tempo verrà.... Pure è un segreto codesto il quale costituisce l'ingrediente primo d'ogni racconto, che non si debba prevenire quel che sarà per succedere nel tempo che verrà; ond'io taccio su questo, e proseguo il mio cammino. Quando il sole stava tramontando sui colli Sabini, e il Palavicino uscito, nell'insolita foga dei suoi pensieri, un bel tratto lungi da Roma, attraversava il ponte Molle colla testa china e malinconica; dopo molt'ore che n'era stata assente, l'immagine della Ginevra tornò ad affacciarsi alla sua memoria, e vi tornò lucida e tremolante come una stella; vi ritornò (notate questo) cinta di tanto splendore, ch'egli ne fu abbagliato, ch'Elena stessa ne impallidì; ma quanto fu vivo, tanto fu breve, e oscillando disparve poi affatto. I due amori, il vecchio ed il nuovo, stettero un istante al cospetto l'uno dell'altro; ma l'etere puro del primo fu vinto dal sublimato corrosivo, del quale era così gran dose nel secondo. Il Palavicino crollò il capo, guardò i mille colori di cui il sole, svariando di minuto in minuto, vestiva i colli Sabini, mandò anche un tristissimo sospiro, come portò la fama; volse uno sguardo assai grave all'onda gialla del Tevere fuggente... ne fu addoloratissimo, ma la lucida stella era scomparsa. Sventurata Ginevra!! La sera il Palavicino si recò nelle sale del palazzo di Agostino Chigi, il più ricco banchiere di Europa, il più splendido mecenate, dopo Leone, delle arti e delle lettere italiane, il più sontuoso signore di Roma che banchettava spesso i più superbi patrizj i quali non avevano a sdegno di recarsi da lui, e ogni sera apriva le immense e dorate sue sale al fiore de' cittadini romani e de' forestieri che a quel tempo vi rigurgitavano. Il Palavicino vi si recò, sperando innanzi tutto di rivedervi la duchessa Elena, vi si recò inoltre, come era suo costume, perchè in quelle serali conversazioni, ventilandosi le notizie correnti, egli ne faceva espressa raccolta pe' suoi fini, e dalla bocca stessa di Agostino Chigi, il quale avea corrispondenze commerciali con tutte le città d'Italia, di Francia, di Spagna, dell'intera Europa insomma, raccoglieva tutti que' fatti più o meno importanti che valessero a chiarirgli qual mutamento subissero le italiane cose di giorno in giorno, e specialmente per ciò che risguardava Milano. Il Chigi aveva promesso, tanto a lui che al Morone, di tenerli informati dei più minuti avvenimenti. E quella sera, quando vide il Palavicino entrar nelle sale, senza togliersi dal vano d'un finestrone dove stava parlando col Morone, gli fe' segno di accostarsi. --Grandi novità, gli disse; al governatore Borbone fu, a Milano, sostituito un altro governatore. Questo avvenne venti giorni fa. --E pare, disse gravemente il Morone, che gli strani desideri del conte Galeazzo Mandello siano stati troppo compiutamente appagati; il nuovo governatore è un uomo che tu, pel tuo malanno, già conosci. --Chi? gridò il Palavicino, sarebbe mai.... --Sì; è Odetto di Foix appunto, soggiunse tosto il Morone; il signore di Lautrec. Il Palavicino diventò pallidissimo, e, guardando fisso in volto il Morone, non seppe aggiungere altre parole. --Così tu saprai, continuò il Morone dopo una lunga pausa, che la duchessa Elena signora di Rimini, di cui mi hai tu parlato altra volta, è in Roma da due giorni. --Lo so. --Ella si è rifuggita qui, non credendosi abbastanza sicura in Rimini, e per timore del Lautrec; me lo disse ella stessa jeri. --Dove? --A quest'ora ella era qui. Il Palavicino si tacque, e abbassò la testa. --Vedremo quel che sarà per fare costui, disse di poi il Morone. --Lo vedremo. --E s'egli sia per essere quel tale che faccia maturare i falli. --Non sarei lontano dal crederlo; pure non posso dissimulare che questa sua venuta mi sgomenta. --E a me pure sarebbe causa di profonda agitazione, se moltissimo non ne sperassi. È mestieri che in Milano si promuovali passioni e lagrime, e si provochi un generale malcontento contro i Francesi; allora i nostri concittadini ne uscirannno in folla, e in qualche luogo ripareranno. Allora, se a noi sarà dato raggrupparli in un sol punto, e.... --Comprendo assai quanto volete dire; comprendo che forse è decreto della provvidenza, se fu mandato quest'uomo, quest'uomo appunto a pesare sopra Milano. Pure, pensando alla mia casa che, per me, sarà la prima ad essere sfracellata dall'atrocità di costui... pensando alla povera madre mia.... Per verità, che non ci può essere al mondo creatura più sventurata di lei.... Qui gli tremò la voce per l'estrema commozione, e gli occhi gli sì bagnarono... balzò in piedi allora per non farsi scorgere, e girò la testa altrove. Dopo qualche momento tornò a volgersi al Morone, e: --Volesse Iddio, gli disse, che la vostra testa e il mio braccio potessero riparare a tutti i guai da cui, per colpa sua e per colpa d'altri, la patria nostra sta per essere oppressa. Ma per parte mia non sarà trascurato mezzo che valga; ed ora più che mai, mi sento agitato da quel forte amore di lei che basta a rendere onnipotente la volontà di un uomo. Ciò detto, si staccò dal Morone e dal Chigi profondamente pensoso. Chi avrebbe detto al Palavicino, un momento prima di metter piede in quelle sale, che la natura delle sue idee e la condizione dell'animo suo doveva tramutarsi in un subito? Il pensiero però del proprio stato, del pericolo in cui versava la sua famiglia e la sua patria, gli aveva richiamato in mente il pericolo medesimo che aveva indotto la duchessa Elena a fuggir da Rimini a Roma. La voluttà si trasmutò in compassione; due cause diverse che potevano produrre un medesimo effetto. Le sale del Chigi si andavano intanto affollando sempre più, e di minuto in minuto cresceva quel ronzio generato dai sommessi cicalecci delle persone che si univano a crocchi. Quel ronzio cessò un istante, e il Palavicino vide messer Chigi muovere incontro ad un cardinale di assai dignitoso aspetto. Era colui monsignor Pietro Bembo, che Manfredo inchinò per il primo quando gli passò innanzi, e andò maestosamente ad assidersi nel bel mezzo della sala. Non v'era certamente in Roma chi avesse più prolissa barba di lui, nè facesse più prolissi periodi. Il cancelliere Morone fu visto allora uscire da un crocchio affollato, e attraversando con que' suoi passi brevi e prestissimi, porsi a sedere accanto al Bembo, che gli si volse assai cortese, e gli strinse anche la mano. Il Morone, la sera innanzi, gli aveva lodato a cielo una sua orazione latina la quale, per verità, eragli assai poco piaciuta. Ma avea potuto comprendere essere il degno prelato piuttosto vano ed amante del panegirico. Il Bembo era il consigliero più segreto di Leone, ed allora aveva un grande ascendente su quel pontefice. Al Morone poi premeva assaissimo il valido aiuto del santo padre, e che si pronunciasse apertamente contro la Francia. Se egli si fosse fatto lecito dire al cardinal Bembo, che la sua latina orazione pativa eccesso di parole e difetto di logica, è probabile che il Bembo avrebbe consigliato il santo padre a baciare in fronte re Francesco ed a fulminar l'interdetto sugli Sforza e la città di Milano, con qualche cosa di peggio per il cancellier Morone. Di qualunque ingiuria noi possiamo esser rei verso di un dotto in letteratura, egli ci sarà sempre cortese di un bel perdono; ma non tocchiamo i suoi periodi se siamo amanti del quieto vivere. Del resto se vi erano nel mondo d'allora due uomini affatto opposti l'uno all'altro, in qualunque rapporto della Vita si fossero osservati, erano il Bembo ed il Morone appunto; pure in quella sera pareva che la provvida natura li avesse espressamente fatti l'uno per l'altro. Ma il Bembo colla sua dignità cardinalizia, colla sua ministeriale potenza, colla sua celebrità oratoria, col suo dittatorio in classica letteratura, colla sua maestosa persona, era lievissimo trastullo sulla breve palma del Morone. Così tra loro due, in quell'occasione, s'agitarono molti e vari argomenti, dall'irto campo della politica, delle pandette, dell'amministrazione, dell'economia, ai facili ed ameni viali della poesia e dell'arti; e, per quanto il Bembo fosse certissimo d'avere eccitata nel Morone la più alta maraviglia del proprio universo sapere, il cancelliere che lo tasteggiò a lungo e per ogni lato, come uomo il quale stia sul comperare, crollò il capo alla fine, e disse tra sè:--Non avrei mai creduto di trovar così poco. Alcuni momenti dopo il cardinal Bembo, era entrato nelle sale un altro personaggio, che pure impose qualche silenzio a quella romoreggiante assemblea. Era un giovine gentiluomo, di bello e grave aspetto, assai semplicemente vestito, il quale, dopo aver fatto i suoi complimenti al Bembo, e dette alcune gentili parole al Chigi, si recò presso al Palavicino che, tutto solo e sopra pensiero se ne stava nel vano di un fìnestrone, appoggiato il destro lato alla parete, e presolo per la mano, con atti di una cordialità soave: --Come state, marchese? gli disse; è da assai giorni che non vi si vede qui. --Oh! sclamò il Palavicino scuotendosi. Io vi ringrazio, maestro; e se voi dite di star bene, vorrei poterlo dire io pure. --Io sto bene veramente, ma starei pur meglio, lo dico col cuore, se una volta vi potessi vedere in lena, e sapessi appagati tutti i vostri desideri. --Vi ringrazio di nuovo; codeste vostre parole mi sono d'una grandissima consolazione. --Pure ci vorrebbe altro che parole; ma ditemi che nuove avete del paese vostro. --Pessime, maestro, pessime. --Il vostro Morone non mi pare però tanto afflitto. --Dunque ne sapete qualcosa già? --Dacchè siete venuto qui voi, m'interesso alla sorte del vostro paese, e, torno a ripetervi, vorrei veder felice voi e i vostri; e tutto quello che potrò fare col papa, che si degna portarmi così grande amore, io lo farò di tutto cuore, ve lo prometto. Dette queste parole, udì chiamarsi dal Bembo, e si staccò dal Palavicino. Era colui Raffaello Sanzio. Dopo alcuni momenti cominciò a circolare una voce in quella vasta sala:--È qui messer Lodovico, Lodovico, l'Ariosto è qui;--e quando comparve nella sala un uomo in sui quarantanni, calvo, d'arguta fisonomia, spontaneamente eruppero da tutte le parti fragorosi scoppi d'applausi, che fecero chinar la testa all'umile e divino autore dell'_Orlando_. Il Morone che stava ancora confabulando coi Bembo, notò che a quelli applausi, i muscoli del volto del cardinale guizzarono in modo da rivelare un certo dispetto, e sorrise di queto tra sè e sè quando il vide poi applaudire anch'esso, quantunque lentamente, colla sua mano onorata del cardinalizio lapislazzulo. Portò poi la fama, che monsignore in quella notte non facesse la sua digestione colla solita regolarità, ciò che pure è intervenuto al Trissino, ch'era presente a quel trionfo del divino poeta, e che, ancor fiacco pel faticoso parto della sua Sofonisba, ancora superbo dei suoi personaggi di marmo, e delle tre unità aristoteliche osservate con religioso scrupolo, attribuiva alla corruzione del gusto quegli applausi smoderati che concedevansi ad un poema fatto senza livello e senza seste. Le sale del Chigi eransi così a poco a poco affollate del tutto e pareva non potessero bastar più a contenere persone. La gioventù maschile per altro, per certi indizi d'impazienza e di noia, pareva stesse in aspettazione di qualche cosa che assai le premesse; se non che, trascorso troppo tempo, stava già per deporre ogni speranza, quando improvvisamente s'ode uno scompigliato rimuover di sedie nelle prime stanze, che grado grado si veniva avanzando; tutti volgono la testa alla porta d'ingresso della maggior sala e veggono spontare, in mezzo a molte gentildonne di seguito, lei, che la sera innanzi era stata la stella fissa della instancabile loro attenzione, la duchessa Elena insomma. Un ah! generale e prolungato sorse allora da tutti i punti della sala, e da quel momento tutti parvero soddisfatti. È cosa che mette di pessimo umore quanti si sfiatano ad introdurre qualche giustizia in questo basso mondo, il considerare che in una moltitudine di persone un bel volto di donna fa sempre più impressione che una dozzina di celebrità europee. Il Palavicino, quando s'accorse ch'era la duchessa Elena, subì quelle sensazioni a cui furono soggetti tutti quanti componevano quell'adunanza, colle altre che dovevano essere particolari a lui. I gravi pensieri della sua patria e della sua casa, ch'avean dato la fuga a tutti gli altri, si ritrassero allora quanto bastava perchè questi ultimi potessero a poco a poco ricomparire. Pensava intanto al miglior modo con cui doveva comportarsi colla duchessa, quando, vedendo che il Bembo e il Morone e molti altri s'eran mossi espressamente per complirla, s'accorse che anche a lui conveniva fare il medesimo. Colse così il momento quando il Morone terminava di parlare e si presentò. --Ecco il marchese Palavicino, disse allora il Morone, del quale abbiamo parlato ieri sera. Manfredo si chinò, e prima di pronunciar parola depose un bacio, com'era costume, sulla bianca mano della duchessa. --Ho assai piacere in vedervi, gli disse allora questa, con quel suo fare disimpacciato e pronto e cortese, e giacchè siam qui balestrati da una medesima procella, attenderemo così a confortarci l'un l'altro. Ieri sera, caro marchese, ho fatta la conoscenza di questo illustre vostro compatriotta, del quale ho sentito a magnificare tanto l'ingegno, e mi chiamo fortunatissima. Così desidero veniate da me sovente ambidue, e spero che ci faremo buonissima compagnia. Sedete qui, intanto; e voi, messere, se pure non v'annoia. Ho a dirvi assai cose, marchese; sedete. Il Palavicino si assise allora accanto alla duchessa Elena, e sì l'uno che l'altro attesero lungo tempo a discorrere della condizione delle cose loro e del maresciallo Lautrec, fatto governatore di Milano, e di tutto quanto avrebbe potuto scaturire da un tale avvenimento. --Credo che il papa non vorrà abbandonarmi, disse la duchessa; prima di venir qui le ho fatto parlare dal vescovo di Fano, il quale mi assicurò dell'assoluta protezione di Leone. E già m'accorgo che la cosa dev'essere sincerissima, perchè più di me assai gli deve importare la città di Rimini, la quale in certo modo è più sua che mia, non restando a me che il possesso a vita. Tuttavia codesto possesso non è poco, sapete, e se fossi uomo, e se avessi qualche maggior lume di scienza di guerra e di Stato, tanto mi affannerei da cacciar lungi le mille miglia codesto nemico di Dio e dell'Italia nostra. Voi mi avete fatta accorta, marchese, del quanto io fossi sul mal cammino, e la fortuna, quantunque con molto mio pericolo, mi fece risolvere in un subito. Così debbo esser grata ad ambidue, ma più a voi di certo. Voi siete un generoso italiano, lo disse jeri sera Raffaello, parlando di voi con alte parole di stima, e adesso sia lode al cielo ed alla mia sventura medesima, se ho compreso che l'Italia è tale che merita bene che i generosi pensino a lei qualche volta. --Ho piacere, duchessa, a sentirvi parlar di tal guisa; così quand'io sia atto a qualche cosa, e quando il mio paese domandi dell'opera mia, spero che per amore dell'Italia e per amore di voi, che avete Stato in Italia, potrò pure esservi di alcun giovamento. Intanto, se vi abbisogna senno di Stato e provvidi consigli, volgetevi qui a codesto mio amico e protettore carissimo; egli saprà aiutarvi assai bene. E accennava il Morone, il quale entrò terzo allora in quel dialogo. Passò in questo modo buona parte del tempo, e non pareva che in quella notte si avesse a dare, come soleva il costume, qualche trattenimento di musica o di poesia, quando i nostri tre interlocutori videro che s'erano stipate molte persone intorno a Lodovico Ariosto, e persistessero a pregarlo di cosa di cui egli si schermisse. Ciò di fatto era vero. Si desiderava generalmente ch'egli desse lettura o recitasse a memoria qualche canto del suo divino poema, e per questo lo stavan pregando e scongiurando. Vedendo però il Chigi che quelle preghiere non valevano a nulla, e forse era necessario qualche più forte intercessore, si staccò dall'Ariosto e lentamente se ne venne innanzi alla duchessa Elena. --Saremmo a pregarvi di un favore, eccellenza, cominciò a dirle. Si desidera ardentemente da tutti sentire qualche canto dell'Ariosto, e lui sta forte sul negare. Per ciò tutta l'adunanza delega voi, perchè vi degniate rinnovare la preghiera al nobile poeta, e siamo certi non mancherà l'effetto. --Io sono grata a voi, messere, e a tutti, di questo difficile incarico, gli rispose la duchessa, ma se poi, soggiunse sorridendo, me ne rimarrò coll'onta di un rifiuto, badate bene che mi avrete ad indennizzare. --Ve ne do la mia parola. --E allora io vado. Ciò detto la duchessa s'alzò, e con quel suo incedere leggiadro, attraversata la sala, si fermò innanzi all'Ariosto. Questo, come si vide davanti quella splendida figura, abbagliato, troncò il discorso che stava facendo ad un suo vicino, e guardò la duchessa che, con un fare a lei particolarissimo, e lasciando passar qualche istante prima di pronunciare una parola, lo guardava fissa. --Voi già avete capito, messere, perchè io stia qui adesso, gli disse poi, e lo avete capito sì bene, che mi par già di sentire sgorgare dal vostro labbro quel mirabile canto dove la condizione della sventurata Olimpia è resa con colori tanto veri e tanto potenti. Se la fiaccola di un barbaro investisse tutto quello che fu scritto in questo secolo, la virtù di quel canto sarebbe più forte della veemenza del fuoco, e rimarrebbe. Udite che profondo silenzio è adesso in codesta sala, tutti hanno già pregustata la dolcezza della vostra poesia. Io vi prego dunque per tutti costoro, ed anche per me; che se voi mi rimandaste con un no, il rossore della vergogna non mi lascerebbe mai più per tutta la vita, e l'essere esaudita invece mi darebbe tanta superbia, ch'io non so di chi mai potessi avere invidia. --Duchessa, le disse allora l'Ariosto, anche voi ieri sera vi siete ostinata a non esaudire il comune desiderio, mentre le note del vostro canto avrebbero davvero eccitato l'entusiasmo in tutti i cuori. Non così può avvenire di me, che per nulla sono alto al declamare, se dunque tacevo, egli era per questo; pure, giacchè lo volete, eccellenza, v'annoierò e annoierò tutti, ma ad un patto. --Dite, messere. --Che pensiate voi poscia a distruggere ogni noia colla soavità della vostra voce. --Son presa al laccio, messer Chigi, disse allora la duchessa sorridendo, son presa al laccio. Dio faccia dunque ch'io ne possa uscire con onore. Ma il silenzio è più profondo ancora di prima; tocca or dunque a voi, messer Lodovico. E tornata ad assidersi tra il Palavicino e il Morone, si pose ad ascoltare, vedendo che l'Ariosto, collocatosi nel mezzo della sala, già dava segno di cominciare. Fra quanti amor, fra quanta fede al mondo Mai si trovâr, fra quanti cor costanti, Fra quante o per dolente o per giocondo Stato, fêr provar mai famosi amanti; Più tosto il primo loco, ch'il secondo Darò ad Olimpia: Così l'Ariosto, lentamente da principio e a voce bassa, poi grado grado infervorandosi per l'entusiasmo e la commozione, recitò di un fiato tutte quelle mirabili stanze del canto decimo, le quali in tutti coloro che lo stavano ascoltando, misero quella sensazione profonda che a tutta prima, più che collo scoppio dell'applauso, si manifesta col mormorio dell'ammirazione. E qui bisogna notare, che anche il Trissino volle esser giusto e, volgendosi a un tale che gli stava presso, il quale sedeva ai terzi posti nella gerarchia delle belle lettere: --Questa volta è gioco forza confessare, gli disse, che codeste stanze sono passabili. E il Bembo, battendo palma a palma in maniera che tutti avessero ad osservarlo, mostrò per la seconda volta il grosso lapislazzulo incastonato nel suo anello cardinalizio. Quando messer Chigi e l'Ariosto si presentarono alla duchessa Elena, pregandola volesse attenere le sue promesse, quella brillante e gentile gaiezza ch'ella aveva mostrato un momento prima, tanto nel suo volto quanto ne' suoi modi, era scomparsa del tutto. Gli antichi pensieri, sviluppati forse dal lugubre argomento, d'Olimpia, erano tornati ad infestarla, que' pensieri che davano all'indole di lei, che per natura sarebbe sempre stata vivacissima e briosa, una tale mutabilità sfuggevole ad ogni giudizio. In quegli istanti medesimi, in cui sfoggiando spirito e gentilezza, ella metteva una voluttuosa giocondità in quanti le stavano intorno ascoltandola, tu la vedevi sostare di tratto e corrugare la fronte, come per sensazione di dolore, e lasciando cader la parola a mezzo pronunciata, tacersi poi affatto. Assai grave si alzò dunque a quell'invito e, senza dir parola, guardò in volto al Palavicino, quasi dicendo: Qual noia mi tocca ora a subire; e lasciandosi condurre nel mezzo della sala, prese l'arpicordo dalla mano dell'Ariosto medesimo, che glielo porse, ed al quale si sforzò di sorridere, e ne trasse dei gravissimi accordi. I pensieri ch'ella tentò esprimere in quella notte, e il carattere della musica onde li vestì colla magia della sua voce, furono di una tinta così lugubre che lasciarono negli animi degli ascoltatori un'oscillazione ancora più grave di quella che avesse lasciato il canto d'Olimpia. Quando la grossa campana del Vaticano battè le due oltre la mezzanotte, la numerosa adunanza convenuta nel palazzo Chigi cominciò a disciogliersi. E la duchessa Elena si licenziò anch'essa, facendosi promettere dal Palavicino e dal Morone che il domani sarebbero andati a trovarla nel palazzo di Marc'Aurelio, dov'ella aveva fermato la dimora con tutta la sua corte. Allorchè il Palavicino non si vide più accanto la duchessa, gli parve che quelle sale del Chigi non avesser più nessuna attrattiva, e sentì pesarsi addosso l'amarezza della desolazione, e insieme provò un desiderio impaziente, irrequieto, del ritorno del dì. La presenza, le parole, i modi, le sventure, la gentilezza briosa, la tetraggine stessa di Elena (che mai non avevano avuto effetto sul cuore di lui) in quella sera lo dominarono così, ch'egli non fu più padrone di sè medesimo. Alcuni dì prima lo teneva oppresso la noia, questa erasi dileguata; e in suo luogo era venuta l'amarezza e l'inquietudine, alternativa perpetua della vita. Quando uscì di palazzo si trovò in mezzo ad un cocchio di gentiluomini romani i quali, com'è facile a credersi, attendevano parlare dell'Ariosto e della duchessa Elena. --È cosa molto strana, entrò a dire un gentiluomo piuttosto vecchio, che la duchessa dopo tutti i guai che, o per colpa sua o per colpa d'altrui, ha pur dovuto sopportare, conservi ancora quella giovanile floridezza di qualche anno fa; e stassera mi pareva quella medesima, quando andò sposa del duca di Pitigliano, e per la prima volta comparve alle feste di casa Orsini. E da quel tempo, credo abbia incontrate tante peripezie quante basterebbero per tribolar dieci vite, non che una. Pare però ch'ella se ne senta di quando in quando, e qualche piega della fronte attesti l'interno stato dell'animo. A queste sue parole, alcuni gentiluomini, i quali non erano di Roma e nulla sapevano dei casi della duchessa Elena, ne domandarono il conte Ridolfi, chè tale si chiamava quel vecchio signore, e dicendo che molto ella aveva destata la loro ammirazione per le straordinarie doti onde manifestamente era fornita, mostrarono desiderio di sapere qualche cosa di più particolare della di lei vita. --Se c'è qualcuno in Roma, disse allora il conte Ridolfi, il quale possa dire di conoscere costei, potrei bene affermare ch'io son quello giacchè ho vissuto qualche anno in molta dimestichezza col duca di Paliano suo padre, e la fanciulla la vidi nascere e la vidi crescere; direi falso però se sostenessi di sapere di lei più di quello che per avventura ne deve sapere la casa Orsini, nella quale ella trovò il marito; pure potrò farvi contenti assai bene. E qui si mise in sul raccontare. La notte essendo bellissima, tutti mossero di conserva a cavallo per godere quelle fresche ore, verso Porta san Giovanni, passando sotto il Colosseo; e il Palavicino, che mai non aveva potuto raccappezzar nulla di preciso sui primi anni della vita della duchessa, ed ora gli s'era cresciuto il desiderio a dismisura, pensò di porsi anch'esso in compagnia cogli altri, e in questa maniera, finchè parlò il conte Ridolfi, non gli andò sillaba perduta. CAPITOLO XVII È cosa incomoda, per chi scrive e per chi legge queste pagine, che il racconto fatto dal conte Ridolfi al crocchio in cui trovavasi il Palavicino, non sia stato impresso dalla tipografia Vaticana, chè sarebbe giunto fino a noi, e così avremmo saputo assai più cose; e tra l'altre, anche i nomi di quei personaggi che la cronaca pensò bene di collocare in una fittissima ombra, e de' quali, narrando i fatti degni di ricordanza e di studio, dissimulò la fede di nascita e la fede di battesimo. Convien dire però, a tutto conforto del lettore, che noi frugando in una quisquiglia infinita di carte vecchie, abbiam pure raccapezzato ciò che forse il Ridolfi ignorava. Però mettendo a conto dei fatti taciuti dal degno gentiluomo, tutto quanto per noi potrà essere svelato, il lettore si dovrà convincere che non fu defraudato di molto. È un fenomeno tuttora indecifrabile, come dal connubio del duca di Paliano, se non il più ricco, certo il più ipocondriaco uomo di Roma, e di madonna Anna Vettori, gentildonna di sangue purissimo fiorentino, la più pinzocchera e testarda matrona che mai sia cresciuta alla scuola delle prediche del Savonarola, abbia potuto nascere la più bella, la più ardente, la più voluttuosa e fallibil donna che mai abbia promosse passioni, delirii, vertigini, ire, dicerie e calunnie in quel secolo turbinoso. Quando la duchessa Anna si sgravò della sua bimba, e tosto ringraziò il buon Dio di quel dono da lei atteso con trepida gioia, appena gettò uno sguardo sulle fattezze della piccola creatura, e scoperse quelle vaghissime rose e quelle due pupille, ahi troppo brillanti per una neonata, tosto la gioia fu oscurata da una nube di timore presago, e pensando alle mille insidie che il tristo mondo suol tendere alle peregrine beltà, e richiamandosi in mente alquanti aforismi del frate di S. Marco, quasi fu in procinto di supplicare i cieli, perchè si degnassero di alterare alquanto le linee graziose della sua creatura. Non ne fece altro però, e pensò tosto che una sana e severa educazione, e il tener chiusi con scrupolosa cautela tutti quanti i pertugi della vita mondana, era un valido mezzo per riparare ai pericoli contingenti. La duchessa Anna, nell'ortodossa sua fantasia, si compiaceva di vagheggiar qualche miracolo della prossima futura santa. Non fu dunque insomma, o almeno parve non sia stata colpa sua, se gli eventi non risposero alle intenzioni. Siccome poi la duchessa madre era educata e colta, qual si conveniva a gentildonna, così pensò allevare da sè la sua creatura senz'aiuto di nessun altro. I primi ventiquattro mesi della fanciulla, se si eccettuano alcuni acuti strilli che davano molta noia all'ipocondriaco marito, la buona madre ebbe molto a lodarsi della sua figlietta, e donna come era di brevissima esperienza, cominciò a sperar bene. Ma quando insieme al scilinguagnolo si sviluppò anche la forza fisica della fanciulla, la duchessa Anna ebbe a querelarsi assai dell'eccessiva, insopportabile sua vivacità; la piccola Elena toccò così i tre, i quattro, i sei anni. Ogni anno che passava era un vizietto che veniva. Non v'era governante che la piccola Elena non percuotesse, non servo che non garrisse, non animali domestici ch'ella non malmenasse; era insomma quel che le madri dicono un vero nabisso. La povera duchessa Anna non sapeva più comportarsi, ma il fatto sta, che più non bastava a sopportare quella minuta ma continua procella; inoltre v'era nei modi della fanciulla, una certa risolutezza quasi maschile, una certa, direi quasi, procacità, e intanto alla sua straordinaria bellezza ogni dì, per disgrazia, si aggiungeva qualche nuovo prestigio. La duchessa si fece seria, praticò anche molte divozioni, infine pensò che l'educazione della fanciulla era un assunto troppo pesante per lei, e passatogli per la mente una sua zia, da qualche tempo madre superiora in un convento di Monte-Corvo, senza più, stabilì di affidare la figlia alle rigide cure di quella _incatramata_ superiora. La breve esperienza ed il più breve ingegno impedirono a quella, altronde eccellente duchessa, di conoscere per qual verso si avesse a prendere la irrequieta sua figlia; non s'accorse che le blandizie e qualche concessione a tempo e luogo avrebber giovato assai più dell'asprezza. Così invece, credendo di essere ella medesima troppo poco aspra, si tenne sicura che raddoppiando la dose, la piccola Elena sarebbe di colpo guarita. Senza por tempo in mezzo, questa fu dunque mandata al convento di Monte-Corvo con una lunga commendatizia alla superiora, nella quale le si davano tutte le più minute notizie sull'indole dell'educanda, e la raccomandazione del più severo e stretto regime di cura. Appena dunque l'Elena fu racchiusa fra quelle tetre muraglie, è troppo naturale se l'eccessiva vivacità sua ha dovuto dar luogo ad una specie di paurosa ambascia. Così, presto divenne taciturna e concentrata; cominciò a smagrire oncia a oncia, a perdere i vivi colori della bellissima faccia, e infine si mise a letto con presentissimo pericolo di morte. La madre superiora, piena la mente delle parole della duchessa Anna, non le scrisse nulla di tutto ciò, sospettando non la richiamasse a Roma, e pensando ch'egli era pel meglio della educanda il morire a quell'età immacolata, che correr pericolo, vivendo, di far peccato, così lasciò andare le cose a beneficio di natura, e la fanciulla, di una complessione straordinariamente robusta, vinse di fatto la potenza del malore e, dopo qualche mese, compiutamente guarì. Ogni anno porta sempre alcuna varietà nella vita del giovin uomo, perciò a nove anni la figlia della duchessa Anna non aveva più quell'esuberanza di vitalità che la faceva tanto irrequieta; l'aria diversa, il grigio molto cupo delle muraglie del monastero, la faccia ad angoli della reverenda superiora, la malattia subíta, gli studii serii a cui venne applicata fin da quando mise il piede nel monastero, sviluppando a un tratto quel pronto ingegno, del quale era in lei rigogliosissimo il germe, fece sì ch'ella si compiacesse ormai più a pensare che a saltare. La cosa era naturalissima. Pure la procella non era cessata ancora; non aveva cambiato che di luogo, era passata dalle gambe alla testa, e nel suo segreto pensava e pensava continuamente, violentemente. Non erano che variazioni sulla vita passata e presente; teatro angustissimo dove non parea vero ch'ella trovasse da far tanta messe. E tutto ciò non impediva che ella crescesse molto alta e molto magra, e toccasse i dodici anni d'età. A questo periodo essendosi scoperta in lei un'attitudine assai pronunciata al canto ed alla musica, le fu dalla vice-superiora appreso a toccare i tasti dell'organo, volendo il costume, che ciò si praticasse con tutte le educande e le monache stesse. L'ingegno della fanciulla apparve maraviglioso in quest'arte; in breve si lasciò addietro la vice-superiora. Cantava i mottetti del canto-fermo di maniera, che dal primo istante ch'ella spiegò la sua voce dietro alle griglie dell'organo della chiesa di Monte-Corvo, la folla era cresciuta a dismisura. Qui però ci fu un fenomeno degno d'osservazione. Non tutte le cose fanno sempre il medesimo effetto su tutti, e le note solenni dell'organo, che per lo più invitano alla meditazione religiosa ed alla fervida preghiera, fecero su lei una impressione insolita. Come dunque fu giunta al pericoloso vestibolo della gioventù, ogni qualvolta facea scorrere la maestra sua mano sui tasti, più non stava contenta de' suoni tesi e solenni, ma con fervida vena e con estro inventivo traendone suoni della più vivace e fantastica e briosa inspirazione, questi le rivelarono il confuso iride di una vita di cui non aveva ancora notizia. Santa Cecilia sognò, coll'aiuto dell'organo, i gaudi inenarrabili del paradiso.... All'educanda Elena quel veicolo istesso dischiuse invece uno spiraglio del vizioso mondo.... Chi sapesse risolvere tali problemi, darebbe indizio di una straordinaria acutezza. Passarono così più mesi, e la fanciulla attinse i suoi quattordici anni; quando un avvenimento impreveduto e, a dir breve, la morte improvvisa dell'ipocondriaco duca suo padre, accelerò il suo ingresso nel mondo. La duchessa Anna richiamò tosto la figlia a Roma; aveva però prese le sue buone misure, preparandole un marito. Girato uno sguardo fra tutti i giovani gentiluomini che avevano a metter famiglia, e fermatolo su chi gli parve il più ricco e il più nobile, propose il partito, che fu accolto a bocca baciata. Giunta da Monte-Corvo a Roma, la fanciulla non ci pensò due volte prima di annuire ai materni voleri. Non basta l'ingegno, qualche poco d'esperienza è pur necessaria, ed ella nella sua innocenza credette che un marito fosse il riassunto ideale di quanto fra sè stessa aveva fantasticato. Quando ella vide per la prima volta il giovine duca di Pitigliano, un certo istinto estetico le fece bensì torcere il viso vedendo l'aspetto di lui, ma come fossero veramente fatti i bei giovani ella non ne sapeva gran fatto. La duchessa Anna, nella sua saviezza, non aveva mai permesso si mostrasse nella propria casa un volto di giovane. Era stata una santa precauzione, innanzi tutto per sè medesima, poi per il quieto vivere dell'ipocondriaco marito, infine per il meglio della piccola Elena, la quale prima d'esser chiusa in monastero mai non aveva potuto vedere viso d'uomo che le desse piacere, giacchè anche il seguito dei servi era stato assortito con una saviezza non comune. In monastero non vide nulla di meglio, com'è facile a credersi, per cui quando le fu condotto innanzi il duca di Pitigliano, ella, non avendo pietra di paragone che le regolasse i giudizii, a malgrado di quell'involontario torcimento di viso, fe' cenno di sì, e si reputò anche fortunata. V'è un tratto della Via Mala dove il passaggero deve percorrere un tortuoso sentiero quasi al perfetto buio fino al punto che, improvvisamente, svoltando il canto, gli si appresenta l'ampia valle di Tusis tutta inondata dai vivi raggi del sole; è uno spettacolo che abbaglia la vista e fa chiudere gli occhi del viandante tormentati da quell'insolito fiume di luce. Una tal sensazione, press'a poco, ebbe a provare la giovane duchessa Elena, quando dall'ombra fitta del monastero e dagli squallidi crepuscoli delle materne stanze, stretta a braccio del duca di Pitigliano, mise il piede per la prima volta nell'immensa sala del palazzo Orsini, rischiarata da cento lampade, affollata da più di duemila persone, inondata da infinite regioni di profumi, e adornata da qualche centinaio di giovani teste maschili, l'una più bella dell'altra, raggianti desiderii e voluttà dalle nere pupille che tutte s'appuntarono, in una volta, sulla nova bellezza della sposa appena trilustre. Come il sole di maggio (la similitudine, se non migliore, potrebb'esser più nuova) che fa germogliar in un subito i molteplici semi gittati nel verno; quello spettacolo che, a tutta prima, l'acceccò, fe' sorgere nella fantasia della giovinetta una quantità non definibile d'immagini, di pensieri, di desiderii molto simili a quelle bolle che gorgogliando e stridendo appaiono alla superficie di un liquido per l'improvvisa immersione di un ferro rovente. Furono rivelazioni vivaci ad un tempo e tormentose; ma appena da un più attento esame di quelle giovani maschili teste, ella si volse al men vago marito, è troppo difficile a dirsi, qual genere di sensazioni ella subisse in quel punto; ma il fatto è certo che lo abborrì di colpo. Così, a notte alta, quand'ella uscì di quelle sale, era tanto infelice, quanto era stata gioconda un momento prima di porvi il piede. Nulla apparve di fuori però, e passò di tal maniera qualche mese senza che nessun vento straordinario sconvolgesse le onde di quel mare tanto arduo di sirti. Ma ogni giorno che passava era un passo di più che ella faceva nel mondo. L'organo fu lasciato per il liuto e l'arpa. Alle noti cubitali e pesanti del canto-fermo furono sostituite le tenere romanze che i poeti facevano a gara nel comporre per lei. Il marito che, dopo le prime settimane, rozzo come era per costume, l'aveva lasciata in piena balia di sè stessa, non pensò mai potesse sorgere qualche ortica fra le rose del letto matrimoniale, lasciando che la giovinetta sposa, facendo sfoggio della mirabile arte sua, provocasse di troppo l'ammirazione ne' gentiluomini romani. Pure, se si guarda allo stato oltremodo ardente del cielo di Roma, e del cuore della giovine duchessa e delle mille insidie che a quel tempo si tendevano colà all'altrui fralezza, non par vero come abbia potuto trascorrere un intiero anno senza che la maligna fortuna siasi preso il diletto di torcer fila per tessere la densa tela di un dramma o d'una tragedia domestica. Ma il duca di Pitigliano apparteneva a una potentissima famiglia, ma l'indole di lui rozza e fiera, quando occorresse, dava da pensar due volte ai tentatori. Ma nelle vaghe sembianze di Elena c'era tuttavia una certa tinta di alterigia e disdegno che comandava il rispetto. Tutte queste cause contribuiron dunque a far trascorrer quell'anno senza fatti di molta importanza, e così fosse stato di tutto il rimanente tempo, ma ben altro ne doveva succedere. Fu il giorno 6 o 7 settembre, salv'errore, in sulle ore ventitrè, poco più, poco meno, in uno degli ombrosi olezzanti viali della villa Orsini, situata sulle rive del lago d'Albano, che il bel piede della duchessa Elena fu d'improvviso arrestato dalle maliardi spire di un serpe, fratello genuino di quel d'Eva, celato, non so se fra i rosseggianti massi dell'oleandro, o gli azzurrini della mesta viola. Ella passeggiava, accompagnata da una sua confidentissima fante, pensando agli applausi fragorosi che destava ogni sera quando gli echi delle ardite vôlte ripercoteano la sua voce, e in quel punto vedendo la propria immagine nell'acqua del lago, e idolatrando ella medesima quelle divine sue forme, si affannava entro sè stessa che un sì largo dono di natura, si fosse vanamente sagrificato, e sagrificato per sempre. Pensava, come ho detto, a tali cose, e la fante s'era allontanata d'un trenta passi a cogliere un fiore per la sua signora... quando in quel punto medesimo, un leggiadro involto cadde sulla sinistra delle sue celestri pianelle. La duchessa si fermò, alzò la testa, la girò a dritta, a sinistra... solitudine e silenzio d'ogn'intorno..... se si tolga qualche minuto picchiar di rostri, qualche alto lontano garrito, e il continuo rumore delle onde. Se ne stette irresoluta qualche poco, ma osservando venir la fante con un ciclame, si chinò di volo, raccolse la profumata carta e la nascose. Pareva che qualche silfo celato nell'aria l'avvisasse in segreto, doversi di quel foglio far mistero con tutti. Così ella lo raccolse. Fosse almen ciò accaduto un'altra vo